Fisicamente

di Roberto Renzetti

I – DA COSTANTINO IL GRANDE AI PRURITI CROCIATI (PRIMA PARTE)

Roberto Renzetti

Luglio 2010

        Nel precedente lavoro ho parlato della nascita del Papato come istituzione che non aveva nulla a che vedere con gli insegnamenti di Gesù. Ho anche discusso delle falsificazioni della cronologia dei primi Papi che diventano credibili a partire dal VI secolo. Questi primi Papi furono quasi tutti santi, in gran parte perché sistemati all’interno dei martiri cristiani, tutti santificati. In ogni caso, al di là della cristianità dell’istituzione, da un certo punto i Papi diressero la Chiesa e la sua politica. Tenterò di ricostruire la storia, quando c’è, dei primi Papi ed entrare in qualche leggenda per poi passare a raccontare la degenerazione dell’istituzione.

LE GERARCHIE SI VANNO ORGANIZZANDO

        Così come non si conoscono con certezza i primi Papi, essendo certo che i primi 4 sono frutto di una ricostruzione leggendaria che ho spiegato nel precedente lavoro, le biografie di gran parte di loro o non le conosciamo o sono frutto di fantastiche ricostruzioni a partire da qualche nota biografica che ci è stata fornita dal Liber Pontificalis, che, anche qui come visto, fino al VI secolo è in gran parte inattendibile (l’elenco completo di Papi ed antipapi secondo il Liber Pontificalis è in fondo all’articolo, dopo la Bibliografia). Tra i vescovi di Roma, che per semplificare chiamerò Papi anche se questo nome come visto verrà adottato molto più tardi con l’acquisizione di un’autorità sempre più estesa, vi furono certamente delle personalità rilevanti almeno fino al riconoscimento  del Cristianesimo da parte di Costantino (313). Si tratta di persone che sfidarono l’Impero, spesso pagando con la vita ed a volte tradendo per paura la propria fede (denunciando i correligionari, consegnando libri sacri, facendo sacrifici agli dei pagani, …). Ma è inutile addentrarsi in scampoli di storie, seguiamo invece ciò che sappiamo con qualche riscontro, non dimenticando di indagare i rapporti che si instaurano tra clero e potere in Roma. Per fare ciò è utile iniziare dal primo Papa del nuovo corso, Silvestro I (314-335). E’ importante dire che uno dei massimi impegni di tutti i Papi per vari secoli è stato la lotta alle varie eresie e la ricerca dell’affermazione della propria verità. Non toccherò questi aspetti perché mi porterebbero fuori strada.

        Siamo quindi agli inizi del IV secolo e già il Papato aveva una sua organizzazione articolata che si era data a partire dal III secolo dovendo organizzare comunità sempre più numeroso estese su territori sempre più ampi. A partire dal vescovo Fabiano (236-250) le cariche che caratterizzavano il Clero erano le seguenti: al Vescovo seguivano il Presbitero ed il Diacono(1), a cui fu associato un Suddiacono; vi erano poi rigidamente separati i clerici minores, provenienti dal popolo; altre cariche, ricavate sul modello pagano, erano quelle degli ordines minores: l’Accolito (una specie di cameriere personale del Vescovo), l’Esorcista (colui che scacciava i Diavoli), il Lettore (colui che leggeva la Bibbia durante le funzioni religiose) e l’Ostiario (che era solo un portinaio). Nelle antiche comunità non vi era particolare distinzione tra Clero e Laici che invece iniziarono nel III secolo. I Laici persero ogni potere nella comunità. Furono esclusi dalle elezioni ed il Clero creò una grande frattura con gli ordinari fedeli attraverso l’amministrazione dei Sacramenti. Naturalmente si andava via via perdendo il senso dell’insegnamento di Gesù che mai distinse tra i suoi seguaci e non poteva farlo perché il Clero era totalmente al di fuori di ogni pensiero di Cristo. La separazione creò una sempre maggiore gerarchizzazione nel Clero in parte per necessità reali ed in gran parte per bramosie di potere. Anche il modo con cui si chiamavano tra loro i Chierici è indicativo di una tendenza. Nel III secolo i Chierici si chiamavano tra loro signore mentre si rivolgevano al Vescovo con santo padre e si rivolgevano ai Laici con fratello.  Si iniziarono a schernire i poveri abiti dei sacerdoti di Attis, si iniziò a pretendere l’alzarsi in piedi davanti al Vescovo, si reclamarono onori di curriculum costruiti ad hoc e così il Vescovo divenne immagine di Dio onnipotenteresignore della vita e della morte, … per lui si richiese un trono su cui sedersi con i sacerdoti che facevano corona, come si  immaginava Dio in cielo. Nel IV secolo i Vescovi iniziarono a chiamarsi tra loro Tua SantitàTua Beatitudine, … fino ad arrivare al Sinodo di Serdica del 343 in cui la cesura con le antiche comunità cristiane diventa clamorosa. La scelta del Vescovo si iniziò a fare in base al censo, più patrimonio uno aveva, più la famiglia di provenienza era potente, maggiore era la possibilità  di accedere all’alta carica (fu ciò che accadde ad esempio ad Ambrogio a Milano che fu fatto vescovo a soli 8 giorni dopo essere stato battezzato per essere il discendente di una importante famiglia di Roma, gli Aureli). Col passare degli anni, siamo nell’VIII secolo, le carriere diventano molto più rapide, se si dispone di soldi e di potere. Accadde a Costantino II, fratello di Totone duca di Nepi, che, da laico, in soli 6 giorni fece l’intera carriera fino a diventare Papa per 13 mesi. Ma il campione assoluto è Leone VIII (963-964) che fece tutto ciò che fece Costantino II in un solo giorno. E sempre in questo IV secolo i Vescovi non si accontentarono più dell’alzata in piedi, pretesero il baciamano e gli inchini. Più oltre il Vescovo sfilava con i portatori di Fasci e nel VII secolo al passaggio del Vescovo venivano fatte incensazioni. Tutto come per le alte autorità del vecchio Impero. Questo sistema di potere, sempre più corrotto iniziò a partire da Costantino il Grande e da Papa Silvestro I.

        Altro fenomeno di rilievo per le ricadute sull’ “evangelizzazione” riguardò gli atteggiamenti della nobiltà nei confronti della Chiesa. Mano a mano che quest’ultima aumentava la sua influenza ed i suoi privilegi, la nobiltà si interessò ad essa ed iniziò ad intravedere la carriera ecclesiastica come una uscita vantaggiosa. Tanto più per chi disponeva del prestigio di una famiglia importante e del denaro della medesima, la carriera era un modo di dire perché in realtà le strade erano apertissime in tempi, come visto, brevissimi. Il primo Papa candidato dai nobili fu Siricio (384-399), sul finire del IV secolo. E con Siricio la Chiesa iniziò a fare leggi (il Decretale del 385) nella stessa forma in cui erano fatte nell’Impero. Dopo Siricio, come vedremo, furono direttamente le famiglie nobili a eleggere propri rampolli. Intanto nel V secolo Papa Leone I, detto Magno (440-461), alzò la soglia per essere ammessi alle cariche ecclesiastiche. Nel 443 criticò aspramente l’ammissione di chierici senza raccomandazioni:

una discendenza adeguata, gente che non avrebbe ottenuto la libertà dai suoi padroni, viene innalzata all’alto rango sacerdotale, quasi che la volgarità di un servo fosse degna di tale onore. Si nutre l’opinione che possa piacere a Dio chi non è stato capace di piacere al suo signore e padrone [Leo, ep., 4]

        Si compiva così uno degli insegnamenti di Gesù: e gli ultimi saranno i primi. Ed iniziato l’andazzo con questo Papa, naturalmente Santo, esso continuò subito con Papa Gelasio I (492-496) che vietò agli schiavi ed addirittura ai dipendenti di diventare chierici. Deschner [2] cita le parole di uno studioso di fine Ottocento, Otto Seeck, come rappresentative di cosa era accaduto nella Chiesa:

«Finché fu limitata al popolino, fu democratica e socialisteggiante; a mano a mano che penetrò nei ceti superiori le sue forme istituzionali si trasformarono completamente, riproducendo l’organizzazione statuale del tempo, vale a dire un dispotismo sfrenato, con tutta la sua gerarchia burocratizzata. Questa trasformazione si attuò gradualmente, senza salti improvvisi, tanto da essere impercettibile da parte dei contemporanei. Ciò che si era imposto per motivazioni di ordine pratico, diventò prima usanza ecclesiastica, poi legge spirituale, e ben presto nessuno ricordò più che una volta le cose andavano diversamente. Era quindi assolutamente interno alla mentalità del cristiano nutrire il convincimento che Cristo e i suoi Apostoli avevano fondato la loro Chiesa esattamente come ciascuno la vedeva nel proprio tempo; infatti, nessun mutamento venne introdotto con uno scopo ben preciso, ma tutte le modifiche si erano costituite da sole sotto la spinta delle circostanze. Così anche le forme della costituzione ecclesiastica poterono diventare verità di fede intoccabili ed eterne come l’insegnamento di Cristo. Nessuno sapeva che ciò era in contraddizione con la realtà storica, e se per caso qualcuno lo sospettava, allora si provvedeva mediante falsificazioni innocenti, spesso senza una precisa coscienza dei fatti».

        Tutto ciò mentre andava avanti una continua imitazione in tutto ciò che era stato costume dell’Impero e della corte imperiale, compreso il titolo di Pontifex Maximus per il vescovo di Roma (che beffardamente ci ritroviamo ancora oggi) ed i paramenti dei sacerdoti pagani compresa la Stola. Forse con una differenza: mentre il lusso nell’Impero era giustificato dalle ricchezze che affluivano a Roma da molte parti di un Impero generalmente florido, dal III secolo la miseria e la fame erano diventate dominanti. Durante i primi tempi in cui vi fu convivenza con l’Impero cadente, la Chiesa ebbe vari scontri con i regnanti ma MAI su questioni di fede, solo su questioni di potere. Questo atteggiamento servì a soggiogare gran parte dell’Europa per l’intero Medioevo e a far diventare il vescovo di Roma arbitro di case regnanti, di ascese al trono o di deposizioni di alcuni Re. Nell’XI secolo, Papa Gregorio VII  (1073-1085) stabilì che nessun membro del clero poteva ricevere l’investitura dalle mani dell’imperatore e, nel Dictatus Papae del 1075,  affermò la supremazia del papa su qualsiasi autorità terrena: unicamente il papa è in grado di confermare o di contestare imperi, regni, ducati, contee ed in genere i possedimenti di tutti gli uomini, di darli e di toglierli, e il tutto sulla base di meriti di ciascuno. Nel XIII secolo uno svergognato Papa, Innocenzo III, rafforzò le farneticazioni di Gregorio VII sostenendo che Dio aveva lasciato a Pietro non solo la guida di tutta la Chiesa, ma anche il governo del mondo intero. Vale la pena ricordare che uno sciocco aveva detto: “Il mio regno non è di questo mondo” [Giovanni 18, 36] ? E, a fronte dell’impressionante accumulo di ricchezze da parte delle gerarchie ecclesiastiche, abbia aggiunto: “Và, vendi ciò che possiedi e dallo ai poveri” [Marco 10, 21] ? Continuando ancora: Lo avete ricevuto gratuitamente, e gratuitamente dovete dispensarlo [Matteo 10, 8] ?

LE GIOIE DEL PAPATO

         Iniziamo con Papa Silvestro I (314-335), un vero papa inutile che regnò 20 anni senza che si sentisse la sua presenza. Eppure ce n’erano di cose da sistemare, uscendo dall’illegalità e dovendo organizzare una chiesa ed i suoi rapporti nella Capitale dell’Impero d’Occidente. Gli storici (Caspar) lo hanno definito il Papato più vuoto del secolo e forse doveva essere proprio così perché era Costantino il grande che stava organizzando la Chiesa con tutte le sue cariche, le sue funzioni ed i suoi dogmi. E Silvestro fu appunto un Papa di paglia che lasciò fare ogni cosa a Costantino occupandosi solo di ricevere le regalie di quest’ultimo alla Chiesa. Costantino cristianizzò lo Stato con alcuni decreti che, tra l’altro, prevedevano che: il Tribunale della Chiesa fosse l’unico competente per gli affari di fede con le sue sentenze che divenivano valide per i Tribunali dello Stato; il Clero cristiano fosse esentato dai servizi civili; la domenica fosse giorno festivo (a partire dal 321) in onore del Signore (dominus) con l’abbandono del sabato biblico ed ebraico. In questioni di fede, nel Concilio di Nicea (325), il Primo Concilio Ecumenico. al quale Silvestro neppure partecipò, Costantino impose ai 300 vescovi partecipanti, quasi tutti di un bassissimo livello culturale: il dogma della Trinità (gli serviva per non scontentare varie altre religioni che avevano lo stesso credo); impose il Credo che ancora oggi viene recitato dai cristiani (a Costantino serviva una Chiesa unita e quindi si sbarazzò subito di Ario – anche se la vicenda di Ario non si chiuse lì, come vedremo – che aveva proposto un suo Credo(2)); impose il dogma della consustanziazione (di origine gnostica) del Figlio con il Padre (l’affermazione che il Figlio ed il Padre sono della medesima sostanza, al fine di eliminare tutte le eresie subordinazionistiche del Figlio dal Padre). Su queste cose da nulla, Silvestro non ebbe da dire nulla ed in cambio ricevette da Costantino: il Palazzo Laterano (la Domus Faustae che era stata la dimora della prima moglie di Costantino) che divenne sede del vescovo di Roma da Silvestro a Benedetto XI (1304); la Basilica  Lateranense che Costantino fece costruire appositamente e fece arredare con statue, candelabri e vasellame d’oro tanto che fu chiamata Basilica Aurea; (dal Liber Pontificalis) la fondazione dell’antica Basilica di San Pietro sul tempio di Apollo; (dal Liber Pontificalis) la costruzione della Basilica di San Paolo; (dal Liber Pontificalis, questa volta riferito alla madre di Costantino, la baldracca Elena) la costruzione della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme in cui Elena depose un pezzo della croce in cui fu crocifisso Gesù (una bufala gigantesca il ritrovamento di un pezzo della croce 300 anni dopo …).

        Dopo alcuni Papi poco interessanti, arriviamo presto a Papa Damaso (366-384) che è il primo Papa che viene eletto in mezzo a lotte furibonde tra i seguaci di due candidati, lo stesso Damaso e Ursino (argomento del contendere era l’essere o meno concilianti con gli eretici pentiti e con i seguaci dell’antipapa Felice II(3)). I due vennero eletti simultaneamente vescovi di Roma in due Basiliche romane: in Santa Maria in Trastevere venne eletto Papa Ursino che: era contrario alla mitezza che era stata mantenuta da Liberio con eretici e seguaci di Felice; rimproverava a Damaso di essere stato un sostenitore di Felice e … di avere il sostegno delle nobildonne romane; in San Lorenzo in Lucina veniva eletto Papa Damaso, un patrizio spagnolo. La maggioranza degli elettori era con Damaso ma Ursino resistette. Per tre giorni vi furono scontri violenti con molti morti, finché non vinse il partito di Damaso. Iniziavano, per la prima volta con tutta evidenza, le brame di potere per esaudire le quali ogni mezzo diventò lecito. Scrive in proposito Rendina, citando tra l’altro lo storico pagano Ammiano Marcellino:

«L’ardore di Damaso e Ursino per occupare la sede episcopale», racconta Ammiano Marcellino, «superava qualsiasi ambizione umana. Finirono per affrontarsi come due partiti politici, arrivando ad uno scontro armato con feriti e morti; il prefetto, incapace di impedire o soffocare il tumulto, dovette tenersi fuori dalla mischia. Damaso ebbe la meglio: la vittoria, dopo molti assalti, arrise al suo partito; nella basilica di Sicinnio, dove i cristiani erano riuniti, furono trovati 137 morti, e passò molto tempo prima che gli animi si calmassero. Non c’è comunque da meravigliarsi, considerando lo splendore di Roma, che un premio così ambito accendesse il desiderio di uomini maliziosi e determinasse le lotte più feroci e ostinate. Una volta raggiunto quel posto, si gode in santa pace della fortuna assicurata dalle donazioni delle matrone, si va in giro su un cocchio vestiti elegantemente, si partecipa a banchetti il cui lusso supera quello della tavola imperiale».
Del resto questo malcostume ecclesiastico non è denunciato soltanto da uno scrittore pagano come Ammiano Marcellino, portato evidentemente a calcare la mano su certi avvenimenti; San Girolamo, sempre nei confronti di Damaso, di cui era segretario, ricorda che da vescovo aveva tentato di convertire il prefetto di Roma, Pretestato, e si sentì rispondere con una frase che rifletteva una certa mentalità diventata evidentemente un luogo comune: «Senz’altro, però voglio essere eletto vescovo di Roma!».
E San Girolamo ancora è fonte di altri particolari che documentano la vasta degenerazione dei costumi ecclesiastici. «Ci sono alcuni che si fanno consacrare diaconi e preti solo per poter fare visita liberamente alle donne», denuncia in un suo scritto. «Pensano solo a vestirsi bene e profumarsi di mille odori. I calzari devono essere perfetti. Si arricciano i capelli col calamistri; le dita sono sfolgoranti di anelli e per timore di sporcarsi le scarpe di fango li vedi camminare come in punta di piedi. A guardarli andare in giro in questo modo li prendi più per vagheggini che per chierici. L’operosità e la scienza di molti consiste esclusivamente nel conoscere nomi, case e tenore di vita delle matrone».

        Una delle imprese di Damaso che va ricordata è relativa allo Spirito Santo. Sotto  il suo regno, si celebrò il Concilio di Costantinopoli del 381 in cui venne affermata la divinità dello Spirito Santo. Meno male, altrimenti avevamo una Trinità sbilenca.

        Altri tumulti tra fazioni si ebbero per l’elezione di Papa Bonifacio I (418-422), con molti elettori che elessero Papa l’arcidiacono Eulalio. Ci volle un Concilio che non riuscì a decidere ciò che invece fece l’Imperatore Onorio che si schierò in favore di Bonifacio. Ma intanto si era avuto Papa Innocenzo I (401-417) che era figlio del suo predecessore, l’inutile Papa Anastasio I (399-401).

LA CADUTA DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE

        Nel 410, sotto Papa Innocenzo I, i Visigoti di Alarico (cristiano ma ariano) arrivarono a Roma e per tre giorni la saccheggiarono.  Coloro che avevano militato nelle legioni romane ora si rivoltavano contro la capitale dell’Impero. Roma era in mano ad imperatori imbelli come Onorio, deposto alla fine dallo stesso Alarico, che preda della paura era stato solo capace di pagare Alarico per scongiurare l’invasione. Ora Alarico non si accontentò più: oltre all’oro, voleva terre, come la Pannonia. Alle trattative con Onorio, che si tennero a Ravenna, partecipò anche Innocenzo e ciò è indice del ruolo politico che via via stava assumendo la Chiesa di fronte alla latitanza del potere civile. E’ probabile, come racconta Gregorovius rifacendosi ad antiche cronache cittadine, che Innocenzo avesse contrattato il Sacco di Roma con Alarico: si dovevano risparmiare vittime civili, chiese e particolarmente le Basiliche di San Pietro e di San Paolo. E’ invece certo che già dal 408, quando si aveva sentore delle minacce a Roma, Innocenzo permise ai privati di fare sacrifici per placare gli dei. Il Papa si rivolse anche al prefetto della città, Pompeiano, affinché consultasse gli aruspici che avrebbero dovuto leggere ed interpretare le viscere (questi sono racconti del cronista Zosimo che esaltava Innocenzo perché si mostrava particolarmente legato più a Roma che alla sua fede). Comunque, poer sicurezza Innocenzo si allontanò da Roma durante i saccheggi e si fece ospitare in luogo sicuro a Ravenna.

       I Papi che seguirono Bonifacio I, al quale eravamo rimasti, soprattutto a partire da Sisto III (432-440) si preoccuparono di arricchire di chiese la città e di arredarle e decorarle con il massimo lusso tanto che Girolamo ebbe a dire: I veri servi di Cristo si tengono lontani dal lusso. Qualcuno mi dirà che in Giudea il Tempio era ricco e che in esso la mensa, i candelabri, i turiboli, le coppe, i calici e tutti gli altri arredi erano d’oro. Ma poiché il Signore fece della povertà il suo tempio, noi dobbiamo pensare alla croce e considerare la ricchezza nient’altro che fango. Ma su Sisto vi sarebbero delle gravissima accuse: aver violentato una giovane religiosa, Chrysogonie, e aver avuto rapporti incestuosi. Le accuse gli vennero rivolte da un prete, Bassus, in un processo che fece scalpore. Sisto fu assolto e Bassus finì in prigione dove morì avvelenato. Non si possono, a questo punto, ignorare le gesta dell’immediato successore di Bonifacio I, il vescovo di Roma di paglia in mano ad un criminale, Celestino I (422-432), amico di Sant’Agostino. Il criminale è il vescovo di Alessandria Cirillo, vero capo di squadracce cristiane all’attacco di ognuno che deviasse minimamente non già dal credo cristiano ma dal suo credo. Cirillo già noto per aver istigato le sue squadracce a fare a pezzi Ipazia, la filosofa e matematica direttrice della Biblioteca di Alessandria, fu a capo delle squadracce cattoliche per affermare dogmi di fede. La questione era relativa ad un titolo da assegnare a Maria, la madre di Gesù. Il patriarca di Costantinopoli, Nestorio, si schierò contro il chiamare Maria Madre di Dio, asserendo che era molto più consono il nome di Madre di Cristo. Il problema si pose nel Concilio di Efeso del 431 convocato dall’Imperatore d’Oriente Teodosio II. I partecipanti arrivarono al Concilio con scorte armate, tanto per far capire in cosa consisteva il messaggio di Gesù. Leggiamo il seguito della storia da Deschner [1]:

