Fisicamente

di Roberto Renzetti

III – DALLA RIFORMA PROTESTANTE ALLA VIGILIA DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE (PARTE I)

Roberto Renzetti

Agosto 2010

IL SACCO DI ROMA

        Gregorovius commenta nel modo seguente l’uscita di scena di Leone X:

Il clamore degli adulatori e dei cortigiani — né mai altro papa ne ebbe tanti e tanto facondi — non può più trarre in inganno l’opinione dei posteri, che devono dissociarsi da queste esaltazioni di Leone X e rifiutarsi di collocarlo tra i grandi uomini della storia. Egli ereditò il papato così come lo avevano forgiato e tramandato i Borgìa e i Della Rovere e vi aggiunse quella perfetta arte diplomatica medicea nella quale era maestro. Questo sistema dell’intrigo larvato, dell’ipocrisia e della ambiguità politica, lo lasciò poi a sua volta ai suoi successori facendone quasi un patrimonio dogmatico della Santa Sede nel suo aspetto temporale. Il gesuitismo entrò allora per la prima volta a far parte della politica ecclesiastica. Leone tenne saldamente il papato al centro dei rapporti europei e gli conferì senza dubbio la supremazia in Italia. Accrebbe inoltre il prestigio spirituale della Santa Sede, alla quale rese soggetta anche la Francia; ma in Germania lo stesso tentativo non gli riuscì. Si dice solitamente che egli coltivò idee grandiose, quali la cacciata degli stranieri dall’Italia, l’unificazione di questo paese sotto la signoria pontificia, la restaurazione della pace e dell’equilibrio in Europa e la guerra contro l’Oriente; tuttavia, nelle sue azioni, queste idee appaiono così pallide e frammentarie, oppure così male architettate, che attribuirgli il merito di tanto grandi disegni appare veramente artificioso.
Quanto alla Chiesa, Leone X la lasciò nell’abisso della rovina. Immerso in piani di splendore e di magnificenza, in abbandoni estetici, egli non mostrò neppure la più superficiale comprensione per la crisi della Chiesa. Inebriato dalla sua magnificenza, godette in lei tutta la grandezza e la pienezza della potenza spirituale come una felicità abbracciante il mondo: il papato era immerso nel suo godimento come l’impero di Roma. Egli immerse questo papato nella pompa del paganesimo neolatino. Non comprese il suo dovere cristiano, perché, come tutti i papi della Rinascenza, egli confuse la grandezza dei papato con quella della Chiesa, e questa falsificazione romana dell’ideale cristiano, il più lungo e il più terribile degli errori dei papi, generò la Riforma tedesca.

        Alla sua morte, con la Chiesa ridotta in così male che Baldassar Castiglione ebbe a dire che a descriverla come era nessuno vi avrebbe creduto, ci si rese conto che le finanze erano disastrose e che Leone si era venduto tutto, le tiare, le mitre, gli arazzi, i gioielli, i preziosi e financo le posate d’argento. Situazione drammatica che rendeva l’elezione del nuovo pontefice molto complessa per il ruolo impegnativo del nuovo Papa soprattutto per far fronte a sopravvenuti impegni di politica estera.

        La situazione europea vedeva tre grandi potenze in contrasto tra loro che è utile situare nelle linee generali.

        Da una parte vi era Enrico VIII d’Inghilterra, già incontrato nell’articolo precedente, che  premeva perché fosse eletto il suo candidato, il cardinale inglese Wolsey che era stato il principale consigliere di Enrico a partire dal 1511. Enrico VIII era salito al trono d’Inghilterra nel 1509 (aveva 18 anni) e nove settimane dopo aveva contratto matrimonio con Caterina d’Aragona, quinta figlia dei Re Cattolici di Spagna (Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia) e vedova del fratello Arturo che aveva sposato nel 1501 e che era subito morto prima che si consumasse il matrimonio, seguendo la volontà del padre, Enrico VII, che voleva creare una forte alleanza tra Inghilterra e Spagna. La celebrazione di tale matrimonio, la cui promessa risaliva alla morte di Arturo, aveva fatto esprimere dei dubbi sulla sua validità da parte del Papa Giulio II e dell’arcivescovo di Canterbury. Solo le insistenze di Isabella con il Papa, che si protrassero fino alla sua morte nel 1504, avevano prodotto una Bolla in cui il matrimonio veniva ammesso come legittimo con una dispensa. Ancora nel 1511 Enrico, con l’Imperatore Massimiliano del Sacro Romano Impero, con la Repubblica di Venezia e con il Re Ferdinando di Spagna aveva aderito alla Lega Santa fortemente voluta dal Papa Giulio II contro le mire egemoniche della Francia di Luigi XII. Alla morte di Giulio II (1513) Venezia abbandonò la Lega, alleandosi con i Francesi. Stessa cosa fece anche l’Inghilterra nel 1514 e queste defezioni portarono la Lega alla sconfitta di Marignano del 1515. Con l’avvento del nuovo Papa Leone X nel 1513 (prima dell’abbandono dell’Inghilterra della Lega Santa), Enrico aveva mostrato profonda ripulsa per le azioni scissioniste di Lutero tanto che il Papa gli aveva dato il titolo di Defensor Fidei. Intanto Enrico aveva il grave problema dell’erede al trono che doveva essere maschio perché gli inglesi ritenevano disastroso avere una don a al potere. Con Caterina i figli si succedevano (fino a sei) ma o morivano prematuramente o erano femmine. Alla fine sopravvisse una sola femmina, Maria Tudor, e questa situazione creò moltissimi problemi. Intanto era morto Ferdinando d’Aragona (1516) al quale successe suo nipote Carlo V d’Asburgo. Cerchiamo di mettere ordine. Tra i figli dei Re Cattolici vi era, oltre Caterina d’Aragona, anche Giovanna d’Aragona detta la Pazza(1). Costei, all’età di 17 anni (1496), aveva sposato l’arciduca Filippo d’Asburgo detto il Bello, figlio di Massimiliano d’Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero. Carlo V d’Asburgo fu il primo erede maschio della coppia con pieno diritto di successione. Nel 1506 scomparve anche Filippo, padre di Carlo, per cui, quest’ultimo, all’età di soli sei anni, si trovò ad essere il potenziale erede non solo dei beni di Castiglia comprendenti anche le Americhe, ma anche di quelli d’Austria, del Sacro Romano Impero e di Borgogna; questi ultimi in quanto il nonno Massimiliano d’Asburgo aveva sposato Maria Bianca di Borgogna, ultima erede dei Duchi di Borgogna. Si profilava un sovrano che aveva davanti un potere ed un territorio enormi tanto che sul suo impero non tramontava mai il Sole, e ciò si realizzò nel 1516, quando aveva solo 16 anni, con la morte del nonno Ferdinando II d’Aragona (in realtà era la madre Giovanna l’erede del trono di Spagna ma a seguito dei suoi problemi mentali(1) la gestione del potere fu di Carlo che sostituì la madre fino alla sua morte nel 1555). Da notare che uno tra gli istitutori di Carlo V (in seguito anche consigliere insieme ad Erasmo da Rotterdam) era Adriaan Florensz di Utrecht, che sarebbe poi diventato Papa Adriano VI. E Carlo V aveva anche Caterina d’Aragona, sposa di Enrico VIII, come zia. Queste parentele con le corna annesse rappresentarono la politica europea per secoli con le continue benedizioni della Chiesa che di potenti se ne intendeva mentre manteneva la popolazione nella più infima ignoranza.

