Fisicamente

di Roberto Renzetti

II – DALLE CROCIATE ALLA RIFORMA PROTESTANTE (PARTE I)

Roberto Renzetti

Luglio 2010

L’AVANZATA DELL’ISLAM

         Nel precedente articolo avevo terminato con un cenno alle pre-crociate e con l’avvento al soglio di Pietro di Papa Urbano II (1088-1099). Occorre riprendere da qualche anno prima e seguire gli avvenimenti.

        Sul finire del Primo Millennio l’Italia era territorio di conquista per i più differenti eserciti. Risultava frammentata in diversi possedimenti che andavano cambiando abbastanza frequentemente e rapidamente. Alcuni principati, sia al Sud che al Nord d’Italia, si erano fortificati e sembrava dovessero diventare stabili. Vi era poi una forte presenza longobarda a Nord e normanna al Sud. La Chiesa continuava a ricercare il miglior protettore che comunque non doveva discuterne l’autonomia. Il tutto era però diretto da varie potenze straniere, alcune delle quali declinavano ed altre emergevano. Tra queste vi erano le potenze imperiali franca e bizantina, la prima delle quali sostituita o appannata dalla potenza germanica.

        La situazione è ben illustrata dalle seguenti carte geografiche:

 Cammarosano racconta nel modo seguente come si iniziò a porre la questione islamica:

         In questa mobile situazione … si impose il nuovo fatto, destinato a produrre una svolta drastica alla situazione politica d’Italia e ad accentuarne la frammentazione politica: l’espansione islamica.
       Sino dagli inizi del secolo VIII i Saraceni(1) d’ Africa avevano compiuto incursioni in Sicilia e in Sardegna, con assedi di città, razzie di tesori e di persone, estorsione di momentanei tributi: sollevazioni dei Berberi e pestilenze, e certo anche una difesa bizantina ancora efficace, avevano impedito che quei raids si consolidassero in operazioni di conquista. Ma nel secondo quarto del secolo IX gli eserciti islamici iniziarono una pressione militare continua, mirando allo stanziamento e al dominio politico, e concentrando sulla Sicilia il loro sforzo. L’obbiettivo erano come di consueto le città. Palermo fu presa nell’831 e sarebbe diventata la capitale della colonia musulmana di Sicilia, formalmente dipendente dall’ emirato aglabita d’ Africa [situato nell’odierna Tunisia e con capitale l’antica Kairouan (Qayrawan), ndr] ma con la fondamentale tendenza di sovranità che caratterizzava oramai da tanto tempo ognuna delle regioni sulle quali si estendeva l’Islam. Poi gli Agareni(1) (come sono detti nei testi latini) combinarono una logorante e incerta guerra nell’isola con puntate frequenti sul continente, impadronendosi di Taranto nell’836, incendiando Brindisi nell1’838, ponendo loro teste di ponte ad Agropoli e verso la foce del Garigliano, devastando la Campania e la Calabria, saccheggiando le Puglie negli anni 840-870. Bad, assalita una prima volta fra 840 e 841, fu occupata stabilmente nell’847 e sarebbe divenuta base delle gesta di Sawdan, il capo musulmano più celebrato per ardimento, ferocia e scaltrezza nelle narrazioni cristiane del tempo. Nel maggio dell’878 cadeva finalmente Siracusa, la città più importante di Sicilia e quella per la quale più a lungo si era combattuto.
        Nelle cronache del tempo l’avvento islamico, sia in Sicilia che nel continente, fu spesso ricondotto alle sollecitazioni di maggiorenti locali, ambiziosi, ostili alla corte bizantina, o comunque in lotta con altri potenti. Quello dell’invasore chiamato proditoriamente a sostegno dei propri appetiti, e poi divenuto padrone, è uno stereotipo plurisecolare. Ma come ogni stereotipo ha una radice nelle cose, e non c’è dubbio che i non numerosissimi ma valorosi eserciti arabi e berberi fossero considerati possibili alleati da parte di personaggi e di clan del Mezzogiorno bizantino e beneventano nel loro endemico conflitto per il potere politico. Di fronte all’intervento saraceno nel Mezzogiorno le aristocrazie del principato beneventano non organizzarono una comune difesa, e si incrementarono anzi le loro lotte interne.
[…]
        Se la pressione dei Saraceni non impedì, anzi contribuì ad accentuare la divisione politica e i conflitti interni dei territori meridionali, essa suscitò d’altro canto nuovi impulsi di intervento dall’ esterno. Sia in Sicilia che nelle Puglie i guerrieri islamici si trovarono a più riprese di fronte dei contingenti veneziani, protagonisti di effimeri successi quale ad esempio un recupero di Taranto. Ma fu soprattutto l’ambiente franco a ritrovare uno spazio di intervento. Due serie di fatti apersero questo spazio. Anzitutto la chiusura, nell’843, del lungo e sanguinoso conflitto che aveva opposto fra loro i nipoti di Carlo Magno per la successione imperiale e per la spartizione di regni e città dell’impero. Poi una impresa saracena che suscitò particolare sgomento e clamore: il saccheggio della basilica romana di S. Pietro nell’ estate dell’846.

        Senza un’organizzazione militare ed una flotta a disposizione risultava molto difficile contrastare incursioni improvvise e sempre più massicce in imprecisati territori (con una scorribanda, nell’841, fu incendiata Capua). Episodicamente si poteva avere un qualche successo come quando nell’871 il franco Ludovico II riuscì a strappare Bari all’occupazione saracena. Ma Ludovico fu fatto arrestare (morì poi nell’875) per altre vicende dal principe di Benevento Adelchi ed i Saraceni ripresero a fare razzie: gli attacchi da Saraceni stanziati in Puglia riguardarono le coste dalmate; nell’878 Siracusa fu conquistata dai musulmani; nell’880 fu distrutto l’eremo di Montecassino e saccheggiata la cittadina di San Vincenzo al Volturno; … Come già detto si tratta di un quadro intricatissimo di guerre e devastazioni, di alleanze composte, violate e ricomposte, attraverso le quali si inserivano vari conquistatori, non ultimi i Saraceni. Sul finire del IX secolo avevano conquistato quasi tutta la Sicilia (resistevano ancora Taormina, che cadrà nel 902, e Rometta, che cadrà nel 963. Da qui partirono assalti, oltreché a coste italiane, a possedimenti francesi e bizantini. Particolarmente di mira furono prese Creta, Cipro, Sardegna e Corsica dove giovani, donne ed uomini furono catturati per essere immessi nel mercato degli schiavi. Questo stillicidio del terrore fu per qualche tempo fermato da una iniziativa di Papa Giovanni X e del Re d’Italia Berengario insieme ad altri principi del Sud (Capua, Salerno e Benevento) che nel 915 scacciarono i Saraceni dal Garigliano.

        Si andò avanti così per anni finché non si fece strada l’idea di tagliare alla radice questa calamità. Già sotto Gregorio VII vi era stata una pre-crociata (1081) guidata dal normanno Roberto il Guiscardo che, per la prima volta nella storia, ebbe il permesso dal Papa di issare la croce come simbolo di un esercito. Altra pre-crociata fu appunto quella che nacque sotto Papa Vittore III (1087) e fu realizzata da una coalizione di Repubbliche Marinare, con particolare impegno pisano. Le cronache di Montecassino raccontano che questa spedizione fu promossa da Papa Vittore III, il benedettino che proveniva da quel monastero. Cronache arabe e normanne aggiunsero particolari di tipo economico: i pisani ebbero dall’emiro Tamîn una forte somma di denaro perché lasciassero liberi i territori tunisini che avevano occupato ed in particolare la città di Mehdia, roccaforte della flotta saracena, che era stata conquistata e saccheggiata. Con il bottino di guerra fu costruita la cattedrale di Pisa. E erano anche iniziate da parte di Gregorio VII altre gestioni del problema Islam. Poco oltre il 1070 Gregorio scrisse ai principi (Aragona, León e Navarra) che operavano (o erano in procinto  di farlo) alla Reconquista dei territori spagnoli occupati da islamici ricordando loro che il Regno di Spagna era pertinenza di San Pietro in base ad un antico e consolidato diritto (Gregorii VII, Registrum, I, 7). Naturalmente non spiegava l’origine di tale diritto supponendo che esso discendesse ancora dalla falsa Donazione di Costantino e (forse) dalla cessione della penisola iberica ai Visigoti (411), completamente cristianizzatinel 589(2). La questione fu ripresa da Papa Urbano II che sollecitò a più riprese i Re cristiani alla riconquista di terre in mano islamica. A tal fine, nel 1090, convocò un Concilio a Tolosa nel quale venne deliberato di inviare una delegazione a Toledo perché vi fosse restaurato il Cristianesimo. Intanto, nel corso dell’XI secolo i Normanni avevano occupato la Sicilia scacciando i Saraceni. Il secolo XI vide una generale decadenza della spinta propulsiva che gli arabi avevano avuto a partire dai tempi di Maometto (VI secolo). A tale declino si accompagnò però l’avanzata tumultuosa di popolazioni di origine mongola, i Turchi, convertiti all’Islam nel secolo X ed arrivati al Mediterraneo attraverso la conquista di: Persia, Mesopotamia, Siria, Palestina e Gerusalemme (1070), luoghi santi, ed attaccando a più riprese ciò che rimaneva dell’Impero Bizantino (sconfitto duramente nel 1071 nella battaglia di Manzicerta). Già nel 1073 Gregorio VII si fece promotore di una spedizione contro i Turchi che non ebbe seguito per le violente lotte che i cristiani amavano fare tra loro, questa volta per le investiture e per lo scontro in atto tra il Papato ed Enrico IV, il giovane Imperatore del Sacro Romano Impero.

        E’ utile, a questo punto, riprendere un tema trattato nel precedente articolo, il Millenarismo. Abbiamo visto che la venuta di quell’anno era presagio di molte sciagure tra cui la fine del mondo ed il giudizio universale. Ciò riportò molti ad abbracciare la fede con la speranza della salvezza e con la fede riprese l’ascetismo. Quel fine millennio viene così descritto da Gregorovius:

Le lunghe guerre tra la corona e la tiara avevano precipitato l’impero in uno stato di miseria indescrivibile e le passioni partigiane, contaminando tutte le sfere della società, avevano ispirato odi contro natura e causato discordie e colpe senza numero. La defezione di Corrado [il figlio di Enrico IV che, disgustato dal padre, era passato sotto la protezione di Matilde di Canossa e del papa, ndr], traditore del proprio stesso padre, non era che l’orrendo simbolo in cui l’intero genere umano, in quell’epoca, poteva riconoscere se stesso, poiché ovunque il padre insorgeva contro il figlio, il fratello contro il fratello, il principe contro il principe, e contro il vescovo si schierava il vescovo, contro il papa un altro papa. Nella vita degli uomini si operò una scissione così profonda che mai se ne era vista l’uguale nella storia; essa sembrò dilacerare il cristianesimo stesso e fiaccare la forza gloriosa dei suoi misteri. Il mondo era immerso nelle tenebre di una maledizione mortale; dove era più il Redentore, grazia e benedizione dell’uomo? Se Cristo fosse tornato allora sulla terra, con grande stupore avrebbe constatato che la religione dell’amore da lui stesso predicata si era tanto allontanata dalla freschezza delle origini da essere ormai irriconoscibile, e con meraviglia Pietro avrebbe trovato i suoi successori nell’incarico apostolico tutti indaffarati a erigere un trono cesareo sulle rovine di Roma, sopra il suo stesso sepolcro, e avrebbe sentito il pontefice definirsi Pontifex Maximus, al pari di un antico romano.

        Passato l’anno 1000 e constatato che tutto seguiva allo stesso modo vi fu una sorta di spirito di ripresa che coinvolse tutti tanto da portare l’intera Europa ad una situazione economica favorevole in connessione con la prima rottura della società feudale e l’espansione a molti piccoli contadini della proprietà terriera. In concomitanza con questa crescita economica europea iniziò una crisi della potenza orientale: sia l’Impero Bizantino che quello arabo si sfaldavano e cadevano sotto i colpi dei Turchi. E’ questa situazione di accresciuta potenza occidentale a fronte di perdita di potenza orientale che sarà alla base degli avvenimenti che prenderanno le mosse all’inizio del nuovo Millennio.

        A partire dalla fine del Millennio i cristiani di Occidente avevano iniziato a praticare pellegrinaggi in Terra Santa. Fino ad allora il pellegrinaggio, nonostante non fosse impedito dagli arabi, era una pratica non molto frequente. Ma intorno al 950 e 1100 ci fu un importante rinascimento religioso, sull’onda del misticismo indotto dai monasteri di Cluny e della Borgogna che fomentarono ed organizzarono molti pellegrinaggi(3). L’ultimo famoso pellegrinaggio fu quello del 1033 in corrispondenza del millenario della morte di Gesù. Dopo questa data fu sempre più difficile raggiungere la Palestina per l’avanzata dei Turchi sia in terre bizantine che arabe. Da questo momento si moltiplicarono racconti di aggressioni e rapine sui pellegrini ed i Turchi, che avevano finalmente occupato (1076) le terre arabe di Siria e Palestina, imposero tasse elevatissime per entrare nei luoghi santi che restavano per loro una fonte d’ingresso di denaro importantissima. Episodi di intolleranza vi erano stati anche con gli arabi ma erano sempre stati marginali. Si pensi ad esempio che mentre i pagani furono costretti a convertirsi, ciò non accadde né per ebrei né per cristiani. Con i Turchi le cose peggiorarono a causa del fatto che i pellegrini erano ritenuti essere Bizantini, loro nemici acerrimi. In realtà nessuno avrebbe potuto distinguere tra quelle masse di persone quali fossero Bizantini e quali di altra etnia europea. Neanche i cristiani sapevano distinguere e quando scendevano sempre più numerosi in quelle terre si dilettavano negli eccidi di Turchi ma anche di Bizantini in quanto cristiani non ossequienti al Vescovo di Roma ma al Patriarca di Costantinopoli ma anche perché il loro sentire religioso era più vicino agli arabi che non alla Chiesa di Roma. In ogni caso i fatti di violenza sono certamente veri (e non dissimili da quanto accadeva a qualunque viaggiatore cristiano in qualunque Paese cristiano) ma sulla effettiva ampiezza e risonanza di essi molti storici sollevano fondati dubbi. Anche all’epoca la propaganda tendeva ad esaltare determinate notizie e a nasconderne delle altre e tra le notizie da esaltare vi era la ferocia dei Turchi. Comunque, in quello stesso 1055, i Bizantini si rivolsero a Venezia per chiedere aiuto contro le minacce turche al loro regno e piano piano si fece strada l’idea che anche l’Occidente cristiano nel suo insieme dovesse temere una invasione.

        Un evento straordinario era intanto accaduto tra la Chiesa di Roma con Papa Leone IX e quella di Costantinopoli guidata dal Patriarca Michele I Cerulario: nel 1054 le due Chiese erano arrivate ad una definitiva rottura consumando il Grande Scisma che era andato maturando in vari secoli su due questioni fondamentali, il Primato non riconosciuto della Chiesa di Roma e l’inserimento in Occidente della parola filioque nel Credo niceno(4).

       Nel 1081 salì al trono d’Oriente, ormai in balia dei Turchi Selgiuchidi (dinastia turca che trae il suo nome da Seljük morto intorno all’anno 1000), Alessio I Comneno che aveva nei suoi progetti la riconquista dell’Asia Minore cosa che sarebbe stata impossibile senza l’aiuto dei regni d’Occidente. Al fine di ottenere il desiderato aiuto al piano di riconquista, Alessio I inviò degli ambasciatori in Occidente che giunsero a Piacenza nel marzo del 1095, mentre era in corso un Concilio diretto da Papa Urbano II (1088-1099). In tale consesso gli ambasciatori fecero presente la difficilissima situazione dell’Impero d’Oriente minacciato sempre più dai Turchi che già avevano conquistato grosse fette dei suoi territori. In questa occasione Urbano lanciò solo un messaggio ai cristiani italiani, franchi e normanni che li esortava ad intervenire in aiuto dei confratelli d’Oriente. Ma, come già visto nel precedente articolo, vi erano già state esortazioni del genere che sembravano sempre dettate da fatti contingenti e non da una politica precisa ed anche stavolta il tutto sembrò cadere nel nulla.

Le due figure mostrano: quella in alto l’estensione dell’Impero bizantino nel 1050; quella in basso la sua estensione nel 1095, quando gli ambasciatori di Bisanzio si recano a Piacenza.

DEUS LO VOLT ! DIO LO VUOLE !

        Abbiamo visto nel precedente articolo che alla morte di Papa Vittore III (1806-1087) fu eletto Papa Urbano II. Le cose non furono però semplici perché Roma era saldamente in mano all’antipapa Clemente III. Dovettero passare vari mesi prima che si riuscisse ad eleggere il nuovo Papa. Poiché Roma era impraticabile si convocò l’elettorato a Terracina, secondo il Decreto di Papa Niccolò II del 1059, dove nel marzo del 1088 fu eletto un monaco del Monastero di Cluny, il vescovo riformista di Ostia Eudes de Lagery (che Gregorio VII aveva fatto cardinale) che assunse il nome di Urbano II.

        Urbano, scomunicato nel 1089 da Clemente III, passò i primi anni del pontificato a cercare di farsi riconoscere come Papa e a crearsi le alleanze necessarie. Il problema principale era l’Imperatore Enrico IV che era stato scomunicato nel 1076 da Papa Gregorio VII e che era Imperatore grazie all’incoronazione non di un Papa ma di un antipapa. Enrico andava rafforzando il suo regno avendo sconfitto la resistenza armata di molti principi ed avendo riconquistato alla sua causa la maggioranza dei vescovi tedeschi e della Longobardia. In questa posizione Enrico intraprese un viaggio in Italia con l’intenzione di stroncare l’unica resistenza che gli era rimasta, Matilde di Canossa che, vedova di Goffredo il Gobbo, si era risposata con Guelfo V figlio del duca di Baviera su consiglio del Papa. Ma Guelfo lasciò Matilde quando seppe che tutti i suoi beni erano stati lasciati alla Chiesa di modo che, in definitiva, crebbero i nemici del Papa. Quest’ultimo si rivolse ai Normanni che però non riuscirono a garantire nulla. Enrico IV discese in Italia e subito si scontrò con l’esercito di Matilde. Vinse alcune battaglie ma poi fu sconfitto tanto che anche il figlio di Enrico IV, Corrado, prese fiducia in Matilde e le chiese asilo insieme alla seconda moglie dell’Imperatore (Corrado, su consiglio del Papa, andrà sposo con la principessa normanna Matilde e permetterà la ripresa dei legami del Papato con i Normanni). Questa vittoria di Matilde animò molte città del Nord che si costituirono in una Lega, guidata dalla stessa Matilde, contro l’invasore tedesco. La potenza di Enrico iniziò a venir meno ed egli fu costretto ad asserragliarsi a Verona, proprio quando a Roma l’antipapa Clemente era stato cacciato  e Urbano era riuscito nel 1094 ad insediarsi (seguirono comunque due anni di scontri in città con Clemente chiuso a Castel Sant’Angelo). Da notare che per questa vittoria romana non erano intervenuti i normanni ma un esercito messo insieme con i soldi raccolti soprattutto in Francia dall’abate Goffredo di Vendôme e guidato dal conte Ugo di Vermandois.

        Nonostante queste vittorie, la Chiesa non aveva intorno nessuno su cui appoggiarsi se si esclude la sola Matilde. Si trovava in uno stato di completa incertezza, senza alleati fidabili, senza riferimenti ed anche con poche disponibilità economiche. La Chiesa era inoltre impegnata nella lotta delle investiture, iniziata nel 1059 da Papa Niccolò II, che riguardava i vescovi che la Chiesa non voleva più fossero nominati dall’Imperatore. Ed è in questo clima che Urbano convocò il Concilio di Piacenza (nel mezzo della Longobardia scismatica) del marzo 1095 nel quale, dopo aver ribadito la condanna dei simoniaci, dei coniugati e dei concubini, esortò i regnanti cristiani ad aiutare i confratelli d’Oriente. Al Concilio, cui parteciparono 200 vescovi di: Italia, Francia, Borgogna Germania  e Baviera ed oltre 5000 ecclesiastici ed innumerevoli laici di varia provenienza, presenziarono i citati ambasciatori di Alessio, Prassede, la seconda moglie di Enrico IV del Sacro Romano Impero, ed una delegazione inviata da Filippo I Re di Francia. Il Concilio, data la eccezionale presenza di partecipanti si dovette tenere in un campo al di fuori delle mura della città. Questa importante partecipazione deve aver spinto Urbano ad altri Concili che interessassero ai problemi in discussione altre realtà politiche. Da Piacenza egli si diresse verso la sua terra, la Francia, per tenervi altri Concili (Macon, Cluny, Sauvigny) tra cui quello famoso del novembre 1095 a Clermont (13 arcivescovi e 205 vescovi, migliaia di chierici e laici accorsi per ascoltare il Papa).

