Fisicamente

di Roberto Renzetti

Il sito piemontese
Allarme a Saluggia «Massima criticità»
Falde acquifere contaminate, valori dieci volte sopra la media. L’Agenzia per l’ambiente alla Sogin: «Bloccate subito la dispersione»
Antonio Massari

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/22-Agosto-2006/art37.html


Forse non sarà un ultimatum. Ma a Saluggia, dopo la scoperta della contaminazione nelle falde acquifere, sembra che il governo voglia chiudere la partita. E rapidamente. L’«invito» parte dall’Apat, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente e del territorio, che chiede «l’adozione urgente di tutti i provvedimenti necessari per eliminare la dispersione dell’acqua contaminata».
Così la Sogin, la società che gestisce i nostri impianti nucleari, adesso è sotto stretta sorveglianza. Infatti l’Apat, nella stessa lettera, chiede alla Sogin di conoscere sia il «piano di azione», sia il «tempo previsto» per la sua realizzazione». Insomma, la società presieduta dal generale Carlo Jean, sulla vicenda di Saluggia, ora ha il fiato sul collo. «Saluggia rappresenta il maggiore punto di criticità esistente in Italia», spiega infatti il direttore generale dell’Apat, Giancarlo Vignone. Ma facciamo un passo indietro.
Era maggio, quando il manifesto denunciava, per la prima volta, perdite di acqua radioattiva dalla piscina dell’impianto Eurex. Piscina che contiene ben 52 barre di uranio, per la precisione di combustibile irraggiato. Qualche giorno fa, l’Arpa-Piemonte, non solo ha confermato che l’intercapedine della piscina presenta delle perdite, ma ha rilevato che adesso la contaminazione ha toccato le falde acquifere.
E l’Apat conferma: «È stata accertata la presenza di un radionuclide, lo stronzio, in una media 10 volte superiore alla norma», dice Vignone. Che aggiunge: «Dopo la sollecitazione giunta dal ministero dell’Ambiente, e le rilevazioni effettuate dall’Arpa Piemonte, abbiamo agito immediatamente. Ma non ci fermeremo certo a questa lettera. Controlleremo passo dopo affinché si arrivi a una soluzione».
La contaminazione è stata rinvenuta in due punti, entrambi all’esterno della piscina, e a sette metri di profondità. Altre rilevazioni, condotte fino a una profondità di 14 metri, fortunatamente non mostrano tracce di contaminazione. «La situazione dal punto di vista sanitario non è preoccupante – continua Vignone – ma bisogna intervenire immediatamente per evitare che si evolva».
Eppure la «critica» situazione di Saluggia non nasce certo oggi. Anzi. E’ sin dall’inizio della sua storia, risalente agli anni Cinquanta, che il comprensorio nucleare ha dei problemi. Per il semplice fatto che non sarebbe mai dovuto sorgere in un’area a ridosso del fiume Dora Baltea, che è ad altissimo rischio esondazioni. Le ultime si sono verificate nel 1997 e nel 2000. Un comprensorio che racchiude ben tre attività nucleari.
Innanzitutto il deposito Eurex (prima gestito dall’Enea) destinato al ri-processamento di elementi di combustibile. Poi l’Avogadro, che ospitava un piccolo reattore di ricerca, successivamente utilizzato dall’Enel come deposito temporaneo per il combustibile irraggiato. Infine l’installazione radiochimica del gruppo Sorin-Biomedica. Il braccio di ferro sulla sicurezza risale almeno al 1977, quando fu imposta all’Enea la solidificazione delle scorie entro cinque anni. Non se ne fece nulla. Nel 1984 arriva la chiusura dell’impianto. Si dovrebbe provvedere alla solidificazione delle scorie liquide. Niente da fare. Nel 2000 l’alluvione: il governo impone all’Enea di solidificare i rifiuti entro il 2005. Nel 2003 l’impianto passa alla Sogin. Ma i problemi restano. Anzi, vista la contaminazione delle falde acquifere, peggiorano.


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/22-Agosto-2006/art39.html La Spa pubblica sotto accusa
Rifiuti radioattivi
Dal 1999 amministra gli impianti nucleari
La Sogin spa (Società gestione impianti nucleari) nasce il primo novembre 1999 per decreto. Azionista unico è il ministero dell’Economia, il suo obiettivo è la manutenzione e la sicurezza dei nostri impianti nucleari e il trattamento delle scorie provenienti dalle centrali chiuse in seguito al referendum del 1987, con il quale l’Italia abbandonò il nucleare. La Sogin è sottoposta alla valutazione dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas. Da circa un anno il suo amministratore delegato è l’ingegnere Giuseppe Nucci.

Il conflitto d’interressi del generale Jean
La società è presieduta dal generale Carlo Jean, che al tempo stesso, però, è anche commissario per l’emergenza nucleare. Il generale Jean, già consigliere militare dell’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga, si ritrova così ad essere controllore e controllato. Il governo di centrodestra, nella scorsa legislatura, non ha non ha mai voluto risolvere questa anomalia.

Da Scanzano Jonico a Saluggia
L’episodio di Saluggia (Vercelli), dove è stata riscontrata una perdita di liquidi contaminati nelle falde acquifere nelle vicinanze di un deposito gestito dalla Sogin, è l’ultimo di un lungo capitolo di scandali e inefficienze. La Sogin è nota al grande pubblico almeno dal 2003 quando venne sconfitta dalla mobilitazione di Scanzano Jonico, in Basilicata, dove aveva individuato un sito da destinare a deposito «unico» delle scorie radioattive delle centrali nucleari italiane. Il blocco di autostrade e ferrovie ha convinto la Sogin e il governo di Silvio Berlusconi a lasciar perdere Scanzano.

Accuse di spese folli e assunzioni clientelari
Quest’anno è stata oggetto di numerose interrogazioni parlamentari da parte dell’onorevole diessino Aleandro Longhi, che ha denunciato tra l’altro assunzioni clientelari: sono coinvolti esponenti di Alleanza Nazionale. L’Autorità per l’energia e il gas ha avuto da ridire sulle spese sostenute dalla Sogin, in particolare, per attività di rappresentanza.

L’ultima, un nuovo contratto per l’ad Nucci
Nell’ultima interrogazione Longhi chiede «se corrisponde al vero che l’amministratore delegato della Sogin, Giuseppe Nucci, dopo la sua nomina, si sia fatto assumere come dirigente della stessa Sogin, con ulteriore aggravio di costi sull’azienda».

Qualche mese fa scrivevo:

<b>LE SCORIE NUCLEARI ITALIANE DOVE ANDRANNO ?</b>

Date 20/11/2013 12:11:19 | Topic: Scienza e società

ANCORA NUCLEARE !

Le nostre piccole e poche centrali nucleari sono state chiuse 25 anni fa, nel

1987. Da allora paghiamo sulla bolletta elettrica il loro smantellamento e

la sistemazione delle scorie nucleari. Non è successo nulla e, tra qualche

mese, rientreranno in Italia le scorie che avevamo conservato per il

ritrattamento in Francia. Fino ad ora abbiamo certamente pagato una

quantità enorme di denaro che non sappiamo dove sia finita. La Sogin che

dovrebbe provvedere alla sistemazione delle scorie (e che spende

montagne di denaro in convegni sul tema) si ingrassa con le nostre

disgrazie. Immaginate se le centrali avessero funzionato fino ad ora e ne

avessimo costruite ancora.

Certamente ci avrebbero messo le scorie sotto il letto facendole in più

pagare (per il fatto che riscaldano la casa).

Per sommo sfregio l’Europa ha aperto una procedura di infrazione e se non

avremo provveduto a sistemare le scorie entro i primi mesi dell’anno

prossimo dovremo pagare una multa multimilionaria all’Europa.

Ormai sono diventato un giacobino che vorrebbe vedere cadere teste

davvero e non metaforicamente.

R

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<b>«Spazzatura» nucleare,

ecco dove finiranno le scorie

Via alle procedure per stoccare 90 mila metri cubi di rifiuti

I residui delle centrali ora in Francia, Regno Unito e Svezia</b>

da Il Corriere della Sera

Sono novantamila metri cubi di rifiuti. Potrebbero riempire il palazzetto

dello Sport di una città di provincia. La questione è che si tratta di

«spazzatura» molto speciale: scorie prodotte dalla stagione nucleare

italiana (quella chiusa con il referendum del 1987) e residui di altre

attività, soprattutto medico-radiologiche. Sono tutte radioattive, ma in

grado diverso: quelle più delicate, ad alta attività, occupano quindicimila

metri cubi ma sono responsabili del 90% della radioattività emessa. Una

buona parte è all’estero – in Francia e in Gran Bretagna ma anche in Svezia

– in attesa di fare ritorno in Italia sotto forma di blocchi vetrificati.