        D’altra parte vi era Francesco I Re di Francia che, scomparso Luigi XII nel 1515, ne aveva ereditata la corona. Il nuovo Re aveva ereditato dal predecessore anche le mire espansioniste sull’Europa e, essendo sposato con una Visconti, credette di avere diritti su Milano tanto che, appena eletto al trono, iniziò (alleato con Venezia) con una discesa in Italia dove scorrazzò per molto tempo provocando lutti e distruzioni fino ad impadronirsi del Ducato di Milano (1515). Ma Francesco puntava molto più in alto, al posto di Imperatore del Sacro Romano Impero, che si era liberato con la morte di Massimiliano I d’Asburgo (il nonno di Carlo V). I Principi Elettori si riunirono a Francoforte nel giugno del 1519 e, con l’imponente sostegno dei banchieri Fugger (quelli che gestivano le indulgenze di Leone X) che corruppero molti principi, elessero Carlo V (egli andava bene ai principi perché, dovendo operare anche in Spagna, sarebbe stato lontano dall’Europa centrale lasciando loro molta maggiore possibilità di manovre). E così Carlo V fu incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero nel 1520 nella Cattedrale di Aquisgrana. Lo smacco fu duro da digerire per Francesco che tentò subito di ampliare le sue alleanze con l’Inghilterra di Enrico VIII anche tramite gli uffici del cardinale Wosley che era diventato primo ministro del Re d’Inghilterra. Francesco mirava ad un matrimonio di suo figlio Francesco di Valois, erede al trono, con la figlia di Enrico VIII e Caterina d’Aragona, Maria Tudor. I piani non andarono a buon fine. Nessun matrimonio e nessuna alleanza. Anzi, Enrico VIII si alleò con Carlo V. Francesco si sentì sempre più accerchiato da un sovrano, Carlo V, che ormai dominava l’Europa. Ciò dette inizio ad una serie di scontri armati che si conclusero con la dura sconfitta francese nella Battaglia di Pavia nel 1525, battaglia nella quale lo stesso Francesco fu fatto prigioniero, condotto a Madrid e liberato un anno dopo dietro il pagamento di un forte riscatto e dietro la firma di un impegno (Trattato di Madrid) a rinunciare a determinati possedimenti. In garanzia di quest’ultimo impegno lasciò due figli a Madrid in ostaggio. Ma, una volta libero, Francesco denunciò tali accordi facendosi forte di un’altra alleanza, la Lega di Cognac (alla quale avevano aderito la monarchia inglese, la monarchia francese, Venezia, Genova, Firenze e Milano contro il potenziale pericolo di Carlo V), promossa da un altro Papa (1526), in questo caso Clemente VII, che era nel frattempo andato in rotta di collisione con Carlo V. Vi assicuro che è estremamente difficile seguire e riassumere queste vicende non marginali della storia di Europa.

        Serviva avere questo quadro di riferimento che situa le due fazioni nel conclave del 1522 che doveva eleggere il successore di Leone X. Nel parlare dei due principali contendenti di quel conclave abbiamo anche parlato di Carlo V fino alla vigilia dello scontro con la Chiesa che avverrà nel 1527.

