Fisicamente

di Roberto Renzetti

II – DALLE CROCIATE ALLA RIFORMA PROTESTANTE (PARTE II)

Roberto Renzetti

Luglio 2010

LO SCISMA

        Poi, la vita lussuosa diradata mancò ad Avignone, gli stessi cardinali francesi in Italia si trovarono privi dei medesimi lussi francesi (e senza il buon vino), tanto che si arrivò a dichiarare nulla l’elezione di Urbano. Carlo IV sostenne Urbano ma il Re di Francia Carlo V e la Regina di Napoli si schierarono sciovinisticamente con i cardinali francesi. Senza scrupoli si passò all’elezione di un nuovo Papa, in realtà un antipapa, che era quel boia assassino del cardinale Robert, che assunse il nome di Clemente VII. Qui non si trattava di un antipapa qualunque di una famiglia nobile romana contro altra famiglia nobile ma di un antipapa tutto interno alla Chiesa che quindi definiva un vero e proprio scisma nella Chiesa (che si sarebbe chiuso nel 1415 con il Concilio di Costanza).

        Prima di prendere possesso della sua sede ad Avignone, Clemente, da boia qual era, tentò di impadronirsi di Roma con la forza ma neanche i boia riescono a sopraffare l’indignazione popolare. Clemente fu sconfitto a Marino (1379) e se ne andò dall’Italia che già aveva un Papa (due sarebbero stati tropi per qualunque Paese al mondo). Urbano restava ma era un Papa e doveva mantenere alto tale onore. Fece strangolare Giovanna di Napoli che era l’unica in Italia che sosteneva lo scisma e cercò, trovandolo, il sostegno di un emergente nella politica europea, Carlo di Durazzo Re d’Ungheria che presto divenne Carlo III di Napoli. Quest’ultimo riuscì a fermare Luigi d’Angiò, erede al trono di Napoli, che comunque moriva nel 1384. Ma la storia si ripeteva e per noi è ormai quasi noiosa: Carlo III non volle dipendere dal Papa che fu quasi recluso a Napoli. Appena riuscì a liberarsi per un poco riunì la Curia ed elesse addirittura 29 nuovi cardinali che, comunque, si indignarono contro l’assolutismo del personaggio, che voleva tutto fare e tutto decidere, arrivando a complottare contro di lui con Carlo III. Vi fu chi tentò di assassinarlo ma il grande Papa venne a conoscenza del mancato tentativo facendo arrestare e poi uccidere vari cardinali, scomunicando Carlo III ed interdicendo il suo Regno (tutti scomunicati senza più eventi religiosi e sacramenti). Insomma un pazzo maniaco criminale al potere che cercò aiuti mercenari, li pagò profumatamente restando loro ostaggio con la Curia che lo aveva abbandonato. Era solo nella sua follia ed allora ebbe un’idea. Cristo era morto a 33 anni (a cosa non può essere utile la numerologia ?) e quindi i giubilei si debbono fare ogni 33 anni. Il prossimo doveva quindi avvenire nel 1390. Dio tolse il disturbo di questo Papa nel 1389 al quale successe un altro campione, Papa Bonifacio IX (1389-1404) con Clemente VII che si rodeva il fegato per non essere riconosciuto il suo diritto al soglio di Pietro che, in quanto boia certificato, credeva di avere il diritto a ricoprire. Il nuovo Papa celebrò l’Anno Santo del 1390 e in modo molto furbo fece effettuare anche il Giubileo del 1400 con l’evidente motivo che le ultime regole sugli anni santi non toglievano le vecchie relativa ad ogni scadenza centenaria. Ed un Papa che si fa un paio di anni santi è un Papa che diventa super ricco. Comunque l’indegno Papa (ma serve ancora un qualche aggettivo per una genìa di banditi sempre uguali ?) non era mai sazio di denaro anche perché aveva una famiglia di succhiatori di sangue, tra madre, fratelli e nipoti (figli ?) a cui comunque assegnò ogni possibile beneficio ecclesiastico. M a questo non bastò. Per esaudire i desideri delle sanguisughe (Rendina) dovette diventare un simoniaco impenitente che vendeva cariche ed indulgenze al miglior offerente. I rapporti con i Romani oscillarono con il benessere della città. Ad ogni Anno Santo era amato (anche se i pellegrini portarono una pestilenza), salvo i tentativi di rivolta negli intervalli. Intervalli nei quali, dopo la morte di Clemente VII, fu eletto il nuovo antipapa nell’aragonese Pedro de Luna che assunse il nome di Benedetto XIII (1394-1423). Altro bandito e delinquente simoniaco denunciato pubblicamente anche per le esose tasse che aveva imposto all’Università di Parigi, Università che rifiutò obbedienza a tale antipapa, non dandola comunque al Papa. Il Re si schierò con l’Università,  anche perché non gradiva ad Avignone un Papa (leggi antipapa) aragonese, ed assediò Avignone mentre tentava la conciliazione con Bonifacio IX ( Papa legittimo). Quest’ultimo tentò un riavvicinamento all’Impero di Germania ma il tutto degenerò in politiche indegne e fallimentari che denigrarono sia Papa che antipapa fino alla morte di Bonifacio nel 1404 che le cronache descrivono ancora come Papa avido e simoniaco.

        Tutto come già noto e nelle migliori tradizioni papali per il successore, Papa Innocenzo VII (1404-1406): tumulti, violenze, buone intenzioni, nepotismo e simonia. A questo Papa seguì Gregorio XII (1406-1415), altro italiano di Venezia che, come Papa, non aveva certo da invidiare crimini ai francesi. Era un accanito giocatore che aveva enormi debiti di gioco. Appena eletto fece impegnare la tiara d’oro per pagarne in parte. Faceva sapere al popolo di Roma che intendeva por fine allo scisma ma nel frattempo era in trattative con Ladislao, Re di Napoli, per vendergli tutti i beni della Chiesa che non fossero legati al suolo. Anche i suoi cardinali lo abbandonarono facendosi accogliere alla corte di Benedetto XIII. L’insieme di cardinali ed anticardinali si riunì a Pisa nel 1309 e decise che ambedue i Papi erano deposti in quanto scismatici ed eretici impenitenti e spergiuri. La sede papale fu dichiarata vacante e riempita con l’augusto deretano di Alessandro V (1409-1410) che, a questo punto, doveva essere un antipapa ma, essendo questa funzione già occupata da Benedetto XIII, si poteva forse chiamare antiantipapa. I vicari di Cristo, a questo punto erano tre e, se si fosse insistito, potevano crescere. Un vero bordello di nome e di fatto per maggior gloria di Gesù. E poiché Alessandro decise di morire l’anno seguente, ad esso successe un altro antiantipapa, Giovanni XXIII (1410-1415). Il bordello fu rimesso al Concilio di Costanza (1414-1418) per una qualche soluzione. Gregorio abdicò nel 1415. Benedetto tentò di resistere scappando finché non fu dichiarato decaduto dal Concilio nel 1417 come eretico e scismatico. Altrettanto fece Giovanni che durò una sola settimana. Poi, su enormi pressioni esercitate da ogni potere oltreché dall’interno della Chiesa, si ritornò alla normalità criminale. Non si perdeva nulla, tra Papi, antipapi ed antiantipapi, la gara era a chi fosse maggior criminale. Alla successione di tanti vicari di Cristo fu chiamato, nello stesso Concilio di Costanza, l’italiano Papa Martino V (1417-1431) che metteva fine allo Scisma  di Occidente ma nascondeva in sé molte insidie essendo il rampollo Oddone della nobiltà romana dei Colonna. Eletto il Papa il Concilio si occupò dei problemi finanziari della Chiesa che, dopo anni di sperperi e per il mantenimento di tre Papi, richiedevano molti introiti. Come sempre gli sperperi dei potenti vengono fatti pagare ai poveracci che, con tre concordati per tre diverse zone geografiche (l’Inghilterra; la Spagna, l’Italia e la Francia; la Germania con vari Paesi dell’Est e scandinavi), si videro aumentare le tasse. Si stabilirono nuove norme di rapporto tra Stati e Chiesa, sulla composizione del collegio dei cardinali e si decise che in fatto di dogmi era la sola Chiesa a poter dettare legge. E la Chiesa riassunse il suo volto più manifestamente criminale perseguitando con i roghi ogni eretico. Seguiamo alcune delle ultime tappe criminali.

JAN HUS

        Nel 1375 in Inghilterra il teologo dell’Università di Oxford John Wycliffe aveva dato vita al movimento cristiano dei Lollardi (nato nel XIV secolo ad Anversa  e derivato dagli eretici beghini) che si intrecciava con movimenti sociali di rivolta contadina. Secondo il teologo inglese era solo la pietà del sacerdote che gli dava l’autorità di impartire i sacramenti e quindi chiunque avesse pietà del prossimo poteva farlo. Inoltre anche i Lollardi credevano che l’autorità fosse dei Vangeli e non della Chiesa, con la conseguenza che la tasse ecclesiastiche erano un furto alla povera gente e che, l contrario, la Chiesa doveva distribuire i suoi beni ai poveri. Infine avevano problemi con il dogma della transustanziazione. Nel 1415 le idee di Wycliffe che era morto nel 1384, furono condannate come eretiche ed il suo corpo fu riesumato per essere messo al rogo. La Spagna stava completando la Reconquista e sostituiva la tolleranza araba con la peggiore intolleranza cristiana. Le idee di  Wycliffe ebbero un grosso impatto sociale con la liberazione dei carcerati, l’attacco cruento a preti, frati, magistrati, finanzieri, nobili. Il 13 giugno 1381 fu presa Londra e furono giustiziati l’arcivescovo di Canterbury ed il priore di San Giovanni di Gerusalemme. Le teste di costoro furono infilate in alti pali e portate in processione-trionfo per le vie della città. A Barcellona, nel 1391, i cristiani massacrarono 4000 persone in parte conversos (dall’Islam) ed in parte ebrei. Nel 1397 a Graz (Austria) furono bruciati 100 valdesi. Nel 1412 a Praga fu scomunicato Jan Hus, ritenuto un  seguace di Wycliffe che abbandonò la città. E’ utile soffermarsi su Hus perché si tratta di una storia molto istruttiva.

        Il Concilio di Costanza condannò, oltre a Wycliffe anche Jan Hus (1371-1415), leader del movimento ereticale e rivoluzionario degli hussiti, che era ritenuto un seguace di Wyckliffe e che comunque aveva posizioni analoghe: il potere non può appartenere a chi non è in stato di grazia. Da notare che prima di quella del Concilio di Costanza, Hus fu condannato dai teologi domenicani dell’Università di Parigi. Hus aveva fatto pubblica richiesta al potere della Chiesa di redistribuire le proprietà con l’attuazione di alcune riforme a sostegno delle moltitudini diseredate ed affamate a fronte, sempre, delle strabordanti ed ostentate ricchezze di clero e nobili. A questo, Hus aggiungeva una condanna radicale della vergogna della vendita delle indulgenze. L’Inquisizione lo catturò e con uno spettacolare processo lo condannò al rogo che, per maggior gloria della Chiesa, lo arse a Costanza davanti la sede del Concilio e durante il suo svolgimento (1415). Questo atto di crudele imperio scatenò rivolte in tutta la Boemia, rivolte che durarono per gran parte del XV secolo.        

        Le posizioni di Hus sono così riportate da Deschner [1]:

Hus, conosciuto con il nome di “evangelicus doctor”, non fa che richiamare alla memoria, senza posa, la Bibbia. Lo fa, per esempio, con parole come “Per niente avete ricevuto, per niente quindi darete”. Oppure rievocando le parole di Matteo 19,21 “Se vuoi essere perfetto, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, ed avrai un tesoro nei cieli …”. Ma come stavano le cose, nella realtà? Hus lo dice chiaro e tondo: “Si paga per la confessione, per la messa, per i sacramenti, per l’indulgenza, per la benedizione, per la sepoltura, per le preghiere. Neanche l’ultimissima monetina, che la nonnina si è nascosta in un fazzoletto, rimane alla poveretta. Gliela invola il parroco rapace … “. Hus bolla i canonici, marchia quei “pigri accoltellatori” che non vedono l’ora che finisca la messa per precipitarsi nelle osterie, per darsi alle danze, “come bestie selvatiche” dietro a mammona, all’usura, alla fornicazione, alle gozzoviglie – ecco, sono costoro “i peggiori nemici di nostro Signore Gesù Cristo”.
Hus stigmatizza i lucrativi affari che si fanno con le reliquie portentose, flagella il “male” dei monaci mendicanti, che dissanguano il popolo “con presunti miracoli”, con “mendaci miraggi”, mettendo in vendita la terra di cui è impastato Adamo, la paglia della stalla di Betlemme, il letame dell’asino, l’acqua del Giordano, la manna del deserto, i peli della pelliccia del Battista, i peli della barba di Gesù, i riccioli della vergine Maria, il cerume delle sue orecchie, il suo latte. Oppure quelli che spillano denari con le tre ostie insanguinate in Wilsnack (Havelland), dove i pellegrini sciamano a migliaia dall’Ungheria alla Svezia e alla Norvegia, anche se è dimostrato che si tratta di truffe e raggiri, “nient’altro che impostura”.
Hus fa propaganda contro vescovi e prelati, “i signori del demonio” e i loro immensi averi. “Possano costoro dimostrare dove Cristo il Signore li ha mai chiamati a possedere e regnare su tanti patrimoni!”. Ma è sicuro che “là dove una chiesa non ha beni, non vi si trova un solo prete”.
Proprio la critica al patrimonio mondano e ai diritti di egemonia della chiesa è quella che più dispiace all’arcivescovo. Ed è comprensibile. E non meno gli dispiace la crescente predilezione per John Wicklef.  Del quale, nel 1406, mette al bando le dottrine. Nel 1408 – l’anno in cui si effettua il primo attacco documentato ad Hus, precisamente ad opera del clero parrocchiale di Praga, che si vede palesemente minacciato da Hus nella sua materiale esistenza – proprio nel 1408 l’arcivescovo ordina la consegna degli scritti di Wicklef e li fa bruciare il 16 luglio 1410 nel cortile arcivescovile, alla presenza di molti preti, contrariamente ad un ordine reale di proroga. La cerimonia fu accompagnata da un Tedeum e tutte le campane suonarono come per i defunti. Due giorni dopo Hus venne messo al bando con i suoi compagni e la scomunica colpì anche chiunque non avesse consegnato le opere di Wicklef.
A questa azione di annientamento seguirono a maggior ragione lacerazioni interne. I seguaci di Hus vennero frustati sotto una volta della corte arcivescovile, ma non mancarono sevizie e maltrattamenti anche per gli avversari di Hus. Anche all’interno delle chiese avvennero scenate imbarazzanti, a dir poco. Con le spade sguainate ci si avventava su un predicatore, fautore di questo o quello schieramento, e i chierici fuggivano a frotte dagli altari, perfino nel bel mezzo alla messa, come toccò una volta all’arcivescovo, circondato da quaranta sacerdoti.
Senza comprendere appieno la situazione, poiché di massima era ottimista, Hus si appellò al papa contro la bruciatura dei libri e il divieto di predicazione. E se nel 1405, già Innocenzo VII aveva incoraggiato l’intervento contro la diffusione della dottrina di Wicklef in Boemia, ora Giovanni XXIII (che affidò il processo ad Hus a mani diverse, anche alle proprie) raccomandò attraverso il cardinale Oddo Colonna un più incisivo procedere da parte dell’arcivescovo in Praga, se necessario con l’aiuto del braccio secolare, il che voleva dire l’uso della forza; in caso contrario lo stesso arcivescovo è minacciato di scomunica. 
Ma il metropolita, un docile servitore del suo padrone, non tardò a ribadire e ad inasprire la scomunica di Hus. E questo, tra l’altro, aggravò ulteriormente la situazione nella città, dove disordini e sommosse si andavano aggravando. Tuttavia Hus che, diversamente dal suo amico Girolamo, non si unì mai ai radicali, che non di rado attenuava le tesi di Wicklef e che in principio accettava l’ordinamento sociale esistente, come del resto anche Wicklef, non voleva misure coercitive né alcuna rivoluzione. E se già una volta il re aveva dichiarato la sua disponibilità a far bruciare i seguaci della “eresia” wicklefiana, Hus cercò invece di evitare il conflitto.
Già in precedenza egli aveva evitato il confronto, si era umilmente sottomesso da figlio ubbidente all’arcivescovo, si era piegato alle sue indicazioni, al suo biasimo, alla sua protezione; nel 1409 aveva sottolineato, in un discorso all’università, di considerare Wicklef come uno studioso di cui aveva studiato i libri, come tanti altri, e da cui aveva imparato molto di buono. “Nondimeno egli non riteneva per verità di fede ciò che scrive un erudito. Verità di fede le offre solo la Sacra Scrittura. Egli incoraggiava gli studenti a studiare gli scritti di Wicklef; ciò che ancora non capivano in essi, dovevano accantonarlo per l’avvenire; opinioni che fossero in contrasto con la fede – e tali non mancavano in Wicklef – non dovevano né accettarle né difenderle. Dovevano soltanto sottomettersi alla fede”.
Ma presto toccò ad Hus un nuovo grave oltraggio, che gli venne inflitto dal papa in persona.
Nella lotta contro re Ladislao di Napoli, Giovanni XXIII aveva emesso il 9 settembre del 1411 una bolla di crociata e in essa prometteva la remissione dei peccati (venia peccatorum) non solo ai combattenti, non solo a quelli che combattevano a proprie spese, ma addirittura a tutti quelli che avessero anche solo versato denaro a sostegno della crociata. Forse a provocare questa decisione era stato proprio Hus, che in passato aveva speso il suo ultimo denaro per l’acquisto di un’indulgenza, ma che ora certamente da tempo, e per principio, era sceso in campo contro le indulgenze, contro l’intera dottrina ecclesiastica sull’indulgenza, beffandosi di essa in una predica, dal momento che Paolo stesso, quando aveva raccolto elemosine per i santi di Gerusalemme, non aveva concesso ai Corinti alcuna remissione dei peccati,
Allorché nel maggio 1412, a Praga, si annunciarono solennemente una crociata e le indulgenze ad essa connesse, vennero esposte in tre grandi chiese – tra cui nel duomo, accanto all’altare di san Vito – tre cassapanche in cui gettare direttamente i denari per l’acquisto dell’indulgenza. “Adesso c’è la somma grazia per i popoli! Ecco il cielo aperto per tutti!”, strombazzavano gli esattori papali, “gli avidi maestri dell’ Anticristo “, ispirati dal “demonio di Mammona”. Tant’è vero che anche un cieco – tuonava Hus – potrebbe toccare con mano che al papa stava a cuore solo il denaro e non spendeva una sola parola per la preghiera; senza contare che né lui né i sacerdoti sapevano se chi comprava l’indulgenza fosse davvero contrito. Una “vergogna”, dichiarò a gran voce Hus, imputando al papa “imperdonabile temerarietà”, “la più oscena simonia”, al punto che la gente canticchiava versetti di scherno, motti sarcastici e gettava nelle cassapanche cocci, ossi e pesci marci.
A Praga, nei pressi dello Hradscin, venne trovato quell’estate, in uno di quei cassoni, un cartello con veementi attacchi contro i “seguaci di Belial e di Mammona”, contro il papa, considerato l”’Anticristo”, la cui frase conclusiva recitava: “Si deve credere di più al veritiero maestro Hus che al prelato, alla massa ingannevole, ai concubinari e ai simoniaci corrotti”. Ma Girolamo da Praga, a differenza di Hus famigerato per le sue azioni spettacolari, fece andare per le strade certe meretrici assai conosciute, con copie della bolla papale appese al collo, e fece poi dare alle fiamme gli originali sulla piazza del mercato del bestiame (oggi piazza Carlo).
Quello che certamente eccitò anche Hus, e forse anche di più, fu il fatto che il vicario di Cristo si appellasse al versamento di sangue e che egli, come si esprime Hus, non prendesse a cuore le parole di Paolo: “Mia è la vendetta, darò io ciò che spetta” (Romani, 12,19), il fatto che la sua bolla si rivolgesse anche contro dei cristiani, per cui Giovanni XXIII rampogna dal pulpito il re di Napoli – con tutti i barbugliamenti apostolici -, quale violatore della maestà, spergiuro, blasfemo, scismatico ed eretico.
Fu tuttavia evidente che, col suo attacco a Giovanni, il papa regnante, Hus si era spinto troppo in avanti. Pur rappresentando ancora un’istanza dominante dei riformatori boemi, egli si vide d’un tratto – fatta eccezione per gli studenti e parte del popolo – piuttosto isolato e abbandonato perfino da amici. La facoltà teologica, come anche la massima parte del clero cittadino, era contro di lui; altrettanto lo erano il capitolo del duomo e l’arcivescovo. Questi era, dopo la morte di Zbynek di Hasenburg nell’autunno 1411, il moravo tedesco Albich, regolarmente sposato fino a poco tempo prima, e non aveva alcun titolo in teologia. Albich era dottore in legge ed eccellente studioso di medicina, medico personale di Venceslao, che lo aveva voluto arcivescovo e a tal fine aveva corrotto il papa con 3600 fiorini d’oro. Tuttavia, poco attratto dalle controversie praghesi e teologicamente impreparato, il nuovo principe della chiesa si ritirò presto nella prepositura di Vyshehrad, nel quartiere sud della città, e più tardi in Moravia e a Breslavia.
Re Venceslao, che dopo il generale riconoscimento di Sigismondo come re romano-tedesco non aveva più alcun motivo per proteggere il movimento riformistico praghese, ora non appoggiò più Hus; si arrivò alla rottura, seguita da un ‘aperta ostilità. Venceslao preferì appoggiarsi a papa Giovanni che lo aveva riconosciuto re romano ed era forse ancora indispensabile per un’ incoronazione regale. Fu lo stesso Venceslao ad incitare il monarca di Polonia a sostenere il profitto dell’indulgenza papale e a vietare in questo periodo sotto pena di morte le diffamazioni di papa Giovanni e le proteste contro le sue bolle. Quando si arrivò alle prime esecuzioni capitali, si dice che Venceslao si sia espresso in questi termini: “E anche se ce ne fossero a migliaia, accada a loro come a questi”.
Da entrambe le parti si susseguirono attacchi e contrattacchi, tra cui l’assalto con armi pesanti di una masnada, per lo più tedeschi, alla Cappella di Betlemme, dove Hus tuonava senza tregua contro l’indulgenza papale e dove sarebbe stato ucciso, a suo avviso, se il suo seguito non lo avesse protetto.
Alcuni degli “urlatori più chiassosi” (così li definisce lo storico protestante Albert Hauck), tre giovani artigiani praghesi – Martin Kridelko, Jan Hudec e Stasec Polak – che si opponevano con maggiore veemenza alle “ipocrite e false indulgenze” e urlavano frasi come “Tu menti, prete!” e “È tutta una truffa!” all’annuncio delle indulgenze, vennero giustiziati l’11 luglio, in contrasto con le pacificazioni tentate dai consiglieri comunali, allora tutti tedeschi, come si dice in una fonte secondo cui, “anche gli armati erano tutti tedeschi”. I tre vennero condannati nonostante che Hus, il quale definiva ingiusta la loro condanna e incolpasse se stesso – “Io ho consigliato di opporsi all’indulgenza. Io l’ho fatto!” -, avesse promesso di non versare sangue. Già poche ore dopo i tre giovani venivano decapitati ancora prima di giungere sul luogo dell’esecuzione, a causa del pericoloso assembramento popolare.
Benché Hus anche ora cercasse di non rompere completamente con la gerarchia e anzi si ritirasse e si chiudesse nel silenzio – almeno dopo la liquidazione dei tre uomini, presto esaltati come “martiri” -, tuttavia gli montò incontenibile la collera, dichiarò i suoi antagonisti complici dell’Anticristo, svillaneggiò il papa con tutti i magisteri, bollando dottori e giuristi come collaboratori “di questa bestia ripugnante”, “i massimi nemici di Cristo”, sicché sul trono di Pietro poteva ben sedere “il Satana con dodici diavoli”.
In luglio, avendo i seguaci praghesi del papa “non lesinato affatto i denari”, la curia aveva nuovamente lanciato il bando ecclesiastico sul capo dell”’eretico” e inasprito in ottobre la sentenza di bando, per cui l’applicazione di tutti i divieti e delle minacce significava la totale espulsione della persona bandita da qualsiasi umana comunità: “A nessuno sia lecito, a rischio di interdetto in ogni luogo di soggiorno, di offrire a Hus cibo o bevanda, di parlare con lui, di avviare con lui compere o vendite, di offrirgli da dormire, fuoco o acqua. Tutti i contravventori saranno colpiti dal medesimo bando. Se Hus o i suoi seguaci non dovessero ottenere l’assoluzione entro i prossimi 12 giorni, l’interdetto, il divieto di tutte le operazioni ecclesiali saranno estese a tutte le città, villaggi e borghi in cui Hus possa trovare alloggio … “
Il papa ordina inoltre di scacciare i seguaci dell’ eretico dalla “loro tana”, la Cappella di Betlemme, e di smantellare immediatamente il luogo della “eresia”.
Hus è indeciso. Pensa non solo a se stesso, forse neppure in prima istanza. Teme inoltre le conseguenze dell’interdetto per i suoi fedeli. “Non so cosa mi convenga fare”, confessa sgomento, e si trattiene fuori Praga, da ottobre a dicembre 1412; però continua a diffondere le sue idee riformistiche, segretamente favorito dal nuovo arcivescovo Corrado di Vechta, soprannominato “il tedesco zoppicante”, che passerà addirittura dalla parte degli hussiti. Hus fa ritorno a Praga, scompare, va e viene, fino a che dal primi di luglio 1413 fino al suo viaggio a Costanza, per più di un anno, vive e lavora senza sosta – “Predico nelle città, tra i borghi, in campagna e nei boschi” -, sotto la protezione di alcuni nobili nella Boemia del sud. Nel frattempo abita sulla piccola Ziegenburg (Kozi hràdek), poi presso una nobile vedova Anna von Mochov – giudicata nel 1418 da un antihussita “la più zelante hussita di tutta la Boemia” -, ma stranamente mai menzionata da Hus stesso nella sua corrispondenza.

