Fisicamente

di Roberto Renzetti

http://www.qualenergia.it/articoli/20091104-bocciato-sicurezza-l-epr-quello-che-vuole-enel-0

Le autorità di vigilanza sul nucleare di Francia, Gran Bretagna e Finlandia bocciano il sistema di sicurezza dei reattori EPR. Il problema è nel sistema di controllo d’emergenza, che in caso di anomalia potrebbe saltare assieme a quello ordinario. Ora Areva e committenti dovranno rivedere i progetti per correggere la lacuna di questi reattori, gli stessi si vorrebbero costruire anche in Italia. Ma da noi nessuno ne parla.

Giulio Meneghello

04 novembre 2009

L’EPR ha un problema di sicurezza e il disegno va rivisto. Arriva una nuova gatta da pelare per lo European Pressurized Reactor, il reattore di terza generazione ad acqua pressurizzata della francese Areva. Lo stesso che – stando ai progetti di Enel ed EDF – dovrebbe essere il perno del rinascimento atomico italiano. La notizia è arrivata con un comunicato congiunto (vedi pdf) dalle autorità di vigilanza sul nucleare della Gran Bretagna e dei due paesi in cui si stanno costruendo reattori con questa tecnologia: Francia e Finlandia.

In una mossa senza precedenti l’authority inglese HSE’s ND, la francese ASN e la finlandese STUK hanno deciso di muoversi assieme per far notare ad Areva e ai suoi committenti una lacuna in materia di sicurezza del disegno attuale del reattore e per imporre che vi si rimedi. 

Il problema rilevato dalle tre authority è nel dispositivo di emergenza dell’impianto, ossia il sistema che in caso di anomalia dovrebbe permettere di controllare ugualmente il reattore. I dispositivi di sicurezza dei reattori EPR, attualmente in cantiere, non sarebbero adeguati per un motivo preciso, fa notare il comunicato: il sistema d’emergenza non è indipendente rispetto al sistema di controllo normale. Il rischio è che entrambi, essendo interdipendenti, possano andare in avaria contemporaneamente con il risultato che di far perdere completamente il controllo del reattore.

In Francia la notizia ha fatto abbastanza rumore, con Verdi e Socialisti che hanno chiesto una commissione d’inchiesta parlamentare sulla sicurezza del nucleare e associazioni antinucleariste come “Sortir du Nucleaire” che hanno chiesto di fermare il cantiere dell’EPR di Flamanville (l’unico attualmente aperto in Europa oltre a quello finlandese di Olkiluoto3) e di annullare il progetto di un nuovo reattore a Penly. Intanto, secondo quanto disposto dalle tre authority, sia il costruttore Areva che i committenti, come l’utility d’oltralpe EDF e la finlandese TVO, dovranno darsi da fare per ovviare al problema e per riproporre i progetti rivisti alle rispettive autorità nazionali, cosa che l’utility francese ha assicurato farà entro fine anno.

Areva minimizza: “il dialogo tra operatori, costruttori e autorità per la sicurezza nucleare è parte integrante del processo di costruzione e certificazione di nuovi reattori” e il richiamo non avrà conseguenze sulle tabelle di marcia dei reattori in costruzione. Ma non è forse un caso che solo qualche settimana fa il direttore del progetto del reattore EPR di Olkiluoto3 per l’utility finlandese TVO (interrogato al giornale francese Les Echos) nell’annunciare l’ennesimo ritardo del cantiere lo imputasse tra le altre cose anche a “ritardi nello sviluppo del sistema di controllo”.

A rendere più duro il colpo più duro dall’inusuale scelta delle tre autorità di parlare assieme e con un annuncio pubblico: le azioni di Areva ieri hanno perso il 5%. Il richiamo congiunto delle autorità, infatti, difficilmente renderà più facile la vita nei cantieri di quelli che dovrebbero essere i primi due EPR mai realizzati al mondo. Cantieri che, tra costi lievitati, obiezioni sulla sicurezza e ritardi, i loro problemi li hanno già avuti in abbondanza. A Flamanville, progetto iniziato più tardi, il ritardo accumulato è di “soli” due anni, in Finlandia i lavori sono iniziati nel 2005 e dovevano essere conclusi nel 2009, ma ad ora si sono accumulati 3 anni di ritardo e la spesa prevista è salita da 3,2 a 5,3 miliardi di euro, dando origine a una guerra legale tra il costruttore Areva e il committente finlandese TVO ( si veda  Qualenergia.it “Olkiluoto, un pozzo senza fondo”).

Giulio Meneghello

04 novembre 2009


Taglio della CO2, se la crisi ci dà un’occasione

La crisi economica ha portato l’Unione Europea già ora ad un passo dall’obiettivo del 2020: dobbiamo ridurre la CO2 del 20%, ma siamo già a meno 17% dicono gli ultimi dati dell’Agenzia Europea per l’Ambiente. Per molti è il momento di innalzare l’asticella, per il bene del clima, ma anche per rilanciare l’economia.

Leonardo Berlen

14 settembre 2010

La crisi ci aiuta nella lotta contro il riscaldamento globale e l’obiettivo europeo per il 2020 sulle emissioni si scopre d’un tratto molto molto vicino, al punto da apparire inadeguato e troppo modesto. É quel che emerge dagli ultimi dati diffusi dall’EEA, l’Agenzia Europea per l’Ambiente: l’obiettivo per fine decennio è di tagliare il gas serra del 20% rispetto ai livelli del 1990 ma, grazie al brusco rallentamento economico, nell’ultimo anno c’è stata un calo sostanzioso. E così al momento siamo già a meno 17%. Ora più che mai secondo molti osservatori è arrivato il momento di innalzare l’asticella per il 2020, puntando a tagliare almeno del 30% per fare sì che dalla crisi si esca con un’economia più decarbonizzata.

Dal 2008 al 2009, si legge nel report provvisorio EEA (vedi allegato, la versione definitiva è attesa per la primavera 2011), le emissioni sia dell’Europa a 27 che di quella dell’UE15 sono calate del 6,9%. L’UE27, per la quale vale l’obiettivo del meno 20% al 2020, è arrivata così a 17,3% sotto i livelli del 1990, mentre l’UE15 ha ridotto le proprie emissioni del 12,9%, superando per la prima volta quel calo dell’8% che si era impegnata a raggiungere a Kyoto.

Al ribasso nell’ultimo anno – mostra lo studio – anche i consumi di combustibili fossili: meno 5,5% con una punta del meno 1,7% per il carbone. Cresce il ruolo delle rinnovabili nel mix energetico, anche grazie al calo dei consumi totali: +8,3% (biomasse escluse). Ma è soprattutto la crisi a determinare la flessione delle emissioni, e principalmente il rallentamento di settori produttivi ad alta intensità energetica come la siderurgia, la chimica e il cemento: nei settori soggetti all’emission trading scheme europeo (ETS) il calo è delle emissioni arriva all’11,6%.

Poiché è determinata in gran parte dalla congiuntura economica questa diminuzione dei livelli di gas serra rischia di diventare un boomerang: se non si agisce adesso per rendere la ripresa il più verde possibile, allora si rischia che con il Pil torni a crescere anche la CO2. Gli ultimi dati EEA secondo molti mostrerebbero come sia appunto questo il momento di innalzare l’obiettivo europeo per il 2020, puntando ad un taglio di almeno il 30%.

Già nel corso di questa primavera la Commissione Europea si era accorta di come la crisi stesse rendendo molto più raggiungibili gli obiettivi sulle emissioni (Qualenergia.it, Emissioni, come l’Europa può fare di più). Se prima della congiuntura economica il costo per tagliare del 20% era stimato in 70 miliardi di euro annui, ad aprile 2010 questo si era ridimensionato a 48. Ridurre del 30%, aveva sottolineato la Commissione, costerebbe solo 11 miliardi in più che puntare al meno 20%. Tutti costi che alla luce dei nuovi dati diffusi dall’EEA saranno con ogni probabilità ulteriormente rivisti al ribasso.

Insomma, il report EEA porta un argomento in più per chi vuole innalzare l’obiettivo senza aspettare che si raggiunga un accordo internazionale. Se gran parte del mondo produttivo europeo e alcuni stati membri come Italia e Polonia si sono sempre detti contrari a questa eventualità, negli ultimi mesi si è allargato il fronte di chi invece vorrebbe l’obiettivo più ambizioso senza attendere: risale a luglio la presa di posizione pubblica in tal senso dei ministri dell’ambiente di Gran Bretagna, Germania e Francia, e l’appello per l’innalzamento dell’obiettivo di una coalizione di 27 grandi società (Qualenergia.it, Se anche il business vuole che l’Ue tagli più CO2).

Per alcune associazioni ambientaliste gli ultimi dati dovrebbero spingere l’Europa ad osare di più e tagliare le emissioni non del 30 ma del 40% entro il 2020 (ricordiamo che ad esempio la Scozia ha già adottato un obiettivo del -42% e la Svezia -49%). É questa la posizione del WWF, spiegata da Mariagrazia Midulla responsabile clima e energia: “Con riduzioni già ora del 17,3% l’idea che l’Europa tagli le emissioni solo del 20% per il 2020 è ridicola, vorrebbe dire smettere di ridurre le emissioni e aspettare il 2020 a braccia conserte. Occorre innalzare l’obiettivo europeo al 40%: questo è in linea con quanto necessario per evitare pericolosi cambiamenti climatici e porterebbe enormi benefici alla popolazione e all’economia dell’Europa, offrendo un reale impulso all’innovazione tecnologica. E’ vero che la recessione ha contribuito a far scendere le emissioni (specie nei Paesi che non hanno fatto quasi nulla e non hanno una strategia, come l’Italia), ma le emissioni europee scendono da diversi anni, anche prima della crisi. L’economia si riprenderà proprio grazie alle nuove industrie a bassa emissione di carbonio, e non agli inquinatori del passato.”
Il dibattito in Europa è aperto. In Italia su questi aspetti si continuerà ad assumere un ruolo di basso profilo e, come nel passato, del tutto contrario ad ogni ulteriore riduzione?
 


