Fisicamente

di Roberto Renzetti

Incontro ravvicinato con un ex soldato italiano di Gladio

G71, questo era il nome in condice di Antonino Arconte, un ex militare che da anni lotta per il riconoscimento del servizio prestato nella “Seconda Centuria Lupi” ai tempi della Guerra Fredda. “L’Italia ci ha cancellati, come se non fossimo mai esistiti, per coprire I suoi misteri”

“PRONTO VACCARA? Sono Nino Arconte, ho già parlato con il suo direttore che mi ha detto che si sarebbe occupato lei della mia storia. Le ha già detto chi sono e per che cosa chiamo, vero?”. In una giornata afosa di giugno, di quelle in cui New York ti dà un assaggio della bollente estate in arrivo tra i grattacieli, arriva una telefonata dove la cornetta scotta anche quando l’aria condizionata è al massimo. “Sì, Mantineo mi ha accennato e mi ha detto che avrebbe chiamato. La ascolto”. “Sì, ma non al telefono”, dice la voce dal pronunciato accento sardo, “mi dia il suo indirizzo e sarò subito da lei. Ho un aereo che parte tra sei ore, è bene fare in fretta, ho tanto da raccontarle e non posso al telefono perché ho delle carte da consegnarle”.

Poco prima il direttore mi aveva annunciato che un certo Antonino Arconte aveva chiamato in redazione qualificandosi come un “ex gladiatore”, cioè un agente dei servizi segreti militari italiani facente parte del corpo speciale conosciuto col nome di Gladio, operante durante la Guerra Fredda nell’ambito della struttura Nato chiamata “Stay Behind”: “Dice che è qui a New York per consegnare una documentazione alle Nazioni Unite, sta facendo ritorno in Italia ma prima di partire vuole raccontare la sua storia al giornale. Stefano, vedi di che si tratta, potrebbe venirne fuori qualcosa di interessante”.

La storia che leggerete è il risultato di due ore di conversazione registrate con Antonino Arconte, di pagine e pagine di documentazione consegnatemi da lui a New York prima della sua partenza, il tutto integrato da una corrispondenza via internet in cui l’ex gladiatore ha accettato di chiarire ancora al cronista alcuni punti del suo racconto. Ho letto le carte e i documenti da lui consegnati. Le vicende sono ricostruite così come riportate da Arconte. Alla fine la decisione di pubblicare la sua storia non deriva dalla certezza che quello dichiarato da un ex gladiatore corrisponda alla verità accertata di un pezzo di storia italiana, ma dalla constatazione che, una volta ragionevolmente convinti che Antonino Arconte abbia fatto parte dell’apparato dei servizi segreti della difesa italiana (il famoso SID), la sua storia personale e la sua ricostruzione di certi avvenimenti possano mettere in rilevanza certi aspetti delle vicende, o meglio dei “misteri” italiani, rimasti in ombra o non considerati del tutto. Stragi di Ustica e Bologna, rapimento Moro, attentato al Papa, suicidio Gardini, ecco come la storia di un ex gladiatore si intreccia con alcune delle pagine più nere della Repubblica.

Arconte arriva nel mio ufficio con la valigia già pronta. “Sto partendo, ho compiuto la mia ultima missione. Ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità, ora finalmente sono in pace con me stesso.” Nino, così si presenta quest’uomo di 44 anni che ha l’aspetto di un ventenne e oltre a portare lo stesso nome assomiglia proprio al pugile Nino Benvenuti, con in più il corpo di Arnold Swartznegger. “Nell’articolo mi chiami G71, è il mio nome in codice. Noi gladiatori ci riconoscevamo soltanto per il codice. A chi ha lavorato con me leggendo questa storia il nome Arconte non dice nulla, ma G71 lo riconoscerà.”

Accendo il registratore e G71 inizia a parlare e mentre lo fa, senza interruzione per 120 minuti, rovistando tra le sue carte e mostrandomele freneticamente, nel suo saltare da un argomento ad un altro non si percepisce soltanto la fretta di chi deve partire, ma anche la preoccupazione di chi teme di non essere compreso o non creduto affatto. “Forse non sono stato chiaro” ripeterà più volte G71, “ma troverà tutto in queste pagine intitolate ‘La vera storia di Gladio’. Sono molte ma le legga, capirà tutto”.

