Fisicamente

di Roberto Renzetti

CAPITOLO 3 – ENERGIA, NUCLEARE, AMBIENTE E CLIMA

Quando ho introdotto queste pagine ho fatto cenno al fatto che l’uso dei combustibili fossili, con la conseguente emissione di gas serra,è all’origine dell’effetto serra. Il problema è gigantesco e solo una società capitalistica è capace di creare tali problemi senza preoccuparsi di un minimo di soluzione (profitti subito, il resto non ci riguarda). Su questi aspetti non si può giocare sparando giudizi e cifre a caso. E’ il caso di affidarsi a studi non sospetti (e quindi non commissionati da Bush). Tali studi sono fatti in Italia anche dall’ENEA. Riporto di seguito alcuni di tali studi curati dall’ENEA:

ENEA – Rapporto Energia e Ambiente 2005: L’analisi

ENEA – Rapporto Energia e Ambiente 2005: I dati

ENEA – Rapporto Energia e Ambiente 2005: Compendio


Anche l’associazione Galileo 2001 che abbiamo già incontrato si occupa dello studio del rapporto Energia Ambiente:

ENERGIA E AMBIENTE

http://www.galileo2001.it/materiali/documenti/energia/energia_ambiente_06.php

Energia nucleare

La situazione internazionale

Nella tabella 7 riportiamo per alcuni Paesi il rapporto tra il consumo energetico da fonte nucleare e quello da fonte fossile (1996). Nelle due tabelle seguenti, tabelle 8 e 9, riportiamo la situazione, rispettivamente, in Europa e nel mondo, della fonte nucleare al 31.12.2000 (dati OCSE-NEA, ONU-IAEA)
Il contributo nucleare alla copertura del fabbisogno elettrico è stata nel 2001 del 17% a livello mondiale, del 25% nei paesi dell’OCSE e del 35% a livello europeo. In Europa la fonte nucleare è da tempo la prima fonte di produzione elettrica, con percentuali di copertura del fabbisogno elettrico che hanno raggiunto il 46% in Svezia, il 55% in Belgio, il 77% in Francia e il 78% in Lituania.

Tabella 7

Paesenucleare/fossile
Francia0.722
Giappone0.133
Germania0.132
Gran Bretagna0.112
USA0.105
Russia0.040
Cina0.004
Italia0.0

   

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Tabella 9
Numero di reattori effettivamente in funzione nel mondo 438
Potenza netta complessiva degli impianti in esercizio 350.772 MWe
Numero di reattori in costruzione nel mondo 39
Potenza elettrica netta complessiva degli impianti in costruzione 29.859 MWe
Quota elettronucleare nella produzione elettrica mondiale 17%

Le scelte politiche effettuate a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta hanno di fatto (non di diritto) precluso all’Italia la possibilità di ricorrere all’energia nucleare. Il settore nucleare nazionale, che aveva conseguito risultati significativi, è stato in tal modo azzerato, vanificando un investimento complessivo di 120 mila miliardi in lire storiche condotto in condizioni di assoluta sicurezza nel quadro del Trattato Euratom e del Trattato di non proliferazione, sotto la sorveglianza internazionale dell’ONU e dell’OCSE.
Per effetto delle decisioni assunte, l’Italia si trova in una posizione di evidente singolarità rispetto agli altri paesi industriali, nessuno dei quali ha assunto analoghe decisioni di chiusura immediata di tutti gli impianti in esercizio. In considerazione del fatto che la domanda nazionale di energia elettrica è stata coperta negli ultimi anni per quote annue variabili fra il 14 e il 18% attraverso le importazioni di elettricità nucleare, è evidente che l’Italia non ha rinunciato all’uso dell’energia nucleare, ma l’ha resa una nuova fonte di importazione.

La riflessione in atto
Il disastro di Chernobyl ha avviato in alcuni paesi industrializzati una approfondita riflessione sul ruolo che l’energia nucleare potrà assumere nei programmi energetici. Questa riflessione ha tuttavia portato a riconoscere l’essenzialità dell’apporto di questa fonte energetica.
Nella tabella 10 che segue riportiamo i dati (da fonte ONU-IAEA, OCSE-NEA) sullo sviluppo dell’energia nucleare dopo il disastro di Chernobyl.

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Tabella 10
Potenza elettronucleare in funzione nel mondo al 1° gennaio 1986 249.688 MWe
Potenza elettronucleare in funzione nel mondo al 31 dicembre 2000 350.772 MWe
Crescita della potenza elettronucleare in funzione fra il 1986 e il 2000 40%

I dati ufficiali di ONU e OCSE mostrano come sia erronea la convinzione che, a valle del disastro di Chernobyl, la fonte nucleare sia stata oggetto di riduzioni: dopo quel drammatico evento la potenza nucleare in funzione nel mondo è aumentata del 40%, passando da 250.000 MWe (1986) a oltre 350.000 MWe (2000). Oggi sono in costruzione 39 nuovi impianti nucleari in 16 diversi paesi per una potenza aggiuntiva di 30.000 MWe.
E’ parimenti ingiustificato considerare sintomo di regresso della tecnologia nucleare il fatto che i paesi che già impiegano estesamente questa fonte rinuncino a costruire nuove centrali. I programmi nucleari sono infatti limitati per definizione: una volta raggiunto un mix produttivo ottimale (fatto di nucleare, fonti fossili, idroelettrico e nuove fonti rinnovabili) non è più necessario realizzare nuovi impianti nucleari. Ciò è ancora più vero perché, grazie agli interventi di sostituzione programmata dei componenti, una moderna centrale nucleare ha una vita utile di 50-60 anni. Questa situazione è stata raggiunta in quasi tutti i paesi industriali avanzati, e in particolare in Europa dove, come detto, la fonte nucleare copre un terzo del fabbisogno elettrico. Ben diversa è la situazione nei paesi che sono lontani dall’aver raggiunto il mix energetico ottimale, come il Giappone (che ha in costruzione 4.500 MWe nucleari), la Corea (3.800 MWe nucleari in costruzione), la Russia (3.400 MWe nucleari in costruzione), la Cina (che prevede di realizzare 30 mila MWe nucleari nei prossimi 25 anni) e la Finlandia (che ha recentemente deciso di realizzare il suo quinto impianto nucleare).
La scelta nucleare è stata confermata dalla Francia, che grazie ad essa registra il costo del kWh più basso d’Europa e il più stabile rispetto alle fluttuazioni del prezzo dei combustibili fossili. La dipendenza energetica della Francia dall’estero si è ridotta dal 78% al 50% dal ’73 ad oggi, e ciò si accompagna a un’esportazione netta di energia elettrica per 3 miliardi di euro all’anno e a un fatturato estero dell’industria nucleare pari a oltre 2 miliardi di euro all’anno. La chiusura dell’impianto Superphénix, prototipo di reattore autofertilizzante, lungi dall’essere un segnale di ripensamento, ha avuto motivazioni esclusivamente economiche, e ha preso atto del fatto che la grande abbondanza di uranio sul mercato internazionale non incita per il momento a spingere le ricerche nella direzione di una migliore economia del combustibile. Il programma Superphénix è comunque servito ad acquisire una tecnologia che è oggi disponibile per gli sviluppi di medio e lungo termine.
In Germania il governo ha deciso di limitare a 35 anni la vita utile di ciascuno degli impianti nucleari installati, ma ciò è avvenuto – contro il parere degli economisti e dell’industria – per scelta esclusivamente politica. L’applicazione di questa decisione porterebbe a una graduale chiusura degli impianti nucleari dopo 35 anni di esercizio, e in questa ipotesi l’ultimo dei reattori oggi in esercizio sarebbe fermato nel 2020. Le associazioni industriali, scientifiche e dei consumatori hanno ufficialmente espresso al governo tedesco la convinzione che il paese (che peraltro dispone di ingenti risorse carbonifere) non può permettersi di rinunciare a una fonte che copre il 33% del fabbisogno elettrico nazionale. Nel frattempo nessuno dei reattori tedeschi in funzione prima della decisione è stato ancora fermato.
La Svezia, che in seguito a un referendum tenuto nell’80 dopo l’incidente di Three Mile Island avrebbe dovuto uscire dal nucleare a partire dal ’92, delle 12 centrali nucleari che aveva nel 1980, ne ha tuttora 11, che funzionano a pieno regime coprendo il 46% del fabbisogno elettrico nazionale (la parte restante proviene dall’idroelettrico). Dopo la fermata del primo reattore della centrale di Barsebäck (avvenuta solo all’inizio del 2000) il governo ha deciso di rinviare sine die la fermata del secondo reattore “per la mancanza di alternative valide sul piano economico e ambientale”. Più recentemente, e al solo scopo di garantire la tenuta della coalizione di maggioranza, il governo ha adottato una risoluzione di principio (limitazione della vita operativa degli impianti) analoga a quella adottata in Germania

Prospettive di sviluppo
Gli studi condotti in campo internazionale dall’ONU e dall’OCSE mostrano che l’energia elettronucleare è competitiva rispetto all’elettricità prodotta negli impianti termoelettrici convenzionali, con vantaggi più generali che riguardano il miglioramento della bilancia dei pagamenti dei paesi importatori di combustibili fossili, la stabilizzazione dei prezzi di questi ultimi sui mercati internazionali, un marcato contributo alla occupazione e alla crescita economica e l’assenza delle conseguenze ambientali proprie delle fonti fossili. Per quanto riguarda il futuro, i più recenti studi dell’OCSE stimano che la quota elettronucleare sul totale delle forniture elettriche è destinata a crescere nel medio-lungo termine fino a valori del 20-25% nell’America del Nord e del 40-60% nella zona europea dell’OCSE e in Giappone. In tabella 11 riportiamo le previsioni di sviluppo (da fonte NEA) della domanda elettronucleare nei paesi dell’OCSE:
In presenza di una popolazione mondiale che continua a crescere e di un fabbisogno energetico che cresce ancor più rapidamente, la domanda di energia elettrica continuerà ad aumentare sia nei paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo. Petrolio e gas naturale saranno le fonti sulle quali insisterà in massima parte la domanda proveniente dai paesi emergenti, e continueranno a rimanere affette da grossi squilibri regionali tra offerta e domanda; il loro approvvigionamento resterà quindi soggetto a eventi non controllabili da parte dei paesi consumatori.

In considerazione di questo scenario di medio-lungo periodo gli esperti e gli organi di consulenza dello Stato si espressero fin dalla Conferenza sull’Energia dell’87 contro l’abbandono – e anzi in favore di un pronto rilancio – dell’impegno nazionale nel settore elettronucleare, posizione ribadita dall’AIN (Associazione Italiana Nucleare) anche in occasione della Conferenza Nazionale Energia Ambiente del novembre 1998.

La sicurezza
Premesso che il rischio zero non esiste in alcuna attività umana, va detto che, sia in assoluto sia in comparazione con altre tecnologie di produzione elettrica, il nucleare è una tecnologia sicura. I reattori nucleari occidentali sono progettati e costruiti in modo tale da prevenire rilasci indesiderati di radioattività, e tutte le caratteristiche di sicurezza si sono dimostrate realmente efficaci.
Il tipo di reattore più diffuso nel mondo è quello ad acqua leggera (LWR) che può essere o ad acqua pressurizzata (PWR) o ad acqua bollente (BWR). La radioattività contenuta in un reattore in esercizio di tipo LWR va da circa 15 a circa 30 miliardi di Curie (Ci), ma le caratteristiche degli impianti fanno sì che questo carico potenzialmente pericoloso non possa entrare in contatto con l’ambiente esterno. In condizioni di normale esercizio una centrale nucleare non ha impatto sensibile sull’ambiente esterno e sulla popolazione, e anche l’esposizione radiologica di routine dei lavoratori degli impianti nucleari è costantemente diminuita negli ultimi decenni, ed è attualmente ben entro le soglie di sicurezza.
Quanto al problema dello smaltimento delle scorie radioattive, tutti i paesi che impiegano dell’energia nucleare si sono dotati o si stanno dotando delle necessarie strutture per la gestione delle scorie prodotte entro i loro confini. Particolare rilievo va assumendo in questa fase lo svolgimento di un’azione informativa tesa a soddisfare la domanda di sicurezza in tema di radioattività, e a far sì che la società civile, attraverso la corretta percezione dei rischi e dei benefici da parte della pubblica opinione, possa continuare a giovarsi nella maniera più razionale dell’energia nucleare.

Il ciclo del combustibile
L’uso dell’energia nucleare richiede un complesso di infrastrutture industriali e di operazioni che includono le fasi di estrazione, macinazione e raffinazione del minerale uranifero, di fabbricazione del combustibile, di movimentazione del combustibile fresco ed esaurito, di riprocessamento o confinamento del combustibile irraggiato e di gestione delle scorie radioattive.
Il processo di estrazione del minerale uranifero espone agli effetti del radon, che ha prodotto in passato diversi casi di cancro al polmone, a partire dal 1950, nei minatori degli Stati Uniti del Sud-Ovest. Oggi questo rischio è ridotto attraverso il ricorso alla ventilazione delle miniere, che riduce la concentrazione di radon fino a valori di sicurezza accettabili.
Gli impianti che producono l’ossido di uranio per la successiva operazione di raffinazione accumulano grandi quantitativi di scorie minerali (le “code di macinazione”) che contengono molto del radio inizialmente presente nel minerale grezzo e che emanano radon-222. Le code di macinazione costituiscono una sorgente potenziale di polveri radioattive che possono essere immesse nell’ambiente per dilavamento o per trasporto atmosferico. Per eliminare questi rischi, gli enti di controllo nazionali e internazionali hanno fissato limiti di emissione molto restrittivi. Il radon-222 è peraltro naturalmente presente nei suoli, e tende a concentrarsi negli edifici fino a determinare dosi individuali medie al polmone di 20 mSv per anno.
Un’altra componente del rischio radiologico associato all’uso dell’energia nucleare è data dalla fase di riprocessamento del combustibile irradiato, che serve a separare le componenti riutilizzabili (uranio-235 e plutonio-239) dai prodotti di fissione, e inoltre per trattare chimicamente questi ultimi fino ad una forma adatta al confinamento. Nonostante l’intenzione espressa inizialmente a livello mondiale di sottoporre a riprocessamento tutto il combustibile irraggiato, la maggior parte dei paesi ha successivamente deciso di non procedere su questa via. In questi paesi il combustibile esaurito, dopo un periodo di raffreddamento nelle piscine di decadimento delle centrali, è inserito in appositi contenitori a tenuta che vengono conservati in depositi controllati temporanei (in quasi tutti i paesi europei tali depositi sono già stati realizzati e sono attualmente in esercizio). In tal modo sarà possibile in futuro procedere al riprocessamento oppure confinare il combustibile irraggiato in depositi geologici definitivi (recentemente il dipartimento dell’energia americano (DOE) ha approvato quello della montagna dello Yucca, in Nevada, quale sito per la sistemazione definitiva delle scorie del nucleare).
In tutti i paesi industriali il trasporto di materiali radioattivi è strettamente regolamentato, e riguarda in gran parte piccoli quantitativi di radionuclidi utilizzati in esperienze di laboratorio o per scopi medici. Il trasporto dei materiali meno pericolosi richiede l’impiego di recipienti, cosiddetti di “tipo A”, che hanno requisiti di resistenza variamente definiti. I contenitori per il trasporto di materiali a radioattività intermedia (contenitori di “tipo B”) devono essere invece in grado di resistere a prove quali la caduta da un’altezza di 9 metri su una superficie dura, la caduta da oltre un metro sull’estremità di una barra d’acciaio del diametro di 15 centimetri, l’esposizione per 30 minuti a una temperatura di 800 °C, e l’immersione sotto un metro d’acqua per oltre 8 ore.
Il trasporto di materiali ad alta attività, come il combustibile irraggiato e le scorie, avviene con minore frequenza, e richiede l’impiego di contenitori speciali di grandi dimensioni (cask), che a causa della schermatura possono raggiungere il peso complessivo di 100 tonnellate. Si tratta in questo caso di contenitori in grado di resistere a sollecitazioni molto intense, come ad esempio l’impatto di una locomotiva alla velocità di 120 km/h.

Le scorie radioattive
Il problema delle scorie radioattive prodotte dalle centrali nucleari non è dissimile da quello di tutti gli altri rifiuti tossici e veleni prodotti dalle attività industriali, con la differenza che questi ultimi (arsenico, cadmio, piombo, cromo, mercurio, vanadio, etc.) danno luogo a composti di ben più lunga durata che sono talora dispersi nell’ambiente, mentre l’industria nucleare ha programmato fin dall’inizio l’immagazzinamento e il trattamento di tutte le proprie scorie.
La maggior parte dei rifiuti nucleari consiste di materiali a basso livello di radioattività, usualmente comparabile con la radioattività naturale. I rifiuti ad alta attività si riducono a pochi metri cubi all’anno per centrale. Opportunamente condizionati, i rifiuti radioattivi di tutti i tipi possono essere sistemati in depositi temporanei per alcuni decenni, prima di essere smaltiti per via ordinaria (a decadimento avvenuto) o collocati in depositi geologici definitivi. Le scorie a bassa attività consistono in residui di laboratorio, materiali di consumo debolmente contaminati, protezioni antipolvere e indumenti, materiali biologici e altri rifiuti generati nell’impianto nucleare. In questa categoria rientrano anche le code di macinazione e le altre scorie generate nel processo di raffinazione del minerale uranifero. Le scorie ad alta attività sono invece costituite da due diverse categorie di prodotti: il combustibile irradiato, e i residui solidi e liquidi del ciclo del combustibile.
Per quanto riguarda la gestione delle scorie a bassa attività, i paesi industriali si sono dotati di strutture per il confinamento delle scorie a bassa attività per il tempo sufficiente a consentirne il decadimento a valori che ne consentano lo smaltimento come rifiuti ordinari.

Per quanto concerne le scorie ad alta attività, sono stati proposti e studiati numerosi metodi di confinamento, basati sulla vetrificazione e sull’isolamento geologico. Le scorie ad alta attività derivanti dal riprocessamento del combustibile o dai rifiuti di esercizio sono trattate mediante stabilizzazione in forma vetrosa o ceramica, il successivo confinamento entro contenitori metallici a prova di corrosione, l’inserimento dei contenitori in altri di materiale fortemente assorbente (allo scopo di evitare la diffusione di sostanze eventualmente sfuggite) e la deposizione definitiva in gallerie controllate ricavate in strati geologici ad elevata stabilità (strati salini, granito, basalto).
La capacità di segregazione dei depositi controllati è elevatissima. Il DOE ha calcolato che una persona che vivesse in prossimità del Waste Isolation Pilot Plant nel New Mexico riceverebbe una dose individuale complessiva alle ossa di 1.1 µSv (micro-Sievert) e una al corpo intero di 8.7 nSv (nano-Sievert), cioè da 100.000 a un miliardo di volte inferiore di quella cui ognuno di noi sarebbe esposto a causa della radioattività naturale.
I metodi utilizzati per prevedere le prestazioni di un deposito di scorie radioattive sono basati su modelli di diffusione, dilavamento, corrosione, solubilizzazione, trasporto e di migrazione dei radionuclidi attraverso le strutture geologiche e nella biosfera. Le evidenze sperimentali validate dall’Accademia delle Scienze statunitense inducono a ritenere che l’effettivo tasso di mobilizzazione globale dei radionuclidi possa essere di due o più ordini di grandezza inferiore a quello calcolabile applicando strettamente i modelli. Gli esempi naturali conosciuti di diffusione dei radionuclidi (il “reattore naturale” scoperto nella miniera di uranio di Oklo, in Gabon, e il vasto deposito di torio e di terre rare di Morro do Ferro, nello stato brasiliano di Minas Gerais) evidenziano comportamenti rassicuranti. Nel caso del reattore naturale di Oklo, in particolare, si è riscontrata una migrazione delle diverse specie dell’ordine di qualche metro in 2 milioni di anni, con tassi di mobilizzazione compresi fra 1/10.000.000 e 1/10.000.000.000 per anno.