Anche i francesi temono per la sicurezza degli Epr

L’Autorità per il nucleare francese ha dei dubbi sulla sicurezza dei nuovi reattori, gli Epr che Enel vorrebbe realizzare anche in Italia. Probabile moratoria sui lavori a Flamanville. Difficilmente si aprirà il secondo cantiere francese, quello di Penly. Anche a Olkiluoto, in Finlandia, c’è aria di pausa di riflessione.

Giulio Meneghello

31 marzo 2011

Anche l’Autorità per il nucleare francese (Asn) ha dei dubbi sulla sicurezza dell’EPR, il reattore di terza generazione avanzata che Enel vorrebbe realizzare anche da noi. La Asn ventila la possibilità di uno stop di uno dei due cantieri aperti in Europa per la costruzione di questo reattore, quello di Flamanville, che come quello finlandese di Olkiluoto – dove ugualmente ci sarebbe aria di moratoria – sta accumulando ritardi, extra costi e richiami che riguardano la sicurezza del reattore.

Dall’Asn francese sembra dunque arrivare un’ulteriore smentita di quanto, a ridosso delle tragedia giapponese, avevano affermato diversi nuclearisti: “L’EPR è sicuro e quel che è successo a Fukushima non potrebbe mai succedere in una di queste centrali di ultima generazione”. Lo avevamo sentito ripetere diverse volte: dai vertici di Areva, il costruttore del reattore, mentre da noi lo ha dichiarato lo stesso ministro Romani. “Il problema (di Fukushima, ndr) riguarda centrali di prima generazione che non hanno i sistemi di sicurezza presenti in quelle di terza avanzata. E poi è accaduto a causa di un maremoto, cosa che non potrebbe accadere in Europa”, dichiarava  il 15 febbraio nella trasmissione ‘Porta a Porta’. In un’unica frase due chicche di incompetenza: quelle di Fukushima non sono centrali di prima generazione e in Italia dall’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo a oggi abbiamo avuto 72 maremoti. Ad accompagnarlo in trasmissione, con tanto di schema in 3D dell’EPR, di cui illustrava la sicurezza, c’era Marco Enrico Ricotti della neonata Agenzia per la sicurezza nucleare italiana.

Su queste pagine abbiamo più volte contestato queste affermazioni: “le differenze tecnologiche ci sono, ma sono relative. Le strutture di contenimento sono sì più ampie, ma va detto che i reattori EPR hanno potenze doppie e usano uranio più arricchito: gli involucri sono più sollecitati. Per quel che riguarda i sistemi di refrigerazione non è cambiato molto: quel che è successo a Fukushima potrebbe senza dubbio accadere anche in un EPR”, ci spiegava l’ingnener Giorgio Ferrari nei primi gironi dopo l’incidente in Giappone. Un’ulteriore ombra sulla sicurezza degli EPR  – ci ricordava – la getta anche una nota congiunta pubblicata l’anno scorso delle autorità di vigilanza di Gran Bretagna, Francia e Finlandia (Qualenergia.it, Bocciato in sicurezza l’EPR, quello che vuole Enel). Una bocciatura secca del sistema di sicurezza d’emergenza: non essendo indipendente c’è il rischio che vada in tilt assieme a quello principale, rendendo impossibile governare il reattore. Ad oggi non si sa ancora se e come il problema sia stato risolto.

Ora il dubbio sulla sicurezza di queste nuove centrali viene rilanciato nel post-Fukushima da una voce molto importante, quella dell’Autorità per la sicurezza nucleare francese. Sentito dalla Commissione di valutazione delle scelte tecnologiche del Parlamento (Opecst), il presidente dell’Asn, André-Claude Lacoste, ha infatti sottolineato che il reattore EPR che Edf sta realizzando a Flamanville (partecipato dall’Enel con il 12,5%) dovrà integrare le esperienze tratte dall’incidente di Fukushima. Interpellato sulla possibilità di una moratoria alla realizzazione del secondo reattore EPR francese in progetto a Penly, Lacoste ha replicato che “se si porrà questa questione, e noi la porremo, sarà sul cantiere di Flamanville 3”. Quanto a Penly, il presidente dell’Asn ha semplicemente messo in dubbio la sua realizzazione.

La revisione del parco nucleare francese richiesta dal primo ministro François Fillon e gli stress-test concordati in sede europea, ha chiarito l’Asn, porteranno inevitabilmente a una serie di interventi sulle centrali in servizio, ma anche su quelle in costruzione. Ossia: meglio congelare almeno in parte i lavori a Flamanville in attesa di decidere se e come introdurre modifiche progettuali. Un’analoga moratoria potrebbe riguardare il reattore EPR di Olkiluoto che Areva sta realizzando in Finlandia. Il ministero dell’Economia di Helsinki ha chiesto infatti alla locale Autorità per la sicurezza nucleare (Stuk) una revisione del progetto.

In conclusione, niente di buono all’orizzonte per gli unici due EPR in costruzione in Europa. Con ogni probabilità le moratorie ventilate segneranno un’ulteriore complicazione nella loro già travagliata storia. Il cantiere finlandese ha avuto finora oltre 3mila richiami per irregolarità nei lavori; doveva essere pronto nel 2009, non lo sarà (anche senza la moratoria ventilata) prima del 2013 e il preventivo è salito dai 3,3 miliardi a inizio lavori agli oltre 6 comunicati quest’estate dal costruttore. C’è anche chi ritiene che il conto sia già salito a oltre 7,3 miliardi.  Il reattore di Flamanville invece ha accumulato finora 2 anni di ritardo e un preventivo che da 3,3 miliardi di euro era arrivato quest’estate a 5 e che secondo Greenpeace ora avrebbe superato i 7 miliardi. Tra i richiami per la sicurezza che ha ricevuto, anche uno relativo al cemento con cui era costruito il contenitore del vessel – la cui tenuta può fare la differenza tra un disastro e una catastrofe – che presentava delle fessurazioni.

Forse la pausa di riflessione a cui pensa l’Asn non è per niente una cattiva idea.

Giulio Meneghello

31 marzo 2011


Epr, il reattore ritardatario

Anche il secondo reattore nucleare Epr al mondo, quello di Flamanville, sarà ultimato con un ritardo di almeno 2 anni, annucia Le Figaro. Il primo, quello di Olkiluoto, in Finlandia di anni di ritardo ne ha già accumulati 3, facendo raddoppiare la spesa finale. Una storia istruttiva per chi vorrebbe questi impianti anche in Italia.

Giulio Meneghello

07 luglio 2010

I reattori EPR come il Concorde: una tecnologia francese d’eccellenza ma con troppe problematiche e costi troppo alti e per questo destinata a restare invenduta. Il paragone lo fa Le Figaro dando l’ennesima brutta notizia per questa tipologia di reattori nucleari (che è anche la candidata favorita per le centrali atomiche che vorrebbe il Governo Berlusconi). Un nuovo annuncio di ritardo, questa volta nei lavori del secondo reattore EPR in fase di costruzione nel mondo, quello di Flamanville.

La conclusione dei lavori per il reattore che Areva e Siemens stanno costruendo nella regione francese della Manche per conto di EDF sarà posticipata di ben 2 anni oltre ai 54 mesi preventivati quando aprì il cantiere nel 2007. La causa del ritardo – riferisce Le Figaro che ha visto il dossier di Areva non ancora pubblicato – nei “numerosi ostacoli tecnici”. Una notizia d’altra parte per nulla sorprendente visti i diversi problemi che questo cantiere ha incontrato nei suoi due anni di vita.

Memorabile ad esempio è lo stop ai lavori intimato nella primavera 2008 dall’Autorità francese per la sicurezza nucleare (Asn) che aveva riscontrato “una mancanza di rigore inaccettabile nei lavori di costruzione”. Tra le anomalie segnalate nel cantiere francese l’utilizzo di un cemento di qualità inferiore, fessure nel calcestruzzo, difetti nell’armatura, presenza di personale non qualificato e addirittura modifiche non autorizzate al progetto in corso d’opera. (Qualenergia.it, Il nucleare francese sospeso).

Le conseguenze economiche del ritardo? Facile capire che saranno pesanti, anche se Hervé Machenaud, dirigente di Areva, interpellato da Le Figaro glissa con un “l’analisi è ancora in corso”. Insomma, è alquanto accidentato anche il percorso di quello che sarà il secondo EPR mai realizzato al mondo. Il primo è quello che Areva e Siemens stanno costruendo in Finlandia, ad Olkiluoto e che sta affrontando ritardi e sforamenti di budget ancora più importanti del gemello francese.

Proprio oggi, infatti, Areva ha confermato il ritardo nei lavori del cantiere finlandese. Ne aveva parlato qualche mese fa anche il committente, l’utility TVO, che per i tempi dilatati è in causa con i costruttori (Qualenergia.it, L’odissea del primo Epr al mondoOlkiluoto,pozzo senza fondo). L’impianto finlandese che avrebbe dovuto essere pronto per la fine di aprile 2009 non sarà invece ultimato prima della fine del 2012 e, dunque, non sarà operativo prima di metà 2013.