“La vera storia di Gladio”, così ha intitolato il suo memoriale G71. “Ho messo tutto sull’internet, ho creato un sito apposta (htpp://www.geocities.com/pentagon/4031). Così facendo credo di essermi salvato la vita”. Così parte la prima pagina del sito internet di G71: “Scrivo questa storia ad Ajaccio, in Corsica, in questo 10 Febbraio 1997, anniversario del Tet dell’anno della Tigre di Legno (1975), per evitare che, con la mia morte, la cancellazione mia e dei miei commilitoni giunga a compimento e di noi non restino altro che le diffamazioni e le calunnie che ci sono state riservate in questi anni di infamie. Se morirò prima di essere riuscito a portare a termine la mia ultima missione, affido a Voi, popolo di Internet, la nostra storia, quella vera! La storia delle tre Centurie dei Gladiatori di Stay-behind Italia. I Gladiatori del S.I.D : ciò che furono e ciò che ne è stato”.

LE TRE CENTURIE

G71 spiega come erano devise le tre centurie: “La Prima Centuria era chiamata Aquile, erano cioè aviatori, alcuni paracadutisti della Folgore. La Seconda Centuria era chiamata Lupi, io appartenevo a quella, composta da quelli provenienti dalla Marina e dall’esercito. Poi c’era la Terza Centuria detta Colombe. Non era composta da militari ma da civili, anche donne, che dovevano fare da supporto per le informazioni. Alcuni di loro sono stati poi accusati di aver partecipato a stragi, ma non era vero e alla fine sono stati assolti. Noi eravamo una struttura segreta della Nato. Ora delle Aquile e i Lupi non è rimasto niente. O siamo morti o siamo stati cancellati, spariti, mai esisititi per lo Stato italiano”.

“Quando ho scritto a Cossiga, Craxi e Andreotti, perché allora loro avevano incarichi costituzionali, mi ha risposto solo Cossiga con due righe generiche. Così mentre tutti ci attaccavano e venivamo inquisiti dai magistrati i politici facevano a scarica barile. Nessuno voleva saper niente di noi, sembravamo tutti banditi, nessuno ci ha arruolato, nessuno ci ha ordinato niente, nessuno ci ha pagato. Solo adesso escono le interviste dove Cossiga e Andreotti dicono che noi eravamo costituiti in ambito Nato, che non eravamo una organizzazione illegale ma soldati ben addestrati che compivano il loro dovere.

Così io potevo essere sbattuto in galera con false accuse costruite e dalle quali poi sono stato assolto con formula piena, e nessuno del governo interveniva per dire chi ero, chi era in realtà la persona che avevano arrestato ingiustamente.”

Ma perché G71 è venuto a New York, in cosa consiste questa “ultima missione”?

“Noi siamo stati cancellati, capisce, cancellati oppure siamo stati ‘suicidati’. Quando siamo diventati gladiatori, dopo aver ricevuto un finto congedo da militari e avuto lavori di copertura per le nostre missioni, ci sono state date le istruzioni di cosa avremmo dovuto fare se fossimo stati annientati, se il nostro Paese fosse caduto in mano al nemico. Dovevamo denunciare il tutto alle Corti internazionali dei diritti umani di Strasburgo e all’Onu. E così ho fatto. Ho portato le prove della persecuzione in atto nei miei confronti e di quelle che hanno colpito i miei commilitoni, ancora più sfortunati perché hanno perso la vita in missione o sono stati poi ‘suicidati’. Io ho subìto un ‘tentato suicidio’, il 28 febbraio del ‘93.

IL FALSO SUICIDIO

Durante uno degli allenamenti che per passione ancora pratico, risalendo dalla scogliera tra Capo Marrargiu e Poglina, in Sardegna, fui afferrato da due uomini che tentarono di farmi precipitare sugli scogli sottostanti: riuscirono solo a cadere con me, ma io risalii anche questa volta. Raggiunsi Alghero per procurarmi disinfettante per le escoriazioni, alcune abbastanza profonde, e per giorni attesi di leggere qualche notizia sul giornale sull’’incidente’, ma nessuna notizia fu pubblicata, nemmeno sul rinvenimento della loro auto che pure era rimasta ben visibile dalla strada. Dopo una decina di giorni andai a vedere personalmente e ogni traccia dell’accaduto era stata rimossa e l’auto non c’era più!”.