Il rischio nell’esercizio normale
In condizioni di normale funzionamento di un impianto nucleare, la principale causa di esposizione del personale è data dalla radioattività emessa dai prodotti di corrosione e dalle impurità presenti nell’acqua di raffreddamento del nocciolo. Dette sostanze subiscono un processo di attivazione all’atto dell’accensione del reattore, e sono trasportate in circolo nel circuito primario. La principale sorgente è rappresentata dal cobalto-60, generato dall’attivazione del cobalto-59. A questa componente si aggiunge quella dovuta all’azoto-16, isotopo radioattivo a vita media breve che si forma nel reattore per attivazione neutronica dell’ossigeno-16 costituente l’acqua di raffreddamento.
I lavoratori più esposti alle radiazioni sono quelli impegnati nei lavori di grande manutenzione del reattore, ma l’esposizione interessa anche il personale che si occupa della decontaminazione dell’impianto e della gestione dei materiali radioattivi. L’esposizione del personale della centrale può avvenire essenzialmente in occasione delle operazioni di manutenzione e di ricarica del reattore, oppure, durante il funzionamento del reattore, in seguito all’effettuazione di interventi al circuito primario. Negli impianti PWR i lavoratori possono essere esposti in occasione degli accessi all’edificio di contenimento con il reattore in funzione, mentre negli impianti BWR analoga esposizione si ha con l’accesso alla sala macchine, poiché le turbine sono alimentate direttamente col vapore generato dall’acqua che transita nel reattore. Gli impianti BWR possono essere inoltre causa di esposizione per la popolazione esterna, a causa dei possibili rilasci di vapore dalla sala macchine. L’esposizione alle radiazioni dei lavoratori e della popolazione tende per questo ad essere leggermente più elevata in termini assoluti nel caso degli impianti BWR.
La migliore stima dell’effetto complessivo del ricorso all’energia nucleare sulla salute è dato dalla dose assunta dai lavoratori dell’industria nucleare, che è di norma decine di volte inferiore ai limiti imposti dalla normativa vigente. I limiti di esposizione fissati per gli individui della popolazione sono una piccola frazione dei 2-3 mSv/anno assorbiti in media da ciascun individuo della popolazione dalla radiazione naturale di fondo. In pratica, la maggior parte dei reattori opera in modo tale che l’esposizione effettiva della popolazione è di gran lunga inferiore ai limiti fissati. Le dosi individuali tipiche sono molto inferiori a 1 mSv/anno al corpo intero.

La probabilità di incidenti
In un impianto nucleare un rilascio indesiderato di radioattività può avvenire in seguito a malfunzionamenti, anche se gli impianti sono dotati di sistemi atti ad impedire qualunque rilascio. L’evento più grave per le possibili conseguenze all’esterno dell’impianto è rappresentato dalla fusione del combustibile nel reattore (fusione del nocciolo) per difetto di raffreddamento.
Nel 1975 l’autorità di controllo nucleare statunitense (NRC) pubblicò il Reactor Safety Study (WASH 1400), più noto come “Rapporto Rasmussen”, un’analisi dettagliata delle possibilità di incidente e delle conseguenze nei reattori della filiera LWR. Le conclusioni dello studio stabiliscono che la probabilità che si verifichi un incidente di fusione del nocciolo è di 1/20.000 per reattore e per anno. Lo studio conclude inoltre che in meno dell’1% dei casi di fusione del nocciolo si avrebbero rilasci radioattivi significativi all’esterno dell’impianto. In tal modo la probabilità che avvenga una fusione del nocciolo con conseguenze gravi all’esterno dell’impianto è di 1/1.000.000 per reattore e per anno.
Applicando queste cifre, se i 400 reattori nucleari in esercizio nel mondo avessero operato mediamente per 10 anni ciascuno, raggiungendo in tal modo 4.000 anni-reattore di funzionamento, la probabilità di avere un incidente di fusione senza conseguenze esterne sarebbe pari a 1/20.000 x 4.000 = 0.20, ovvero del 20% per decade. Poiché la probabilità di forti rilasci all’esterno è di 1 su 100 eventi di fusione, la probabilità di fusione con conseguenze esterne è di 2 per secolo. Il tutto con riferimento alle caratteristiche della filiera LWR tipiche dei primi anni Settanta, e senza considerare i significativi avanzamenti intervenuti nelle sue caratteristiche e dotazioni di sicurezza dai tempi dello studio WASH 1400.
A tale proposito, dopo il Rapporto Rasmussen oltre due dozzine di altri studi ne hanno sostanzialmente confermato le conclusioni per quanto riguarda le probabilità di fusione, ma hanno sensibilmente ridotto le stime dei quantitativi di radioattività che sarebbero rilasciati nel corso dell’incidente. A valle del disastro di Chernobyl, le specifiche di progetto elaborate dagli esercenti europei nell’ambito delle European Utility Requirement (EUR) hanno ulteriormente elevato di un fattore 1000 la sicurezza delle installazioni LWR di tecnologia occidentale.
In caso di incidente nucleare con conseguenze all’esterno, l’esposizione alla radioattività può avvenire in tre modi: per irraggiamento diretto dalla nube radioattiva generata dall’incidente, per inalazione di radioisotopi e per esposizione alla radioattività depositata al suolo, che rimane anche dopo il dissolvimento o il passaggio della nube. L’esperienza di Chernobyl ha dimostrato che anche nei rilasci più intensi l’esposizione alla nube e l’inalazione non sono tali da determinare dosi letali. Simili livelli possono essere raggiunti solo attraverso l’azione concomitante dei tre contributi per molte ore. La dose a lungo termine per la popolazione è determinata in larga misura dal cesio-137, mentre la dose alla tiroide è determinata essenzialmente dagli isotopi radioattivi dello iodio, in particolare lo iodio-131. In generale, i maggiori contributi all’esposizione complessiva nelle prime 24 ore da un eventuale incidente sono dovuti agli isotopi del cesio, dello iodio, del tellurio, del bario e del lantanio.
L’esposizione a tutti e tre i meccanismi può essere ridotta restando all’interno degli edifici, specialmente in locali interrati, almeno fino all’avvenuto passaggio della nube, ed evacuando successivamente la zona interessata, almeno entro il raggio di qualche miglio, quando è passato il rischio di esposizione alla nube. Nel frattempo l’esposizione della tiroide allo iodio radioattivo può essere limitata utilizzando in modo proprio (nel giusto dosaggio quantitativo e temporale) i farmaci tireobloccanti, come lo ioduro di potassio.
In caso di grosso rilascio di radioattività, gli individui della popolazione possono essere interessati da esposizioni entro un vasto intervallo. Le esposizioni più ingenti determinano la comparsa della sindrome da radiazioni e di effetti acuti; ma solo in caso di totale fallimento delle misure di protezione civile ci si può attendere un elevato numero di persone in questo gruppo. Il WASH 1400 stima che in questo gruppo possano esserci 3.000 persone in caso di mancata evacuazione, e la probabilità associata a un simile evento è stimata in 1/1.000.000 anni-reattore. Gli studi più recenti, basati su stime più realistiche della frazione di radioattività rilasciata, stimano che il numero delle persone irradiate in modo severo sia molto inferiore. E’ più probabile che in seguito ad un incidente un numero significativo di persone possa ricevere dosi comprese fra 0.1 e 1 Sv. Queste dosi non determinano sintomi acuti, ma la popolazione esposta sarebbe comunque sottoposta a stress emotivo e apprensione (gli episodi di Three Mile Island e Chernobyl hanno dimostrato che anche persone non esposte a radiazioni hanno manifestato una serie di sintomi di origine emotiva). Infine, un incidente di fusione con conseguenze esterne interesserebbe un grande numero di persone con dosi minori di 0.1 Sv (nel caso di Chernobyl in questo gruppo si contarono almeno 100.000 persone).
Gli impianti LWR di tecnologia occidentale, grazie alle loro caratteristiche strutturali e alla presenza dell’edificio di contenimento, non sono esposti a disastri del tipo verificatosi a Chernobyl. E’ molto più probabile, invece, che l’evoluzione di una fusione del nocciolo possa essere quella avvenuta a Three-Mile Island. In seguito all’incidente di Chernobyl, in una situazione in cui non esisteva alcun sistema atto ad impedire la fuoriuscita di radioattività dal reattore incidentato e in cui non furono prese misure di evacuazione prima di 48 ore dopo l’incidente, la dose di radioattività media nelle 3 aree maggiormente contaminate è stata di 36 mSv. A Three-Mile Island, in presenza di un incidente di fusione del 60% del nocciolo, il sistema di contenimento funzionò a dovere, e la dose massima per una persona all’esterno dell’impianto fu in quel caso minore di 1 mSv, mentre la dose individuale per consumo di latte contaminato fu stimata inferiore a 0.2 mSv. Ancora una volta ricordiamo che esistono popolazioni esposte ad una dose naturale di diverse decine di mSv/anno senza che si osservi in esse alcun danno alla salute.

L’innovazione tecnologica e la sicurezza
La spinta verso la messa a punto di tecnologie radicalmente nuove in campo nucleare si è stemperato nell’ultimo decennio a causa dell’aumento dei costi di sviluppo e della contrazione delle prospettive di sbocco per le installazioni di tipo radicalmente innovativo. Ciò ha convinto i principali costruttori ad accordare priorità al miglioramento – talvolta anche sostanziale – delle configurazioni impiantistiche mature e alla loro evoluzione attraverso cambiamenti ispirati all’esperienza acquisita. Le principali eccezioni al calo di interesse per le configurazioni impiantistiche innovative riguardano i reattori di piccola e media potenza, per i quali sono possibili nuovi importanti sbocchi, soprattutto in considerazione dei vantaggi apportati dalla semplificazione e dalla modularità. In questo campo anche l’Italia ha formulato proposte tecniche di rilievo, con speciale riferimento al reattore modulare MARS progettato presso l’Università di Roma.
Considerazioni analoghe possono essere espresse per la tecnologia dei reattori veloci autofertilizzanti a metallo liquido, verso la quale si sta registrando un calo di interesse dettato principalmente dall’abbondanza e dal basso costo del combustibile nucleare. Le esperienze condotte e i prototipi realizzati hanno tuttavia consentito a diversi paesi di padroneggiare anche questa tecnologia innovativa che, pur non rivestendo interesse economico nell’immediato, è disponibile per gli sviluppi di medio e lungo termine. L’esperienza condotta a livello mondiale in quarant’anni di sviluppo della tecnologia dei reattori nucleari occidentali ha dimostrato ampiamente la loro elevatissima sicurezza.
Pur essendo gli impianti nucleari in esercizio nei paesi occidentali sufficientemente sicuri, le specifiche di progetto che si sono diffuse nell’ultimo decennio a livello internazionale consentono oggi di realizzare impianti capaci di impedire qualsiasi contaminazione esterna anche nelle peggiori condizioni incidentali. I nuovi criteri di sicurezza elaborati per i reattori dell’ultima generazione sono stabiliti sulla base di un approccio su tre livelli:

– la riduzione della frequenza di accadimento e della severità degli incidenti attraverso l’aumento dei margini di progetto e la semplificazione dell’impianto;
– l’introduzione di sistemi atti a prevenire il danneggiamento del nocciolo anche in caso di incidente;
– l’adozione di sistemi di contenimento in grado di impedire ogni fuoriuscita di radioattività anche in caso di danneggiamento del nocciolo.

I nuovi requisiti di sicurezza riducono a un evento ogni 100mila anni la probabilità di danneggiamento del nocciolo, e a un evento ogni milione di anni la probabilità che un ipotetico individuo residente alla recinzione della centrale possa assumere una dose pari a quella annuale dovuta al fondo ambientale. Questi requisiti equivalgono ad affermare il principio che il rischio di danno di origine nucleare per un individuo della popolazione deve essere inferiore all’1% del rischio derivante da tutte le altre attività industriali: nessun’altra attività industriale, per quanto rischiosa, è stata mai assoggettata a restrizioni analoghe.

Il rischio comparato ad altre fonti d’energia
La generazione di energia elettrica comporta rischi associati alle fasi di estrazione del combustibile, al trasporto, alla generazione di potenza e allo smaltimento delle scorie, qualunque sia la tecnologia di generazione usata. Una stima comparativa dei rischi associati al carbone e alla fonte nucleare è stata condotta nei primi anni Settanta e successivamente aggiornata da un gruppo di ricercatori del Brookhaven National Laboratory. I risultati evidenziano che per il carbone la morbilità e la mortalità sono determinate principalmente dalla fase di estrazione e dall’inquinamento, mentre subito dopo viene il trasporto. Se il carbone è estratto dal sottosuolo e trasportato su rotaia, il ciclo del combustibile produce 279 infortuni e malattie e 18,1 decessi per gigawatt-anno. In contrapposizione, il ciclo del combustibile nucleare, con uranio estratto dal sottosuolo, produce 17,3 infortuni e malattie e 1 decesso per gigawatt-anno.
Una approfondita valutazione comparativa del rischio associato alle diverse fonti di produzione elettrica con specifico riferimento alla situazione italiana è stata condotta nell’ambito della Conferenza nazionale sull’energia del 1987 dal gruppo di lavoro “Ambiente e Sanità” presieduto dal prof. Umberto Veronesi, tenendo conto delle risposte contenute nei 79 questionari pervenuti alla commissione con riferimento a nove fattori rilevanti: l’emissione di anidride carbonica (causa presunta dell’effetto serra), l’emissione di ossidi di zolfo (causa di acidificazione dell’ambiente e di affezioni polmonari), l’emissione di ossidi di azoto (acidificazione dell’ambiente, perturbazione dell’ozonosfera, formazione di nitrosamine cancerogene), l’emissione di polveri (impatto ambientale, affezioni polmonari, cancerogenesi), l’emissione di monossido di carbonio (effetto tossico immediato), l’emissione di sostanze genotossiche (cancerogene e mutagene), gli effetti dello smaltimento delle scorie e gli effetti di eventuali incidenti. Il lavoro del gruppo di Veronesi è improntato a un’analisi qualitativa e quantitativa dei diversi effetti con riferimento a un impianto della potenza di 1 GWe alimentato con le diverse fonti possibili.
Una centrale a carbone da 1 GWe consuma annualmente circa 2 milioni di tonnellate di carbone, equivalenti a circa 2 milioni di metri cubi. L’impatto sanitario inizia dalla fase di estrazione del carbone: gli incidenti in miniera sono responsabili su base statistica di decessi che vanno da qualche frazione a qualche unità all’anno. Sono inoltre valutabili in una decina all’anno i casi mortali di antracosi contratta in miniera. Il trasporto del carbone alla centrale, effettuato ipoteticamente per ferrovia, richiede la movimentazione di 1.000 carri al giorno, con infortuni e decessi fra i lavoratori (da zero a quattro all’anno) e fra la popolazione (da zero a due all’anno). A seconda del tipo di intervento sull’abbattimento delle emissioni, nel funzionamento dell’impianto ogni anno si producono da 6 a 7,4 milioni di tonnellate di CO2, da 1.000 a 2.000 t di CO, da 5.400 a 119.000 t di SOX, da 8.500 a 27.000 t di NOX, da 1.000 a 4.170 t di particolati e da 0,02 a 0,06 mSv di radiazioni.

Un impianto termoelettrico da 1 GWe a olio combustibile richiede 1.5 Mt/anno di combustibile, alla cui movimentazione si può associare statisticamente un rilascio in mare di 750 tonnellate di greggio, di cui 500 per operazioni di routine e 250 per incidenti. A seconda delle tecnologie adottate, il funzionamento dell’impianto genera ogni anno da 4.2 a 6.1 Mt di CO2, da 630 a 720 t di CO, da 4.500 a 80.000 t di SOX, da 4.000 a 25.000 t di NOX, da 30 a 5.400 t di particolati e in media 0,00004 mSv di radioattività.
Per un impianto a gas da 1 GWe gli effetti sull’ambiente sono molto più contenuti. Ogni anno esso produce da 3 a 4.4 Mt di CO2, 510 t di CO, 20 t di SOX, da 8.000 a 22.000 t di NOX e da 135 a 520 t di particolati.
Allo sfruttamento dell’energia geotermica è sempre associata la liberazione nell’ambiente di gas incondensabili contenenti elevati tenori di arsenico e mercurio.
Le fonti eolica, idroelettrica, fotovoltaica e solare termica non presentano fenomeni di inquinamento paragonabili a quelli degli impianti termoelettrici e nucleari. Non devono tuttavia essere sottovalutati gli impatti sul territorio e sull’ambiente. Questi si manifestano, nel caso dell’idroelettrico – a parte la fase iniziale delle operazioni di cantiere – con grosse alterazioni dell’assetto idrogeologico e climatico del sito, con la necessità di realizzare grandi bacini di accumulo, con la sottrazione di risorse idriche ad altri usi e con la drastica riduzione di portata dei corsi d’acqua; nel caso dell’eolico con l’occupazione del suolo e con il forte rumore emesso dalle pale; nel caso del solare termico e fotovoltaico con l’occupazione del suolo attraverso i captatori. Nel caso dell’idroelettrico, inoltre, se è nullo l’impatto sulla salute in condizioni di esercizio, la probabilità di incidenti catastrofici (rottura o tracimazione delle dighe) è la più alta fra quelle calcolate nel campo dell’elettroproduzione.
Per un impianto nucleare equivalente l’unico impatto ambientale durante l’esercizio consiste nell’emissione di 0,02-0,06 mSv/anno di radiazioni, fatto che non presenta aspetti degni di rilievo sotto il profilo sanitario, visto che la dose media annua cui tutti noi siamo esposti è di circa 2 mSv (e che vi sono zone del mondo ove tale dose è anche 50 volte superiore, senza che si siano osservati alterazioni sanitarie di alcuna natura per la popolazione di quelle zone). I potenziali problemi di impatto sull’ambiente e sulla salute della popolazione sono in questo caso associati ai rilasci accidentali dovuti a possibili anomalie di funzionamento dell’impianto, e inoltre alle fasi di trattamento del combustibile e di smaltimento delle scorie. Il disastro di Chernobyl ha dimostrato che simili inconvenienti possono avere conseguenze molto gravi, ma il precedente incidente occorso alla centrale di Three-Mile Island ha altresì dimostrato che in un impianto di tecnologia occidentale è possibile impedire o limitare sostanzialmente il rilascio di radioattività nell’ambiente anche in caso di incidente grave.

Energia nucleare e i gas serra
All’interno del sistema energetico dei paesi industriali, l’energia nucleare è quella che fornisce – e può ulteriormente fornire – il maggior contributo alla riduzione dell’emissione di gas serra. Secondo i dati recentemente diffusi dall’OECD-NEA, l’energia elettronucleare, nell’intero ciclo di utilizzazione (estrazione e trasformazione delle risorse, costruzione ed esercizio degli impianti), registra un’emissione di gas serra compresa fra 2.5 e 5.7 grammi di carbonio equivalente per kilowattora prodotto, contro i 105-366 g/kWh delle fonti fossili e i 2.5-76 g/kWh delle fonti rinnovabili.
I 440 reattori nucleari attualmente in funzione nel mondo consentono di evitare l’immissione in atmosfera di 1.2 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno. Tale quantitativo è quello che si immetterebbe nell’atmosfera sostituendo gli impianti nucleari con centrali termoelettriche che incorporino le migliori tecnologie di controllo delle emissioni attualmente disponibili. Esso rappresenta il 10% delle attuali emissioni complessive di CO2 del sistema energetico e il 17% delle emissioni di CO2 del sistema elettrico.
L’esperienza condotta dai paesi che hanno fatto estensivo ricorso al nucleare per la produzione di energia elettrica dimostra che i vantaggi ambientali sono ben quantificabili. Uno studio recente condotto dal Commissariato francese per l’energia atomica (CEA) dimostra che la mancata realizzazione del programma nucleare francese si sarebbe tradotta con orizzonte 2000 in un forte incremento delle emissioni di SO2 (+0,5 Mt/anno, ovvero +30% rispetto ai livelli attuali), NOx (+0,7 Mt/anno, ovvero +40%) e CO2 (+340 Mt/anno, ovvero +90%). In Francia il livello di emissione di CO2 era nel ’73 di 530 Mt/anno, mentre oggi è ridotto a 387 Mt/anno.
Dal momento che nei paesi industriali la capacità idroelettrica è ormai integralmente sfruttata, e dal momento che le altre fonti rinnovabili (solare, eolico) hanno e conserveranno in futuro un ruolo marginale nella copertura del fabbisogno (si vedano in proposito le previsioni del programma europeo ALTENER), l’eventuale sostituzione dell’energia nucleare dovrebbe forzatamente avvenire aumentando il ricorso alle fonti fossili, circostanza che determinerebbe un aumento delle emissioni di gas serra incompatibile con l’applicazione del protocollo di Kyoto.


E l’energia, come ho accennato, è anche legata alle variazioni climatiche:

NUCLEARE E CLIMA

http://www.ieer.org/ensec/no-5/no5frnch/climatiq.html

L’énergie nucléaire n’est pas la solution
aux changements climatiques de la planète

Arjun Makhijani

Les récents débats sur les changements climatiques reprennent la même antienne: l’énergie nucléaire doit jouer un rôle important dans toute stratégie visant à la réduction des gaz à effet de serre (GES). Les partisans de cette solution affirment que, puisque l’énergie nucléaire est une technologie sans émissions de carbone, elle doit jouer un rôle important dans la réduction des émissions de gaz carbonique tout en répondant à des besoins énergétiques croissants. Cette affirmation ne résiste pas à un examen minutieux, technique et économique. L’énergie nucléaire et la consommation massive de combustibles fossiles créent chacun leurs propres problèmes. Cet article examine les questions en rapport avec l’énergie nucléaire tandis que les autres textes, consacrés au réchauffement de la planète et à la mise en place d’un approvisionnement énergétique durable abordent certaines questions relatives aux combustibles fossiles.

