Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

(Febbraio 2009)

Infelice questo nostro clima, nel quale regna una fissa resoluzione di voler esterminare tutte le novità, in particulare nelle scienze, quasi che già si sia saputo ogni scibile.

(Da una lettera di Galileo ad Elia Diodati del 18 dicembre 1635)

PRIMA PARTE

        Su Galileo si sono dette e scritte montagne di cose. Il personaggio e la sua vicenda meritano ogni attenzione quanto meno per la gratitudine che ogni persona gli deve per l’eredità che ci ha lasciato. Riguardando i miei scritti su Galileo e rivedendo molta letteratura in circolazione mi sono accorto che per passare ai fatti rilevanti si trascura spesso la parte di vita del Galileo  giovane (della quale mi sono occupato in un precedente lavoro) e quella del Galileo anziano, del Galileo dopo la criminale condanna del Tribunale dell’Inquisizione. In questo articolo vorrei occuparmi, appunto, degli ultimi anni della vita di questo gigante del pensiero scientifico.

LA CONDANNA E L’ABIURA

            Mercoledì 22 giugno 1633 Galileo, nei suoi 70 anni, si trovava nella grande sala del Convento di Santa Maria sopra Minerva, a Roma.

L’ingresso del Convento domenicano annesso alla Chiesa di Santa Maria sopra Minerva (che si intravede appena sulla destra). In primo piano il Pulcin della Minerva, una statua su disegno di Bernini (un elefante che sostiene un obelisco e volge il posteriore al convento). Qualche tempo dopo la condanna di Galileo sotto la coda dell’elefantino fu appeso uno scritto che diceva Fratres Dominici, hic ego vos habeo.

Un’immagine della Piazza di Santa Maria sopra Minerva all’epoca del processo a Galileo (alle spalle dell’osservatore, un poco a sinistra, vi è il Pantheon).

        Era intimorito e tremante, scalzo ed in ginocchio, vestito con il saio bianco del penitente davanti ai Cardinali del Sant’Uffizio riuniti in congregazione plenaria ed accompagnati da più di venti testimoni. Aveva già dovuto subire il corteo per le vie centrali di Roma a cavallo di una mula dell’Inquisizione. Ora doveva ascoltare la sentenza contro la sua persona ed il suo pensiero:

Noi Gasparo del tit. di S. Croce in Gerusalemme Borgia;

Fra Felice Centino del tit. di S. Anastasia, detto d’Ascoli;

Guido del tit. di S. Maria del Popolo Bentivoglio;

Fra Desiderio Scaglia del tit. di S. Carlo, detto di Cremona;

Fra Ant.o Barberino, detto di S. Onofrio;

Laudivio Zacchia del tit. di S. Pietro in Vincoli, detto di S. Sisto;

Berlingero del tit. di S. Agostino Gesso;

Fabricio del tit. di S. Lorenzo in Pane e Perna Verospio, chiamati Preti;

Francesco del tit. di S. Lorenzo in Damaso Barberino; et

Martio di S.ta Maria Nova Ginetto, Diaconi;

per la misericordia di Dio, della S.ta Romana Chiesa Cardinali, in tutta la Republica Christiana contro l’heretica pravità Inquisitori generali dalla S. Sede Apostolica specialmente deputati;

        Essendo che tu, Galileo fig.lo del q.m Vinc.o Galilei, Fiorentino, dell’età tua d’anni 70, fosti denuntiato del 1615 in questo S.o Off.o, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch’ il sole sia centro del mondo et imobile, e che la terra si muova anco di moto diurno; ch’ havevi discepoli, a’ quali insegnavi la medesima dottrina; che circa l’ istessa tenevi corrispondenza con alcuni mattematici di Germania; che tu havevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, nelle quali spiegavi l’ istessa dottrina come vera; che all’obbiettioni che alle volte ti venivano fatte, tolte dalla Sacra Scrittura, rispondevi glosando detta Scrittura conforme al tuo senso; e successivamente fu presentata copia d’una scrittura, sotto forma di lettera, quale si diceva esser stata scritta da te ad un tale già tuo discepolo, et in essa, seguendo la positione del Copernico, si contengono varie propositioni contro il vero senso et auttorità della Sacra Scrittura;

        Volendo per ciò questo S.cro Tribunale provedere al disordine et al danno che di qui proveniva et andava crescendosi con pregiuditio della S.ta Fede, d’ ordine di N. S.re e degl’ Eminen.mi et Rev.mi SS.ri Card.i di questa Suprema et Universale Inq.ne, furono dalli Qualificatori Teologi qualificate le due propositioni della stabilità del sole et del moto della terra, cioè:

        Che il sole sia centro del mondo et imobile di moto locale, è propositione assurda e falsa in filosofia, e formalmente heretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura;

        Che la terra non sia centro del mondo né imobile, ma che si muova etiandio di moto diurno, è parimente propositione assurda e falsa nella filosofia, e considerata in teologia ad minus erronea in Fide.

        Ma volendosi per allora procedere teco con benignità, fu decretato nella Sacra Congre.ne tenuta avanti N. S. a’ 25 di Febr.o 1616, che l’Emin.mo S. Card.le Bellarmino ti ordinasse che tu dovessi omninamente lasciar detta opinione falsa, e ricusando tu di ciò fare, che dal Comissario del S. Off.o ti dovesse esser fatto precetto di lasciar la detta dotrina, e che non potessi insegnarla ad altri né difenderla né trattarne, al quale precetto non acquietandoti, dovessi esser carcerato; et in essecutione dell’ istesso decreto, il giorno seguente: nel palazzo et alla presenza. del sodetto Eminen.mo S.r Card.le Bellarmino, dopo esser stato dall’istesso Sr. Card.le benignamente avvisato et amonito, ti fu dal P. Comissario del S. Off.o di quel tempo fatto precetto
(1), con notaro e testimoni, che omninamente dovessi lasciar la detta falsa opinione, e che nell’avvenire tu non la potessi tenere nò difendere nè insegnar in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto: et havendo tu promesso d’ obedire, fosti licentiato.

        Et acciò che si togliesse affatto così perniciosa dottrina, e non andasse più oltre serpendo in grave pregiuditio della Cattolica verità, uscì decreto della Sacra Congr.ne dell’ Indice, col quale furno prohibiti li libri che trattano di tal dottrina, et essa dichiarata falsa et omninamente contraria alla Sacra et divina Scrittura.

        Et essendo ultimamente comparso qua un libro, stampato in Fiorenza l’anno pross.to (sic), la cui inscrittione mostrava che tu ne fosse l’autore, dicendo il titolo Dialogo di Galileo Galilei delli due Massimi Sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano; et informata appresso la Sacra Congre.ne che con l’ impressione di detto libro ogni giorno più prendeva piede e si disseminava la falsa opinione del moto della terra e stabilità del sole; fu il detto libro diligentemente considerato, et in esso trovata espressamente la transgressione del predetto precetto che ti fu fatto, havendo tu nel medesimo libro difesa la detta opinione già dannata et in faccia tua per tale dichiarata, avvenga che tu in detto libro con varii ragiri ti studii di persuadere che tu la lasci come indecisa et espressamente probabile, il che pur è errore gravissimo, non potendo in niun modo esser probabile un’opinione dichiarata e di finita per contraria alla Scrittura divina.

        Che perciò d’ordine nostro fosti chiamato a questo S. Off.o, nel quale col tuo giuramento, essaminato, riconoscesti il libro come da te composto e dato alle stampe. Confessasti che, diece o dodici anni sono incirca, dopo esserti fatto il precetto come sopra, cominciasti a scriver detto libro; che chiedesti la facoltà di stamparlo, senza però significare a quelli che ti diedero simile facoltà, che tu havevi precetto di non tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo tal dottrina.

        Confessasti parimente che la scrittura di detto libro è in più luoghi distesa in tal forma, ch’il lettore potrebbe formar concetto che g1’argomenti portati per la parte falsa fossero in tal guisa pronuntiati, che più tosto per la loro efficacia fossero potenti a stringer che facili ad esser sciolti; scusandoti d’esser incorso in error tanto alieno, come dicesti, dalla tua intentione, per haver scritto in dialogo, e per la natural compiacenza che ciascuno ha delle proprie sottigliezze e del mostrarsi più arguto del comune de gl’ huomini in trovar, anco per le propositioni false, ingegnosi et apparenti discorsi di probabilità.

        Et essendoti stato assignato termine conveniente a far le tue difese, producesti una fede scritta di mano dell’ Emin.mo S.r Card.le Bellarmino, da te procurata, come dicesti, per difenderti dalle calunnie de’ tuoi nemici, da’ quali ti veniva opposto che havessi abiurato e fossi stato penitentiato dal S.to Off.o, nella qual fede si dice che tu non havevi abiurato, né meno eri stato penitentiato, ma che ti era solo stata denuntiata la dichiaratione fatta da N. S.e e publicata dalla Sacra Congre.ne dell’Indice, nella quale si contiene che la dottrina del moto della terra e della stabilità del sole sia contraria alle Sacre Scritture, e però non si possa difendere né tenere; e che perciò, non si facendo mentione in detta fede delle due particole del precetto, cioè docere et quovis modo, si deve credere che nel corso di 14 o 16 anni n’havevi perso ogni memoria, e che per questa stessa cagione havevi taciuto il precetto quando chiedesti licenza di poter dare il libro alle stampe, e che tutto questo dicevi non per scusar l’ errore, ma perchè sia attribuito non a malitia ma a vana ambittione. Ma da detta fede, prodotta da te in tua difesa, restasti magiormente aggravato, mentre, dicendosi in essa che detta opinione è contraria alla Sacra Scrittura, hai non di meno ardito di trattarne, di difenderla e persuaderla probabile; né ti suffraga la licenza da te artefitiosamente e calidamente estorta, non havendo notificato il precetto ch’havevi.

        E parendo a noi che tu non havessi detto intieramente la verità circa la tua intentione, giudicassimo esser necessario venir contro di te al rigoroso essame; nel quale, senza però pregiuditio alcuno delle cose da te confessate e contro di te dedotte come di sopra circa la detta tua intentione, rispondesti cattolicamente.

        Pertanto, visti e maturamente considerati i meriti di questa tua causa, con le sodette tue confessioni e scuse e quanto di ragione si doveva vedere e considerare, siamo venuti contro di te alla infrascritta diffinitiva sentenza.

        Invocato dunque il S.mo nome di N. S.re Gesù Christo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria; per questa nostra diffinitiva sentenza, qual sedendo pro tribunali, di consiglio e parere de’ RR. Maestri di Sacra Teologia e Dottori dell’ una e dell’ altra legge, nostri consultori, proferimo in questi scritti nella causa e cause vertenti avanti di noi tra il M.co Carlo Sinceri, dell’una e dell’altra legge Dottore, Procuratore fiscale di questo S.o Off.o, per una parte, e te Galileo Galilei antedetto, reo qua presente, inquisito, processato e confesso come sopra, dall’ altra;

        Diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichiariamo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S. Off.o vehementemente sospetto d’ heresia, cioè d’haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’ il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo
(2), e che si possa tener e difendere per probabile un’opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per ccntraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni et altre constitutioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assoluto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori et heresie et qualunque altro errore et heresia contraria alla Cattolica ed Apostolica Chiesa, nel modo e forma che da noi ti sarà, data.

        Et acciocchè questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, et sii più cauto nell’ avvenire et essempio all’ altri che si astenghino da simili delitti, ordiniamo che per pubblico editto sia prohibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galilei.

        Ti condaniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t’imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitentiali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare, o levar in tutto o parte le sodette pene e penitenze.

        Et così diciamo, pronuntiamo, sententiamo, dichiariamo, ordiniamo e reservamo in questo et in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo.

Ita pronun.mus nos Cardinales infrascripti:

F. Cardinalis de Asculo.

G. Cardinalis Bentivolus.

Fr. D. Cardinalis de Cremona.

Fr. Ant.s Cardinalis S. Honuphrii.

B. Cardinalis Gipsius.

F. Cardinalis Verospius.

M. Cardinalis Ginettus.

        La cosa che si coglie subito, al di là delle bestialità fondamentaliste sostenute e dei falsi nell’accusa, è che solo 7 dei 10 cardinali inquisitori avevano firmato la sentenza. Mancano le firme di Borgia, Barberini e Zacchia. Ed è inutile speculare se non vi fu accordo tra i duri che vinsero e coloro che volevano una pena più mite o se vi furono mediazioni o se vi furono calcoli politici. Non sappiamo nulla.

        Il cerimoniale, comunque, prevedeva che, dopo la lettura della sentenza vi fosse da parte dell’accusato, la lettura dell’abiura già preparata dai solerti inquisitori di Santa Romana Chiesa:

        Io Galileo, fig.io del q. Vinc.o Galileo di Fiorenza, dell’età mia d’anni, constituto personalmente in giuditio, et inginocchiato avanti di voi Emin.mi et Rev.mi Cardinali, in tutta la Republica Christiana contro l’heretica pravità generali Inquisitori; havendo davanti gl’ occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l’aiuto di’ Dio crederò per l’avvenire, tutto quello che tiene, predica et insegna la S.a Cattolica et Apostolica Chiesa. Ma perchè da questo S. Off.o, per aver io, dopo d’essermi stato con precetto dall’istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d’essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l’istessa dottrina già dannata et apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna solutione, sono stato giudicato vehementemente sospetto d’heresia, cioè d’haver tenuto e creduto che il sole sia centro del mondo et imobile e che la terra non sia centro e che si muova;

        Pertanto, volendo io levar dalla mente delle Eminenze V.re e d’ogni fedel Christiano questa vehemente sospitione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori et heresie, e generalmente ogni et qualunque altro errore, heresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa haver di me simil sospitione; ma se conoscerò alcun heretico o che sia sospetto d’ heresia, lo denontiarò a questo S. Offitio, o vero all’ Inquisitore o Ordinario del luogo dove mi trovarò.

        Giuro anco e prometto d’adempire et osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo S. Off.o imposte; e contravenendo ad alcuna delle dette mie promesse e giuramenti, il che Dio non voglia, mi sottometto a tutte le pene e castighi che sono da’ sacri canoni et altre constitutioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Così Dio m’aiuti e questi suoi santi Vangeli, che tocco con le proprie mani.

        Queste furono le parole che Galileo, si può immaginare con quale animo, lesse davanti al suo tribunale. Alla fine dell’immonda recita si alzò dallo stare in ginocchio e si avvicinò al tavolo del segretario sul quale vi era il documento da firmare.

        Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; et in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiuratione et recitatala di parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo dì 22 Giugno 1633.

        Io Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria.

        Abbiamo un immediato riscontro della condanna nel manifesto di Antonio Badelli, affisso in più punti della città::

Il Galileo fu abiurato mercordì mattina nel Convento della Minerva alla presenza di tutti i Cardinali della Congregazione del Santo Uffizio, e gli abbruciarono in faccia il suo libro, dove tratta del moto della terra. [25 giugno 1633]

        E lo stesso Badelli scrisse le parole seguenti ad un ignoto destinatario:

…. Il Galileo, oltre l`abiurazione, era stato condennato per molto tempo alle carceri del Sant`Ufficio; ma in grazia del G. Duca gli è stato assignato il palazzo di Sua Altezza, posto alla Trinità de`Monti, in luogo delle carceri medesime…. [2 luglio 1633]

        Così a Galileo, dopo due giorni passati nelle Carceri del Sant’Uffizio(3), fu concesso di risiedere a Villa Medici vicina alla Chiesa di Trinità dei Monti al Pincio, nel Palazzo dell’Ambasciatore del Granduca di Toscana, Francesco Niccolini.

La parte interna di Villa Medici all’epoca in cui vi trovò asilo Galileo

In primo piano la Chiesa di Trinità dei Monti. In secondo piano Villa Medici dal lato dell’ingresso.

        Quando si seppe della condanna di Galileo, due suoi affezionati amici, Niccolò Aggiunti e Geri Bocchineri (che incontreremo più avanti), avevano fatto sparire rapidamente dalla casa di Galileo in Firenze e da quella in Arcetri, tutte gli appunti e gli scritti di Galileo per paura che fossero sequestrati e distrutti e per il timore che avessero potuto compromettere ulteriormente l’amico e maestro.

VERSO FIRENZE

        Galileo era profondamente abbattuto tanto da non pensare più alle sue ricerche ma solo all’assurda sua situazione.

       Durante il Processo di Roma, l’Arcivescovo di Siena, Ascanio Piccolomini, aveva invitato Galileo, a fine processo (che evidentemente immaginava come un fatto solo formale), nella sua residenza senese(4). Della cosa si ricordò Galileo e, tramite Niccolini e l’intercessione di sua moglie Caterina Riccardi (regina della gentilezza, come la definiva Galileo), fece richiesta di potersi recare a Siena per scontare la sua carcerazione nella dimora arcivescovile. L’istanza era trattata da Niccolini tramite Mons. Bichi che aveva disponibilità di parlare con il Cardinale Barberini e della cosa Niccolini, il 26 giugno, informava Andrea Cioli, Segretario del Granduca Ferdinando II e lo stesso Galileo (il 2 luglio).

S.r Galileo,

V. S. potrà andarsene a Siena nell’Arcivescovado, e quivi aspettar di sentir poi quel che sia mente di S. S.tà quanto alla grazia libera, non essendo parso alla Congregatione né a S. S.tà così presto di liberarla interamente. Ho ottenuto questo contr’a quel che i SS.ri Cardinali havevano risoluto e convenuto, cioè ch’ andando a Siena, si fermasse in un convento, a beneplacito di S. B.e; et ho anche supplicato poi il S.r Card.l Barberino d’ordinare ch’ ella possa andar anche nella Chiesa Cathedrale per udir messe e divini offizi. È necessario adesso che il P. Commissario vada a pigliarne l’ordine per darne lo commissioni oportune all’Arcivescovo di Siena, in quella maniera che le sarà ordinato; et io manderò hoggi dal detto Commissario, perchè vada a Palazzo prima che puole. Com’ella sarà stata in Siena qualche settimana, si potrà poi supplicar di potersene andar a Firenze et anche d’esserne interamente liberato; e fra tanto dovranno cessare i sospetti del male di Firenze, dove per hora ella non può in ogni modo transferirsi senza pericolo. Come si sia parlato con il Commissario, le potrò facilmente dire quando ella possa sperare di partir di qua, afin di dare gl’ ordini oportuni. E li bacio le mani.

Di casa, questo medesimo giorno di sabato.

Di V. S. molto Ill.re
Aff.mo Ser.re

Franc.o Niccolini.

        Per parte sua Galileo aveva fatto supplica personale al Papa Urbano VIII(5). In realtà il fine di Galileo era tornare a Firenze ma la peste che affliggeva la città lo convinse solo ad avvicinarsi nell’attesa che quel pericolo si estinguesse. Nella supplica di Galileo, si faceva riferimento al fatto che sua cognata, la moglie di suo fratello Michelangelo, era rimasta vedova nel gennaio del 1631 e tornava a Firenze con i suoi otto figliuoli e non aveva alcun sostegno economico. Il 30 giugno arrivò l’autorizzazione della Sacra Congregazione del Sant’Uffizio. Così, il 6 luglio, Galileo poté lasciare Roma ed il 9 luglio giunse a Siena.

       Mentre accadeva questo la solerte Congregazione inviava copia della sentenza e dell’abiura a tutti gli Inquisitori e Nunzi Apostolici delle vari città al fine di far conoscere specialmente ai Professori di Matematica e Filosofia delle varie Università la inflessibile posizione della Chiesa su tali questioni.

        Galileo era stato ricevuto amorevolmente da Piccolomini e la sosta in quella casa gli fu estremamente utile. Lo racconta molto bene Geymonat:

I primi dieci mesi, che seguirono alla condanna del giugno 1633, rappresentano uno dei periodi più importanti per lo studio della personalità di Galileo, sempre cosi ricca di umanità e cosi grande pur nelle sue debolezze; periodo in cui lo vediamo compiere tenacissimi sforzi per risollevarsi dall’abiezione in cui era caduto e per riuscire a dare un nuovo senso alla propria vita, e – nel momento stesso in cui sembrava aver superato la prima più difficile tappa di questo cammino – lo vediamo ricadere d’un tratto in uno stato di cupa disperazione perché mortalmente colpito nel più profondo dei suoi affetti: quello per la figlia Virginia [su questo tornerò più oltre, ndr].
Già sappiamo che Galileo maturava ormai da un certo tempo il progetto di ritornare alla scienza pura, per obliare in essa l’odioso affronto subito; il fatto straordinario è che gli bastarono poche settimane per ritrovare l’antica serenità e gettarsi al lavoro con rinnovata energia. Chi seppe fornirgli il più valido appoggio in questa fase di rapidissimo ricupero fu proprio l’arcivescovo di Siena, Ascanio Piccolomini, presso cui egli era giunto nella veste di confinato.
Legato a Galileo da sincera e profonda amicizia, il Piccolomini intuì che il suo primo dovere era quello di fare in modo che lo scienziato non sentisse il palazzo arcivescovile come una prigione, ma, al contrario, vi trovasse un ambiente capace di ridargli fiducia in se stesso e di stimolarlo alla ricerca scientifica. Organizzò pertanto «continue visite» delle maggiori personalità cittadine, durante le quali gli invitati, sia manifestando a Galileo la loro immutata ammirazione, sia sollevando innanzi a lui, giorno per giorno, interessanti quesiti, riuscirono a fargli direttamente constatare quanto la sua opera fosse ancora utile al progresso della cultura. Cosi lo sconfitto poté, in breve tempo, riprendere le sue forze, e la «prigione» finì col trasformarsi in una vera e propria scuola di liberi dibattiti scientifici.

Palazzo Piccolomini (o delle Papesse) a Siena

        E Galileo, nella casa amica, sotto le continue sollecitazioni che aveva, riprese il gusto di fare scienza, di pensare, di argomentare. In poco tempo sempre maggiore era il numero delle persone che ambivano al cenacolo di Piccolomini per ascoltare il grande scienziato e per vedere la Luna con il cannocchiale (Teofilo Gallaccini, lettore di logica e matematica nello Studio Senese, nella sua opera Monade Celeste, o vero Trattato di Cosmografia, oggi conservata manoscritta presso la Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena, ricorda sei osservazioni telescopiche della Luna effettuate dalla loggia del palazzo nel mese di agosto del 1633. Come riferisce Gallaccini, i presenti osservarono con Galileo il corpo lunare non haver la superficie eguale, ed uniforme; ma esser simigliante alla Terra). Come ricorda lo stesso Galileo a Elia Diodati in una lettera del 7 marzo 1634, in Siena in casa Monsigg. Arcivescovo […] composi un trattato di argomento nuovo, in materia di meccaniche, pieno di molte specolazioni curiosi et utili. Si tratta dei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze,dei quali Discorsi parlerò più oltre. Una delle questioni che saranno poi discusse nei Discorsi, sembra prendesse proprio corpo a Siena. Si tratta del problema, estremamente controverso, dell’esistenza del vuoto che, per sua natura riportava agli atomi ed all’eretico Democrito. Abbiamo la cronaca di un dibattito su tale argomento che Galileo intrattenne con un avversario polemico ed insolente  in casa Piccolomini, cronaca fatta dal medico e filosofo senese Mattia Naldi che scriveva in proposito a Fabio Chigi (futuro Papa Alessandro VII nel 1655) il 21 luglio 1633:

… Haviamo in Siena appresso Monsig.r Arcivescovo il Ga1ileo, che è tornato di Roma per certo suo negotio e si tratterrà qualche giorno.
Il Sig.r Francesco Pelagi predicò la Pasqua di Spirito Santo in Duomo, con buon plauso in parte et partibus; e se bene scese presto di pulpito, che non passorno tre prediche, nondimeno restò un poco alto più del solito: particolarmente l’altr’hieri venne a ragionamento con il Galileo, e nel discutere se la tromba d’aqqua havesse l’attione sua per impulsione o per attrattione, messe il Galileo in inconveniente, perché nella sua [di Galileo] opinione di detta tromba si concederebbe il vacuo. Rispose il Galileo che, se non naturale, almeno violento, non haveva diffìcultà di concedere il vacuo; et il Pelagi lo piccò di temerario, in voler conceder cosa negata da tutti, senza addurne ragione. Rispose il Galileo che per allora non gli sovveniva ragion più digesta se non che l’esperienza gli mostrava così, e che incolpava il proprio intelletto che non arrivasse più oltre. Replicò il Pelagi che hora non era di carnevale, che s’havesse a far le maschare, e disse al Galileo che questa sua humiltà era una maschara alla più fina superbia che sia; e ad istanza di molti lassò scandelizzato il Galileo. Hebbe ordine, per quanto ho inteso, di non entrar più in palazzo di Monsignore. Sono molte notti che non dorme, va la notte gridando e improvisando alla pazzesca, e si dubita grandemente che presto non sciolga i bracchi a fatto …

        Naturalmente il prete Chigi informò i superiori ed il 3 ottobre del 1633 fece sapere a Naldi che il Galileo haveva prohibitione della opinione.

        Altro argomento che sappiamo Galileo discusse (settembre 1633) con il suo ex allievo, il giurista Mario Guiducci, è relativo alla fusione (il getto) delle campane. Galileo aveva avanzato una qualche teoria a Guiducci e le proposizioni di Galileo gli sembravano di tanto difficile immaginabilità. Chiese allora ad un fonditore, Pietro Tacca, che gli spiegò come si fondevano le campane e da dove potevano nascere i loro difetti. Galileo allora preparò un profilo di una campana e Guiducci lo portò a far vedere a Tacca ma questi non seppe dirgli altro che la fusione si faceva così e tutti facevano così. Non abbiamo le lettere di Galileo a Guiducci ma questo argomento sarà affrontato nei Discorsi quando si occuperà di resistenza dei materiali. C’è da osservare che caratteristica di Galileo è sempre stata quella del confronto con i dati che gli provenivano dal mondo artigiano, dal mondo delle tecniche pratiche sviluppate. A tali mondi egli sovrapponeva una interpretazione non ingenua che tentava di sbarazzarsi del senso comune.

        L’elevato tono di queste conversazioni affascinavano un poco tutti e ne abbiamo una riprova nella lettera che il matematico Niccolò Aggiunti, allievo prima di Castelli poi suo, inviò a Galileo il 10 settembre 1633:

Io non potevo ricever da V. S. Ecc,ma maggior honore che esser fatto partecipe dell’ambrosia delli Dei, ché tale a mio giudizio e gusto deve chiamarsi ogni speculazione del suo sovrano ingegno. Quest’ultima sua meditazione mi ha arrecato gusto grandissimo, non solo perchè ho veduto in essa resoluto con tanta facilità et evidenza un quesito così bello e curioso, ma ancora per l’importante considerazione che appresso ella vi fa, deducendone quella mirabil necessità che nella struttura delle fabbriche tanto artificiali quanto naturali si ritrova, di esserci una limitata grandezza oltre la quale l’arte o la natura, tentando di fabbricare, più tosto demolirebbe e distruggerebbe. Questo è ben altro che il maximum quod sia et minimum quod non de’ Peripatetici. V. S. Ecc.ma attenda pure (mentre l’invidia mangia i suoi serpi) a recrear con simili delizie se stessa e gl’ amatori di sì belle novità, e sicuramente confidi che la verità, che lei con tanto studio arricchita et adorna, non permetterà mai che ella sia defraudata del meritato premio di vera lode. 

        Questo ripreso fervore non sfuggì a qualche perfido bigotto che si prese la briga di inviare lettere anonime ai più disparati personaggi della Congregazione e del Tribunale del Sant’Uffizio per denunciare lo scandalo di un Arcivescovo che permetteva lo sconcio dell’eretico Galileo che ancora poteva parlare:

Emin.mi Sig.ri

Il Galileo ha seminato in questa città opinioni poco cattoliche, fumentato da questo arcivescovo suo hospite, quale ha sugerito a molti che costui sia stato ingiustamente agravato da cotesta Sacra Congregatione, e che non poteva né doveva reprobar le opinioni filosofiche, da lui con ragioni invincibili mattematiche e vere sostenute, e che è il prim’homo del mondo, e viverà sempre ne’suoi scritti, ancor prohibiti, e che da tutti moderni e migliori vien sequitato. E perché questi semi da bocca d’un prelato potriano produrre frutti perniciosi, se ne dà conto etc .


Fuori, d’altra mano:

Contra Hev. Archiepiscopum Senarum.

Incerto,

Che M.re Arciv.o di Siena, hospite del Galileo, den.tia

Lectum.

e di mano ancora diversa:

P.o Februarii relatae.         

        Intanto proseguiva l’interessamento al definitivo trasferimento in Firenze dell’Ambasciatore Niccolini presso il Sant’Uffizio e lo stesso Papa. Ad una lettera di Niccolini del (forse) novembre del 1633 viene apposta la concessione richiesta per il 1° dicembre del 1633:

Beat.mo Padre,

Si supplica V. S.tà a degnarsi di contentarsi che Galileo Galilei possa tornarsene alla patria, mentre sin hora ha obbedito al precetto di V. S.tà e della Sacra Congregatione, di starsene in Siena nel modo prescrittoli; e si riceverà per gratia singolarissima.

Fuori

Alla S.tà di N.ro Sig.re

Alla Cong.ne del Sant’ Offitio etc.
per Galileo Galilei.

e d’altra mano:

p.a xbris 1633.

A S.mo in Cong.ne S.O.

conceditur habilitatio in eius rure, modo tamen ibi ut in solitudine stet, nec evocet eo aut venientes illuc recipiat ad colloeutiones, et hoc per tempus arrbitrio S. S.

P.a. Decembris 1633 S.s oratorem habilitavit ad eius rurem, 
ubi vivat in solitudine, nec eo evocet aut venientes illue reeipiat ad collocutiones, et hoc per tempus arbitrio S. S.