Interessante ripercorrere la storia del budgetprevisto per il reattore di Olkiluoto. Approvato dal Parlamento finlandese nel 2002 con una spesa stimata di 2,5 miliardi di euro, alla firma del contratto, quando nel 2005 si aprì il cantiere, il preventivo era salito a 3,3 miliardi. A fine 2009, dopo 4 anni di imprevisti, difetti di costruzione e violazioni delle misure di sicurezza, il cantiere aveva accumulato un ritardo sui lavori di 3 anni e la spesa prevista era arrivata a 5,3 miliardi di euro. Ora il conto – secondo Le Figaro – avrebbe ampiamente superato la soglia dei 6 miliardi.

Il ritardo e lo sforamento di Olkiluoto recentemente è costato ad Areva anche una bacchettata da Standard & Poor’s, che proprio per la travagliata vicenda del primo EPR al mondo ha affibbiato alla controllata pubblica francese un rating negativo. Assieme all’ex consorziata Siemens, Areva è anche nel mirino della Commissione per procedure lesive della concorrenza.

Oltre ad Olkiluoto e Flamanville sono solo 2 gli altri EPR in costruzione nel pianeta: quelli che Areva dovrebbe teoricamente ultimare entro il 2010 a Taishan in Cina. Negoziati sarebbero invece in corso per un EPR in Ohio, mentre l’Arabia Saudita a dicembre ha rifiutato la proposta di Areva (in consorzio con EDF, GDF Suez, Total, Vinci e Alstom) per la costruzione di 4 reattori, preferendo un consorzio coreano guidato da Samsung.

E in Italia? Pur non essendoci ancora niente di deciso l’EPR di Areva è tra i candidati favoriti per il “rinascimento atomico italiano”. A spianare la strada ai reattori francesi nel Belpaese il “memorandum of understanding” firmato a febbraio 2009 tra Enel ed Edf per la costruzione di 4 EPR. Ecco perché quel che accade a Olkiluoto e Flamanville dovrebbe essere particolarmente istruttivo per i nuclearisti italiani.
 

Giulio Meneghello

07 luglio 2010


Quei falsi miti dell’opzione nucleare

Per abbandonare le fonti fossili potremmo puntare su fonti rinnovabili ed energia nucleare. Ma le controindicazioni di quest’ultima scelta sono troppe: dai costi eccessivi al problema delle scorie, per non parlare della sicurezza. Il professor Vincenzo Balzani le elenca, sfatando uno per uno i miti diffusi dai nuclearisti.

Redazione Qualenergia.it

10 giugno 2011

Il nostro Paese deve affrontare il problema dell’energia e i modi in cui lo affronterà “condizioneranno non solo la nostra vita, ma ancor più quella dei nostri figli e dei nostri nipoti”. Negli ultimi 150 anni abbiamo puntato quasi tutto sui combustibili fossili, che però hanno risorse limitate ed effetti insostenibili su salute, clima e ambiente: “ancora prima che siano i combustibili fossili a lasciarci, dovremo essere noi a smettere di utilizzarli.” Inizia così un interessante intervento del chimico ed esperto di energia Vincenzo Balzani di cui riproponiamo alcuni stralci (la versione integrale, completa di bibliografia e pubblicata sulla rivista semestrale Cosmopolis è qui). Ovviamente risparmio ed efficienza – prime azioni da intraprendere – non sono sufficienti a permetterci di abbandonare le fonti fossili, continua il docente dell’Università di Bologna. Le due opzioni che resterebbero sono dunque nucleare e rinnovabili.

Perché la scelta nucleare sia “non solo economicamente irragionevole, ma anche tecnicamente molto problematica e socialmente inopportuna”, Balzani lo spiega sfatando i miti diffusi dai nuclearisti: “Ci viene detto, ad esempio, che l’energia nucleare è in forte espansione in tutto il mondo e che, quindi, non si capisce perché non dovrebbe essere sviluppata in Italia. Si tratta, però, di un’informazione smentita dai fatti. Da vent’anni il numero di centrali nel mondo è sostanzialmente stabile attorno alle 440 unità e nei prossimi anni le centrali nucleari che saranno spente per ragioni tecniche o economiche saranno in numero maggiore di quelle che entreranno in funzione. In Europa la potenza elettrica delle centrali nucleari è scesa dal 24% nel 1995 al 16% nel 2008 e l’energia elettrica prodotta col nucleare nel mondo è diminuita di 60 TWh dal 2006 al 2008. Il declino del nucleare non è dovuto a paure per la sicurezza degli impianti, ma semplicemente al fatto che esso non è economicamente conveniente in un regime di libero mercato. Se le casse statali non garantiscono la copertura degli enormi costi dell’intero ciclo industriale, in particolare quelli a monte e a valle (costruzione, sistemazione delle scorie e dismissione), nonché la copertura assicurativa nelle eventualità di incidenti gravi, nessuna impresa privata è disposta a investire in progetti a cui sono connessi rischi di varia natura, a cominciare dalla incertezza assoluta sui tempi di realizzazione.”

“Si dice anche che lo sviluppo dell’energia nucleare è un passo verso l’indipendenza energetica del nostro Paese. Premesso che le 4 centrali previste nel piano del Governo produrrebbero solo il 14% dei consumi elettrici, corrispondenti ad un modesto 3,2% dei consumi energetici finali italiani, bisogna ricordare che il nucleare usa come combustibile l’uranio, una risorsa che non è presente né in Italia, né negli altri Paesi europei. Il settore elettrico (…) finirebbe per entrare in un’altra dipendenza, quella dall’uranio, anch’esso da importare come i combustibili fossili (…). L’Italia non solo non ha uranio, ma non ha neppure la filiera che porta, con operazioni di una certa complessità, dall’uranio grezzo all’uranio arricchito utilizzato nei reattori. Per il combustibile dipenderemo quindi totalmente da paesi stranieri, seppure amici, come la Francia. Non bisogna però dimenticare che la Francia a sua volta non ha uranio e che per far funzionare i suoi reattori ne importa il 30% da una nazione politicamente instabile come il Niger, sua ex-colonia, ora ri-colonizzata.”

“Si sostiene che con l’uso dell’energia nucleare si salva il clima perché non si producono gas serra. È vero che durante il funzionamento delle centrali nucleari non vengono emessi gas serra, ma le centrali nucleari per essere costruite, alimentate con uranio, liberate dalle scorie che producono e, infine, smantellate, richiedono un forte investimento energetico basato sui combustibili fossili. In ogni caso, le centrali nucleari che si intende installare in Italia non entreranno in funzione prima del 2020 e quindi non potranno contribuire a farci rispettare i parametri dettati dall’Unione Europea.”

Si afferma che la Francia, grazie al nucleare, è energicamente indipendente e dispone di energia elettrica a basso prezzo. In realtà la Francia, nonostante le sue 58 centrali nucleari, importa addirittura più petrolio dell’Italia, perché con il nucleare non si producono combustibili. È vero che la Francia importa il 40% in meno di gas rispetto all’Italia, ma è anche vero che è costretta ad importare uranio poiché le sue miniere si sono esaurite negli anni ’80-’90. Che poi l’energia nucleare non sia il toccasana per risolvere i problemi energetici, lo dimostra una notizia clamorosa pubblicata su “Le Monde” il 17 novembre scorso e ignorata da tutte le fonti vicine al nostro Governo: pur avendo 58 reattori nucleari, la Francia attualmente importa energia elettrica”.

Balzani passa poi a sottolineare il problema di tempi e costi implicito nel programma nucleare italiano, portando argomenti non nuovi per i lettori di Qualenergia.it. Quasi impossibile che si costruiscano quattro centrali EPR, per un totale di 6.400 MW di potenza, con 12-15 miliardi di euro come dicono le fonti ufficiali. L’unica certezza è quella “di aprire una partita il cui costo finale è oggi indefinito. Il tentativo di rilanciare il nucleare in Europa da parte della ditta francese AREVA con la costruzione in Finlandia di un reattore del tipo di quelli che si vorrebbero installare in Italia sta naufragando. Il contratto prevedeva la consegna del reattore “chiavi in mano” dopo 4 anni, nel settembre 2009, al costo di 3 miliardi di euro; ad oggi, i lavori sono in ritardo di 3,5 anni e il costo è aumentato di 2,3 miliardi di euro.”

“C’è poi il problema dello smaltimento delle scorie radioattive per decine di migliaia di anni, non ancora risolto neppure negli USA dove, dopo aver cercato di costruirne un deposito “permanente” scavando per 30 anni sotto una montagna del Nevada, con una spesa di circa 100 miliardi di dollari, si è ora riconosciuto che si tratta di un’impresa impossibile e si è deciso di lasciare le scorie sui piazzali delle centrali. Nel conto finale dell’energia nucleare, quindi, bisogna anche includere il costo economico e sociale del dover sorvegliare questo materiale per tempi indefiniti.

Infine, c’è il problema dello smantellamento delle centrali nucleari a fine ciclo. Si tratta di operazioni complesse, pericolose e molto costose, che in genere vengono rimandate (per un minimo di 50 anni in Francia, per 100 anni in Gran Bretagna), in attesa che la radioattività diminuisca e nella speranza che gli sviluppi nella tecnologia di decontaminazione e dei robot rendano più facili le operazioni.”