La sûreté des réacteurs

Il n’y a pas de solution réalisable en pratique, ou raisonnable, qui éliminerait les risques pour la sûreté et la prolifération, résultant de l’énergie nucléaire civile. Tous les types de réacteurs qui ont été développés ou conçus posent un certain risque d’accident catastrophique d’une ampleur comparable à celui de Tchernobyl, bien que les mécanismes particuliers d’un tel accident et ses probabilités d’occurence dépendent du type de réacteur.1 Ceci est en partie dû à ce que l’énergie nucléaire civile a été développée comme un auxiliaire de la course aux armements nucléaires et comme outil de propagande de la Guerre froide.2 Dans sa hâte de construire de nouveaux réacteurs, l’industrie nucléaire, dès ses débuts, a consciemment relégué la sécurité du public, la santé et la protection de l’environnement et même les questions économiques, au deuxième plan, derrière le développement des armes et la propagande.

La Commission à l’énergie atomique américaine savait dès le début du développement des réacteurs que des accidents catastrophiques étaient possibles. En 1957, le Brookhaven National Laboratory a publié une évaluation, intitulée WASH-740, qui dressait le bilan des dégâts potentiels qui pouvaient résulter d’un accident grave. Plusieurs mois après la publication de ce rapport, le Congrès votait le Price-Anderson Act, limitant les responsabilités des compagnies d’électricité à 500 millions de dollarsjuste dix pour cent du coût des dégâts immobiliers estimés dans le WASH-740.3 Cette somme a été portée à 7 milliards de dollars en 1988, encore très nettement en dessous des dégâts qui pourraient être occasionnés par un tel accident.

L’industrie nucléaire continue de minimiser la probabilité d’accidents catastroph iques de réacteurs, malgré l’évidence apportée par le désastre de Tchernobyl en 1986. Les retombées radioactives de l’explosion et de l’incendie de Tchernobyl se sont déposées sur tous les pays de l’hémisphère Nord et ont obligé à évacuer plus de 100 000 personnes dans un rayon de 30 kilomètres autour du réacteur et à abandonner entre 100 000 à 150 000 hectares de terre cultivables. Mais l’industrie nucléaire aussi bien que l’Agence internationale de l’énergie atomique (AIEA), en citant les fallacieux chiffres officiels soviétiques et en passant sous silence le manque de données exactes sur les effets sur la santé, ont eu tendance à minimiser l’importance de l’accident. Les estimations officielles portant sur la radioactivité émise durant les dix premiers jours sont de 80 millions de curies. Mais dans une évaluation indépendante, le scientifique soviétique Jaurés Medvedev a estimé que les rejets d’iode et de césium radioactifs étaient environ trois fois plus élevés que ceux indiqués par les autorités.4 Il est difficile de calculer la totalité des coûts imputables à Tchernobyl, mais même les estimations officielles de 10 à 15 milliards de dollars dépassent la limite des 7 milliards de dollars de dommages et intérêts du Price-Anderson Act.

La leçon la plus importante et tragique à tirer de Tchernobyl est que le plus grave accident envisageable dans l’énergie nucléaire peut effectivement se produire. De plus, les problèmes crées par ce genre d’accident grave persisteront durant plusieurs générations. De grandes déclarations ont été faites en faveur d’une nouvelle génération de “réacteurs intrinsèquement sûrs,” mais elles sont exagérées et très trompeuses.5 Il faudrait plusieurs décennies pour tester différents modèles et savoir si la création d’un réacteur réalisable en pratique, bon marché et invulnérable aux accidents catastrophiques est tout bonnement possible.6 Dès lors, l’énergie nucléaire ne peut pas aider le monde à réduire, sans risque, les émissions d’oxyde de carboneun besoin urgent dont il faut s’occuper avec des principes en place dans les toutes prochaines années.

L’aspect économique

Le tableau montre que l’énergie nucléaire est une façon beaucoup plus chère et risquée de produire de l’électricité que les centrales à cycle combiné au gaz naturel à haut rendement. Même en France, (qui dépend très largement de l’énergie nucléaire), les autorités ont admis que les centrales électriques à cycle combiné qui utilisent du gaz naturel sontpluséconomiques que les centrales nucléaires.7 On peut s’attendre à ce que chaque centrale nucléaire coûte typiquement entre 6 milliards et plusieurs dizaines de milliards de francs de coûts d’exploitation excédentaires sur la durée de vie de l’installation.8 Pour réduire substantiellement les émissions d’oxyde de carbone, les centrales nucléaires devraient non seulement fournir une bonne partie de l’électricité mondiale pour répondre à l’accroissement de la demande d’électricité, mais aussi remplacer beaucoup de centrales au charbon au fur et à mesure qu’elles sont retirées du service. Cela nécessiterait la construction d’environ 2 000 centrales nucléaires de 1 000 mégawatts chacune dans les prochaines décennies. Le coût total du choix nucléaire se solderait à plusieurs dizaines de milliers de milliards de francs. Cette énorme somme d’argent devra provenir de subventions des gouvernements et/ou des consommateurs (prix plus élevés). Cette somme serait mieux utilisée à des investissements dans l’efficacité énergétique, le développement de la co-génération et des énergies renouvelables, des centrales à cycle combiné, des piles à combustible, etc. Les investissements dans l’énergie nucléaire auront donc comme effet de porter atteinte aux efforts de réduction des émissions de gaz carbonique en prenant la place d’investissements qui auraient été plus appropriés.

La non-prolifération et le désarmement9

Les difficultés suscitées par les questions de non-prolifération et de désarmement sont encore plus décourageantes que les questions économiques et de sûreté, parce qu’elles sont non seulement techniques, mais aussi de nature militaire, politique et institutionnelle.

Tous les réacteurs civils produisent du plutonium.10 Une fois séparé par retraitement, le plutonium provenant de ce combustible irradié peut être utilisé pour fabriquer des armes nucléaires. Les stocks de plutonium civil ont augmenté très rapidement depuis le début des années 80 et on s’attend à ce qu’ils dépassent les stocks militaires d’ici quelques années. Il y a maintenant cinq pays qui ont une politique de retraitement commercial (civil): la France, la Russie, l’Angleterre, le Japon et l’Inde. Six autres pays possèdent également du plutonium séparé: l’Allemagne, les Pays-Bas, la Belgique, la Suisse, l’Espagne et les États-Unis (ces derniers à partir d’une usine commerciale de retraitement qui a fonctionné de 1966 à 1972).11

Si l’énergie nucléaire était utilisée comme moyen de diminuer les émissions des GES, les inventaires de plutonium augmenteraient dramatiquement. Si 2 000 réacteurs nucléaires sont construits dans les prochaines décennies (en plus du remplacement des 350 000 MW de capacité nucléaire actuelle), l’inventaire mondial de plutonium civil atteindra environ 20 000 tonnes vers le milieu du siècle prochain, éclipsant les stocks actuels. Cet inventaire, la pression sur les ressources d’uranium, et l’opposition du public à l’enfouissement des déchets nucléaires intensifieraient grandement la demande pour la séparation du plutonium civil et son utilisation dans les centrales nucléaires. Cela exacerberait encore plus les problèmes économiques, écologique, et de prolifération associés à l’énergie nucléaire.

Pendant des décennies, la technologie nucléaire a été parée de tous les atours d’une “technologie supérieure” et sa promotion fait partie du Traité de non-prolifération nucléaire.12 La propagande occidentale remonte au moins au discours du mois de décembre 1953 “Atomes pour la Paix” dans lequel le président Eisenhower liait la renonciation aux armes nucléaires à la promotion de l’énergie nucléaire. Le résultat de cette politique de la Guerre froide a été la mise en place de compagnies privées subventionnées ou étatiques dans des pays stratégiquement importants, ayant des intérêts dans l’économie du plutonium. Ces bureaucraties continuent d’être politi quement et financièrement puissantes malgré les échecs, en matiére d’écologie, de non-prolifération et d’économie, de technologies importantes telles que les surgénérateurs et le retraitement.13

L’utilité de la technologie nucléaire

L’énergie nucléaire n’est d’aucune utilité pour les besoins de la grande majorité des pays du monde, puisque les centrales nucléaires sont trop grandes et trop chères pour être raccordées à leurs réseaux. Dans les pays pour lesquels il pourrait être concevable d’utiliser cette technologie, comme par exemple l’Inde et la Chine, les arguments technologiques et économiques favorisent de loin d’autres technologies comme les centrales à gaz naturel à cycle combiné ainsi qu’une grande amélioration du rendement du réseau électrique et des centrales à charbon. Les investissements dans ces technologies peuvent produire beaucoup plus d’électricité que les investissements pour les centrales nucléaires. Quatre décennies aprés le début de son développement, l’électricité d’origine nucléaire ne représente que 3 pour-cent de la capacité électrique de l’Inde.

Seuls quelques pays dépendent de manière importante des centrales nucléaires, et ces pays sont déjà très industrialisés. Dans ces pays, comme dans les autres, le potentiel pour accroître le rendement est grand. Cela est particulièrement vrai pour les Etats-Unis qui possèdent le plus grand nombre de centrales nucléaires autorisées à fonctionner (106 au dernier décompte). De plus, certains de ces pays sont en train de réduire leur dépendance vis à vis de l’énergie nucléaire, au lieu de l’accroître. Même en France et au Japon, l’engagement considérable en faveurdu nucléaire est en train de devenir de plus en plus surveillé par le gouvernement et le public.

Les déchets radioactifs

Comme nous l’avons vu, pour que le nucléaire puisse contribuer de manière significative à la réduction des GES, il faudrait des milliers de nouvelles centrales. Cela créerait des milliers de tonnes de combustible irradié qui s’ajouteraient aux déchets déjà en existence. Il n’existe pas, à l’heure actuelle, de politique viable pour la gestion des déchets nucléaires. Les partisans de l’énergie nucléaire voient la “solution” de l’enfouissement en couche géologique profonde comme un élément essentiel pour le renouveau du nucléaire, aux Etats-Unis au moins. Ceci a provoqué l’opposition à l’enfouissement, tant que la question de la gestion à long terme n’est pas considérée séparément de la promotion du nucléaire. Des projets de gestion des déchets par la transmutation (la transformation des radionucléides de longue durée de vie en radionucléides de courte durée de vie), ne sont pas viables pour plusieurs raisons. Non seulement des réacteurs, d’un type ou d’un autre, seront nécessaires pour la transmutation, mais il faudra aussi avoir recours à des technologies de retraitement qui pourraient être modifiées pour produire des matiéres fissiles utilisables pour les armes. La transmutation et les technologies de retraitement créeront également leurs propres problèmes de gestion des déchets en générant de grands volumes de déchets radioactifs supplémentaires. Donc, ce qui au premier abord semblait être une solution aux problèmes de prolifération et de gestion des déchets, risque d’exacerber les problèmes de prolifération sans apporter une solution à la gestion des déchets. Outre qu’elles n’éliminent pas la nécessité de l’enfouissement ou d’autres stratégies d’évacuation, ces technologies demeurent très chères, et augmenteraient grandement les coûts du nucléaire qui sont déjà non compétitifs.14

La sortie progressive du nucléaire

Outre les inconvénients du point de vue de la sûreté, de la prolifération et des coûts cités ci-dessus, il y a de nombreuses raisons qui expliquent pourquoi une sortie progressive du nucléaire est nécessaire pour accéder à un futur énergétique durable qui ne présente pas de danger pour la paix et la santé:

  • La présence d’importants stocks de plutonium séparé ainsi que de plutonium contenu dans le combustible irradié peut rendre plus probable le retour aux armes nucléaires en cas de tension ou de guerre.
  • Les bureaucraties qui sont les plus empressées à favoriser le nucléaire sont aussi celles qui ont tendance à encourager les armes nucléaires dans de nombreux pays, y compris dans ceux qui possèdent déjà des armes nucléaires. Ces bureaucraties nucléaires continuent de nourrir le désir d’une économie du plutonium malgré les échecs techniques, écologiques et les désavantages économiques. Contrairement aux discours officiels, il s’agit d’une incitation à la continuation de la prolifération.
  • Les centrales nucléaires peuvent devenir des cibles en cas de guerre conventionnelle. Les conséquences sur la santé et l’environnement seraient catastrophiques.
  • L’encouragement au développement de l’énergie nucléaire aggrave les conflits, les instabilités et les incertitudes dans les régions de l’Asie du centre et de l’ouest (y compris le golfe Persique). Le conflit entre les Etats-Unis d’un côté et la France, la Communauté européenne, la Russie, la Malaisie et l’Iran de l’autre, à propos des investissements français, malaysiens, et de Gazprom pour le gaz iranien en constitue un exemple important.

A moins que l’Occident, qui a été le premier à idéaliser l’énergie nucléaire, n’y renonce et commence à en sortir progressivement, il est peu probable que les autres pays l’abandonnent. L’Occident n’aura pas non plus de raison de refuser aux autres l’acquisition de cette technologie. Par exemple, bien que l’Iran soit en conformité avec les inspections et le système de garantie de l’AIEA, les Etats-Unis ont manifesté beaucoup d’inquiétude quant aux conséquences possibles de son achat de réacteurs russes du point de vue de la prolifération. En effet les Etats-Unis soupçonnent l’Iran d’avoir un programme secret de fabrication d’armes nucléaires. Il est à la fois ironique et instructif que les Etats-Unis aient été les premiers à encourager les ambitions nucléaires iraniennes dans les années 70, avant la révolution de 1979. Bien que la sortie progressive du nucléaire de l’Occident ne garantisse aucun progrès dans d’autres domaines, pas plus qu’une sortie progressive dans tous les autres pays, elle est néanmoins une condition essentielle pour rendre moins difficiles à gérer les problèmes associés au pétrole, au gaz naturel et aux GES. Comme on l’a vu plus haut,le problème de la gestion à long terme du combustible irradié ne peut aussi être pris en compte d’une façon satisfaisante sans une sortie progressive du nucléaire.

L’énergie nucléaire ne peut pas être éliminée immédiatement ou sans une planification prudente. En effet, dans certains pays, si les centrales nucléaires étaient arrêtées toutes en même temps, cela aurait comme conséquence une désorganisation grave ou même un arrêt complet des réseaux électriques, en partie, ou dans leur totalité. La France, l’Allemagne, le Japon, certains endroits de l’ex-Union soviétique et de l’Europe de l’Est et des régions des Etats-Unis sont dans ce cas. Il faudra, tout en préconisant une sortie progressive du nucléaire, proposer et mettre en oeuvre une politique énergétique claire qui prenne en compte le problème des émissions des GES et les besoins d’énergie de la majorité des habitants de la planète. Plusieurs politiques, technologies et suggestions viables ont été proposées (l’article donne un exemple détaillé).

Referenze:

 Énergie et Sécurité No. 5 Index
 Énergie et Sécurité Index
 Page d’accueil d’IEER


A proposito di clima è bene rivedere alcune delle cose che vennero discusse a Kyoto ricordando che si trattava di questioni che legavano strettamente clima ed energia.

da “Le Monde Diplomatique – il manifesto” del Febbraio 2001


Il clima ostaggio delle lobby industriali

Venezia invasa dalle acque, il Bangladesh sommerso e le Maldive cancellate dalla carta geografica entro la fine del secolo? Uno scenario catastrofico che non è il frutto di oscure predizioni millenaristiche, ma di un insieme di ipotesi scientifiche sull’evoluzione del clima. Dopo il clamoroso fallimento della conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti del clima, svoltasi all’Aja nel novembre 2000, il riscaldamento atmosferico continua ad aumentare. E tutto resterà immutato fino al prossimo tentativo d’accordo, che avrà luogo durante una versione bis della conferenza, prevista a Bonn in primavera.
Agnès Sinai*

Come molti temevano, la conferenza dell’Aja sui cambiamenti del clima (novembre 2000) è fallita per l’intransigenza degli Stati uniti e dei loro alleati (Giappone, Canada, Australia) – il cosiddetto gruppo Ombrello (Umbrella Group) – che pretendono di applicare il protocollo per la riduzione delle emissioni di gas serra, firmato durante la precedente conferenza a Kyoto nel ’97 (1), facendo un ricorso illimitato ai Ğmeccanismi di flessibilitàğ previsti. Un’interpretazione piuttosto liberista, respinta, nonostante le pressioni di Londra, dai negoziatori europei guidati allora, sotto la presidenza francese dell’Unione, dalla ministra dell’ambiente Dominique Voynet. Rifiuto motivato dal fatto che tanta flessibilità si sarebbe tradotta in una serie di scappatoie che avrebbero gravemente compromesso il senso stesso del protocollo. Fra le varie scappatoie invocate: il ricorso illimitato ai diritti di emissione (i famosi Ğdiritti d’inquinamentoğ) invece di un’effettiva riduzione delle emissioni di gas a effetto serra (2) (Ges) per mezzo di opportune politiche nazionali; inclusione massiccia delle foreste nella contabilizzazione degli sforzi di ciascun paese, che porterebbe, alla fine, ad un aumento del 12,5% delle emissioni di Ges nel Nord (3). Per non parlare dei troppo vaghi Ğmeccanismi di sviluppo pulitoğ, cioè la possibilità che i paesi industrializzati contino al proprio attivo le emissioni ridotte del Sud del mondo, finanziando progetti di sviluppo sostenibile che potrebbero però includere anche le centrali nucleari. Con il rischio di lasciare alle multinazionali del petrolio e ad altri grossi produttori di energia la possibilità di travestirsi da ecologisti per beneficiare degli aiuti finanziari pubblici in favore di investimenti poco rispettosi delle esigenze ambientali.
Queste lobby sono ormai onnipresenti dietro le quinte di riunioni internazionali come quella dell’Aja. I più numerosi sono i gruppi nord-americani, riuniti in un fronte comune sotto la bandiera della Camera internazionale di commercio (Cic). La loro strategia ha avuto un’evoluzione: dopo aver sistematicamente osteggiato i negoziati sul cambiamento climatico, le imprese transnazionali rivendicano ora un approccio più Ğcostruttivoğ. In compenso, si adoperano per ottenere un uso illimitato dei meccanismi di flessibilità iscritti nel protocollo di Kyoto. La retorica della flessibilità e quella delle scappatoie difese dall’Umbrella Group si spiegano con il loro indiscutibile ascendente sui negoziatori nord-americani. A cominciare dal commercio dei diritti di emissione. Benché questo meccanismo, secondo i termini del protocollo, non debba entrare in vigore prima del 2008, il commercio dei diritti costituisce già un settore speculativo particolarmente fiorente: l’ammontare globale di questi redditizi mercati a termine raggiungeva già nel 1999 i 50 miliardi di dollari (4) e potrebbe raggiungere cifre astronomiche – fino a migliaia di miliardi di dollari – nel giro di alcuni decenni.
Ciò spiega perché i mercati si muovono in anticipo, speculando ancora prima che il protocollo di Kyoto sia ratificato. La Banca mondiale ha predisposto un prototipo di ĞCarbon Fundğ, il cui obiettivo è finanziare progetti di insediamenti industriali nei paesi del Sud.
Shell e Mitsubishi, oltre al governo dei Paesi Bassi, figurano tra i principali investitori. In cambio, questo Fondo propone agli investitori – governi e imprese – crediti di emissione a basso tasso. Un modo per finanziare parte dei meccanismi di Ğsviluppo pulitoğ attraverso una speculazione sul gas carbonico. Nella stessa ottica, la Conferenza delle Nazioni unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad) ha partecipato alla fondazione dell’Associazione internazionale del mercato delle emissioni (International Emissions Trading Association) che riunisce soggetti come la Borsa australiana, l’International Petroleum Exchange, Shell, Bp, Amoco, Statoil e Tokyo Electric Power. Obiettivo di questa partnership – composta essenzialmente da imprese di paesi appartenenti all’Umbrella Group – è di predisporre un mercato globale delle emissioni, a prescindere dal destino del protocollo di Kyoto e, eventualmente, al di fuori di esso. Altri gruppi, come la Società generale di sorveglianza, Trexler e soci, Winrock International, Evolution Markets Lls, partecipano anch’essi al festino. Richard Sandor, della Environmental Financial Products Company, spiega così i termini del progetto: ĞIl nostro obiettivo è far convergere i mercati dei capitali e i mercati ambientali (5)ğ.
Ai mercati di emissioni si aggiungeranno quelli dei prodotti derivati, e i fondi speculativi ad alto rischio (hedge funds) verranno coinvolti in questa nuova economia da casinò. Altra antifona dei negoziatori dell’Umbrella Group: un’ampia inclusione dei cosiddetti Ğpozzi di carbonioğ (6), costituiti dalle foreste e dai territori agricoli (detti, nel gergo, Lulucf per Land Use, Land Use Change and Forestry Activities) nei meccanismi di Ğsviluppo pulitoğ. L’American Farm Bureau Federation (Afbf) è una delle più potenti lobby agricole degli Stati uniti, e le sue rivendicazioni politiche oltrepassano l’ambito dell’agricoltura. Infatti la maggior parte dei suoi membri non è costituito da agricoltori, ma da speculatori che contribuiscono al portafoglio di investimenti del Farm Bureau, valutato sui 4 miliardi di dollari, nel quale figurano imprese come Philip Morris, Sweyerhauser, Union Carbide e Ford Motor. Svolta a 180 gradi Oltre a contestare il fatto che le attività umane contribuiscono al riscaldamento del pianeta, le lobby si preoccupano essenzialmente degli Ğimpatti che gli accordi internazionali sul cambiamento climatico potrebbero avere sulla competitività dell’agricoltura americana (…) È importante che le trattative in corso garantiscano la massima flessibilità, in modo che gli Stati uniti possano pienamente e immediatamente mettere nel conto il carbonio sottratto dalle attività agricole (7)ğ.
L’Afbf ha lanciato il gruppo dei Farmers Against the Climate Treaty (Fact) che, come si desume chiaramente dal nome, si oppone ad ogni negoziato sul clima. Per quale motivo? Secondo il senatore repubblicano Chuck Hagel, nel quale il Fact ha trovato un rappresentante attivo – insieme a tanti altri (8) – nel Congresso americano, all’applicazione del protocollo di Kyoto seguirebbe il crollo vertiginoso dei profitti del settore, Ğdato il suo intenso fabbisogno di carburante e di energiağ.
Non meno esplicito il messaggio, questa volta ad uso interno, rivolto in una lettera dell’11 settembre 2000 dal vice presidente agli affari ambientali della cartiera Smurfit-Stone, Allen M. Koleff, a W. Henson Moore, presidente dell’American Forest and Paper Association (Af & Pa). In questa lettera Koleff si congratula con Henson Moore per Ğla svolta a 180 gradi del dipartimento di statoğ a proposito dell’inclusione dei pozzi di carbonio nel negoziato sul cambiamento climatico: ĞSono certo che questa “epifania” da parte dello stato è dovuta agli strenui sforzi del gruppo di lavoro sul cambiamento climatico dell’Af & Pa (9)ğ. Tutto ciò a furia di think-tanks talvolta difficilmente identificabili, come il Science and Environmental Policy Project che, sul suo sito internet, si definisce un’organizzazione senza scopo di lucro. Di essa fa parte Fred Singer, uno dei principali sostenitori del revisionismo climatico, che diffonde i suoi messaggi di contestazione del riscaldamento planetario dalle colonne del Washington Times, il quotidiano che, guarda caso, appartiene alla setta del reverendo Sun Myung Moon.
Anche la società Monsanto ha tutte le ragioni per rallegrarsi dei profitti che le verrebbero da una vasta inclusione dei territori agricoli nei discutibili meccanismi di assorbimento del gas carbonico, iscritti nel Lulucf. Questo le permetterebbe di far passare il suo erbicida Roundup per Ğamico del climağ (climate friendly), assieme con le sementi transgeniche Roundup Ready, senza parlare dei profitti futuri di piantagioni di Ogm ad alto assorbimento di gas carbonico.
Monsanto si era già mostrata particolarmente attiva dietro le quinte delle precedenti conferenze sul cambiamento climatico, al punto di farsi rappresentare presso il Giec, un gruppo di esperti accreditato presso le Nazioni unite, e autore, nel maggio 1999, di un rapporto specifico sul Lulucf. Le lobby europee non sono da meno: l’Unione delle confederazioni dell’industria e dei datori di lavoro d’Europa (Unice) e la Tavola rotonda europea degli industriali (Ert) (10), che riunisce gli amministratori delegati di quarantacinque fra le più grandi imprese europee, puntano su un impegno Ğvolontarioğ nella lotta contro l’effetto serra. Produrre di più senza consumare più energia, al di fuori di ogni quadro vincolante e di ogni controllo, pur beneficiando della manna dei mercati delle autorizzazioni di emissione e dell’appoggio del Fondo mondiale dell’ambiente per l’insediamento di progetti industriali Ğpulitiğ nei paesi del Sud: altrettante interpretazioni assai poco convincenti dello sviluppo sostenibile, imposte da questi gruppi industriali.