        Le vicende che portarono al rogo Hus meritano un cenno perché mostrano il modo disonesto ed osceno di operare nei secoli della Chiesa di Roma. Hus si muoveva in terra tedesca, insieme a Gerolamo da Praga (arso insieme a Hus), con un salvacondotto rilasciato dal Re Sigismondo del Sacro Romano Impero. Doveva recarsi proprio a Costanza per appianare le divergenze con la Chiesa. A nulla valse il salvacondotto che, di fatto, era stato rilasciato proprio per poter catturare il rivoluzionario Hus. Invitato a un incontro dai cardinali Pierre d’Ailly, Oddone Colonna, futuro Papa Martino V, Guillaume Fillastre e Francesco Zabarella, è da loro fatto subito arrestare e incarcerare (27 novembre 1414). Il 18 maggio 1415 gli viene chiesta l’abiura. Chiede di parlare per spiegare le sue dottrine nell’udienza pubblica che era stata fissata per il 5 giugno. In tale udienza gli venne impedito di parlare. Il 18 giugno il Concilio ratificò un elenco di 30 capi d’accusa contro Hus, proposizioni considerate eretiche tratte da tre sue opere dandogli tempo due giorni per contestarle. Egli risponderà punto per punto ma è tutto risulterà inutile perché il 6 luglio, nella chiesa di Costanza, sarà dichiarato colpevole di eresia. La Relatio de Magistro Johanne Hus, stilata da Pietro Mladenoviç, cronista del tempo, ci ha raccontato le fasi del processo e del rogo. Ancora nella chiesa, fu fatto salire su un palco e, rivestito di paramenti sacri, fu invitato ad abiurare. Rifiutò. Disceso dal palco, «i vescovi cominciarono subito a spogliarlo. Prima gli tolsero di mano il calice, pronunciando questo anatema: “O Giuda maledetto, perché hai abbandonato la via della pace e hai calcato i sentieri dei giudei, noi ti togliamo questa coppa della redenzione” […] e così di seguito, ogni volta che gli toglievano uno dei paramenti, come la stola, la pianeta e tutto il resto, pronunciavano un anatema appropriato. Al che egli rispondeva di accogliere quelle umiliazioni con animo mansueto e lieto per il nome del nostro Signor Gesù Cristo».

        Dopo averlo denudato e rivestito di un saio, gli posero sulla testa una corona di carta con tre diavoli dipinti e la scritta “Questi è un eresiarca“. Fu quindi portato in corteo verso il luogo dove era stato approntato il rogo (tanto per dimostrare che la richiesta di abiura in cambio di perdono è sempre stata una ipocrita buffonata). Lungo la strada ardevano i roghi dei suoi libri. Dal racconto del cronista dell’epoca si è appresa anche la tecnica che spesso veniva usata per arrostire gli eretici. Il condannato, dopo essere stato denudato, fu fatto inginocchiare su di un mucchio di fascine per essere poi legato saldamente ad un palo. Le corde lo tenevano alle caviglie, sotto e sopra le ginocchia, all’inguine, alla cintola e sotto le braccia. Una catena gli fu fatta passare intorno al collo. Quando i carnefici si resero conto che Hus aveva la faccia rivolta verso Oriente, lo girarono verso Occidente, posizione più conveniente ad un eretico. Si fece quindi una catasta di legna, paglia e fascine intorno a lui per coprire il condannato fin sotto il mento. A questo punto si avvicinarono due rappresentanti del potere civile per chiedere al condannato se ritrattava le sue eretiche teorie. Hus rifiutò e ciò comportò che i due che si erano precedentemente avvicinati, si ritirarono e batterono le mani. Era il segnale per accendere il rogo. Finita la combustione, restò il ributtante compito di distruggere il corpo arrostito e carbonizzato. Il corpo fu fatto a pezzi, le ossa spezzate, il tutto, con le viscere fuoriuscite dall’esplosione della pancia, fu gettato di nuovo sul fuoco ancora ardente in alcune parti. Poiché si aveva l’esperienza del rogo di Arnaldo da Brescia, si ebbe cura di raccogliere ogni resto, anche piccolissimo: non si voleva che fosse raccolto per farne reliquie. Il procedimento descritto fu certamente seguito, oltreché  i citati di Arnaldo ed Hus, per i roghi degli spirituali e di Savonarola.

        Anche qui è utile leggere cosa scrive Deschner [1] sulla condanna al rogo di Hus:

Si andava intanto preparando il Concilio di Costanza e re Sigismondo – “imperatore del concilio” – premeva perché vi partecipasse Jan Hus per porre così termine ai disordini religiosi in Boemia e liberare il paese dal sospetto di eresia.
Più volte Sigismondo fece pregare Hus di presentarsi a Costanza: nella primavera del 1414 tramite i due cavalieri cechi Jan di Chlum e Wenzel di Dubá, entrambi operosi seguaci di Hus, poi attraverso Heinrich Leffl, un uomo di fiducia di re Venceslao, simpatizzante dei riformatori. In più, un terzo inviato di Sigismondo, Nicola di Jemniste avviò trattative con Hus e lo informò della buona volontà del suo signore “di portare la questione ad una soluzione soddisfacente”. E quando finalmente una lettera del notaio reale Michele di Priest, dell’8 ottobre, annunciò a Hus la “viva gioia del sovrano per la sua decisione di venire a Costanza”, promettendo anche di inviare una lettera d’accompagnamento reale insieme ad un rappresentante del re come scorta ufficiale del viaggio “per maggiore sicurezza”, allora la lettera non giunse più al destinatario, essendo Hus già in viaggio dall’11 ottobre insieme ai cavalieri di Sigismondo Chlum e Dubá, con oltre trenta cavalli e due carrozze. Alla fine i due re – quello romano e quello boemo – si trovarono d’accordo sul fatto che Hus, qualora il concilio avesse condannato la sua dottrina e lui non si fosse sottomesso, avrebbe potuto rimpatriare incolume. Da ultimo, anche il salvacondotto di Sigismondo, che metteva il “venerato maestro Johannes Hus” sotto usbergo e protezione del santo regno, garantiva il libero ritorno di Hus.
Il 3 novembre 1414 Hus giunse a Costanza, e due giorni dopo papa Giovanni XXIII apriva il concilio.
Ora il santo padre, che aveva in precedenza bandito e condannato Hus, lo rassicurò al suo arrivo della sua personale protezione, ribadendo di non volerlo ostacolare in nessun modo, nemmeno, come disse, “qualora avesse ucciso il mio stesso fratello” – e però lo fece arrestare ancora in quello stesso mese. E il re, che l’aveva invitato ripetutamente a Costanza, informato della violazione della scorta e dell’arresto di Hus,
pur minacciando che l’avrebbe liberato anche se fosse stato costretto ad abbattere personalmente le porte del carcere, a questo punto consigliò a Hus di “arrendersi totalmente alla grazia del santo concilio”, di essere disposto a pentirsi, di non ostinarsi nell’errore, perché altrimenti i padri conciliari sapevano bene cosa dovevano fare di lui. Anzi, egli aggiunse: “Ho detto loro che non voglio difendere un eresiarca, al contrario, che un eretico ostinato l’avrei dato alle fiamme con le mie stesse mani!”.
Verso la fine di novembre, col pretesto totalmente inventato che si era nascosto in un carro di fieno nel tentativo di fuggire da Costanza, Hus venne incarcerato, gli venne proibito di parlare, senza essere peraltro interrogato né processato né condannato, per non dire del salvacondotto. Fu dapprima ospitato brevemente nell’abitazione di un canonico locale, poi nel convento dei domenicani sull’isola della città, dove fu rinchiuso in una cella vicina alla cloaca (in quodam carcere iuxta latrinas). In seguito il vescovo di Costanza lo condusse nel suo castello di Gottlieben, in un freddo cunicolo nel piano superiore della torre. Lassù Hus giacque incatenato di giorno, di notte legato con una manetta di ferro in una gabbia di legno, sorvegliato a vista da tre armati. A più riprese il detenuto, debilitato da vecchi malanni al fegato e alla cistifellea, cadde malato. Soffriva di dolori alla testa e per i calcoli, per attacchi di soffocamento, febbre alta, sbocchi di sangue. Si temette già il peggio; ma i medici personali del papa fecero in modo che il prigioniero, come si disse, “non perdesse la vita in maniera così ordinaria”.
I lavori del concilio erano incominciati ormai da tempo. Dapprima quelli così importanti, fatti dietro le quinte; soprattutto tramite alcuni avversari colà precipitatisi dalla Boemia, come il procuratore pontificio Michele di Causis, tramite Giovanni “Il Ferreo”, guerriero e vescovo di Leitomysl, nonché il teologo Stefano Palec, in passato uno dei più intimi amici di Hus e dal 1412 uno dei suoi peggiori nemici, autore anche di un libello “Anti-Hus”. Palec versò lacrime nel carcere dell’ex amico … e finì poi per spedirlo sul rogo.
Con subdola perfidia e sofisticherie furono usati spioni, infiltrati, delatori, inquisitori, interrogatori speciali. Si esercitarono pesanti pressioni su singoli testimoni, su cardinali, vescovi, teologi e monaci. Si sparsero ad arte voci, notizie false, arrivando a contraffare qua e là avvisi pubblici, falsificando i carteggi di Hus e la stessa Bibbia. Si intercettò e manomise anche la sua corrispondenza, usandola contro di lui. E non si mancò di ricorrere alle corruzioni. Davanti al carcere di Hus, Michele di Causis ebbe a dichiarare: “Con l’aiuto di Dio bruceremo presto questo eretico, per questa causa ho speso già molti fiorini”.
D’altronde, ancora nella tarda estate 1414, l’inquisitore papale a Praga, il vescovo Nicola Condemone, in presenza di parecchi nobili boemi e di un notaio, aveva dichiarato: “Mi sono intrattenuto spesso e a lungo col maestro Hus, ho mangiato e bevuto in sua compagnia, ascoltato le sue prediche e avuto molte conversazioni riguardo alla Sacra Scrittura, ma non ho mai rilevato in lui alcuna posizione ereticale; piuttosto 1’ho riconosciuto come uomo leale e cattolico, senza notare nulla di erroneo in lui. Fino ad ora nessuno ha potuto dimostrare in lui tracce di eresia; e nessuno ci si è provato quando solo pochi giorni fa durante l’assemblea ecclesiale nel palazzo arcivescovili egli vi è stato sollecitato con pubbliche affissioni”. Cose analoghe aveva detto a suo tempo, durante una riunione di preti, l’arcivescovo di Praga Corrado di Vechta.
Incrollabilmente fedele a Hus, in questo mondo conciliare oscuro e ipocrita, rimase il nobile boemo Jan di Chlum, anche se tutto quanto lui fece fu ostacolato e reso inefficace. Eppure giunsero al re anche due epistole di protesta scritte in ceco dall’aristocrazia morava, oltre che (anch’esso diretto al sovrano e anch’esso in ceco), il solenne memorandum di una grande assemblea di baroni, cavalieri e nobili, scritta il 12 maggio a Praga, provvista di non meno di 250 sigilli dell’aristocrazia boemo-morava indignata per l’incarcerazione del Maestro, avvenuta in dispregio della verità e del diritto. Sosteneva che Hus era stato calunniato senza colpa, ma con lui anche la Boemia e la “lingua ceca”. E adesso, vi si dice, egli si trova “in tuo potere e ostaggio nella tua città, sebbene lui abbia le tue promesse e i tuoi salvacondotti!”
Ma il re temeva i cardinali e ormai da tempo, se non già da principio, si era deciso contro Hus, prendendo opportunisticamente posizione a fianco della grande maggioranza. In modo tanto abile quanto calcolato, con animo tanto infido quanto ambizioso, Sigismondo intendeva presentarsi come salvatore della chiesa e della cristianità intera. E non voleva vedere la sua Boemia bollata col marchio di regione culla “di eretici”. Sicché lasciò cadere Hus, tanto più che – come informa Eberhard Dracher, un testimonio oculare – lo avevano convinto “che egli non era obbligato a mantenere la sua parola verso uno sospettato di eresia, fintantoché egli stesso lo credeva”, spingendolo a non lasciarsi irritare dal “caso Hus e da altre piccolezze”.
Nel capodanno 1415, dunque, re Sigismondo consente formalmente ai cardinali di procedere contro Hus secondo il loro proprio giudizio, Capitolò quindi totalmente al cospetto dei preti radunati a migliaia. Voleva che Hus abiurasse, oppure la condanna avrebbe fatto il suo corso e l’eretico sarebbe stato bruciato, Già una della sue eresie, ebbe ad esternare allora, poteva bastare. Anzi, incitò i cardinali a diffidare di Hus, anche qualora avesse ritrattato. Ritornato in Boemia, la sua dottrina si sarebbe diffusa anche in Polonia e nei paesi limitrofi.
Troppo tardi Hus, messo in guardia già in Boemia dal salvacondotto del re, riconobbe il nemico in colui che per lungo tempo aveva ritenuto il suo “benevolo benefattore e forte protettore”. Si ricordò allora di un messaggero del re, del signor Mikes Divoky, che un tempo, nella fortezza Krakovec, gli aveva promesso nel nome di Sigismondo una scorta sicura e una felice conclusione, eppure, diffidando lui stesso dell’incarico di Sigismondo aveva aggiunto di suo: “Sappi per certo, maestro, che verrai condannato!”. Troppo tardi Hus riconobbe “che Mikes aveva scrutato fin troppo bene le intenzioni del re”. Anzi, era ormai convinto che il sovrano l’avesse illuso e ingannato fin dall’inizio. E scrive a Chlum e Dubá: “Suppongo che questa sia la mia ultima lettera a voi, giacché domani, sperando in Gesù Cristo, sarò purificato dai miei peccati mediante un’orribile morte. Ciò che mi è accaduto in questa notte, non posso scriverlo. Certo è che Sigismondo ha ormai decretato tutto con animo proditorio”.
Già da tempo anche la regia ufficiale del concilio, in special modo una commissione d’inchiesta di diciannove membri – composta da dichiarati nemici di Hus -, aveva designato la sua vittima. In sostanza, però, Hus fu un uomo morto fin dal suo apparire nella città sul lago di Costanza, o quantomeno fu la persona predestinata che, seppure in caso di ritrattazione, si sarebbe lasciata languire a vita in qualche carcere monastico.
Dopo che, il 4 maggio 1415, Wicklef era stato “condannato per l’eternità”, con l’ordine di disseppellire le sue ossa e buttarle in luogo sconsacrato come immondizia, incominciarono ai primi di giugno gli interrogatori pubblici di Hus, una pura e semplice formalità, in cui lo si trattò spesso in modo scandaloso: troppa gente gli urlava contro, non lo lasciava parlare, lo copriva di epiteti sarcastici, gli poneva domande capziose, lo derideva, lo fischiava, gli sputava addosso, lo colmava di maledizioni e di contumelie, gli dava del rettile e della vipera, lo insultava dandogli del sodomita, del turco, dell’ebreo, del Caino e Giuda, trovava ridicoli i suoi scrupoli di coscienza, senza nemmeno prendere in considerazione i suoi ragionamenti. Si ascoltarono testimoni, quasi tutti a lui ostili, quindici in un solo giorno, tutti a suo carico. Furono estorte dichiarazioni e prove, tutte a suo carico. Non gli si riconobbe nessun difensore, dato che nessuna protezione giuridica poteva spettare “ad un individuo sospetto di eresia”. Gli si addebitarono dichiarazioni che non aveva mai rilasciato, tesi che non aveva mai sostenuto, che anzi erano state falsificate; e lo si incolpò addirittura di essersi spacciato come la quarta persona divina.
In breve, Hus poteva dire e comportarsi come voleva, ma tutto gli veniva sempre ritorto contro. Se gli s’impediva di parlare con schiamazzi da tutte le parti, in modo che non potesse rispondere chiaramente, gli si dava del confuso. Se discuteva con precisione, gli si rinfacciava arzigogolo e cavillosità da leguleo e si voleva udire da lui soltanto dei sì o dei no. Se non proferiva parola, si vedeva in questo un’approvazione degli errori. E se argomentava sulla base e con l’autorità dei padri della chiesa, lo si giudicava fuorviante, elusivo e lo si richiamava all’argomento. “Datemi due righe di un qualsiasi autore – si gloriava non senza ragione un inquisitore medievale – e io dimostrerò che è un eretico e lo farò bruciare”. Alla muta scatenata del concilio, una volta, Hus ribatté tranquillamente: “Avevo pensato di trovare più decoro e più disciplina in questo Concilio!”. E agli amici di Praga fece sapere: “Costoro urlavano tutti contro di me. come i giudei contro Gesù!”
Si accusava ripetutamente Hus di cocciutaggine, dandogli dell”’eretico” pervicace. Eppure l’accusato non faceva che ripetere la sua disponibilità a correggersi, offrendo spesso al concilio la sua ritrattazione, la sua umile ritrattazione, qualora lo avessero convinto dell’errore, inducendolo a ricredersi, confutandone le tesi sul fondamento della Bibbia, in base ai padri della chiesa.
Ancora poco prima della sua esecuzione, il 5 luglio, Hus dichiarò ad una delegazione ufficiale (tra i quali erano due dei più insigni cardinali, d’Ailly e Zabarella), quand’era ormai stremato e sfinito, già segnato dalla morte: “… se fossi consapevole di aver scritto o predicato qualche cosa contraria alla legge di Cristo e alla sua vera Chiesa, Dio mi è testimone che avrei ritrattato in umiltà. lo pretendo soltanto che mi si mostrino migliori e più accettabili prove dalla Scrittura, più convincenti di quelle che ho scritto e insegnato – allora ritratterò di buon grado!”. E quando uno dei vescovi lo interpellò direttamente “Vuoi forse essere tu più saggio di tutto il Concilio?”, Hus ribatté: “lo non intendo essere più saggio del Concilio … Datemi solo, ve ne prego, il più infimo esponente di questo consesso che mi insegni qualcosa di meglio che non sia la Bibbia e io farò tutto quanto il Concilio pretende da me!”
Avrebbe dovuto agire contro la sua coscienza, abiurare da ciò che non aveva mai detto, raccontare bugie di fronte al concilio? Proprio questo era ciò che si desiderava, si voleva piegarlo, umiliarlo, pretendendo la sua totale ritrattazione; si voleva colpire, annientare l’opera della sua vita, tutto il pericoloso movimento di Boemia. “Il Concilio voleva la menzogna, anticipando la tattica dei clamorosi processi spettacolo del XX secolo: esigeva una globale confessione di colpa anche là dove non si era trovata o dimostrata alcuna colpa” (Rieder).
Fin troppo comprensibile, dunque, che Hus a Costanza, con la morte davanti agli occhi, usasse la tattica in modo particolarmente circospetto, riflessivo, che lasciasse valere grande prudenza, che fosse esposto a “tentazioni”. Aveva paura di dover forse abiurare, di perdere la sua credibilità, di mostrare anche debolezze, timore; cercò quindi di smorzare i toni e di limitare molte cose prima asserite e difese, replicando talvolta in modo non molto concreto, tentando di essere evasivo, perfino contestando alcune cose, anche quando pareva spingersi troppo oltre. Dopo una visita presso Hus l’ambasciatore dell’università di Colonia afferma: “Non ho mai visto un tipo così arrogante e capace di falsare il diritto che sapesse rispondere con tanta prudenza e nascondere la verità”. Ma in tutto l’essenziale, nelle cose decisive, in tutto quanto riguardava il proprio rigorismo morale, la propria impavida critica alla chiesa, la sua alta considerazione per Wicklef, il maestro boemo si rivelò inflessibile. Sempre incalzato perché abiurasse, sempre e senza tregua martellato per la ritrattazione spontanea con minacce e lusinghe, Hus rimase irremovibile.
Giunse così sabato 6 luglio 1415, l’ultimo atto della cruenta messinscena. Di prima mattina, nel duomo di Costanza, tutti i personaggi importanti e famosi presenziarono alla santa messa dalla quale Hus restò dapprima escluso, incatenato e circondato nell’atrio da armati. L’arcivescovo di Gnesen cantò il vangelo secondo Matteo 7, 15: “Guardatevi dai falsi profeti: essi vengono a voi in veste di pecore, ma nel loro intimo sono lupi rapaci …”. Il vescovo di Lodi tenne l’omelia sulla massima di Paolo “Il corpo peccaminoso deve essere distrutto”, facendo appello al re, presente sotto la corona e circonfuso da tutte le sue insegne, affinché annientasse la “eresia”, “eliminando soprattutto questo eretico matricolato, incancrenito, per la cui malvagità diverse regioni del mondo sono ormai infettate da peste ereticale e avviate alla perdizione …”.
Hus, fatto entrare nel frattempo, era caduto sulle ginocchia e pregava.
Fu dunque data lettura dei capi d’accusa e delle numerose false testimonianze, da tempo invalidate, su cui incombeva un “Decreto del silenzio”. Ma Hus, utilizzando la sua ultima occasione di informare il pubblico, di ribadire la propria ortodossia, continuò a gridare a voce alta le sue proteste e le sue precisazioni, finché si diede ordine agli sbirri di farlo tacere con la forza, tanto che lui con le braccia levate al cielo implorò con veemenza: “Ascoltatemi, per l’amor di Dio, prestatemi orecchio, perché almeno non tutti quelli qui presenti credano che io abbia affermato dottrine sbagliate! Dopo, farete  di me ciò che volete!”
Quando lo s’incolpò nuovamente di essersi definito come la quarta persona della divinità, Hus pretese, ma inutilmente, di sapere il nome del presunto testimone, ribadendo la propria fede cattolica. E quando gli fu imputata la sua noncuranza del bando, dichiarò di aver chiesto tre volte udienza al papa per difendere la propria causa, oppure che lo si convincesse dell’errore. Ma poiché questo gli era stato negato, affermò di essere intervenuto “a questo Concilio per libera decisione, dopo che il re, qui presente, mi ebbe promesso sicura scorta e che mi avrebbe protetto contro qualsiasi violenza”; nel dire ciò Hus volse lo sguardo sul sovrano, “the playboy ruler of the Holy Roman Empire”, sulla cui faccia, dice il testimone oculare Mladenoviç “si stese un rossore di vergogna”, apparendo senza dubbio “the saddest figure in this drama” (Molnar).
Una triste figura, perciò, la fa ancora oggi il cattolico Brandmüller, storico ecclesiastico, quando scrive: “Alla fin fine il Concilio cercò in ogni modo di rendere il più agevole possibile all’imputato la ritrattazione … “. [Devo a questo punto dire che Brandmüller è quel personaggio che Papa Ratzinger richiama a sostegno delle sue tesi miserabili su Galileo, ndr]
Data lettura del verdetto con cui il “santo Sinodo” giudicava un “uomo ostinato, incorreggibile e non disposto all’abiura delle sue erronee teorie”, un “eretico” vero e manifesto, uno che ha “insegnato e pubblicamente predicato obbrobriosi errori e molte cose scandalose, temerarie e sovversive”, Hus cadde in ginocchio ed esclamò: “Signore Gesù Cristo, ti prego, perdona tutti i miei nemici per la tua grande misericordia; tu lo sai, costoro mi hanno falsamente accusato, producendo testimoni falsi e adducendo articoli bugiardi contro di me! Perdona loro per la tua incommensurabile grazia”. Molti vescovi scoppiarono a ridere; ma il consigliere reale conte Schlick lasciò indignato il duomo, dichiarando a voce alta di non poter essere presente in buona coscienza ad una così iniqua condanna.
A questo punto Hus venne solennemente degradato. In piedi su un podio nel mezzo della navata centrale della chiesa e vestito di tutti i paramenti sacerdotali, sette vescovi maledicenti che lo oltraggiavano, dato che una volta di più rifiutava l’abiura “per non mentire in faccia a Dio e non dover urtare contro la mia coscienza”, come disse tra le lacrime – gli strapparono di dosso i paramenti pezzo per pezzo, storpiarono la sua tonsura e lo consegnarono al “braccio secolare”. Non senza avergli calcato prima sulla testa il copricapo dell”‘eretico”, fregiato con “tre orrendi demoni”, accompagnandolo col fatidico annuncio: “Consegniamo la tua anima al demonio”.
Hus venne quindi trascinato, davanti ai suoi libri dati alle fiamme, attraverso un ‘immensa folla che faceva ala al percorso. Alla vista della catasta del rogo cadde sulle ginocchia e pregò a voce alta: “Gesù Cristo, figlio del Dio vivente, che hai sofferto per noi, abbi pietà di me”. Ma quando, nel luogo del sacrificio, volle iniziare una predica in lingua tedesca, gli venne impedito. E nemmeno gli fu consentito di pronunciare i tre discorsi che sintetizzavano i princìpi riformistici della Boemia, quelli che Hus aveva elaborato appositamente per il concilio di Costanza.
Fu legato con corde bagnate ad un palo e furono ammucchiati trucioli e paglia intorno al suo corpo fino al mento. Racconta il testimonio oculare Peter von Mladenoviç: “A questo punto i boia appiccarono il fuoco al maestro. Al che, con voce alta, egli intonò dapprima “Cristo, figlio del Dio vivente, abbi pietà di me”, ripetendo per la seconda volta “Cristo, figlio del Dio vivente, abbi pietà di me”. E alla terza volta aggiunse “Tu che sei nato da Maria la vergine!”. E quando ebbe incominciato per la quarta volta a cantare, subito il vento gli spinse le fiamme in faccia e quindi, pregando tra sé e muovendo labbra e capo, se ne andò al Signore. Ma nell’attimo di silenzio, prima di spirare, sembrò che si muovesse, e precisamente per il tempo necessario per recitare in fretta due o tre paternoster. Quando la legna delle suddette fascine fu ridotta in cenere c tuttavia restava ancora una massa corporea, appesa per il collo alla succitata catena, i carnefici precipitarono al suolo quella massa insieme alla colonna, ravvivarono nuovamente il fuoco con una terza carrata di legna e bruciarono la massa completamente … Dopo che ebbero trovato tra gli organi interni il suo cuore, affilarono una stanga alla maniera di uno spiedo e vi fissarono in cima il cuore, lo bruciarono con cura e lo scrollarono con delle pertiche e finalmente ridussero in cenere tutta quella massa. E per ordine dei succitati signori, del conte palatino e del maresciallo, i boia gettarono nel fuoco la sua camicia insieme con le scarpe dicendo: “Affinché i Boemi non conservino queste cose come reliquie …”. E così caricarono gli avanzi su un carro e affondarono il tutto nelle acque dell’attiguo fiume Reno”. 
Secondo il cronista di Costanza Ulrich Richental “il boia lo afferrò e lo legò coi vestiti e con tutto ad un’asse verticale, gli mise uno sgabello sotto i piedi, spinse legna e paglia sotto il suo corpo, vi versò dentro un po’ di pece e vi appiccò il fuoco. A quel punto Hus incominciò a gridare e fu presto avvolto dalle fiamme. E una volta ridotto in cenere, l’infuia (il berretto dell’eretico) apparve ancora intatta. Allora il boia la spinse tra le braci in modo che anch ‘essa finì di bruciare e si diffuse un cattivo odore; perché Il cardinale Pancrazio aveva avuto un mulo che era morto in quel luogo e vi era stato sepolto: per la calura si aprì il terreno da cui emanò quel fetore”.
Così la massa degli astanti – buona la regìa! – poté avere una prova ulteriore del gusto sopraffino del diavolo.
Il giorno dopo i padri conciliari celebrarono una cerimonia di ringraziamento a Dio. E il teologo cattolico Brandmüller, ancora nell’anno di grazia 1999, giunge in ultima analisi a tirare la “conclusione” della sua apologia col seguente giudizio finale: “Il processo fu equo e corretto”. […]
E l’anno successivo fu mandato al rogo Girolamo da Praga, amico e compagno di lotta di Hus.
In precedenza Girolamo aveva promesso a Hus di seguirlo in caso di pericolo e, sebbene fosse egli stesso bandito e messo in guardia da Hus, era giunto in aprile a Costanza, abbandonando tuttavia ben presto la città, dopo che Chlum e Dubá l’ebbero avvertito del pericolo imminente. Ma poco prima del confine boemo venne catturato a Hirsau, nell’Alto Palatinato, e in maggio rispedito indietro dal duca Giovanni di Baviera. Lo trasportarono, mani e piedi legati, a Costanza, dove giunse il 23 maggio e rimase incarcerato per un anno, sempre con mani e piedi in catene, in posizione ricurve, mantenuto a pane e acqua finché fu bruciato sul rogo il 30 maggio 1416.
Per la verità, ammorbidito dalle spaventose condizioni detentive, Girolamo era stato indotto a dissociarsi nel settembre 1415 da Wicklef e da Hus; ma anche quella ritrattazione venne da lui ritrattata e Girolamo difese le proprie originarie convinzioni con un atteggiamento che fece impressione perfino sui suoi nemici. ‘Lo riconobbe Poggio Bracciolini, famoso umanista, partecipante al concilio e segretario della Curia pontifica: “Non ho mai visto un uomo così eloquente che fosse così vicino agli antichi oratori quanto Girolamo. I suoi nemici avevano elaborato diverse accuse per incolparlo di eresia, ma lui si difese in modo così suggestivo, tanto modesto quanto saggio, che io non sono in grado di esprimerlo … Girolamo aveva languito per 340 giorni in una torre umida e buia, eppure fu in grado di tenere un discorso così eccellente, costellato di esempi di uomini famosi e di tesi desunte dai Padri della chiesa. Il suo nome merita onore imperituro … Girolamo fu della scuola dei saggi antichi; né Muzio Scevola ha tenuto la sua mano nel fuoco con tanto coraggio quanto Girolamo vi tenne il suo corpo né Socrate vuotò il veleno dal calice con tanta pacatezza quanta ne mostrò Girolamo salendo sul rogo.