Ad Efeso furono invitati tutti i metropoliti orientali, ed alcuni occidentali; anche il Vescovo romano Celestino, che inviò dei legati; fu convocato anche Agostino poiché a corte non era ancora giunta la notizia della sua morte, avvenuta quattro mesi prima.
Nestorio entrò per primo, seguito da dieci vescovi e una scorta di soldati “come se si recasse in battaglia” (Hefele); “tra tutti i galli da combattimento presenti” i soldati erano “i più pacifici” (Dallmayr). Poco prima dell’inizio della sessione, il patriarca insieme a sei o sette vescovi si rifiutò tuttavia di comparire davanti al sinodo. Tra i presenti c’erano: il vescovo di Efeso, Meninone, che con tutte le sue chiese stava dalla parte di Cirillo; e lo era anche l’episcopato dell’Asia minore che cercava di liberarsi dalla supremazia di Costantinopoli. Anche Giovenale di Gerusalemme, ambizioso opportunista che anelava ad un’alta carica cittadina e alla sua indipendenza da Antiochia, comparve accompagnato da quindici prelati palestinesi schierandosi con Cirillo. Questi, che era giunto in nave, da Rodi aveva scritto una lettera in cui diceva: “La pietà e la benevolenza di Cristo, nostro Redentore, ci ha fatto attraversare questo immenso mare con venti dolci e miti…”.
Ignorando la disposizione imperiale, Cirillo comparve con una forte scorta, composta da uno squadrone di cinquanta suffragani egiziani, molti chierici così come da orde di monaci combattenti, in parte analfabeti ma inflessibili credenti. Dai tempi di Attanasio lo strumento principale del potere politico dei vescovi erano le bande di vagabondi sfaccendati, portantini, marinai e fanatici di ogni sorta pronti ad ogni tipo di violenza Terrorizzavano con fanatismo e ogni tipo di violenza istituzioni, corti ed avversari ecclesiastici. Ovunque lavoravano i monaci, coccolati e coartati dall’alto clero, “con i mezzi più brutali per incitare le masse” (Stein). Anche il vescovo del luogo Meninone, sollevò il popolo di Efeso contro Nestorio, al quale rimasero chiuse tutte le chiese. […]
II concilio non ebbe inizio, come concordato il 7 giugno, per il ritardo provocato dai vescovi di Siria e Palestina e dal patriarca Giovanni di Antiochia che nel viaggio incontrò numerose difficoltà – alcuni dei suoi vescovi si ammalarono e molte bestie da soma morirono. Ma nonostante (o proprio per il fatto che) il 21 giugno un’ambasciata annunciasse l’imminente arrivo di Giovanni, Cirillo decise di prendere in mano la situazione. Faceva molto caldo, molti vescovi si ammalarono, alcuni morirono addirittura, e prima che comparisse il “branco” fedele a Nestorio, il 22 giugno 431, Cirillo diede inizio al sinodo nella chiesa principale di Efeso, divenuta già da tempo una chiesa consacrata a Maria. L’esplicito divieto imperiale e la dura protesta di 68 vescovi, provenienti da diverse province – che si “precipitarono ad agire per Cristo il Signore e per i canoni divini, osando schierarsi contro l’audacia e la presunzione” – furono omessi dagli atti conciliari greci. Anche il commissario Candidiano, messo dell’imperatore, che temeva “un concilio privato”, protestò ripetutamente finché non fu messo alla porta “imperiose et violenter“. Cirillo riuscì così a conquistare quella maggioranza che, seppure in ritardo, passò ai posteri come “terzo concilio ecumenico di Efeso”.
Successivamente Cirillo, il santo senza scrupoli [la Chiesa santifica sempre i criminali, ndr] riuscì ad ottenere tutto, sostenne che due vescovi siriani giunti ad Efeso prima degli altri lo avevano pregato, in nome di Giovanni, che in realtà era suo oppositore, di dare inizio al sinodo. […]
Secondo gli atti conciliari, Cirillo presiedette di fronte a 153 Vescovi e rappresentò anche “Celestino, santo e venerando vescovo della chiesa dei romani”. Non attese nemmeno l’arrivo dei legati papali, i vescovi Arcadie e Proietto e il presbitero Filippo. I padri conciliari sprecarono molte auliche parole sull’unione dell’umano e del divino in Cristo e sull’incarnazione del “Logos”. Cirillo presentò una raccolta di venti passi di “parole blasfeme” scritte da Nestorio che suscitarono l’effetto desiderato; il vescovo Palladio di Amasia si offese a tal punto che, per lo sgomento, fu costretto a tapparsi le orecchie ortodosse. Tutti, uno dopo l’altro imprecarono, spesso rumorosamente, contro Nestorio, il maledetto “eretico” che per Euoptio di Tolomea “meritava da Dio e dall’uomo ogni sorta di punizione”. Già nella prima sessione del concilio, Cirillo non diede la parola al “senzadio… al predicatore delle empie dottrine, Nestorio”, che saggiamente si era tenuto a distanza, lo scomunicò, lo depose e soprattutto si rivolse a lui come: “A Nestorio, il nuovo Giuda”. Negli atti sinodali è riportato, in tono formale, che “molte lacrime vennero versate prima di giungere alla sua condanna: i Santissimi presenti al Sinodo decisero, per l’offesa recata a Gesù Cristo nostro Signore, di espellere Nestorio dal consesso ecclesiastico e di deporto dalla carica episcopale”. Oggi gli storici della chiesa concordano che “Nestorio fu accusato ingiustamente di eresia’” (Klauser). Ed anche che Cirillo procedette “senza riguardo e guadagnandosi una pessima reputazione” (Schwaiger). Mentre i soldati dovevano proteggere Nestorio, Cirillo festeggiava allegramente con fiaccole e incenso; una performance che richiese una regia canagliesca ma coronata dal successo.
Da quel 22 giugno, Cirillo esultante riferiva al clero e al popolo di Alessandria: “Evviva il Signore!… Dopo una seduta durata tutto il giorno, siamo riusciti a punire il miserabile Nestorio con la destituzione e ad allontanarlo dalla carica di vescovo. E stato condannato e non ha avuto neanche il coraggio di presentarsi davanti ai Santissimi padri del sinodo. Erano presenti più di 200 vescovi”. Qui il santo ha sicuramente esagerato. La sentenza conciliare porta la firma di 197 vescovi, ma … “soltanto 150 erano presenti”.
Cirillo raccontò ai suoi anche che tutta la città di Efeso attese impaziente la sentenza del “Santo Sinodo” e poi a una sola voce si congratulò col “Santo Sinodo” e lodò Dio per aver “annientato il nemico della fede”. Dopo aver lasciato la chiesa, una processione di fiaccole accompagnò i vescovi fino alle loro abitazioni. “In tutta la città c’erano illuminazioni e festeggiamenti! Le donne ardirono di farci strada con gli incensi! Il Signore ha mostrato la sua onnipotenza a coloro che offendono il suo nome”.
Emerge da tutta la lettera che non fu sprecata una sola parola sull’Annunciazione di Maria, preteso tema portante del sinodo. […]
Il padre della chiesa Teodoreto, vescovo di Ciro, presente a questo concilio, riporta: “L’Egiziano [Cirillo] nuovamente si oppone a Dio combattendo Mosè e il suo seguito, ma la maggioranza di Israele si schiera dalla parte del nemico, poiché soltanto pochi sono così sani da poter tollerare l’impegno della devozione… Quale commediografo ha raccontato una tale favola, quale poeta tragico hai mai scritto versi così lacrimevoli?”. Nestorio racconta che Cirillo fu il concilio ecumenico in persona, “poiché qualunque cosa dicesse, tutti la ripetevano. Senza dubbio rappresentò la corte… Ha radunato, da vicino e lontano, tutti coloro che gli erano graditi trasformando il sinodo in un tribunale. Ma chi era il giudice? Cirillo. Chi era l’accusatore? Cirillo. Chi era il vescovo di Roma? Cirillo. Cirillo era tutto”. Il papa Celestino I, da parte sua, si attribuì tutti i meriti, “grazie alla venerabile Trinità” e si vantò di essere stato lui a porgere il coltello “per tagliare la piaga dal corpo della Chiesa” che “la terribile infezione fece opportunamente apparire” […].
Il papa Celestino trasformò il sinodo di Efeso “in una grande schiera di santi” che testimoniavano “la presenza dello Spirito Santo”. In realtà Cirillo si servì del romano, così come del patriarca e dell’imperatore, soltanto per vincere la sua battaglia contro Costantinopoli. Infatti, i legati papali non ebbero alcuna voce in capitolo sulle decisioni finali; essi rappresentavano soltanto una parte dell’Occidente: l’episcopato africano e quello illirico mandarono, infatti, dei propri legati. Nel resoconto a Celestino i legati romani, di cui non si attese neanche l’arrivo, vennero menzionati soltanto brevemente alla fine, conformemente alla loro breve apparizione e onorati soltanto da alcune ridondanti quanto insignificanti frasi come “Il santissimo e beatissimo Pietro, il primo e il più grande degli apostoli, colonna della fede e fondamenta della Chiesa cattolica, al quale nostro Signore Gesù Cristo, redentore di tutta l’umanità ha donato le chiavi del regno e il potere di legare e sciogliere… Lui che in tutti i tempi, fino ai nostri giorni vive e impera sui suoi discendenti…”, e così via.[…] Ciò che condusse alla catastrofe fu l’odio che Cirillo covava per Nestorio e i suoi seguaci e la volontà di annientarli. Le sue truppe d’assalto, addestrarono flotte di monaci ignoranti, scriteriati che proprio per questo si facevano facilmente prendere dagli entusiasmi…”. Così giudica il teologo cattolico e storico della Chiesa Georg Schwaiger uno dei più grandi santi del cattolicesimo.
II concilio però non era ancora giunto ad alcuna conclusione e Cirillo non poté ancora dichiararsi vittorioso.
Pochi giorni dopo comparvero, trattenuti dal maltempo o forse perché “caduti da cavallo”, i vescovi siriani, al tempo chiamati gli “orientali”, sotto la guida del patriarca Giovanni di Antiochia, un amico di Nestorio. Questi vescovi davanti ai quali i Santissimi non si chinavano, si riunirono il 26 giugno, non appena arrivati, con una parte di coloro che il 21 giugno si erano opposti a Cirillo, e in presenza di Candidiano, commissario imperiale nonché garante ufficiale del concilio, dichiararono che senza dubbio il loro era il “concilio legale, non si può chiamare in altro modo” (Seeberg), anche se in sostanza era un sinodo di appena cinquanta vescovi. Deposero Cirillo e Meninone, vescovo di Efeso che fu accusato di aver fatto assalire Nestorio da orde di monaci, e Nestorio fu costretto a richiedere l’intervento dei militari […]. Il sinodo dichiarò che i restanti padri conciliari sarebbero stati scomunicati, fintante che non avessero ritrattato le frasi “eretiche” che “confutavano apertamente le parole del vangelo e degli apostoli”. La minoranza indirizzò all’imperatore una furibonda protesta contro il “barbarico consesso” degli avversari, trattenendo le lettere di Cirillo a Teodosio. San Cirillo allora mandò in strada le sue orde di monaci e si ebbe così una totale anarchia.

Il racconto continua ma basta fermarsi qui. La lunga citazione deve servire per far comprendere come si realizzavano i Concili e come passavano i dogmi. Gli armati al servizio di Dio. Ma c’è dell’altro. Questo criminale di Cirillo fu santificato con il massimo titolo di Dottore dalla Chiesa e la cosa potrebbe non sorprendere se storicizzata e fissata in quegli anni. Il fatto è che la santificazione avvenne nel 1882 e che anche Papa Benedetto XVI ha recentemente fatto l’esegesi di San Cirillo (dimenticando Ipazia  ed i suoi armati). La Chiesa allora come oggi confida nell’ignoranza del gregge e da questo insegnamento, certamente vincente, ha tratto molto profitto anche la politica dei tempi bui che viviamo.

        Tornando al seguito delle vicende che trattavo, quasi 50 anni dopo il sacco di Roma da parte di Alarico, con Valentiniano III Imperatore e Leone I (Magno) Papa, altri barbari premevano ai confini, gli Unni di Attila. Nel 452 Attila era ad Aquileia e sembrava non vi fossero ostacoli alla conquista di Roma. Vi sono racconti che parlano del “flagello di Dio” che aveva paura di avanzare per paura superstiziosa poiché Alarico era morto improvvisamente dopo il Sacco di Roma. Valentiniano è incapace di ogni azione ed addirittura non nomina il valente Ezio come condottiero dell’esercito per paura che la sua fama lo offuschi. Anche ora si intavoleranno delle trattative che avranno luogo a Peschiera, vicino Mantova. La delegazione di Roma era composta anche da Leone Magno che sembra sia stato il più attivo negoziatore. Non si sa cosa si siano detti. Sembra che il motivo dirompente sia stata l’offerta da parte di Leone Magno di enormi quantità d’oro sottratto dal tesoro della Chiesa. Sta di fatto che Attila rinunciò ad avanzare e si ritirò(4). Ma anch’egli morì l’anno successivo ubriaco e stremato nel letto di nozze. Scongiurata questa minaccia, Roma si vide invasa dalla corte di Valentiniano che prima risiedeva altrove. Un vero Imperatore miserabile, incapace, lussurioso che creò problemi gravi all’intera città perché indirettamente favorì l’invasione dei feroci vandali (ariani) di Genserico(5). L’Imperatore era Massimo che come tutti gli altri era incapace di qualsiasi azione e che addirittura ostacolò il tentativo popolare di tassarsi per mettere su un esercito contro il terrore imminente di un invasione di Vandali. Ancora una volta fu Papa Leone Magno ad andare a trattare con Genserico che aveva attraccato la sua flotta alle foci del Tevere. Con costui non bastò l’offerta di oro perché desistesse. Leone ottenne solo che nel saccheggio di Roma del 455, non si desse alle fiamme la città, non si uccidessero civili e fossero risparmiate le basiliche di San Pietro, San Paolo e del Laterano. Per 15 giorni la città fu a completa disposizione di Vandali che la spogliarono di ogni bene. Statue, ori, vasellame, arredi, di ogni palazzo, ad iniziare da quello imperiale, i ogni tempio pagano, includendo le cose preziose che Tito aveva portato dal saccheggio del Tempio di Gerusalemme, ogni cosa fu trafugata e caricata sulle navi ormeggiate alle rive del Tevere. Anche migliaia di romani furono fatti schiavi e portati in Africa e, con loro, l’imperatrice Eudossia, che aveva incitato i Vandali ad invadere Roma, e le sue due figlie, Eudocia e Placidia. Gran parte del bottino andò perso nel naufragio che si ebbe sulla via del ritorno. Ma l’oro del Papa era ancora abbondante e, andati via i Vandali, Leone lo usò e non per alleviare i danni ed i lutti della popolazione ma per ricostruire chiese, ripristinare arredi ed ogni cosa fosse andata distrutta nelle chiese medesime. Su quest’opera di ricostruzione e ripristino degli splendori precedenti lavorò anche il successore di Leone Magno, Ilario (461-468) un Papa che non si occupò mai di religione, e, come denuncia Gregorovius, “Mentre Roma precipitava nella miseria e moriva, le chiese si coprivano di pietre preziose e le basiliche traboccavano di tesori favolosi, davanti agli occhi di un popolo che si era dissanguato nel tentativo di armare un esercito e una flotta contro i Vandali”. Nel Liber Pontificalis si può leggere un elenco infinito di oggetti preziosi, d’oro e d’argento, con cui egli arredò chiese e sacrestie. Già a quel tempo quindi la Chiesa era ricchissima ed in essa affluivano montagne di beni da parte delle corti cristiane e da parte di innumerevoli donazioni di chi sperava di conquistarsi un posto vicino a Gesù. A tali beni c’era da aggiungere un immenso patrimonio immobiliare e terriero che forniva gigantesche rendite.

        A Papa Ilario seguì Papa Simplicio (468-483), regnante quando nel 474 si firmò la pace con i Vandali. A partire dal 465 l’Occidente non aveva più un Imperatore. Vi erano state delle nomine di uomini di paglia da parte dell’Imperatore d’Oriente Leone I, morto il quale nel 474 iniziò una guerra di successione ad Oriente che interessò anche l’Occidente. Zenone, assurto (poi deposto, poi di nuovo tornato al potere nel 476) con complotti vari al ruolo di Imperatore d’Oriente, firmò nel 474 una pace con i Vandali quando costoro avevano conquistato il Nord dell’Africa insieme a tutte le grandi isole del Mediterraneo: Sicilia, Sardegna, Corsica e Baleari. Naturalmente Papa Simplicio si schierò con Zenone tessendone le lodi. La passione del Papa per Zenone nasceva dal fatto che quest’ultimo, per avere l’appoggio di Roma visto che la Chiesa di Costantinopoli non gli era favorevole, si era detto ortodosso e contrario all’arianesimo che da quelle parti era in maggioranza. Intanto in Italia, dopo vari saccheggi successivi di Roma e devastazioni ovunque, veniva deposto da orde di barbari l’ultimo pupazzo dell’Impero, Romolo Augustolo. Alla testa dei barbari che erano sommatorie di Rugi, Eruli, Sciri e Turilingi, vi era Odoacre che si proclamò Re d’Italia il 23 agosto del 476. Zenone non approvò il titolo di Re ma riconobbe il fatto che Odoacre fosse un patricius romanorum, un protettore della città di Roma (sic!). La Chiesa, come sempre, accettò il fatto compiuto dei barbari padroni d’Italia anche se pericolosamente Odoacre era ariano. Paradossalmente era l’inizio dell’aumento spropositato del potere della Chiesa in Occidente che iniziò ad operare senza i vincoli dell’Impero d’Occidente ed assumendo in pratica la direzione politica di esso. Anche qui vi è una chiara visione della situazione di Gregorovius: “Liberatosi dall’Imperatore d’Occidente, il papato cominciò la sua ascesa e la Chiesa di Roma crebbe potentemente sulle rovine, sostituendosi all’impero. Alla caduta di quest’ultimo, essa era già un organismo solido e imponente che la tragica sorte del mondo antico non poté neppure sfiorare; anzi, colmando subito la lacuna creata da quella scomparsa, la Chiesa gettò il ponte che avrebbe unito l’antichità al mondo nuovo. Riconoscendo il diritto di cittadinanza a quei tenaci Germani che avevano distrutto l’impero, la Chiesa romana si procurò gli elementi vitali che le permisero di ergersi a dominatrice finché, attraverso un lungo e memorabile processo, l’impero occidentale poté risorgere come impero romano-germanico”.

L’ASCESA DEL PAPATO

        Simplicio morì nel 483. L’elezione del vescovo di Roma era fino allora avvenuta per elezione popolare del popolo dei fedeli, del popolo cioè di Roma, con ratifica di un funzionario dell’Impero. Poiché ora l’erede dell’Impero era Odoacre, fu lui a pretendere di ratificare le elezioni. Anzi chiese ed ottenne, in base ad un presunto decreto del defunto Simplicio, che la nomina papale sarebbe avvenuta tramite la consulenza di delegati regali. E fu con questo nuovo metodo che fu eletto vescovo di Roma Felice III (483-492), un nobile romano della famiglia degli Anici. Prima di accedere a così alta carica Felice era stato sposato ed aveva avuto un figlio, Gordiano, che a sua volta ebbe come figlio l’altro vescovo di Roma Agapito I e trisavolo dell’altro vescovo di Roma Gregorio I (un famiglia eccellente, come vedremo). Felice si occupò di ristabilire rapporti con la Chiesa d’Oriente, con la quale vi erano stati violenti litigi e scomuniche reciproche fino ad un vero e proprio scisma che durò dal 484 al 519, e per farlo chiese a Zenone chiarimenti sulla sua ambiguità (da un lato ortodosso e dall’altro in rapporti di potere con gli ariani ed i monofisiti(6)). Zenone non solo fece finta di non capire ma incitò l’ariano Teodorico, Re degli Ostrogoti, ad invadere l’Italia e cacciare Odoacre responsabile dell’elezione di Felice. Nella guerra tra i due Re barbari vinse Teodorico (con l’inganno e con un feroce massacro di Odoacre e della famiglia da parte del medesimo Teodorico) che, nel 493, si proclamò Re d’Italia. A quella data Zenone e Felice erano morti e nuovo vescovo di Roma era diventato Gelasio I (492-496). A questo punto gli ariani erano praticamente padroni dell’Italia ma non praticarono le conversioni forzate tanto care ai cattolici e lasciarono completa libertà di culto ai romani. Teodorico per parte sua mantenne ottime relazioni con l’Impero d’Oriente ed in politica estera si legò ai Visigoti localizzati in Spagna, ai Merovingi ed ai Burgundi di Francia, ai Turingi che regnavano oltre il territorio dei Franchi, agli Eruli che dominavano le zone danubiane. Con queste popolazioni, tutte convertite al Cristianesimo, la Chiesa romana mantenne relazioni con un misto di dominio ed influenza ed anche con un adattarsi ai loro costumi e cultura (più arretrata di quella che l’Italia  aveva ereditato dall’Impero). Con gli altri barbari (come Ostrogoti e Vandali) che avevano abbracciato l’arianesimo, la Chiesa di Roma non ebbe altra scelta che convivere sperando nel momento di sradicare la tremenda eresia. Intanto a Roma si continuava a morire di fame, con l’aggravarsi della situazione per il popolo a seguito delle ulteriori spogliazioni degli Ostrogoti di Teodorico. La questione toccava solo marginalmente la Chiesa, sempre risparmiata in cambio di losche contropartite. Sotto il regno di Gelasio I fu realizzato il Liber Censum, libro nel quale venivano elencate, tra le altre cose, le disponibilità di grano della Chiesa derivanti dalle sue proprietà terriere e dalle donazione di Teodorico. Il munifico Gelasio ordinò che di quella quantità di grano si facessero 4 parti delle quali una avrebbe continuato ad essere sua proprietà esclusiva per impiego in elemosine che alleviassero tanta miseria, un’altra parte era per il Clero, una terza parte sarebbe servita per la distribuzione ai poveri e l’ultima parte per costruire chiese. In questa suddivisione vi è una cosa chiara ed un imbroglio. Cosa doveva distribuire Gelasio se una parte era già destinata ai poveri ? Quella parte di grano rimaneva nelle sue disponibilità e basta. L’imbroglio è proprio quello che la suddivisione faceva sembrare che la metà del grano andasse ai poveri mentre ad essi andava solo una quarta parte. Comunque, anche qui, l’idea di costruire chiese sembra maniacale e stupida in un momento così drammatico. Ma Gelasio, oltre alla sua manifesta generosità con i poveri, è noto per aver rivendicato presso l’Imperatore d’Oriente, Anastasio I (interlocutore più potente che la corte di Teodorico), il primato del potere sella Chiesa su quello dello Stato, del potere spirituale su quello temporale. E’ un manifesto delle aspirazioni della Chiesa che illuminerà di sé l’intero Medioevo. Scriveva Gelasio(7):

«Due sono i poteri, augusto imperatore, che principalmente governano questo mondo: il potere sacro dei vescovi e quello temporale dei re. Di questi due poteri il ministero dei vescovi ha maggior peso, perché essi devono render conto al tribunale di Dio anche per i re dei mortali. […] Ti è pure noto che per partecipare ai divini misteri hai bisogno di adempiere ai precetti della religione, che a te non è lecito di stabilire, perché in tali cose dipendi dal giudizio dei ministri del santuario che non puoi piegare a compiere il volere tuo. […] Nelle cose temporali invece, riguardanti lo Stato, anche i preposti al culto di Dio prestano obbedienza alle tue leggi, perché sanno che per divino potere ti fu data la potestà imperiale affinché nelle cose temporali ogni resistenza venisse esclusa. […] E se conviene che tutti i fedeli si sottomettano ai vescovi, i quali rettamente dispensano le cose sacre, quanto maggiormente è necessario procedere con il capo di quella sede che Dio ha preposto a tutte le altre e dalla Chiesa universale [naturalmente Roma, ndr] fu sempre venerata con devozione filiale».

        Dopo una breve parentesi del vescovo di Roma Anastasio II (496-498) che tentò di conciliarsi con la Chiesa d’Oriente, vi fu di nuovo una elezione con tumulti e scontri violenti in tutta la città. Risultò eletto Papa(8) Simmaco (498-514) dopo che i Papi eletti furono due, uno per ogni fazione in lotta. Una fazione, che non voleva essere conciliante con la Chiesa d’Oriente, elesse Simmaco mentre l’altra, che voleva superare lo scisma, elesse Lorenzo. Come risolvere il problema di due Papi eletti nello stesso giorno in due basiliche diverse ? Ci si rivolge a Teodorico in Ravenna. E Teodorico dice che il primo letto è quello che ha diritto, conta poi anche il numero di coloro che hanno votato o per l’uno o per l’altro. Simmaco è allora l’eletto ma con il grave sospetto di aver corrotto l’intera corte di Teodorico. L’eletto convoca (499) un Concilio a cui partecipano 72 vescovi italiani. Il Concilio è aperto dalle parole di Sammaco che, spudoratamente, dice: “Vi ho chiamati per cercare un modo di sopprimere i maneggi dei vescovi, gli scandali ed i tumulti popolari, come quelli provocati durante la mia elezione“. Alla fine del concilietto si decise di non fare più campagna per un Papa o un altro quando ancora è in vita il predecessore ed a sua insaputa. Sarà eletto il Papa che avrà i voti di tutto il clero o almeno la maggioranza dei voti. Sarà il Papa regnante che designerà il successore. In queste poche parole vi sono due cambiamenti radicali ed una vergogna rispetto al passato: da una parte vengono esclusi i laici dall’elezione del capo della comunità dei cristiani e dall’altro sparisce l’unanimità dei voti del clero che era stata voluta in precedenza. La vergogna è quell’indicare il successore. Comunque queste norme rimasero lettera morta perché i laici entrarono ancora nelle elezioni dei Papi e la nomina del successore resterà un pio desiderio. Simmaco ed il clero in bell’ordine accolsero come un grande della storia, un novello Traiano, Teodorico che nel 500 visitò la città. Teodorico ricambiò on doni alla Chiesa, con restauri di chiese e monumenti. Sembrava che tutto andasse verso un’epoca di pace e benessere ma Simmaco fu denunciato a Teodorico ufficialmente per una questione di culto (aver celebrato la Pasqua in un giorno sbagliato) in realtà ed in segreto per avere rapporti immorali con varie donne ed aver sperperato i beni della Chiesa. Simmaco fu abbandonato dai suoi sostenitori e dovette rifugiarsi in San Pietro per evitare guai anche fisici. Intervenne Teodorico per processare chi sembrava colpevole, per sequestrare i beni della Chiesa e per richiamare Lorenzo, l’altro Papa, a Roma. A seguito di ciò iniziarono violenti scontri in tuta Roma, una vera guerra tra le due fazioni ancora in piedi, che durò ben 4 anni, fin quando si arrivò a sistemare il tutto con Simmaco che tornò Papa operante. Per farsi perdonare e per seguire sulla strada scellerata dei suoi predecessori, a fronte della miseria e fame dilaganti, spese soldi per costruire nuove chiese e rendere fastosi gli edifici del clero.

        L’elezione del nuovo Papa, Ormisda (514-523), non creò problemi. Vi fu accettazione da parte di tutti. Poco dopo, in Oriente, era eletto Imperatore Giustino che, come uno dei suoi primi atti, convocò a Costantinopoli un Concilio con il fine di condannare il monofisismo e riuscire a riconciliare le due Chiese. Il proposito si attuò nel 1519 con la firma di 2500 vescovi d’Oriente. Ad Ormisda successe Giovanni I (523-526) che si trovò di fronte problemi enormi causati da quanto era avvenuto tra Ormisda e Giustino. Quest’ultimo, per mostrare di essere più papista del Papa, aveva emanato un decreto in cui metteva fuori legge l’arianesimo, confiscava le chiese ariane per cederle ai cattolici, imponeva la conversione ai medesimi ariani ed altri li martirizzava (la Chiesa cattolica se ha uno spiraglio vi entra dentro con ogni infamità). Della cosa venne a conoscenza Teodorico che era ariano. Disse che quanto pativano i suoi correligionari in Oriente sarebbe stato pagato con la stessa moneta dai cattolici d’Occidente ed iniziò con il distruggere qualche chiesa. Proibì quindi ai romani l’uso delle armi ed iniziò a reprimere ogni suo collaboratore che avesse qualche rapporto con i cattolici (tra essi fu giustiziato anche Boezio, l’autore del De consolatione philosophiae). Infine costrinse Givanni ad andare a Costantinopoli per convincere Giustino a ritirare il suo decreto. Giovanni partì (ed il fatto è in sé eccezionale perché si tratta del primo Papa in visita in Oriente) ma non ottenne tutto ciò che aveva chiesto Teodorico (in particolare il ritorno all’arianesimo di coloro che erano stati convertiti al Cristianesimo). Ritornata la delegazione in Italia fu fatta imprigionare da Teodorico e fu così che un Papa riuscì a morire in prigione. E fu Teodoricvo ad imporre il successivo Papa, Felice IV (526-530)(9).

