Fisicamente

di Roberto Renzetti

Divide gli esperti la fauna che si è sviluppata nella foresta grigia attorno alla cittadina del più grande disastro dell’umanità

Per alcuni non è stato fatto niente per monitorare gli ecosistemi
di SARA FICOCELLI

Chernobyl, 21 anni dopo

ROMA – Lupi che per sopravvivere si cibano di cani, rondini albine, gatte che non riescono più a partorire cuccioli maschi. A ventuno anni di distanza da quel 25 aprile che sconvolse il mondo, la natura si riappropria del territorio di Chernobyl. E lo fa in modo inquietante, perché tale è stato il destino di questa cittadina al confine con la Bielorussia, che nel 1986 fu travolta dalla più grande esplosione nucleare della storia e che ora sembra vivere una sorta di rinascita. Anche se a ripopolarla non sono gli uomini ma gli animali.

Quel che resta di Chernobyl oggi è una foresta grigia, abitata dai fantasmi delle migliaia di persone che morirono sul colpo o vennero evacuate. Per le vie della città sono ricomparsi i gatti. Per diversi anni dopo l’esplosione le femmine non riuscirono più a partorire cuccioli maschi e piano piano i felini scomparvero dalle strade. Ora in giro se ne vedono moltissimi. La selva è invece popolata da cinghiali selvatici, alci, cervi, volpi. A brucare le sterpaglie contaminate è tornato persino il bisonte europeo, quasi estinto agli inizi del ‘900. Oggi qui ritrova l’ambiente adatto per riprodursi, soprattutto grazie a un particolare non trascurabile: l’uomo non è più la specie dominante.

Una polemica scientifica. La rivincita della natura sul disastro radioattivo ha colpito l’attenzione degli scienziati di tutto il mondo, tanto da innescare una diatriba a colpi di ricerche scientifiche. A far scoccare la scintilla è stato un articolo pubblicato sulla rivista Biology Letters, uno degli inserti della Royal Society.
 


Secondo una ricerca del professor Anders Moller dell’Università Pierre e Marie Curie di Parigi e di Timothy Mousseau dell’Università della Carolina del Sud di Columbia, gli animali che oggi popolano Chernobyl sono geneticamente devastati dalle radiazioni. Non solo: nelle zone in cui la radioattività è rimasta elevata, gli uccelli non riuscirebbero più a nidificare. Moller si riferisce in particolare alle rondini, che inoltre in molti casi nascerebbero albine.

Il team di Moller sostiene che non siano stati fatti adeguati sforzi a livello internazionale per monitorare gli ecosistemi di Chernobyl. Organismi quali l’Organizzazione Mondiale per la Sanità e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica si sarebbero basati solo su “prove aneddotiche”. “Perché non è vi è stato alcun sforzo per monitorare gli effetti a lungo termine delle radiazioni su animali selvatici ed esseri umani?”, chiedono Moller e i suoi collaboratori.

Animali di grossa taglia, che prima non abitavano queste zone, oggi sopravvivono grazie a mutazioni genetiche che ne hanno modificato la resistenza e le abitudini alimentari. Come i lupi che stanno ricomparendo nel bosco, di taglia più piccola rispetto a quelli normali: test scientifici hanno dimostrato che il funzionamento dei loro organi è ormai stato geneticamente modificato dalle onde radioattive.

Secondo le poche centinaia di persone che ancora abitano qui e secondo lo stesso Moller, i lupi si sarebbero riprodotti negli anni cibandosi dei cani rimasti. Lo scrittore Martin Cruz Smith a questo fenomeno ha anche dedicato un libro, a metà strada tra fantascienza e crudo realismo, intitolato Wolves Eat Dogs.

Secondo Moller, dunque, quella di Chernobyl non sarebbe una vera rinascita ma l’emblema di un mondo inquinato e perduto. Il plutonio, ricorda, per scomparire del tutto impiega in media 234 mila anni.