        L’accettazione della petizione fa parte della infida politica curiale. Galileo era a Siena, in un città popolata e culturalmente molto avanzata dove poteva incontrare le massime personalità della politica e della cultura. Le sue idee avevano fertile terreno per continuare a germogliare e moltiplicarsi. Meglio mandarlo in luogo isolato e per farlo cosa c’era di meglio che inviarlo nella sua casa di campagna ad Arcetri ?  E così, superato il pericolo della peste, Galileo si poté trasferire nella sua dimora chiamata Il Gioiello nei primi giorni di dicembre con l’obbligo di stare da solo, di non chiamare né di ricevere alcuno, per tutto il tempo che richiedesse Sua Santità. In particolare non doveva ricevere visitatori con cui intrattenersi in conversari. Solo i famigliari potevano fargli visita, dietro preventiva autorizzazione. La cosa comunque era accettata da Galileo, il ritorno alla sua casa, ai suoi strumenti e, probabilmente, a vari documenti di antichi lavori conservati, ai suoi amici, ad Alessandra Bocchineri (della quale parlerò più oltre), si accompagnava alla felicità di potere rivedere la sua cara Virginia che era molto sofferente in salute.

Lettera di Galileo da Arcetri al Cardinale Francesco Barberini (17 dicembre 1633)

        La condanna di Galileo suonò nel mondo scientifico come una bomba. Galileo era sospettato di eresia ? Ma se era sospettato perché condannarlo ? Inoltre che eresia era, di che natura, quella di Galileo ? De Santillana osserva che, anche se pubblicamente tutto taceva per la paura del mostro-Chiesa, tali dibattiti in privato erano aperti e tra le migliori menti. In particolare vi fu una corrispondenza tra Padre Mersenne (il traghettatore, anche di contrabbando, della scienza sviluppata in Italia verso la Francia) e Descartes (riporto di seguito due lettere). Quest’ultimo scriveva a Mersenne:

Deventer, fine novembre 1633

[…] Ero a quel punto quando ho ricevuto la vostra ultima dell’undici di questo mese e mi proponevo di fare come i cattivi debitori che, quando si rendono conto che il tempo di pagare si avvicina, si recano dai creditori e li pregano di concedere loro una proroga. In realtà mi ero proposto di inviarvi il mio Mondo per le festività di fine d’anno e non sono trascorsi neppure quindici giorni da quando ero assolutamente deciso a farvene pervenire almeno una parte se, per quel tempo, non avessi potuto ottenere che la totalità dell’ opera fosse trascritta. Debbo però dirvi che – appreso che l’anno precedente era stato stampato in Italia il Sistema del Mondo di Galileo – feci cercare in quei giorni a Leida e ad Amsterdam se non se ne trovasse una copia: mi si rispose che era vero che era stato pubblicato, ma che nello stesso tempo tutte le copie erano state date alle fiamme a Roma e il suo autore condannato a qualche pena. Il fatto mi ha tanto colpito che mi sono quasi deciso a bruciare tutte le mie carte o almeno – a non permettere a nessuno di vederle. Non mi è parso infatti immaginabile che Galileo, italiano ed anche, come almeno mi si dice, benvoluto dal Papa, abbia potuto esser considerato un criminale per il solo fatto di avere – come avrà certamente fatto – sostenuto il moto della Terra. So bene che [tale concezione] era stata censurata da alcuni Cardinali, ma mi pareva aver anche sentito dire che da allora non si era cessato d’insegnarla pubblicamente perfino nella stessa Roma; riconosco che, se è falsa, lo sono anche tutti i fondamenti della mia Filosofia, giacché da essi tale moto si dimostra come affatto evidente. Essa è così tenuta a tutte le parti del mio Trattato che non potrei eliminarla senza rendere il resto del tutto difettoso. Non volendo però per nulla al mondo essere l’autore di un discorso ove si trovi la pur minima parola disapprovata dalla Chiesa, preferirei sopprimerlo interamente piuttosto che farlo apparire mutilato. Non sono mai stato portato a comporre libri e, se non mi fossi impegnato con promesse che ho contratte con voi e con alcuni amici per far in modo che il desiderio di mantenere la parola data mi costringesse ad applicarmi ancor più agli studi, non sarei mai venuto a capo di questo mio lavoro. Dopo tutto sono convinto che non mi invierete nessuna guardia per costringermi a pagare il debito e che forse sarete anche ben contento di esser libero della fatica di leggere povere cose. Vi sono già tante concezioni in Filosofia che possono apparire credibili ed essere sostenute nelle dispute, che se le mie non hanno qualcosa di più certo e non possono essere approvate senza controversie non vorrò mai darle alla luce. Tuttavia, visto che sarei davvero poco cortese se, dopo avervi colmato per tanto tempo di promesse, pensassi di ripagarvi con una semplice battuta, non mancherò di mostrarvi quanto ho fatto, appena mi sarà possibile: lasciate che vi chieda ancora, per favore, una proroga di un anno per aver il tempo di rivederlo e metterlo nella migliore forma possibile. Mi avete ricordato il detto oraziano: nonumque prematur in annum, ma non sono ancora trascorsi tre anni da quando ho iniziato il Trattato che penso inviarvi; vi pregherei di farmi sapere quel che vi è noto dell’affare di Galileo […]

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Amsterdam, aprile 1634

Mio Reverendo Padre,

Apprendo dalle vostre lettere che le mie ultime che vi avevo indirizzate sono andate perdute, nonostante abbia pensato di avervele spedite con tutte le garanzie. In quelle mi soffermavo a spiegarvi la ragione che mi impediva di inviarvi il mio Trattato, [ragione] che troverete così legittima, ne son certo, che vi terrete ben lontano dal biasimarmi per il fatto che ho preso la decisione di non mostrarlo a nessuno; sareste voi al contrario il primo ad esortarmi in tal senso, se non l’avessi già fatto.
Voi sapete, non v’è dubbio, che poco tempo fa Galileo è stato ammonito dagli Inquisitori della Fede e che la sua opinione relativa al movimento della Terra è stata condannata come eretica.
Ora vi dico che tutte le cose che spiego nel mio Trattato, tra cui anche questa opinione intorno al moto della Terra, dipendono in tal modo le une dalle altre, che è sufficiente rendersi conto che ve n’è una che è falsa per stimare che tutti gli argomenti di cui mi sono servito non possiedono forza alcuna; per quanto poi stimi che [tali argomenti] siano fondati su dimostrazioni certissime ed evidentissime, non vorrei tuttavia per nulla al mondo sostenerli contro l’autorità della Chiesa. So bene che si potrebbe dire che tutto quel che gli Inquisitori di Roma hanno deciso non è per questo definitivo articolo di Fede e che è necessario che prima il Concilio consideri la cosa. Non sono però tanto affezionato ai miei pensieri da volermi servire di tali cavilli per aver modo di mantenerli. Inoltre, il desiderio che ho di vivere in quiete e di continuare 1’esistenza che ho iniziata, assumendo come motto bene vixit bene qui latuit, fa sì che mi senta più felice d’essermi liberato dal timore che nutrivo di acquistare, con questo mio Scritto, più relazioni di quante ne desideri, che non dispiaciuto di aver perduto quel tempo e quella fatica che ho impiegato per comporlo [ … ].

        Descartes, nonostante si trovi in Olanda, molto distante da Roma ha la paura che non si concesse Galileo e men che meno Giordano Bruno. Egli decideva di non pubblicare i suoi lavori per quella condanna e quella posizione del Sant’Uffizio che, comunque, non crede sia posizione della Chiesa tutta ma solo di alcuni cardinali poiché il Papa non si è espresso in proposito e tantomeno si è avuto un Concilio sulla questione(7).

        De Santillana commenta l’ultima lettera con le seguenti parole:

Questa lettera non è in verità un modello di coraggio. Ma Descartes non aveva torto di pensare che era più saggio non insistere, perché il Papa era un po’ come quella regina di Spagna la quale diceva a suo marito: “io posso fare dei principi del sangue senza di voi, ma quanto voi potete fare senza di me porta tutt’altro nome“. Egli aveva il potere di trasformare in qualsiasi momento, con una dichiarazione infallibile, la teoria di Copernico in eresia; e cosi la questione sarebbe stata definitivamente resa insolubile. Non lo fece. Ed ecco perché il processo di Galileo resta nella storia come una vicenda stranamente incongrua. Non si lancia un’azione teologica a fondo per rimanersene poi su posizioni di ripiego; non si trascina un uomo nel fango perché difende la sua convinzione scientifica, per poi scantonare all’ultimo momento, senza che ne nasca una situazione inestricabile. Le autorità non potevano spiegare al mondo intero le vere ragioni; come quella che Galileo si era messo a scrivere in italiano e che le aveva messe in ridicolo. Di qui l’ambiguità del loro comportamento: da una parte si conservò allo scienziato la sua piccola pensione ecclesiastica, dall’altra ci si accanì contro di lui con dei rigori meschini. Le parole che concludono la vertenza si trovano annotate su una petizione di Galileo – l’ultima – del 1638: Sanctissimus nihil voluit concedere.
Tutta la faccenda ricorda certi archi di trionfo pontificali ornati di pomposo vaniloquio (Urbano VIII eresse – a edificazione delle anime pie, si potrebbe qui leggere, e sarebbe, oltre che vaniloquio, anche stretta verità) o quegl’imponenti portali barocchi della campagna romana, che all’improvviso ti scoprono, allo sbocco di una via chiusa fra due muri, lo spettacolo di un campo di carciofi. Tante cose a Roma hanno l’aria di avere uno scopo spettacolare, che poi non ne rivelano alcuno visibile o immaginabile .
L’Urbe, imperturbabile ed inafferrabile come sempre, non prese nota. Pasquino e Marforio passarono oltre. C’erano tanti> bei soggetti di conversazione, come le nuove cappelle, come quel magnifico baldacchino del Bernini inaugurato in San Pietro proprio in quel giorno.
 

GALILEO NELLA CASA DI CAMPAGNA

        Quando mi sono occupato di Galileo giovane, avevo parlato dei figli che Galileo aveva avuto con la veneziana Marina Gamba, Virginia (nel 1601), Livia (nel 1602) e Vincenzo (nel 1606). La prima aveva lasciato Padova un anno prima che lo facesse Galileo per andare a vivere a Firenze con la nonna paterna. Livia restò invece con il padre mentre Vincenzo, per qualche tempo, con la madre, restata a Venezia, per la qual cosa riceverà da Galileo tramite Lorenzo Pignoria gli alimenti fin quando il piccolo sarà abbastanza grande per raggiungerlo (Marina si sposerà con Giovanni Bartoluzzi ricevendo una dote dallo stesso Galileo). Galileo non si sposò mai anche se era molto legato alla Gamba e, si ricorderà, le cose andarono così per i grandi problemi economici che Galileo aveva ed ha sempre avuto. Tornato a Firenze nel 1610, Galileo tentò di sistemare le figlie con sua madre (la nonna delle bambine) ma per il cattivo carattere di quest’ultima la cosa non durò. E Galileo, sempre per motivi economici, verso la fine del 1613 dovette portare le sue figlie in convento, il Convento di clausura delle clarisse di San Matteo in Arcetri. Il destino di suore era quello di una gran quantità di fanciulle che non avevano tanto denaro disponibile per la dote; con Galileo vi era un problema in più perché le figlie erano delle illegittime (mentre Vincenzo sarà riconosciuto da Galileo nel 1618) e ciò non avrebbe permesso loro di accasarsi con qualche signore benestante. Il convento, al quale occorreva pagare una qualche retta, costava molto meno. Le figlie di Galileo, nel 1613, non avevano ancora i 16 anni necessari per prendere i voti. Restarono lì fin quando non poterono farlo, Virginia nel 1616 con il nome di Suor Maria Celeste e Livia nel 1717 con il nome di Suor Arcangela. La prima accettò quest’obbligo con devozione e completa rassegnazione fino a sembrare avere la vocazione, la seconda invece non sopporterà questa costrizione divenendo isterica e con un carattere completamente e comprensibilmente scostante.

L’ingresso del Convento di San Matteo ad Arcetri

Un disegno che ritrae Il Gioiello ad Arcetri all’epoca di Galileo

Un disegno che ritrae Galileo nell’interno de Il Gioiello

Lato interno de Il Gioiello, oggi restaurato

Lato esterno de Il Gioiello, oggi restaurato

        Il ritorno ad Arcetri, vicino al Convento delle figlie, permise a Galileo di rivedere l’amatissima Virginia. Tra i due vi fu sempre un tenero affetto testimoniato dalla fitta corrispondenza che vi fu, iniziata nel 1623 e terminata nel dicembre del 1633 quando Galileo poté starle vicino di nuovo (fino al 1632 Galileo risiedeva ad Arcetri nella sua dimora chiamata Il Gioiello,che aveva affittato nel settembre del 1631 per 35 scudi l’anno dalSignor Esaù Martellini). Le lettere di Virginia al padre sono molto belle e ci raccontano cose di vita privata molto toccanti. Purtroppo non possediamo le lettere di Galileo a Virginia che furono probabilmente bruciate dalle consorelle perché di un presunto eretico. Le lettere di Virginia aiutarono molto Galileo quando a Roma affrontava il processo ed anche nel periodo senese. Riporto in nota(6) le lettere che Virginia scrisse tra la condanna di Galileo ed il suo ritorno ad Arcetri. Riporto invece di seguito tre lettere: la prima è l’ultima scritta prima che si sapesse della condanna di Galileo, essa mostra quanto Virginia avesse a cura le cose del padre; la seconda e la terza  sono le prime due lettere dopo la condanna e mostrano il profondo dolore che ella provò quando seppe della condanna del padre, condanna che risultò imprevista in quanto Galileo aveva sempre minimizzato con la figlia i suoi problemi con la Chiesa.

A Roma


      San Matteo, 18 giugno 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Quando io scrissi a V. S. dandogli conto del male ch’era stato in questi contorni, già era cessato quasi del tutto ogni sospetto, essendo scorsi molti giorni, anzi settimane, senza sentirsi niente; e, come allora li soggiunsi, me ne dava intiera sicurtà il vedere che tutti quegli gentiluomini nostri vicini se ne stavano qua in villa, come seguitano ancora di starci tutti; e ch’è più, nella medesima città di Firenze si sentiva che il male andava tanto diminuendo che si sperava che presto dovesse restar libera del tutto. Onde, con questa sicurtà, mi mossi ad esortarla e sollecitarla per il suo ritorno, sebbene nell’ultima che gli scrissi, sentendo che le cose erano peggiorate, mutai linguaggio, come si suol dire. Perché, sebbene è verissimo che desidero grandemente di rivederla, desidero nondimeno molto più la sua conservazione e salute; e riconosco per grazia speciale del Signor Iddio l’occasione che V. S. ha avuta di trattenersi costà più lungamente di quello che lei ed io avremmo voluto. Perché, sebbene credo che gli dia travaglio il trattenersi così irresoluta, maggiore gliene darebbe forse il ritrovarsi in questi pericoli, i quali tuttavia vanno continuando e forse aumentando; e ne fo conseguenza da una ordinazione venuta al nostro Monasterio, come ad altri ancora, da parte dei Signori della Sanità, ed è che per spazio di 40 giorni dobbiamo, due monache per volta, star continuamente giorno e notte in orazione a pregare Sua Divina Maestà per la liberazione di questo flagello. Avemmo dai suddetti signori scudi 25 di elemosina, e oggi è il quarto giorno che demmo principio.
      A Suor Arcangelo Landucci ho fatto intendere che V. S. gli farà il servizio che desiderava, ed ella la ringrazia infinitamente.
      Per dargli avviso di tutte le cose di casa, mi farò dalla colombaia, ove fino di quaresima cominciorno a covare i colombi; e il primo paio che nacque fu mangiato una notte da qualche animale, e il colombo che li covava fu trovato dalla Piera sopra una trave mezzo mangiato, e cavatone tutte l’interiora, che per questo si giudicò che fosse stato qualche uccello di rapina; e gli altri colombi spauriti non vi tornavano, ma seguitando la Piera a dargli da mangiare si sono ravviati, e adesso ne covano due.
      Gli aranci hanno avuti pochi fiori, i quali la Piera ha stillato, e mi dice averne cavato una metadella d’acqua. I capperi, quando sarà tempo, si accomoderanno. La lattuga che si seminò, secondo V. S. aveva ordinato, non è mai nata, e in quel luogo la Piera ci ha messo dei fagiuoli che dice essere assai belli, e finalmente dei ceci, dei quali la lepre ne vorrà la maggior parte, avendo già incominciato a levarli via.
      Delle fave ve ne sono da seccare, e i gambi si danno per colazione alla muletta, la quale è diventata così altiera che non vuol portare nessuno, e alcune volte ha fatto far dei salti mortali al povero Geppo, ma con gentilezza, poiché non si è fatto male. Ascanio, fratello della cognata, la domandò una volta per andar di fuora, ma quando fu vicino alla porta al Prato gli convenne tornare indietro, non avendo mai avuto forza di scaponire l’ostinata mula acciò andassi innanzi, la quale forse sdegna di esser cavalcata da altri, trovandosi senza il suo vero padrone.
      Ma ritornando all’orto, gli dico che le viti mostrano assai bene, non so poi se proseguiranno così, mediante il torto che ricevono d’esser custodite dalle mani della Piera, in cambio di quelle di V. S. Dei carciofi non ve ne sono stati molti, con tutto ciò se ne seccherà qualcuno.
      In cantina le cose passano bene, andandosi il vino conservando buono. In cucina non manco di somministrare quel poco che fa bisogno per la servitù, eccetto che nel tempo che ci viene il signor Rondinelli, che allora ci vuol pensar lui, anzi che in questa settimana volle che una mattina noi stessimo in parlatorio a desinar da lui. Questi sono tutti gli avvisi che mi pare di potergli dare.
      L’Achilia desidera che V. S. di costì, dov’è abbondanza di buoni maestri di musica, li provegga qualche bella cosa da suonar sull’organo. Suor Luisa avrebbe caro di sapere se V. S. ha poi visto il signor Giovanni Mancini ch’è mercante, per conto del negozio del nostro vecchino, e similmente Suor Isabella desidera di sapere se la lettera che gli mandò per il signor Francesco Cavalcanti, abbia avuto ricapito, desiderando pur di sapere da cotesto gentiluomo se un fratello ch’ha costì sia morto o vivo. Finisco per riserbar qualche cosa da dirgli quest’altra volta che gli scriverò, ma mi sovviene che devo salutarla da parte di Suor Barbera, e dirgli così, ch’ella non va più fuora se non tanto quanto entrare in chiesa dal primo usciolino per parare e sparare. Tutte l’altre amiche la salutano, e io da Dio benedetto gli prego ogni vero bene.

      figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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A Roma

      San Matteo, 25 giugno 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Ringraziato sia Dio che pur sento che V. S. comincia trattar di mettersi in viaggio per il suo ritorno, il quale io ho grandemente desiderato, non solo per rivederla, quanto anco perché con la totale spedizione del suo negozio, dovrà Ella restar con l’animo quieto e tranquillo. Il che sono molti mesi che non ha potuto provare. Ma si potranno benedire tutti i travagli sofferti, se saranno terminati con tanto buon esito, quanto ella m’accenna di sperare.
      Ho caro che V. S. se ne vadia a Siena, sì perché ella non venga in questi sospetti di contagio [la peste, ndr], il quale s’intende però che questa settimana è assai alleggerito, sì anco perché sentendo che quell’arcivescovo l’invita con tanta instanza e gentilezza, mi prometto che quivi avrà molto gusto e sodisfazione. La prego bene a venirsene a suo bell’agio, e pigliarsi tutte quelle comodità che gli saranno possibili, poiché è stata necessitata a viaggiare in due estremi di freddo, e anco a darmi nuove di sé ogni volta che li sarà possibile, siccome ha fatto in tutto il tempo ch’è stata assente, del che devo ringraziarla, essendo stato questo il maggior contento ch’io potessi ricevere. Volevo con questa mandarle una lettera per la signora Ambasciatrice [Caterina Riccardi, ndr]  (alla quale per amor di V. S. mi conosco tanto obbligata) ma perché sto in dubbio se, all’arrivo di questa, V. S. sarà già partita, mi risolvo a indugiar a quest’altra settimana, o per dir meglio, a quando V. S. m’avviserà ch’io deva farlo. Del servizio del vecchino ne tratteremo a voce, se a Dio piacerà, il quale prego che la guardi e conservi in questo viaggio; e la saluto caramente con l’altre solite.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.
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      A Roma

      San Matteo, 2 luglio 1633

      Molto Illustre e Amatissimo Signor Padre.
      Tanto quanto m’è arrivato improvviso e inaspettato il nuovo travaglio di V. S., tanto maggiormente mi ha trafitta l’anima d’estremo dolore il sentire la risoluzione che finalmente s’è presa, tanto sopra il libro, quanto nella persona di V. S. Il che dal signor Geri [Geri Bocchineri, segretario privato del Granduca Ferdinando II e quasi parente, come vedremo, di Galileo, ndr] m’è stato significato per la mia importunità, perché, non tenendo sue lettere questa settimana, non potevo quietarmi, quasi presaga di quanto era accaduto.
      Carissimo signor padre, adesso è il tempo di prevalersi più che mai di quella prudenza che gli ha concesso il Signor Iddio, sostenendo questi colpi con quella fortezza d’animo, che la religione, professione ed età sua ricercano. E giacché ella per molta esperienza può aver piena conoscenza della fallacia e instabilità di tutte le cose di questo mondaccio, non dovrà far molto caso di queste burrasche, anzi sperar che presto sieno per quetarsi e cangiarsi in altrettanta sua sodisfazione.
      Dico quel tanto che mi somministra il desiderio, e che mi pare che prometta la clemenza che Sua Santità ha dimostrato inverso di V. S. in aver destinato per la sua carcere luogo sì delizioso, onde mi pare che si possa sperare anco commutazione più conforme al suo e nostro desiderio; il che piaccia a Dio che sortisca, se è per il meglio. Intanto la prego a non lasciar di consolarmi con sue lettere, dandomi ragguaglio dell’esser suo quanto al corpo e molto più quanto all’animo: io finisco di scrivere, ma non già mai d’accompagnarla con il pensiero e con le orazioni, pregando sua divina Maestà che gli conceda vera quiete e consolazione.

      figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

        Il 2 aprile 1634 l’amata Virginia, che ancora non aveva 34 anni, morì lasciando un altro enorme dolore nel cuore del vecchio Galileo (Livia morirà invece nel 1659). Galileo disse qualcosa della sua immensa tristezza in una lettera a Geri Bocchineri del 27 aprile, lettera nella quale parlava della figlia parlando di sé:

[…] Stavo in procinto di scrivere a V. S. circa lo stato mio di sanità, che è travagliatissimo. L’ernia è tornata maggior che prima, il polso fatto interciso con palpitazione di cuore; una tristizia e melanconia immensa, inappetenza estrema, odioso a me stesso, et insomma mi sento continuamente chiamare dalla mia diletta figliuola: […] Quanto allo scrivere al S. Albizzi, di presente non me ne dà il quore, essendo totalmente fuori di me stesso, in maniera che lascio anco di rispondere alle lettere familiari degl’ amici. Lo farò, se la instante inquietudine si abbonaccerà un poco […]

Suor Maria Celeste

        Il dolore per la perdita della figlia si accompagnava al fatto che essa era l’unica con cui poteva vedersi con piacere. Ogni altro incontro era proibito e gli altri figli non erano all’altezza di una conversazione con Galileo, di dargli il minimo di sostegno e conforto, supposto che volessero andare.

          Oltre a Virginia, Galileo contava di rivedere un altro suo grande affetto, o meglio è dire amore, Alessandra Bocchineri Buonamici da lui conosciuta nel 1630 (quando aveva 66 anni e lei 30).  Per raccontare questa storia occorre riprendere il filo del figlio di Galileo. Vincenzo si era ricongiunto con il padre a Firenze e nel 1628 si era laureato in legge presso lo Studio di Pisa, dove il padre lo aveva affidato alle cure del suo amico Benedetto Castelli. Nel 1629 Vincenzo si sposò con Sestilia Bocchineri che era la sorella di Geri Bocchineri (amico di Galileo attraverso il quale Vincenzo conobbe Sestilia), segretario privato del Granduca, e di Alessandra Bocchineri, dama di corte di Eleonora Gonzaga, sorella del Granduca. Evidentemente Galileo aveva conosciuto la donna, di agiata famiglia e di buona reputazione originaria di Prato, in quanto sorella della sposa del figlio e lei, anche se giovane (era nata nel 1600), era già vedova due volte (il primo marito era stato Lorenzo Nati di Bibbiena ed il secondo  Francesco Rasi di Arezzo, colui che l’aveva introdotta alla corte granducale di Mantova). Alessandra era a Mantova quando morì il secondo marito e rimase in quella città al servizio di Eleonora Gonzaga, sorella del Duca. Quando Eleonora sposò l’Imperatore Ferdinando, si portò alla corte di Vienna tutto il suo seguito, tra cui Alessandra. A Vienna Alessandra sposò il diplomatico fiorentino Gianfrancesco Buonamici che seguì nelle sue missioni, tra cui quella a Neuburg. Dopo varie vicende che videro violente liti tra le famiglie Buonamici e Bocchineri, la coppia tornò a Firenze da strade diverse al principio dell’estate del 1630 (Alessandra proveniva da Neuburg e Gianfrancesco da Madrid). Alessandra ebbe un viaggio molto travagliato, come scrisse il fratello di lei, Geri, a Galileo il 18 maggio 1630havendo saputo sfuggire  in soli diciotto giorni di viaggio li mali incontri della guerra e della peste, con meraviglia di chiunque l’ha qui saputo. In Toscana Buonamici fu eletto Governatore degli Ospedali di Prato ma le finanze ed il morale della coppia non erano più quelle di una volta. Durante l’estate Galileo ed Alessandra si conobbero tramite Vincenzo che si faceva vanto di far conoscere al padre la bella ed intelligente cognata che a trenta anni aveva già vissuto in varie corti europee suscitando interesse ed ammirazioni. Subito dopo fu Alessandra a scrivere per prima a Galileo, evidentemente affascinata dal grande vecchio.

Molto Ill.re Sig.re mio Pad.ne Oss.mo

So’ rimasta così appagata della gentilissima conversazione di V. S. et tanto affezionata alle sue qualità et meriti, che non saprei tralasciare di quando in quando salutare V. S. et pregarla che si conpiaccia farmi sapere nuove della sua salute et conservare insieme memoria del desiderio che io tengo di essere onorata di alcuno suo comandamento. Sennon fussi che V. S. tiene qua pengni che credo, per 1’afetto che V. S. porta loro, la costringnerano a venire a favorire queste nostre parte, averei preso ardire di suppricare V. S. che volessi consolarci che la sua presenza ne’ prossimi giorni del principio di Agosto; ma perchè mi prometto di goderla in ongni modo, mi riserbo ad altra ochasione a riscevere questa grazia, che sarà ancho comune al Sig.re Cavalier mio marito, che aspetto ongni punto torni da’ sua poderi di Val di Bisenzo. Et in nome suo saluto V. S., et per fine di tutto core gli bacio le mani et resto stiava alle sue virtù.

Di Prato, il dì 28 di Luglio 1630.
Di V. S. molto Ill.re

Galileo si affrettò a rispondere con una lunga lettera che racconta molto bene lo stato d’animo di chi vorrebbe subito rivederla:

Molto Ill.re Sig.ra Col.ma

Non saprei attribuire ad altro che alla mia mala ventura, che sempre mi traversa le cose più desiderate, un tanto dispendio di tempo quanto si è interposto tra la data della sua cortesissima lettera e ‘l ricapito, in distanza non maggiore di 10 miglia; quella fu li 28 di Luglio, e questo li 7 d’Agosto, intervallo di 11 giorni e 11 notti: e quello che più mi travaglia è la contumacia nella quale sarò, per tutto questo tempo, incorso nell’animo di V. S., la quale, sapendo di havermi scritto, dal non veder risposta mi haverà sentenziato per un solenne villano; dove che io, non sapendo, né anca sperando o pretendendo, un tanto favore, non ho sentito in quei giorni altra afflizzione che quella della sua assenza: ma giuro bene a V. S. che ‘l gusto repentino et inaspettato ha più che ricompensata la proroga degl’ 11 giorni. Voglia Dio che ‘l ritorno della mia risposta non sia altrettanto lento, onde il sinistro concetto della mia scortesia faccia tal presa nell’ animo di V. S., che malagevolmente possa eradicarsi.
Quando intesi in Roma l’eroica resoluzione intrapresa et effettuata da lei [il riferimento è al racconto del viaggio fatto a Galileo da Geri, ndr], formai tal, concetto del suo valore, che nulla più desideravo che di vederla; e credami che’ questa fu una delle cause primarie che affrettò il mio ritorno, il quale forse harei prolungato qualche mese di più: ma perchè oltre a una semplice vista havevo aggiunta la speranza di poter gustar della sua conversazione, stimando che ella fusse per stanziare in Firenze, giudichi hora V. S. quale io mi ritrovi, defraudato di un tale assegnamento, mentre veggo di presente la sua assenza e temo la continuazione, per quanto ritraggo dalle parole che va raccogliendo da i suoi intrinseci. Ecco ‘l giudizio human come spesso erra. Assai men grave era la sua lontananza di 500 miglia, mentre io non l’haveva di presenza conosciuta, che questa di 10, dopo l’ haverla veduta e sentita.
Questo che dico di V. S., ha ‘l medesimo riguardo al S. suo consorte [con il quale Galileo aveva in precedenza scambiato tre lettere su questioni di carattere scientifico, ndr], esso ancora tornato in queste parti più desiderato che aspettato, al quale un eccesso di cortesia e di affezzione, evidentemente mostratami, mi haveva saldamente obbligato, sì come perpetuamente mi terrà; dalla conversazione del quale mi promettevo utile e diletto particolare. Hora non mi resta altra consolazione che quella che sentirò in servire amendue, mentre io venga honorato de i loro comandamenti, de i quali gli supplico con efficacia pari alla prontezza che troveranno in me in esequirgli; la quale conosceranno infinita, se bene in forze molto debili.
Favoriscami di baciar le mani in mio nome al molto I. S. Ca.r suo consorte, al molto R. S. Can.co suo fratello, alla S.ra sua madre, et a tutti di casa sua; et il S. gli conceda il colmo di felicità.
Da Bellosguardo, li 8 di Agosto 1630.