Concilio di Clermont

        Terminato il Concilio, il Papa si rivolse a una folla di laici e chierici riuniti per ascoltare il suo messaggio. Raccontò le conclusioni più immediatamente teologiche del Concilio e quindi passò al tema dei Luoghi Santi. Il discorso appassionato del Papa, diretto all’intera cristianità, prima si soffermò sulla orrenda situazione vissuta dai cristiani a Gerusalemme: “Abbattono gli altari dopo averli sconciamente profanati, circoncidono i cristiani e il sangue della circoncisione o spargono sopra gli altari o gettano nelle vasche battesimali; e a quelli che vogliono condannare a una morte vergognosa perforano l’ombelico, strappano i genitali, li legano a un palo e, percuotendoli con sferze, li conducono in giro, sinché, con le viscere strappate, cadono a terra prostrati. Altri fanno bersaglio alle frecce dopo averli legati ad un palo; altri, fattogli piegare il collo, assalgono con le spade e provano a troncare loro la testa con un sol colpo. Che dire della nefanda violenza recata alle donne, della quale peggio è parlare che tacere?“. Quindi partì dall’elemento che gli stava più a cuore: i cristiani si facevano continue e crudeli lotte tra loro, non era più opportuno combattere gli infedeli ? I briganti si facciano soldati, chi ha lottato contro i fratelli lotti contro i barbari, chi è stato mercenario avrà una più grande mercede guadagnando per sé la salvezza eterna. Tutti i balordi erano riconquistati alla fede se in lotta contro il nemico: “Insorgete, puntate le vostre armi grondanti di sangue fraterno contro i nemici della fede cristiana. Voi, oppressori di orfani e vedove, voi, assassini e profanatori di chiese, voi ladri degli altrui beni, voi, che siete pagati per versare sangue cristiano, che come avvoltoi siete attirati dal fetore dei campi di battaglia: affrettatevi se amate l’anima vostra, a muovere al comando di Cristo in difesa di Gerusalemme. Voi tutti che commetteste tali delitti da essere esclusi dal regno dei cieli, riscattatevi a questo prezzo, poiché questo è il volere di Dio …“. E da ultimo l’esortazione a partire, ad armarsi per combattere gli infedeli profanatori dei luoghi santi: “Non vi trattenga il pensiero di alcuna proprietà, nessuna cura delle cose domestiche, ché questa terra che voi abitate, serrata d’ogni parte dal mare o da gioghi montani, è fatta angusta dalla vostra moltitudine, né è esuberante di ricchezza e appena somministra di che vivere a chi la coltiva. Perciò vi offendete e vi osteggiate a vicenda, vi fate guerra e tanto spesso vi uccidete tra voi. Cessino dunque i vostri odi intestini, tacciano le contese, si plachino le guerre e si acquieti ogni dissenso ed ogni inimicizia. Prendete la via del santo Sepolcro, strappate quella terra a quella gente scellerata e sottomettetela a voi: essa da Dio fu data in possessione ai figli di Israele; come dice la Scrittura, in essa scorrono latte e miele. Gerusalemme è l’ombelico del mondo, terra ferace sopra tutte quasi un altro paradiso di delizie; il Redentore del genere umano la rese illustre con la sua venuta, la onorò con la sua dimora, la consacrò con la sua passione, la redense con la sua morte, la fece insigne con la sua sepoltura. E proprio questa regale città posta al centro del mondo, è ora tenuta in soggezione dai propri nemici e dagli infedeli, è fatta serva del rito pagano. Essa alza il suo lamento e anela ad essere liberata e non cessa d’implorare che voi andiate in suo soccorso“. E “quando andrete all’assalto dei bellicosi nemici, sia questo l’unanime grido di tutti i soldati di Dio: «Dio lo vuole! Dio lo vuole!»“.

        Una prima osservazione deve essere fatta. L’enfasi sui luoghi santi e Gerusalemme risultava nuova. Quelle terre non erano mai interessate al Papato fino ad allora. Lì, dove era il sepolcro di Cristo, nessuno pensò mai di farne la sede della cristianità. Una seconda osservazione è più importante e riguarda il cosa possa essere accaduto tra marzo e novembre del 1095 perché Urbano passasse da una semplice esortazione ad un appello così forte e deciso. A questo proposito leggiamo cosa scrive Gatto che ci introduce molto bene ai motivi reali della crociata:

Cosa accadde fra la primavera e l’autunno del 1095 che portò Urbano a passare da un cauto e diplomatico appoggio alla causa della cristianità orientale alla proclamazione della prima crociata? I motivi del mutamento possono essere molteplici, ma non vanno sottovalutati fra essi taluni incontri destinati probabilmente a determinare la volontà papale in modo irreversibile. Anzitutto, il vescovo di Roma visitò l’Abbazia di Le Puy dove vide e parlò lungamente con Ademaro di Monteil, il quale, verso il 1087, aveva compiuto un pellegrinaggio a Gerusalemme, donde era rientrato narrando particolari “apocalittici” sulle condizioni dei cristiani oppressi dai Selgiuchidi. Fra l’altro, Ademaro era imparentato con i conti di Tolosa e fu forse proprio in quella occasione che furono decise la spedizione e la relativa direzione, entrambe affidate per l’appunto al conte tolosano Raimondo. V’è in proposito chi ritiene addirittura che dal centro monastico suddetto il pontefice si sia recato a Saint-Gilles per incontrarvi Raimondo, il quale, poi, mandò i suoi ambasciatori a Clermont per portarvi ufficialmente l’assenso del loro signore al passagium. Una terza tappa del percorso urbaniano si svolse in Borgogna, più precisamente a Cluny, ove il papa prese contatto con il duca Ottone I, già in precedenza ben disposto a partecipare alla campagna militare contro i Mori d’Africa. In quei paraggi soggiornava anche Filippo I di Francia e non si può escludere che Urbano non cercasse ivi anche un suo primo, sia pur generico consenso alla guerra d’oltremare.
Certo, dal marzo al novembre del 1095, gli intendimenti urbaniani apparvero fortemente mutati. È interessante pertanto studiare in qual modo tale evoluzione sia stata percepita, quanto sia stata posta in rapporto alla reale situazione della Palestina e dei cristiani che vi si recavano o vi vivevano e quanto sia scaturita da considerazioni dettate da motivi politici contingenti. Disse, ad esempio, Fulcherio di Chartres che papa Urbano nutrì il proposito di suscitare nuova vitalità nel cristianesimo proprio sostenendo la crociata. Se Urbano dunque ebbe per scopo principale la preoccupazione di cancellare il “basso profilo” in cui era scaduta la religione tra ecclesiastici e popolo e cercò di scongiurare il pericolo che i principi cristiani continuassero a passare il tempo combattendosi sterilmente 1’un l’altro, allora si deve concludere che il suo obiettivo ebbe scopo squisitamente politico e scarsamente missionario. Egli, insomma, non avrebbe mirato all’ampliamento dei confini della cristianità o alla loro difesa dagli invasori, ma avrebbe plasmato il cristianesimo come una fede praticata nell’ ambito geografico ed umano di competenza.
Parecchi anni dopo quegli eventi, Guglielmo di Malmesbury, invece, nel De regum gestis pose in risalto il rischio concreto corso in quei frangenti dalla cristianità: rischio costituito dalla perdita a favore dei musulmani dell’ Asia e dell’ Africa. Legato alla fede rimaneva, infatti, solo l’Occidente cristiano e non mancarono difficoltà quando, come comprovò 1’occupazione della Spagna, delle Baleari e della Sicilia, i seguaci dell’Islam entrarono nel nostro continente. Il bisogno di respingere un possibile assalto alla fede dei padri, dunque, rimase un elemento non aleatorio e costante nell’azione del papa e fu comunemente rilevato da tutte le fonti narrative. Tuttavia tale esigenza non fu sempre contrapposta al tentativo di adeguare la passione per la guerra ad una finalità che non fosse quella delle lotte interne tra cristiani. Le precedenti battaglie contro i Saraceni e la situazione della Spagna soggiogata dai Mori prepararono altresì gli animi delle popolazioni alla riscossa armata.
E in realtà ciò stette a dimostrare come nella cultura occidentale fosse ora latente ora presente un fondo di “fobia” contro gli stranieri volto a tradursi in scelte violente.
Un aspetto di tale stato d’animo posto alla base della mentalità occidentale può individuarsi pure nel principio in base a cui l’obiettivo crociato fu individuato nella liberazione della Terra Santa nonché nell’ostilità che i Latini provarono quando vennero a contatto con i loro correligionari copti, siriani e greci, considerati quasi alla stregua dei Turchi. Non è dato conoscere però neppure se e fino a qual punto i cristiani di rito latino fossero a conoscenza della diversità dei riti ortodossi.
Di fatto, l’incontro con il mondo bizantino e medio orientale provocò in prevalenza ostilità e risentimento da ambo le parti e, allorché nel Levante furono organizzati gli Stati latini, gli Arabi di fede cristiana vennero considerati senza alcun riguardo dall’autorità ecclesiastica latina e ciò attesta che l’impulso a scontrarsi era forte e chiaro.
In Europa, poi, l’odio contro lo straniero si diffuse con un contagio presto ingigantitosi, dapprima alimentato dalla paura di un imminente attacco islamico, dopo, da un indiscriminato risentimento contro le popolazioni levantine e soprattutto contro i musulmani. Quando, in prosieguo di tempo, nella parte dell’Est del nostro continente comparvero le bande indisciplinate radunatesi al seguito di Gualtieri Senza Averi e di Pietro l’Eremita (i capi della crociata dei pezzenti che, privi di ogni esperienza militare, portarono al massacro dei Turchi oltre 12000 persone), prese forma un conflitto pericoloso contro le popolazioni locali e, segnatamente, contro le comunità ebraiche. Quasi la stessa cosa si verificò, poi, allorché vennero organizzati eserciti regolari mossisi sulla base di una più severa disciplina.
L’autore dei Gesta Francorum, al seguito di Boemondo di Taranto, offrì una interessante descrizione della gente di Tracia: i Traci – si racconta – erano spaventati al solo vedere i cristiani; essi non pensavano affatto di trovarsi di fronte a dei pellegrini, ma a vere e proprie orde indemoniate che intendevano saccheggiare il paese e uccidere tutti. La gente del luogo, inoltre, non voleva vendere loro vettovaglie, nessun articolo di vestiario o altro; così per forza di cose, i Franchi, per sopravvivere, dovettero darsi alla rapina.
A Monastir i peregrini si scagliarono contro un castello pieno di eretici che massacrarono, dando l’edificio alle fiamme con quanti vi si erano rinchiusi. Un’altra volta furono i Bizantini ad attaccare i pellegrini; allora Boemondo, assoggettati i Greci, si rivolse ai prigionieri catturati chiedendo loro: «perché uccidete il popolo di Cristo e i miei uomini?». L’episodio è interessante, in quanto vi si coglie l’incapacità, peraltro abbastanza comprensibile, dei Franchi di integrarsi con popolazioni diverse da loro. Tale incapacità si verificò a differenti livelli. Così, mentre i crociati franchi passavano per le regioni balcaniche, si moltiplicarono al loro transito saccheggi, stupri, assassini e battaglie senza quartiere.
Eccezionale fu, poi, l’intolleranza franca sul piano delle proprie prerogative e delle proprie abitudini. La prova più lampante al riguardo venne data dal1a pretesa occidentale di voler latinizzare le chiese ovunque ciò fosse possibile e, quindi, com’era naturale accadesse, dall’intento di latinizzare la stessa Grecia. Mai riuscirono, quindi, i “Latini” ad avere la comprensione degli Arabi cristiani di Siria e Palestina, quando essi divennero loro sudditi, mai quella dei Bizantini ortodossi e tanto meno quella degli islamiti.
D’altra parte Latini e Greci, Arabi e Siriani erano tutti e sempre convinti di essere i più civili e i più cristiani e ritenevano gli altri inferiori a loro. Non per nulla Guiberto di Nogent nei Gesta Dei per Francos considerò le crociate fra le guerre combattute contro i barbari. La stessa convinzione di superiorità emerse, poi, dai propositi di papa Urbano II, allorché individuò nei Franchi la guida naturale dei cristiani, mentre Turci et Arabes furono ritenuti dei pericolosi “primitivi” minacciosamente addensatisi ai confini dell’Impero romano d’Oriente. Anche l’uso dei termini in proposito adoperati è utile a farci comprendere l’idea del pontefice che chiamò gli infedeli a volte pagani, a volte gentiles, senza tener conto che la loro religione e provenienza li poneva in un ambito diverso.
Il modo di fare abituale mostrato dai crociati e quello degli organizzatori e dei dirigenti del movimento per la liberazione della Palestina fu, dunque, ispirato all’arroganza fondata sulla convinzione di trovarsi dalla parte della ragione, secondo una teoria in precedenza elaborata sul1a scorta di complesse e capziose argomentazioni articolate sui princìpi della guerra difensiva.
La liberazione della Terra Santa divenne l’idea-forza nonché la giustificazione della crociata. La Terra Santa – si disse – era cristiana per eccellenza e doveva essere, quindi, tolta ai barbari che l’occupavano contro ogni diritto. Se i Franchi, dunque, erano alla guida dei cristiani, loro preciso dovere diveniva quello di riconquistare Gerusalemme.
In altri termini la Terra Santa fu allora definita terra di Dio in quanto aveva visto nascere, operare e morire Cristo; fu denominata terra sua e come tale doveva essere restituita al cristianesimo. Proprio tale concetto di restituzione applicato alla riconquista stabile di quel territorio venne conferito nel suo senso più pieno alla Palestina.
L’idea di crociata, propugnata da Urbano a Clermont, rispecchiò, dunque, un mondo orientale sconvolto dalle guerre e un Occidente voglioso di combattere: da un lato vi fu il guerreggiare violento ed entusiasta dei cristiani, incapaci di osservare la tregua di Dio, e dall’altro quello dei Turchi che all’inizio arretrarono dinanzi all’inatteso impeto occidentale e, poi, una volta ripresisi, con i loro attacchi incessanti, osarono spingersi fino alle rive del Mediterraneo e oltre.

        Eravamo rimasti a ciò che il Papa aveva detto a Clermont. Cronisti dell’epoca raccontano che, appena ebbe finito di parlare, centinaia di cavalieri guidati dal vescovo di Puy si inginocchiarono ai suoi piedi chiedendogli la benedizione al fine di mettersi immediatamente in cammino verso la Terra Santa. Il Papa chiese loro di cucire sopra i loro panni una croce di tela per mostrare la condizione di crociati. Dopo aver recitato insieme il Credo niceno fu fissato un appuntamento per la partenza al 15 agosto dell’anno seguente, dopo aver raccolto i frutti del campo. Sarebbe iniziata nel 1096 la Prima Crociata, uno dei più orrendi massacri della storia dell’umanità che seminerà per oltre duecento anni morte e distruzione non solo nel campo avverso ma anche tra cristiani che differivano per qualche dogma o per qualche funzione liturgica. Dio lo voleva ?

        La chiamata della Chiesa fu quindi accolta con entusiasmo e la cosa era abbastanza strana in una Europa che non era ancora nella fase di ripresa che sarebbe presto venuta. I disastri annunciati per il passaggio del millennio e quelli reali erano alla base di questa conversione fondamentalista. Sembrava si fosse scampato il pericolo della fine del mondo ma la carestia che portava fame dappertutto, i proprietari terrieri feudali che premevano con lo sfruttamento sui contadini, le grandi migrazioni dal Nord al Sud d’Europa con tutti gli scompensi connessi, non potevano essere segnali che annunciavano peggiori calamità se non si fosse fermata l’avanzata del Diavolo liberando i Luoghi Santi ? Su questo predicavano e premevano i monaci di Cluny che magnificavano quelle calamità come segnali di Dio che avrebbero permesso la salvezza dell’umanità. A questo richiamo accorsero da ogni parte migliaia di persone, in maggioranza pezzenti e morti di fame dell’intera Europa con la speranza di riempirsi lo stomaco e tornare con qualche bottino piuttosto che salvarsi l’anima.

        Non è mio scopo raccontare le vicende delle crociate ma solo ricercarne la visione d’indirizzo politico utilizzata dalla Chiesa per risolvere i suoi problemi ed acquistare il primato in Occidente. Seguirò quindi più che le imprese degli eserciti combattenti quelle dei Papi che stavano dietro queste mattanze e che per la prima volta avevano fatto un uso indegno della croce sovrapponendola ad un esercito combattente la Militia Christi. Urbano morì nel 1099 senza che avesse potuto sapere del successo della sua Prima Crociata. E morì avendo perso di nuovo Roma dove Clemente era tornato a spadroneggiare continuando fino alla sua morte nel 1100 (i suoi fedeli raccontano di miracoli scismatici avvenuti vicino la sua tomba). Nella pratica la politica crociata di Urbano aveva deluso i romani che avevano visto una perdita importante delle entrate della città, entrate che i pellegrini incanalati in altre direzioni erano indotti a dare ad altri. Ma la Chiesa nel suo complesso aveva rispedito in Siria l’eresia che la coinvolgeva e poteva, almeno su questo piano, vivere più tranquillamente la riforma di Gregorio VII.

RICOMINCIAMO COME PRIMA

        Scrive Gregorovius:

La storia temporale dei Papi da Gregorio VII in poi è una specie di rappresentazione caotica e al tempo stesso altamente tragica in cui si avvicendano continuamente gli scoppi di ribellione popolare, le fughe e gli esili dei papi, i loro ritorni trionfanti, le loro tragiche nuove cadute e, ancora una volta, le loro immancabili ascese.

        Si ricominciò dal successore di Urbano, un altro vescovo di Cluny, Ranieri di Bleda che assunse il nome di Pasquale II. Aiutato dal denaro con cui si pagò una truppa riuscì ad entrare in Roma, ma poi fu cacciato dai nobili romani che lo erano perché più bravi ad organizzare rapine appostandosi in vicoli bui o su strade percorsi da ricchi da derubare ed ammazzare. Questi nobili originavano sempre da Tuscolo o dintorni, cambiavano nome (ad esempio i Colonna, i Corsi, i Pierleoni, i Frangipane, …) ma i metodi erano gli stessi. Si susseguirono così vari antipapi che resistevano finché vi erano i denari per i mercenari ed analogamente il Papa poteva accedere o muoversi per la città solo se aveva, in quel momento, adeguate protezioni. Da notare negli anni di Papato di Pasquale due fatti di rilievo: nel 1101 era morto Corrado il figlio di Enrico IV che aveva abbandonato il padre per schierarsi con il Papa; nel 1106 era morto lo stesso Enrico IV. Il figlio ventiduenne di quest’ultimo, Enrico V, lanciò un ultimatum al Papa per la sua incoronazione a Roma e per pretendere di nuovo il diritto all’investitura dei vescovi. Al rifiuto di Pasquale, Enrico fece eleggere l’antipapa Silvestro IV (1105-1111), antipapa che seguiva gli altri due: Teodorico (1100-1102) e Alberto (1101). A questo punto Enrico scese in Italia (1110) con un possente esercito contro il quale nulla avrebbero potuto i normanni chiamati in aiuto dal Papa e la ormai vecchia e neutrale Matilde. Con Enrico fuori dalla città di Roma si arrivò ad un Concordato costituito da due trattati: nel primo l’Imperatore rinunciava alle investiture e nel secondo il clero rinunciava ai beni della corona in forza di un decreto papale. Come osserva Gregorovius quel Concordato sembrava fatto tra due banditi. In esso figuravano norme che possono apparire straordinarie come quella che imponeva all’Imperatore di non arrestare il Papa. Dopo la firma di questo Concordato Enrico doveva essere incoronato Imperatore a Roma. Fu però il clero che rifiutò il secondo trattato del Concordato e, nella Chiesa dove doveva avvenire l’incoronazione, Pasquale e vari cardinali furono arrestati. Alla fine di una lunga prigionia e di violenti scontri, con centinaia di morti, Pasquale cedette e firmò una bolla in cui dichiarava decaduti tutti i decreti di Gregorio VII, restituendo di fatto le investiture all’Impero. Dopo di ciò fu liberato il Papa che incoronò frettolosamente Enrico nel 1111, fuori dalle mura. Solo l’anno seguente, 1112, il Concilio Lateranense dichiarò la nullità della concessione delle investiture all’Imperatore e chiese al Papa di scomunicare Enrico V. Questi riuscì a resistere per un poco ma poi, nel 1116, dovette scomunicare Enrico V e poi scappare a Montecassino quando il sovrano rimise piede in Italia. Insomma niente di nuovo, si proseguiva stancamente così da centinaia d’anni, per maggior gloria di Gesù.

