Fisicamente

di Roberto Renzetti

[Un dolore immenso mi ha assalito quando ho avuto la notizia della scomparsa di uno dei maestri di questo Paese, Ho conosciuto carlo nel 1967 è stato mio professore a Fisica. Poi ho avuto il piacere infinito di averlo come amico. Mi ha insegnato molte cose e non riuscirò mai a dimenticarlo. Cara Silvia ti abbraccio forte forte e spero di farlo presto. RR]

[Le foto sono state scattate da mia moglie Vittoria quando Carlo e sua moglie Silvia vennero a Barcellona in occasione dell’intitolazione del Liceo italiano ad Edoardo Amaldi]

Carlo Bernardini

Fisico, professore emerito

Professore emerito di fisica, è stato professore ordinario di metodi matematici per la fisica all’Università La Sapienza, ed è direttore della rivista Sapere che dirige dal 1983. Un vero maestro di grande autorità intellettuale e morale che ha educato generazioni di giovani.
Fisico di caratura internazionale, è noto anche per la sua verve di polemista e divulgatore scientifico. Tra le sue opere più conosciute, oltre quelle di carattere scientifico: L’ingegno e il potere, scritto con Daniela Minerva (Sansoni, 1992), Idee per il governo: la ricerca scientifìca (Laterza, 1995), La fisica nella cultura italiana del ‘900 (Laterza, 1999) e Contare e raccontare. Dialogo sulle due culture (Laterza, 2003), scritto a quattro mani con Tullio De Mauro.
Nei primi anni sessanta collaborò alla realizzazione del primo sincrotrone, realizzandone, insieme ad altri fisici del laboratorio dell’INFN di Frascati, la costruzione dell’anello di accumulazione (AdA) sotto la supervisione di Bruno Touschek. Nel 1976 è anche stato eletto, come indipendente del Partito Comunista Italiano, al Senato nella VII Legislatura.

Ha scritto la prefazione di Alla ricerca di un uomo chiamato Gesù di Roberto Renzetti.

Daniela Minerva

Nato a Lecce nel 1930, aveva fatto parte del ”gruppo del sincrotrone” dell’Infn di Frascati lavorando alla realizzazione dell’anello di accumulazione (AdA) e all’acceleratore di particelle Adone

22 GIUGNO 2018

SI E’ spento un grande intellettuale della scienza italiana. Carlo Bernardini è morto e ci mancherà moltissimo. Era nato a Lecce nel 1930 ed era stato un fisico molto importante: aveva lavorato negli anni Sessanta del secolo scorso alla costruzione del primo sincrotrone italiano nel laboratori dell’Infn di Frascati accanto a Bruno Touscheck, di cui parlava con grande rimpianto come del suo maestro.

Professore di metodi matematici della fisica alla Sapienza, università di Roma, era stato amico e allievo di Edoardo Amaldi, Giorgio Salvini …. Era uno degli ultimi eredi morali di via Panisperna.

Ma non era solo questo: scrittore, critico della società, detestava il modo in cui questo paese indulge nel disinteresse e nel dileggio della scienza; pensando che solo il metodo scientifico può salvarci dalla barbarie. Ha scritto molti libri (uno anche con me, bontà sua) e diretto a lungo la gloriosa rivista Sapere. E’ stato senatore della Repubblica nella VII legislatura e si è occupato a lungo di didattica delle scienze.

Entrai nella sua casa romana in un giorno d’autunno del 1982. Venivo direttamente dalla stazione Termini ed avevo una terrificante valigetta gialla e rosa che lui guardò subito con disprezzo. Bello, alto, elegante, coltissimo, era impossibile non amarlo e non farsi immediatamente trascinare dal suo fascino intellettuale. Doveva prendere in mano la gloriosa rivista di divulgazione scientifica Sapere, nata nel 1935 e testimone di tutta la storia della scienza italiana del ‘900. L’editore, Raimondo Coga, lo aveva arruolato per ridarle smalto e soprattutto, per sottrarla alle pastoie dell’antiscienza democratica che aveva confuso le acque negli anni precedenti. E lui, un fisico scrittore, aveva bisogno di una ragazzotta che gli facesse la rivista. Sono stata con lui a Sapere per oltre dieci anni, e ho imparato tutto quello che so.
 
Niente paura, non farò un “lui e me”. E non la farò lunga. Né elencherò le battaglie politiche e culturali della sua vita (dal disarmo alla scuola e oltre). Ma serve dire che cosa Bernardini, nei suoi molti libri, nei suoi molti editoriali e nelle sue molte conferenze, ha lasciato in eredità a chi vorrà. Non ci sono verità assolute, non si deve parlare di quello che non si conosce (e neanche di quello che non si può conoscere). Ogni cosa detta va dimostrata alla luce del sole e convalidata da gente che ci capisce e ne sa. Non ci sono tabù, niente è bandito se non la stupidità e l’ignoranza. Troppo semplificato? Forse, ma se c’è una cosa che Carlo faceva meglio di chiunque altro: era dire semplicemente delle cose estremamente complesse. Ma era anche l’uomo che diceva (e io non me lo scorderò mai): il rigore è la nota dolente della società contemporanea.
 