note:

* Ricercatrice presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS), Parigi.

(1) Si legga Monique Chemillier-Gendreau, ĞMarchandisation de la survie planétaireğ, Le Monde diplomatique, gennaio 1998.

(2) Anidride carbonica o gas carbonico (derivanti dai processi di combustione, quindi dall’industria, dai sistemi energetici e dai trasporti), clorofluorocarburi (utilizzati nella fabbricazione di liquidi refrigeranti, gas propulsori o agenti di fabbricazione di schiume e solventi), metano (di provenienza agricola, in relazione alla crescita demografica), ossido di azoto (combustione di vegetali, utilizzazione di fertilizzanti azotati).
(3) West Coast Environmental Law Research Foundation, ĞSinking the Climate: will Canada’s approach to carbon sequestration sink the Kyoto Protocol?ğ, Vancouver, settembre 2000, consultabile su: http://www.wcel.org
(4) The Wall Street Journal Europe, 17 ottobre 2000.

(5) Financial Times, Londra, 4 novembre 1999.

(6) L’espressione Ğpozzi di carbonioğ è usata per indicare le estensioni di foreste o di coltivazioni, in base al principio che la vegetazione assorbe anidride carbonica. Nel bilancio dei gas di serra, accanto alle fonti che emettono, vengono calcolate anche quelle che assorbono, dette appunto pozzi.

(7) Lettera inviata il 13 novembre 2000 – primo giorno dei negoziati dell’Aja – a Dan Glickman, segretario americano per l’agricoltura, e co-firmata da: American Farm Bureau Federation, American Soybean Association, National Cattlemen’s Beef Association, National Corn Growers Association, National Farmers Union.
(8) Il senatore repubblicano del Nebraska, Pat Roberts, ha solennemente auspicato un Ğrisveglioğ della popolazione rurale degli Stati uniti, congratulandosi per l’opposizione del Fact a ogni trattato. Fonte: http://www.fb.org.

(9) Questa lettera è priva di firma manoscritta, ma è dattilografata su carta intestata.

(10) Leggere il libro di riferimento sulla questione delle lobby europee: Belén Balanyà, Ann Doherty, Olivier Hoedeman, Adam Ma’anit, Erik Wesselius, Europe Inc., Agone, Marsiglia, 1999.
(Traduzione di M.G.G.)


da “Le Monde Diplomatique – il manifesto” del Novembre 1997


Un pianeta da salvare


Ignacio Ramonet

Dall’1 al 12 dicembre la città di Kyoto accoglierà i rappresentanti di 150 paesi, chiamati a discutere le misure da adottare per far fronte al surriscaldamento del pianeta causato dall’aumento delle emissioni di gas e dal conseguente effetto serra. Il fatto che questa conferenza si svolga in Estremo Oriente, nel momento in cui l’Asia è scossa da una serie di disastri finanziari ed ecologici, cade a proposito.
I vecchi “dragoni” (Hong Kong, Singapore, Taiwan, Corea del sud) e quelli nuovi (Malesia, Indonesia, Thailandia, Filippine) presentati ancora ieri come modello da imitare, o esempio da contrapporre agli “insuccessi del terzo mondo”, dai grandi organismi economici (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico nonché da tutti i paladini dell’ultraliberismo), stanno affrontando una serie di gravissimi disordini sul mercato mobiliare. Dopo il crollo della Borsa di Hong Kong, i mercati finanziari dei cinque continenti, a incominciare da Wall Street, sono anch’essi travolti dalla tormenta proiettando così lo spettro di un possibile crack del sistema monetario internazionale. Il modello di crescita fondato sul basso costo della manodopera, sulla svalutazione della moneta, sulle esportazioni a oltranza, su elevati tassi di interesse per attirare investitori e speculatori internazionali il tutto inquadrato in un regime politico autoritario appare ormai molto meno esemplare, anzi pericoloso.
Come se non bastasse, alcuni dei paesi più colpiti da questi cicloni borsisitici Indonesia e Malesia in particolare hanno subito disastri ecologici di portata eccezionale. Migliaia di giganteschi incendi, sfuggiti a ogni controllo, hanno devastato oltre 800.000 ettari di foreste nelle isole di Sumatra, Giava, Borneo e Sulawes (i Sulawesi). Immense nubi di fumo tossico, delle dimensioni di mezzo continente, hanno coperto di fuliggine e immerso nella semioscurità città come Kuala Lumpur, provocando una serie di gravi incidenti.
Le due catastrofi quella finanziaria e quella ambientale sono evidentemente collegate tra loro. Se infatti questi incendi sono in parte imputabili alla siccità causata da un fenomeno climatico ciclico, denominato el Niûo, il motivo principale del disastro va ricercato nella politica di deforestazione massiccia portata avanti da decenni, sulla base di un modello iperproduttivista, speculativo e suicida. In nome di una interessata confusione tra crescita e sviluppo, gli stati del Nord e del Sud perseguono così la distruzione sistematica dell’ambiente. Urbanizzazione galoppante, deforestazione tropicale, contaminazione delle falde freatiche (leggere le pagine 18 e 19) dei mari e dei fiumi, surriscaldamento del clima, impoverimento della fascia d’ozono, piogge acide: l’inquinamento minaccia l’avvenire dell’umanità.
Sei milioni di ettari di terreni arabili scompaiono ogni anno a causa della desertificazione. Dovunque l’erosione e l’ipersfruttamento concorrono a ridurre le superfici coltivabili a ritmo accelerato. Gli equilibri ecologici sono resi più vulnerabili dall’inquinamento industriale dei paesi del Nord e dalla povertà di quelli del Sud (deforestazione, scomparsa delle terre a maggese). In nome di logiche economiche e politiche assurde, gli esseri umani muoiono ancora di fame: la malnutrizione colpisce oggi 800 milioni di individui (1). Nel 2010 il manto forestale del globo sarà ridotto di oltre il 40% rispetto al 1990. Nel 2040, l’accumulazione dei gas responsabili dell’effetto serra potrebbe comportare un riscaldamento da 1 a 2 gradi delle temperatura media del pianeta, e un innalzamento da 0,2 fino a 1,5 metri del livello degli oceani. Queste previsioni non sono confermate, ma se si aspetta di aver acquisito certezze scientifiche in materia, sarà troppo tardi per intervenire: l’innalzamento del livello degli oceani avrà già causato danni irreparabili.
Ogni anno scompaiono tra i 10 e i 17 milioni di ettari di foreste: una superficie pari a quattro volte il territorio della Svizzera. La deforestazione distrugge un patrimonio biologico unico, dato che le foreste tropicali umide danno riparo al 70% delle specie esistenti. Ogni anno, circa 6.000 specie sono cancellate dal pianeta. Secondo l’Unione internazionale per la conservazione della natura (Uicn), il 20% di tutte le specie esistenti sarà scomparso entro dieci anni.
Le foreste più colpite sono quelle tropicali. In Indonesia ad esempio, quasi l’80% delle foreste umide dell’isola di Sumatra è scomparso già dagli anni 70, e nel Borneo il numero degli alberi abbattuti è quasi quintuplicato in 16 anni. Distruzioni certamente dovute anche al rapido aumento della popolazione, che usa il legname come combustibile e sfrutta le terre al massimo per l’agricoltura; ma la causa principale è lo sfruttamento delle foreste per alimentare le esportazioni verso i paesi ricchi.
La conferenza di Berlino sul clima, nell’aprile del 1995, ha riaffermato che il mercato non è in grado di rispondere ai rischi globali che incombono sull’ambiente. La tutela della biodiversità attraverso uno sviluppo sostenibile è quindi ormai un imperativo. E’ definito “sostenibile” un modello di sviluppo che lasci alle generazioni future un ambiente di qualità almeno uguale a quello ereditato dalle generazioni precedenti.
I paesi occidentali e in particolare gli Stati uniti, responsabili di metà delle emissioni dei gas carbonici dei paesi industrializzati devono mantenere gli impegni sottoscritti al vertice di Rio del 1992. Ma finora non se ne è fatto nulla.
Mentre l’Unione europea si è pronunciata per una riduzione dei gas del 15% entro il 2010, l’amministrazione Clinton ha recentemente proposto di tornare ai livelli del 1990 entro il… 2012, e inoltre di istituire, a partire dal 2008, un sistema di “licenze di inquinare” negoziabili. Dal canto loro, numerosi governi del Sud non vogliono ammettere che il degrado degli ecosistemi comporta conseguenze tragiche per l’intera umanità.
Senza uno sforzo collettivo non riusciremo a dare sollievo al pianeta. Al Nord come al Sud è ora di finirla con il modello di sviluppo adottato ormai da secoli, a grandissimo danno della Terra.


note:

(1) Cfr. René Dumont, Famine, le retour, Politis-Arléa, Parigi 1997.


da “il manifesto” del 11 Dicembre 1997


CALORE


GUGLIELMO RAGOZZINO

ALL’ASSEMBLEA di Kyoto sul clima sono emersi due aspetti sopra ogni altro. Il primo è che ormai è accettata nella comunità politica dei reggitori del mondo la certezza dell’effetto-serra. Una convinzione che un tempo era di pochissimi scienziati dotati di fantasia, è diventata la verità scientifica del tempo, il futuro più che probabile davanti a noi. In un caso precedente, quello sorto all’inizio degli anni settanta con il club di Roma e “I limiti dello sviluppo” una parte minoritaria dell’opinione scientifica e politica riteneva che si andasse verso l’esaurimento delle risorse. Che occorresse perciò risparmiarne, in modo che durassero di più. Benché sconfitto, quel movimento diede un grande impulso alla coscienza ambientalista e fu alla base di importanti scelte. “La qualità della vita”, “il risparmio energetico”, espressioni che ora fanno parte del senso comune, trenta anni fa non esistevano.

Ora che sappiamo di vivere dentro la serra, sappiamo invece che le comuni attività umane, le industrie, le deforestazioni, i trasporti, l’energia, sono in grado di sconvolgere il clima, di aumentare la temperatura del globo, di sciogliere i ghiacci polari, con un primo effetto sostanzioso: sommergere interi arcipelaghi oceanici, antiche città, lunghe fasce costiere nel Mediterraneo, le coste d’Italia. Sappiamo che i bambini che nasceranno nei primi anni del prossimo millennio vedranno Venezia da un batiscafo.

La distruzione di Venezia è stato un obiettivo dei futuristi di Marinetti, alla ricerca di modernità e di scandalo. Qui invece sarà, se sarà, il risultato della conservazione e del calcolo. Infatti, una volta acquisito che il disastro dista da Kyoto solo pochi anni e che prima di allora le conseguenze dell’effetto-serra saranno ogni anno più gravi e più frequenti, più distruttive, più globali, si discute in modo assai acceso su come ripartire e coprire le spese e su chi debba pagarle. Nessuno vuol farlo per conto di altri. E’ questo il secondo, sordido punto: chi paga per la salvezza. La discussione di Kyoto è stata un tremendo battibecco tra chi diceva: anch’io ho diritto alla mia fetta di cancro e chi diceva bisogna che facciamo un passo indietro tutti insieme, perché altrimenti non vale. Così si è finito per decidere un accordo che scontenta un po’ tutti e per questo sembra giustissimo, degno di Salomone. L’esempio italiano valga per tutti: l’Italia doveva attrezzarsi per ridurre entro il 2010 i gas di serra (in particolare anidride carbonica) del 7% rispetto alla “produzione” del 1990; con l’accordo l’impegno scenderebbe al 6%. Noi chiediamo che si dia un segnale, che l’Italia, spontaneamente, segua l’invito del Wwf e mantenga il suo 7%, piccolo pegno di civiltà.


da “il manifesto” del 7 Aprile 1995


Mondo cassonetto

Nella Conferenza sul clima un abisso tra retorica e realtà, come ai tempi del disarmo. Gorbaciov ecologico cercasi


WOLFGANG SACHS*

NON E’ DIFFICILE prevedere lo scenario nascosto delle trattative sul clima: seguono una logica simile a quelle sul disarmo durante la guerra fredda. Chi non lo ricorda? A Vienna o Ginevra, i negoziatori sovietici e americani si sedevano periodicamente uno di fronte all’altro, trattavano della riduzione delle armi letali mentre il mondo li guardava con ansia – e intanto, da ambedue le parti, il riarmo degli apparati bellici continuava allegramente. Già allora si poteva vedere in questo abisso tra retorica e realtà non l’insuccesso, ma il fulcro della questione. Perché da una parte i militari volevano stare nella “spirale del riarmo”, dall’altra però dovevano rimanere credibili in quanto guardiani della pace.

Questa stessa logica si ritrova nelle trattative sul clima. Nel 1992, in occasione del “Summit della terra” a Rio de Janeiro, i governi dei paesi industrializzati si erano messi d’accordo per ridurre le emissioni di gas responsabili dell’effetto serra ai livelli del 1990; nel 1995 appare però chiaro che fino al 2000 ci si deve aspettare negli stati dell’Ocse un aumento delle emissioni di anidride carbonica superiore del 13 rispetto al 1990.

L’abisso tra retorica e realtà continua. I traguardi di riduzione hanno ovunque una importanza operativa limitata; gli Stati uniti auspicano addirittura di ammettere, dopo un abbassamento delle emissioni, un loro nuovo aumento. Non si può non vedere nel vertice sul clima una “manifestazione rituale”. Quel manto vitale per la terra che è l’atmosfera non è visto come un'”eredità” comune da salvaguardare, ma piuttosto come un cassonetto dell’immondizia che purtroppo è possibile riempire solo fino al bordo.

Di conseguenza la prima domanda da porsi per le trattative sull’ambiente è: quale volume dell’inquinamento possiamo permetterci? Si tenta di ottenere dagli scienziati informazioni più o meno attendibili sulla sopportabilità della biosfera. Si continua a girare intorno alla discussione sui limiti massimi: anche a Berlino, sotto l’ordine del giorno “adeguatezza degli obblighi”. Gli scienziati dondolano scettici la testa, gli stati insulari vogliono di più, gli Usa pongono condizioni, all’Opec ogni discussione sui limiti dà fastidio. Non evitare le emissioni, ma normalizzarle è al centro dell’interesse.

Seconda domanda: quali paesi sapranno accaparrarsi i diritti di inquinamento? Ecco che vediamo i diplomatici impegnati nel consueto braccio di ferro. Alla conferenza di Berlino Stati uniti, Canada e Nuova Zelanda vorrebbero definire ormai anche i diritti di emissione di paesi emergenti come Cina, India, Brasile, Corea e Taiwan. Questi rispondono ribadendo il proprio diritto a inquinare. Ma il terreno comune è la convinzione che ogni riduzione rappresenti un peso, un’addizionale montagna di costi da evitare. Sia il Nord che il Sud si attengono con fervore al corrente modello di sviluppo economico, energicamente avido, benché sia dimostrato che una linea di basso consumo d’energia sia non solo meno costosa ma comporti anche meno distruzione dell’ambiente, meno ingiustizia sociale, meno dipendenza, insomma, un benessere comune maggiore.

Si delinea la terza domanda: come si possono mutare le concessioni di politica ambientale in vantaggi di potere? Fin dal Summit di Rio – quando i paesi industrializzati volevano obbligare quelli in via di sviluppo a un certo comportamento ecologico in materie di foreste, varietà delle specie e clima – i governi del Sud hanno scoperto che le concessioni ambientali potevano essere usate nelle trattative nel gioco degli interessi di potere. Controllano – spesso guidati da Cina, Malesia, Brasile – che lo spazio per realizzare la loro utopia, cioè diventare come il Nord, non sia ridotto. O, almeno, cercano di ottenere dal Nord concessioni finanziarie e di politica commerciale per migliorare un tantino la loro posizione sul mercato mondiale. Al Nord importa soprattutto impegnare i paesi emergenti in una rete di accordi, per arginare le loro pretese riguardo alla biosfera. Da parte loro, le élites del Nord hanno come unica priorità quella di arrivare primi nella concorrenza tra l’Europa, l’Asia orientale e gli Usa; un adattamento ecologico delle loro economie si può eventualmente fare, nei “box d’attesa” durante la gara.

Ma perché le mostruose trattative sul disarmo a Ginevra o a Vienna appartengono ormai al passato? Ricordiamo che una delle due parti, l’Unione sovietica, decise di uscire dalla “spirale del riarmo”, un po’ per debolezza sua, un po’ per convinzione. Appena ritiratasi dalla gara dei giganti, andò a rotoli tutto il gioco. Fu un commiato unilaterale a liberare il mondo dalla minaccia nucleare: perché un commiato unilaterale non dovrebbe liberarci dalla minaccia climatica? Anche in questo caso il mondo emanerebbe un gran sollievo e gli avversari del clima, imbarazzati, forse inizierebbero addirittura una gara per il salvataggio del manto atmosferico. Il mondo aspetta un Gorbaciov ecologico.