        A questo punto l’elenco di Papi ed antipapi segue come indicato di seguito (gli antipapi sono quelli riportati tra parentesi quadra) e con le solite guerre tra famiglie, corruzioni, simonie, nepotismi e quanto altro si voglia aggiungere:

161. — Gelasio II, di Gaeta, Giovanni Caetani, 24.I, 10.III.1118 — 28.I.1119.
[Gregorio VIII, Francese, Maurizio Burdino, 10.III.1118—22.IV.1121. †… ?].
162. — Callisto II, Guido di Borgogna, 2, 9.II.1119 — 13 o 14.XII.1124.
163. — Onorio II, di Fiagnano (Imola), Lamberto Scannabecchi, 15, 21.XII.1124 — 13 o 14.II.1130.
[Celestino II, Romano, Tebaldo Buccapecus, … XII.1124].
164. — Innocenzo II, Romano, Gregorio Papareschi, 14, 23.II.1130 — 24.IX.1143. 
[Anacleto II, Romano, Pietro Pierleoni, 14, 23.II.1130 — 25.I.1138].
[Vittore IV, di Ceccano, Gregorio, … III.1138 — 29.V.1138. †— ?]
165. — Celestino II, di Città di Castello, Guido, 26.IX, 3.X.1143 — 8.III.1144.
166. — Lucio II, Bolognese, Gerardo, 12.III.1144 — 15.II.1145.
167. — B. Eugenio III, di Pisa, Bernardo, 15, 18.II.1145 — 8.VII.1153
168. — Anastasio IV, Romano, Corrado, 12.VII.1153—3.XII.1154.
169. — Adriano IV, di Abbot’s Langley Hertfordshire, Nicola Breakspear, 4, 5.XII.1154 — 1.IX. 1159.
170. — Alessandro III, di Siena, Rolando Bandinelli 7, 20.IX.1159 — 30.VIII.1181.
[Vittore IV, Ottaviano dei signori di Monticela (Tivoli), 7.IX, 4.X.1159 — 20.IV.1164].
[Pasquale III, Guido di Crema, 22, 26.IV.1164 — 20.IX. 1168].
[Callisto III, Giovanni abate di Strumi (Arezzo), … IX.1168 — 29.VIII.1178]
[Innocenzo III, di Sezze, Landò, 29.IX.1179 — … 1.1180].
171. — Lucio III, Lucchese, Ubaldo Allucingoli, 1. 6.IX.1181 — 25.XI.1185.

Da sottolineare che con Papa Callisto II (1119-1124) si addivenne ad un Concordato con Enrico V secondo il quale l’investitura dei vescovi ritornò al Papa ed all’Imperatore restò l’investitura feudale (Concordato di Worms del 1122. Subito dopo, nel Nono Concilio Laterano del 1123, vennero ripristinati tutti i decreti di Gregorio VII e riconfermati tutti i privilegi dei crociati. Il Papa che seguì, Onorio II (1124-1130), fu eletto nel solito modo, così descritto da Rendina:

Già nell’ultimo periodo del pontificato di Callisto II, le due famiglie romane dei Frangipane e dei Pierleoni, che si contendevano la carica civile della prefettura, erano riuscite a infiltrare in seno allo stesso collegio dei cardinali i difensori delle rispettive fazioni, rimettendo quindi in gioco la loro autorità nell’elezione di un pontefice. Il decreto elettorale del 1059 denunciava tutta la sua insufficienza e non era valso ad eliminare l’influenza dell’elemento laico.
Alla morte di Callisto Il, la fazione dei Pierleoni riesce a far eleggere il proprio candidato, il cardinale prete Tebaldo Boccadipecora, che assume il nome di Celestino II; ma questi aveva appena accettato la nomina, quando un gruppo della fazione dei Frangipane, guidato dal cardinale Aimerico, entra nel Lateraano e destituisce con la forza il nuovo papa. Questi non ci pensa due volte: si dimette spontaneamente anche perché nello scontro che ne era seguito aveva riportato alcune ferite, in seguito alle quali morirà pochi giorni dopo. I cardinali prendono atto delle sue dimissioni e riconoscono papa il candidato dei Frangipane, Lamberto, vescovo di Ostia, il 15 dicembre del 1124.
Lamberto, nativo di un piccolo borgo nei pressi di Imola, Fiagnano, cardinale dal tempo di Pasquale II, compagno d’esilio di Gelasio II, era stato l’esecutore del concordato di Worms, consigliere quindi tra i più abili nella diplomazia pontificia sotto Callisto Il. Egli fu consacrato il 21 dicembre del 1124 con il nome di Onorio II [l’anno successivo moriva Enrico V ed a lui succedeva Lotario II Supplinburger Duca di Sassonia, ndr].

Morto Onorio II, cosa accadde ? Leggiamolo ancora da Rendina:

Alla morte di Onorio Il si rinnova la scontro tra i Pierleoni e i Frangipane; la notte tra il 13 e il 14 febbraio del 1130 è notte di tregenda. Moriva un papa e precipitosamente i sedici cardinali appartenenti alla fazione dei Frangipane guidati dal cardinale Aimerico, eleggevano papa il cardinale Gregorio Papareschi, in una sorta di «conclave» nel chiuso della rocca dei Frangipane, che assumeva il nome di Innocenzo II.
Gli altri quattordici cardinali, trovatisi di fronte al fatto compiuto, si rifiutano di riconoscere la validità di quella elezione e, poche ore dopo, riunitisi nella chiesa di San Marco procedono all’elezione del cardinale Pietro Pierleoni, che assume il nome di Anacleto II. La sua elezione è accreditata dall’assenso dato di lì a breve tempo, da alcuni cardinali del gruppo che già aveva eletto Innocenzo II, e in questa modo Anacleto finisce per avere la maggioranza del collegio dei cardinali, con il consenso dei rappresentanti del popolo e di tutta la nobiltà dai Tebaldi agli Stefani.
Tuttavia nessuno dei due papi si mostrava incline a rinunciare alla nomina e ambedue ricevono la consacrazione la stesso giorno, il 23 febbraio. Innocenzo in Laterano, rifugiandosi poi in gran fretta nella fortezza dei Frangipane sul Palatino, e Anacleto in San Pietro con tutti gli onori e l’appoggio del popolo lo riconosceva carne sua papa. Roma insomma dava credito, a quanta pare, solo ad Anacleto II e questo grazie al potere di cui i Pierleoni godevano nell’ amministrazione della città; il loro pontefice poteva considerarsi tranquillo, sedere su tutte le cattedre papali delle basiliche cittadine e mettere le mani sul tesoro della Chiesa, mentre Innocenzo II doveva infine darsi alla fuga.
In questo scisma apertosi dunque inesorabilmente in seno alla Chiesa di Roma, si evidenziano i difetti di una procedura elettorale, in cui finivano per subentrare interessi non ecclesiastici, perché il collegio dei cardinali era pilotato all’esterno da elementi laici. Peraltro restava da vedere a quale dei due contendenti il mando cristiano avrebbe dato il suo assenso; non era più Roma in fondo a dover decidere, ma gli Stati d’Europa e, purtroppo, non sulla base di motivi strettamente religiosi, ma apertamente politici. In particolare non erano ideali propriamente cristiani a guidare il conflitto dei due contendenti così che, come osserva l’Ullmann, «i discorsi pubblici per conta di ciascun papa si concentrarono su una scambio di ingiurie e di attacchi ripugnanti, e in questi la fazione innocenziana fu particolarmente virulenta, prendendo a bersaglio della sua polemica, con spirito poco cristiano, l’origine ebraica di Anacleto II».

        Tra i contendenti si inserì il teologo francese San Bernardo di Chiaravalle schierandosi dalla parte di Innocenzo e facendolo accettare, a Reims, al Re Ludovico di Francia ed all’Imperatore Lotario II di Germania (seguirono poi Spagna ed Inghilterra). In conseguenza di ciò Innocenzo si impegnò ad incoronare Lotario e, naturalmente scomunicò solennemente Anacleto. Restava il problema di tornare e riprendere Roma, saldamente in mano di Anacleto. Lotario discese in Italia ed altri principi muovevano le loro truppe. Di nuovo scontri, complotti, assedi, finché Innocenzo riuscì ad entrare a Roma (1137) dove trovò un ambiente favorevole grazie alle entrature di San Bernardo. Una coincidenza favorevole che evitò ulteriori problemi fu la morte quasi immediata di Anacleto II (1138). Ma problemi molto gravi caddero su Innocenzo per aver voluto salvare la città di Tivoli dalla distruzione che i romani avevano decretato per la sua rivolta e la ricerca di autonomia da Roma. Il popolo romano insorse con violenza contro il Papa (1143) decretando la fine del potere pontificio su Roma e ristabilendo il potere civile senatoriale nella città. Era una rivolta democratica che, sull’onda di quanto accadeva in varie città italiane del Nord, tentava di costruire una Repubblica nello spirito dei Comuni. Nel settembre dello stesso anno moriva Innocenzo II mentre Lotario II era morto nel 1137 lasciando il trono (1138) a Corrado III della dinastia Hohenstaufen di Svevia.

    Passò un pontificato scialbo, quello di Celestino II (1143-1144), e di seguito un altro privo di significato, quello di Lucio II (1144-1145). Da notare solo che quest’ultimo Papa tentò di attaccare la sede del Senato repubblicano che si era costituito in Campidoglio. Si mise alla testa delle truppe papaline ma Dio non era con lui perché una pietra scagliata dall’alto del Campidoglio lo prese in fronte ammazzandolo. Il Papa che seguì, Eugenio III (1145-1153), fu eletto in Laterano durante questo momento di aspro scontro tra i repubblicani ed i papalini, non riuscì però a recarsi a San Pietro per essere consacrato perché i repubblicani glielo impedirono facendolo scappare da Roma e rifugiare a Viterbo da dove, visto il seguito di tumulti e l’impossibilità di una pacificazione, per la via della Francia (1147). Da Vetralla, cittadina vicina a Viterbo, nel dicembre del 1145, Eugenio scrisse al Re di Francia Luigi VII inviandogli una bolla, la Quantum praedecessores, con cui si dava il via alla Seconda Crociata (in cambio remissione di tutti i peccati, indulgenza plenaria per il Re e tutta la famiglia). Si era infatti diffusa la notizia che la contea di Edessa nella parte più settentrionale del Medio Oriente (ma anche Antiochia, una delle roccaforti cristiane nella zona) era caduta in mano turca nel dicembre del 1144. Occorreva rimettere in piedi un esercito per riconquistare quel territorio e consolidare quelli già occupati. Aiutò anche questa volta San Bernardo che mise a tacere tutti coloro che credevano che la guerra non spettasse ai cristiani e la croce non dovesse essere trascinata nei massacri. Il teologo elaborò una teoria straordinaria che solo un pazzo che vuole autogiustificarsi è in grado di inventare, quella del malicidio: chi uccide una persona malvagia, quale è chi si oppone a Cristo, non uccide una persona, ma il male che è in lei; dunque egli non è un omicida bensì un malicida e quindi lavora per maggior gloria di Dio. Bernardo non si fermò qui perché predicò con tutte le sue forze la crociata fino a convincere Papa Eugenio. Al richiamo del Papa risposero sia l’Imperatore di Germania Corrado III che il Re di Francia Luigi VII. In teoria doveva essere un esercito con struttura più organizzata di quanto si era visto nella Prima Crociata. Ma questa volta non vi fu la sorpresa della Prima Crociata e gli eserciti crociati vennero letteralmente massacrati. Nel 1148 i rimasugli dell’esercito franco-tedesco tornarono in Europa con disonore. Ma Eugenio si disinteressava dei morti e dei disastri, in fondo le crociate sono sempre state diversivi, tanto è vero che, chiese a Corrado, al suo ritorno spossato dalla Terra Santa di aiutarlo a rientrare a Roma. Corrado comunque scese in Italia nel 1150 dove vi morì (1152) lasciando il trono al nipote, Federico Barbarossa. Con questo personaggio il Papa sigilla subito un patto (che diventerà nel 1153 il Patto di Costanza): il sovrano tedesco avrebbe spazzato via la Repubblica a Roma restaurando il potere pontificio anche temporale, in cambio il Papa gli promise l’incoronazione a Roma. Il Signore si riprese questo Papa prima che i patti con Federico diventassero operativi.

        Dopo la breve parentesi di Papa Anastasio IV (1153-1154) che seppe convivere con il Senato della Repubblica di Roma, fu eletto l’inglese Papa Adriano IV (1154-1159) che invece attaccò la Repubblica ponendosi al servizio di Federico. Ciò fece crescere nella città l’ostilità verso Chiesa e preti e costrinse Adriano a chiudersi in San Pietro. Il poco santo Papa, incapace di comprendere ciò che accadeva, addirittura scagliò contro l’intera città di Roma l’interdetto, una maledizione accompagnata dalla sospensione di ogni cerimonia religiosa e amministrazione di sacramenti, compresa la sepoltura dei morti. Ciò convinse le anime più semplici del popolo che si rivolse al Senato chiedendo di aderire alle richieste del Papa. Quest’ultimo chiese come prima cosa l’allontanamento di Arnaldo da Brescia un predicatore che si muoveva nello spirito originale dei Patarini che era stato già giudicato eretico dal Concilio Laterano II del 1139. Arnaldo aveva partecipato attivamente alla Repubblica ed aveva infiammato la popolazione contro i privilegi papali ed ecclesiastici, contro la degenerazione della Chiesa di Cristo. Naturalmente per queste colpe fu scomunicato da Eugenio III nel 1148. La richiesta di Adriano fu esaudita ed egli scappò da Roma rifugiandosi presso i Visconti di Campagnano che lo stimavano come fosse un profeta. Ma i Papi non perdonano e qui siamo in momenti in cui iniziano ad essere perseguitate le eresie: fu Barbarossa che, disceso in Italia per essere incoronato (1155), richiese ai Visconti la consegna di Arnaldo e a tale richiesta non si poteva dire di no. Tradotto in catene a Roma, Arnaldo venne condannato da un tribunale di preti, per il suo rifiuto del potere temporale del Papa e della Chiesa, ad essere impiccato, dopodiché fu bruciato e le sue ceneri furono gettate nel Tevere (1155) affinché non se ne recuperassero i resti mortali che sarebbero potuti divenire oggetto di venerazione(5). La Chiesa era ormai sulla strada del puro assassinio e con gli anni si specializzerà in torture, bracieri, impiccagioni fino alle decapitazioni e fucilazioni. Per maggior gloria di Gesù.

        Ma, dopo la cattura di Arnaldo, Roma fu liberata dall’interdetto ed ebbe una solenne messa in Laterano per Pasqua. Da questo momento il Papa seguì per 4 anni a barcamenarsi tra città italiane, imperatore tedesco, normanni, popolo di Roma, dimenticando completamente quella che qualcuno vorrebbe essere la sua funzione: vicario di Cristo. Morì lasciando il collegio cardinalizio diviso, e come no !, tra due fazioni, quella favorevole all’Imperatore, guidata dal nobile cardinale Ottaviano, e quella che voleva completa autonomia, guidata dal cardinale inglese Bosone, nipote di Adriano IV. Ed il lettore avrà capito già come segue la storia. Con ben tre antipapi, uno dopo l’altro.

        Venne eletto il senese Rolando Bandinelli che venne immediatamente destronato dal cardinale Ottaviano accompagnato da una schiera di armati entrati in San Pietro. Bandinelli, protetto dai Frangipane, si nascose e venne consacrato fuori Roma come Papa Alessandro III (1159-1181). Chiese ed ottenne la protezione normanna. Intanto Ottaviano si era fatto consacrare con il nome di Vittore IV (nome già usato dall’ultimo antipapa). Ritorniamo alla situazione che a scegliere chi ha diritto al titolo di Papa è l’Imperatore e non il tanto auspicato autonomo ma corrotto clero (il popolo era già stato eliminato dal diritto di parola). Arrivò la sentenza di Federico favorevole a Vittore anche se questi era stato scomunicato da Alessandro III [davvero chiedo a chi legge se, cambiando i nomi, sia possibile spostarsi di centinaia d’anni indietro o avanti accorgendosi della traslazione. E chiedo anche retoricamente se questa è la Chiesa di Cristo o una banda di criminali che usando il nome di un disgraziato morto sulla Croce si ingrassa spudoratamente]. Federico inibì le gerarchie di operare in qualunque modo prima che un Concilio che egli avrebbe convocato a Pavia (1160) avesse deciso. In punta di diritto Alessandro, contrariamente a Vittore, non si recò a Pavia: la Chiesa non è giudicabile da nessuno ed è nella sua sola facoltà la convocazione di Concili. Per reazione a quel Concilio, di una cinquantina di vescovi tedeschi e norditaliani, Alessandro venne scomunicato. La mossa di Alessandro solleticò il nazionalismo italiano che si schierò con Alessandro contro l’Imperatore straniero. Il vescovo di Milano scomunicò sia Barbarossa che Vittore. Subito dopo anche Alessandro confermò la scomunica svincolando inoltre tutti i regnanti e sudditi cristiani dal giuramento di fedeltà a Barbarossa. E mentre i sovrani di tutti gli Stati europei si schierarono con Alessandro, Barbarossa furibondo preparò un attacco a Milano ritenuta responsabile della non ubbidienza all’Impero delle città del Nord. Dopo la devastazione di città vicine, assediò Milano e dopo un anno la conquistò (1162) radendo al suolo le mura e gran parte della città che fu dispersa in quattro zone limitrofe. Le vicende portarono ad un successivo indebolimento di Barbarossa che scese di nuovo in Italia (1163) con un piccolo esercito senza riuscire a concludere nulla nei riguardi di varie città del Nord che si erano sollevate contro di lui. Intanto Alessandro aveva cercato l’alleanza con il Re di Francia ed aveva incassato l’appoggio del Re d’Inghilterra. Barbarossa pensò di riappacificarsi con Alessandro in concomitanza con la morte di Vittore IV (1164) ma fece prima un suo uomo di fiducia, Rainaldo di Dassel, a far nominare un nuovo antipapa nella persona del nobile Guido da Crema che assunse il nome di Pasquale III. Costui per esaudire l’Imperatore Barbarossa, canonizzò Carlo Magno quale iniziatore dell’Impero Germanico. Di nuovo Barbarossa scese in Italia con un possente esercito. Arrivò a Roma, l’assediò e dopo scontri violentissimi e sanguinosissimi riuscì ad arrivare ad occupare San Pietro (1167) dove insediò Pasquale III che lo incoronò finalmente Imperatore del Sacro Romano Impero. A questo punto iniziò la vendetta contro la città, devastata incendiata, fatta oggetto di terrore contro gli abitanti. Intervenne una pestilenza sull’esercito tedesco che sembrò un segno divino ed iniziò una resistenza durissima capeggiata dai Frangipane e dai Pierleoni. Barbarossa, visto il rifiuto generalizzato della popolazione e le morti continue tra i suoi, se ne tornò in Germania mentre Alessandro III, che nel frattempo si era rifugiato a Benevento tra i Normanni, divenne il simbolo ideale delle città del Nord che si erano costituite presso l’Abbazia di Pontida nel 1167 in una Lega di Comuni cui parteciparono Milano, Piacenza, Parma, Modena, Genova, Bologna, Reggio Emilia, e molte altre città (circa 30). Da qui gli avvenimenti si fanno concitati. Moriva nel 1168 il secondo antipapa e subito se ne fece un terzo, Callisto III. Barbarossa era sempre più furibondo contro vari eventi italiani, Alessandro III, le città del Nord e la città di Alessandria fondata in Piemonte dalla Lega dei Comuni e chiamata in tal modo in onore di Alessandro III (era una fortezza antimperiale ai confini del marchesato del Monferrato schierato con l’Imperatore). Decise una nuova discesa (1174), invocato anche da alcune città del Nord come Pavia, Como e Lodi che chiedevano il suo aiuto contro la prepotenza di Milano, per sbarazzarsi di quelle fastidiosissime città che lo avversavano. Con esse sarebbe anche caduto Alessandro. Iniziò con Alessandria che assediò per sei mesi senza riuscire a conquistarla. A questo punto Barbarossa, avendo perso il suo maggiore alleato, Enrico XII di Baviera detto il Leone, che era in guerra contro i nemici slavi e danesi, pensò bene di chiedere un armistizio a Montebello nel 1175. I Comuni pretesero un qualche riconoscimento che Barbarossa rifiutò e quindi non venne accettata nessuna tregua. Dopo un anno di posizionamenti che permise l’arrivo di rinforzi dalla Germania e dal Monferrato (non numerosi come avrebbe desiderato) all’Imperatore, il 29 maggio 1176 si arrivò allo scontro tra l’esercito imperiale e l’esercito dei Comuni a Legnano(6). I Comuni bloccarono i rinforzi impedendo che si unissero al grosso dell’esercito e riuscirono a sconfiggere quell’esercito che era il terrore di mezza Europa. In realtà la sconfitta militare non fu pesante quanto il duro colpo politico e morale al prestigio dell’Impero. A seguito della sconfitta Barbarossa firmò la pace con Alessandro recandosi sul suo territorio, ad Anagni, e qui riconoscendolo unico Papa legittimo, rinunciando di interferire su Roma. Ma i Papi non si interesseranno mai delle sorti altrui. Hanno il solo fine di vivere al meglio un’esistenza separata dal mondo alle spese del mondo. Questa pace firmata tra Alessandro e Barbarossa fu una pace separata che di fatto escludeva i Comuni che erano invece coloro che avevano sbaragliato le mire egemoniche di Barbarossa. Questa pace produsse il progressivo indebolimento della Lega dei Comuni che andò sfaldandosi ed in definitiva risultò un successo politico per Barbarossa che iniziò a firmare paci separate, certamente molto più vantaggiose per lui, con i singoli Comuni. Una pace generale si raggiunse solo nel 1183, a Costanza, dopo la morte di Alessandro III nel 1181. A Costanza l’Imperatore riconobbe l’autonomia delle città ma come privilegio imperiale e ciò voleva dire, oltre al riconoscimento dell’Imperatore come entità superiore, che le città dovevano pagare ingenti tasse all’Impero. In definitiva Barbarossa poteva presentarsi ancora come l’alfiere del Papato e vide aumentato prestigio ed influenze anche perché riuscì a combinare il matrimonio (1186) di suo figlio Enrico VI con Costanza d’Altavilla, unica erede del trono siculo-normanno, che legava l’Impero tedesco con i Normanni che regnavano nel Sud d’Italia. Ultimo avvenimento che potenziò l’immagine di Barbarossa fu la Terza Crociata indetta (1187) da Papa Clemente III (1187-1191)(7) per la riconquista di Gerusalemme. Fu lo stesso Barbarossa che si avviò a capo del suo esercito in Terra Santa (1189). Anche qui l’intervento divino sbarazzò la storia di costui che, nel 1190, annegò attraversando un fiume in Asia Minore.