Balzani ricorda poi anche il problema della sicurezza militare: la “stretta connessione dal punto di vista tecnico, oltre che una forte sinergia sul piano economico, fra nucleare civile e nucleare militare, come è dimostrato dalle continue discussioni per lo sviluppo del nucleare in Iran. Una generalizzata diffusione del nucleare civile porterebbe inevitabilmente alla proliferazione di armi nucleari e quindi a forti tensioni fra gli Stati, aumentando anche la probabilità di furti di materiale radioattivo che potrebbe essere utilizzato per devastanti attacchi terroristici”. Il rientro nel nucleare, quindi – conclude – “è un’avventura piena di incognite”.

Leggi anche su Qualenergia.it: 13 domande sul nucleare per sapere quello che non vi dicono

Redazione Qualenergia.it

10 giugno 2011


13 domande sul nucleare per sapere quello che non vi dicono

“Tutto quello che avete il diritto di sapere sul nucleare e che non vi hanno mai detto”, è il sottotitolo del documentatissimo rapporto di Zabot e Monguzzi che risponde a 13 domande che sfatano tutti i miti che circondano l’atomo e che da mesi sono serviti per preparare il consenso sul ritorno al nucleare dell’Italia.

Redazione Qualenergia.it

06 giugno 2011

Pubblichiamo sul nostro portale un prezioso documento dal titolo “13 Domande sul Nucleare – Quello che avete diritto di sapere sul nucleare e che non vi hanno mai detto” a cura di Sergio Zabot e Carlo Monguzzi. Prezioso perché ha il pregio, proprio quando ci avviciniamo al referendum del 12 e 13 giugno, di rispondere punto per punto ad una serie di argomentazioni pro atomo che in questi mesi sono state utilizzate per preparare il consenso sul ritorno al nucleare in Italia.

Le principali argomentazioni dei nuclearisti come sappiamo sono:

  • l’energia elettrica prodotta con il nucleare è più economica
  • gli impianti nucleari non producono CO2
  • le centrali nucleari sono sicure
  • il confinamento delle scorie radioattive è un problema risolvibile
  • il nucleare garantisce la sicurezza degli approvvigionamenti energetici

Ma la pubblicazione di Zabot e Monguzzi dimostrano con moltissimi dati e fatti come queste “ripetitive”giustificazioni per un ritorno all’atomo siano false. Il recente disastro di Fukushima in Giappone, sta politicizzando il dibattito sul futuro energetico dell’Italia. Questa polarizzazione è particolarmente grave se dovesse affermarsi una visione delle fonti rinnovabili come di “sinistra” e del nucleare come di “destra”. È auspicabile dunque, che in Italia si accenda, finalmente, un dibattito serio e laico sul futuro dell’approvvigionamento energetico del paese, dopo che la politica italiana, a seguito del referendum del 1987, ha colpevolmente trascurato la questione.

In questa pubblicazione, spiegano gli autori, non vi è quasi nulla che non sia stato già detto o già scritto (molte analisi sono state trattate in questo ultimo anno anche sul nostro portale anche a cura di Sergio Zabot). Si è così cercato solo di raccogliere e ordinare le argomentazioni che sfatano la demagogia roboante da cui siamo assaliti e dare quindi risposte documentate alle menzogne che ci vengono propinate quotidianamente.

Ecco le 13 domande a cui viene data risposta nel documento (60 pp.)

  1. Perché in Italia la bolletta elettrica è così cara?
  2. L’energia elettrica prodotta con il nucleare potrebbe essere più economica?
  3. Qual è l’effettiva disponibilità di uranio per il futuro?
  4. È vero che il nucleare ci garantisce una maggiore sicurezza negli approvvigionamenti energetici?
  5. È vero che in Francia l’energia elettrica costa meno perché c’è il nucleare?
  6. È vero che l’Italia importa dalla Francia il 15% dell’elettricità che consuma?
  7. É vero che il nucleare non produce anidride carbonica?
  8. É vero che le centrali nucleari occupano molto meno spazio rispetto agli impianti a fonti rinnovabili?
  9. Gli impianti nucleari sono sicuri per le persone, per l’agricoltura e per l’ambiente che circonda le centrali?
  10. È vero che lo smantellamento di una centrale nucleare è un’operazione facile e veloce?
  11. La sistemazione delle scorie radioattive è un problema risolvibile?
  12. È possibile risolvere i problemi energetici dell’Italia investendo solo sulle energie rinnovabili?
  13. In quale direzione dovrebbe muoversi la politica energetica italiana e quali azioni si possono adottare per garantire il futuro energetico dell’Italia?

In conclusione ci piace ricordare una frase di Amory Lovins ripresa nel documento: “l’energia nucleare collasserà perché non è concorrenziale, è inutile e obsoleta; è talmente antieconomica che non vale nemmeno la pena di discutere se sia sicura e pulita, indebolisce l’affidabilità del sistema elettrico e la sicurezza nazionale e infine aggrava il cambiamento climatico distogliendo immense quantità di denaro pubblico da opportunità 10 volte migliori realizzabili con tempi 10 volte inferiori”.

Scarica pdf (3,5 Mb): “13 Domande sul Nucleare – Quello che avete diritto di sapere sul nucleare e che non vi hanno mai detto“, a cura di Sergio Zabot e Carlo Monguzzi

Redazione Qualenergia.it

06 giugno 2011


La distanza dalle centrali nucleari e il rischio di cancro

Un argomento spesso trascurato nel dibattito sul nucleare è l’impatto sulla salute umana dei radionuclidi emessi dalle centrali atomiche in condizioni di normale funzionamento. Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo della professoressa Cristina Rinaldi della facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza di Roma.

09 giugno 2011

È ormai ampiamente riconosciuto che tutte le centrali atomiche emettono continuamente durante la loro vita un ampio spettro di radionuclidi. Le dosi di radiazioni riscontrate nelle emissioni normali delle centrali vengono comunemente accettate perché dichiarate completamente innocue in quanto inferiori a 1.000-100.000 volte alla dose ammessa dalle Agenzie di Radioprotezione Internazionali che è di 1 mSv/anno. Eppure, come riportato nel 14° Rapporto COMARE del 2011, i quantitativi di radiazioni emesse negli scarichi gassosi dalle centrali nucleari inglesi hanno raggiunto nel 1999 la concentrazione di circa 0,14 mSv annuali, che sarebbe solo 7 volte inferiore alla dose ammessa! Inoltre bisogna considerare che il valore di 1 mSv è una media annuale di valori che sono di varia intensità e con valori che possono essere anche molto alti in certi periodi.

Nello stesso Rapporto vengono minuziosamente elencati tutti i quantitativi di differenti radionuclidi (C14, Co60, Cs137, Trizio) emessi dalle centrali inglesi, tedesche, svizzere e francesi in tre anni (1999, 2000 e 2001). Questo a conferma della reale emissione di piccoli quantitativi continui di radionuclidi da parte degli impianti nucleari!

L’azione dei radionuclidi nel corpo umano va valutata considerando che questi, una volta emessi a piccole dosi dagli impianti nucleari, vengono dispersi in tutto l’ambiente circostante (aria, acqua, terra) dove permangono a lungo accumulandosi e da qui possono essere assunti, tramite gli alimenti e la respirazione, dagli organismi viventi, dove vengono concentrati progressivamente in organi critici del corpo.

I radionuclidi accumulati nel corpo umano irraggiano i tessuti, emettendo radiazioni ionizzanti continue e per periodi di tempo anche molto lunghi (mesi/anni), determinati dalla loro emivita fisica e dalla loro ritenzione biologica all’interno del corpo.

Le radiazioni rilasciate possono danneggiare le cellule causando aberrazioni cromosomichemutazioni geniche e alterazioni del ciclo cellulare: nelle cellule somatiche possono portare allo sviluppo del cancro, mentre nelle cellule staminali delle gonadi possono portare a malattie ereditarie e trasmissibili.

Tali effetti variano a seconda delle dosi accumulate, dalla presenza di altri fattori di rischio (che possono avere un deleterio effetto addittivo) oltre che dalla variabilità genetica dell’individuo e dalla sua capacità naturale (età, sesso e stato di salute) di instaurare una risposta biologica alle radiazioni. Risposta che può aversi sia a livello del DNA, come meccanismi di riparazione del danno da rottura del DNA stesso causato dalle radiazioni, sia a livello cellulare e tissutale, come risposta infiammatoria e/o immunologica in grado di eliminare le cellule alterate dalle radiazioni.

Pertanto, il differente accumulo dei radionuclidi e le variabili presenti negli individui comportano che non si possa definire il livello di rischio associato con l’esposizione a dosi molto basse di radiazioni. È facile a questo punto comprendere la spiegazione dei risultati di tutti quegli studi presenti in letteratura che hanno dimostrato un aumento di tumori e in particolare di leucemie in bambini che vivono alle centrali nucleari.

Studi che evidenziano un incremento dei tumori nei bambini che vivono vicino alle centrali nucleari

Sono numerosi gli studi fatti in varie parti del mondo (USA, Spagna, Inghilterra, Germania, Canada, Svezia, Francia, Giappone) che hanno considerato la relazione tra insorgenza di vari tipi di tumore e  vicinanza a centrali nucleari.

Le prime evidenze di una correlazione tra leucemia e installazioni nucleari risalgono al 1983, quando si osservò che i bambini che abitavano vicino all’impianto di riprocessazione del combustibile nucleare di Sellafield (Inghilterra) sviluppavano leucemie. Dopo di allora ci furono molti altri studi epidemiologici che hanno dimostrato un aumento del rischio di contrarre la leucemia tra i giovani che vivevano vicino alle centrali nucleari. Così, nel 1986 è stato pubblicato uno studio in cui si dimostrava un incremento della leucemia nei bambini che vivevano vicino all’impianto nucleare di Dounreay in Scozia  (nota 1 – vedi allegato note in basso).

