Fisicamente

di Roberto Renzetti

PARTE II – MESOPOTAMIA

Roberto Renzetti

1 – UN POCO DI STORIA

    La Mesopotamia è terra con una storia di fondamentale importanza per tutti i popoli che poi saranno mediterranei. Per la sua situazione geografica, contrariamente all’Egitto, la Mesopotamia era un territorio in cui si insediarono popolazioni che, dopo aver portato a grande sviluppo un’agricoltura razionale (fiorentissima, con superbi sistemi d’irrigazione(1)), integrata con l’allevamento e con la produzione artigianale, fecero prevalentemente  attività commerciale.  Attraverso la Mesopotamia passavano tutti i traffici dall’Oriente (Valle dell’Indo, Afghanistan, Persia) verso lo Yemen, l’Arabia, l’Egitto e le terre che si affacciavano sul Mediterraneo. Come l’Egitto è una civiltà che si sviluppò nella valle di fiumi. Anche qui un grande potere era del tempio e dei suoi sacerdoti che amministravano l’economia e distribuivano i suoi proventi tra la popolazione. Per realizzare la contabilità di tutte queste attività era indispensabile l’opera di molti scribi che, oltre  a trascrivere, fungevano anche da contabili. Tutte le entrate e tutte le uscite venivano registrate e gli scribi rispondevano personalmente di ogni cosa facessero. I loro sigilli erano apposti sia sulle tavolette contabili che sulle porte dei magazzini, e qualunque irregolarità veniva pagata da loro con pene che potevano arrivare fino alla morte. Ed ogni ramo dell’amministrazione del tempio (agricolo, tessile, pastorizia, esportazione, importazione) era regolato con medesimi principi contabili.  Su queste tavolette erano segnati calcoli di tasse, le nascite, le morti le leggende, le lezioni scolastiche, lettere personali e tutti quei calcoli che servivano per mantenere l’organizzazione di una città-stato. Ogni documento veniva conservato con l’accortezza che ogni scriba doveva fare il riepilogo annuale dei settori che praticamente amministrava (scavi archeologici iniziati nel 1888 a Nippur (l’attuale Nuffar)  hanno portato alla luce oltre 50 mila tavolette mentre quelli iniziati intorno al 1840 a Ninive hanno portato addirittura alla luce l’intera biblioteca di Assurbanipal costituita da 25000 tavolette, senza contare le centinaia di tavolette trovate ad Uruk e risalenti a circa il 5000 a.C.. In totale si dispone di circa 500 mila tavolette delle quali solo un millesimo è di natura matematica). E’ d’interesse osservare poi che una delle pratiche i uso tra i babilonesi era il prestito del denaro e, attenzione, ad interessi variabili a seconda dell’ammontare della cifra e del tempo necessario a restituirla. E con che interessi si aveva a che fare ? Da veri e propri strozzini, perché essi andavano dal 20 al 33 %. E questo lo dico non per il fatto che può essere giudicato riprovevole ma per dire che le abilità matematiche erano molto elevate.

E’ evidente che dietro questa organizzazione doveva esservi una misura oggettiva del tempo organizzato in un anno amministrativo di 360 giorni (12 mesi di 30 giorni) con 5 o 6 giorni di festa a fine anno per compensare la differenza con l’anno solare. 

Come vedremo la natura diversa delle attività di queste popolazioni  farà sì che esse svilupperanno una matematica con tratti distintivi differenti da quella egizia.

I primi documenti scritti di cui disponiamo, risalgono a 3500 anni a.C., si tratta di moltissimi documenti redatti su tavolette d’argilla blanda, poi fatta essiccare, anche ben conservati, in caratteri che, per la loro forma, sono detti cuneiformi. La prima popolazione che conosciamo insediatasi nella zona, quella più a sud, vicina alla foce dei fiumi ed al Golfo Persico(2), intorno al IV millennio a.C., è la sumera, distinta etnicamente dalla semita e da popoli indogermanici posteriori, che si era sovrapposta ad un’altra preesistente che non conosciamo in un’epoca non precisata. Sappiamo invece che le fioriture culturali e scientifiche furono dovute proprio ai sumeri che, con il trascorrere degli anni, si mescolarono, via via, con altre popolazioni che arrivavano e si insediavano in zone limitrofe. Rifare una storia di quei popoli è molto complesso, anche perché, data la fertilità della zona e la sua felice posizione strategica ma non dalla punto di vista di protezioni naturali, fu soggetta a continue invasioni. La nota (3) riporta un sunto delle varie popolazioni e culture che si sono susseguite nella zona anche se, va avvertito, l’impronta culturale sumera permarrà almeno fino al XIX secolo a.C. quando, dopo un periodo di sconvolgimenti,  invasioni e migrazioni, inizierà ad emergere una cultura babilonese (i babilonesi erano localizzati in una zona più a nord rispetto ai primi insediamenti sumeri)  disturbata dalla continua lotta di potere con l’Assiria che darà poco culturalmente funzionando essenzialmente, e non è cosa da poco, come entità che conserva e trasmette conoscenze (almeno fino al VII secolo a.C.).

Questo è il motivo per il quale si usa parlare, soprattutto per ciò che riguarda i progressi scientifici in generale e matematici in particolare, di civiltà sumero-babilonese. E senza che sia possibile una netta distinzione anche perché la documentazione di cui disponiamo è anonima ed atemporale. Essa proviene da biblioteche ed è frutto di copisti o compilatori che risalgono ad un’epoca in cui i due gruppi etnici si erano già fusi. Leggendo che una tavoletta è una copia, non viene detto a quanto tempo prima risale l’originale. La anche se disponiamo di un originale, non sappiamo mai se esso è elaborazione di chi l’ha materialmente scritto o trascrizione di antiche tradizioni orali. Non disponiamo di testi tanto antichi da poterli assegnare con certezza ai sumeri.

Riguardo alla tradizione orale vi sono poi importanti osservazioni da fare. Tutti i moltissimi documenti di cui si dispone, sono di carattere applicativo, esemplificazioni e raccolta di esercizi. Non disponiamo di nessun trattato che faccia intravedere una qualche teoria e ciò ci porterebbe ad un giudizio sulle elaborazioni sumero-babilonesi del tipo di quello dato per l’Egitto. Ma le cose qui non sembrano stare così poiché nei documenti che abbiamo, pur nei limiti detti, si intravede una forte capacità di astrazione (i sumero-babilonesi, con indiani e maya, usavano la numerazione di posizione che è il migliore ed il più sviluppato sistema di numerazione dell’antichità; in esso la posizione della cifra indica la potenza della base che gli corrisponde) che lascia presupporre l’esistenza di trattati teorici. Non disponendo però di essi, come base documentale, dobbiamo concludere, a meno di nuovi ritrovamenti archeologici, che vi fosse una base di conoscenza teorica trasmessa oralmente. Lo si nota un poco dappertutto ma particolarmente in matematica. Vi sono delle soluzioni che sembrano discendere dal nulla, non vi sono spiegazioni di sorta e tantomeno giustificazioni. Ma dietro vi deve certamente essere una “regola”, la conoscenza di una teoria che viene semplicemente applicata. Compito dello studioso è quello di ritrovare questa teoria, con un procedimento inverso, a partire dalle elaborazioni applicative conosciute.

Tavoletta babilonese in cui si può cogliere il tentativo di calcolare l’area del cerchio a partire da quella del quadrato. Museo Britannico, Londra.

Ci sono da aggiungere alcune cose per cogliere qualche carattere distintivo con l’Egitto. I due popoli marciarono con conoscenze pressoché simili, anche se non vi furono scambi culturali di un qualche interesse, ma mentre in Egitto si ebbe una supremazia in ambito aritmetico, geometrico e medico, i sumero-babilonesi possono vantare il primato in algebra ed astronomia. E proprio questa conoscenza approfondita del cielo mentre da una parte discendeva  da esigenze di misurazioni del tempo legate all’agricoltura dall’altra apriva la strada a pratiche magiche e divinatorie che, se esercitate da sacerdoti, erano legalmente accettate come pratiche ufficiali di tipo religioso (il fine era la cura per il maggior benessere dei cittadini). A loro volta tali pratiche, eseguite meticolosamente e catalogate, rappresentavano una raccolta di dati dell’esperienza che, a lungo andare, aiutò la scienza nel suo sviluppo. L’astrologia invece apparve, come spesso accade, nell’epoca del declino dei popoli mesopotamici.