        Alla morte di Federico Barbarossa salì al trono il figlio, Enrico VI che sopravvisse pochissimo al padre. Morì infatti nel 1197 lasciando come erede il figlio, Federico II, di soli 3 anni. Fu necessario che la madre, Costanza d’Altavilla, assumesse la tutela del piccolo mentre era impegnat anche al governo non facile della Sicilia dove vi erano lotte tra fazioni normanne e tedesche. La reggenza di Costanza durò un anno perché nel 1198 Costanza morì avendo comunque già rese operative le volontà di Enrico VI che aveva fatto molte concessioni alla Chiesa (signoria feudale sulla Sicilia e riduzione dei diritti di nomina dei vescovi all’autorità civile) in cambio dell’incoronazione del figlio Federico II. Costanza, prima di morire, affidò la custodia e la tutela del piccolo Federico II al nuovo Papa, Innocenzo III (1198-1216)(8).

        Innocenzo III, nipote di Papa Clemente III, è il primo Papa ad essere eletto con una prima parvenza di Conclave. Per quanto fino ad allora indegnamente portate avanti, ora sparivano le motivazioni religiose e liturgiche e l’elezione diventava espressamente un atto politico con programmi politici. Quando fu eletto nel 1198 la sovranità papale su Roma era quasi sparita e i possedimenti territoriali della Chiesa quasi nulli. Il giovane Innocenzo (aveva 38 anni) iniziò da qui e per farlo il primo suo atto fu di colpire l’autorità del Senato, anche se già squalificato con l’aristocrazia che la faceva da padrona o direttamente o per interposta persona. Fu Innocenzo a nominare senatori che come primo atto dovevano giurare fedeltà a lui stesso, con la fine di fatto del Senato Repubblicano. Come conseguenza venne colpita anche la giustizia, era ossessione di ogni delinquente allora ed oggi: i giudici del Campidoglio vennero sostituiti da impiegati del Pontefice. Restava solo il Prefetto che Innocenzo obbligò a prestargli giuramento di obbedienza.

        Negli anni seguenti Innocenzo tentò, con alterne vicende, di riprendere possesso degli antichi possedimenti della Chiesa, in parte aiutato dalla perdita del potere tedesco con la morte di Enrico VI. Innocenzo lavorava a rendere pratica la teocrazia che Gregorio VII aveva solo abbozzato: al Papa spetta un potere superiore a tutti i poteri della Terra e ciò è basato su tutti i falsi documenti elaborati nei secoli dalla Chiesa a partire dalla falsa Donazione di Costantino. La Chiesa doveva diventare la Mater Ecclesia che comprendesse in sé ogni ideale religioso e filosofico.

        Allo scoppio di una guerra di successione per il trono tedesco, visto che il legittimo erede Federico II aveva solo tre anni, il Papa riuscì a presentare la candidatura di Federico II solo dopo varie lotte ed incoronazioni differenti di contendenti. Era il 1211 quando i principi tedeschi si accordarono per nominare Federico II che, nel frattempo, aveva compiuto 16 anni, re dei romani (sarà poi incoronato Imperatore di Germania nel 1515 ed Imperatore del Sacro Romano Impero nel 1220). Questo fatto, insieme ad altre azioni politiche a livello internazionale avevano fatto crescere il prestigio di questo Papa che aveva raccolto il sostegno di varie corone europee.

        Nei primi anni di regno di Innocenzo, accaddero varie cose che devono essere ricordate. Gli arabi di Spagna furono sconfitti in una grande battaglia a Navas de Tolosa (1212). Nel 1204 si era conclusa la Quarta Crociata che aveva visto Innocenzo tra i maggiori fautori. Ma proprio qui iniziò un modo diverso di porsi di fronte alle questioni religiose che iniziarono a diventare fortemente conservatrici rispetto ad una società che evolveva con un disincanto sempre maggiore che portava, anche se ancora in modo molto limitato, verso la secolarizzazione della società. I partecipanti alla IV Crociata, avendo scelto di arrivare in Terra Santa via mare, chiesero alla flotta veneta di portarli in Medio Oriente. Ma la Repubblica voleva essere pagata ed i crociati non avevano queste disponibilità che nessun regnante offrì più. La Repubblica trasportò i crociati ma utilizzò la Crociata per fare i propri affari commerciali con quelle terre e per espandere il proprio dominio verso il Levante. Se si confronta questo con lo spirito della Prima Crociata ci si rende conto del cambiamento radicale che si era avuto in un centinaio di anni. Oltre a ciò vi era il montare delle eresie tra i cristiani. Ciò vuol dire semplicemente che, mentre andavano avanti tutti i comportamenti criminali delle gerarchie ecclesiastiche in combutta con ogni potere, vi erano dei fedeli, dei credenti che ripudiavano tutto ciò per praticare la loro fede verso il Cristianesimo delle origini, essenzialmente basato sulla povertà e sulla disponibilità ad alleviare le sofferenze del prossimo (valori questi due ultimi completamente dimenticati dalle gerarchie della Chiesa: Papi, Cardinali, Vescovi, ma anche molto clero). Stavano nascendo in quegli anni molti movimenti pauperistici con il fine, appunto, di riportare la fede alle origini e tali movimenti, di per sé, erano una dura condanna ai comportamenti della Chiesa che quest’ultima avrebbe voluto far scomparire. Tra questi movimenti ve ne erano alcuni che erano stati a suo tempo alleati della Chiesa e difesi da essa come i Patarini, gli Umiliati, gli Spirituali, i Gioachimiti. Ora lo scontro con le degenerazioni ed il malcostume del potere ecclesiastico in combutta con quello laico era totale. Una opportunità per tacitare questi movimenti venne offerta proprio ad Innocenzo da Francesco di Assisi che nel 1209, avendo intorno a sé 12 compagni, si recò dal Papa per ottenere il riconoscimento della sua regola di vita nella povertà. Il Papa era molto guardingo su queste cose perché parlare di povertà nella Chiesa sarebbe stato dirompente ed equivalente alla sua distruzione. Ma dopo poco tempo Innocenzo riconobbe la regola di Francesco ed il suo Ordine di Frati Minori, Ordo fratum minorum. E perché questo riconoscimento andò a questi predicatori della povertà ? Perché questa povertà era solo per Francesco ed il suo ordine, perché egli non contestava nulla della struttura ecclesiastica e del suo potere, anzi la Chiesa per Francesco era Madre alla quale occorre dare sincera obbedienza. Era evidente il successo di tale riconoscimento soprattutto per il Papa che da ora poteva dire di ammettere nel seno della Chiesa ogni istanza di povertà, i ceti più umili e lontani. Ogni altro che avesse discusso il potere della Chiesa entrava direttamente nell’eresia (tanta fu la fiducia dei Papi nell’ordine francescano che, poco oltre, ad esso fu dato il privilegio dell’Inquisizione che condivise con i Domenicani). Ma Innocenzo non capì nulla delle nuove eresie e le confuse con quelle dei primi secolo. Qui non si discutevano i dogmi come la Trinità e la natura di Cristo come secoli addietro ma solo le liturgie e le vergogne che discendevano dal Papato criminale. E mentre il Papa riconosceva l’ordine del Giullare di Dio, Francesco, metteva in moto la più feroce e cruenta delle Crociate, quella in Europa non contro infedeli ma contro cristiani. Fu Innocenzo che nel 1208 scatenò la Crociata contro gli Albigesi nel Sud della Francia. E’ comunque opportuno seguire queste vicende con un qualche ordine.

          Dopo la scomunica dei catari nel Concilio di Tolosa del 1119 con Papa Callisto II, già vi erano stati tentativi di fermare l’eresia catara in Linguadoca e Provenza con l’invio nel 1145, da parte di Papa Eugenio III, del cistercense San Bernardo di Chiaravalle (l’ordine cistercense fu riconosciuto proprio da Callisto). Questo tentativo insieme ad altri Concili (Lione 1163, Verona 1184) che si sommavano a richieste del Re di Francia Luigi VII al Papa Alessandro III di fermare l’espandersi dell’eresia, non portarono a risultati. Restò il fatto che dal 1184 dovevano essere i vescovi ad individuare gli eretici per portarli a giudizio presso le autorità civili (nasceva l’inquisizione vescovile). Papa Innocenzo III nel 1204 affidò ai frati cistercensi guidati da Pietro di Castelnau il compito di combattere l’eresia in Francia ed in Italia. La zona di maggior diffusione dell’eresia era il Sud della Francia, la Linguadoca, che era anche una zona indipendente ma contesa dai regni di Francia, Inghilterra ed Aragon. Ed era proprio l’indipendenza da potenze politiche cristiane che alimentava l’indipendenza religiosa. Furono fatti tentativi di missioni che tentassero di sistemare le cose con i dissidenti religiosi ma su questa strada non si ottenne nulla e furono esercitate pressioni sui conti di Tolosa che gestivano quelle terre riuscendo a convincere qualche signorotto ad espellere i religiosi sospetti (1204-1206).  Domingo  Guzmán de Calaruega (poi divenuto San Domenico), facente parte di una missione diplomatica spagnola che passava di lì nel 1203, fu colpito dalla profonda intensità di fede e di decisione degli eretici e chiese di poter restare lì perché riteneva di saperli combattere meglio dei cistercensi. Si convinse presto che per combattere gli eretici si doveva mettere al loro livello di povertà ma, anche con questo non riuscì a risolvere nulla (osservo a margine che per iniziativa di frate Domingo, nel 1220 nacque a Bologna l’ordine dei frati predicatori chiamato successivamente dei domenicani o frati neri o cani da guardia di Dio). E mentre l’eresia si rafforzava in quelle terre e si estendeva, iniziarono varie scomuniche, assassini, intimidazioni, … finché il Papa nel 1204 e poi nel 1205 non chiese al Re di Francia Filippo Augusto di sostenere la lotta per estirpare l’eresia nella Linguadoca ed in Provenza. Ma il Re non aderì a questa richiesta anche perché impegnato nella guerra contro l’Inghilterra. Fu allora che il Papa nel novembre del 1207, propose al Re di fare una Crociata contro gli eretici in modo da potergli concedere le stesse indulgenze che erano state concesse ai crociati che erano andati in Terra Santa. E, per vie contorte, che davano prima libertà ai vassalli della corona di partecipare e poi con il comando dato al figlio Luigi, il Re diede il via alla Crociata contro gli albigesi inviando tra i 10 mila ed i 50 mila uomini armati. Da più parti si marciò contro le città degli eretici e la prima ad essere assaltata (luglio 1209) fu Béziers che, a fronte di circa 500 catari, vide il massacro dei 20 mila abitanti. Si passò poi (agosto) a Carcassonne i cui abitanti furono cacciati dalla città nudi. Dopo Carcassonne il comando dei crociati passò da Arnaud de Amaury a Simone di Montfort. Via via molte città caddero ed i crociati avanzavano mentre alcune delle città precedentemente arrese, si ribellarono di nuovo. Quando le città venivano prese ai catari veniva data possibilità di conversione. Quelli che non accettavano, ed erano molti, venivano bruciati. Nel 1212 intervenne la corona di Aragon alleandosi con il conte Raimondo VI che da Tolosa resisteva contro i crociati. La corona di Aragon estendeva il suo potere su alcune zone del Sud della Francia come l’Occitania che era legata attraverso i Pirenei alla Catalogna fino all’Ebro. L’intervento francese in quelle zone spaventava il Re di Aragona per il tentativo francese di impossessarsi di quei territori. La richiesta fatta al Papa e non accettata era che quell’esercito fosse dirottato contro i mori di Al Andalus (più o meno l’odierna Andalusia) per liberare la Spagna. Lo scontro (12 settembre 1213 a Muret) vide la sconfitta della corona di Aragon ed anche ogni speranza di poter estendere il potere su quelle terre che da allora passarono sotto influenza francese. Con il 1214 la prima parte di questa Crociata si concluse. E’ utile ricordare che alla lotta implacabile contro l’eresia si era aggiunto Federico II (1194-1250), chiamato Stupor Mundi e Puer Apuliae, nipote di Barbarossa, Imperatore del Sacro Romano Impero, re di Sicilia, re di Gerusalemme, imperatore dei Romani, re d’Italia e re di Germania che già al momento della sua incoronazione in Roma (1220) emanò un documento (poi formalizzato con decreti del 1220 e del 1227) con il quale si affermava che quando si fosse individuato un eretico nei territori sotto la sua sovranità doveva essere espropriato e consegnato alle autorità civili per essere messo immediatamente al rogo.

        Nel 1215 si aprì a Roma il Quarto Concilio Laterano che discusse in modo approfondito i problemi connessi con l’eresia. Si decise che la fede che doveva essere accettata (attenzione si dice che si doveva accettare) era quella definita da quel Concilio che stabilì 70 canoni, che entrarono in blocco nel Corpus Iuris Canonici, e che chi rifiutava doveva essere scomunicato dalla Chiesa e consegnato alle autorità civili o secolari per essere punito, con confisca dei beni. Si iniziò a porre un problema che assumerà valenza legale. Non era credibile chi negava di essere eretico davanti al potere dell’autorità e quindi occorreva trovare un qualche sistema. Il primo fu quello delle testimonianze di amici o conoscenti a discarico che dovevano essere date entro un anno, altrimenti il sospetto diventava un eretico in piena regola. Poiché poi le norme stabilite dovevano essere fatte rispettare dall’autorità civile, si obbligarono i sovrani a giurare in tal senso. Tra i primi ad essere colpiti furono i seguaci della Congregazione di Gioacchino da Fiore morto nel 1202 e che era già venerato nel monastero di San Giovanni in Fiore. La condanna riguardava la profezia secondo cui il genere umano avrebbe avuto una terza età (la prima delle quali era quella prima di Cristo e la seconda quella vissuta del dopo Cristo) nella quale sarebbero scomparse Chiesa e Stato e i credenti avrebbero vissuto in una società umile di uguali. Ultima delibera del Concilio riguardò il lancio di una nuova Crociata, la Quinta, per il 1217 che, questa volta, sarebbe dovuta partire sotto la diretta direzione della Chiesa ad evitare fenomeni come quelli organizzati dalla Repubblica di Venezia nella Quarta Crociata.

        Intanto Simone di Montfort continuava la repressione di catari in Linguadoca accendendo migliaia di roghi. Nel 1222 alla morte di Raimondo VI di Tolosa, il potere (il poco potere restante) passò al figlio Raimondo VII che nel 1229 firmò un trattato con il Re di Francia Luigi IX con il quale il primo s’impegnava a cedere la sua autonomia alla Francia, a difendere gli interessi della Chiesa in quelle terre e a combattere l’eresia. In quello stesso anno con il Sinodo di Tolosa, su una decisione del concilio di Avignone del 1200, la Chiesa organizzò in ogni parrocchia una commissione costituita da un prete e da due o tre laici che doveva scoprire gli eretici. Nel Sinodo si stabilì che la casa abitata dall’eretico doveva essere rasa al suolo; che il padrone di quella casa doveva essere espropriato di ogni bene e sottoposto a pene corporali; che l’eretico pentito doveva avere due croci cucite sull’abito senza potere assumere nessun incarico pubblico e senza aver diritto di ricorrere alla giustizia. Infine vi è il seguente straordinario divieto: I laici non possono possedere i libri del Vecchio e del Nuovo Testamento; possono avere solo il Salterio ed il breviario o anche i calendari mariani, e nemmeno questi libri, per altro, devono essere tradotti nella lingua nazionale [citato da Deschner]. Quindi la Bibbia non si poteva avere né in latino né nelle lingue nazionali. In pratica questa procedura risultò complessa e non produsse ciò che si voleva, anche perché serviva un minimo di preparazione teologica che né preti né laici, nella loro generalità, avevano.

        Quel 1229 segnò una breve pausa nella Crociata che proseguì, guidata da Amalrico, figlio di Simone di Montfort, con ferocia per molti anni fino alla caduta dell’ultima fortezza, quella di Montsegur, il 16 marzo 1244, con un rogo sotto le mura di 200 catari. Da questo momento terminò la Crociata ed iniziò la repressione casa per casa che durò fino a che la Chiesa non decise che l’eresia era estirpata, agli inizi del XIV secolo. Naturalmente l’odio verso la Chiesa, anche da chi cataro non era, ma era convissuto amabilmente con loro, crebbe in quei territori e dette vita a risentimenti duraturi che aprirono a culti pagani e superstizioni che, successivamente vedranno l’altra ondata di massacri in nome di Dio denominati caccia alle streghe.

        Insomma con Innocenzo III si definisce l’immagine dei Papi del futuro. Autoritarismo fino all’assassinio non certo per la gloria di Gesù ma per il mantenimento indiscusso del potere. Il crimine diventerà pratica quotidiana per le gerarchie ecclesiastiche.              