        L’orrenda esecuzione di Hus mostrò quale seguito avesse in Boemia. Immediatamente vi furono dovunque rivolte i cui inizi sono così raccontati da Deschner [1]:

La morte tra le fiamme di Hus e di Girolamo condusse, né ci si poteva aspettare diversamente, all’insurrezione popolare in Boemia, che generò nuovi crimini mostruosi. La regione si trasformò in un ribollente pandemonio e il popolo – dalla nobiltà fino all’ultimo contadino formò un unico fronte contro l’ortodossia cattolica. Mentre si elevava Hus alla santità, mentre si veneravano lui e Girolamo come martiri, si ignorarono le decisioni conciliari prese a Costanza, non ci si curò delle incriminazioni, delle maledizioni dell’interdetto su Praga e venne distribuita la comunione sotto forma di pane e vino facendo del calice un attributo di identificazione, un simbolo attrattivo e potente degli hussiti. Indignati, assetati di vendetta, disposti alle rapine, i “credenti del calice” cacciarono il clero della vecchia chiesa. Ne seguirono prolungati eccessi, massicce espulsioni, con uccisioni di chierici avversari. Lo stesso arcivescovo di Praga fu costretto a tagliare la corda.
Mentre re Sigismondo cercava di destreggiarsi tra le parti, mentre Venceslao si barcamenava ancora di più, le menti radicali si misero alla testa del movimento, rapidamente spaccatosi in gruppi diversi, più di tutti negli hussiti radicali – chiamati Taboriti – e nei gruppi moderati, verso i quali propendevano università e alta nobiltà (detti Utraquisti, o calicisti, o calistini), i quali accettavano la comunione sotto le due specie del pane e del vino. Costoro formularono le loro rivendicazioni nei “Quattro articoli di Praga”, vale a dire, oltre alla comunione “sub utraque specie”: libera predicazione per i chierici ad essa abilitati, assenza di proprietà per i religiosi, punizione dei peccati mortali (eresia, simonia, furto, alcolismo, tra l’altro), tanto per i sacerdoti quanto per i laici, da parte dell’autorità civile.

        Una decina d’anni dopo il criminale rogo, nel 1424, il Cardinale Branda, ambasciatore in  Boemia, ebbe a scrivere le seguenti bestialità che sembrano uscite dalla bocca del centurione che martellava sui chiodi della croce:

La maggioranza di questi eretici vuole la comunità dei beni e sostiene che alle autorità non si deve né tributo né obbedienza. Ora con questi principi si distrugge tutta la civiltà. Gli hussiti reputano come inesistenti i diritti divini ed umani e non pensano che a sbarazzarsene con la violenza. Le cose andranno tanto lontane che né i re, né i principi nei loro regni o principati, né i borghesi nelle loro città, né i privati nelle loro case, saranno più al sicuro; questa abominevole setta non danneggi solamente la fede e la Chiesa; guidata da Satana, dichiara guerra all’umanità intera, di cui attacca e capovolge ogni diritto.

Ed ancora a circa metà Novecento presunti storici cattolici come Guiraud scrivevano:

Non bisogna dimenticare tutto quanto vi era di socialista e di comunista nelle rivendicazioni Hussite; da questo punto di vista il movimento rivoluzionario della Boemia, nel XV secolo, procedeva direttamente dalle dottrine di Jan Hus e di Wicklef, sincretismo di tutto quanto esisteva di antisociale nei sistemi degli Spirituali, dei Begardi, dei Valdesi e dei Catari.

        Socialista ? Comunista ? Chi dice queste sciocchezze dovrebbe essere radiato da ogni biblioteca e le sue opere utilizzate come spessori per sistemare in piano i tavoli traballanti. Per leggere il capolavoro di questo esegeta dell’orrore si vada al suo Elogio dell’Inquisizione, libercolo esaltato dai cattolicisti nostrani.

UNA PARENTESI CIVILE TRA PAPI CRIMINALI

         Riprendiamo da Martino V che nei primi tempi del pontificato operò da Costanza. Era reclamato da vari Re perché prendesse la residenza nel proprio Paese. Alcuni offrivano addirittura la proprietà di intere città ma egli aveva deciso per Roma, sede del vicario di Cristo. Nel 1418 iniziò il suo viaggio complicato verso Roma perché, di nuovo, l’Italia era terra non affidabile con diverse bande che operavano dovunque, con sovrani differenti in lotta tra loro e con i beni della Chiesa dispersi in differenti mani. L’avvicinamento fu lento ma, sul finire del 1420, Martino entrò in Roma accolto dai Romani con entusiasmo perché, dopo 135 anni, avevano a che fare di nuovo con un Papa romano (in realtà era di Genazzano un paesino vicino Roma). Roma era una città che era in condizioni addirittura peggiori di come l’aveva vista Papa Urbano V nel 1367. Tutto diroccato, sporco, con fogne a cielo aperto, con fango ed abbandono ovunque. Come scrive Gregorovius, era “un labirinto di vicoletti sporchi, irti di torri, in cui una popolazione miserabile ed infingarda trascorreva le sue giornate senza gioia. Le vendette di sangue tenevano divise le grandi famighlie; i borghesi erano perennemente in lotta con i baroni che, a loro volta, combattevano senza tregua tra loro”. Martino non operò come Urbano al solo restauro di qualche chiesa ma tentò di ridare un volto alla città innanzitutto fermando la criminalità e la delinquenza mediante una sorta di polizia di strada. Si preoccupò anche, in alcune occasioni, di ingentilire i costumi regalando alle dame, in occasione della quarta domenica di Quaresima, delle Rose d’Oro (si trattava di un ramo con più rose in oro e pietre preziose, secondo un’usanza introdotta da Urbano II nel 1096, alla fine del Concilio di Tours) ed a funzionari di rango dei cappelli e delle spade d’onore. Anche Martino si preoccupò di restaurare e decorare le chiese utilizzando i massimi artisti dell’epoca come Gentile da Fabriano e Masaccio il giovane. Per fare ciò servivano molti denari ed a questo provvide un riordino delle finanze dell’intero patrimonio della Chiesa sparso in svariate province.  Ma per riordinare il tutto servivano persone di fiducia che Martino trovò nei suoi parenti. Forse l’unico atto di nepotismo giustificato, anche perché la sua corte non fu sfarzosa, anzi umile.

        Con la voga dei Giubilei ebbe a che fare anche Martino e per il 1423, ai 33 anni di Cristo successivi all’ultimo Giubileo del 1390, fu bandito un nuovo Anno Santo che fu quello con il maggior contenuto religioso anche perché vi era Bernardino da Siena che predicava ovunque facendo roghi degli emblemi del lusso e, tanto per mostrare la pietà del Signore Gesù, bruciando anche streghe (tra cui Finicella). In quello stesso anno, come si era deciso a Costanza, fu convocato un Sinodo di vescovi a Siena (dopo una precedente convocazione a Pavia con pochi partecipanti a causa della peste). Il Sinodo fu un fallimento: pochi partecipanti che si defilavano rapidamente e pochi provvedimenti presi tra cui, come no !, la condanna della teologia di Jan Hus e dei seguaci di Benedetto XIII che era morto l’anno precedente nel suo castello di Peñiscola nel Regno di Aragón. Ma Benedetto aveva nominato 4 cardinali, tre dei quali, con il consenso del Re di Aragón, avevano eletto il suo successore (antipapa anch’egli) Clemente VIII. Costui si era dimesso nel 1429 ed era stato riammesso nella Chiesa di Roma da Martino. E’ d’interesse sapere che anche il quarto cardinale aveva eletto il suo Papa (altro antipapa) Benedetto XIV che morì nel 1430. Non serve dire che il tutto è solo buffonesco.

        Maggiori problemi Martino ebbe con il Re di Francia Carlo VII, anche se ancora in guerra con l’Inghilterra, e con il clero francese. Il Re ed i cardinali rivendicavano antichi privilegi che affermavano di aver perso. Vi era alle porte un Concilio, quello di Basilea del 1431 e Martino pensò di risolvere lì delegando allo scopo il problema al presidente di quell’Assemblea il cardinale Giuliano Cesarini. Ma Martino morì prima che iniziasse questa Assemblea. Nonostante il ruolo complessivamente di grande livello rispetto a quasi tutti i predecessori, “senza ritegno alcuno, incurante dell’opposizione dei cardinali, largì ai suoi parenti i beni ecclesiastici sicché un secolo dopo il cardinale Egidio poteva pronunciare su di lui questo giudizio: «Pose le basi della grandezza e dello splendore della Chiesa … che avrebbero toccato la vetta ai tempi di Giulio II; restituì alla Chiesa un’età d’oro di pace, ma fu cagione che nell’accrescimento delle dovizie e del potere andasse perduta l’autorità dell’onesto e della virtù»” (Gregorovius).

        Come successore fu eletto il nipote (nipote o figlio ?) di Gregorio XII che lo aveva anche fatto cardinale, si trattava del veneziano Papa Eugenio IV (1431-1447), espressione degli Orsini ed avversario dei Colonna. Costui pubblicò subito una Bolla con la quale dava esecuzione a scelte fatte in precedenza durante il Conclave: il Papa autolimitava la sua potestà perché le decisioni importanti si sarebbero prese insieme al Collegio dei cardinali; la Corte pontificia sarebbe stata riformata e trasferita fuori Roma. Appena venuti a conoscenza di questi propositi i parenti di Martino V, lasciati da costui ricchi e potenti, la poderosa e banditesca famiglia Colonna, si opposero con forza perché si sarebbero visti privati di loro importanti proprietà come Castel San’Angelo, il Lido di Ostia ed altre terre. Eugenio li scomunicò sostenuto da Giovanna di Napoli perché la potenza dei Colonna faceva paura. Dopo vari scontri si arrivò ad una pace che vide i Colonna umiliati da Eugenio (dovettero pagare una grossa somma al Papa, cedere le città di Narni, Orte e Soriano, far sgomberare tutti i capitani dalle rocche di proprietà della Chiesa nelle quali li aveva sistemati Martino).

        Eugenio si trovò, come primo impegno, di fronte al Concilio di Basilea ed era intenzionato in esso a porre fine allo scisma con la Chiesa di Costantinopoli. Sorsero difficoltà perché il Presidente del Concilio, il cardinale Cesarini, al quale Eugenio aveva dato incarico di sostituirlo, tardò 5 mesi ad arrivare nella città perché occupato dalle sconfitte della Chiesa nella disastrosa crociata contro gli hussiti. La cosa preoccupò o finse di preoccupare Eugenio al punto che sospese quel Concilio, in un luogo in cui si sentiva l’influsso di Hus, per trasferirlo a Bologna entro un anno e mezzo. Ciò irritò coloro che erano arrivati a Basilea per partecipare al Concilio, compreso Cesarini, e trovò la contrarietà sia della Spagna, sia di Carlo VII di Francia che di Sigismondo del Sacro Romano Impero (figlio di Carlo IV, che ambiva all’incoronazione a Roma come ricompensa per aver catturato e consegnato alla violenza criminale della Chiesa Jan Hus). I padri conciliari non si sciolsero e, forti del gran sostegno che avevano (tra cui va notato quello del giovane umanista Nicolò Cusano che diventerà l’autorevole Cardinal Cusano, dichiararono che solo la volontà del Concilio derivava da Cristo e che ad esso il Papa doveva sottomettersi (febbraio 1432). Questa presa di posizione fu recepita con grande interesse e fece affluire a Basilea una sempre maggiore quantità di vescovi che deliberò non essere il collegio dei cardinali che doveva eleggere il Papa ma il Concilio stesso. Conseguenza di ciò era l’invalidazione dell’elezione del Papa con l’ulteriore conseguenza che la sede di Roma fu considerata vacante. Fu fatto prigioniero il Nunzio del Papa ed al medesimo Eugenio fu intimato di presentarsi a Basilea (giugno 1432). Con la mediazione interessata di Sigismondo, il Papa, anche per evitare un nuovo scisma, si impegnò (1433) a riconvocare il Concilio a Basilea a patto che fosse annullato quanto fino ad allora deliberato. Intanto Sigismondo si fece incoronare a Roma dove convinse il Papa a pubblicare una Bolla in cui, previo annullamento del decreto che negava l’autorità pontificia, riconvocava il Concilio che doveva essere presieduto da un suo rappresentante e riconosceva il valore ecumenico di esso.

        A Roma Eugenio stava scontrandosi con altri problemi perché Sigismondo, una volta incoronato, se ne era tornato in Patria mentre gli Sforza ed i Visconti invadevano i possedimenti pontifici. Poiché la Chiesa aveva ripreso il potere sulla città, la nobiltà romana, guidata dai Colonna, si scagliò contro il Papa perché l’aveva resa indifesa. Eugenio scappò nottetempo con una barca lungo il Tevere travestito da frate. Riconosciuto dalle rive, fu fatto oggetto di lancio di sassi e frecce ma si salvò. Riparò prima a Pisa poi a Firenze. Intanto aveva messo contro gli Sforza ai Visconti (dietro molte concessioni in terre e titoli) tanto che Sforza riprese la città di Roma occupata dai Colonna e la riconsegnò al Papa.

        Prima di tornare a Roma, da Firenze, il Papa inviò due cardinali a Basilea per tentare una qualche soluzione. I Padri conciliari continuarono ad essere rigidi nelle loro richieste ed il Papa intimò che si sciogliessero chiedendo ai vari sovrani europei che richiamassero in Patria i loro sudditi. Il Concilio si spaccò con parte dei partecipanti che si sottomisero al Papa e l’altra che chiese di nuovo la presenza del Papa a Basilea. A questo punto Eugenio sciolse d’autorità il Concilio convocandone uno a Ferrara nel 1438. A quest’ultimo, presieduto dal cardinale Albergati, partecipò il Papa. Evidentemente fu deciso di scomunicare i partecipanti al Concilio di Basilea che non si preoccupò della cosa continuando i suoi lavori. Il Papa contava su Sigismondo ma l’Imperatore era morto alla fine del 1437 e così i cristiani dell’intero Sacro Romano Impero si trovarono divisi tra i due Concili.

L’Europa intorno al 1450     

L’Europa intorno al 1450 con maggiori dettagli

        A Ferrara, accompagnato da molti vescovi, arrivò l’Imperatore d’Oriente, Giovanni VII Paleologo, alla testa di un Impero che stava morendo sotto l’attacco turco, per tentare il superamento dello scisma tra le due Chiese (dopo l’occupazione di Salonicco nel 1430 da parte dei Turchi Giovanni VII Paleologo era venuto a sollecitare una Crociata accettando personalmente la riunione della due Chiese: riunificazione delle Chiese in cambio della Crociata). Nel 1439, però, un’epidemia di peste costrinse il Concilio a trasferirsi a Firenze. Il 7 luglio 1439, anche per gli interventi di conciliazione del prelato di Oriente Giovanni Bessarione (futuro Cardinale Bessarione)  venne firmato l’Atto di Unione in latino e in greco dove si riconosce il “Papa romano successore autentico del Beato Pietro, Capo degli Apostoli, vero Vicario di Cristo, Padre e Dottore di tutti i Cristiani“. Il capo delegazione della Chiesa d’Oriente, il Patriarca Giuseppe di Costantinopoli, morì in pieno Concilio solo due giorni dopo la firma dell’accordo e l’intera delegazione riprese la via di Costantinopoli.

        Mentre accadeva questo, a Basilea il Papa era dato per decaduto ed in suo luogo fu eletto il Principe Amedeo VIII di Savoia che da laico, dopo la morte della moglie, si era ritirato in eremitaggio lasciando la gestione delle sue terre al figlio Ludovico. Il Principe accettò e dopo vari preliminari che lo resero eleggibile, fu incoronato nel 1440 come Papa Felice V (1440-1449), che risulterà essere un antipapa, l’ultimo ufficiale, che terminerà di essere in carica alla fine del Concilio di Basilea nel 1449. Da notare che tra gli elettori di Felice vi era Enea Silvio Piccolomini che poco dopo, come vedremo, diventerà Papa Pio II. Da Firenze, Felice venne immediatamente scomunicato ed addirittura Carlo VII, Re di Francia, che era dalla parte del Concilio di Basilea, non ebbe il coraggio di sostenere Felice ed impose ai suoi sudditi di schierarsi con  Eugenio.

        Insomma Eugenio raccoglieva molti successi: le Chiese d’Oriente e d’Occidente si erano riunificate, altre Chiese che si erano allontanate da quella di Roma negli anni (Caldei, Maroniti, Siri) tornarono a confluire in essa, praticamente tutti i sovrani d’Europa, compreso il nuovo Re di Napoli Alfonso d’Aragona ed il successore di Sigismondo al trono del Sacro Romano impero, Federico III d’Asburgo (che a sua volta successe ad Alberto II d’Asburgo che regnò solo due anni senza essere mai incoronato Imperatore). Alla corte di Federico era poi giunto (1442) Enea Silvio Piccolomini che aveva abbandonato l’antipapa per schierarsi con il Papa. A questo punto Eugenio poteva tornare a  Roma con l’intero Concilio che si chiuse in questa città con la Bolla Benedictus sit Deus del 1445. La gioia qui espressa fu subito soffocata dalle notizie dall’Oriente: i principali patriarchi di quella Chiesa non accettarono l’accordo di Firenze e lo stesso imperatore fu minacciato di scomunica. Con ciò lo scisma con la Chiesa d’Oriente riprese con più vigore. In Occidente fu invece firmato un Concordato tra Chiesa e Principi tedeschi (1447) che in pratica garantiva la neutralità dell’Impero con il riconoscimento delle decisioni del Concilio di Costanza. Poco dopo Eugenio moriva avendo proseguito, nel campo dell’arte, quanto iniziato da Martino e cioè la chiamata dei maggiori artisti dell’epoca per decorare le Chiese: Donatello, Pisanello, Angelico, Filarete. Stiamo pian piano entrando nel Rinascimento. Da ultimo occorre dire che Eugenio non fu un nepotista. Non favorì in alcun modo gli Orsini che lo avevano aiutato a divenire Papa. Anche i cardinali li scelse accuratamente tutti fuori da Roma.

        Ad Eugenio IV successe Papa Niccolò V (1447-1453) che aveva come caratteristica saliente quella di essere uno studioso umanista appassionato di libri (fu lui a raccogliere e comprare manoscritti in tutto il mondo dando vita al primo embrione della Biblioteca Vaticana). Non ebbe particolari problemi di politica generale, seguì quanto iniziato da Eugenio arrivando a concludere i trattati restati in sospeso e sistemando varie piccole questioni relative alla definizione dei confini dello Stato Pontificio. Sotto il suo mandato, nel 1449, fu annunciato il Giubileo dell’anno successivo. Fu una manifestazione imponente che vide arrivare pellegrini da tutto il mondo, tutti disponibili a pagare molti soldi per ottenere indulgenze. Forse per la grande affluenza di persone, durante l’Anno Santo, scoppiò una pestilenza a seguito della quale Papa e curia scapparono da Roma (il Papa verso un castello a Fabriano). Pessima figura denunciata da tutti i rappresentanti di Paesi stranieri che non riuscivano a parlare né con un cardinale né con una qualche autorità pontificia. Il Papa arrivò a minacciare di scomunica chiunque, proveniente da Roma, tentasse di mettersi in contatto con lui. Per quel che riguarda gli affari delle indulgenze non vi furono cali delle entrate, anzi ! Il Papa aveva fatto un  listino prezzi per varie indulgenze richieste e aveva permesso l’ottenimento delle indulgenze anche senza la venuta a Roma. Si valutava il costo del viaggio da un dato Paese a Roma e si aggiungeva al costo dell’indulgenza la metà del costo del viaggio. In tal modo neppure serviva la presenza di papa e cardinali. L’enorme quantità di denaro raccolto servì al Papa per dare una struttura moderna all’amministrazione del potere temporale con investimenti finalizzati alla politica. Scrive Rendina: “In tal modo l’ideale cristiano dell’istituzione papale veniva tradito”. E Gregorovius aggiunge che Niccolò “agli occhi degli apostoli commetteva un errore scambiando il papato con la Chiesa e le cose dello Stato ecclesiastico con quelle della repubblica di Cristo”. In tal modo, anche dal punto di vista pratico, si scioglieva il rapporto con il Sacro Romano Impero che, per sole ragioni di prestigio, vide ancora l’incoronazione di Federico III d’Asburgo nel 1452.

        Ma un dramma di grande portata stava avvenendo nell’Impero d’Oriente. Il 9 maggio 1453 Costantinopoli cadeva in mano dei Turchi guidati da Maometto II. Cadeva definitivamente l’Impero d’Oriente e terminava l’ultima traccia dell’Impero Romano. A questo proposito scrive Gregorovius:

L’ombra dell’ultimo imperatore di Bisanzio avrebbe potuto rivolgere duri rimproveri ai due capi della cristianità cattolica. Avevano forse fatto qualcosa per salvare la Grecia, questa prima madre della civiltà umana? Invano lo sventurato Costantino [ultimo Imperatore di Bisanzio, ndr] aveva scongiurato l’Occidente di soccorrerlo; troppo impegnato nelle sue gravi preoccupazioni, esso fu incapace di organizzare un’impresa comune. L’imperatore romano se ne stava ozioso nelle sue ville a curare fiori e a cacciare uccelli; quanto al papa, egli aveva rinnovato le proprie esortazioni all’imperatore bizantino affinché tenesse fede ai patti di Firenze condizionando in tal modo l’aiuto che gli avrebbe prestato. Parve così, e gliene fu rivolta l’accusa, che tenesse al dogma più che all’impero d’Oriente. Il cardinale Isidoro era stato presente alla caduta di Costantinopoli ed era fuggito mentre l’ultimo Costantino, più fortunato in questo dell’ultimo Romolo Augusto, chiudeva la lunga serie degli imperatori d’Oriente con una morte gloriosa per mano del nemico.
L’indifferenza con cui principi e nazioni videro crollare il baluardo d’Europa dimostra che la religione cristiana aveva cessato di essere il principio vivificatore del genere umano. La caduta di Bisanzio non sollevò altro che una tempesta di perorazioni eloquenti; le retoriche lamentazioni degli umanisti gareggiarono con le bolle papali nel piangere la perdita dei tesori letterari della Grecia dei quali con Niccolò V essi si diedero a salvare i frammenti trasportandoli in Italia. I parlamenti, le scuole, le chiese non risuonarono d’altro che di discorsi sui Turchi; essi divennero l’argomento di moda e servirono a riempire gli ozi dell’Occidente, mentre imperatore, principi e papa trovavano nelle imposte destinate alla guerra contro il Turchi una fonte ideale per arricchire le proprie finanze, sull’esempio di quanto avevano fatto i loro antenati con le tasse per le crociate.

        Poca cosa per lo stomaco di Niccolò che iniziò ad utilizzare i palazzi del potere per feste sfarzose ad imitazione del lusso e sfarzo di Clemente V e VI ad Avignone. Anch’egli comunque si circondò da umanisti tra cui emerge il grande Lorenzo Valla, quello che, frugando negli Archivi Vaticani, aveva scoperto (1440) la falsa Donazione di Costantino. Altro grande dell’arte che lavorò per Niccolò fu Leon Battista Alberti che preparò un piano urbanistico per la Città del Vaticano con la nuova Basilica di San Pietro che rimarrà come base per futuri lavori. Ma qui occorre denunciare una manìa distruttiva di molti Papi che utilizzarono tutti i marmi, le colonne, le statue ed i bronzi della Roma Imperiale per abbellire le loro dimore faraoniche e le chiese. In particolare si deve a Niccolò si deve la spoliazione di marmi e travertini dal Colosseo e dal Circo Massimo ed anche la demolizione delle Mura Serviane. La cosa, anche allora indignò soprattutto quegli umanisti di cui il Papa si era fatto protettore.

RITORNIAMO ALLA DELINQUENZA

        Dopo Martino ed Eugenio, già Niccolò aveva iniziato a riprendere vecchi costumi di nepotismo, lusso e corruttela. Il livello di quest’ultimo fu comunque basso rispetto ai riferimenti noti per cui  l’ho inserito nel paragrafo precedente.

        A Niccolò seguì l’elezione di un cardinale spagnolo (già al seguito dell’antipapa Benedetto XIII, poi perdonato da Martino V), Alonso de Borja (che sarà per noi Alonso Borgia), che assumerà il nome di Callisto III (1455-1458). Dopo gli italiani ed i francesi inauguriamo la famiglia spagnola con un nome che è già un programma. 

        Il personaggio si qualifica come un ignorante che lasciò da parte la sistemazione della città, fece ammuffire i libri, non si occupò di cultura e di sostenere l’umanesimo emergente. In  compenso il nepotismo andò alle stelle mosso dalla religiosità che gli fece emettere varie bolle a sostegno della Crociata contro i Turchi che servì solo a portare molti soldi alla Chiesa per mantenere lussi, sfarzi, sprechi ed arricchimenti. Infatti le bolle papali ormai non erano neppure ascoltate dai sovrani cattolici europei. Quei soldi servirono anche per mettere su una misera flotta pontificia di 16 triremi che partì da Ostia (1456) per salvare Bisanzio e che vinse una piccola battaglia presso Mitileno, oltre al saccheggio di un’isoletta. Per il resto, nulla. Intanto era l’ungherese Giovanni Hunyadi che fermava l’avanzata dei Turchi sconfiggendoli vicino Belgrado (1456). Questo per dire che la cosiddetta cristianità unita avrebbe potuto fare molto contro i Turchi ma ogni sovrano aveva sue beghe ed interessi e non prestava alcuna attenzione a politiche comuni.