*Istituto per il clima, l’ambiente e l’energia di Wuppertal


da “il manifesto” del 12 Dicembre 1997


Mediazione sul clima, meno 5,2 per cento


MARINA FORTI

LA MARATONA si è conclusa solo ieri, quando in Europa era l’alba e in Giappone giorno ormai inoltrato. I quasi diecimila delegati, osservatori e lobbisti hanno perso prima il sonno e poi gli aerei per tornare a casa. Ma infine il ministro dell’ambiente giapponese Hiroshi Oki, che presiedeva i lavori della conferenza sul clima, ha battuto un colpo sul tavolo e ha annunciato: il protocollo d’intesa è ufficialmente approvato per “consenso”.

E’ il primo trattato internazionale che vincola i maggiori paesi industrializzati a ridurre le emissioni di gas “di serra”, responsabili del riscaldamento abnorme dell’atmosfera e dei cambiamenti del clima. Anche se le delusioni sono molte: “Non è sufficente per il futuro”, ha commentato la Commissaria europea per l’ambiente Ritt Bjerregaard, “avremmo voluto qualcosa di più ambizioso”.

“Forse questo sarà ricordato come il Giorno dell’Atmosfera”, ha scherzato il presidente della Conferenza, l’ambasciatore argentino Raul Estrada. Certo l’ultima, lunga nottata della conferenza sarà ricordata per la confusione, i colpi di scena e le frenetiche trattative. E per gli scontri verbali, al limite della rissa, tra Cina e Stati uniti…

Cosa ha tenuto svegli i negoziatori tutta la notte? La sera di mercoledì l’accordo sembrava fatto, quanto le tre principali forze in campo – Giappone, Unione europea e Stati uniti – avevano trovato un compromesso sulla falsariga di una mediazione delle Nazioni unite. Quel compromesso resta: gli Usa hanno abbandonato la posizione iniziale (“stabilizzare” le emissioni al livello del 1990) mentre l’Unione europea ha abbassato i suoi obiettivi, ha accettato impegni differenziati per paese (come del resto avviene all’interno dell’Ue stessa) e ha accettato di includere nel trattato tutti i sei gas “di serra” (sia quelli di origine naturale, sia quelli di origine chimica).

L’accordo finale dunque prevede la riduzione complessiva delle emissioni del 5,2% in media entro il 2008-2012; l’anno di riferimento è il 1990 per anidride carbonica, metano e ossidi di azoto; e il 1995 per perfluorocarburi, idrofluorocarburi e esafluoruri di zolfo. L’entità della riduzione varia dal meno 8% dei paesi europei al meno 7 degli Usa, meno 6 del Giappone, lo zero di Russia e Ucraina, fino al più 8 per cento dell’Australia (in tutto i paesi vincolati dall’accordo sono 38).

Il compromesso appena trovato ha rischiato però di saltare nella notte quando la Cina si è impuntata, a nome di tutto il gruppo dei 77 (i paesi in via di sviluppo). E infine ha ottenuto ciò che voleva: è scomparso dal testo finale il passaggio sugli “impegni volontari” dei paesi in via di sviluppo a ridurre le loro future emissioni di gas di serra, a spese – affermano Cina e India – della loro indispensabile crescita economica. La vittoria diplomatica della Cina con ogni probabilità apre un problema interno agli Stati uniti: il senato di Washington aveva dato mandato a non accettare alcun accordo senza un “significativo” impegno dei paesi in via di sviluppo. E già ieri alcuni senatori Usa presenti a Kyoto predicevano che il Congresso non lo ratificherà.

Il “commercio di emissioni” è stato il secondo tema di scontro, su cui gli Stati uniti hanno fatto una questione di principio e alla fine l’hanno spuntata. Il protocollo infatti permette a ciascun paese (di quei 38 vincolati dal trattato) di comprare o vendere parte delle proprie quote di emissioni (o “diritti di inquinamento”. Il trattato ammette questo meccanismo solo tra i 38 paesi vincolati dal trattato, ma i paesi in via di sviluppo temono che gli industrializzati aggirino i loro obblighi comprandosi quote di “diritto a inquinare”. Un altro meccanismo che non convince i paesi in via di sviluppo è il “meccanismo per lo svoluppo pulito”, altrimenti detto “Banca verde”, il fondo in cui paesi ricchi potranno mettere soldi (a compensare la mancata riduzione delle emissioni) per finanziare progetti di tecnologie pulite nei paesi in via di sviluppo. Il pericolo è che questo offra un alibi a non rifinanziare il fondo definito Gef (Global environmental facility), istituito dal Vertice di Rio sull’ambiente e gestito dalla Banca mondiale proprio per lo “sviluppo sostenibile” del terzo mondo.

Sono queste le “scappatoie” denunciate dalle organizzazioni ambientaliste a Kyoto, dal Wwf a Greenpeace. E poi, l’accordo “legalmente vincolante” non prevede meccanismi di controllo né sanzioni per verificare il rispetto degli obiettivi: se ne parlerà nelle prossime conferenza della Convenzione sul clima. La prossima (quarta) sarà a Buenos Ayres nel novembre 1998.


05-09-2005
Un clima da accordi paralleli

Marzio Galeotti

Alessandro Lanza

da lavoce.info

In questo ultimo scorcio d’estate, arrivano nuove certezze sul fenomeno del riscaldamento globale.

La nuova evidenza

Se la temperatura al suolo viene registrata in aumento, lo stesso fenomeno dovrebbe verificarsi nella troposfera, lo strato più basso dell’atmosfera, quello più a contatto con la superficie terrestre. Tuttavia, dagli anni Settanta a oggi le rilevazioni effettuate con i consueti strumenti hanno evidenziato una sostanziale stabilità delle temperature della troposfera. Ora, tre articoli pubblicati nel numero di Science dell’11 agosto 2005 hanno rilevato errori nella misurazione e registrazione dei dati di temperatura di quello strato. (1)
Una volta corretti, allineano la tendenza a quella rilevata per la superficie terrestre: il trend degli ultimi decenni è crescente e in accelerazione. Cosicché un ulteriore piccolo pezzo di incertezza sembra essere stato risolto. Naturalmente, va posta la consueta domanda: è l’aumento della temperatura terrestre una conseguenza del riscaldamento del pianeta originato da attività umane?

Il summit di Gleneagles e gli Stati Uniti

Qualche delucidazione in merito alla risposta e a quanto passa nella mente dei leader dei principali paesi del mondo sviluppato è venuta dal summit dei G8 svoltosi in terra di Scozia, a Gleneagles, il 6-8 luglio scorsi. Le premesse non erano state incoraggianti. Nonostante Tony Blair fosse determinato a far sì che dal summit uscisse una dichiarazione congiunta sulla serietà del problema dei cambiamenti climatici e il riconoscimento che la scienza obbliga il mondo ad agire per contenere le emissioni di gas-serra, il presidente americano George W. Bush aveva ancora una volta spinto sul pedale del freno. Niente tagli alle emissioni, ma investimenti in nuove tecnologie: questo era il consueto leit-motif, ripetuto anche a ridosso dell’evento. Il presidente ribadiva poi la sua opposizione a qualsiasi accordo che assomigli a Kyoto perché riduzioni vincolanti delle emissioni affosserebbero l’economia americana.
Con qualche sorpresa il vertice si è invece concluso con una dichiarazione in cui tutti – Stati Uniti compresi e, per l’occasione, leader di Brasile, Cina, India, Messico e Sud Africa – riconoscono che il riscaldamento globale si sta davvero verificando, che le attività umane vi stanno contribuendo e che potrebbe influenzare qualsiasi parte del globo. I presenti hanno dichiarato altresì di voler passare urgentemente all’azione con l’obiettivo di sviluppare tecnologie pulite, aumentarne la disponibilità per i paesi in via di sviluppo e aiutare le comunità più vulnerabili ad adattarsi all’impatto del cambiamento climatico.
Più significativamente da un punto di vista politico e diplomatico, nelle parole dei leader presenti l’incontro marcava l’inizio di un “nuovo dialogo” sulla politica del clima tra paesi del G8 e quelli con rilevante fabbisogno di energia, in linea con lo spirito e i principi della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici dell’Onu (Unfccc).
Molti osservatori hanno salutato questa dichiarazione come un successo: indurre gli Stati Uniti a riconoscere una responsabilità dell’uomo nel fenomeno del riscaldamento globale è stato visto come un significativo progresso realizzato dal vertice. (2)
In qualche misura il successo c’è stato, visto che il mondo era dapprima più interessato alla questione degli aiuti al terzo mondo e poi concentrato sulle bombe di Londra. Essere riusciti a mantenere il clima al centro della discussione e aver prodotto una simile dichiarazione è sicuramente un merito dei partecipanti e del primo ministro britannico in particolare. Sotto il profilo della sostanza si tratta di ben poca cosa.
Bush figlio non ha fatto altro che rinfrescarsi la memoria andando a rileggere le gesta del padre che aveva apposto anche la sua firma alla convenzione concordata all’Earth Summit di Rio de Janeiro nel 1992. (3) Forse pressato dalle rivelazioni della stampa sulle alterazioni e censure apportate dal suo staff a rapporti scientifici che mettevano in evidenza la serietà del fenomeno dei cambiamenti climatici e l’urgenza di correre al riparo con opportune politiche o più probabilmente indotto dall’orientamento crescente del grande business non energetico a invocare azione contro il fenomeno: sono questi i due motivi che probabilmente hanno portato su una posizione nuova il presidente Bush, che alla fine si è presentato quasi protagonista in positivo del summit. In realtà, la sua determinazione a contrastare le posizioni europea e russa e la netta preferenza del Vecchio Continente per vincoli quantitativi alle emissioni anche nel periodo post-2012 si è concretizzata in un colpo a sorpresa, un po’ all’insegna del “divide et impera”.

Un accordo alternativo?

È così che, alla soglia delle vacanze estive, il 27 luglio scorso rimbalzava dall’Australia la notizia che Usa, Australia, Cina, India, Corea del sud, cui si aggiunge all’ultimo momento anche il Giappone, hanno siglato un patto di collaborazione per sviluppare nuove tecnologie pulite: riguardano in particolare il carbone pulito, le energie rinnovabili (eolica soprattutto) e il nucleare di nuova generazione. L’intento dell’accordo è di consentire la riduzione delle emissioni di gas-serra senza la necessità di porre limiti vincolanti. (4)
Molti hanno letto in questa operazione la volontà di superare il protocollo di Kyoto e significativa è l’adesione di un paese come il Giappone che quel protocollo ha ratificato. In realtà, il gruppo dei sei paesi non boicotta né mina Kyoto, ma cerca di fare qualcosa di parallelo. Uguale l’obiettivo, diverso lo strumento. Con in più il fatto che tetti alle emissioni presentano sulla carta maggiore certezza di tempi e di risultati rispetto all’innovazione tecnologica.
Ma il significato più rilevante del patto è politico. Voluto soprattutto dall’Australia, nasce come il suo tentativo di superare l’isolamento internazionale rispetto agli altri paesi sviluppati che si sono vincolati a un accordo. Questa esigenza era forte anche nell’amministrazione Usa, che quindi ha prontamente aderito. Allo stesso tempo questi paesi, che rappresentano una fetta rilevante di popolazione mondiale e di emissioni globali, intendono forse dare vita a un’alleanza strategica nell’area Asia-Pacifico, capace di opporsi all’ Unione europea e alla Russia in vista dei giochi sul clima post-2012. Il tutto con buona pace del “New Dialogue” sbandierato a Gleneagles.
Vedremo quali implicazioni per la politica del clima avrà tutto questo in autunno, dal 28 novembre al 9 dicembre, quando a Montréal si svolgerà l’undicesima Cop (Conferenza delle Parti) e contestualmente il primo Mop (Meeting delle Parti), riunione riservata ai soli paesi che hanno ratificato il protocollo di Kyoto.

E l’Italia?

L’Italia viaggia intanto su altri livelli. L’evento di queste settimane è rappresentato dal discusso (e discutibile) inserto pubblicitario a pagamento che il ministero dell’Ambiente ha fatto pubblicare su Famiglia Cristiana. (5) Si tratta di un comunicato che riprende i contenuti di un convegno organizzato a Roma sui cambiamenti climatici. Come si evince dal comunicato, in quel convegno, che brilla per l’assenza degli scienziati italiani maggiormente esperti di cambiamenti climatici, si manifesta un profondo scetticismo circa l’esistenza del fenomeno. Il tutto con l’intento di scaricare sulla scienza e le sue mancate certezze l’incapacità del potere politico di imboccare speditamente e decisamente la strada del controllo delle nostre emissioni e del rispetto dei vincoli che ci siamo assunti. È in fondo la posizione nota del ministro Matteoli, in linea con l’orientamento al di là dell’Atlantico. È tuttavia ironia della sorte che nel frattempo gli Usa abbiano già mutato orientamento.

(1) All’indirizzo http://www.sciencemag.org/sciencexpress/recent.shtml si trova l’indice del numero di Science in parola. L’accesso al testo degli articoli è a pagamento. Un riassunto è tuttavia disponibile in “Heat and light”, The Economist, 11 agosto 2005.
(2) Nonostante il giudizio immancabilmente negativo sull’esito del vertice degli ambientalisti, questa posizione è autorevolmente adottata per esempio da The Economist nell’articolo “More than hot air” del 14 luglio 2005.
(3) Per rinfrescarsi la memoria sul summit di Rio si veda il breve riassunto all’indirizzo http://www.un.org/geninfo/bp/enviro.html.
(4) Un ricco assortimento di comunicati relativi a questo patto si trova, alla data del 29 luglio 2005, nell’archivio del sito http://www.climatewire.org.
(5) Il testo del comunicato è consultabile all’indirizzo http://www.bo.cnr.it/documenti/stampa/convegno-clima.pdf


04-04-2006
L’ambiente e il tabù delle tasse

Marzio Galeotti

da lavoce.info

La riduzione di cinque punti del cuneo fiscale sul lavoro è uno dei temi che hanno tenuto banco durante la campagna elettorale. Come finanziarla è stato poi oggetto di aspro dibattito, mentre il tema “il nuovo Governo aumenterà le tasse” sta infiammando il finale della competizione elettorale.

Le riforme fiscali ambientali

L’impressione è che in questi ultimi giorni entrambe le coalizioni si stiano un po’ dimenticando del vincolo di bilancio tra promesse di riduzioni di tasse, aumenti di spese e invarianza di tributi vari. Soprattutto, confermano ancora una volta come sia proibito proferire la parola “tasse” in vista di elezioni, e men che meno dichiarare l’intenzione di introdurne di nuove.
Ebbene, qui vorremmo sostenere l’opportunità, se non la necessità, di introdurre, o quantomeno in prospettiva di inasprire, certa tassazione, quella ambientale. Il suggerimento richiede un’altra premessa.
Mentre il ciclo elettorale resta un fatto di breve periodo, l’orizzonte delle grandi questioni e dei problemi che affliggono l’umanità, e che gridano di essere affrontati (non diciamo risolti), si allunga vieppiù. Pensiamo all’aviaria e alle epidemie. Al trend demografico. Al problema delle pensioni. Alla sicurezza energetica e ai cambiamenti climatici. Crediamo che sia assolutamente necessario spezzare questo meccanismo perverso. Assistiamo a richiami sempre più frequenti – grida di allarme sarebbe un termine più esatto – sulle conseguenze nefaste dei mutamenti del clima. Che sono causati dall’effetto serra, alimentato a sua volta dalle crescenti emissioni associate all’uso dei combustibili fossili. Sebbene necessari per sostenere l’attuale modalità di sviluppo economico delle nazioni, petrolio, carbone e gas sono utilizzati in quantità eccessiva rispetto al livello socialmente ottimale relativamente a fonti alternative. Il loro prezzo infatti non incorpora il costo dei danni climatici che il loro impiego comporta. La tassazione ambientale svolge precisamente la funzione di far pagare il prezzo pieno dell’uso delle fonti fossili. (1)

La vicenda della carbon tax

Il programma elettorale del centrosinistra, al capitolo “Per cambiare con energia. L’innovazione e la sicurezza in campo energetico”, lodevolmente esordisce asserendo la volontà di rispettare gli impegni assunti dall’Italia con la ratifica del Protocollo di Kyoto. Troppo ambiziosamente, tuttavia, afferma che l’80 per cento della prevista riduzione di emissioni proverrà da misure domestiche. Sarebbe invece opportuno e necessario introdurre, o meglio re-introdurre, la cosiddetta carbon tax.
La legge Finanziaria per il 1999 l’aveva già introdotta per volontà dell’allora ministro dell’Ambiente, Edo Ronchi. (2) Si trattava di un tributo che gravava sull’anidride carbonica generata dai diversi combustibili commisurato alla quantità di gas emesso, con lo scopo di riorientare i consumi in senso favorevole all’ambiente contenendo progressivamente la produzione di gas-serra, da applicarsi con gradualità. In sostanza, realizzava il principio della responsabilità dell’inquinatore (polluter pays principle) sancito tra l’altro dalla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici siglata a Rio de Janeiro nel 1992. Sfortunatamente, non entrò mai in vigore e cadde velocemente nell’oblio.

Un doppio dividendo

L’aspetto più interessante di “quella” carbon tax era che adottava anche il principio dell’invarianza del gettito, per realizzare quello che in letteratura è noto come “doppio dividendo”. L’idea è infatti di restituire i proventi del gettito sotto forma di riduzione degli oneri sociali sul costo del lavoro, con l’obiettivo di arrivare a un aumento dell’occupazione. Un secondo dividendo che si aggiunge al primo, un clima migliore. Vi è un’ampia letteratura sul tema delle riforme fiscali ambientali e sul principio del doppio dividendo. (3) Naturalmente, il secondo dividendo, tramite sussidi e incentivi di segno opposto rispetto alla carbon tax, può essere rappresentato dallo sviluppo di fonti di energia rinnovabile e da miglioramenti dell’efficienza energetica. En passant, notiamo che sia il programma della Casa delle libertà che quello dell’Unione ne parlano.
Il tributo ambientale qui suggerito contribuisce a sanare un perdurante paradosso del sistema fiscale, che grava maggiormente sulle risorse abbondanti, come il lavoro, e relativamente meno su risorse scarse, come quelle naturali. Va inoltre ricordato che la tassazione ambientale con dividendo sull’occupazione fu prospettata originariamente nel 1993, nel famoso piano Delors, elaborato dalle autorità europee per combattere la disoccupazione e la cosiddetta “eurosclerosi”. (4)
Torniamo così al dibattito politico di questi giorni. Entrambi i programmi elettorali, pur così diversi tra loro, si dilungano nell’esporre che cosa il futuro Governo intende fare, ma molto rari sono i riferimenti agli strumenti con cui raggiungere gli obiettivi enunciati. La scarsa sensibilità rispetto ai temi dell’ambiente in generale, e del clima in particolare, dell’attuale Governo è cosa nota. Nel caso invece della coalizione di centrosinistra, una riforma fiscale ambientale con utilizzo del gettito a favore del lavoro consentirebbe al suo leader Romano Prodi di mantenere due promesse: la riduzione del cuneo fiscale senza intaccare gli equilibri di bilancio e contribuire al miglioramento del clima. Un doppio dividendo anche per lui, e per tutti noi.

(1) Questo è un tema su cui anche The Economist insiste, riferendosi in particolare all’eccessivamente basso prezzo dell’energia statunitense. Una carbon tax sarebbe un “modo semplice, elegante ed economicamente efficiente per ridurre i consumi di energia e dare impulso a tutte le alternative al petrolio (“An oily slope”, The Economist, 3 novembre 2005). Non introducendo una simile tassa “che renderebbe manifesto ai consumatori il vero costo dell’energia, l’America rinuncia al migliore modo per dare un calcio alla propria dipendenza dal petrolio e fare un maggiore uso di fonti alternative” (“Power Games”, The Economist, 5 gennaio 2006).
(2) Il testo della legge è contenuto nell’articolo 8 della legge 23 dicembre 1998 n. 448 ed è disponibile all’indirizzo http://www.nonsoloaria.com/Leggi%20aria/L%20448%2023-12-1998%20art.8.PDF. Del previsto gettito di oltre duemila miliardi di vecchie lire per il 1999, circa 1.300 miliardi avrebbero dovuto essere impiegati, secondo il testo del provvedimento, per ridurre il costo del lavoro in varie modalità.
(3) Vedi Carlo Carraro, Marzio Galeotti e Francesco Bosello (2000), “The Double Dividend Issue: Modeling Strategies and Empirical Findings”, Environment and Development Economics, 6, 9-45 e Stefania Migliavacca (2004),  qui disponibile . Un lavoro applicato sul tema è invece: Carlo Carraro, Marzio Galeotti e Massimo Gallo (1996), “Environmental Taxation and Unemployment: Some Evidence on the Double Dividend Hypothesis in Europe”, Journal of Public Economics, 62, 141-181.
(4) Drèze, J.H. and Malinvaud, E. with de Grauwe, P., Gevers, L., Italianer, A., Lefebvre, O., Marchand, M., Sneessens, H., Steinherr, A., Champsaur, P., Grandmont, J.-M., Fitoussi, J.-P. and Laroque, G. (1994). “Growth and Employment: The Scope for a European Initiative”, European Economy (Reports and Studies) 1, pp. 75-106.