VERSO L’INQUISIZIONE MEDIOEVALE

        Gregorio IX (1227-1241) venne eletto pontefice dopo un papato scialbo di ordinaria amministrazione come quello di Onorio III (1216-1227). Quest’ultimo ebbe l’unica idea fissa del compimento della Crociata annunciata da Innocenzo III, compimento che Federico II rimandava sempre. Una piccola Quinta Crociata si realizzò comunque, senza la partecipazione di Federico II, tra il 1217 ed il 1221 ma senza alcun risultato. Federico II fu considerato responsabile di questo fallimento tanto che questi arrivò ad un impegno solenne con il Papa: sotto pena di scomunica e di perdita del Regno di Sicilia la Sesta Crociata sarebbe partita nel 1227. Uno dei primi atti di Gregorio, che conosceva Federico II per essere stato ambasciatore alla sua corte, fu di ricordare all’Imperatore che ad agosto scadeva il suo impegno di partire per la nuova Crociata. Federico conosceva il fermo carattere di Gregorio ed ammassò le sue truppe a Brindisi, tante da non avere navi sufficienti per imbarcare, per il luglio del 1227. In questo porto scoppiò un’epidemia di peste che contagiò lo stesso Federico. Ma Federico partì ugualmente ma le sue condizioni si erano talmente aggravate che dovette fermarsi ad Otranto. Della cosa fu informato Gregorio con un ambasciatore ma il Papa non volle credere a quanto udiva e scomunicò Federico con una Enciclica nella quale denunciava gli spergiuri, la dissolutezza e la tirannia dell’Imperatore. Federico rispose spiegando con calma ed impegnandosi per una nuova data. Gregorio lo scomunicò di nuovo, finché parte della nobiltà romana (i Frangipane) fedele all’Imperatore non protestò violentemente in San Pietro durante una sua omelia contro Federico. In questa occasione il Papa fu cacciato in malo modo dalla chiesa dando inizio a scontri in città. Gregorio si rifugiò prima a Viterbo quindi a Perugia da dove scomunicò tutti coloro che si erano ribellati. Ma Federico che si era ripreso partì questa volta per la Crociata, anche per mostrare al mondo che Gregorio era in torto e, mediante trattative con il Sultano d’Egitto, ottenne pacificamente Gerusalemme ed i Luoghi Santi proclamandosi Re di Gerusalemme. Quindi nel 1229 tornò in Italia dove incontrò Gregorio per chiarire tutto. Si addivenne ad una riconciliazione (Pace di Ceprano del 1230) che, al solito, prevedeva lauti guadagni per la Chiesa in terre e proprietà in cambio del proscioglimento dalla scomunica. Sembrava tutto a posto ma Federico iniziò ad operare con azioni militari, in cui egli non compariva, al fine di disarticolare sia le città ribelli come quelle del Nord sia i vari domini della Chiesa. Anche se si poteva immaginare, non si era certi che quelle azioni fossero dirette da Federico quindi l’arma della scomunica era inutilizzabile. Di fatto però Federico risultava alleato del Papa tanto che quando Enrico, figlio sedicenne di Federico, pensò di sottrarre il trono al padre, il Papa lo scomunicò così che il padre Federico poté far arrestare il figlio Enrico. Federico spinse comunque con continue provocazioni fino ad aizzare i Romani contro il Papa in uno scontro ormai diventato aperto. Nel 1239 Gregorio scomunicò di nuovo Federico II perché sentì minacciate le terre della Chiesa che la Chiesa si era date con la falsa Donazione di Costantino. Iniziò una vera guerra ideologica di insulti tra Papato ed Impero che sfociò in scontri armati ed in occupazioni di terre. Gregorio provò a convocare un Concilio a Roma per il 1241 ma Federico bloccò le strade ed arrestò tutti i prelati che si recavano a tale incontro. Il Papa chiese ai prelati di resistere ma fu lui che si spense nell’agosto del 1241. Federico II gioì a quella notizia e volle subito dimostrare al mondo che egli non era nemico della Chiesa ma solo di Gregorio IX. Per dimostrarlo tolse l’assedio a Roma e se ne tornò in Germania.

        A questo Papa è dovuta la nascita ufficiale dell’Inquisizione Medioevale. Nel 1231 furono emanati da Gregorio IX una costituzione ed uno statuto antiereticale noti come Statuti della Santa Sede. In tali statuti vi erano delle Regole  poi pubblicate dal senatore Annibaldo degli Annibaldi e sarà proprio nei Capitula Anibaldo Senatoris  che sarà codificato il termine Inquisitore. Le regole prevedevano che il medesimo senatore gettasse in prigione chiunque fosse denunciato come eretico da un inquisitore o da un buon cattolico (la sentenza doveva essere esecutiva in 8 giorni). In tal modo il senatore diventava un inquisitore delegato pontificio che serviva da contrapporre ai giudici laici (lo scontro era con Federico II). La casa che avesse dato ospitalità ad un blasfemo doveva essere rasa al suolo ed il terreno doveva essere trasformato in un letamaio. I beni dell’eretico venivano confiscati e così ripartiti: un terzo a chi denunciava, un terzo ad Annibaldo, un terzo per la manutenzione delle mura della città. Ogni persona che non denunziasse un eretico subiva una multa enorme di 20 lire ed il senatore che non procedesse contro persona eretica subiva una multa di  duecento marchi e non poteva più avere cariche pubbliche. Le Regole sommariamente descritte furono inviate a tutti i principi e gli arcivescovi affinché fossero rigorosamente applicate.

        Nello stesso periodo vi era stato il conte di Tolosa, Raimondo VII, quello che era addivenuto a vergognosi patti con la Chiesa, che nel 1232 fece diventare legge le delibere del Sinodo di Tolosa del 1229 con ogni felicitazione di Gregorio IX.

        Il 20 aprile del 1233 Gregorio IX emanò una Bolla che affidava ai domenicani lo sradicamento dell’eresia. Era la fondazione del Tribunale dell’Inquisizione. In questa lettera, Illae humani generis, del 20 aprile diretta ai domenicani Gregorio IX diceva:

Perciò voi […] avete il potere […] di privare i clerici dei loro benefici per sempre, e di procedere contro di loro e contro tutti gli altri, senza appello, chiedendo l’aiuto del braccio secolare, ove necessario. [citato da Baigent e Leigh]

        In questa lettera, che assegnava ai domenicani il privilegio dell’Inquisizione (negotium fidei), si ordinava a quei frati di designare i religiosi che avrebbero predicato contro l’eresia ed ai quali sarebbe stata affidata la causa della fede. Quindi il potere inquisitorio era sia dei vescovi che dei domenicani con una sorta di ruolo superiore ai vescovi. Pochissimo tempo dopo, lo stesso Papa associò  ai domenicani i frati Minori (gli utili francescani di Francesco) e queste missioni erano estese a tutta la cristianità. La cosa fu ufficializzata con una Bolla del 1246 di Papa Innocenzo IV.

        Nello stesso anno Gregorio IX avviò la santificazione di Domingo che era morto nel 1222, santificazione che ottenne in tempi per l’epoca record. Domingo divenne San Domenico nel 1234. In una lettera del medesimo 20 aprile diretta ai vescovi, così scriveva Gregorio IX:

Noi, vedendovi presi dal vortice delle preoccupazioni e quasi soffocati sotto la pressione delle sempre maggiori ansietà, pensiamo bene di suddividere il vostro carico in modo che possiate sopportarlo meglio. Abbiamo perciò determinato di mandare dei frati a predicare contro gli eretici di Francia e delle province vicine, e vi preghiamo, vi mettiamo in guardia, vi esortiamo, ordinandovi […] di riceverli gentilmente e di trattarli bene, dando loro […] appoggio, affinché possano assolvere i loro compiti. [citato da Baigent e Leigh]

        Sulla politica di sterminio degli eretici, iniziata da Innocenzo III e proseguita con metodo da Gregorio IX, scrive Gregorovius:

Le guerre sterminatrici di Innocenzo III contro gli eretici, l’annientamento dei quali era stato ordinato in tutte le città, sembravano non aver avuto altro effetto che quello di alimentare l’eresia. Migliaia di uomini si cinsero i fianchi col cordone di S. Francesco, ma più numerosi furono quelli che abbandonarono la fede. Nello Stato della Chiesa a Viterbo, a Perugia, ad Orvieto esisteva un gran numero di eretici. Piena ne era anche la Lombardia e la loro chiesa principale sorgeva nella guelfa Milano. Inutilmente ardevano i roghi. Durante l’assenza del papa essi affluirono persino a Roma, dove le posizioni politiche si associavano facilmente a quelle religiose; ed è certo che tra gli eretici romani la setta ghibellina degli arnaldisti doveva essere più numerosa di quella dei poveri di Lione. L’eresia dogmatica, del resto, non poteva essere separata da quella politica dal momento che la Chiesa considerava senz’altro ereticali gli attentati alla libertà del clero e al suo patrimonio quali ad esempio potevano essere gli editti dei magistrati cittadini che cercavano di imporre tributi ai preti e di sottoporli ai tribunali laici.
Fu quella la prima volta che a Roma gli eretici vennero processati in massa e i roghi arsero pubblicamente. Gli inquisitori installarono il loro tribunale fuori delle porte di S. Maria Maggiore; i cardinali, il senatore, i giudici presero posto nelle tribune e il popolo allocchito si disperse in cerchio attorno a questo tremendo teatro nel quale sventurati d’ogni ceto, uomini e donne, ricevevano la loro sentenza. Molti religiosi che, convinti di eresia, confessavano contriti, furono spogliati dei loro abiti sacerdotali e condannati a scontare la loro colpa in lontani conventi. Altri eretici vennero arsi su cataste di legno, forse nella piazza antistante la chiesa. Questi lugubri spettacoli, riflesso della guerra contro gli Albigesi, seguiti a breve distanza all’inondazione del Tevere e alla peste, dovettero turbare profondamente Roma. Se una cronaca del XIV secolo dice il vero, i Romani assistettero all’inaudito quanto orribile spettacolo di un senatore giustiziato come colpevole di eresia. Ma ciò non è che invenzione. Tornato a Roma Gregorio insediò, probabilmente, un nuovo senatore: il romano Annibaldo Annibaldi, appartenente a una famiglia senatoria che proprio in quest’epoca divenne celebre costituendo un casato potente e ricco di molti beni nel Lazio. Il famoso nome di Annibale ricompare in una famiglia nobile del Medioevo dalla quale per alcuni secoli uscirono senatori, condottieri e cardinali, ma nessun papa. Gli Annibaldi erano imparentati con i Conti e la casa di Ceccano, come questi erano d’origine tedesca e si erano insediati nel Lazio e nei monti latini dove ancora oggi, sopra Rocca di Papa, il Campo di Annibale ricorda questa famiglia un tempo tanto potente.
Pare certo che il decreto contro l’eresia promulgato dal senatore Annibaldo fosse stata una delle condizioni poste dal papa al proprio ritorno. In esso si stabiliva che ogni senatore, al momento di entrare in carica, proscrivesse gli eretici della città e i loro sostenitori, arrestasse tutti coloro che l’Inquisizione accusava di eresia e li giustiziasse allo scadere dell’ottavo giorno dal pronunciamento della sentenza. I beni appartenenti agli eretici dovevano essere divisi tra delatori e senatore e destinati al restauro delle mura urbane, mentre le loro abitazioni dovevano essere abbattute. L’occultamento degli eretici era punito con pene pecuniarie o corporali e con la perdita di tutti i diritti civili. Ogni senatore doveva giurare di rispettare questo editto e non lo si considerava in carica prima che avesse giurato. Qualora poi egli contravvenisse alla fede giurata, doveva essere condannato ad un’ammenda di duecento marchi ed essere dichiarato non idoneo all’esercizio di cariche pubbliche; la pena conveniente gli veniva decretata da un collegio di giudici detti di S. Martina dal nome di una chiesa che sorgeva presso il Campidoglio.
L’editto stimolava lo zelo dei delatori con la prospettiva di un guadagno, e si può comprendere quanto operosi fossero l’avidità e gli odi privati nel rintracciare gli eretici. Il papa coinvolse il comune negli interessi dell’Inquisizione e costrinse il senatore ad offrirle il suo braccio temporale. Questi, dunque, divenne l’esecutore legale delle sentenze emesse dal tribunale dell’Inquisizione come lo erano, del resto, i podestà degli altri comuni. Se l’attribuzione del diritto di vita e di morte un tempo esercitato dal prefetto, ne accresceva il potere civile, tuttavia degradava il senatore al rango di ministro del tribunale ecclesiastico. Il solenne giuramento di punire gli eretici vincolava anche lui e sul suo capo pendeva il terribile giudizio dell’Inquisizione che poteva imputargli di esser venuto meno ai doveri del proprio ufficio e perciò dichiararlo colpevole di eresia. Il più importante attributo della potestà senatoria fu dunque quello di dare esecuzione alle sentenze contro gli eretici, e a rivelare lo spirito dell’epoca basti il fatto che il compito della loro persecuzione era contemplato, quale primo e fondamentale articolo, negli statuti di Roma e di altre città dello Stato ecclesiastico.
Del resto l’editto senatorio non faceva altro che estendere a Roma, dove sin allora erano stati contestati, i decreti imperiali promulgati al tempo dell’incoronazione. L’Inquisizione infatti divenne nelle mani del papa un nuovo mezzo per assoggettare il popolo. D’allora in poi anche Roma ebbe degli inquisitori che all’inizio furono scelti tra gli ordini Francescani. Quando aveva condannato degli eretici l’inquisitore saliva le scale del Campidoglio e leggeva pubblicamente la sentenza al cospetto del senatore, dei suoi giudici e di numerosi deputati cioè testimoni appartenenti al clero della città. Quindi affidava l’esecuzione della condanna al senatore minacciandolo di scomunica in caso di rifiuto o di negligenza.
Guardiamo con orrore a un’epoca espressa da quegli editti di Gregorio IX che facevano della caccia agli eretici il supremo dovere del cittadino e punivano con l’anatema, come fosse un delitto, ogni colloquio pubblico e privato su argomenti di fede. In quell’età rozza di nuovi supplizi e nuovo fanatismo, che compensava la perdita di Gerusalemme e l’indebolito zelo per le crociate con la persecuzione degli eretici e che, dal tempo di Innocenzo III, soffocava il cristianesimo con l’intolleranza religiosa rendendolo non meno statico della fanatica legge giudaica, i principi e i capi delle repubbliche emulavano lo zelo degli ecclesiastici. I sovrani colpevoli di delitti non donavano beni alla Chiesa trovando più comodo per la salvezza della loro anima bruciare eretici di cui confiscare gli averi. La luce dei roghi ardenti divenne per alcuni re splendore di pietà religiosa, mentre altri per timore o per calcolo cercavano di dimostrare l’ortodossia della propria fede perseguitando selvaggiamente i miscredenti. Persino Federico II, che per cultura e libertà di pensiero si elevava al di sopra del proprio secolo tanto da meritare in seguito l’appellativo di predecessore di Lutero, emanò nel 1220 e 1232 tristissime leggi che in nulla differivano dagli editti pontifici. «Gli eretici – decretò – vogliono lacerare l’inconsutile veste di nostro Signore; ordiniamo che vivi, alla presenza del popolo, siano destinati a morire tra le fiamme». Egli promulgò simili leggi ogni qual volta concluse la pace con il papa o ne ebbe bisogno e il movente politico della sua persecuzione contro gli eretici lo disonora più di quanto avrebbe fatto un cieco ma onesto fanatismo religioso. Queste sue leggi contro gli eretici sono in violento contrasto con la legislazione sapiente e moderna che nell’agosto di quello stesso anno 1231 egli dové al regno di Sicilia.

        Papa Innocenzo IV, con la sua bolla Ad extirpanda del 15 maggio 1252, in cui vennero definite le competenze e l’ambito d’azione degli inquisitori, svincolati dalle giurisdizioni diocesane e direttamente sottoposti all’autorità papale, fece notevoli passi criminali in avanti ufficializzando l’uso della tortura, una pratica in uso fin dal 1234. Erano esonerati da questa pratica solo coloro che rischiavano di morire o che fosse loro causata una qualche amputazione. La tortura fu confermata il 27 aprile 1260 da Papa Alessandro IV, che tolse la limitazione di Innocenzo IV, e riaffermata prima da Papa Urbano IV (Papa con il quale collaborò Tommaso d’Aquino tra il 1259 ed il 1264) il 4 agosto 1262 e poi da Papa Clemente IV nel 1265. Rimase sempre il feroce, sciocco, ipocrita ed offensivo senza spargimento di sangue che faceva evitare strumenti appuntiti o con lame; andavano invece bene, ad esempio, la ruota e lo schiacciapollici (sui metodi di tortura entrerò in dettagli più oltre) che se facevano uscire sangue era considerato incidentale. In teoria le tenaglie per strappare unghie o carne non erano ammesse per quella ipocrisia dello spargimento di sangue. Ma se si arroventavano fino al rosso o bianco, lo strappare era simultaneo al cauterizzare e quindi erano ammesse anche quelle. Anche i tempi erano aggirati. Non era possibile torturare più di trenta minuti una sola volta. Poi i successivi trenta minuti erano una nuova sola volta e così via. Se poi le accuse erano più di una, per ognuna si torturava quei 30 minuti. E’ interessante osservare il ruolo democratizzatore delle leggi ecclesiastiche rispetto a quelle civili. Queste ultime infatti esoneravano dalla tortura medici, cavalieri, soldati e nobili. La Chiesa rese il dolore un bene per tutti, indipendentemente da sesso, età, stato sociale. La pena di morte mediante il rogo (pena nuova e purificatrice di fronte all’idra eretica e sacrilega) era stata ufficialmente introdotta in Spagna nel 1194, quindi in Italia, Germania, Francia ed Inghilterra (1401). Ed era ben accetta anche da supposti pensatori e santi, anche per questo, della Chiesa come Tommaso d’Aquino, il doctor angelicus, il dottore della Chiesa, l’ispiratore di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che nella Summa Theologica, un’opera ispirata dallo Spirito Santo e considerata come una Bibbia durante il Concilio di Trento, sosteneva:

«Per quanto riguarda gli eretici, essi si sono resi colpevoli di un peccato che giustifica che non solo siano espulsi dalla Chiesa con l’interdetto. ma anche che vengano allontanati da questo mondo con la pena di morte. E’ davvero un delitto molto più grave falsificare la fede, che è la vita dell’anima, che falsificare il denaro, che serve alla vita mondana. Se dunque falsari e altri malfattori vengono subito portati dalla vita alla morte legalmente ad opera dei prìncipi laici, con quanto maggior diritto gli eretici, immediatamente dopo la loro incriminazione per eresia, non soltanto possono essere cacciati dalla comunità ecclesiale, ma anche a buon diritto giustiziati!» [citato daDeschener 1998].

        A partire dal 1235 furono i vescovi che in concili provinciali ristretti iniziarono piano piano a stabilire le procedure che i tribunali dell’inquisizione dovevano avere e la giurisprudenza. Ciò comportò disparità importanti da Tribunale a Tribunale. C’è da osservare che da una parte i vescovi venivano mantenuti nei loro compiti di sradicamento dell’eresia e dall’altra compiti superiori venivano assegnati ai frati sia domenicani che francescani. I vescovi mal digerivano l’ingerenza di Roma sulla loro autonomia e non condividevano l’intromissione di estranei in zone e territori con abitanti che loro conoscevano bene. L’intervento dei frati era del tutto spropositato e non era in grado di fare giustizia ma solo enormi ingiustizie. Questo era il motivo della sfiducia che il Papa aveva verso i vescovi: secondo Roma la tendenza era a soprassedere e perdonare. Più affidabili i laici che, per arricchirsi con le regalie che spettavano loro, erano ubbidienti esecutori, ma solo esecutori perché loro non potevano decidere sull’eresia di una persona. Per ovviare alle disparità di giudizio tra differenti tribunali, iniziarono a veder la luce dei manuali redatti da chierici che raccontavano come combattere l’eresia ed avevano indicata l’intera procedura con formule per le lettere di citazioni, con le domande da fare, con le abiure, le penitenze, le sentenze, con i formulari, le possibili risposte e le possibili obiezioni.

        Dall’istituzione dell’Inquisizione Medioevale, tutti i Papi si sforzeranno di renderla sempre più efficace con veri e propri assassini commessi su persone che con le idiozie di cui li imputava la Chiesa non avevano nulla a che fare. La cosa andò in crescendo fino ad arrivare alla barbarie del XVI e XVII secolo. Ma su questo ho già scritto molto nei seguenti articoli: L’INQUISIZIONE MEDIOEVALEL’INQUISIZIONE SPAGNOLA; L’INQUISIZIONE ROMANA; ALCUNI PROCESSI DELL’INQUISIZIONE ROMANA 

L’INDEGNO POTERE TEMPORALE

        Non si riusciva a decidere chi fare Papa dopo Gregorio IX ed il senatore che guidava il Comune, Matteo Rosso, rinchiuse i solo 10 cardinali rimasti a decidere (gli altri erano prigionieri di Federico II) in un piccolo monastero e non li avrebbe fatti uscire finché non avessero eletto il Papa. Poiché questa eventualità non era stata preparata, dopo un poco le condizioni igieniche ed il fetore da escrementi divenne tale che uno dei cardinali morì. I nove rimasti non riuscivano comunque a decidere. Fu allora che il senatore minacciò di disseppellire Gregorio IX e mostrarlo ai romani come nuovo Papa. Questa minaccia li fece decidere per un Papa che durasse poco, un cardinale super malandato che durò solo 17 giorni: Papa Celestino IV (1241). L’interesse di questa storia sta nel fatto che si era iniziato ad utilizzare un Conclave per eleggere il Papa.