Nonostante quanto detto vi era un principio laico a fondamento della cultura mesopotamica. In questi popoli tutto era regolato dalla divinità ma per essi la religione in nessun caso era un principio esplicativo universale ma piuttosto andava intesa come una sorta di filosofia. Ciò fu di grande aiuto alla conoscenza di tipo scientifico perché ma i si ricorreva alla religione o alla magia per spiegare fatti naturali.

2 – LA RAPPRESENTAZIONE DEI NUMERI E LA BASE 60

I primi documenti sulla numerazione in Mesopotamia sembrano addirittura precedenti alla scrittura. Si tratta di tavolette sumere che risalgono al 28° secolo a.C.. Altre tavolette (24° secolo a.C.) già mostrano la conoscenza di unità di misura per pesi, capacità, aree oltre alle prime frazioni (1/2, 1/3, 5/6).

Va detto che la scrittura cuneiforme fu decifrata intorno alla metà del XIX secolo, ma solo a partire dal 1930 furono fatti studi sistematici. Fu il matematico Otto Neugebauer il primo a pubblicare i risultati dei suoi studi su tavolette matematiche tra il 1935 ed il 1937 ed a lui si aggiunsero presto altri lavori di pregio. Per evitare confusioni occorre dire che la primitiva numerazione sumera non era posizionale ed aveva simboli diversi da quelli che vedremo e che si iniziarono ad utilizzare intorno al 2000 a.C.

Nella più antica grafia sumera i numeri(5) si indicavano con aste ravvicinate, a forma di chiodo o di cuneo, fino al 9, con sovrapposizioni di diverso tipo. Il 10 era rappresentato da altro simbolo < e dalla combinazione di questi due soli simboli seguivano tutti gli altri numeri.  Dal numero 10 i simboli erano quelli mostrati in figura, dove si capisce anche come prosegue la numerazione.

A questo punto è però indispensabile soffermarsi sulla base della numerazione che, come accennato, era 60 (4) (mescolata con base 10).

Riferendosi alla figura precedente, continuando a dare numeri con base additiva (un poco come in Egitto), sarebbe stato impossibile avanzare in calcoli complicati. E già complicazioni si presentavano nello scrivere, e quindi operare con, numeri fino a 60. Per rendersi conto guardiamo alcuni numeri scritti con sistema additivo:

Se si fosse proseguito così è probabile che la matematica mesopotamica si sarebbe evoluta come quella egizia. A partire da circa il 2500 a.C. però ci si rese conto della possibilità di poter raddoppiare, triplicare, quadruplicare i due simboli principali (l’1 ed il 10) assegnando loro valori dipendenti dalle posizioni che occupavano nella scrittura del numero. Divenne allora possibile scrivere numeri, anche molto grandi(6), con maggiore semplicità. Vediamo qualche esempio:

Conviene partire dall’ultimo esempio di figura. Il primo simbolo, che rappresenta di per sé 60, occupa la prima posizione di tre posizioni e vale quindi 60 elevato alla seconda; l’insieme dei sei simboli successivi è in una seconda posizione del numero e quindi ogni 60 deve essere elevato alla 1, dando il 60 medesimo; l’insieme dei sei simboli successivi rappresenta il numero prima del 60 che è 42. Quindi: se il numero era costituito da una sola posizione veniva letto semplicemente per quel che era con il sistema additivo; se vi erano due posizioni, la prima era un 60 e la seconda il numero in termini additivi; se le posizioni diventavano 3, la prima era un 60 elevato alla seconda, la seconda un 60 e basta e la terza il solito numero additivo; e così via. Si deve notare che il primo numero dato può essere un 1 o un 60, dipendendo dalla posizione occupata, con qualche dubbio, che discuto subito dopo la scrittura delle frazioni (la confusione del medesimo simbolo per due numeri completamente diversi può risiedere nell’uso: può benissimo essere che all’inizio quel simbolo fosse differenziato per le dimensioni, il 60 più grande e l’1 più piccolo. A lungo andare i due simboli hanno acquisito medesime dimensioni). Osservo a margine che, data una certa posizione, al suo interno la notazione è decimale di tipo additivo. Più in generale si può affermare che tutto ciò che è sessagesimale è posizionale ed all’inverso, allo stesso modo che tutto ciò che è decimale (all’interno di una data posizione) è addizionale e viceversa(7).

Stabilito il principio, era abbastanza semplice trasferirlo alle frazioni con notevoli conseguenze:

A questo punto è evidente al lettore che potevano nascere non poche confusioni se non si fosse ricorso (cosa che accadde più avanti nel tempo) ad un separatore delle posizioni. Anche perché una posizione poteva essere vuota, cosa che corrisponde al nostro zero in una cifra, zero ignoto in Mesopotamia (vedi nell’esempio seguente, quando ho scritto che il 60 va preso zero volte). Senza tale separatore per capire di che numero si trattava, occorreva riferirsi al contesto. Ma vediamo uno degli infiniti possibili equivoci. Se abbiamo il numero:

esso, senza separatori, può valere: 60 (preso 2 volte) + 40 = 160; oppure 60(preso 2 volte) + 60 (preso zero volte) + 40 = 7240; oppure 2 + 60-1 (40 volte) = 2  2/3; oppure 60-1 (2 volte) + 60-2 (40 volte) = 2/45.

Il simbolo separatore fu introdotto solo nel periodo seleucida, a partire dal IV secolo a.C.. Utilizzando il separatore (due triangolini sovrapposti) il numero 7240 risulta univocamente il seguente:

con questo si risolveva il problema dello zero all’interno di una cifra ma restava ancora il problema dello zero alla fine di una cifra. La cosa si potrà risolvere solo con l’introduzione completa e molto più tarda dello zero, di provenienza indiana.

3 – LE QUATTRO OPERAZIONI DELL’ARITMETICA

In quanto abbiamo detto sui numeri, vi sono già le regole per l’addizione (che in alcune tavolette è chiamata tab). Si trattava solo di aggiungere simboli al numero dato. Per la sottrazione occorreva togliere dei simboli al numero dato ma occorreva indicarla. Mentre l’addizione non necessitava di alcun simbolismo, il simbolo per la sottrazione era:

di modo che 40 – 3 si indicava:

Per la moltiplicazione e la divisione, i mesopotamici disponevano di tavole. E poiché la divisione di un numero m per un numero n, cioè m/n, corrisponde a moltiplicare m per l’inverso di n, cioè corrisponde all’operazione m x 1/n, esistevano anche tavole per gli inversi dei numeri.

Serve quindi un solo simbolo, quello della moltiplicazione che è:

e che si legge a-ra, che vuol dire andare.

E vediamo ora come era preconfezionata la moltiplicazione con una tavola che fornisce quella per 25

Da A. Pichot, tavoletta proveniente da Susa databile intorno al 2000 a.C.. Nella seconda colonna della trascrizione a base 60, il numero prima del punto rappresenta quanti 60 occorre considerare ed il numero dopo il punto indica cosa occorre sommare ai 60 precedenti (la notazione è stata introdotta da Neugebauer).

Come già detto, per la divisione si utilizzavano le tavole degli inversi perché una divisione è una moltiplicazione del dividendo per l’inverso del divisore. Ed ecco di seguito una tavola degli inversi

Da A. Pichot. Nella tavola sono indicati i soli inversi (forse: igi) senza resto ovvero “regolari” (denominazione di Neugebauer). Esiste anche una tavoletta che riporta una tavola con l’ inverso del numeri irregolare 7, la YBC 10529 databile tra il 1900 ed il 1600 a.C.  In assenza di tali tavolette, dovendo ad esempio dividere per 7 o per 11,  occorreva andare a tentoni cercando il numero che, moltiplicato per 7 o per 11, fosse il più approssimato possibile al numero che si doveva dividere. Ho notizia che recentemente si siano trovate tavolette con gli inversi degli irregolari 11 e 13.