Di V. S. molto I.

        Non vi sono altri documenti immediatamente seguenti a questi e non sono in grado di dire cosa accadde. Per certo i due erano attratti reciprocamente e certamente vi fu una grande e tenera amicizia che è documentata da un successivo scambio di lettere nell’ultimo anno di vita di Galileo. Ma su questo tornerò al momento opportuno.

GALILEO: TRISTEZZA, DOLORE E SOLITUDINE NEL CONTINUATO CARCERE ED ESILIO DALLA CITTA’

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        La prima lettera di lavoro, riguardante problemi di matematica, è quella che Galileo riceva appena messo piede ad Arcetri. E’ di Bonaventura Cavalieri, spedita da Bologna il 17 dicembre del 1633. E’ interessante perché entra in un argomento, già trattato con Galileo e sul quale Galileo l’aveva sollecitato, che sarà di grande e proficuo studio da parte di Cavalieri: gli indivisibili.

So bene io non ho da molto tempo in qua scritto a V. S. Ecc.ma, cioè per il tempo de’ suoi travagli, non è però che io non li habbi sentito con quella passione che si può imaginare; intorno a’ quali non mi diffonderò in consolarla per non offendere la sua molta prudenza et il valore dell’animo, co’ quali so ch’havrà saputo superar detti passati travagli. Desidero bene adesso intendere come se la passa con buona salute, et in somma di udir qualche nuova del suo ben stare.
Io stampo la mia Geometria, e devo essere alla metà. Mi viene a taglio di inserirvi quella propositione che una volta mi dimandò, cioè data la 
ac segata comunque in b,

         a           b                                                     c               d

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prolungarla come in d, sì che il cubo della ad s’adegui alli cubi acbd(8): perciò gliene scrivo, perchè s’ella se ne havesse a servire, io la tralascierò; ma desidero me ne avisi presto, poichè son vicino al luogo dove la metterei. Io cercai anco, conversamente, data la ac et ad, di trovare il punto b, si che il cubo di ad si adeguasse alli cubi acbd; ma non è mai stato possibile trovarlo: né mi maraviglio, poiché havrei trovato la duplicatione del cubo, com’ella facilmente comprenderà, se havessi potuto dimostrar questo. Io mi riserbo ad un’altra volta ad esser più longo, poiché non so se questa li capitarà sicura; e con tal fine gli

auguro felicissime Feste e buon Capo’ d’anno.

        Ma Galileo aveva altri gravi problemi, doveva pensare alle condizioni di salute della sua Virginia ed anche alle sue. Iniziò ad avere problemi gravi di vista ed una gamba gli procurava forti dolori. Nel febbraio del 1634, tramite l’amico ambasciatore Niccolini, fece inoltrare agli Inquisitori Cardinali della Congregazione del San’Uffizio la seguente petizione(9):

Emin.mi et Rmi Sig.ri

Sta Galileo Galilei nella villa fuor di Fiorenza, conforme alli ordini et comandamenti di cotesta Sacra Congregatione; ma crescendoli l’indispositioni in che si trova, non può senza la continua visita del medico procurarne la liberatione. Per tanto ricorre alla somma pietà dell’EEm.ze VV., supplicandole a degnarsi di concederli il ritorno libero alla casa sua, acciò possa curarsi, et vivere li giorni che gli restano, nell’età che si trova, con quiete fra’ suoi. Che lo riceverà per gratia singolarissima.

        Il 23 marzo da Roma arrivò l’ordine all’Inquisitore di Firenze di dire a Galileo che la richiesta era respinta e di finirla con queste petizioni, dovendo essere felice di aver evitato le carceri del Sant’Ufficio:

23 Martii 1634.
S.mus noluit huiusmodi licentiam concedere, et mandavit Inquisitori Florence scribi, quod significet eidem Galileo ut abstineat ab huiusmodi petitionibus, ne Sacra Congregatio cogatur illum revocare ad carceres huius S. Officii, et certioret.

        L’Inquisitore rispondeva a Roma (1° aprile 1634) di aver fatto presente quanto richiesto a Galileo che non disturberà più:

Ho fatto sapere al S.r Galileo Galilei quanto mi vien commandato da V. S. Emin.ma, e lui si scusa che il tutto faceva per una rottura terribile che patisce: nondimeno la sua villa, nella quale habita, è così vicina alla città, che può facilmente chiamar medici e cerusici et haver medicamenti opportuni, siché credo che non darà più fastidio alla Sac. Congregatione. Che è quanto mi occorre dirle in questo particolare; e per fine le bacio humilissimamente le sacre vesti.

        Questa risposta tolse molte delle speranze che sia Niccolini che Galileo avevano coltivato. Il ritorno alla città di Firenze sarebbe stato l’inizio di un intreccio di vecchi e  nuovi rapporti che la Chiesa si guardò bene da favorire. Galileo e la sua scuola dovevano morire e per farlo occorreva tacitare il vecchio Galileo. Qualche lettera gli diede alcun conforto perché suppliva almeno in parte all’impossibilità di Galileo di rispondere agli attacchi beceri di ignoranti peripatetici al suo Dialogo. Bella e grata a Galileo deve essere stata quella dell’amico del periodo padovano Fulgenzio Micanzio del 14 ottobre 1634. Un peripatetico padovano, tal Antonio Rocco, aveva scritto un libro, Esercitationi filosofiche di d. Antonio Rocco filosofo peripatetico. Le quali versano in considerare le positioni, & obiettioni, che si contengono nel Dialogo del signor Galileo Galilei Linceo contro la dottrina d’Aristotile (Francesco Baba, Venezia 1633), per contestare punto per punto il Dialogo di Galileo. E Fulgenzio Micanzio ne aveva fatta lettura comparata con il Dialogo. A tale proposito scriveva a Galileo il 14 ottobre 1634:

In villa mi portai meco li Dialoghi di V. S. E. et il libro del Rocco; non altri. Li ho letti tutti due con gusto, sendomi questo stato all’ animo quello che a gl’ occhi di riguardanti il zane, che ne’ salti imita il saltarino. Il punto è, che l’opere di V. S. mi acconciano di maniera il gusto, che in materia di speculationi naturali non posso più leggere niente; e mi pare che riessaminando li principii peripatetici, come V. S. ha fatto nella constitutione dell’ universo, tutto mi vada in fumo.

        Insomma Rocco sembra a Micanzio il pagliaccio che imita l’acrobata. E più oltre, il 20 gennaio 1635, ancora riferendosi a Rocco, Micanzio dirà sto in dubbio se l’oppugnatore del discorso di V.S. era un filosofo o qualche mulattiere; certo è mirabilmente indiscreto e fuori di modo ottuso, né mai, nelle cose lette, veggo che dica cosa che vaglia.

        Ma la prigione pesava molto soprattutto per quel divieto di vedere persone, amici, studiosi. Anche il suo vecchio amico, il benedettino Benedetto Castelli, dovette presentare molte istanze per rivedere il maestro. Dopo molte insistenze gli fu concessa qualche visita ma solo alla presenza o dell’Abate del suo convento o di un frate che fosse all’altezza di capire di cosa si parlava. Le lettere che poteva scambiare erano poche per diversi motivi sempre riconducibili alla paura anche di scriveva di compromettersi o di comprometterlo di nuovo. Furono così inventati vari sotterfugi per violare la sorveglianza stretta, sotterfugi che comunque poterono poco: Galileo restò recluso almeno fino al 1638 senza altra consolazione che quella delle sue corrispondenze con amici vari ma senza che venissero trattati argomenti particolari come quelli che in realtà interessavano a Galileo. Furono studiosi e scienziati stranieri che amplificarono il pensiero di Galileo traducendo in latino o altre lingue e pubblicando all’estero sia Le Meccaniche (in traduzione francese di Marin Marsenne nel 1634) che in Italia circolavano ancora come copie manoscritte, sia il Dialogo sui due massimi sistemi del mondo (in traduzione latina di Mattia Bernegger, pubblicato dagli Elzeviri di Leida in Olanda nel 1635) che la Lettera a Cristina di Lorena (in traduzione latina di Elia Diodati, pubblicata ancora dagli Elzeviri nel 1636). Galileo fu grato a costoro e, per parte sua, riuscì  a prendere contatto con vari editori per la pubblicazione di un lavoro che gli stava profondamente a cuore. Lo aveva annunciato nell’ultime parole che pronunciava Sagredo in chiusura del Dialogo:

Sagredo – E questa potrà esser l’ultima chiusa de i nostri ragionamenti quatriduani: dopo i quali se piacerà al signor Salviati prendersi qualche intervallo di riposo, conviene che dalla nostra curiosità gli sia conceduto, con condizione però che, quando gli sia meno incomodo, torni a so disfare al desiderio, in particolare mio, circa i problemi lasciati indietro, e da me registrati per proporgli in una o due altre sessioni, conforme al convenuto; e sopra tutto starò con estrema avidità aspettando di sentire gli elementi della nuova scienza del nostro Accademico intorno a i moti locali, naturale e violento. Ed in tanto potremo, secondo il solito, andare a gustare per un’ ora de’ nostri freschi nella gondola che ci aspetta.

        Galileo aveva evidentemente già raccolto molto materiale, altro lo redasse in quegli anni di solitudine, limò, aggiornò ed aggiustò il tutto per preparare la più grande delle sue opere, i Discorsi intorno a due nuove scienze attenenti alla mecanica e i movimenti locali. E questa era la sfida che lo teneva in piedi in tante avversità e che confidò ad Elia Diodati il 15 marzo 1635:

Aggiugnesi ch’ io vorrei pur vedere al mondo, avanti c’h’ io me ne parta, il resto delle mie fatiche, le quali vo riducendo al netto e trascrivendo; ma perchè, nel rileggerle, sempre mi cascano in mente nuove materie, e la maniera dello scrivere in dialogo mi porge assai conveniente attacco per inserirvele, l’opera mi va crescendo per le mani, e il tempo diminuendosi.

        Restava il problema della pubblicazione che passò attraverso vari tentativi. Galileo nei primi anni di insegnamento in Toscana, di ritorno da Padova, aveva conosciuto uno studente interessato al cielo ed alle stelle, Giovanni Pieroni di San Miniato. Successivamente il Pieroni divenne un valente ingegnere militare che passò al servizio del generale Albrecht of Wallenstein tra Vienna e Praga. Su consiglio dei Medici, Galileo affidò una prima stesura dei Discorsi proprio a Pieroni che nel 1635 viaggiava verso la Germania e la Polonia. Galileo quindi cercò di far pubblicare i Discorsi in Germania (con dedica all’Imperatore) o in Polonia (con dedica al Re). In quel periodo l’editore olandese Luis Elzevir, che già aveva pubblicato importanti lavori di Galileo, si recò ad Arcetri per offrirsi come editore. Il manoscritto lo ebbe ratealmente da Micanzio, sia a Venezia che, tramite un messo, in Olanda (l’opera sarà poi pubblicata nel 1638 con dedica al Conte Françcois di Noailles). Stillman Drake osserva che alcuni custodi della casa di Galileo, con il passare del tempo, potevano essere diventati estimatori di Galileo e probabilmente avrebbero limitato i loro controlli a seguire alla comunicazione all’Inquisitore di Firenze di chi entrava ed usciva senza essere fiscali. In tali condizioni non sarebbe stato troppo difficile far uscire di tanto in tanto delle pagine manoscritte. A proposito di tale pubblicazione era certo che in Italia vi era divieto di pubblicazione ma delle teorie copernicane non di qualunque cosa di Galileo. La cosa fu prospettata a Galileo ancora da Micanzio che prospettò a Galileo la possibilità di pubblicazione a Venezia. Il 6 gennaio del 1635 così scriveva a Galileo:

La brama di vedere li suoi Dialoghi mi fa furioso, non che impaciente. Non credo che qui haveremo alcuna difficoltà nella stampa; e sebene vi è un lepre per Inquisitore, che trema di tutto, non ardirà credo contradirci.

        L’argomento di Micanzio era dirimente: se Galileo scrivesse una esegesi del Padre Nostro, nessuno si sognerebbe di vietarne la pubblicazione. Ma era anche dirimente la paura degli editori e, soprattutto, l’ottusità degli inquisitori. Infatti Micanzio aveva parlato della cosa all’Inquisitore di Venezia il quale aveva seccamente detto no a qualunque pubblicazione di Galileo. Così Micanzio scriveva a Galileo il 10 febbraio:

Uno di questi giorni venni a proposito col P. Inquisitore di ristampare il Discorso delle cose che galleggiano. Mi disse havere espressa comissione da Roma in contrario. Le replicai, potere ciò essere dell’opera circa il sistema Copernicano. No, mi replicò, è divieto generale de editis omnibus et edendis. Le dissi: Ma se vorrà stampar il Credo o Pater noster ? Restassimo che mi darà copia della comissione, aciò possa ancor io adoperarmi, perchè ho assai rissolutione contra la tirrania, ma col riguardo di non far danno allo stampatore; ma più penso a V. S. Di due cose conviene essere rissoluti: che cose di tanto prezzo non periscano, ma giovino alla posterità; e sono tali che, teste Deo et conscientia, le credo il maggior progresso nel filosofare che sia stato fatto da m/2 anni in qua, e che ‘l defraudarne il mondo sia una malignità contra l’humanità; l’altra, che la publicatione non possi nuocere al benefattore. In questo mi passa per mente, che si possi valere di quel mezo di Viena, ma in modo cauto; nel che pensiamo se passi servire che io, favorito di questo tesoro, per mia curiosità ne habbia fatta copia e voluto cercare e procurata la stampa, ché non mi curo che gridi chi vuole. V. S. E.mo discorre singolarmente, che non conviene ricevere negativa; né io ancora la voglio qui a modo veruno: ma se vedrò l’ordine quale di sopra et de edendis, o superarò la difficoltà, o troverò modo fuori. Stampati li voglio certo, se V. S. mi continua il favore che li vegga, come instantissimamente la supplico.

        Micanzio era entusiasta del manoscritto che riceveva di due pagine in due pagine e le tentava tutte per farlo pubblicare. Pensò addirittura a Vienna dove vi fu un tentativo stroncato da quel gesuita del Collegio Romano, Christoph Scheiner, con grande influenza in zone di lingua tedesca, con il quale Galileo si era scontrato sulla questione della macchie solari. E non v’è dubbio che l’intero ordine dei gesuiti, con l’intero Collegio Romano, era attivo contro Galileo ed all’origine di ogni suo problema processuale. E lo raccontava Galileo in una lunga lettera all’amico Elia Diodati del 25 giugno 1634, nella quale riassume un poco ciò che ha vissuto nell’ultimo anno:

Da questo e da altri accidenti, che troppo lungo sarebbe a scrivergli, si vede che la rabia de’ miei potentissimi persecutori si va continuamente inasprendo. Li quali finalmente hanno voluto per se stessi manifestarmisi, atteso che, ritrovandosi uno mio amico caro circa due mesi fa in Roma a ragionamento col P. Christoforo Grembergero, Gieesuita, Mathematico di quel Collegio, venuti sopra i fatti miei, disse il Giesuita all’amico queste parole formali: «Se il Galileo si havesse saputo mantenere l’affetto dei Padri di questo Collegio, viverebbe glorioso al mondo e non sarebbe stato nulla delle sue disgrazie, e harehbe potuto scrivere ad arbitrio suo d’ogni materia, dico anco di moti di terra, etc.: sì che V. S. vede che non è questa né quella opinione quello che mi ha fatto e fa la guerra, ma l’essere’ in disgrazia dei Giesuiti.
Della vigilanza dei miei persecutori ho diversi altri rincontri. Tra i quali uno fu, che una lettera scrittami non so da chi da paesi oltramontani et inviatami a Roma, dove quello che scriveva doveva credere che tuttavia dimorassi, fu intercetta e portata al S.r Card.le Barberino, e, per quanto da Roma mi venne poi scritto, fu mia ventura che non era lettera responsiva ma prima, piena di grandi encomii sopra il mio Dialogo; e fu veduta da più persone, et intendo che ce ne sono copie per Roma, e mi è stato dato intenzione che la potrò vedere.

        Di questa persecuzione dei gesuiti sapeva anche l’amico Fulgenzio Micanzio che diceva a Galileo che dovrebbe onorarsi di essa. Inoltre era ormai opinione comune nel mondo culturale europeo e si sapeva anche che il capo persecutore era proprio Christoph Scheiner. Di ciò scrisse il giurista e filosofo calvinista olandese Hugo Grotius (Ugo Grozio), Descartes, il bibliotecario del Cardinale Richelieu, Gabriel Naudé, il teologo ed astrologo francese, Jacques Gaffarel.

        Galileo fece comunque appena in tempo a scrivere e correggere i Discorsi perché la salute precipitò sul finire del 1637. Nei primi mesi di quell’anno gli occhi iniziarono a lacrimargli abbondantemente. Successivamente si infiammò l’occhio destro che pian piano smise di funzionare. Lo scriveva il 4 luglio 1637 al suo amico e traduttore Elia Diodati che si trovava a Parigi:

[…] Io poi mi ritrovo da cinque settimane in qua nel letto, prostrato di forze grandissimamente, e questo per più cagioni: prima per una purga fatta, la quale per le molte evacuazioni m’à reso languido; inoltre per l’età di settanta quattro anni, che non lascia luogo a restauri che possano refocillarmi; ed anca per la stagione ardentissima, la quale con insoliti caldi prosterne il vigore dei più robusti giovani. Aggiugnesi (proh dolor !) la perdita totale del mio occhio destro, che è quello che ha fatto le tante e tante, siami lecito dire, gloriose fatiche. Questo ora, Signor mio, è fatto cieco, e l’altro che era ed è imperfetto, resta ancor privo di quel poco di uso che ne trarrei quando io potesse adoprarlo, poiché il profluvio d’una lacrimazione, che di continuo ne piove, mi toglie il poter far niuna, niuna, niuna delle funzioni nelle quali si richieda la vista […]

        E la cosa non fece che peggiorare fino ad arrivare alla totale cecità che comunicava il 2 gennaio 1638 ancora a Elia Diodati:

In risposta all’ ultima gratissima di V. S. molt’Ill.re delli 20 9bre, intorno al primo punto ch’ ella mi domanda, attenente allo stato della mia sanità, le dico che quanto al corpo ero ritornato in assai mediocre costituzione di forze; ma ahimé, Signor mio, il Galileo, vostro caro amico e servitore, è fatto irreparabilmente da un mese in qua del tutto cieco. Or pensi V. S. in quale afflizzione io mi ritrovo, mentre che vo considerando che quel cielo, quel mondo e quello universo che io con mie maravigliose osservazioni e chiare dimostrazioni avevo ampliato per cento e miÌle volte più del comunemente veduto da’ sapienti di tutti i secoli passati, ora per me s’è sì diminuito e ristretto, ch’ e’ non è maggiore di quel che occupa la persona mia. La novità dell’ accidente non mi ha dato ancora tempo d’assuefarmi alla pazzienza ed alla tolleranza dell’ infortunio, alla quale il progresso del tempo pur mi dovrà avvezzare. Questa così strabocchevole trasmutazione ha cagionato nella mia mente una straordinaria metamorfosi di pensieri, concetti ed assegnamenti, sopra di che per ora non posso se non dire, anzi accennar, poco a V. S. molt’ Ill.re, perchè mi trovo troppo distratto di mente anco nel pensare alle nuove amministrazioni circa alle cose familiari: però mi riserberò con animo meno inquieto a risponder più particolarmente alle cose contenute nella sua gratissima lettera […].

        Ed ancora il 25 luglio 1638 all’altro suo amico, Benedetto Castelli al quale aggiunge le altre infermità di cui soffre:

Le novità scrittemi dalla Paternità Vostra Revd.ma mi sarebbero state di gusto grande, quando lo stato mio infelice non mi tenesse oppresso da molte cure moleste. Oltre alla continua lacrimazione et una mordace infiammazione di occhi, ho travagliato per 15 giorni di dolori colici, la cura de i quali mi ha fatto curar meno quella degli occhi et anteporre i medicamenti per quella, benché contrarii al bisogno degli occhi. Tornerò all’astinenza del vino; ma non perciò vengo punto in speranza di non havere a perdere totalmente anco l’altro occhio, cioè il destro, come già molti mesi sono persi il sinistro.

        Galileo era cieco ! e malandato e sofferente (dolori per tutto il corpo, insonnia, nausea, inappetenza, ernia) oltreché addolorato. D’altra parte il suo glorioso occhio, insieme all’altro, non avevano mai riposato in prolungate osservazioni del cielo che non aveva mai smesso. Nella stessa Arcetri, in quegli anni di prigionia, egli le continuava smettendole solo nel maggio 1636 a causa proprio dell’indebolimento della vista. E queste osservazioni lo avevano portato ad una nuova scoperta, quella della titubazione della Luna (oggi nota come librazione ottica, la lieve oscillazione apparente, sia in latitudine che in longitudine, della Luna attorno al proprio asse, oscillazione che ci permette di osservare una parte della superficie della Luna maggiore della semplice metà che risulta affacciata alla Terra). Lo confessa all’amico Fulgenzio Micanzio il 7 novembre 1637:

Rileggendo la lettera della P. V. Rev.ma veggo come ella va stimando che io non cessi del tutto dalle specolazioni; il che è vero, se bene con notabile danno della sanità, poiché, aggiunte queste alle molte altre perturbazioni che mi molestano, mi tolgono il sonno, con accrescimento della notturna malinconia, la quale notabilmente mi nuoce; e quel gusto che si suole haver nel ritrovamento di nuove osservazioni, viene dall’ offesa corporale, se non del tutto tolto via, sicuramente in gran parte stronzato. lo ho scoperta una assai maravigliosa osservazione nella faccia della luna, nella quale, ben che: da infiniti infinite volte sia stata riguardata, non trovo che sia stata osservata mutazione alcuna, ma che sempre l’istessa faccia nell’ istessa veduta a gli occhi nostri si rappresenti; il che trovo io non esser vero, anzi che ella ci va mutando aspetto con tutte tre le possibili variazioni, facendo verso di noi quelle mutazioni che fa uno che esponendo a gli occhi nostri il suo volto in faccia, e come si dice in maestà, lo va mutando in tutte le maniere possibili, cioè volgendolo alquanto ora alla destra et ora alla sinistra, o vero alzandolo et abbassandolo, O finalmente inclinandolo ora verso la destra et ora verso la sinistra spalla. Tutte queste mutazioni si veggono fare nella faccia della luna, e le macchie grandi e antiche, che in quella si scorgono, ci fanno manifesto e sensato questo ch’ io dico. Aggiugnesi di più una seconda maraviglia, et è che queste tre diverse mutazioni hanno tre diversi periodi: imperò che l’una si muta di giorno in giorno, e così viene ad haver il suo periodo diurno; la seconda si va mutando di mese in mese, et ha il suo periodo mestruo; la terza ha il suo periodo annuo, secondo il quale finisce la sua variazione. Or che dirà la P. V. Rev.ma nel confrontare questi tre periodi lunari con li tre periodi diurno, mestruo et annuo de i movimenti del mare, de i quali, per comune consenso di tutti, la luna è arbitra e sopraintendente?

        Su questo fenomeno, in modo meno preciso, Galileo aveva già detto qualcosa nel Dialogo individuando comunque l’aspetto appariscente del fenomeno e cioè che noi veggiamo qualche cosa di più della metà della Luna. E dirà molto di più in una lunghissima lettera, una sorta di piccolo trattato, ad Alfonso Antonini (appassionato di scienza e suo amico da quando fu suo studente a Padova, fondò ad Udine l’Accademia degli Sventati) del 20 febbraio 1638. Ma Galileo tornerà ancora sui fenomeni lunari con un lavoro del 1640 del quale parlerò nella parte seconda di questo articolo.

        Inoltre, sempre in quel periodo aveva ripreso l’osservazione dei satelliti di Giove per quel suo progetto di determinare la longitudine tramite la loro posizione, progetto al quale sembrava interessata l’Olanda con cui era in trattative(10). Su questa trattativa vi erano state  prolungate corrispondenze con il citato Ugo Grozio, con il vice Ammiraglio e governatore dei possedimenti olandesi nelle Indie Orientali Laurens Reael (Lorenzo Realio) e con il professore di matematica e nautica all’Università di Amsterdam, Martino Ortensio, uno dei quattro della Commissione di esperti matematici, geografi ed astronomi che dovevano valutare l’utilizzabilità dell’invenzione di Galileo. La Commissione decise infine nel giugno 1638 di inviare in Italia proprio l’Ortensio affinché potesse ricevere da Galileo tutte le istruzioni per poter superare le difficoltà applicative del metodo; ma la cosa fu ancora proibita dall’Inquisizione. Tra l’altro Galileo aveva fatto avere in dono un cannocchiale agli Stati Generali olandesi ed in cambio l’Ortensio avrebbe dovuto portare in dono a Galileo una collana d’oro del valore di 500 fiorini. Fu Diodati ad avvertire Ortensio della proibizione ed Ortensio rinunciò al suo incarico ma chiese ed ottenne dai mercanti tedeschi Ebers di portare comunque la collana a Galileo. Questi rifiutò il dono e l’episodio è raccontato all’amico Diodati nell’agosto del 1638:

Molto Ill.re Sig.re e P.rone mio Col.mo

[…] Sei giorni sono mi fu portata da i Sig.ri mercanti Ebers tedeschi una lettera de gl’Ill.mi e Pot.mi Stati, insieme con una scatola entrovi una collana. I portatori mi trovorono in letto afflittissimo, e, per essere io cieco, apersero e mi lessero la lettera di detti Signori, veramente piena di cortesia. Io la presi, e l’istesso feci della scatola; ma la lettera la ritenni appresso di me, e la scatola, con quello che dentro vi era, riconsegnai in mano de i medesimi Sig.ri mercanti, pregandoli che la tenessero appresso di loro sin tanto che io potessi scrivere in ringraziamento a gl’Ill.mi e Potentissimi Stati et aspettare risposta a quello che io averei scritto, che era di ringraziarli della benigna dimostrazione del buon affetto loro verso di me, ma che la collana non volevo che restasse in mia mano per adesso, e ciò per varii rispetti et in particolare per avere il mio infortunio della perdita della vista e dell’aggravio di gravissima malattia interrotto il negozio che si trattava. La gravezza del male non m’ha permesso per ancora di rispondere a i detti Signori: lo farò, se mi sarà da Dio conceduto tanto di vigore, e ne manderò copia anco a V.S. molto Ill.re ; ma se il peggioramento mio va crescendo, come ha fatto da tre o quattro giorni in qua, dubito che il dettar più lettere sarà giunto al fine.

La lettera de i Sig.ri Stati mi fu mandata dal Sig.re Giovanni Reijusto, parente del già Sig.r Lorenzo Realio, al quale io ho risposto, e doverà fra tanto dar conto in Olanda del succeduto sin qui. […]

Di Firenze, li 17  Ag.to 1638 [ma probabilmente si tratta del 7 agosto,ndr]

Dev.mo et Oblig. mo Serv.re
Galileo Galilei.

e qualche giorno dopo aggiunse, sempre a Diodati, che vana temerità sarebbe il voler contrastare alla necessità del destino.

        Un paio di documenti descrivono la situazione fino al sorprendente finale. Quello che segue è il nuovo Inquisitore Generale di Firenze, Giovanni Muzzarelli da Fanano, che scrive (26 giugno 1638) al Cardinale Francesco Barberini (attraverso il Cardinale Padrone) per informarlo del fatto che si attendeva la venuta di Ortensio presso Galileo:

Eminentissimo e reverendissimo
Signor Padron colendissimo

Io sono avvisato che s’aspetta qua in breve di Germania persona di qualità, spedita dalle città franche de’ Paesi Bassi con regali di prezzo a Galileo Galilei; e per qualche diligenza usata in proposito ho scoperto, che havendo questo, molti anni sono, dato intentione di poter fare uno stromento col quale si renda facile la navigatione per la longitudine da ponente a levante, esse hanno risoluto di mandare personaggio a posta per haverne l’intiera notitia, e questo sarà ricevuto et alloggiato dal Gran Duca. Io, nell’angustia di questo tempo, non ho stimato bene di far altro motivo che di far intendere al predetto Galileo di non ammettere, se può, il detto personaggio, o ammettendolo, come posso dubitare, per ordine di questa Altezza, s’astenga in ogni modo dal discorrere di quello che le è stato prohibito. Che è quello che a me è stato ordinato da Vostra Eminenza, alla quale ho stimato mio debito di dar parte di questo, per renderla avvisata di quello che passa e per ricevere qualch’ordine, se si compiacerà di darne in proposito. E le faccio humilissima riverenza.

Di Vostra Eminenza
humilissimo et obligatissimo servo

fra Giovanni Fanano, Inquisitore.

d’altra mano:

Fiorenza. Del Padre Inquisitore.
[De] 26 di giugno a 10 di luglio 1638.
Dà conto che si aspetta in breve di Germania personaggio di qualità, con regali di prezzo a Galileo Galilei, per cagione ch’havendo, molti anni sono, data intentione di far un istromento col qual si renda facile la navigatione per la longitudine da ponente a levante, essi hanno risoluto mandare personaggio a posta per haverne intiera notizia; e sarà ricevuto et alloggiato dal Gran Duca.
Che l’Inquisitore ha fatto intender al Galileo che non ammetta, se può, detto personaggio; o ammettendolo forzatamente per ordine di Sua Altezza s’astenga in ogni modo di discorrere di quello che gli è stato prohibito.
 

d’altra mano ancora:

13 iulii 1638. Eminentissimi Domini mandarunt Inquisitori rescribi, quod si persona Florentiam ventura ex Germania ad alloquendum Galileum sit eretica ve1 de civitate haeretica non permittat accessum ad praedictum Galileum, eidemque Galileo hoc prohibeat; sed quando civitas et persona esset catholica, non impediat negociationem, dummodo non tractent de motu terrae et stabilitate cae1i, iuxta prohibitionem alias factam.