        Seguì, dopo due anni di sede vacante e sempre eletto da complessivi 10 cardinali (due erano stati rilasciati da Federico), Papa Innocenzo IV (1243-1254). Con lui ricominciarono le durissime lotte con Federico che, alla fine, in un Concilio che si tenne a Lione nel 1245, fu addirittura deposto come Imperatore (intanto, nel 1244, Gerusalemme era stata di nuovo ripresa dai Turchi). Costui reagì chiamando Innocenzo il nuovo Anticristo e così via con il deja vu fino alla sua morte nel 1250 che venne salutata dal Papa con gioia manifestata in lettere a tutti i sovrani d’Europa, un vero comportamento cristiano. Ma ad un nemico morto ne nacquero due vivi: da una parte Corrado IV erede di Federico che reclamava l’elezione a Imperatore, dall’altra, al Sud, Manfredi di Svevia (un figlio nato da Federico e la contessa Bianca Lancia) che gestiva il Regno del Sud d’Italia in attesa di essere incorporato all’Impero sotto Corrado. Il Papa si rese conto di non poter gestire questi eventi da solo e che non aveva forze per rivendicare la Sicilia alla quale la Chiesa teneva moltissimo. Fu allora che cambiò radicalmente alleanze accordandosi con il Re Enrico III d’Inghilterra il cui figlio di nove anni, Edmondo, sarebbe stato investito al comando del feudo siciliano (1253). Naturalmente Corrado IV veniva scomunicato (1254) anche se la scomunica durò solo 11 giorni poiché la morte colse Corrado a soli 26 anni.  A questo punto il Papa ripensò l’accordo con il Re d’Inghilterra poiché disponeva di un’arma migliore, il tutoraggio del figlio di Corrado IV, il piccolo Corradino di Svevia di soli 2 anni. Si accordò con Manfredi per il riconoscimento di Corradino come Imperatore al raggiungimento della maggiore età e Manfredi stesso accettò la sottomissione al Papa accettando di divenire vicario pontificio al Sud. Il Papa dominava ora su quasi l’intera Italia, dalla Toscana alla Sicilia. Ma Manfredi organizzava al Sud tumulti ritrovando alleanze con i saraceni ed ilo Papa inviò il suo esercito che fu sonoramente sconfitto a Foggia (1254). Appena avuta la notizia Innocenzo IV morì. Fu subito eletto Papa un nipote di Gregorio IX, con il nome di Alessandro IV (1254-1261) del quale Gregorovius scrive: “Un papa che non si curava di guerre, un signore corpacciuto e bonario, giusto e timoroso di Dio e però amante del denaro e debole”. Insomma ci capiva poco della tela di problemi da affrontare. Sapeva però qual era il metodo usato dai predecessori e quindi scomunicò subito Manfredi. Poi cercò alleanze in tutta Europa saltando sconclusionatamente da un regno ad un altro, promettendo elezioni ad imperatore a questo ed a quello (e per fare ciò aveva dovuto ripudiare il figlioccio Corradino), fino ad un’altro scontro armato con Manfredi, perso di nuovo disastrosamente. In poco tempo perse tutto ciò che i predecessori avevano accumulato. Manfredi era tornato potente e al Sud dove aveva esteso i territori che governava a danno di quelli della Chiesa. La stessa Roma era governata nell’interesse del popolo da un senatore, Brancaleone degli Andalò, che marciava per suo conto indifferente alle indicazioni della Chiesa e a trame organizzate da nobili seguaci del Papa. Nel 1260 i Comuni guelfi fedeli alla Chiesa furono sconfitti nella battaglia di Montaperti (Toscana). Insomma un vero disastro per la Chiesa che vide questo inutile incompetente chiudere la sua vita nel 1261. Ma prima di morire doveva colpire ancora scrivendo una bolla in cui certificava che le stimmate di San Francesco erano vere e chi lo avesse negato sarebbe stato scomunicato.

        Il successore è il francese di umili origini, Papa Adriano IV (1261-1264) che dovrà operare fuori di Roma, città ormai sfuggita di mano ai Papi, anche se con due fazioni in lotta ormai definibili guelfa e ghibellina. Seguendo una delle tante indicazioni di Alessandro, il nuovo Papa cercò accordi con il francese Carlo d’Angiò, fratello del Re. A costui offrì la corona di Sicilia e la carica di senatore a Roma (un modo per dire: se liberi questi luoghi li puoi gestire). La manovra riuscì e Roma passò in mano guelfa anche se il Papa non si azzardava a mettervi piede, cosa che avrebbe fatto solo quando Carlo si fosse deciso a venire in città per prendere possesso della sua carica senatoriale. Ma prima che ciò avvenisse Adriano morì non senza aver operato una riforma della liturgia del Corpus Domini secondo le visioni straordinarie dell’invasata Giuliana di Liegi. Gli inni per la funzione furono incaricati a Tommaso d’Aquino (1225-1274).

        Un altro francese fu eletto dopo Adriano, Papa Clemente IV (1265-1268). Subito si impegnò a realizzare quanto lasciato in sospeso dal predecessore. Carlo d’Angiò scese a Roma dove assunse la carica di senatore e si apprestò alla riconquista della Sicilia. Per farlo occorreva un esercito che fu finanziato con le elemosine della Chiesa e con prestiti usurai che fecero scendere il suo prestigio, per essere scesa a tali mercanteggiamenti non consoni all’evangelica dignità. Finalmente fu messo insieme un esercito di 30 mila uomini, in gran parte delinquenti in attesa di fare razzie e violenze varie, comunque insigniti come crociati dal Papa, che permise l’incoronazione a Roma, da parte di cardinali delegati, di Carlo Re di Sicilia (1266). Manfredi fu sconfitto a Benevento, morì in battaglia e fu fatto seppellire sotto un cumulo di pietre. Ma il santo Padre, vero spirito cristiano vicino al messaggio evangelico, lo fece disseppellire, portare al di fuori del regno ed abbandonare privo di sepoltura perché, ahimé, scomunicato. Carlo d’Angiò entrò vincitore a Napoli infischiandosene dell’aiuto promesso al Papa per il rientro a Roma. Senza mezzi economici, iniziò al Sud una politica di rapina gravando oltremodo di tasse le popolazioni, depredando anche, e ciò è buono, le terre del pontefice il quale strillava da Perugia sul non rispetto dei patti. In realtà Carlo d’Angiò non era diverso da altri regnanti e se possibile era molto più avido. Ma il Papa non osava di più perché era entrato nella maggiore età il figlioccio misconosciuto del Papa, Corradino di Svevia che si era autoproclamato Re di Sicilia con il sostegno dei principi tedeschi. Tra l’altro Corradino si era alleato con Enrico di Castiglia, fratello di  Alfonso di Castiglia  pretendente al trono di Germania. Iniziò un periodo turbolento di lotte e guerre che vide gli schieramenti cambiare  a seconda delle circostanze e delle opportunità. Il Papa dovette sostenere il suo amichetto Carlo d’Angiò addirittura offrendogli la signoria delle terre della Chiesa in Toscana pur di difendersi dallo scomunicato (sic!) Corradino che era invocato da tutti i ghibellini d’Italia ed acclamato Re in moltissime rivolte scoppiate in Puglia e Sicilia. Roma era andata in mano ad Enrico di Castiglia e, nonostante i tentativi di far insorgere la popolazione, non vi fu nulla da fare mentre Corradino marciava su Roma a tappe forzate (1267) accolto con giubilo da tutte le popolazioni incontrate dalle quali Carlo d’Angiò era scappato. Lo scontro tra i due eserciti avvenne vicino a Tagliacozzo e Corradino fu sconfitto (1268). Tentò la fuga ma fu catturato da un Frangipane che lo consegnò a Carlo che lo fece giustiziare in mezzo alla piazza centrale di Napoli per lesa maestà. Il Papa, sempre da buon cristiano, negherà la sepoltura ai giustiziati da Carlo. Questo santo Padre moriva un mese dopo, nel 1268. In compenso si impegnò per far partire una Settima Crociata per riprendere Gerusalemme. A questa ennesima avventura si interessò solo il Re di Francia Luigi IX ed il fratello Carlo d’Angiò. La partenza fu stabilita per il 1270 ma una pestilenza che ammazzò anche il Re non fece arrivare i crociati in Tunisia. Si rimandò la Crociata di tre anni ma poi non se ne fece più nulla.  Con Clemente finiva un pontificato sfacciatamente orientato verso il Paese d’origine del pontefice. Una degradazione totale della Chiesa ridotta a  mercato di influenze con Carlo d’Angiò che si occupò solo degli affari propri. La Chiesa risultava in stato di completo abbandono ed il fratello del Re di Francia giocava ad essere sovrano di un regno, compresa Roma, che un Papa gli aveva graziosamente regalato.

        I Papi immediatamente successivi furono:

184. — B. Gregorio X, di Piacenza, Tedaldo Visconti, 1.IX.1271,27.III.1272 — 10.I.1276.
185. — B. Innocenzo V, della Savoia, Pietro di Tarentaise, 21.I, 22.II.1276 — 22.VI.1276.
186. — Adrìano V, Genovese, Ottobono Fieschi, 11.VII.1276 — 18.VIII.1276.
187. — Giovanni XXI, di Lisbona, Pietro di Giuliano o Pietro Ispano, 16,20.IX.1276 — 20.V.1277.
188. — Niccolo III, Romano, Giovanni Gaetano Orsini, 25.XI, 26.XII.1277 — 22. VIII. 1280.
189. — Martino IV, Francese, Simone de Brie o di Brion o di Mainpincien, 22.II, 23.III.1281 — 29.III.1285.
190. — Onorio IV, Romano, Giacomo Savelli, 2.IV, 20.V. 1285 — 3.IV. 1287.
191. — Niccolò IV, di Lisciano (Ascoli Piceno), Girolamo, 22.II.1288 — 4.IV.1292. 

continuarono esattamente come i predecessori barcamenandosi tra Carlo d’Angiò, il Regno di Francia, l’Impero tedesco (ogni tanto Sacro Romano), i nobili romani sempre più con ganasce possenti. vari e differenti rapporti con Paesi stranieri come la Spagna e l’Inghilterra ma anche con l’Impero d’Oriente, ormai ridotto a molto poco. Una nota la merita Giovanni XXI, noto anche come Pietro Ispano (in realtà portoghese di Lisbona). Era uno studioso, un umanista che si occupava, ebbene si !, anche di scienza. Per questa sua passione e serietà, che lo estraniava dal mondo ecclesiastico, negli studi dagli ambienti vicini alla Chiesa fu pensato come mago e quindi persona da tenere a debita distanza. Il giorno che il gregge alzerà la testa si renderà conto del mondo che ha perso. E’ d’interesse notare che questo Giovanni XXI segue un XIX poiché un XX non vi è mai stato. Anche su Martino IV vi è qualcosa da dire. Anch’egli, da bravo francese, fu un insopportabile sciovinista. Il potere di d’Angiò, con lui, crebbe a dismisura e con d’Angiò avanzò il partito guelfo. Ogni posto importante e di responsabilità in Italia fu occupato da francesi ad esclusione della Romagna in mano al ghibellino Guido da Montefeltro. Una ventata di liberazione vi fu in Sicilia con i Vespri Siciliani (31 marzo 1282) che videro la sollevazione dell’isola contro il Re bandito francese. Lo sciocco Martino avrebbe potuto approfittare per riportare la Sicilia sotto il suo dominio ma l’essere francese ebbe il sopravvento sull’essere Papa e si schierò con il bandito d’Angiò scomunicando (non viene da ridere ?) i siciliani. E le scomuniche crebbero ed investirono anche Pietro d’Aragona che i siciliani avevano scelto come loro sovrano. Alla sua accettazione dell’offerta, Martino bandì una crociata contro la Sicilia (anche qui occorre rendersi conto delle bestialità cui arrivarono i Papi). L’altra sciocchezza di tanto Papa si ebbe quando offrì a Carlo di Valois, figlio del Re di Francia, il Regno d’Aragona come feudo (1284). La cosa andò in guerra con la sonora sconfitta della flotta francese da parte di quella aragonese al comando di Ruggero di  Lauria, il quale Lauria aveva già sconfitto i francesi di d’Angiò catturando il figlio di Carlo. La conseguenza drammatica di ciò, drammatica per Carlo, fu che, alla sua morte nel gennaio del 1285, si ritrovò senza eredi.

        Arriviamo ora ad un Papa che merita (poco) rispetto proprio perché non voleva fare il Papa e gli fu imposto. Parlo di Papa Celestino V (1294) che ebbe la ventura di avere a che fare con un delinquente (così almeno fu descritto) come Bonifacio VIII.

        Alla more di Niccolò IV, ripresero le lotte tra famiglie a Roma per l’elezione del successore. Le famiglie emergenti erano gli Orsini ed i Caetani (discendenti da Papa Gelasio II che avevano accumulato per questo un’enorme quantità di terre e mezzi finanziari a non finire), restano potente quella dei Colonna (se fate mente locale vi accorgete che si tratta dei padri degli odierni delinquenti noti come nobiltà nera, padrona delle terre intorno a Roma che ha fomentato ogni tentativo autoritario attraverso la continua speculazione edilizia. Tutti i sindaci di Roma che si sono assoggettati a questi banditi, sono stati rieletti …). Gli Orsini avevano legami con i Caetani, ambedue erano acerrimi nemici dei Colonna. Non cvi fu modo di accordarsi per oltre due anni. Finalmente a Benedetto Caetani venne in mente di eleggere un santo uomo, Pietro Angelieri detto da Morrone, un eremita che non aveva nulla a che fare con il mondo depravato delle gerarchie. Questo personaggio aveva iniziato come benedettino ma aveva poi avuto inclinazioni mistiche ed ascetiche non conciliabili con il mondo della regola di San Benedetto. Aveva quindi chiesto a Papa Gregorio X di poter operare come ramo dell’ordine benedettino (i celestini). Ottenuto il permesso si era ritirato con i suoi seguaci sulle pendici del Monte Morrone vicino Sulmona da dove venne ripescato, sembra, per manovre messe in atto dal cardinale Benedetto Caetani. La riunione dei cardinali che doveva eleggere il Papa votò per questo eremita che era all’oscuro di tutto e che fu informato da una delegazione di tre vescovi che si arrampiacarono verso l’eremo per comunicargli che era stato eletto Papa.  Tralascio ogni descrizione della sorpresa e dico solo due cose su un pezzo della storia che è ancora molto emozionante. Pietro da Morrone, appena eletto  ma ancora non consacrato, assunse il nome di Papa Celestino V (1294). Accorsero nell’eremo Carlo II d’Angiò(8) (figlio del più volte citato Carlo d’Angiò) e suo figlio Carlo Martello che Celestino aveva fatto chiamare per essere guidato. I cardinali elettori convocarono il nuovo Papa a Perugia per la consacrazione ma egli decise (insieme a Carlo II) di essere consacrato all’Aquila. Celestino si avviò a tale cerimonia vestito di cenci e su un asino che era tenuto per le briglie da un Re, Carlo II, ed un Principe, Carlo Martello, con un seguito di frati e povera gente festante. Nella fantasia popolare e non solo sembrò un volo nel passato, a quasi 1300 anni prima quando Gesù entrò in Gerusalemme.

        Le poche cose che decise Celestino (ripristino dell’elezione del Papa secondo quanto stabilito da Gregorio X, accordo con la casa di Aragona per la restituzione ai d’Angiò della Sicilia, nomina di cardinali in maggioranza francesi, trasferimento della curia a Napoli) furono dettate da Carlo II. Forse gli bastò questo a Celestino per capire che non poteva fare il Papa dove la dirittura morale non contava nulla e dove, soprattutto, non vi era posto per il Vangelo. Decise di andarsene trovando il sostengo giuridico, e non solo, di Benedetto Caetani. Volle tornarsene nel suo eremo ed all’inizio vi riuscì. Poi il Caetani fu eletto, con simonia, come Papa Bonifacio VIII (1294-1303) e cominciarono i problemi del povero eremita. Bonifacio intuiva che la sua elezione poteva essere invalidata dagli avversari ed allora fece ricercare, imprigionare nella sua fortezza di Fumone (vicina ad Alatri, Ferentino ed Anagni), e quindi (secondo vari storici) avvelenare il povero Celestino che da persona per bene osò diventare Papa senza immaginare che quello è un ufficio per delinquenti come Bonifacio.

        Il giudizio su Bonifacio, nonostante l’ultimo aggettivo, è ancor oggi in predicato perché su di lui si scatenò ogni malvagità da un Papa successore al servizio del Re di Francia, Filippo il Bello. Si può quindi dire che la fonte della denigrazione, fondata o no che sia, resta comunque di un altro Papa.

        Il primo atto di Bonifacio fu il riportare la sede papale da Napoli a Roma anche per sottrarre il papato dall’influenza dei d’Angiò. Quindi dichiarò nulle tutte le decisioni di Celestino. Iniziò poi una vera crociata per stabilire una volta per tutte che il primato del potere temporale e spirituale era solo della Chiesa. La sovranità del Papa è plenitudo potestatis e nessuno può condizionarla. Questa concezione, che Rendina definisce a ragione medioevale, fu portata avanti da un insieme di Bolle a cominciare dalla Clericis laicos del 1296 in cui si scomunicava chi avesse chiesto tasse ai chierici senza il consenso della Chiesa e si minacciava l’interdetto al Paese che l’avesse fatto. Stessa pensa di scomunica ai chierici che avessero pagato tasse ad un potere civile (cos’è cambiato 700 anni dopo ?). Seguirono altre bolle ma iniziò, particolarmente in Francia, una fortissima ostilità verso queste decisioni. Iniziarono a circolare libelli contro Bonifacio in cui si iniziava a considerarlo eretico riguardo al suo preteso non credere all’immortalità dell’anima. Un primo rimedio per calmare i francesi fu trovato da Bonifacio nel canonizzare (sic !) Luigi IX, nonno di Filippo il Bello, e permettere alla Francia di riscuotere le loro tasse anche ai chierici (1297). Ma la cosa durò poco. In Italia i Colonna che speravano in Filippo il Bello (per ora accontentato), che erano rappresentati da due cardinali, erano scatenati contro Bonifacio affermando pubblicamente che la sua elezione era nulla perché le dimissioni di Celestino non avevano alcun senso giuridico e facendo sottoscrivere a vari ecclesiastici un documento (manifesto di Lunghezza) in cui il Papa si dichiarava decaduto. Il Papa reagì non cristianamente destituendo i due cardinali Colonna con una bolla che inveiva contro la loro dannata stirpe e dannato sangue che dall’alto del suo soglio egli avrebbe voluto sterminare per non avere più a che fare con la loro superbia e disprezzo. Seguirono violenze incrociate con il Papa che fece sequestrare tutti i beni dei Colonna e distruggere tutti i loro castelli e fortezze. Naturalmente vi fu anche la scomunica agli ex cardinali che si rifugiarono in Francia alla corte di Filippo. Bonifacio usciva però mal messo dalle concessioni a Filippo il Bello proprio perché a tanta richiesta di primato seguiva un cedimento così grande ad un Re laico.

        Intervenne a questo punto una invenzione geniale che doveva servire e servì a distrarre l’attenzione dei popoli e che riportò sostegno ad una Chiesa che traballava sotto i colpi dei differenti poteri temporali. Bonifacio VIII inventò l’Anno Santo, il Giubileo. Esso fu indetto per l’anno 1300 con la Bolla Antiquorum habet fidem. Si dava indulgenza plenaria a chiunque in quell’anno o in ogni centesimo anno avesse visitato le Basiliche di San Pietro e San Paolo a Roma. Roma si riempì di pellegrini che versarono oboli in gran quantità alle casse della Chiesa sempre più bisognose e Bonifacio riacquistò credibilità e rispetto almeno per quell’anno, finito il quale ricominciò la dura lotta con la Francia. Filippo il Bello era l’immagine speculare laica di Bonifacio, anch’egli credeva che sopra al suo potere non ve ne fosse un altro. Vi furono lotte furibonde che ebbero un momento culminante nel tentativo di arrestare Bonifacio da parte di un inviato di Filippo il Bello, Guglielmo di Nogaret. Costui, insieme ad un Colonna, si recò alla residenza papale ad Anagni e qui sembra abbia schiaffeggiato il Papa con il suo guanto di ferro. Nogaret voleva incatenare Bonifacio e portarlo in Francia, l’altro voleva ammazzarlo seduta stante. La mancanza di accordo salvò la vita al Papa.