La rivista de il manifesto   numero  13  gennaio 2001

La conferenza dell’Aja

UN FALLIMENTO ILLUMINANTE
Hermann Scheer  

Tutti lamentano il fatto che la conferenza mondiale sul clima non abbia prodotto risultati. In realtà non è questo il punto. Al centro del dibattito vi era comunque un falso tema: il commercio mondiale dei diritti di emissione.
Da quando si tengono conferenze mondiali sul clima, cioè dal 1992, si è sistematicamente ottenuto un unico risultato concreto: l’aggiornamento in vista di una conferenza successiva. Così l’Aja è stata la sesta conferenza in otto anni, e il suo fallimento rivela ad un tempo come il tanto declamato successo della conferenza di Kioto di tre anni fa non fosse tale: interrogativi essenziali per la riconversione erano rimasti da chiarire, tanto che è stato necessario allestire due ulteriori conferenze, quella dello scorso autunno a Bonn e quella recente dell’Aja. E anche se questi ultimi due appuntamenti si fossero conclusi con un consenso, sarebbe rimasto comunque aperto il problema di come configurare il commercio dei diritti di emissione, i controlli sugli abusi e i meccanismi di sanzione. In ogni caso, dunque, sarebbero seguite altre conferenze.
Perciò è un bene che la conferenza dell’Aja sia fallita .
L’interrogativo di fondo è se questa serie di conferenze abbia ancora un senso. Non sono forse diventate ormai uno strumento all’interno di quel metodo che prevede una ‘discussione globale’ seguita da un ‘rinvio nazionale’? La protezione del clima attraverso un accordo intergovernativo globale non è destinata necessariamente a trasformarsi in un corpo inerte nei confronti di situazioni nazionali profondamente diverse sul piano economico, politico, demografico, geografico ed ecologico? Un eventuale risultato non finirebbe dunque per essere completamente annacquato oppure trasformato in un mostro burocratico? La ricerca di un consenso generale non è forse politicamente ed economicamente naïf ? E ancora: l’ordine del giorno delle conferenze mondiali sul clima contiene le opzioni giuste, quelle che dovrebbero essere davvero al centro della trattativa?
Fin dall’inizio è valsa una falsa premessa: l’idea che proteggere attivamente il clima equivalga a un costo. I partecipanti alle conferenze si sono via via sempre più invischiati in questa convinzione. Ciò ha portato immediatamente a una disgustosa contrattazione per ripartire questo peso. In questo processo di definizione dei costi è stata completamente persa di vista l’idea che la transizione verso produzioni di energia a bassa emissione (efficienza energetica), o verso energie rinnovabili prive di emissioni, possa essere una chance ecologica ed economica. Allo stesso modo è stato del tutto dimenticato il fatto che le grandi catastrofi ecologiche collegate all’uso dell’energia sono anche catastrofi economiche, e ne accadono centinaia ogni anno.
La penosa lamentazione sui costi ha portato al fatto che i diplomatici e gli scienziati del clima hanno cominciato a studiare meccanismi del tipo ‘win-win’: il commercio dei diritti di emissione. In questo modo le grandi potenze dell’economia, anzitutto gli Stati Uniti, dovrebbero essere motivate a muoversi in direzione della protezione del clima. L’attuale ministro delle finanze statunitense Summers già nel 1991 aveva dichiarato una disponibilità di principio in questo senso, illustrando una tesi perversa: secondo il ministro il Terzo Mondo si presentava “scandalously underpolluted” ed era dunque in grado di sopportare un aumento delle emissioni.
Poiché attraverso tali meccanismi si riteneva possibile realizzare al più presto un’efficienza globale nella protezione del clima — questa era la motivazione economico-energetica – anche gli esperti di modellistica dei diversi istituti per la tutela dell’ambiente finirono per abbracciare questa impostazione. Il fatto che questa soluzione trovasse il favore dell’ ‘economia’ sembrò confermare la correttezza di questa strategia consensuale del tipo ‘all winner’.
Poi il processo di distribuzione dei costi è arrivato alla quadratura del cerchio: quando si è inopportunamente tentato di proteggere il clima risparmiando contemporaneamente i maggiori responsabili del danno, cioè il cuore dell’economia basata sull’energia fossile. Il fatto che gli inquinatori particolarmente privi di scrupoli — negli Usa, in Canada e in Australia — non si siano accontentati neppure di essere risparmiati in questo modo, fa parte dell’ironia del fallimento.
Non è affatto vero che la situazione sarebbe migliore se gli Stati Uniti non avessero bloccato tutto. Se infatti fosse stato effettivamente stabilito — in vista di ulteriori conferenze — un commercio mondiale delle emissioni, nel migliore dei casi in futuro avremmo avuto a che fare con un’impostazione teoricamente regolata secondo l’economia di mercato, che però in realtà con questa non ha nulla a che spartire. Ciò avrebbe portato a una sterzata globale nel campo degli investimenti, per finire con un fallimento.
Proteggere attivamente il clima significa sostituire l’energia fossile attraverso l’uso di energie rinnovabili e attraverso tecniche di efficienza. Fare di ciò un sistema globale di compensazione può funzionare forse come modello teorico cibernetico, ma non nella pratica. Un paragone: se vent’anni fa, all’inizio dell’era della tecnologia informatica, fosse stato affermato che, in considerazione di questa svolta epocale, i computer potevano essere introdotti solo sulla base di una convenzione internazionale, ci si sarebbe esposti al ridicolo. Ma è proprio questo che si cerca di fare quando in gioco sono le nuove tecniche di utilizzo dell’energia.
Il balletto politico intorno al clima finora ha contribuito soltanto a mandare in fumo un decennio prezioso. I vantaggi delle nuove tecniche energetiche sono così forti che un accordo mondiale non sarebbe necessariamente indispensabile, se finalmente si arrivasse a un bilanciamento delle economie nazionali anziché orientarsi unicamente verso gli interessi dell’economia del settore energetico. Tra i vantaggi di una trasformazione di questo tipo vi sarebbero l’alleggerimento della bilancia dei pagamenti per la componente relativa all’import di energia, la costruzione di nuove industrie, l’annullamento di incommensurabili danni causati all’ambiente e alla salute, l’effetto deterrente nei confronti di conflitti internazionali sulle risorse.
Nel caso di tutte le altre tecnologie il principio è fare in fretta perché ciò porta vantaggi da subito. Il fatto che questo venga dimenticato proprio quando sono sul tappeto le tecnologie fondamentali per la sopravvivenza, rivela come la conferenza mondiale sul clima rimanga prigioniera, sotto il profilo culturale, del sistema economico basato sulle energie fossili e atomiche, cioè di quel sistema che si troverà dalla parte degli sconfitti al termine del processo di cambiamento energetico strutturale.
Le conferenze mondiali sul clima hanno senso solo se si limitano ad alcuni obiettivi essenziali formulati in modo universale, lasciando poi la conversione ai governi dei singoli paesi. Le conferenze dovrebbero cioè porre finalmente come tema l’abbattimento delle sovvenzioni alle energie convenzionali, che annualmente ammontano a 300 miliardi di dollari. Le conferenze dovrebbero puntare ad abolire l’esenzione fiscale globale per i combustibili aerei e navali. L’espansione del traffico aereo è diventata un killer del clima e le sovvenzioni al commercio intercontinentale rappresentano un’evidente aberrazione della competizione, che discrimina i commerci regionali e provoca un inutile aumento del volume dei trasporti con un enorme dispendio di energia.
Ma prima di tutto dovrebbe essere promosso il transfert di tecnologie non commerciali a favore delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica verso il Terzo Mondo, con l’aiuto di un’agenzia internazionale. Per adesso esiste solo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Le priorità della Banca Mondiale, che spende il 90% delle sue risorse creditizie per investimenti nell’energia fossile, devono essere radicalmente riviste. Lo stesso vale per le altre istituzioni bancarie legate allo sviluppo. La riforestazione dovrebbe essere promossa su scala globale, ma non in luogo della riduzione dell’emissione, quanto contemporaneamente. Ed è necessario impedire un ulteriore disboscamento delle foreste tropicali legando la concessione dei crediti a questa condizione. Tutti i punti qui indicati potrebbero rappresentare l’ordine del giorno adeguato per una conferenza mondiale sul clima.
Hermann Scheer è membro della direzione Spd e Nobel per l’Ambiente 1999.
(Traduzione di Alessandra Barberis)


CAPITOLO 4 – BILANCI ENERGETICI, FONTI E COSTI

E’ utile premettere un glossario per alcune sigle che non conviene spiegare di volta in volta:

Nucleare Glossario

http://digilander.libero.it/newlucio/zahir/typerea.htm

BURN-UP: quantità di energia estratta dal combustibile prima che se ne renda necessaria l’estrazione dal nocciolo

MOX: combustibili a ossidi misti di uranio e plutonio

Tipi di reattore

BWR: Reattori ad acqua bollente (soloGeneral Electric)

PWR: Reattori ad acqua in pressione (Babcock and Wilcox Company; Westinghouse Electric Corporation; ed infine Combustion Engineering, Inc.). 

GCR: Reattori raffreddati a gas.

CANDU: Reattori ad acqua pesante, presenti solo in Canada alternati da reattori ad acqua leggera

ABWR: Reattori BWR avanzati.

EPR: Reattori Europei ad acqua in pressione. Progetto del Foratom (European Atomic Forum) di HTR (High Temperature Reactor). Maggiori informazioni nel rapporto sui cambiamenti climatici del Foratom, disponibile nel database in francese e in inglese.

Foratom Climate change Report – English

Foratom Changement climatique Dossier – Français

System 80+: Modulo avanzato del sistema ABB System 80+

APWR: Reattori PWR avanzati.

PBMR: Reattore modulare pebble-bed (in fase di studio in Sud Africa) non ancora approvato dalla U.S. Nuclear Regulatory Commission

AP600: è un reattore avanzato ad acqua leggera pressurizzata da 600Mwe di potenza, progettato dalla Westinghouse. La W. Progettò l’AP600 come successore dell’ALWR (Advanced Light Water Reactor) che è più semplice e sicuro degli attuali impianti ad acqua leggera LWR (Light Water Reactor). Come risultato dei molti anni di esperienza nella costruzione e nella gestione, l’AP600 è un reattore modulare che permette quindi la costruzione di vari reattori in maniera più rapida e sistematica direttamente sul sito.

AP1000: Successore del sistema AP600. Non ancora approvato dalla Nuclear Regulatory Commission

LWR: Reattori ad acqua leggera

ALWR: Reattori LWR avanzati

AGR: Reattori a gas avanzati (Vedi Regno Unito). Reattori avanzati moderati a grafite e raffreddati a gas messi a punto nel Regno Unito (AGR); riescono a mantenere le temperature massime del refrigerante (anidride carbonica) tra 350 e 650 °C, livello comparabile a quello raggiunto nei reattori veloci raffreddati a sodio liquido contro i 300° degli altri modelli di centrale nucleare, aumentando così la resa energetica. Da sottolineare come temperature di 300°, 450°, 600° non siano ancora niente in confronto a quelle che si sviluppano nelle centrali termoelettriche a combustibili fossili.

HTGR: Reattori a gas ad alta temperatura. Sono concepiti per resistere a temperature superiori a 750°-950° mediante l’utilizzo di elio come refrigerante.
“Gli impianti dimostrativi costruiti finora sono prototipi di bassa e media potenza, che si prestano bene alla costruzione modulare e offrono un gran numero dei vantaggi descritti in precedenza. Inoltre, essi presentano coefficienti di reattività fortemente negativi: l’aumento della temperatura del nocciolo provoca modificazioni nelle caratteristiche dei materiali che riducono il livello di potenza, da cui deriva una buona capacità di autostabilizzazione. In caso di guasto delle pompe primarie la crescita di potenza è meno rapida che nei sistemi raffreddati ad acqua, grazie alla inerzia termica della grande massa di grafite che serve da moderatore. Il combustibile è di tipo ceramico, stabile ad alta temperatura, privo di guaine metalliche che possono danneggiarsi; inoltre, l’utilizzazione di combustibili misti composti di torio e di uranio permette di ottenere tassi di combustione elevati, grazie alla conversione in pila di una parte del torio in uranio 233 fissile.” Dal “Rapporto sull’energia nucleare” edito dall’A.N.I. (Associazione Nucleare Italiana – http://www.ani.it)

ATR: reattore di tipo avanzato ad acqua bollente moderato ad acqua pesante (progetto giapponese in corso di realizzazione)

FBR: reattore a neutroni veloci con combustibile al plutonio raffreddato con sodio liquido
“La maggiore attrattiva del reattore veloce è legata alla sua capacità di accettare in ingresso uranio impoverito, proveniente sia dai residui degli impianti di arricchimento sia dal ritrattamento del combustibile irraggiato nei reattori termici, e di convertirlo in plutonio. In linea di principio il reattore veloce può produrre (generare) il quantitativo di plutonio necessario per garantire indefinitamente il suo funzionamento, e inoltre un quantitativo di plutonio sufficiente a costituire la prima carica di un altro reattore veloce surgeneratore. Questo processo di conversione permette di moltiplicare per 60 la quantità di energia estraibile dall’uranio naturale.
E’ stato dimostrato che i combustibili utilizzati nei reattori veloci possono raggiungere tassi di burn-up molto più spinti di quelli tipici degli attuali reattori termici. E’ anche possibile ridurre considerevolmente i quantitativi di combustibile che occorre fabbricare e ritrattare in seguito, al fine di recuperare il plutonio necessario per sostenere il ciclo del combustibile del surgeneratore. Questo vantaggio, coniugato con la totale non necessità di combustibile nuovo e di servizi di arricchimento, consente di compensare abbondantemente i costi aggiuntivi relativi alla gestione del combustibile al plutonio, e può portare ad importanti economie nei costi di esercizio.
Purtroppo, il funzionamento dei surgeneratori – nell’attuale concezione – è fondato su una doppia batteria di scambiatori di calore (sodio-sodio e sodio-acqua), complicazione impiantistica che aumenta i costi di investimento. Gli sforzi attualmente condotti in materia di progetto sono rivolti essenzialmente a ridurre lo scarto fra i costi d’investimento, in misura almeno tale da rendere comparabili i costi di produzione dell’energia elettrica dei surgeneratori a plutonio e dei reattori ad acqua leggera.” Dal “Rapporto sull’energia nucleare” edito dall’A.N.I. (Associazione Nucleare Italiana – http://www.ani.it)

MGR: Reattore modulare con gas ad alta temperatura. Esistente in due varianti. La prima, con sistema di raffreddamento indiretto (MGR-GTI) e la seconda con un ciclo diretto di raffreddamento (MGR-GR). Nota – il sistema di raffreddamento di questi reattori è costituito da un sistema di condotte raffreddate con elio. Infatti, poichè l’elio è un gas inerte può sopportare altissime temperature senza pericolo di ossidazioni.


BILANCIO ENERGETICO ITALIANO

Le vicende energetiche catturano sempre più spesso l’attenzione di cittadini e media. La spiegazione è peraltro molto semplice, il rialzo dei prezzi dell’energia si trasforma per tutti in una spesa maggiore dal benzinaio o sulla bolletta dell’elettricità e gas. Se l’attenzione si spiega facilmente, le cause del problema sono invece molto complesse. Al mondo non esiste ancora una comune visione sugli scenari energetici futuri, eviteremo pertanto di citare fantasiosi scenari avveniristici. Preferiamo descrivere con semplicità la nostra situazione italiana del 2004 prendendo come riferimento l’ultimo rapporto 2005 dell’Authority per l’energia italiana.

Iniziamo con una domanda, quanta energia consuma l’Italia in un anno? Considerando l’intera domanda di energia, composta non solo dall’elettricità ma anche dai carburanti per i trasporti e dall’industria, nel 2004 l’Italia ha consumato 143,4 Mtep.

Come viene soddisfatta la domanda italiana di energia? A fronte di una domanda di 143,4 Mtep il nostro paese ha offerto nello stesso anno di riferimento ben 195,5 Mtep.La differenza, pari a 52 Mtep (1/3 della domanda nazionale di energia) è composta da consumi e sprechi del settore energetico italiano. Si tratta di una quota molto importante che lascia intravedere un grande margine di miglioramento dal lato dell’efficienza del sistema energia italiano.

E’ interessante comprendere quali fonti energetiche sono state utilizzate nel 2004. Semplifichiamo al massimo riportando una tabella dell’ultimo rapporto dell’Authority:

L’Italia importa gran parte delle risorse energetiche primarie. Ha una capacità di produzione di energia minima, pari soltanto a 30 Mtep, pertanto deve importare ben 165,5 Mtep di energia dall’estero, pari al 84,6% della domanda energetica nazionale. La dipendenza energetica dall’estero è decisamente marcata ma non dissimile da quella di molti altri paesi occidentali ad economia avanzata. Il fabbisogno energetico italiano è fortemente dipendente dal petrolio per il 45% e dal gas per il 32%. A differenza di alcuni articoli di giornale, la dipendenza italiana dal petrolio è marcata soprattutto nel settore dei trasporti mentre si riscontra marginale nel settore della produzione dell’energia elettrica.

La produzione italiana di energia elettrica nel 2004

Nel 2004 l’offerta italiana di energia elettrica è stata di 69,3 Mtep. Nella produzione dell’energia elettrica ricopre un ruolo dominante l’utilizzo del gas all’interno del mix produttivo, circa il 33,4%. Seguono le energie rinnovabili al 17,9%, le risorse solide e il carbone al 17,2% ed infine il petrolio al 17%. Pertanto l’Italia produce energia elettrica dal petrolio per il 17%.

L’offerta di energia elettrica di 69,3 Mtep deve considerarsi come offerta potenziale. Si riduce drasticamente del 63% a causa degli sprechi e dei consumi del settore energetico nazionale. In breve per soddisfare la domanda di energia elettrica di 25,2 Mtep l’Italia è costretta a importare 10 Mtep di energia elettrica dall’estero mentre ben 44,4 Mtep (pari a 4 volte l’importazione di energia elettrica dall’estero) sono perduti per le inefficienze strutturali del sistema. Se l’Italia migliorasse del 15% l’efficienza della propria rete e del proprio sistema elettrico potrebbe fare a meno di importare 10 Mtep l’anno di energia elettrica dall’estero.

Ridurre le inefficienze del sistema energia è fondamentale, ci consentirebbe di raggiungere costi opportunità altrimenti perduti e spendere meno nella bolletta energetica con l’estero, ma non risolve però il vero problema strutturale di lungo periodo a cui l’Italia dovrà saper dare una risposta nei prossimi 20 anni: l’eccessiva dipendenza dalle fonti di energia fossili.

Come tutti i paesi occidentali anche l’Italia risente degli sbalzi nei prezzi delle fonti di energia fossili. L’instabile crescita del prezzo del petrolio ha fatto crescere anche i prezzi di gas e carbone, fonti energetiche alternative al petrolio, aumentando la spesa per l’import di energia primaria nei paesi occidentali. La presenza dell’euro forte ha permesso all’Italia di contenere la crescita della spesa energetica. Il rincaro del petrolio, atteso e annunciato da parte degli esperti fin dagli anni ’70, riapre la porta alle altre fonti di energia come nucleare e rinnovabili. Nell’incertezza degli scenari energetici futuri diventa prioritaria la diversificazione del mix energetico per ridurre i rischi di eccessiva dipendenza. Può sembrare strano ammetterlo, come ecologisti, ma il mondo sta cambiando in fretta ed è necessario tenerne conto. Qualsiasi soluzione strutturale e di lungo periodo dovrà basarsi sui numeri e sulle scelte praticabili. In gioco c’è il nostro futuro.

Concludiamo questa breve sintesi pubblicando la tabella dei dati contenuta nel Rapporto annuale 2005 dell’Authority italiana per l’energia.