Non ha fatto denuncia alla polizia?

“E a chi, a quelli che mi accusavano di essere uno spacciatore e costruivano prove false nei miei confronti? Ai magistrati che mi condannavano? Io capivo che mi perseguitavano per il mio passato e pensavo soltanto a come difendermi”.

Arconte è stato arrestato nel 1991 con l’accusa di spaccio di droga. Dopo diversi appelli e sentenze, è riuscito a dimostrare come fossero false le testimonianze firmate dai poliziotti che lo avrebbero visto consegnare 5 grammi di hashis. “Lo hanno poi dovuto ammettere che avevano firmato un documento senza sapere cosa ci fosse scritto. In un altro Paese, anche se poliziotti, sarebbero stati puniti, insomma qualcuno avrebbe pagato per queste false accuse, no? Invece niente, a loro non è successo niente”. Sempre nello stesso periodo, mentre era presidente di una cooperativa per costruire villette familiari, viene accusato di appropriazione indebita e condannato. Anche lì Arconte ricorre in appello per dimostrare che le accuse erano costruite. “Hanno utilizzato anche fotomontaggi. Ma io tutto questo lo sono andato a denunciare anche alla Corte di Strasburgo, con tutto il resto delle persecuzioni riguardo alla cancellazione del mio passato di gladiatore. Sa come chiamano il mio caso? Arconte contro l’Italia. Ma io non sono contro l’Italia, sono contro coloro che se ne sono impossessati, coloro che ne hanno corrotto le istituzioni. A Strasburgo mi hanno dato ragione, nel sito internet c’è tutto, potete vedere le sentenze con i rispettivi numeri di protocollo. Proprio in questi giorni mi è stato comunicato dalla Commissione europea che l’Italia deve versarmi un primo ‘equo risarcimento entro tre mesi’, certo è una cifra simbolica rispetto ai danni che ho subìto, ma è sempre meglio di niente. Della magistratura italiana non si ci può più fidare, continuare a sperare che sono in buona fede mi viene proprio difficile. Parlo di alcuni suoi elementi, non di tutti per fortuna, perché altrimenti a quest’ora starei ancora in galera. Ma ci sono molti magistrati che sono venduti a chi ha interesse che l’Italia finisca in certe mani. Non sto parlando di politica, sto parlando di gente che politica non ne fa. Qui non si parla di persone che possono essere elette. Sono poteri occulti, sotterranei”.

GLADIATORI ECCELLENTI

“Così uno come Raul Gardini (il presidente della Ferruzzi sparatosi nel luglio di cinque anni fa durante le inchieste di Tangentopoli) può essere ‘suicidato’, grazie a una magistratura che archivia come suicidio un caso dove non si trova polvere da sparo sul braccio, la pistola, senza le sue impronte, viene trovata su un tavolino opposto al letto dove viene trovato il corpo. E lo stesso era avvenuto pochi giorni con Cagliari, il presidente dell’Eni, anche lui ‘suicidato’ in carcere con un sacchetto in testa. Io Gardini l’ho conosciuto, non era il tipo che si potesse suicidare, assolutamente non era il tipo”.

Come l’ha conosciuto?

“Per una missione. Anche lui era un gladiatore. Faceva parte della terza centuria, ‘Le Colombe’, quella composta da civili”.

Gardini un gladiatore?

“Che era uno di noi l’ho saputo dal nostro comando nel momento in cui dovevamo svolgere una operazione assieme”.

Gardini un gladiatore?

“Che era uno di noi l’ho saputo dal nostro comando nel momento in cui dovevamo svolgere una operazione assieme”.

E quale sarebbero state le funzioni di Gardini all’interno di Gladio?