Contro questa deriva invocava la forza della ricerca e non ha mai smesso di stigmatizzare il disprezzo dei nostri governanti verso la scienza, e la ricerca scientifica. Non solo sottofinanziata, ma profondamente sottostimata nella sua importanza per lo sviluppo sociale. I sui libri sono da leggere e rileggere. Chi voglia capire cosa è successo all’intelligenza di questo paese negli ultimi 30 anni, li rilegga e vi troverà le ragioni profonde della nostra crisi.

Non lo vedevo da un po’. Troppo da fare, e forse un po’ piccata perché in un suo libro mi aveva definita un “ogm”, organismo giornalisticamente modificato. Questo era Carlo: divertente e dissacrante. Rigoroso. Posso solo immaginare con quanto dolore abbia accolto questi nuovi cretini che straparlano di cose che non sanno. Ma questi sono i tempi moderni, che non gli sarebbero certo piaciuti.
Per quel che ci riguarda possiamo solo cercare di tenere diritta la barra del rigore. E cominciare a rileggere i suoi libri.

Tutti abbracciamo Silvia Tamburini, la moglie, professoressa di fisica, e i figli.

I funerali saranno a Roma domani, sabato 23 giugno alle 12. Al Tempio egizio del Verano

IN RICORDO DI CARLO BERNARDINI

Di  Pietro Greco

[In mia compagnia a Montserrat]

Giovedì 21 giugno Carlo Bernardini ci ha lasciato. Era nato a Lecce il 22 aprile 1930. Aveva, dunque, appena compiuto 88 anni. E aveva, soprattutto, una voglia ancora indomita di continuare le sue battaglie ideali. Con la lucidità, la determinazione e l’umanità di sempre.

Forse è persino inutile ricordare chi sia stato, Carlo. Forse non c’è persona che si occupi in qualsiasi modo e ambito di scienza che non lo conosca. Tuttavia non tutti conoscono, forse, tutte le sue facce. Tutti gli ambiti in cui, da intellettuale autentico, si è cimentato.

E, allora, forse è utile ricordarli, tutti questi ambiti, senza pretesa alcuna di completezza.

Carlo Bernardini, fisico

Carlo Bernardini è stato prima di tutto e soprattutto un fisico. Un ottimo fisico, che ha contribuito a ideare e realizzare la “via italiana alle alte energie”. AdA, l’Anello di Accumulazione, non è stato l’unico progetto cui ha partecipato, da fisico teorico ingaggiato in programmi di fisica sperimentale. Tuttavia è stato quello di cui andava maggiormente fiero. Che ricordava con più piacere e anche con più commozione. E allora vale la pena ricordarlo con un minimo di definizione di dettaglio, perché quel progetto è parte della storia culturale del nostro paese.

Siamo alla fine degli anni ’40. I fisici italiani organizzati nell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) – un originale modello organizzativo pensato da un grande fisico, omonimo ma non parente di Carlo, Gilberto Bernardini, in stretta collaborazione con Edoardo Amaldi – hanno ormai dimostrato di poter rinverdire la splendida tradizione degli anni ’30, quando intorno a Enrico Fermi si forma a Roma il gruppo leader al mondo in fisica nucleare.

Dopo il disastro conseguente alle leggi razziali del 1938 e, poi, all’entrata in guerra dell’Italia al fianco di Hitler, i fisici della penisola si stanno riprendendo alla grande. Con gli esperimenti di Marcello Conversi, Ettore Pancini e Oreste Piccioni hanno inaugurato la stagione di quella che sarà la fisica dominante della seconda parte del XX secolo: la “fisica delle particelle”. Con una serie di ricercatori formidabili, come Gilberto Bernardini, lo stesso Edoardo Amaldi, Giuseppe “Beppo” Occhialini e tanti altri, hanno un ruolo di primissimo piano nella fisica dei raggi cosmici, inaugurata peraltro da Bruno Rossi. Con Edoardo Amaldi hanno dato l’impulso alla realizzazione del CERN di Ginevra, un grande laboratorio europeo: il primo progetto realizzato dai paesi del Vecchio Continente dopo la lunga guerra civile durata trent’anni che tra il 1914 e il 1945 lo ha dilaniato. Con alla testa Giorgio Salvini, i “giovani leoni” della sezione acceleratori dell’INFN hanno dimostrato di saperci fare. Con l’elettrosincrotrone realizzato a Frascati, l’Italia è ormai in grado di partecipare, in piena autonomia, alla ricerca nel settore della fisica delle alte energie.

Ma ora, alla fine degli anni ’50, dopo la realizzazione della macchina di Frascati, occorre andare avanti e non disperdere queste competenze. Occorre alzare l’asticella, con un nuovo progetto di valore assoluto. Se ne inizia a parlare nel 1959. Alcuni propongono di passare a una macchina in grado di accelerare protoni, per realizzare ricerche di punta nel campo delle interazioni forti. Altri sostengono che bisogna insistere sugli elettroni, le particelle accelerate appunto dall’elettrosincrotrone: ma non basta avere una macchina più potente, occorre un’idea nuova dal punto di vista della fisica.