4 – RADICI QUADRATE, CUBICHE E SUCCESSIVE

Da abilissimi costruttori di tavole, i mesopotamici ne costruirono anche per i quadrati ed i cubi di numeri che vanno fino al 60. Tali tabelle, lette alla rovescia, fornivano anche le radici quadrate e le radici cubiche di quei quadrati e cubi ma, evidentemente, solo di quadrati e cubi perfetti. Vi sono però delle tavolette d’argilla che documentano il fatto che, in Mesopotamia, si fosse in grado di calcolare anche le radici quadrate e cubiche di numeri che non sono né quadrati né cubi prerfetti. Vi sono i risultati ma non possediamo la strada per capire come siano arrivati a fare tali operazioni. Si possono fare delle ipotesi ed io riporto qui quella che avanzano la gran parte degli studiosi (Pichot, Boyer, Gheverghese Joseph, …).

Nella tavoletta d’argilla (provenienza Nippur, circa 1800 a.C.) riportata in disegno nella figura seguente, abbiamo a che fare con una tavola di radici quadrate. La

Da Pichot

traduzione in italiano e nel nostro sistema decimale recita:

1 è la radice di 1

2 è la radice di 4

3 è la radice di 9

4 è la radice di 16

…………………….

28 è la radice di 784

29 è la radice di 841

Ma è la tavoletta YBC 7289 (della Yale Babylonian Collection), databile tra il 1900 ed il 1600 a.C., che ci offre una grandissima sorpresa per ciò che dice e per ciò che fa supporre. La tavoletta è mostrata nella foto qui sotto e riportata in

disegno a sinistra della figura che segue (il disegno a destra è la sua traduzione in numeri del sistema a base 60).

Da Pichot

Dato un quadrato di lato 30, si tratta di trovare la sua diagonale e noi sappiamo che questa operazione introduce la radice quadrata di 2 che i babilonesi davano con estrema precisione, in pratica vicina a quella che oggi conosciamo. Cerchiamo di capire a partire da come supponiamo che si operasse per calcolare radici di numeri qualunque (non quadrati o cubi perfetti).

Supponiamo di voler cercare il numero x che è la radice quadrata del numero a. Scegliamo ed indichiamo con a1 una prima approssimazione di tale radice, in modo che a12 sia leggermente superiore ad a. Consideriamo ora l’equazione b1 = a/a; il numero b1 sarà una successiva approssimazione della radice cercata con le seguenti proprietà: se a1 è un’approssimazione per difetto, allora b1 sarà una approssimazione per eccesso, e viceversa (nelle nostre ipotesi b1 è leggermente inferiore alla radice di a). Da questa proprietà possiamo ricavarci a2, una successiva approssimazione della radice cercata, come media aritmetica di a1 e b1

a2 = 1/2(a1 + b1)

Poiché a2 è ancora un’approssimazione per eccesso, si può considerare, con le avvertenze fatte precedentemente, l’approssimazione successiva. b2 = a/ache sarà per difetto. A questo punto si considera la media aritmetica tra a2 e b2, cioè: a3 = 1/2(a2 + b2che fornirà una approssimazione ancora migliore al numero cercato. E’ chiaro che il procedimento può proseguire indefinitamente, ottenendo approssimazioni sempre migliori della radice cercata.

Questo metodo iterativo è quello che si suppone essere stato utilizzato dai babilonesi e corrisponde ai primi due termini dello sviluppo del binomio di Newton di (a2 + b)1/2 . Se cioè risulta:

si avrà:

Ritornando alla tavoletta di Yale, con questo ipotizzato sistema(8), il valore per la radice di 2 trovato, fermandosi all’approssimazione a3 è (nel sistema decimale):  1,4142128… quando esso oggi sappiamo essere 1,4142135. Tornando alla figura, i numeri che sono all’interno del quadrato di destra sono nel sistema sessagesimale e valgono rispettivamente nel sistema decimale:

1.24.51.10 = 1,4142128

42.25.33 = 42,426388

Quest’ultimo numero, è proprio originato dal prodotto del lato del quadrato per la radice di 2:

42,426388 = 30 x 1,4142129

ciò vuol dire che i due numeri all’interno del quadrato rappresentano rispettivamente la radice di 2 e la lunghezza della diagonale calcolata correttamente [diagonale = 21/2 x lato]. Ciò che è d’interesse, più che il valore trovato, è la generalizzazione di tale scoperta, del fatto cioè che la diagonale di qualsiasi quadrato può essere trovata moltiplicando il lato per la radice di 2. Quindi alcuni principi generali dovevano esservi, anche se noi conosciamo in definitiva solo applicazioni in casi particolari.

Si potrebbe qui speculare ma senza esito perché il tutto resterebbe pura illazione, in mancanza di altre prove. E la speculazione prima riguarda il fatto seguente: conoscevano o no i babilonesi il teorema che oggi chiamiamo di Pitagora ? Quel famoso teorema che sarà elaborato circa 1000 anni dopo in Magna Grecia ? I pareri sono discordi, per mancanza di documenti che facciano capire la generalità del risultato(9), ma vi è una convergenza sul fatto che almeno la terna pitagorica [tre numeri a, b, c, soddisfacenti la relazione a2 + b2 = c2] era nota in Mesopotamia o meglio: erano note le regole per generarla. Ma su questo tornerò quando mi occuperò di geometria, osservo solo, con Boyer, che queste abilità di calcolo, in gran parte manipolatorie di numeri (Pichot), discende dall’algoritmo rappresentativo dei numeri e, particolarmente, delle frazioni, algoritmo che è il più semplice inventato fino al Rinascimento.

Fin qui per la radice quadrata. Ma la cosa non termina perché vi è un’altra tavoletta, la YBC 6295 in cui vi è il calcolo di una radice cubica (in un caso in cui non viene fuori “il resto”) per un numero che non si trova nelle tavole dei cubi e delle radici cubiche. Il calcolo, come riportato da Pichot, è mostrato nella figura seguente:

Da Pichot

A queste tavolette se ne devono aggiungere altre nelle quali sono riportate le tavole che forniscono le successive potenze di un medesimo numero, tavole che oggi chiameremmo dei logaritmi o degli esponenziali. Nella figura seguente è riportato (trascritto e tradotto in decimale) il contenuto della tavoletta MLC 2078 databile tra il 1900 ed il 1600 a.C. Su una sua superficie sono riportate le successive potenze di 2 con l’avvertenza che ciò che nella tavoletta è chiamato radice indica il grado della potenza di 2. Sull’altra la successione delle potenze (qui radice = potenza) di 16 che oggi potremmo intendere come la tavola dei logaritmi in base 16:

161/4 = 2     oppure  24 = 16      oppure   log16 2 = 1/4

161/2 = 4     oppure    42 = 16     oppure   log16 4 = 1/2

…………………………………………………………………..

163/2 = 64  oppure  642/3 = 16   oppure  log16 64 = 3/2

Da Pichot

La differenza principale tra le tabelle antiche e le nostre risiede nel fatto che in Mesopotamia non si individua un numero particolare come la base da cui partire (noi usiamo ad esempio la base 10 o la base e) e da usare regolarmente e che le tabulazioni prevedevano maggiori spazi tra una riga e l’altra nell’antichità. A quest’ultimo problema i babilonesi facevano fronte con interpolazioni mediante parti proporzionali al fine appunto di ottenere i valori intermedi (e questo metodo era molto diffuso in Mesopotamia).

5 – ALTRE TABELLE PER PARTICOLARI EQUAZIONI CUBICHE

Di algebra mi occuperò nel prossimo paragrafo, in questo voglio solo accennare all’esistenza di tabelle che forniscono il valore di n3 + n2 (per n intero) per permettere la soluzione di particolari equazioni cubiche, del tipo:

ax3 + bx2 = c

Infatti, se si moltiplicano tutti i membri dell’equazione precedente per a2/b3, si ottiene:

(ax/b)3 + (ax/b)2 = ca2/b3

che, ponendo ax/b = y, può anche scriversi:

y3 + y2 =ca2/b3

ed a questo punto si può utilizzare la tabella che permette di trovare y da cui si trova facilmente x, data la posizione fatta. Vediamo un esempio.