        Fu il nepotismo che aprì la strada alla potenza successiva della sua famiglia. Fece cardinali due sue nipoti (o figli ?) e li nominò in posti di prestigio: Luis Juan de Mila rappresentante pontificio a Bologna e Rodrigo Borgia vicecancelliere della Chiesa, capitano dell’esercito pontificio e vescovo di Valencia (un terso nipote, Pedro Luis, rimase laico, ebbe cariche prestigiosissime e fu arricchito dal presunto zio. Costui mise in tutti i posti disponibili di prestigio e molto ben pagati tutti i suoi amici e gli amici degli amici). Scrive Gregorovius:

Sotto il regime dei Borgia Roma subì una vera e propria invasione spagnola; a frotte parenti e partigiani dì questo casato, avventurieri spagnoli in cerca di fortuna, affluivano nella città. E’ ad allora che risalgono le mode e i costumi spagnoli e persino l’accento del dialetto romano. L’intera fazione dei Borgia fu chiamata dei «Catalani» [era in realtà di vicino Valencia nel Regno di Aragón, ndr] e poiché nelle sue mani risiedeva tutto il potere militare e l’organizzazione di polizia, essa esercitava un vero e proprio dispotismo. L’amministrazione della giustizia era arbitraria; si rubava e si uccideva impunemente. Il papa aveva affidato a don Pedro Castel S. Angelo e molte altre fortezze; infine egli osò addirittura concedere a questo suo indegno nipote il vicariato di Benevento e Terracina (31 luglio 1458). Poiché Eugenio IV aveva concesso ad Alfonso [d’Aragona, ndr]in privilegio vitalizio il governo dì queste città, dopo la morte del re esse erano legalmente tornate alla Chiesa. Così dunque don Pedro salì a grandi altezze splendido di gioventù e di fortuna: ricco come un principe, meraviglioso cavaliere, egli era l’uomo più potente di Roma.

ed aggiunge Rendina:

Ovviamente si trattò di una grande «ammucchiata» perché Callista, come scrisse un biografo, «pervertì tutti gli uffici di Curia; creò cubiculari, protonotari, uditori, suddiaconi, chierici di camera, sino a formare una corte pretoriana, una cinquantina di segretari e vi cacciò dentro notai, operai, ignoranti in gran numero. Disonorò tutte le incombenze della curia conferendo la dignità a indegni». Nobili e clero defraudati, dissero la loro su questo papa nepotista e sull’invasione dei Borgia nella città; a tale epoca risale infatti quella che in genere è considerata la prima vera «pasquinata» della storia, anche se il busto di Pasquino ancora non era venuto alla luce:

Ai poveri suoi apostoli la chiesa
avea lasciato Cristo;
preda dei ricchi suoi nipoti è resa
oggi dal buon Calisto.

        Per fortuna che questo primo Borgia morì presto ed il nipote Pedro Luis scampò per miracolo al linciaggio ma non alla malaria che lo ammazzò durante la fuga a Civitavecchia. La città tornò in mano agli Orsini e le case dei Borgia furono saccheggiate.

        Dopo Callisto il collegio cardinalizio si preoccupò, prima di eleggere un nuovo Papa di tracciarne le linee su cui avrebbe dovuto operare: crociata contro i Turchi, riforma della Curia, maggior potere del collegio dell’elezione di nuovi cardinali e nell’assegnazione di diocesi ed abbazie. Venne quindi eletto quell’Enea Silvio Piccolomini che abbiamo incontrato come sostenitore dell’antipapa Benedetto XIII, poi redento e perdonato (anche se coinvolto in un tentativo di rapimento dello stesso Papa), e che assunse il nome di Papa Pio II (1458-1464), elevandosi al rango del Pius Aeneas di Virgilio.

        Rendina, riportando il parere di Falconi, afferma che questo fu un “Papa neopagano” che nella sua autobiografia disse di se stesso di essere un vero e proprio idolo, di essere la sua vera e propria divinità. Insomma un vero Gesù tornato in Terra per alleviare le sofferenze e strare vicino ai diseredati. Fu uno svergognato libertino che tracciò tracce del suo osceno passaggio in giro per l’Europa. Da collaboratore del cardinale Albergati si recò in Scozia e, nella missione che egli definì di astinenza, ebbe due figli, uno con una scozzese ed uno con una bretone, figli che accreditò a suo padre.

        Da Papa fu un avaro che non destinò alcuna risorsa per sostenere gli umanisti preferendo spendere tutto per la cura di se stesso, proprio come un Papa neopagano. Fu un accanito nepotista che sistemò tutti i suoi parenti, conoscenti ed addirittura compaesani, nominando infine due sue nipoti (o figli ?) a cardinali aprendo la strada all’elezione a Papa di uno di essi, Andrea Todeschini, che diventerà Pio III.

        Con lui si inizierà a delineare la figura del Papa Re che identificherà il nemico politico con il nemico della fede lanciando disinvoltamente scomuniche ed interdetti a destra e manca. Al fine di darsi una fama imperitura pensò di realizzare quella Crociata contro i Turchi. A tal fine convocò una Dieta a Mantova che fu un totale fallimento perché nessun sovrano cristiano si preoccupò di recarsi a questo incontro. Ma Pio credeva in se stesso ed allora scrisse a Maometto II chiedendogli di convertirsi con tutti i Turchi (megalomane pazzo) in cambio della corona dell’Impero d’Oriente. Poiché Maometto II non rispondeva allora ebbe allucinazioni che lo portarono a recarsi ad Ancona per imbarcarsi alla guida dell’immensa flotta che i Paesi cristiani avevano messo insieme. Arrivato al porto della città e visto che era deserto si convinse che aveva sognato e si avviò a morire paganamente.

        Seguì l’elezione di un veneziano, nipote (o figlio?) di Eugenio IV, che assunse il nome di Paolo II (1464-1471) dopo che i cardinali gli tolsero dalla testa l’idea di chiamarsi Formoso.

        La sua prima azione fu lo smentire quanto aveva accordato in sede di collegio cardinalizio il rendere cioè il Papato una sorta di monarchia costituzionale. Per ripagare i cardinali di essere stati fregati per l’ennesima volta, fu generoso con loro in elargizioni di denaro e con la promessa di non dare più incarichi a laici ma solo a ecclesiastici designati dai cardinali (la conseguenza fu che molti letterati si trovarono improvvisamente disoccupati ed al bibliotecario vaticano che protestò Paolo rispose “Io sono il Papa e posso, secondo che più mi piace, fare e disfare“). La Chiesa diventava completamente clericalizzata ed il Papa nella sua infinita modestia cambiò la semplice tiara in un copricapo d’oro tempestato di pietre preziose.  

         Essendo egli persona colta, capiva bene quale potenzialità aveva il conoscere ed agì di conseguenza creando ogni possibile ostacolo all’educazione elementare dei ragazzi, arrivando anche a proibire a tutti i maestri di leggere poeti latini poiché tali letture portavano a diventare eretici. In cambio offrì divertimenti e feste al popolo addirittura permettendo il festeggiamento del Carnevale, prima proibito e facendo rivivere a Roma il carattere pagano dei ludi carnascialeschi. La parte culminante delle feste doveva svolgersi sotto il suo palazzo dove egli osservava seduto nel suo balcone. Offriva poi lauti pasti e gettava monete ai convenuti. Un signore ? No, un vero porco che utilizzava il vecchio imbroglio del panem et circenses che oggi conosciamo a menadito. Tutti i letterati ed umanisti che si rivoltarono contro questo modo di agire, vennero accusati di complotto e rinchiusi nella fortezza di Castel Sant’Angelo. L’Accademia Romana, diretta da Pomponio Leto, fu chiusa. Fine di ogni possibilità di critica. Il potere assoluto era ormai davvero assoluto anche con il sostegno di gendarmi ed inquisitori.

        Nonostante il rifiuto della cultura diffusa come politica di Paolo II, una minaccia clamorosa sorgeva proprio durante il suo pontificato, minaccia che si sostanzierà dando un sostegno enorme alla Riforma protestante laddove la Bibbia diventerà lettura non solo di pochi studiosi ma di sempre più vaste categorie di persone. Parlo dell’invenzione tedesca della stampa a carattere mobili che fu importata in Italia tra il 1464 ed il 1465. Dall’officina di Gutenberg di Magonza tre tipografi, Corrado Schweinhein, Arnoldo Pannartz e Ulrico Hahn, con gli attrezzi ed alcuni operai si trasferirono in Italia e precisamente nel monastero benedettino di Santa Scolastica a Subiaco la cui Abbazia era data in commenda (cioè: affidata in custodia) a Juan de Torquemada, zio dell’Inquisitore Tomás, dove dettero vita ai primi libri stampati in Italia che piano piano si diffusero anche a Roma e nel resto d’Italia. Ma il discorso è un poco più complesso perché non aveva senso venire da Magonza a Subiaco, semmai da Magonza a Roma. Ma a Roma questi poveri ed umili artigiani non trovarono ospitalità o qualcuno che li proteggesse. Poiché a Subiaco vi erano dei monaci tedeschi, qualcuno dei quali probabilmente conosciuto, fu là che si diressero. Questo problema di persone che avrebbero potuto leggere testi sacri è stata sempre presente nelle gerarchie ecclesiastiche. Nel Sinodo di Tolosa del 1229 venne approvata una Disposizione secondo la quale “Ai laici non è consentito il possesso né dei libri del Vecchio Testamento né di quelli del Nuovo Testamento”. Nel Regolamento ecclesiastico di Papa Giulio III (1550-1555) si legge invece “…darsi da fare in tutti i modi e con tutte le forze, affinché a nessuno venga consentita né oggi, né in futuro, la lettura, anche solo frammentaria del Vangelo…”. Se si sono lette queste pagine con una qualche attenzione si capisce perfettamente il perché. Osservo di passaggio che l’Abbazia di Subiaco, dopo Torquemada, passò al cardinale Rodrigo Borgia, che fortificò la Rocca, dove sarebbero nati Cesare e Lucrezia. Nel 1492, eletto Papa con il nome di Alessandro VI, trasmise la Commenda al cardinale Giovanni Colonna.  

        Questo Papa chiuse la sua indegna vita decidendo che il Giubileo si dovesse fare ogni 25 anni sperando di realizzarlo nel 1475. Ma Dio intervenne prima eliminandolo dalla faccia della Terra.

        Seguì l’elezione del cardinale di Savona Francesco della Rovere che assunse il nome di Papa Sisto IV (1471-1484).

        Anche questa volta si iniziò con l’impegno alla Crociata. Dopo varie azioni diplomatiche si arrivò a mettere insieme un qualcosa di misero, costituito da navi fornite da Venezia e Napoli, che andò incontro ad un totale insuccesso dovuto anche al nepotismo del Papa che mise degli incompetenti ai posti di comando. Questo Papa, infatti, fu un vero campione nella storia dei Papi, con lui il nepotismo raggiunse vertici insperati. Aveva 2 fratelli e 4 sorelle che gli dettero 15 nipoti (qualche figlio ?). Due nipoti furono subito fatti cardinali: Giuliano della Rovere che diventerà Papa Giulio II e Pietro Riario, un vero delinquente (sperperò le infinite rendite che gli erano state concesse in una vita che un cristiano definirebbe indegna e che io dico essere quella di un cardinale. Morì a 28 anni proprio in seguito alla sua vita dissoluta. Ma Sisto aveva pronta la porpora per il fratello Raffaele. L’altro fratello, Girolamo, fu fatto Conte con in dono il feudo di Imola. Con tale titolo ed averi sposerà Caterina Sforza, figlia del Duca di Milano (tanto per capire da dove discende la nobiltà italiana e chi ha governato nei vari feudi italiani). Descrive molto bene il seguito di questa storia vergognosa Rendina:

    Fu proprio Girolamo Riario, ignorante di politica, che trascinò lo zio papa in guerre e intrighi deleteri per lo Stato pontificio: l’aspirazione di Sisto IV a creare per questo nipote da strapazzo un grande principato lo portò a minacciare l’equilibrio politico italiano. Il maggior ostacolo al progetto veniva da Firenze; Lorenzo de’ Medici, contrariato con il papa perché non aveva elevato alla porpora cardinalizia il fratello Giuliano, appoggiò i diversi vassalli pontifici nella loro insubordinazione, puntando in pratica ad isolare economicamente il papa. Sisto IV per regolare le finanze della Curia si appoggiò alla fiorentina banca dei Pazzi, fonte di aggancio per possibili investimenti del Vaticano; e ci scappò il morto, con processi e condanne dalle quali il papato ne uscì infangato.
    Il 26 aprile 1478 venne attuata, com’è noto, la congiura dei Pazzi nel duomo di Firenze, tramite due chierici; Lorenzo si salvò, ma il fratello Giuliano restò ucciso. La rivoluzione popolare contro i Medici, su cui speravano i Pazzi, non scoppiò e fu fatta invece vendetta dei congiurati e dei loro familiari.
    I membri della famiglia dei Pazzi e l’arcivescovo Salviati di Pisa furono impiccati alle finestre del palazzo della Signoria; il cardinale Raffaele Riario, che si trovava a Firenze ospite dei Pazzi, imprigionato, fu poi rilasciato perché risultò del tutto estraneo alla congiura. Si è sempre discusso fino a che punto Sisto IV fosse implicato nell’attentato, ma è difficile pensare che egli fosse all’oscuro di tutto e una complicità indiretta è certa.
    Logiche comunque le sue reazioni per la condanna dell’arcivescovo Salviati e la detenzione del cardinal Riario, con pretesa di soddisfazione, ovviamente respinta. Lorenzo de’ Medici si prese la sua brava scomunica e Firenze finì nell’interdetto; si arrivò anche alle armi, ma Sisto IV restò paurosamente isolato. A salvarlo intervennero indirettamente i Turchi; nel 1480 erano arrivati a superare l’Adriatico conquistando Otranto. Tutta l’Italia improvvisamente ebbe paura e si ritrovò unita intorno al papa, che sciolse Firenze dall’interdetto e rilanciò di nuovo l’idea della crociata; questa non si realizzò, e ci fu solo l’impegno temporaneo per ributtare a mare i Turchi e liberare Otranto.
    Ma Girolamo Riario impelagò lo zio in nuove disavventure politico-militari; si era alleato con Venezia, promettendogli Ferrara, dove avrebbe provveduto ad eliminare Ercole d’Este, suo personale nemico. Questi peraltro trovò appoggio nel suocero, il re Ferdinando di Napoli, il cui esercito veniva però sconfitto dalle truppe pontificio-veneziane nel 1482 a Campo Morto nelle Paludi Pontine. Ma chiaramente Venezia era così potente che avrebbe finito per costituire un grosso pericolo per il principato del suo caro nipote, e Sisto IV pensò di cambiare politica, unendosi ai suoi nemici e isolando la repubblica lagunare.    
    In questa lotta, condotta in maniera sconsiderata su un piano prettamente politico, il papa ricorse naturalmente anche alle armi ecclesiastiche e lanciò l’interdetto su Venezia; fu una delusione. Nel continuo mutare degli eventi diplomatici, la grande repubblica riguadagnò l’appoggio degli alleati del papa, che restò nuovamente isolato e costretto all’umiliante pace di Bagnolo nel 1484.
    Non meno caotica si presentò proprio in quegli anni la situazione a Roma, sempre a causa di Girolamo Riario; per sostenere gli Orsini, si era messo in guerra aperta con i Colonna, che insieme ai Savelli nel 1482 avevano saccheggiato la Campagna romana. Ne fecero le spese i cardinali delle due rispettive famiglie; restarono come ostaggi in Castel S. Angelo per un anno, finché gli Orsini riuscirono a conquistare Albano, cacciandone Antonio Savelli, e a mettere le mani sul maggior rappresentante dei Colonna, Oddone, che, nonostante si fosse barricato in casa del cardinale, fu preso e decapitato. Il palazzo venne dato alle fiamme.
    A questa disastrosa politica Sisto IV accompagnò una gestione finanziaria deficitaria; era inevitabile infatti che per le smisurate elargizioni ai parenti, le guerre e gli intrighi, le sue finanze si trovassero in crisi paurosa, specialmente quando si ebbe il crack della banca dei Pazzi, in connessione alla congiura. Per far fronte a ciò si ricorse ovviamente ad abusi nel conferimento di benefici, che portarono a manovre simoniache, senza contare i proventi delle indulgenze in occasione del giubileo del 1475; si ebbe anche un aumento sistematico di nuove imposte, arrivando a speculare su un impopolare rincaro del pane.
     La riscossione dei tributi fu assegnata alla Dataria, che venne così a costituire, accanto alla Camera apostolica, l’altra potenza finanziaria di rilievo della Santa Sede. In conclusione ogni mezzo per raccogliere denaro gli sembrò buono, tanto che era solito dire: «II papa non ha bisogno che di penna e d’inchiostro per la somma che vuole».

        Sisto IV passò anche alla storia come famoso omosessuale. Un cronista dell’epoca, Stefano Infessura, raccolse nel 1484 nel suo Diario in latino una congerie di fatti documentati e di pettegolezzi infondati:   

“Costui, come è tramandato dal popolo, e i fatti dimostrarono, fu amante dei ragazzi e sodomita, infatti cosa abbia fatto per i ragazzi che lo servivano in camera lo insegna l’esperienza; a loro non solo donò un reddito di molte migliaia di ducati, ma osò addirittura elargire il cardinalato e importanti vescovati.

Infatti fu forse per altro motivo, come dicono certi, che abbia prediletto il conte Girolamo,e Pietro [Riario], suo fratello e poi cardinale di san Sisto, se non per via della sodomia?

E che dire del figlio del barbiere? Costui, fanciullo di nemmeno dodici anni, stava di continuo con lui, e lo dotò di tali e tante ricchezze, buone rendite e, come dicono, di un importante vescovato; costui, si dice, voleva elevarlo al cardinalato, contro ogni giustizia, anche se era bambino, ma Dio vanificò il suo desiderio“.

         Il denaro ricavato dal Giubileo e dall’aumento di tasse servì, oltre che per pagare i circenses di cui ho detto, anche per riprendere l’opera di abbellimento della città di Roma. A tal fine servì anche qualcosa che non si dice mai: la Roma con un via vai di preti aveva circa 50 mila abitanti ed era allietata da un numero spropositato di prostitute, 7 mila censite, che operavano in svariati bordelli allietando la città. Il Papa Sisto IV prendeva tangenti sotto forma di tasse dai tenutari dei bordelli per una quantità calcolata in circa 30 mila ducati ogni anno. A ciò va aggiunto il pizzo che i preti pagavano alla Chiesa per poter avere in casa una concubina. Comunque, per abbellire Roma, il Papa non poteva fare a meno delle persone di cultura, degli umanisti. Riaprì quindi l’Accademia Romana. Ed a lui si deve la Cappella Sistina decorata inizialmente da Mino da Fiesole, Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio ed il Perugino (Michelangelo interverrà con altri Papi). Dal punto di vista religioso a lui si deve solo l’aver dedicato la Cappella alla Madonna e di aver spinto molto nel mondo cristiano per il suo culto.

        Merita chiudere su questo degno Papa con una delle cose più oscene che abbia fatto. L’autorizzazione all’Inquisizione Spagnola del 1° novembre 1478 ai sovrani Fernando di Castiglia ed Isabella di Aragona che ebbero facoltà di operare indipendentemente dalla Chiesa nella nomina degli inquisitori e nelle procedure della vergognosa Inquisizione, esempio più fulgido della pietà di Cristo. Ma su questa Inquisizione che si estenderà poi alle Americhe in grazia della loro sfortunata scoperta, ho parlato diffusamente altrove.

        Alla morte di questo criminale, visto che ormai ci si era convinti che fare il Papa era il massimo affare pensabile, iniziò uno scambio simoniaco da paura gestito dai due massimi candidati, Rodrigo Borgia e Giuliano della Rovere, che avrebbero anche accettato un loro candidato. Ma nottetempo vi fu un cardinale che promise di più, il genovese Giovanni Battista Cibo, poi eletto con il nome di Papa Innocenzo VIII (1484-1492). Il personaggio aveva corrotto tutti con promesse strabilianti ed era stato eletto nonostante la sua vita ben nota di libertino che aveva già ben otto figli, due dei quali riconosciuti (Franceschetto e Teodorina), otto figlie ed altri che passarono (questa volta è certo) come nipoti alla corte pontificia (l’età d’oro dei bastardi !). Ma il personaggio dal bel fisico attraente e dalle strane (per un ecclesiastico, diamine !) voglie era anche un noto sodomita esercitatosi a lungo in quel di Napoli.  Passato a Roma fu egli stesso a dover soddisfare i piaceri del cardinale Filippo di Bologna che lo adorava. Come osserva Rendina, un Papa che ha famiglia ha poco tempo da dedicare ad affari di fede perché deve occuparsi di accumulare denaro per sé e la numerosa discendenza. Franceschetto era anche un giocatore di carte che perdeva regolarmente, anche con il cardinale Raffaele Riario con il quale perse in una volta una cifra enorme (60 mila scudi). E Franceschetto fu sempre un debosciato perché con il cadavere del padre ancora caldo vendette agli Orsini le due città che il padre gli aveva concesso in feudo nel 1490, Cerveteri ed Anguillara. Purtroppo Sisto IV si era mangiato quasi tutti i denari vaticani e Innocenzo, pover’uomo, dovette impegnarsi quella tiara d’oro tempestata di pietre preziose per far fronte alle prime necessità. L’idea di un Giubileo era purtroppo non praticabile perché al successivo mancavano ben 16 anni. Dovette inventare nuovi posti alla segreteria vaticana mettendoli in vendita. Ciò significò avere degli incapaci in alcuni posti che erano stati comprati da persone che, anche loro, volevano sfruttare economicamente la situazione. Il Vaticano diventò come mai lo era stato uno sperperificio di denaro. Si pensi solo che per piombare le bolle papali erano state assunte 52 persone. Costoro, per arricchirsi, avevano ideato il sistema di falsificare le bolle per venderle. Solo nel 1489 furono scoperti e giustiziati.

        La politica di questo Papa incompetente con altri Stati fu il seguito ideale dei disastri di Sisto. Si arrivò al quasi scontro armato con il Regno di Napoli irritando la potente famiglia Aragona. Si dimenticò la Crociata da vari Papi promessa. Si raggiunse invece una tregua a Roma tra gli Orsini ed i Colonna e si raggiunse una pace con Firenze mediante il matrimonio di suo figlio Franceschetto con la figlia di Lorenzo de’ Medici, Maddalena. Di questi matrimoni concordati a tavolino ve ne furono altri per i figli ed i nipoti (figli di Teodorina) del Papa. Alcuni per ragioni politiche (la giovanissima Battistina, seconda figlia di Teodorina, con Luigi d’Aragona, matrimonio non consumato per la morte di quella adolescente e la riparazione del Papa con Luigi fatto cardinale), altri per stretto interesse economico (la figlia Teodorina con un ricco mercante che per buon peso fu fatto tesoriere del Vaticano).

        Tutti gli eventi suddetti portarono a livelli intollerabili il prestigio della Santa Sede ma, nonostante figlie nipoti, il vero discredito venne dalla sua persona che dette prove pubbliche di crapula partecipando a banchetti in compagnia di belle dame. Commenta amareggiato Rendina:

D’altronde lo stesso collegio dei cardinali era un’accozzaglia di porporati che perlopiù tutto erano fuorché preti o vescovi, nel senso religioso della parola; e non poteva essere diversamente, se il papa nominava cardinale un figlio illegittimo di suo fratello e, ridicolizzando il collegio, su pressione di Lorenzo il Magnifico, assegnava la porpora al tredicenne Giovanni de’ Medici, già all’età di sette anni protonotaro apostolico con il corrispettivo di ricchi benefici e commende. Quest’ultima nomina cardinalizia rientrava peraltro nelle trattative che avevano portato al matrimonio di Maddalena de’ Medici con il figlio del papa […]

        Un personaggio di questa levatura fece anche danni enormi in questioni che egli, dall’alto della sua caprina ignoranza, riteneva di carattere religioso, firmando bolle stupide e criminali. Mentre in Germania vi era un  dibattito aperto sulla questione delle streghe, il Papa dette immediatamente credito a due inquisitori domenicani Enrico Institore e Giovanni Sprenger, cacciati dalla Germania, che gli chiesero di intervenire. Con la bolla Summis desiderantes affectibus (1484) incaricò gli stessi domenicani di sradicare l’errore con la zappa del saggio agricoltore; il  Malleus Maleficarum (1487), un libro redatto dai due domenicani e basato sui principi espressi in questa bolla, codificò la caccia alle streghe con torture e roghi che continueranno per moltissimi anni. Si scatenò anche contro i valdesi emettendo un’apposita bolla contro di loro. Nominò poi Tomás de Torquemada come Grande Inquisitore di Spagna (1487) in quell’Inquisizione che lo trovò entusiasta sostenitore. Nella sua visione religiosa festeggiò in modo pagano la caduta di Granada (gennaio 1492) sotto gli attacchi delle truppe cristiane. Il carnevale coincideva con quella vittoria della cristianità ed i romani si accorsero dell’evento per l’accrescersi dei festeggiamenti di strada e per le campane di tutte le chiese che suonarono a distesa. La data era certamente importante: dopo 750 anni l’intera Spagna era riconsegnata alla cristianità con un repentino ritorno alla barbarie che aveva vinto contro una civiltà di gran lunga più evoluta(10). Iniziava da questo momento l’annullamento del pluricentenario sincretismo etnico tra le tre religioni monoteiste ed iniziava la limpieza de sangre (pulizia etnica) e l’intolleranza dei cristiani contro musulmani ed ebrei (ed anche contro la cultura, il sapere, con l’incendio, tra l’altro, della enorme e prestigiosissima Biblioteca di Granada qualche anno dopo).