L’idea vincente viene lanciata da Bruno Touschek, un fisico teorico di origine austriaca che lavora alla Sapienza e che nel 1959 Salvini chiama a Frascati. Bruno ha due idee guida: la fisica che si può fare con gli elettroni anche negli acceleratori è più elegante e più semplice da interpretare della fisica che si fa con quella che definiva la «teppaglia adronica», ovvero i protoni, perché l’interazione elettromagnetica è meno devastante e più fine delle interazioni forti.

L’altra idea è, nella sua semplicità, davvero innovativa: un uovo di Colombo. Finora in tutto il mondo il “lavoro” di un acceleratore consiste nell’accelerare un fascio di particelle fino alla velocità giudicata giusta per bombardare un obiettivo fisso. Touschek sostiene che è molto più vantaggioso accelerare in direzioni opposte due fasci di particelle e al momento giusto farli scontrare frontalmente.

In realtà l’idea della collisione frontale tra fasci accelerati di particelle la vera novità. E neppure le gentle collisions, le collisioni gentili tra elettroni. I fisici ci avevano già pensato: per esempio Rolf Wideröe negli anni ’40 e poi ancora negli anni ’50. Il progetto era stato portato avanti a Princeton e Stanford. Touschek ha l’idea di utilizzare un solo anello in cui far viaggiare in direzioni opposte elettroni e positroni, portandoli a una collisione che ha grande interesse anche da un punto di vista fisico, perché l’annichilazione conseguente della particella e della sua antiparticella consente di «depositare energia nel vuoto» in modo estremamente elegante, senza restrizioni derivanti da ulteriori leggi di conservazione, e consente, quindi, l’osservazione del massimo numero possibile di stati finali della reazione.

Nello scontro elettroni e positroni si annichilano e la loro momentanea scomparsa produrrà energia elettromagnetica in grado di attivare il vuoto perché generi nuove particelle. Le particelle neonate, ovviamente, dipendono dall’energia di annichilazione. Per cui ci sono coppie di particelle che saranno create con maggiore probabilità: una nuova coppia elettrone-positrone; ma anche altre coppie di particelle cariche di segno opposto, come mesoni µ, π o K. Naturalmente sarebbero potute comparire anche nuove particelle, inattese.

Gli elettroni e i positroni non sentono l’interazione forte, e quindi i segnali conseguenti alla loro annichilazione sono più puliti. I leptoni, insiste Touschek, «parlano civilmente», senza rumori. Al contrario della «teppaglia adronica». Inoltre una macchina che accelera elettroni e positroni può raggiungere più facilmente le altissime energie. Insomma, l’idea è nuova, pulita ed economica. Aprendo la strada a nuova fisica. A strade mai battute.

I positroni non esistono in natura. Bisogna crearli. E organizzarli in un fascio. Nessuno ha mai realizzato un fascio di positroni e lo ha accelerato. Inoltre c’era da fare un vuoto davvero spinto. E trovare il modo di iniettare nella ciambella elettroni e positroni.

Touschek propone di passare dalle idee ai fatti, utilizzando lo stesso elettrosincrotrone costruito da Salvini e adattandolo. Salvini si oppone. Il compromesso, su proposta di Giorgio Ghigo, è: costruiamo una macchina nuova, un prototipo, ma piccolo – un metro e mezzo di diametro – in cui iniettare elettroni e positroni con un’energia di 250 MeV per provarne la fattibilità.

In breve il progetto AdA (anello di accumulazione) è approvato e finanziato dal CNEN con 20 milioni, grazie anche a quelli che Carlo Bernardini definisce i «buoni riflessi» di Felice Ippolito. Si parte. Nicola Cabibbo e Raoul Gatto nel 1961 elencano le reazioni prevedibili. Il loro lavoro costituisce “la Bibbia” per il gruppo che deve realizzare AdA. La squadra di Bruno Touschek, passata alla storia come il “gruppo del sincrotrone”, è composta da un numero incredibilmente piccolo di persone: Ruggero Querzoli, Gianfranco Corazza, Giorgio Ghigo e Mario Puglisi e, soprattutto, Carlo Bernardini.

Carlo e i suoi colleghi devono risolvere problemi non banali: come garantire una vita media sufficiente ai due fasci di particelle, raggiungere condizioni di vuoto estremamente elevate nella ciambella, iniettare nell’anello positroni ed elettroni con intensità sufficiente. Ma in breve tutti questi problemi sono risolti. E nel giro di un anno e mezzo AdA è già pronto e funzionante. Grazie anche al trasferimento dalla Francia a Frascati di un efficiente acceleratore lineare di positroni realizzato nel laboratorio di Orsay.

AdA è un prototipo. Non ha energia sufficiente per produrre nuova fisica. Ma gli italiani hanno dimostrato che è possibile costruire macchine di concezione nuova, a fasci collidenti. Esiste, dunque, una «via italiana alle alte energie» e questa via mieterà notevoli successi negli anni a venire. In fondo il LEP e poi LHC, i grandi acceleratori costruiti al CERN di Ginevra sono i figli, giganteschi, della minuscola AdA.

Carlo Bernardini parteciperà anche ad altri progetti importanti, primo fra tutti quello denominato ADONE. Ma basta ricordarlo come uno dei protagonisti dell’invenzione della “via italiana alle alte energie” per rendergli merito come fisico di grande classe.