DAI MEROVINGI AI CAROLINGI, PASSANDO PER I LONGOBARDI

          Da questo punto parlare di Papi in senso religioso diventa addirittura ridicolo. Seguirà una cronaca criminale e basta. Felice IV fu certamente un Papa che lavorò per i beni materiali e gli interessi della Chiesa di Roma ma, altrettanto certamente, tralasciò le funzioni pastorali per dedicarsi indegnamente ai suoi piaceri. La morte di Teodorico rese debole il governo dei Goti che passò al figlio Atalarico che, essendo un giovanetto, necessitò della reggente Amalasunta. Quest’ultima anziché portare a termine i progetti di Teodorico, tra cui il passaggio delle chiese cattoliche agli ariani, emanò un editto con il quale la Chiesa poteva amministrare giustizia in questioni che fossero sorte tra laici e religiosi. Se un laico aveva qualche problema con un religioso doveva rivolgersi al Papa. Solo se quest’ultimo avesse respinto l’istanza, allora vi era la possibilità di rivolgersi al tribunale civile. Questa norma significava solo una cosa: il clero non rispondeva più davanti ai tribunali civili  (credo si possa capire da dove derivi la cultura di qualche Presidente del Consiglio). Queste scelte crearono un solco sempre più grande tra le due fazioni esistenti a Roma, ora rappresentabili come o favorevoli a Roma medesima o a Bisanzio e, per paura di gravi disordini, prima di morire Giovanni si servì del decreto di Simmaco ed indicò davanti a qualificati testimoni e con un  bando esposto in tutte le chiese la sua volontà di avere Bonifacio come suo successore. Alla morte di Giovanni i suoi desideri furono ignorati e fu eletto da una fazione maggioritaria Papa Dioscuro, mentre solo pochi elessero Papa Bonifacio II. Stando a quanto aveva decretato Teodorico in passato il titolo sarebbe spettato a Dioscuro ma nella votazione intervenne direttamente Dio che fece morire Dioscuro 22 giorni dopo la sua elezione, rattoppando un’altra contesa nel partito dell’amore. Bonifacio chiese ed ottenne il pentimento dei sostenitori di Dioscuro e si affrettò ad indicare il suo successore nel diacono Vigilio. Per questa sua presa di posizione il Senato mise Bonifacio sotto accusa. Dalle polemiche che seguirono venne fuori che Dioscuro aveva corrotto i suoi elettori e, conseguentemente, il Senato emanò una legge secondo cui era vietato corrompere o farsi corrompere per una qualsiasi elezione (sic !). A parte gli esiti che non vi furono, questa legge mostra come meglio non si può quanto fosse diffusa la pratica della simonia e della vendita delle cariche ecclesiastiche. Il passaggio al papa successivo, Giovanni II (533-535), richiese due mesi di trattativa. Gli avvenimenti avevano reso il Senato arbitro di molte situazioni ed in definitiva era l’Istituzione che doveva ratificare la nomina papale. Molti ecclesiastici capirono che era lì dove rivolgersi, oltre alla compera diretta dei voti da altri ecclesiastici, per ottenere i consensi necessari ad una ascesa verso il soglio pontificio. E, per la prima volta, dei beni della Chiesa erano sottratti dal clero (arredi sacri e d’altare) per pagare laici al fine di ottenere cariche dalla Chiesa. La legge del Senato restava comunque una denuncia che rendeva miserrima la considerazione negli ecclesiastici. Vi fu un momento di tregua dovuta alla vergogna o necessaria ad una migliore riorganizzazione della simonia e, dopo due mesi, si elesse un umile prete della chiesa romana di San Clemente che si chiamava Mercurio. Eleggere Papa un Mercurio sembrò eccessivo per cui venne chiesto al papa di cambiare il nome in Giovanni II. E da questo momento i Papi acquisirono la facoltà di cambiare nome.

        Intanto in Italia moriva Atalarico ed Amalasunta, per non perdere il regno dei Goti, sposò l’odiato cugino Teodato. In Oriente invece arrivò al trono un imperatore bigotto, ortodosso, nemico della conoscenza e fedelissimo alla Chiesa di Roma, Giustiniano ed i Papi con tale Imperatore tornarono alle dipendenze dello Stato. Le vicende dell’epoca si possono riassumere così. Giustiniano aveva intrapreso campagne contro i Vandali ed aveva riconquistato l’Africa. I suoi possedimenti si estendevano ormai in vaste aree del Mediterraneo. Sua intenzione era quella di riprendere possesso dell’Impero d’Occidente. Aiutò i suoi piani Teodato che aveva assassinato sua moglie Amalasunta. Con la scusa di voler vendicare tale affronto, Giustiniano inviò una flotta in Sicilia per marciare su Roma agli ordini di Belisario. Teodato cercò aiuto nel Papa Agapito I (535-536), figlio di Papa Felice III della famiglia Anicia,che però, pur essendosi recato come ambasciatore a Costantinopoli dove morì, non riuscì a fare nulla. La notizia della morte di Agapito senza che si avessero notizie su cosa intendesse fare Giustiniano, indusse Teodato a nominare in fretta un nuovo Papa, Silverio I (536-537), figlio del Papa Osmida. Di fronte alla imminente disfatta Teodato fu destituito ed ucciso dal suo esercito. Fu eletto successore Vitige. Intanto Belisario avanzava mentre la Chiesa si esercitava in una ulteriore giravolta che la vedeva sostenere il futuro vincitore. Arrivato a Roma Belisario ne ordinò la ripulita, il riordino, il restauro, la fortificazione e, soprattutto, di rifornirla di alimenti di cui la popolazione era sprovvista. Dopo varie vicende di complotti e tradimenti, Silverio fu deposto per lasciar posto al candidato di Belisario, Vigilio che aveva pagato profumatamente il comandante di Giustiniano. Papa Vigilio (537-555) era molto vicino al monofisismo e per questo arrivò al soglio pontificio. Vigilio mantenne fede a ciò che si sapeva di lui, recandosi subito a Costantinopoli disposto ad accettare, anche se solo in parte, la teoria monofisista che era dell’Imperatrice Teodora. In tal modo tentò di mantenere almeno un poco dell’autorità della Chiesa rispetto all’Impero d’Oriente. Di fatto tutte le sue successive azioni furono di asservimento totale a Giustiniano ed alla Chiesa d’Oriente. A Roma, intanto, la popolazione era inferocita. La rabbia dei romani non era tanto conseguente ad una questione di fede particolare, della quale francamente non sapeva nulla e davvero non si interessava, quanto al fatto che ci si fosse inchinati alla volontà di un Impero estraneo al potere che ormai era altra cosa in Roma. La fortuna di Vigilio fu di morire a Siracusa, durante il viaggio di ritorno da Costantinopoli, perché a Roma avrebbe trovato una accoglienza non festosa.

        Seguirono molti Papi che si mossero sui soliti problemi di: lotta all’eresia, costruzione di chiese e palazzi (in un certo senso dando lavoro alla città), ricerca di alleati utili alla Chiesa, tentativi di ricomporre le differenze con l’Oriente, lotta all’eresia, difesa del primato di Roma, antipapi, elezioni illegali di Papi, corruzione e simonia. Una sorta di ristabilimento momentaneo di moralità si ebbe con Gregorio I, detto Magno (540-604) della famiglia Anicia, e con i suoi successori. Ma Gregorio, l’inventore del Purgatorio, nel suo affanno di purificazione fece bruciare tutti i libri “pagani” includendo l’intera Biblioteca palatina. E, come tutti i Papi, fece molto di più perché ormai essere Papi significava essere padroni che possono disporre dei sudditi e degli schiavi. Ed infatti Gregorio aveva molti schiavi, in gran parte sardi, e chiedeva al rappresentante imperiale nell’isola che vigilasse perché gli fosse inviata la merce migliore. Schiavi cristiani oltre a quelli pagani ma guai se gli ebrei avessero avuto un solo schiavo cristiano, perché i malvagi avevano ammazzato Gesù ! Così scriveva nel 599 il “santo padre” a Gianuario, vescovo di Cagliari, su alcuni pagani presenti nell’isola: i pagani ed idolatri devono essere convertiti mediante un convincente ammonimento se tuttavia Voi notate che non sono disposti a modificare la loro condotta, desideriamo che con grande zelo Voi li arrestiate. Se sono schiavi, domateli con botte e torture al fine di ottenerne il miglioramento; ma se sono liberi, devono essere indotti al pentimento con una dura carcerazione, adeguata alle circostanze, affinché coloro che disdegnano d’ascoltare le parole di redenzione, che li salvano dal pericolo della morte, in tutti i casi possano essere ricondotti alla sana fede augurata per mezzo dei tormenti fisici. Sugli schiavi e su come erano considerati da questo Papa, ritenuto saggio e santo, merita citare cosa dice Deschner [1] che dedica un intero capitolo a questo personaggio abietto.

Sappiamo dallo stesso Gregorio che molti vescovi non si prendevano cura né degli oppressi né dei poveri, specificamente quelli della Campania. Ma lui era davvero un padrone moderato? In occasione della nomina a rettore del defensor Romanus [il rappresentante dell’Impero, una sorta di Prefetto, ndr] così scrisse ai coloni di Siracusa: “Vi ordiniamo dunque di obbedire prontamente alle disposizioni ch’egli riterrà giuste per la salvaguardia degli interessi della Chiesa. Gli abbiamo conferito il potere di punire severamente chiunque oserà disobbedire o ribellarsi. Gli abbiamo inoltre ordinato di ricercare tutti gli schiavi fuggitivi appartenenti alla chiesa e di recuperare con cautela, prontezza e energia tutta la terra da qualcuno occupata illegalmente”.
Per la gestione dei suoi beni Gregorio aveva ovviamente bisogno di veri eserciti di schiavi e di coloni obbligati alla terra: “I contadini liberi legati alla chiesa erano rari” (Gontard). Va da sé che il papa non scosse l’istituzione schiavistica: da dove avrebbe dovuto prendere altrimenti il denaro pei poveri l’amministratore del patrimonio dei poveri? Per non parlare del mantenimento dei “posti di lavoro”, già allora la preoccupazione di tutti gli imprenditori. Gregorio ricorda certo – da sempre infatti la sua chiesa rende contemporaneamente giustizia ai ricchi e ai poveri, e questo è forse il suo più straordinario miracolo! – anche ai signori che gli schiavi sono uomini, loro eguali per natura; ma benché siano uguali, assolutamente uguali, le condizioni concrete sono pur sempre del tutto differenti. Ergo, secondo Gregorio era necessario esortare gli schiavi “ad osservare in ogni situazione la bassezza della loro condizione” e che “significa oltraggiare Dio rifiutare i Suoi ordinamenti con un comportamento superbo”. Il santo pontefice insegna che gli schiavi devono “considerarsi servitori dei padroni” e i padroni “conservi fra i servi”. Ben detto!
Non è una religione utile? “Per natura, insegna Gregorio, gli uomini sono tutti uguali”, ma una “misteriosa disposizione” relega “alcuni più in basso di altri”, crea la “diversità delle classi”, e precisamente “come conseguenza del peccato”. Prima conclusione: “Ora, dal momento che gli uomini non procedono nella vita alla medesima maniera, gli uni devono dominare sugli altri”. Seconda conclusione: Dio e la Chiesa – nella prassi per il clero sempre la stessa cosa – erano per il mantenimento della schiavitù. E dalla Britannia alla Gallia e all’Italia ai suoi tempi c’era un florido commercio cristiano degli schiavi.
La chiesa romana aveva bisogno di schiavi, i conventi avevano bisogno di schiavi (Gregorio stesso nel 595 sollecitò il rettore della Gallia Candido all’acquisto di fanciulli inglesi schiavi per i chiostri romani), tutti compravano, usavano e usuravano schiavi come il proprio bestiame. E anche a un nemico quale il re longobardo Agilulfo il papa poté assicurare che il lavoro di tali servi tornava ben utile a entrambe le parti! (Di nuovo un concetto straordinariamente moderno, direi globalizzante). Quando poi questi miserabili fuggivano dalla propria miseria, il che accadeva piuttosto sovente, il santo padre si dava naturalmente molto da fare per renderli ai loro padroni: perseguitò gli schiavi fuggiti da un convento di Roma con lo stesso zelo usato con un cuoco del fratello, che aveva tagliato la corda. Ma poiché il papa era anche magnanimo, non puniva le colpe dei “coloni” privandoli delle loro proprietà, ma facendoli picchiare di santa ragione; e agli amici regalava “normalmente degli schiavi” (Richards).
Gregorio, che andava predicando con insistenza l’imminente fine del mondo (insieme alle lotte per la fede, addirittura l’idea guida del suo pontificato), intanto concludeva ottimi affari. San Pietro diventò con lui sempre più ricco: elevò notevolmente i profitti del suo patrimonio, fondando definitivamente il dominio territoriale del papato, tanto gravido di conseguenze; rifornì Roma coi cereali dei suoi latifondi siciliani, pagò il soldo alle truppe imperiali delle partes Romanae, provvide alla difesa della città e in tempi di crisi ne comandò la guarnigione. Il “ministro con portafoglio dell’imperatore”, ”l’amministratore della cassa dei poveri”, come si definì egli stesso, il “console di Dio”, come lo decanta l’iscrizione funebre, diede in questo modo la spinta propulsiva alla formazione dello stato della chiesa, con conseguenze pressoché impensabili di faide, guerra e inganni.

E tutto questo, come ogni lettore può facilmente capire, per maggior gloria di Gesù e del messaggio evangelico. 

        Comunque, la supposta moralità di Gregorio discendeva dalla situazione economica, anche della Chiesa (ed è un tutto dire), che precipitava sotto le continue richieste di denaro da parte di ogni occupante. L’ultimo famelico fu Alboino con i suoi Longobardi che entrò in Italia nel 568 [era Papa Giovanni III (561-574)] senza alcuna resistenza perché l’Oriente aveva deciso di lasciare l’Italia al suo destino. Alboino avanzò quindi senza contrasti ed entrò a Pavia dopo 3 anni di assedio, assedio al quale costrinse anche Roma a partire dal 573. Nel frattempo la truppa di Alboino devastò e saccheggiò tutti i luoghi dove mise piede affamando ancora di più le popolazioni. A seguito di ciò, la Chiesa aggiunse ai suoi compiti anche quello di convertire i Longobardi, la cui opera fu iniziata da Papa Onorio I (625-638) il quale dovette far fronte anche ad una nuova eresia orientale, il monotelismo, teorizzato dal Patriarca Sergio di Costantinopoli, secondo la quale in Cristo, una volta incarnato, opera una sola volontà ipostatica che è divina in rapporto alla natura e volontà divina di Cristo ed umana rispetto alla natura e volontà umana di Cristo (con ciò volontà ed azione erano considerati come attributi non  della persona ma della natura, in netto contrasto con il dogma della doppia natura di Gesù). Se ciò sembra poco si deve aggiungere una incredibile inclemenza meteorologica. Sotto Papa Pelagio II (579-590) il Tevere straripò (589) facendo crollare mezza città compresi templi e granai del Papa. Nel 590 una pestilenza flagellò Roma e dintorni decimando la popolazione. Le disgrazie non si accanirono solo su Roma, anche Veneto e Liguria furono devastate da piogge torrenziali che inondarono tutti i campi. Un cronista dell’epoca raccontava che mai, dal Diluvio Universale, si era vista cosa simile. Qualcuno richiamò alla memoria le prime profezie di Gesù sull’approssimarsi della fine del mondo. 

        Da quest’epoca fino alla metà dell’ VIII secolo, si alternarono molti Papi, alcuni dei quali per un tempo brevissimo ed altri per l’inutilità della loro presenza. Solo pochi ebbero ruoli di rilievo per l’invenzione di miracoli e per la risoluzione di problemi con l’Oriente e con i barbari occupanti. Questo periodo è caratterizzato dal verificarsi di alcuni fatti storici che ebbero notevole rilevanza sullo sviluppo del papato. Mentre Costantinopoli premeva sempre di più sulla Chiesa di Roma per toglierle il primato ed anche il potere temporale, la Chiesa non restava inerte e cercava di crearsi spazi di manovra ad Occidente, particolarmente verso il regno dei Franchi (vedi nota 7). La dinastia Merovingia era praticamente finita con l’ultimo discendente pensante di Clodoveo, Dagoberto II assassinato nel 679. Altri discendenti, quando non erano fanciulli, risultarono totalmente inetti e tarati mentali. Il trono finalmente passò, sotto forma di gerenza e con il sostegno della Chiesa francese, ad un rappresentante della famiglia Heristal, Pipino, un factotum di Palazzo facente parte di quella categoria di funzionari che assunsero sempre più un ruolo decisivo a fronte di un monarchia morente. Alla morte di Pipino gli successe il figlio Pipino II ed a questo Carlo Martello che impose la sua personalità e la sua competenza militare con una impresa rilevante, l’aver bloccato l’avanzata arabo musulmana, che già aveva conquistato con facilità l’Africa del Nord e l’intera penisola iberica dei cattolici Visigoti, a Poitiers, nel centro della Francia (732). La minaccia musulmana era la più grande che la Chiesa avesse mai avuto dai tempi di Costantino. La Chiesa, circondata da musulmani e Longobardi e con problemi continui con l’Impero d’Oriente, aveva bisogno di un esercito che operasse in suo nome a sua difesa ed a tale fine l’esercito dei Franchi sembrava essere quello con le caratteristiche richieste: il più forte sul campo e guidato da un Re condottiero cattolico ortodosso.

        A questo punto compare un documento clamoroso, il Constitutum Constantini più noto come la Donazione di Costantino. Questo documento, suddiviso in due parti, vede nella sua prima parte il racconto della guarigione dell’Imperatore Costantino dalla lebbra grazie a Papa Silvestro I, la sua conversione e la sua professione di fede. Vi è ribadita l’autorità trasmessa, mediante la simbolica consegna delle chiavi, da Dio a Pietro e da questi ai suoi successori «eleggendo il principe degli apostoli e i suoi vicari a nostri protettori presso Dio».  La seconda parte contiene invece l’atto di donazione che Costantino fa alla Chiesa dell’Impero romano d’Occidente. Il documento, come fu dimostrato da Lorenzo Valla (1406-1457) nel 1440, è un falso clamoroso realizzato tra il 714 ed il 750 (Carlo Martello era allora morto da circa 10 anni e esercitava il potere suo figlio Pipino III, detto il Breve)(10). Questo falso documento fu presentato per la prima volta nel 754 da Papa Stefano II(11) a Pipino il Breve per chiedergli aiuto contro Astolfo, Re dei Longobardi, che era deciso alla conquista dell’Intera Italia avendo iniziato a marciare su Roma (fu fermato per una tregua dietro il solito pagamento di tributi). E Pipino in cambio di titoli ecclesiastici (e con il figlio Carlomagno che divenne Capo del Sacro Romano Impero), promise a Stefano II (768-772), per mezzo del suo legato Fulrado, abate di Saint-Denis, le province dell’Esarcato e della Pentapoli, quando fossero state sottratte ad Astolfo. Quelle terre gli spettavano di diritto secondo la donazione di Costantino.

        L’impegno di Pipino era rilevante perché lo impegnava a rompere l’alleanza con i Longobardi; la parte relativa ai rapporti con Costantinopoli non preoccupava perché sarebbe stata risolta con il Constitutum. Sottoposto il problema all’assemblea dei nobili Franchi ebbe il via. In cambio Pipino, sua moglie Bertrada ed i figli Carlo e Carlomagno, furono unti dalla Chiesa e Pipino fu riconosciuto re per grazia di Dio (28 giugno 754). Ciò voleva dire che sarebbe stato scomunicato chiunque avesse tentato di mettere sul trono di Francia persona che non provenisse dalla dinastia carolingia. L’intera famiglia fu poi insignita del titolo di patrizi dei romani. Dopo questa cerimonia Pipino partì per l’Italia insieme al Papa. Astolfo fu sconfitto e, dopo un breve periodo di assedio a Pavia, cedette alla pace ed alla cessione delle terre occupate alla Chiesa. In realtà Astolfo aspettò che Pipino si ritirasse in Francia per attaccare di nuovo Roma. Il Papa scrisse a Pipino indignato e, dopo qualche tergiversare, ottenne il ritorno del medesimo in Italia. Astolfo fu di nuovo sconfitto e cedette definitivamente le terre che occupava alla Chiesa (gli restò solo Pavia). Comunque nel 757 Astolfo morì e suo figlio Desiderio comprese la situazione facendosi amico del Papa non con preghiere ma promettendogli in regalo alcune città (sic!) che erano ancora in suo potere (Bologna, Imola, Osimo, Ancona, Faenza e Ferrara).

        Papa Stefano II era sul letto di morte che già si erano scatenate lotte furibonde per quel trono. Da un lato vi era il partito di coloro che volevano rapporti più stretti del Papato con l’Imperatore d’Oriente, il partito bizantino, che sul piatto offriva l’arcidiacono Teofilatto e dall’altro vi era il diacono Paolo, fratello del Papa morente che era un naturale continuatore della politica di Stefano aperta al regno dei carolingi. L’ebbe vinta Paolo che divenne Papa Paolo I (757-767).

        Si strinsero i rapporti con Pipino il Breve, che fu qualificato dal Papa come nuovo Mosè e David, e ripresero le tensioni con i Longobardi poiché Desiderio non aveva mantenuto la promessa di cessione delle città. Mentre accadeva ciò, l’Impero d’Oriente sollevava questioni teologiche che assunsero un aspetto di notevole importanza perché legato al culto delle immagini. Ho discusso di questa eresia della Chiesa di Roma in un precedente articolo, ricordo solo che le Tavole della Legge che Dio dettò a Mosè dicevano espressamente due cose: Dio è il solo Dio da venerare; non si dovevano fare sue immagini. In Occidente le cose andarono (e vanno) invece con le immagini onnipresenti e debordanti. Ebbene, la Chiesa d’Oriente fece un ulteriore Concilio a Costantinopoli nel 754 per ribadire la condanna del culto delle immagini. E, questa volta, l’Imperatore bizantino Costantino V, saltando il Papa, inviò dei messi a Pipino per convincerlo ad adottare le decisioni di quel Concilio. Pipino non cedette e l questione delle immagini fu regolata nel 767 in un Concilio che ufficialmente le ammise. Anche le vicende di Desiderio si sistemarono con le promesse cessioni in cambio di altre concessioni terriere della Chiesa. Ma il peggio iniziava con la morte di Paolo. I laici avevano capito che accedere a quel soglio avrebbe dato immenso potere ed inestimabili ricchezze. Poiché tutto era ed è corrompibile da parte dei potenti e poiché vi sono sempre potenti che vogliono esserlo di più,  la morte di Paolo I generò disordini grandi e vicende che resero di fatto la sede di Roma vacante per oltre un anno. Lo stesso giorno della morte del Papa ve ne fu un altro eletto dalla potente famiglia del Duca di Nepi, Totone. Si trattava di Costantino, fratello del Duca che neppure era un chierico ma un semplice laico. Fu un’elezione lampo che ebbe anziché alti prelati come contorno, armati fino ai denti che minacciosamente imposero Papa Costantino. Gli eventi divennero torbidi perché alcuni prelati si rivolsero a Desiderio per denunciargli la situazione di illegalità. Desiderio era ben felice di poter mettere il becco su una elezione papale ed intervenne a Roma dove riuscì ad ammazzare Totone (768) e ad imprigionare Costantino. Venne preso un presbitero filolongobardo di nome Filippo ed in un batter d’occhio fu fatto Papa, Papa per un giorno. Dopo questi 13 mesi di Papi a go go, ci si accordò per Stefano III (768-772) come Papa accettabile da tutti, non senza aver cavato gli occhi a Costantino e a tutti coloro che egli aveva eletto a qualche carica (Filippo fu solo rinchiuso in un convento). Un vero giudizio veterotestamentario di Dio.