        Quindi nel conclave vi erano almeno tre fazioni che si contendevano il Papa. Le due correnti prevalenti erano quelle che facevano capo a Carlo V e a Francesco I. Vi era poi Edoardo VIII. Quest’ultimo, come già detto, puntava sul suo primo ministro, il cardinale Wolsey. Carlo V aveva come preferito il cardinale Giulio de’ Medici, nipote di Lorenzo il Magnifico (perché figlio del fratello Giuliano) e quindi cugino del papa Leone X. Sembrava questa la strada che sarebbe stata seguita dal conclave ma Francesco I inviò una lettera a tutti i cardinali del conclave per avvertirli che, se avessero votato per Giulio de’ Medici, egli avrebbe provocato uno scisma nella Chiesa. La situazione sembrò paralizzarsi finché non fu risolta dallo stesso Medici che si tirò indietro proponendo l’elezione di un cardinale non conosciuto al conclave e neppure presente, Adriaan Florensz di Utrecht. La mediazione fu accettata perché quasi nessuno era a conoscenza del fatto che questo candidato era stato istitutore di Carlo V e ne era attualmente consigliere. Insomma con l’intervento del Medici aveva vinto ancora Carlo V. Ma l’incertezza restava grande in una situazione in cui, per la prima volta che si sappia, chiunque poteva aspirare ad essere pontefice se l’ambasciatore di Venezia aveva contato ben 18 candidati su 39 cardinali. Il cardinale Adriaan Florensz fu eletto ed assunse il nome di Papa Adriano VI (1522-1523). Il nuovo Papa era persona colta ed integra tanto che, oltre a Francesco I e Enrico VIII, anche lo stesso Carlo V tentò di accattivarselo con invito alla sua corte.  Adriano non volle saper nulla essendo anche preoccupato per il ruolo che avrebbe assunto in una Chiesa allo sfacelo in uno Stato Pontificio in lotte perenni tra vari potentati e pieno di corruzione ad ogni livello ma anche perché i suoi compiti avrebbero previsto: riportare la pace in Italia; mettere d’accordo le grandi potenze;  risolvere il problema della Crociata contro i Turchi (che avevano già occupato Belgrado ed assediavano Rodi); estirpare l’eresia luterana che si diffondeva rapidamente in Germania ed in Svizzera; riformare la Chiesa per non portarla all’autodistruzione. Dalla Spagna dove si trovava Adriano arrivò a Roma in agosto, sette mesi dopo l’elezione ed entrò a Roma da Civitavecchia, incurante della peste che infieriva colpendo ancora la città. Appena giunto seppe che si stava organizzando la costruzione di un arco trionfale in suo onore. Rifiutò l’onore perché l’onere risultava molto elevato. Ciò gli restituì il favore del popolo che invece aveva protestato e rumoreggiato (anche con lancio di sassi sul Ponte di Castel Sant’Angelo ai cardinali che uscivano dal conclave) al sapere che era stato eletto uno straniero. La gioia però durò poco perché Adriano impose una vita morigerata a tutti, a cominciare dal taglio delle spese folli della Curia per arrivare ad impedire elargizioni di denaro a fini clientelari di molti cardinali (abolì molte rendite derivanti da privilegi ecclesiastici venduti e pagati a caro prezzo che ora creavano aspettative di lauti guadagni, tanto che alcuni, sentendosi rovinati, pensarono di attentare alla vita del Papa. Qualcun altro scrisse: In verità Roma non è più Roma. Usciti da una peste siamo entrati in una maggiore. Questo pontefice non conosce nessuno, non si vedono Grazie). Per Adriano la vita di corte doveva diventare consona  ad un ambiente ecclesiastico e quindi decise di togliersi di torno tutti i portaborse, i parassiti e postulanti, oltreché le donne, le cortigiane, i buffoni ed i poeti. Ma il clima di Roma e più che mai i costumi della corte papale, la sua moralità inesistente, fiaccarono i buoni propositi di Adriano. Non aveva persone di cui fidarsi e da solo non riusciva a fare nulla in un ambiente che, privato di benefici secolari, delle sue cortigiane, dei suoi fasti, dei suoi sodomiti, era diventato inesistente e quindi nemico acerrimo. Tutti qui personaggi che si aggiravano nella corte del papa e che erano ecclesiastici a qualsiasi titolo, avevano in massima parte scelto quella strada per quelle note uscite di benessere, lussi, vizi ed impunità (come del resto accade oggi in cui non vi è mondo migliore per un pedofilo entrare in un seminario e proseguire con la cura dei bambini in asili e parrocchie). Adriano capì che massima parte del potere papale derivava proprio da tutta quella congerie di privilegi, di favori, di indulgenze, di simonia, di corruzione, di sodomia, di peccato nel senso più lato del termine (ed ancora oggi in Italia abbiamo ereditato tutto questo, che non riusciamo a toglierci di dosso, da secoli di papato criminale). I consiglieri curiali, che erano stati di leone X, spiegavano al pontefice tutto questo che iniziò ad essere vittima di dubbi su dubbi. Mentre la corte dei cardinali lo disprezzava ed ironizzava sulla sua pedanteria. Ma la cosa li toccava marginalmente perché, lor signori, continuavano imperterriti a spassarsela con prostitute, sodomiti, banchetti (anche di 75 portate con ognuna di esse costituita da tre pietanze diverse, il tutto in bellissimi argenti ed in gran quantità, mentre provetti musici allietavano degustazione e digestione), sollazzi, battute di caccia (con preziosi cavalli andalusi), gioco (con vincite e perdite di intere fortune ed il passaggio di intere cittadine da un cardinale ad un altro). Sempre per maggior gloria di Gesù, con Adriano che sembrava lo scemo della comitiva, per di più insultato e disapprovato in ogni sua piccola scelta intenzionalmente moralizzatrice ed anche politica. Quando per la Crociata contro i Turchi non volle ricorrere ad indulgenze ma propose di aumentare di poco le tasse, vi fu una specie di ribellione. In questo clima anche la sua azione tesa a fermare la Riforma in terra tedesca non ebbe la forza necessaria. A ciò si aggiunga che nel marzo del 1523 venne scoperta una corrispondenza del cardinale Soderini nella quale risultava il tentativo di Francesco I di impadronirsi del Regno di Napoli. Soderini fu arrestato e Francesco I ruppe le relazioni con la Chiesa. Adriano reagì con l’adesione ad una lega antifrancese costituita con Carlo V, Enrico VIII e Venezia. A ciò seguiva l’invasione dell’Italia settentrionale da parte di Francesco I. Proprio quando Adriano moriva improvvisamente nella felicità, neppure repressa, della Curia romana con cortigiane, prostitute e buffoni.

        Il terreno era stato preparato all’elezione di qualcuno che avesse ripristinato i costumi del passato. Il Papato non avrebbe potuto sopravvivere con l’andare avanti della moralizzazione di Adriano. Non importavano le beghe con i Turchi o con chiunque altro. La prima osa da difendere era il dispiegarsi completo di ogni vizio e corruzione senza censure e benpensanti.

        Il conclave che seguì fu molto combattuto tra Giulio de’ Medici sempre sostenuto da Carlo V, ancora da Francesco I che sosteneva il cardinale Alessandro Farnese e tra i voti disponibili al miglior offerente controllati da Pompeo Colonna. Dopo la solita simonia fu eletto Giulio de’ Medici che scelse il nome di Papa Clemente VII (1523-1534), un’altra tragedia di crimine e corruzione.

        L’inizio sembrò eccellente con la proclamazione della pace universale tra Francia, Spagna ed Inghilterra. Ma fu un fallimento completo con Francesco I che invase l’Italia e con il Papa che si convinse (1525) che era quello il migliore alleato (insieme a Venezia), lasciando da parte il sodalizio, che lo aveva portato al trono di Pietro, con l’Imperatore Carlo V. La Chiesa ebbe dei vantaggi immediati come la cessione da parte francese delle città di Parma e Piacenza dovendo cedere il passo all’esercito di Francesco I verso la conquista di Napoli. Il tutto finì con varie giravolte papali: come già accennato Francesco I fu sconfitto a Pavia e fatto prigioniero e Clemente si sentì perso anche se le risorse di un Papa sono quasi infinite. Egli, mentre celebrava come se nulla fosse il Giubileo del 1525 con ancora irrisolto il problema delle indulgenze, cambiò alleanze addirittura schierandosi con il vicerè di Napoli al fine di tutelare lo Stato Pontificio e la signoria dei Medici a Firenze, ma ammettendo che gli spagnoli potessero puntare su Milano. Gli eventi portarono alla citata Lega di Cognac contro Carlo V nella quale il Papa si trovò alleato a Francesco I e Venezia. Da tutto ciò venne fuori che Carlo V non riuscì più a fidarsi di un personaggio come Clemente, vago e mutevole soprattutto in un momento in cui egli doveva tenere a bada l’avanzata del comandante turco Solimano e non poteva distrarre truppe. Tentò comunque un riavvicinamento nel giugno del 1526 che nella sua incapacità Clemente non seppe cogliere rispondendo a Carlo in modo che risultò offensivo. Carlo rispose in modo molto duro screditando completamente la natura pastorale di Clemente e minacciando un Concilio ecumenico che discutesse addirittura le ragioni di Lutero. Carlo scrisse anche ai cardinali dicendo loro che avrebbero dovuto bandire un Concilio perché in caso contrario non si sarebbe più potuto frenare il movimento luterano con il rischio che la Germania si sarebbe staccata dalla Chiesa di Roma. Si deve osservare con Gregorovius quanto fosse avventata e stupida la politica papale se commisurata con gli interessi della Chiesa. L’alleanza con la Francia, di fatto, aveva indotto Carlo V ad allearsi con i luterani che, contrariamente alla Chiesa cattolica, lo riconoscevano come Imperatore