Carlo Bernardini, docente

Carlo Bernardiniha avuto come costante punto di riferimento soprattutto due maestri, Edoardo Amaldi ed Enrico Persico. Ma, poi, è stato a sua volta maestro di svariate generazione di fisici. Avendo insegnato prima Fisica generale all’Università Federico II di Napoli (per due anni) e poi all’Università La Sapienza (oggi Sapienza, Università di Roma) ha tenuto il corso di Modelli e metodi matematici della fisica. Ma sulle sue capacità didattiche lasciamo la parola a un suo prestigioso allievo, Fernando Ferroni, attuale presidente dell’INFN: «Carlo Bernardini, al di là del suo grande contributo all’INFN e in particolare ai Laboratori di Frascati, è stato un docente straordinario alla Sapienza, ha appassionato intere generazioni di studenti alla Fisica delle Alte Energie. Ricordo ancora i suoi corsi che ebbi la fortuna di frequentare da studente, e che mi resero chiara sia la bellezza che avrei potuto incontrare sul mio cammino, sia le difficoltà che avrei sicuramente incontrato e che avrebbero richiesto un impegno senza compromessi. Un grande professore, uno spirito profondo».

Un professore che sapeva andare oltre le formule ed entrare nel vivo dei contenuti della fisica. Proprio perché aveva profonde conoscenze della storia e della filosofia della sua materia.

Carlo Bernardini, storico

No, non era uno storico della fisica di professione. Anche se in molti saggi, in molti articoli, in molte conferenze ha scritto e parlato di storia della fisica e di storia della scienza. Ha dato una mano a organizzare l’Archivio Amaldi, il cuore della storia della fisica italiana del dopoguerra. Ma la sua è una figura di storico anche e soprattutto perché molto più di tanti suoi colleghi aveva ben presente l’idea che le conoscenze in fisica, anche le più attuali, non vengono su dal nulla. Sono frutto di un percorso, storico appunto. E che lo studio della storia ha due obiettivi principali: ricostruire il percorso delle idee e ricostruire la vita degli uomini che hanno “fatto” la fisica. Questa memoria lucida della creatività del passato consente di avere un presente più lucido e più creativo.

Negli ultimi anni era piuttosto amareggiato per non essere riuscito a creare un settore stabile e riconosciuto di storia della fisica in Italia.

Carlo Bernardini, filosofo

Carlo aveva una profonda conoscenza dell’epistemologia: del modo in cui si produce conoscenza scientifica. Aveva anche posizioni molto precise, talvolta critiche verso le correnti di pensiero in fisica teorica che privilegiano la matematica più astratta. Occorre partire dai fenomeni, diceva. E in questo si richiamava a Enrico Fermi.

Ecco, Carlo Bernardini era un fisico teorico che, come Fermi, amava privilegiare i fatti concreti e tangibili del mondo fisico. Era un fisico teorico che non temeva anzi amava “sporcarsi le mani” con la fisica sperimentale.

Era un pensatore assolutamente libero. Indipendente dalle umane passioni. Se posso aggiungere un ricordo personale: Carlo aveva enorme rispetto per Bruno Pontecorvo, un altro che era al medesimo tempo fisico teorico e sperimentale. Quando Pontecorvo veniva a Roma dall’Unione Sovietica, era ospite nel suo ufficio. Ma non credo, mi diceva Carlo, nella sua teoria dell’oscillazione dei neutrini.

Carlo Bernardini era un razionalista illuminista. E questa sua visione del mondo la trasmetteva non solo all’interno della comunità dei fisici, ma anche nel resto della società. Con cui aveva un rapporto strettissimo ma mai accomodante.

Il razionalista illuminista Bernardini era dotato anche di una limpida onestà intellettuale. Anche nelle battaglie culturali più aspre – e ne ha fatte tante – riconosceva il valore scientifico e intellettuale dei suoi avversari. Quando c’era, ovviamente.

Carlo Bernardini, fisico per la pace

Nella sua ricchissima dimensione pubblica, uno spazio particolare Carlo lo ha sempre ritagliato per quella che considerava una battaglia prioritaria: la pace. E, in particolare, il disarmo nucleare. Aveva contribuito a fondare e ne era poi uno degli animatori principali l’USPID (l’Unione Scienziati per il Disarmo). Memorabili erano e sono ancora gli incontri ad altissimo livello che Carlo Bernardini e l’USPID hanno organizzato ogni due anni a Castiglioncello, in Toscana.

In questa azione incessante, il razionalismo illuminista di Carlo Bernardini raggiungeva un apice.

Carlo Bernardini e la scuola

Da intellettuale a tutto campo, qual era, Carlo Bernardini considerava la scuola una delle colonne fondamentali della società. Ma questa sua attenzione per la scuola non era, ancora una volta, avulsa da una concreta attività. Ancora una volta univa teoria e pratica. Così, ha diretto con Lucio Lombardo Radice la rivista Riforma della Scuola. Ma si è impegnato anche in attività sperimentali, sul campo, di didattica della fisica. Da questo punto di vista è stato un punto di riferimento costante degli insegnanti di fisica – e non solo di fisica – delle scuole primarie e secondarie.