        Alla morte di questo degno Papa ne arrivò uno ancora più degno. Ritornavano gli spagnoli a Roma con il cardinale Rodrigo Borgia, il nipote (o figlio ?) di Callisto III che quel Papa rese potente, eletto con il nome di Papa Alessandro VI (1492-1503). Vi fu una corruzione imponente per portare questo uomo (già assassino di un coetaneo all’età di 12 anni)  al pontificato ma contò anche il prestigio della Spagna che si era unificata con l’espulsione dei moriscos e della Spagna che implacabilmente lottava contro l’eresia con quel criminale di Torquemada (a questo proposito, nel 1494, Alessandro concesse ai Re di Spagna il titolo di Re Cattolici, titolo che solo questi sovrani di Spagna ebbero). Accrebbe successivamente il prestigio del Papa spagnolo la scoperta dell’America dell’ottobre 1492(11).  Come dice Deschner Rodrigo divenne molto presto uno “sciupafemmine seducendo una vedova spagnola e le sue figlie insegnando loro le perversioni più disgustose e facendo fare alla più giovane tre bambini che lui ricon0obbe come suoi: Pedro Luis, Geronima e Isabella. Un pro-pronipote di quest’ultima sarebbe poi divenuto Papa: Innocenzo X”. La parte simoniaca previde come pagamento ai cardinali più potenti (grandi elettori) che: al cardinale Ascanio Sforza andasse il suo palazzo e il vicecancellierato dello Stato Pontificio; al cardinale Orsini i suoi possedimenti di Monticelli e la cittadina di Soriano; al cardinale Colonna la cittadina di Subiaco con i castelli circostanti; al cardinale Savelli la città di Civitavecchia. Era già noto come cardinale libertino, attività iniziata a 25 anni, e approfittò del papato per incrementare vita dissoluta, lussi e libertinaggio. Da Cardinale non aveva nemmeno lo scrupolo di nascondere i suoi fasti amorosi. Aveva una relazione con una romana, Vannozza de’ Cattanei, dalla quale aveva avuto quattro figli (prima di Vannozza aveva giaciuto con la mamma e la sorella); da altre relazioni i figli noti erano altri tre. Anche da Papa continuò senza pudore avendo ancora almeno due figli, uno dei quali prima di morire o forse appena dopo morto. Ebbe un’amante ufficiale, la moglie di Orsino Orsini (begli ambienti, eh?), la bella Giulia Farnese nota ai Romani come la sposa di Cristo. Naturalmente il fratello di Giulia, Alessandro, fu fatto cardinale. Molti storici e psicologi hanno tentato di capire la smodata lussuria di questa sagra dell’erotismo con la ricerca spasmodica di amori profani da parte di Alessandro, non dissimile da un personaggio oggi noto nella politica italiana, ed hanno concluso che si è trattato di forme patologiche che hanno avuto come conseguenza una tiara portata dal più indegno vicario di Cristo che si sia mai avuto.

        Dopo una partenza che fece ben sperare, un lampo e basta, in cui vennero presi provvedimenti contro il dilagare della delinquenza di strada a Roma, venne iniziato un riordino delle finanze e venne promesso un impegno per la pace in Italia, uscì fuori la vera insopprimibile natura del personaggio al quale fu fatale lo smodato ed innaturale amore per i figli(12) ed il Papato e la Chiesa servirono a lui solo come mezzo per arricchire e rendere potenti sé ed i suoi figli, tra i quali Cesare e Lucrezia nati nell’Abbazia di Subiaco. E Cesare Borgia sarà quello che emergerà indubbiamente di più nel panorama della politica e delle guerre italiane dell’epoca. Con lui avranno rapporti sia Leonardo da Vinci che Niccolò Machiavelli(13). Questo personaggio, il Principe di Machiavelli, aveva iniziato presto la sua carriera. A soli 6 anni (sic!) Sisto IV lo aveva nominato protonotaro apostolico. Alessandro, appena eletto, lo fece subito cardinale (l’altro figlio, il prediletto Giovanni, ebbe grandi benefici terrieri con i ducati di parte dello Stato Pontificio ma non poté goderne perché venne ammazzato in modo mai chiarito).        

        La figlia Lucrezia, indipendentemente dal fatto non dimostrato di suoi rapporti incestuosi con il padre-Papa ed il fratello Cesare, fu usata dal padre per risolvere vari interessi personali e di famiglia. Fu data in sposa a Giovanni Sforza, della famiglia di Ascanio Sforza, come buon peso della simonia che lo portò al soglio pontificio, dopo qualche anno annullò questo matrimonio perché (così dissero gli interessati) non era stato consumato al fine di un altro matrimonio di Lucrezia a fini politici con un personaggio che Lucrezia gradiva, il principe Alfonso di Bisceglie, figlio di Alfonso II di Napoli (1498). Il matrimonio durò solo due anni perché il fratello Cesare, ancora per motivi politici, uccise il marito. Si poté così passare al terzo matrimonio, ancora a fini politici, celebrato nel 1501 per procura con Alfonso d’Este. Mentre il primo matrimonio fu sfarzoso e celebrato in Vaticano dal papà-Papa, quest’ultimo fu orgiastico con festeggiamenti e baccanali iniziati il 30 dicembre ed andati avanti fino all’Epifania. Da questo momento Lucrezia visse a Ferrara come una normale duchessa. Precedentemente aveva dovuto gestire la politica del Vaticano assolvendo i compiti di vice-Papa che gli incaricava il padre quando si allontanava da Roma(14).

        Il resto dell’intricata politica del Papa e della sua famiglia per gli interessi della famiglia li racconta molto bene Rendina, nel suo più volte citato libro di bibliografia, che è una miniera di informazioni. Leggiamo:

    Per i figli dunque Alessandro vi impegnò il pontificato in chiave esclusivamente politica, dimostrando peraltro eccezionali qualità di fronte a Carlo VIII di Francia che, tra il 1492 e il 1493, in una serie di trattati si era assicurato l’appoggio dell’Inghilterra, della Spagna e dell’imperatore Massimiliano, nonché del signore di Milano Ludovico il Moro, con il fine d’impadronirsi del regno di Napoli come erede degli Angiò. Il papa, inizialmente ostile agli Aragona, nel 1493 riappacificò con Ferrante concretizzando l’alleanza nel matrimonio di suo figlio Goffredo con Sancha, figlia naturale di Alfonso di Calabria, e quando Ferrante nel gennaio dell’anno dopo morì, si affrettò ad infeudare Alfonso II re di Napoli; l’incoronazione fu celebrata a Napoli dal cardinale Giovanni Borgia. Era una sfida alle pretese di Carlo VIII che immediatamente invase l’Italia: Firenze si arrese scacciando i Medici, e Alfonso II di fronte al pericolo cedette la corona al figlio Ferdinando II e fuggì in Sicilia. Gli Aragonesi in pratica non erano neanche ben visti dal popolo e il papa si trovò improvvisamente in una situazione difficile, accresciuta dallo stato di ribellione che subito i Colonna e altre famiglie nobili romane, appoggiate dal cardinale Giuliano della Rovere, fomentarono nello Stato pontificio. Si arrivò anche a parlare di una deposizione del papa.
    Carlo VIII il 31 dicembre 1494 entrava a Roma senza trovare resistenza; Alessandro VI nel chiuso di Castel S. Angelo, trasformato in una nuova fortezza da Antonio da Sangallo, meditò un diverso atteggiamento nei confronti del re. Il 15 gennaio 1495 concedeva ufficialmente il libero passaggio alle truppe francesi nello Stato della Chiesa, offrendo il figlio Cesare in qualità di cardinale legato come guida per le truppe francesi fino ai confini del regno di Napoli. Fu un’abile mossa che riscattò in pieno Alessandro VI e non si parlò più di deposizione anzi, in concistoro, Carlo VIII giurò obbedienza al papa.
    Il 22 febbraio il re francese entrava a Napoli senza colpo ferire; anche Ferdinando II, vistosi abbandonato dal papa, era scappato a Ischia e di lì in Sicilia. Ma la facilità con la quale Carlo VIII aveva conquistato il regno nell’Italia meridionale rivelò subito a tutti gli Stati italiani la grave minaccia che si profilava per la loro stessa esistenza; e così il 31 marzo a Venezia si stipulava una coalizione antifrancese, con la presenza del papa, che nuovamente cambiava posizione. Carlo VIII ritenne opportuno ritirarsi. Riattraversò lo Stato pontificio senza che Alessandro VI s’impegnasse in un’inutile opposizione; l’esercito della lega le bloccò a Fornovo, ma il re riuscì a passare ugualmente. A Napoli tornavano gli Aragona con Ferdinando II.
    Salito sul trono di Francia Luigi XII Alessandro VI mutò ancora politica e si alleò con il nuovo re; quando questi riuscì a scacciare Ludovico il Moro dal ducato di Milano unendone il territorio alla Francia, il papa vide aprirsi ampi orizzonti per il figlio Cesare. Questi aveva rinunciato già dal 1498 alla dignità cardinalizia; svanito il matrimonio con una Aragonese e tramontata la prospettiva del principato di Taranto, egli si vide impalmato con la principessa Carlotta d’Albert, sorella del re di Navarra, per i buoni uffici di Luigi XII, che gli concesse inoltre il ducato di Valentinois, promettendogli aiuti per la conquista di uno stato in Romagna.
    In questo modo Luigi XII si assicurò la neutralità dello Stato pontificio nella nuova spedizione che egli intendeva organizzare per la riconquista del regno di Napoli; e durante lo svolgimento delle campagne francesi in Italia tra il 1500 e il 1503, si attuò anche l’impresa del Valentino in Romagna. Alessandro VI s’impegnò nella ricerca dei mezzi occorrenti per finanziarla ricorrendo alla simonia con la nomina di dodici cardinali, che dovettero pagare la porpora con una cospicua somma di denaro, e al mercato delle indulgenze in occasione del giubileo del 1500. L’impresa militare fu opera principalmente di Cesare che, non rifuggendo da nessun mezzo pur di raggiungere il suo scopo, da autentico «principe» alla Machiavelli, occupò successivamente Pesaro, Cesena, Rimini, Faenza, Urbino e Senigallia, ricevendo dal padre il titolo di duca di Romagna; lo Stato pontificio perdeva in tal modo una sua grande provincia, che diventava principato ereditario dei Borgia.
    Ma i piani di Alessandro VI e suo figlio non si fermarono qui; l’obiettivo finale era la secolarizzazione di tutto lo Stato pontificio sotto il regime dei Borgia. Essi si buttarono in questo grandioso progetto senza tregua, confiscando i possedimenti alle famiglie Colonna, Savelli e Caetani, impotenti di fronte alla situazione italiana così favorevole alle mire dei due. Il ducato di Sermoneta fu assegnato al figlio di Lucrezia, Roderico, di appena due anni, che si vide cosi infeudato da un nonno papa; il ducato di Nepi finì al più piccolo dei figli di Alessandro VI, Giovanni, anch’egli di soli due anni. Cesare s’impadroniva del ducato di Urbino e Camerino e con diabolica abilità sterminava spietatamente a Senigallia alcuni suoi capitani, che stavano tramando una congiura contro di lui.
    Una volta spodestati anche gli Orsini, con l’eliminazione del cardinale Giovan Battista e la messa al bando di tutti gli altri, Alessandro VI e Cesare pensavano di completare l’opera con la conquista della Toscana; occorreva ancora denaro e il papa se lo procurò con altre nomine cardinalizie e la vendita di nuovi uffici della Curia. Il difetto fondamentale di questa grandiosa costruzione politica era quello di non esser sorretta da una effettiva classe di governo, tutto era basato sulla rapidità d’azione di un principe fornito di machiavellica «virtù» pronto a sfruttare la «fortuna» che gli proveniva da suo padre. Era chiaro che l’impalcatura sarebbe crollata non appena uno dei due elementi portanti fosse venuto meno; e così fu quando Alessandro VI morì improvvisamente il 18 agosto 1503. Cesare avrebbe seguitato a difendere il proprio prestigio sotto il breve pontificato di Pio III fino ad accordarsi inizialmente anche con il successivo papa Giulio II; ma poi, abbandonato a se stesso, avrebbe perso tutto, fino ad essere arrestato da Consalvo di Cordova, gran capitano delle truppe spagnole a Napoli. Prigioniero in Spagna, avrebbe trovato sì rifugio presso il cognato, il re di Navarra, ma anche la morte nel 1507 nella sua ultima impresa sotto il castello di Viana.

        A quanto ben raccontato da Rendina vi sono da aggiungere alcune cose su quanto accadeva simultaneamente nella vita civile.

        Sei peggio delle bestie, sei un mostro ed un luridume. Vergognosa meretrice. Bordello. Così predicava dal pulpito del Duomo di Firenze  il domenicano Girolamo Savonarola dirigendosi alla Chiesa, alla Curia (meretrice di Babilonia) ed ai costumi corrotti dilaganti anche tra i tiranni laici come i Medici. E durante la Repubblica, instauratasi con l’esilio di quest’ultima famiglia, pretese per chiunque l’avesse voluta far ritornare al potere la pena di morte perché i tiranni meritano di essere fatti a pezzi, senza fare peccato. Invocò inoltre l’alleanza con la Francia di Carlo VIII per estirpare la corruzione. Fu oggetto di tentativi di corruzione da parte dei Medici che gli offrirono molto denaro e da parte del Papa Alessandro VI che gli offrì la porpora cardinalizia ancora nel 1497, dopo che nel 1495 gli aveva intimato di sospendere le predicazioni. Egli rifiutò la porpora perché ciò si inseriva nello sporco commercio della compravendita delle cariche ecclesiastiche alla quale il Papa partecipava, ed il rifiuto comportò la sua scomunica sempre nel 1497.

        Era amato ed odiato a Firenze dove perse il suo ascendente tra la popolazione nel 1498 quando il Papa minacciò di sospendere tutte le manifestazioni pubbliche di culto e di ritirare i sacramenti della Chiesa da Firenze e tutto il Granducato (interdetto), con gravi ripercussioni economiche per l’intera popolazione. Fu facile da questo punto di forza aizzare la gente contro Savonarola. Il suo convento (San Marco) fu attaccato e Savonarola finì in catene, torturato con estrema durezza, condannato per eresia e scisma, impiccato e subito dopo bruciato con due confratelli(23 maggio 1498).

        Resta solo da dire che vi sono seri dubbi sul motivo della morte di questo Papa, ufficialmente per malaria. Sembra, come accreditò il Guicciardini, che Alessandro restò vittima di un avvelenamento che egli stesso e Cesare avevano preparato per il cardinale Castellesi di Corneto per appropriarsi dei suoi averi. Altri storici mettono in dubbio questa versione ma, dato il personaggio, ogni morte non naturale risulta più attendibile dell’altra. Gli unici motivi non disdicevoli per cui merita di essere ricordato sono l’incarico a Michelangelo della Pietà e la decorazione dei suoi appartamenti in Vaticano ad opera del Pinturicchio.

        Alla morte di Alessandro VI vi fu paura ed apprensione tra i cardinali. Si temeva una sortita in armi di Cesare Borgia per condizionare il conclave. Ma Cesare patteggiò accettando il mantenimento dei suoi possedimenti in Romagna ed un salvacondotto per attraversare lo Stato Pontificio. Restava comunque una grande incertezza su chi eleggere anche perché il nepotismo di Alessandro VI aveva portato il numero dei cardinali a 38 con difficoltà a metterli tutti d’accordo. Si scelse di eleggere un Papa di transizione, Pio III (1503) figlio di una sorella di Pio II e padre di una dozzina di figli, che era molto malato e malandato ed avrebbe presto tirato le cuoia, quasi certamente aiutato da una dose di veleno. Infatti fu eletto il 22 settembre ed il 18 ottobre dipartì. Era un uomo pio, un vero religioso ed una brava persona, come si addice ai Papi di transizione.

        I circa 30 giorni di papato di Pio III avevano permesso ogni operazione di simonia davvero scandalosa e quindi avevano già preparato il nuovo Papa che infatti fu eletto immediatamente nella persona di Giuliano della Rovere, fatto cardinale dallo zio (o padre ?) Sisto IV, che assunse il nome di Papa Giulio II (1503-1513). L’ancora cardinale della Rovere aveva fatto un  preconclave con i cardinali spagnoli e con Cesare Borgia (che era tornato a Roma autorizzato dalla bontà di Pio III che perdonò tutto e che aveva preso possesso di Castel Sant’Angelo). In esso con una serie di promesse si garantì il loro appoggio siglato dalla paura che faceva Cesare Borgia. Il bello della vicenda è che come altre volte, ma in questa più smaccatamente, uno degli atti di Giulio II fu la bolla Cum tam divino in cui il Papa eletto sarebbe stato da considerare decaduto nel caso l’elezione fosse avvenuta con simonia (1506).

        Il Papa, padre felice di tre figlie anche se da qualche parte o per pederastia o per sodomia prese la sifilide, era noto per le sue abilità politiche che non entrarono mai a far parte non dico di quelle evangeliche ma neppure di quelle religiose. Come altri suoi predecessori aveva figli che ormai non si aveva pudore a riconoscere mentre in passato e, come vedremo, nel futuro si nasconderanno dietro la parola magica nipoti. Si comportò come un sovrano di uno Stato qualunque amministrando le cose terrene del potere temporale ed occupandosi della famiglia. Il suo compito era di nuovo arduo perché Alessandro VI aveva dissanguato il tesoro della Chiesa, aveva portato a livelli infimi il prestigio del Papa ed aveva compromesso in vari modi e con varie cessioni i territori dello Stato pontificio. L’idea di ricostituire il prestigio ed il potere della Chiesa guidò Giulio (chiamato Papa guerriero) fino al punto di fare guerre a destra e manca facendo e disfacendo spudoratamente alleanze. Minacciò guerra a Venezia che tentava l’espansione in territori romagnoli. Ebbe scontri con Cesare Borgia che tentò l’alleanza con Napoli, ormai spagnola, per attaccare Roma (qui iniziò la fine del Principe che fu arrestato e condotto in carcere in Spagna dove morì, come già accennato). Riconquistò Perugia e Bologna dopodiché fece più ferme le minacce a Venezia. E poiché la città lagunare non cedeva mise in piedi il trattato di Cambrai (1508) che istituiva una lega internazionale formata dall’Imperatore Massimiliano di Germania, il Re Luigi XII di Francia, il Re di Spagna ed il duca di Ferrara (marito di Lucrezia Borgia). Con le spalle tanto forti da riuscire a battere in battaglia Venezia (Agnadello 1509), il Papa fece una pace separata con questa città non interessandosi del fatto che ciò spezzava la lega (ma i Papi hanno sempre funzionato e funzionano solo per interessi personali). Lo Stato Pontificio ottenne le terre romagnole rivendicate e addirittura si incamminò sulla strada di un’alleanza con Venezia finalizzato a contrastare il pericolo turco e ad avere un alleato forte per far perdere forza alla dominazione francese in Italia (questa alleanza fu chiamata Lega Santa). La mossa ebbe successo contro i francesi ma compì il miracolo di far penetrare in Italia una potenza molto più invasiva come la Spagna. La reazione degli altri Paesi che avevano costituito la lega avrebbe potuto essere contundente se avesse operato in modo unitario invece di dividersi con alleanze differenti addirittura in contrasto d’interessi tra loro. Alcuni cardinali fedeli al Re di Francia convocarono un Concilio a Pisa (1511) per dichiarare deposto il Papa. Quest’ultimo rispose con un Concilio ecumenico a Roma (1512) per dichiarare nullo quello di Pisa e per scomunicare tutti coloro che vi avevano partecipato. Niente di nuovo, deja vu. Poi Luigi XII non sostenne più il Concilio di Pisa; i pochi cardinali che vi avevano aderito provarono a resistere spostandosi in altre città; non riuscendo a convincere nessuno chiesero perdono al nuovo Papa (Leone X) e furono reintegrati (anche qui: deja vu). La Lega Santa fu inizialmente sconfitta dai francesi (1512) ma alcune vicende (principalmente la venuta meno del sostegno dell’Imperatore Massimiliano a Luigi XII) le ridettero forza tanto che i negoziati con la Francia fecero riacquistare altre città allo Stato Pontificio (Modena, Reggio, Parma, Piacenza.

        Mentre accadevano questi fatti vi era un ribollire di questioni dal carattere strettamente religioso che da lì a poco avrebbero portato alla rottura con la Chiesa di Roma di Lutero. Non lo si capì fidando nel potere temporale e nel Concilio Lateranense V del 1512 non si disse sui problemi, già vivi dei quali dirò più oltre, neppure una parola. Furono approvati molti Decreti che avrebbero dovuto rappresentare riforme e nell’organizzazione e nella dottrina della Chiesa. Altri provvedimenti riguardarono il Concordato con il Re di Francia, la prescrizione di fare guerra ai turchi, l’obbligo di tutti i paesi cristiani di pagare la decima (una tassa) alla Chiesa. I Decreti fatti circolare attraverso bolle pontificie riguardavano: l’invalidità dell’elezione di un Papa attraverso la simonia (questo fu l’unico decreto fatto approvare da Giulio II ed al quale ho accennato); la sottomissione di ogni pensiero e teoria filosofica alle verità teologiche; la proibizione di ogni discussione sull’immortalità dell’anima l’interdizione di ogni profezia particolarmente riguardante l’avvento dell’Anticristo; la censura preventiva sui libri la cui stampa deve avere l’imprimatur dalla Chiesa; l’autorizzazione all’esistenza dei monti di pietà gestiti dalla Chiesa e con capitali iniziali rastrellati mediante indulgenze (vero furto pretesco sui poveri); e varie altre questioni organizzative interne (predicazione da parte dei chierici, privilegi dei religiosi, riforma di abusi ecclesiastici per venire incontro a richieste della base, libertà ecclesiastica e dignità episcopale, abolizione di alcune esenzioni non autorizzate per i religiosi). Il Concilio chiuse i suoi lavori il 16 marzo 1517 senza che però la parte relativa alle riforme interne avesse un minimo di applicazione immediata, vista l’urgenza delle istanze che da ogni parte provenivano. Ultima occasione persa che non fu neppure recuperata da Leone X alla chiusura del Concilio.

        Poiché questo Papa operò nel Rinascimento italiano non fu immune dal culto del bello che sprizzava da ogni lato. A lui si deve una prima sistemazione urbanistica di Roma con una strada tutta in linea retta che rompeva con il dedalo dei vicoli. Si tratta della splendida Via Giulia. Grandi artisti ed architetti operarono poi per il Vaticano in quel periodo: Bramante per la ricostruzione integrale del Vaticano; Michelangelo con gli affreschi alla Cappella Sistina e con la statua al medesimo Giulio II; Raffaello con gli affreschi degli appartamenti di Niccolò V.

        Il successore di Giulio II fu Giovanni de’ Medici, il figlio secondogenito di Lorenzo il Magnifico, che fu eletto Papa all’età di 38 anni con il nome di Leone X (1513-1521). Era quel figlioletto del potente Lorenzo che per motivi politici fu fatto protonotaro apostolico da Innocenzo VIII a soli 7 anni, abate di Front Douce in Francia ad  8 anni, abate a Passignano a 9 anni, abate a Montecassino a 11 anni e cardinale a 13. Sembra che la sua elezione sia stata esente da simonia e che sia avvenuta perché il giovane cardinale era molto malato e pronto alla dipartita (si scoprì poi che il trono di Pietro fu una cura formidabile). Come nel caso di Pio III, fu scelto probabilmente perché avrebbe garantito il tempo necessario per ulteriori accordi simoniaci tra cardinali.

        In linea generale il grasso nuovo Papa, corpulento, molto simile alle immagini satiriche dei preti crapuloni, fu persona priva di polso, perdonò tutti compresi coloro che avevano partecipato al Concilio di Pisa, un Colonna che aveva tentato di instaurare una repubblica, fu una volta filo ed una antifrancese, non chiarì mai la sua posizione rispetto all’Impero tedesco, ma una cosa portò avanti con decisione, l’affermazione e l’arricchimento della famiglia con lo sperpero di ingentissime fortune (si pensi che il suo medico guadagnava 86 ducati l’anno a fronte delle sue spese ordinarie che erano di 59.600 ducati l’anno e che solo per la festa nuziale del fratello spese 150.000 ducati. In totale si valuta che durante il suo regno Papa Leone spese per le sue proprie necessità ben 4 milioni e mezzo di ducati lasciando inoltre 400 mila ducati di debito). Fece cardinali il cugino Giulio (che poi diventerà Papa Clemente VII) ed il nipote Innocenzo della famiglia di Innocenzo VIII (un modo di ricambiare).

        Per una vendetta maturata tra famiglie in quel di Siena il cardinale Petrucci, sostenuto da altri 4 cardinali, ordì una congiura per ammazzare il Papa Leone mediante del veleno aggiunto dal suo medico personale alla medicazione periodica delle sue emorroidi. La congiura fu scoperta e il Papa diventò crudele: il cardinale Petrucci fu fatto strangolare, notare la finezza, da un musulmano (1517) mentre il medico ed il suo segretario furono cristianamente squartati. I quattro cardinali coinvolti furono cacciati e salvarono la loro vita solo dietro pagamento di forti somme. Questo episodio comportò il sospetto e la sfiducia in Leone tanto da non fidarsi più di nessun cardinale. Il problema della necessaria collaborazione lo risolse nominando in un sol colpo ben 31 cardinali. Il malcontento però cresceva sia in ambiente ecclesiastico che in ambiente civile. La cosa che più colpì fu la vendita delle indulgenze che raggiunse vette impensate. Il motivo ufficiale era la costruzione della cattedrale di San Pietro ma le cose andarono molto oltre con vergognose richieste di denaro che avrebbero, in nome di Dio, mondato ogni peccato per turpe che fosse. Nel 1517 fu addirittura pubblicato un listino, la Taxa Camarae, che è un qualcosa di orrendo ed inimmaginabile da una mente normale ma probabilmente in linea con menti naturalmente criminali.  Non vi era alcun delitto, nemmeno il più orrendo, che non avesse potuto ricevere il perdono in cambio di denaro. Leone X dichiarò aperto il cielo a clerici o laici, non importa se avessero violentato bambini e adulti, assassinato uno o più, truffato creditori, abortito … se avevano l’accortezza d’essere generosi con l’arca papale. L’indulgenza era acquistabile sia per persone  in vita che per i morti. Furono anche le banche, come quella dei Fugger, a raccogliere i fondi. Tra lo schifo generale vi erano anche dei monaci che davano indulgenze fai da te. E’ il caso del domenicano Tetzel che prometteva la liberazione immediata dal Purgatorio di un’anima peccatrice se un parente in vita di tale anima gli avesse consegnato un fiorino.

        Questo scandalo delle indulgenze, sommato ai lussi e dissolutezze dei costumi della Chiesa provocò lo scisma protestante, inizialmente ad opera del monaco agostiniano Martin Lutero. Seguiamo un poco questa vicenda.