        Seguì un Papa eletto in modo normale, il nobile Adriano I (772-795) che lavorò per legare il Papato ai Franchi riuscendo a divenire succube di Carlo, figlio di Pipino il Breve. Ma Adriano I è il primo Papa della saga di Tuscolo (una cittadina sulle colline che circondano Roma) che, in breve tempo, darà, con armi e simonia, ben 24 Papi alla Chiesa, tutti timorati di Dio e fedeli interpreti degli insegnamenti di Gesù, come vedremo. Si occupò anche di iniziare ciò che i romani pagano ancora oggi, la corsa alla proprietà terriera della campagna romana da parte di Papi, Cardinali e parenti vari (la nobiltà nera). Ad Adriano seguì il Papa di Carlomango, Leone III (795-816), che fu ancora eletto in modo normale ed addirittura all’unanimità. Questo Papa si rese subito disponibile con il Regno di Francia il quale però, con Carlomagno, disponibile non era se no a certe condizioni. In pratica Carlomagno si metteva a disposizione della Chiesa per la sua difesa contro ogni nemico e riconosceva alla stessa ogni autorità in fatto di fede ma manteneva per sé ed il suo regno ogni altro potere. Con tale accordo, il Papa arrivò ad incoronare, la notte di Natale dell’800, Carlomagno (il nuovo Costantino, il nuovo Augusto) come Imperatore del Sacro Romano Impero. Da una parte un Re era elevato al trono da una investitura divina e dall’altra alla Chiesa veniva il prestigio di aver incoronato un potente del mondo. La diarchia nacque lì e si fortificò in futuro: da una parte il braccio armato e dall’altra il braccio spirituale. Con l’Oriente che era privo in quel momento di Imperatore le cose si ponevano come se Carlomagno fosse diventato l’analogo occidentale. Con la Chiesa le cose erano meno idilliache di quel che il Papa pensasse perché Carlomagno si considerava padrone di tutto, compresi i teritori italiani che cedette come regno a suo figlio Pipino. Ciò che è d’interesse riguarda l’intromissione del Re dei Franchi anche in questioni teologiche che impose, analogamente a quanto fatto da Costantino. Ancora sulla questione trinitaria, in un Concilio che il Re convocò ad Aquisgrana nell’809, risultò che lo Spirito Santo procedeva dal Padre e dal Figlio, mentre nel Credo di Costantino il Grande, lo Spirito Santo procedeva dal solo Padre. La Chiesa non recepì le conclusioni di questo Concilio per paura di altri scontri gravi con la Chiesa d’Oriente. Ma così vanno le cose nella Chiesa di Roma. A questo rifiuto teorico seguì nella pratica l’allineamento con  questo Spirito che discende da Padre e Figlio.

        La morte di Carlomagno nell’814 sembrò un sollievo per il Papa, sembrò che ora poteva riprendersi beni, potere ed autorità. Non fu così ma fu l’inizio, e come no ?, di ulteriori scontri a Roma tra fazioni, scontri sempre al calor bianco, con morti, devastazioni e condanne a morte.

        Altri fatti rilevanti per la nostra indagine, non vi furono fino intorno all’anno Mille, quando iniziò la sarabanda della delinquenza.

        Prima però di dirigerci al secondo millennio occorre dare almeno un cenno alla leggenda della Papessa Giovanna, allo strano racconto che ebbe molto seguito nella vulgata popolare e non solo, anche perché, per un certo periodo, nell’elenco dei Papi, fra Leone IV (847-855) e Benedetto III (855-858), figurò una donna, la famosa di nome ma non nella storia Papessa Giovanna.

        L’origine della leggenda risiede probabilmente nel mito della Chiesa intesa e rappresentata nelle cerimonie come Mater Ecclesia. Per la rappresentazione liturgica si era utilizzato un particolare sedile (chiamato sedia stercoraria) dove far sedere il Papa al momento dell’elezione che era nella pratica una sedia da parto, un grande sedile in marmo rosso (impropriamente chiamata di porfido) con un ampio foro nel piano del sedile sul quale quale il Papa doveva assumere la posizione da partoriente. La cerimonia si svolgeva nel Laterano e fu in uso dall’inizio del secondo millennio fino al 1566. Durante i primi anni del nuovo millennio, con la Chiesa in mano a volgari prostitute che la facevano da padrone (si pensi a Teodora e Marozia), sorse la leggenda che fu sistemata temporalmente tra i Papi citati. Quella sedia con il buco sarebbe servita perché nascosto sul retro di essa un addetto avrebbe dovuto infilare la mano per accertare la mascolinità del Papa.

La sedia stercoraria

La cerimonia dell’accertamento del sesso durante un’elezione papale.

        A proposito di Leone IV, il suo pontificato è anche famoso per la creazione a Reims, tra l’847 e l’852, di una gigantesca sequela di falsi documenti, le Decretali pseudoisidoriane, con il fine di accreditare sempre maggior potere alla Chiesa. Il lavoro era attribuito ad un  dottore della Chiesa, Isidoro di Siviglia, e fatto quindi risalire ai primi anni del VII secolo con la copertura di un nome prestigioso. Er la messa insieme di vari decretali pontificie del passato e di varie decisioni conciliari, il tutto intercalato con falsi clamorosi inseriti qua e là al fine di accreditare il valore giuridico delle decisioni ecclesiastiche in contrasto con il potere laico e monarchico. Insomma si trattava di una sorta di trattato di diritto canonico costruito ad hoc con tutti i falsi possibili, non ultimo il Constitutum Constantini. Scrive Gregorovius che le leggi raccolte nei Decretali “ponevano il potere imperiale molto al di sotto della dignità dei papi e persino dei vescovi, e innalzavano nello stesso tempo il papato tanto in alto al di sopra di questi ultimi, da renderlo completamente indipendente dalle decisioni dei sinodi provinciali conferendogli anzi facoltà di giudizio supremo nei confronti dei metropoliti e dei vescovi, il cui ufficio e la cui autorità, sottratta all’influsso dell’imperatore, veniva ad essere sottoposta alla volontà del papa. In una parola: esse [le Decretali] conferivano al pontefice la dittatura sul mondo ecclesiastico”. A parte il significato manifesto di questo documento, ve ne era un altro all’interno del medesimo: i vescovi ed ogni ecclesiastico dipendevano solo dal Papa che ne aveva l’assoluta autorità simultaneamente negata ai tribunali civili. Erano le basi per la costruzione di uno Stato clericale.

        Gli epigoni del millennio si qualificarono per una Chiesa che continuava sulla medesima strada senza essere scalfita da nessuna critica. Le peggiori efferatezze, la peggiore simonia, la corruzione, la violenza, gli assassinii, le sedi pontificie ridotte a bordelli, i tradimenti, i cedimenti, le vendette, …. insomma tutto il peggio si possa immaginare era nella Chiesa che fu maestra di questo piuttosto che di qualunque altra cosa.

        Papa Giovanni VIII (872-882) subì un tentativo di avvelenamento, dopo il quale fu ucciso a martellate da membri del suo seguito (Alberico di Toscana e Lamberto di Spoleto).

        Papa Stefano VI (896-897) fu strangolato per ordine di chi voleva far diventare Papa un proprio protetto.

        Papa Leone V (903) fu assassinato dal suo successore Sergio III (904-911).

        Papa Giovanni X (914-928), pazzamente innamorato della cortigiana Teodora(12) sua amante, fu assassinato mediante soffocamento per ordine dell’altra cortigiana, Marozia(12), amante e figlia di amante di pontefice. Costei, autodefinitasi senatrix e patricia, decise l’elezione e la morte di vari pontefici tra il 925 ed il 935.

        Papa Leone VI (928), Papa Stefano VII (928-931) e Papa Giovanni XI (931-935) furono creati da Marozia.

        Papa Stefano VIII (939-942), in una rivolta popolare contro di lui, fu mutilato e costretto a ritirarsi in un eremo.

        Papa Giovanni XII (955-964) era il figlio Ottaviano di Alberico II, la ignobile famiglia di Tuscolo (questo Papa fu quindi il secondo a cambiare nome). Questa elezione, di uno che era estraneo alla Chiesa, era stata pretesa da Alberico II dal clero e dalla nobiltà di Roma che ubbidirono. Eletto Papa non cambiò la sua vita lussuosa, lussuriosa e libertina. Trasformò il Laterano in un vero postribolo in cui navigavano cortigiane, belle donne e bei ragazzi. Ubriaco fece come Caligola nominando diacono uno stalliere. Non ubriaco nominò vescovo il suo amore pedofilo di 10 anni. Era uso regalare oggetti acri di valore alle molte prostitute che frequentavano il palazzo del Laterano. Tentò di fare il politico con l’Imperatore Ottone ma riuscì solo a farsi incriminare per ogni vergogna che aveva realizzato (omicidio, spergiuro, sacrilegio, incesto con parenti e due sorelle, … giocato a dadi, brindato con il Diavolo, invocato Zeus, Venere ed altri demoni). A seguito di ciò fu deposto ed al suo posto fu fatto eleggere, da Ottone, il laico Papa Leone VIII (963-965). Giovanni XII, dall’esilio in Corsica, fomentò un paio di rivolte. La prima del 964 fu repressa nel sangue da Ottone, la seconda, avvenuta quando Ottone era partito da Roma, ottenne la cacciata di Leone VIII che fu deposto. Ed iniziarono feroci vendette con taglio di naso e lingua ad ogni suo oppositore. Ottone, in compagnia di Leone VIII marciò su Roma ma non fecero in tempo ad arrivare perché, nel frattempo, quel delinquente di Giovanni era morto. Fu ammazzato lanciato dalla finestra scoperto a letto con una sua amante, Stefanetta, probabilmente dal marito di lei.

        Seguirono Papi ed antipapi a seconda se si era schierati con o contro Ottone. Seguirono repressioni ed anche saccheggi di una fazione contro l’altra a seconda di chi aveva il potere al momento. Tutto in nome di Gesù. 

        Dopo questo breve sunto degli orrori ecclesiastici, che deve servire solo da aperitivo, arriviamo finalmente ai Papi del secondo millennio.

IL MILLENARISMO

        Dopo oltre 600 anni impiegati in questioni teologiche puerili e tutte relativa a come considerare Gesù, a costruire falsi documenti atti non già al trionfo del messaggio evangelico ma per accrescere sempre di più il potere temporale, arriviamo a superare un anno fondamentale per il futuro dell’umanità, il Mille. Tutti i profeti, gli asceti, gli eremiti, i bigotti predicavano la fine del mondo. Nascevano nuove religiosità e sembrava si tornasse ai tempi in cui Gesù sollecitava tutti a comportarsi bene perché la fine del Mondo ed il Giudizio Universale erano vicini (poi, visto che il Mondo non finiva, fu spiegato da saggi teologi che i tempi di Dio sono diversi da quelli degli uomini e da qui era nata la confusione, anche se viene da chiedersi “di chi ?“).

        Non tutti gli eventi che chiudevano il millennio ed aprivano il nuovo erano orrori, qualcuno tentò una riforma che riportasse le cose su un binario quantomeno di onesta moralità. Si tratta dei monaci benedettini del Monastero di Cluny o almeno della fortunata coincidenza di avere di seguito ben sei abati che lavorarono con successo, almeno momentaneo allo stesso fine di riforma. Iniziò l’abate Bernone (850-927) nel 909, nella villa di Cluny regalatagli da Duca Guglielmo I d’Aquitania, a intraprendere il cammino del recupero degli ideali monastici, corrotti da secoli di turpitudini; seguì Oddone (879-943); quindi, di seguito, Mayeul (948-995), Odilone (961-1049), Ugo (1024-1109), Pietro il Venerabile (1092-1156). Una osservazione può rendere conto di uno degli elementi di forza di queste persone. Mentre venivano portati avanti gli ideali di Cluny da sei persone che si successero con continuità di pensiero, a capo della Chiesa si alternarono ben cinquanta Papi, ognuno dei quali marciante per suoi interessi e crimini particolari. Questi monaci partivano dalla volontà di riformare ma in realtà tentavano di aggiornare la regola di San Benedetto ai tempi che correvano che distavano 400 anni dalla formulazione iniziale. Uno degli aggiornamenti più importanti, dopo il ritorno alla regola di San Benedetto, prevedeva che il Monastero non dipendesse più dai potentati locali ma direttamente dalla Chiesa di Roma nella persona del Papa (qui le intenzioni erano ottime ma il rischio di cadere in mano ad un delinquente era fortissimo). Ma l’aggiornamento che rompeva con la regola di San Benedetto era il non tener conto quasi del tutto della parte della regola che imponeva il lavoro ai monaci. Comunque, in questi tempi di totale corruzione, i cluniensi volevano riportare la chiesa alla purezza dei tempi antichi e parlavano di castità, di pietà, di disciplina. Questo risultava essere un linguaggio nuovo che faceva presa sugli spiriti più nobili della chiesa. I monaci di Cluny si fecero subito fama di persone serie e davvero dedite ad operare per il bene del prossimo, rappresentando il vero ideale di vita monastica. Fattasi questa fama, come era costume dell’epoca, molti cittadini che intendevano salvare la propria anima accudivano con fervore a Cluny. E’ naturale che andassero a Cluny anche un’infinità di donazioni di coloro che intendevano la salvezza dell’anima come un mercimonio. In tal modo il Monastero divenne ricchissimo e mantenne le ricchezze perché la regola non prevedeva il dilapidare o il vivere nel lusso ma pregare e lavorare. Per ciò che riguarda l’influenza di Cluny sul Papato, occorre osservare che quando la chiesa fu messa sotto tutela dall’imperatore nel X secolo il loro messaggio non si limitò più all’aspetto spirituale e morale della chiesa, madivenne un programma di riforma generale.

        Come già accennato la fine del millennio aiutò indirettamente Cluny per la cattiva coscienza dei ricchi padroni che si recavano imploranti perdono dove riconoscevano vi fosse la vera dedizione a Dio. In quell’epoca venivano recuperati dall’oblio tutti i vecchi testi apocalittici che ruotavano intorno al Vecchio Testamento, come il Libro di Daniele, o Apocrifi del Nuovo Testamento o l’Apocalisse di Giovanni. Una vera sarabanda dell’orrido dominata dall’Anticristo e dalla nuova speranza della Seconda Venuta del Messia sulla Terra. Gli avvenimenti naturali andavano su quella strada: epidemie disastrose avevano decimato la popolazione d’Europa, eventi meteorologici avevano distrutto campi e città, le piaghe bibliche erano tutte lì, non ultima la corruzione ed il crimine dilagante proprio alla testa della Chiesa. Molti esaltati annunciavano visioni bibliche di combattimenti celestiali, di apparizioni di dragoni in lotta con i santi, … La fine del mondo era annunciata con profezie che si intrecciavano con numeri tratti dalla Cabala: sarà il 1000 ? o il 1033, l’anno 1000 dopo la Passione ? o quell’altro anno perché era significativo di quell’evento ? o quell’altro ? Nel 975 venne avanzata una data certa per il Giudizio: nell’anno in cui il Venerdì Santo sarebbe coinciso con la festa dell’Annunciazione, quando cioè Cristo sarebbe stato concepito il giorno della sua morte. Questa data era il 992 anche se qualcuno osservò che la circostanza si era già verificata nel 908 senza fine del mondo. Ogni cialtrone si guadagnava da vivere con le sue profezie ma la Chiesa incassava perché, anche se i suoi rappresentanti erano delinquenti, quella sembrava la via per il Signore. Le donazioni si moltiplicarono accompagnate da un ben preciso contratto che indicava il fine della medesima: Mundi Termini appropinquanti

        La Chiesa di Roma, che traeva enorme profitto da tali credenze e superstizioni, non ne traeva lezioni di moralità, anzi … Il millennio che si chiudeva, come raccontato, con alcuni Papi implicati in vicende che dire riprovevoli è un dolce eufemismo.

        Più in generale, alla fine del millennio il Papato era quasi alle dipendenze assolute di alcune famiglie nobili di Roma e dintorni. Questa nobiltà aveva occupato il soglio pontificio con suoi rappresentanti, senza alcun merito dottrinale, ma solo per godere degli enormi vantaggi che quella posizione offriva. Ed a questa Chiesa sarebbe dovuto arrivare il messaggio di rigore proveniente da Cluny che avrebbe significato, in termini dottrinali, che non era la Chiesa a dove dipendere dall’Impero, qualunque esso fosse, ma l’Impero dalla Chiesa. Sembravano discorsi al vento. Chi mai avrebbe potuto raccogliere tale sfida in una Chiesa dominata da delinquenti ?

        Dal punto di vista politico la situazione, sul finire del millennio era la seguente. Nel 983 Roma stava collassando istituzionalmente. L’Impero Carolingio, che reggeva il Sacro Romano Impero, era collassato sul finire del IX secolo con uno dei discendenti debosciati di Carlo Magno, Carlo il Grosso. Nel 962 si ebbe la fondazione canonica del Sacro Romano Impero romano-germanico (comprendente più o meno la Germania, l’Italia e più tardi la Borgogna)che non era propriamente una prosecuzione dell’Impero Carolingio (mancava la parte determinate francese) anche se poteva reclamare una qualche discendenza (la storia qui è molto più complessa). Alla testa di questo Impero fu incoronato, da Papa Giovanni XII, Ottone I di Sassonia (962-973). Ad Ottone I successe il figlio, Ottone II (973-983). E proprio alla morte di Ottone II, quando aveva 28 anni, si registrava il collasso di Roma a cui accennavo. Questo Imperatore lasciava un erede di soli 3 anni, Ottone III, ed in simultanea era eletto Papa Giovanni XIV (983-984), una persona assolutamente non gradita alla fazione che puntava sull’antipapa (già eletto in passato per breve tempo nel 974, poco dopo la morte di Ottone I) Bonifacio VII (984-985) legato alla potente famiglia romana dei Crescenzi(13) imparentata con i Teofilatti (vedi nota 12). Tra l’altro questo antipapa, secondo alcune cronache del tempo, sarebbe stata la persona che avrebbe strangolato in carcere il Papa Benedetto VI. Questo sarebbe stato il motivo del suo allontanamento forzato da Roma (si recò a Costantinopoli) per salvarsi dal linciaggio. Le stesse cronache del tempo raccontano che Bonifacio VII scappò anche a un’accusa di stupro con cui disonorò una giovane e che si portò appresso i tesori della Chiesa. Quando tornò a fare l’antipapa nel 984 avrebbe chiuso il suo rivale Papa Giovanni XIV nelle segrete di Castel Sant’Angelo lasciando che morisse di fame (altri affermano che fu avvelenato). Anche questa volta vi furono aspri scontri tra differenti fazioni e gli stessi Crescenzi abbandonarono il sostegno a questo antipapa. Alcuni riuscirono a catturare Bonifacio VII che fu prima martoriato, quindi trascinato cadavere come trofeo per le vie di Roma fino a lasciarlo smembrato sotto la statua di Marco Aurelio. A Giovanni XIV i reggenti di Ottone III fecero seguire l’elezione di Papa Giovanni XV (985-996) che risultò un accaparratore di denaro, un nepotista e delinquente che in definitiva faceva addirittura rimpiangere Bonifacio VII. Questa volta fu il popolo romano che lo attaccò in ogni modo finché Giovanni non dovette chiedere aiuto all’Imperatore Ottone III che approfittò del viaggio per essere incoronato per portare aiuto ma, prima di arrivare a Roma, si venne a sapere che Giovanni era morto (non si sa se era morto davvero o che fine avesse fatto). Poiché Ottone era arrivato ed il nuovo Papa tardava ad essere eletto, fu lo stesso Ottone III che impose Papa Gregorio V (996-999). che subito unse Ottone III e lo incoronò imperatore (aveva 16 anni). Appena Ottone se ne fu andato, i romani si ribellarono al Papa che dovette fuggire da Roma lasciando il posto ad un antipapa eletto ancora dai Crescenzi che aveva come capostipite Crescenzio, Giovanni Filagato, con il nome di Papa Giovanni XVI (997-998). Di nuovo Ottone III scese in Italia e fece arrestare l’antipapa. Gli furono strappati gli occhi, gli tagliarono il naso, la lingua e le orecchie, quindi fu gettato in galera fino a farlo partecipare in queste condizioni ad un Concilio a cavallo di un asino. I suoi sostenitori furono decapitati ed appesi come monito ai merli di Castel Sant’Angelo (tra di essi anche Crescenzio). Fu a questo punto che Odilone, abate di Cluny, intervenne su Ottone III. Con tutta la forza morale della sua persona consigliò l’elezione al soglio pontifico di Gerberto d’Aurillac, un monaco di 45 anni di eccezionale preparazione in tutti i campi del sapere ispiratasi anche all’esempio di Cluny.

         Questo grande personaggio che fu anche eccellente matematico ed astronomo, merita un minimo di attenzione. Gerberto nasceva nel 950 ad Aurillac nell’Aquitania francese. Era di umili origini e per poter studiare, come tutti facevano, a soli 13 anni entrò in convento nella sua città. Nel 967 un nobile di Barcellona (che faceva allora parte del regno carolingio trovandosi al confine con la Spagna araba), il conte Borrell, fece visita al monastero di Aurillac e l’abate gli chiese di portare con sé il fanciullo per farlo studiare in modo più adeguato a Barcellona. Borrell portò il ragazzo con sé e lo affidò prima al monastero di Santa Maria di Ripoll (in cui si erano fatte traduzioni dall’arabo al latino di testi classici di geometria e di trattati arabi su alcuni strumenti) e quindi lo fece studiare proprio a Barcellona. Fu qui che Gerberto, non disdegnando il diritto e la politica, ebbe importantissimi contatti con il mondo islamico confinante e fu qui che, contrariamente a tutti i suoi contemporanei, maturò vivi interessi per la matematica e l’astronomia. Vi sono documenti che attestano una sua richiesta da Ripoll ad un amico di Barcellona di un certo trattato di astrologia ed anche successivamente (984) di una sua richiesta al vescovo Mirone di Gerona del trattato De multiplicatione et divisione numerorum di un certo Giuseppe Ispano. Nel 969 il conte Borrell fece un viaggio a Roma e si fece accompagnare da Gerberto. Vi fu un incontro tra Borrell, Papa Giovanni XIII e Ottone I nel quale il Papa convinse Ottone I a prendersi Gerberto come istitutore di suo figlio, il futuro Ottone II. Fu l’inizio di una folgorante carriera che vide prima Gerberto fare da insegnante al giovane Ottone II, quindi Gerberto che Ottone invia a studiare alla scuola della Cattedrale di Reims dove divenne prestissimo insegnante. Intanto Ottone II era diventato Imperatore fatto che gli permise di nominare Gerberto abate del monastero-abbazia benedettino di San Colombano (a Bobbio, vicino Piacenza), fondato dall’irlandese Colombano nel 614, che era andato in rovina per la cattiva precedente gestione. Questo monastero si dedicava alla trascrizione dei manoscritti ed in esso vi era una ottima biblioteca, in gran parte costituita da manoscritti portati dall’Irlanda da Colombano, contenente 700 codici anche in greco e tra i più antichi della letteratura latina; ma, ed è questo un vero miracolo, vi era anche un certo numero di monaci che sapevano anche leggere il greco. Da queste preziose miniere egli estrasse il materiale per realizzare i suoi studi di geometria. Nel 984 moriva Ottone II e Gerberto si trovò invischiato nelle lotte politiche per la successione. In tale occasione si trovò in contrasto (985) con Ugo Capeto che da lì a poco sarebbe diventato Re di Francia ponendo fine alla dinastia carolingia. Ugo Capeto nominò vescovo di Reims Arnolfo, un suo protetto, anziché il naturale successore Gerberto. Nel 991, quando Arnolfo fu deposto perché sospettato di aver tramato contro il Re, Gerberto fu nominato vescovo. Ma a Reims vi fu opposizione a tale nomina tanto che dovette intervenire un sinodo di vescovi che nel 985 dichiarò Arnolfo non decaduto e quindi Gerberto non nominabile vescovo. A questo punto fu la famiglia degli Ottoni ad intervenire. Ottone II era morto nel 983 ed all’età di soli 3 anni era stato incoronato imperatore suo figlio Ottone III. Gerberto fu chiamato per fare il precettore di Ottone III. Intanto saliva al trono pontificio Gregorio V, cugino di Ottone III, che nominò subito (998) Gerberto arcivescovo di Ravenna. Alla morte del Papa nel 999, grazie al Privilegium Othonis del 962 per il quale l’elezione papale doveva avvenire soltanto con il consenso dell’Imperatore del Sacro Romano Impero e alla presenza di suoi rappresentanti, Ottone III fece nominare Gerberto Papa con il nome di Silvestro II (Gerberto cercava di avere un nome meno germanico e più latino ed approfittò anche per farsi successore ideale del Papa dell’epoca di Costantino il Grande). Fu un Papa molto efficiente e lavorò per cristianizzare l’est e per fare alcune riforme monastiche sulla strada aperta da Cluny. Fu il primo Papa che iniziò a pensare alla liberazione della Terra Santa con crociate. Ma non fu il primo Papa a finire probabilmente avvelenato (pratica molto spesso utilizzata in Vaticano) nel 1003. Nel 1001 vi era stata una sollevazione di Roma contro Ottone III e contro Gerberto che si sapeva essere una creazione del primo. I due si rifugiarono a Ravenna ed Ottone fu ucciso in una delle battaglie per la riconquista della città (1002). Gerberto tornò a Roma in condizione di totale sottomissione ai vari potentati della città e, appunto, si sospetta un suo avvelenamento. Papa Silvestro II (999-1003) fu uno dei pochi Papi degni di essere rappresentanti di istanze superiori.