“Non posso dire per certo quello che non sapevo allora e posso intuire adesso. Preferisco dire quello di cui sono sicuro al 100%. Gardini aveva contatti in certi ambienti e, come tutti quelli della Terza, raccoglieva informazioni utili e le forniva al nostro comando. Le nostre operazioni si basavano sulle informazioni raccolte, elaborate e verificate dalla terza centuria. In quel tempo, come imprenditore, Gardini aveva ricevuto richieste di denaro alle quali dichiarò di non poter far fronte. Probabilmente si trattava di richiesta di tangenti da una parte politica o di potere che era ostile per noi, o meglio, così la considerava il nostro comando… però, questo, lo intuisco solo oggi. Da costoro, chiunque essi fossero, Gardini ricevette minacce e intimidazioni di attentati ai propri personali interessi e di azienda. Presumo che c’entrassero dei silos negli Stati Uniti dove mi recai nell’aprile del 1982 con altri tre gladiatori a bordo di una nave della Ferruzzi, la Maria Esperanza, più precisamente sul Mississippi, tra Baton Rouge e New Orleans, esattamente a Mirdle Grove. Non fu niente di particolare: si trattò di convincere alcuni sabotatori che era meglio che… sparissero dai dintorni di Raoul Gardini e di quanto faceva in qualche modo capo a lui. Un’operazione abbastanza noiosa, per questo, come altre di quel genere, per brevità non la descrissi nei particolari, su ‘The Real History of Gladio’. Due mesi dopo fummo di ritorno… missione compiuta, ancora una volta. Incontrai altre volte Gardini, in compagnia di Charlie Bernard Moses, il nostro ufficiale di collegamento a Roma con gli Stati Uniti, in casa sua, in via S. Teodoro a Roma, o nei pressi della galleria d’arte di Charly in via Margutta. Ad ogni buon conto, la nostra rovina fu anche la sua rovina!”.

Ma perché Gardini sarebbe stato “suicidato”?

“Gardini è stato assassinato perché ha creduto che quelle mani fossero davvero pulite e voleva dire tutta la verità circa i finanziamenti illeciti elargiti come imprenditore, non come gladiatore! Bisognava fermarlo ed impedirlo a tutti i costi! Così come bisognava fermare ed impedire che la verità venisse rivelata agli italiani.

Di Cagliari non ho la certezza che fosse un gladiatore, l’ho pensato solo dopo perché anche lui voleva dire tutto ai procuratori sui i soldi versati a tutti i partiti… E poi anche lui è stato suicidato negli stessi giorni del ’93, due giorni prima di tanti altri miei commilitoni ‘suicidati’ e a quattro mesi di distanza del tentativo del mio suicidio andato a male. Come si può archiviare per suicidio il ritrovamento di una persona robusta come me, appeso alla maniglia della porta del suo bagno, come nel caso di un mio commilitone? Chi erano gli assassini? I poteri occulti che in Italia sono stati creati dal Patto di Varsavia”.

Che non esiste più da quasi dieci anni…

“Sì, ma le persone che in Italia hanno operato con la Stasi, con i servizi bulgari, con il Kgb vero e proprio, che erano al servizio dei libici, dove sono adesso? Sono state scoperte, per caso? Nel 1980, durante le stragi di Ustica e Bologna, i dissidenti libici che noi avevamo portato in Italia e che ci fornivano informazioni venivano ammazzati per strada come cani. Sono stati forse individuati i responsabili di questi omicidi?”

Potrebbe essere più preciso con le accuse? Chi sono i responsabili?

“No, non sono stati i comunisti italiani, loro facevano politica. Ma questi poteri occulti hanno spianato loro la strada perché faceva loro comodo, perché all’interno di quel gruppo politico si nascondevano i loro uomini.

L’OMBRA DEL KGB

“Chi dava gli ordini al comandante di Gladio era Aldo Moro, ed è stato ammazzato, ma pochi mesi prima di farlo hanno destituito il nostro generale Miceli. Solo una coincidenza? E a noi, una volta entrati in possesso dei nostri codici, proprio in quel periodo ci mandavano in giro in missioni senza senso, solo per farci ammazzare, per eliminarci. Hanno detto che le Brigate Rosse sono state manovrate dalla Cia che non voleva il compromesso storico, tutte cazzate. Aldo Moro si era già messo d’accordo con Enrico Berlinguer, brava persona, che ho votato più volte perché era più liberale degli altri. Ora, è risaputo che il giorno del rapimento, Moro avrebbe annunciato in Parlamento il nuovo governo con l’appoggio dei comunisti, ma a sua volta Berlinguer avrebbe dovuto annunciare lo strappo dall’Unione Sovietica e dal comunismo internazionale. Questi erano gli accordi che noi sapevamo e che conoscevano anche gli americani. Altro che infiltrate dalla Cia. Le Brigate Rosse erano composte sì da studenti esaltati che sinceramente credevano nella rivoluzione attraverso la lotta armata, ma nella loro struttura composta di cellule a immagine del modello sovietico, ecco, in ognuna di queste cellule c’era un referente direttamente in contatto con il Kgb, all’insaputa degli altri. Noi questo lo sapevamo.