Tra il 1987 e il 1989, altri studi inglesi riportarono un aumento significativo di leucemia in bambini sotto i 15 anni che vivevano entro le 10 miglia da impianti nucleari in Inghilterra e in Galles (nota 2 e 3)

Nel 1992 in Germania si è evidenziato un incremento statisticamente significativo di leucemie infantili in bambini sotto i 5 anni che vivevano vicino ad alcune centali nucleari (nota 4). Nel 1993 è stato effettuato uno studio sempre in Germania dove si evidenziava un aumento eccezionale di leucemia in bambini insieme ad un aumento significativo di leucemia negli adulti dopo l‘apertura della centrale nucleare di Krimmel (nota 5).

Nel 1995 è staro riscontrato un eccesso di casi di leucemia tra i giovani che vivevano vicino all’impianto di riprocessazione di La Hague (nota 6). In tal caso è stata ipotizzata la causa nell’ambiente marino (sabbia con cui giocavano i bambini, pesci e frutti di mare) contaminato da radionuclidi emessi dall’impianto nucleare (nota 7).

Tutti questi risultati hanno stimolato una lunga serie di studi con risultati molto controversi, tendenti a non riconoscere il fatto che le emissioni ionizzanti durante il funzionamento di centrali nucleari potessero aumentare il rischio di leucemie nei bambini, adducendo motivi di scarso valore statistico. Le dosi emesse dalle centrali sono in effetti molto inferiori a quelle ammesse dalla normativa per la sicurezza nucleare e si è cercato in ogni modo di minimizzare gli effetti delle radiazioni sull’incremento riscontrato delle leucemie, imputando tale incremento ad altri agenti causali (inquinanti, virali, ecc.). 

Per risolvere queste controversie il Governo Federale Tedesco nel 2003 finanziò uno studio caso-controllo commissionandolo all’Università di Mainz. Lo studio è noto come studio KiKK (Kinderkrebs in der Umgebung von KernKraftwerken = Childhood Cancer in the Vicinity of Nuclear Power Plants) (ne ha parlato anche nel gennaio del 2010: I rischi della modica quantità di radiazioni). Lo studio ha analizzato tutti i casi di tumore (1592 casi verso 4.735 controlli) e di leucemie (593 casi su 1776 controlli) in bambini sotto i 5 anni che vivevano vicino a tutte le 16 centrali tedesche ed è riferito a un arco di tempo di oltre 20 anni (dal 1980 al 2003). I risultati dimostrano che in questi bambini le Leucemie hanno un incremento statisticamente significativo di 2,19 volte a una distanza dalla centrale di 5 km e di 1,33 volte a una distanza di 10 km, con un effetto quindi inversamente proporzionale alla distanza (nota 8), mentre gli altri tumori solidi hanno un incremento statisticamente significativo di 1,61 volte a una distanza dalla centrale di 5 km  e di 1,18 volte a una distanza di 10 km (nota 9).

Gli autori tuttavia non spiegano i motivi per cui le radiazioni emesse da un reattore normalmente funzionante, inferiori a quelle naturali (terrestri, cosmiche) potrebbero indurre leucemie o altri tumori nei bambini molto piccoli. La spiegazione dei risultati viene invece fornita da un successivo studio inglese del 2009 che indica come causa dell’incremento di leucemie nei bambini  l’effetto teratogenico dei radionuclidi emessi dai reattori e incorporati dalla madre durante la gestazione. I tessuti ematopietici del feto e dell’embrione sono molto più radiosensibili di quelli dei bambini. La contaminazione progressiva dell’embrione e del feto nel grembo materno diminuisce con la distanza dalla centrale (nota 10).

Lo studio KIKK con la sua autorevolezza, con la sua significatività statistica e con l’ampiezza dei casi trattati, conferma che esiste una correlazione tra la distanza dalle centrali nucleari e il rischio di sviluppare un cancro (in particolare leucemia) nei bambini con meno di 5 anni, avvalorando così tutti i risultati ottenuti nei venti anni precedenti.

Ad ulteriore conferma ricordo un lavoro di meta-analisi dove si analizzano dati di 17 lavori di ricerca su 136 siti nucleari in Gran Bretagna, Canada, Francia, USA, Giappone, Spagna e Germania. I risultati statisticamente significativi mostrano anche qui un elevato rischio di leucemia e di casi mortali di leucemia in bambini che vivono vicino a centrali nucleari (nota 11). Lo stesso dato è stato evidenziato anche vicino alla centrale nucleare di Amburgo (nota 12).

Cristina Rinaldi (Prof. Ass. Immunologia ed Immunopatologia –  Fac. Medicina dell’Università La Sapienza di Roma)


I rischi della modica quantità di radiazioni

Diverse ricerche confermerebbero il legame che esiste tra l’esposizione alle radiazioni di residenti vicine a infrastrutture nucleari e lo sviluppo di cancro e leucemia, soprattutto nella popolazione infantile, anche per rilasci a livelli molto bassi. Un autorevole studio tedesco, commissionato dal governo, poco citato in Italia, accerta questa relazione.

Leonardo Berlen

21 gennaio 2010

Sarebbe un segnale importante che anche in Italia la stampa iniziasse a dare corrette informazioni sui rischi delle radiazioni per le popolazioni vicine alle centrali nucleari, visto che finora nessuna autorità ha fornito lumi sulla questione. Aprire un dibattito pubblico anche su questo aspetto del nucleare sarebbe oggi quanto mai necessario visto che alcune aree del paese si troveranno presto ad essere indicate come possibili sedi di reattori atomici senza che la cittadinanza sia a conoscenza dei rischi per la salute. Ma ne siamo certi, a quel tempo avrà invece già ricevuto dal Governo numerose informazioni sui probabili “risarcimenti” economici.

In un’intervista su Qualenergia.it, Gianni Mattioli ci disse che secondo diversi studi scientifici il danno sanitario da radiazioni è un “danno senza soglia“. Ci spiegò che dosi anche piccole di radioattività innescano spesso processi di tumori, leucemie o effetti nelle generazioni successive, tanto che la definizione di “dose massima ammissibile” per i lavoratori e per le popolazioni, fornita dalla Commissione internazionale per la radioprotezione, invece di essere “quella particolare dose al di sotto della quale non esiste rischio”, è curiosamente “quella dose cui sono associati effetti somatici, tumori e leucemie, che si considerano accettabili a fronte dei benefici economici associati a siffatte attività o radiazioni”. Un approccio niente affatto rassicurante.

Oggi esistono prove significative che l’esposizione di residenti a infrastrutture nucleari può causare gravi danni alla salute anche per rilasci normali di radiazioni a livelli molto bassi. Lo ha attestato un recente studio del governo tedesco che ha riscontrato un aumento del 120% dei casi di leucemia e del 60% per quelli di cancro tra i bambini fino ai 5 anni di età che vivono entro i 5 km da un reattore nucleare. Un risultato che ha riacceso il dibattito in Germania, ma ancora poco conosciuto all’estero, per non parlare dell’Italia.

Lo studio KiKK (in tedesco è l’acronimo di cancro infantile in prossimità di centrali nucleari) merita attenzione per diverse ragioni. La prima perché è statisticamente rilevante: vengono infatti esaminati tutti i tipi di cancro pressi tutti i 16 siti nucleari tedeschi nell’arco di tempo che va dal 1980 al 2003, su una popolazione molto ampia che comprende anche i bambini sotto i 5 anni di età.
La seconda è la sua autorevolezza: è stato commissionato nel 2003 dall’Ufficio governativo tedesco per la radioprotezione dopo una formale richiesta da parte di gruppi di cittadini; è stato poi realizzato da un gruppo epidemiologico dell’Università di Mainz, che non può certo essere accusato di posizioni anti-nucleariste.
Terzo motivo è la sua validazione da parte dell’ufficio del governo tedesco che lo ha commissionato e che ha ufficialmente accettato la tesi che, in sintesi, i bambini residenti nei pressi di una centrale nucleare sviluppano il cancro e la leucemia più frequentemente di coloro che vivono più lontano dall’impianto.

Nello specifico lo studio conferma che “in Germania esisteva, al tempo della ricerca, una correlazione (vedi tabella) tra la distanza dell’abitazione rispetto alla più vicina centrale nucleare e il rischio di sviluppare il cancro (in particolare leucemia) prima del 5° anno di vita“. Questo studio non è in grado di definire i fattori di rischio biologico che potrebbero spiegare tale relazione. L’esposizione a radiazioni ionizzanti non è stata infatti misurata, ma i risultati sarebbero in linea con altri studi realizzati in precedenza. Nessuna conclusione viene quindi elaborata se non quanto statisticamente riportato.

Ma quale potrebbe essere la spiegazione della più alta incidenza di cancro e leucemie infantili presso le centrali nucleari? Un’ipotesi la espone Enviromnental Health, la rivista scientifica che ha ripreso lo studio tedesco: sebbene le emissioni radioattive normalmente provenienti dalle centrali nucleari siano basse, queste possono essere assorbite più facilmente dalla madre e incorporate dall’embrione. Non è da escludere infatti che i tessuti dei feti e dei neonati abbiano una sensibilità alle radiazioni superiore a quella finora stimata.
In realtà i dati in possesso delle autorità mondiali in materia non sono sufficienti a fornire stime di rischio per bassi livelli di radiazioni o per lunghe esposizioni o per i più deboli e comuni tipi di radiazione, ma solo per elevati livelli di esposizione (gli studi si basano infatti sugli effetti del dopo Nagasaki e Hiroshima, e più recentemente per Chernobyl). Tuttavia stanno diventando molte le ricerche che confermerebbero un rischio per la salute in casi di prossimità con una centrale o con rifiuti radioattivi.

