Fisicamente

di Roberto Renzetti

Articolo da GQ Novembre 2000 N.14

NINO ARCONTE, SPIA OPERATIVA DEL SUPERSID, SVELA I SEGRETI NASCOSTI

DIETRO A GLADIO. E RACCONTA A GQ DEL GOLPE IN TUNISIA, DI GHEDDAFI, CRAXI E MORO, DEL GLADIATORE RAUL GARDINI: “PER SALVARMI LA VITA DEVO VUOTARE IL SACCO”. I MISTERI DELL’AGENTE G-71-VO di Marco Gregoretti

Gladio

La storia che raccontiamo spiega che per oltre 15 anni ha operato, in Italia e all’estero, su mandato dei nostri governi, un gruppo di 280 superagentisegreti. Tutti appartenenti al cosiddetto Supersid. Una Gladio segreta sempre smentita, ancora più clandestina di quella Gladio “stay behind”, dietro le linee, di cui, creando un caso nazionale, scrisse nel 1990, su Panorama, l’inviata Marcella Andreoli. Sullo sfondo il potere dei servizi segreti italiani, dei quali Gladio era una diretta derivazione, civile e militare. Fino al 1970, il servizio segreto si chiamava Sifar (Servizio informazioni forze armate). Poi nacque il Sid (Servizio informazioni difesa), a cui faceva capo la prima Gladio, che fu sciolto nel 1977. Furono istituiti il Sisde (servizio informazioni per la sicurezza democratica) civile, e il Sismi (servizio informazioni per la sicurezza militare), militare. li coordina il Cesis (Comitato esecutivo servizi d’informazione e sicurezza), oggi diretto da Fernando Masone, ex capo della Polizia di Stato.

Il caratteristico suono metallico e l’icona che raffigura un postino volante colorato annunciano: you have a new message. Il computer, in redazione, ha appena ricevuto una comunicazione elettronica. Mittente: Nino, agente membro della Gladio segreta, operativo dal 1971 nel cosiddetto Supersid, comandato dal generale Vito Miceli e attivo in operazioni autorizzate dal governo italiano. Cognome: Arconte. Sigla: G-71-VO-155-M (G sta per Gladio, ”71 è l’anno di inizio corso, VO significa Volontario, M è Marina militare). Nino ha fatto scappare dissidenti, ha fatto viaggiare carte segrete, ha addestrato guerriglieri, ha fatto saltare ponti. Ha vissuto per 15 anni da infiltrato in Unione Sovietica, Libia, Tunisia, Marocco, Vietnam, Cina, Portogallo, Angola (dove scriveva il proprio nome sul muro con il mitragliatore MG 42). Ora ha deciso di mettersi in contatto con GQ. Ha accettato di raccontare un elenco di verità scomode, eclatanti e paurose, che vanno dalla appartenenza di Raul Gardini alla struttura supersegreta “civile” di Gladio al coinvolgimento di Gheddafi nella strage alla stazione di Bologna e nel dramma di Ustica; da operazioni in Nordafrica per rovesciare i regimi filosovietici a strani ordini ricevuti a Beirut, che hanno a che fare con il rapimento di Aldo Moro. Fino a quello che è successo a lui: nel 1986, tornato da una missione, durante la quale era stato arrestato restando due mesi in un carcere del  Marocco, scopre che lo Stato lo ha cancellato. Gladio è stata sciolta e nessuno glielo ha detto. L’ufficio di via XX Settembre n.8, a Roma, dove Nino andava a rapporto, è sparito. Torna a casa sua, in Sardegna. Ma non si rassegna. Scrive lettere chiedendo spiegazioni. Nessuno gli risponde. Tranne Bettino Craxi. Cinque anni più tardi, Giulio Andreotti, alla Camera, legge il famoso elenco di Gladio: 622 persone. “Era falso, ridicolo, e lo sapevano tutti. La vera Gladio eravamo noi: 280 persone del cosiddetto Supersid e 20 istruttori del vecchio Sifar”. Un giorno, mentre Nino si sta allenando arrampicandosi  su una scarpata a picco sul mare, tra Oristano e Alghero, quattro braccia cercano di spingerlo giù. E’ troppo forte: non ce la fanno e finiscono in mare. Dopo qualche tempo vengono ripescati due cadaveri: skipper non identificati, scrivono i giornali. Nessuno reclama quei morti, G71VO155M va fermato. Intimidito. Mentre il Paese discute sul falso elenco di Gladio, non può esserci qualcuno che racconti la vera storia. Costruiscono una falsa accusa di spaccio. Nino ha subìto 27 processi per cinque presunti grammi di hashish e 21 di olio di Hashish. Perfino la Corte europea dei diritti dell’uomo, il 19 marzo 1998, dopo aver letto e studiato tutti i documenti processuali, scrive che nei suoi confronti è stata messa in atto una vera persecuzione. E che però, per risolvere, dovrebbe rivolgersi alla magistratura italiana. “Pazzesco”, dice Arconte. “Per ottenere giustizia contro la persecuzione dovrei rivolgermi ai miei persecutori”. Era ed è incazzato nero. Uno dei dei suoi più cari amici. Tano Giacomina, gladiatore della marina, muore in uno strano incidente mentre si trova a Capoverde. “E dopo aver subito intimidazioni giudiziarie simili alla mia. Eravamo soldati, è vero. E la guerra era finita: il muro di Berlino non c’era più. Non bastava congedarci?”. Molte sue verità, come risulta a GQ, le conoscono il coordinatore dei servizi, Franco Frattini, e il presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino. Inoltre, sono rintracciabili in un sito Internet: http://www.geocities.com/Pentagon/4031 ; oppure digitare The Real History of Gladio, su virgilio.it). Queste sono pillole della sua vita avventurosa. “Ho preso le mie informazioni. Marco, sei pulito.