Risolvete:

144 x3 + 12 x2 = 21

L’espressione data può essere scritta:

122 x3 + 12 x2 = 21

Moltiplichiamo allora il primo ed il secondo membro per 12:

123 x3 + 122 x2 = 12.21

Chiamando 12 x = y, si ha:

y3 + y2 = 252

A questo punto subentra la tabella che ci dice essere y = 6 e, poiché y = 12 x, sarà x = 0,5 (in notazione decimale). Debbo avvertire che io ho fatto uso della notazione algebrica che ben conosciamo ma tale notazione era ignota ai babilonesi. Riconoscere da una serie di numeri che si ha a che fare con y3 + y2 = c, è davvero notevolissimo e dimostra la grande abilità di questi popoli dell’antichità. Ma c’è di più. Possiamo cominciare ad intravedere un alto livello di astrazione soprattutto nel fatto che non ci troviamo ora di fronte ad esercizi pratici che richiedono una soluzione. Ci troviamo invece di fronte ad un vero soggetto di studio che è il metodo, il procedimento di calcolo, con cui arrivare a determinate soluzioni. Questo è già scienza che esce dall’empirismo e dall’utilitarismo. Ed i problemi di tale tipo nella documentazione di cui disponiamo sono davvero tanti e mostrano una mole di esercizi che si risolvono con uguale metodo, come noi facciamo quando proponiamo una lunga serie di esercizi agli studenti. E’ quindi la sistematicità, la ricerca della regola, che poi viene applicata, a mostrare l’alto livello di astrazione raggiunto dai sumeri prima di tutti. Vedremo oltre, sempre meglio, il senso delle cose che ho detto.

6 – UN PAIO DI PROBLEMI ARITMETICI

Di problemi aritmetici svolti dai babilonesi ve ne sono moltissimi anche comportanti calcoli a livello elevato, sempre permessi per la facilità del simbolismo introdotto. Così vi sono soluzioni di problemi in cui si utilizzano, tra l’altro, serie, relazioni esponenziali, relazioni logaritmiche, progressioni aritmetiche e geometriche. E’ inutile soffermarsi su molti ma solo riportarne un paio.

Il primo riguarda una tavoletta sumerica addirittura del 2650 a.C. . Si tratta di dividere del grano tra molti uomini, vediamo come si procede utilizzando la figura seguente:

Da Pichot

Sulla sinistra vi è la riproduzione in un disegno della tavoletta (i numeri che compaiono nei diversi riquadri sono scritti nei primitivi simbolismi sumerici(5)). Esternamente alla tavoletta sono riportati alcuni numeri che forniscono l’ordine di lettura della tavoletta. Sulla destra in alto è riportata la spiegazione del contenuto della tavoletta ed in basso la sua traduzione nel nostro linguaggio(10). Come si vede vi è una soluzione che deve aver previsto una divisione ma delle operazioni nella tavoletta non vi è traccia.

Vediamo il secondo esempio tratto da una tavoletta giacente al Louvre (utilizzo le moderne notazioni simboliche ed il sistema decimale).

Calcolate quanto tempo impiegherebbe a raddoppiare una certa somma di denaro se è stata data in prestito ad un interesse annuale composto del 20%.

Soluzione. Sia P la somma del prestito (il capitale) ed r il tasso d’interesse. La domanda può essere formulata in quest’altro modo: trovare n, posto che            2P = P(1 + r)n. Disponendo di una tabella esponenziale, come era ordinario in Mesopotamia, si trova che n deve essere compreso tra 3 e 4 per poter soddisfare all’equazione (1,2)n = 2. In tale tabella si trova (1,2)3 = 1,7280 e (1,2)4 = 2,0736. A questo punto si procede mediante interpolazione lineare:

che è proprio il numero degli anni richiesto dal problema e fornito come risultato dalla tavoletta del Louvre, ma senza spiegazioni.

7 – L’ALGEBRA BABILONESE

    Pensare all’algebra senza formule appare strano. E non si costruiscono formule senza un simbolismo appropriato. Ma questo è un aspetto dell’algebra che serve a rendere più maneggevoli ed utilizzabili i concetti che quelle formule sottendono. Ho già detto che i simbolismi che noi usiamo non esistevano in Mesopotamia. Le incognite, indicate al nostro modo furono una conquista sensazionale molto ma molto più tarda. D’altra parte il problema nasceva dalla mancanza di un vero alfabeto, di modo che le nostre x ed y sono soltanto un miraggio. Resta comunque il fatto che il problema era presente tanto che si può tracciare una serie di similitudini tra il nostro modo di indicare le incognite e quello babilonese. Il termine lato (di quadrato o rettangolo) corrisponde alla nostra x; il termine quadrato  indicava la nostra x2. Se si dovevano utilizzare due incognite una era lunghezza (il lato di prima, la nostra x) e l’altra larghezza (la nostra y); il prodotto tra x ed era chiamato area; se si aveva bisogno di una terza incognita essa era l’altezza (la nostra z) ed il prodotto tra x, y, e z è chiamato volume. Ricapitolo il tutto nella tabella che segue, nella quale vi sono anche i nomi in babilonese:

Da Gheverghese Joseph

Premesso questo, si tratta di capire come venivano affrontate le equazioni, anticipando che esistono tavolette con equazioni fino all’ottavo grado e con sistemi di equazioni fino al quarto grado.

Inizio con un problema (tavoletta YBC 4652 databile tra il 1900 ed il 1600 a.C.) che, a parte il suo interesse algebrico, mostra con estrema chiarezza il carattere non pratico dell’algebra babilonese. Le operazioni che vi sono indicate sono infatti realizzabili solo mentalmente ed in nessun caso praticamente. Si tratta di trovare il peso di una pietra mediante un’equazione di primo grado. Vediamolo servendoci della figura seguente:

Da Pichot

Per le equazioni lineari, della forma ax = c, si può dire in generale che i babilonesi utilizzavano metodi di soluzione del tutto simili ai nostri per trovare la soluzione    x =(1/a).c. Avrebbero trovato 1/a mediante la tavola degli inversi ed avrebbero poi moltiplicato per c mediante un’altra tabella, questa volta di moltiplicazione. Se 1/a non fosse stata una frazione regolare, avrebbero opportunamente approssimato. Vediamo un esempio tratto da un testo di matematica trovato a Tell Harmal nel 1949 e risalente all’antico impero babilonese (uso sempre il sistema decimale).

Se vi viene posta questa domanda: se io aggiungo ai due terzi dei miei due terzi 100 qā di orzo, viene ripristinata la quantità originale. Qual era la quantità originale ?

Soluzione.

1. Moltiplicate 2/3 per 2/3: risultato 4/9.

2. Sottraete 4/9 da 1: risultato 5/9.

3. Prendete l’elemento reciproco di 5/9: risultato 1 + 4/5.

4. Moltiplicate 1 + 4/5 per 100: risultato 180. Quindi 180 qā è la quantità originale.

Per risolvere il problema noi scriveremmo:

(2/3.2/3) x + 100 = x

4/9 x + 100 = x

5/9 x = 100

x = 180

Il problema seguente, riportato in figura, è un’esemplificazione della notazione simbolica della quale ho parlato qualche riga più su. Se si fa attenzione i termini geometrici utilizzati sono del tutto inessenziali, il vero interesse del problema è algebrico. Qui infatti si utilizza un sistema di primo grado di due equazioni e due incognite.