I – DA COSTANTINO IL GRANDE AI PRURITI CROCIATI (PRIMA PARTE)

Roberto Renzetti

Luglio 2010

        Nel precedente lavoro ho parlato della nascita del Papato come istituzione che non aveva nulla a che vedere con gli insegnamenti di Gesù. Ho anche discusso delle falsificazioni della cronologia dei primi Papi che diventano credibili a partire dal VI secolo. Questi primi Papi furono quasi tutti santi, in gran parte perché sistemati all’interno dei martiri cristiani, tutti santificati. In ogni caso, al di là della cristianità dell’istituzione, da un certo punto i Papi diressero la Chiesa e la sua politica. Tenterò di ricostruire la storia, quando c’è, dei primi Papi ed entrare in qualche leggenda per poi passare a raccontare la degenerazione dell’istituzione.

LE GERARCHIE SI VANNO ORGANIZZANDO

        Così come non si conoscono con certezza i primi Papi, essendo certo che i primi 4 sono frutto di una ricostruzione leggendaria che ho spiegato nel precedente lavoro, le biografie di gran parte di loro o non le conosciamo o sono frutto di fantastiche ricostruzioni a partire da qualche nota biografica che ci è stata fornita dal Liber Pontificalis, che, anche qui come visto, fino al VI secolo è in gran parte inattendibile (l’elenco completo di Papi ed antipapi secondo il Liber Pontificalis è in fondo all’articolo, dopo la Bibliografia). Tra i vescovi di Roma, che per semplificare chiamerò Papi anche se questo nome come visto verrà adottato molto più tardi con l’acquisizione di un’autorità sempre più estesa, vi furono certamente delle personalità rilevanti almeno fino al riconoscimento  del Cristianesimo da parte di Costantino (313). Si tratta di persone che sfidarono l’Impero, spesso pagando con la vita ed a volte tradendo per paura la propria fede (denunciando i correligionari, consegnando libri sacri, facendo sacrifici agli dei pagani, …). Ma è inutile addentrarsi in scampoli di storie, seguiamo invece ciò che sappiamo con qualche riscontro, non dimenticando di indagare i rapporti che si instaurano tra clero e potere in Roma. Per fare ciò è utile iniziare dal primo Papa del nuovo corso, Silvestro I (314-335). E’ importante dire che uno dei massimi impegni di tutti i Papi per vari secoli è stato la lotta alle varie eresie e la ricerca dell’affermazione della propria verità. Non toccherò questi aspetti perché mi porterebbero fuori strada.

        Siamo quindi agli inizi del IV secolo e già il Papato aveva una sua organizzazione articolata che si era data a partire dal III secolo dovendo organizzare comunità sempre più numeroso estese su territori sempre più ampi. A partire dal vescovo Fabiano (236-250) le cariche che caratterizzavano il Clero erano le seguenti: al Vescovo seguivano il Presbitero ed il Diacono(1), a cui fu associato un Suddiacono; vi erano poi rigidamente separati i clerici minores, provenienti dal popolo; altre cariche, ricavate sul modello pagano, erano quelle degli ordines minores: l’Accolito (una specie di cameriere personale del Vescovo), l’Esorcista (colui che scacciava i Diavoli), il Lettore (colui che leggeva la Bibbia durante le funzioni religiose) e l’Ostiario (che era solo un portinaio). Nelle antiche comunità non vi era particolare distinzione tra Clero e Laici che invece iniziarono nel III secolo. I Laici persero ogni potere nella comunità. Furono esclusi dalle elezioni ed il Clero creò una grande frattura con gli ordinari fedeli attraverso l’amministrazione dei Sacramenti. Naturalmente si andava via via perdendo il senso dell’insegnamento di Gesù che mai distinse tra i suoi seguaci e non poteva farlo perché il Clero era totalmente al di fuori di ogni pensiero di Cristo. La separazione creò una sempre maggiore gerarchizzazione nel Clero in parte per necessità reali ed in gran parte per bramosie di potere. Anche il modo con cui si chiamavano tra loro i Chierici è indicativo di una tendenza. Nel III secolo i Chierici si chiamavano tra loro signore mentre si rivolgevano al Vescovo con santo padre e si rivolgevano ai Laici con fratello.  Si iniziarono a schernire i poveri abiti dei sacerdoti di Attis, si iniziò a pretendere l’alzarsi in piedi davanti al Vescovo, si reclamarono onori di curriculum costruiti ad hoc e così il Vescovo divenne immagine di Dio onnipotenteresignore della vita e della morte, … per lui si richiese un trono su cui sedersi con i sacerdoti che facevano corona, come si  immaginava Dio in cielo. Nel IV secolo i Vescovi iniziarono a chiamarsi tra loro Tua SantitàTua Beatitudine, … fino ad arrivare al Sinodo di Serdica del 343 in cui la cesura con le antiche comunità cristiane diventa clamorosa. La scelta del Vescovo si iniziò a fare in base al censo, più patrimonio uno aveva, più la famiglia di provenienza era potente, maggiore era la possibilità  di accedere all’alta carica (fu ciò che accadde ad esempio ad Ambrogio a Milano che fu fatto vescovo a soli 8 giorni dopo essere stato battezzato per essere il discendente di una importante famiglia di Roma, gli Aureli). Col passare degli anni, siamo nell’VIII secolo, le carriere diventano molto più rapide, se si dispone di soldi e di potere. Accadde a Costantino II, fratello di Totone duca di Nepi, che, da laico, in soli 6 giorni fece l’intera carriera fino a diventare Papa per 13 mesi. Ma il campione assoluto è Leone VIII (963-964) che fece tutto ciò che fece Costantino II in un solo giorno. E sempre in questo IV secolo i Vescovi non si accontentarono più dell’alzata in piedi, pretesero il baciamano e gli inchini. Più oltre il Vescovo sfilava con i portatori di Fasci e nel VII secolo al passaggio del Vescovo venivano fatte incensazioni. Tutto come per le alte autorità del vecchio Impero. Questo sistema di potere, sempre più corrotto iniziò a partire da Costantino il Grande e da Papa Silvestro I.

        Altro fenomeno di rilievo per le ricadute sull’ “evangelizzazione” riguardò gli atteggiamenti della nobiltà nei confronti della Chiesa. Mano a mano che quest’ultima aumentava la sua influenza ed i suoi privilegi, la nobiltà si interessò ad essa ed iniziò ad intravedere la carriera ecclesiastica come una uscita vantaggiosa. Tanto più per chi disponeva del prestigio di una famiglia importante e del denaro della medesima, la carriera era un modo di dire perché in realtà le strade erano apertissime in tempi, come visto, brevissimi. Il primo Papa candidato dai nobili fu Siricio (384-399), sul finire del IV secolo. E con Siricio la Chiesa iniziò a fare leggi (il Decretale del 385) nella stessa forma in cui erano fatte nell’Impero. Dopo Siricio, come vedremo, furono direttamente le famiglie nobili a eleggere propri rampolli. Intanto nel V secolo Papa Leone I, detto Magno (440-461), alzò la soglia per essere ammessi alle cariche ecclesiastiche. Nel 443 criticò aspramente l’ammissione di chierici senza raccomandazioni:

una discendenza adeguata, gente che non avrebbe ottenuto la libertà dai suoi padroni, viene innalzata all’alto rango sacerdotale, quasi che la volgarità di un servo fosse degna di tale onore. Si nutre l’opinione che possa piacere a Dio chi non è stato capace di piacere al suo signore e padrone [Leo, ep., 4]

        Si compiva così uno degli insegnamenti di Gesù: e gli ultimi saranno i primi. Ed iniziato l’andazzo con questo Papa, naturalmente Santo, esso continuò subito con Papa Gelasio I (492-496) che vietò agli schiavi ed addirittura ai dipendenti di diventare chierici. Deschner [2] cita le parole di uno studioso di fine Ottocento, Otto Seeck, come rappresentative di cosa era accaduto nella Chiesa:

«Finché fu limitata al popolino, fu democratica e socialisteggiante; a mano a mano che penetrò nei ceti superiori le sue forme istituzionali si trasformarono completamente, riproducendo l’organizzazione statuale del tempo, vale a dire un dispotismo sfrenato, con tutta la sua gerarchia burocratizzata. Questa trasformazione si attuò gradualmente, senza salti improvvisi, tanto da essere impercettibile da parte dei contemporanei. Ciò che si era imposto per motivazioni di ordine pratico, diventò prima usanza ecclesiastica, poi legge spirituale, e ben presto nessuno ricordò più che una volta le cose andavano diversamente. Era quindi assolutamente interno alla mentalità del cristiano nutrire il convincimento che Cristo e i suoi Apostoli avevano fondato la loro Chiesa esattamente come ciascuno la vedeva nel proprio tempo; infatti, nessun mutamento venne introdotto con uno scopo ben preciso, ma tutte le modifiche si erano costituite da sole sotto la spinta delle circostanze. Così anche le forme della costituzione ecclesiastica poterono diventare verità di fede intoccabili ed eterne come l’insegnamento di Cristo. Nessuno sapeva che ciò era in contraddizione con la realtà storica, e se per caso qualcuno lo sospettava, allora si provvedeva mediante falsificazioni innocenti, spesso senza una precisa coscienza dei fatti».

        Tutto ciò mentre andava avanti una continua imitazione in tutto ciò che era stato costume dell’Impero e della corte imperiale, compreso il titolo di Pontifex Maximus per il vescovo di Roma (che beffardamente ci ritroviamo ancora oggi) ed i paramenti dei sacerdoti pagani compresa la Stola. Forse con una differenza: mentre il lusso nell’Impero era giustificato dalle ricchezze che affluivano a Roma da molte parti di un Impero generalmente florido, dal III secolo la miseria e la fame erano diventate dominanti. Durante i primi tempi in cui vi fu convivenza con l’Impero cadente, la Chiesa ebbe vari scontri con i regnanti ma MAI su questioni di fede, solo su questioni di potere. Questo atteggiamento servì a soggiogare gran parte dell’Europa per l’intero Medioevo e a far diventare il vescovo di Roma arbitro di case regnanti, di ascese al trono o di deposizioni di alcuni Re. Nell’XI secolo, Papa Gregorio VII  (1073-1085) stabilì che nessun membro del clero poteva ricevere l’investitura dalle mani dell’imperatore e, nel Dictatus Papae del 1075,  affermò la supremazia del papa su qualsiasi autorità terrena: unicamente il papa è in grado di confermare o di contestare imperi, regni, ducati, contee ed in genere i possedimenti di tutti gli uomini, di darli e di toglierli, e il tutto sulla base di meriti di ciascuno. Nel XIII secolo uno svergognato Papa, Innocenzo III, rafforzò le farneticazioni di Gregorio VII sostenendo che Dio aveva lasciato a Pietro non solo la guida di tutta la Chiesa, ma anche il governo del mondo intero. Vale la pena ricordare che uno sciocco aveva detto: “Il mio regno non è di questo mondo” [Giovanni 18, 36] ? E, a fronte dell’impressionante accumulo di ricchezze da parte delle gerarchie ecclesiastiche, abbia aggiunto: “Và, vendi ciò che possiedi e dallo ai poveri” [Marco 10, 21] ? Continuando ancora: Lo avete ricevuto gratuitamente, e gratuitamente dovete dispensarlo [Matteo 10, 8] ?

LE GIOIE DEL PAPATO

         Iniziamo con Papa Silvestro I (314-335), un vero papa inutile che regnò 20 anni senza che si sentisse la sua presenza. Eppure ce n’erano di cose da sistemare, uscendo dall’illegalità e dovendo organizzare una chiesa ed i suoi rapporti nella Capitale dell’Impero d’Occidente. Gli storici (Caspar) lo hanno definito il Papato più vuoto del secolo e forse doveva essere proprio così perché era Costantino il grande che stava organizzando la Chiesa con tutte le sue cariche, le sue funzioni ed i suoi dogmi. E Silvestro fu appunto un Papa di paglia che lasciò fare ogni cosa a Costantino occupandosi solo di ricevere le regalie di quest’ultimo alla Chiesa. Costantino cristianizzò lo Stato con alcuni decreti che, tra l’altro, prevedevano che: il Tribunale della Chiesa fosse l’unico competente per gli affari di fede con le sue sentenze che divenivano valide per i Tribunali dello Stato; il Clero cristiano fosse esentato dai servizi civili; la domenica fosse giorno festivo (a partire dal 321) in onore del Signore (dominus) con l’abbandono del sabato biblico ed ebraico. In questioni di fede, nel Concilio di Nicea (325), il Primo Concilio Ecumenico. al quale Silvestro neppure partecipò, Costantino impose ai 300 vescovi partecipanti, quasi tutti di un bassissimo livello culturale: il dogma della Trinità (gli serviva per non scontentare varie altre religioni che avevano lo stesso credo); impose il Credo che ancora oggi viene recitato dai cristiani (a Costantino serviva una Chiesa unita e quindi si sbarazzò subito di Ario – anche se la vicenda di Ario non si chiuse lì, come vedremo – che aveva proposto un suo Credo(2)); impose il dogma della consustanziazione (di origine gnostica) del Figlio con il Padre (l’affermazione che il Figlio ed il Padre sono della medesima sostanza, al fine di eliminare tutte le eresie subordinazionistiche del Figlio dal Padre). Su queste cose da nulla, Silvestro non ebbe da dire nulla ed in cambio ricevette da Costantino: il Palazzo Laterano (la Domus Faustae che era stata la dimora della prima moglie di Costantino) che divenne sede del vescovo di Roma da Silvestro a Benedetto XI (1304); la Basilica  Lateranense che Costantino fece costruire appositamente e fece arredare con statue, candelabri e vasellame d’oro tanto che fu chiamata Basilica Aurea; (dal Liber Pontificalis) la fondazione dell’antica Basilica di San Pietro sul tempio di Apollo; (dal Liber Pontificalis) la costruzione della Basilica di San Paolo; (dal Liber Pontificalis, questa volta riferito alla madre di Costantino, la baldracca Elena) la costruzione della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme in cui Elena depose un pezzo della croce in cui fu crocifisso Gesù (una bufala gigantesca il ritrovamento di un pezzo della croce 300 anni dopo …).

        Dopo alcuni Papi poco interessanti, arriviamo presto a Papa Damaso (366-384) che è il primo Papa che viene eletto in mezzo a lotte furibonde tra i seguaci di due candidati, lo stesso Damaso e Ursino (argomento del contendere era l’essere o meno concilianti con gli eretici pentiti e con i seguaci dell’antipapa Felice II(3)). I due vennero eletti simultaneamente vescovi di Roma in due Basiliche romane: in Santa Maria in Trastevere venne eletto Papa Ursino che: era contrario alla mitezza che era stata mantenuta da Liberio con eretici e seguaci di Felice; rimproverava a Damaso di essere stato un sostenitore di Felice e … di avere il sostegno delle nobildonne romane; in San Lorenzo in Lucina veniva eletto Papa Damaso, un patrizio spagnolo. La maggioranza degli elettori era con Damaso ma Ursino resistette. Per tre giorni vi furono scontri violenti con molti morti, finché non vinse il partito di Damaso. Iniziavano, per la prima volta con tutta evidenza, le brame di potere per esaudire le quali ogni mezzo diventò lecito. Scrive in proposito Rendina, citando tra l’altro lo storico pagano Ammiano Marcellino:

«L’ardore di Damaso e Ursino per occupare la sede episcopale», racconta Ammiano Marcellino, «superava qualsiasi ambizione umana. Finirono per affrontarsi come due partiti politici, arrivando ad uno scontro armato con feriti e morti; il prefetto, incapace di impedire o soffocare il tumulto, dovette tenersi fuori dalla mischia. Damaso ebbe la meglio: la vittoria, dopo molti assalti, arrise al suo partito; nella basilica di Sicinnio, dove i cristiani erano riuniti, furono trovati 137 morti, e passò molto tempo prima che gli animi si calmassero. Non c’è comunque da meravigliarsi, considerando lo splendore di Roma, che un premio così ambito accendesse il desiderio di uomini maliziosi e determinasse le lotte più feroci e ostinate. Una volta raggiunto quel posto, si gode in santa pace della fortuna assicurata dalle donazioni delle matrone, si va in giro su un cocchio vestiti elegantemente, si partecipa a banchetti il cui lusso supera quello della tavola imperiale».
Del resto questo malcostume ecclesiastico non è denunciato soltanto da uno scrittore pagano come Ammiano Marcellino, portato evidentemente a calcare la mano su certi avvenimenti; San Girolamo, sempre nei confronti di Damaso, di cui era segretario, ricorda che da vescovo aveva tentato di convertire il prefetto di Roma, Pretestato, e si sentì rispondere con una frase che rifletteva una certa mentalità diventata evidentemente un luogo comune: «Senz’altro, però voglio essere eletto vescovo di Roma!».
E San Girolamo ancora è fonte di altri particolari che documentano la vasta degenerazione dei costumi ecclesiastici. «Ci sono alcuni che si fanno consacrare diaconi e preti solo per poter fare visita liberamente alle donne», denuncia in un suo scritto. «Pensano solo a vestirsi bene e profumarsi di mille odori. I calzari devono essere perfetti. Si arricciano i capelli col calamistri; le dita sono sfolgoranti di anelli e per timore di sporcarsi le scarpe di fango li vedi camminare come in punta di piedi. A guardarli andare in giro in questo modo li prendi più per vagheggini che per chierici. L’operosità e la scienza di molti consiste esclusivamente nel conoscere nomi, case e tenore di vita delle matrone».

        Una delle imprese di Damaso che va ricordata è relativa allo Spirito Santo. Sotto  il suo regno, si celebrò il Concilio di Costantinopoli del 381 in cui venne affermata la divinità dello Spirito Santo. Meno male, altrimenti avevamo una Trinità sbilenca.

        Altri tumulti tra fazioni si ebbero per l’elezione di Papa Bonifacio I (418-422), con molti elettori che elessero Papa l’arcidiacono Eulalio. Ci volle un Concilio che non riuscì a decidere ciò che invece fece l’Imperatore Onorio che si schierò in favore di Bonifacio. Ma intanto si era avuto Papa Innocenzo I (401-417) che era figlio del suo predecessore, l’inutile Papa Anastasio I (399-401).

LA CADUTA DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE

        Nel 410, sotto Papa Innocenzo I, i Visigoti di Alarico (cristiano ma ariano) arrivarono a Roma e per tre giorni la saccheggiarono.  Coloro che avevano militato nelle legioni romane ora si rivoltavano contro la capitale dell’Impero. Roma era in mano ad imperatori imbelli come Onorio, deposto alla fine dallo stesso Alarico, che preda della paura era stato solo capace di pagare Alarico per scongiurare l’invasione. Ora Alarico non si accontentò più: oltre all’oro, voleva terre, come la Pannonia. Alle trattative con Onorio, che si tennero a Ravenna, partecipò anche Innocenzo e ciò è indice del ruolo politico che via via stava assumendo la Chiesa di fronte alla latitanza del potere civile. E’ probabile, come racconta Gregorovius rifacendosi ad antiche cronache cittadine, che Innocenzo avesse contrattato il Sacco di Roma con Alarico: si dovevano risparmiare vittime civili, chiese e particolarmente le Basiliche di San Pietro e di San Paolo. E’ invece certo che già dal 408, quando si aveva sentore delle minacce a Roma, Innocenzo permise ai privati di fare sacrifici per placare gli dei. Il Papa si rivolse anche al prefetto della città, Pompeiano, affinché consultasse gli aruspici che avrebbero dovuto leggere ed interpretare le viscere (questi sono racconti del cronista Zosimo che esaltava Innocenzo perché si mostrava particolarmente legato più a Roma che alla sua fede). Comunque, poer sicurezza Innocenzo si allontanò da Roma durante i saccheggi e si fece ospitare in luogo sicuro a Ravenna.

       I Papi che seguirono Bonifacio I, al quale eravamo rimasti, soprattutto a partire da Sisto III (432-440) si preoccuparono di arricchire di chiese la città e di arredarle e decorarle con il massimo lusso tanto che Girolamo ebbe a dire: I veri servi di Cristo si tengono lontani dal lusso. Qualcuno mi dirà che in Giudea il Tempio era ricco e che in esso la mensa, i candelabri, i turiboli, le coppe, i calici e tutti gli altri arredi erano d’oro. Ma poiché il Signore fece della povertà il suo tempio, noi dobbiamo pensare alla croce e considerare la ricchezza nient’altro che fango. Ma su Sisto vi sarebbero delle gravissima accuse: aver violentato una giovane religiosa, Chrysogonie, e aver avuto rapporti incestuosi. Le accuse gli vennero rivolte da un prete, Bassus, in un processo che fece scalpore. Sisto fu assolto e Bassus finì in prigione dove morì avvelenato. Non si possono, a questo punto, ignorare le gesta dell’immediato successore di Bonifacio I, il vescovo di Roma di paglia in mano ad un criminale, Celestino I (422-432), amico di Sant’Agostino. Il criminale è il vescovo di Alessandria Cirillo, vero capo di squadracce cristiane all’attacco di ognuno che deviasse minimamente non già dal credo cristiano ma dal suo credo. Cirillo già noto per aver istigato le sue squadracce a fare a pezzi Ipazia, la filosofa e matematica direttrice della Biblioteca di Alessandria, fu a capo delle squadracce cattoliche per affermare dogmi di fede. La questione era relativa ad un titolo da assegnare a Maria, la madre di Gesù. Il patriarca di Costantinopoli, Nestorio, si schierò contro il chiamare Maria Madre di Dio, asserendo che era molto più consono il nome di Madre di Cristo. Il problema si pose nel Concilio di Efeso del 431 convocato dall’Imperatore d’Oriente Teodosio II. I partecipanti arrivarono al Concilio con scorte armate, tanto per far capire in cosa consisteva il messaggio di Gesù. Leggiamo il seguito della storia da Deschner [1]:

Ad Efeso furono invitati tutti i metropoliti orientali, ed alcuni occidentali; anche il Vescovo romano Celestino, che inviò dei legati; fu convocato anche Agostino poiché a corte non era ancora giunta la notizia della sua morte, avvenuta quattro mesi prima.
Nestorio entrò per primo, seguito da dieci vescovi e una scorta di soldati “come se si recasse in battaglia” (Hefele); “tra tutti i galli da combattimento presenti” i soldati erano “i più pacifici” (Dallmayr). Poco prima dell’inizio della sessione, il patriarca insieme a sei o sette vescovi si rifiutò tuttavia di comparire davanti al sinodo. Tra i presenti c’erano: il vescovo di Efeso, Meninone, che con tutte le sue chiese stava dalla parte di Cirillo; e lo era anche l’episcopato dell’Asia minore che cercava di liberarsi dalla supremazia di Costantinopoli. Anche Giovenale di Gerusalemme, ambizioso opportunista che anelava ad un’alta carica cittadina e alla sua indipendenza da Antiochia, comparve accompagnato da quindici prelati palestinesi schierandosi con Cirillo. Questi, che era giunto in nave, da Rodi aveva scritto una lettera in cui diceva: “La pietà e la benevolenza di Cristo, nostro Redentore, ci ha fatto attraversare questo immenso mare con venti dolci e miti…”.
Ignorando la disposizione imperiale, Cirillo comparve con una forte scorta, composta da uno squadrone di cinquanta suffragani egiziani, molti chierici così come da orde di monaci combattenti, in parte analfabeti ma inflessibili credenti. Dai tempi di Attanasio lo strumento principale del potere politico dei vescovi erano le bande di vagabondi sfaccendati, portantini, marinai e fanatici di ogni sorta pronti ad ogni tipo di violenza Terrorizzavano con fanatismo e ogni tipo di violenza istituzioni, corti ed avversari ecclesiastici. Ovunque lavoravano i monaci, coccolati e coartati dall’alto clero, “con i mezzi più brutali per incitare le masse” (Stein). Anche il vescovo del luogo Meninone, sollevò il popolo di Efeso contro Nestorio, al quale rimasero chiuse tutte le chiese. […]
II concilio non ebbe inizio, come concordato il 7 giugno, per il ritardo provocato dai vescovi di Siria e Palestina e dal patriarca Giovanni di Antiochia che nel viaggio incontrò numerose difficoltà – alcuni dei suoi vescovi si ammalarono e molte bestie da soma morirono. Ma nonostante (o proprio per il fatto che) il 21 giugno un’ambasciata annunciasse l’imminente arrivo di Giovanni, Cirillo decise di prendere in mano la situazione. Faceva molto caldo, molti vescovi si ammalarono, alcuni morirono addirittura, e prima che comparisse il “branco” fedele a Nestorio, il 22 giugno 431, Cirillo diede inizio al sinodo nella chiesa principale di Efeso, divenuta già da tempo una chiesa consacrata a Maria. L’esplicito divieto imperiale e la dura protesta di 68 vescovi, provenienti da diverse province – che si “precipitarono ad agire per Cristo il Signore e per i canoni divini, osando schierarsi contro l’audacia e la presunzione” – furono omessi dagli atti conciliari greci. Anche il commissario Candidiano, messo dell’imperatore, che temeva “un concilio privato”, protestò ripetutamente finché non fu messo alla porta “imperiose et violenter“. Cirillo riuscì così a conquistare quella maggioranza che, seppure in ritardo, passò ai posteri come “terzo concilio ecumenico di Efeso”.
Successivamente Cirillo, il santo senza scrupoli [la Chiesa santifica sempre i criminali, ndr] riuscì ad ottenere tutto, sostenne che due vescovi siriani giunti ad Efeso prima degli altri lo avevano pregato, in nome di Giovanni, che in realtà era suo oppositore, di dare inizio al sinodo. […]
Secondo gli atti conciliari, Cirillo presiedette di fronte a 153 Vescovi e rappresentò anche “Celestino, santo e venerando vescovo della chiesa dei romani”. Non attese nemmeno l’arrivo dei legati papali, i vescovi Arcadie e Proietto e il presbitero Filippo. I padri conciliari sprecarono molte auliche parole sull’unione dell’umano e del divino in Cristo e sull’incarnazione del “Logos”. Cirillo presentò una raccolta di venti passi di “parole blasfeme” scritte da Nestorio che suscitarono l’effetto desiderato; il vescovo Palladio di Amasia si offese a tal punto che, per lo sgomento, fu costretto a tapparsi le orecchie ortodosse. Tutti, uno dopo l’altro imprecarono, spesso rumorosamente, contro Nestorio, il maledetto “eretico” che per Euoptio di Tolomea “meritava da Dio e dall’uomo ogni sorta di punizione”. Già nella prima sessione del concilio, Cirillo non diede la parola al “senzadio… al predicatore delle empie dottrine, Nestorio”, che saggiamente si era tenuto a distanza, lo scomunicò, lo depose e soprattutto si rivolse a lui come: “A Nestorio, il nuovo Giuda”. Negli atti sinodali è riportato, in tono formale, che “molte lacrime vennero versate prima di giungere alla sua condanna: i Santissimi presenti al Sinodo decisero, per l’offesa recata a Gesù Cristo nostro Signore, di espellere Nestorio dal consesso ecclesiastico e di deporto dalla carica episcopale”. Oggi gli storici della chiesa concordano che “Nestorio fu accusato ingiustamente di eresia’” (Klauser). Ed anche che Cirillo procedette “senza riguardo e guadagnandosi una pessima reputazione” (Schwaiger). Mentre i soldati dovevano proteggere Nestorio, Cirillo festeggiava allegramente con fiaccole e incenso; una performance che richiese una regia canagliesca ma coronata dal successo.
Da quel 22 giugno, Cirillo esultante riferiva al clero e al popolo di Alessandria: “Evviva il Signore!… Dopo una seduta durata tutto il giorno, siamo riusciti a punire il miserabile Nestorio con la destituzione e ad allontanarlo dalla carica di vescovo. E stato condannato e non ha avuto neanche il coraggio di presentarsi davanti ai Santissimi padri del sinodo. Erano presenti più di 200 vescovi”. Qui il santo ha sicuramente esagerato. La sentenza conciliare porta la firma di 197 vescovi, ma … “soltanto 150 erano presenti”.
Cirillo raccontò ai suoi anche che tutta la città di Efeso attese impaziente la sentenza del “Santo Sinodo” e poi a una sola voce si congratulò col “Santo Sinodo” e lodò Dio per aver “annientato il nemico della fede”. Dopo aver lasciato la chiesa, una processione di fiaccole accompagnò i vescovi fino alle loro abitazioni. “In tutta la città c’erano illuminazioni e festeggiamenti! Le donne ardirono di farci strada con gli incensi! Il Signore ha mostrato la sua onnipotenza a coloro che offendono il suo nome”.
Emerge da tutta la lettera che non fu sprecata una sola parola sull’Annunciazione di Maria, preteso tema portante del sinodo. […]
Il padre della chiesa Teodoreto, vescovo di Ciro, presente a questo concilio, riporta: “L’Egiziano [Cirillo] nuovamente si oppone a Dio combattendo Mosè e il suo seguito, ma la maggioranza di Israele si schiera dalla parte del nemico, poiché soltanto pochi sono così sani da poter tollerare l’impegno della devozione… Quale commediografo ha raccontato una tale favola, quale poeta tragico hai mai scritto versi così lacrimevoli?”. Nestorio racconta che Cirillo fu il concilio ecumenico in persona, “poiché qualunque cosa dicesse, tutti la ripetevano. Senza dubbio rappresentò la corte… Ha radunato, da vicino e lontano, tutti coloro che gli erano graditi trasformando il sinodo in un tribunale. Ma chi era il giudice? Cirillo. Chi era l’accusatore? Cirillo. Chi era il vescovo di Roma? Cirillo. Cirillo era tutto”. Il papa Celestino I, da parte sua, si attribuì tutti i meriti, “grazie alla venerabile Trinità” e si vantò di essere stato lui a porgere il coltello “per tagliare la piaga dal corpo della Chiesa” che “la terribile infezione fece opportunamente apparire” […].
Il papa Celestino trasformò il sinodo di Efeso “in una grande schiera di santi” che testimoniavano “la presenza dello Spirito Santo”. In realtà Cirillo si servì del romano, così come del patriarca e dell’imperatore, soltanto per vincere la sua battaglia contro Costantinopoli. Infatti, i legati papali non ebbero alcuna voce in capitolo sulle decisioni finali; essi rappresentavano soltanto una parte dell’Occidente: l’episcopato africano e quello illirico mandarono, infatti, dei propri legati. Nel resoconto a Celestino i legati romani, di cui non si attese neanche l’arrivo, vennero menzionati soltanto brevemente alla fine, conformemente alla loro breve apparizione e onorati soltanto da alcune ridondanti quanto insignificanti frasi come “Il santissimo e beatissimo Pietro, il primo e il più grande degli apostoli, colonna della fede e fondamenta della Chiesa cattolica, al quale nostro Signore Gesù Cristo, redentore di tutta l’umanità ha donato le chiavi del regno e il potere di legare e sciogliere… Lui che in tutti i tempi, fino ai nostri giorni vive e impera sui suoi discendenti…”, e così via.[…] Ciò che condusse alla catastrofe fu l’odio che Cirillo covava per Nestorio e i suoi seguaci e la volontà di annientarli. Le sue truppe d’assalto, addestrarono flotte di monaci ignoranti, scriteriati che proprio per questo si facevano facilmente prendere dagli entusiasmi…”. Così giudica il teologo cattolico e storico della Chiesa Georg Schwaiger uno dei più grandi santi del cattolicesimo.
II concilio però non era ancora giunto ad alcuna conclusione e Cirillo non poté ancora dichiararsi vittorioso.
Pochi giorni dopo comparvero, trattenuti dal maltempo o forse perché “caduti da cavallo”, i vescovi siriani, al tempo chiamati gli “orientali”, sotto la guida del patriarca Giovanni di Antiochia, un amico di Nestorio. Questi vescovi davanti ai quali i Santissimi non si chinavano, si riunirono il 26 giugno, non appena arrivati, con una parte di coloro che il 21 giugno si erano opposti a Cirillo, e in presenza di Candidiano, commissario imperiale nonché garante ufficiale del concilio, dichiararono che senza dubbio il loro era il “concilio legale, non si può chiamare in altro modo” (Seeberg), anche se in sostanza era un sinodo di appena cinquanta vescovi. Deposero Cirillo e Meninone, vescovo di Efeso che fu accusato di aver fatto assalire Nestorio da orde di monaci, e Nestorio fu costretto a richiedere l’intervento dei militari […]. Il sinodo dichiarò che i restanti padri conciliari sarebbero stati scomunicati, fintante che non avessero ritrattato le frasi “eretiche” che “confutavano apertamente le parole del vangelo e degli apostoli”. La minoranza indirizzò all’imperatore una furibonda protesta contro il “barbarico consesso” degli avversari, trattenendo le lettere di Cirillo a Teodosio. San Cirillo allora mandò in strada le sue orde di monaci e si ebbe così una totale anarchia.

Il racconto continua ma basta fermarsi qui. La lunga citazione deve servire per far comprendere come si realizzavano i Concili e come passavano i dogmi. Gli armati al servizio di Dio. Ma c’è dell’altro. Questo criminale di Cirillo fu santificato con il massimo titolo di Dottore dalla Chiesa e la cosa potrebbe non sorprendere se storicizzata e fissata in quegli anni. Il fatto è che la santificazione avvenne nel 1882 e che anche Papa Benedetto XVI ha recentemente fatto l’esegesi di San Cirillo (dimenticando Ipazia  ed i suoi armati). La Chiesa allora come oggi confida nell’ignoranza del gregge e da questo insegnamento, certamente vincente, ha tratto molto profitto anche la politica dei tempi bui che viviamo.

        Tornando al seguito delle vicende che trattavo, quasi 50 anni dopo il sacco di Roma da parte di Alarico, con Valentiniano III Imperatore e Leone I (Magno) Papa, altri barbari premevano ai confini, gli Unni di Attila. Nel 452 Attila era ad Aquileia e sembrava non vi fossero ostacoli alla conquista di Roma. Vi sono racconti che parlano del “flagello di Dio” che aveva paura di avanzare per paura superstiziosa poiché Alarico era morto improvvisamente dopo il Sacco di Roma. Valentiniano è incapace di ogni azione ed addirittura non nomina il valente Ezio come condottiero dell’esercito per paura che la sua fama lo offuschi. Anche ora si intavoleranno delle trattative che avranno luogo a Peschiera, vicino Mantova. La delegazione di Roma era composta anche da Leone Magno che sembra sia stato il più attivo negoziatore. Non si sa cosa si siano detti. Sembra che il motivo dirompente sia stata l’offerta da parte di Leone Magno di enormi quantità d’oro sottratto dal tesoro della Chiesa. Sta di fatto che Attila rinunciò ad avanzare e si ritirò(4). Ma anch’egli morì l’anno successivo ubriaco e stremato nel letto di nozze. Scongiurata questa minaccia, Roma si vide invasa dalla corte di Valentiniano che prima risiedeva altrove. Un vero Imperatore miserabile, incapace, lussurioso che creò problemi gravi all’intera città perché indirettamente favorì l’invasione dei feroci vandali (ariani) di Genserico(5). L’Imperatore era Massimo che come tutti gli altri era incapace di qualsiasi azione e che addirittura ostacolò il tentativo popolare di tassarsi per mettere su un esercito contro il terrore imminente di un invasione di Vandali. Ancora una volta fu Papa Leone Magno ad andare a trattare con Genserico che aveva attraccato la sua flotta alle foci del Tevere. Con costui non bastò l’offerta di oro perché desistesse. Leone ottenne solo che nel saccheggio di Roma del 455, non si desse alle fiamme la città, non si uccidessero civili e fossero risparmiate le basiliche di San Pietro, San Paolo e del Laterano. Per 15 giorni la città fu a completa disposizione di Vandali che la spogliarono di ogni bene. Statue, ori, vasellame, arredi, di ogni palazzo, ad iniziare da quello imperiale, i ogni tempio pagano, includendo le cose preziose che Tito aveva portato dal saccheggio del Tempio di Gerusalemme, ogni cosa fu trafugata e caricata sulle navi ormeggiate alle rive del Tevere. Anche migliaia di romani furono fatti schiavi e portati in Africa e, con loro, l’imperatrice Eudossia, che aveva incitato i Vandali ad invadere Roma, e le sue due figlie, Eudocia e Placidia. Gran parte del bottino andò perso nel naufragio che si ebbe sulla via del ritorno. Ma l’oro del Papa era ancora abbondante e, andati via i Vandali, Leone lo usò e non per alleviare i danni ed i lutti della popolazione ma per ricostruire chiese, ripristinare arredi ed ogni cosa fosse andata distrutta nelle chiese medesime. Su quest’opera di ricostruzione e ripristino degli splendori precedenti lavorò anche il successore di Leone Magno, Ilario (461-468) un Papa che non si occupò mai di religione, e, come denuncia Gregorovius, “Mentre Roma precipitava nella miseria e moriva, le chiese si coprivano di pietre preziose e le basiliche traboccavano di tesori favolosi, davanti agli occhi di un popolo che si era dissanguato nel tentativo di armare un esercito e una flotta contro i Vandali”. Nel Liber Pontificalis si può leggere un elenco infinito di oggetti preziosi, d’oro e d’argento, con cui egli arredò chiese e sacrestie. Già a quel tempo quindi la Chiesa era ricchissima ed in essa affluivano montagne di beni da parte delle corti cristiane e da parte di innumerevoli donazioni di chi sperava di conquistarsi un posto vicino a Gesù. A tali beni c’era da aggiungere un immenso patrimonio immobiliare e terriero che forniva gigantesche rendite.

        A Papa Ilario seguì Papa Simplicio (468-483), regnante quando nel 474 si firmò la pace con i Vandali. A partire dal 465 l’Occidente non aveva più un Imperatore. Vi erano state delle nomine di uomini di paglia da parte dell’Imperatore d’Oriente Leone I, morto il quale nel 474 iniziò una guerra di successione ad Oriente che interessò anche l’Occidente. Zenone, assurto (poi deposto, poi di nuovo tornato al potere nel 476) con complotti vari al ruolo di Imperatore d’Oriente, firmò nel 474 una pace con i Vandali quando costoro avevano conquistato il Nord dell’Africa insieme a tutte le grandi isole del Mediterraneo: Sicilia, Sardegna, Corsica e Baleari. Naturalmente Papa Simplicio si schierò con Zenone tessendone le lodi. La passione del Papa per Zenone nasceva dal fatto che quest’ultimo, per avere l’appoggio di Roma visto che la Chiesa di Costantinopoli non gli era favorevole, si era detto ortodosso e contrario all’arianesimo che da quelle parti era in maggioranza. Intanto in Italia, dopo vari saccheggi successivi di Roma e devastazioni ovunque, veniva deposto da orde di barbari l’ultimo pupazzo dell’Impero, Romolo Augustolo. Alla testa dei barbari che erano sommatorie di Rugi, Eruli, Sciri e Turilingi, vi era Odoacre che si proclamò Re d’Italia il 23 agosto del 476. Zenone non approvò il titolo di Re ma riconobbe il fatto che Odoacre fosse un patricius romanorum, un protettore della città di Roma (sic!). La Chiesa, come sempre, accettò il fatto compiuto dei barbari padroni d’Italia anche se pericolosamente Odoacre era ariano. Paradossalmente era l’inizio dell’aumento spropositato del potere della Chiesa in Occidente che iniziò ad operare senza i vincoli dell’Impero d’Occidente ed assumendo in pratica la direzione politica di esso. Anche qui vi è una chiara visione della situazione di Gregorovius: “Liberatosi dall’Imperatore d’Occidente, il papato cominciò la sua ascesa e la Chiesa di Roma crebbe potentemente sulle rovine, sostituendosi all’impero. Alla caduta di quest’ultimo, essa era già un organismo solido e imponente che la tragica sorte del mondo antico non poté neppure sfiorare; anzi, colmando subito la lacuna creata da quella scomparsa, la Chiesa gettò il ponte che avrebbe unito l’antichità al mondo nuovo. Riconoscendo il diritto di cittadinanza a quei tenaci Germani che avevano distrutto l’impero, la Chiesa romana si procurò gli elementi vitali che le permisero di ergersi a dominatrice finché, attraverso un lungo e memorabile processo, l’impero occidentale poté risorgere come impero romano-germanico”.

L’ASCESA DEL PAPATO

        Simplicio morì nel 483. L’elezione del vescovo di Roma era fino allora avvenuta per elezione popolare del popolo dei fedeli, del popolo cioè di Roma, con ratifica di un funzionario dell’Impero. Poiché ora l’erede dell’Impero era Odoacre, fu lui a pretendere di ratificare le elezioni. Anzi chiese ed ottenne, in base ad un presunto decreto del defunto Simplicio, che la nomina papale sarebbe avvenuta tramite la consulenza di delegati regali. E fu con questo nuovo metodo che fu eletto vescovo di Roma Felice III (483-492), un nobile romano della famiglia degli Anici. Prima di accedere a così alta carica Felice era stato sposato ed aveva avuto un figlio, Gordiano, che a sua volta ebbe come figlio l’altro vescovo di Roma Agapito I e trisavolo dell’altro vescovo di Roma Gregorio I (un famiglia eccellente, come vedremo). Felice si occupò di ristabilire rapporti con la Chiesa d’Oriente, con la quale vi erano stati violenti litigi e scomuniche reciproche fino ad un vero e proprio scisma che durò dal 484 al 519, e per farlo chiese a Zenone chiarimenti sulla sua ambiguità (da un lato ortodosso e dall’altro in rapporti di potere con gli ariani ed i monofisiti(6)). Zenone non solo fece finta di non capire ma incitò l’ariano Teodorico, Re degli Ostrogoti, ad invadere l’Italia e cacciare Odoacre responsabile dell’elezione di Felice. Nella guerra tra i due Re barbari vinse Teodorico (con l’inganno e con un feroce massacro di Odoacre e della famiglia da parte del medesimo Teodorico) che, nel 493, si proclamò Re d’Italia. A quella data Zenone e Felice erano morti e nuovo vescovo di Roma era diventato Gelasio I (492-496). A questo punto gli ariani erano praticamente padroni dell’Italia ma non praticarono le conversioni forzate tanto care ai cattolici e lasciarono completa libertà di culto ai romani. Teodorico per parte sua mantenne ottime relazioni con l’Impero d’Oriente ed in politica estera si legò ai Visigoti localizzati in Spagna, ai Merovingi ed ai Burgundi di Francia, ai Turingi che regnavano oltre il territorio dei Franchi, agli Eruli che dominavano le zone danubiane. Con queste popolazioni, tutte convertite al Cristianesimo, la Chiesa romana mantenne relazioni con un misto di dominio ed influenza ed anche con un adattarsi ai loro costumi e cultura (più arretrata di quella che l’Italia  aveva ereditato dall’Impero). Con gli altri barbari (come Ostrogoti e Vandali) che avevano abbracciato l’arianesimo, la Chiesa di Roma non ebbe altra scelta che convivere sperando nel momento di sradicare la tremenda eresia. Intanto a Roma si continuava a morire di fame, con l’aggravarsi della situazione per il popolo a seguito delle ulteriori spogliazioni degli Ostrogoti di Teodorico. La questione toccava solo marginalmente la Chiesa, sempre risparmiata in cambio di losche contropartite. Sotto il regno di Gelasio I fu realizzato il Liber Censum, libro nel quale venivano elencate, tra le altre cose, le disponibilità di grano della Chiesa derivanti dalle sue proprietà terriere e dalle donazione di Teodorico. Il munifico Gelasio ordinò che di quella quantità di grano si facessero 4 parti delle quali una avrebbe continuato ad essere sua proprietà esclusiva per impiego in elemosine che alleviassero tanta miseria, un’altra parte era per il Clero, una terza parte sarebbe servita per la distribuzione ai poveri e l’ultima parte per costruire chiese. In questa suddivisione vi è una cosa chiara ed un imbroglio. Cosa doveva distribuire Gelasio se una parte era già destinata ai poveri ? Quella parte di grano rimaneva nelle sue disponibilità e basta. L’imbroglio è proprio quello che la suddivisione faceva sembrare che la metà del grano andasse ai poveri mentre ad essi andava solo una quarta parte. Comunque, anche qui, l’idea di costruire chiese sembra maniacale e stupida in un momento così drammatico. Ma Gelasio, oltre alla sua manifesta generosità con i poveri, è noto per aver rivendicato presso l’Imperatore d’Oriente, Anastasio I (interlocutore più potente che la corte di Teodorico), il primato del potere sella Chiesa su quello dello Stato, del potere spirituale su quello temporale. E’ un manifesto delle aspirazioni della Chiesa che illuminerà di sé l’intero Medioevo. Scriveva Gelasio(7):

«Due sono i poteri, augusto imperatore, che principalmente governano questo mondo: il potere sacro dei vescovi e quello temporale dei re. Di questi due poteri il ministero dei vescovi ha maggior peso, perché essi devono render conto al tribunale di Dio anche per i re dei mortali. […] Ti è pure noto che per partecipare ai divini misteri hai bisogno di adempiere ai precetti della religione, che a te non è lecito di stabilire, perché in tali cose dipendi dal giudizio dei ministri del santuario che non puoi piegare a compiere il volere tuo. […] Nelle cose temporali invece, riguardanti lo Stato, anche i preposti al culto di Dio prestano obbedienza alle tue leggi, perché sanno che per divino potere ti fu data la potestà imperiale affinché nelle cose temporali ogni resistenza venisse esclusa. […] E se conviene che tutti i fedeli si sottomettano ai vescovi, i quali rettamente dispensano le cose sacre, quanto maggiormente è necessario procedere con il capo di quella sede che Dio ha preposto a tutte le altre e dalla Chiesa universale [naturalmente Roma, ndr] fu sempre venerata con devozione filiale».

        Dopo una breve parentesi del vescovo di Roma Anastasio II (496-498) che tentò di conciliarsi con la Chiesa d’Oriente, vi fu di nuovo una elezione con tumulti e scontri violenti in tutta la città. Risultò eletto Papa(8) Simmaco (498-514) dopo che i Papi eletti furono due, uno per ogni fazione in lotta. Una fazione, che non voleva essere conciliante con la Chiesa d’Oriente, elesse Simmaco mentre l’altra, che voleva superare lo scisma, elesse Lorenzo. Come risolvere il problema di due Papi eletti nello stesso giorno in due basiliche diverse ? Ci si rivolge a Teodorico in Ravenna. E Teodorico dice che il primo letto è quello che ha diritto, conta poi anche il numero di coloro che hanno votato o per l’uno o per l’altro. Simmaco è allora l’eletto ma con il grave sospetto di aver corrotto l’intera corte di Teodorico. L’eletto convoca (499) un Concilio a cui partecipano 72 vescovi italiani. Il Concilio è aperto dalle parole di Sammaco che, spudoratamente, dice: “Vi ho chiamati per cercare un modo di sopprimere i maneggi dei vescovi, gli scandali ed i tumulti popolari, come quelli provocati durante la mia elezione“. Alla fine del concilietto si decise di non fare più campagna per un Papa o un altro quando ancora è in vita il predecessore ed a sua insaputa. Sarà eletto il Papa che avrà i voti di tutto il clero o almeno la maggioranza dei voti. Sarà il Papa regnante che designerà il successore. In queste poche parole vi sono due cambiamenti radicali ed una vergogna rispetto al passato: da una parte vengono esclusi i laici dall’elezione del capo della comunità dei cristiani e dall’altro sparisce l’unanimità dei voti del clero che era stata voluta in precedenza. La vergogna è quell’indicare il successore. Comunque queste norme rimasero lettera morta perché i laici entrarono ancora nelle elezioni dei Papi e la nomina del successore resterà un pio desiderio. Simmaco ed il clero in bell’ordine accolsero come un grande della storia, un novello Traiano, Teodorico che nel 500 visitò la città. Teodorico ricambiò on doni alla Chiesa, con restauri di chiese e monumenti. Sembrava che tutto andasse verso un’epoca di pace e benessere ma Simmaco fu denunciato a Teodorico ufficialmente per una questione di culto (aver celebrato la Pasqua in un giorno sbagliato) in realtà ed in segreto per avere rapporti immorali con varie donne ed aver sperperato i beni della Chiesa. Simmaco fu abbandonato dai suoi sostenitori e dovette rifugiarsi in San Pietro per evitare guai anche fisici. Intervenne Teodorico per processare chi sembrava colpevole, per sequestrare i beni della Chiesa e per richiamare Lorenzo, l’altro Papa, a Roma. A seguito di ciò iniziarono violenti scontri in tuta Roma, una vera guerra tra le due fazioni ancora in piedi, che durò ben 4 anni, fin quando si arrivò a sistemare il tutto con Simmaco che tornò Papa operante. Per farsi perdonare e per seguire sulla strada scellerata dei suoi predecessori, a fronte della miseria e fame dilaganti, spese soldi per costruire nuove chiese e rendere fastosi gli edifici del clero.

        L’elezione del nuovo Papa, Ormisda (514-523), non creò problemi. Vi fu accettazione da parte di tutti. Poco dopo, in Oriente, era eletto Imperatore Giustino che, come uno dei suoi primi atti, convocò a Costantinopoli un Concilio con il fine di condannare il monofisismo e riuscire a riconciliare le due Chiese. Il proposito si attuò nel 1519 con la firma di 2500 vescovi d’Oriente. Ad Ormisda successe Giovanni I (523-526) che si trovò di fronte problemi enormi causati da quanto era avvenuto tra Ormisda e Giustino. Quest’ultimo, per mostrare di essere più papista del Papa, aveva emanato un decreto in cui metteva fuori legge l’arianesimo, confiscava le chiese ariane per cederle ai cattolici, imponeva la conversione ai medesimi ariani ed altri li martirizzava (la Chiesa cattolica se ha uno spiraglio vi entra dentro con ogni infamità). Della cosa venne a conoscenza Teodorico che era ariano. Disse che quanto pativano i suoi correligionari in Oriente sarebbe stato pagato con la stessa moneta dai cattolici d’Occidente ed iniziò con il distruggere qualche chiesa. Proibì quindi ai romani l’uso delle armi ed iniziò a reprimere ogni suo collaboratore che avesse qualche rapporto con i cattolici (tra essi fu giustiziato anche Boezio, l’autore del De consolatione philosophiae). Infine costrinse Givanni ad andare a Costantinopoli per convincere Giustino a ritirare il suo decreto. Giovanni partì (ed il fatto è in sé eccezionale perché si tratta del primo Papa in visita in Oriente) ma non ottenne tutto ciò che aveva chiesto Teodorico (in particolare il ritorno all’arianesimo di coloro che erano stati convertiti al Cristianesimo). Ritornata la delegazione in Italia fu fatta imprigionare da Teodorico e fu così che un Papa riuscì a morire in prigione. E fu Teodoricvo ad imporre il successivo Papa, Felice IV (526-530)(9).