Quando vuoi venire da me in Sardegna? Ti aspetto”.

La sua prima e-mail.

Da brivido lungo la schiena

Grazie dell’invito. E speriamo in bene, visto il suo primo messaggio elettronico:”Marco, non vorrei intasare l’e-mail, ma ritengo che essere informato su ciò di cui lei si vuole occupare sia la cosa migliore. Io ho reso pubblica la mia storia (con il sito, ndr) per salvarmi la vita, non ho più segreti per nessuno, ma l’accanimento con il quale “Loro” vogliono tenere nascosta la verità di cui sono testimone per avvertirla che sta entrando a piedi uniti nel gran verminaio della Repubblica. Le invio anche le lettere di Craxi, era semplicemente il presidente del Consiglio che ordinò le operazioni di Akbar Maghreb (cioè, favorire un colpo di Stato che portasse alla deposizione del dittatore tunisino Bourghiba: fatto che si verificò, ndr) tra l”82-’83 e il 1986″. Non c’è niente da fare: occorre andare in Sardegna. A conoscere Nino, di persona.

Scrivi giornalista,

scrivi prima che puoi

Nino Arconte ha due spalle enormi, braccia tozze e gambe toste. E’ silenzioso come un puma. Infatti, alle 10,30 di un sabato mattina di settembre, entra nel Bar del pescatore di Cabras e nessuno se ne accorge. E’ vestito come un turista americano: bermuda, camicia a fiori svolazzante, Nike. Te lo immagini con la macchinetta fotografica infilata al polso. Uno dei tanti travestimenti per non dare nell’occhio. “Se qualcuno mi osservava insistentemente, facevo finta di fotografare il paesaggio”. La sua casa è a pochi metri dalla piazza. In pieno centro storico. “L’ho costruita con le mie mani”. Nel senso letterale: prendeva mattoni e li metteva uno sull’altro… La villetta è su tre piani. In quello sotterraneo ci sono panche per gli addominali, pesi, bilancieri. E una mensola di legno che corre lungo il muro. Praticamente, una lunga scrivania. Dove poggia il computer di Nino: la cassaforte dei suoi segreti. Lui continua a ripeterlo:” Magari, chissà, fra cinque minuti una sventagliata di mitra alla schiena, e io non ci sono più. Forse neanche tu. Accetta un consiglio: scrivi prima possibile questa storia. Più passa il tempo,

più sei in pericolo. Continua a morire gente in strani incidenti e incredibili suicidi”. E chi sarebbe il mandante?! “Lo sai che il Kgb ha ancora delle foto che mi fecero in Romania, sul Danubio, durante l’operazione Costanza? Mi hanno immortalato a Galaty, vicino ai fili spinati, al confine con l’Ucraina, dove facevamo passare persone e documenti. Me lo ha confermato una amica serba dell’Otpor (movimento vicino a Kostunica, il nuovo presidente serbo, ndr)