Ma il professor Jim Smith dell’Università americana di Portsmouth critica questa ricerca. Egli crede che il rifiorire della fauna sia il simbolo della forza della natura sulle catastrofi umane. In un articolo apparso sulla rivista Nature, spiega che l’abbandono delle aziende agricole da parte degli sfollati potrebbe essere la vera ragione per cui uccelli come le rondini, abituati a convivere con l’uomo, non si riproducono più in queste zone.

Anche se non ci sono piani di ripopolamento, si stima che circa cinque milioni di persone vivano ancora sui terreni contaminati dall’incidente. Nella cittadina di Pripyat, desolata e abbandonata a sé stessa, abitano circa quattrocento persone. “Non torneremo mai più, addio”, aveva scritto una maestra sulla lavagna un attimo prima dell’evacuazione. Gran parte degli abitanti di Pripyat hanno mantenuto la promessa.

Tra aneddoti e realtà. Intorno a questi uomini e alla nuova natura che li circonda, un pullulio di leggende macabre e in certi casi ridicole. Come quella della nascita di una nuova razza umana a due teste, o ancora quella della centaura Elena, che aprì un blog per raccontare il proprio viaggio attraverso le zone dell’esplosione. A bordo della propria moto, incurante del rischio di radiazioni. La giornalista Mary Mycio, corrispondente del Los Angeles Times, dimostrò poi che si trattava di una bufala: la ragazza a Chernobyl c’era stata, ma solo con un viaggio organizzato. Un piccolo esempio che spiega quanto sia facile costruire fantasmi e favole intorno a ciò che quasi nessuno conosce. C’è solo da augurarsi che la natura, con la sua energia, aiuti questa regione a riprendersi la vita.

(13 dicembre 2007)

http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/scienza_e_tecnologia/chernobyl/chernobyl/chernobyl.html

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La diffusione dei radionuclidi

Chernobil 20 anni dopo


Nel suolo svedese è presente un picco per il 239Pu e il 240Pu a una profondità coincidente con quella di Chernobil, una circostanza che non ha riscontro nel suolo polacco

Quando nel 1986 esplose il reattore nucleare di Chernobil, in Ucraina, gli elementi radioattivi vennero dispersi sull’Unione Sovietica, sull’Europa e anche sulle regioni orientali del Nord America.

A più di 20 anni di distanza, i ricercatori della Case Western Reserve University si sono recati in Svezia e in Polonia per ottenere informazioni sulla migrazione dei radionuclidi nel suolo, e i risultati sono stati presentati al convegno congiunto della Geological Society of America, della Soil Science Society of America, dell’American Society of Agronomy, della Crop Science Society of America e della Gulf Coast Association of Geological Societies di Houston.

La conclusione più importante è che a una profondità nel suolo corrispondente a quella dell’esplosione nucleare, in Svezia è stato trovato molto più plutonio che in Polonia.

Gerald Matisoff, direttore del Dipartimento di scienze geofisiche della Case Western Reserve University, in collaborazione con Lauren Vitko ha raccolto campioni di suolo in varie località dei due paesi, al fine di misurare l’abbondanza relativa e assoluta di cesio (137Cs), plutonio (239, 240Pu), e piombo (210Pb).

Per quanto riguarda la portata del fallout radioattivo, la sua velocità di diffusione nel suolo, il suo tasso di erosione e come viene trasportato dai sedimenti, i ricercatori hanno chiarito in particolare due ambiti: l’impatto per la salute pubblica e la differenziazione nella distribuzione degli elementi radioattivi a partire da un unico evento come quello di Chernobil o come i test di esplosione in atmosfera degli anni sessanta.

Dall’analisi dei campioni raccolti, si è evidenziato nel suolo svedese un picco per il 239Pu e il 240Pu a una profondità coincidente con quella di Chernobil, una circostanza, questa, che non trova riscontro nel suolo polacco.

Dalle registrazioni meteorologiche storiche si è poi ottenuta una spiegazione plausibile: all’epoca dell’esplosione, mentre la nube radioattiva sorvolava il paese il tempo era piovoso sulla Svezia. Ciò ha portato una maggiore quantità di radionouclidi sul suolo svedese dilavandoli dalle nubi che poi sono arrivate in Polonia. (fc)



(02 ottobre 2008)  da:  Le Scienze news

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