La ricerca delle aree

Il problema è che da qualche parte prima o poi dovranno pur essere

sistemate; la notizia è che probabilmente entro dicembre l’Ispra renderà

noti i criteri tecnici ai quali il deposito nucleare nazionale dovrà

uniformarsi ed in sette mesi, quindi entro il prossimo agosto, la Sogin (la

società pubblica che si occupa dello smantellamento delle vecchie centrali)

dovrà mettere nero su bianco la Carta nazionale delle aree potenzialmente

idonee. Strana e curiosa coincidenza: dieci anni fa, proprio in questi giorni,

i cittadini di Scanzano Jonico scatenavano una rivolta contro la decisione

di costruire nel loro Comune il famigerato deposito, che prevedeva

l’edificazione di una struttura a settecento metri di profondità, in uno strato

di salgemma impermeabile. La faccenda, oggi, non è proprio la stessa ma

ci somiglia. Dieci anni dopo Scanzano, un luogo deputato a ospitare il

deposito nazionale (e il parco tecnologico) ancora non esiste. A differenza

di allora, però, non si tratterà di scavare il sottosuolo, ma di costruire una

struttura di superficie che possa comunque resistere per duecento anni e che

dovrà ospitare le scorie a bassa e media attività (in modo permanente), e

per qualche decennio quelle ad alta attività, in attesa di trasferirle a un

deposito europeo di profondità di cui, peraltro, ad oggi non c’è traccia.

Ebbene, se si interpreta alla lettera il documento che i nuovi vertici della

Sogin (il presidente Giuseppe Zollino e l’amministratore delegato

Riccardo Casale) hanno depositato alla Camera qualche giorno fa, siamo

già in ritardo.

I tempi

Secondo quelle stime serviranno almeno quattro anni per arrivare a una

localizzazione condivisa del sito e all’«Autorizzazione unica». Si calcola

poi un altro quadriennio per la progettazione esecutiva e la costruzione.

Quello giudicato più delicato è il primo periodo, e se il buongiorno si vede

dal mattino la strada sarà in salita: ai primi di novembre la Regione

Emilia-Romagna ha giù approvato una risoluzione presentata dalla Lega

che dice «no» all’installazione del deposito a Caorso, il sito della centrale

(e del reattore noto come «Arturo») spenta nel 1987. Ma anche se tutto

filasse liscio sarà difficile rispettare le scadenza. I programmi prevedono il

rientro del materiale radioattivo da Sellafield (Inghilterra) a partire dal

2019, e dalla Francia (La Hague) dal 2020 al 2025. I contratti con gli

inglesi, che risalgono ai tempi dell’Enel, sarebbero più flessibili, e

pagando qualche salata penale consentirebbero di prendere tempo. Più

difficile, a quanto pare, potrebbe essere «spostare» quelli con i francesi,

sempre più preoccupati che la decisione tedesca di uscire dal nucleare

possa moltiplicare in futuro le richieste di ritrattamento dei combustibili

radioattivi. C’è poi qualche via alternativa: con gli inglesi, ad esempio, è

stato sottoscritto un accordo («swap») in virtù del quale l’Italia eviterà il

rientro di seimila metri cubi in cambio di mille metri cubi di residui ad alta

attività. Meno volume (che si paga caro) a parità di radiazioni. Nel 2006

circa due tonnellate di uranio naturale e impoverito sono state addirittura

cedute al Kazakhstan.

Va precisato che francesi e inglesi si riservano, dopo il riprocessamento di

scorie e fanghi, di tenere per sé il plutonio e l’uranio ricavati, e ancora

utilizzabili. Lo faranno sicuramente i primi, mentre i secondi ancora

devono decidere il da farsi. La contabilità del combustibile è tenuta al

grammo dall’Euratom, e una clausola nei contratti vincolerebbe quei

materiali ad esclusivo uso civile. Secondo gli accordi in vigore, quindi,

niente bombe con scorie italiane.

Uranio e plutonio

Ma qual è la situazione attuale dei rifiuti nazionali e lo stato dell’arte del

«decommissioning»? La rimozione del combustibile dalle quattro centrali

nucleari italiane (Latina, Garigliano, Trino e Caorso) e dagli altri impianti

(Saluggia in provincia di Vercelli, Rotondella-Matera, Casaccia-Roma,

Bosco Marengo-Alessandria) non è del tutto completa. Il combustibile di

Latina (la prima entrata in esercizio nel 1963) già dai primi anni Novanta è

a Sellafield, nella contea britannica di Cumbria. Il materiale della

piacentina Caorso è stato trasferito in Francia tra il 2007 e il 2010. A Trino

Vercellese, invece, il combustibile esaurito è in parte confinato nella

piscina della centrale (39 elementi di uranio e 8 di mox, una miscela di

uranio e plutonio). Quello del Garigliano è nel Regno Unito dal 1987, ma

63 elementi sono parcheggiati nel deposito Avogadro di Saluggia con

destinazione Francia.

Saluggia, da parte sua, ha un poco invidiabile primato: l’impianto Eurex

(dove si riprocessava l’uranio) è quello al quale viene ancora accreditata

la maggiore attività, all’incirca il 70% della radioattività registrata in tutti i

siti italiani. All’Itrec di Rotondella stazionano ancora 64 elementi di

combustibile del ciclo uranio-torio, ritenuto molto tossico e proveniente

dal reattore americano di Elk River. Eredità di un accordo con gli Usa

degli anni ‘70 e che tra mille difficoltà sta lentamente riprendendo la via

del rientro. Buone notizie per Bosco Marengo, che secondo la Sogin

dovrebbe essere il primo impianto a ritornare al «prato verde». Alla fine,

per allontanare definitivamente dal territorio italiano i residui nucleari

mancherebbero ancora – «no-Tav» permettendo – tre trasporti da Saluggia e

due da Trino.

Quanto costerà tutto questo movimento? La Sogin (che con Zollino e Casale

si è impegnata alla «massima trasparenza») fino a tutto il 2012 ha speso 2,1

miliardi di euro. Per arrivare al «prato verde» conta di aver bisogno di

altri 3,8 miliardi. In questo conteggio non sono compresi deposito e parco

tecnologico, altri 700 milioni-1 miliardo.

La Sogin costa agli italiani (in bolletta) circa 220-230 milioni l’anno. Ma

la scommessa è alta: nei prossimi anni il mercato mondiale del

«decommissioning» potrebbe creare un giro d’affari di 600 miliardi.

Prendendone solo l’1% il conto sarebbe già in pareggio.

20 novembre 2013

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Ma quanto ci costa davvero la Sogin ?

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=55164&Bolletta-elettrica-le-scorie-nucleari-costano-300-mln-di-euro-l-anno

Bolletta elettrica, le scorie nucleari costano 300 mln di euro l’anno

Si paga anche senza smantellare le centrali chiuse e smaltirne i rifiuti. Più tempo passa più costa. Eppure chi deve occuparsene attende e spreca soldi.

di Massimo Lauria

L’eredità lasciata dalle attività del nucleare italiano è pesante, non solo in termini di rischio per l’ambiente e la salute – basterebbe solo questo – ma anche in termini economici. Da anni, infatti, scontiamo il prezzo delle scorie radioattive non smaltite e il mancato smantellamento degli impianti chiusi nella bolletta della luce. Eppure chi deve occuparsi di far presto a smontare le centrali ancora in piedi, accumula ritardi su ritardi facendo lievitare i costi delle bollette elettriche fino a 300 milioni di euro l’anno in più.

«I costi connessi allo smantellamento delle centrali elettronucleari, alla chiusura del ciclo del combustibile nucleare e alle attività connesse e conseguenti – avverte nel 2012 la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti – sono inclusi tra gli oneri generali del sistema elettrico. Tali oneri sono posti a carico dei clienti finali del sistema tramite una specifica componente tariffaria l’A2». 

Ma c’è di più. «Circa 90 milioni di euro sono mediamente spesi ogni anno dalla Sogin per costi di gestione e il mantenimento in sicurezza degli impianti, indipendentemente cioè dal procedere delle attività di messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi e delle operazioni didecommissioning» (ovvero lo smantellamento delle centrali). La fonte è sempre la stessa: il parlamento italiano. La Sogin, citata dalla Commissione d’inchiesta, è la società pubblica incaricata della bonifica dei siti nucleari.