        In seno alla Curia vi fu il tentativo del Cardinale Pompeo Colonna, con i metodi soliti dei Colonna (violenze e saccheggi), di riportare il papa all’alleanza con Carlo V. Clemente VII, assediato a Roma dalle soldataglie dei Colonna fu costretto a chiedere aiuto all’Imperatore con la promessa di cedere in cambio la propria alleanza ai danni del Re di Francia, rompendo la Lega di Cogna. Pompeo Colonna si ritirò allora verso Napoli. Clemente VII, senza più la pressione di Colonna non mantenne il patto e chiamò in suo aiuto l’unica forza che poteva difenderlo, ancora il Re di Francia. Non vi fu nulla da fare ed alla fine di questo tentativo Clemente si trovò ad essere un ferreo alleato della Francia contro l’Impero di Carlo V. A questo punto Carlo V ordinò alle sue truppe di marciare su Roma. Il 12 novembre del 1526 partì da Trento un contingente di Lanzichenecchi comandati da un generale francese in rotta con Francesco I, Carlo III di Borbone-Montpensier e le truppe sul campo di battaglia avevano come diretto comandante Georg von Frundsberg (qui vi sono giustificazioni storiche che raccontano di quest’ultimo che, ammalatosi, dovette tornare in Germania prima dell’attacco a Roma). Ad essi si unirono gli spagnoli provenienti da Milano e molti italiani provenienti da vari statarelli dominati dalla Chiesa in modo da formare un contingente di 35 mila uomini. La città di Roma che era in totale decadenza (aveva circa 50 mila abitanti contro il milione di era imperiale) e che aveva una difesa di circa 5000 uomini tra cui un contingente svizzero, con il Papa nascostosi nella fortezza di Castel Sant’Angelo, fu attaccata (6 maggio) ed espugnata il 6 giugno del 1527. Fino a febbraio del 1528 fu messa al sacco da parte dell’esercito imperiale e subì infiniti danni al suo patrimonio artistico. In una relazione dell’epoca si legge: gli imperiali hanno preso le teste di San Giovanni, di San Pietro e di San Paolo; hanno rubato l’involucro d’oro e d’argento e hanno buttato le teste nelle vie per giocare a palla; di tutte la reliquie di santi che hanno trovato, hanno fatto oggetto di divertimento. Carovane di carri cariche di ogni genere di ricchezze lasciavano la città. Erano i beni della nobiltà e del clero. Gli occupanti quando si ritirarono lo fecero perché colpiti e decimati da varie malattie che erano diventate endemiche nella città per la mancanza di ogni cura igienica da 1500 anni, da quando era dominio della Chiesa. Il raddoppio della popolazione per circa un anno, quello del sacco, a fronte delle stesse fogne fatiscenti e della malaria regnante, ridusse gli abitanti di Roma a circa 20 mila. Nell’attacco il comandante francese fu ferito a morte da Benvenuto Cellini che difendeva la città. Il Papa si salvò chiudendosi in Castel Sant’Angelo dove riuscì ad uscire dopo patteggiamenti e la promessa del pagamento di un riscatto che lo portò per sette mesi in una prigione nell’attuale quartiere Prati. Da questa con la compiacenza di alcuni ufficiali, riuscì a fuggire travestito da povero ortolano, prima ad Orvieto quindi a Viterbo. Così fu senza che si pagasse quel riscatto ma dovendo pagare profumatamente gli ufficiali che lo fecero evadere e per corrompere e pagare qua e là. Intanto le truppe tedesche continuavano a dilagare su Roma distruggendo tutto, saccheggiando la città a fondo, uccidendo, violentando e stuprando con la distruzione della Roma rinascimentale e di molte opere d’arte (le ragioni che indussero i mercenari germanici ad abbandonarsi ad un saccheggio così efferato e per così lungo tempo risiedono, soprattutto, nell’acceso odio che la maggior parte di essi, luterani, nutrivano per la Chiesa che consideravano come la Babilonia corruttrice guidata da un Papa che era l’Anticristo). Scriveva Guicciardini nella sua Storia d’Italia:

«Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de’ soldati (che furno le cose più vili) tolseno poi i villani de’ Colonnesi, che vennero dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dì seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari oro argento e gioie, fusse asceso il sacco a più di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore».

Ed il Gregorovius fornisce maggiori dettagli che io riporto in minima parte, quella relativa ai primi giorni del Sacco:

[…] lo spettacolo che Roma offriva di sé era più orribile di quanto si possa immaginare: le strade ingombre di rovine, di cadaveri e di moribondi; case e chiese divorate dal fuoco dalle quali uscivano grida e lamenti; un orribile trambusto di gente che rubava e che fuggiva; lanzichenecchi ubriachi, carichi di bottino o che si trascinava dietro prigionieri. Diritto di guerra a quel tempo significava licenza di saccheggiare una città conquistata ma anche facoltà di considerare tutta la popolazione vinta niente altro che carne da macello. Nessun lanzichenecco avrebbe capito che era disumano trattare dei cittadini inermi come degli schiavi di guerra. Chi aveva cara la vita doveva riscattarla. Con la più rozza ingenuità il cavaliere Schertlin scriveva nelle sue Memorie: «Il 6 maggio prendemmo d’assalto Roma; gli uccisi furono più di seimila, tutta la città fu saccheggiata, nelle chiese e sopra terra prendemmo tutto ciò che trovammo e una buona parte della città fu incendiata».
Niente e nessuno fu risparmiato. Le case degli spagnoli e dei tedeschi furono saccheggiate come quelle dei romani. In molti palazzi che appartenevano a partigiani dell’imperatore si erano rifugiate persone di ogni ceto, a centinaia; gli spagnoli vi irruppero depredando e incendiando. Così accadde la prima notte sia nella casa del marchese di Mantova che in quella dell’ambasciatore portoghese, dove i lanzichenecchi avrebbero fatto un bottino di 500.000 ducati. Alcune centinaia di persone trovarono scampo nel grande palazzo del cardinal Andrea della Valle che evitò il saccheggio consegnando a Fabrizio Maramaldo parecchie migliaia di ducati. Come sempre accadeva in casi del genere, con un atto notarile le persone ospitate si impegnavano a restituire al proprietario del palazzo somme di denaro adeguate alla taglia di ciascuno.
Più sventurata fu la fine degli edifici che osarono opporre resistenza. Furono fatti saltare in aria con mine, e una torre del Campidoglio andò così distrutta. A Campo-marzio il palazzo Lomellina resisteva: i lanzichenecchi lo presero d’assalto, e a colpi di fucile uccisero la padrona di casa che tentava di fuggire calandosi nel cortile con una corda. Ricchissimo bottino fornirono le chiese e i conventi, dove gli imperiali rubarono anche gli oggetti preziosi che i cittadini vi avevano custodito. Il saccheggio fu generale: non furono risparmiate né S. Maria dell’Anima, chiesa nazionale dei tedeschi, né la chiesa nazionale degli spagnoli, S. Giacomo in piazza Navona dove giaceva la salma del Borbone. S. Maria del Popolo fu spogliata in un baleno di tutto quanto vi si trovava e i frati furono tutti trucidati. Le monache dei conventi di S. Maria in Campomarzio, di S. Silvestro e di Montecitorio furono vittime di indescrivibili atrocità. Quando i conventi in cui irrompevano si rivelavano poveri, i soldati sfogavano la loro delusione abbandonandosi ad atti di ferocia inaudita.
E’ necessario aver presente la grande quantità di oggetti preziosi custoditi nelle sacrestie di Roma per immaginare quale immenso bottino fruisse nelle mani degli imperiali. Tutto fu rubato, distrutto, profanato. Lo stesso destino subirono le teste degli apostoli, quella di Andrea a S. Pietro e quella di Giovanni a S. Silvestro. Un soldato tedesco fissò all’estremità della sua picca la punta della cosiddetta lancia santa. Il sudario di S. Veronica passò di mano in mano per tutte le taverne di Roma. La grande croce di Costantino, strappata da S. Pietro, fu trascinata per il Borgo e andò perduta. A ricordo di questa impresa, i tedeschi conservarono parecchie reliquie, ma il bottino più ridicolo fu la corda, piuttosto spessa e lunga dodici piedi, con la quale si sarebbe impiccato Giuda. Lo Schertlin la rubò a S. Pietro e la portò con sé in patria. Anche la cappella Sancta Sanctorum, la più venerata di Roma, fu saccheggiata.
Neppure al tempo dei Saraceni S. Pietro era stata devastata tanto ferocemente. Gli spagnoli vollero frugare anche nei sepolcri, persino in quello di Pietro, come un tempo avevano fatto i Mori. Fu spogliato il cadavere di Giulio II, che era sepolto in un sarcofago, e la salma di Sisto IV non fu profanata solo grazie alla pesantezza della sua tomba di bronzo. I soldati giocarono a dadi sugli altari sbevazzando nei sacri calici in compagnia di laide prostitute. Nelle navate e nelle cappelle, così come nel palazzo Vaticano, furono approntate stalle per i cavalli ma al posto della paglia furono usate le bolle e i manoscritti che un tempo i papi umanisti avevano raccolto con tanta passione. Quanto alla biblioteca Vaticana, solo a fatica l’Orange poté salvarla dalla distruzione, fissandovi la propria dimora. Nelle strade tuttavia si vedevano sparsi brandelli di scritti e di registri pontifici. Molti archivi di conventi e di palazzi, infatti, andarono distrutti e la storia del Medioevo di Roma ne subì perdite irreparabili. Quel saccheggio spiega anche la penuria di documenti dell’archivio Capitolino.
Anche molte opere d’arte andarono perdute. I tappeti fiamminghi di Raffaello furono rubati e venduti, mentre le magnifiche pitture su vetro di Guglielmo di Marcillat furono fatte a pezzi. Più tardi un insensato odio nazionale ha attribuito ai lanzichenecchi distruzioni che essi non compirono mai. Non è affatto vero, ad esempio, che con il fuoco delle loro fiaccole essi annerissero gli affreschi di Raffaello, ed è assolutamente infondata l’odiosa accusa che i tedeschi abbiano premeditatamente fatto a pezzi le statue più belle, dato che i più grandi capolavori dell’antichità e del Rinascimento sono giunti intatti sino a noi. Dopo i primi tre giorni il principe di Orange ordinò che il saccheggio fosse sospeso e che le truppe si ritirassero nel Borgo e a Trastevere. Nessuno gli obbedì. I soldati continuarono a far prigionieri e a saccheggiare tutte le case, comprese le modestissime abitazioni dei portatori di acqua. Vennero in città, dai fondi dei Colonna, anche i contadini, i quali seguirono le orme degli assalitori spigolando dove essi avevano mietuto. Avidamente accorse lo stesso Pierluigi Farnese, vero epigono di Cesare Borgia e abominevole bastardo del cardinale che, divenuto successivamente papa, lo avrebbe reso potente. Per puro e semplice desiderio di rubare egli si era unito al partito imperiale e si allontanò da Roma per nascondere in un castello del Patrimonio appartenente alla propria famiglia un bottino valutato ventìcinquemila ducati. Per strada, la carovana del Farnese fu però assalita e derubata dal popolo del Gallese.
Per otto giorno i palazzi dei cardinali Valle, Cesarini, Enkevoirt e Siena furono risparmiati sia perché avevano ospitato i capitani spagnoli sia perché i loro proprietari avevano pagato più di trentacinque mila ducati. Senonché, quando i lanzichenecchi videro che gli spagnoli si impadronivano delle case migliori montarono su tutte le furie. Assalirono per quattro ore il palazzo di Siena, lo saccheggiarono, presero tutto quello che vi si trovava e trascinarono nel Borgo, prigioniero, il cardinal Piccolomini. Allora anche gli altri cardinali si rifugiarono nel palazzo di Pompeo, aprendo in tal modo ai lanzichenecchi la via del saccheggio delle loro case. Il bottino di casa Valle dovette ammontare a duecentomila ducati; non inferiore fu quello fatto a palazzo Cesarini, mentre da casa Enkevoirt furono prelevare ricchezze per centocinquantamila ducati. Si aggiunsero poi, le taglie imposte ai prigionieri. Isabella Gonzaga uscì fortunatamente incolume da quelle atrocità. Il 5 novembre aveva comprato dal papa il cappello cardinalizio per suo figlio Ercole e Clemente glielo mandò a palazzo Colonna, dove ella abitava dopo aver lasciato la dimora di palazzo Urbino, vicino a S. Maria in via Lata. Messa in guardia da tempo dal secondogenito don Ferrante, generale della cavalleria nell’esercito del Borbone, la marchesa aveva provvisto questo palazzo di vettovaglie e di armi, lo aveva fatto rafforzare di mura e vi aveva ospitato tremila fuggiaschi, tra i quali Domenico Massimo. Nella sua casa si salvarono anche quattro ambasciatori italiani, Francesco Gonzaga, i rappresentanti dì Ferrara e di Urbino e il rappresentante di Venezia, Domenico Venier il quale non aveva fatto in tempo a raggiungere Castel S. Angelo. Fin da quella orribile prima notte di saccheggio vi si erano recati il conte Alessandro di Nuvolara, la cui bellissima sorella Camilla si trovava già presso la marchesa, e un parente del duca di Sessa, don Alonso de Cordoba, cui il Borbone aveva raccomandato di provvedere alla difesa della principessa. Questi capitani, fatti salire nel palazzo mediante una fune, chiesero cinquantamila fiorini d’oro: diecimila dovevano essere versati dai fuggiaschi veneziani e diecimila da don Ferrante. Questi accorse verso le due di notte lasciando la guardia di Castel S. Angelo che gli era stata affidata e il Nuvolara e don Alonso si rifiutarono di farlo entrare finché egli non promise che nessuno, oltre alla propria madre, sarebbe stato esentato dal riscatto. Più tardi, scrivendo al fratello che si trovava a Mantova, don Ferrante diceva quanto fosse difficile assicurare protezione alla marchesa, poiché nel campo correva voce che in quel palazzo si trovassero due milioni e che, a causa della generosità della signora, vi avessero trovato rifugio più di milleduecento gentildonne e mille uomini. Tutti gli altri prigionieri dovettero riscattarsi con sessantamila ducati. Il Venier, che si era consegnato al Nuvolara, ne diede cinquemila e diecimila furono versati da Marcantonio Giustiniani. Come convenuto, un distaccamento di spagnoli fu messo a guardia del palazzo, ma i lanzichenecchi minacciarono di assalirlo e l’Orange e il conte di Lodrone durarono fatica a trattenerli. Allora spaventata, il 13 maggio Isabella lasciava il palazzo insieme con la propria corte e con gli ambasciatori italiani. Mediante una barca, suo figlio la accompagnò a Ostia e di lì’ i fuggiaschi, tra i quali era anche il Venier travestito da facchino, proseguirono a cavallo per Civitavecchia.
Ad Ostia il Venier trovò altri fuggitivi, il Caraffa e il Thiene con i teatini. Dopo molti maltrattamenti subiti, prima nel loro convento al Pincio poi come prigionieri, anch’essi erano fuggiti per il Tevere. L’ambasciatore li convinse a imbarcarsi su una nave della repubblica veneta e così i teatini trovarono asilo a Venezia. A Civitavecchia fuggirono anche Domenico de Cupis, cardinale di Trani, e i figli di donna Felice Orsini che avevano dovuto pagare un forte riscatto nella casa dell’Enkevoirt. Essi percorsero molte miglia a piedi per raggiungere il porto che le navi del Doria difendevano da ogni pericolo. Vi si trovava anche il cardinale Scaramuccia Trivulzio che poco prima della catastrofe aveva lasciato Roma alla volta di Verona. Era presente anche il Machiavelli inviato ad Andrea Doria dal Guicciardini.
Lo stesso cardinal Gaetano, che ad Augusta aveva trattato Luterò con tanta alterigia, fu trascinato per Roma dai lanzichenecchi spinto a percosse e a calci e portato in giro con berretto da facchino in testa. Così gli imperiali lo trascinarono da banchieri e amici perché col loro denaro potesse raccogliere la somma necessaria al suo riscatto. Il papa pianse quando seppe dei maltrattamenti subiti dal cardinale e fece pregare i tedeschi affinché «non spegnessero la lampada della Chiesa». Anche l’anziano cardinale Ponzetta di S. Pancrazio, sebbene partigiano dell’imperatore, fu derubato di ventimila ducati che aveva tentato di nascondere e poi fu trascinato per Roma con le mani legate dietro la schiena. Quattro mesi dopo moriva in miseria, nella sua casa rimasta completamente spoglia. Cristoforo Numalio, cardinale francescano, fu strappato dal suo letto, posto su una bara e portato in processione dai lanzichenecchi che, con delle candele accese in mano, gli cantavano grotteschi inni funebri. Giunti all’Aracoeli, i soldati deposero a terra il feretro, pronunciarono un’orazione funebre dopo di che, scoperchiata una tomba, minacciarono il cardinale di seppellirlo là dentro se non avesse pagato la somma richiesta. Il prelato offrì tutti i suoi averi ma i suoi tormentatori, insoddisfatti, lo riportarono nella sua casa per poi trascinarlo nuovamente nelle abitazioni di tutti coloro dai quali poteva sperare di ricevere denaro.
Di fronte alle atrocità commesse dall’esercito di Carlo V, si può dire che i saccheggi di Roma avvenuti ai tempi di Alarico e di Genserico non furono privi di moderazione e di umanità. Vi fu pure il trionfo della religione cristiana in mezzo al caos di Roma saccheggiata dai Goti; mentre nessun episodio del genere introdusse una nota di pietà negli orrori del 1527. Allora, infatti, la città non offrì altro spettacolo che quello di bacchiche comitive di lanzichenecchi i quali, in compagnia di etere seminude, si recavano a cavallo in Vaticano per brindare alla morte o alla prigionia del papa. Luterani, spagnoli e italiani si divertivano a scimmiottare le cerimonie religiose. Si vedevano lanzichenecchi che a dorso di somari imitavano i cardinali mentre in mezzo a loro un soldato travestito faceva la parte del papa. Così camuffati si spinsero più volte davanti a Castel S. Angelo dove gridarono che, d’ora in poi, avrebbero scelto come papi e cardinali solo persone pie, obbedienti all’imperatore, e tali che non intraprendessero più guerre, e dove proclamarono Lutero papa. Alcuni soldati ubriachi bardarono un asino con paramenti sacri e costrinsero un sacerdote a dare la comunione all’animale che avevano fatto inginocchiare. Lo sventurato prete inghiottì uno dopo l’alta tutte le ostie finché i suoi aguzzini non lo tormentarono a morte. Ad altri sacerdoti fu estorta con orribili torture la confessione di delitti veri o presunti.
Le condizioni di Roma nella prima settimana di assedio avrebbe forse impietosito le pietre ma lasciarono del tutto indifferente quell’esercito efferato. Il francese Grolier, che si era salvato nella casa del vescovo spagnolo Cassador, ha espresso in queste parole ciò che udì e vide dal tetto del palazzo : «Dappertutto grida, frastuono d’armi, lamenti di donne e di fanciulli, crepitio di fiamme, fragore di case che crollavano; noi rimanevamo paralizzati dalla paura e tendevamo l’orecchio come se fossimo gli unici risparmiati dal destino per assistere alla rovina della patria». Ora, vestito di sacco e col capo cosparso di cenere come Giobbe, Clemente avrebbe potuto tendere le mani al cielo dall’alto di Castel S. Angelo e chiedere piangendo perché un giudizio così tremendo aveva colpito il papato caduto tanto in basso da idolatrare se stesso. Di lì egli vide le fiamme avvolgere la sua bella villa di monte Mario alla quale il cardinal Pompeo aveva appiccato fuoco per vendicare i propri castelli distrutti. Che cosa erano mai quelle fiamme in confronto alle colonne di fuoco che si alzavano in tutta la città?
Per difendersi dalle artiglierie di Castel S. Angelo, da torre di Nona, davanti a ponte S. Angelo, fino a palazzo Altoviti gli imperiali avevano scavato una trincea dalla quale facevano fuoco incessantemente. In quei giorni il castello era teatro di una confusione indescrivibile: tremila cittadini, il papa e tredici cardinali. Sulla sua sommità sventolava, accanto all’angelo di pace, la rossa bandiera dì guerra, e ogni ora i colpi di cannone che venivano sparati lo avvolgevano di fumo. Novanta svizzeri e quattrocento italiani ne costituivano la guarnigione; il comando dell’artiglieria era stato affidato al romano Antonio S. Croce e sotto di lui serviva come bombardiere Benvenuto Cellini. Mancavano i viveri; la carne di asino era diventata una leccornia per i cardinali e per i vescovi. Gli spagnoli tagliavano i rifornimenti da qualunque parte venissero. A colpi di archibugio uccisero alcuni bambini che dalla fossa del castello facevano salire delle erbe, agli affamati, e un capitano impiccò di propria mano una vecchia che portava un po’ di insalata per il papa. […]