        In ogni caso quell’affronto, per di più da un Re straniero, sollevò il popolo che assaltò il castello dove Bonifacio era tenuto prigioniero e lo liberò. Protetto dagli Orsini tornò a Roma, la città nella quale aveva fondato l’Università della Sapienza (Studium Urbis) nel 1303 anno in cui morì, secondo un cronista dell’epoca, impazzito (Carlo d’Angiò, quando fu senatore della città nel 1265, era in procinto di fondare una Università a Roma, lo Studium generale, richiamandosi ad un decreto di Innocenzo IV che prevedeva però solo un Scuola Palatina al seguito degli spostamenti dei Papi. Nello Studium, laico da non confondersi con quello domenicano in cui insegnò teologia Tommaso d’Aquino, dovevano essere insegnate arti, diritto civile e canonico). Scrive di lui Gregorovius:

Rare volte un papa ha avuto intorno a sé tanti nemici e tanti amici, e raramente è accaduto che su altri pontefici i contemporanei ed i posteri i siano pronunciati con tanta veemenza. Sebbene le passini partigiane abbiano alquanto deformato i diversi giudizi, tuttavia si può dire che nel complesso rimane fermo questo: Bonifacio VIII fu uomo dotato di molte qulità, tutte proprie di un despota. Gli mancò ogni autentica virtù dello spirito: ebbe indole collerica, autoritaria, senza lealtà né coscienza. Amante del lusso e dei tesori del mondo, fu altero ed avido di dominio. […] Fu l’ultimo papa a concepire l’idea della Chiesa gerarchica dominatrice del mondo con l’arditezza che aveva informato il pensiero di Gregorio VII e di Innocenzo III. Di costoro però Bonifacio non fu che una triste reminescenza: egli non portò a compimento nulla di grande e i suoi sforzi ambiziosi invece che ammirazione suscitano in noi un ironico sorriso.

        Rendina chiosa ricordando la sua narcisistica idolatria:

Nessun Papa prima di lui si fece immortalare ancor vivo in un così gran numero di statue di marmo e bronzo, tuttora visibili ad Orvieto, Bologna, Firenze, Anagni e nel Laterano, senza contare l’affresco di Giotto che lo tramandò ai posteri mentre leggeva dalla loggia di San Giovanni la bolla di proclamazione del Giubileo. Questa mania non costituisce un semplice peccato di debolezza, nel segno di una smodata ambizione della fama postuma; è boria e superbia in un’autentica divinizzazione della propria persona. La colpa più grave in cui potesse incorrere colui che in effetti avrebbe dovuto esserer, secondo le parole di San Gregorio Magno, servus servorum Dei.

LA DELINQUENZA FRANCESE

        Per l’elezione del successore di Bonifacio si mobilitarono gli eserciti di mezza Europa che confluirono a Roma. I cardinali nominarono in fretta il nuovo Papa Benedetto XI (1303-1304) prima che vi fossero influenze esterne e scontri militari. Iniziò lo smantellamento delle bolle di Bonifacio contro Filippo ma anche la pubblicazione (1304) di una bolla che scomunicava Nogaret per l’offesa al Papa e che faceva intendere che il mandante era Filippo. La cosa non piacque a quest’ultimo che approfittò della golosità del Papa per i fichi per (probabilmente) avvelenarlo appena un mese dopo dalla bolla.

        Seguì un conclave diviso in due fazioni che impiegò oltre un anno a scegliere un successore. La vinse Filippo il Bello che nominò un suo uomo, un vero Papa al guinzaglio: il francese Clemente V (1305-1314).

        Basta poco per dire di questo personaggio che lavorava esclusivamente per il Re di Francia. Intanto trasferì il trono di Pietro, assegnato al vescovo di Roma, in Francia (Lione, Cluny, Poitiers, Bordeaux) dove vi rimase per 70 anni. Quindi abrogò ogni norma e scomunica che riguardasse il Re di Francia ed i suoi collaboratori. Creò gran quantità di cardinali francesi in modo da avere sempre la maggioranza nel collegio dei Cardinali. Infine lavorò in quanto ho accennato qualche riga più su: screditare ogni azione ed ogni atto di Bonifacio VIII. E già che c’era lavorò anche per sé e la famiglia:  almeno cinque suoi familiari entrarono tra i cardinali, molti ebbero episcopati di prestigio ed i rimanenti ricchi benefici. La politica a sostegno di Filippo il Bello emerge in modo particolare nelle azioni di questo servo docile contro l’Ordine dei Templari. Quest’Ordine, molto in breve, era stato costituito,  con una regola scritta da Bernardo di Chiaravalle, durante le Crociate che ormai erano finite. I Templari erano la banca, la cassaforte delle Crociate. Ogni offerta, ogni denaro che, almeno in linea di principio, fosse servito per la Crociata confluiva nei loro forzieri. Era un Ordine ricchissimo che disponeva, soprattutto in Francia, di una gran quantità di edifici, di conventi, che traboccavano di ricchezze provenienti anche dalla Terra Santa. Inoltre con l’inizio dei commerci tra il Levante e l’Occidente i Templari, che erano conosciuti dalle due sponde ed avevano molte conoscenze e facilitazioni, avevano iniziato un’attività commerciale estremamente redditizia che li vedeva principalmente come una sorta di banchieri di tali commerci. Ma queste ricchezze facevano gola a Filippo il Bello che spinse il Papa a sciogliere l’Ordine. Poiché Clemente aveva paura ad avviare un processo contro Bonifacio VIII e tergiversava, Filippo ebbe buon gioco a barattare le ricchezze dei Templari con la rinuncia al processo.

        Gli strumenti usati da questo Papa, criminale tra i criminali, per carpire ogni cosa ai Templari furono Commissioni collegate all’Inquisizione che dovevano fare attente ispezioni in ogni convento per stabilire i beni di cui l’Ordine disponeva. I commissari e gli inquisitori furono scelti da Filippo e costoro, mediante tortura, estorsero ai massimi rappresentanti dell’Ordine confessioni di eresia che li mandarono tutti al rogo. La decisione definitiva sull’Ordine dei Templari  fu rimandata ad un Concilio che si tenne nel 1311 a Vienne. Testimoni furono gli inquisitori e la sentenza la si conosceva già. Il Papa la scrisse sulla bolla Vox in excelso con lo scioglimento dell’Ordine perché non serviva più e perché molti suoi membri erano eretici. Tutti i beni e le ricchezze dei Templari passarono agli Ordini degli Ospedalieri e dei Giovanniti ma tutti sapevano e sanno che Filippo il Bello prese quasi tutto per sé andando addirittura a vivere nella Torre che i Templari avevano a Parigi. In compenso (anche se la cosa non ha senso) non si fece il processo a Bonifacio ma ormai non serviva perché lo scopo era raggiunto: era stato diffamato a fondo come eretico e simoniaco dallo stesso Papa. Altra perla criminale di questo Papa fu la messa al rogo nel 1307 di Fra Dolcino insieme alla sua compagna Margherita, una storia di crudeltà inenarrabile.

        Il conclave seguente, anche se in terra francese, non fu differente dalle vergogne del passato. Litigi furibondi, nessun accordo, irruzione nella sala delle riunioni di bande armate di guasconi guidate dal nipote del Papa morto. I cardinali italiani (solo 6 su 23, in gran maggioranza francesi) dovettero scappare. Dopo un paio d’anni le fazioni non trovavano accordo anche se un tentativo era venuto da Luigi X (primogenito di Filippo il Bello). Ci riuscì invece Filippo V alla morte di Luigi X, suo fratello. Rinchiuse i cardinali in un convento domenicano a Lione e questi elessero il nuovo Papa, il francese Giovanni XXII (1316-1344). Fu un altro Papa francese, cioè sciovinista e quindi al servizio dei voleri del Regno di Francia, che ai suoi 70 anni fu eletto perché si sperava in una sua celere dipartita. Ma anche in questo tradì chi aveva avuto fiducia in questo evento perché visse fino a 90 anni.

         Nel Sacro Romano Impero, alla morte di Enrico VII, si era avuta una crisi per la successione tra Ludovico il Bavaro e Federico d’Austria, ambedue eletti dai principi elettori ed ambedue aspettando la decisione del Papa. Costui fece finta di nulla e nominò, come no !, il francese Roberto d’Angiò come  vicario imperiale a Roma. Questa posizione, pur nei crimini costanti dei cosiddetti vicari di Cristo, era semplicemente stupida e rovinosa per la Chiesa.

        Altra vicenda che si presentò al Papa fu la controversia sorta tra i francescani che avevano visto una loro ala, gli Spirituali nati nel 1274, in contrasto con l’intero Ordine e quindi disubbidienti poiché rivendicavano un ritorno alla povertà predicata alle origini ed affermata nella Regola sia per gli abiti indossati che per i cibi consumati. Il Papa disprezzò gli Spirituali anche denigrandoli con il nome di fraticelli e li obbligò all’ubbidienza (con la Bolla Gloriosam ecclesiam). I più seguirono l’ordine, gli altri furono denunciati all’Inquisizione e bruciati al rogo (ormai la dialettica della Chiesa era o con me o il rogo, per maggior gloria di Gesù). Se qualcuno non veniva catturato risultava comunque scomunicato come lo furono Ubertino da Casale e Angelo Clareno da Cingoli. Anche i francescani normali (i conventuali) videro nei confratelli bruciati un orrendo crimine ed iniziarono a considerare il Papa un anticristo. Si ricostituì una unità e lo stesso generale dell’Ordine, Michele da Cesena dichiarò che rispondeva alla dottrina della Chiesa affermare la povertà di Cristo. Giovanni XXII intervenne immediatamente nel 1323 per dichiarare eretica tale asserzione con una prima decretale Cum inter nonnullos,e con altre due successive decretali (il 1323 è anche l’anno in cui l’assassino inquisitore Bernardo Gui pubblicò il suo Manuale dell’Inquisitore al quale nel 1376 seguirà il più perfezionato Manuale dell’Inquisizione di Nicolau Eymerich;  nel 1326 invece con la bolla Super illius specula, il Papa equiparò la stregoneria all’eresia ed autorizzò la tortura contro i sospetti di stregoneria). Si rifletta un attimo sulle bestialità papali ma soprattutto sul fatto che queste cose erano idiozie in libertà senza alcun riferimento da testi sacri o da qualunque teologia per i poveri di spirito. Andò anche oltre questo Papa perché biasimò se stesso per aver canonizzato Tommaso d’Aquino (1323) che era in un Ordine, il domenicano, che celebrava moderatamente la povertà.

        Intanto a Roma era guerra per bande tra le due famiglie nobili del momento, gli Orsini ed i Colonna con assassinii degli Orsini in agguati e sgozzamenti di bambini dei Colonna per vendetta. Alle spedizioni punitive partecipò attivamente anche il cardinale Giovanni Orsini , legato pontificio in Toscana, con la distruzione della rocca dei Colonna. Il Papa lo richiamò ai suoi doveri pastorali (sic !). Scrive Gregorovius, raccontando il seguito:

In questo stesso periodo Giovanni XXII dovette tollerare una situazione ben più grave di quella determinata dagli incessanti tumulti di Roma. Lo stato della Chiesa era quasi tutto in aperta ribellione, e le città della Romagna rovesciarono il giogo della Chiesa esasperate dai soprusi dei suoi rettori e castellani. Durante il periodo avignonese i papi mandarono nelle province dello Stato ecclesiastico reggenti quasi sempre guasconi e francesi, per lo più loro parenti. Non conoscendo la natura degli Italiani e non amando quella terra e quel popolo, inadatti spesso all’importante ufficio cui erano preposti, questi rettori, come i proconsoli dell’antica Roma, si servivano della loro carica per estorcere ricchezze e per far sentire il peso della loro potenza. Il nipote di Giovanni, Bertrando del Poggetto, era riuscito a rendersi quasi del tutto indipendente nel lungo periodo in cui aveva governato Bologna. Gli Italiani odiavano questo arrogante straniero che tutti sospettavano fosse figlio del pontefice. Il Petrarca, che aborriva Giovanni XXII per le interminabili guerre che aveva scatenato in Italia, disse di lui che con Bertrando non aveva mandato un sacerdote ma un predone con le sue legioni, una specie di secondo Annibale. Infine il 17 marzo 1334 Bologna si sollevò al grido di: «Popolo! Popolo! Morte al legato e a quelli della Languedoc!». Chiunque parlasse francese fu passato per le armi; i palazzi della curia furono presi d’assalto e lo stesso legato fu assediato nella rocca che aveva appena terminato di costruire. Bertrando fu salvo grazie soltanto al contegno prudente tenuto dai Fiorentini, che accompagnarono il cardinale mentre fuggiva attraverso la regione insorta. La rocca di Bologna fu rasa al suolo fino all’ultima pietra; l’intera Romagna issò il vessillo della libertà e il legato che aveva compiuto tante violenze dovette ricomparire fuggiasco davanti al trono del papa.

        Sull’altro fronte, quello del Sacro Romano Impero, Ludovico il Bavaro vinse la contesa e poiché aveva intenzione di scendere in Italia per riprendere la potestà che gli spettava, venne scomunicato (1324). Ma Ludovico non era uno sprovveduto e due mesi dopo, nell’Appello di Sachsenhausen, accusò il Papa della stessa eresia di cui lo avevano accusato i frati Minori, cioè della sua presa di posizione nella disputa francescana sulla povertà e per abuso delle censure ecclesiastiche a fini personali. E non era un pretesto qualsiasi. Il fatto è che questo Papa era ignorantissimo anche nelle cose di Chiesa riuscendo a sostenere nelle sue prediche (Ognissanti 1331) che la visione beatifica, il vedere cioè direttamente Dio, per coloro che sono morti nella sua grazia, non avviene subito dopo la morte ma al momento del Giudizio Universale, nel frattempo avrebbero dormito godendo del conforto di Cristo sotto l’altare. Questa sciocchezza fu subito (1333) condannata dai teologi dell’Università di Parigi che dopo estenuanti discussioni addivennero al fatto che la immensa e meravigliosa visione di Dio ai morti in sua grazia è a loro concessa immediatamente. Chiesero un Concilio per discutere della questione per il 1334 ma qui Dio dette una mano a questo Papa criminale, sciocco ed ignorante che morì prima di essere svergognato pubblicamente.

        Tornando alle vicende dello scontro con Ludovico il Bavaro vi sono alcuni eventi che occorre ricordare. Già ho detto che Giovanni fu eletto e restò in Francia e che questa posizione contrastava con l’essere uno dei successori di Pietro come vescovo di Roma. Questa accusa veniva rivolta a tanto Papa da molte parti ed egli ne era al corrente. Per rispondere ad essa egli riuscì ad avere la sfrontatezza di pubblicare un documento, Defensor pacis, in cui si sostenevano le cose che molti storici sostengono ma non la Chiesa di Roma e cioè che Pietro non era mai stato a Roma e che quindi il primato di Roma a seguito di ciò non esisteva e che comunque il tutto non era una imposizione divina. Ludovico trasse subito la conclusione che il Papa non aveva allora alcun diritto su Roma e quindi scese in Italia per prendere possesso della città (1327) tra l’entusiasmo dei ghibellini. I ghibellini romani riuscirono comunque a cacciare i guelfi seguaci di Roberto d’Angiò da Roma prima dell’arrivo di Ludovico. In città fu eletto senatore ed incoronato Imperatore.

        Se la cosa non fosse ovvia chiederei al lettore come reagì Giovanni. Infatti riaffermò la scomunica di Ludovico e lanciò un interdetto a tutti i suoi sostenitori, compresi i francescani che lo avevano seguito verso Roma, come Marsilio da Padova, Jean de Jandun e Guglielmo di Ockham (il francescano investigatore del libro Il nome della Rosa di Umberto Eco) che naturalmente furono scomunicati.

        Ludovico tentò allora di mettere su un processo per eresia contro Giovanni, dichiarandolo decaduto e facendo eleggere un nuovo Papa a Roma. In realtà, date le norme vigenti, quella elezione era illegale anche se convalidata dall’Imperatore Ludovico (incoronato illegalmente non dal Papa) e quel Papa, Niccolò V (1328-1333) era un antipapa, anche perché si trattava di persona più squalificata di un Papa. Dopo essere stato eletto Niccolò incoronò di nuovo come Imperatore Ludovico. Passò del tutto inosservato e riconosciuto solo dai Minori e da tutti gli scomunicati da Giovanni. Tanto fu insignificante che nel 1330 si recò da Giovanni chiedendogli il perdono che ottenne. Anche Ludovico risultò persona da poco che per ringraziare i romani aumentò le tasse in modo incredibile tanto che sentì di non essere più persona grata e se ne tornò in Germania (1329) lasciando di nuovo il campo a Roberto d’Angiò, con Roma che si sottomise di nuovo al Papa. Scrive Gregorovius su questo Papa:

Il 4 dicembre 1334 Giovanni XXII moriva ad Avignone, all’età di novanta anni. Aveva passato il lungo periodo del suo governo senza perseguire altro scopo che quello di accumulare denaro e, animato da un astio e da un desiderio di dominio assai poco cristiani aveva seminato in tutto il mondo la guerra. L’immagine di quel vecchio assiso sul trono dei papi ispira ripugnanza e disgusto. La sua indole litigiosa, la sua intemperanza e la sua meschinità trascinarono l’impero tedesco in una pericolosissima lotta contro il papato e produssero un nuovo scisma in seno alla Chiesa. Ad onta degli intrighi di cui aveva riempito il mondo, egli dedicava i giorni e le notti a gratuite meditazioni su argomenti privi di qualsiasi interesse. […] Del resto al principio da lui sostenuto che Cristo e gli apostoli non possedessero beni terreni, Giovanni diede una conferma pratica col suo stesso operato; e infatti questo Mida di Avignone, benché vecchio e morigerato, fu uno dei papi più ricchi della storia. Nel suo tesoro si trovarono diciotto milioni di fiorini d’oro e sette milioni in oggetti preziosi, tesori che la smisurata avarizia aveva estorto con i mezzi riprovevoli nuovamente introdotti delle annate e delle riserve di tutte le cariche ecclesiastiche della cristianità.

        In definitiva Giovanni risultò un Papa indegno sotto ogni profilo. Manca dire che fu un nepotista impenitente che estese il nepotismo dai parenti ai compaesani, estremamente avido tanto da inventare il sistema delle commende, l’affidamento dei redditi di un’abbazia ad un “commendatario”, che poteva essere un ecclesiastico od anche un laico. Agli inizi, era il modo di concedere a vescovi, che risultavano cacciati dalla loro sede episcopale a causa di invasioni o di guerre, di mantenere il proprio tenore di vita senza tuttavia dover abbracciare lo stato monastico. Questo nelle intenzioni proclamate ma nella realtà vi fu una degenerazione grave dell’istituto che divenne un vero e proprio mercimonio che spogliò le chiese ed i monasteri di ogni bene. Come conseguenza vi fu il fiorire della burocrazia pontificia che poi passò inevitabilmente all’amministrazione civile.