Da Mosca hanno voluto interrompere l’accordo Moro-Berlinguer, ma quest’ultimo, che da buon sardo aveva la testa dura, quando ha capito come stavano cercando di fermarlo è andato avanti lo stesso e con più convinzione”.

“MODULO KENNEDY”

“Nel maggio scorso ‘suicidano’ la guardia svizzera del Papa, Alois Estermann. Chi era Estermann? Una spia della Stasi, i servizi segreti della Germania Est. La notizia è stata riportata dai giornali, ma quello che non vedono è quello che noi riconosciamo subito, il cosiddetto ‘Modulo Kennedy’, come lo chiamavano nelle scuole militari. Era una tecnica usata da sempre dal Kgb sovietico e che prese il nome proprio dal modo in cui uccisero il povero presidente americano. E’ un sistema perfezionato da Beria, il capo del Kgb ai tempi di Stalin. Funziona in questo modo: la prima regola è che i morti non parlano; ora, se devo ammazzare qualcuno prima devo cercare un colpevole, me lo costruisco, lo preparo e poi lo ammazzo insieme a chi volevo morto”.

Secondo lei quindi il caporale Tornay sta a Estermann come Oswald sta a Kennedy?

“Esattamente, entrambi ammazzati per non risalire ai veri mandanti.”

Ma perché adesso, nel 1998, si deve voler morto un ufficiale delle guardie del Papa, anche se questo era stato al servizio della Stasi?

“Come perché? Adesso è stata riaperta l’inchiesta sull’attentato al Papa. Alì Agca era la stessa cosa, ‘Modulo Kennedy’ per coprire i mandanti sovietici. Doveva morire Agca, già in Piazza S. Pietro. Invece si è salvato e poi è stato bravo, ha fatto il matto. Ora Estermann era lì quel giorno, si vede proprio nella foto durante l’attentato. Si vede che sapeva troppo sui mandanti, dato che lavorava per loro”.

Ma anche se fosse provato che l’ordine arrivò da Mosca, adesso l’Unione Sovietica non esiste più, insomma chi compierebbe oggi questi omicidi?

“E’ ovvio che la Russia di adesso non c’entri niente. Viva Yeltsin, ma è chiaro che quando crolla un regime durato settanta anni, quanto è durato quello sovietico, all’interno dell’apparato statale rimangono quelli che lo hanno servito. Chi è implicato con l’attentato al Papa non è necessariamente scomparso, magari qualcuno di loro oggi fa il liberale. Attentare al Papa non era un’azione di guerra, ma un crimine. Chi lo ha compiuto ha interesse a coprirlo per sempre”.

Torniamo alla sua storia, dal suo racconto voi gladiatori venivate impiegati fuori dall’Italia. Insomma una storia diversa da quella che invece si sospettava al momento della scoperta dell’esistenza di Gladio…

“Mai avuto a che fare con cose interne, sempre missioni all’estero. Sono stato in tutto il Nord Africa, in Sud Africa, in Russia e altri Paesi oltre cortina, in Viet Nam. Per tutte queste missioni, che per i particolari rinvio al sito internet, usavo la copertura di ufficiale di Marina mercantile. Venivo imbarcato su navi dirette ai porti dove poi svolgevo le missioni. Si trattava per lo più di addestrare milizie di conbattenti, ribelli che si opponevano ai regimi filo sovietici, di dare e recuperare informazioni, di aiutare alla fuga i dissidenti.

“Così ho fatto in Angola durante e dopo la rivoluzione dei garofani, quando alla caduta delle ultime colonie portoghesi quel Paese diventò facile preda dei cubani mandati da Mosca. Oppure in Sud Africa, quando fui mandato per portare via Steven Biko, del quale voleva sbarazzarsi non solo il regime dell’apartheid, ma anche i sovietici perché lui voleva far tagliare all’Anc i rapporti con Mosca, dal momento che questa flirtava con il governo razzista sudafricano. Purtroppo Biko non volle fuggire. Morì pochi giorni dopo che avevo tentato inutilmente di portarlo con me”.

Ma chi decideva queste operazioni?

“Il comando”.

Cioè Vito Miceli?