Un recente articolo di The Guardian fa presente, inoltre, che stanno emergendo anche altri tipi di effetti delle radiazioni, poco conosciute dall’opinione pubblica, ma oggetto di un attento esame da parte della comunità mondiale dei biologici. Questi nuovi effetti possono causare mutazioni anche in cellule non colpite direttamente dalle radiazioni (distanti nello spazio o addirittura non ancora generate), sollevando così inquietanti quesiti riguardo alla definizione di un livello di sicurezza accettabile per le radiazioni.

E’ arrivato il momento che anche in Italia venga fatta chiarezza. Questo è un tema che non va lasciato ai soli tromboni dell’informazione mediatica, magari prezzolati da qualche gruppo industriale, ma si deve a lasciare spazio, almeno una volta in questo paese, a chi la ricerca la fa sul campo tutti i giorni, e che sia in grado di mostrare dati e rilevazioni veritiere, accurate e statisticamente significative.
Fino ad allora perché non applicare il principio di precauzione, evitando di far partire questa avventura che oggi può dirsi senza vie di uscita?

LB

21 gennaio 2010

Leonardo Berlen

21 gennaio 2010


Il nucleare francese non è sicuro

Dalla poca protezione degli impianti di fronte a possibili attentati, agli orari di lavoro del personale impiegato nelle centrali, fino al meccanismo dei subappalti nella manutenzione. La poca attenzione alla sicurezza delle autorità di Parigi sta incrinando anche il fronte pro-atomo d’Oltralpe

da il fatto quotidiano del 14 giugno 2011

Mentre l’Italia per la seconda volta in meno di 25 anni dice No all’energia prodotta dall’atomo, sul fronte della sicurezza nucleare francese arrivano notizie inquietanti. Soprattutto alla luce del disastro di Fukushima.

La prima. A La Hague, ridente paesino sulla costa della Normandia, esiste il più grosso impianto francese di smaltimento dei residui atomici, gestito da Areva, uno dei colossi (pubblici) del nucleare made in France. Lì arrivano, anche le scorie italiane. Ebbene, quel sito è a rischio.

A rompere il tabù che avvolge la brumosa (di nome e di fatto) La Hague c’è voluto un intraprendente pensionato, Guislain Quetel, 35 anni trascorsi lì dentro come tecnico responsabile della prevenzione contro le irradiazioni. Quetel, nei giorni scorsi, una volta lasciata l’azienda, ha convocato giornalisti, sindacalisti, politici locali per compiere una sorta di “outing”. Criticando “l’insufficiente sicurezza” del sito. Secondo lui, Areva dovrebbe costruire intorno all’impianto “una cattedrale di cemento” a difesa di eventuali atti terroristici e non limitarsi alla protezione metallica attuale. “Se solo venisse lanciato un proiettile esplosivo contro certe sezioni interne del centro, che contengono gli scarti di almeno un centinaio di reattori – ha sottolineato l’ex tecnico -, si provocherebbe una tragedia peggiore di quella di Fukushima”. Da sottolineare: Quetel resta un pro nucleare, niente di più.

Le polemiche non finiscono qui. Passiamo a Edf, l’altro colosso pubblico energetico, che gestisce i 58 reattori nucleari attivi del Paese (e che avrebbe voluto costruirne altri quattro con l’Enel in Italia). Sta pianificando di allungare i turni dei propri operai e tecnici per ridurre le fasi di blocco operativo delle sue centrali, a scapito della sicurezza. La novità sta scatenando un putiferio. E non solo da parte dei soliti “esagerati” militanti ecologisti, ma perfino di esperti del settore e dipendenti di Edf, assolutamente pro nucleare.

E’ stato il quotidiano Le Parisien a scovare una lettera in cui Philippe Druelle, vicedirettore della produzione atomica di Edf, chiede agli ispettori dell’Autorità di sicurezza nucleare delle “deroghe sulla durata massima del lavoro dei nostri dipendenti”. In sostanza l’obiettivo è di portare i turni fino a 12 ore al giorno e il numero di quelle complessivamente lavorate in una settimana a 78 (in Francia ci si ferma, secondo la legge, a 35). Edf vuole ricorrere a questa possibilità nelle fasi in cui i reattori restano fermi per poter svuotarli dal combustibile utilizzato e per compiere i necessari lavori di manutenzione. Insomma, si vogliono restringere i periodi di inattività, nei quali l’azienda non guadagna soldi.

Questo tipo di interventi viene ormai realizzato da imprese subfornitrici. E su questo punto già esistono timori e polemiche. “E’ dalla fine degli anni 80 che si è iniziato progressivamente a coinvolgere le società esterne a Edf, per ridurre i costi – sottolinea Anne Salmon, sociologa, autrice di “Le travail sous haute tension” e specialista del settore energetico – Tutto questo comporta grossi rischi perché ormai siamo alla subfornitura ‘a catena’. Edf stipula un contratto con un’impresa, che sua volta si accorda con un’altra per una parte dei lavori e così via. E per attività estremamente delicate. Ebbene, alla fine Edf non sa neanche chi entra nelle sue centrali”.

Ora, però, a questo problema se ne aggiunge un altro. I dipendenti del gruppo pubblico devono comunque controllare il lavoro dei subfornitori. Ma, spesso, con i turni normali i tempi si allungano (i blocchi durano fra uno e tre mesi). Con la nuova deroga richiesta, invece, estendendo i turni, Edf potrebbe restringere la durata dell’inattività. Va detto che sabato, i vertici di Edf hanno smentito le rivelazioni del Parisien, sottolineando che “in merito è in corso una trattativa con i sindacati”. Che, però, si sono fatti subito sentire (polemicamente) sull’argomento. “Edf si sta organizzando per legalizzare delle derive orarie inaccettabili e pericolose per i dipendenti. E dunque per la sicurezza nucleare”, si legge in un documento della Cgt, la forza più rappresentata all’interno di Edf, equivalente in Francia della Cgil.

Fabrice Guyon, tecnico nucleare del gruppo da 17 anni, spiega che “dal 2004 l’azienda ha cercato di cambiare i ritmi del lavoro. E la nozione del profitto a ogni costo ha iniziato a inserirsi nello spirito dell’impresa. Bisogna ormai garantire la redditività a ogni prezzo”. “Farci lavorare dodici ore di fila – continua – è aberrante. Perché oltre un certo limite di tempo non si ha più il livello d’attenzione necessario”. Guyon crede ancora nel nucleare civile, “ma la migliore garanzia della sicurezza è un personale motivato e che lavori nelle migliori condizioni. Il discorso vale pure per i subfornitori”.

Ultimo aggiornamento dal fronte nucleare francese. A pochi chilometri di La Hague, Edf possiede la più grossa centrale di Francia. E lì sta costruendo, assieme all’italiana Enel, un Epr, reattore potentissimo di terza generazione, del tipo di quelli previsti, e poi bocciati dagli italiani, da Berlusconi in Italia. Sabato scorso, in quel cantiere, è morto un lavoratore di 32 anni, precipitato giù da alcune decine di metri di altezza. Era, ovviamente, il dipendente di un’impresa sufornitrice, la Endel. Un altro, di 37 anni, era deceduto il 24 gennaio scorso, in condizioni simili. Un operaio della Normétal. Altro sufornitore di Edf.

di Leonardo Martinelli
 


Il nucleare di IV generazione non ha sicurezza intrinseca

di Lucia Venturi – 19/03/2008

Fonte: greenreport [scheda fonte]

 

 
 
  Al quartier generale di Edison sembra stiano scaldando i motori per ripartire l’energia nucleare in Italia. Forti anche di una campagna elettorale in cui il ritorno dell’energia dall’atomo nel nostro paese, che l’aveva bandita con un referendum vent’anni fa, sembrerebbe quasi una necessità irrinunciabile, si stanno già facendo ipotesi di quattro o cinque centrali da costruire (non si sa bene dove) nei prossimi dieci anni.

Questo il tempo necessario secondo Umberto Quadrino, amministratore delegato di Edison, per costruirne una ex novo perché ai cinque anni necessari per la realizzazione tecnica ne andrebbero aggiunti almeno altrettanti per la ricerca del sito (e del consenso) e per le autorizzazioni.

Sulle caratteristiche di queste centrali, i reattori sarebbero di terza generazione, dato che per la quarta le ricerche sono ancora in corso, per il problema delle scorie andrebbe individuato il sito (e ancora non è stato identificato quello per stoccare quanto residua dalla stagione nucleare chiusa vent’anni fa) o potrebbe essere risolto portandole all’estero (dove non è dato sapere); mentre per i finanziamenti, niente incentivi dallo Stato, fanno sapere da Edison, sarà il mercato a pagare. L’importante è che vi sia «una forte leadership politica e un consenso bipartisan» dice Quadrino.

Anche se, come ha dichiarato Christopher Crane, presidente della Exelon, una delle principali imprese elettriche Usa, dove con i forti incentivi previsti negli Usa dal Bill Energy Act di Bush si prevede l’installazione di due nuovi impianti nel prossimo decennio, «nessuno potrebbe costruire impianti nucleari in assenza di garanzie sui prestiti e senza quegli incentivi i nuovi impianti forse non sarebbero sulla rampa di lancio».