Da Pichot

Passiamo ora ad uno dei molti esempi su svariate tavolette di risoluzione di equazioni algebriche di secondo grado. Vi è da notare che nell’esempio che farò, riportato nella figura che segue, chi scriveva ha dimenticato o non ha preso in considerazione una soluzione. In questo caso è plausibile perché in qualche modo vi è un riferimento geometrico e pensare il lato di un quadrato con lunghezza negativa è arduo (anche se le soluzioni negative non erano mai prese in considerazione). Ma la cosa avviene spesso, anche quando si hanno due soluzioni positive, e quindi deve trattarsi di una ricetta applicata per trovare la prima soluzione che viene fuori senza verifica della sua bontà. Occorre però dire che alcune tavolette affrontano questa verifica e ciò vuol dire che il metodo avanzava sempre di più verso il rigore necessario nella trattazione di problemi algebrici. Il fatto poi che le soluzioni che  risultavano fossero tutte razionali è del tutto normale perché i problemi, con fini evidentemente didattici, erano costruiti appositamente a partire da un numero scelto in partenza.

Da Pichot

Più in generale i babilonesi sapevano risolvere vari tipi di equazioni di secondo grado ma quelle più spesso ricorrenti sono del tipo:

x2 + bx = c     con b > 0   e   c > 0

x2 – bx = c     con b > 0   e   c > 0

Le due equazioni erano risolte con un sistema che equivale ad utilizzare rispettivamente le seguenti formule (che fornivano le soluzioni positive):

In una tavoletta conservata a Yale abbiamo anche esempi di soluzione di equazioni di secondo grado più generali, del tipo:

ax2 + bx = c

riconducendole a quelle già viste mediante le operazioni seguenti. Si moltiplicano tutti i membri dell’equazione per a, in modo da ottenere:

(ax)2 + b(ax) = ac

a questo punto si pone y = ax così da riottenere una delle equazioni precedentemente viste:

y2 + by = ac     con       ac > 0.

Insomma alcune di queste equazioni le troviamo risolte in testi sumerici risalenti addirittura al 4000 a.C. e la nostra storia ci dice che noi abbiamo compreso il funzionamento dell’insieme dei problemi delle equazioni di secondo grado a partire dall’arabo al-Khuwarizmi, vissuto intorno alla prima metà del IX secolo d.C., attraverso Leonardo Pisano (Fibonacci) nel 1200, Luca Pacioli nel 1494, Girolamo Cardano nel 1545, Niccolò Fontana (Tartaglia) e Ludovico Ferrari (dal Ferro) intorno alla metà del Cinquecento, fino alla sistemazione di Raffaele Bombelli del 1572. Si trattava certamente di una comprensione ad un livello superiore, qui si poteva parlare a pieno diritto e titolo di equazioni, di rigore, di metodo scientifico. In Mesopotamia mancava sempre un vero e proprio metodo matematico rispondente ad una logica, mancava una legge matematica esplicitamente formulata con la sua teoria, si trattava solo di ricette da applicare. E’ come se da un nostro testo di liceo vi fossero tutti gli eserciziari con le soluzioni senza la parte teorica che precede tali eserciziari. Ma ciò che stiamo studiando risale addirittura ad oltre 5000 anni prima dei grandi matematici che abbiamo citato ! Due volte e mezza la distanza temporale che separa noi dall’inizio della nostra era !

Prima di chiudere questo paragrafo debbo accennare al fatto che possediamo documenti con altri esempi di soluzioni di equazioni di grande interesse. Si tratta di casi particolari di equazioni lineari e non a due e tre incognite di grado superiore al primo ma la cosa a questo punto non è di grande interesse. In altre tavolette, di carattere astronomico, viene fuori che in Mesopotamia vi fosse la conoscenza del concetto di funzione. Vengono ad esempio studiati i periodi di visibilità di un pianeta in funzione della sua distanza angolare dal Sole.

8 – LA GEOMETRIA BABILONESE

    Abbiamo già avuto modo di incontrare un problema algebrico che trattava di questioni geometriche. La cosa non è episodica perché la tendenza mesopotamica è sempre stata quella di ridurre ogni questione a problema algebrico, in termini numerici. Ed in Mesopotamia si capovolge quasi completamente una tradizione che vuole la geometria precedere l’arte combinatoria, proprio per la sua caratteristica di concretezza e di rappresentazione immediata. In Mesopotamia, come accennato, la geometria interessa solo in quanto porta a dei numeri che possono essere trattati algebricamente, mediante equazioni. Da qui discende la non eccellente conoscenza dei mesopotamici della geometria, in questo più arretrati degli egiziani.

    Nei problemi che vengono proposti vi è una traccia del tipo seguente: si parte da una figura che spesso non è disegnata; si propone di realizzare una data costruzione che lascia incognite alcune grandezze; si deve organizzare il tutto in una o più equazioni utilizzando proprietà geometriche e teoremi mai dimostrati (che si debbono comunque intuire come conosciuti e sottintesi); si risolvono le equazioni costruite con i metodi visti in algebra.

    In base alle moltissime tavolette trovate, anche se molte di esse non sono state ancora decifrate, le conoscenze di questioni geometriche che possiamo dare per certe (o quasi) nel mondo mesopotamico sono le seguenti:

– l’area del quadrato in funzione del lato

– l’area del rettangolo in funzione della sua lunghezza e larghezza

– l’area del triangolo rettangolo

– l’area del triangolo isoscele

– forse l’area del triangolo (i disegni mal fatti non lo lasciano capire)

– l’area del trapezio con un lato perpendicolare ai lati paralleli

– l’area del cerchio ma con una approssimazione scadente per p, dato uguale a 3(11)

– il volume del cubo

– il volume del parallelepipedo rettangolo

– il volume del prisma triangolare

– forse il volume del cilindro, sempre con la scadente approssimazione per p

– il volume del tronco di piramide

– teorema in seguito noto come di Pitagora quando i tre lati erano dati come numeri interi (nell’accezione del metodo per trovare le terne pitagoriche: 3, 4, 5; 5, 12, 13; …)

– teorema in seguito noto come di Talete

– similitudine tra triangoli

Prima di passare a qualche dettaglio relativo alle ultime cose elencate, quelle di maggiore interesse, mostro qualche esempio di risoluzione di problemi geometrici (servendomi del sistema decimale e di simbolismi moderni).

Problema (tavoletta BM 85 194). “10 la circonferenza, 2 la retta che ho abbassato (perpendicolarmente alla corda). Qual è la lunghezza della corda ?

Si vede qui che vi è sottintesa l’inscrittibilità di un triangolo rettangolo in un semicerchio. La soluzione che viene data è la seguente:

Soluzione. “Eleva 2 al quadrato: 4. Togli 4 da 20: 16. Eleva 20, il diametro, al quadrato: 400. Eleva 16 al quadrato: 256. Togli 256 da 400: 144. La radice quadrata di 244 è 12. E’ la lunghezza della corda. Ecco come bisogna procedere.

Altro esempio che riassume le conoscenze base di geometria elementare dei mesopotamici, in ogni caso sempre sottintese: quella dell’inscrittibilità di un triangolo rettangolo in un semicerchio, il diametro come asse di simmetria ed il parallelismo di due perpendicolari ad una medesima retta.

Problema illustrato (tavoletta BM 85 194). “Conoscendo il perimetro di un cerchio (e dunque il diametro) e la lunghezza della freccia, calcolare la corda corrispondente a questa freccia.

 Soluzione. “Rappresentiamo con d il diametro e con a la freccia: si vede sulla figura che la corda ha per lunghezza

Come si vede lo scriba che ha realizzato questa tavoletta ha supposto per  p il valore 3 (da cui il diametro risulta 20) ed ha considerato che 2a valga 22 avendo il valore 2.

Passo ora ad un problema che si trova in una tavoletta scoperta a Tell Harmal e databile intorno al 2000 a.C. (Baqir 1950), conservata al Museo di Bagdad, in cui si intuisce la conoscenza delle proprietà di similitudine tra triangoli. Un triangolo

Tavoletta di Tell Harmal o Baqir 1950 (circa 1800 a.C.). Museo di Bagdad

rettangolo ABC dato (si deduce che il triangolo è rettangolo, dalla lunghezza dei suoi lati; inoltre i procedimenti seguiti indicherebbero che CD ed EF sono perpendicolari ad AB e che DE è perpendicolare a BC), viene suddiviso in 4 triangoli rettangoli più piccoli ACD, CDE, DEF, ed EFB (tutto questo è vero se quanto dedotto una riga più su è corretto; così pure l’illazione dell’uso della similitudine).