Ministero delle Attivita’ Produttive

Direzione Generale dell’Energia e delle Risorse Minerarie

Osservatorio Statistico Energetico

BILANCIO  DI  SINTESI  DELL’ENERGIA  IN  ITALIA  PER IL 2005(*)

(milioni di tonnellate equivalenti di petrolio)

 ANNO 2005 
  Disponibilita’ 
e       
 ImpieghiSolidiGasPetrolioRinnovabiliEnergia elettricaTotale 
        
 1. Produzione0,4979,8816,08613,246 29,710 
 2. Importazione16,56060,605107,9360,73911,058196,898 
 3. Esportazione0,2210,32728,6500,0040,24429,446 
 4. Variaz. scorte-0,028-0,932-0,628 0,000-1,588 
        
 5. Consumo interno       
      lordo (1+2-3-4)16,86471,09186,00013,98210,814198,750 
        
 6. Consumi e perdite       
     del settore energ.-0,512-0,819-6,180-0,065-44,940-52,516 
 7. Trasformazioni       
     in energia elettr.-11,727-27,116-9,388-11,57459,805  
        
 8. Totali  impieghi        
     finali (5+6+7)4,62543,15670,4322,34225,679146,234 
  – industria4,48216,8997,6030,32411,83641,144 
  – trasporti      –0,38442,8260,2650,83944,314 
  – usi civili0,00724,7876,8691,57312,55445,790 
  – agricoltura 0,1392,5900,1800,4503,359 
  – usi non energetici0,1360,9487,093 0,0008,176 
  – bunkeraggi      –      –3,451 0,0003,451 
(*) Dati provvisori al netto dei pompaggi

  ANNO 2004 
  Disponibilita’  
e        
 Impieghi SolidiGasPetrolioRinnovabiliEnergia elettricaTotale 
         
 1. Produzione 0,55610,6935,44514,329 31,023 
 2. Importazione 16,98856,024107,8040,91710,214191,947 
 3. Esportazione 0,2140,32625,0160,0010,17425,731 
 4. Variaz. scorte 0,248-0,1110,2760,000 0,413 
         
 5. Consumo interno        
      lordo (1+2-3-4) 17,08266,50287,95715,24510,040196,826 
         
 6. Consumi e perdite        
     del settore energ. -0,486-0,816-6,124-0,076-45,321-52,823 
 7. Trasformazioni        
     in energia elettr. -12,147-23,803-11,907-12,83360,6900,000 
          
 8. Totali  impieghi        
     finali (5+6+7) 4,44941,88369,9262,33625,409144,003 
  – industria 4,31517,1257,6100,31911,86441,233 
  – trasporti      –0,36442,9550,2550,82644,400 
  – usi civili 0,00923,3096,5971,56912,27343,757 
  – agricoltura  0,1402,6160,1930,4463,395 
  – usi non energetici 0,1250,9456,7550,000     –7,825 
  – bunkeraggi      –     –3,393      –3,393 

        Variazione percentuale2005/2004
  Disponibilita’ 
e       
 Impieghi SolidiGasPetrolioRinnovabiliEnergia elettricaTotale
        
 1. Produzione -10,7%-7,6%11,8%-7,6% -4,2%
 2. Importazione -2,5%8,2%0,1%-19,4%8,3%2,6%
 3. Esportazione 3,3% 14,5% 40,2%14,4%
 4. Variaz. scorte       
        
 5. Consumo interno       
      lordo (1+2-3-4) -1,3%6,9%-2,2%-8,3%7,7%1,0%
        
 6. Consumi e perdite        
     del settore energ. 5,3%0,4%0,9%-14,5%-0,8%-0,6%
 7. Trasformazioni       
     in energia elettr. -3,5%13,9%-21,2%-9,8%-1,5% 
        
 8. Totali  impieghi       
     finali (5+6+7) 4,0%3,0%0,7%0,3%1,1%1,5%
  – industria 3,9%-1,3%-0,1%1,6%-0,2%-0,2%
  – trasporti       –5,4%-0,3%3,9%1,6%-0,2%
  – usi civili -22,2%6,3%4,1%0,3%2,3%4,6%
  – agricoltura  -0,7%-1,0% 0,9%-1,1%
  – usi non energetici 8,8%0,3%5,0%  4,5%
  – bunkeraggi   1,7%  1,7%

Fonte: Ministero Attività Produttive – DGERM – Osservatorio statistico energetico



Il Ministero Attività Produttive, Direzione Generale Energia e Risorse Minerarie (DGERM), ha studiato consumi e fabbisogni proiettati verso il futuro:

Ministero Attività Produttive – DGERM: Scenario tendenziale dei consumi e del fabbisogno al 2020


E’ d’interesse anche confrontare i combustibili fossili e l’energia nucleare (in inglese):

Confronto tra combustibili fossili ed energia nucleare

http://www.ieer.org/ensec/no-1/comffnp.html

Comparison of Fossil Fuels and Nuclear Power
A Tabular Sketch

by Arjun Makhijani

The qualitative comparisons in this table are premised on the assumption that facilities are run with reasonable attention to environmental protection so far as routine operations and waste management are concerned. The effects could be (and often are) far worse if this is not true. The statements about climate change in the table only refer to incremental risks from adopting a particular strategy. Both nuclear and renewable strategies will involve risks beyond those we have already incurred because of the time required for the transition to a future energy strategy.

COMPARISON OF FOSSIL FUELS AND NUCLEAR POWER
  Nuclear with plutonium economyNuclear, once-through uranium useFossil Fuels, present approachFossil Fuel, moderated use, and Renewables
 Resource Base, present economics*indefinite future50 to 100 years, possibly morea few hundred yearsindefinite future
 Resource Base, including very low-grade resourcesnot requiredindefinite futurethousands of yearsnot required
 Incremental Climate Change Risknone**nonepotentially catastrophicnone if fossil fuels are largely phased out
 Potential Consequences of catastrophic accidentssevere: long-lasting effects over large regionssevere: long lasting effects over large regionsno consequences for large regions but may be locally severe; effects generally short termno consequences for large regions but may be locally severe; effects generally short term
 Air Pollution, routine operationsrelatively lowrelatively lowsevere to moderate, depending on control technologymoderate to low, depending on control technology
 Water Pollution, routine operationspotentially serious at mines and mills, but limited due to low uranium requirements; potentially serious at waste disposal sitesoften serious at mines, mills, and uranium processing sites (includes non-radioactive and radioactive pollutants); potentially serious at waste disposal sitesoften serious at coal mines; serious at some oil fields (includes non-radioactive and radioactive pollutants, notably radium-226 near many oil-wells)potentially very low
 Risk of Nuclear Weapons Problemsyesyes, but less than with a breeder reactor economynonenone
 * See text.
** Questions have been raise about the effect of krypton-85 from extensive reprocessing necessary for a breeder reactor system on cloud formation and hence potential climate change. However, krypton-85 can be removed from exhaust gases by cyrogenic cooling.

The Earth appears to have the capacity to absorb carbon dioxide emissions at a level of 3 gigatons per year, although the exact level of tolerance and absorption is uncertain. Today’s emissions total about 9 gigatons, about two-thirds of which is due to fossil fuels. The remainder is the result of biomass burning.

Besides carbon dioxide emissions, fossil fuel mining and technologies for controlling emissions other than carbon dioxide to the air and water contribute to environmental degradation, which is often very severe in its local and regional impacts. Further, fossil fuel use in the present mode presents risks of climate change that are not yet well understood, but may be catastrophic and irreversible. Of the fossil fuels, natural gas provides the highest level of energy content per unit of carbon emissions. However, natural gas could not by itself fulfill global energy requirements with current technology, especially taking into account that the energy needs for a majority of the world’s population are unmet today. Moreover, natural gas (methane) leakage from pipelines contributes to global warming to a much greater (although not well understood) extent than carbon dioxide on a molecule-for-molecule basis.

Under today’s conditions, nuclear power has far lower routine emissions than energy from burning fossil fuels. However, it presents hazards of its own, notably the risk of accidents like Chernobyl, with severe, long-lasting consequences over huge regions. In addition, the security risks posed by large inventories of nuclear weapons-usable materials have no counterpart in fossil fuels.

Clearly, neither nuclear nor fossil fuel use is currently conducive to sound environmental and security policy. In addition, neither breeder reactors nor renewables (the two possible sources of an indefinite energy supply) are economical at present fuel prices so as to immediately constitute the basis of global energy supply. What are the options for a safe, sustainable, and ecological energy supply for the future? If fossil fuel use can be reduced and biomass burning done on a renewable basis so that emissions are below 3 gigatons per year of carbon, fossil fuels would be a sounder form of energy than nuclear, but would need to be accompanied by other energy sources. Economical, environmentally-sound carbon sinks, which would allow carbon dioxide to be absorbed and stored or disposed of without being released to the atmosphere as a gas, could also make fossil fuels a better energy source. Fossil fuels can be used at reduced levels as transition fuels to a renewable energy economy, or at higher levels if carbon sinks prove to be economical.

Natural gas could serve as a transition fuel to hydrogen derived from solar energy, since the infrastructure for use would be similar for the two gaseous fuels. Natural gas can be complemented by renewable energy sources such as solar energy, biomass fuels (renewably produced and used), and wind energy. Wind energy and solar energy are economical under some circumstances (such as areas with high wind speed or high insolation and low precipitation). The resource base for these technologies could extend to the indefinite future under “present economics” with a reduction in the cost of these technologies or an increase in uranium or coal and oil prices. Moderate fossil fuel use (with engineering measures to prevent releases of carbon dioxide gas into the atmosphere) and renewable energy sources joined with increased energy efficiency measures provide the best alternative for economical, sustainable energy in the future.


Un discorso più generale che va alla fonte delle problematiche petrolifere è il seguente:

La Rivista de il manifesto numero  56  dicembre 2004

Visto dall’Europa

LE MANI SUL PETROLIO
Elmar Altvater  


La rielezione di George W. Bush, il 2 novembre scorso, è stata probabilmente un duro colpo per il papa: gli è nato un concorrente che come lui ha ricevuto il suo mandato da Dio. Per di più il papa transatlantico, a differenza di quello romano, non ha solo le guardie svizzere, ma tanto di divisioni, ed è pronto a scatenarle con tutta la loro potenza di fuoco in una guerra apocalittica contro il Male nel mondo. E non basta: oltre a credere nei miracoli come il suo collega del soglio romano, questo papa texano addirittura li produce. Sembra che il 2 novembre, in alcune circoscrizioni elettorali la partecipazione al voto abbia raggiunto il 139%. Corriger la démocratie! Comunque sia, non possono sussistere dubbi: più di 50 milioni di americani hanno eletto alla Casa Bianca un bugiardo, e quel che è peggio, un criminale di guerra. Come è caduta in basso, in così breve tempo, la grande Storia di un grande popolo!

Mentre il papa di Roma benedice il mondo (urbi et orbi), quello insediato alla Casa Bianca scaglia minacce ai quattro venti, contro chiunque su questo pianeta non sia disposto ad accettare il suo regime fondamentalista. Quando vengono dai potenti, le minacce fanno paura. Ed è la paura che evidentemente ha spinto molti americani a preoccuparsi soprattutto della sicurezza. Paura di che? Del `terrorismo’, che l’11 settembre 2001 ha colpito negli Usa un obiettivo ad alta carica simbolica. E da chi deve venire la sicurezza? Dal più forte e potente, che detiene la supremazia aerea dovunque nel mondo (anche sul Vaticano), e può addirittura attaccare obiettivi nemici nello spazio. Solo che, come sappiamo, la paura scatena reazioni irrazionali, anche al momento di usare la punzonatrice o il computer nel seggio elettorale.
Il finanziere George Soros, noto per la sua grande lucidità, aveva detto nel 2002 che l’esito delle elezioni brasiliane era di fatto irrilevante, poiché al tempo della globalizzazione i soli a scegliere veramente sono gli americani. Allo stesso modo, quando si vota negli Usa non si elegge soltanto il presidente degli Stati Uniti, bensì il capo del pianeta. Perciò oggi la Terra è ostaggio di un elettorato irrazionale come quello americano, e di un presidente fondamentalista, che in fatto di irrazionalità non è certo da meno.
Ma questa è solo la metà del problema. L’altra metà sta nel decadimento morale del ceto politico e di una maggioranza dell’elettorato Usa. All’indomani delle elezioni, la popolazione di Falluja ha sperimentato sulla propria pelle di che cosa è capace il presidente dell’`unica superpotenza mondiale’, sentendosi legittimato da Dio e dagli elettori, e dove conduce un irrazionalismo dotato di razionalissimi mezzi militari: alla conquista mediante distruzione dell’obiettivo da conquistare. Se Bush avesse il senso dell’ironia potrebbe dire, come il capitano Achab del Moby Dick di Herman Melville, di aver agito con perfetta razionalità per uno scopo folle. Un testo dell’Ottocento come quello del Manifest Destiny, espressione di fede Ğnella Terra e nel popolo di Dioğ (God’s own people and country), ripreso di sana pianta nel XXI secolo, è diventato il programma del potente movimento evangelico, che ha consegnato per la seconda volta la Casa Bianca a George W. Bush.

E Kerry? La sua presenza alla Casa Bianca avrebbe comportato un’alternativa? Indubbiamente se ne sarebbe avvantaggiata la cultura politica degli Usa in quanto tale. Ma in materia di politica estera Kerry avrebbe sicuramente portato avanti il `progetto Bush’, puntando sulla cooperazione degli alleati molto più dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Il suo stile sarebbe stato decisamente meno zotico, il tratto più educato e colto; ma il suo governo avrebbe proseguito l’avventura irachena, invitando anche i `vecchi’ europei a prendere parte alla partita di caccia. In Germania, i sostenitori dell’aggressione all’Iraq (i cristiano-democratici con Schäuble, la Fdp e i socialdemocratici con il ministro della difesa Struck e l’esperto di politica estera Klose, i Verdi col loro leader Bütikofer), avrebbero fatto di tutto per far passare, più o meno apertamente, l’invio di truppe tedesche in Iraq. All’indomani delle elezioni l’ex ministro della difesa Rühe ha insistito per un Ğravvicinamento tra europei e americaniğ. Oggi però, a fronte dello spettacolo agghiacciante (Ğshock and aweğ) della distruzione di Falluja, è diventato probabilmente un po’ più difficile entusiasmare per quest’impresa l’opinione pubblica della Rft. La classe politica tedesca, in tutta la gamma che va dal nero al verde, era già pronta a lasciarsi coinvolgere nell’avventura irachena. La `vecchia’ Europa si preparava ad assimilarsi a quella `nuova’ nel bagno di ringiovanimento del `partenariato transatlantico’. Ma tutto questo non sembra interessare molto l’Amministrazione Bush, come insegna Falluja: evidentemente a Washington non si tengono in gran conto le reazioni dell’opinione pubblica europea.
Dopo le elezioni americane, chi criticava lo slogan Ğno blood for oilğ (Ğniente sangue in cambio di petrolioğ), giudicandolo antiestetico, semplicistico e rozzamente economicista, dovrà ricredersi: la posta in gioco è chiaramente il petrolio. Gli stessi ispettori dell’esercito Usa hanno dovuto smentire l’esistenza di armi di distruzione di massa addotta per scatenare la guerra. Ora però anche l’altro e più nobile motivo – portare la democrazia in Iraq dopo il rovesciamento di Saddam – cade come una maschera scoprendo l’efferato cinismo degli occupanti. Il progetto sbandierato di fare di questo paese uno Stato modello per tutto il mondo arabo è troppo risibile per poter essere discusso seriamente. Resta quindi un solo movente plausibile per questa guerra: portare avanti nel XXI secolo la politica dell’Ğoil empireğ, l’impero petrolifero Usa.
Di fatto, il prezzo del petrolio e il livello dell’offerta giocano un ruolo determinante nello sviluppo economico. L’Amministrazione Bush ha dimostrato di averne piena coscienza fin dall’inizio del suo primo mandato, poco dopo le elezioni del 2000. Nel suo Rapporto sulla sicurezza petrolifera degli Stati Uniti del maggio 2001 il vicepresidente Cheney aveva calcolato che da oggi al 2020 la produzione petrolifera nazionale diminuirà da 8,5 a 7 milioni di barili al giorno (b/d); e dato che nello stesso periodo il consumo aumenterà da 19,5 a 25,5 b/d, il crescente divario dovrà essere coperto dalle importazioni. Queste ultime dovrebbero quindi crescere del 68%, vale a dire da 11 a 18,5 milioni di b/d. Come è evidente, la sicurezza dell’approvvigionamento energetico è al primo posto tra le priorità della politica estera Usa. In ordine alle importazioni di petrolio, il calcolo geostrategico a lungo termine contempla i seguenti elementi: a. Il controllo territoriale delle regioni in cui si trovano i giacimenti petroliferi; b. l’influenza da esercitare sulla domanda e sull’offerta ai fini della determinazione dei prezzi di mercato delle fonti d’energia; c. il controllo dei percorsi degli oleodotti o delle navi cisterna dai paesi produttori agli importatori di petrolio; d. la determinazione della valuta in cui viene emessa la bolletta petrolifera.
Il controllo delle aree di estrazione, attuato sia con metodi diplomatici che mediante pressioni, corruzione, ricatti e con l’occupazione militare, è di importanza primaria per gli strateghi dell’energia, date le scarse probabilità di reperire nuovi giacimenti di rilievo con costi di estrazione contenuti. A quanto pare siamo molto vicini al superamento del cosiddetto Ğpeak-oilğ, il picco di disponibilità della risorsa petrolio. La Terra è ormai bucherellata come un formaggio svizzero. Da qui l’importanza geostrategica crescente dei giacimenti già noti, e in particolare di quelli che dispongono ancora di ampie riserve. Si spiega così la presenza militare Usa non soltanto in Iraq, ma anche negli stati dell’Asia centrale, in Colombia e in misura crescente anche nei paesi petroliferi africani.
Il prezzo del petrolio, difficilmente influenzabile, al pari dei saggi di interesse e dei tassi di cambio, nel quadro degli Stati nazionali, costituisce un parametro chiave dello sviluppo. L’incidenza di questo costo (come quello degli altri combustibili fossili) sull’economia di un dato paese dipende dal livello del reddito pro capite. Quando questo livello è basso, un prezzo di 40 o magari 50 dollari Usa al barile pesa assai più che nei paesi con reddito pro capite elevato. Il prezzo rappresenta quindi un fattore decisivo per il funzionamento delle infrastrutture, dei trasporti, della produzione e della riproduzione, accanto all’incidenza della bolletta petrolifera sui proventi delle esportazioni, al tasso di cambio tra valuta nazionale e valuta petrolifera, alla possibilità di fruire di crediti per il finanziamento delle importazioni di petrolio e al grado di elasticità del suo consumo grazie all’uso incentivato di energie alternative.
Quanto agli effetti dei meccanismi di mercato, gli ultimi a crederci sono proprio i conservatori dell’establishment Usa. Mentre predicano il mercato, questi neoliberisti con l’ossessione del potere praticano di fatto una politica autoritaria e non esitano a ricorrere all’intervento militare. Se da un lato decantano a gran voce le virtù della libera concorrenza, dall’altro spediscono truppe d’occupazione nelle regioni di interesse geostrategico al suono delle trombe di guerra della `lotta al terrorismo’. L’attacco al regime dei talebani in Afghanistan ha costituito per gli Usa un’occasione per penetrare anche militarmente negli Stati dell’Asia centrale, in prossimità dei nuovi giacimenti petroliferi e dei territori che saranno attraversati dagli oleodotti, nonché un tentativo per tenere l’Asia centrale fuori dall’influenza della Russia, della Cina ed eventualmente dell’India e dell’Iran. Nell’ambito di questa logica, la guerra all’Iraq è stata decisa con l’intenzione di accedere a fonti petrolifere valutate a 110 miliardi di barili, escludendo nel contempo i concorrenti dalle operazioni di esplorazione e di estrazione.
Con l’aumento della domanda, il dominio del petrolio, dall’estrazione al mercato, diventa ancora più decisivo. La Cina, l’India e altri paesi stanno procedendo a loro volta sulla via dell’industrializzazione – cosa che peraltro sono costretti a fare per ottemperare alle regole del Wto. Ma il loro sviluppo rischia di essere bloccato dal rincaro e più ancora dalla rarefazione del petrolio e dalla conseguente crisi energetica. Per gli Usa, l’aumento del prezzo del petrolio non è necessariamente svantaggioso, innanzitutto perché il rincaro colpisce anche la Cina, il Giappone e altri potenziali concorrenti degli Usa – almeno fintanto che la bolletta petrolifera viene emessa in dollari. In secondo luogo, il caro-petrolio avvantaggia le holdings petrolifere transnazionali e le megaimprese americane specializzate negli impianti estrattivi (come la Halliburton), soprattutto quando si costituiscono in complesso militare-finanziario-petrolifero, d’intesa con gli ambienti di Wall Street e il governo Usa: una situazione che il controllo americano di larga parte dell’offerta sui mercati petroliferi globali consente di perpetuare. Sono probabilmente di quest’ordine i motivi che hanno condotto alla brutale decisione di assoggettare l’Iraq all’influenza Usa.