       La scandalosa replica in latino della Congregazione diceva che a Galileo doveva essere proibito l’incontro anche perché la persona da incontrare è eretica e proveniva da un Paese eretico, altra cosa sarebbe stata se la richiesta fosse venuta da persona e Paese cattolico (naturalmente la Chiesa mente in quanto, simultaneamente, l’amico di Galileo, Benedetto Castelli, gestiva una cosa analoga con la Spagna e regolarmente gli era impedito di fare da tramite).

        La questione doveva essere d’interesse per Francesco Barberini perché scrisse una lettera all’Inquisitore di Firenze:

Molto Reverendo Padre,

Se il personaggio destinato a Galileo Galilei, e con regali di prezzo, per ritrarne da lui l’istromento che mostra il modo di navigare per la longitudine del polo, sarà di setta heretica, o mandato da città heretica, questi Eminentissimi miei Signori non hanno per bene che il Galileo possa introdurlo a ragionar seco, et ella gli ne dovrà fare la prohibitione in forma; ma quando e la città e ‘l medesimo personaggio fusse cattolico, non stima la S. Congregazione di dovergli impedire la negotiatione, purchè essi non trattino del moto della terra, conforme agl’ordini già dati. Ma qui difficilmente si crede che l’istrumento sia tale che possa senza difficoltà aperir la strada a sì fatta navigatione, sino a questi tempi incognita, ancor che investigata da ingegni altissimi; e quando forsi egli ne havesse ritrovato il modo, non si crede s’habbia da codest’Altezza permettere ch’egli capiti in mano di gente straniera e si tolga all’Italia la gloria d’haver isperimentata, prima degli altri, sì nobile inventione, assai più utile di quella c’hoggi si costuma per l’altezza del polo, pur anco facilitata, col segreto della calamita, da ingegno italiano. Serva d’avviso a V. R., et il Signore la conservi.

Di Roma, li 19 Luglio 1638.

Come fratello
Il Card. le Barberino.

        E Barberini tornò ancora sulla questione il 30 ottobre, in una lettera a Benedetto Castelli ed il 27 novembre in una lettera all’Inquisitore di Firenze:

Al P. D. Bened.o Castelli. Firenze.

Ho ricevuto in un istesso tempo dua lettere di V. R.za , una de’ 9, l’altra de’ 16 del presente, alle quali brevemente, conforme alla commodità che ho del tempo, replicherò, contentarsi Nostro Signore che ella possa trattare circa i moti de i Pianeti Medicei con le tavole e teoriche loro per stabilire il modo di ritruovar la longitudine, mentre la mente di S. S.tà e della S.ra Congregatione è, che quando si puotesse fermare cosa proficua alla navigatione, questa capiti in mano a principe Cattolico. In ordine a questo adunque tiene la licenza V. R.za, la quale son sicuro che s’asterrà da altri discorsi, e massime da quelli contrarii al senso della S. Congregatione. Non posso esser più lungo; ma approvando quanto ella dice delle gran qualità di cotesti Principi, me le offero e mi ricordo alle sue orationi.

Roma, 30 Ott. re 1638.

Mi ero scordato di communicarle una mia curiosità, et è di quali acque ella sia per dire il suo parere. Attendo da V. R.za la risposta, e le prego l’assistenza di Dio nel Suo santo servitio.

______________________

Molto Rev. Padre,

Si contenta N. S. che D. Benedetto Castelli, Monaco Cassinense, possa trattare frequentemente con Galileo Galilei, e per servitio dell’anima del suddetto Galileo, e per istruirsi de’ periodi de’ Pianeti Medicei, ne’ quali pretende fondarsi l’arte di navigare per la longitudine de’ gradi; ma comanda Sua Beatitudine che, sotto pena di scomunica latae sententiae e da incorrersi senz’altra dichiaratione, la cui assoluttione riserva S. Santità a se medesima, levatone anco la facoltà alla S. Penitentiaria, non ardisca egli di favellare col suddetto Galileo dell’opinione dannata da questa Suprema et Universale Inquisitione intorno al moto della terra. V. R. si contentarà di darli notitia di senso di N. S.. Et Dio la conservi.

Di Roma, li 27 Novembre 1638.

        La volontà della Congregazione e del Cardinale Barberini del 19 luglio venne fatta conoscere a Galileo ed il seguito degli eventi è nel seguente documento, ancora una lettera dell’Inquisitore al Cardinale Francesco Barberini del 25 luglio 1638:

Eminentissimo e reverendissimo
Signor Padron colendissimo 
Il personaggio destinato a Galileo Galilei non è comparso in Fiorenza, né meno, per quello che sono avvisato, è per comparire; non ho però sin hora potuto penetrare se ciò siegua o per impedimento havuto nel viaggio o per altro rispetto: so bene che sono capitati qua, in mano d’alcuni mercatanti tedeschi, i regali con lettere dirette al mede(si)mo Galileo; e persona di rispetto, mia confidente, che ha parlato con quello stesso che ha li regali e le lettere, dice che queste sono sigillate con sigillo di stati olandesi, e che quelli sono in un involto, e si figurano manifatture d’oro e d’argento. Il Galileo ha recusato costantissimamente di ricevere tanto le lettere quanto i regali, o sia per timore ch’egli habbia havuto di non incorrere in qualche pericolo per l’ammonitione che io le feci al primo avviso che s’hebbe di questo personaggio che doveva venire, o perché in effetto egli non ha ridotto, né meno è in termine di poter ridurre, a perfettione il modo di navigare per la longitudine del polo, 
ritrovandosi egli totalmente cieco e più con la testa nella sepoltura che con l’ingegno ne’ studii matematici, e patendo l’uso dell’istromento, che si figurava, molte difficoltà che si rendono insuperabili: e quando l’havesse havuto in termine, s’è discorso anche qua che quest’Altezza non havria permesso di lasciarlo capitare in mano di stranieri, heretici et inimici di Prencipi uniti con questa Casa. Che è quanto ho stimato mio debito di rappresentare humilissimamente a Vostra Eminenza in risposta d’una lettera di 17 del cadente; e le faccio profondissima riverenza.

Di Vostra Eminenza
humilissimo divotissimo et obligatissimo servo

fra Giovanni Fanano, Inquisitore.

d’altra mano:

Fiorenza. Del Padre Inquisitore. Di 25 a 29 luglio 1638.
Che il personaggio destinato a Galileo Galilei non è comparso, né meno, per quanto intende, è per comparire; ma che bene sono capitati in mano d’alcuni tedeschi i regali, insieme con la lettera, sigillata col sigillo de gli stati olandesi, per detto Galilei, il quale ha ricusato di ricever gli uni e l’altra.

e di mano ancora diversa:

Relatae et lectae.

e di mano altra volta diversa:

Die 5 augusti 1638. Sanctissimus iussit eidem Galileo significari hanc actionem fuisse valde gratam
huic Sacrae Congregationi.

        Da sottolineare il fatto clamoroso: la Congregazione del Sant’Uffizio era molto grata a Galileo per aver rifiutato il dono. Ed il Cardinale Francesco Barberini lo scrive in modo più chiaro all’Inquisitore il 7 agosto:

Molto Rev. Padre,

Galileo Galilei, con non voler ricevere le lettere e i regali destinatigli dalli Stati d’Olanda, ha dato segno di molta pietà. V. R. gli può accennare che la sua attione è stata sentita volentieri con molta sua lode da questi miei Eminentissimi; e V. R. lo manterrà in fede, acciò non presti orecchie a sifatte esibitioni. Et il Signore la conservi.

Di Roma, li 7 Agosto 1638.

Come fratello
Il Card. le Barberino.

        Ma torniamo agli occhi, all’esserseli rovinati per il troppo prolungato uso in osservazioni notturne con il cannocchiale. Scriveva Galileo delle sue osservazioni, fatte con strumenti sempre più precisi, all’amico Fulgenzio Micanzio il 5 novembre 1637, poco prima di perdere la vista:

[…] E pur ora sono intorno al distendere un catalogo delle più importanti operazioni astronomiche, le quali riduco ad una precisione tanto esquisita, che mercè della qualità de gli strumenti per le osservazioni della vista, e per quelli con i quali misuro il tempo, conseguisco precisioni sottilissime, quanto alle misure non solamente di gradi e minuti primi, ma di secondi e terzi e quarti ancora; e quanto a i tempi, parimente esattamente si hanno le hore, minuti primi, 2i, 3i e più, se più ne piace: mercè delle quali invenzioni si ottengono nella scienza astronomica quelle certezze che sin ora con i mezzi consueti non si sono conseguite; et a suo tempo la P. V. Rev.ma non sarà la seconda ad haverne parte.
Le nuove osservazioni fatte da me nella faccia lunare ci porgono indubitabile certezza come la conversione di essa luna, fatta nel suo dragone, ha per centro il centro della terra; sì che se l’occhio del riguardante fusse in tal centro collocato, nessuna di tali mutazioni scorgerebbe, in maniera che la nostra lontananza dal centro della terra e l’obliquità del dragone cagionano tutte le apparenti mutazioni: come con un poco di ozio (del quale al presente son del tutto privo) potrò significarle; ma facilmente con questo poco di cenno ella per sé stessa penetrerà il tutto.
Sto con grande avidità aspettando i fogli smarriti, e gli altri che haveranno stampati di poi.
Alla cattiva nuova della mia imminente cecità totale voglio pur arrecarle un poco di temperamento al dolore che son sicuro che ella ne sente […]

        In questa medesima lettera Galileo comunica all’amico di trovarsi oppresso dalla malinconia e soprafatto immoderatamente dalla necessità di fare scrivere perpetuamente, non solo in risposte di lettere moltiplici che da diverse bande mi vengono, ma per deporre varii miei pensieri e concetti, parte de’ quali sono antichi ma non spiegati ancora in carte, et altri sono nuovi, che contro a mia voglia mi cascano in mente per tenermi, credo, tuttavia travagliato. Per quanto Galileo dica di sentirsi oppresso dalle molteplici lettere, in realtà esse lo riempivano di orgoglio per la considerazione in cui tutti lo tenevano. Era faticoso, nelle sue condizioni, rispondere a tutti ma questa attività lo distraeva, suo malgrado, dai molti dolori fisici e dell’animo. E questa fitta corrispondenza egli intratteneva, dalla sua condanna, con molti amici, alcuni del passato, altri conquistati o riconquistati dopo di essa e vale la pena accennare ad alcuni di essi. Tra i più assidui  vi è un suo vecchio conoscente degli anni padovani, Niccolò Fabri di Peiresc, conosciuto nella casa di Giovanvincenzo Pinelli, la prima casa in cui abitò Galileo a Padova dal 1592 al 1601, casa dotata di una immensa biblioteca che Galileo sfruttò moltissimo. Fabri, amico del Cardinale Padrone, era di famiglia pisana ma residente in Provenza, dove era Consigliere del Parlamento. Fabri, di sua iniziativa, il 31 gennaio 1635 si prese la briga di intervenire verso il Cardinale Francesco Barberini perché attenuasse la sua persecuzione di Galileo e gli permettesse di dimorare nella sua casa di Firenze perché, affermava Fabri con una insolita durezza, vedeva compromessi l’onore e la reputazione del Pontificato che avrebbe assunto di fronte alla storia le medesime responsabilità di chi condannò Socrate:

[…] Del resto poi non le saprei rendere le dovute grazie di quelle curiosissime relationi che V. Em.za s’è degnata farmi partecipare delle cose di Terra Santa et di Aethiopia, …. non potendole dissimulare che non riceverò a minor favore della sua immenza bontà la consolatione che V. Em.za si degnarà procurare appressso la S.tà di N. S. al venerando vecchio il S.r Galilei, che se fosse per il mio padre proprio, che sia in gloria; inchinandomele con quelle maggiori summissioni che mi siano possibili per porgerlene l’humilissime suppliche, geloso dell’honore et della riputatìone di cotesto Ponteficato et della prudentissima direttione et administratione di V. Em.za molto più che della conservatione della mia vita, et sicuro che sì come l’indulgenza ch’ella farà concedere al suo peccate di fragilità humana sarà conforme alli voti delli più nobili ingegni dél secolo, che compatiscono tanto alla severità et prolungatione del suo castigo, così un evento contrario correbbe gran rischio d’essere interpretato e forzi comparato un giorno alla persecutione della persona et sapienza di Socrate nella sua patria, tanto biasimata dall’altre nazioni et dalli posteri istessi di que’ che gli diedero tanti travagli. Schusi di grazia l’Em.za Voostra questo mio ardire, et m’imponga silentio assolutamente se le fosse discaro, ch’io sono apparecchiato d’obbedire in ogni modo a me possibile; ma spero più tosto l’ottata concessione della grazia dalla pietà e potentissima intercessione di S. Em.za […].

        Un altro corrispondente fu il conte François di Noailles (al quale saranno poi dedicati i Discorsi), suo alunno privato a Padova (nel 1603) per apprendere l’uso del compasso geometrico e militare, che all’epoca (dal 1634 al 1636) era Consigliere di Stato ed Ambasciatore di Francia a Roma. Di Noailles scrisse, oltre che a Galileo per dargli tutti i sentimenti di stima e di affetto (24 ottobre 1634), sia al Papa Urbano VIII che a suo nipote (leggi: figlio), il Cardinale Antonio Barberini, per chiedere condizioni più accettabili per Galileo oltre che di poterlo incontrare. La prima richiesta, concordata con Niccolini non ebbe alcun esito mentre la seconda era legata ad un viaggio che di Noailles doveva fare da Roma in Francia e riguardava il permesso per Galileo di andare ad un incontro con lui a Poggibonsi, lungo il cammino. La richiesta passò al Sant’Uffizio e di Noailles la comunicò a Galileo il 9 ottobre del 1636. L’Ambasciatore di Francia era persona troppo importante per negargli questo favore che fu concesso per il medesimo mese di ottobre. Questa data è di fondamentale importanza perché fu utilizzata da Galileo per consegnare una copia manoscritta dei Discorsi al diplomatico, che sarà poi il dedicatario dell’opera.

        Le condizioni di salute disastrate di Galileo delle quali dicevo qualche riga più su, gli avevano fatto presentare (all’inizio del 1638) su consiglio di Castelli e ancora a Francesco Barberini, un’altra istanza che gli permettesse il trasferimento a Firenze, nella casa che aveva comperata per il figliuolo sulla Costa di San Giorgio, vicinissima alle mura della città. Il Cardinale Padrone inviò il nuovo Inquisitore di Firenze, Giovanni Muzzarelli, a visitare Galileo ad Arcetri per accertarsi di persona del suo stato di salute e per fornire il suo parere sul richiesto trasferimento. Muzzarelli eseguì e, il 13 febbraio del 1638, inviò il resoconto della sua ispezione al Cardinale Francesco Barberini con argomenti difficilmente confutabili sullo stato di profonda prostrazione fisica di Galileo:

Per sodisfare più interamente al comandamento della Santità di N. S., sono andato in persona all’improvviso, con un medico forestiero mio confidente, a riconoscere lo stato del Galileo nella sua villa di Arcetri, persuadendomi con questo non tanto di poter referire la qualità delle sue indisposizioni, che di penetrare et osservare gli studi a’ quali è applicato e le conversazioni colle quali si trattiene, per aver luce di quanto se, venendo a Fiorenza, possa con radunanze e discorsi seminare la sua dannata openione del moto della terra. Io l’ ho ritrovato totalmente privo di vista e cieco affatto; e sebbene egli spera di sanarsi, non essendo più di sei mesi che gli caderono le cateratte negli occhi, il medico però, stante l’età sua di 75 anni, ne’ quali entra adesso, ha il male per quasi incurabile: oltre di questo ha una rottura gravissima, doglie continue per la vita, et una vigilia [insonnia, ndr] poi, per quello che egli afferma e che ne rifferiscono li suoi di casa, che di 24 hore non ne dorme mai una intiera; e nel resto è tanto mal ridotto, che ha più forma di cadavero che di persona vivente. La villa è lontana dalla città et in luogo anche scomodo, e perciò non può che di raro, con difficoltà e con molta spesa, havere le comodità del medico. Gli studi suoi sono intermessi per la cecità, sebbene alle volte si fa leggere qualche cosa, e la conversazione sua non è frequentata, perchè, essendo così mal ridotto di salute, non può per ordinario far altro che dolersi del male e discorrere delle sue infermità con chi talvolta va a visitarlo: onde, per questo rispetto ancora, credo che quando la Santità di N. S. usasse della infinita sua pietà verso di lui, che concedendole che stasse in Fiorenza, che non avrebbe occasione di far radunanze; e quando l’avesse, è mortificato in tal guisa, che per assicurarsene credo che potrà bastare una buona ammonizione per tenerlo in freno. Che è quanto posso rappresentare a V. E .

Fiorenza, li 13 Febbraio 1638.

Ill.mo Sig.r Cardo Francesco Barberino.

Umiliss.mo Devotiss.mo Obbligatiss.mo

Fra Giov. Fanano, Inquisitore.

        Questa relazione poliziesca e poco cristiana al Cardinale lo convinse a concedere il permesso a Galileo di tornare nella sua casa alla Costa San Giorgio di Firenze con un cumulo di limitazioni. Il Cardinale scrisse all’Inquisitore in tal senso:

Molto Rev. Padre,

La Santità di Nostro Signore, col parere di questi miei Eminentissimi, s’è compiaciuta di permettere a Galileo Galilei, che dalla villa d’Arcetri, ove sta ritenuto, possa farsi trasportare a sua casa in Fiorenza ad effetto di. farsi curare de’ suoi mali. Comanda. però Sua Beatitudine ch’egli non esca per la città, né meno ammetta in sua casa, a pubbliche o segrete conversationi, huomini tali che gli possano dar campo di far discorsi della sua dannata opinione del moto della terra; volendo Sua Santità che particolarmente gli prohibisca sotto gravissime pene l’entrare a ragionare con chi si sia de sì fatta materia: e stia ella nel rimanente avvertita ch’ egli osservi quanto da Sua Beatitudine e da questi Eminentissimi se gl’impose. Et il Signore la conservi.
 

Di Roma, li 6 Marzo 1638.
Di V.R.
Come fratello
Il Card.le Barberini.

       Ossequiente l’Inquisitore passò la concessione della clemenza da parte delle beatitudini a Galileo e successivamente informò il Cardinale di aver adempiuto all’incarico:

S.r mio Osso.mo

La S.tà di N. S. si contenta di permettere a V. S. il transferirsi da cotesta sua villa alla casa che tiene qua in Fiorenza per curarsi delle sue indispositioni. Dovrà però lei, nell’entrare in città, venire o farsi condurre qua a direttura al S. Ufficio per intendere da me quello che d’avvantaggio devo significarle e prescriverle. E con questo le bacio le mani e le prego da Dio ogni felicità.

Fiorenza, li 9 Marzo 1638.

________________________________

Eminentiss.o e Reverd.mo P.ron Colend.o

Io ho significato a Galileo Galilei la grazia fattale dalla Santità di N. S. e dalla Sacra Congregazione, di potersi far portare dalla villa d’Arcetri a sua casa in Fiorenza per curarsi delle sue indisposizioni, e giontamente l’ho precettato di non uscire per la città, e con pena di carcere formale in vita e di scomunica latae sententiae, riservata a Sua Beatitudine, di non entrare con chi si sia a discorrere della sua dannata openione del moto della terra. Egli si ritrova dall’età di 75 anni, dalla cecità, e da molte altre indisposizioni e sinistri accidenti che lo travagliano, talmente mortificato, che si può facilmente credere, come ha promesso, che non sia per trasgredire il comandamento che se li è fatto. Oltre di questo, la sua casa è in uno de’ più remoti luoghi e lontani dall’abitato che farsi sia in città; e di più ha un figliuolo molto morigerato e dabbene, che li assiste continuamente, e questo è avvisato da me di non ammettere in modo alcuno persone sospette a parlare col padre, e di far sbrigare presto quegli che alle volte lo visiteranno, e son sicuro che invigilerà et eseguirà puntualmente, poiché, come si confessa obbligatissimo a Nostro Signore et a V. E. per la grazia fatta di poter essere in città a curarsi, così teme che ogni minima cosa possa fargliela revocare, compiendo assai all’ 
interesse suo proprio che il padre si governi e che campi assai, perchè con la morte di esso si perdono mille scudi che le dà l’anno il Granduca. Con tutto ciò invigilerò come devo, affinché sia eseguito quanto viene imposto da Sua Beatitudine e da V. E.: alla quale aggiongo che il medesimo Galileo si raccomanda assai per poter farsi portare nei giorni di festa, per quanto le sarà permesso dalle sue indisposizioni, a sentir messa in una chiesa piccola, lontana da passi dalla sua casa, e m’ha richiesto di supplicarne, come faccio, V. E.. E qui umilissimamente me le inchino e bacio la veste.

Fiorenza, li 10 Marzo 1638.

La casa di Galileo a Firenze

        La concessione di poter assistere alla messa nei giorni festivi (in ore proporzionate e con poco apparato e accompagnamento), in una chiesetta a pochi passi da casa, sarà data il 20 marzo. Da notare che il vigilante sarà il figlio di Galileo (che verso la fine della vita di Galileo si era riavvicinato al padre e lo assistette nelle grandi avversità, con il dubbio seguente, instillatoci da un prete) per l’edificante motivo di non perdere la pensione che il Granduca gli dava finché si trovava a vivere con lui.

        In quello stesso 1638, probabilmente a settembre, vi è un episodio del quale non abbiamo documentazione se non indiretta. Sappiamo che oltre al figlio Vincenzo nella casa fiorentina aveva accesso Benedetto Castelli se accompagnato. Non conosciamo invece le circostanze di una visita che avrebbe fatto a Galileo il grande scrittore e poeta inglese John Milton. Fu lo stesso Milton che, nel suo Areopagitica: A speech of Mr John Milton for the liberty of unlicensed printing to the Parliament of England (1644) scrisse le cose seguenti:

Fu li [a Firenze] che io trovai e visitai il famoso Galileo, ormai vecchio, divenuto prigioniero dell’Inquisizione, perché aveva pensato, in astronomia, diversamente da come pensavano i suoi censori francescani e domenicani.

        Ma la massima gioia per Galileo, in quel 1638, fu la notizia che in luglio, in Olanda, si erano stampati i suoi Discorsi. Un’opera fondamentale di Galileo che era il degno compimento del Dialogo. Galileo, richiesto di spiegazioni, finse che la pubblicazione fosse un’iniziativa degli editori portata avanti a sua insaputa e giuntagli come «inopinata ed inaspettata nuova», avendo lui, «confuso e sbigottito dai mal fortunati successi di altre sue opere», deciso di non pubblicare più nulla. Ma del contenuto di tale opera, come degli altri lavori scientifici che scrisse prima di morire, parlerò nella parte seconda di questo articolo, qui mi interessa concludere sulle ultime vicende della sua vita.

        Sappiamo, anche se non vi è documentazione, che Galileo, all’inizio del 1639 inoltrò una nuova istanza al Papa che venne regolarmente rifiutata. Niente da sperare dunque da un potere crudele che si accaniva con un vecchio morente. Con Galileo stava morendo in quanto sempre più isolata la cultura scientifica italiana ma il grande vecchio non demordeva e continuava, continuava anche da cieco con il sopravvenuto aiuto di un suo fervente ammiratore, Vincenzo Viviani, che iniziò ad aiutarlo nelle sue ricerche nell’ottobre del 1639 quando ormai si era ritirato definitivamente ad Arcetri. A Viviani, che fu anche biografo di Galileo, si aggiunse come assistente, purtroppo tardi (10 ottobre 1641), Evangelista Torricelli, vivamente consigliato a Galileo proprio da Castelli attraverso la presentazione di una sua opera, il De motu gravium. La cosa risultò talmente gradita a Galileo da far chiedere a Torricelli di restare a vivere nella sua casa. Quest’altro gigante della fisica e della matematica era stato allievo di Castelli alla Sapienza di Roma e si era presentato per lettera a Galileo l’11 settembre del 1632:

« Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

Nella absenza del Rev.mo Padre Matematico di N. Sig.re, sono restato io; humilissimo suo discepolo e servitore, con l’honor di suo secretario; fra le lettere del quale ha­vendo io letta quella di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, a lei ne accuso, conforme l’ordine datomi, la ricevuta, e a lui Rev.mo ne do parte in compendio. Potrei nondimeno io me­desimo assicurar V. S. che il Padre Abbate in ogni occa­sione, e con il Maestro di Sacro Palazzo e con i compagni di quello e con altri prelati ancora, ha sempre procurato di sostenere in piedi li Dialoghi di lei Ecc.ma, e credo che sia stato causa che non si è fatta precipitosa resolutione.

Io sono pienissimamente informato d’ogni cosa. Sono di professione matematico, ben che giovane, scolaro del Padre R.mo di 6 anni, e duoi altri havevo prima studiato da me solo sotto la disciplina delli Padri Gesuiti. Son stato il primo che in casa del Padre Abbate, et anco in Roma, ho studiato minutissimamente e continuamente sino al presente giorno il libro di V. S., con quel gusto che ella si puol imaginare che habbia havuto uno che, già havendo assai bene praticata tutta la geometria, Apollonio, Archimede, Teodosio, et che havendo studiato Tolomeo et visto quasi ogni cosa del Ticone, del Keplero e del Longomontano, finalmente adheriva, sforzato dalle molte congruenze, al Copernico, et era di professione e di setta galileista.

Il Padre Grienbergiero, che è molto mio, confessa che il libro di V. S. gli ha dato gusto grandissimo e che ci sono molte belle cose, ma che l’opinione non la loda, e se ben pare che sia, non la tien per vera. Il Padre Scheiner, quando gliene ho parlato, l’ha lodato, crollando la testa; dice anco che si stracca nel leggerlo per le molte disgressioni. Io gli ricordavo le medesme scuse e diffese che V. S. in più lochi va intessendo. Finalmente dice che V. S. si è portato male con lui, e non ne vol parlare.

Del resto io mi stimo fortunatissimo in questo, d’esser nato in un secolo nel quale ho potuto conoscere et riverir con lettere un Galileo, cioè un oracolo della natura, et honorarmi della padronanza et disciplina d’un Ciampoli, mio amorevolissimo signore, eccesso di meraviglia, o se adopri la penna o la lingua o l’ingegno. Haverà quanto prima il Padre R.mo la carissima di V. S., e le risponderà. Intanto V. S. Ecc.ma mi farà degno, ben che inetto, d’esser nel numero de’ servi suoi e de’ seguaci del vero; che già so che il Padre R.mo, o a bocca o per lettere me gli haverà altre volte offerito per tale. E per fine a V. S. faccio con ogni maggior affetto riverenza.

Roma, 11 settembre 1632. Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Sig.r Gall. Gal. 

        Si tratterà di uno degli ultimi allievi di Galileo che fu molto legato al maestro al quale deve i suoi superbi lavori sulla scoperta del vuoto in relazione al peso dell’aria.  Furono queste presenze che dettero un minimo di conforto a Galileo e non furono le sole perché la solidarietà crebbe tra persone colte e giovani scienziati. Viviani scriveva in proposito:

E tra quei ch’egli accolse, tralasciando di nominar molti giovani fiamminghi, tedeschi e d’altrove, professori di pittura o scultura e di altro nobil esercizio, o esperti nelle matematiche o in altro genere di scienza, farò solo particolar menzione di quegli che fu l’ultimo in tempo, e in qualità forse il primo, e che già discepolo del P. D. Benedetto Castelli, ormai fatto maestro, fu dal medesimo Padre inviato e raccomandato al Sig.r Galileo, affinché questi gustasse d’aver appresso di sé un geometra eminentissimo, e quegli, allora in disgrazia della fortuna, godesse della compagnia e protezione d’un Galileo. Parlo del Sig.r Evangeliista Torricelli, giovane d’integerrimi costumi e di dolcissima conversazione, accolto in casa, accarezzato e provvisionato dal Sig.r Galileo, con scambievol diletto di dottissime conferenze. Ma la congiunzione in terra di due lumi si grandi ben esser quasi momentanea dove a, mentre tali son le celesti. Con questi non visse il Sig.r Galileo più che tre mesi; morì ben consolato di veder comparso al mondo, e per suo mezzo approssimato a’ benigni influssi della Ser.ma Casa di V.A., cosi riguardevol soggetto.

ed aggiunge Banfi:

L’oscura minaccia che pesa sul maestro, stringe attorno a lui i discepoli, come difensori eroici di una fortezza da ogni parte assediata, come gelosi custodi di un deposito sacro, in viva comunione di fede, di lavoro, d’ostilità alle forze avversarie. Il Nardi, il Torricelli, il Magiotti, “il triumvirato romano,” come suol chiamarli Galileo, gettano il loro scherno sul mondo della coltura ufficiale, sui grammatici, sui retori, sui poeti, sui politici, e in generale sull’enciclopedismo asistematico del sapere comune. E il Maestro a cui, nonostante la c1ausura, giunge la voce dei lontani e il richiamo di una giovinezza di spirito ch’egli ha suscitato, è sempre vivo tra loro. Un’instancabile fecondità di pensiero lo assilla, tanto che non può “dar quiete al suo inquieto cervello”; ha sempre nella mente “problemi e questioni spezzate,” “opere d’una gustosa e curiosa letteratura” e “una mano di operazioni astronomiche.” Se le tenebre lo avvolgono, se la mano stessa tormentata dall’artrite si rifiuta a fissar le forme geometriche fuor delle più semplici schematiche figure, egli continua il lavoro di correzione e di ampliamento dei suoi Discorsi, a cui vien aggiungendo due giornate, con l’aiuto dell’Aggiunti prima, del Peri poi, e, infine, mancatogli questo, del Viviani, che gli fu accanto negli ultimi anni con dedizione ed affetto più che figliale, e del più giovane di tutti, il Torricelli. Questi, che già nell’ora del pericolo e dell’angoscia si era presentato a Galileo “di professione e di setta galileista,” desideroso d’esser contato “nel numero dei suoi servi e dei seguaci del vero,” alla fine del 1641 non poteva resistere alla seduzione della “splendente luce spirituale” che s’effondeva dal maestro, e si faceva compagno dei suoi ultimi giorni, in quella villa d’Arcetri, che, se al prigioniero del S. Uffizio sembrava un “basso tugurio,” al giovane appariva come “la reggia della verità e l’erario della sapienza.”
Non solo Galileo si compiace di questa ardente gioventù che lo circonda, ma è sempre pronto al consiglio, alla discussione, centro e ispiratore di tutta l’attività scientifica dei suoi discepoli. La corrispondenza di questi ultimi anni è piena di vita e varia d’interessi, come la precedente: si possono ricordare le lettere al Baliani sui problemi di dinamica, al Castelli su questioni idrauliche e fisiche in genere, al Cavalieri sulle sue nuove teorie matematiche, al Magiotti sulla determinazione del centro di gravità, al Nardi su teoremi geometrici, al Renieri sulle ipotesi astronomiche, allo Spinola sulla luce secondaria della luna, al Rinuccini su varie novità scientifiche, al Torricelli, infine, su argomenti di geometria, di meccanica, di fisica. Il tono è sempre vigoroso ed ardente, il pensiero preciso, la discussione vivace. Certo Galileo guardava con trepida speranza all’energia giovanile dei suoi discepoli, ricca d’entusiasmo, senza peso di disillusioni e di amarezze, a cui forse era un giorno destinato, per vie a lui ignote, di consacrare il trionfo della verità. Quanto a se stesso, egli si obliava tutto nella partecipazione all’opera comune; ma nelle ore di quiete, di solitudine, di riflessione gli saliva in cuore una desolata amarezza, che l’animo ancora ribelle non poteva dominare se non col sarcasmo e l’ironia.