LA RIFORMA DI LUTERO

        Il monaco agostiniano Martin Lutero o Luther (1483-1546) fu teologo e professore di Studi Biblici a Wittenberg (Germania). Viaggiò molto in Germania ed in Italia dove tra l’altro fu inviato a Roma come rappresentante del convento agostiniano di Erfurt (1510). Rimase in città il tempo che gli permise di cogliere l’ipocrisia e la corruzione della Curia senza riuscire a risolvere nessuno dei problemi di cui era ambasciatore. Il primo ciclo di lezioni di Studi Biblici tenute da Lutero nel 1515-1516 venne dedicato al Libro dei Salmi, all’Epistola di San Paolo ai Romani ed ai Galati (1517). Scrive Mussgnug:

Attraverso queste letture Lutero giunse a una nuova visione di Dio e della fede, che costituiscono la base della teologia della sua maturità e dell’intera riforma protestante. In anni di disperata ricerca della grazia divina, Lutero si era convinto della corruzione radicale della natura umana. Il peccato originale ,aveva scavato un abisso tra uomo e Dio, che l’uomo da solo non poteva superare. Prigioniera della sua natura corrotta, l’umanità era destinata a subire dolori e afflizioni senza poter aspirare alla perfezione della fede. Niente poteva essere più lontano dalla dottrina tomista della riconoscibilità del bene c del male, che la teologia medievale aveva trasformato in un elaborato sistema “retributivo” di pesi c contrappesi, secondo cui tante pene spettavano a chi faceva del male e tanti meriti a chi operava del bene. Davanti al profondo pessimismo di Lutero svanivano tutte le certezze su cui era basata l’organizzazione medioevale della Chiesa. Né la vita contemplativa dei monasteri, né la mediazione delle gerarchie ecclesiastiche potevano garantire all’uomo la grazia divina, perché nessuno sforzo umano aveva merito davanti a Dio. Ma in tutto questo non c’era motivo di disperazione. «Il giusto vivrà per fede» furono queste parole di San Paolo che colpirono profondamente il professore di Wittenberg e in cui trovò la risposta a tutte le sue paure. Dio aveva dato un segno di speranza all’umanità intera nella sofferenza di Gesù Cristo, che aveva cancellato la colpa per tutti e trasformato 1’ira del Padre in misericordia. In nome dei meriti di suo figlio, Dio aveva perdonato l’umanità e nel Vangelo aveva dato l’annuncio della salvezza, messa a portata dell’umanità al solo prezzo di accettare con fede il sacrificio di Cristo. Per descrivere questa sua nuova concezione della fede, Lutero parlò di una “teologia della croce”, contrapposta alla “teologia della gloria” delle dottrine medioevali. Era l’inverno dcl 1515 c solo pochi studenti di teologia udirono le parole di Lutero. Nessuno di loro sospettò che fra pochi anni le idee del loro professore avrebbero affascinato c turbato migliaia di fedeli in ogni parte della Germania.

        Queste erano lezioni e riflessioni personali che ancora non avevano avuto confronto diretto con il potere, confronto che iniziò con una disputa del 4 settembre 1517 nella quale egli rifiutò categoricamente l’aristotelismo e quindi si pose in netta linea di collisione con San Tommaso e con tutti i frati colti e teologi dell’epoca. E questo era il retroterra culturale al quale Lutero aggiunse la sua esperienza di parroco e confessore di Wittenberg. Proprio il 13 settembre 1517 una bolla di Leone X aveva concesso l’indulgenza plenaria a chi avesse pagato un tributo al vescovo (questa volta servivano soldi perché il nobile Alberto di Brandeburgo, arcivescovo di Magonza, potesse pagare una multa al Papa stesso). Il banditore delle indulgenze(15) (Appena il soldo in cassa ribalta, l’anima via dal purgatorio salta) era un domenicano, Johann Tetzel che operava in terra tedesca ma in Magdeburgo, appena al di là del confine con Wittenberg. I parrocchiani di Lutero fecero viaggi per andare al di là del vicino confine a comprare indulgenze e ciò fu per Lutero un colpo durissimo che lo spinse ad agire. La vendita delle indulgenze(16) per avvicinarsi a Dio era del tutto insopportabile come lo era il fatto che il Papa avesse il potere di cancellare tutti i peccati. Lutero comunque, ad evitare problemi con il signore di Wittenberg che avrebbe perso importanti introiti, si scagliò solo contro il signore di Brandeburgo. Ad ogni modo, il 31 ottobre 1517 a soli sei mesi dalla chiusura del Concilio Laterano V, Lutero si recò alla porta della Chiesa annessa all’Università e lì affisse dei fogli contenenti le sue riflessioni ed osservazioni sulle indulgenze espresse in 95 tesi. Inviò questo scritto ai suoi superiori, il vescovo di Brandeburgo e l’arcivescovo di Magdeburgo e Magonza (ed anche a Tetzel). L’affissione alla porta della chiesa del documento era nell’uso accademico, in tal modo si proponeva alla discussione pubblica con dotti e teologi il contenuto del suo scritto. Non vi erano violazioni delle leggi canoniche perché nel suo ruolo di professore di teologia Lutero poteva proporre a discussione qualsiasi argomento. La questione più scottante era la seguente: se il Papa può liberare le anime dei defunti, perché non può farlo qui subito e gratuitamente ? Le tesi di Lutero ebbero grande attenzione e sostegno da parte di molti colleghi, sia in Germania che fuori, che si fecero propagandatori di esse. Piano piano anche l’opinione pubblica ne rimase colpita, anche perché esausta delle esose tasse che la Chiesa richiedeva. In breve si creò un’ondata di opinione ostile a Roma. Ma Tetzel denunciò immediatamente Lutero come eretico al Papa Leone X il quale tentò di mantenere le cose in termini di soluzione diplomatica per evitare di crearsi inimicizie tra i potenti agostiniani (ed anche perché preparava la guerra ai turchi e gli serviva il sostegno della Germania). Lutero venne convocato a Roma ma Lutero sapeva dei pericoli che correva nella tana del lupo e, mediante consigli ed aiuti politici (l’elettore di Sassonia), riuscì a fare trasferire l’incontro in terra tedesca. Tra il 12 ed il 14 ottobre del 1518 Lutero si incontrò con il delegato papale, il profondo teologo domenicano di Gaeta (per ciò detto Caetano)  Tommaso de Vio che subito chiese a Lutero di ritrattare le sue tesi. Lutero rifiutò e l’inviato papale se ne ritornò a Roma senza nulla in mano ma, dopo aver letto che Lutero non considerava il sacramento della penitenza, con la certezza che questo significa costruire una nuova Chiesa. Ed il bravo teologo capì che il problema delle indulgenze era marginale rispetto al fatto che in quanto sosteneva Lutero vi era il disconoscimento della suprema autorità del Papa. La rottura era insanabile e fu realizzata. In situazioni normali vi sarebbe stata la dura reazione della Chiesa che avrebbe messo a tacere l’eretico. Ma varie circostanze politiche si sommarono (politica delle alleanze alla morte di Massimiliano I, imperatore del Sacro Romano Impero, nel gennaio 1519 e la questione della sua successione con Carlo V in Germania ed altre diatribe con Francia ed Inghilterra) dettero tempo a Lutero di far conoscere le sue tesi a più e più persone con un suo scritto ricco di citazioni e riferimenti biblici, Risoluzioni riguardo alle 95 tesi,e conferenze in giro per le università tedesche (vi fu anche uno scontro a Lipsia nel luglio 1519 con un suo avversario in una classica disputa scolastica: fu l’abilità retorica di Lutero a vincere ed a portarsi dietro un sostegno molto grande). Questo tempo gli bastò perché fosse considerato come l’emblema della rivolta tedesca contro la Chiesa di Roma e, questo è importante, non solo in termini teologici.

        Il 15 giugno 1520 arrivò la risposta del Papa alle Risoluzioni che rese pubblico il risultato del processo canonico contro Lutero attraverso la bolla Exsurge Domine. In essa Lutero era paragonato ad un cinghiale nella vigna del Signore. I suoi libri erano condannati al rogo e Lutero era scomunicato, a meno che non avesse ritrattato tutto. Lutero non fece marcia indietro anzi, tra il giugno ed il novembre 1520, scrisse 4 libri (tre dei quali in tedesco) in cui fece leva sull’orgoglio nazionale del popolo tedesco sfruttato da Roma e si scagliò contro la dottrina dei sacramenti della Chiesa affermando che solo due di essi dovevano restare, il battesimo e l’Eucarestia. E poiché spariva il sacramento dell’ordine del sacerdozio, si ridefinivano le strutture del clero ecclesiastico: tutti i fedeli sono sacerdoti ma solo alcuni, i ministri, svolgono funzioni a servizio della comunità. In tal modo anche l’intero diritto canonico veniva rifiutato in quanto risultava essere una legge del clero che ora non c’era più. In una cerimonia pubblica (10 dicembre 1520) Lutero bruciò la bolla del Papa con molti testi canonici della Chiesa e, fatto importante, la Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino. Il 3 gennaio 1521 il Papa rispose con un’altra bolla, Decet romanum pontificem, in cui Lutero era definitivamente scomunicato. A questo atto della Chiesa doveva seguire l’azione della giustizia civile con l’espulsione dell’eretico dalle terre cristiane. Carlo V sapeva però il gran seguito che già aveva Lutero tra la popolazione e tra i potenti inoltre per la legge tedesca nessun suddito di tale Paese poteva subire condanne senza processo. Egli decise di convocarlo alla Dieta di Worms, con ogni garanzia di immunità durante il viaggio ed il soggiorno in città, in modo da fornire le sue ragioni davanti ad un Tribunale civile. In una prima sessione (17 aprile 1521) esitò e chiese un giorno per pensare ma il giorno successivo ribadì tutti i punti delle sue tesi e concluse con:

Non posso e non voglio ritrattare nulla perché non è giusto né sano andare contro la coscienza. Iddio mi aiuti. Amen.

        Carlo V doveva procedere con quanto gli imponeva la legge ed il 26 maggio 1521 dichiarò Lutero eretico e lo bandì dalle terre tedesche. Ciò voleva dire la condanna a morte. Lutero era però sparito, era stato fatto evadere in un viaggio di trasferimento da alcuni suoi seguaci che aggredirono la scorta. La sua fama crebbe ed egli era ormai un eroe per la popolazione ma si ebbe anche paura di un suo rapimento per assassinarlo. Lo aveva fatto rapire Federico il Savio (e non perché avesse una qualche simpatia  per Lutero), un principe tedesco, che lo teneva al sicuro in una sua fortezza (Wartburg in Turingia). La Riforma luterana già aveva raggiunto un importante obiettivo. le masse erano con Lutero ed un principe aveva dato maggior credito ad esse che non al potere centrale, l’Impero, che si muoveva per volontà della Chiesa.

        La storia di Lutero segue con gravissime contraddizioni tra cui quella di tradire la popolazione umile che aveva creduto in lui per una sua emancipazione per lo schierarsi dalla parte vincente nella guerra che si era scatenata tra contadini e proprietari terrieri per migliori condizioni di vita (il tutto terminato con orrendi massacri di contadini).  Lutero per portare avanti la sua Riforma aveva scelto la nobiltà feudale e terriera ed aveva addirittura scritto contro i contadini che si ribellavano il suo Contro le bande brigantesche e assassine dei contadini (1525). Ciò gli tolse un grande sostegno popolare e la sua Riforma invece di essere legata alle speranze degli umili andò avanti con le possenti gambe dei potenti fino alla definitiva alleanza con i principi tedeschi, senza tenere in conto del fatto più grave: l’eretico si era trasformato in cacciatore di eretici e contro ogni minima deviazione dalla sua vera religione (cattolici, battisti, maghi, streghe, …) richiedeva il rogo. Per gli ebrei solo l’espulsione affermando che gli ebrei andavano trattati con ogni spietatezza […] come Mosè fece nel deserto, ammazzandone tremila. Aggiungendo che tra gli ebrei ne avrebbe volentieri atterrato uno e poi pugnalato con rabbia. Dato che, secondo il diritto umano e divino, si è pure autorizzati ad uccidere, non sarà lecito a maggior ragione sopprimere un blasfemo senzadio ? e concludendo con che si vietasse ai loro rabbini nel corpo e nella vita di continuare ad insegnare, come dire: ammazziamoli !

        Per ritornare all’Inquisizione, posso terminare qui con Lutero sottolineando che iniziò con lui il primo grande scisma nella Chiesa con la nascita della prima Chiesa Protestante(17), con la seconda che sarebbe nata di lì a poco dopo la pubblicazione a Basilea della Institutio christianae religionis del teologo francese Johannes Calvinus o Jehan Cauvin o Giovanni Calvino nel 1536 (una corrente riformata del protestantesimo iniziata a Zurigo da Huldreich Zwingli che pubblicò una famosa Bibbia a Ginevra). In Svizzera, a Zurigo per l’esattezza, nel 1525 nacque un’altra famiglia protestante, costituita da ex allievi di Zwingli, quella dei Fratelli in Cristo (chiamati per discredito anabattisti). Si trattava di cristiani che ritenevano nullo il battesimo dato alla nascita perché non vi era volontà del bambino. Quindi credevano in un battesimo volontario da adulti (la parola anabattista significa battezzato di nuovo e quindi erano chiamati così per dire che erano battezzati due volte). Oltre a ciò teorizzavano una totale separazione tra Stato e Chiesa (intesa priva di gerarchie) per una vita vissuta in modo non violento, tra uguali ad imitazione del Cristo. In tal modo il Vangelo, vissuto con fede e con l’ispirazione dello Spirito Santo, assumeva un ruolo preminente sul Vecchio Testamento. Il 12 aprile 1529 Carlo V emanò un decreto di durissima condanna di questa famiglia protestante, l’Editto di Spira, nel quale si diceva: Chiunque ribattezza o si fa ribattezzare dopo aver raggiunto l’età della ragione, uomo o donna che sia, deve essere condannato a morte, sia con la spada, sia con il fuoco, sia con ogni altro mezzo, senza alcun processo preliminare.

        Già prima però un’altra crisi con Roma, che aveva portato ad una scissione d’autorità, si era avuta in Inghilterra con Enrico VIII, per questioni dinastiche. Per volontà espressa dal padre poco prima di morire, egli si era sposato nel 1509, quando aveva 18 anni, con Caterina d’Aragona (zia di Carlo V), vedova di suo fratello Arturo e più avanti negli anni. Dopo 18 anni di matrimonio, nel 1527, poiché non era nato alcun erede maschio, Enrico VIII chiese al Papa Clemente VII l’annullamento del matrimonio per poterne fare un altro che gli desse il desiderato maschio. Il Papa che già aveva subito il Sacco della città da parte di Carlo V, non voleva irritarlo ulteriormente e tergiversò allungando i tempi in vane trattative. Nel 1531, quando l’irritazione era cresciuta per 4 anni, Enrico VIII fece votare dal Parlamento un atto di supremazia in cui egli proclamava se stesso Capo della Chiesa d’Inghilterra. La parte più dura per la Chiesa, allora come ora, venne nel 1532, quando stabilì che i tributi non dovevano essere più pagati alla Chiesa ma direttamente alla corona. Finalmente nel 1533 Enrico VIII sposò Anna Bolena (Elisabetta I d’Inghilterra era nata da questo matrimonio), dalla quale già aspettava un figlio, facendosi sciogliere dal precedente vincolo dal suo rappresentante presso la Chiesa inglese, Thomas Cranmer. Nel luglio 1534, due mesi prima di morire, Clemente VII scomunicò il Re, la moglie ed il rappresentante Cranmer (interdisse pure l’Inghilterra ma della cosa non si accorse nessuno). Il problema venne preso in mano da Paolo III quando già Enrico VIII, nel novembre dello stesso anno aveva decretato, oltre alla chiusura dei monasteri ed al sequestro di ogni bene ecclesiastico:

  • Un ulteriore atto di supremazia (il re era il Capo Supremo sulla Terra della Chiesa di Inghilterra) con il diritto di reprimere le eresie e di scomunicare;
  • L’obbligo per tutti gli inglesi di giurare solamente davanti al re, e non davanti a qualche autorità straniera come era la Chiesa;
  • La condanna per tradimento per chi osasse sostenere che il re fosse eretico, tiranno o scismatico.

        Nasceva così la Chiesa Anglicana che era un’altra pezzo che si aggiungeva allo scisma di Lutero ed a quello che sarebbe seguito di Calvino. Solo due persone si opposero: l’umanista autore de l’Utopia Thomas More ed ex Lord Cancelliere e l’ex confessore di Caterina, il vescovo di Rochester John Fisher. Ambedue furono decapitati. Intanto penetrava in Inghilterra luteranesimo e calvinismo ed il Parlamento, nel 1549, promulgò il Book of Common Prayer (Libro della preghiera comune) che era una ufficiale ammissione di allontanamento dalla Chiesa di Roma. La storia qui accennata ebbe un lungo seguito che non è qui il caso di seguire. E’ solo utile dire che Papa Pio V aiutò la ribellione dei cattolici (i papisti), che mal vedevano Elisabetta I sul trono d’Inghilterra per le sue simpatie calviniste, scomunicando la regina e dichiarandola deposta con la bolla Regnans in Excelsis del 1570 che però fu promulgata solo dopo che la ribellione era stata domata. Dopo la bolla Elisabetta cessò con la sua politica di tolleranza religiosa cominciando ad attaccare i suoi nemici papisti, che a loro volta reagirono con cospirazioni volte a rimuoverla dal trono.  La decapitazione della cattolica Maria Stuart (1587), Regina sanguinaria di Scozia conosciuta come Bloody Mary, sostenuta dal Papa Sisto V, dai cattolici Re di Spagna e Francia ed aspirante al trono d’Inghilterra, per opera di Elisabetta I fa parte del seguito di questa storia, come l’espulsione dei gesuiti (1585), accusati di istigare alla disobbedienza. Come ulteriore conseguenza la cattolica Spagna di Felipe II intervenne in difesa dell’ortodossia attaccando l’Inghilterra (1588) con la sua Invincible Armada che affondò nella Manica insieme ai sogni imperiali della Spagna medesima. Alla morte di Elisabetta I nel 1603, salì al trono Giacomo I. Da questo momento  le controversie religiose assunsero sempre più una connotazione politica, a seguito della lotta del Parlamento contro l’assolutismo monarchico degli Stuart. Intorno al 1645 il Parlamento dichiarò fuori legge il Book of Common Prayer e nel 1649 il nuovo Re Carlo I fu condannato a morte. Nel 1662, dopo il processo di restaurazione condotto da Carlo II, fu di nuovo imposto il Book of Common Prayer nella forma ancor oggi in uso; in seguito, Giacomo II cercò di reintrodurre il cattolicesimo, ma perse il trono nel 1688 allo scoppio della Gloriosa Rivoluzione.

        Ma qui siamo andati molto oltre ed è meglio ritornare al 1517. Prima però vorrei osservare che questo rapidissimo excursus credo mostri con chiarezza quali fossero i livelli di insoddisfazione della base dei credenti (indipendentemente poi dal loro essere presi in giro, come da Lutero). Ebbene a questo diffuso malcontento la Chiesa di Roma sapeva solo rispondere con ogni crimine, lusso e vergogna.
  

RITORNIAMO A LEONE X

        Di fronte a questi avvenimenti una specie di Papa come Leone X non aveva alcuno strumento né politico né culturale da poter mettere in campo. Qui le scomuniche, le minacce, l’Inquisizione poco avrebbero potuto e poterono. Vecchi metodi logori per gentucola come Leone che disse a suo fratello Giuliano, appena eletto, “Godiamoci il papato, perché Dio ce l’ha dato“. Scrive Rendina:

E fu una festa continua, come ricorda il Gregorovius, «nella più strana mescolanza di paganesimo e cristianesimo: mascherate carnevalesche, spettacoli di mitologia antica, storie romane rappresentate sopra magnifiche scene; e d’altra parte processioni e splendide feste di chiesa e rappresentazioni della passione nel Colosseo, e classiche declamazioni in Campidoglio e altre feste e discorsi nell’anniversario della fondazione di Roma; e quotidiane cavalcate di cardinali; e cerimonie d’ingressi d’ambasciatori e di principi, con comitive così numerose che sembravano eserciti; e cortei del papa, quando usciva alle sue cacce a Magliana, a Palo, a Viterbo, con falchi in pugno, traendosi dietro mute di cani e pesanti bagagli e turbe di servi e il seguito dei cardinali e degli oratori stranieri e l’allegro sciame dei poeti di Roma e una caterva di baroni e di principi, con un chiasso da sembrare una compagnia di baccanti».
Il vicario di Cristo si abbandonava a burle e mostrava di divertirsi per le insipide sciocchezze dei buffoni di corte che il suo cameriere, Serafica, aveva l’incarico d’introdurre alla sua corte; tra questi il Querno che, vestito da Venere, come riferisce un cronista dell’epoca, «cantava versi de diversa sententia e sbevacchiava assai», e fra’ Mariano Petti, piombatore apostolico alla Cancelleria, ma più noto come buffone di corte. Formidabile mangiatore e bevitore rallegrava il papa con i suoi «capricci», ovvero buffonate, e lo invitava a godersi la vita dicendogli: «Viviamo, babbo santo, che ogni cosa è burla». […] Non possono essere dimenticate le «etere» del tempo, ovvero le cortigiane, per le quali il termine «puttane» sarebbe stato improprio, come nota Georgina Masson, considerando che la loro «arte di piacere non si limitava all’aspetto sessuale», perché «istruite nelle arti, e soprattutto nella musica… per il loro fascino, per il gusto di cui sapevano far mostra nel vestire, per la conversazione arguta e spiritosa che erano in grado di condurre, erano molto ricercate come ospiti nelle varie feste». Alla corte di Leone x andavano per la maggiore Beatrice Ferrarese, probabilmente immortalata da Raffaello nella Fornarina, e Lucrezia da Clarice, soprannominata «Matrema non vole» secondo la risposta che era solita dare agli intraprendenti suoi amanti per vender cara la propria «pelle».
È indiscutibile che lussuria e corruzione dei costumi giunsero sotto Leone X alle forme più abiette e giuste suonano le «pasquinate» a riguardo […]
Rientra in questo clima mondano e non certo artistico il gusto per le rappresentazioni teatrali, viste come espressione tipica di piacere; le commedie di Plauto, la Mandragola di Machiavelli o la Calandra del cardinal Bibbiena, integralmente rappresentate in Vaticano, facevano furore non per il loro significato culturale, ma per quel che di piccante e scandalistico potevano rivelare. Questi è la «Roma di Leone X», perché «la fama che ha fatto di Leone il più grande del pontefici mecenati è esagerata», come è costretto a notare anche il Castiglioni: «era salito al pontificato quando Roma era già divenuta la patria di tutti gli intellettuali dell’Europa d’allora» e, seppure l’ambiente letterario e artistico della città ebbe un certo impulso, non fu per un impegno culturale del papa ma per un suo «dilettantismo, per così dire, da ghiotto buongustaio, non di persona geniale, intelligente ed illuminata».
Non si capirebbe altrimenti perché un ignobile poetastro come il Baraballo, prete di Gaeta, potesse essere incoronato in Campidoglio, novello Petrarca, mentre l’Ariosto non ebbe un tale riconoscimento. Diciamo che Roma fu il palcoscenico di tanti «poeti a braccio» come Camillo Querna «l’Archipoeta laureato», Giovanni Gazzoldo e Girolamo Britonio, capaci più che altro di rallegrare la mensa del papa tra un bicchiere e l’altro, proprio alla stregua dei «buffoni» ricordati in precedenza. E meno male che il Britonio una volta fu fatto stonare da Leone X per aver declamato dei «cattivi» versi! E così letterati più in vista come il Bembo, il Castiglione e l’Aretino, pur essendo presenti alla corte pontificia, non riuscirono a toglierle quel volto «istrionico» che in pratica era il solo desiderato dal loro mecenate.
Piuttosto Leone X fu abile nello sfruttare quanto Giulio II gli aveva lasciato in eredità con i numerosi artisti all’opera nell’abbellimento della città; tra questi preferì Raffaello, che continuò gli affreschi delle Stanze, disegnò i cartoni per i 10 arazzi della cappella Sistina, condusse a termine le Logge Vaticane e trovò anche il tempo per immortalare il papa in un ritratto famoso, mentre l’incompiuta Trasfigurazione fu ultimata da Giulio Romano.

        Questo campione del crimine si spense a soli 46 anni. Il sospetto mai provato che sia stato avvelenato è molto forte. Anche questa storia non è nuova e resterà nei costumi dei Papi fino ai nostri giorni. A lui si deve una frase, rivolta al suo segretario Pietro Bembo (il primo studioso che iniziò ad organizzare la lingua italiana) che non possiamo far altro che condividere: Quantum nobis nostrisque ea de Cristo fabula profuerit, satis est omnibus saeculis notum e cioè: Quanto abbia giovato a noi e ai nostri codesta favola di Cristo è abbastanza notorio in tutto il mondo.

        Questo Papa neppure si accorse che con lui iniziava tutta un’altra storia per la Chiesa (ma non per i Papi che restarono criminali). Da Leone X iniziò lo Scisma con i protestanti e le altre ricadute accennate. La Chiesa cominciò a rompersi anche se fu l’ultima ad accorgersene: pensò di reagire con la Controriforma del Concilio di Trento. Niente di evangelico, per carità ! Poi con l’Inquisizione romana e con gli assassinii mirati delle nostre massime intelligenze mentre il lusso e la crapula continuavano. Una storia affascinante, quasi dell’orrore. Chi credeva si parlasse di Gesù, dei suoi insegnamenti, del suo messaggio, ha sbagliato tutto. Comunque di tutto questo parlerò in un prossimo articolo.

Roberto Renzetti


NOTE

(1) L’origine delle parole Saraceni ed Agareni è probabilmente biblica (Genesi 21; 8-21). Saraceni sarebbero i discendenti di Sara, la donna che con Abramo generò Isacco. Abramo ebbe anche varie relazioni, una delle quali con la schiava Agar da cui nacque l’altro figlio Ismaele (Genesi 16; 15). Sara, gelosa, fece scacciare Ismaele da casa con l’accordo di Dio e costui ebbe un’altra discendenza (quella degli arabi) che, dal nome Agar, si chiamano Agareni.

Riguardo alle parole che incontreremo per designare alcuni popoli, riporto quanto afferma l’arabista Kadidja Mandili: «Le parole “arabi, saraceni, mori, turchi e berberi” erano utilizzate senza alcuna distinzione ed indicavano i soldati musulmani che, a partire dal VII secolo, solcavano il Mar Mediterraneo alla ricerca di bottini. La parola “saraceno” che noi troviamo nei libri di storia, designava inizialmente un popolo della penisola del Sinai per indicare, in seguito, tutti i popoli arabi. Non si trova nessuna differenza terminologica nelle fonti medioevali. Oggi invece, distinguiamo nettamente tra le parole “arabo” e “musulmano”. La prima fa riferimento all’etnia dominante nell’Islam e la seconda indica i fedeli di tale religione. […] Bisogna rilevare che le invasioni saracene – ma sarebbe più corretto definirle “incursioni” – non miravano alla conquista dei territori, ma al bottino e alle prede. La flotta musulmana doveva essere capace di contrastare quella di Bisanzio sia militarmente che commercialmente. I pirati della marina musulmana rifornivano merce umana quando era necessario per il commercio degli schiavi, ma essi ricoprivano allo stesso tempo un ruolo ufficiale: proteggevano i convogli governativi; ciò avvenne regolarmente per tutto l’VIII secolo. Così, diversi pirati saraceni, fra i quali i Berberi, gli Andalusi e di Cretesi, operavano per proprio conto sulle coste della Sardegna, della Sicilia, delle Puglie, della Campania e sulle coste della Liguria e di Venezia. Al contrario, le occupazioni temporanee d’Ischia, di Ponza, di Lampedusa e di altri luoghi strategici d’Italia, come il sacco di Civitavecchia, spinsero i Bizantini e – a partire dall’800 i Carolingi – ad organizzare delle flotte capaci di difendere le coste italiane.