L’euro valuta petrolifera? Ma se la guerriglia in Iraq dovesse continuare a lungo (compromettendo l’estrazione petrolifera) e se il progetto americano di costruire un ordinamento postbellico stabile in Medio Oriente fallisse, il dollaro Usa potrebbe anche non rimanere la valuta di riferimento per il petrolio. L’irrazionalità del governo Bush si rifletterebbe, infatti, con molta evidenza sul piano economico, dati anche i costi smisurati della guerra, al di là del tributo di sangue che nessun profitto può compensare. Rispetto alla prima crisi petrolifera del 1973 la differenza è eclatante. All’epoca, il prezzo del petrolio subì un’impennata in seguito alla svalutazione del dollaro Usa, quando le compagnie petrolifere colsero al volo l’occasione offerta dalle conseguenze della guerra arabo-israeliana. Per loro comunque la situazione attuale è anche più favorevole. Innanzitutto, è improbabile che vengano a premere sul mercato nuovi soggetti in possesso di riserve importanti; e in secondo luogo, la prospettiva della concorrenza dell’euro col dollaro come potenziale valuta petrolifera offrirebbe la possibilità di fatturare il petrolio nella valuta europea, come già progettato, prima della guerra, da Saddam Hussein e da Hugo Chávez.
Una svolta del genere sarebbe per gli Usa una mezza catastrofe. Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, nel 2004 il deficit della bilancia dei pagamenti di Washington sarà di circa 630 miliardi di dollari Usa, finanziati soprattutto dai paesi asiatici e in particolare dal Giappone e dalla Cina, che detengono cospicue riserve in dollari. Anche il deficit di bilancio, che ammonta attualmente a circa 500 miliardi di dollari ed è dovuto in buona parte alle gigantesche spese militari, trova i suoi finanziatori all’estero. Fintanto che il petrolio è fatturato in dollari, il suo rincaro non è un gran problema per gli Usa – a differenza di paesi importatori quali l’India, il Pakistan e vari Stati africani. Ma se le importazioni petrolifere dovessero essere pagate almeno in parte in euro, il finanziamento del suo fabbisogno in valuta estera diverrebbe per gli Stati Uniti un problema pressoché insolubile. Attualmente, il volume netto delle importazioni Usa ammonta a circa 4 miliardi di barili l’anno, che al prezzo di 50 dollari al barile comportano una spesa di 200 miliardi di dollari; se però la bolletta petrolifera non fosse più pagabile in dollari, si tratterebbe di sborsare 170 miliardi di euro, che dovrebbero essere reperiti con il ricorso a un ulteriore indebitamento o aumentando le esportazioni.
Ma quest’ultima soluzione sarebbe possibile solo attraverso una svalutazione del dollaro, con effetti dirompenti sull’economia statunitense e su quella mondiale. Gli Usa non potrebbero certo sperare di prolungare l’epoca d’oro del twin deficit a. Per gli americani sarebbe venuta l’ora di dare ascolto all’esortazione dell’Ocse di accrescere la loro quota di risparmio, che raggiunge a malapena il 2% del Pil. Il petrolio perderebbe la sua attuale funzione di ancoraggio del valore del dollaro, e gli Usa non avrebbero più a propria disposizione un’arma multifunzionale nella concorrenza valutaria globale. Nei rapporti commerciali con l’America gli altri paesi dovrebbero importare di più e avrebbero minori possibilità di esportare. Le previsioni economiche dell’Ocse per il 2004 tradiscono grande perplessità. Le conseguenze di una riduzione del doppio deficit statunitense rischiano di rappresentare un problema per l’intera economia mondiale; se però il deficit continuasse a crescere al ritmo dell’ultimo periodo del precedente mandato del presidente Bush, i problemi sarebbero ancora più gravi.
Alle questioni del petrolio, del dominio delle sue riserve, dell’offerta e della determinazione del prezzo si aggiunge quindi la questione della valuta di riferimento della bolletta petrolifera. La concorrenza del dollaro con l’euro (nonché eventualmente con lo yuan e magari con lo yen) potrebbe portare a un’escalation della guerra valutaria. In un mondo in cui tutto è sempre più strettamente interconnesso e i problemi globali non possono che avere soluzioni multilaterali, gli Usa perseguono la loro linea unilateralista (come hanno fatto per il Protocollo di Kyoto, la Corte penale internazionale, la Convenzione sulle mine antiuomo ecc.) La situazione generata da questa politica del ĞManifest Destinyğ risponde sempre più alla definizione di Ğegemonia predatoriağ, coniata vari anni fa dall’economista e politologa americana Susan Strange.

Questa conclusione appare anche più evidente a fronte di una visione complessiva del problema del petrolio, considerato sia dal punto di vista dell’input che da quello di un output altamente nocivo: l’emissione di Co2. Come è noto, in risposta a questo problema è stato elaborato il Protocollo di Kyoto, divenuto diritto internazionale vincolante dopo la firma della Russia, nell’ottobre 2004. Gli Stati Uniti hanno rifiutato di sottoscriverlo. Ma non sembra che il loro diniego abbia messo sull’attenti l’evoluzione climatica. L’effetto serra minaccia sempre più l’ambiente, la sicurezza alimentare e abitativa e la salute umana su tutto il pianeta.
Le conseguenze del surriscaldamento del globo sono, infatti, drammatiche. Dovunque si moltiplicano i fenomeni climatici anomali con effetti gravissimi, i cui danni vengono calcolati in media, secondo le valutazioni più conservatrici, in oltre 10 miliardi di euro l’anno. Si tratta in particolare delle conseguenze di trombe d’aria, uragani e cicloni, spesso battezzati con nomi propri. Per motivi politici si tende a rimuovere il rapporto di causa-effetto, peraltro largamente accertato, tra questi fenomeni e il processo strisciante del cambiamento climatico. Si definiscono esagerate le preoccupazioni per l’effetto serra, imputando semplicemente al caso la crescente frequenza delle perturbazioni meteorologiche. Ma intanto si prevede che nel 2050 la media annua dei costi per far fronte alla catastrofe climatica raggiungerà i 2000 miliardi di dollari.
Anche il Pentagono si sta attrezzando. Ma la linea Bush-Rumsfeld non prevede certo misure preventive volte a contrastare il brusco cambiamento climatico, bensì un programma di preparativi militari… per bloccare le ondate migratorie che potrebbero riversarsi sugli Stati Uniti in conseguenza dei disastri meteorologici. Gli autori di una ricerca del Pentagono, Peter Schwartz e Doug Randall del Global Business Network, ritengono che da qui al 2100 la temperatura media del pianeta potrebbe aumentare anche di 5,8° C. provocando la parziale fusione dei ghiacci della Groenladia, e quindi la diluizione e il calo del contenuto salino delle acque dell’Atlantico del Nord. Il conseguente sconvolgimento della circolazione termica potrebbe far deviare la corrente del Golfo, alterando bruscamente il clima temperato dei territori costieri in ragione del minore afflusso di acqua calda verso il Nord (Schwartz and Randall, http://www.ems.org/climate/pentagon climatechange.pdf).
Paradossalmente, a livello regionale – ad esempio in Europa – il riscaldamento globale potrebbe anche determinare un raffreddamento del clima, con effetti di dimensioni catastrofiche per la produzione alimentare e i consumi di acqua ed energia. Di conseguenza si temono esodi di massa e il rischio di esplosioni di violenza. Ecco perché gli Usa devono premunirsi in tempo (Ğpreemptiveğ) per sgominare il Male sotto la specie di ondate migratorie di folle disperate.

Da tutto questo si può concludere che il governo Bush (come l’elettorato che gli ha consegnato il potere) non è all’altezza delle sfide del mondo di oggi. Ma disgraziatamente quel governo ha in mano un potere planetario e non si fa scrupolo di utilizzarlo, accusando al tempo stesso di `terrorismo’ chi tenta di resistere a una politica di distruzione. Così si catturano le parole, rendendo impossibile qualsiasi discorso; e si perdono per strada gli ultimi residui di razionalità e democrazia. È l’ora degli opportunisti, dei subalterni, di chi si adegua e cerca di far pace per proprio conto con il papa della Casa Bianca. Lo ĞSpiegelğ, nel suo numero uscito dopo la rielezione di Bush, ha adottato la parola d’ordine Ğocchi chiusi e avanti tuttağ. Ma in questa scelta si riesce almeno a percepire una nota di disperazione. Un sentimento del tutto estraneo al leader dei Verdi Bütikofer, che in un’intervista (ĞFrankfurter Rundschauğ, del 14.11.2004) dichiara di voler apprendere la lezione dei repubblicani e di Bush anziché abbandonarsi allo sconforto Ğcome fa la sinistrağ. Una posizione che ricalca quella dei rappresentanti degli altri partiti, con la sola eccezione del Pds. Ed è tragico che a pochi giorni dalla rielezione di George W. Bush la classe politica si adegui non solo all’esito elettorale, ma evidentemente anche a una politica di cui Falluja ci ha offerto un assaggio agghiacciante.



note:

a Si tratta del `doppio deficit’, del bilancio dello Stato e della bilancia commerciale (NdRM)

(Traduzione di Elisabetta Horvat)


Sul problema del futuro energetico italiano interviene anche la Scuola Superiore dell’ENI, Enrico Mattei:

Enzo Di Giulio: Ulisse, le sirene ed il futuro energetico italiano


Anche Rubbia fornisce una panoramica delle disponibilità e necessità energetiche italiane:

Carlo Rubbia – La situazione energetica del nostro Paese, presente e futura: energia per il progresso


Sulle risorse energetiche mondiali e sul caso Italia, interviene Alessandro Clerici del WEC che abbiamo già incontrato:

Alessandro Clerici: Le risorse energetiche mondiali ed il caso Italia


Nella seguente intervista Carlo Lombardi, docente di Impianti Nucleari al Politecnico di Milano, spiega perché i tempi per il nucleare sono maturi:

NUCLEARE TEMPI MATURI

http://www.giornaleingegnere.it/num_18-2004/articolo2.htm

Intervista a Carlo Lombardi, docente di Impianti Nucleari al Politecnico di Milano

Energia nucleare, i tempi per invertire la rotta sembrano essere ormai maturi

Franco Cianflone

E’ fuor di dubbio che l’energia nucleare, da sola, non può risolvere i problemi energetici italiani e mondiali. Tuttavia potrebbe attenuare le preoccupazioni paventate per il crescente ed esteso uso dei combustibili fossili, oltre che per il loro esaurimento in tempi brevi. Le preoccupazioni per gli effetti ambientali, originati dall’uso intensivo delle diverse fonti d’energia, sono al centro di inquietudini in ogni corrente di pensiero.
Ecologisti di notevole fama hanno rivisto le proprie posizioni nei confronti dell’energia nucleare. Uno dei fondatori del movimento ambientalista internazionale, il professor James Lovelock ha sostenuto vigorosamente la necessità dell’energia nucleare e ha fatto appello ai suoi amici “verdi” perché abbandonino la loro errata obiezione nei confronti di questa forma d’energia.
Secondo Lovelock, per ridurre l’effetto serra, i tempi sono molto ristretti e le energie rinnovabili non sono ancora a punto per poterlo fare.
Il “ripensamento” sull’impiego dell’energia nucleare ha indotto un altro famoso ecologista, Bruno Comby, a fondare l’associazione Environmentalists For Nuclear Energy (ECN), che già raccoglie 6000 membri e sostenitori appartenenti a 48 paesi.
Problematiche, prospettive, possibilità e inconvenienti sull’energia nucleare sono stati al centro di un interessante dibattito, tenutosi in occasione della commemorazione del compianto professor Mario
Silvestri. Per approfondire il problema e portarlo a conoscenza dei lettori, “Il Giornale dell’Ingegnere” ha rivolto qualche domanda sull’argomento al professor Carlo Lombardi, docente di Impianti Nucleari al Politecnico di Milano.


Professore, quali sono, secondo lei, le problematiche da affrontare nelle politiche energetiche?


“E’ importante usare razionalmente le varie risorse energetiche,
al fine di minimizzarne l’impatto ambientale per ostacolare il cambiamento del clima. Inoltre bisogna produrre energia a costi contenuti e utilizzare razionalmente le risorse disponibili.”


Qual è il principale problema dell’energia?


“Le difficoltà d’approvvigionamento energetico, principalmente legate alla disponibilità di combustibili fossili, di petrolio e di gas naturale.
Queste incognite hanno caratterizzato i dubbi del passato, oggi tornate violentemente alla ribalta, dopo essere considerati, in tempi recenti, non cruciali. Esperti qualificati temono che si stia avvicinando il momento in cui intravedrà la fine delle riserve disponibili. Da questo deriverebbe che il progressivo aumento dei prezzi del petrolio e del gas naturale sarebbe di natura più sostanziale che contingente, fenomeno che potrebbe accelerarsi per l’aumento delle richieste dei paesi in via di sviluppo, in primis Cina e India, e per possibili crisi interne di alcuni paesi produttori.
Tutto ciò si ripercuoterà negativamente sull’economia di molte nazioni e in particolare sull’Italia, la cui situazione energetica è fortemente dipendente dal petrolio“


Si sta forse avvicinando il periodo nel quale saremo costretti a vivere senza combustibili fossili. In passato, l’elevato costo dell’energia nucleare, oltre alle considerazioni ambientali, ne ha frenato lo sviluppo. Qual è l’attuale situazione?


“Oggi i costi del chilowattora nucleare sono sicuramente competitivi con quelli prodotti da combustibili fossili, anche non penalizzando questi ultimi con gli oneri per la salvaguardia dell’ambiente il che, altrimenti, renderebbe il confronto ben più favorevole all’energia nucleare. Se il nucleare può essere una soluzione percorribile, se pur parziale, per fronteggiare i problemi energetici, ancora di più lo sarebbe per il nostro Paese, che deve affrontare vere e proprie emergenze nel settore.”


Quali sono, professore, le ragioni di un possibile ritorno al nucleare per un paese come l’Italia?


“L’eccessiva dipendenza dalle importazioni, l’uso esagerato di petrolio e gas anche nel settore elettrico, il continuo aumento dei gas serra, l’elevato prezzo dell’energia, l’inquinamento dell’aria nei
grandi centri urbani, la ridotta capacità manifatturiera nello specifico settore e l’esiguità della ricerca. Non si comprende perché perduri l’avversione a questa forma energetica, anche per quanto riguarda
le attività di ricerca, considerato che queste sono ripartite sul “nuovo” nucleare sviluppato in gran parte del mondo e che il Paese ha ancora competenze e potenzialità al riguardo.”


Quali sono le tendenze dell’Unione Europea nei confronti dell’energia nucleare?


“L’Unione, nel recente passato, ha avuto un atteggiamento poco favorevole nei confronti dell’energia nucleare da fissione, puntando le attività di ricerca e sviluppo più sull’energia nucleare da fusione.
Tuttavia, il nucleare da fissione è recentemente riconsiderato con maggiore attenzione nell’ambito della ricerca.”


Quali sono gli inconvenienti che in linea di principio hanno ostacolato l’energia nucleare?


Essenzialmente sono tre: sicurezza, complessità e proliferazione.
Queste caratteristiche presentano aspetti sia tecnici sia politici, entrambi con ripercussione sui costi.


Qual è il suo parere sulla sicurezza?


“Per la sicurezza si sono avuti in molti casi, per imposizione delle Autorità preposte, notevoli ritardi nella costruzione di nuove centrali e lunghi periodi d’inattività, in centrali funzionanti, per realizzare i
miglioramenti richiesti e, talvolta, l’abbandono della centrale prima della fine della sua vita operativa. Attualmente si ritiene, da parte di molti esperti, che la sicurezza del nucleare sia senz’altro ottima. Ma si cerca di migliorarla ancora e, in particolare, evitando in ogni ipotetica anomalia che si abbia la fusione del combustibile, traguardo di possibile realizzazione.
Si ha l’ulteriore vantaggio di non dover predisporre un piano di evacuazione della popolazione residente nelle vicinanze dell’impianto.
Accorgimento questo che, in passato, si è rivelato poco gestibile e molto oneroso. Purtroppo, non è facile convincere l’opinione pubblica. Ne consegue che i politici, anche se personalmente convinti che il nucleare abbia vantaggi sulle altre alternative, non desiderano andare contro il parere degli elettori.”


Quali i problemi della proliferazione?


“La proliferazione è un aspetto delicato. Si riferisce alla possibilità che un reattore nucleare e la sua tecnologia possano essere utilizzati per produrre combustibile per armi atomiche. Non si tratta di decisioni tecniche, ma politiche.
I criteri da seguire potrebbero essere tra i seguenti:

  • Mantenere il controllo del combustibile da parte della Potenza Nucleare.
  • Adozione di un ciclo chiuso direttamente sul sito, in modo da evitare pericoli di diversione durante il trasporto.
  • Co-trattamento del combustibile irraggiato, in modo da non estrarre plutonio puro, ma miscelarlo con altri attinidi, per renderlo non proliferante;
  • Combustibile non ritrattabile, ossia inglobato in materiali altamente resistenti ad attacchi chimici, come la grafite;
  • Noccioli nucleari sigillati, che sono integralmente sostituiti periodicamente, quando il combustibile è esaurito.
    Personalmente ritengo che il problema della proliferazione sia, in buona parte, responsabile del rallentamento o della fermata dei programmi di costruzione di centrali nucleari in molti paesi incluso il nostro.


Le recenti vicende internazionali confermano, in particolare, quanto gli Stati Uniti siano sensibili a questo aspetto.”
Come si può risolvere il problema delle scorie?


“La preoccupazione sulla collocazione definitiva dei rifiuti nucleari mi sembra francamente esagerata. Le soluzioni sono note, le quantità da gestire piccole e se il problema, più per ragioni psicologiche
che reali, si dimostrasse difficile da risolvere in paesi molto densamente abitati come il nostro, si potrebbe pensare a costruire grandi depositi internazionali in opportune zone isolate del mondo.”
“La comunità mondiale dei ricercatori sta conducendo una vasta discussione sullo sviluppo di nuovi concetti di reattore, di Quarta Generazione. 

Ci può dire qualcosa?


“L’iniziativa, impostata nel 2001, con la partecipazione di diversi Paesi, aveva lo scopo di valutare vari concetti di reattore e selezionare i più promettenti per ulteriori sviluppi.
Questa selezione deve avvenire sulla base di criteri obiettivi e condivisi, che riguardano l’uso efficiente del combustibile, i costi, la sicurezza e la resistenza alla proliferazione. E’ essenziale, inoltre, rassicurare la pubblica opinione.”


Come saranno i nuovi tipi di reattore?


“La Generation IV Technology Road Map ha valutato i numerosi concetti proposti dalle più diverse organizzazioni del mondo, suddividendoli in “evolutivi” e “innovativi”.
I primi si basano sui reattori esistenti, proponendo modifiche per migliorare prestazioni e sicurezza. Sono modifiche tecnologicamente valide e quindi il loro utilizzo può avvenire in tempi brevi (2010-2015).
I concetti innovativi sono completamente nuovi e soddisfano pienamente le esigenze impostate, basandosi sullo sviluppo di tecnologie innovative.
Il loro successo non è però certo e il loro eventuale utilizzo è proiettato nel lungo periodo (2030). I reattori del primo criterio sono definiti International Near Term Deployment reactors (INTD), i secondi Generation IV reactors.
Le prossime azioni, già in corso, definiranno gli accordi, tra i paesi coinvolti, per suddividere le attività e i costi dei programmi di sviluppo.
I reattori che, sulla base dei requisiti imposti e delle regole concordate, sono risultati meritevoli di appartenere alla Generation IV sono sei:

  • Reattore ad acqua leggera alle condizioni supercritiche sia termico che veloce (2 progetti);
  • Reattore a gas a temperature molto elevate (superiore agli HTGR) sia termico sia veloce con ciclo a gas (2 progetti); Reattore veloce a sodio con combustibile avanzato (1 progetto);
  • Reattore veloce a piombo (1 progetto); Reattore a sali fusi (1 progetto). Si tratta di concetti molto innovativi, che richiedono programmi di ricerca e sviluppo lunghi e impegnativi. I reattori della categoria INTD sono più numerosi (16 progetti).


Qual’è la posizione dell’Italia in questo contesto?


“Il nostro Paese non ha partecipato finora ufficialmente a questa iniziativa e l’unico collegamento avviene tramite l’Unione Europea, anch’essa entrata solo di recente nel Generation IV. Tuttavia, l’Italia sta acquisendo una significativa esperienza nella tecnologia del piombo, alla base del programma ADS (Accelerator Driven System) per l’eliminazione dei rifiuti a vita lunga e ha dato un rilevante apporto allo sviluppo di un altro importante progetto: il reattore IRIS (International Reactor Innovative and Secure), un programma sviluppato da 21 organizzazioni appartenenti a 10 diversi Paesi.”


CAPITOLO 5 – LA POSIZIONE DELLA UE SULL’ENERGIA NUCLEARE

In tempi recenti la UE si è espressa con vari documenti sull’opportunità dell’energia nucleare:

UE – Libro verde: Una strategia europea per un’energia sostenibile, competitiva e sicura (8 marzo 2006)

UE – Adesione della Comunità alle ricerche su reattori di IV generazione

UE – Attività di ricerca e formazione nel settore nucleare


Segue …


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