Vengono assegnate le aree di questi triangoli più piccoli ed in base a tali valori lo scriba ricava la lunghezza del segmento AD usando, almeno così sembra, un procedimento del tipo che noi conosciamo come similitudine (aree di figure simili stanno tra loro come i quadrati dei lati corrispondenti). Egli ricava poi CD e BD (con il teorema che sarà di Pitagora) e, attraverso una nuova applicazione della “similitudine” ai triangoli BCD e DCE, trova la lunghezza CE. Purtroppo la tavoletta è rotta in corrispondenza della metà del calcolo di DE.

C’è un altro problema in cui si utilizza il metodo della similitudine tra triangoli rettangoli. Si trova nella tavoletta AO 6 484. Si dà l’altezza H e lo spessore e di un muro; un pezzo di legno (che potrebbe essere un albero) supera di una lunghezza h la cima del muro; si chiede a quale distanza x dalla base del muro deve sistemarsi un osservatore per vedere l’estremità superiore del pezzo di legno. Riferendosi alla figura seguente, è evidente che la soluzione del problema consiste

nello scrivere il rapporto di similitudine tra i triangoli ABC e CB’A e cioè:

h/e = H/x

da cui si trova subito, come fa lo scriba:

x = eH/h

e, successivamente, con la medesima formula, si trova H.

9 – PROBLEMI RELATIVI AL TEOREMA DI PITAGORA

     Vi è una tavoletta d’argilla, molto famosa ed ancora in discussione, che ci introduce all’argomento. Si tratta della Plimpton 322 che prende il nome dalla collezione di George A. Plimpton (un editore che l’acquistò dall’ antiquario Edgar J. Banks nel 1922 e che intorno al 1935 la donò, insieme alla sua intera collezione,) alla Columbia University ed è databile intorno al 1800 a.C. La tavoletta proverrebbe, a detta dell’antiquario, da Senkereh (l’antica Larsa) nel sud dell’Iraq, Nella tavoletta vi sono dei numeri disposti in una tabella di quattro colonne e 15 righe (ma con il sospetto che ciò che abbiamo è solo una parte di una tavoletta più grande, composta da più righe e più colonne)(10).

Tavoletta Plimpton 322

Tavoletta Plimpton 322 con una risoluzione maggiore

Su questa tavoletta vi sono state e continuano innumerevoli discussioni. Cosa vogliono dire tutti questi numeri ? Al di là di ricostruzioni fantastiche (c’è chi afferma che nella colonna I vi siano i valori della funzione secante al quadrato e chi parla dell’intera tavoletta come un primitivo abbozzo della teoria dei numeri), i più sono d’accordo nell’affermare che ci troviamo di fronte alla elencazione di terne pitagoriche. Nelle colonne II e III sono riportati dei numeri c e b tali che c2 – b2 sia uguale ad un quadrato, a2, riportato nella colonna I diviso per c2 (la colonna I, risultando parzialmente danneggiata, è stata interpretata laddove risultava illeggibile). La colonna IV enumera solo le colonne, si tratta di numeri che vanno dall’1 al 15. La colonna che viene supposta mancante, sulla sinistra, avrebbe dovuto contenere i numeri a. Si intuisce che siamo noi a dire che vi sono riferimenti a triangoli ma la tavoletta non lo dice in nessuna parte ed inoltre non si capisce cosa stia a fare o a significare il rapporto a2/c2 che è riportato nella colonna I. Quanto detto autorizza a varie ipotesi la più semplice è quella che prevede una manipolazione di numeri dai quali si ricavano alcune proprietà (ci sono storici che affermano che la tabella serva per preparare le soluzioni di equazioni di secondo grado). Non è detto che si stia argomentando su quello che conosciamo come Teorema di Pitagora.

In ogni caso, vediamo alcuni problemi a carattere geometrico in cui si può ravvisare la conoscenza del Teorema che sarà noto come Pitagora.

La tavoletta VAT 6598 (circa 2000 a.C.) riporta un problema relativo alla ricerca della diagonale di un rettangolo. Seguiamolo nel riquadro seguente:

Da Pichot

Si vede dallo svolgimento del problema nei due modi che si tratta di approssimazioni valide a seconda di quanto sia allungato il rettangolo. Il problema, mostrato nel riquadro seguente, è invece svolto correttamente nella tavoletta di Susa (risalente a circa il 1300 a.C.).

Da Pichot

Un ultimo esempio è relativo ad un triangolo inscritto in una circonferenza.

Problema (tavoletta di Susa di circa il 2000 a.C.). “Trovare il raggio di un cerchio in cui è inscritto un triangolo i cui lati sono 50, 50 e 60.

Intanto, dal testo del problema scopriamo che il triangolo è isoscele e che ha una base 60, facilmente divisibile per 2. Allora, per trovare il raggio r, i calcoli successivi sono:

OC2 = r2 = 302 + (40 – r)2

da cui discende:

r2 = 302 + 402 – 80r + r2

e quindi:

80r = 2500

cioè:

r = 2500/80 = 31,25.

10 – IL TEOREMA DI TALETE

    Una tavoletta dell’Antico impero babilonese (tra il 1900 ed il 1600 a.C.), la MLC 1950, sembra utilizzare il Teorema di Talete (Una retta parallela ad uno dei lati di un triangolo taglia proporzionalmente gli altri due lati di questo triangolo). Riporto nel riquadro che segue il contenuto della tavoletta con tutti i dubbi del caso perché il teorema è applicato correttamente anche se mai enunciato. Ed è anche molto poco probabile che al risultato si sia giunti casualmente per tentativi.

Da Pichot

L’uso della proporzionalità che discende dal Teorema di Talete, sembra sia stata utilizzata anche in un altro problema, quello che compare nella tavoletta BM 85210 ma, anche qui, abbiamo un uso che appare corretto, a fronte di nessun enunciato.

11 – PROBLEMI RIGUARDANTI VOLUMI: UN ESEMPIO

    La tavoletta YBC 5037, che riporto in un disegno, tratta molti problemi dello

Da Pichot

stesso tipo (sono 44: 25 sul recto e 19 sul verso della tavoletta) ed in particolare volumi di cavità aventi forme diverse. Riporto nel riquadro seguente il numero 35 di questi problemi, quello relativo al calcolo del tronco di piramide quadrata. Si potrà notare che si offre una soluzione, senza che sia indicato il modo. Anche se il risultato non è esatto, risulta essere una buona approssimazione (sovrapposizione di due parallelepipedi di altezza h/2 e base quadrata, di lati, rispettivamente, a e b).

Da Pichot

12 – CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

    Credo si sia capito che in Mesopotamia si sviluppò la matematica, soprattutto per la sua parte algebrica, più avanzata dell’antichità preclassica. Essa aveva trovato applicazioni le più disparate ma in gran parte rapportabili a questioni di tipo economico. La gran parte dei documenti di cui disponiamo tratta problemi relativi a lunghezze e pesi, a scambi di monete e merci, al calcolo dell’interesse semplice e composto, al calcolo di tasse e della quantità di un raccolto da destinare a chi coltivava la terra, al tempio ed allo Stato, a questioni di eredità e di divisioni di appezzamenti di terra. Atri problemi erano relativi alle questioni dell’irrigazione (che sezione deve avere una condotta, che forma deve avere, quanta acqua porta, …), a quelle dell’immagazzinamento, ad esempio, del grano (capienza e forma di silos, …).

Come abbiamo  visto i problemi vengono risolti spesso senza spiegazioni. Vi è una sorta di indizio della ricerca di una qualche unità  e quindi principio esplicativo, nel fatto che molto spesso si trovano tavolette in cui sono messi insieme problemi dello stesso tipo. Questa ricerca di ordine è essenziale per iniziare a catalogare e quindi a capire i principi unificanti; in definitiva senza questi primi passi risulterebbe difficile costruire una matematica. Non si sente comunque l’esigenza di dimostrazioni, di sottoporre a logica stringente i risultati trovati ma si inizia ad intravedere un certo grado di astrazione, l’occuparsi di problemi che non potevano essere pratici (si ricordi quello della pietra da prendere con 1/7 della medesima), come abbiamo visto.