(2) La Spagna, provincia di Roma, nel 409 viene invasa da varie tribù barbare (svevi, vandali, …). Nel 411 i Visigoti vengono in aiuto di Roma e scacciano gli altri barbari. Da questo momento l’amministrazione di questa provincia è lasciata loro. Nel 475, un anno prima della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, viene fondato in Spagna il regno Visigoto che, a partire dal 589, sarà interamente cristianizzato. In soli tre anni, tra il 711 ed il 714, gli arabi musulmani del califfato Omeya di Damasco occupano la penisola iberica provenendo da Sud. I cristiani vengono respinti verso nord e lì si attesteranno in piccoli regni situati in posti strategici sulle montagne della cordigliera Cantabrica e dei Pirenei. Nel 756 gli Omeya di Spagna si rendono indipendenti da Damasco e costituiscono il Califfato di Cordova. Questo Califfato si manterrà fino al 1031 per poi smembrarsi in tanti piccoli regni (taifas). A questa data la penisola contava al Nord i regni cristiani di León, Navarra, Aragón, Cataluña (circa un terzo del territorio) una striscia di terra di nessuno divideva questi piccoli regni dai taifas arabi costituenti la regione di ‘Al Andalus‘. La debolezza militare araba avvia, nel 1045, la Reconquista che si concluderà nel 1492. Da sottolineare la conquista cristiana di Toledo del 1085, il formarsi al Nord di tre stati cristiani sempre più grandi ed aggressivi (Portogallo, Castiglia, Aragona e il piccolo Navarra). Dalla metà del XIII secolo il regno di Granada è tutto ciò che resta di arabo nella penisola. Nel 1469 Isabella I di Castiglia sposa Fernando II di Aragona dando inizio alla prima convergenza di regni ispani che in poco tempo occuperà tutta la penisola ed inizierà una impetuosa espansione in altri territori. Nel 1492 cade il regno di Granada, compiendosi il disegno di Fernando e Isabella: unificare i popoli di Spagna in nome della cristianità contro gli invasori arabi. La Crociata è portata a termine vittoriosamente e Papa Alessandro VI Borgia concede ai Re di Spagna il titolo di ‘Re Cattolici‘ (1494).

(3) La vita ascetica, che faceva parte della pratica religiosa di alcuni monasteri cristiani, non era una soluzione praticabile per tutti i fedeli. Risultava difficile ad esempio per coloro che avevano responsabilità pubbliche o semplicemente erano lavoratori che dovevano alimentare le famiglie. Una alternativa alla vita ascetica poteva quindi essere il pellegrinaggio verso i luoghi sacri. L’altra alternativa e cioè le pene che venivano comminate per redimersi dai peccati (digiuno a pane acqua, pubblica umiliazione) mal si adattavano a orgogliosi e fieri cavalieri ma anche a persone più umili ma orgogliose.

(4) Si tratta della natura attribuita allo Spirito Santo che nella religione ortodossa d’Oriente è “qui ex Patre procedit”, mentre nella cattolica romana è “qui ex Patre Filioque procedit“.

(5) Leggiamo come racconta Gregorovius [storico tedesco che terminò di scrivere la sua opera nel 1876, pochi anni dopo la realizzazione dell’Unità d’Italia con al conclusiva Breccia di Porta Pia] gli avvenimenti che ho brevissimamente riassunti in questo capoverso. Occorre premettere che anche con Gregorio VII il popolo romano doveva dare il suo assenso, magari era solo formale, all’elezione di un Imperatore. Ora accadeva che non solo il popolo risultava espropriato dal dare il suo assenso all’elezione del papa ma anche a quella dell’Imperatore. Infatti Federico arrivava a Roma senza aver fatto richiesta formale all’autorità della città che, in questo periodo, era il Senato della Repubblica. Ebbene degli ambasciatori della città andarono incontro a Federico in arrivo per chiedergli l’approvazione della Costituzione della città e fargli presente le difficoltà del popolo di Roma di fronte ad un sovrano che si presentava solo come occupante in sodalizio solo con il Papa. Da questo punto inizia il brano di Gregorovius:

La dissennatezza che aveva spinto i Romani a provocare con tanta esagerata fiducia in se stessi quell’uomo potente si addiceva perfettamente all’alta idea che essi si erano fatti della Città Eterna, cui credevano di aver rifuso nuova vita con l’istituzione del senato; ma se in quel momento nella tenda imperiale si fosse trovato un uomo capace di superare i limiti inteìlettuali della propria epoca, egli avrebbe potuto ridere davvero di cuore sentendo Federico stesso condividere l’esaltazione dei senatori e la loro fantastica idea del legittimo potere sul mondo posseduto dall’imperatore romano.
Gli ambasciatori romani tornarono a Roma col cuore gonfio di stizza. Ora Federico non poteva aspettarsi altro dalla repubblica se non che gli chiudesse in faccia le porte e difendesse la città. Il papa [vero nemico in casa, ndr] gli consigliò di occupare nascostamente la Leonina con truppe scelte, che sarebbero state accolte ivi dai suoi, e suggerì anche di mandare con questa schiera il cardinale filotedesco Ottaviano, suo ambizioso rivale, che in tal modo veniva allontanato dalla tenda dell’imperatore. Mille cavalieri partirono all’alba del 18 giugno e occuparono la città Leonina senza incontrare resistenza.
Quello stesso giorno, senza ricevere il saluto dei Romani, Federico, sceso da Monte Mario, entrò in ordine di battaglia nella Leonina dove era atteso dal pontefice che lo aveva preceduto. L’incoronazione si svolse immediatamente nel duomo di S. Pietro, occupato militarmente. Possente come un tuono echeggiò nell’alta basilica il grido di giubilo dei Tedeschi, quando il giovane Cesare prese in mano la spada, lo scettro e la corona dell’impero. Roma, però, non lo riconobbe come suo imperatore; la città rimase sbarrata e il popolo si raccolse sul Campidoglio, dove si ergeva il palazzo dei senatori, ultimato da poco, Quanto confusa e fallace fosse persino a Roma l’idea dell’impero, lo, dimostrano queste incoronazioni compiute nel sobborgo pontificio, mentre ansiosamente si aspettava che i Romani, dai quali gli imperatori traevano il loro titolo, irrompessero in armi” dai ponti del Tevere. La diversità di cultura, di esigenze e di origine costituiva un abisso incolmabile che separava dai Romani gli imperatori di nazione tedesca. Essi odiavano in Adriano IV lo straniero che dominava la loro patria; tuttavia lo veneravano anche perché era il pontefice; ma Federico già allora doveva riuscir loro insopportabile. Egli non aveva giurato le leggi della città, come tutti gli altri imperatori si erano dati cura di fare, né aveva atteso e tanto meno pagato con doni l’elezione o la tradizionale acclamazione dei Romani; essi perciò avevano buoni motivi per sentirsi lesi nei propri diritti. La richiesta, che gli era stata fatta, di approvare la loro costituzione, era ragionevole ed egli fu incauto nell’opporvi un rifiuto. Sarebbe venuto un tempo in cui l’imperatore; costretto a pentirsi, avrebbe prestato giuramento a quei cittadini tanto disprezzati. Dopo che i papi avevano cessato di essere candidati eletti dal popolo romano, quest’ultimo. si era visto portare via anche il diritto di partecipare all’elezione del suo imperatore; ma in un tempo in cui le antiche tradizioni permeavano tutti i concetti giuridici sia civili che politici, i Romani non potevano piegarsi a riconoscere che la Città Eterna non aveva ormai altra funzione che quella di essere il luogo dove l’imperatore e il papa ricevevano la loro consacrazione solenne. Mentre altre città rifulgevano per ricchezza e potenza, Roma aveva un solo motivo d’orgoglio: essere Roma. Gregorio VII aveva affidato al papato la missione di rappresentare la monarchia universale e i Romani, dal canto loro, sognavano di fare lo stesso per mezzo della maestà del popolo e della dignità imperiale da esso conferita.
Per secoli e secoli le loro pretese ereditarie e le loro lotte coi papi, che cercavano di spogliare la città della sua veste politica, hanno dato alla sua storia un carattere tragico che non ha l’eguale nella vita dell’umanità. In questa battaglia combattuta sempre contro lo stesso destino, battaglia che si protrasse fino ai giorni nostri e sotto la cui impressione noi ci troviamo mentre scriviamo questa storia della città, gli unici alleati dei Romani furono le mura Aureliane, il Tevere, la malaria e le ombre e i monumenti dei loro grandi antenati. Solo oggi che aspira unicamente al comune rango di capitale, la città di Roma ha trovato un difensore e un alleato nella nazione italiana.
Dopo l’incoronazione l’imperatore si recò nel suo accampamento, nei Prati Neroniani, mentre il papa si tratteneva nel Vaticano; il pomeriggio, stesso i Romani irrompevano inferociti nella città Leonina dopo aver attraversato, i ponti del Tevere. Trucidarono quanti nemici isolati trovarono, assalirono preti, cardinali e fautori della causa imperiale e si gettarono infine sull’accampamento di Federico, sperando forse di liberare il loro profeta Arnaldo. L’imperatore e i suoi uomini balzarono in piedi abbandonando il banchetto dell’incoronazione; corse voce che il papa e i cardinali fossero caduti nelle mani del popolo. Enrico il Leone, passando attraverso la breccia aperta tanto tempo prima da Enrico IV, irruppe nella Leonina e piombò alle spalle dei Romani; ma anche per quell’esercito, che era il più valoroso di tutti, non fu facile avere la meglio sui cittadini di Roma. li loro splendido coraggio dimostrò che la fondazione della Repubblica non era stata soltanto un frutto di fantasia. A Castel S. Angelo e, coi trasteverini, presso l’antica piscina, si combatté fino a tarda notte con alterna fortuna, fino a che i Romani dovettero soccombere al numero superiore dei nemici. Scrive lo storico tedesco: « Bisognava vedere i nostri come davano addosso ai Romani, quasi volessero dire: qui, Roma, prenditi ferro tedesco in cambio di oro arabo; cosi la Germania si compra l’impero!». Circa un migliaio di Romani furono passati a fil di spada o annegati nel fiume; molti di più furono i feriti, press’a poco 200 i prigionieri; gli altri si diedero a fuga precipitosa e furono accolti nella città saldamente fortificata, mentre Castel S. Angelo, che era in mano ai Pierleoni, restava neutrale.
La mattina dopo, il papa si presentò al campo dell’imperatore e pregò quest’ultimo di lasciar liberi i prigionieri [che infame !, ndr], che furono invece affidati al prefetto Pietro. Tuttavia la pur cruenta vittoria era stata cosi incompleta che questo grande imperatore che si considerava il legittimo signore del mondo dovette andarsene via senza aver messo piede a Roma. I Romani in quell’occasione si mostrarono veramente degni della propria libertà; virilmente asserragliati dietro le proprie mura, sfidarono l’imperatore, si rifiutarono di rifornirlo di viveri e vollero continuare la lotta. Perciò, il 19 giugno, Federico fu costretto a togliere il campo. Condusse con sé il papa e i cardinali, che fuggivano tutti da Roma, e si diresse quindi verso il Soratte. Durante la marcia attraverso il territorio romano fece radere al suolo tutte le torri che i grandi di Roma avevano fatto erigere sui loro possedimenti.
E’ probabile che allora, e proprio in quella campagna nei dintorni del Soratte, abbia avuto luogo la esecuzione di Arnaldo. La fine di quel famoso demagogo è oscura quanto quella di Crescenzio, poiché i contemporanei vi accennano di sfuggita e con una sorta di timidezza. Dopo la sua estradizione, egli era stato consegnato al prefetto della città. Questi insieme coi suoi, una potente famiglia di capitani che aveva ricchissimi possedimenti nella contea di Viterbo, aveva combattuto a lungo contro il comune romano e a causa di esso aveva subito danni non indifferenti; perciò odiava ferocemente Arnaldo. Fu certo con l’approvazione dell’imperatore che egli lo condannò a morte come ribelle ed eretico dopo una probabile sentenza del tribunale ecclesiastico. Lo sventurato rinunziò coraggiosamente all’appello; dichiarò che le proprie dottrine erano giuste e salutari e dichiarò di essere pronto a morire per esse. Chiese soltanto una piccola dilazione per confessare a Cristo i suoi peccati; pregò in ginocchio con le mani levate al cielo e raccomandò a Dio la propria anima. Gli stessi carnefici furono mossi a compassione. Cosi narra una poesia scoperta di recente, composta da un bresciano seguace dell’imperatore. Anche costui, come altri autori contemporanei, dice che Arnaldo fu prima impiccato e poi bruciato, per evitare che qualche reliquia giungesse fino ai Romani, e questo dimostra sino a qual punto il popolo lo avesse adorato. Secondo altri, le sue ceneri furono sparse nel Tevere. Il luogo del supplizio non fu mai individuato con esattezza.
Il fumo che si levò da quel rogo oscurò la maestà del giovane re le cui mani si erano tanto spesso lordate di sangue; Arnaldo fu sacrificato alle esigenze politiche del momento, ma sopravvissero i suoi vendicatori, i cittadini delle città lombarde che un giorno avrebbero piegato Federico a riconoscere la gloriosa opera della libertà cui lo spirito del monaco di Brescia aveva tanto efficacemente contribuito. Spesso la mano dei forti, senza che la loro mente lo preveda, mette in moto ingranaggi che provocano grandiosi avvenimenti, dai quali essi stessi sono sopraffatti. L’Arnaldo da Brescia che stava davanti a Federico non era lo stesso uomo che è oggi per noi, e ben poco il re doveva aver sentito parlare di lui. Che cosa poteva importargli della vita di quell’eretico? Se poi, al contrario, era informato sulla sua persona certo non era ben disposto verso questo lombardo dalle idee politiche innovatrici, lui che era stato in lotta con le città dell’Italia settentrionale e con Roma stessa. Così egli ne annientò la forza benché più tardi essa avrebbe potuto essergli di grande aiuto. Bisogna dire che a Roma Federico non diede prova di molta accortezza; invece di ricondurre la democrazia romana nei suoi giusti limiti – cosa che non gli sarebbe stato difficile attuare – mostrando fermezza e benevolenza al tempo stesso, e anziché strapparla all’influenza del papa per ricondurla sotto l’autorità dell’impero, egli ciecamente la respinse da sé. In tal modo si inimicò molte altre città e vide infine miseramente fallire tutti i suoi dissennati progetti.
Arnaldo da Brescia apri la serie dei gloriosi martiri della libertà che morirono sul rogo, ma il cui spirito indomito risorse come una fenice dalle fiamme per sopravvivere nei secoli.
Si potrebbe definirlo profeta, tanto chiaramente egli penetrò l’essenza dell’epoca sua, tanto lontano egli vide perseguendo uno scopo che Roma e l’Italia avrebbero raggiunto 700 anni dopo di lui. La coscienza del tempo in cui visse, ormai matura, fece di lui un riformatore geniale, sicché il primo eretico politico del Medioevo nacque dalla lotta per le investiture e ne fu la naturale conseguenza. La lotta tra i due poteri e la trasformazione delle città furono i grandi fenomeni concreti che gli servirono da fondamento storico. Una necessità interiore dovette guidarlo là dove stava la radice di tutti i mali. Se non avesse sperimentato a Roma se stesso, se ivi non avesse trovato la morte, Arnaldo avrebbe rappresentato il suo tempo in maniera incompleta. Roma, schiacciata contemporaneamente sotto il peso dell’antica grandezza e delle due massime potenze del mondo, non poteva durevolmente mantenere la sua libertà. Tuttavia la sua costituzione, cui Arnaldo aveva tanto contribuito in qualità di legislatore, resistette ancora a lungo dopo di lui; né a Roma si estinse mai la scuola degli arnaldisti, cioè dei politici. Tutto ciò che sul piano filosofico o su quello pratico si è opposto al carattere secolare del sacerdozio, ha sempre trovato in Arnaldo una esemplificazione storica; questo è tanto più vero in quanto le sue teorie non vennero mai guastate da volgari finalità tanto che persino i suoi più acerrimi oppositori riconobbero che egli era spinto soltanto da imperativi spirituali. Per la grandezza del tempo in cui viss e per il vigore del suo pensiero Arnaldo supera di gran lunga tutti coloro che sorsero dopo di lui a combattere per la libertà di Roma. Il Savonarola, al quale egli è stato paragonato, può suscitare un moto di repulsione in un animo virile per il suo spirito schiettamente monastico e l’affiato taumaturgico che da lui emanava; ma dell’amico di Abelardo non si narrano né oracoli né portenti; egli appare sano, vigoroso e chiaro, sia che lo fosse veramente, sia che la storia abbia taciuto molte cose di lui; le sue dottrine avevano tanta vitalità da essere ancora attuali oggi, nell’anno 1862. Ai nostri giorni Arnaldo da Brescia sarebbe ancora l’uomo più popolare d’Italia; è tanto arduo, infatti, infrangere quelle catene che dal lontano Medioevo tengono avvinte Roma e l’Italia, che lo spirito di quel monaco eretico del XII secolo, non può ancora trovare riposo e continua ad errare senza pace per le strade di Roma [con la Chiesa ancora oscenamente al potere, ndr].
Federico passò il Tevere presso Magliano e attraverso Farfa, sulle orme di Enrico IV, giunse a Ponte Lucano. Ivi, nell’accampamento tedesco, fu celebrata con pompa solenne la festività di Pietro e Paolo e in questa occasione il papa assolse le truppe germaniche dai peccati commessi, mondando le loro anime dal sangue versato a Roma [infame !, ndr]. Le città della Campagna si affrettarono a pagare all’imperatore il gravoso foderum [l’obbligo di alimentare i soldati e la corte imperiale al passaggio per le loro terre, ndr], altre gli resero omaggio mettendosi sotto la sua protezione e Tivoli, che in odio ai Romani si era schierata dalla parte del papa, sperò in quel momento di liberarsi anche dal giogo di quest’ultimo. Ambasciatori del comune alla cui testa c’erano ormai senza dubbio i consoli, consegnarono all’imperatore, che riconoscevano come capo supremo, le chiavi della città. Per vendicarsi dei Romani, questi avrebbe rafforzato volentieri una città nemica del senato, ma Adriano rivendicò, i diritti della Chiesa e l’imperatore sciolti i Tivolesi dal giuramento di sottomissione, restituì loro la città. Questo fu il solo misero compenso che il papa ricevette da Federico, il quale non aveva potuto mantenere la promessa di fare di lui il signore di Roma.
Proseguì quindi per Tuscolo e fino alla fine di luglio si trattenne con Adriano sui monti Albani. Di la fingeva di voler riprendere le ostilità contro Roma, ma in realtà la sua spedizione non aveva nessuno scopo; né poteva acconsentire alla preghiera di portare la guerra in Puglia contro Guglielmo I, perché i suoi grandi vassalli tedeschi ragionevolmente vi si opponevano, né in quella stagione dell’anno poteva intraprendere qualche cosa ai danni di Roma. Perciò, quando le febbri estive contagiarono i soldati, tra i quali già serpeggiava il malcontento, dovette prendere la via del ritorno, non senza un moto di dolorosa vergogna, e abbandonare al suo destino il pontefice. Consegnatigli i prigionieri, egli si congedò da lui a Tivoli e poi, dopo essere passato per Farfa, prese la via del ritorno. Durante la sua marcia verso la patria, la longobarda Spoleto, città ricca di onore e di fama, fu messa a ferro e fuoco con barbaro furore. Con pieno diritto lo Hohenstaufen poteva farsi. chiamare ora, come l’antico Demetrio, «distruttore di città».

(6) Riporto da Wikipedia le notizie su una leggenda nata intorno alla Battaglia di Legnano. Devo farlo visto che alcuni bipedi implumi delle valli del Nord utilizzano la leggenda a fini politici:

Come afferma Federico A. Rossi di Marignano nella sua biografia su Federico Barbarossa, il nome di un Alberto de Gluxano appare per la prima volta in una pergamena di data incerta, risalente secondo gli studiosi al 1196, posteriore cioè di vent’anni alla battaglia di Legnano. Il documento, conservato nell’Archivio dell’Ospedale Maggiore di Milano, contiene una supplica sottoscritta da alcuni abitanti di Porta Comacina che si appellavano contro una sentenza dell’arcivescovo di Milano a un papa indicato con la sola iniziale del nome: C., probabilmente Celestino III. Il nome di Albertus de Gluxano è il ventottesimo in un elenco di cinquanta postulanti. Un Alberto de Gluxano è dunque realmente esistito nella seconda metà del XII secolo, ma non è documentata la sua coincidenza con il leggendario eroe di Legnano. Con l’esclusione della possibile provenienza, Giussano, una città a 25 km a nord di Milano, non si hanno notizie storiche e biografiche certe. Appare per la prima volta nella cronaca storica della città di Milano scritta dal frate domenicano Galvano Fiamma nella prima metà del XIV secolo. La cronaca fu scritta per compiacere Galeazzo Visconti signore di Milano, ricostruendo la storia del medioevo del comune in toni eroici. Alberto venne descritto come il cavaliere che si distinse insieme ai due fratelli nella battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 per aver guidato la Compagnia della Morte.

Secondo Galvano Fiamma, egli fondò, organizzò ed equipaggiò la Compagnia della Morte descritta come un’associazione militare di 900 giovani cavalieri scelti con il compito di difendere fino alla morte il carroccio, simbolo della Lega Lombarda, contro l’esercito imperiale di Federico I Barbarossa, imperatore del Sacro Romano Impero. Tale Compagnia della Morte sarebbe stata per la verità assemblata alla svelta e composta quasi totalmente da Bresciani o cavalieri provenienti dalle regioni orientali della Lombardia e forniti da quei comuni che, primo fra tutti Brescia, appoggiarono l’ideale comunale (e papale) contro quello imperiale (la città di Alessandria stessa deve il suo nome al papa che appoggiò i comuni contro l’impero). Alberto da Giussano, secondo alcune credenze verificabili in maniera incrociata potrebbe, ma non esiste sicurezza, essere stato podestà, “notaro” o altrimenti pubblico funzionario. Tale credenza è rafforzata dalla origine (Giussano) in un contesto sì Lombardo, ma di portata certo superiore (i pubblici funzionari erano originari di altri comuni per evitare “conflitti di interessi”). Alcuni storici ritengono tuttavia la sua figura poco attendibile in quanto “troppo romanzata ed idealizzante“. Nell’immaginario collettivo egli rimane comunque un simbolo della battaglia di Legnano celebrata durante il risorgimento come una vittoria del popolo italiano contro l’invasore straniero, tanto da esser inclusa nel “Canto degli Italiani” di Goffredo Mameli e da diventare l’argomento dell’omonima opera di Giuseppe Verdi, senza però citare il leggendario condottiero.

Sebbene più recentemente Alberto da Giussano sia divenuto un simbolo per alcuni movimenti indipendentisti del Nord, vale la pena ricordare che fu invece l’intervento dell’Imperatore Barbarossa ad essere in realtà invocato proprio da alcuni Comuni, come Lodi, Pavia e Como, che ne implorarono l’aiuto contro la prepotenza di Milano che, dopo aver distrutto Lodi e dopo aver vinto una guerra decennale contro Como (1127), ne limitava l’indipendenza e impediva lo sviluppo delle altre città.

Nel 1876, in occasione del settecentesimo anniversario della battaglia, il comune di Legnano, stimolato da un discorso di Garibaldi tenuto in città nel 1862, fece erigere in suo onore una statua che lo raffigura, inizialmente realizzata dallo scultore Egidio Pozzi e poi sostituita nel 1900 da un’altra realizzata da Enrico Butti. La statua definitiva, rappresenta l’eroe in una posa poi diventata famosa, con la spada alzata e lo scudo nella sinistra e si trova in Piazza Monumento, nei pressi della stazione ferroviaria.

Nel 1879 Giosuè Carducci ne fece uno dei protagonisti della sua celebre opera “Della Canzone di Legnano“. […]

(7) Tra Alessandro III e Clemente III vi furono i seguenti Papi:

171. — Lucio III, Lucchese, Ubaldo Allucingoli, 1. 6.IX.1181 — 25.XI.1185.
172. — Urbano III, Milanese, Uberto Crivelli, 25.XI, 1.XII.1185 — 20. X.1187.
173. — Gregorio VIII, di Benevento, Alberto di Morra, 21. 25.X.1187— 17.XII.1187.

Lucio ebbe rapporti durissimi con il popolo di Roma che voleva riconosciuto il Senato del Comune. Iniziò una lotta armata che finì con un “odio selvaggio e barbarico dei romani contro il clero” (Gregorovius). Lucio dovette scappare da Roma per riparare a Verona dove emanarono un decreto comune contro gli eretici di allora, i Catari ed i Valdesi (sulle persecuzioni criminali contro le pretese eresie tornerò oltre).

Urbano III, che mai riuscì ad arrivare a Roma, fu talmente poco considerato dall’Imperatore che Barbarossa fece sposare a Milano, dove Urbano era stato vescovo, suo figlio Enrico VI con Costanza d’Altavilla. Per rappresaglia Urbano rifiutò d’incoronare Enrico VI.

Gregorio VIII si mostrò disponibile ad incoronare Enrico VI Imperatore ma gli premeva di più lanciare la Terza Crociata e fece gestioni in tal senso preso le Repubbliche Marinare. Anch’egli non riuscì mai ad arrivare a Roma.

(8) Tra Gregorio VIII ed Innocenzo III vi furono i seguenti Papi:

174. — Clemente III, Romano, Paolo Scolari, 19, 20.XII.1187 — … III. 1191.
175. — Celestino III, Romano, Giacinto Bobone, 10, 14.IV.1191 — 8.I.1198.  

Clemente III, citato nel testo come colui che lanciò la Terza Crociata, desideroso di mettere piede a Roma, dove i precedenti Papi erano stati impossibilitati a farlo per non aver voluto riconoscere la potestà comunale del Senato, fece un accordo con le autorità di Roma con il quale veniva riconosciuta la sovranità papale su Roma, il Senato gli giurava fedeltà, la Chiesa poteva battere moneta con un terzo degli introiti che andavano al Senato per pagare le ipoteche della Chiesa. Per parte sua il Papa si impegnava a risarcire i Romani dei danni di guerra. La milizia di Roma, dietro pagamento, poteva essere utilizzata dal Papa per difendere i suoi patrimoni. Come conseguenza i nobili, legati da sempre al Papato, dovettero riconoscere il Comune con lo sgradevole risultato che i nobili si inserirono nella gestione civile snaturando via via le conquiste liberali di plebe e borghesia.

Celestino III dovette affrontare da subito la discesa dalla Germania di Enrico VI che voleva essere incoronato. Il Senato di Roma non accettò l’entrata in città degli armati tedeschi se i medesimi non se ne fossero andati via dalla difesa di Tuscolo. Enrico VI accettò e venne incoronato insieme a sua moglie Costanza (1191), subito dopo i Romani rasero al suolo Tuscolo, quel covo di nobili che tanto danno aveva fatto alla città. La degenerazione del Senato di Roma avvenne sotto questo Papa. Le lotte non erano più contro di lui ma per essere eletti senatori e qui vinse chi aveva più denaro che erano i nobili, cioè gli illustri accattoni che vivevano a spese del papa, ei vescovi e dei luoghi pii di Roma (Gregorovius). Il Senato cambiò la sua natura e divenne aristocratico con ilo sostegno attivo del Papa (non si sono mai smentiti e non si smentiranno mai, per maggiore gloria di Gesù). Celestino senza più l’opposizione del Senato poté incrementare le entrate della Chiesa con balzelli a tutti (chi si occupava delle finanze era Cencio Savelli, il futuro Papa Onorio III). Ma Celestino lanciò anche la IV Crociata che gli era stata chiesta da Enrico VI che voleva vendicare il padre morto affogato.