        E di sarcasmo ed ironia è condita una risposta ad una lettera del marzo 1641 dell’amico marchese Francesco Rinuccini che gli chiedeva cosa pensasse di alcune obiezioni al sistema copernicano e di quanto aveva avanzato Giovanni Pieroni il quale credeva di aver mostrato la validità del sistema copernicano medesimo attraverso la scoperta del moto proprio delle stelle. Scriveva Rinuccini il 23 marzo:

Dal Sig.r Cap. Giovanni Pieroni mi fu scritto a’ passati mesi, come haveva chiaramente osservato con l’occhiaIe il moto nelle stelle fisse di alquanti minuti secondi, ma con tanta sicurezza quanta con l’occhio si saria potuto osservare un grado; che fu da me inteso con sommo gusto, per vedere così concludente argomento per la validità del sistema Copernicano. Ma mi è venuto non poco intorbidato dalla lettura che a questi giorni feci, in bottega di un libraro, casualmente di un libro che sta per uscire in luce, dove lessi che se fusse vero che il sole fusse nel centro e la terra gli girasse intorno per l’orbe magno nello spatio di un anno, seguirebbe che da noi non si vedrebbe mai la notte la metà del cielo, poiché la linea che passa per il centro e per gli orizzonti della terra, toccando la periferia dell’ orbe magno, è una corda di un pezzo d’arco del cerchio del cielo stellato, il cui diametro passa per il centro del sole. E perché io ho sempre creduto che sia vero, non l’ havendo visto per esperienza, che quando nasce il primo di Libra tramonti il primo di Ariete, non arrivo con la mia poca intelligenza a trovarne la solutione. Supplico dunque l’immensa sua gentilezza a rimuovere dalla. mia mente questa dubitatione, che glie ne resterò con somma obbligatione: e gli bacio reverentemente le mani.

Venetia, 23 Marzo 1641.

        Facilissimo sarebbe il rispondere per Galileo e toglier di dubbio il Rinuccini ma egli preferiva il sarcasmo, il medesimo che aveva usato contro quello sciocco gesuita di Grassi, tantissimi anni prima nel 1618, che sosteneva essere le comete corpi celestiin netto contrasto con la fisica di Aristotele. Galileo, offeso per come era stata trattato il suo sostegno alla teoria copernicana con l’ammonizione di Bellarmino, sostenne in pieno la teoria aristotelica secondo la quale le comete sono esalazioni provenienti dalla terra che, raggiunto il cielo della Luna, vengono da esso messe in rapida rotazione fino al loro incendiarsi. Ora, a 23 anni di distanza, usa lo stesso metodo rispondendo sostanzialmente, come vedremo, che la falsità del copernicanesimo è evidente  perché qualunque ragione si voglia portare a suo sostegno, nessuna teoria dell’uomo si sarebbe potuta metter contro l’illimitata onnipotenza di Dio, come sostenuto dal cardinale Barberini. Certo, aggiungeva il vecchio saggio, con lo stesso sistema risultava ancora più falsa la teoria aristotelico-tolemaica perché, oltre a valere il medesimo argomento del Cardinale (novello Aristotele) si aggiungeva la maggiore falsità di tali dottrine perché completamente contrarie alla ragione. Più in dettaglio questo scriveva Galileo a Rinuccini il 29 marzo:

La falsità del sistema Copernicano non deve essere in conto alcuno messa in dubbio, e massime da noi Cattolici, havendo la inrefragabile autorità delle Scritture Sacre, interpretate da i maestri sommi in teologia, il concorde assenso de’ quali ci rende certi della stabilità della terra, posta nel centro, e della mobilità del sole intorno ad essa. Le congetture poi per le quali il Copernico et altri suoi seguaci hanno profferito il contrario, si levono tutte con quel saldissimo argumento preso dalla onnipotenza di Iddio, la quale potendo fare in diversi, anzi in infiniti, modi quello che alla nostra oppinione e osservazione par fatto in un tal particolare, non doviamo volere abbreviare la mano di Dio, e tenacemente sostenere quello in che possiamo essere ingannati. E come che io stimi insuffizienti le osservazioni e conietture Copernicane, altr’e tanto reputo più fallaci et erronee quelle di Tolomeo, di Aristotele e de’ loro seguaci, mentre che, senza uscire de’ termini de’ discorsi humani, si può assai chiaramente scoprire la non concludenza di quelle. E poi che V. S. Ill.ma dice restar perplessa e perturbata dall’ argumento preso dal vedersi continuamente la metà del cielo sopra l’orizonte, onde si possa con Tolomeo concludere la terra esser nel centro della sfera stellata, e non da esso lontana quanto è il semidiametro dell’orbe magno, risponda all’autore che è vero che non si vede la metà del cielo, e glie lo neghi sin che egli non la rende sicura che si vegga giustamente tal metà; il che non farà egli già mai. Et assolutamente chi ha detto, vedersi la metà del cielo, e però esser la terra collocata nel centro, ha prima nel suo cervello la terra stabilita nel centro, e quindi affermato vedersi la metà del cielo, perchè così doverebbe accadere quando la terra fusse nel centro; sì che non dal vedersi la metà del cielo si è inferito la terra esser nel centro, ma raccolto dalla supposizione che la terra sia nel centro, vedersi la metà del cielo. E sarebbe necessario che Tolomeo e questi altri autori ci insegnassero a conoscer nel cielo i primi punti d’Ariete e di Libra, perchè io quanto a me già mai discerner non gli potrei.
Aggiunghiamo hora che sia vera la osservazione del Sig.r Capitan Pieroni del moto di alcuna fissa, fatto con alcuni minuti secondi: per piccolo che egli sia, inferisce, a gli humani discorsi, mutazione nella terra diversa da ognuna che, ritenendola nel centro, potesse essergli attribuita. E se tal mutazione è, et si osserva esser meno di un minuto primo, chi vorrà assicurarmi se, nascendo il primo punto d’Ariete, tramonti il primo di Libra così puntualmente che non ci sia differenza né anco di un minuto primo? Sono tali punti invisibili; gli orizonti, non così precisi in terra, né anco tal volta in mare; strumenti astronomici ordinarii non possono essere così esquisiti che ci assicurino in cotali osservazioni dall’errore di un minuto; e finalmente, le refrazioni appresso all’orizonte posson fare alterazioni tali, che portino inganno non sol di uno, ma di molti e molti minuti, come questi medesimi osservatori concederanno. Adunque, che vogliamo raccorre in una delicatissima e sottilissima osservazione da esperienze grossolanissime et anco impossibili a farsi ? Potrei soggiugner altre cose in questo proposito, ma il già detto nel mio Dialogo sfortunato dice tanto che può bastare […]

D’Arcetri, li 29 Marzo 1641.

        Queste lettere mostrano quanto Galileo volasse ormai alto anche perché proprio in quei momenti egli aveva ricevuto la lettera di risposta dell’amata Alessandra Bocchineri ad una sua precedente. Il 26 marzo Galileo aveva scritto ad Alessandra servendosi per la consegna riservata di una donna di nome Sandra:

Molto Ill.re Sig.ra et P.rona Osser.ma

Alloggia questa notte in casa mia la Lessandra, dalla quale V. S. molto Ill.re riceverà la presente. E perchè mi dice che V. S. s’è maravigliata di non havere hauto risposta da me a una sua scrittami molti mesi sono, gli dico la maraviglia dover cominciare da me, il quale gli scrissi già, e fin ora ne havevo aspettato risposta in vano [Galileo aveva scritto ad Alessandra il 24 maggio 1640 tentando di riprendere il filo del rapporto comunicandole un certo affare nell’acquisto di tela per camicie e chiedendole una breve risposta che non venne, ndr]; e supponendo io che ella per sua cortesia mi rispondesse, sappia tal sua risposta non mi esser pervenuta: per lo che cessi in amendue noi la maraviglia. E restando io sicuro d’haver luogo nella sua grazia, come io assicuro lei della mia devota servitù, quietiamoci della poca fortuna, la quale senza nostra colpa ci rende in apparenza scambievolmente colpevoli di affetto men grato; e serva oltre a ciò la presente per riconfermare nell’animo di V. S. et in quello del molto Ill.re Sig.r suo consorte la prontezza che sempre è stata e sarà in ubbidire a i loro comandamenti: e con rèverente affetto ad amendue bacio le mani et prego intera felicità.

Dalla villa d’Arcetri, li 26 Marzo 1641.

Di V. S. molto Ill.re Devotiss.mo et Aff.mo S.re

Galileo Galilei. 

Alessandra rispose prontamente il giorno successivo:

Molto Ill.re Sig.re mio Oss.mo
 

Questa mattina, che siamo a’ 27 di Marzo, giorno del Giovedi Santo, la Sandra rivenditora mi à portato una lettera di V.S. de’ 26 di Marzo, che mi à aportato strasordinario gusto per sentire il bene stare di V.S. e che ella à memoria di chi veramente professa di essere devota alla sua gentileza: ma la mia mala fortuna no m’à mai conceso che io possa una volta stare dua ore nella sua conversazione; cosa che mi à aportato senpre grande amaritudine.
Io risposi subito alla cortese lettera che V.S. più mesi sono mi scrise, e
la risposta la detti al prete che insengnia a’ figlioli del Sig.re Piero Bardi; e lui disse volere fare il servizio, chome so sicura che gli arà fatto; ma la mia lettera l’arà data in casa ho de’ mia fratelli ho in casa della Sestilia: cosi questa lettera non è conparsa altrimenti in scena, al solito che m’ ànno senpre fatto da molti anni in qua. E pure è vero, e non li dico bugie: però, Sig.re Galileo, V. S. no l’abia atribuito a mala creanza, perchè io subito subito risposi a pieno a tutto quello che bisongniava.
Io delle volte tra me medesima vo stipolando in che maniera io potrei fare a trovare la strada innanzi che io morisi a boccharmi cho V. S. e stare un giorno in sua conversazione, senza dare scandolo ho gelosia a quelle persone che ci ànno divertito da questa voluntà. Se io pensassi che V. S. si trovassi cho buona sanità, e che non gli dessi fastidio il viagiare in caroza, io vorrei mandare le mie cavalle e trovare un carozino acciò V.S. mi favorisi di venire a stare dua giorni da noi, adesso che siamo ne’ buoni tenpi. Però la supprico a volermi favorire e darmi risposta, perchè io subito manderò per lei, e potrà venire adagio adagio, e non credo che lei patissi.
Io ebbi ancho mortificazione, quando la parentina [forse Virginia di Vincenzio Landucci, una pronipote di Galileo, ndr] di V. S. venne a Prato, che io non potessi participare in lei parte dell’afetto che io porto a V. S.; perché io la vedi accidentalmente in S. Domenico, né mi fu detto nulla che lei fussi parente di V. S., nè meno seppi di lor bocha nè chi le fussi nè quello che lei facesi quagiù; in fine lo seppi dalle monace di S. Cremente, dove la Sestilia aveva tramato di farla monaca, et a un tratto seppi che l’erono partite di Prato e tornate a Fiorenza. Con tutto ciò io la vedi una volta, e mi parse molto bellina e spiritosa.
Io non mi voglio più alongare cho lo scrivere, cho la speranza che io ho che V. S. mi voglia rispondere e scrivere quando io abbia a mandare la caroza: alora direno quello che dice Arno quando e’ torna grosso, che porta giù molta roba.
Il Sig.re Cavalieri [Cavalier Giovanfrancesco Buonamici, ndr] mio marito si trova anco lui indisposto, perchè gli dà noi la pietra, e di quando in quando n’à una bussata; et ora per la Santisima Nonziata n’à ‘uto una buona stretta.
Del resto farò fine alla lettera, ma non già al desiderio che io ho di servire a V. S. di tutto quore, e dirgli che tra tante tribolazione che io ho patito ci è stata ancho questa della separazione che è stata tra di noi, perchè a pena io la eonobi che ne fui privata. Pazienza! Il Signore la feliciti, chome io glielo desidero, mentre io e il Sig.re Cavalieri facciamo reverenzia a V. S.

Di Prato, il dì 27 di Marzo 1641.

Il 6 aprile Galileo rispondeva in modo accorato chiedendo ad Alessandra di recarsi lei ad Arcetri:


Molto Ill.re Sig.ra mia Col.ma

In questo punto m’è stata resa la gratissima di V. S. molto Ill.re dal marito della Lessandra rivenditora; e perchè mi fa fretta di volersi partire, gli darò per ora breve risposta, significandoli la ricevuta et il contento inesplicabile che ho preso nel sentirla leggere. Io non ho mai dubitato del benigno affetto di V. S. verso di me, sicuro che ella, in quel poco di tempo che potetti discorrer seco, sicuramente scorse quanta fusse in me l’affezione verso di lei, che fu tale che in sì breve congresso non poteva farsi maggiore; e però quello che V. S. produce per scusa del non mi esser la prima sua risposta pervenuta, è stato sempre creduto da me. 
Non potrei a bastanza esprimergli il gusto che hare[i] di potere con ozio non interrotto godere de’ suoi ragionamenti, tanto sollevati da i comuni femminili, anzi tali che poco più significanti et accorti potriano aspettarsi da i più periti huomini e pratichi delle cose del mondo. Duolmi che l’invito che ella mi fa non può da me esser ricevuto, non solo per le molte indisposizioni che mi tengono oppresso in questa mia gravissima età, ma perchè son ritenuto ancora in carrcere per quelle cause che benissimo son note al molto Ill.re Sig.r Cavaliere, suo marito e mio Signore. Però, deposta questa speranza, facile e spedita maniera sarebbe che ella col Sig.r suo consorte venisse a star quattro giorni in questa villa d’Arcetri che tengo, e che in bellissimo sito e perfettissima aria è collocata. Io non getterò paarole < …. > per esortare a intraprendere quel piccolo incomodo persona che coraggiosamente e con men sicura compagnia ha scorso le centinaia e centinaia di miglia per paesi inospiti e selvaggi. Questa azzione così grande mi rende certo che ella non fuggirà di eseguire questa così, piccola; onde la starò attendendo. Né mi opponga rispetto alcuno o sospetto né timore che mi possa per ciò sopraggiugnere qualche turbulenza; perchè, in qualunque senso sia da terze persone ricevuto questo incontro e abboccamento, o sia giocondo o sia discaro, poco m’importa, essendo io assuefatto a soffrire e sostenere come leggierissimi pesi cariche molto più gravi.
Il la[tore] m’affretta la partenza; però finisco con pregarla a quanto prima darmi rispos[ta] alla presente, facendo surgere in me la speranza d’ottenere la grazia che instante[mente] domando a V. S. et al Sig.r suo consorte: et ad amendue con reverente affetto bac[io] le mani e prego intera felicità.

D’Arcetri, li 6 d’Aprile 1641.

Alessandrà risponderà ma non possediamo la sua lettera. La risposta di Galileo è datata 20 dicembre 1641:

Molt’ Ill.re Sig.ra mia Oss.ma

Ho ricevuto la gratissima lettera di V. S; molto Ill.re in tempo che mi è stata di molta consolatione, havendomi trovato in letto gravemente indisposto da molte settimane in qua. Rendo cordialisssime gratie a V. S. dell’ affetto tanto cortese ch’ella dimostra verso la mia persona, e dell’ ufficio di condoglienza col quale ella mi visita nelle mie miserie e disgratie.
Per adesso non mi occorre di prevalermi di tela: resto bene con accresciute obbligationi alla gentilezza di V. S., la quale si compiace d’invigilare a gl’ interessi miei. 
La prego a condonare questa mia non volontaria brevità alla gravezza del male; e le bacio con affetto cordialissimo le mani, come fo anco al S.r. Cav.re suo consorte.

D’Arcetri, 20 Xbre 1641.

Fine, non c’è altro. E’ l’ultima lettera di Galileo. Le ultime forze erano state riservate ad Alessandra. Non c’è altro, se non il cuore gonfio di chi legge e scrive per tanto dolore di un uomo che è sul letto di morte. Era stato uno sforzo estremo che aveva permesso a Galileo la dettatura di questa ultima lettera. Già da oltre un mese Francesca Rinuccini così scriveva a Leopoldo de’ Medici (figlio del Granduca Cosimo II. Nel 1657 fondò l’Accademia del Cimento sciolta nel 1667, nell’anno in cui Leopoldo fu eletto Cardinale):

…. Iermattina fui a vedere il S.r Galileo, il quale e fermo nel letto da dieci giorni in qua con una febbriciattola lenta lenta, ma però dice egli che 1’è continua. Gli dà davvantaggio un gran dolor di rene. Questi mali, alla sua età, mi par che devano far temer della sua vita. Egli con tutto ciò discorre con 1’istessa franchezza che facea fuori del letto; e mi disse che aveva grandissima soddisfazione del nuovo mattematico Torricelli, e che aveva ricevuto grandissimo gusto in sentir confrontare alcune nuove dimostrazioni tra lui e ‘l Viviani, del quale mi disse un monte di bene, e m’ordinò ch’ io lo scrivessi a V. A …..

        Arrivarono altre lettere da tutti gli amici, conoscenti ed estimatori. Galileo smise di rispondere ed alle 4 di notte dell’8 gennaio 1642 si spegneva.

        Riporto alcuni documenti che rendono ben conto della crudeltà e carognesco comportamento di Santa Romana Chiesa. Senza commenti.

        L’Ambasciatore del papa a Firenze, Giorgio Bolognetti, scrive a Francesco Barberini

Di Fiorenzia, da Mons. Nuntio, li 12 Gennaro 1642.

Il Galileo morì giovedì alli 9: il giorno seguente fu il suo cadavero depositato privatamente in Santa Croce. Si dice comunemente che il Gran Dnca voglia fargli un deposito sontuoso, in paragone e dirimpetto a quello di’ Michelangelo Buonarroti, e che sia per dar il pensiero del modello e del tumulo all’Academia della Crusca. Per ogni buon rispetto ho giudicato bene che V. Em.za lo sappia.

Francesco Barberini si affrettò ad istruire l’Inquisitore di Firenze:

Molto Reverendo Padre,

Da Monsignor Assessore il stata letta avanti la Santità di N. Signore la lettera di V. Rev. in cui gli dava avviso della morte di Galileo Galilei e accennava ciò che si crede debba farsi et intorno al suo sepolcro et all’essequie; e S. Beatitudine, col parere di questi miei Eminentissimi, ha risoluto che ella, con la sua solita destrezza, procuri di far passare all’orecchie del Gran Duca che non è bene fabricare mausolei al.cadavero di colui che è stato penitentiato nel Tribunale della Santa Inquisitione, et è morto mentre durava la penitenza, perchè si potrebbono scandalizzare i buoni, con pregiuditio della pietà di S. Altezza. Ma quando pure non si potesse distornare cotesto pensiero, dovrà. ella avvertire che nell’epitafio o inscrittione, che si porrà nel sepolcro, non si leggano parole tali, che possano offendere la riputazione di questo Tribunale. La medesima avvertenza dovrà pur ella havere con chi reciterà l’ oratione funerale, procurando di vederla e considerarla ben, prima che si reciti o si stampi. Nel savio avvedimento di V. R. ripone la Sua Santità il rimedio di cotesto affare. Et il Signore la conservi.

Di Roma, li 25 Gennaio 1642.

Anche l’Ambasciatore Bolognetti ricevette notizie da Francesco Barberini:

A Mons.r Nuntio a Firenze, li 28 Gennaro 1642.

Ha dato cenno la San.tà di N. S. al S.r Amb.r di Firenze [Francesco Niccolini, ndr] di quello s’era presentito, che il Granduca fosse per far 1’epitaffio alla sepoltura del Galileo; il che l’Ambasciatore ha mostrato di non credere e di non haverne rincontro. Pot.rà V. S. farlo sapere a cotesto P. Inquisitore, acciò solamente si vaglia dell’avviso; e non occorrerà che V.S. intraprenda alcuna negotiatione o discorso in questo negotio.

E l’Inquisitore risponde a Francesco Barberini:

Io non tralascierò di far penetrare alle orecchie del Granduca quello che V. E. mi ordina in materia delle esequie che si discorre sieno per farsi alla memoria di Galileo Galilei; e quando per questo verso non si possa conseguire il fine che si desidera, userò nel rimanente 1’altre diligenze che mi vengono prescritte intorno all’ epitaffio et orazione funebre: e crederò d’aver tempo, perchè sinora non si scorge tentativo alcuno d’apparecchio. E qui a V. E. faccio umilissima reverenza e bacio la veste.

Fiorenza, li 1 Febbraio 1642.

Umiliss.o, Devotiss.o, Obbligatiss.o Fra Giov. Fanano Inquisitore.

        Intanto, il 10 gennaio, il corpo di Galileo veniva sistemato nel deposito del campanile in Santa Croce. Fu fatto un inventario delle masserizie e degli oggetti che si trovavano in Arcetri dei suoi crediti e debiti che andavano nel testamento per il figlio Vincenzo.

La Chiesa di Santa Croce a Firenze

La tomba di Galileo in Santa Croce. La sua erezione fu autorizzata dal Sant’Uffizio nel 1734.


NOTE

(1) La vicenda del precetto è un falso clamoroso che la Chiesa costruì al fine di condannare Galileo. Nel 1615 Galileo credette di aver trovato nelle maree una prova della rotazione della Terra intorno al Sole. Si recò a Roma proprio quando (1616) l’ipotesi copernicana veniva dichiarata eretica (“stultam et absurdam in philosophia, et formaliter haereticam“) e le opere di Copernico vennero sequestrate (Papa Paolo V). Galileo venne convocato dall’Inquisitore Cardinale Bellarmino per un colloquio informale. Venne AMMONITO dall’insegnare e difendere la teoria copernicana (si noti bene: non gli venne fatto PRECETTO). Ciò è fondamentale dal punto di vista del Diritto Canonico: se gli fosse stato fatto precetto sarebbe stato recidivo e la cosa sarebbe risultata nei suoi precedenti penali; l’ammonizione non prevedeva nessuna delle due cose dette). All’ammonizione Galileo promise obbedienza ed ottenne da Bellarmino un “certificato di buona condotta”. Nel 1632 Galileo venne convocato a Roma dopo la pubblicazione del suo Dialogo ed immediatamente venne messo sotto accusa per il suo essere recidivo nel difendere le teorie copernicane. Questo essere recidivo era relativo al preteso PRECETTO che gli sarebbe stato fatto da Bellarmino nel 1616. Ma nel 1616, come detto, Galileo aveva avuto solo una ammonizione ed in più il certificato di buona condotta dallo stesso Bellarmino. Gli inquisitori insistettero nell’accusa e Galileo chiese di vedere il Precetto che, in quanto tale, doveva risultare agli atti. Qui fu costruito uno dei falsi più ignobili della Chiesa. Il libro dei Precetti e di ogni atto giudiziario in genere, a seguito della carta che era molto assorbente e quindi faceva trasparire tracce di inchiostro sul retro della pagina medesima, questo libro era scritto solo nelle pagine dispari, mentre le pari erano lasciate bianche. Solo il Precetto a Galileo è scritto alla data giusta sulla pagina pari ! Ma vi è di più, all’atto del Precetto, l’accusato doveva apporre la sua firma sotto l’atto: la firma di Galileo in questo atto non compare. Tutti gli storici concordano in quanto ho detto: il Tribunale del Sant’Uffizio costruì un falso per poter condannare Galileo nel processo che ora gli faceva. Con questo Precetto che vietava di difendere quovis modo la teoria copernicana, Galileo fu condannato.

La stessa Pontificia Accademia delle Scienze pubblica il famoso Precetto chiamandolo con il suo vero nome, cioè Ammonizione (si veda il lavoro di Sergio M. Pagano pagg. 101-102). Lo si può fare perché nessuno sa che su questo imbroglio condannarono Galileo:


AMMONIZIONE DEL CARD. ROBERTO BELLARMINO A GALILEO

Roma, 26 febbraio 1616

Die veneris 26 eiusdem.

In palatio solitae habitationis dicti illustrissimi Domini cardiinalis Bellarminii et in mansionibus dominationis suae illustrissimae, idem illustrissimus Dominus cardinalis, vocato supradicto Galileo, ipsoque coram domo sua illustrissima existente, in praesentia admoodum reverendi Patris fratris Michaelis Angeli Seghitii de Lauda, Ordinis Praedicatorum, Commissarii generalis Sancti Officii, praeedictum Galileum monuit de errore supradictae opinionis et ut illam deserat; et successive ac incontinenti, in mei etc. et testium etc., praesente etiam adhuc eodem illustrissimo Domino cardinali, supradictus Pater Commissarius praedicto Galileo adhuc ibidem praesenti et constituto praecepit et ordinavit [proprio nomine] Sanctissimi D. N. Papae et (f. 44r) totius Congregationis Sancti Officii, ut supradictam opinionem, quod sol sit centrum mundi et immobilis et terra moveatur, omnino relinquat, nec eam de caetero, quovis modo teneat, doceat aut defendat, verbo aut scriptis; alias, contra ipsum procedetur in Sancto Officio. Cui praecepto idem Galileus aquievit et parere promisit. Super quibus etc.
Actum Romae ubi supra, praesentibus ibidem reverendo Baadino Nores de Nicosia in regno Cypri, et Augustino Mongardo de 10co abbatiae Rosae, diocesis Politianensis, familiaribus dicti illuustrissimi Domini cardinalis, testibus etc.

[Traduzione]:

Venerdì 26 dello stesso [mese]. Nel palazzo dell’abitazione usuale del detto Illustrissimo Signor Cardinale Bellarmino, e nell’appartamento di Sua Signoria Illustrissima, lo stesso Illustrissimo Signor Cardinale, chiamato il sopraddetto Galileo, ed una volta questi apparso dinanzi alla Signoria Sua Illustrissima, alla presenza del Reverendissimo Padre Fra Michelangelo Sigizzi da Lauda, dell’ordine dei Predicatori, Commissario generale del S. Uffizio, ha ammonito il predetto Galileo sull’errore della suddetta opinione e ad abbandonarla; e immediatamente dopo alla presenza mia ecc. e dei testimoni ec. essendo ancora presente il medesimo Illustrissimo Signor Cardinale sopraddetto, il Commissario ha ingiunto e ordinato nel proprio nomj del Santissimo Signor Nostro il Papa e di tutta la Congregazione del S. Uffizio, al predetto Galileo ancora lì presente, di abbandonare del tutto la predetta opinione, cioè che il sole sia centro del mondo e immobile e la terra si mova e di non tenerla, insegnarla o difenderla con parola o in iscritto, in qualsiasi modo, d’ora in avanti; in caso contrario si procederà contro di lui nel S. Uffizio. Il medesimo Galilei si è sottomesso a questa ingiunzione e ha promesso di ubbidire [segue elenco dei testimoni].

        Riporto di seguito la foto del documento autografo di Bellarmino, l’ attestato che certifica che Galileo non ha fatto nulla che possa essere sospettato di eresia:

Nel documento si legge:

ATTESTATO DEL CARD. ROBERTO BELLARMINO

<Roma> 26 maggio 1616

” Noi Roberto cardinale Bellarmino, havendo inteso che il sig. Galileo Galilei sia calunniato o imputato di havere abiurato in mano nostra, et anco di essere stato per ciò penitenziato di penitentie salutari, et essendo ricercati della verità, diciamo che il suddetto sig. Galileo non ha abiurato in mano nostra né di altri qua in Roma, né meno in altro luogo che noi sappiamo, alcuna sua opinione o dottrina, né manco ha ricevuto penitentie salutari né d’altra sorte, ma solo gli è stata denuntiata la dichiaratione fatta da Nostro Signore et pubblicata dalla Sacra  Congregatione dell’Indice, nella quale si contiene che la dottrina attribuita al Copernico, che la terra si muova intorno al sole et che il sole stia nel centro del mondo senza muoversi da oriente ad occidente, sia contraria alle Sacre Scritture, e però non si possa difendere né tenere. Et in fede di ciò habbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo dì 26 di maggio 1616.
        Il medesimo di sopra
                                               Roberto cardinale Bellarmino

(2) La sentenza qui riportata è quella che risulta nella trascrizione delle opere di Galileo fatta a Firenze nel 1848. Nella trascrizione fatta dai gesuiti della Civiltà Cattolica, a questo punto, è inserita la frase: fu «fatto sospendere per le braccia»parendo a noi, che tu non avevi ‘detta sinceramente la verità circa la tua intenzione, giudicammo essere necessario venire contro di te al rigoroso esame. Con rigoroso esame presso la Santa Inquisizione si vuol dire che Galileo fu torturato. Conseguentemente, secondo i gesuiti, a questo punto Galileo fu sospeso ad una fune e ivi lasciato finché non si decise ad abiurare (può anche darsi si voglia dire che questa tortura fosse avvenuta in precedenza ed ora solo si formalizzava quanto accaduto. Questa notizia la si ricava dalla Storia ed esame della Enciclica e del Sillabo dell’8 dicembre 1864 (Torino, 1865) dell’abate Antonio Isaia. L’abate parla con disprezzo del testo dei gesuiti chiamati spergiuri e, incredibilmente, si riferisce a quella più attendibile fatta dai laici nel 1848 (Per edificazione di certi credenzoni, i quali han fede nella Civiltà Cattolica, come in un quinto evangelo, anche quando spergiura che il Galileo non ebbe a soffrire tratti di corda per ordine degli eminentissimi Cardinali della Santa Inquisizione; assicuriamo che queste parole sono tolte dal processo e trascriviamo la sentenza pronunciata contro lui, la quale si legge nelle opere di Galileo Galilei, prima edizione completa. Firenze 1848). Non vi sono prove che Galileo sia stato torturato. Sembra però verosimile che Galileo sia stato portato nella sala della tortura e minacciato di essere torturato.