Da anni, però, Sogin fa slittare i tempi di bonifica, facendo aumentare i costi. Secondo le stime iniziali il programma si sarebbe concluso nel 2020, ma la società ha già rinviato di altri 9 anni, fissando il termine al 2029. «Rispetto a quelle stime iniziali – spiega la Commissione -, quelle attuali sono quasi triplicate». Mentre l’attività complessiva deldecommissioning finora segna un 12 per cento, mediamente il 2 per cento annuo. Di questo passo il nucleare verrà ereditato anche dalla prossima generazione.

Nelle scorse settimane ci siamo occupati di nucleare in termini di sicurezza , ricordando che l’Europa ci vuole multare perché non abbiamo adeguato le normative dettate dalla Aiea – l’agenzia internazionale per l’energia atomica -. Sarebbe sufficiente recepire la direttiva Euratom/70/2011 per garantire autonomia all’Autorità di controllo sul nucleare. Ma lo scontro politico su chi, tra ministero dello Sviluppo economico e quello dell’Ambiente, deve metterci sopra il cappello crea ulteriore ritardo.

A questo si aggiunga l’inerzia di chi dovrebbe sbrigarsi a chiudere i ponti con l’energia atomica in Italia e la miscela è completa. Sempre secondo la stessa Sogin, a operazioni concluse avremo sborsato qualcosa come 6,7 miliardi di euro. Ma trattandosi di un programma a lungo termine non è detto che le spese rispettino le previsioni. Negli anni, infatti, la società di Stato ha prodotto stime differenti, fino ad incrementi pari al 42% in più rispetto a quelle fatte nel 2006: quasi il doppio. 

Qui abbiamo voluto fornire alcuni dati nudi e crudi, lasciando a chi legge trarre le sue considerazioni. Ancora una riflessione: secondo la Commissione d’inchiesta parlamentare, smantellare i siti nucleari aprirebbe la strada ad accordi industriali a livello internazionale. In poche parole, possiamo creare sviluppo per diversi miliardi di euro sbarazzandoci delle centrali in disuso. Ma l’Italia, scrivono, non è rappresentata in maniera adeguata. E su questo punto si apre un altro capitolo.

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Fin qui vi sono riportati solo numeri che rendono conto di quanto costi il nucleare ancora a 25 anni dalla sua dismissione. Ripeto: immaginate se avessimo seguito quale sarebbe stato il costo da renderci dipendenti in eterno a banche e finanza.

Ma veniamo ora alla vicenda eminentemente politica. Scrivevo in un articolo di qualche anno fa (http://www.fisicamente.net/SCI_SOC/index-1834.htm):

PECULIARITÀ ITALIANE

            Mi metto ora nei panni del cittadino serio, onesto, mediamente informato e preoccupato per le sirene dell’informazione su questioni energetiche. Tale cittadino dice che si, è ormai ora di decidersi per il nucleare. Ma tale cittadino, poiché ha qualche informazione, prima vuole chiarire alcune vicende che non riguardano i pericoli del nucleare (dei quali non ho parlato perché la mole dei problemi è così grande che non serve aggiungere altro) ma la situazione politica, economica, sociale e direi antropologica italiana. In questo Paese:

–         il titolo V della Costituzione è stato modificato dal Parlamento con conferma referendaria ed ora la competenza energetica è delle singole regioni quindi non più centralizzata; come mettere d’accordo i siti delle centrali nucleari di una politica centralizzata con le esigenze locali e quelle dei consumatori ? Il federalista Bossi colpirà ancora come centralista ? Per intenderci  saranno possibili centrali in Toscana per alimentare Milano ?




 – la legge italiana sugli appalti è truffaldina perché si può passare indefinitamente ai subappalti (a Montalto di Castro eravamo al 18°). Come si mette d’accordo l’assoluta elevata qualità richiesta dei diversi  componenti di una centrale nucleare e di tutte le infrastrutture nucleari con i subappalti ?




 – in Italia, proprio per quanto detto prima, non vi è certezza di prezzi. E’ possibile ad ogni fase lavorativa ricontrattare il prezzo con il committente. Quanto costa allora una centrale se la TAV è costata 4 volte il prezzo medio europeo ? con un ambiente così protetto che sono spariti 80 km di fiumi e torrenti nell’Appennino tosco emiliano ?




 – stessa obiezione di prima però riferita ai tempi di costruzione: non vi è un solo lavoro in Italia consegnato in tempi europei (dove si pagano multe salatissime per i ritardi). Come garantirsi i tempi per prodotti che con gli anni diventano rapidamente obsoleti ? Come garantire il prezzo con la crescita dei tempi ?




<b>- in Italia abbiamo infiltrazioni mafiose e criminali in genere dovunque ed anche recentemente abbiamo avuto notizia di opere pubbliche in Sicilia e Calabria costruite con cemento di pessima qualità (vi sono strade, ponti e gallerie a rischio crolli). E non si tratta di industrie di poco conto ma le più grandi d’Italia che non sono propriamente siciliane. Ciò comporta che i lavori fatti dai cantieri con infiltrazioni mafiose vedono spesso crolli ed imperfezioni gravi. Come garantirsi contro la mafia ed ogni criminalità organizzata in subappalti nucleari o di ponti sullo Stretto ? Soprattutto se in Italia non risultano condanne penali per reati di tale tipo ed entità ?

–  la corruzione nelle amministrazioni pubbliche e nella politica, in Italia, è a livelli paurosi. Il CPI 2008 di Transparency International ci pone al 55° posto nel mondo preceduti dalla Slovacchia e dal Sud Africa, e al pari delle Seychelles. Ci precedono nazioni come Santa Lucia, Barbados, Saint Vincent e Grenadine, Botswana, PortoRico, Mauritius, Oman, Macao, Bhutan, Capo Verde, Malesia. Per ulteriore consolazione siamo i più corrotti in Europa. Tale vergogna ci costa 60 miliardi l’anno ed è percepita con disinteresse. Gli ultimi avvenimenti, che hanno riguardato la condanna penale a 4 anni e mezzo dell’avvocato inglese Mills, dovrebbero spiegare bene l’assuefazione.

–         in Italia, a tutt’oggi e fino ad informazione contraria, non abbiamo messo in sicurezza nessuna scoria, nessun residuo nucleare. Abbiamo tutto ancora a cielo aperto, comprese le centrali che dovevano essere smantellate e sistemate in luoghi sicuri, nonostante siano passati 10 anni da quando l’operazione sarebbe dovuta partire. Aspettiamo che la Francia ci rimandi indietro varie migliaia di metri cubi di combustibile ritrattato. Dove metteremo tutto ciò ? E’ davvero impensabile iniziare una nuova impresa senza aver chiuso definitivamente con la precedente e senza prospettive per i milioni di metri cubi di residui da sistemare.</b>


– in Italia sono finite da tempo le competenze sul nucleare. A chi affidiamo i lavori e chi li dirige ?

– infine: i gruppi che premono per un piano nucleare, sono disponibili  a finanziarselo, come in ogni buona economia di mercato (come negli USA, come in Finlandia, … ) ? Oppure il nucleare che loro vogliono dovrà essere pagato dai cittadini, proprio da quelli che pagano tasse, ed i benefici saranno dei soliti noti che si dovrà stabilire quante tasse pagano ? Gli enormi investimenti necessari li troveremo in bolletta ?

– Questi problemi sono gravissimi e prescindono da qualunque altro discorso sul nucleare ma sono propedeutici a qualunque discorso tecnico. E il governo in carica non sembra adatto a risolvere questi problemi come ha dimostrato nei suoi approcci naif al problema e nella sua concezione di democrazia.</i>

Si potrà notare da quanto scritto in grassetto che le questioni uscite oggi in relazione ad EXPO erano ampiamente previste dal povero me e non da un gruppo di grandi esperti. Vi faccio notare che in mezzo al malaffare ormai cronico era entrata anche la Sogin. Cioè un ente nucleare in mano a mazzette di vario genere. Cioè questo sarebbe stato il destino del nucleare in Italia, alla faccia della conclamata sicurezza. Si discuteva chi doveva essere a mangiarsi quei milioni di euro che annualmente ci vengono sottratti dalla bolletta elettrica. Da una parte quindi i soliti grassi ladroni e dall’altra noi, i soliti polli da spennare.

Poi ci dicono che saremmo dei violenti se pensassimo ad usare le mazze chiodate per sbarazzarci di TUTTTI questi figli di gran puttana.