        Tutta l’Europa cristiana si indignò per la barbarie delle distruzioni e lo stesso Carlo V risultò isolato da tutti i sovrani. Fu allora che si giustificò con i soldati restati senza comandante che agirono di loro iniziativa. Il Papa ritornò a Roma solo nell’autunno del 1528 per vedere con i suoi occhi quel flagello che il popolo aveva interpretato come punizione per i peccati indicibili ed esecrabili della Chiesa. Nel 1529 si addivenne alla Pace di Barcellona con la quale si siglava una tregua tra Francesco I e Carlo V, Firenze tornava ai Medici, lo Stato Pontificio riprendeva possesso di varie terre perse nelle azioni lanzichenecche. Naturalmente veniva anche sancita la pace tra l’Impero e la Chiesa anche attraverso uno dei matrimoni risolutori di controversie, quello tra la figlia bastarda di Carlo V, Margherita, ed il figlio bastardo di Ludovico Duca di Urbino, Alessandro de’ Medici (che era noto a tutti come il figlio del Papa). E fu proprio ad Alessandro che venne consegnato il governo di Firenze, a quell’Alessandro che immediatamente abrogò la costituzione repubblicana della città (1532). L’accordo prevedeva anche l’incoronazione di Carlo V come sovrano del Sacro Romano Impero, incoronazione che fece Clemente a Bologna il 22 febbraio del 1530 (ultima incoronazione). A questo punto il Papa dovette anche accettare la convocazione di un Concilio che discutesse della Riforma di Lutero (questa era la politica ufficiale, ma il sottobosco degli intrallazzi tentava di evitare l’evento aborrito dal Papa)  anche perché i luterani si organizzavano rapidamente e avevano trovato il loro punto di massima forza nella formazione della Lega di Smalcalda nel 1531. I raffinati preti che consigliavano Clemente trovarono una formula: il Concilio si farà quando tutti gli Stati cristiani saranno in pace. E l’alleato di Clemente VII, il Re di Francia Francesco I, naturalmente non era d’accordo con la pace e, senza di essa, la politica del papa aveva il sopravvento. Intanto, dopo il Sacco e la peste, come altro segno divino, il 7 ottobre del 1530 Roma subì una delle più gravi inondazioni della sua storia. Centinaia di case e ponti furono distrutti dalle acque del Tevere e moltissimi furono i cadaveri che il fiume si portò a mare. Quando le acque si ritirarono le centinaia di cadaveri insepolti originarono una nuova esplosione della peste. Ludovico Muratori scriveva allora che non fece caso a tali avvisi il pontefice, che fece piangere chi voleva, mentre egli si preoccupava di sempre maggiore ingrandimento e lustro i Casa sua.