“Fino a quando Miceli è stato il numero uno, poi c’è stato Gian Adelio Maletti che poi è stato condannato a 14 anni e ora vive in Sud Africa. Loro rispondevano al governo italiano. Miceli a Moro, Maletti a chi venne dopo di lui. Il nostro era un servizio svolto all’interno della Nato durante la Guerra Fredda. Dei risvolti interni, della strategia della tensioni, di tutte queste cose io non sapevo nulla.

“Quando leggevo certe cose nei giornali pensavo che scherzassero, poi quando sono arrivati gli arresti allora ho capito che facevano sul serio. Ma io non ho mai operato in Italia. Noi eravamo militari e anche fanatici, nel senso che per noi l’Italia rappresentava un feticcio, non avremmo mai potuto fare stragi contro la nostra gente, contro nessuna popolazione civile perché noi eravamo militari, non terroristi e ubbidivamo ad un codice d’onore. Sono stati altri a fare certe cose. Come ad Ustica e alla stazione di Bologna”.

L’OPERAZIONE MALTESE

Del lungo racconto di G71, la parte che ci è sembrata più coerente con la realtà internazionale del momento, riguarda i rapporti, alla fine degli anni Settanta, tra l’Italia, Malta e la Libia. Tra tutti gli argomenti toccati da Arconte, ci sembra che questo sia quello che meriti più spazio. Facciamo un passo indietro.

Nel mese di novembre del 1973 per Arconte, o meglio identificato come G71 VO 155 M (G. stava per gladiatore, 71 era l’anno del corso di addestramento, M. Per Marina militare, VO stava per Volontario, e 155 il suo numero personale, ma essendo stato “il cucciolo”, cioè il più giovane del suo corso, per tutti era G71) arrivò la prima missione all’estero. L’obiettivo: il regime libico del colonnello Gheddafi, da tre anni al potere.

“Dovevo presentarmi alla base di Aviano dove avrei avuto ordini sulla destinazione e gli obiettivi della missione. Dovevamo raggiungere una base nel Sud della Sicilia in aereo. Da lì la II Centuria avrebbe dovuto raggiungere, con mezzi navali il Golfo della Sirte fino al limite delle acque internazionali, poi, con i gommoni, la spiaggia di Bengasi e quindi un aereoporto militare alle spalle della città.

“Avremmo dovuto aiutare alcuni ribelli libici che stavano tentando di rovesciare il colonnello Gheddafi e instaurare una democrazia. Una volta preso l’aeroporto, saremmo stati raggiunti dalla prima Centuria e quindi avremmo dovuto convergere su Tripoli e lì i ribelli ci avrebbero guidato in un campo nomadi verso la tenda di Gheddafi. Ma poco prima della partenza ricevemmo un contrordine dal nostro numero uno, il generale Miceli: l’aereo sul quale ci saremmo dovuti imbarcare era stato abbattuto da un missile. Aggiunse che eravamo stati traditi e che dovevamo essere tutti morti su quell’aereo ma un cambio di ordini all’ultimo momento ci aveva salvato. Infatti il primo ordine ci voleva già imbarcati sull’aereo diretto ad Aviano, per imbarcare l’equipaggiamento e altro personale.”

Quell’aereo abbattuto era Argo16, di cui poi si occupò la magistratura veneziana. Ma ritorniamo ai rapporti negli anni Settanta tra Italia, Malta e Libia. L’isola, da secoli una testa di ponte importantissima nel Mediterraneo, negli anni Settanta completa l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Londra aveva cercato una trattativa per mantenere la disponibilità del porto per la sua flotta ma il governo laborista maltese di Dom Mintoff aveva dettato condizioni inaccettabili. Riprendiamo quello che ha scritto Sergio Romano nella sua “Guida alla politica estera italiana”: “Mintoff si dedicò principalmente, con grande irritazione inglese, a una diplomazia mercantile che consisteva nel vendere a caro prezzo la posizione geopolitica del suo Paese.