(3) La vulgata parla della frase che Galileo avrebbe pronunciato alla fine della tragica farsa che lo riguardò, il famoso Eppur si muove (riferito alla Terra). La frase compare per la prima volta in un’antologia del giornalista Giuseppe Baretti pubblicata a Londra nel 1757, Italian Library. In questo scritto Baretti raccontava la vicenda di Galileo ad un pubblico inglese e probabilmente, per mostrare che Galileo non era convinto di quanto lesse nell’abiura, inventò quella frase.

(4) Riporto qui la lettera con la quale Piccolomini invita Galileo a Siena

Molt’ Ill. Sig.r mio Oss.mo

La pratica ch’ io ho della natural lentezza di cotesta Corte, mi consola la dilazione ch’ io pato al sperato honore della sua presenza in questa casa. Ma perchè l’ultima intenzione data da N. S. denota non men presta che favorevole spedizione, se anco in materia di lettighe o d’altro la conosce buona la mia servitù, li ricordo che ella la può adoprare con ogni libertà; né altro titolo ambisco appresso di lei, che quello di vero sincero suo servitore, fuor d’ogni cirimonia. E qui con fine affettuosamente li bacio le mani.

Siena, li 12 di Giugno 1633.

Di V.S. molt’ Ill.
S.r Galileo Galilei.


Devot. Ser.
A. A.o di Siena.

 

(5) Questa è la supplica di Galileo al papa Urbano VIII, ex amico suo:

Beat.mo Padre,

Galileo Galilei supplica humilissimamente la S.tà Vostra a volerli commutare il luogo assegnatoli per carcere di Roma in un altro simile in Fiorenza, dove parrà alla S.tà V., e questo per ragione d’infermità, et  anco aspettando l’oratore una sorella [in realtà cognata, ndr] sua di Germania con otto figliuoli, a’ quali difficilmente potrà essere da altri recato aiu[to] et indrizzo. Il tutto riceverà per somma gratia dalla S. V. Quam D.


e d’altra. mano:

Per Galileo Galilei.

Lectum.
30 Iunii 1633. S.us fecit oratori gratiam eundi Senas, et ab eadem civitate non discedere sine licentia Sac. Congregationis, et se praesentet coram Archiepiscopo dictae civitatis, etc.

(6) Quelle che seguono sono le lettere che Suor Maria Celeste inviò a suo padre Galileo dal momento in cui venne a sapere della sua condanna (le lettere le ho riprese dalla Bibliotheca Augustana dove vi sono anche tutte le altre lettere di Suor Maria Celeste al padre). L’ultima lettera è del 10 dicembre 1633. Da qui, fino all’aprile del 1634 la corrispondenza si interruppe perché Galileo aveva ottenuto il permesso di rientrare ad Arcetri:


       A Siena

      San Matteo, 13 luglio 1633

      Molto Illustre e Amatissimo Signor Padre.
      Che la lettera che V. S. mi scrive da Siena (ove dice di ritrovarsi con buona salute) m’abbia apportato contento grandissimo, e similmente a Suor Arcangela, non occorre ch’io m’affatichi in persuadernela, perché Ella saprà meglio penetrarlo che non saprei io esplicarlo; ma ben vorrei sapergli descrivere il giubilo e allegrezza che queste madri e sorelle hanno dimostrato nel sentire il felice ritorno di V. S., ch’è veramente stato straordinario; poiché la madre Badessa, con molte altre, sentendo questo avviso, mi corsono incontro con le braccia aperte, e lagrimando per tenerezza e allegrezza; cosa veramente che mi ha legata per schiava di tutte, per aver da questo compreso quanto affetto esse portino a V. S. e a noi.
      Il sentir poi ch’Ella se ne stia in casa d’ospite tanto cortese e benigno, quanto è monsignor Arcivescovo, raddoppia il contento e sodisfazione, ancorché ciò potessi esser con qualche pregiudizio del nostro proprio interesse, poiché facilmente potrà essere che quella così dolce conversazione la trattenga costì più lungamente di quello che avremmo voluto. Ma, già che qua per ancora non terminano i sospetti del contagio, lodo ch’Ella si trattenga e aspetti (come dice di voler fare) la sicurezza dagli amici più cari, li quali, se non con maggiore affetto, almeno con più sicurezza di noi potranno accertarla della verità.
      Ma frattento stimerei che fossi bene il pigliar compenso del vino che si trova nella sua cantina, almeno d’una botte; perché se bene per ancora si va mantenendo buono, dubito che a questi caldi non faccia qualche stravaganza: e già quella botte che V. S. lasciò manomessa, del quale beono la serva e il servitore, ha cominciato a entrar in fortezza. V. S. potrà dar ordine di quello che vorrà che si faccia, perché io non ho troppa scienza in questo negozio; ma vo facendo il conto, ch’essendosi V. S. provvista per tutto l’anno, ed essendo stata fuori sei mesi, di ragione dovrà avanzarne, ancorché Ella tornasse fra pochi giorni.
      Ma lasciando questo da parte, e venendo a quello che più mi preme, io veramente avrei desiderio di sapere in che maniera sia terminato il suo negozio con sodisfazione sua e de’ suoi avversati, siccome m’accennò nella penultima che mi scrisse di Roma: faccilo con suo comodo, e quando sarà ben riposata, ché averò pazienza un altro poco aspettando di restar capace di questa contradizione.
      Il signor Geri fu qui una mattina, mentre si dubitava che V. S. si trovasse in travaglio, e insieme con il signor Aggiunti fece in casa di V. S. l’opera, che poi mi avvisa che li ha fatto intendere, la quale ancora a me parve ben fatta e necessaria, per ovviare a tutti gli accidenti che fossero potuti avvenire, onde non seppi negargli le chiavi e l’abilità di farlo, vedendo massime la premura ch’egli aveva negli interessi di V. S.
      Alla signora Ambasciatrice scrissi sabbato passato con quel maggior affetto ch’io seppi, e, se ne avrò risposta, V. S. ne sarà consapevole. Finisco perché il sonno m’assale essendo tre ore di notte, sì che V. S. m’averà per scusata se averò detto qualche sproposito. Gli ritorno duplicati i saluti per parte di tutte le nominate e particolarmente la Piera e Geppo, li quali per il suo ritorno sono tutti allegri; e prego Dio benedetto che gli doni la sua santa grazia.

      figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 16 luglio 1633

      Molto Illustre e Amatissimo Signor Padre.
      Ho vista la lettera del signor Mario [Guiducci] con mia grandissima consolazione, avendo per mezzo d’essa compreso in quale stato V. S. si ritrovi quanto all’interna quiete dell’animo, e con questo anco il mio si sollieva e tranquilla in gran parte, ma non in tutto, mediante questa lontananza e l’incertezza del quando io deva rivederla: ed ecco quanto è pur vero che in cosa alcuna di questo mondo non può trovarsi vera quiete e contento.
      Quando V. S. era a Roma, dicevo nel mio pensiero: se ho grazia ch’egli si parta di là e se ne venghi a Siena mi basta, potrò quasi dire che sia in casa sua. Ed ora non mi contento, ma sto bramando di riaverla qua più vicina. Orsù, benedetto sia il Signore che fino a qui ci ha fatto grazia così grande. Resta che procuriamo di esser grati di questa, per maggiormente disporlo e commuoverlo a concederne dell’altre per l’avvenire, come spero che farà per sua misericordia.
      Intanto io principalmente fo grande stima di quest’una più che di tutte l’altre, la quale è la conservazione di V. S. con buona sanità in mezzo ai travagli che ha passati.
      Non ho né tempo né occasione di scriver più a lungo per ora. Con l’occasione d’un’altra sua, che pur presto doverà comparirmi, scriverò più a lungo e gli darò ragguaglio minuto della casa.
      La saluto in nome di tutte le solite e del signor Rondinelli tutto amorevole inverso di noi; e dal Signore Iddio gli prego consolazione.

      figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 23 luglio 1633

      Molto Illustre e Amatissimo Signor Padre.
      Il signor Geri non mi ha per ancora potuto mandar la lettera che V. S. gli ha scritto, essendogli bisognato lasciarla al Granduca: mi promette bene di procurar ch’io l’abbia quanto prima.
      Intanto io resto molto sodisfatta con questa che V. S. scrive a me, per la quale comprendo ch’Ella sta bene di sanità, e con ogni comodità e sodisfazione, e ne ringrazio Dio, dal quale (come altre volte gli ho detto) riconosco la sua sanità per grazia speciale.
      Ier mattina mi feci portar un poco di saggio del vino delle sue botti, delle quali una è bonissima, l’altra ha cattivo colore, e anco il sapore non mi sodisfa, parendomi che voglia guastarsi. Stasera lo farò sentir al signor Rondinelli, che, conforme al solito degli altri sabati, dovrà venirsene alla villa; ed egli meglio saprà conoscere se sia cattivo per la sanità, che quanto al gusto non sarebbe dispiacevole, ed io ne darò parte a V. S. acciò ordini quello che se ne deva fare, caso che non sia buono. Quel bianco ch’è nei fiaschi è forte e farà un aceto esquisito, eccetto che quello della fiasca, che, per aver solamente un poco il fuoco, ce lo andiamo bevendo avanti che egli peggiori: il difetto non è stato della Piera, perché gli ha spesso riguardati e visto che si mantenevano pieni. Dei capperi se ne sono acconci una buona quantità, cioè tutti quelli che sono stati nell’orto, perché la Piera mi dice che a V. S. gli gustano assai.
      Son parecchi giorni che in casa non è più farina; ma perché a questi gran caldi non si può far quantità di pane, che indurisce subito e muffa, e per il poco non torna il conto a scaldare il forno, fo che il ragazzo lo compri qui alla bottega.
      Con quest’altra li darò più minuto ragguaglio delle spese fatte alla giornata, perché adesso non me ne basta l’animo, sentendomi (conforme al mio solito in questa stagione) con un’estrema debolezza, tanto che non ho forza di muover la penna, per così dire. La saluto caramente per parte di tutte queste madri, alle quali pare ogn’ora mill’anni, per il desiderio che hanno, di rivederla, e prego il Signore che la conservi.

      figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.
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      A Siena

      San Matteo, 24 luglio 1633

      Molto Illustre e Amatissimo Signor Padre.
      Ho letto la lettera che V. S. scrive al signor Geri con mio particolar gusto e consolazione, per le cose che nel primo capitolo d’essa si contengono. Nel terzo capitolo ancor io m’intrometterò per esser esso attenente al negozio di non so che casetta, la quale ho penetrato che il signor Geri ha gran desiderio che Vincenzio compri, ma con l’aiuto di V. S. Io veramente non vorrei esser prosuntuosa, entrando in quelle cose che non m’appartengono. Nondimeno, perché assai mi preme qualsivoglia minimo interesse di V. S., la pregherei ed esorterei (caso ch’Ella si trovi in stato di poterlo fare) a dar loro non dirò in tutto, ma qualche parte di sodisfazione, non solo per amor di Vincenzio, quanto per mantener il signor Geri in quella buona disposizione che ha inverso di Lei, avendo egli, nelle occasioni che son passate, mostrato grande affetto a V. S., e, per quanto mi pare, procurato di aiutarlo in quel poco ch’ha potuto: sì che, se, senza suo molto scomodo, V. S. potesse darli qualche segno di gratitudine, non lo stimerei se non per ben fatto.
      So che da per sé medesima può infinitamente meglio di me disporre e penetrar queste cose, e io forse non so quel che mi dica, ma so bene che dico quello che mi detta un puro affetto inverso di Lei.
      Il servitore ch’è stato a Roma con V. S. venne qui ier mattina, esortato a ciò fare da messer Giulio Ninci. Mi parve strano di non veder lettere di V. S. Pur restai appagata della scusa che per lei fece il medesimo uomo, dicendo che V. S. non sapeva ch’egli passasse di qua. Adesso che V. S. è senza servitore, il nostro Geppo non può star alle mosse, e vorrebbe in ogni maniera, se gli fosse concesso il passo, venir da lei, e io l’avrei caro. V. S. potrà dire il suo pensiero, che vedrei di mandarlo con buona accompagnatura, e credo che il signor Geri gli potrebbe far avere il passaporto.
      Desidero anco di sapere quanta paglia si deva comprare per la muletta, perché la Piera ha paura che non si muoia di fame, e la biada non è troppo per lei, ch’è bizzarra d’avanzo.
      Da poi in qua che gli mandai la nota delle spese fatte per la sua casa, son corse queste che gli mando notate, oltre ai danari che ogni mese ho fatto pagare a Vincenzio Landucci, che di tutti tengo le ricevute, eccetto che di questi ultimi; nel qual tempo, e siccome anco seguì di presente, egli si ritrovava serrato in casa con i due figliuolini per essergli morta la moglie, per quanto si dice, di mal cattivo; che veramente si può dire che sia uscita di stento e andata a riposarsi, la poverella. Egli mandò a domandarmi li 6 scudi per l’amor di Dio, dicendo che si moriva di fame, ed essendo anco compito il mese glieli mandai; e lui promise la ricevuta quando fossi fuor di sospetto, e tanto procurerò che mantenga; se non altro avanti lo sborso di questi altri, caso che V. S. non sia qua da per sé, come dubito mediante questi eccessivi caldi che si fanno sentire.
      I limoni dell’orto cadevano tutti, onde quei pochi restati si sono venduti, e delle 2 lire che se ne sono avute ne ho fatto dire tre messe per V. S. secondo la mia intenzione. Scrissi alla signora Ambasciatrice, come S. V. ordinò, e mandai la lettera al signor Geri, ma non ne tengo risposta, onde non so se sarà bene tornar a riscrivergli con dimostrar dubbio se forse o la mia o la sua lettera sian andate a male. E qui, salutando V. S. di tutto cuore, prego Nostro Signore che la conservi.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 28 luglio 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Mi maraviglio che V. S. sia stato un ordinario senza mie lettere, non avendo io lasciato di scriverle e mandarle al signor Geri, e quest’ultima settimana ne ho scritte due, una sabbato e una il lunedì; ma forse a quest’ora li saranno pervenute tutte, e V. S. resterà minutamente informata d’ogni particolarità di casa, come desidera.
      Restava solo imperfetta la relazione del vino, il quale sentito dal signor Rondinelli, con il suo consiglio s’è travasato in un’altra botte per levarlo di sopra a quel letto: si starà a vedere qualche giorno, e, se non migliorerà, bisognerà vedere di contrattarlo avanti che si guasti affatto: questo è quanto alla botte che già gli avevo avvisato che cominciava a patire, l’altra per ancora si mantiene molto buona.
      Non ho mancato di preparar l’aloé per V. S., e fino a qui, vi ho ritornato sopra il sugo di rose sette volte; e perché di presente non è tanto asciutto che si possi metter in opera nelle pillole, li mando per ora un girelletto di quelle che facciamo per la nostra bottega, nelle quali è lo aloé pur lavato con sugo di rose, ma una sol volta; nondimeno non credo che per una presa siano per farli danno, avendo avuto qualche correzione.
      Quanto il Landucci si dolga per la morte di sua moglie, io non posso saperlo, né averne altra relazione che quella che mi dette Giuseppe il giorno che andò insieme con il signor Rondinelli a portargli li 6 scudi, che fu li 18 stante; e mi disse che posò i danari su la soglia dell’uscio e che vedde Vincenzio là in casa lontano dalla porta assai, che mostrava d’esser molto afflitto con una cera di morto più che di vivo, e con lui erano li due figliuolini, un maschio e una femmina, che tanti e non più gliene sono restati.
      Godo di sentire che V. S. si vadia conservando in sanità e la prego a procurar di conservarsi, col regolarsi particolarmente nel bere che tanto gli è nocivo, perché dubito che il gran caldo e la conversazione non li siano occasioni di disordinare con pericolo d’ammalarsi, e per conseguenza di differire ancora il suo ritorno tanto da noi desiderato.
      La nostra signora signora Giulia, madre di Suor Luisa e sorella del signor Corso, ha in questi giorni fatto alle braccia con la morte, e ancor che vecchia di 85 anni, l’ha superata contro ogni nostra credenza, essendo stata tanto male che si trattava di darle l’olio santo: adesso è tanto fuor di pericolo che non ha più febbre, e si raccomanda a V. S. per mille volte, ed il simile fanno tutte le amiche. Il Signor Iddio gli conceda la sua santa grazia.

      figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.
 

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      A Siena

      San Matteo, 3 agosto 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Scrivo questi pochi versi molto in fretta per non trasgredir al precetto di V. S. che m’impone, ch’io non lasci passar settimana senza scrivere. Quanto al vino che si travasò, par che sia alquanto migliorato di colore, e alla Piera non gli dispiace e ne va bevendo: si è trovato da darne a vin per vino 3 barili; 2 ne piglierà il fabbro, mezzo il lavoratore dell’Ambra, e mezzo Domenico che lavora qui il podere dei signori Bini: si cercherà di darne ancora un altro barile, perché finalmente non vorrei che ne gettassimo via punto, e il resto, che sarà un altro barile o poco più, se lo beveranno, perché così si contentano, e anco Suor Arcangiola non si fa pregare a dar loro aiuto.
      In colombaia son due para di piccioncini che aspettano che V. S. venga in persona a dar loro l’ultima sentenza. I limoni [fanno?] mostra ragionevole, se andranno innanzi; ma le melangole, i melaranci fecion pochi fiori, e di quei pochi ne sono andati innanzi pochissimi; pur ve n’è qualcuno.
      Il pan che si compra per otto quattrini è grande e bianco.
      La paglia per la mula si provvederà: dello strame non bisogna farne disegno, perché quest’anno è stato carestia d’erba, oltre, dice la Piera, che alla signora mula non gli sodisfa molto, e che V. S. si ricordi che l’anno passato ella se ne faceva letto per star più soffice. Adesso ha avuto un poco di male in bocca, perché ha lo stomaco tanto gentile che dicono, che il ber fresco gli abbia fatto male, del che la Piera è stata tribolata. Adesso sta meglio.
      V. S. fece bene ad aprir la lettera della cortesissima signora Ambasciatrice, alla quale vorrei in ogni maniera mandar a presentare qualche galanteria insieme con il cristallo, quando s’apriranno i passi. Il signor Geri non è ancora venuto qui. Sicché per ora non posso dir altro a V. S. se non che di molto gusto mi sono stati gli altri avvisi che mi dà nell’ultima, circa gli onori e sodisfazioni che riceve costà. E caramente la saluto, e prego N. S. che la conservi.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 6 agosto 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Il signor Geri fu ieri mattina a parlamento meco per conto del negozio della casetta; e, per quanto potetti comprendere, egli non ha altra pretensione che l’utile e benefizio di Vincenzio, il quale sarebbe assai coll’occasione di questa compra, potendo bonificare e accrescere la casa grande, che pur gli pare angusta, niente niente che Vincenzio cresca in famiglia; tanto più che dice esservi una stanza sopra la cisterna che non si può abitare per essere malsana: e al quesito ch’io gli feci se aveva pensiero d’abitarvi insieme con Vincenzio, mi rispose che, quando egli avesse voluto starvi, non poteva, e ch’è di necessità ch’egli ne pigli una più comoda e vicina al Palazzo, perché, tanto per lui quanto per quelli che tutto il giorno vanno a trovarlo, questa su la Costa è troppo disadatta e fuor di mano. Stando saldo su questo punto, concludo che il signor Geri avrebbe desiderato che V. S. avessi interamente comprato la casetta, la quale non passerà i 300 scudi in modo alcuno, per quanto egli dice: gli replicai che non mi pareva né possibile, né dovere che V. S. fossi aggravato di tanto, essendo verisimile ch’ella si trovi scarsa di danari, avendo avuto occasione di fare spese più che ordinarie, e gli soggiunsi che si poteva proporre e pregar V. S. a concorrere alla metà della spesa, caso che si trovi in comodo, e giacché dice anco che si sforzerà a dar loro ogni possibile sodisfazione, e che l’altra metà dei denari avrebbe potuto il medesimo signor Geri accomodare a Vincenzio, finché egli abbia comodità di renderglieli; al che il signor Geri condiscese con molta prontezza e cortesia, dicendomi che, sebbene nel tempo che V. S. è stata fuora ha accomodati altri danari a Vincenzio, nondimeno avrebbe preso ogni scomodo, prestandogli anche questi 150 scudi, purché questa buona occasione non gli fuggissi dalle mani. Questo è quello che si concluse che si dovesse proporre a V. S. come fo di presente: a Lei sta lo eleggere, poiché molto meglio di me può saper quanto si possa distendere; solamente aggiugnerò che l’essermi convenuto interessarmi in questo negozio, non mi è stato di poca mortificazione, prima perché non vorrei in minima cosa disturbar la sua quiete da lei raccomandatami; il che temo che non segua, giacché mi par ch’Ella non inclini troppo a questa spesa. Dall’altra banda l’escluder affatto il signor Geri che domanda a V. S. per un suo figliuolo, e che dimostra tanto affetto a lei e a tutta la casa nostra, non mi par cosa lodevole. Di grazia V. S., col darmi risposta quanto prima, mi liberi da questa sollevazione d’animo; e anco potrà avvisarmi che effetto abbiano fatto le pillole, e se vorrà che io gliene mandi, dell’altre di queste medesime, non potendosi ancora mettere in opera l’aloé che ho preparato per formarne di nuove.
      Suor Giulia gli ritorna le salutazioni, e sta con desiderio aspettando, non il fiasco del vino bianco che V. S. li promette, ma ben lei medesima; e il signor Rondinelli fa l’istesso, al quale non lascio di partecipare le lettere che V. S. mi scrive, quando mi par di poterlo fare; e qui a Lei mi raccomando, e dal Signor Iddio prego felicità.

      figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 13 agosto 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Se le mie lettere, com’Ella mi dice in una sua, li sono rese spesse volte in coppia, e io gli dico, per non replicar il medesimo, che quest’ultima volta le sue sono venute come i frati zoccolanti, non solamente accoppiati, ma con gran strepito, facendo in me una commozione più che ordinaria di gusto e contento, che ho preso in sentir che la supplica, che per Vincenzio e per il signor Geri, ho presentata a V. S., o raccomandata per dir meglio, sia da Lei stata segnata con tanta prontezza e con più larghezza di quello ch’io domandavo: e da questo fo conseguenza che non sia altrimenti con la mia importunità restata disturbata la sua quiete, ch’è quello che mi premeva, e per questo mi allegro e la ringrazio.
      Quanto al suo ritorno, Dio sa quanto io lo desideri; nondimeno, quando V. S. potessi penetrare che, partendosi di cotesta città, li convenisse per qualche tempo fermarsi in luogo sì ben vicino, fuori di casa sua, crederei che fossi meglio per la sua sanità e per la sua reputazione, il trattenersi qualche settimana d’avvantaggio dove di presente si ritrova in un paradiso di delizie, specialmente mediante la dolcissima conversazione di cotesto Ill[ustrissi]mo monsignor Arcivescovo; e poter poi addirittura venirsene al suo tugurio, il qual veramente si lamenta di questa sua lunga assenzia; e particolarmente le botti, le quali, invidiando le lodi che V. S. dà ai vini di cotesti paesi, per vendetta, una di loro, ha guastato il vino, o pur il vino ha cercato di guastar lei, come già gli ho avvisato. E l’altra avrebbe fatto il simile, se non fosse stata prevenuta dall’accortezza e diligenza del signor Rondinelli, il quale conoscendo il male ha procurato il rimedio, consigliando e operando acciò il vino si venda, come s’è fatto, per mezzo di Matteo bottegaio, ad un oste. Oggi appunto s’infiasca e se ne manda via due some; e il signor Rondinelli assiste. Delle quali senza fallo credo che se ne averanno 8 scudi: quello che sopravanzerà alle due some si metterà nei fiaschi per la famiglia e per noi che ne piglieremo volentieri qualche pocherello: si è sollecitato a pigliar questo spediente avanti che il vino facesse altra novità maggiore, per non l’aver a buttar via.
      Il signor Rondinelli attribuisce questa disgrazia al non essersi levato il vino di sopra quel letto che fa nella botte, avanti che venissero i caldi; cosa ch’io non sapevo, perché non son pratica in questi maneggi.
      La mostra dell’uva dell’orto era assai scarsa, e due furie di gragnuola che l’ha percossa hanno finito di rovinarla. Se n’è colta un poco di quella lugliola avanti che ci arrivino i malandrini, quali, non avendo trovato altro da dissipare, hanno colte alcune mele. Il giorno di San Lorenzo fu qui all’intorno un tempo cattivissimo con vento tanto terribile che fece molto danno, e alla casa di V. S. ne toccò qualche poco, essendo andato via un buon pezzo di tetto dalla banda del signor Chellini, e anco fece cadere un di quei vasi ne’ quali sono i melaranci. Il frutto si è trapiantato in terra fino a che V. S. dirà se si deve comprar altro vaso per rimettervelo, e del tetto si è fatto sapere ai signori Bini che hanno promesso di farlo rassettare.
      Di altri frutti non v’è quasi niente; e particolarmente delle susine, nessuna; e quelle poche pere che vi erano, il vento le ha vendemmiate. Molto bene son riuscite le fave, che, per quanto dice la Piera, saranno intorno a 5 staia e molto belle: adesso vi sono dei fagiuoli.
      Mi resterebbe da rispondergli qualcosa circa quel particolare ch’Ella mi dice del stare o non stare in ozio; ma lo riserbo a quando averò manco sonno, che adesso che sono 3 ore di notte. La saluto per parte di tutti i nominati, e di più del signor medico Ronconi il quale non vien mai qui che con grand’istanza non mi domandi di lei. Il Signore Iddio la conservi.

      figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 20 agosto 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Quando scrissi a V. S. circa il suo avvicinarsi qua, ovvero trattenersi costì ancora qualche poco, sapevo l’istanza che s’era fatta al signor Ambasciatore, ma non già la sua risposta, la quale intesi dal signor Geri che fu qui martedì passato, quando già avevo scritto a V. S. un’altra lettera, e inclusovi la ricetta delle pillole che a quest’ora doverà esserle pervenuta. Il motivo adunque che m’indusse a scriverle in quella maniera fu, ch’essendomi io trovata più volte a discorrere con il signor Rondinelli, il quale in questo tempo è stato il mio rifugio (perché, come pratico ed esperimentato nelle cose del mondo, molte volte m’ha alleggerito il travaglio, pronosticandomi per l’appunto come le cose di V. S. potevan passare, le quali io mi figuravo più precipitose di quello che poi sono state); fra l’altre una volta mi disse che in Firenze si diceva che quando V. S. partiva di Siena doveva andar alla Certosa, cosa che a nessuno degli amici era di gusto; e vi aggiunse buone ragioni, ma in particolare alcuna di quelle che intendo che ha poi addotte il medesimo signore Ambasciatore, e quelle massimamente che se, con troppo sollecitar il ritorno di V. S., si aveva una negativa, bisognava poi necessariamente lasciare scorrere più lunghezza di tempo avanti che si ritornasse a supplicare. Ond’io che temevo di questo successo che facilmente sarìa seguìto, sentendo che V. S. sollecitava, mi mossi a scriverli in quella maniera.
      Che se a lei non fo gran dimostrazione del desiderio ch’ho del suo ritorno, resto per non accrescerli lo stimolo e inquietarla maggiormente. Anzi che in questi giorni sono andata fabbricando castelli in aria, pensando fra me medesima, se, dopo questi due mesi di dilazione non si ottenendo la grazia, io avessi potuto ricorrere alla signora Ambasciatrice acciò, col mezzo della cognata di Sua Santità, avess’ella procurato d’impetrarla. So, come li dico, che questi son disegni poco fondati, con tutto ciò non stimerei per impossibile che le preghiere di pietosa figliuola superassero il favore di gran personaggi. Mentre adunque mi ritrovo in questi pensieri, e veggo che V. S. nella sua lettera mi soggiugne che una delle cause che li fanno desiderare il suo ritorno è per vedermi rallegrare di certo presente, oh li so dire che mi son alterata da ver davvero; ma però di quell’adirazione alla quale ci esorta il santo Re David in quel salmo ove dice, «Irascimini et nolite peccare.» Perché mi par quasi quasi che V. S. inchini a creder che più sia per rallegrarmi la vista del presente che di lei medesima: il che è tanto differente dal mio pensiero quanto sono le tenebre dalla luce. Può esser ch’io non abbia inteso bene il senso delle sue parole, e per questo m’acqueto, che altrimenti non so quel ch’io dicessi o facessi. Basta, V. S. vegga pure se può venirsene al suo tugurio che non può star più così derelitto, massimamente adesso che si approssima il tempo di riempier le botti, le quali, per gastigo del male che hanno commesso in lasciar guastar il vino, si sono tirate su nella loggia e quivi sfondate per sentenza dei più periti bevitor di questo paese, i quali notano per difetto assai rilevante quella usanza che ha V. S. di non le far mai sfondare, e dicono che adesso non posson patire e non hanno il sole addosso.
      Ebbi li 8 scudi del vino venduto, che n’ho spesi 3 in sei staia di grano, acciò che, come rinfresca, la Piera possa tornare a fare il pane; la qual Piera si raccomanda a V. S. e dice che se si potesse mettere in bilancia il desiderio che ha V. S. del suo ritorno e quello che prova lei, sarebbe sicura che la bilancia di lei andrebbe nel profondo e quella di V. S. se n’andrebbe al cielo: di Geppo poi non bisogna ragionare. Il signor Rondinelli a questa settimana ha pagati li 6 scudi a Vincenzio Landucci ed ha avuto due ricevute, una per il mese passato, l’altra del presente: intendo che stanno bene lui e i figli, ma quanto al loro governo non so come si vadia, non l’avendo potuto spiare da nessuna banda. Mando altra pasta delle medesime pillole, e la saluto di tutto cuore insieme con le solite e il signor Rondinelli. Nostro Signore la conservi.

      figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 27 agosto 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Sto con speranza che la grazia che V. S. (con quelle condizioni che mi scrive) ricerca d’ottenere, li abbia a esser concessa; e mi par mill’anni di sentir la risposta che V. S. ne ritrarrà, sì che di grazia me lo avvisi presto quand’anche sortisse in contrario; il che pur non voglio credere.
      Li do nuova come, mediante la morte del signor Benedetto Parenti che seguì mercoledì passato, il nostro Monasterio ha ereditato un podere all’Ambrogiana, e il nostro procuratore andò l’istessa notte a pigliarne il possesso. Da più persone abbiamo inteso ch’è stimato di valuta di più di cinque mila scudi, e dicono che quest’anno vi si sono ricolte 16 moggia di grano e vi saranno 50 barili di vino e 70 sacchi di miglio e altre biade, sicché il mio convento resterà assai sollevato.
      Il giorno avanti ch’io ricevessi la lettera di V. S., messer Ceseri s’era servito della muletta per andar a Fiesole, e Geppo mi disse che la sera la rimenò a casa tutta sferrata e mal condotta, sì che gli ho imposto che, quando messer Ceseri tornasse a domandarla, gli risponda con creanza, allegandoli l’impossibilità della bestiuola e la volontà di V. S. ch’è ch’essa non si scortichi.
      Sono parecchie settimane che la Piera non ha da lavorare per la casa, e perché intendo che costà v’è abbondanza di lino buono, s’è vero, V. S. potrebbe veder di comprarne qualche poco; che se bene è sottile, sarà migliore per far pezzuole, federe e simili cose: e io desidero che V. S. mi provvegga un poco di zafferano per la bottega, del quale n’entra anco nelle pillole papaline, come avrà potuto vedere. Non mi sento interamente bene, e per questo scrivo così a caso; mi scusi e mi voglia bene. A Dio, il quale sia quello che gli doni ogni consolazione.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.
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      A Siena

      San Matteo, 3 settembre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Il sentir ragionar d’andar in campagna mi piace per la parte di V. S., sapendo quanto quell’abitazione gli sia utile e gustosa, ma mi dispiace per la parte nostra, vedendo che anderà in lungo il suo ritorno: ma sia pur come si voglia, mentre ch’ella per grazia di Dio benedetto si conserva sana e lieta, tutti gli altri accidenti sono tollerabili, anzi si fanno soavi e gustosi con la speranza che tengo che da queste sue e nostre mortificazioni il Signor Iddio, come sapientissimo, sia per cavarne gran bene per sua pietà.
      La disgrazia del vino è stata grande per V. S. e sto per dire maggiore per noi, che, perché lei trovassi le botti ben condizionate, non ne aviamo mai bevuto un pocolino, e di quella che V. S. lasciò manomessa ne pigliammo poco, perché presto prese il fuoco e non ci piaceva più, e quel poco di bianco, per aspettar troppo lungamente V. S., diventò aceto: ve ne sono in casa sei fiaschi dell’ultimo che si è venduto, che è ragionevole per la servitù: ve ne erano alcuni di quel primo che si levò via che era diventato cattivo affatto, e non ho voluto che lo bevino: fino al nuovo bisognerà che lo comprino a fiaschi, e pregherò il signor Rondinelli che indirizzi Geppo ove possa andare a trovarne di quella sorte che sarà proporzionato per loro.
      Per la muletta si è fatto provvisione di 3 migliala di paglia buonissima, e si è pagata sette lire e quattro crazie il migliaio; strame quest’anno non ce ne è stato, oltre che non sodisfa alla bestiolina.
      È un gran pezzo che avevo mandato il ragazzo a pigliar l’oriuolo, ma il Maestro non glie lo volse dare dicendo che voleva aspettare che V. S. tornasse; ieri mandai di nuovo a dirgli che lo rimandassi in ogni maniera, e disse che bisognava prima rivederlo, che tornassi un altro giorno, e così si farà, e se per sorte non lo dessi, ordinerò al ragazzo che stia con il signor Rondinelli.
      Signor Padre, vi fo sapere ch’io sono una Bufola, assai maggior di quelle che sono in costete maremme, perché vedendo che V. S. mi scrive di mandar sette uova di cotesto animale mi credevo che veramente fossino uova, e facevo disegno di far una grossa frittata, persuadendo che fussino grandissime, e ne avevo fatta allegrezza con Suor Luisa, la quale non ha avuto poco da ridere della mia goffaggine. Domattina, che sarà domenica, il ragazzo andrà a San Casciano a pigliar le bisacce, come V. S. ordina; intanto li rendo grazie per tutte le cose ch’ella dice di mandare.
      Quando V. S. tornerà qua, non ci ritroverà il signor Donato Gherardini rettore di Santa Margherita a Montici e fratello della nostra Suor Lisabetta, perché è morto due giorni sono, e ancora non si sa chi deva essergli il successore.
      Suor Polissena Vinta avrebbe desiderio di saper se in alcuni sollevamenti, ch’è fama che siano seguiti costà, v’interviene il signor cavalier Emilio Piccolomini, figlio del capitan Carlo che fu marito d’una nipote della medesima Suor Polissena; la quale, per poter maggiormente raccomandarlo al Signore, desidera di sapere da V. S. qualche verità, poiché molte cose che si dicono non si posson credere; né stimar che sieno altro che bugie e favole del vulgo.
      Procurai che le due lettere, che mi mandò incluse, fossero subito recapitate; altro non posso dirle se non che, quando ricevo sue lettere, subito lette torno a desiderare che giunga l’altro ordinario per averne dell’altre, e particolarmente adesso che aspetto qualche arrivo di Roma.
      La madre Badessa, il signor Rondinelli e tutte l’altre gli tornano duplicati saluti, e da Dio benedetto gli prego abbondanza di grazia celeste.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.
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      A Siena

      San Matteo, 10 settembre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Giovedì passato, e anco venerdì fino a notte, stetti con l’animo assai sospeso, vedendo che non comparivano sue lettere, non sapendo a che attribuirmi la causa di quel silenzio. Quando poi le ricevei, e che intesi che monsignor Arcivescovo era stato consapevole della mia goffaggine non potei non arrossire, se bene dall’altra banda ho caro d’aver dato a V. S. materia di ridere e rallegrarsi, ché per questo molte volte gli scrivo delle scioccherie.
      Ho consolata la madre Vinta con la sicura nuova che V. S. da del suo nipote, e quando ella intese il particolare soggiunto dal medesimo magnifico Signore circa l’aver della carità, si risentì gagliardamente dicendo, che non solamente il signor Emilio, ma l’istessa Elisabetta sua madre non la ricordano mai, e ch’ella crede ch’essi si persuadino che sia morta: eppure se sia bisognosa V. S. lo sa, stando ella quasi del continuo in letto malata.
      Ebbi le bisaccie con tutte le robe che V. S. scriveva di mandare: dell’uova bufaline ne ho fatto parte alle amiche e al signor Rondinelli; il zafferano è bonissimo e più che abbastanza per le pillole, per le quali ho corretto intorno a 4 o 5 once di aloé, che dovrà essere assai buono avendovi io tornato sopra sette volte il sugo di rosa. La prima volta che torno a scrivere, che procurerò che sia avanti martedì, li manderò della pasta che voglio far di nuovo oggi o domani, se il dolore di testa e di denti, che provo di presente, si mitigherà alquanto, che per questo lascio di scrivere, e seguo di tenerla raccomandata al Signore Iddio il quale sia quello che gli conceda vera consolazione.

      figliuola Affezionatissima
      S. Maria Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 17 settembre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Pensavo pure di fare una burla a V. S., facendole comparir costì il nostro Geppo all’improvviso; ma, per quanto intendo, il signor Geri m’averà prevenuto con avvisarglielo. Ho avuto questo desiderio da poi in qua ch’Ella si trova in Siena. Ier l’altro finalmente mi risolvei, e ieri per mia buona sorte andò un bando che contiene la libertà dei passi quasi per tutto lo Stato, che così m’avvisa il signor Rondinelli, dicendo che nella sua non ne dà parte a V. S., perché non s’era ancor pubblicato quando egli la scrisse. Credo ch’Ella vedrà volentieri il ragazzo, sì per aver sicure nuove di noi, come anche minuto ragguaglio della casa, e noi all’incontro averemo gusto particolare d’intendere il suo benessere da persona che l’averà veduta. Intanto V. S. potrà vedere se ha bisogno di qualcosa, cioè di biancherie o altro, e avvisarlo, perché averò comodità di mandarle sicure.
      Quanto alle botti, che è il principal capitolo della sua lettera al qual devo rispondere, avanti questa sera ne parlerò con Luca nostro lavoratore, e lo pregherò che vada a vederle e le procuri secondo che sarà di bisogno, perché in questo negozio egli mi par assai intendente.
      Il zafferano a Suor Luisa e a me ci par perfettissimo, e per conseguenza a buon mercato a due lire l’oncia, stante la sua bontà; e noi non l’aviamo mai avuto a così buona derrata, ma sì bene a 4 giuli e 50 soldi: il lino di 20 crazie la libbra è buono, ma non credo che metta conto a pigliarne a questo prezzo per far tele dozzinali per la casa; n’ho consegnato un mazzo alla Piera dicendole che lo fili sottile; vedremo come riuscirà: è ben stupendo quell’altro di 4 giuli, e qua ci sono delle monache che l’hanno pagato fino a mezzo scudo la libbra di questa sorte; se V. S. ce ne mandasse un altro poco, faremo una tela di soggoli molto bella.
      La signora Maria Tedaldi fu qui la settimana passata con la sua figliuola restata vedova, e mi disse che adesso più che mai desiderava il ritorno di V. S., ritrovandosi bisognosa del suo favore nell’occasione del rimaritar quella giovanetta, avendo la mira e il desiderio di darla ad un tale dei Talenti con il quale non ha altro miglior mezzo che quello di V, S., e se per lettera V. S. credesse di poterli dar qualche aiuto, ella lo desidererebbe; tanto m’impose ella ch’io dovessi dirli, e tanto le dico.
      Gli mando buona quantità di pillole di quelle dorate acciò gli possi donare, e quelle in rotelle per pigliarle per sé quando ne ha bisogno.
      Avrò caro di sapere se quelle poche paste che gli mando gli saranno gustate, non essendo riuscite a mia intiera sodisfazione, forse per il desiderio che io ho che le cose che fo per lei siano di tutta quella esquisitezza che sia possibile, il che mai mi riesce: i morselletti di cedro (che sono quelli che sono in fondo della scatola) per lo manco saranno troppo duri per lei, avendoli io fatti subito che V. S. venne a Siena, sperando di poterglieli mandar molto prima che adesso: gli raccomando la scatola perché non è mia.
      La nota delle spese che gli mando questa volta, importa più dell’altre; ma non si è potuto andar più ritirato. Almeno V. S. vedrà che Geppo ci fa onore con la sua buona cera, e ha penato assai a riaversi da quella malattia ch’ebbe. Le lire sette ch’ho appuntate di elemosina, le detti per amor della Madonna SS. la mattina della sua natività ad una persona che si trovava in gran necessità, con condizione che si facesse orazione particolare per V. S. S’ella se ne andrà alla villa, come spero, in compagnia di Monsignore, potrà con maggior facilità andar tollerando la lontananza dal suo caro tugurio, sì che di grazia procuri di star allegramente, e se gli par che il tempo sparisca, come in una sua mi scrive non è molto, spariranno anco presto presto questi giorni o settimane ch’ella deve ancora trattenersi costì, e maggiore sarà la sua e nostra allegrezza quando ci rivedremo. Gli raccomando il buon ricapito di queste lettere, che sono di monache nostre amiche, le quali insieme con la madre Badessa, Suor Arcangiola e Suor Luisa la salutano affettuosamente; e io prego Nostro Signore che gli conceda il compimento di ogni suo giusto desiderio.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

      Mi ero scordata di dirgli che Suor Diamante desidererebbe di sapere se costì vi è della tela da pezzuole della sorte che è questa mostra: se ve ne fusse vorrebbe che V. S. gli facesse servizio di farne comprar una pezza, e avvisi il prezzo che subito ella sodisfarà: il prezzo ordinario suoi essere un giulio, 10 crazie, o più, secondo che è sottile; ma adesso in Firenze non ce n’è.
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      A Siena

      San Matteo, 1 ottobre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Dovevo veramente subito dopo il ritorno di Giuseppe, che seguì ieri fece otto giorni a un’ora di notte, darne ragguaglio a V. S., non parendo verisimile che in tutti questi giorni io non abbia potuto rubar tanto tempo che bastasse a scriver quattro versi. Eppure è così la verità, perché, oltre alle occupazioni del mio offizio, che di presente son molte, Suor Luisa ha travagliato così fieramente con il suo solito mal di stomaco, che né per lei né per le assistenti ci è stato mai requie il giorno e la notte. E a me in particolare si conviene per debito il servirla senza intermissione alcuna. Adesso che per il suo miglioramento respiro alquanto, dò sodisfazione anco a V. S. dicendoli che Geppo e suo padre tornorno qui sani e salvi insieme con la muletta, la quale veramente ricevé torto nell’essere menata in così lungo viaggio; e io mi assicurai colla sicurtà che mi fecero quelli che più di me la praticano. Basta, ella sta bene.
      Ebbi gusto grandissimo nel sentir la nuova che mi portò il ragazzo del buon essere di V. S., dicendomi ch’ella aveva miglior cera che quando si partì di qua; il che io credo facilmente, perché giudico che le comodità, le cortesie e delizie che ha godute, prima in casa del signor Ambasciatore in Roma, e di presente gode costì da quell’illustrissimo monsignor Arcivescovo, siano state potenti a mitigar quasi del tutto l’amarezza di quei disgusti che ha passati, e per conseguenza non ne abbia sentito nocumento alcuno. E ora in particolare come mai potrà V. S. non benedir questa carcere, e stimar felicissima questa ritenzione? mediante la quale se gli porge occasione di goder tanto frequentemente e con tanta familiarità la conversazione di Prelato tanto insigne e signore tanto benigno? Il quale, non contento di esercitar nella persona di V. S. tutti quelli ossequi che si possono desiderar maggiori, per far un eccesso di cortesia e gentilezza, si è compiaciuto di favorir anco noi poverelle con affettuose parole e amorevolissime dimostrazioni, per le quali non dubito che V. S. gli abbia rese per nostra parte le dovute grazie: onde non replico altro, se non che avrei desiderio che V. S., facendole umilissima riverenza in nome nostro, l’assicuri che con l’orazioni procuriamo di renderci grate a tante grazie.
      Quanto al suo ritorno, se seguirà conforme alla sua speranza e al nostro desiderio, non seguirà se non in breve. Intanto li dico che le botti per il vino rosso sono accomodate, e quella in particolare ove stette il vino guasto è bisognato disfarla e ripulirla molto bene: per il vino bianco il S[igno]r Rondinelli ne ha vedute 3 che sono bonissime, una fra l’altre ve n’è, ove l’anno passato vi era il greco del quale se ne sono cavati non so se 4 o 5 fiaschi assai forti per quanto intendo; ed ancora ne resta al fondo acciò la botte non resti in secco; e dice il S[igno]r Rondinelli che basta dar a tutte una lavata avanti che vi si metta il vino, che nel resto sono eccellentissime.
      La madre Badessa la ringrazia infinitamente del zafferano e io degli altri regali, cioè lino, lepre e pan di Spagna, il quale è veramente cosa esquisita. Consegnai a Geppo la corona e i calcetti per la sua cugina.
      Il signor Giovanni Ronconi, il quale vien qui molto spesso per visitare cinque ammalate che aviamo tenute un pezzo e tutte con la febbre, mi disse l’altro giorno che non credeva ch’io avessi mai fatte a V. S. sue raccomandazioni, e io gli risposi che pur le avevo fatte, e così ho in fantasia che sia stato almeno una volta. È ben vero che sono stata balorda in non rendergliele mai da parte di V. S., onde la prego a farmi grazia di supplire a questo mio mancamento, a scrivergli due versi e mandarmeli, ché potrò io inviarglieli, giacché ho ogni giorno occasione di tenerlo ragguagliato di queste ammalate, e certo ch’egli non ci è mai stato una volta che non m’abbia domandato di V. S. e mostrato gran passione de’ suoi travagli.
      Avrei voluto poter indovinare il bisogno di V. S. quanto ai danari, per averglieli potuti mandare; credo però che a quest’ora gli saranno pervenuti quelli che gli manda il signor Alessandro per quanto ho compreso da una lettera che V. S. gli scrive, e egli mi ha mandata in cambio di quella che anco a me si perveniva a questa settimana, che forse V. S. non mi ha mandata per vendicarsi che non ho scritto a lei; ma ha sentito la causa: ed ora gli dico addio e do la buona notte, della quale è appunto passata la metà.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 3 ottobre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Sabbato scrissi a V. S., e domenica, per parte del signor Gherardini, mi fu resa la sua, per la quale sentendo la speranza che ha del suo ritorno, tutta mi consolo parendomi ogn’ora mill’anni che arrivi quel giorno tanto desiderato di rivederla; e il sentire ch’ella si ritrovi con buona salute accresce e non diminuisce questo desiderio di goder duplicato contento e sodisfazione, per vederla tornare in casa sua e di più con sanità.
      Non vorrei già che dubitasse di me, che per tempo nessuno io sia per lasciare di raccomandarla con tutto il mio spirito a Dio benedetto, perché questo m’è troppo a cuore, e troppo mi preme la sua salute spirituale e corporale. E per dargliene qualche contrassegno, gli dico che ho procurato e ottenuto grazia di veder la sua sentenza, la lettura della quale, se bene per una parte mi dette qualche travaglio, per l’altra ebbi caro d’averla veduta per aver trovato in essa materia di poter giovare a V. S. in qualche pocolino; il che è con l’addossarmi l’obbligo che ha ella di recitar una volta la settimana li sette salmi, ed è già un pezzo che cominciai a sodisfarlo e lo fo con molto mio gusto, prima perché mi persuado che l’orazione accompagnata da quel titolo d’obbedire a Santa Chiesa sia efficace, e poi per levare a V. S. questo pensiero. Così avess’io potuto supplire nel resto, ché molto volentieri mi sarei eletta una carcere assai più stretta di questa in che mi trovo, per liberarne lei Adesso siamo qui, e le tante grazie già ricevute ci danno speranza di riceverne delle altre, purché la nostra fede sia accompagnata dalle buone opere, che, come V. S. sa meglio di me, «fides sine operibus mortua est».
      La mia cara Suor Luisa continua di star male, e mediante i dolori e tiramento che ha dalla banda destra, dalla spalla fino al fianco, non può quasi mai stare in letto, ma se ne sta sopra una sedia giorno e notte: il medico mi disse l’ultima volta che fu a visitarla, che dubitava che ella avessi una piaga in un argnione, che se questo fossi il suo male saria incurabile; a me più d’ogni altra cosa mi duole il vederla penare senza potergli dare alcun aiuto, perché i rimedi non gli apportano giovamento.
      Ieri s’imbottorno li sei barili del vino dalle Rose, e ve n’è restato per riempier la botte. Il signor Rondinelli fu presente, siccome anco alla vendemmia dell’orto, e mi disse che il mosto bolliva gagliardamente sì che sperava che volesse riuscir buono, ma poco; non so già ancora quanto per l’appunto. Questo è quello che per ora così in fretta posso dirgli. La saluto affettuosamente per parte delle solite, e il Signore la prosperi.

      figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 8 ottobre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Il signor Rondinelli, che rivedete le botticelle di vino bianco, mi disse che ve n’erano tre bonissime come avvisai a V. S., e, interrogato da me della loro tenuta, mi replicò che questo non occorreva ch’io l’avvisassi, perché V. S. poteva a un dipresso saperlo: mi disse bene esservene dell’altre, ma che non si assicurava a dirmi che fossero di tutta bontà: questa settimana poi egli non è potuto venir qua su, onde né anco si è potuto far nuova diligenza; ma ne ho fatta io una che non credo che le spiacerà, ed è questa, che nella nostra volta sono 3 o 4 botti, una di 6, una di 5 e l’altra di quattro barili, le quali ogni anno si sogliono empier di verdea, ma perché quest’anno non se n’è fatta punta, le ho incaparrate per V. S. perché son sicura che son buone, con autorità di mandarle nella sua cantina acciocché quivi si possine empier quando ella manderà il vino e lasciarvelo fino che ella sia in persona a travasarlo a suo modo, o lasciarvelo tutto l’anno, se gli parrà: V. S. per tanto potrà rispondermi il suo pensiero. Il vino da San Miniato non è ancora comparso: di quello prestato se n’è riavuto intanto un barile da questi contadini, e si è messo nella botte ove stette quel guasto; la qual botte si è fatta prima accomodare; quello dell’orto non è ancora svinato: al fabbro il signor Rondinelli, pregato da me, ne passò una parola circa i 3 barili che deve renderne, e che riportò buone promesse.
      La ricevuta delle sei forme di cacio non la tacqui nel mio linguaggio che, per esser molto rozzo, V. S. non poteva intenderlo, poiché io ebbi intenzione di comprenderla, o per meglio dire ammetterla, nel ringraziamento che gli dicevo desiderare ch’ella facesse per nostra parte a monsignor Arcivescovo, dal quale V. S. mi scrisse che veniva il regalo. Similmente l’uova bufaline le veddi, ma, sentendo ch’erano porzione di Geppo e di suo padre, gliele lasciai, e non replicai altro.
      Ero anco adunque in obbligo di accusarle ricevuta del vino eccellentissimo che ne mandò Monsignore, del quale quasi tutte le monache assaggiarono, e Suor Giulia in particolare ha fatto con esso la sua parte di zuppa.
      La ringrazio anco della lettera che mi mandò per il signor Ronconi la quale, dopo d’averla letta con molto mio gusto, fermai e presentai in propria mano ier mattina, e fu ricevuta molto cortesemente.
      Ho caro di sentire il suo buono stato di sanità e quiete di mente, e che si trovi in occupazioni tanto proporzionate al gusto suo, quanto è lo scrivere: ma per amor di Dio non siano materie che abbiano a correr la fortuna delle passate, e già scritte.
      Desidero di sapere se V. S. goda tuttavia la conversazione di monsignor Arcivescovo, oppur s’egli se n’è andato alle ville, come mi disse Geppo che aveva inteso che doveva seguire; il che mi persuado che a lei saria stata non piccola mortificazione.
      Suor Luisa si trattiene in letto fra medici e medicine, ma i dolori sono alquanto mitigati con l’aiuto del Signor Iddio, il quale a V. S. conceda la sua santa grazia. Rendo le salutazioni in nome di tutte, e le dico a Dio.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. Maria Celeste.

      La Piera in questo punto mi ha detto che il vino dell’orto sarà un barile e 2 o 3 fiaschi, e che fa disegno di mescolarlo con quello che si è riavuto, perché da per sé è molto debole: quello di San Miniato si aspetta oggi, che così ha detto il servitore del Sig[no]r Niccolò [Cini] fino ierlaltro, ed io adesso l’intendo.

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      A Siena

      San Matteo, 15 ottobre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Il vino da Samminiato non è ancor comparso, ed io lo scrissi tre giorni sono al signor Geri, il qual mi rispose che m’avrebbe procurato d’intender dal signor Aggiunti la causa di questa dilazione.
      Non ho per ancora saputo altro, perché questa settimana non ho avuta la comodità di mandar Geppo a Firenze, essendo egli stato, ed è ancora, a San Casciano da messer Giulio Ninci, il quale già sono molti giorni che si ritrova ammalato, e perché ha carestia di chi gli porga una pappa, mandò a ricercarmi lui e messer Alessandro che per qualche giorno io gli concedessi l’assistenza del ragazzo, al che non ho saputo disdire. Quando il signor canonico manderà a pigliar i danari, sodisfarò conforme all’ordine di V. S.
      Il signor Gherardini fu qui pochi giorni sono per visitar Suor Elisabetta sua parente, e fece chiamar ancor me per darmi nuove di V. S. Dimostra d’esser restato affezionato grandemente; e mi disse che dappoi in qua che ha parlato con lei è restato con l’animo quieto, dove che prima era tutto sospeso e irresoluto ne’ suoi affari. Piaccia pur a Dio benedetto che il termine destinato al ritorno di V. S. non vada più in lungo di quello che speriamo, acciò Ella possa godere, oltre alle quiete della sua casa, la conversazione di questo giovane così compito.
      Ma intanto io godo infinitamente di sentir quanto monsignor Arcivescovo sia perseverante in amarla e favorirla. 
Né dubito punto ch’ella sia depennata, com’ella dice, «de libro viventium», non solo nella maggior parte del mondo, ma né anco nella medesima sua patria: anzi che mi par di sentir che s’ella fosse stata qualche poco ombreggiata o cancellata, adesso ella sia restata ristaurata e rinnovata, cosa che mi fa stupire, perché so che per un ordinario: «Nemo Propheta acceptus in patria sua» (non so se per voler slatinare dirò qualche barbarismo). E pure V. S. è anco qua amata e stimata più che mai(*).
      Di tutto sia lodato il Signor Iddio, dal quale principalmente derivano queste grazie; le quali riputando io mie proprie, non ho altro desiderio che l’esserne grata, acciocché sua divina Maestà resti servita di concederne delle altre a V. S. e a noi ancora, e sopra tutto la salute e beatitudine eterna. Suor Luisa se ne sta in letto con un poca di febbre, ma i dolori sono assai mitigati, e si spera che sia per restarne libera del tutto con l’aiuto de’ buoni medicamenti, li quali, se non sono soavi al gusto come è il vino di costì, in simili occorrenze sono più utili e necessari. Subito che veddi le sei forme di cacio, ne destinai la metà per V. S., ma non glie lo scrissi perché desideravo di riuscire più a fatti che a parole: e veramente che è cosa esquisita, e io ne mangio un poco più del dovere.
      Mandai la lettera a Tordo per il nostro fattore, il quale intese dalla moglie che egli si ritrova all’ospedale a pigliar il legno, sicché non è maraviglia che non gli abbia mai dato risposta.
      Ho sempre avuto desiderio di saper come siano fatte le torte sanesi che tanto si lodano; adesso che s’avvicina l’Ognissanti V. S. averà comodità di farmele vedere, non dico gustare per non parer ghiotta: ha anche obbligo (perché me l’ha promesso) di mandarmi del refe di ruggine, con il quale vorrei cominciare qualche coserella per il ceppo di Galileino, il quale amo perché intendo dal sig. Geri, che, oltre al nome, ha anco dello spirito dell’avolo.
      Suor Polissena ebbe risposta della lettera, che, per mezzo di V. S., mandò alla signora sua nepote, e anco ebbe uno scudo, del quale va ringraziandola nell’inclusa: prega V. S. del buon recapito, e la saluta come fanno Madonna e l’altre solite.
      Il signor Rondinelli già sono quindici giorni che non si lascia rivedere, perché, per quanto intendo, egli affoga in un poco di vino che ha messo in due botticelli che versano e lo fanno tribolare.
      Ho detto alla Piera che faccia vangare nell’orto, acciò vi si possino seminare, o, per meglio dire, por le fave.
      Adesso è comparso qui un lavoratore del sig. Niccolò Cini il quale mi scrive quattro versi nella medesima lettera che V. S. scrive a lui avvisandomi la valuta del vino che sono lire 19 la somma e lire 2 per vettura, in tutto lire 59, e tante ne ho date. Avendo ancora scritto a Sua Signoria due versi per ringraziarlo.
      Altro per ora non mi occorre; anzi pur mi sovviene che desidero pur di sapere se il sig. Ronconi gli ha dato risposta, che se non l’ha data, voglio rimproverarglielo la prima volta che lo veggo. Il Signore Iddio sia sempre seco.

      figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

(*) La frase evidenziata dà uno spiraglio di luce su qualcosa che scriveva Galileo a sua figlia. Galileo era profondamente abbattuto tanto da pensare di essere stato cancellato dal mondo dei vivi. Virginia sa consolarlo in modo efficacissimo e dolcissimo (ndr).