R

L’annuncio di Bersani. Che smorza le proteste dei Verdi: per ora non si torna al nucleare «Sito unico per le scorie entro sei mesi»
  Una mozione di sfiducia a Pecoraro Scanio annunciata da Casini, l’apertura al nucleare di Massimo D’Alema. Sono bastate per far denunciare ai Verdi «un vero e proprio omicidio politico» nei confronti del partito ambientalista. I cui parlamentari hanno denunciato in una conferenza stampa: «Capitali ingenti si sono messi in moto per condizionare la vita politica di questo Paese». «Ci accusano di aver bloccato i rigassificatori – ha detto il capogruppo Angelo Bonelli – ma degli otto rigassificatori su cui è stata richiesta l’autorizzazione tre sono stati fermati dal consiglio superiore dei lavori pubblici che fa capo al ministro Di Pietro».
Per fortuna che nel pomeriggio sono arrivate le parole distensive del ministro Bersani, che in un incontro con le regioni ha dato un termine di sei mesi per individuare il famigerato sito unico per stoccare le scorie nucleari (quelle che sarebbero dovute andare a Scanzano se non fosse scoppiata, nel 2003, una vera e propria rivolta) ma ha anche stoppato l’apertura al nucleare. «L’Italia – ha sottolineato il ministro – non ha ancora dimostrato di essere in grado di gestire gli esiti della prima fase del nucleare ed è proprio questo il suo immediato banco di prova, che potremo dichiarare superato solo quando avremo smantellato gli impianti di ricerca e le centrali elettronucleari dismesse e quando sapremo dove sistemare in sicurezza i rifiuti radioattivi». Il governo attualmente, ha aggiunto Bersani, «non ritiene pensabile l’avvio di un piano per la produzione di energia da fonte nucleare» e «in un’ottica di medio-lungo termine, intende partecipare alla ricerca internazionale sulla quarta generazione, date le sue caratteristiche di sicurezza intrinseca e di bassissima produzione di rifiuti radioattivi».
In realtà non si tratta di una vera e propria chiusura, anche se è chiaro che per il momento di tornare al nucleare non se ne parla. Ma tanto è bastato per far rientrare la protesta dei Verdi, che hanno espresso «apprezzamento» per le parole del ministro della Attività produttive. Ma rimane il problema del sito unico per le scorie. Pecoraro Scanio, memore della rivolta di Scanzano, chiede «soluzioni condivise». E non sarà facile.
 

Nucleare, D’Alema: «Vogliamo riprendere ricerca»
Blitz di Greenpeace a Roma



  L'azione di Greenpeace (foto Pier Paolo Cito - Ap) ROMA (15 novembre) – Massimo D’Alema apre alla ricerca sul nucleare. «Il nucleare è un tema delicato per il nostro Paese, ma l’attuale Governo è intenzionato a riportare l’Italia quanto meno nel campo della ricerca dello sfruttamento dell’energia nucleare per recuperare il gap accumulatosi in questo campo con gli altri paesi», ha sottolineato il vicepremier e ministro degli Esteri parlando questa sera al Congresso mondiale dell’energia in corso a Roma.

Nuovo blitz di Greenpeace. Azione anti nucleare al Congresso mondiale dell’Energia in corso a Roma. Gli attivisti dell’associazione ambientalista sono entrati in azione mentre era in corso l’intervento dell’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti, e sono riusciti a srotolare dall’alto della sala un cartellone con lo slogan: «Do not export nuclear risk» (Non esportare il rischio nucleare).

Conti: mix combustibili per ridurre costi. «È diritto di Greenpeace manifestare. Anzi devo complimentarmi con loro perché riescono sempre a farsi vivi al momento giusto», ha scherzato l’amministratore delegato dell’Enel. «Ma non condivido – ha aggiunto Conti – la loro visione del mondo, che non è sfiorata dal beneficio del dubbio. In Slovacchia, attraverso l’utilizzo delle nostre tecnologie, riusciremo a rendere gli impianti assimilabili a quelli di terza generazione». «L’Italia ha bisogno di diversificare le fonti. Non vuole il nucleare, vuole poco carbone, utilizza troppo il gas. Il mix dei combustibili aiuterà a contenere i costi», ha continuato l’amministratore delegato dell’Enel, sottolineando la necessità di investire di più in efficienza energetica, in tecnologia e in carbone pulito, una tecnologia, ha detto, «che deve essere autorizzata».

Greenpeace conttro attività Enel nel nucleare. «È stato bloccato il World Energy Council per permettere, agli operatori con una gru, di rimuovere lo striscione di Greenpeace», ha detto Greenpeace. «È veramente incredibile – ha detto Francesco Tedesco, responsabile campagna energia dell’associazione ambientalista – che per non rovinare l’immagine di Enel si blocchi un convegno mondiale». Greenpeace, si legge ancora nel comunicato, «colpisce ancora al World energy congress in corso alla Nuova fiera di Roma. Dopo il blitz di domenica scorsa, un nuovo striscione si è aperto sulla testa di Fulvio Conti per denunciare l’intenzione di Enel di investire oltre 4 miliardi di euro in fatiscenti reattori nucleari sovietici anni 70, e chiedere alla compagnia di non esportare all’estero lo stesso rischio nucleare a cui gli italiani hanno detto no vent’anni fa. Enel – sostiene ancora Greenpeace – intende completare due reattori nucleari a Mochovce, in Slovacchia, e un’altro a Belene, in Bulgaria. Il primo progetto consiste in due reattori nucleari di seconda generazione senza alcun guscio di contenimento per prevenire la fuoriuscita di materiale radioattivo in caso di incidente grave, come l’impatto di un aereo. Il secondo è un reattore che sorgerà in un’area sismica, dove nel 1977 un terribile terremoto provocò la morte di circa 120 persone».

«Nonostante la maggior parte dei reattori nucleari in Europa occidentale abbia un guscio di contenimento e i recenti progetti prevedano un doppio guscio, a Mochovce Enel intende completare reattori obsoleti senza alcuna protezione – afferma Jan Beranek, responsabile campagna nucleare di Greenpeace International – Questo doppio standard è assolutamente inaccettabile. In Finlandia, ad esempio, per la centrale in costruzione a Olkiluoto, l’autorità di sicurezza nucleare ha richiesto un ulteriore rafforzamento del guscio di contenimento. I progetti di Olkiluoto e Mochovce hanno circa lo stesso costo, ma il secondo non ha alcuna protezione contro possibili attacchi terroristici».



Bersani: «Puntare su nucleare quarta generazione»

No al nucleare vent’anni dopo, a Roma manifestazioni e concerti

Si riaffaccia il partito del nucleare ma il fronte del no resta forte

www.worldenergy.org/
 

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=13113&sez=HOME_INITALIA


Bersani: «Puntare su nucleare quarta generazione»
A Roma via al Congresso mondiale dell’energia




ROMA (12 novembre) – Bisogna insistere «sulla ricerca» per il nucleare di quarta generazione e «se sbuca bene, cioè se l’esito sarà positivo e ci convince», sarà possibile ridiscutere della presenza del nucleare anche in Italia. Ne è convinto il ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani.

Nucleare. Sul nucleare «l’Italia deve attrezzarsi ad avere il know how per la quarta generazione, che tra 15-20 anni sarà possibile cominciare ad allestire», ha spiegato il ministro oggi al Congresso mondiale dell’energia. Secondo Bersani in questo campo ci si deve «dotare di una governance del problema, perché abbiamo ancora gli esiti del vecchio nucleare. Non basta fare un’intervista – ha rimarcato – per dire che bisogna ripartire con il nucleare. Dobbiamo, invece, recuperare un know how ed entrare nella ricerca per il nucleare di quarta generazione che tra quindici – vent’anni è possibile immaginare che possa avere un futuro».

Se l’esito della ricerca sul nucleare di quarta generazione ha un esito positivo, se «risolve il problema delle scorie e se dà una sicurezza intrinseca» allora, ha sottolineato il ministro, «si potrà discutere». Una cosa è certa per Bersani: «dobbiamo esserci per avere a disposizione la tecnologia che potrebbe essere utilizzabile». E a riprova del’importanza che in questa fase ricopre la questione del nucleare, oggi nel corso della sua visita al Congresso mondiale dell’Energia, il ministro Bersani si è fermato nello stand della Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari Spa) e ha incontrato l’amministratore delegato, Massimo Romano.

«Prodi è stato chiaro, sul nucleare bisogna fare solo la ricerca», ha puntualizzato il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio. «Pensiamo si debba potenziare – ha aggiunto – la ricerca sul nucleare non radioattivo. Le vecchie centrali radioattive rappresentano un pericolo per il terrorismo internazionale e hanno un costo
spropositato».