La sua attenzione era anche al linguaggio. E il suo lavoro, corredato da grande amicizia, con Tullio De Mauro sul linguaggio della fisica è un’altra perla della sua vita culturale.

Carlo Bernardini e la comunicazione

Carlo Bernardini era uno scienziato consapevole della necessità di un rapporto con la società. E nel tempo ha costruito un rapporto molto stretto, anche se, come abbiamo già ricordato, mai accomodante. Un rapporto, per così dire, schietto. La sua attività di comunicatore è stata davvero intensa. Ha diretto per anni Sapere, la più antica rivista di divulgazione scientifica che abbiamo in Italia. È stato editorialista di importanti quotidiani e riviste. Partecipava volentieri a trasmissioni radiofoniche e, forse un po’ meno, televisive. Ha scritto libri tanto profondi quanto godibili.

Ecco, la sua scrittura era quella del grande scrittore.

Leggera e profonda. Innervata di riferimenti culturali, ma proposti senza arroganza, con estrema naturalezza, spesso con umiltà. Al fondo c’era sempre una sottile ironia. Che, talvolta, poteva diventare irridente sarcasmo. Soprattutto quando oggetto dei suoi strali erano colleghi che non lo convincevano o, comunque, potenti. Senza dubbio Carlo Bernardini è stato uno dei protagonisti più versatili e importanti della comunicazione della scienza dell’ultimo mezzo secolo.

Carlo Bernardini, politico

Non ci riferiamo solo al suo passaggio in parlamento, eletto al Senato nel 1976 come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano. E neppure solo alla sua battaglia a favore del nucleare civile (su queste posizioni il vostro cronista era distante da qual grande maestro). Ci riferiamo soprattutto alle sue battaglie per una politica della ricerca italiana. La sua lucidità di pensiero era invidiabile. Già all’inizio degli anni ’90, quando la crisi italiana era già evidente ma pochi ne individuavano le cause, Carlo Bernardini (con il modesto contributo di chi scrive) organizzò un convegno dal titolo: L’Italia è ancora un paese industrializzato?

Chiara l’analisi. La nostra crisi deriva dal fatto che il sistema produttivo italiano ha scelto un “modello senza ricerca”. Se vogliamo uscire dalla crisi abbiamo un’unica opzione: puntare sulla ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico.

Questa analisi e questa ricetta è oggi più che mai valida. Ma ancora le classi dirigenti italiane – politiche, economiche, intellettuali – non se ne sono accorte. Questa insipienza del paese lo amareggiava. Era fonte di una sofferta frustrazione. Ma ciò non gli ha impedito per anni, per decenni di continuare a indicare la via ritenuta giusta. In ogni occasione – dalle assise nazionali più alte agli interventi nelle scuole dei paesini più sconosciuti.

L’umanità di Carlo Bernardini

Vorrei chiudere con un ricordo personale. Perché ho avuto l’onore e il piacere di essergli amico. Le prime volte che l’ho incontrato, verso la fine degli anni ’80, ne ero come intimorito. Riconoscevo la sua stratordinaria cultura, di diverse spanne superiore alla mia di povero cronista. E conoscevo anche la severità dei suoi giudizi. Per cui quando scrivevo un articolo, il mio primo pensiero era: chissà cosa ne penserà Carlo. Ecco questo mi ha molto aiutato a crescere professionalmente: ho sempre cercato di scrivere, in piena indipendenza e talvolta su posizioni diverse, in modo che Carlo Bernardini non avesse nulla da rimproverarmi in fatto di grammatica e sintassi scientifica.

Ci siamo trovati in tantissime situazioni dalla medesima parte. A Sapere, nella didattica della comunicazione della scienza, nelle battaglie per una sana politica della ricerca e in quelle per il disarmo e per un’Europa sempre più unita.

Ebbene, in tutti questi anni il timore reverenziale nei confronti della sua immensa cultura non si è eroso. Ma ho imparato a conoscere sempre meglio la profonda umanità di Carlo.

In ultima analisi: era una persona perbene. E lo dimostrava.

Carlo Bernardini (1930-2018)

https://www.sif.it/riviste/sif/sag/ricordo/bernardini

[In mia compagnia nell’Aula  Magna del Liceo

Carlo Bernardini è stato uno dei protagonisti del processo di ricostruzione e dell’enorme sviluppo della fisica italiana negli anni ’50- ’60, contribuendo come giovane fisico alla riconquista su nuove basi della posizione di eccellenza raggiunta negli anni ’30 dai padri della fisica moderna in Italia. Si era formato alla scuola degli allievi e collaboratori di Enrico Fermi e Bruno Rossi e fu tra i pionieri dello sviluppo dei Laboratori Nazionali di Frascati dove condivise con Bruno Touschek e gli altri membri del gruppo la più entusiasmante avventura scientifica e umana della sua vita: la costruzione dell’anello AdA, che per la prima volta al mondo fece collidere due fasci di elettroni e positroni aprendo una nuova era nella fisica delle alte energie e nell’esplorazione della materia.