Quel giorno Vito Miceli,

Antonio La Bruna e gli altri…

Nino entra nell’esercito come volontario, a 15 anni: allievo sottufficiale. Corre l’anno 1970. Il Sifar, l’allora servizio segreto, è appena stato sciolto. Il generale Vito Miceli sta cercando civili e militari da arruolare nel Sid, il nuovo servizio segreto. Durante il corso a Viterbo, Nino eccelle in ogni specialità fisica e con le armi: da 100 metri colpisce un carro armato sotto la torretta. Nelle sue note caratteristiche, già allora, c’è scritto:”Naturale e grande attitudine al comando. Punteggio da uno a 10: 10″. Un giorno d’estate di quell’anno, mentre si sta esercitando in un faticoso percorso di guerra, Nino nota alcuni uomini in borghese che lo osservano. Li incontra di nuovo più tardi, al poligono di tiro. Infine gli chiedono di seguirlo nell’aula magna della caserma: deve compilare un questionario. Solo a quel punto Nino chiede:” Cosa state facendo?” “La selezione per il Sid”. Uno di quegli uomini, ricorda oggi Nino era l’allora tenente La Bruna (poi coinvolto in tante vicende italiane:piazza Fontana, P2, ndr). Circa un mese dopo viene chiamata alla palazzina di comando. “C’erano mio padre Augusto, decorato in Africa come carabiniere a cavallo, e il generale Renzo Zambonini della Polizia (allora la Polizia era militare e non civile, ndr), amico di mio padre dai tempi di Africa. Di nuovo La Bruna. E un altro signore che diventò poi il mio capo: Vito Miceli, un grande uomo dei servizi segreti”. E’ il padre, Augusto, a dirgli:”Sei stato selezionato per il Sid. Sei d’accordo a essere arruolato?” Certo che lo è. Ogni anno di servizio vale il doppio. Lo stipendio è ottimo. “E potevo passare da sottufficiale alla carriera di ufficiale. Oggi, infatti, sono capitano di vascello”. La vita di Nino, a quel punto, cambia. Per coprire l’esistenza della vera Gladio, ufficialmente viene congedato dall’esercito nel dicembre 1973. In realtà entra in Marina: diventa un Lupo, gladiatore di mare. La sua attività di copertura è quella di macchinista navale. “Con le navi civili entravamo in qualsiasi porto senza destare sospetti. E nella mia cabina, che aveva due letti, potevo tranquillamente nascondere chi volevo. Dissidenti dell’est, rifugiati politici…”. Dal 1976 fa anche parte del nucleo speciale di Gladio, Comsubmin. “Ero uno dei 280 gladiatori “stay behind” del Supersid. Missione: proteggere l’Italia, almeno così credevo, dentro e fuori i confini. Da chi? Soprattutto dal Kgb, il miglior servizio segreto del mondo. Il più fantasioso, estroso, deciso e abile. Altro che Cia:ricca e stupida”

Alla ricerca della prigione di Moro.

Prima che lo rapiscano

Da un cassetto, Nino tira fuori un quadretto con la copertina verde rigida.   Dentro ci sono tante pagine piene di date, luoghi di partenza, destinazioni, firme, timbri. Sono le missioni a cui, di volta in volta, il macchinista o fuochista Arconte era comandato. Sfoglia alcune pagine, poi si ferma. “Ecco qui ! cercavo proprio questo. Leggi, leggi, Marco” C’è scritto che il 6 marzo 1978 è pronto a La Spezia un imbarco per lui: destinazione Libano. Beirut. “Il contatto a Beirut era un italiano vestito da arabo. Mi consegno una busta contenente, credo, alcuni passaporti, che avrei dovuto consegnare ad Alessandria d’Egitto”. Ma c’era una seconda parte della missione, che Nino racconta per la prima volta a GQ. “Avrei dovuto prendere contatti con i miei informatori. Seguendo la solita procedura: vicino all’aeroporto c’era una profumeria. La commessa, in realtà, era il tramite per le mie fonti. Una volta stabilito il contatto, secondo le disposizioni, avrei dovuto attivare la mia rete affinché fornisse la possibilità di una mediazione per liberare Aldo Moro. La busta con quegli ordini di prendere contatti con guerriglieri islamici o terroristi palestinesi per liberare Moro, o almeno per cercare la sua prigione, ordini nascosti tra alcuni passaporti senza fotografia che avevo portato dall’Italia, li consegnai a un uomo che avevo già incontrato una volta. Seppi dopo che era un colonnello della Folgore, un gladiatore che si chiamava Mario Ferraro. E’ stato suicidato nel 1995, impiccato alla porta del suo bagno. Un marcantonio di un metro e novanta! (vedi più avanti a pagina 188)”. A Beirut, almeno tre giorni prima che Moro fosse rapito. “Eh, si, perché ero partito da La Spezia il 6. E il 16. marzo, quando seppi da un fonogramma che Moro era stato rapito dalle Brigate Rosse, mi trovavo già ad Alessandria, a consegnare, in una profumeria nella casbah, i documenti ricevuti a Beirut. Per essere ancora più chiari: io vivevo tra un campo militare e un altro. Addestravo profughi. Di Moro non mi ero mai occupato”. Quando riceve l’ordine di cercare la prigione di Moro (ribadiamo: ordine ricevuto prima che l’allora presidente della Democrazia cristiana fosse rapito), Arconte è all’oscuro di un altro fatto: il 30 Aprile 1977 il Sid di Vito Miceli è stato sciolto. “Avevo parlato con Miceli, l’ultima volta, da Lgayoune, nel Sahara spagnolo, mentre rientrava da un’operazione in Sudafrica. Ora so, perché lo ha detto in tv Giuliano Ferrara, che Miceli era molto legato proprio al Aldo Moro”.