«Penso che con iproblemi di fame energetica che ci sono in Italia non si possa prescindere dal nucleare» ma allo stesso tempo «ha ragione Bersani (il ministro quando dice che “l’Italia non ha il fisico”». Questo il commento del presidente di Enel, Piero Gnudi, a chi gli domanda una valutazione sul dibattito in corso in Italia sul nucleare. Il nucleare «non è una soluzione di per sé, ma non c’è soluzione se non se ne tiene conto nel mix. È un discorso che va affrontato con serenità e chiarezza verso l’opinione pubblica», ha detto l’amministratored elegato della Edison, Umberto Quadrino, secondo cui «deve aprirsi un dibattito serio per rendere chiari costi e rischi, senza l’emozionalità che ha caratterizzato il dibattito degli ultimi anni. Ci sono cinque fonti di energia: il carbone – ha spiegato – che è quello che emette di più; il petrolio, che inquina ed è costoso; il gas, che inquina meno ma emette comunque Co2; rimangono il nucleare e le rinnovabili, ma queste ultime hanno un potenziale di sviluppo limitato».

Emergenza gas. «I potenziamenti sinora effettuati non sono sufficienti a garantire la sicurezza del sistema energetico nazionale». Lo ha detto il presidente dell’Autorità per l’Energia Alessandro Ortis, riferendosi al quadro dell’approvvigionamento del gas «che merita – ha avvertito – la massima attenzione di
istituzioni e operatori in vista dell’inverno a fronte di eventuali picchi di consumo legati a condizioni climatiche particolarmente severe». Per Ortis, le iniziative del
Governo non bastano; per affrontare il continuo fabbisogno di gas servono «investimenti nelle infrastrutture per la produzione, nelle interconnessioni internazionali, negli stoccaggi, nei rigassificatori».

Entro il 2050 la domanda energetica mondiale raddoppierà. E’ questa è la conclusione dello studio presentato al ventesimo congresso mondiale dell’energia, inaugurato domenica pomeriggio alla Fiera di Roma e che si concluderà mercoledì. A spingere i consumi, secondo quanto si legge nello studio, sarà il boom demografico che vedrà aumentare la popolazione mondiale dagli attuali 6 a 9 miliardi di persone. Per poter soddisfare le richieste energetiche della popolazione mondiale, suggeriscono gli autori dello studio, è necessario governare la produzione e la distribuzione delle fonti energetiche, oltre che intensificare la collaborazione tra gli Stati. Per evitare che tra quattro decenni sia ancora possibile garantire a 9 miliardi di abitanti del pianeta il loro fabbisogno energetico sono necessari anche enormi investimenti, soprattutto nel campo della ricerca di altre fonti, in particolare quelli rinnovabili.

L’Europa vuole la leadrship. L’Ue ribadisce l’impegno nel campo dell’energia con l’obiettivo di raggiungere la leadership mondiale in questo settore. Lo hanno sottolineato il premier Romano Prodi e il presidente della Commissione Ue, Manuel Durao Barroso nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi. È in corso di definizione la direttiva che la Commissione presenterà a inizio anno per ripartire le spese di questo «ambizioso» obiettivo, ha spiegato Prodi.

Il World energy council. I timori che il petrolio raggiunga quota 100 dollari al barile sono ormai altissimi e sono in molti, tra gli osservatori internazionali, a ritenere che la settimana chiave sarà quella che sta per iniziare. È all’ombra di questo scenario che sì aperto oggi il Congresso mondiale dell’energia, che vede protagonisti tutti i principali attori mondiali, sia sul fronte politico che economico. E di petrolio ha parlato oggi, poco prima di tagliare il nastro che ha dato il via ufficialmente al meeting, il premier Prodi, per ribadire che sul livello attuale delle quotazioni pesano «squilibri e speculazioni». Un mix che genera «una forte volatilità nei prezzi» molto di più delle «tradizionali variabili legate alla domanda e all’offerta». In altre parole c’è «un’ingente attività finanziaria che utilizza come strumento sottostante lo stesso prezzo del petrolio». Ma in questo campo – ha sottolineato il premier italiano – «il mercato da solo non può bastare», serve la politica, la cooperazione, il dialogo fra Paesi ed operatori.

Secondo Andrea Caillè, presidente del World Energy Council, «ci sono ancora troppe persone nel mondo – ha detto – circa due miliardi, che non hanno accesso a un livello minimo di energia. Dobbiamo triplicare – ha aggiunto -, quadruplicare il livello attuale di investimenti». Al Congresso mondiale dell’energia, i cui lavori entreranno nel vivo da martedì, sono attesi oltre 2.500 delegati provenienti da oltre cento Paesi. Ci saranno i vertici di tutti i big del mondo: dalla russa Gazprom, alla francese Edf, l’americana ExxonMobil, i brasiliani di Petrobras. E ci saranno, naturalmente, anche le aziende italiane, a cominciare a Eni, Enel, Edison e Terna.

Proteste contro Bersani per il carbone a Civitavecchia. Il ministro, informa una nota dei manifestanti, ha ricevuto oggi una accoglienza al “carbone” dai rappresentanti delle vertenze ambientali di tutta Italia, riuniti in un “Controvertice sull’Energia” proprio di fronte ai cancelli della Fiera, dove si svolge il World Energy Council a Roma.

Alcune donne, fra cui molte mamme, con le mani insanguinate, hanno offerto carbone in segno di protesta per le morti che il territorio intorno a Civitavecchia dovrà subire per colpa dell’utilizzo del carbone come combustibile nella centrale elettrica. Il ministro, secondo i manifestanti, non ha voluto parlare con chi protestava. «Siamo amareggiati – hanno commentato gli organizzatori della manifestazione – questo non è quello che professava prima delle elezioni e della sua nomina a Ministro, diceva che avrebbe ascoltato i territori, i cittadini in difficoltà».


www.nocoketarquinia.splinder.com


www.worldenergy.org/


No al nucleare vent’anni dopo, a Roma manifestazioni e concerti

Si riaffaccia il partito del nucleare ma il fronte del no resta forte

 

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Sicurezza degli impianti e gestione dei rifiuti radioattivi

di

Giancarlo Bolognini*

In tutto il mondo sono state a oggi costruite e messe in funzione oltre 500 centrali

nucleari; la maggior parte di esse si trova in paesi dell’OCSE. Si stima che nel periodo

2005-2035 siano circa 400 gli impianti che concluderanno la propria vita operativa, e che

dovranno essere smantellati, con dei costi complessivi rilevanti stimati in oltre 120

miliardi di euro. La sicurezza degli impianti sottoposti a smantellamento, processo che

richiede anni o decenni, e il problema dello smaltimento delle scorie radioattive,

costituiscono problemi sensibili, come dimostra il caso italiano.

Man mano che gli impianti nucleari di tutto il mondo raggiungono la fine della loro vita

tecnico-economica, gli esercenti in molti paesi sono chiamati a interromperne il

funzionamento. Si devono affrontare, allora, sia le problematiche connesse alla

disattivazione e allo smantellamento (D&S) per ottenere il rilascio degli edifici e dei siti

liberi da vincoli radiologici, sia quelle relative all’idonea gestione dei rifiuti derivanti. A

seconda del percorso prescelto, la disattivazione e lo smantellamento degli impianti

nucleari possono richiedere alcuni anni o più decenni, soprattutto per gli impianti di

maggiori dimensioni. Questa estensione temporale comporta specifiche decisioni da parte

del sistema paese, ad esempio in tema di finanziamento, gestione rifiuti, politica

industriale e ha un impatto più ampio, visto che coinvolge problemi quali la sostenibilità

dell’energia nucleare e la salvaguardia del benessere delle comunità locali.

L’obiettivo del presente articolo è di offrire, utilizzando una terminologia non troppo

specialistica, una breve panoramica della situazione e delle problematiche legate alla

disattivazione degli impianti nucleari e allo smaltimento dei rifiuti prodotti. La gestione e

lo smaltimento dei rifiuti radioattivi sono punti chiave per la riuscita delle attività di D&S

degli impianti nucleari e rappresentano la parte principale dei costi totali, anche data la

grande quantità di rifiuti. Ciò richiede particolare attenzione nello sviluppo e

nell’applicazione di criteri normativi e di controllo sui quali fondare il rilascio dei

materiali, per la riutilizzazione o il riciclo. Altro aspetto che deve poi essere tenuto in

considerazione riguarda la protezione fisica da atti criminosi esterni, che deve continuare a

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essere garantita a un impianto sottoposto a smantellamento soprattutto visti il

combustibile e i rifiuti radioattivi in esso presenti. Gli avvenimenti dell’11 settembre

hanno naturalmente acuito le preoccupazioni in merito; le misure di protezione si sono

perciò estese a tutto il materiale nucleare esistente.