DAI MEROVINGI AI CAROLINGI, PASSANDO PER I LONGOBARDI

          Da questo punto parlare di Papi in senso religioso diventa addirittura ridicolo. Seguirà una cronaca criminale e basta. Felice IV fu certamente un Papa che lavorò per i beni materiali e gli interessi della Chiesa di Roma ma, altrettanto certamente, tralasciò le funzioni pastorali per dedicarsi indegnamente ai suoi piaceri. La morte di Teodorico rese debole il governo dei Goti che passò al figlio Atalarico che, essendo un giovanetto, necessitò della reggente Amalasunta. Quest’ultima anziché portare a termine i progetti di Teodorico, tra cui il passaggio delle chiese cattoliche agli ariani, emanò un editto con il quale la Chiesa poteva amministrare giustizia in questioni che fossero sorte tra laici e religiosi. Se un laico aveva qualche problema con un religioso doveva rivolgersi al Papa. Solo se quest’ultimo avesse respinto l’istanza, allora vi era la possibilità di rivolgersi al tribunale civile. Questa norma significava solo una cosa: il clero non rispondeva più davanti ai tribunali civili  (credo si possa capire da dove derivi la cultura di qualche Presidente del Consiglio). Queste scelte crearono un solco sempre più grande tra le due fazioni esistenti a Roma, ora rappresentabili come o favorevoli a Roma medesima o a Bisanzio e, per paura di gravi disordini, prima di morire Giovanni si servì del decreto di Simmaco ed indicò davanti a qualificati testimoni e con un  bando esposto in tutte le chiese la sua volontà di avere Bonifacio come suo successore. Alla morte di Giovanni i suoi desideri furono ignorati e fu eletto da una fazione maggioritaria Papa Dioscuro, mentre solo pochi elessero Papa Bonifacio II. Stando a quanto aveva decretato Teodorico in passato il titolo sarebbe spettato a Dioscuro ma nella votazione intervenne direttamente Dio che fece morire Dioscuro 22 giorni dopo la sua elezione, rattoppando un’altra contesa nel partito dell’amore. Bonifacio chiese ed ottenne il pentimento dei sostenitori di Dioscuro e si affrettò ad indicare il suo successore nel diacono Vigilio. Per questa sua presa di posizione il Senato mise Bonifacio sotto accusa. Dalle polemiche che seguirono venne fuori che Dioscuro aveva corrotto i suoi elettori e, conseguentemente, il Senato emanò una legge secondo cui era vietato corrompere o farsi corrompere per una qualsiasi elezione (sic !). A parte gli esiti che non vi furono, questa legge mostra come meglio non si può quanto fosse diffusa la pratica della simonia e della vendita delle cariche ecclesiastiche. Il passaggio al papa successivo, Giovanni II (533-535), richiese due mesi di trattativa. Gli avvenimenti avevano reso il Senato arbitro di molte situazioni ed in definitiva era l’Istituzione che doveva ratificare la nomina papale. Molti ecclesiastici capirono che era lì dove rivolgersi, oltre alla compera diretta dei voti da altri ecclesiastici, per ottenere i consensi necessari ad una ascesa verso il soglio pontificio. E, per la prima volta, dei beni della Chiesa erano sottratti dal clero (arredi sacri e d’altare) per pagare laici al fine di ottenere cariche dalla Chiesa. La legge del Senato restava comunque una denuncia che rendeva miserrima la considerazione negli ecclesiastici. Vi fu un momento di tregua dovuta alla vergogna o necessaria ad una migliore riorganizzazione della simonia e, dopo due mesi, si elesse un umile prete della chiesa romana di San Clemente che si chiamava Mercurio. Eleggere Papa un Mercurio sembrò eccessivo per cui venne chiesto al papa di cambiare il nome in Giovanni II. E da questo momento i Papi acquisirono la facoltà di cambiare nome.

        Intanto in Italia moriva Atalarico ed Amalasunta, per non perdere il regno dei Goti, sposò l’odiato cugino Teodato. In Oriente invece arrivò al trono un imperatore bigotto, ortodosso, nemico della conoscenza e fedelissimo alla Chiesa di Roma, Giustiniano ed i Papi con tale Imperatore tornarono alle dipendenze dello Stato. Le vicende dell’epoca si possono riassumere così. Giustiniano aveva intrapreso campagne contro i Vandali ed aveva riconquistato l’Africa. I suoi possedimenti si estendevano ormai in vaste aree del Mediterraneo. Sua intenzione era quella di riprendere possesso dell’Impero d’Occidente. Aiutò i suoi piani Teodato che aveva assassinato sua moglie Amalasunta. Con la scusa di voler vendicare tale affronto, Giustiniano inviò una flotta in Sicilia per marciare su Roma agli ordini di Belisario. Teodato cercò aiuto nel Papa Agapito I (535-536), figlio di Papa Felice III della famiglia Anicia,che però, pur essendosi recato come ambasciatore a Costantinopoli dove morì, non riuscì a fare nulla. La notizia della morte di Agapito senza che si avessero notizie su cosa intendesse fare Giustiniano, indusse Teodato a nominare in fretta un nuovo Papa, Silverio I (536-537), figlio del Papa Osmida. Di fronte alla imminente disfatta Teodato fu destituito ed ucciso dal suo esercito. Fu eletto successore Vitige. Intanto Belisario avanzava mentre la Chiesa si esercitava in una ulteriore giravolta che la vedeva sostenere il futuro vincitore. Arrivato a Roma Belisario ne ordinò la ripulita, il riordino, il restauro, la fortificazione e, soprattutto, di rifornirla di alimenti di cui la popolazione era sprovvista. Dopo varie vicende di complotti e tradimenti, Silverio fu deposto per lasciar posto al candidato di Belisario, Vigilio che aveva pagato profumatamente il comandante di Giustiniano. Papa Vigilio (537-555) era molto vicino al monofisismo e per questo arrivò al soglio pontificio. Vigilio mantenne fede a ciò che si sapeva di lui, recandosi subito a Costantinopoli disposto ad accettare, anche se solo in parte, la teoria monofisista che era dell’Imperatrice Teodora. In tal modo tentò di mantenere almeno un poco dell’autorità della Chiesa rispetto all’Impero d’Oriente. Di fatto tutte le sue successive azioni furono di asservimento totale a Giustiniano ed alla Chiesa d’Oriente. A Roma, intanto, la popolazione era inferocita. La rabbia dei romani non era tanto conseguente ad una questione di fede particolare, della quale francamente non sapeva nulla e davvero non si interessava, quanto al fatto che ci si fosse inchinati alla volontà di un Impero estraneo al potere che ormai era altra cosa in Roma. La fortuna di Vigilio fu di morire a Siracusa, durante il viaggio di ritorno da Costantinopoli, perché a Roma avrebbe trovato una accoglienza non festosa.

        Seguirono molti Papi che si mossero sui soliti problemi di: lotta all’eresia, costruzione di chiese e palazzi (in un certo senso dando lavoro alla città), ricerca di alleati utili alla Chiesa, tentativi di ricomporre le differenze con l’Oriente, lotta all’eresia, difesa del primato di Roma, antipapi, elezioni illegali di Papi, corruzione e simonia. Una sorta di ristabilimento momentaneo di moralità si ebbe con Gregorio I, detto Magno (540-604) della famiglia Anicia, e con i suoi successori. Ma Gregorio, l’inventore del Purgatorio, nel suo affanno di purificazione fece bruciare tutti i libri “pagani” includendo l’intera Biblioteca palatina. E, come tutti i Papi, fece molto di più perché ormai essere Papi significava essere padroni che possono disporre dei sudditi e degli schiavi. Ed infatti Gregorio aveva molti schiavi, in gran parte sardi, e chiedeva al rappresentante imperiale nell’isola che vigilasse perché gli fosse inviata la merce migliore. Schiavi cristiani oltre a quelli pagani ma guai se gli ebrei avessero avuto un solo schiavo cristiano, perché i malvagi avevano ammazzato Gesù ! Così scriveva nel 599 il “santo padre” a Gianuario, vescovo di Cagliari, su alcuni pagani presenti nell’isola: i pagani ed idolatri devono essere convertiti mediante un convincente ammonimento se tuttavia Voi notate che non sono disposti a modificare la loro condotta, desideriamo che con grande zelo Voi li arrestiate. Se sono schiavi, domateli con botte e torture al fine di ottenerne il miglioramento; ma se sono liberi, devono essere indotti al pentimento con una dura carcerazione, adeguata alle circostanze, affinché coloro che disdegnano d’ascoltare le parole di redenzione, che li salvano dal pericolo della morte, in tutti i casi possano essere ricondotti alla sana fede augurata per mezzo dei tormenti fisici. Sugli schiavi e su come erano considerati da questo Papa, ritenuto saggio e santo, merita citare cosa dice Deschner [1] che dedica un intero capitolo a questo personaggio abietto.

Sappiamo dallo stesso Gregorio che molti vescovi non si prendevano cura né degli oppressi né dei poveri, specificamente quelli della Campania. Ma lui era davvero un padrone moderato? In occasione della nomina a rettore del defensor Romanus [il rappresentante dell’Impero, una sorta di Prefetto, ndr] così scrisse ai coloni di Siracusa: “Vi ordiniamo dunque di obbedire prontamente alle disposizioni ch’egli riterrà giuste per la salvaguardia degli interessi della Chiesa. Gli abbiamo conferito il potere di punire severamente chiunque oserà disobbedire o ribellarsi. Gli abbiamo inoltre ordinato di ricercare tutti gli schiavi fuggitivi appartenenti alla chiesa e di recuperare con cautela, prontezza e energia tutta la terra da qualcuno occupata illegalmente”.
Per la gestione dei suoi beni Gregorio aveva ovviamente bisogno di veri eserciti di schiavi e di coloni obbligati alla terra: “I contadini liberi legati alla chiesa erano rari” (Gontard). Va da sé che il papa non scosse l’istituzione schiavistica: da dove avrebbe dovuto prendere altrimenti il denaro pei poveri l’amministratore del patrimonio dei poveri? Per non parlare del mantenimento dei “posti di lavoro”, già allora la preoccupazione di tutti gli imprenditori. Gregorio ricorda certo – da sempre infatti la sua chiesa rende contemporaneamente giustizia ai ricchi e ai poveri, e questo è forse il suo più straordinario miracolo! – anche ai signori che gli schiavi sono uomini, loro eguali per natura; ma benché siano uguali, assolutamente uguali, le condizioni concrete sono pur sempre del tutto differenti. Ergo, secondo Gregorio era necessario esortare gli schiavi “ad osservare in ogni situazione la bassezza della loro condizione” e che “significa oltraggiare Dio rifiutare i Suoi ordinamenti con un comportamento superbo”. Il santo pontefice insegna che gli schiavi devono “considerarsi servitori dei padroni” e i padroni “conservi fra i servi”. Ben detto!
Non è una religione utile? “Per natura, insegna Gregorio, gli uomini sono tutti uguali”, ma una “misteriosa disposizione” relega “alcuni più in basso di altri”, crea la “diversità delle classi”, e precisamente “come conseguenza del peccato”. Prima conclusione: “Ora, dal momento che gli uomini non procedono nella vita alla medesima maniera, gli uni devono dominare sugli altri”. Seconda conclusione: Dio e la Chiesa – nella prassi per il clero sempre la stessa cosa – erano per il mantenimento della schiavitù. E dalla Britannia alla Gallia e all’Italia ai suoi tempi c’era un florido commercio cristiano degli schiavi.
La chiesa romana aveva bisogno di schiavi, i conventi avevano bisogno di schiavi (Gregorio stesso nel 595 sollecitò il rettore della Gallia Candido all’acquisto di fanciulli inglesi schiavi per i chiostri romani), tutti compravano, usavano e usuravano schiavi come il proprio bestiame. E anche a un nemico quale il re longobardo Agilulfo il papa poté assicurare che il lavoro di tali servi tornava ben utile a entrambe le parti! (Di nuovo un concetto straordinariamente moderno, direi globalizzante). Quando poi questi miserabili fuggivano dalla propria miseria, il che accadeva piuttosto sovente, il santo padre si dava naturalmente molto da fare per renderli ai loro padroni: perseguitò gli schiavi fuggiti da un convento di Roma con lo stesso zelo usato con un cuoco del fratello, che aveva tagliato la corda. Ma poiché il papa era anche magnanimo, non puniva le colpe dei “coloni” privandoli delle loro proprietà, ma facendoli picchiare di santa ragione; e agli amici regalava “normalmente degli schiavi” (Richards).
Gregorio, che andava predicando con insistenza l’imminente fine del mondo (insieme alle lotte per la fede, addirittura l’idea guida del suo pontificato), intanto concludeva ottimi affari. San Pietro diventò con lui sempre più ricco: elevò notevolmente i profitti del suo patrimonio, fondando definitivamente il dominio territoriale del papato, tanto gravido di conseguenze; rifornì Roma coi cereali dei suoi latifondi siciliani, pagò il soldo alle truppe imperiali delle partes Romanae, provvide alla difesa della città e in tempi di crisi ne comandò la guarnigione. Il “ministro con portafoglio dell’imperatore”, ”l’amministratore della cassa dei poveri”, come si definì egli stesso, il “console di Dio”, come lo decanta l’iscrizione funebre, diede in questo modo la spinta propulsiva alla formazione dello stato della chiesa, con conseguenze pressoché impensabili di faide, guerra e inganni.

E tutto questo, come ogni lettore può facilmente capire, per maggior gloria di Gesù e del messaggio evangelico. 

        Comunque, la supposta moralità di Gregorio discendeva dalla situazione economica, anche della Chiesa (ed è un tutto dire), che precipitava sotto le continue richieste di denaro da parte di ogni occupante. L’ultimo famelico fu Alboino con i suoi Longobardi che entrò in Italia nel 568 [era Papa Giovanni III (561-574)] senza alcuna resistenza perché l’Oriente aveva deciso di lasciare l’Italia al suo destino. Alboino avanzò quindi senza contrasti ed entrò a Pavia dopo 3 anni di assedio, assedio al quale costrinse anche Roma a partire dal 573. Nel frattempo la truppa di Alboino devastò e saccheggiò tutti i luoghi dove mise piede affamando ancora di più le popolazioni. A seguito di ciò, la Chiesa aggiunse ai suoi compiti anche quello di convertire i Longobardi, la cui opera fu iniziata da Papa Onorio I (625-638) il quale dovette far fronte anche ad una nuova eresia orientale, il monotelismo, teorizzato dal Patriarca Sergio di Costantinopoli, secondo la quale in Cristo, una volta incarnato, opera una sola volontà ipostatica che è divina in rapporto alla natura e volontà divina di Cristo ed umana rispetto alla natura e volontà umana di Cristo (con ciò volontà ed azione erano considerati come attributi non  della persona ma della natura, in netto contrasto con il dogma della doppia natura di Gesù). Se ciò sembra poco si deve aggiungere una incredibile inclemenza meteorologica. Sotto Papa Pelagio II (579-590) il Tevere straripò (589) facendo crollare mezza città compresi templi e granai del Papa. Nel 590 una pestilenza flagellò Roma e dintorni decimando la popolazione. Le disgrazie non si accanirono solo su Roma, anche Veneto e Liguria furono devastate da piogge torrenziali che inondarono tutti i campi. Un cronista dell’epoca raccontava che mai, dal Diluvio Universale, si era vista cosa simile. Qualcuno richiamò alla memoria le prime profezie di Gesù sull’approssimarsi della fine del mondo. 

        Da quest’epoca fino alla metà dell’ VIII secolo, si alternarono molti Papi, alcuni dei quali per un tempo brevissimo ed altri per l’inutilità della loro presenza. Solo pochi ebbero ruoli di rilievo per l’invenzione di miracoli e per la risoluzione di problemi con l’Oriente e con i barbari occupanti. Questo periodo è caratterizzato dal verificarsi di alcuni fatti storici che ebbero notevole rilevanza sullo sviluppo del papato. Mentre Costantinopoli premeva sempre di più sulla Chiesa di Roma per toglierle il primato ed anche il potere temporale, la Chiesa non restava inerte e cercava di crearsi spazi di manovra ad Occidente, particolarmente verso il regno dei Franchi (vedi nota 7). La dinastia Merovingia era praticamente finita con l’ultimo discendente pensante di Clodoveo, Dagoberto II assassinato nel 679. Altri discendenti, quando non erano fanciulli, risultarono totalmente inetti e tarati mentali. Il trono finalmente passò, sotto forma di gerenza e con il sostegno della Chiesa francese, ad un rappresentante della famiglia Heristal, Pipino, un factotum di Palazzo facente parte di quella categoria di funzionari che assunsero sempre più un ruolo decisivo a fronte di un monarchia morente. Alla morte di Pipino gli successe il figlio Pipino II ed a questo Carlo Martello che impose la sua personalità e la sua competenza militare con una impresa rilevante, l’aver bloccato l’avanzata arabo musulmana, che già aveva conquistato con facilità l’Africa del Nord e l’intera penisola iberica dei cattolici Visigoti, a Poitiers, nel centro della Francia (732). La minaccia musulmana era la più grande che la Chiesa avesse mai avuto dai tempi di Costantino. La Chiesa, circondata da musulmani e Longobardi e con problemi continui con l’Impero d’Oriente, aveva bisogno di un esercito che operasse in suo nome a sua difesa ed a tale fine l’esercito dei Franchi sembrava essere quello con le caratteristiche richieste: il più forte sul campo e guidato da un Re condottiero cattolico ortodosso.

        A questo punto compare un documento clamoroso, il Constitutum Constantini più noto come la Donazione di Costantino. Questo documento, suddiviso in due parti, vede nella sua prima parte il racconto della guarigione dell’Imperatore Costantino dalla lebbra grazie a Papa Silvestro I, la sua conversione e la sua professione di fede. Vi è ribadita l’autorità trasmessa, mediante la simbolica consegna delle chiavi, da Dio a Pietro e da questi ai suoi successori «eleggendo il principe degli apostoli e i suoi vicari a nostri protettori presso Dio».  La seconda parte contiene invece l’atto di donazione che Costantino fa alla Chiesa dell’Impero romano d’Occidente. Il documento, come fu dimostrato da Lorenzo Valla (1406-1457) nel 1440, è un falso clamoroso realizzato tra il 714 ed il 750 (Carlo Martello era allora morto da circa 10 anni e esercitava il potere suo figlio Pipino III, detto il Breve)(10). Questo falso documento fu presentato per la prima volta nel 754 da Papa Stefano II(11) a Pipino il Breve per chiedergli aiuto contro Astolfo, Re dei Longobardi, che era deciso alla conquista dell’Intera Italia avendo iniziato a marciare su Roma (fu fermato per una tregua dietro il solito pagamento di tributi). E Pipino in cambio di titoli ecclesiastici (e con il figlio Carlomagno che divenne Capo del Sacro Romano Impero), promise a Stefano II (768-772), per mezzo del suo legato Fulrado, abate di Saint-Denis, le province dell’Esarcato e della Pentapoli, quando fossero state sottratte ad Astolfo. Quelle terre gli spettavano di diritto secondo la donazione di Costantino.

        L’impegno di Pipino era rilevante perché lo impegnava a rompere l’alleanza con i Longobardi; la parte relativa ai rapporti con Costantinopoli non preoccupava perché sarebbe stata risolta con il Constitutum. Sottoposto il problema all’assemblea dei nobili Franchi ebbe il via. In cambio Pipino, sua moglie Bertrada ed i figli Carlo e Carlomagno, furono unti dalla Chiesa e Pipino fu riconosciuto re per grazia di Dio (28 giugno 754). Ciò voleva dire che sarebbe stato scomunicato chiunque avesse tentato di mettere sul trono di Francia persona che non provenisse dalla dinastia carolingia. L’intera famiglia fu poi insignita del titolo di patrizi dei romani. Dopo questa cerimonia Pipino partì per l’Italia insieme al Papa. Astolfo fu sconfitto e, dopo un breve periodo di assedio a Pavia, cedette alla pace ed alla cessione delle terre occupate alla Chiesa. In realtà Astolfo aspettò che Pipino si ritirasse in Francia per attaccare di nuovo Roma. Il Papa scrisse a Pipino indignato e, dopo qualche tergiversare, ottenne il ritorno del medesimo in Italia. Astolfo fu di nuovo sconfitto e cedette definitivamente le terre che occupava alla Chiesa (gli restò solo Pavia). Comunque nel 757 Astolfo morì e suo figlio Desiderio comprese la situazione facendosi amico del Papa non con preghiere ma promettendogli in regalo alcune città (sic!) che erano ancora in suo potere (Bologna, Imola, Osimo, Ancona, Faenza e Ferrara).

        Papa Stefano II era sul letto di morte che già si erano scatenate lotte furibonde per quel trono. Da un lato vi era il partito di coloro che volevano rapporti più stretti del Papato con l’Imperatore d’Oriente, il partito bizantino, che sul piatto offriva l’arcidiacono Teofilatto e dall’altro vi era il diacono Paolo, fratello del Papa morente che era un naturale continuatore della politica di Stefano aperta al regno dei carolingi. L’ebbe vinta Paolo che divenne Papa Paolo I (757-767).

        Si strinsero i rapporti con Pipino il Breve, che fu qualificato dal Papa come nuovo Mosè e David, e ripresero le tensioni con i Longobardi poiché Desiderio non aveva mantenuto la promessa di cessione delle città. Mentre accadeva ciò, l’Impero d’Oriente sollevava questioni teologiche che assunsero un aspetto di notevole importanza perché legato al culto delle immagini. Ho discusso di questa eresia della Chiesa di Roma in un precedente articolo, ricordo solo che le Tavole della Legge che Dio dettò a Mosè dicevano espressamente due cose: Dio è il solo Dio da venerare; non si dovevano fare sue immagini. In Occidente le cose andarono (e vanno) invece con le immagini onnipresenti e debordanti. Ebbene, la Chiesa d’Oriente fece un ulteriore Concilio a Costantinopoli nel 754 per ribadire la condanna del culto delle immagini. E, questa volta, l’Imperatore bizantino Costantino V, saltando il Papa, inviò dei messi a Pipino per convincerlo ad adottare le decisioni di quel Concilio. Pipino non cedette e l questione delle immagini fu regolata nel 767 in un Concilio che ufficialmente le ammise. Anche le vicende di Desiderio si sistemarono con le promesse cessioni in cambio di altre concessioni terriere della Chiesa. Ma il peggio iniziava con la morte di Paolo. I laici avevano capito che accedere a quel soglio avrebbe dato immenso potere ed inestimabili ricchezze. Poiché tutto era ed è corrompibile da parte dei potenti e poiché vi sono sempre potenti che vogliono esserlo di più,  la morte di Paolo I generò disordini grandi e vicende che resero di fatto la sede di Roma vacante per oltre un anno. Lo stesso giorno della morte del Papa ve ne fu un altro eletto dalla potente famiglia del Duca di Nepi, Totone. Si trattava di Costantino, fratello del Duca che neppure era un chierico ma un semplice laico. Fu un’elezione lampo che ebbe anziché alti prelati come contorno, armati fino ai denti che minacciosamente imposero Papa Costantino. Gli eventi divennero torbidi perché alcuni prelati si rivolsero a Desiderio per denunciargli la situazione di illegalità. Desiderio era ben felice di poter mettere il becco su una elezione papale ed intervenne a Roma dove riuscì ad ammazzare Totone (768) e ad imprigionare Costantino. Venne preso un presbitero filolongobardo di nome Filippo ed in un batter d’occhio fu fatto Papa, Papa per un giorno. Dopo questi 13 mesi di Papi a go go, ci si accordò per Stefano III (768-772) come Papa accettabile da tutti, non senza aver cavato gli occhi a Costantino e a tutti coloro che egli aveva eletto a qualche carica (Filippo fu solo rinchiuso in un convento). Un vero giudizio veterotestamentario di Dio.