A ricordarci questa frase è Massimo Scalia, fisico e docente all’Università La Sapienza di Roma, che pare piuttosto scettico nei confronti della candidatura di Edison a costruire almeno cinque centrali nucleari nel nostro paese.
«Non sappiamo se Edison sia titolata più di altri a importare tecnologia nucleare, ma c’è comunque un problema di fondo su cui si continua a fare confusione, anche nei programmi dei due principali partiti. Si parla cioè di quarta generazione come quella che potrà fornire la tanto sperata sicurezza intrinseca, ma le cose non stanno così».

Ci spieghi meglio.
«La ricerca che si sta portando avanti attualmente nel consorzio generation four, riguarda la messa a punto di reattori autofertilizzanti veloci (fast breeders) che hanno tra le loro caratteristiche quella di utilizzare neutroni veloci, cioè ad energia più elevata e quindi con maggior probabilità di interagire con l’Uranio 238 e la capacità di produrre plutonio in maniera tale da renderlo utilizzabile in una trasformazione energetica successiva. Per questo si dicono autofertilizzanti, perché riducono il problema dell’approvvigionamento di uranio. Di questo tipo è ad esempio il Superphenix francese, ma questi reattori hanno però anche un´altra caratteristica, che è quella di non poter utilizzare acqua come raffreddante, come negli altri reattori, perché rallenterebbe i neutroni. Si usa allora sodio liquido, che esplode sia a contatto con l’aria che con l’acqua e quindi è un circuito molto più complesso da gestire e comporta problemi non indifferenti in termini di sicurezza. Quindi un reattore di cosiddetta quarta generazione ha il problema di essere plutonigeno, che se è vero che può ridurre il problema dell’approvvigionamento di combustibile è anche vero che in termini di sicurezza non è proprio da sottovalutare, dato che il plutonio oltre che per fare energia si usa anche per costruire le bombe. L’altro problema è quello e di utilizzare il circuito del sodio liquido che è assai pericoloso. Per questo è del tutto sbagliato parlare di quarta generazione intendendo reattori a sicurezza intrinseca.
La quarta generazione attiene infatti ad elementi di natura esclusivamente ingegneristica, mentre per la sicurezza intrinseca serve una ricerca di base».

Ci spieghi meglio allora cosa si intende per sicurezza intrinseca.
«Sicurezza intrinseca non significa aumentare i livelli e i punti di controllo in un reattore, ma mettere a punto reattori in grado di spegnersi automaticamente nel momento in cui si arriva al cosiddetto incidente tipico di riferimento, quando si raggiungono cioè condizioni di perdita del liquido refrigerante. Per ottenere questo è necessario cambiare la fisica di reattori e per farlo serve ricerca. Non mi risulta che all’interno del consorzio generation four esistano significative prestazioni di ricerca sulla sicurezza intrinseca».

C’è poi comunque anche il tema delle scorie, non si sa ancora con come trattarle in sicurezza.
«Sì ed è da sottolineare il fatto che mentre si ha la pretesa di dire che il problema è praticamente risolto non meno di tre anni fa si davano miliardi di euro da parte di Europa, Usa e Giappone per finanziare sistemi di incenerimento delle scorie. Se il problema fosse davvero risolto, perché continuare ad investire così tanto in queste ricerche?»
 


Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it
 


Le generazioni dei reattori nucleari

Chernobyl, vent'anni dopo

Quanto siamo lontani dai reattori nucleari di quarta generazione? Che cosa avranno di nuovo e migliore questi reattori? Quali sono le tre generazioni precedenti? I reattori attuali non sono abbastanza efficienti e sicuri? Che problemi hanno?

Francesca Tatasciore

29 ottobre 2006

L’espressione “reattori di quarta generazione” è stata coniata negli USA, nell’ambito di un progetto noto come “Generation IV Initiative”, promosso dagli Stati Uniti coinvolgendo altre nove nazioni, cioè Argentina, Brasile, Canada, Francia, Giappone, Corea del sud, Sud Africa, Svizzera e Regno Unito.Il progetto mira a mettere in commercio nei prossimi decenni una “quarta generazione” di reattori a fissione con caratteristiche molto migliori di quelli delle tre generazioni precedenti.

Le tre generazioni precedenti sono rispettivamente:

Gen I: I primi impianti di bassa potenza ( qualche decina o centinaia di MW) costruiti negli ultimi anni 50 e primi anni 60;

Gen II: gli impianti di tipo LWR ( Light Water Reactor, cioè Reattore ad Acqua Leggera), di grande potenza ( dell’ordine di 1000 MW) realizzati nelle due filiere, rispettivamente ad acqua bollente (BWR: Boiling Water Reactor) e ad acqua pressurizzata ( PWR : Pressurized Water Reactor). Sono di questo tipo quasi tutti gli impianti in funzione negli USA, e per fare un esempio più vicino a noi era un BWR da 860 MW il reattore di Corso.

Gen III: impianti di tipo PWR, installati a partire dagli anni 90 soprattutto in Giappone e Corea, come evoluzioni più affidabili e meno costose degli impianti PWR Gen II.

Gen IV rappresenta invece un progetto non evolutivo ma rivoluzionario : per sapere in dettaglio di cosa si tratta si può digitare “Generation IV Initiative” su un buon motore di ricerca e viene fuori una valanga di informazioni.

In estrema sintesi, vengono individuati sei tipi di reattori a fissione, tre a neutroni lenti e tre a neutroni veloci, che nel giro di alcuni decenni dovrebbero venire studiati, collaudati e poi immessi nell’uso commerciale. Le più importanti caratteristiche migliorative rispetto a quelle dei reattori attuali dovrebbero essere:

  1. Migliore utilizzazione del combustibile nucleare. Contemporaneamente verrebbe sia reso più difficile il recupero di materiale fissile a scopo bellico dal combustibile esaurito, sia diminuita la quantità di isotopi radioattivi a vita media lunghissima presenti nel combustibile esaurito.
  2. Funzionamento a temperature molto più elevate: questo consentirebbe sia di migliorare l’efficienza termodinamica nella produzione di potenza elettrica sia di ottenere  con processi termochimici ed elettrochimici  ad alta efficienza idrogeno da usare come carburante per veicoli a bassissime emissioni.
  3. Smaltimento sicuro e passivo, cioè senza intervento massiccio di sistemi esterni di pompaggio, della potenza termica generata dal decadimento dei prodotti di fissione nel caso di arresto d’emergenza del reattore. Questo aspetto è particolarmente critico per la sicurezza di funzionamento, come si è visto nel 1979 nel caso della centrale di Three Miles Island negli USA: la perdita dell’acqua di refrigerazione provocò il surriscaldamento degli elementi di combustibile con la formazione di una bolla di idrogeno e ossigeno che avrebbe potuto provocare un’esplosione, e che per fortuna fu eliminata senza danni solo dopo molti sforzi e tantissima paura.

Ho usato il condizionale perché lo sforzo richiesto dal progetto è veramente enorme sotto tutti gli aspetti ( scientifico, tecnologico, organizzativo, finanziario,…), per cui non è detto che le cose vadano proprio così lisce come i promotori ipotizzano. Comunque la strada di grandi progetti transnazionali mi sembra la sola percorribile con prospettive ragionevoli di successo.

Concludo facendo notare che in ogni caso non bastano reattori più sicuri e più efficienti per rendere accettabile su vasta scala l’uso dell’energia nucleare da fissione: bisogna sempre tenere in mente il ciclo complessivo del combustibile, dal momento dell’estrazione del minerale a quello dello smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi. E questo mi porta immediatamente a dire che è assolutamente fondamentale coinvolgere, spiegando e convincendo, le popolazioni interessate a tutti gli stadi del processo.        

Francesco Giusiano Dipartimento di Fisica, Università di Parma




HTR
Reattori di IV generazione, raffreddati da elio a temperatura elevata, non hanno necessità di acqua per il sistema di raffreddamento e per questo sono anche detti “reattori asciutti”. La taglia è inferiore a quella dei reattori convenzionali (10-300 megawatt). Il prototipo MGHTR è allo studio della cooperazione fra la General Atomics (U.S.A.), Framatome (Francia e Germania), Fuji Electric (Giappone)e vari istituti russi. Un altro progetto è seguito in Sudafrica e da BNFL nel Regno Unito, anche la Cina ha costruito un prototipo sperimentale da 10 MW, il HTR-10

Il punto di forza di questa tecnologia è nella sua qualità di essere a sicurezza intrinseca, in pratica una legge fisica (dilatazione Doppler) impedisce la fusione del nocciolo: più gli atomi si surriscaldano, più si distanziano tra loro, diventa quindi più difficile per il neutrone colpirne il nucleo, nel nucleo ad alta densità di un reattore convenzionale (LWR) gli effetti del fenomeno sono assolutamente marginali, gli ingegneri del HTR-10 hanno già fatto qualcosa di inconcepibile per un reattore normale: hanno disattivato l’impianto di raffreddamento ad elio e aspettato che il reattore si stabilizzasse da solo.
Articolo sui reattori HTR www.movisol.org


Nucleare di quarta generazione

Il nucleare di quarta generazione è l’ultimo nato nella “famiglia” del nucleare. L’energia nucleare ha prodotto, fino ad oggi (ottobre 2010) quattro generazioni, di cui quest’ultima è ancora nella fase embrionale e, se vogliamo continuare la metafora del bambino, non è ancora nata del tutto. I reattori di quarta generazione infatti sono un insieme di disegni e modelli teorici dei reattori nucleari attualmente oggetto di ricerca.