La sua visione della fisica come appassionante avventura intellettuale, e soprattutto il senso profondo del ruolo e della responsabilità dello scienziato, si esprimevano in un ampio connubio tra impegno scientifico, culturale, politico, sociale. Questo impegno ebbe una delle sue espressioni culminanti nell’insegnamento, che Bernardini considerò sempre una altissima missione –“l’arte più nobile del mondo”– ispirato dall’esempio dei grandi maestri che sentiva di aver avuto il privilegio di incontrare e di cui divenne amico e collaboratore, ma dei quali parlava sempre con l’ammirazione e il profondo rispetto dovuti a persone tanto speciali. Le sue lezioni eleganti –in cui la fisica si mescolava in modo naturale con suggerimenti di buone letture e perfino di musica classica da ascoltare– il suo stile e il suo garbo inimitabili, hanno influenzato generazioni di studenti a cui trasmetteva il suo senso di meraviglia e di emozione di fronte al potere della razionalità scientifica e del suo linguaggio “estremamente efficiente e produttivo creato da un cervello collettivo nell’arco di secoli”.

Era un affascinante comunicatore e fu sempre generoso nel condividere instancabilmente le sue opinioni e riflessioni sul rapporto tra scienza e società, tra cultura scientifica e umanistica e più in generale sul contributo dello scienziato alla costruzione e al progresso di una società. Con la facilità di scrittura che lo contraddistingueva e la ben nota disponibilità nell’accettare gli inviti a parlare in pubblico, con la sua costante opera nel promuovere iniziative e nel partecipare a quelle che considerava giuste cause, ha creato insieme a tutti coloro che ne hanno profondamente condiviso gli ideali un vero e proprio spazio dinamico di analisi e riflessione che andava dall’impegno per la diffusione della cultura scientifica in tutte le possibili forme, alla trasmissione del valore della conoscenza, fino alle battaglie su fronti impegnativi come il problema del disarmo, del nucleare, delle riforme per l’università e la ricerca, della necessità di una radicale innovazione nella didattica dell’insegnamento superiore. Senza mai tirarsi indietro, si esponeva in prima persona, spesso anche in forma estremamente polemica, ma sempre con profonda buona fede, opponendosi a quella che considerava la “strategia dello struzzo”: “Non posso permettermi di occuparmi dei mali del mondo, perché ho di meglio da fare”. E contraddicendo sistematicamente il motto che aveva affisso sulla porta del suo studio: “Aveva la coscienza pulita. Non l’aveva mai usata…”.

Carlo Bernardini era nato il 22 aprile 1930 a Lecce –città a cui rimase emotivamente legato per tutta la vita– da una colta famiglia di intellettuali antifascisti e anticlericali, un ambiente che favorì le sue precoci curiosità intellettuali e incoraggiò la sua assoluta dedizione allo studio e alla lettura. Completando con due anni di anticipo le scuole superiori, decise di dedicarsi agli studi di fisica, una scelta che appariva incomprensibile in un’epoca in cui la fisica era ancora considerata soltanto una materia da insegnare a scuola, la cui dimensione di ricerca risultava del tutto oscura, al più associata con la produzione dei terribili ordigni nucleari appena esplosi su Hiroshima e Nagasaki.

Nell’Italia del primo dopoguerra Fermi era già divenuto un mito e la sua presenza era ancora tangibile nell’Istituto di Fisica di Roma La Sapienza, dove Bernardini arriva nell’autunno del 1947. Una circostanza che mi ha sempre molto colpito. Il 1947 è stato un anno cruciale per la fisica dei raggi cosmici, di cui gli italiani erano da tempo affermati specialisti. Rappresenta lo spartiacque che segna l’aprirsi di uno scenario del tutto nuovo annunciato dalla scoperta del pione ad opera di Cesare Lattes, Giuseppe Occhialini e Cecil Powell. Il muone aveva acquistato una nuova identità, le cui caratteristiche erano state appena rivelate dallo storico esperimento effettuato a Roma durante la guerra da Marcello Conversi, Ettore Pancini e Oreste Piccioni, un esperimento consacrato da Luis Alvarez nella sua lezione Nobel come l’evento che ha segnato l’inizio della moderna fisica delle particelle elementari. Lo stesso Fermi aveva subito spiegato che il muone –ex mesone dei raggi cosmici– interagisce debolmente con la materia nucleare e non poteva quindi essere il mediatore delle interazioni nucleari ipotizzato da Hideki Yukawa. In questo contesto, il concetto di universalità delle interazioni deboli era stato subito avanzato da Bruno Pontecorvo e fu ripreso di lì a poco da Gianni Puppi.

Nell’eco di questi straordinari avvenimenti, che toccavano così da vicino la comunità dei fisici italiani, Bernardini visse dunque l’inizio dei suoi studi in un’atmosfera di piena continuità con la tradizione stabilita prima della guerra, e insieme ai pochi altri studenti di fisica venne totalmente coinvolto nella vita entusiasmante di quella che era ancora una piccola comunità, una “famiglia”, il cui “indiscusso patriarca” –come lui stesso immancabilmente ricordava– era Edoardo Amaldi, il principale stratega della ricostruzione dopo il “disastro” e al tempo stesso il promotore della costruzione su basi nuove di una realtà pienamente internazionale per la fisica italiana.