Situazione degli impianti nucleari nel mondo. In tutto il mondo sono state a oggi

costruite e messe in funzione oltre 500 centrali nucleari, e la maggior parte di esse è

ubicata in paesi membri dell’OCSE. Queste centrali sono equipaggiate principalmente con

reattori raffreddati ad acqua bollente (boiling-water reactor), ad acqua pressurizzata

(pressurized-water reactor), a gas (gas-cooled reactor).

Poiché l’età media delle centrali nucleari è di circa 15 anni, rispetto a una vita utile di

almeno 30-40 anni, il tasso di messa fuori servizio culminerà poco oltre il 2015.

Ipotizzando infatti una vita utile di 30 anni, si stima che nel periodo 2005-2035 siano circa

400 gli impianti che concluderanno la propria vita operativa, e che dovranno essere

smantellati, con dei costi complessivi rilevanti stimati in oltre 120 miliardi di euro.

Il problema delle responsabilità e il ruolo della Commissione europea. Le principali

funzioni associate alle attività di D&S degli impianti nucleari e alla gestione dei rifiuti

risultanti, comprendono:

• l’elaborazione di politiche nazionali riguardanti la strategia di chiusura e

smantellamento degli impianti nucleari e la gestione dei relativi rifiuti;

• l’emanazione di leggi sulla sicurezza nucleare, sulla protezione dalle radiazioni e sulla

salvaguardia ambientale, oltre a normative concernenti le verifiche di sicurezza per le

attività D&S e la gestione dei rifiuti;

• l’esecuzione delle attività di D&S e di gestione dei rifiuti.

Queste funzioni sono espressamente riconosciute nella “Convenzione internazionale

congiunta sulla sicurezza della gestione del combustibile irraggiato e dei rifiuti

radioattivi”, che include fra i suoi obiettivi anche la disattivazione degli impianti nucleari.

Quindi, le funzioni descritte trovano sistematico riconoscimento in tutti i paesi, anche se il

quadro degli organismi incaricati può variare da un paese all’altro.

Nel caso specifico della gestione e dello smaltimento dei rifiuti, una questione importante

concerne la ripartizione delle responsabilità tra il governo e altri organismi. I poteri e le

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responsabilità degli organismi incaricati della gestione dei rifiuti variano, come pure la

responsabilità di elaborazione dei criteri di accettazione dei rifiuti ai depositi e

l’approvazione dei relativi programmi. L’elaborazione delle politiche e strategie nazionali,

e l’emanazione degli strumenti normativi e regolamentari, sono generalmente attuate a

livello nazionale dai ministeri o dai dipartimenti competenti. I paesi appartenenti

all’Unione Europea sono vincolati anche dal Trattato Euratom, che in tema di radiazioni

ionizzanti obbliga i governi nazionali all’adozione di direttive e standard. La

Commissione europea svolge in tal modo un ruolo chiave e le direttive europee, gli

standard, le linee guida e le raccomandazioni sono adottati attraverso le leggi e i

regolamenti nazionali che le recepiscono. Un esempio importante è dato dalla direttiva del

Consiglio del 13 maggio 1996, recante gli standard base di sicurezza (Basic Safety

Standards) per la protezione della salute della popolazione e dei lavoratori contro i danni

derivanti dalle radiazioni ionizzanti” (direttiva 96/29/Euratom).

Tra le altre cose, la direttiva autorizza il riciclaggio, il riutilizzo o l’eliminazione dei

materiali radioattivi a condizione che le sostanze siano conformi ai requisiti sulle

concentrazioni massime dei singoli radionuclidi. Questi limiti devono essere stabiliti dalle

autorità nazionali competenti secondo i criteri fondamentali di valutazione delle dosi

previsti nella direttiva e tenendo conto delle raccomandazioni tecniche elaborate da un

gruppo di esperti istituito nell’ambito del Trattato Euratom.

Strategie di D&S. Le strategie per lo smaltimento possono essere di vario tipo:

Smantellamento immediato: con questa strategia le attività di smantellamento avvengono,

in alcuni anni, subito dopo la cessazione dell’esercizio. I rifiuti radioattivi residui sono

trattati, imballati e mantenuti in un sito idoneo allo stoccaggio temporaneo o trasportati al

sito di smaltimento definitivo. Lo smantellamento immediato offre il vantaggio di disporre

rapidamente del sito (eventualmente di alcuni edifici) e consente di incaricare delle attività

di D&S operatori dotati di una notevole conoscenza dell’impianto.

Tale soluzione può comportare costi inferiori, anche se richiede un impegno finanziario

iniziale importante. Una parte dei costi deriva dalla necessità di lavorare in presenza di

attività radiologica significativa e di dotare l’impianto di schermature e di apparecchiature

di manipolazione a distanza, al fine di limitare al minimo le dosi assorbite dai lavoratori –

dal momento che questa opzione non può contare sui vantaggi del decadimento

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radioattivo. Possono inoltre manifestarsi maggiori esigenze di stoccaggio e di smaltimento

dei rifiuti radioattivi per il fatto di non poter sfruttare la possibilità di un loro decadimento

naturale.

Le principali problematiche legate a tale strategia sono il timore del possibile degrado

dell’impianto dopo la chiusura, la possibile perdita delle conoscenze operative e del

personale competente dopo l’interruzione dell’esercizio dell’impianto, nonché il possibile

venire meno dei fondi necessari alle attività di D&S nel caso di differimento delle attività.

Le attività di smantellamento hanno una durata di circa 10 o 20 anni. Alcuni paesi, specie

quelli che continuano a impegnarsi nell’uso dell’energia nucleare, come Giappone e

Francia, adottano questa strategia con l’obiettivo di avere dei siti disponibili per la

costruzione di nuovi impianti nucleari.

Safe storage: con tale strategia, dopo l’allontanamento del combustibile dal reattore e dalla

piscina di raffreddamento, vengono effettuati smantellamenti solo sulle parti debolmente

contaminate. L’edificio reattore viene posto in condizioni di sicurezza, “sigillato” in tali

condizioni e mantenuto in questo stato per alcuni decenni. Il decadimento naturale riduce

la quantità di materiali contaminati e radioattivi da trattare e smaltire nel corso delle

successive attività di D&S, con una conseguente riduzione dell’esposizione dei lavoratori e

della popolazione.

Questa opzione presenta tuttavia problemi connessi con la possibile perdita di personale

qualificato, l’indisponibilità del sito e degli edifici per un periodo di tempo prolungato e le

incertezze sui costi futuri di smaltimento dei rifiuti, manutenzione, sicurezza e

sorveglianza del sito. Il Regno Unito ha adottato questa strategia per lo smantellamento di

tutti i suoi impianti raffreddati a gas.

Entombment: le strutture, i sistemi e i componenti radioattivi sono racchiusi in una

struttura resistente e durevole nel lungo periodo, come ad esempio il calcestruzzo. La

struttura risultante è poi sottoposta a un programma di manutenzione e sorvegliata

permanentemente, finché il decadimento delle sostanze radioattive non ne consente

l’eliminazione.

Con tale strategia ogni impianto diventa un deposito definitivo di se stesso. Rispetto alle

altre strategie, i vantaggi sono collegati alla limitata quantità di lavoro necessaria per

incapsulare l’impianto e alla diminuzione delle dosi professionali. Tuttavia, tenendo conto

della radioattività contenuta, questa opzione può risultare inapplicabile nel quadro delle

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attuali normative correnti. La strategia è stata utilizzata negli Stati Uniti per tre piccoli

reattori dimostrativi, ma nessun operatore industriale l’ha proposta per i reattori di

potenza.

Tra le prime attività del processo di D&S di un impianto nucleare, vi è la rimozione del

combustibile irraggiato – operazione comune a tutte le strategie. Tale attività può

comportare il riprocessamento (reprocessing) del combustibile, con conseguente recupero

dell’uranio e del plutonio, o la sistemazione del combustibile in contenitori a secco,

depositati temporaneamente in apposite strutture bunkerizzate (deposito provvisorio). Il

combustibile o i rifiuti risultanti dal riprocessamento avranno poi collocazione finale in

una struttura geologica che dia garanzie di stabilità nel corso di diversi secoli e che

costituirà, quindi, il deposito a termine indefinito (smaltimento).