In guerra, con Mu’ammar Gheddafi

Il 16 ottobre 1982 Nino si imbarco sulla nave  Veneto, Operazione Tripoli. Destinzione: Tripoli, appunto. “Missione facile facile, si diceva: portare e ricevere documenti da e per la Libia. Peccato che tutta la Libia pullulasse di poliziotti e di soldati. Per non dare nell’occhio fingevamo di fare un piccolo traffico di alcolici (severamente proibiti in Libia). In questo modo corrompevamo le guardie e non eravamo sospettati di spionaggio. In più arrotondavo, per pagare informatori, taxi, eccetera, gli scarsi mezzi che ci venivano messi a disposizione. L’ordine che ricevetti quella volta?

Contattare i giovani ufficiali dell’esercito libico che volevano disfarsi del colonnello. Chiuso nella mia cabina, mi chiedevo: perché non ci hanno fatto portare a termine l’operazione nel 1973? Chi ci ha fermato, e perché. Ma non ho saputo dami una risposta”. Dopo aver incontrato vari ufficiali e un tale colonnello Baffo Grigio, che avrebbe dovuto guidare la rivolta, Nino rientra a La Spezia il 9 marzo 1983. “Non ricevetti nessun ordine. Ma non escludo che altri abbiano portato avanti la missione”. Secondo Nino, Gheddafi è la chiave di lettura per almeno due drammi italiani: Ustica e la stazione di Bologna. Così la pensa, in sintesi:”Con il dittatore libico

eravamo in guerra. nel vero senso della parola, anche se l’opinione pubblica non lo sapeva. L’aereo passeggeri Italia, precipitato a Ustica, l’ha tirato giù un Mg libico. Abbattuto poi da un aereo italiano  guidato da due piloti (della Gladio militare anche loro), che non hanno mai potuto testimoniare perché sono morti pochi giorni prima di andare dal giudice Rosario Priore. La strage alla stazione di Bologna del 2 ottobre 1980 fu una ritorsione contro l’Italia perché la Saipem, su incarico del premier di Malta, Dom Mintoff, stava trivellando sulla secca di Medina. Anche se si trovavano a 100 chilometri dalla costa secondo il colonnello quelle erano acque libiche”.

Io, Bettino e Bourghiba.

Altro che golpe morbido!