Quindi solo esercizi e problemi mai enunciati o formulazione di regole generali. Ciò non vuole però dire che tali regole non siano mai esistite. Noi sembra che disponiamo solo degli eserciziari di studenti. I ritrovamenti, moltissimi, ci hanno fornito una gran quantità di documenti ma molti si essi non sono ancora stati tradotti e/o interpretati. E’ una ricerca che continua, anche sotto le bombe americane che hanno fatto danni enormi anche all’archeologia ed alla conoscenza di quel mondo.

Possiamo con le conoscenze attuali, registrare la mancanza di regole ma, più ancora, la mancanza di distinzione tra soluzioni esatte ed approssimate, la mancanza di discussione sulla scelta di soluzioni, la mancanza di criteri di risolubilità di determinate equazioni. Quindi un alto livello di abilità tecnica ma una matematica ancora primitiva perché priva dei suoi fondamenti.

In compenso si sapeva lavorare con i numeri in un modo sorprendente ma proprio tali numeri non vengono colti come elementi per comprendere più a fondo, per fornire basi razionali; essi sono considerati come meri strumenti di calcolo. E proprio nei numeri, nella loro mistica (affiancata all’astrologia)(13), è stata individuata una delle cause del mancato ulteriore sviluppo della matematica mesopotamica. Il numero è associato alla divinità. Esso è organizzato secondo gradi di diversa perfezione come gli dei fabbri nella mitologia. L’organizzazione del mondo dei numeri è pensato e strutturato come una gerarchia di dei e non come sistema strutturato da leggi matematiche razionali. Siamo nella situazione equivalente alla nascita dell’alchimia. Allora i processi metallurgici che venivano scoperti, le fornaci per la fusione, non alimentavano la chimica ma l’alchimia e per molto tempo proprio per questi mal protesi nervi la chimica segnò il passo. Finché non si riuscì a svincolare le tecniche di separazione delle sostanze dai principi metafisici per ricondurle a principi razionali. Fu questo il momento in cui iniziò a crescere ed affermarsi la chimica. Qui il numero è come la fornace che permette di conoscere e risolvere problemi pratici ma, se non svincolato dalla metafisica, non in grado di divenire elemento per la costruzione di una razionalità esplicativa. In definitiva i numeri dei mesopotamici hanno lo stesso valore esplicativo dell’alchimia.

Ma come tutte le ricerche alchemiche hanno alimentato e preparato la nascita della chimica, così le abilità mesopotamiche (ed egiziane) hanno fatto da substrato alla nascita della matematica classica a partire da Pitagora. Va osservato che anche Pitagora praticava la mistica dei numeri ma tale mistica era accompagnata da un’esigenza di dimostrazione e spiegazione razionale. I numeri avevano fatto enormi passi avanti perché non erano associati più a degli dei, ad entità metafisiche: essi stessi erano diventati essere ideali che intrattenevano tra loro dei rapporti di armonia.

E come mai tutto questo avviene in Grecia ? Credo che basti osservare la storia della scienza nella sua complessità e totalità per capire che i periodi di grosse trasformazioni sono sempre legati all’emergere di condizioni di vita di livello superiore, all’emergere di nuove classi sociali. La Grecia è patria della democrazia ed il livello di benessere è cresciuto rispetto alle antiche società imperiali mesopotamiche ed egiziane. La scuola, il dialogo, il libero pensiero sono gli elementi di base per la nascita delle forme più evolute della razionalità umana.

 Roberto Renzetti


NOTE

(1) Anche l’urbanistica era degna di ogni ammirazione. Ogni casa era circondata da floridi giardini proprio per le canalizzazioni dell’acqua che la portavano ovunque. E, fatto notevolissimo, vi erano legislazioni avanzatissime che recitavano norme come la seguente: “La legislazione ha il compito di far prevalere la Giustizia, di impedire che i forti opprimano i deboli, di fa progredire il Paese se provvedere sempre di più al benessere del popolo“, dal Codice Hammurabi, stele delle leggi, trovato a Susa (citato da Masini).

(2) A quell’epoca i due fiumi, Tigri ed Eufrate, non confluivano come fanno ora ma si gettavano separatamente in mare.

(3) Riporto qui di nuovo e per comodità, la nota 3 della Prima Parte.

Date e luoghi d’origine delle più note civiltà sviluppate in Medioriente (http://www.latlantide.it/storia/civ_medio.htm ):

  • SUMERI (4°-2° millennio a.c.) in MESOPOTAMIA meridionale
  • EGIZIANI (4°-1° millennio a.c.) in EGITTO e in LIBIA
  • FENICI (4°-1° millennio a.c.) in LIBANO
  • ACCADI (3000-2000 a.c.) in MESOPOTAMIA centrale
  • ELAMITI (3°-1° millennio a.c.) in IRAN meridionale, influenzarono i SUMERI nel 3° millennio a.c.
  • AMORRITI (3°-2° millennio a.c.) in SIRIA
  • CANANEI (3000-1200 a.c.), in PALESTINA prima degli EBREI
  • ARAMEI (3°-1° millennio a.c.) in SIRIA
  • HITTITI (2500-700 a.c.) in ANATOLIA centrale
  • HURRITI e MITANNI (2500-700 a.c.) in MESOPOTAMIA settentrionale; essi furono assorbiti dagli HITTITI nel 15° secolo a.c. ma durante il lungo scontro HITTITI – EGIZIANI, gli HURRITI si divisero; un gruppo filoegiziano costituì il Regno dei MITANNI con la Capitale WASSUKKANNI, opponendosi agli HITTITI e agli ASSIRI.
  • CASSITI o COSSEI (2500-1100 a.c.) in MESOPOTAMIA meridionale
  • CALDEI (14°-6° secolo a.c.) costituirono il 2° IMPERO BABILONESE o IMPERO NEO BABILONESE (625-538 a.c.)
  • ASSIRI (2000-606 a.c.) in SIRIA.
  • EBREI (1800 a.c. – 70 d.c.) in PALESTINA
  • FILISTEI o PELESET (1400-900 a.c.), uno dei POPOLI del MARE (1280-1190 a.c.) che devastarono le civiltà HITTITE, MICENEE, EGIZIANE e SIROPALESTINESI; vennero sconfitti dagli EGIZIANI nel 1200 a.c. e ritirandosi si stabilirono in SIRIA meridionale costituendo l’omonimo Regno denominato PALESTINA, derivato appunto da PELESET o PELESATI
  • POPOLI DEL MARE (1280-1190 a.c.) varie popolazioni dall’ ANATOLIA e dalla SIRIA, che pressate dall’espansione dei potenti Regni MICENEI, HITTITI, ASSIRI, SIROPALESTINESI ed EGIZIANI, si unirono in varie coalizioni contro i suddetti Regni, portando il caos in tutto il mar Mediterraneo
  • Antichi ARABI – MINEI – SABEI (12° secolo a.c. -10° secolo d.c.) nella parte sudoccidentale della penisola ARABICA, si svilupparono in piccoli Regni, caratterizzati dalle loro tipiche case/torri (SOUKS) sulle alture rocciose che difesero molto bene, respingendo anche i temuti eserciti ASSIRI.
  • MEDI (1° millennio a.c.) in IRAN centrale, Regno di MEDIA
  • PERSIANI (1° millennio a.c.) a sud dell’altopiano dell’IRAN, Regno di PERSIA
  • PARTI (4°secolo a.c. – 3 ° secolo d.c.) nell’IRAN orientale, Regno di PARTIA
  • SASSANIDI (224 d.c. – 651 d.c.) dinastia di derivazione PERSIANA
  • ARABI (651-10° secolo) diffusero l’ISLAMISMO
  • SELGIUCHIDI (1000-1300) in TURCHIA centrale; una DINASTIA di Sultani Turchi che durante le crociate si espansero in tutto il MEDIORIENTE; il Turco SALADINO divenuto Re d’EGITTO, unì le quattro terre dell’ISLAM nel 1174, contro i Regni CROCIATI. L’ISLAM in quel periodo era diviso da quattro principali etnie, i SELGIUCHIDI al nord in TURCHIA, i SIRIANI in SIRIA e in PALESTINA, i BABILONESI al sud in MESOPOTAMIA e gli EGIZIANI ad ovest in nord AFRICA. La causa comune che legò queste popolazioni, gettò le basi dell’Impero più vasto della storia, quello OTTOMANO
  • OTTOMANI (1300-1922) il più potente IMPERO ISLAMICO derivato dai Regni SELGIUCHIDI; si estese dall’INDIA al nord AFRICA, dalla PALESTINA all’UNGHERIA, comprendendo buona parte del bacino Mediterraneo con le grandi isole di CIPRO, CRETA (allora chiamata CANDIA dai VENEZIANI), RODI, e tutta la GRECIA con le sue numerose isole minori