“Mentre negoziava con Londra la sorte delle basi inglesi nell’isola, accettò una proposta di Gheddafi che offriva assistenza economica a condizione che da quelle basi non partissero rifornimenti per Israele. Quando fu chiaro che gli inglesi erano poco inclini ad accettare i ricatti di Mintoff, l’Italia si inserì nel negoziato per evitare che Malta scivolasse nel campo avversario e finì per ereditare di fatto le responsabilità che la Gran Bretagna, in quelle condizioni, non era più disposta ad assumersi… Mintoff accolse i servigi dell’Italia, ne prese gli aiuti e accettò nel 1980 che il governo italiano garantisse la neutralità dell’isola, ma si considerò libero di continuare a trattare dietro le sue spalle con altri paesi fra cui principalmente la Libia e l’Unione Sovietica…. Ma l’Italia” conclude Romano, “non era più in grado di esercitare tutele ‘imperiali’ né di resistere fermamente alla politica mercantile del primo ministro maltese. Con Mintoff come con Gheddafi, la diplomazia italiana adottò uno stile che escludeva pregiudizialmente l’uso della fermezza e poteva ottenere soltanto risultati mediocri”.

L’ex Gladiatore G71, nella sua ricostruzione intitolata “L’Affare Maltese”, mette pure in risalto come in Italia, dov si stava attraversando una dura crisi economica e che oltre al petrolio dal regime di Gheddafi riceveva generose commesse per le sue aziende e anche finanziamenti (la Banca di Stato libica acquistò una quota azionaria importante della Fiat, che faceva di Gheddafi il secondo azionista della più grande industria privata italiana) “esistesse allora, e probabilmente esiste ancora oggi, una robusta lobby filo-libica legata a questi interessi… La Libia era il maggior fornitore di petrolio dell’Italia e l’Italia il primo partner commerciale della Libia”.

A questo punto gli interessi economici dell’Italia per tenere buoni i rapporti con la Libia vanno a scontrarsi con gli interessi strategici suoi e della Nato per evitare che Malta diventi un satellite di Gheddafi e quindi di Mosca.

“I sovietici erano alla ricerca di una base per la loro flotta nel Mediterraneo” ricorda G71. “Dopo la guerra dello Yom Kippur tra Egitto e Israele, Sadat nel 1974 cambiò alleanze, schierando l’Egitto con l’Occidente. La flotta sovietica del Mediterraneo (SOVMEDRON) era ancora alla ricerca di una base. Chiunque avesse occupato militarmente Malta avrebbe potuto installare batterie di missili antiaerei a lungo raggio che minavano la credibilità dell’aiuto Usa a Israele, e più in generale la capacità dell’intervento Usa in Medio Oriente in difesa dei campi petroliferi vitali per l’economia occidentale. Se la Libia fosse riuscita a portare le sue armi a Malta, il prestigio di Gheddafi nel mondo arabo sarebbe cresciuto enormemente”.

Ma il governo italiano andò avanti fino a siglare il trattato di assistenza politico militare che prevedeva la difesa dell’integrità territoriale maltese ad opera delle forze armate italiane, un cospicuo aiuto finanziario e la disponibilità a fornire mezzi per la ricerca petrolifera (ricerca che vedeva Gheddafi contendere a Malta le acque territoriali) in cambio di una politica di neutralità. L’Italia riuscì così a tenere nel campo occidentale Malta. Ma, ecco la tesi di Arconte, pagò un carissimo prezzo per il suo intervento.

UN’ESTATE BOLLENTE

Questi i tasselli di quella bollente estate del 1980 messi insieme da G71:

“L’11 giugno inizia la mattanza degli esuli libici presenti in Italia. Il 27 giugno viene abbattuto sul cielo di Ustica il DC9 Itavia, partito da Bologna per Palermo con due ore di ritardo, mentre è seguito ad una distanza pari a meno di dieci minuti di volo da un Boeing 707 della Air Malta (volo KM153). Il 10 luglio vengono sequestrati dalla Libia due pescherecci italiani con 19 marinai a bordo (verranno rilasciati due anni dopo). Il 18 luglio viene ritrovato un Mig 23 libico sui monti della Sila, era stato abbattuto il 27 giugno da due gladiatori delle Frecce Tricolori, Mario Naldini e Ivo Nutarelli (I Centuria Aquile), poi morti nel 1988 durante una esibizione in Germania, a Ramstein, in un incidente che causò la morte di oltre 80 persone.