Quel riferimento a Craxi nell’e-mail non era una boutade. Nino le ha conservate davvero le lettere ricevute dall’ex presidente del Consiglio, morto ad Hammamet il 19 gennaio 2000. Ne ha consegnata copia, “sottoponendomi anche alla macchina della verità”, al numero 26 di Federal Plaza, a New York: FBI Office, U.S. Department of Justice. Gli “amerikani” dunque, hanno in mano tre missive scritte a mano da Craxi, su carta intestata della Camera dei Deputati. La prima è del giugno 1990, la seconda del settembre 1994. A leggerle vengono i brividi nella schiena. Sono risposte agli sfoghi e alle richieste di chiarimenti che Arconte aveva rivolto alle massime cariche istituzionali. Così Craxi risponde la prima volta, nel 1990: “Caro Arconte, ho tentato di intervenire sulle dolorose esperienze tue  e di Giacomina (Tano Giacomina, il gladiatore amico di Nino, ndr) con scarsi risultati. Interesserò gli organi competenti affinché sia fatta piena luce e vi sia resa giustizia. Tuttavia, insisto a esortarvi a tacere, nell’interesse nazionale, fino a che non si sia pronti a rendere pubbliche le difficili verità che potrebbero provocare reazioni illiberali. A entrambi,grazie. Bettino Craxi”. Craxi era presidente del Consiglio quando Nino partecipò all’operazione Akbar Maghreb – guerra del pane. Lo scopo generale era quello di favorire la crescita di un movimento di lotta nordafricano che si opponesse alle dittature (“a noi interessavano solo quelle filosovietiche”), ma prefiggendosi la creazione di una grande unione democratica e federale nord africana. Questo movimento si chiamava, appunto,  Akbar Maghreb, Grande Maghreb. Il pretesto per la rivolta anti Ben Bourghiba, dittatore tunisino, fu la guerra del pane: il raddoppio del suo prezzo significava la fame per la popolazione. Ecco i ricordi di Nino:” Non fu, come ha detto l’ammiraglio Fulvio Martini (ex capo del Sismi, servizio segreto militare, ndr), ammettendo il coinvolgimento di Gladio nel golpe anti Bourghiba, un colpo di Stato morbido. Anzi. Tunisi era in fiamme, nel Capodanno ’84. I ribelli di Akbar Maghreb si lanciavano sulle autoblindo con bottiglie molotov, incendiavano i carri armati e non ripiegavano anche se falciati con le mitragliatrici dagli elicotteri. Quella rivolta costò migliaia di morti. Maanche il potere a Ben Bourghiba. Ero lì quando successe. Contemporaneamente, anche in Algeria ci fu una guerra del pane. Ma fallì: gli islamici del Fis, il Fronte islamico di salvezza, erano più forti di Akbar Maghreb. In marocco si opposero a un aumento delle tasse doganali: deposero le armi quando re Hassan II abrogò quelle tasse”: Il Kgb, ricorda Nino, riuscì a portare a termine l’unione tra la Libia e il Marocco. Ma siccome quest’unione non era ancora esecutiva, “mi fu ordinato di continuare a mantenere i contatti con i guerrieri di Akbar Maghreb, che addestravo per impiegare, eventualmente, stay behind (dietro le linee). In sostanza ero in continuo pellegrinaggio tra campi Beduin e Tuareg del Sahara e tribù berbere dell’Atlante: insegnavo loro tecniche di guerriglia e li addestravo, così come veniva, visti gli scarsi mezzi a disposizione, a non arrendersi alle future dittature”. Nino non sa che oramai la sua missione per conto del Dio Stato sta per finire. In un modo o nell’altro, ma sta per finire. Il 19 novembre 1985, sul Rif, a Tetouan, lo arrestano insieme ad altri 700 ribelli di Akbar Maghreb, ma anche del Fis. Ironia della sorte, un mese prima, il 17 ottobre, il governo italiano, rappresentato da Giulio Andreotti, e quello tunisino, rappresentato dall’ancora in carica Bourghiba (che se ne andrà il 7 novembre 1987, ufficialmente per infermità mentale), firmano un accordo bilaterale che sostanzialmente impedisce la nazionalizzazione dei beni degli italiani. “Si evitò 1970, anche grazie all’intervento di Gladio”, dice Nino. Ricordandosi che allora restò in una prigione

per due mesi. Giorni terribili: torture, isolamento. Ma senza mai rivelare la sua identità, neanche al console italiano che lo visitò in carcere. Alla fine il tribunale del Marocco dovette liberarlo, anche se precisò di non capire cosa ci facesse un “marinero mercante en transito para l’Italia sulle montagne del Rif”. Il 4 febbraio 1986, dopo aver volato da Tangeri a Madrid e da Madrid a Roma, è finalmente in Italia. Vuole mettersi a rapporto nel solito ufficio. Ma non c’è più. Anche Nino è stato cancellato.

Morti sospette.