Nel 1952 Bernardini si laurea con Bruno Ferretti e subito dopo entra in contatto con Enrico Persico, tra i numi tutelari della rinascita della fisica a Roma e all’epoca a capo del gruppo teorico impegnato nella progettazione dell’elettrosincrotrone, un acceleratore di particelle che corrispondeva all’aspirazione dei fisici italiani di poter svolgere ricerche competitive con i migliori laboratori del mondo. Dopo la creazione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare nel 1951, il progetto dell’elettrosincrotrone, fortemente promosso da Gilberto Bernardini, andava di pari passo con la creazione di un laboratorio nazionale per la sede del quale fu scelta Frascati, nei dintorni di Roma. Per realizzare la macchina –complementare rispetto al protosincrotrone previsto per i laboratori del neonato CERN– fu costituito un gruppo posto sotto la guida del poco più che trentenne Giorgio Salvini. Bernardini venne assunto dalla sezione sincrotrone dell’INFN, entrando a far parte del gruppo dei “primi della classe” –come lo stesso Salvini amava definire i giovani neo laureati scelti per la realizzazione di questa impresa.

Il suo primo compito fu quello di calcolare campi magnetici e dal ’53 al ’59 lavorò a ricerche legate al problema dello studio del fascio di elettroni circolante nel sincrotrone. Sono tipici di quell’epoca i suoi famosi componimenti in rima, in italiano o in romanesco, nei quali venivano presi in giro i colleghi, espressione del suo forte senso dell’umorismo e testimonianza del clima scherzoso e della forte componente ludica caratteristica del gruppo di giovani uniti nell’impresa di avviare le attività di ricerca nei Laboratori Nazionali di Frascati.

Alla fine degli anni ’50, quando l’elettrosincrotrone entrò in funzione –una delle macchine più potenti del mondo nel suo genere– Bernardini fu tra i protagonisti di una nuova rivoluzionaria impresa, il cui ispiratore e principale motore fu Bruno Touschek, un fisico teorico austriaco giunto a Roma alla fine del 1952, dopo anni di vita avventurosa e drammatica tra Austria e Germania, approdato in Inghilterra nel 1947. Touschek, che aveva già imparato l’arte degli acceleratori durante la guerra, collaborando alla costruzione di un betatrone con Rolf Widerøe ad Amburgo, mostrava un certo interesse per l’elettrosincrotrone, una macchina che gli era familiare fin dai suoi anni a Glasgow. Il problema della perdita di elettroni del fascio circolante nell’elettrosincrotrone, a cui Bernardini stava lavorando, segnò l’inizio della loro collaborazione. Bernardini restò affascinato dalla personalità umana e scientifica decisamente fuori del comune di Bruno Touschek. Un incontro destinato a rimanere una delle esperienze più memorabili della sua esistenza, che gli era impossibile ricordare senza provare una forte emozione e un forte senso di vuoto per la sua precoce scomparsa.

Nel febbraio del 1960, quando Touschek avanzò con convinzione la proposta di esplorare le collisioni tra elettroni e positroni facendo circolare due fasci in senso inverso in un unico anello, Bernardini entrò subito a far parte del team che progettò e costruì l’anello di accumulazione AdA, dove appena un anno dopo, nel febbraio del 1961, circolavano i primi elettroni. I visitatori venivano puntualmente condotti a osservare la luce emessa dagli elettroni (“Guardate che state vedendo qualcosa che nessuno ha mai visto prima…”). Per ottimizzare l’iniezione, nel 1962 AdA venne trasferita nel Laboratoire de l’Accélérateur Lineaire di Orsay, dove iniziò la fase vera e propria di sperimentazione e una entusiasmante collaborazione con i francesi. Bernardini contribuì in modo essenziale all’identificazione di alcuni problemi, affrontati per la prima volta in un contesto del tutto nuovo come quello di un anello di accumulazione, e suggerì delle tecniche per superarli. In particolare, collaborò alla teoria di quello che fu poi denominato effetto Touschek, scoperto per la prima volta in AdA.

Il meccanismo di scattering all’interno dei fasci con conseguente perdita di particelle limitava fortemente le prestazioni del piccolo anello, ma fortunatamente –con grande sollievo di Touschek e di tutto il gruppo– diveniva assai meno rilevante ad energie superiori. La sperimentazione nei laboratori di Orsay si concluse nel 1964, con l’osservazione del processo di bremsstrahlung singola e+e–→ e+e– γ. AdA divenne una pietra miliare nella storia degli acceleratori e della scienza mondiale. Aveva mostrato che era possibile accumulare per ore fasci di particelle di carica opposta nella camera da vuoto e farli collidere, creando i presupposti per la costruzione di collider in cui i processi di annichilazione tra materia e antimateria ad energie molto più alte avrebbero consentito la produzione di nuove particelle aprendo la via alle misure di precisione che hanno confermato la validità del Modello Standard.