Dominazioni a BABILONIA, il cuore della MESOPOTAMIA :
 
   1. ACCADI (2900-2300 a.c.)
   2. CASSITI (2300-2100 a.c.)
   3. SUMERI (2100-1793 a.c.)
   4. SUMERI + AMORRITI (1793-1595 a.c.) PRIMO IMPERO BABILONESE
   5. HITTITI (1595-1590 a.c.)
   6. CASSITI (16°-14° secolo a.c.)
   7. CALDEI (13° secolo a.c.)
   8. ARAMEI (12° secolo a.c.)
   9. ASSIRI (1115-625 a.c.) IMPERO ASSIRO-BABILONESE
  10. CALDEI (IMPERO NEOBABILONESE 625-538 a.c.)
  11. PERSIANI (538-331 a.c.)
  12. ELLENICI e SELEUCIDI (331-64 a.c.)

In breve si può descrivere così la storia delle popolazioni in quelle zone. Verso il 4000 a.C. i sumeri si installarono al sud-est della Mesopotamia in un territorio con capitale Ur. Intorno al 2500 a.C. i sumeri furono dominati dagli Accadi, un popolo semita, installato in un territorio, l’Accadia, con capitale Accad. Intorno all’anno 1000 a.C. si ebbero nuove migrazioni che, insieme all’introduzione del ferro originarono nuovi cambi. Intorno all’800 a.C. la regione fu dominata dagli Assiri provenienti dalle montagne dell’alto Tigri. Un secolo dopo l’impero assiro vedeva una cogestione al potere di assiri, caldei e medi (etnicamente vicini ai persiani). Questo periodo della storia di Mesopotamia, fino al VII secolo a.C., si chiama periodo caldeo. Nel 540 a.C. quelle zone caddero sotto la dominazione persiana di Ciro fino al 330 a.C. quando furono conquistate dal greco Alessandro Magno. Dal 323 (morte di Alessandro Magno) all’anno zero, il periodo va sotto il nome di seleucida, dal nome del generale che amministrò quelle zone dopo la morte di Alessandro Magno. Ma già siamo in epoca di splendida fioritura della matematica greca.

(4) E’ probabile che si sia arrivati alla base 60 attraverso le misure del tempo per esigenze astronomiche. Il tempo, legato all’anno che i sumeri sapevano essere di 360 giorni (basandosi su un cerchio zodiacale) ed al mese lunare che ancora sapevano essere di 30 giorni, era misurato mediante l’ombra che un bastone, piantato verticalmente al suolo (uno gnomone), proiettava sul terreno. E così l’area descritta dall’ombra in un giorno veniva suddivisa in un certo numero di angoli  uguali tra loro e che fossero aliquote dell’intero angolo giro. Si può immaginare che dagli angoli si sia passati ai triangoli equilateri con vertice il piede del bastone. Il risultato più semplice era 6 angoli equilateri, con angoli appunto di 60°. Lavorare con questi angoli e triangoli è molto semplice per le proprietà di divisibilità che hanno e questo era ciò che si cercava . Ed allora si pensò a suddividere la circonferenza in 6 angoli, numero sufficiente a fornire il tempo di quell’epoca. Con l’accrescersi delle esigenze dell’incremento delle attività umane si mescolò questa base 6 con la base 10 per avere la base 60 che, ricombinata con la base  dette il 360 per la misura dell’angolo giro. E’ facile poi capire che il sistema, per la sua semplicità, si sia esteso ad altri campi.

Sulla scelta della base 60 qualcuno ipotizzò (Teone di Alessandria, IV sec. d.C.) che discese solo dalla semplificazione del calcolo per la sua divisibilità per molti numeri.

Qualcun altro parlò di una fusione tra la base 5 e la base12, in uso da differenti gruppi etnici poi venuti a contatto.

Questo sistema si rivelò molto pratico e duraturo se fu utilizzato da diversi popoli fino al XV secolo d.C.

(5) I primi numeri conosciuti ed in uso tra i sumeri (circa 5000 a.C.) erano quelli mostrati in figura:

(6) In alcune tavolette (Nippur, l’attuale Nuffar, 1889) si trovano tavole di moltiplicazione dei numeri interi con i numeri medesimi disposti in colonna, cosa che noi ritroveremo solo nel nostro medioevo, fino a 180 000. Vi sono poi delle tavole di divisione che arrivano fino a 12 960. Il numero più alto scritto in Mesopotamia, comunque, giunto fino a noi e verosimilmente occorrente in astronomia, è 195 955 500 000 000.

(7) Quanto detto vale per i testi dotti. I testi volgari mantenevano notazioni solo decimali.

(8) Il metodo descritto in breve è noto come metodo di Erone, dal nome del matematico alessandrino del I sec. d.C. Gli indiani tra l’800 ed il 500 a.C. mostrarono di conoscere tale metodo.

(9) Pichot osserva che la diagonale di un quadrato si trova in modo immediato riferendosi alla figura seguente:

(10) Riporto alcune misure in uso nella metrologia mesopotamica che saranno utili per questo ed i successivi problemi:

Lunghezza:

1 cubito = 2 spanne = 3 piedi = 30 dita = 0,495 m (a Babilonia)

1 gar = 12 cubiti

Volume:

1 šar = 144 cubiti = 60 gin

Capacità (liquidi e cereali):

1 sila (qā) = 1/144 cubito3 = 0,842 litri (a Babilonia)

1 granaio = 1152000 sila

Peso:

1 mina = 1/240 cubito3 in acqua = 505 grammi (per un cubito di Babilonia)

1 siclo = 1/60 mina

1 linea = 1/180 siclo = 1/10800 mina

(11) In una tavoletta dell’antico impero babilonese, ritrovata nel 1950, si trova un’approssimazione migliore per p. In tale documento si dice che il 3 va moltiplicato per un certo numero ed il risultato, riportato al sistema decimale, è 3,125

(12) Una descrizione dettagliata della tavoletta di Plimpton si trova in  http://www.math.ubc.ca/~cass/courses/m446-03/pl322/pl322.html

(13)  Sulla mistica dei numeri in Mesopotamia, riporto un brano di A. Pichot:


BIBLIOGRAFIA

1) – Carl B. Boyer – Storia della matematica – Mondadori 1980

2) – Morris Kline – Matematical thought from ancient to modern times – Oxford University Press, 1972

3) – Lancelot Hogben – Mathematics in the Making – Rathbone Books, London 1960

4) – U. Forti – Storia della scienza I. Dalle origini al periodo alessandrino – Dall’Oglio 1968

5) – Giancarlo Masini – Storia della matematica – SEI 1997

6) – Marguerite Rutten – La science des chaldéens – Presses Universitaires de France 1970

7) – René Taton (diretta da) – Storia generale delle scienze –  Casini 1964

8) – André Pichot – La nascita della scienza – Dedalo 1993

9) – George Gheverghese Joseph – C’era una volta un numero – Il Saggiatore 200310) – Duncan J. Melville – http://it.stlawu.edu/~dmelvill/mesomath/

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