        Seguì un Papa eletto in modo normale, il nobile Adriano I (772-795) che lavorò per legare il Papato ai Franchi riuscendo a divenire succube di Carlo, figlio di Pipino il Breve. Ma Adriano I è il primo Papa della saga di Tuscolo (una cittadina sulle colline che circondano Roma) che, in breve tempo, darà, con armi e simonia, ben 24 Papi alla Chiesa, tutti timorati di Dio e fedeli interpreti degli insegnamenti di Gesù, come vedremo. Si occupò anche di iniziare ciò che i romani pagano ancora oggi, la corsa alla proprietà terriera della campagna romana da parte di Papi, Cardinali e parenti vari (la nobiltà nera). Ad Adriano seguì il Papa di Carlomango, Leone III (795-816), che fu ancora eletto in modo normale ed addirittura all’unanimità. Questo Papa si rese subito disponibile con il Regno di Francia il quale però, con Carlomagno, disponibile non era se no a certe condizioni. In pratica Carlomagno si metteva a disposizione della Chiesa per la sua difesa contro ogni nemico e riconosceva alla stessa ogni autorità in fatto di fede ma manteneva per sé ed il suo regno ogni altro potere. Con tale accordo, il Papa arrivò ad incoronare, la notte di Natale dell’800, Carlomagno (il nuovo Costantino, il nuovo Augusto) come Imperatore del Sacro Romano Impero. Da una parte un Re era elevato al trono da una investitura divina e dall’altra alla Chiesa veniva il prestigio di aver incoronato un potente del mondo. La diarchia nacque lì e si fortificò in futuro: da una parte il braccio armato e dall’altra il braccio spirituale. Con l’Oriente che era privo in quel momento di Imperatore le cose si ponevano come se Carlomagno fosse diventato l’analogo occidentale. Con la Chiesa le cose erano meno idilliache di quel che il Papa pensasse perché Carlomagno si considerava padrone di tutto, compresi i teritori italiani che cedette come regno a suo figlio Pipino. Ciò che è d’interesse riguarda l’intromissione del Re dei Franchi anche in questioni teologiche che impose, analogamente a quanto fatto da Costantino. Ancora sulla questione trinitaria, in un Concilio che il Re convocò ad Aquisgrana nell’809, risultò che lo Spirito Santo procedeva dal Padre e dal Figlio, mentre nel Credo di Costantino il Grande, lo Spirito Santo procedeva dal solo Padre. La Chiesa non recepì le conclusioni di questo Concilio per paura di altri scontri gravi con la Chiesa d’Oriente. Ma così vanno le cose nella Chiesa di Roma. A questo rifiuto teorico seguì nella pratica l’allineamento con  questo Spirito che discende da Padre e Figlio.

        La morte di Carlomagno nell’814 sembrò un sollievo per il Papa, sembrò che ora poteva riprendersi beni, potere ed autorità. Non fu così ma fu l’inizio, e come no ?, di ulteriori scontri a Roma tra fazioni, scontri sempre al calor bianco, con morti, devastazioni e condanne a morte.

        Altri fatti rilevanti per la nostra indagine, non vi furono fino intorno all’anno Mille, quando iniziò la sarabanda della delinquenza.

        Prima però di dirigerci al secondo millennio occorre dare almeno un cenno alla leggenda della Papessa Giovanna, allo strano racconto che ebbe molto seguito nella vulgata popolare e non solo, anche perché, per un certo periodo, nell’elenco dei Papi, fra Leone IV (847-855) e Benedetto III (855-858), figurò una donna, la famosa di nome ma non nella storia Papessa Giovanna.

        L’origine della leggenda risiede probabilmente nel mito della Chiesa intesa e rappresentata nelle cerimonie come Mater Ecclesia. Per la rappresentazione liturgica si era utilizzato un particolare sedile (chiamato sedia stercoraria) dove far sedere il Papa al momento dell’elezione che era nella pratica una sedia da parto, un grande sedile in marmo rosso (impropriamente chiamata di porfido) con un ampio foro nel piano del sedile sul quale quale il Papa doveva assumere la posizione da partoriente. La cerimonia si svolgeva nel Laterano e fu in uso dall’inizio del secondo millennio fino al 1566. Durante i primi anni del nuovo millennio, con la Chiesa in mano a volgari prostitute che la facevano da padrone (si pensi a Teodora e Marozia), sorse la leggenda che fu sistemata temporalmente tra i Papi citati. Quella sedia con il buco sarebbe servita perché nascosto sul retro di essa un addetto avrebbe dovuto infilare la mano per accertare la mascolinità del Papa.

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La sedia stercoraria

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La cerimonia dell’accertamento del sesso durante un’elezione papale.

        A proposito di Leone IV, il suo pontificato è anche famoso per la creazione a Reims, tra l’847 e l’852, di una gigantesca sequela di falsi documenti, le Decretali pseudoisidoriane, con il fine di accreditare sempre maggior potere alla Chiesa. Il lavoro era attribuito ad un  dottore della Chiesa, Isidoro di Siviglia, e fatto quindi risalire ai primi anni del VII secolo con la copertura di un nome prestigioso. Er la messa insieme di vari decretali pontificie del passato e di varie decisioni conciliari, il tutto intercalato con falsi clamorosi inseriti qua e là al fine di accreditare il valore giuridico delle decisioni ecclesiastiche in contrasto con il potere laico e monarchico. Insomma si trattava di una sorta di trattato di diritto canonico costruito ad hoc con tutti i falsi possibili, non ultimo il Constitutum Constantini. Scrive Gregorovius che le leggi raccolte nei Decretali “ponevano il potere imperiale molto al di sotto della dignità dei papi e persino dei vescovi, e innalzavano nello stesso tempo il papato tanto in alto al di sopra di questi ultimi, da renderlo completamente indipendente dalle decisioni dei sinodi provinciali conferendogli anzi facoltà di giudizio supremo nei confronti dei metropoliti e dei vescovi, il cui ufficio e la cui autorità, sottratta all’influsso dell’imperatore, veniva ad essere sottoposta alla volontà del papa. In una parola: esse [le Decretali] conferivano al pontefice la dittatura sul mondo ecclesiastico”. A parte il significato manifesto di questo documento, ve ne era un altro all’interno del medesimo: i vescovi ed ogni ecclesiastico dipendevano solo dal Papa che ne aveva l’assoluta autorità simultaneamente negata ai tribunali civili. Erano le basi per la costruzione di uno Stato clericale.

        Gli epigoni del millennio si qualificarono per una Chiesa che continuava sulla medesima strada senza essere scalfita da nessuna critica. Le peggiori efferatezze, la peggiore simonia, la corruzione, la violenza, gli assassinii, le sedi pontificie ridotte a bordelli, i tradimenti, i cedimenti, le vendette, …. insomma tutto il peggio si possa immaginare era nella Chiesa che fu maestra di questo piuttosto che di qualunque altra cosa.

        Papa Giovanni VIII (872-882) subì un tentativo di avvelenamento, dopo il quale fu ucciso a martellate da membri del suo seguito (Alberico di Toscana e Lamberto di Spoleto).

        Papa Stefano VI (896-897) fu strangolato per ordine di chi voleva far diventare Papa un proprio protetto.

        Papa Leone V (903) fu assassinato dal suo successore Sergio III (904-911).

        Papa Giovanni X (914-928), pazzamente innamorato della cortigiana Teodora(12) sua amante, fu assassinato mediante soffocamento per ordine dell’altra cortigiana, Marozia(12), amante e figlia di amante di pontefice. Costei, autodefinitasi senatrix e patricia, decise l’elezione e la morte di vari pontefici tra il 925 ed il 935.

        Papa Leone VI (928), Papa Stefano VII (928-931) e Papa Giovanni XI (931-935) furono creati da Marozia.

        Papa Stefano VIII (939-942), in una rivolta popolare contro di lui, fu mutilato e costretto a ritirarsi in un eremo.

        Papa Giovanni XII (955-964) era il figlio Ottaviano di Alberico II, la ignobile famiglia di Tuscolo (questo Papa fu quindi il secondo a cambiare nome). Questa elezione, di uno che era estraneo alla Chiesa, era stata pretesa da Alberico II dal clero e dalla nobiltà di Roma che ubbidirono. Eletto Papa non cambiò la sua vita lussuosa, lussuriosa e libertina. Trasformò il Laterano in un vero postribolo in cui navigavano cortigiane, belle donne e bei ragazzi. Ubriaco fece come Caligola nominando diacono uno stalliere. Non ubriaco nominò vescovo il suo amore pedofilo di 10 anni. Era uso regalare oggetti acri di valore alle molte prostitute che frequentavano il palazzo del Laterano. Tentò di fare il politico con l’Imperatore Ottone ma riuscì solo a farsi incriminare per ogni vergogna che aveva realizzato (omicidio, spergiuro, sacrilegio, incesto con parenti e due sorelle, … giocato a dadi, brindato con il Diavolo, invocato Zeus, Venere ed altri demoni). A seguito di ciò fu deposto ed al suo posto fu fatto eleggere, da Ottone, il laico Papa Leone VIII (963-965). Giovanni XII, dall’esilio in Corsica, fomentò un paio di rivolte. La prima del 964 fu repressa nel sangue da Ottone, la seconda, avvenuta quando Ottone era partito da Roma, ottenne la cacciata di Leone VIII che fu deposto. Ed iniziarono feroci vendette con taglio di naso e lingua ad ogni suo oppositore. Ottone, in compagnia di Leone VIII marciò su Roma ma non fecero in tempo ad arrivare perché, nel frattempo, quel delinquente di Giovanni era morto. Fu ammazzato lanciato dalla finestra scoperto a letto con una sua amante, Stefanetta, probabilmente dal marito di lei.

        Seguirono Papi ed antipapi a seconda se si era schierati con o contro Ottone. Seguirono repressioni ed anche saccheggi di una fazione contro l’altra a seconda di chi aveva il potere al momento. Tutto in nome di Gesù. 

        Dopo questo breve sunto degli orrori ecclesiastici, che deve servire solo da aperitivo, arriviamo finalmente ai Papi del secondo millennio.

IL MILLENARISMO

        Dopo oltre 600 anni impiegati in questioni teologiche puerili e tutte relativa a come considerare Gesù, a costruire falsi documenti atti non già al trionfo del messaggio evangelico ma per accrescere sempre di più il potere temporale, arriviamo a superare un anno fondamentale per il futuro dell’umanità, il Mille. Tutti i profeti, gli asceti, gli eremiti, i bigotti predicavano la fine del mondo. Nascevano nuove religiosità e sembrava si tornasse ai tempi in cui Gesù sollecitava tutti a comportarsi bene perché la fine del Mondo ed il Giudizio Universale erano vicini (poi, visto che il Mondo non finiva, fu spiegato da saggi teologi che i tempi di Dio sono diversi da quelli degli uomini e da qui era nata la confusione, anche se viene da chiedersi “di chi ?“).

        Non tutti gli eventi che chiudevano il millennio ed aprivano il nuovo erano orrori, qualcuno tentò una riforma che riportasse le cose su un binario quantomeno di onesta moralità. Si tratta dei monaci benedettini del Monastero di Cluny o almeno della fortunata coincidenza di avere di seguito ben sei abati che lavorarono con successo, almeno momentaneo allo stesso fine di riforma. Iniziò l’abate Bernone (850-927) nel 909, nella villa di Cluny regalatagli da Duca Guglielmo I d’Aquitania, a intraprendere il cammino del recupero degli ideali monastici, corrotti da secoli di turpitudini; seguì Oddone (879-943); quindi, di seguito, Mayeul (948-995), Odilone (961-1049), Ugo (1024-1109), Pietro il Venerabile (1092-1156). Una osservazione può rendere conto di uno degli elementi di forza di queste persone. Mentre venivano portati avanti gli ideali di Cluny da sei persone che si successero con continuità di pensiero, a capo della Chiesa si alternarono ben cinquanta Papi, ognuno dei quali marciante per suoi interessi e crimini particolari. Questi monaci partivano dalla volontà di riformare ma in realtà tentavano di aggiornare la regola di San Benedetto ai tempi che correvano che distavano 400 anni dalla formulazione iniziale. Uno degli aggiornamenti più importanti, dopo il ritorno alla regola di San Benedetto, prevedeva che il Monastero non dipendesse più dai potentati locali ma direttamente dalla Chiesa di Roma nella persona del Papa (qui le intenzioni erano ottime ma il rischio di cadere in mano ad un delinquente era fortissimo). Ma l’aggiornamento che rompeva con la regola di San Benedetto era il non tener conto quasi del tutto della parte della regola che imponeva il lavoro ai monaci. Comunque, in questi tempi di totale corruzione, i cluniensi volevano riportare la chiesa alla purezza dei tempi antichi e parlavano di castità, di pietà, di disciplina. Questo risultava essere un linguaggio nuovo che faceva presa sugli spiriti più nobili della chiesa. I monaci di Cluny si fecero subito fama di persone serie e davvero dedite ad operare per il bene del prossimo, rappresentando il vero ideale di vita monastica. Fattasi questa fama, come era costume dell’epoca, molti cittadini che intendevano salvare la propria anima accudivano con fervore a Cluny. E’ naturale che andassero a Cluny anche un’infinità di donazioni di coloro che intendevano la salvezza dell’anima come un mercimonio. In tal modo il Monastero divenne ricchissimo e mantenne le ricchezze perché la regola non prevedeva il dilapidare o il vivere nel lusso ma pregare e lavorare. Per ciò che riguarda l’influenza di Cluny sul Papato, occorre osservare che quando la chiesa fu messa sotto tutela dall’imperatore nel X secolo il loro messaggio non si limitò più all’aspetto spirituale e morale della chiesa, madivenne un programma di riforma generale.

        Come già accennato la fine del millennio aiutò indirettamente Cluny per la cattiva coscienza dei ricchi padroni che si recavano imploranti perdono dove riconoscevano vi fosse la vera dedizione a Dio. In quell’epoca venivano recuperati dall’oblio tutti i vecchi testi apocalittici che ruotavano intorno al Vecchio Testamento, come il Libro di Daniele, o Apocrifi del Nuovo Testamento o l’Apocalisse di Giovanni. Una vera sarabanda dell’orrido dominata dall’Anticristo e dalla nuova speranza della Seconda Venuta del Messia sulla Terra. Gli avvenimenti naturali andavano su quella strada: epidemie disastrose avevano decimato la popolazione d’Europa, eventi meteorologici avevano distrutto campi e città, le piaghe bibliche erano tutte lì, non ultima la corruzione ed il crimine dilagante proprio alla testa della Chiesa. Molti esaltati annunciavano visioni bibliche di combattimenti celestiali, di apparizioni di dragoni in lotta con i santi, … La fine del mondo era annunciata con profezie che si intrecciavano con numeri tratti dalla Cabala: sarà il 1000 ? o il 1033, l’anno 1000 dopo la Passione ? o quell’altro anno perché era significativo di quell’evento ? o quell’altro ? Nel 975 venne avanzata una data certa per il Giudizio: nell’anno in cui il Venerdì Santo sarebbe coinciso con la festa dell’Annunciazione, quando cioè Cristo sarebbe stato concepito il giorno della sua morte. Questa data era il 992 anche se qualcuno osservò che la circostanza si era già verificata nel 908 senza fine del mondo. Ogni cialtrone si guadagnava da vivere con le sue profezie ma la Chiesa incassava perché, anche se i suoi rappresentanti erano delinquenti, quella sembrava la via per il Signore. Le donazioni si moltiplicarono accompagnate da un ben preciso contratto che indicava il fine della medesima: Mundi Termini appropinquanti

        La Chiesa di Roma, che traeva enorme profitto da tali credenze e superstizioni, non ne traeva lezioni di moralità, anzi … Il millennio che si chiudeva, come raccontato, con alcuni Papi implicati in vicende che dire riprovevoli è un dolce eufemismo.

        Più in generale, alla fine del millennio il Papato era quasi alle dipendenze assolute di alcune famiglie nobili di Roma e dintorni. Questa nobiltà aveva occupato il soglio pontificio con suoi rappresentanti, senza alcun merito dottrinale, ma solo per godere degli enormi vantaggi che quella posizione offriva. Ed a questa Chiesa sarebbe dovuto arrivare il messaggio di rigore proveniente da Cluny che avrebbe significato, in termini dottrinali, che non era la Chiesa a dove dipendere dall’Impero, qualunque esso fosse, ma l’Impero dalla Chiesa. Sembravano discorsi al vento. Chi mai avrebbe potuto raccogliere tale sfida in una Chiesa dominata da delinquenti ?

        Dal punto di vista politico la situazione, sul finire del millennio era la seguente. Nel 983 Roma stava collassando istituzionalmente. L’Impero Carolingio, che reggeva il Sacro Romano Impero, era collassato sul finire del IX secolo con uno dei discendenti debosciati di Carlo Magno, Carlo il Grosso. Nel 962 si ebbe la fondazione canonica del Sacro Romano Impero romano-germanico (comprendente più o meno la Germania, l’Italia e più tardi la Borgogna)che non era propriamente una prosecuzione dell’Impero Carolingio (mancava la parte determinate francese) anche se poteva reclamare una qualche discendenza (la storia qui è molto più complessa). Alla testa di questo Impero fu incoronato, da Papa Giovanni XII, Ottone I di Sassonia (962-973). Ad Ottone I successe il figlio, Ottone II (973-983). E proprio alla morte di Ottone II, quando aveva 28 anni, si registrava il collasso di Roma a cui accennavo. Questo Imperatore lasciava un erede di soli 3 anni, Ottone III, ed in simultanea era eletto Papa Giovanni XIV (983-984), una persona assolutamente non gradita alla fazione che puntava sull’antipapa (già eletto in passato per breve tempo nel 974, poco dopo la morte di Ottone I) Bonifacio VII (984-985) legato alla potente famiglia romana dei Crescenzi(13) imparentata con i Teofilatti (vedi nota 12). Tra l’altro questo antipapa, secondo alcune cronache del tempo, sarebbe stata la persona che avrebbe strangolato in carcere il Papa Benedetto VI. Questo sarebbe stato il motivo del suo allontanamento forzato da Roma (si recò a Costantinopoli) per salvarsi dal linciaggio. Le stesse cronache del tempo raccontano che Bonifacio VII scappò anche a un’accusa di stupro con cui disonorò una giovane e che si portò appresso i tesori della Chiesa. Quando tornò a fare l’antipapa nel 984 avrebbe chiuso il suo rivale Papa Giovanni XIV nelle segrete di Castel Sant’Angelo lasciando che morisse di fame (altri affermano che fu avvelenato). Anche questa volta vi furono aspri scontri tra differenti fazioni e gli stessi Crescenzi abbandonarono il sostegno a questo antipapa. Alcuni riuscirono a catturare Bonifacio VII che fu prima martoriato, quindi trascinato cadavere come trofeo per le vie di Roma fino a lasciarlo smembrato sotto la statua di Marco Aurelio. A Giovanni XIV i reggenti di Ottone III fecero seguire l’elezione di Papa Giovanni XV (985-996) che risultò un accaparratore di denaro, un nepotista e delinquente che in definitiva faceva addirittura rimpiangere Bonifacio VII. Questa volta fu il popolo romano che lo attaccò in ogni modo finché Giovanni non dovette chiedere aiuto all’Imperatore Ottone III che approfittò del viaggio per essere incoronato per portare aiuto ma, prima di arrivare a Roma, si venne a sapere che Giovanni era morto (non si sa se era morto davvero o che fine avesse fatto). Poiché Ottone era arrivato ed il nuovo Papa tardava ad essere eletto, fu lo stesso Ottone III che impose Papa Gregorio V (996-999). che subito unse Ottone III e lo incoronò imperatore (aveva 16 anni). Appena Ottone se ne fu andato, i romani si ribellarono al Papa che dovette fuggire da Roma lasciando il posto ad un antipapa eletto ancora dai Crescenzi che aveva come capostipite Crescenzio, Giovanni Filagato, con il nome di Papa Giovanni XVI (997-998). Di nuovo Ottone III scese in Italia e fece arrestare l’antipapa. Gli furono strappati gli occhi, gli tagliarono il naso, la lingua e le orecchie, quindi fu gettato in galera fino a farlo partecipare in queste condizioni ad un Concilio a cavallo di un asino. I suoi sostenitori furono decapitati ed appesi come monito ai merli di Castel Sant’Angelo (tra di essi anche Crescenzio). Fu a questo punto che Odilone, abate di Cluny, intervenne su Ottone III. Con tutta la forza morale della sua persona consigliò l’elezione al soglio pontifico di Gerberto d’Aurillac, un monaco di 45 anni di eccezionale preparazione in tutti i campi del sapere ispiratasi anche all’esempio di Cluny.

         Questo grande personaggio che fu anche eccellente matematico ed astronomo, merita un minimo di attenzione. Gerberto nasceva nel 950 ad Aurillac nell’Aquitania francese. Era di umili origini e per poter studiare, come tutti facevano, a soli 13 anni entrò in convento nella sua città. Nel 967 un nobile di Barcellona (che faceva allora parte del regno carolingio trovandosi al confine con la Spagna araba), il conte Borrell, fece visita al monastero di Aurillac e l’abate gli chiese di portare con sé il fanciullo per farlo studiare in modo più adeguato a Barcellona. Borrell portò il ragazzo con sé e lo affidò prima al monastero di Santa Maria di Ripoll (in cui si erano fatte traduzioni dall’arabo al latino di testi classici di geometria e di trattati arabi su alcuni strumenti) e quindi lo fece studiare proprio a Barcellona. Fu qui che Gerberto, non disdegnando il diritto e la politica, ebbe importantissimi contatti con il mondo islamico confinante e fu qui che, contrariamente a tutti i suoi contemporanei, maturò vivi interessi per la matematica e l’astronomia. Vi sono documenti che attestano una sua richiesta da Ripoll ad un amico di Barcellona di un certo trattato di astrologia ed anche successivamente (984) di una sua richiesta al vescovo Mirone di Gerona del trattato De multiplicatione et divisione numerorum di un certo Giuseppe Ispano. Nel 969 il conte Borrell fece un viaggio a Roma e si fece accompagnare da Gerberto. Vi fu un incontro tra Borrell, Papa Giovanni XIII e Ottone I nel quale il Papa convinse Ottone I a prendersi Gerberto come istitutore di suo figlio, il futuro Ottone II. Fu l’inizio di una folgorante carriera che vide prima Gerberto fare da insegnante al giovane Ottone II, quindi Gerberto che Ottone invia a studiare alla scuola della Cattedrale di Reims dove divenne prestissimo insegnante. Intanto Ottone II era diventato Imperatore fatto che gli permise di nominare Gerberto abate del monastero-abbazia benedettino di San Colombano (a Bobbio, vicino Piacenza), fondato dall’irlandese Colombano nel 614, che era andato in rovina per la cattiva precedente gestione. Questo monastero si dedicava alla trascrizione dei manoscritti ed in esso vi era una ottima biblioteca, in gran parte costituita da manoscritti portati dall’Irlanda da Colombano, contenente 700 codici anche in greco e tra i più antichi della letteratura latina; ma, ed è questo un vero miracolo, vi era anche un certo numero di monaci che sapevano anche leggere il greco. Da queste preziose miniere egli estrasse il materiale per realizzare i suoi studi di geometria. Nel 984 moriva Ottone II e Gerberto si trovò invischiato nelle lotte politiche per la successione. In tale occasione si trovò in contrasto (985) con Ugo Capeto che da lì a poco sarebbe diventato Re di Francia ponendo fine alla dinastia carolingia. Ugo Capeto nominò vescovo di Reims Arnolfo, un suo protetto, anziché il naturale successore Gerberto. Nel 991, quando Arnolfo fu deposto perché sospettato di aver tramato contro il Re, Gerberto fu nominato vescovo. Ma a Reims vi fu opposizione a tale nomina tanto che dovette intervenire un sinodo di vescovi che nel 985 dichiarò Arnolfo non decaduto e quindi Gerberto non nominabile vescovo. A questo punto fu la famiglia degli Ottoni ad intervenire. Ottone II era morto nel 983 ed all’età di soli 3 anni era stato incoronato imperatore suo figlio Ottone III. Gerberto fu chiamato per fare il precettore di Ottone III. Intanto saliva al trono pontificio Gregorio V, cugino di Ottone III, che nominò subito (998) Gerberto arcivescovo di Ravenna. Alla morte del Papa nel 999, grazie al Privilegium Othonis del 962 per il quale l’elezione papale doveva avvenire soltanto con il consenso dell’Imperatore del Sacro Romano Impero e alla presenza di suoi rappresentanti, Ottone III fece nominare Gerberto Papa con il nome di Silvestro II (Gerberto cercava di avere un nome meno germanico e più latino ed approfittò anche per farsi successore ideale del Papa dell’epoca di Costantino il Grande). Fu un Papa molto efficiente e lavorò per cristianizzare l’est e per fare alcune riforme monastiche sulla strada aperta da Cluny. Fu il primo Papa che iniziò a pensare alla liberazione della Terra Santa con crociate. Ma non fu il primo Papa a finire probabilmente avvelenato (pratica molto spesso utilizzata in Vaticano) nel 1003. Nel 1001 vi era stata una sollevazione di Roma contro Ottone III e contro Gerberto che si sapeva essere una creazione del primo. I due si rifugiarono a Ravenna ed Ottone fu ucciso in una delle battaglie per la riconquista della città (1002). Gerberto tornò a Roma in condizione di totale sottomissione ai vari potentati della città e, appunto, si sospetta un suo avvelenamento. Papa Silvestro II (999-1003) fu uno dei pochi Papi degni di essere rappresentanti di istanze superiori.

BIBLIOGRAFIA E NOTE SONO ALLA FINE DELLA PARTE SECONDA DI QUESTO ARTICOLO.

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