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      A Siena

      San Matteo, 22 ottobre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Mercoledì passato fu qui un fratello del Priore di S. Firenze a portarmi la lettera di V. S. insieme con l’invoglietto del refe ruggine, il quale refe, rispetto alla qualità del filo che è grossetto, pare un po’ caro; ma è ben vero che la tintura, per esser molto bella, fa che il prezzo di sei crazie la matassa sia comportabile.
      Suor Luisa se ne sta in letto con qualche poco di miglioramento, e oltre a lei aviamo qua parecchie altre ammalate, che se adesso ci fosse il sospetto della peste saremmo spedite. Una di queste è Suor Caterina Angela Anselmi che fu Badessa avanti a questa presente, monaca veramente veneranda e prudente, e, dopo Suor Luisa, la più cara e intrinseca amica che io avessi: questa sta assai grave, ier mattina si comunicò per viatico, e per quanto apparisce può durar pochi giorni; e similmente Suor Maria Silvia Boscoli, giovane di 22 anni, e perché V. S. se la rammemori, quella che si diceva essere la più bella che fossi stata in Firenze da 300 anni in qua: questa corre il sesto mese che sta in letto con febbre continua che adesso dicono i medici essere divenuta etica, e si è tanto consumata che non si riconosce; e con tutto ciò ha una vivacità e fierezza particolarmente nel parlare che dà stupore, mentre che d’ora in ora si sta dubitando che quel poco spirito (che par ridotto tutto nella lingua) si dilegui e s’abbandoni il già consumato corpo: è poi tanto svogliata che non si trova niente che gli gusti, o per dir meglio, che lo stomaco possa ricevere, eccetto un poco di minestra di brodo, ove siano bolliti sparagi salvatichi secchi, dei quali in questa stagione se ne trovano alcuni pochi con gran difficoltà, onde io andavo pensando se forse il brodo di starna, con quel poco di salvatico che ha, gli potesse gustare. E già che costì ve ne sono in abbondanza, come Vostra Signoria mi scrive, potrebbe mandarmene qualcuna per lei e per Suor Luisa, che, quanto al pervenirmi ben condizionate, non credo che ci fossi molta difficoltà, giacché la nostra Suor Maria Maddalena Squadrini ebbe a questi giorni alcuni tordi freschi e buoni che gli furono mandati da un suo fratello priore del Monastero degli Angeli, che è dei canonici regolari vicinissimo a Siena. Se V. S. potessi per mezzo nessuno far questo regalo, adesso che mi ha aguzzato l’appetito, mi sarebbe gratissimo.
      Questa volta mi conviene essere il corvo con tante male nuove, dovendo dirle che il giorno di S. Francesco morì Goro lavoratore dei Sertini, e ha lasciato una famigliuola assai sconcia, per quanto intesi dalla moglie che fu qui ieri mattina a pregarmi che io dovessi darne parte a V. S., e di più ricordargli la promessa che V. S. fece al medesimo Goro e alla Antonia sua figliuola, cioè di donargli una gamurra nera quando ella si maritava: adesso è alle strette, e domenica, che sarà domani, dice che si dirà in Chiesa; e perché ha consumati que’ pochi danari che aveva in medicamenti e nel mortorio, dice ritrovarsi in gran necessità, e desiderar di sapere se V. S. può farle la carità: io gli ho detto che gli farò sapere quanto V. S. mi risponderà.
      Non saprei come darle dimostrazione del contento che provo nel sentir ch’ella si va tuttavia conservando con sanità, se non con dirle che più godo del suo bene che del mio proprio, non solamente perché l’amo quanto me medesima, ma perché vo considerando che se io mi trovassi oppressa da infermità, oppur fossi levata dal mondo poco o nulla importerebbe, perché a poco o nulla son buona, dove che nella persona di V. S. sarebbe tutto l’opposito per moltissime ragioni, ma in particolare (oltre che giova e può giovare a molti) perché, con il grande intelletto e sapere che li ha concesso il Signor Iddio, puù servirlo ed onorarlo infinitamente più di quello che non posso io, sì che con questa considerazione io vengo ad allegrarmi e goder del suo bene più che del mio proprio.
      Il Sig. Rondinelli si è lasciato rivedere adesso che le sue botti si sono quietate; rende i saluti a V. S. e similmente il sig. Ronconi.
      Assicuro V. S. che l’ozio non mi dà fastidio, ma più presto la fame cagionata, credo io, non tanto dal molto esercizio che fo, quanto da freddezza di stomaco che non ha il suo conto intieramente del dormire il suo bisogno, perché non ho tempo. Fo conto che l’oximele e le pillole papaline supplischino a questo difetto. Intanto gli ho detto questo per scusarmi di questa lettera che apparisce scritta molto a caso, essendomi riconvenuto lasciare e ripigliare la penna più di una volta avanti che io l’abbia condotta, e con questo li dico addio.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

      Conforme a che V. S. mi impone nell’altra sua comparsami dopo che aveva scritto, scrivo alla signora Ambasciatrice. Non so se le tante occupazioni mi avranno tanto cavato dal seminato che io non abbia dato in nulla; V. S. vedrà e correggerà, e mi dica se gli manda anco il crocifisso di avorio.
      Spero pur che questa settimana V. S. averà qualche risoluzione circa la sua spedizione, e sto ardendo di desiderio di esserne partecipe ancora io.

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      A Siena

      San Matteo, ultimo giorno di ottobre del 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Ho tardato a scriver questa settimana perché desideravo pur di mandar gli ortolani, dei quali finalmente non se ne trovano, e intendo che finirono quando cominciorno i tordi. Se pur io avessi saputo questo desiderio di V. S. alcune settimane indietro, quando andavo pensando e ripensando a quello che avessi potuto mandare che gli fossi grato; pazienza! Ella è stata sventurata negli ortolani, come io fui nelle starne, perché feci fino smarrir l’astore.
      Geppo tornò ieri da San Casciano, e portò le due scatole che V. S. mi ha mandate ben condizionate; e già che da lei ne fui fatta assoluta padrona, mi sono prevalsa di questo titolo, non mandandone altrimenti la metà alla cognata, ma sì bene ne ho mandate due torte e due biricuocoli al signor Geri, dicendogli che V. S. desiderava ne partecipasse anco la Sestilia: del restante ho avuto caro di farne parte al signor Rondinelli, il quale si dimostra in verso di noi tanto amorevole e cordiale, e anco a molte amiche; son cose veramente di gran bontà, ma anco di gran valore, che per questo non sarei così pronta un’altra volta a far simile domanda, alla quale la liberalità di V. S. ha corrisposto quadruplicatamente, e io centuplicatamente ne la ringrazio.
      Alla moglie di Goro ho fatto intendere il desiderio che V. S. ha di pareggiare con lei e farle la carità al suo ritorno; se poi essa tornerà a domandare, esseguirò quanto V. S. ordina, e il simile farò a Tordo.
      Il Ninci sta assai ragionevolmente di sanità e sodisfattissimo dell’assistenza del nostro Geppo. Suor Luisa comincia a sollevarsi alquanto dal letto; Suor Caterina Angela si morì; la giovane si va trattenendo, ma in cattivo stato.
      Il vino da San Miniato non è venuto, credo io per essere stato il tempo molto piovoso, che per questo non si sono ancora poste le fave nell’orto, ma si porranno il primo giorno che sia bei tempo; si è ben seminata lattuga e cavoli, e anco vi sono delle cipolle; i carciofi sono belli; dei limoni ve ne sono comodamente, ma pochi aranci.
      La muletta ha avuto un poco di scesa in un occhio, ma adesso sta bene, e similmente la Piera sua governatrice, la quale attende a filare e pregar Iddio che V. S. torni presto: è ben vero che non credo che lo faccia tanto di cuore quanto lo fo io. Se bene, mentre che sento che V. S. sta così bene, non so che mi dire se non che il Signore corrisponde alla gran fede ch’Ella ha nelle mie povere orazioni, o per meglio dire in un’orazione che fo continua col cuore, perché con la voce non ho tempo. Non gli mando pillole perché il desiderio mi fa sperare che V. S. deva in breve venire da per sé a pigliarle: starò a sentire la risoluzione che ella averà questa settimana. La commedia [nessuna traccia rimane di questa commedia di Galileo], venendo da Lei, non può essere se non bella; fino a qui non ho potuto leggere altro che il primo atto. Non mi manca materia da dire, ma sì bene il tempo; e per questo finisco, pregando Nostro Signore e la Madonna Santissima siano sempre in sua compagnia, e la saluto caramente in nome delle solite.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 5 novembre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Se V. S. potessi penetrar l’animo e il desiderio mio come penetra i Cieli, son sicura che non si lamenterebbe di me, come fa nell’ultima sua; perché vedrebbe e s’accerterebbe ch’io vorrei, se fosse possibile, ogni giorno ricever sue lettere e ogni giorno mandarne a Lei, stimando questa la maggior sodisfazione ch’io possa dare e ricevere da Lei, fino che piacerà a Dio che ci possiamo goder di presenza.
      Credo nondimeno che da quelle poche ch’io gli scrivo così acciarpate, V. S. possa comprender che sono scritte con molta strettezza di tempo, il quale sabato passato mi mancò affatto per poter mandarle il tributo debito; il che (sia detto con sua pace) ho caro che seguissi, perché in quelle sue lamentazioni scorgo un eccesso di affetto dal quale son mosse, e me ne glorio. Supplii nondimeno la vigilia d’Ognissanti mandando la lettera al signor Geri, la quale, perché credo che gli sarà pervenuta, non replico quanto ai quesiti che ella mi fa in questa ultima, se non quanto all’aver ricevuto il plico per messer Ippolito [Mariano, il Tordo], il quale V. S. non mi ha mandato altrimenti; e quanto a Geppo dicendole che egli, dopo che mi portò le scatole, non è tornato a San Casciano, perché il Ninci non aveva più bisogno di lui: tornerà ad ogni modo a rivederlo un giorno di questa prossima settimana. La buona fortuna ha corrisposto al mio buon desiderio facendomi trovar gli ortolani che V. S. desiderava, e in questo punto consegnerò la scatola, dentrovi della farina, al ragazzo, dandogli commissione che vada a pigliarli al serbatoio, ch’è in Boboli, da un uccellatore del Granduca che si chiama il Berna o il Bernino, dal quale gli ho per grazia a una lire il paio, ma per quanto mi dice il medesimo Geppo che ieri fu a vederli, sono bellissimi e a’ poliaiuoli intendo che valgono fino in due giuli: il signor Rondinelli poi per sua grazia ne favorirà di accomodarli nella scatola, perché il ragazzo non avrebbe tempo da riportarli qui e poi riportarli un’altra volta in giù, ma li consegnerà ad un tratto al signor Geri. V. S. se li goda allegramente, e mi dica poi se saranno stati a sua sodisfazione: saranno 20 come ella desiderava.
      Son chiamata all’infermeria, onde non posso dir altro se non che la saluto di cuore insieme con le solite raccomandate, e in particolare di Suor Luisa la quale sta assai meglio, Dio lodato, il quale a V. S. conceda vera consolazione.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 7 novembre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Guccio oste, qua nostro vicino, viene in coteste bande per suoi negozi, e io con quest’occasione scrivo a V. S. questi pochi versi, dicendole che se nell’ultima ch’io gli scrissi, mi lodavo della fortuna che mi fece trovar gli ortolani, i quali allora mi pareva d’aver in pugno; adesso me ne lamento perché non volse che fossero il numero ch’io desideravo, siccome a questa ora V. S. averà veduto ed anche inteso dal signor Geri: la causa fu perché tra quelli che aveva il Berna non ne furono dei buoni altro che quelli di quegli 11 ; e poi che Geppo aveva fatto l’errore di pigliar questi pochi, dopo aver io fatto cercare degli altri qui in paese e in Firenze, mi risolvei a mandarli, inanimita dal guardaroba qui del Poggio Imperiale, il quale disse che erano gran presenti di questo tempo che non se ne trovano; basta: V. S. accetterà se non altro la mia buona volontà.
      Messer Ippolito mandò per li 4 scudi, e glie li mandai subito.
      Il vino di San Miniato non comparisce. L’orto non si può ancora lavorare, perché è troppo molle. Il ragazzo è andato oggi a rivedere il Ninci.
      Suor Luisa sta meglio, ma non bene affatto; saluta caramente V. S., e il simile fanno Suor Arcangela, Madonna, Suor Cammilla e il suo babbo, il quale è un pezzo che non s’è lasciato vedere mediante il cattivo tempo, ma scrive spesso. Nostro Signore la conservi.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 12 novembre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Con l’occasione che mi si porge della venuta costì del lavoratore di messer Santi Bindi, scrivo di nuovo a V. S. dicendole in prima che mi maraviglio ch’ella in quest’ultima non tratti di aver avute lettere di Roma, né risoluzione circa il suo ritorno, il quale pur si sperava quest’Ognisanti, per quanto mi disse il signor Gherardini. Desidero che V. S. mi dica come veramente passa questo negozio per quietar l’animo, e anco sopra che materia sta scrivendo di presente: se però è cosa ch’io possa intenderla, e non abbia sospetto ch’io cicali.
      Tordo ha avuto li 4 scudi, come gli scrissi giovedì passato, e li signori Bini mi hanno mandato a domandare per Domenico lavoratore i danari del fitto della casa: ho risposto che si darà sodisfazione subito che V. S. ne sarà consapevole e me ne darà l’ordine.
      Nell’orto non s’è potuto lavorar altro che una mezza giornata fino a qui, mediante il tempo che va tanto contrario, il quale credo che sia buona causa che V. S. travagli tanto con le sue doglie.
      Le due libbre di lino che mandò per Geppo mi paiono del medesimo di quello che vale 20 crazie, il quale riesce buono, ma secondo il prezzo credo che potrebbe esser migliore; quella libbra sola di quattro giuli è finissimo e non è caro.
      Messer Giulio Ninci sta bene affatto, per quanto intendo da Geppo, e ci ha mandate delle amorevolezze: e particolarmente Messer Alessandro suo cugino mi mandò un cedro, del quale ne ho fatti questi 10 morselletti che gli mando, che per esser un poco aromatici saranno buoni, se non per il gusto, per lo stomaco. V. S. potrà assaggiarli, e, se li giudica a proposito, presentarli a Monsignor illustrissimo insieme con la Rosa. Il pinocchiato con quei due pezzi di cotognato gli ho avuti dalla mia signora Ortensia, alla quale in contraccambio mandai una di quelle torte che mi mandò V. S.
      Non mando pillole perché non ho avuto tempo a riformarle, oltre che non sento che gli bisognino.
      Al ritorno del latore di questa sarà conveniente che io gli usi amorevolezza avendolo richiesto; avrò caro che V. S. mi avvisi quel che potrò dargli per sodisfarlo e non soprapagarlo: già egli vien costì principalmente per servizio suo proprio.
      Finisco con far le solite raccomandazioni, e dal Signore Iddio prego vero contento.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

      La pioggia continua non ha concesso a Giovanni (che così si chiama il latore di questa) ch’egli possa partire questa mattina ch’è domenica, e a me lascia campo per cicalar un altro poco, e dirgli come poco fa mi sono cavata un dente mascellare grande grande, ch’era guasto e mi dava gran fastidio; ma peggio è che n’ho degli altri che fra poco faranno il simile. Dal signor Rondinelli intendo che i due figliuolini di Vincenzio Landucci, di presente, hanno buon governo da una donna che gli ha tolti in casa a questo effetto, da poco in qua: lui è stato male di febbre, ma va migliorando. Desidero sapere come Vincenzio nostro scrive spesso a V. S.
      Per rispondere a quel particolare ch’Ella mi dice, che le occupazioni sono tanto salutifere, io veramente per tali le riconosco in me medesima: che se bene talvolta mi paiono superflue e incomportabili, per esser io amica della quiete, con tutto ciò a mente salda veggo chiaramente questo esser la mia salute, e che particolarmente nel tempo che V. S. è stata lontana da noi, con gran providenza ha permesso il Signore ch’io non abbia mai si può dire un’ora di quiete, il che m’ha impedito il soverchio affliggermi. Il che a me sarebbe stato nocivo, e a Lei di disturbo e non di sollevamento. Benedetto sia il Signore, dal quale spero nuove grazie per l’avvenire, sì come tante ce ne ha concesse per il passato. Intanto V. S. procuri di star allegra e confidare iti Lui ch’è fedele, giusto e misericordioso, e con esso la lascio.
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      A Siena

      San Matteo, 18 novembre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Ho ricevuta la sua gratissima insieme con li quattro biricuocoli, quali ho consegnati alla Piera acciò li dispensi alle vicine. Mi son grandemente rallegrata di sentir che V. S. esca fuori della città a pigliar aria, perché so quanto gli sia utile e dilettevole. Piaccia pur a Dio ch’Ella possi venirsene presto a goder la sua casetta, per il fitto della quale ho mandato stamani ai Padroni li scudi 17 e 1/2, perché facevano instanza d’averli, e a V. S. mando la nota delle spese fatte per la medesima casa, dicendole ancora come il fabbro ha reso li 3 barili di vino che ci doveva: è di quello del Navicello ed è buono abbastanza per la servitù; sicché adesso si è riavuto tutto quello che si era dato, e per dir meglio prestato.
      La verdea non è ancora in perfezione, ma quando sarà procurerò di averne della esquisita, e quest’uomo ci farà servizio di portarla. Volevo mandargli delle melarance dell’orto, ma dalla mostra che me ne ha portata la Piera ho veduto che non sono tanto fatte. Se la buona sorte faceva che V. S. trovassi almeno una starna o cosa simile, l’avrei avuto carissimo per amor di quella poverella giovane ammalata, la quale non appetisce altro che a qualche selvaggiume: nel plenilunio passato stette tanto male che se li dette l’olio santo, ma adesso è ritornata tanto che si crede ch’arriverà alla nuova luna. Discorre con una vivacità grande, e piglia il cibo con agevolezza purché siano cose gustose. Ier notte stetti da lei tutta la notte, e mentre li davo da mangiare, mi disse: «Non credo già che quando si è in termine di morire si mangi come fo io, con tutto ciò non mi curo di tornare in dietro; ma sia pur fatta la volontà di Dio.» Il quale io prego che a V. S. conceda la sua santa grazia, e la saluto in nome delle solite.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      San Matteo, 23 novembre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Sabato sera mi fu resa l’ultima di V. S. insieme con una della signora Ambasciatrice di Roma, piena di affettuosi ringraziamenti del cristallo, e di condoglianza mediante la privazione che per ancora V. S. ha di potersene venire a casa sua. E veramente ch’Ella dimostra d’esser quella gentilissima signora che V. S. più volte mi ha dipinta. Non mando la lettera perché sto in forse se devo riscrivergli, ma prima aspetterò di sentir che risposta abbia V. S. di Roma.
      Non lascio di far diligenza per trovar le pere che V. S. desidera, e credo che farò qualcosa. Ma perché intendo che quest’anno le frutte non durano, non so se sarà meglio che, quando io le abbia, le mandi e non aspetti il suo ritorno, che potrebbe indugiar qualche settimana a seguire, o almeno il desiderio me ne fa temere.
      Il signor Geri ci ha fatto parte di tutte le frutte dell’orto, delle quali ve ne sono state poche e poco buone, per quanto ho inteso da Geppo che andava a corle; e particolarmente delle melagrane la maggior parte è stata la nostra; ma, come li dico, stentate e poche.
      Domenica prossima cominciamo l’Avvento, onde se V. S. ci manderà i biricuocoli ci saranno grati per far colazione la sera, ma basteranno di quelli più dozzinali, come quelli che mandò alle vicine, le quali dice la Piera che insieme con lei ringraziano V. S. e se li raccomandano; ed il simile facciamo noi tutte pregando Nostro Signore che la feliciti.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

      V. S. volti carta.

      Mercoledì sera vicino alle 24 ore, dopo che avevo scritto la prossima faccia, comparve qui Giovanni e mi recò le lettere di V. S. Al signor Geri non fu possibile di mandarle prima che la mattina seguente, come feci di buon’ora. Ebbi ancora il paniere entro 12 tordi: gli altri 4, che avrebbero compito il numero che V. S. mi scrive, bisogna che qualche graziosa gattina se gli sia tolti per assaggiarli avanti a noi, perché non v’erano, e il panno che li copriva aveva una gran buca. Manco male che le starne e le accieggie erano nel fondo, delle quali una e due tordi donai all’ammalata che ne fece grande allegrezza, e ringrazia V. S. Un’altra, e medesimamente due tordi, ho mandati al signor Rondinelli, e il restante ci siamo godute insieme con le amiche.
      E ho avuto gran gusto di scompartire il tutto fra molte persone, perché cose buscate con tanta diligenza e fatica è stato bene che siano partecipate da parecchi, e perché i tordi arrivarono assai stracchi, è bisognato cuocerli in guazzetto, e io tutto il giorno sono stata lor dietro, sì che per una volta mi son data alla gola davvero.
      La nuova che V. S. mi dà della venuta di quelle Signore mi è stata tanto grata, che, dopo quella del ritorno di V. S., sto per dir che non potrei aver la migliore; perché essendo io tanto affezionata a quella, con la quale abbiamo tanto obbligo, desidero sommamente di conoscerla di vista. È ben vero che alquanto mi disturba il sentir ch’esse m’abbiano in tanto buon concetto, essendo sicura che non riuscirò in voce quale mi dimostro per lettera. E V. S. sa che nel cicalare, o per dir meglio, nel discorrere io non sono da nulla; ma non mi curo per questo di scapitar qualche poco appresso di persone tanto benigne che mi compatiranno, purché io contragga servitù con la mia cara signora. Andrò intanto pensando a qualche regalo da povera monaca.
      Avrò caro che V. S. vegga di farmi aver i cedrati, perché io non saprei dove gli buscare, e mi sovviene che il signor Aggiunti gliene mandò parecchi bellissimi l’anno passato, sì che V. S. potrà tentare anco adesso, e io poi mi metterò a bottega a far i morselletti, con mio grandissimo gusto d’impiegarmi in questo poco per servizio di Monsignor illustrissimo, e mi pregio grandemente di sentir che questi siano anteposti da Sua Signoria a tutte l’altre confetture. Saluto di nuovo V. S. e li prego felicità.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.
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      A Siena

      San Matteo, 26 novembre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Giovedì passato scrissi a V. S. lungamente, e ora scrivo di nuovo solo per dirli che ieri venne dieci barili di vino da San Miniato al Todesco. Intendo dalla Piera che ci fu a venderlo imbottare il servitore del signor Aggiunti; ed anco che lo pagò, ma ella non sa dirmi quanto per appunto: se ne è piena una botte interamente, e credo che sia di 6 barili: l’altra di 5 e mezzo, perché non resti così scema, ho detto che si finisca di empiere con di quello che bevono di presente che è ragionevole, ma prima che ne cavino parecchi fiaschi avanti che sia mescolato per riempier l’altra di 6 barili. E anco noi ne piglieremo qualcuno, perché è vino leggieri, e mi par buono per l’estate per V. S.; a me piace anco di questo tempo: la botte che non è mescolata si contrassegnerà per lasciarla stare, e l’altra potrà servire per la servitù. Questo per ora mi occorre dirgli: finisco con le solite raccomandazioni, e prego Nostro Signore che la conservi.

      figliuola Affezionatissima
      S. Mar. Celeste.
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      A Siena

      San Matteo, 3 dicembre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Ho ancor io conosciuta la dappocaggine del mio ambasciator Giovanni; ma il desiderio ch’avevo di mandar a vedere V. S., è stata causa che non ho guardato a nulla; tanto più che il favore di potermi servir di lui l’ho ricevuto dalle madri Squarcialupi, le quali adesso son tutte mie; e tanto basti. Tordo mandò ieri per li 4 scudi e gli ebbe.
      La madre Achillea manda il mottetto. È ben vero che in contracambio desidererebbe qualche sinfonia o qualche ricercata per l’organo; il quale gli ricorda che negli alti non serve, perché gli manca non so che registro, sì che le sonate per farvi sopra vorrebbono più presto andar ne’ bassi.
      Mi giova di sperare, e anco creder fermamente, che il signor Ambasciatore, quando partirà di Roma, sia per portar a V. S. la nuova della sua spedizione, e anco di condurla qua in sua compagnia. Io non credo di viver tanto ch’io giunga a quell’ora. Piaccia pure al Signore di farci questa grazia, s’è per il meglio.
      Con che a V. S. mi raccomando con tutto l’affetto insieme con le solite.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

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      A Siena

      San Matteo, 9 dicembre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Il signor Francesco Lupi, cognato della nostra Suor Maria Vincenzia, passando di costì per andarsene a Roma sua patria, si è offerto di portare a V. S. lettere o altro ch’io volessi mandare; onde io, accettando la cortesia, gli mando una scatola dentrovi 13 morselletti, che tanti e non più ne sono riusciti delli 6 cedrati che mi mandò il signor Rinuccini, perché furono piccoli e tutti da una banda magagnati: di bontà credo che saranno eccellenti, ma quanto alla vista potrebbono esser più belli, perché, mediante il tempo tanto umido, mi è bisognato asciugarli al fuoco. Mando anco una rosa di zucchero acciò che V. S. vegga se gli piacessero alcuni fiori di questa sorte per adornare il bacino che faremo in occasione di quelle nozze che V. S. sa, ma fiori più gentili e piccoli assai più di questa.
      Ebbi da maestro Agostino la scatola con li 6 biricuocoli, e la ringrazio insieme con quelle che ne hanno partecipato, che sono le solite amiche.
      Intendo che in Firenze è voce comune che V. S. sarà qua presto; ma fino a che io non l’intendo da lei medesima, non credo altro se non che gli amici suoi cari dichino quel tanto che l’affetto e il desiderio gli detta. Io intanto godo grandemente sentendo che V. S. abbia così buona ciera, quanto mi disse maestro Agostino che mi affermò non averla mai più veduta colla migliore. Tutto si può riconoscere, dopo l’aiuto di Dio benedetto, da quella dolcissima conversazione ch’ella continuamente gode di quell’illustrissimo Monsignor Arcivescovo, e dal non si strapazzare né disordinare com’ella fa qualche volta quando è in casa sua. Il Signor Iddio sia sempre ringraziato, il quale sia quello che la conservi in Sua grazia.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.
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      A Siena

      San Matteo, 10 dicembre 1633

      Amatissimo Signor Padre.
      Appunto quando mi comparve la nuova della spedizione di V. S. avevo preso in mano la penna per scrivere alla signora Ambasciatrice per raccomandarle questo negozio; li quale vedendo andar in lungo, temevo che non fossi spedito anco quest’anno, sì che l’allegrezza è stata tanto maggiore quanto più inaspettata: né siamo sole a rallegrarci, ma tutte queste monache, per loro grazia, danno segni di vera allegrezza, sì come molte hanno compatito ai miei travagli.
      La stiamo aspettando con gran desiderio, e ci rallegriamo in vedere il tempo tanto tranquillo.
      Il signor Geri partiva stamani con la Corte, e io a buon’ora l’ho fatto avvisato del quando V. S. torna qua; ché quanto alla spedizione egli la sapeva, e me ne aveva dato parte ier sera.
      Gli ho anco detto la causa per la quale V. S. non gli ha scritto, e lamentatami perché egli non potrà ritrovarsi qua all’arrivo di V. S. per compimento delle nostre allegrezze, essendo veramente persona molto compita e di garbo.
      Serbo la canovetta della verdea, che il S[igno]r Francesco non poté portare per aver la lettiga troppo carica. V. S. potrà mandarla nella lettiga che sarà di ritorno: i morselletti già gli avevo consegnati. Le botti per il vino bianco sono all’ordine.
      Altro non posso dire per carestia di tempo, se non che a lei ci raccomandiamo affettuosamente.

      sua figliuola Affezionatissima
      S. M. Celeste.

(7) Stessa posizione prese Pierre Gassendi, uno strenuo seguace di Galileo ed un avversario di Descartes, nel 1642. Serve una ratifica papale le teorie di Copernico non sono da considerarsi eretiche e l’affermarlo non è questione di fede. Gassendi aveva scritto una bella lettera a Galileo il 10 gennaio del 1634

(8) La questione era stata affrontata in alcune lettere di Cavalieri a Galileo del 16 febbraio e 18 marzo del 1631 e, soprattutto, del 22 marzo del 1632.

(9) La cura carceraria senza sconti per Galileo era stata affidata ad una carogna di Cardinale, Francesco Barberini, che doveva vagliare ogni richiesta proveniente da Galeo, richiesta alla quale puntualmente rispondeva negativamente. Francesco che le cronache ufficiali spacciano come nipote di Maffeo Barberini, il Papa Urbano VIII,  in realtà era il figlio di tanto Papa. Fino al 1870 i figli dei papi erano ufficialmente i loro nipoti ed Urbano VIII aveva tre nipoti. Ricordo che la cosa creò un grave sospetto su Galileo quando uscì il suo Dialogo. La casa editrice aveva come logo tre delfini che si chiudono a cerchio.

Il frontespizio del Dialogo.

Ingrandimento del logo.

        Urbano VIII, corrotto fino al punto di fare cardinale, oltre al citato figlio Francesco, anche l’altro figlio Antonio jr e suo fratello Antonio sr., pensò che fosse stato insultato (sic!) con riferimento ai suoi figli. A questo Papa viene attribuita la bellezza di Roma barocca ma, anche qui occorre ricordare che per realizzare tale opera il vandalo distrusse tutto ciò che era conservato delle meraviglie di Roma imperiale. Fece fondere tutti i bronzi del Pantheon per farne cannoni, quelli di Castel Sant’Angelo, e per fare il baldacchino di San Pietro. Il Colosseo fu sventrato. Con le sue pietre furono costruiti palazzi e con i suoi marmi furono abbelliti palazzi di vecchi parrucconi in papalina chiamati cardinali. Qui Pasquino intervenne immortalando questo Papa infame come la sua famiglia con la frase:
Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini (Ciò che non fecero i barbari, fecero i Barberini).

(10) A seguito della cecità, Galileo fu costretto ad affidare i suoi scritti al suo vecchio discepolo Padre Vincenzo Reineri che avrebbe dovuto continuare le trattative. Nel 1648, a sei anni dalla morte di Galileo, quando Padre Reineri aveva ultimato la compilazione delle effemeridi dei Pianeti Medicei, anch’egli moriva, e con lui sparivano tutti gli scritti lasciati da Galileo e ciò che aveva aggiunto Reineri.
 


BIBLIOGRAFIA

(1) Galileo Galilei – Opere – Edizione Nazionale, G. Barbera, Firenze 1968

(2) Sergio M. Pagano (a cura di) – I documenti del processo di Galileo Galilei – Pontificiae Academiae Scientiarum e Collectanea Archivi Vaticani, 1984

(3) Michele Camerota – Galileo Galilei – Salerno 2004

(4) Ludovico Geymonat – Galileo Galilei – Einaudi 1969

(5) Giorgio de Santillana – Processo a Galileo – Mondadori 1960

(6) Stillman Drake – Galileo At Work – University of Chicago Press, 1978

(7) Descartes – Opere filosofiche (a cura di E. Lojacono) – UTET 1994

(8) Vincenzo Viviani – Vita di Galileo – Salerno Editrice 2001

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