(9) Carlo II d’Angiò (detto lo Zoppo) era il figlio di Carlo I che, qualche riga più su, avevamo visto catturato dal comandante della flotta del Regno di Aragona, Ruggero di Lauria. Nel 1288, dopo molte richieste di sua liberazione da parte del Papato, Re di Francia (Filippo IV) e d’Inghilterra ad Alfonso III di Aragona, fu trovato un accordo e Carlo II venne liberato in cambio di tre dei suoi figli che rimasero in ostaggio al suo posto.

(10) Nella Spagna araba, precedentemente alla Reconquista, vi era una sorta di divisione del lavoro che vedeva gli arabi padroni di una agricoltura che con irrigazioni avanzatissime, con l’introduzione dell’arancio, del riso, del cotone, della canna da zucchero e di molte altre piante commestibili avevano reso molto fiorente, artefici di un artigianato tecnologicamente avanzato di articoli di lusso (pelli, tessuti, ceramica), ottimi commercianti; gli ebrei gestori di commercio, prestiti e finanza, mentre i cristiani erano il popolaccio, la forza lavoro in massima parte povera ed ignorante, costituita da discendenti dei visigoti, schiavi, slavi, schiavi liberati. I cristiani vedevano con grande ammirazione gli arabi per la loro cultura, raffinatezza ed addirittura per il suono della lingua e, spontaneamente, si convertivano alla religione musulmana diventando mozarabi (arabizzati). Con il passare degli anni cominciarono a nascere musulmani nella stessa Spagna (muladì) che andava pian piano arabizzandosi. Tutti vedevano crescere il livello materiale della loro vita. Non vi erano momenti della precedente dominazione cristiano-visigota di cui andar orgogliosi. Gli stessi cristiani riconoscevano in svariati scritti la loro ignoranza rispetto allo splendore della cultura araba.

        Fino alla fine del XIV secolo (più o meno in corrispondenza dello Scisma d’Occidente, 1378) la situazione di tolleranza tra le varie etnie si era mantenuta. Con l’avanzare della Riconquista i cristiani si impadronivano di territori sempre pia vasti ma la ricchezza, l’artigianato, il commercio, l’agricoltura restavano arabe ed ebraiche. Certo vi erano state le spoliazioni tipiche di una conquista, le razzie, … Ma l”economia’ non si razzia. Fu Papa Gregorio XI che ordinò ai Paesi d’osservanza cattolica-romana di tenere d’occhio gli ebrei per evitare che facessero proselitismo sotto pena di morte. L’Inquisizione romana vigilava (poco in realtà). Effetti di questa prima campagna antiebraica su vasta scala si ebbero subito. Intanto gli ebrei furono obbligati ad avere segni distintivi (un panno legato sul braccio sinistro). Iniziarono poi tutte quelle denigrazioni che spettavano a chi aveva ‘assassinato Gesù’; gli ebrei avevano la coda (giuocando con la parola castigliana, ‘rabo’ = coda ed ebraica ‘rabis’= rabbino); gli ebrei, in occasione delle processioni del Venerdì Santo, usavano crocifiggere dei bambini e oltraggiare le ostie bucandole con degli spilli, … Il problema principale era che in realtà tutti dovevano del denaro agli ebrei, anche i potenti di Spagna, fino ai Re. E tutti sognavano di poter mettere mano alle loro ricchezze. Iniziarono così i linciaggi di massa (Toledo 1355, Siviglia 1391, e poi Cordova, di nuovo Toledo, Zaragoza, Valencia, Barcelona, Lerida, …), a cui si accompagnavano furti, depredazioni, confische ed espropri. Molti ebrei iniziarono a battezzarsi (i conversi).

        Arriviamo al 1478 quando una Bolla di Papa Sisto IV concede il privilegio della gestione dell’Inquisizione al Regno di Castiglia. Isabella e Fernando sono i più puri difensori della fede cattolica-romana. A loro spetta il compito di superare l’inefficienza degli Inquisitori nominati dai vescovi. A loro riconquistare l’intera Spagna alla cristianità lottando contro ogni eresia. Isabella e Fernando fecero dell’ Inquisizione un potente strumento di lotta politica che, a lato dell’esaltazione popolare per la riconquista di Granada (iniziata nel 1481), cementò la corona di Spagna in modo indissolubile con la Chiesa (questo connubio, a parte brevi interruzioni – i periodi liberali, la Prima e la Seconda Repubblica – , è durato fino alla morte di Franco nel 1975).

        L’anno 1492 è un anno chiave nella Storia di Spagna. Viene completata la Reconquista (ai musulmani di Granada viene garantita l’immunità) e le armate cristiane sono in gran parte finanziate dai prestiti che gli ebrei avevano fatto alla Corona. I Re non possono pagare questi debiti. Fanno un decreto di espulsione dalla Spagna di tutti gli ebrei che non si convertono. Naturalmente vengono sequestrati tutti i loro beni e non vengono onorati gli impegni finanziari. Molti ebrei se ne andranno dalla Spagna e vari di essi troveranno rifugio anche in Italia (Livorno, Venezia) portando il loro importante contributo di ingegno e conoscenze. Altri invece si convertiranno dando esca a tutte le future persecuzioni contro di essi (ogni volta che un converso ritornava benestante ecco che era un falso converso e quindi interveniva l’Inquisizione con sequestri e ‘tostature‘ – termine che ho spesso trovato al posto di rogo -). Ma il 1492 è l’anno della scoperta dell’America ed all’inizio i missionari sono piuttosto tranquilli: la teoria dominante voleva che gli ‘indios’ non avessero anima. Poi alcuni teologi stabilirono che queste persone avevano anima ed allora iniziarono anche lì conversioni di massa forzate. I Re, a questo punto ‘cattolici’, non mantennero neanche i patti con i musulmani di Granada: nel 1502 iniziò la loro conversione forzata.

(11) La disgrazia si abbatté sulla Spagna proprio con la scoperta dell’America. Quelle montagne d’oro e d’argento armarono sì gli eserciti ed elevarono il livello di vita (di relativamente pochi) ma tutto veniva comprato fuori di Spagna (si deve eccettuare un artigianato elementare e povero che serviva le necessità ecclesiastiche come cera, legno intagliato, ceramiche o simili). Così, paradossalmente, il più grande merito scientifico della Spagna è l’aver finanziato la Rivoluzione scientifica del resto d’Europa ed il Rinascimento italiano. La Spagna comprava tessuti pregiati in Toscana e nel Comasco; comprava chiodi in Olanda; orologi in Francia; nessuna attività di artigianato preindustriale fu sviluppata in questo Paese.
     Le Americhe, per parte loro, furono solo considerate territorio di conquista, di rapina, di massacri. Non intendo qui entrare nei dettagli che hanno dato alimento alla già citata Leggenda Nera ma dare solo dei dati riconosciuti anche dai testi spagnoli; in pochi anni, a partire dallo sbarco di Colombo, più del 90% degli indios trovò la morte. Generalmente, in casi del genere si parla di genocidio ma storici spagnoli fanno dei sottili distinguo con l’altra parola, che accettano, etnocidio. Sarebbero state le malattie importate dalla vecchia Europa ad uccidere (lo straordinario è che nessun fenomeno inverso, di proporzioni simili, sia avvenuto). Certo è che i Cortés ed i Pizarro, alla ricerca di sempre maggiori tesori (Eldorado), distrussero le civiltà Inca, Maya, Azteca. E a nulla valsero le proteste di frate Bartolomé de las Casas che scrisse (1522) una Brevissima relazione della distruzione delle Indie che l’Inquisizione aveva titolato Storia e brevissima relazione della distribuzione dell’India orientale: i suoi scritti non furono fatti circolare e furono ripubblicati solo nel 1879.

(12) Scrive Gregorovius:

ciò che doveva riuscire fatale a lui stesso e all’Italia fu l’amore sfrenato che portò ai suoi figli; esso lo trascinò a compiere delitti di cui altrimenti non si sarebbe mai macchiato. Mentre era ancora cardinale, aveva guardato alla propria patria, la Spagna, come alla terra che avrebbe provveduto all’avvenire della sua prole, e la benevolenza mostratagli da Ferdinando il Cattolico lo aveva aiutato a realizzare questo piano. Il figlio maggiore, don Pedro Luis, tornato in Spagna, era stato accolto a corte con tutti gli onori e si era distinto combattendo contro i Mori sotto gli occhi del re e partecipando valorosamente alla presa di Ronda. Ferdinando lo lodò e lo accolse insieme coi suoi giovani fratelli Cesare, Juan e Jofré nei ranghi dell’alta nobiltà spagnola, vendendogli anche Gandìa in Valenza con il titolo di duca. Inoltre diede il suo consenso al matrimonio chiesto dall’ambizioso cardinale per suo figlio con donna Maria, la figlia di don Enriquez, zio di Ferdinando, matrimonio col quale il giovane s’imparentava con la casa regnante. Tuttavia don Pedro Luis prima ancora di celebrare le nozze, tornava a Roma e quivi moriva nell’estate del 1488 all’età di trent’anni. Nel testamento redatto il 14 agosto nel palazzo di suo padre nominava erede di Gandìa suo fratello Juan e lasciava un legato di 100 mila fiorini alla sorella Lucrezia per le sue nozze. Il giovane Cesare guardava con invidia alla splendida carriera di don Juan, che non soltanto era divenuto duca di Gandìa, ma era anche avviato verso la Spagna, dove avrebbe sposato la fidanzata del fratello morto. Egli invece era destinato alla carriera ecclesiastica. Innocenze VIII lo aveva nominato protonotaro e lo aveva prescelto come vescovo di Pamplona. Studiava già a Pisa, quando suo padre era divenuto papa; alla notizia dell’avvenimento si recò a Roma e Alessandro, il giorno stesso dell’incoronazione, gli conferì il vescovato di Valenza che era stato già suo. Tali furono gl’inizi della carriera di un uomo che in breve tempo sarebbe assurto a formidabile grandezza. Ben presto i Borgia, come era avvenuto sotto Calisto III, si appropriarono delle più importanti cariche di corte; ma, gente prolifica e numerosa com’erano, non si accontentarono come Cybo [Callisto III, ndr] di titoli, matrimoni e guadagni provenienti dall’esercizio dell’usura. Già nel suo primo concistoro, il 1° settembre, il papa nominava Juan Borgia, vescovo di Monreale, cardinale di S. Susanna.
    Sua figlia Lucrezia, nata il 18 aprile 1480, aveva allora 12 anni. Sin dal febbraio 1491 Alessandro l’aveva promessa legalmente in moglie ad un gentiluomo di Valenza, don Cherubin Juan de Centelles, signore di Val Ayora; ma aveva poi rotto il contratto e fidanzato Lucrezia a Gasparo di Procida, figlio del conte Gian Francesco di Aversa, spagnolo. Divenuto papa, però, il Borgia il 9 novembre 1492 mandava a monte anche quest’unione, mirando ormai a nozze più favorevoli per la sua giovane figlia. Ascanio Sforza, il più influente tra i cardinali e fido consigliere di Alessandro, intendeva infatti dare Lucrezia a un membro della propria famiglia, Giovanni Sforza di Pesaro, che anzi, fin dai primi di novembre, si era recato segretamente a Roma. Quanto al più giovane dei suoi figli, Jofré, il papa sperava di renderlo potente nel Napoletano, non appena gli si fosse presentata un’occasione favorevole. Da Napoli nel frattempo, capitava a Roma l’11 dicembre 1492, don Federico di Altamura, secondo figlio di Ferrante, per prestare l’«obbedienza» e guadagnare il papa alla causa della sua famiglia. Tuttavia, il 10 gennaio 1493, il principe ripartiva fortemente corrucciato da Roma, perché vi era in aria il sospetto che Alessandro pensasse a nuove alleanze che avrebbero annullato quelle esistenti. Autore di questi cambiamenti era Ascanio, dietro il quale si celava il fratello Ludovico il Moro. Molte cause concorrevano a turbare i buoni rapporti con Napoli e una di queste era che dopo la morte di Innocenzo VIII il figlio Franceschetto era tornato presso il cognato Pietro dei Medici e il 3 settembre 1492 aveva venduto Cerveteri e Anguillara a Virgìnio Orsini. La cessione di quei possedimenti al capo della famiglia Orsini, potente vassallo di Napoli e favorito di Ferrante, suscitò le proteste del pontefice incitato anche da Ludovico Sforza, duca di Bari e dal cardinale Ascanio, suo fratello. La rottura fra il pontefice e il re, infatti, andava a tutto vantaggio di Ludovico, che aspirava a stabilire a Milano la propria signoria assoluta e rifiutava di rinunciare alla tutela di suo nipote Gian Galeazze, divenuto ormai maggiorenne; la moglie di quest’ultimo, Isabella, se n’era lamentata presso suo padre, Alfonso di Calabria, sicché la corte di Napoli aveva ammonito Ludovico a desistere dalla sua usurpazione. Fu questa la fonte della rovina di un intero paese, causata dall’ambizione di un uomo solo; infatti la paura e l’avidità di dominio spinsero Ludovico a causare la caduta della dinastia aragonese di Napoli e non con una federazione di stati italiani, ma con l’intervento di Carlo Vili. Non già che egli si proponesse di allontanare questa famiglia dal trono; voleva soltanto causare confusione in Italia, tanto da poterne trarre il proprio vantaggio. Per mezzo del cardinale Ascanio aizzò pertanto il pontefice contro il re di Napoli, accusando questo ultimo di essere stato l’istigatore del contratto stipulato tra Franceschetto e l’Orsini, e al tempo stesso strinse un’alleanza con Venezia la quale, per parte sua, sperava che Alfonso rivendicasse su Milano i diritti che l’ultimo dei Visconti aveva trasmesso al proprio avo. Al contrario, Pietro dei Medici, parente stretto di Virginio, si allontanò da Milano e si strinse ai Napoletani, mentre il cardinale Medici partiva da Roma per trasferirsi definitivamente a Firenze.

(13) Su questi rapporti si può vedere il mio Leonardo da Vinci, tecnico, ingegnere, scienziato.

(14) Alessandro VI era conosciuto come il Papa delle orge.  L’orgia più famosa che vide al centro questo Vicario di Cristo è nota come El Torneo de las Rameras (Il torneo delle prostitute) ed ebbe luogo nella notte di domenica 30 ottobre 1501. Ne siamo a conoscenza perché il maestro di cerimonie del Papa, JohannesBurckardt, la raccontò nel suo diario, il Liber notarum. Il Papa, invitato da Lucrezia, arrivò accompagnato da Cesare in un salone per banchetti dove, allietate dalla musica proveniente da un nascosto anfratto, una cinquantina delle più belle e giovani (alcune adolescenti) prostitute di Roma ballavano, coperte di soli veli, in modo lascivo. Di qualcuna abbiamo anche il nome: Ludovica con i capelli rossi, le giovanissime Giovanna e Lisa arrivate dal Sud d’Italia per il loro essere di capelli neri, Giuliana con dei grossi bracciali che tintinnavano al muoversi delle braccia, … Iniziò il banchetto mentre le fanciulle ballavano e si spogliavano. Ad un certo punte tutte, ormai nude, si disposero in circolo intorno alla tavola. Ed una volta assalite carnalmente le prostitute e soddisfatte le passioni, il Papa lanciò loro delle castagne in atteggiamento analogo a quello in cui si spruzza acqua benedetta. Le giovani fanciulle dovevano contendersi le castagne sparse al suolo «nude e strisciando carponi» a «raccoglierle con la bocca». L’assemblea era presieduta da Lucrezia che, alla fine del Torneo, distribuì i premi. Beh, credo che basti.

(15) La strutturazione delle indulgenze prese forma nel Sinodo di Firenze del 1429. Naturalmente l’istituzione di questa vergogna doveva avere una qualche giustificazione teologica. E la teologia, occupandosi dello studio del nulla, può inventare ciò che vuole. Vediamo come fu architettata l’indulgenza. I Santi hanno fatto molte più opere buone di quelle ritenute necessarie per la loro Salvezza e lo stesso Gesù aveva versato tutto il suo sangue per l’umanità quando una sola sua goccia sarebbe stata sufficiente per questo scopo. Sono queste Quantità di Salvezza in più che il Papa ha a disposizione. E’ un vero tesoro da utilizzare per redimere quanti soffrono pene nel Purgatorio. Si discusse se dovesse essere il Papa il destinatario di tanto bene da diffondere.  Nel 1449 fu l’arcivescovo di Firenze, il teologo Antonino Pierozzi, personaggio molto ascoltato in Vaticano (poi fatto santo), che sostenne pubblicamente e con forza la tesi che la disponibilità della Quantità di Salvezza in più dovesse essere assegnata al Papa. Fu Sisto IV che si schierò con questa interpretazione teologica. Si stabilì poi che le indulgenze potevano essere di vari prezzi e, secondo la quantità di denaro pagata per essa, poteva essere di giorni, mesi, anni, secoli (vi furono indulgenze anche per un milione di anni !). Si fissarono anche prezzi per ottenere indulgenze plenarie che servivano per togliere di un colpo ad un condannato al Purgatorio tutta la sua pena. Erano le indulgenze più costose tenendo conto che quel periodo di tempo era stato fissato da Dio e quindi nessuno poteva conoscerlo. Un ulteriore avanzamento dottrinale previde che le indulgenze, precedentemente pensate per i soli morti, potessero essere date anche ai vivi che investivano i loro soldi per il futuro potendo pagarsi anche i futuri peccati (è incredibile quante bestialità si possono fare in nome di Dio !).

Poiché il traffico delle indulgenze raggiunse cifre astronomiche, non erano più gestibili artigianalmente e per questo ci si rivolse alle banche che anticipavano i soldi alla Chiesa per le future indulgenze vendute. Altre volte si andava direttamente in banca a comprare le indulgenze, come oggi si comprano azioni: da un listino si sceglieva cosa occorreva per i peccati fatti !

(16) Scrive in proposito Deschner:

Già all’epoca di Jan Hus, il precursore ceco di Lutero, si trovavano allineate in bella mostra, nelle chiese di Praga, delle capaci cassapanche per la raccolta delle offerte per indulgenze dove, in mancanza di contanti, si accettavano anche merci. Al debutto di Lutero, l’indulgenza era diventata da lungo tempo un puro affare finanziario, uno sfruttamento vero e proprio delle masse dei credenti, E a trarre profitto dall’imponente gettito non erano solo il clero, la curia romana, i vescovi, i predicatori a ciò specializzati, i confessori, ma anche i principi laici, i cambiavalute, gli agenti,
Indulgenza: ma che cosa vuoi dire propriamente?
Nel mondo cattolico di tradizione latina (ma non nelle chiese orientali) si fa distinzione tra il peccato (culpa) e la cosiddetta punizione temporale dei peccati (poena). Peccato e punizioni eterne dei peccati vengono cancellati nella confessione, mediante il cosiddetto sacramento della penitenza. Restano però stranamente (come se in queste cose non fosse tutto strano!) le punizioni temporali, da espiarsi sulla terra oppure nel “fuoco del purgatorio”. E manifestamente restano soltanto per potere essere appunto estinte per mezzo di indulgenze: o totalmente (attraverso indulgenze plenarie o perfette) oppure mediante indulgenze imperfette, che vanno a condonare soltanto una limitata misura di queste punizioni. E dunque, qualora uno morisse subito dopo l’acquisto di una indulgenza perfetta, arriverebbe “subito in cielo, senza toccare le fiamme del purgatorio”.
Non tutti, purtroppo, hanno questa fortuna. Ragion per cui madre chiesa, nella sua indefessa cura delle anime, diede vita alle indulgenze imperfette. Tuttavia, i rispettivi periodi di tempo ivi dichiarati non determinano un tempo da espiare sulla terra o nel purgatorio, bensì il periodo che, nel primo Medioevo, un penitente assumeva su di sé per liberarsi dai suoi peccati. […].
Ulteriori dettagli relativi a questo problema ce li vogliamo risparmiare dal momento che qui – come di solito nella teologia – praticamente tutto è basato su finzioni, su fantasticherie, su idee cervellotiche. E quantunque la chiesa affermi che “Cristo” le avrebbe dato pieni poteri per la concessione delle indulgenze, nel Nuovo Testamento non v’è traccia di indulgenze. […]
In verità, la prestazione richiesta per l’indulgenza poteva ben essere di natura religiosa, ma finiva per sfociare sempre di più in sovvenzioni materiali. Il clero elargiva la grazia, il credente ci metteva i denari.
I papi promossero attraverso le indulgenze perfino istituti di credito, naturalmente società apposite e specifiche, chiamate “montes pietatis“, e poiché all’inizio il procacciamento del capitale aziendale era difficoltoso, incitarono i fedeli a “modeste spese” con la promessa di indulgenze: così fecero Pio II, Sisto IV, Innocenza VIII, Alessandro VI, Giulio II, Leone X. Specialmente sotto Sisto e Leone si moltiplicarono all’infinito le grazie ottenibili per tramite di indulgenze. In maniera del tutto evidente, poi, il fenomeno s’intensificò in conseguenza di croniche ristrettezze finanziarie. […]
In ciò si seppe bene come tenere sotto tutela anche i più poveri, le masse nullatenenti e indigenti, e capitalizzare quanto meno la loro forza lavoro, ad esempio nella costruzione di chiese, soprattutto di quelle grandi, come il completamento del duomo di Friburgo, per il quale si reclutarono gratuitamente operai perfino da regioni lontane. Allo stesso modo si apprese ad istituire le agognate “grazie”, concesse in cambio di trasporto di sabbia e di pietrisco nella costruzione di conventi. Oppure per contributi lavorativi da prestare (persino le domeniche e in altri giorni festivi) nella costruzione di fortezze E nel 1503, nel ducato di Brunswick, si poteva acquistare un’indulgenza di 100 giorni prestando la propria opera addirittura in assai profani lavori stradali.
Presto papi e vescovi presero ad elargire indulgenze a piene mani, per tutti gli usi e tutte le incombenze possibili ed immaginabili.
Ad esempio, a Venezia, per la partecipazione ad una processione con tanto di pubblica flagellazione. O per la rispettosa pronuncia dei nomi di Gesù e Maria. Nel 1514 il Sinodo Laterano concesse un’indulgenza di dieci anni a tutti i delatori e giudici di comuni bestemmiatori. Nel 1287 i vescovi tedeschi avevano conferito un’indulgenza a tutti quanti evitavano di chiamare i Carmelitani (portatori di una tonaca bianca) “i fratelli bianchi”, ma che continuavano a chiamarli “Frauenbrüder”, ossia fratelli della Signora (col che non s’intendeva nulla di sconveniente, come si potrebbe credere dal coevo motto popolare – puttaneggiare come un carmelitano -, ma significava soltanto la Santa Vergine, che costoro veneravano in modo particolare).
Si concedevano indulgenze per chiunque avesse dimenticato i peccati o le loro espiazioni, se ne elargivano a beneficio di violatori di voti, di spergiuri, di ladri e briganti (retentio rei alienae). Vi furono indulgenze anche per madri che nel sonno avessero schiacciato i loro lattanti, o per credenti che avessero contribuito o acquistato il loro nuovo messale. A questo scopo il vescovo Rodolfo di Wiirzburg concesse nel 1481 un’indulgenza di 40 giorni, un beneficio piuttosto misero. […] 

(17)   Mentre Carlo V era impegnato in guerre e con i turchi e con la Francia, aveva dedicato poca attenzione agli sviluppi religiosi del suo Paese. In molti Stati tedeschi i principi avevano spontaneamente aderito alla Riforma di Lutero e ciò comportava che in Germania si stava originando un grande scisma. Carlo V intervenne nel 1529 durante la Dieta di Spira denunciando alcuni accordi che aveva fatto con i principi nel 1526 (dovevano essere i principi a scegliere la forma di religione all’interno del proprio stato) e riaffermando la validità della condanna a Lutero di Worms. Ma ormai la cosa era andata troppo avanti fino al punto che la maggioranza dei principi e dei delegati delle città imperiali si rifiutò di abolire nei propri Stati le riforme in materia religiosa già avanzate e protestò con forza contro l’ordine imperiale. Da qui il nome di protestanti.

Aggiungo qui che Lutero ed in generale la Chiesa protestante fu una grande delusione per chi aveva una qualche speranza. Anche con questa Chiesa funzionò allegramente il rogo per i dissidenti e vi furono da parte dello stesso Lutero degli scritti violentemente antiebraici. Aveva iniziato nel 1523 con uno scritto, Anche Gesù Cristo è nato ebreo, nel quale chiedeva in modo bonario agli ebrei di convertirsi criticando la rigida posizione della Chiesa di Roma. Nel 1526 gli ebrei gli sembrarono ostinati e maliziosi contro il Vangelo.. Nel 1543, con il suo Degli Ebrei e delle loro menzogne, consigliò ai fedeli di cacciare gli ebrei dalle loro case per confiscarne i beni, i libri con la bruciatura delle sinagoghe.. Tre giorni prima di morire, Lutero fece un discorso in cui ci fu l’istigazione ad ogni fedele di cacciare ogni ebreo dalla sua città. Non a caso i nazisti considerarono Lutero come uno degli ispiratori del movimento criminale.
 


BIBLIOGRAFIA

(1) Karlheinz Deschener – Storia criminale del Cristianesimo – Ariele 2000-2010

(2) Paolo Cammarosano – Storia dell’Italia Medievale. Dal VI all’XI secolo – Laterza 2001

(3) Claudio Rendina – I Papi, storia e segreti – Newton Compton 1999

(4 ) Ferdinand Gregorovius . Storia di Roma nel Medio Evo – Avanzini e Torraca, Roma 1967

(5) Ludovico Gatto – Le crociate – Newton & Compton 2005

(6) Franco Cardini – L’inquisizione – Giunti 1999

(7) John Edwards – Storia dell’Inquisizione – Mondadori 2006

(8) Jean Guiraud – L’Inquisizione medioevale – Corbaccio 1933

(9) Juan Blázquez Miguel – La Inquisicion – Penthalon Madrid 1988

(10) M. Baigent, R. Leigh – L’Inquisizione – Marco Tropea 2000

(11) Henry Ch. Lea – Storia dell’Inquisizione – Feltrinelli/Bocca 1974 (l’opera è del 1888)

(12) N. Eimeric, F. Peña – El manual de los inquisidores – Muchnik Barcelona 1983

(13) Karlheinz Deschner – Il gallo cantò ancora. Storia critica della Chiesa – Massari 1998

(14) F. Musslung – Lutero e la Riforma protestante – Giunti 2003

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