Il 2 agosto prende posizione, sui banchi di Medina, la nave da ricerche petrolifere dell’Eni Saipem, a dimostrazione, soprattutto ad uso interno maltese, della giustezza della politica filo-italiana di Mintoff contro l’area politica filo libica molto forte nell’isola. Sempre il 2 agosto l’on. Zamberletti per conto del governo italiano firma il protocollo d’intesa relativo al trattato che esclude la Libia dal controllo dell’isola. Lo stesso giorno salta la stazione di Bologna. Il 6 agosto una parte dell’esercito libico si ribella e tenta un colpo di stato contro Gheddafi. I congiurati saranno sconfitti dall’intervento di unità militari della Germania Orientale (guidate dagli uomini del Kgb), che salvano il colonnello Gheddafi. Di questo colpo di stato Gheddafi accuserà l’Italia, arrestando tre imprenditori italiani ritenuti fiancheggiatori degli insorti (III Centuria ‘Colombe’, verranno rilasciati dopo sei anni). Il 24 agosto una nave da guerra libica intima, con la minaccia di prenderla a cannonate, alla nave italiana Saipem-2 di interrompere le ricerche petrolifere sui banchi di Medina ed andarsene. Si sfiora la battaglia fra le navi italiane intervenute a difesa della Saipem e le navi libiche. Gli aerei F104 di Trapani Birgi pattugliano il cielo di Malta. Il 2 settembre l’Italia si impegna a garantire l’integrità territoriale di Malta e il giorno dopo il premier maltese vola a Roma per approfondire l’intesa. Il 9 settembre si ratifica l’accordo fra Italia e Malta, che prevede fra l’altro l’esclusione delle navi americane e sovietiche dai porti dell’isola”.

Dopo aver elencato questi episodi, Arconte ci mostra una E-mail da lui ricevuta in tedesco e poi tradotta in inglese, del 23 marzo 1998, che recita: “Mi chiamo Alexj Pavlov, ex colonello del Kgb. Ero di base alla stazione radar di Tripoli negli anni Ottanta. Ho letto ‘The Real History of Gladio’… so che è tutto vero, soprattutto l’Affare Maltese. Dovrei dire chi mi ha ordinato di accusare gli Stati Uniti di quell’abbattimento, ma adesso non posso, mi sento in pericolo. Potrò parlare solo se riuscirò ad ottenere asilo politico negli Usa. Spero che anche tu riesca a salvarti la vita. Buona fortuna, mio ex nemico. Alexj Pavlov”.

La pista libica per la strage di Ustica è stata sicuramente battuta, il mig libico trovato nella Sila non può essere ignorato. Ma è possibile che anche dietro la strage di Bologna ci sia stato Gheddafi? E se voi di Gladio lo sospettavate, perché il governo italiano non ha reagito?

“Nessuno voleva la guerra con la Libia. E poi, come ho detto, in Italia c’era e c’è una forte lobby pro Libia che lavorò e lavora a favore della normalizzazione dei rapporti. Quelli che sono finiti in carcere per la strage Bologna, i neofascisti Fioravanti e Mambro, non c’entravano nulla, sono stati soltanto un comodo capro espiatorio”.

Non sappiamo quanto forte sia la supposta “lobby libica” in Italia di cui parla Arconte, vale però la pena di ricordare che proprio due settimane fa il governo Prodi ha ulteriormente avvicinato l’Italia alla normalizzazione dei rapporti con la Libia, firmando un documento d’intesa che rompe in Occidente la cortina di isolamento costruita intorna al regime di Gheddafi.

I fatti dell’estate del 1980 portano G71 a formulare un teorema: dietro la strage di Bologna potrebbe esserci la mano del dittatore di Tripoli. Il governo italiano, così come la magistratura inquirente, hanno mai considerato lo stesso teorema? Hanno mai esplorato la pista indicata nell’”Affare Maltese”? E se non lo hanno fatto, perché? Esisterebbero ancora, a distanza di quasi vent’anni, gli elementi per aprire una indagine verso questa direzione?

Alla fine della sua storia a G71, alias Antonino Arconte nato a Oristano, chiediamo: ammettendo che l’Italia sia veramente in mano al ‘nemico’ come dice lei, tornando in Sardegna non ha paura per l’incolumità sua e della sua famiglia?

“Ho rivelato tutto quello che sapevo. Adesso uccidermi non avrebbe senso, significherebbe dimostrare che quel che ho denunciato è vero. Dal 1993 ho smesso di subire attentati. Io ho compiuto la mia ultima missione. Ho vinto la mia battaglia”.

Articolo da GQ Novembre 2000 N.14

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