        Seguì un altro francese scialbo, Benedetto XII (1334-1342). Di fronte alle richieste dei romani di ritornare alla sede di Roma provò ad accennare un sì ma fu subito redarguito dal Re di Francia, Filippo VI, che gli ricordò che la sede papale era in Francia. Provò anche a tentare una riappacificazione con Ludovico il Bavaro ma ancora Filippo VI lo impedì (in compenso, sotto il suo pontificato, la Francia si infilò nel 1337 nella Guerra dei Cento Anni con l’Inghilterra). Per parte sua lo scomunicato Ludovico emanò nel 1338 una costituzione, Licet juris, con la quale affermava che l’Imperatore non può essere giudicato dal Papa in quanto il suo potere emana direttamente da Dio. Ma l’audacia si spinse anche più in là perché egli si assunse il compito di sciogliere un vincolo matrimoniale creando profondo sconcerto perché si entrava in ambito di sacramenti. Il problema era grande e seguì con il successivo pontefice, ancora un francese, Clemente VI (1342-1352) che iniziò con l’affermare che Avignone era la sede papale (tanto che arrivò a comprarla dalla Regina Giovanna di Napoli che ne era la proprietaria feudale) e che non pensava minimamente a Roma. Per dare maggior forza a ciò fece ampliare i palazzi papali arricchendoli e rendendoli fastosi e con una corte intorno alla quale gravitavano oltre 4000 persone tra ambasciatori, trafficanti internazionali, commercianti, banchieri. A fianco di costoro prosperavano alchimisti, avventurieri, contrabbandieri, ricettatori, ladri e prostitute. Tutto ciò mostrava quale centro di potere economico era la Chiesa che apertamente iniziava a partecipare in ogni traffico anche di dubbia origine e moralità. Ed il Papa era corrotto ed amorale. Aveva diversi figli ed amanti che prendevasno parte alle sue indulgenze plenarie speciali che distribuiva dal suo letto diventato un altare. E Petrarca, che non era tenero con i corrotti, dalle chiare, fresche et dolci acque di Avignone scrisse che la Chiesa era diventata una nuova Babilonia (Rime, CXIV, 1-4). Ed il nostro grande poeta scriveva ancora, in riferimento alle splendide dimore papali: “Pessimo sempre … mi parve quel luogo … per l’accolta che ivi si fece delle nequizie e delle lordure del mondo intero. Sebbene, infatti, per non parlar del resto, mai non vi trovassero albergo la fede e la carità, e di quel luogo ciò dir si possa che già fu detto di Annibale, nulla essere in esso di vero, nulla di sacro, non timore di Dio, non santità dei giuramenti, non religione” (Seniles, X, 2).

        La questione di Roma restava in sospeso anche se le scelte provvisorie ebbero successo. Ad amministrare la città fu inviato Cola di Rienzo che merita una breve digressione.

        Di umile famiglia Cola di Rienzo fu ottimo oratore che riuscì a farsi strada come tribuno e rappresentante popolare. Studiò e divenne notaio ed i Romani lo inviarono come ambasciatore del governo popolare ad Avignone presso la corte del Papa Clemente. Era persona gradevole che riuscì ad entrare in confidenza con il Papa al quale raccontò dei crimini che la nobiltà romana (all’epoca soprattutto Colonna ed Orsini) compiva quotidianamente (lli baroni de Roma so derobatori de strada: essi consiento li omicidii, le robbarie, li adulterii, onne male; essi voco che la loro citate iaccia desolata). Questi racconti fecero inferocire il cardinale Giovanni Colonna dove egli comunque tornò (1344) con un incarico di notaio da svolgere per i beni della Chiesa. L’incarico gli dava facoltà di parlare nel Senato di Roma dove egli denunciò a più riprese (anche con affreschi che servivano per comunicare con il popolo analfabeta) le condizioni miserande dei cittadini, la decadenza di Roma, lo strapotere e le violenze dei nobili. Con azioni successive egli tentò di educare ad una gestione repubblicana della città preparando un programma di governo che prevedeva: una dura legge che reprimesse, mediante milizie di rione, le violenze private; il sostegno economico ed alimentare per i cittadini indigenti; un nuovo modo di rapportarsi con i nobili e le città vicine che avrebbero dovuto vigilare sulla delinquenza e avrebbero dovuto destinare terre ai cittadini bisognosi. Ognuno può immaginare un programma di questo genere che tipo di accoglienza ebbe tra i potenti. Il popolo ne fu entusiasta ed affidò a Cola di Rienzo, affiancato da un delegato del Papa, la signoria della città. Uno dei banditi della nobiltà, Stefano Colonna, scese a Roma con l’intenzione di “gettare Cola di Rienzo dalle finestre del Campidoglio“. Il popolo richiamato dalle campane accorse in difesa del proprio rappresentante mettendo in fuga il Colonna. Cola si fece nominare Tribuno del Popolo e prese in mano la situazione ordinando ai nobili di lasciare la città che assediavano sui ponti. Fece quindi giustiziare tutti gli sgherri e provocatori dei nobili trovati in città. Infine impose, in accordo con il delegato papale, il suo programma. I nobili, talmente sciocchi e presuntuosi non riuscirono ad accordarsi sul come sbarazzarsi di questo indesiderato. Alla fine ognuno per suo conto (Stefano Colonna, Rinaldo Orsini, Giovanni Colonna, la famiglia Giordano, Francesco Savelli) andò a giurare fedeltà al Tribuno ed ai Romani. Scrive Wikipedia che

Cominciò allora un breve periodo in cui sembrò che Roma, partendo dalla memoria dell’antica grandezza, potesse sviluppare una civiltà comunale: le classi che allora rappresentavano la modernità e altrove conducevano le città fuori dal Medioevo – giudici, notai, mercanti – vennero a giurare fedeltà al nuovo Comune; in Campidoglio si amministrava una giustizia equa, severa contro i baroni ma anche contro i popolani che avessero approfittato del proprio ufficio; i vessatori fuggivano dalla città.

L’Anonimo romano ne riferisce, nella sua Cronica scritta poco dopo i fatti, con commosso entusiasmo:

 « Allora le selve se comenzaro ad alegrare, perché in esse non se trovava latrone. Allora li vuovi [i buoi] comenzaro ad arare. Li pellegrini comenzaro a fare loro cerca per le santuarie. Li mercatanti comenzaro a spessiare li procacci e camini [moltiplicare gli affari e i viaggi]. […] In questo tiempo paura e timore assalìo li tiranni. La bona iente, como liberata da servitute, se alegrava. »
  

Tutta Roma, compresa la maggior parte dei nobili, mostrava a Cola grande rispetto e attaccamento e pagava al Comune senza protestare i tributi prima prelevati dai signori feudali.

Non mancarono guerre, ai pochi che non volevano assoggettarsi come il signore di Viterbo, con i quali Cola, forte della propria armata e della propria fama, concluse una pace equa.

Cola intraprese anche una sua politica estera, mandando messi per l’Italia a città e nobili, all’Imperatore e al Papa, ad annunciare la nuova Roma. I messi venivano onorati ed assai bene accolti, ambascerie arrivavano da tutta l’Italia centrale e fino da Venezia, da Milano e dalla Puglia, e c’era chi veniva a Roma a chiedergli giustizia fin da Perugia e dalla Toscana.

Poi l’incantesimo si ruppe: in Cola il sentimento della grandezza, di Roma e sua propria, cominciò a sconfinare nel delirio. Si proclamò cavaliere, nel battistero di San Giovanni, tra grandi festeggiamenti e proclamazioni (che cominciavano a suscitare resistenze e mormorii)”.

        Insomma, anche questa meteora cadde al suolo in modo indegno. Dopo alterne vicende che non meritano più attenzione ma che descrivono un Cola di Rienzo ubriacone, crudele, vendicativo e prepotente, lo troviamo l’ultimo giorno della sua vita, l’8 settembre 1354, mentre cercava di fuggire dal Campidoglio travestito da pezzente ed alterando la voce. Venne riconosciuto, smascherato e condotto in una sala per essere giudicato ma un popolano lo ammazzò con un coltello nel ventre. Anche gli altri si misero ad infierire su di lui già morto. Il cadavere fu trascinato per le vie di Roma e appeso davanti alla casa dei Colonna per due giorni e poi fu bruciato e le ceneri furono disperse.

        Torniamo a Clemente VI che molto indirettamente entrava in questa storia e solo da quando Cola si fece incoronare cavaliere, cosa non gradita. Fu allora incaricato il vicario pontificio di denigrare Cola in ogni modo, di dichiararlo decaduto da ogni carica e di scomunicarlo (1348). Clemente si trovò di fronte ancora la questione dei rapporti con Ludovico il Bavaro e pensò di risolverla facendo eleggere (1346) da vari principi tedeschi un altro Imperatore nella persona di Carlo di Moravia con il nome dei Carlo IV. L’operazione riuscì perché Ludovico morì l’anno successivo e tutti riconobbero Carlo IV come Imperatore. L’avvenimento ebbe la conseguenza che tutti i teologi avversari del Papa, tra cui Guglielmo di Ockham, si sottomisero a Carlo e quindi a Clemente.

        Ultimo evento di grande importanza che vide Clemente come attore fu un nuovo Anno Santo bandito per il 1350. Sembrava troppo aspettare i 100 anni che erano stati previsti da Bonifacio VIII per indire nuovi giubilei, troppi soldi erano allora entrati per rinunciare a questo enorme reddito. Questa volta vi fu una organizzazione speciale per carpire soldi tramite le indulgenze, per ricomunicare gli scomunicati, per essere perdonati da Dio. Pagando tariffe, invece che offrendo quella che una volta era una elemosina spontanea, si poteva rimettere ogni peccato. Il malloppo confluiva nelle casse del clero amministrate da due cardinali francesi e dal vicario del Papa a Roma il cardinale Annibaldo Gaetani. Era quest’ultimo l’anima del mercimonio e portò i pellegrini all’esasperazione tanto che uno di loro attentò alla sua vita. Il vicario del Papa scomunicò praticamente l’intera città non badando nemmeno al fatto che quello era un Anno Santo. La bestialità fu corretta da Clemente che trasferì immediatamente Annibaldo a Napoli dove non arrivò mai perché qualche sant’uomo lo avvelenò durante il viaggio. Due anni dopo anche questo Papa gaudente e spendaccione che si aggirava in una corte piena di sfarzi e lussi, antesignana di quelle rinascimentali, lasciava questo mondo. Come i suoi simili fu persona avida di denaro. Fece del nepotismo una sua bandiera arricchendo ogni suo parente anche se giovane e dissoluto con cariche ecclesiastiche e cardinalizie. A lui successe ancora un francese, Papa Innocenzo VI (1352-1362) che iniziò da degno Papa.

        In sede di conclave si era deciso che i cardinali dovessero essere al massimo 20, che i redditi della Curia fossero suddivisi in parti uguali tra Papa e cardinali (questo doveva essere scritto in qualche Vangelo scomparso), che il Papa non poteva nominare suoi parenti  in cariche ecclesiastiche di rilievo.. Esattamente l’anno dopo Innocenzo emanò la Bolla Sollicitudo pastoralis con la quale dichiarava nullo ogni accordo precedente e riaffermava la piena e totale potestà del Papa in ogni scelta della Chiesa. In compenso sembrò assumere uno spirito severo ed una condotta intransigente che, inizialmente, lo fecero apprezzare. La Curia di Avignone fu sfoltita di molti cerca prebende, molte investiture di Clemente furono revocate e fu fatto obbligo ai prelati di dimorare nelle loro sedi di competenza. Per il resto e con il tempo il nepotismo e la corruzione continuarono senza freni a fronte di una recrudescenza dell’Inquisizione contro gli Spirituali francescani che continuavano ad ardere sui roghi d’Europa. Anche Petrarca che aveva sperato in lui, rinunciò per completo disaccordo al posto di segretario particolare che lo stesso Innocenzo gli aveva offerto.

        Tra i meriti di Innocenzo vi fu quello di tentare di rimettere ordine nella completa decadenza e nella gran confusione che i nobili Orsini, Colonna e Savelli, dopo l’esperienza di Cola di Rienzo, avevano provocato. Individuò in un vescovo che aveva operato nella corte di Alfonso XI di Castiglia e che si era rifugiato ad Avignone perché aveva sollecitato le ire del successore di Alfonso, Pedro el Cruel, la persona che gli avrebbe potuto risolvere i problemi a Roma ed in Italia. Si trattava del vescovo Egidio Albornoz che, per i fini di Innocenzo, fu fatto cardinale (1350). Costui era stato un militare, un diplomatico una persona colta che sapeva di diritto. Non conosceva Roma ed a tal fine gli affiancò Cola di Rienzo che, al momento, era esule ad Avignone. Nel 1353 ebbe pieni poteri dal Papa e, con un esercito mercenario entrò in Italia. Dopo accordi con vari vescovi e signori locali che riportò all’ubbidienza papale, si scontrò con il Prefetto di Roma, Giovanni di Vico, sconfiggendolo ad Orvieto nel 1354. Ciò riportò Roma, le città e le terre limitrofe sotto la diretta potestà papale. Fu qui che Albornoz fece entrare Cola di Rienzo a Roma nominandolo senatore tra una rinnovata esultanza popolare che durò poco. Presto Cola, che pure servì ad Albornoz per fare approvare al popolo una costituzione che toglieva il potere ai nobili cedendolo al popolo stesso, fu ammazzato da uno dei suoi popolani come ho già detto in un disegno di discredito guidato dallo stesso Albornoz per togliere di mezzo un personaggio comunque scomodo.

        Roma era tornata sotto il controllo del Papa e, con Roma, fu possibile riordinare varie cose, tra cui l’incoronazione dell’Imperatore Carlo IV (1355) ultimo dei capetingi, anche se, con questo Imperatore si chiudeva l’epoca dell’Imperatore dei Romani in quanto Carlo stesso in un documento, la Bolla d’oro, annullava il diritto del Papa a partecipare all’incoronazione dell’Imperatore. Intanto la campagna di Albornoz per riportare tutte le terre italiane sotto il dominio della Chiesa continuò e, a parte complicazioni con Forlì, il compito fu esaurito nel 1359. Albornoz comunque proseguì con un grandioso progetto di militarizzazione del territorio, facendo costruire molte fortezze che dalla Romagna, passando per Marche ed Umbria, rendessero più difendibile il territorio fino a Roma. Quando nel 1362 Innocenzo morì e fu eletto Papa il francese Urbano V (1362-1370), Albornoz era ancora impegnato nell’assoggettare Milano, governato da Bernabò Visconti, alla Chiesa. La cosa risultò complessa ed il nuovo Papa aveva fretta perché nella sua mente si agitava il desiderio di lanciare una nuova Crociata contro i Turchi. Si addivenne così ad una pace frettolosa (1364) che convenne di più al Visconti che alla Chiesa: Visconti lasciava Bologna in potere della Chiesa in cambio di una favolosa somma di denaro. L’insieme dei successi della Chiesa in Italia fu comunque opera di Albornoz ma Urbano ascoltò i suoi denigratori che l’accusavano di aver rubato beni della Chiesa e in un primo tempo (finché si convinse della falsità delle accuse) lo allontanò da posti di potere. Con i successi di Albornoz fu possibile pensare ad un ritorno del Papa a Roma. Restava il grave problema, non si sorrida però, sollevato dal Papa e dalla Curia di Avignone. A Roma non sarebbe stato possibile gustare gli splendidi vini di Borgogna e di Beaune. Ancora Petrarca che da sempre richiedeva la presenza del papa a Roma scrisse a quella Curia dicendo che il Tevere era navigabile e per quella via potevano arrivare a Roma tutte le botti di vino desiderate (ed ancora questo per maggiore gloria di Gesù, in particolare per ricordarlo alticciamente nell’Eucarestia). Da ultimo occorreva vincere la forte resistenza del Re di Francia, Carlo V, che non voleva perdere quella potenza a suo lato. Per convincere Urbano inviò il grande pensatore (e matematico) Nicola Oresme, che era stato suo maestro. Oresme qui fece una meschina figura rivolgendo al Papa un’orazione che sosteneva essere Avignone il centro del mondo, con applausi dei cardinali tutti. Finalmente, nel 1367, Urbano V prese la via di Roma con una flotta di 23 galere, offerte dalla Regina di Napoli, dai Veneziani, dai Pisani e dai Genovesi, che mossero da Marsiglia. Era un vero spostamento faraonico di una corte di potenti (solo tre cardinali restarono in Francia) che sbarcò a Corneto (la odierna Tarquinia) cittadina vicina Viterbo. Albornoz era ad attendere il Papa per accompagnarlo ma morì prima che il papa potesse entrare in Roma. La città era completamente distrutta ed in totale abbandono, piena di “ruderi e acquitrini … torri diroccate e case consunte dalle fiamme e da ogni sorta di devastazione” (Gregorovius). Iniziò il restauro delle Chiese e degli edifici del Vaticano ma la città non era di gradimento né dei cardinali francesi né del Papa. Secondo i cardinali gli italiani non erano capaci a nulla, neppure a cantare in chiesa dove sembravano belare come capre (chevroter). Vi era poi il vino che non era di gradimento dei santi palati, infatti poco dopo l’arrivo a Roma partì un ordine di un grande quantitativo di vino di pregiati vigneti di Francia: LX buttas vini de Belna et de Grurejo, et totidem vni de Neumaso vel de Lunello, pro uso hospitii nostri. Sommando a ciò il fatto che bande di delinquenti dominavano nel territorio riconquistato da Albornoz, che nessuno si proponeva come difensore della Chiesa (Carlo IV che era venuto in visita se ne era andato facendo orecchie da mercante), che all’appello per la nuova crociata nessuno aveva risposto, … nel 1370 Urbano tornò in Francia, appena in tempo per morire come Brigida di Svezia glia aveva profetizzato.

        Il Papa che seguì, in un conclave di cardinali  in gran maggioranza francesi, fu ancora un francese, il nipote di Clemente VI che l’augusto zio (ricordo però che i figli dei Papi erano chiamati nipoti anche se non so dire quale parentela si sia avuta davvero in questo caso) aveva innalzato alla porpora cardinalizia a 18 anni e che assunse il nome di Papa Gregorio XI (1370-1378). Iniziò subito con un vergognoso sciovinismo e nepotismo nominando solo cardinali francesi e suoi parenti. Seguì con l’annunciato progetto di riportare il papato a Roma subito frenato, oltre che dai cardinali per il solito problema del buon vino, dal Re di Francia che voleva utilizzare la sua mediazione per una pace la meno ingloriosa possibile con l’Inghilterra; continuò con l’altro progetto di una nuova Crociata; andò avanti con altri smacchi subiti dall’Imperatore Carlo IV; finì con il ricreare una situazione incontrollabile in Italia che dall’onesto e competente Albornoz era passata al cardinale de Cabassoles. Insomma un Papa corrotto ed incapace che ammazzava con fervore gli eretici: un criminale come gli altri. I provvedimenti che prese per l’Italia riguardarono, come no !, la scomunica dei fiorentini e l’invio di un esercito di mercenari della Bretagna al comando del sanguinario, corrotto e criminale cardinale Robert de Genevois (il futuro antipapa Clemente VII) che doveva annientare l’opposizione di Bologna per aprire la strada di Roma al Papa. Intanto una mediazione era tentata dall’ambasciatrice di Firenze ad Avignone, Caterina da Siena. Costei ebbe grandissimi meriti se non altro nel denunciare la corruzione della Chiesa, nell’invocare la necessità di una riforma e nel sollecitare il Papa a tornare a Roma, ma nello specifico della mediazione per Firenze, fallì. Partito da Avignone nel 1376 (con sei cardinali francesi che restarono), arrivò a Roma nel 1377 con uno Stato pontificio che era in completo subbuglio per un territorio lasciato per troppo tempo abbandonato nella mani di delinquenti, profittatori e gentaglia senza scrupoli ma anche di rivoltosi contro il potere autoritario, capace solo di esigere balzelli, della Chiesa. Naturalmente il boia criminale cardinale Robert si esercitò nelle più dure repressioni contro i rivoltosi riuscendo ad ammazzare in un sol colpo 4000 abitanti di Cesena. Anche Roma si sollevò ed il Papa temette per la sua augusta vita lasciando la città per la più sicura Anagni. Si tentò di realizzare un congresso a Sarzana per  mettere ordine nei possedimenti della Chiesa ma non se ne fece nulla per la morte del Papa che qualche giorno prima di morire aveva emanato una Bolla in cui si diceva che il Papa poteva essere eletto con i cardinali presenti senza dover aspettare coloro che si trovavano in altere sedi. Con questa Bolla si passò all’elezione del nuovo Papa senza i sei cardinali francesi restati ad Avignone. I cardinali restavano comunque in maggioranza francesi ma si convinsero per un italiano al sentire le urla che provenivano dalla città e le forti pressioni dei vari potentati locali reclamanti un Papa italiano. Fu eletto un italiano e, per l’ultima volta nella storia, un non partecipante al conclave, il vescovo di Bari Bartolomeo Prignano che assunse il nome di Papa Urbano VI (1378-1389). Le condizioni per questa elezione, lo stato di costrizione e paura dei cardinali elettori, avrebbero potuto essere impugnate per invalidare l’elezione medesima ma ciò non avvenne né a Roma né ad Avignone da dove arrivò l’ordine al plenipotenziario della città di consegnare le chiavi al nuovo Papa.

LE NOTE E LA BIBLIOGRAFIA SONOALLA FINE DELLA PARTE SECONDA DI QUESTO ARTICOLO.

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