Le successive attività in ambito di D&S comprendono la messa a punto di adeguate

tecnologie, dipendenti dalle caratteristiche dell’impianto da smantellare. Le principali aree

di approfondimento sono le seguenti:

Tecniche di decontaminazione, che coinvolgono generalmente diversi processi chimici,

meccanici o elettrici, o una loro combinazione. Tali tecniche sono utilizzate per ridurre o

eliminare la contaminazione dai metalli, dal cemento e da altre superfici. Ciò consente di

facilitare i lavori di taglio e manipolazione dei componenti da smantellare e di ridurre il

quantitativo di rifiuti radioattivi prodotti.

Tecniche di taglio, utilizzate per smantellare le installazioni, incluse le strutture in metallo

o cemento, gli impianti e le attrezzature di tutti i tipi. Esse si basano su processi meccanici,

termici, ecc.

Tecniche di misurazione della radioattività, utilizzate per redigere l’inventario radioattivo

all’interno dell’impianto, selezionare i processi di decontaminazione e/o di

smantellamento, classificare i materiali e i rifiuti in categorie allo scopo di trattarli,

immagazzinarli e smaltirli, adottare le disposizioni necessarie per proteggere i lavoratori,

verificare che i materiali, gli edifici e il sito possano essere liberati da vincoli radiologici.

Tecniche di operazione a distanza, utilizzate per lavorare a distanza o in ambienti

schermati, che includono telemanipolatori e strumenti semiautomatici che consentono di

lavorare a distanza dalle fonti di radiazione.

Tecniche di trattamento, precondizionamento e condizionamento dei rifiuti, affinché essi

siano conformi alla normativa sul trasporto e alle specifiche di smaltimento. Tipiche

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tecnologie sono i trattamenti termici (incenerimento, fusione, vetrificazione) o chimicofisici

(cementazione).

Gestione dei rifiuti radioattivi. La gestione dei rifiuti radioattivi derivanti dalle attività di

D&S degli impianti nucleari è un punto fondamentale da prendere in considerazione nella

pianificazione e nella tempistica di tali attività; la disponibilità di impianti di smaltimento

dei rifiuti (depositi) rappresenta un fattore determinante nel decidere quale strategia

adottare per lo smantellamento di un impianto. Ove non esista una infrastruttura di

smaltimento, può essere giudicato appropriato – come detto – il differimento delle attività

di D&S finché non sia disponibile tale capacità. Tuttavia, ove le circostanze portino alla

scelta della strategia di D&S immediato, senza che esistano ancora impianti di

smaltimento, l’unica alternativa è quella di smantellare l’impianto e trasferire i rifiuti

prodotti in una struttura di stoccaggio temporaneo.

I rifiuti radioattivi derivanti dalle attività di D&S di un impianto nucleare comprendono:

I rifiuti di alta attività e i rifiuti di bassa e media attività a lunga vita, sotto forma di

combustibile irraggiato, di prodotti del suo ritrattamento o di materiali attivati con

radionuclidi di lunga vita (tempi di decadimento di migliaia di anni).

I rifiuti di bassa e media attività a breve vita, prodotti in notevoli quantità rispetto ai

precedenti, sotto forma di materiali contaminati con radionuclidi di breve vita (tempi di

decadimento di centinaia di anni). Essi comprendono parti di impianto e attrezzature o

materiali strutturali, come l’acciaio e il calcestruzzo.

Normalmente, i costi di trattamento, stoccaggio e smaltimento dei rifiuti derivanti dalle

attività di D&S rappresentano la componente principale dei costi totali di smantellamento.

Nel 1995, l’Agenzia internazionale dell’Energia atomica ha pubblicato una Safety Series sui

“Principi di gestione dei rifiuti radioattivi” in cui si richiama l’assoluta necessità di non

imporre alle future generazioni vincoli od oneri dei quali esse non sono responsabili. In

base a questo principio etico, oggi si opera per definire soluzioni ottimali riguardo il

trattamento e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi sino a ora prodotti, in modo da

garantire nel tempo la salvaguardia delle persone e dell’ambiente. Le soluzioni

individuate comprendono, a seconda della tipologia di rifiuto, l’immagazzinamento in

depositi superficiali (o sub-superficiali) e profondi (geologici) che presentano

caratteristiche diverse.

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Sia dal punto di vista della sicurezza nucleare (safety) che della protezione fisica (security),

la scelta del deposito superficiale può fornire garanzie negli anni solo a patto che venga

mantenuta e assicurata una attività di sorveglianza, di controllo e di manutenzione

continua, in modo da prevenire ogni tipo di deterioramento o di intrusione volontaria.

D’altra parte, il deposito geologico garantisce tale sicurezza senza che debba essere

sorvegliato e mantenuto nel tempo, data l’elevata profondità al quale è posto e per le

protezioni “naturali” di cui è dotato. Per i rifiuti ad alta attività e lunga vita, le linee guida

internazionali indicano il deposito geologico come la soluzione ottimale.

La situazione in Italia. Sul territorio italiano esistono quattro centrali elettronucleari e

cinque impianti di trattamento e fabbricazione del combustibile nucleare che sono in fase

di smantellamento, e che contengono materiali radioattivi ad alta attività, con particolare

riferimento al combustibile irraggiato e ai rifiuti derivanti dal ciclo del combustibile. La

strategia nazionale di gestione del nucleare pregresso, definita in uno specifico documento

del 14 dicembre 1999 trasmesso dal ministro dell’Industria al Parlamento, si fonda su tre

obiettivi generali da conseguirsi in modo coordinato: sistemazione dei materiali nucleari,

dei rifiuti radioattivi e del combustibile irraggiato esistenti (entro 10 anni); localizzazione e

realizzazione del sistema nazionale di stoccaggio e smaltimento dei rifiuti radioattivi

(entro 10 anni); disattivazione e smantellamento degli impianti nucleari esistenti (entro 20

anni; quindi con una strategia di smantellamento immediato).

Gli indirizzi strategici formulati nel documento al Parlamento del dicembre 1999 sono stati

ribaditi e confermati, dal ministero dell’Industria (2001), negli “Indirizzi operativi alla

SOGIN”, la società di proprietà del ministero dell’Economia incaricata dello

smantellamento delle centrali nucleari e degli impianti del ciclo del combustibile.

Costituita in attuazione del decreto legislativo n. 79/99, la SOGIN è operativa dal 1

novembre 1999 e ha incorporato le strutture e le risorse della divisione nucleare dell’ENEL.

Nell’estate del 2003, SOGIN ha assunto anche la responsabilità degli impianti del ciclo del

combustibile di proprietà ENEA e FN (Società fabbricazioni nucleari).

I programmi nucleari e le attività condotte nell’industria, nella ricerca e nel settore medicoospedaliero

hanno prodotto, a oggi, circa 30 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, solo una

parte dei quali è stata sottoposta a processi di trattamento (riduzione del volume) e

condizionamento (immobilizzazione in forme idonee allo smaltimento). La parte

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preponderante è tuttora stoccata presso i siti di produzione, attualmente gestiti da SOGIN

(centrali elettronucleari, impianti del ciclo del combustibile) e da un ristretto numero di

aziende operanti del settore nucleare (Avogadro, Nucleco, Sorin, solo per citarne alcune).

Le attività di disattivazione e smantellamento degli impianti produrranno a loro volta

ingenti quantitativi di materiali radioattivi da condizionare e smaltire (30.000 m3 secondo le stime correnti). Ma la componente più impegnativa di questo retaggio è rappresentata

dal combustibile nucleare irraggiato. I quantitativi di cui l’Italia deve farsi carico

ammontano complessivamente a circa 300 tonnellate di ossidi di uranio, plutonio e torio.

Presupposto fondamentale per dare soluzione definitiva al problema è dunque la

disponibilità di un deposito centralizzato per lo stoccaggio dei materiali radioattivi. Negli

intendimenti originari, il sito in cui realizzare il deposito avrebbe dovuto essere

individuato entro la fine del 2001 e la costruzione sarebbe dovuta iniziare nel 2005, in

modo da rendere operativo il deposito all’inizio del 2009. Però, a oggi il sito non è stato

ancora localizzato.

Recentemente, dopo aver considerato l’aumento de rischi derivanti dall’inasprimento

dell’attuale situazione internazionale, si è deciso di intraprendere nuove azioni volte

all’immediato trattamento e messa in sicurezza del materiale fissile e dei rifiuti radioattivi

ancora presenti sui siti nucleari italiani.