Di gladiatori segretissimi

L’ultima scheggia, è anche qui ci vorrebbe un libro, Nino la racconta in macchina, in giro per la Sardegna. “Quello è il precipizio dove hanno cercato di uccidermi. Questa è la vera base di Capo Marrargiu, e non quella a 40 chilometri da qui dove andavano i magistrati durante le inchieste su

Gladio. Vedi? C’è il cartello con i buchi dei nostri proiettili”. Attacca:” Raul Gardini era uno di noi”. “Di voi chi?” “Di noi gladiatori”. Silenzio. “Non mi credi? Guarda, era un gladiatore civile. Dava informazioni dal mondo della finanza. Aveva una conoscenza gigantesca dei rapporti tra finanza e Pci, e degli investimenti italiani in Unione Sovietica. Gardini lo avevo conosciuto nel 1982: fui mandato a controllare i suoi silos sul Mildre Grove, nel Mississippi. Dovevo evitare attentati e ritorsioni. Una volta beccai gente che cercava di dare fuoco ai suoi depositi di soia. Li fermammo: fu una semplice scazzottata. A bordo delle sue navi, comunque, fino al 1982 c’era sempre qualcuno di noi. Non ci credo neanche lontanamente che quella mattina di mercoledì 23 luglio 1993 si sia suicidato”.(su questo, per chi volesse maggiori dettagli: http://www.affaritaliani.it ; cliccare Dossier – Casi irrisolti). E poi c’è il caso Ferraro. Lo aveva conosciuto bene, ma soltanto con nomi in codice. Quando vede la sua foto sul giornale, sa anche il nome: colonnello Mario Ferraro, impiccatosi nel bagno di casa sua, domenica 16 luglio 1995. In questo caso si parla subito di presunto suicidio: era del Sismi. “Di più” dice Nino, “Era di Gladio”. Pochi giorni dopo la sua morte, sbuca fuori una lettera nella quale Ferraro parla di una strana missione che aveva dovuto compiere a Beirut. Una missione che, secondo la lettera, conteneva una bugia. la rivelazione viene fatta dal Tg3. Ma poi non se ne sa più nulla. Ora Nino racconta:” Lo avevo conosciuto in Libano, il 14 dicembre 1975, quando i musulmani assaltarono l’aeroporto. L’ho rivisto a Beirut nel 1978 (appunto! ndr): mi diede dei documenti, gli consegnai dei documenti. E tornai ad Alessandria d’Egitto”. Nino non è convinto di un’altra morte: quella del neofascista Gianni Nardi. “Ma quale neofascista! Era solo uno che aveva la fissa dell’Italia. Era un gladiatore paracadutista, un’Aquila. Lo avevo conosciuto nel 1971 con uno della Gladio civile, l’attore do fotoromanzi Franco Gasparri. nel 1975 io e Nardi ci siamo incontrati in aereo: stavamo andando in Vietnam. io sono sceso a Lonj Nui, vicino a Saigon, lui ha proseguito verso Lanjnam per obiettivi diversi”. Speriamo di aver seguito alla lettera il consiglio di G-71-VO-155-M: “Giornalista, scrivi prima che puoi”.

Marco Gregoretti

USTICA Story

E-mail di Nino, “Un lungo elenco di morti che avrebbero potuto dire qualche verità sul DC9 precipitato a Ustica il 27 giugno 1980, causando 81 vittime. Giorgio Teoldi, comandante dell’aeroporto, 8-8-’80, incidente stradale. Maurizio Gari, capocontrollore a Poggio Ballone (GR), 9-5-’81, infarto. Giorgio Furetti, sindaco di Grosseto, 4-4-’84, investito da una moto. Licio Giorgeri, generale al registro aeronautico italiano, 20-3-’87, attentato Unità comuniste combattenti. Mario Alberto Dettori, di servizio al radar quel giorno, 2-3-’87, impiccato, “suicidio”. V. Zammaroni, 14-8-’88, idem. Mario Naldini e Ivo Nutarelli, due dei sei piloti italiani levatisi in volo il 27-6-’80 per intercettare il Mig 23 libico, 28-8-’88, incidente Frecce tricolori a Ramstein. A. Muzio, 1-2-’91, ucciso. Antonio Pagliara, maresciallo dell’Areonautica, 13-11-’92, incidente stradale. Roberto Boemio, generale comandante della regione aerea meridionale, 13-1-’93, accoltellato a Bruxelles durante una rapina. Gian Paolo Totaro, 4-11-’94. e Franco Parisi, sergenti dell’Aeronautica in servizio al radar di Otranto, 21-12-’95. Impiccati, “suicidio”. [Nota di MS: mancano altri, ad esempio l’investigatore aeronautico Jeremy Crocker, sparito a Los Angeles il 9 dicembre 1996, cinque giorni dopo aver parlato ad una radio locale di “pezzi di aereo francese” tirati su assieme ai resti del DC-9  ITAVIA:

http://www.lapdonline.org/get_involved/missing_persons/mp_crocker_jeremy.htm.

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