La maggior parte di questi disegni si crede non diventeranno mai commerciabili, almeno non prima del 2030, con l’eccezione di una versione del reattore ad altissima temperatura (VHTR) chiamato Next Generation Nuclear Plant (NGNP). Il primo NGNP si calcola possa essere completato entro il 2021. I reattori nucleari con finalità energetiche al momento in funzione in tutto il mondo sono generalmente considerati sistemi di seconda o terza generazione, con la maggior parte dei sistemi di prima generazione che sono stati chiusi o sostituiti già diversi anni fa.

La ricerca di questi tipi di reattore è stata ufficialmente avviata dal Forum Internazionale della Generazione IV (GIF) basato su otto obiettivi tecnologici. Gli obiettivi primari erano quello di migliorare la sicurezza nucleare, migliorare la resistenza alla proliferazioneminimizzare gli sprechi e l’utilizzo delle risorse naturali, e diminuire il costo per costruire e gestire tali impianti. I reattori sono destinati ad essere utilizzati nelle centrali nucleari per produrre energia nucleare da combustibili nucleari.

Tre sistemi sono nominalmente reattori termici e tre reattori veloci. Il VHTR è anche oggetto di ricerca potenzialmente per fornire calore ad alta qualità di processo per la produzione di idrogeno. I reattori veloci offrono la possibilità agli attinidi di bruciare per ridurre ulteriormente i rifiuti e di essere in grado di riprodurre più carburante di quanto ne consumino. Questi sistemi offrono significativi progressi nel campo della sostenibilità, sicurezza e affidabilità.

Reattore ad altissima temperatura (VHTR): Il concetto base di questo reattore è l’utilizzo di un nocciolo moderato a grafite con un unico passaggio nel ciclo del combustibile ad uranio. Questo reattore prevede una temperatura di uscita di 1.000 ° C. Le alte temperature consentono applicazioni come produzione di calore o di idrogeno attraverso il processo termochimico zolfo-iodio. Il reattore avrebbe anche un sistema di sicurezza passiva. Il primo VHTR previsto doveva essere installato in Sudafrica nella versione PBMR (reattore modulare su letto di ciottoli), ma un improvviso incremento dei costi e le preoccupazioni su possibili problemi tecnici imprevisti hanno scoraggiato i potenziali investitori e clienti ed hanno fatto saltare le trattative.

Reattore ad acqua supercritica (SCWR): Questo reattore utilizza l’acqua supercritica come fluido di lavoro. Si tratta fondamentalmente di reattori ad acqua leggera (LWR) che operano alle più alte pressioni e temperature con un unico ciclo diretto che li rendono simili ad un reattore ad acqua bollente (BWR). Ma dal momento che utilizza acqua supercritica (da non confondere con la massa critica) come fluido di lavoro, consta solo di una fase, come il Pressurized Water Reactor (PWR). Ma comunque potrebbe funzionare a temperature molto superiori degli attuali PWR e BWR. Si tratta di reattori con un’elevata efficienza termica (cioè, circa il 45% contro circa il 33% di efficienza per i reattori ad acqua leggera attuali) e la semplificazione dell’impianto. L’obiettivo è la produzione di energia elettrica a basso costo ed attualmente sono 13 i Paesi che lo stanno studiando.

Reattore a sali fusi (MSR): Questo è un tipo di reattore nucleare in cui il liquido refrigerante è il sale fuso. Sono stati molti i disegni presentati per questo tipo di reattore ed alcuni prototipi sono anche stati costruiti. Qui il combustibile nucleare dissolto nel sale fuso come tetrafluoruro fluoruro di uranio (UF4), farebbe raggiungere al fluido la criticità di flusso in un nucleo di grafite che servirebbe anche come moderatore.

Reattore veloce raffreddato a gas (GFR): Il sistema è dotato di uno spettro a neutroni veloci e ciclo del combustibile chiuso efficiente per la conversione dell’uranio fertile e la gestione degli attinidi. Il reattore è raffreddato ad elio, con una temperatura di uscita di 850 ° C, e con una turbina diretta a gas a ciclo Brayton ad alta efficienza termica. Diverse forme di combustibile sono considerate per il loro potenziale di operare a temperature molto elevate e per garantire un ottimo mantenimento dei prodotti di fissione.

Reattore veloce raffreddato a sodio (SFR): E’ un modello che si basa su due progetti strettamente connessi già esistenti, il reattore nucleare autofertilizzante ed il reattore veloce integrale. Gli obiettivi sono di aumentare l’efficienza dell’utilizzo di uranio dal processamento del plutonio ed eliminare la necessità che gli isotopi transuranici lascino il sito. La progettazione del reattore utilizza un nocciolo non moderato in esecuzione su neutroni veloci, progettati per consentire ad un isotopo transuranico di essere consumato (e in alcuni casi utilizzato come combustibile).  La sicurezza è passiva e la quantità di rifiuti è all’incirca dimezzata. Un prototipo del reattore veloce integrale è stato costruito, ma il progetto venne cancellato prima che potesse entrare in funzione.

Reattore veloce raffreddato a piombo (LFR): Questo è provvisto di un reattore raffreddato a piombo a spettro neutronico veloce o lega a eutettica piombo/bismuto (LBE) con un ciclo del combustibile chiuso. Una batteria elettrica rifornisce la centrale quando non sono presenti reazioni elettrochimiche. Il carburante è di metallo o di nitruro a base di uranio fertile e contenente elementi transuranici. Il LFR è raffreddato per convezione naturale con una temperatura di uscita del liquido di raffreddamento del reattore di 550 ° C, che può arrivare fino ad 800 ° C con materiali avanzati. La temperatura più elevata consente la produzione di idrogeno da processi termochimici.

Vantaggi. Rispetto all’attuale tecnologia delle centrali nucleari, i benefici dichiarati per i reattori di quarta generazione sono:

  • Le scorie nucleari durano pochi decenni, anziché millenni;
  • Resa energetica di 100-300 volte superiore alle precedenti versioni con la stessa quantità di combustibile nucleare;
  • Possibilità di consumare scorie nucleari esistenti per la produzione di energia elettrica;
  • Migliorata sicurezza di funzionamento.

L’altro lato della medaglia, gli svantaggi, riguarda il fatto che, trattandosi di una tecnologia nuova, ancora i rischi sulla sicurezza ed i costi possono essere maggiori, mentre gli operatori hanno poca esperienza con il nuovo modello. L’ingegnere nucleare David Lochbaum ha spiegato che quasi tutti gli incidenti nucleari gravi si sono verificati con quella che era al tempo la tecnologia più recente. Egli sostiene che

il problema dei nuovi reattori e degli incidenti è duplice: gli scenari impossibili da pianificare nelle simulazioni e gli esseri umani che fanno errori. Fabbricazione, costruzione, funzionamento e la manutenzione dei nuovi reattori dovranno affrontare una ripida curva di apprendimento. Le tecnologie avanzate avranno un elevato rischio di incidenti ed errori. La tecnologia può essere provata, ma le persone no.

Le nazioni che attualmente stanno studiando questa nuova forma di reattori nucleari sono Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera, Corea del Sud, Sudafrica, Giappone, Francia, Canada, Argentina, Unione Europea, Cina e Russia. Nonostante, come abbiamo visto, gli Stati Uniti stiano spendendo diversi milioni in ricerca su questa nuova tecnologia, non è molto convinto di questa scelta il Presidente Barack Obama, fermo sostenitore delle energie rinnovabili, il quale ha ammesso di puntare ancora sul nucleare solo per colmare momentaneamente il vuoto che un giorno verrà riempito dalle energie pulite.

La “Quarta generazione” dell’energia nucleare è un’altro slogan che ha poco successo alle spalle. L’idea è che questi nuovi reattori serviranno a chiudere il ciclo del combustibile e dei rifiuti, cioè rielaborare le barre di combustibile esaurite in nuove che possono essere riutilizzate. Tuttavia, come per la cattura ed il recupero del carbonio, tanto c’è ancora da fare, nonostante oltre 60 anni e miliardi di dollari nella ricerca. Nel frattempo alcuni Paesi, come Francia e Giappone, riproducono il carburante in modo limitato, producendo ancora centinaia di tonnellate di rifiuti tossici che potrebbero potenzialmente essere utilizzati nelle armi nucleari. Un impianto francese pompa 100 milioni di litri di rifiuti liquidi radioattivi nel canale della Manica ogni anno, e il governo francese ha calcolato che il ritrattamento dei rifiuti costerà 25 miliardi di dollari in più rispetto allo stoccaggio.

Rimangono dunque dubbi sulla possibilità di trattare i rifiuti radioattivi, e spendere altre decine di miliardi di dollari in ricerche che poi ripropongono lo stesso problema non sembra un affare economicamente vantaggioso.

La quarta generazione dell’energia nucleare non è più sicura delle centrali esistenti. In realtà, ha i suoi pericoli. Un tipo di questo reattore utilizza sodio altamente reattivo come refrigerante che, se prende fuoco quando esposto all’aria ed esplode, entra in contatto con l’acqua. E il carburante è ancora radioattivo. Dato che il ciclo del combustibile deve essere ancora chiuso, nonostante i tentativi in tutto il mondo, il popolo americano affronterà ancora la minaccia del combustibile esaurito.

Insomma i costi sembrano alti e, al momento, ancora incalcolabili, mentre i pericoli reali e i problemi, nonostante la tecnologia avanzata, restano sempre lì. Visto che non si prevedono tempi brevi per la realizzazione delle prime centrali nucleari di quarta generazione, c’è la possibilità che con il progredire delle tecnologie rinnovabili l’atomo venga sempre meno utilizzato, lasciando morire questo pargolo ancora in grembo.

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