Il governo italiano si è quindi espresso decretando lo stato di emergenza in relazione allo

smaltimento dei rifiuti radioattivi e nominando un Commissario delegato per la sicurezza

dei materiali nucleari fino alla data del 31.12.04 per le regioni interessate: Lazio,

Campania, Emilia Romagna, Basilicata e Piemonte. Le azioni intraprese comprendono sia

l’accelerazione di attività già previste nei programmi di decommissioning (sistemazione del

combustibile, smaltimento rifiuti radioattivi, e così via), sia nuove attività volte ad

aumentare la protezione fisica di aree sensibili (impianti anti-intrusione).

* Giancarlo Bolognini ha ricoperto numerosi incarichi in ambito nazionale e internazionale

nel settore nucleare. È ora amministratore delegato della SOGIN (Società gestione impianti

nucleari).

Nucleare Italia: centrali, scorie e lobby, la “guerra” Francia-Usa, secondo Wikileaks

di Emiliano Condò

La ex centrale nucleare di Borgo Sabotino (Lt)

ROMA – Una piccola guerra, combattuta a colpi di ambasciatori, inviati e visite ufficiali: è una guerra combattuta sul territorio nazionale italiano senza che nessuno, governo in testa, se ne sia reso conto. E’ stata la “piccola guerra del nucleare”, quella che ha visto fronteggiarsi francesi da una parte e statunitensi dall’altra, con l’obiettivo di fare affari sulle nuove centrali nucleari italiane, quelle che il governo Berlusconi voleva costruire (anche se non si è mai saputo bene dove e quando), prima che il disastro giapponese obbligasse tutti ad una frettolosa retromarcia poi divenuta “sospensione”.

Il nucleare italiano era, insomma, un affare che faceva gola. Affare vinto e virtualmente chiuso dai francesi, pronti, dietro adeguato compenso, a fornire la tecnologia per fare le centrali. Non solo: la Francia era interessata (come Usa e Russia) anche al trattamento delle scorie. Come sia andata davvero la partita, combattuta un paio di anni fa, oggi lo scopriamo grazie a Wikileaks e ai documenti riservati (proibita la visione agli stranieri) diffusi dal sito di Julian Assange.

Tutto inizia nella calda estate del 2009. Dall’ambasciata Usa a Roma partono una serie di cablogrammi firmati da Elizabeth Dibble, di fatto la numero due dell’ambasciata. Si tratta della stessa persona che il nostro presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, punto nel vivo per certi commenti sul suo stile di vita, bollò come “funzionaria di quart’ordine”. Le carte di Wikilieaks, provano che non lo è affatto.

In Italia, in quel luglio, si accelera sul nucleare: il 23 luglio arriva in Senato il via libera al rilancio e la nascita dell’Agenzia per la sicurezza nucleare. La Dibble fiuta l’affare e sente “puzza” di francesi che vogliono banchettare da soli sul pasto delle nuove centrali  italiane. Così scrive direttamente a una certa Sarah Lopp, responsabile proprio dell’energia nucleare per il dipartimento Usa che cura gli affari internazionali.

Dopo aver informato sul “semaforo verde” del nucleare in Italia, la Dibble spiega i dettagli relativi alla tempistica: il governo punta a formulare in appena sei mesi il piano che risolva tutti gli aspetti controversi, dalla sede delle centrali fino allo smaltimento dei rifiuti fino alla questione (centrale per gli interessi Usa) della tecnologia da scegliere per costruire.

I dubbi non mancano: alla Dibble sei mesi sembrano pochi per un progetto così ambizioso. Ha ragione. Con scrupolo, invita i suoi a non mollare l’osso: “Un impegno continuativo del governo statunitense è cruciale per sostenere gli interessi delle compagnie Usa che si occupano di nucleare interessate ad entrare nel mercato italiano”. La Dibble, quindi, individua uomo e data per gettare un ponte che aiuti la conclusione dell’affare.

L’uomo giusto, secondo la diplomatica, è Claudio Scajola, allora ancora ministro dello Sviluppo Economico e in procinto di partire per gli Usa ad ottobre 2009. “Questa – scrive la Dibble concludendo il suo primo cablo – è un’ottima occasione per coinvolgere l’Italia e gettare le basi per una solida cooperazione sul fronte dell’energia nucleare”.

Il cablogramma successivo  è invece un riassunto sintetico ed efficace del rapporto tra Italia e nucleare: si parta dal pre-Chernobyl, quando l’Italia, scrive la Dibble “era un Paese all’avanguardia” nella tecnologia nucleare. Poi vennero il disastro in Urss, il panico, le verdure non commestibili e un referendum che decise per lo spegnimento degli impianti. Fino al luglio 2009

Nucleare Italia: centrali, scorie e lobby, la “guerra” Francia-Usa, secondo Wikileaks

di Emiliano Condò

Nel cablo successivo la Dibble torna precipitosamente al presente citando il presidente dell’Ansaldo Nucleare Francesco Mazzucca secondo cui, scrive la funzionaria, “il Ministero dello Sviluppo Economico ha già lavorato per diversi mesi sul progetto del regolamento per il disegno di legge approvato”. La questione cruciale, però, resta il dove ovvero la scelta dei siti dove costruire le centrali nucleari. Mazzuca, spiega la Dibble, è per “l’approccio pratico. Il governo, come primo lotto, potrebbe partire dai quattro siti degli impianti nucleari dismessi”. Siti che, ovviamente, potrebbero essere pronti in tempi più brevi. Quanto agli altri impianti, nel cablogramma si legge: “Mazzuca ha aggiunto che altri siti incontaminati potrebbero essere identificati in seguito”.

Uno dei problemi centrali e quindi uno degli affari centrali è quello delle scorie. Cosa farne? La soluzione di Mazzucca ingolosisce la Dibble: l’italiano spiega che l’unica strada percorribile è quella di inviare il materiale all’estero (Francia, Usa e Russia i Paesi indicati) per lo stoccaggio e il trattamento. Con la Francia c’è già un accordo, che risale al 2006, per il trattamento delle scorie dei vecchi impianti. Anche le aziende Usa, però, sono interessate alla torta.

Non a caso il cablogramma prosegue parlando delle nomine al vertice dell’Agenzia per la Sicurezza nucleare, quella che poi verrà affidata alla presidenza dell’oncologo Umberto Veronesi. I posti da assegnare sono cinque e la Dibble sponsorizza e caldeggia un nome, quello di Maurizio Cumo, docente di “impianti nucleari” alla Sapienza di Roma e, secondo la diplomatica, ”dotato di una grande esperienza in materia”.

Il motivo per cui Cumo piace tanto alla Dibble, però, è un altro: “Cumo è a favore della tecnologia nucleare Usa e ha detto al (Washington) Post che il  [modello di centrale] Westinghouse AP-1000
è la tecnologia nucleare più adatta per l’Italia”. Insomma il docente è l’uomo adatto per fare uno sgambetto ai francesi che vogliono chiudere la partita nucleare da soli. Quindi ben venga il professore che, a giochi fatti, è tra i cinque che compongono la squadra di Veronesi.

La diplomatica è convinta che la partita con la Francia per ottenere i contratti  non sia  ancora perduta. Il gioco, però, deve farsi duro. Scrive la Dibble nell’ennesimo cablogramma: ”E’ fondamentale  il coinvolgimento del Governo Usa ai massimi livelli con Governo italiano per controbilanciare l’attività lobbystica del governo francese per favorire le proprie compagnie nucleari”. Anche perché i francesi non stanno certo a guardare e non hanno nessuna intenzione di lasciarsi sfuggire l’affare. Così, oltre all’accordo già in essere con l’Enel per la realizzazione di quattro centrali modello Areva da oltralpe, appunta la Dibble, arriva nell’ambasciata francese un secondo funzionario con lo scopo di stringere l’affare.

Gli Usa sembrano avere dalla loro parte anche Mazzucca secondo il quale la soluzione ottimale sarebbe quella di adottare due diverse tecnologie nucleari, quella francese per cui c’è già l’impegno e quella statunitense. In un ultimo cablogramma la diplomatica ricorda l’imminente visita di Scajola negli Usa. Suggerisce di organizzare per l’ignaro ministro un tour in alcune strutture nucleari. Il tutto per favorire, in primo luogo, la firma di un accordo energetico proprio sulla cooperazione nucleare. Una strategia pianificata nei dettagli, non c’è che dire. Poi però, è arrivato lo tsunami e gli italiani si sono ricordati che il nucleare fa paura.

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24 marzo 2011 | 14:46http://www.blitzquotidiano.it/politica-mondiale/nucleare-italia-guerra-francia-usa-wikileak-796182/2/

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