Mentre l’anello AdA era ancora in costruzione, era già partito il progetto di Adone, un collisore per elettroni e positroni molto più grande, che, dopo il prologo con AdA, avrebbe definitivamente lanciato l’Italia nella fisica delle alte energie. Bernardini era tra i firmatari della proposta, presentata all’inizio del 1961 e successivamente partecipò attivamente alla sperimentazione con Adone, occupandosi poi in prima persona del varo di un nuovo ambizioso progetto, SuperAdone, un anello per elettroni e positroni molto più potente di Adone, che con un’energia massima di 30 GeV avrebbe dovuto mettere l’Italia in grado di competere con i più importanti laboratori a livello internazionale. Questo progetto fu successivamente abbandonato, segnando l’inizio di una fase nuova nella vita di Carlo Bernardini, che coincise anche con la decisione di Bruno Touschek di abbandonare l’Istituto di Fisica dell’Università La Sapienza –uno degli epicentri della contestazione studentesca– a seguito di una serie di spiacevoli eventi legati al clima molto pesante che si era creato al suo interno.

Tra il 1972 e il 1974 Bernardini fu preside della Facoltà di Scienze e all’inizio degli anni ’80 coordinava il primo ciclo di dottorato di ricerca alla Sapienza. Nel 1976 divenne senatore indipendente nel PCI durante la VII legislatura iniziando a fare politica per la ricerca e l’università, in particolare adoperandosi attivamente per le riforme scolastiche e universitarie. Collaborò per anni alla rivista Rinascita, presiedendo anche per un certo tempo gli Editori Riuniti, contribuendo in modo decisivo alla diffusione in Italia dei libri di grandi fisici e matematici russi e condividendo con il fraterno amico Tullio De Mauro l’entusiasmante iniziativa della collana Libri di Base. Dal loro “dialogo sulle due culture” nacque più tardi il libro Contare e Raccontare.

Si impegnò attivamente anche sul fronte dell’insegnamento della fisica nelle scuole attraverso una intensa attività con gruppi di insegnanti e collaborando con Lucio Lombardo Radice nella direzione della rivista Riforma della Scuola. Nel 1982 contribuì alla nascita dell’Unione Scienziati Per il Disarmo (USPID) e alla organizzazione di una serie di convegni internazionali sui temi del disarmo e del controllo degli armamenti e di varie iniziative correlate. A quell’epoca inizia a dirigere con grande passione la rivista Sapere e grazie alla sua straordinaria rete di rapporti riesce ad ottenere la collaborazione volontaria di esponenti di livello della vita scientifica e culturale italiana trasformando anche la rivista in uno straordinario vivaio di nuove e brillanti leve, una vera e propria scuola di giornalismo scientifico sul campo, che ha poi alimentato il settore con personaggi di grande qualità.

Il suo costante interesse per la storia contemporanea si focalizzò negli ultimi vent’anni della sua vita attorno a una riflessione più approfondita sul valore della storia della fisica (“Un settore culturale senza storia è un’anomalia grave del pensiero e di tutte le sue tradizioni”) della cui importanza lo aveva a suo tempo convinto lo stesso Edoardo Amaldi. Il suo impegno in questa direzione prese corpo nell’organizzazione del centenario della nascita di Enrico Fermi nel 2001, nel supportare l’iniziativa tuttora attiva di una scuola annuale di storia promossa dall’Associazione per l’Insegnamento della Fisica e nel “velleitario” tentativo, purtroppo fallito, di creare un Istituto Nazionale di Storia delle Scienze. Nel 2005, in coincidenza dell’anno mondiale della fisica, nel volumetto autobiografico Fisica vissuta, ha deciso di “rivisitare il suo mondo passato” nella convinzione che la fisica, “una forma di conoscenza così rifiutata come quella in cui mi ero cacciato con entusiasmo da alcuni anni potesse acquistare popolarità se mescolata con la vita stessa di chi la pratica”, ma forse anche con la segreta intenzione di raccontare la sua “versione dei fatti” prima che lo facessero gli altri. Facendo apparire senza speranza qualsiasi tentativo esterno di rendere il senso di un percorso tanto ricco, turbinoso e pieno di passioni ed entusiasmo, Bernardini ripercorre la sua esistenza con leggerezza, a volo d’uccello, seppure in un “racconto affastellato”, in cui “i grandi ideali” e la “generosità intellettuale” si intrecciano alla folla di nomi dei suoi compagni di viaggio (“amici impareggiabili” che gli insegnavano “sempre qualcosa di nuovo”). E con l’immancabile mix di ironia e senso critico, mette in guardia il lettore: “… e questo, sia ben chiaro –come lo è a me stesso– è il passato di un fisico ‘normale’, che molti potranno giudicare mediocre, o comunque non geniale. Come me ce ne sono tanti; eppure qualche diritto a fare storia lo abbiamo, nel senso che, specie vivendo in un mondo che adora i geni come usava con i semidei, i ‘comuni mortali’ hanno talvolta coscienza dei loro limiti e, perciò, bisogno di consolazione. La Fisica progredisce con i bagliori delle grandi idee, ma anche con la moltitudine delle fiammelle di ideuzze, che non danno fama ma ‘rischiarano il panorama’”.

Ma in verità ha lasciato un segno così profondo che è ben difficile classificare la sua intera esistenza come quella di un “uomo normale”…


Luisa Bonolis
Max Planck Institute for the History of Science, Berlin, Germany

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