        E davvero Clemente fu incapace di gestire la politica estera della Chiesa. Non riusciva proprio a capire l’importanza di un Concilio che non avrebbe solo avuto una valenza religiosa ma anche politica con il sostegno a Carlo V che si dibatteva, da cattolico, nella crescita imponente del movimento luterano da una parte e dalle pressioni militari dei Turchi di Solimano dall’altra. Francesco I era con il Papa in questo poiché il Concilio avrebbe favorito l’unità dell’Impero. La cosa straordinaria era che il Papa vedeva con favore sia il movimento luterano che i Turchi come strumenti per indebolire Carlo V. Ma poi un Concilio poteva nascere con alcuni argomenti da trattare e passare poi attraverso tutte le bestialità papali dal nepotismo, alla rovina di Roma, alla perdita di libertà di Firenze. Occorreva però mostrare a Carlo che vi era un qualche impegno per convocare il Concilio e Clemente usò quanto sostenuto già in passato, e cioè che il Concilio si sarebbe fatto quando vi fosse stata la pace tra tutti i Paesi cattolici, per andare di nuovo ad incontrare Francesco I. Visto il fine Carlo non poté protestare. Fu così che Clemente si recò a Marsiglia in Francia dove, secondo i suoi parametri politici, realizzò il suo capolavoro: celebrò di persona il matrimonio di sua nipote Caterina de’ Medici con il secondogenito, Enrico, di Francesco I e sua moglie la regina Eleonora che era sorella di Carlo V (il matrimonio di Caterina ed Enrico ci farà discutere fra trentotto anni, quando parleremo della Strage degli Ugonotti nella Notte di San Bartolomeo). Sfarzi, lussi e banchetti che andarono avanti per molti giorni al posto del Concilio. Naturalmente Clemente intrecciò di nuovo e segretamente patti con Francesco, patti che riguardavano il dominio su vari territori in Italia.

        Intanto in Inghilterra, dove Enrico VIII aveva goduto per un certo periodo delle lotte tra Francesco I e Carlo V, perché aveva potuto porsi come ago della bilancia, non si era ancora risolto il problema dell’erede maschio al trono. Vi era solo quella femmina, Maria, che non avrebbe mai garantito la continuità del trono d’Inghilterra. Enrico capì che con Caterina d’Aragona non avrebbe mi potuto avere il desiderato maschio e, a partire dal 1526, iniziò ad avere rapporti con un’amante, Anna Bolena. Ma l’erede non poteva discendere da un more extraconiugale e Edoardo iniziò a pensare al divorzio da Caterina. Indagini riservate su tal possibilità furono fatte dal cardinale Wolsey e dall’Arcivescovo di Canterbury, William Warham. Risultò che quel matrimonio era difficilmente impugnabile sul piano del diritto. Intanto Edoardo, senza chiedere consiglio a Wolsey, si rivolse direttamente a Clemente VII per chiedere una dispensa che gli permettesse di sposare Anna Bolena. Clemente, non era favorevole all’annullamento del matrimonio, ma concesse ugualmente la dispensa voluta, probabilmente pensando che tale concessione non sarebbe servita a nulla finché Enrico fosse rimasto sposato a Caterina. A questo punto entrarono in gioco forti pressioni politiche da parte delle diverse potenze. La Spagna cattolica non avrebbe potuto accettare il ripudio di Caterina d’Aragona e una tale mancanza di rispetto verso Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, che era figlio della sorella di Caterina, Giovanna. Stessa posizione era quella di Carlo V. Il Papa che già aveva subito il Sacco della città da parte di quest’ultimo, non voleva irritarlo ulteriormente e tergiversò allungando i tempi in vane trattative. Nel 1531, quando l’irritazione era cresciuta per 4 anni, Enrico VIII fece votare dal Parlamento un atto di supremazia in cui egli proclamava se stesso Capo della Chiesa d’Inghilterra. La parte più dura per la Chiesa, allora come ora, venne nel 1532, quando stabilì che i tributi non dovevano essere più pagati alla Chiesa ma direttamente alla corona. Finalmente nel 1533 Enrico VIII sposò Anna Bolena (Elisabetta I d’Inghilterra era nata da questo matrimonio), dalla quale già aspettava un figlio, facendosi sciogliere dal precedente vincolo dal suo rappresentante presso la Chiesa inglese, Thomas Cranmer. Nel luglio 1534, due mesi prima di morire, Clemente VII scomunicò il Re, la moglie ed il rappresentante Cranmer (interdisse pure l’Inghilterra ma della cosa non si accorse nessuno). Il problema venne preso in mano da Paolo III, successore al soglio pontificio di Clemente, quando già Enrico VIII, nel novembre dello stesso anno aveva decretato, oltre alla chiusura dei monasteri ed al sequestro di ogni bene ecclesiastico:

  • Un ulteriore atto di supremazia (il re era il Capo Supremo sulla Terra della Chiesa di Inghilterra) con il diritto di reprimere le eresie e di scomunicare;
  • L’obbligo per tutti gli inglesi di giurare solamente davanti al re, e non davanti a qualche autorità straniera come era la Chiesa;
  • La condanna per tradimento per chi osasse sostenere che il re fosse eretico, tiranno o scismatico.

        Nasceva così la Chiesa Anglicana che era un’altra pezzo che si aggiungeva allo scisma di Lutero ed a quello che sarebbe seguito di Calvino. Solo due persone si opposero: l’umanista autore de l’Utopia Thomas More ed ex Lord Cancelliere e l’ex confessore di Caterina, il vescovo di Rochester John Fisher. Ambedue furono decapitati.

        Sembrava che Clemente avesse avuto grandi successi ma in realtà aveva seminato solo disastri, che si misureranno negli anni a venire. Anche i nipoti da lui graziati per affari di nepotismo morirono molto presto (uno, Ippolito, da lui fatto cardinale, avvelenato nel 1535 e l’altro, Alessandro, da lui imposto al governo di Firenze, assassinato nel 1537) mentre molti avvenimenti nefasti si accumulavano sulle sorti della Chiesa. Ma Clemente VII (2) morì nel 1534 prima di poter assistere a tutti i disastri che la sua politica aveva provocato.

IL CONCILIO DI TRENTO

        Nel 1534, come visto, Clemente VII lasciava questa valle di lacrime e saliva al trono di Pietro il Papa Paolo III Farnese (1534-1549) che si disse subito disposto alla convocazione del Concilio tra l’incredulità generale. Eppure il nuovo Papa  costituì subito una commissione che si occupasse di riforma della Chiesa che arrivò nel 1537 a pubblicare un importante documento: Consilium ad emendanda Ecclesia. Intanto Paolo III riconosceva la Compagnia di Gesù, le truppe di élìte del Papa, a difesa dell’ortodossia della Chiesa di Roma che egli utilizzerà appunto come utile strumento al servizio dell’Inquisizione. I gesuiti erano e sono teorici, in base ai dettami del loro fondatore, dell’uso ed abuso fino alla paranoia, dell’esame di coscienza. Nel loro emblema incombe minacciosa la croce-spada ad indicare una giustizia intransigente e temibile. Condussero una campagna contro i diversi che “infestavano” città e contadi, tra cui eretici, stranieri, ebrei ma anche donne, magari già emarginate dal consorzio sociale (ad es. ragazze madri cacciate di casa) che conducevano vita dura vendendo filtri terapeutici o ritenuti capaci di far innamorare chi li bevesse (pocula amatoria) od anche di far impazzire se non addirittura di uccidere).

        Il nuovo Papa, che aveva 66 anni al momento dell’elezione, si era rapidamente imposto nel conclave per la sua equidistanza tra le due fazioni ancora esistenti ed agguerrite (Francesco I e Carlo V) e perché aveva ben 40 anni di esperienza curiale. Era stato fatto cardinale da Alessandro VI per una cortesia verso la bella sorella Giulia Farnese che era sua amante favorita. Anch’egli era un libertino dissoluto che ebbe molti figli dei quali solo tre riconosciuti, Pier Luigi, Paolo e Costanza. Questo suo passato garantiva alla Curia la possibilità di seguire con dissolutezze, orge e libagioni. Infatti non mancarono durante il suo pontificato, pur in una Roma distrutta ed in completa miseria, balli in maschera, banchetti, buffoni di corte, spettacoli licenziosi ai quali il papa si divertiva un mondo. Ma garantiva anche il suo sfrenato nepotismo che lo spingeva a voler rendere la famiglia Farnese tra le più potenti d’Italia. Iniziò con il fare cardinali sia Alessandro, il quindicenne figlio di Pier Luigi, sia Ascanio, il sedicenne figlio di Costanza che con gli anni risultarono essere dei mecenati. Passò quindi a fare cardinali il fratello minore di Alessandro, Ranuzio, ed il fratellastro di Costanza fermo restando che il prediletto (come dice Rendina, il Cesare Borgia del Papa Farnese) rimaneva il primogenito Pier Luigi. Fu riempito di onori e di possedimenti. Fu fatto Confaloniere dello Stato Pontificio e comandante delle truppe del Papa. Per lui creò un ducato vicino Roma con capitale Castro. A lui assegnò varie cittadine nei dintorni di Roma (Nepi, Ronciglione, Caprarola). Per lui separò due città dallo Stato Pontificio, Parma e Piacenza, per assegnargliele come ducato (1545) che resterà poi ai Farnese per circa 200 anni. Pier Luigi n on fu in grado di mantenere tutto questo tentando di farlo con la tirannia. Ciò fece ribellare i suoi sudditi che dettero lo spunto ad una congiura capitanata da Ferdinando Gonzaga ed appoggiata da Carlo V (in quanto Pier Luigi risultava essere filofrancese) che portò al suo assassinio nel 1547 (fu riempito di coltellate e gettato dalla finestra). Gonzaga si impadronì per breve tempo del ducato che fu però liberato da Ottavio, figlio di Pier Luigi, accorso da Roma. Anche Ottavio Farnese fu nelle grazie del nonno, il Papa. A soli 14 anni fu fatto sposare con Margherita d’Austria la diciannovenne vedova di Alessandro de’ Medici, che ebbe in odio tale matrimonio d’interesse (il Papa si recò spesso a parlare con Margherita e da qui nacquero dicerie sugli amori senili di Paolo III con la giovane Margherita).

        Nonostante fosse occupato da tante ambasce familiari, il pover’uomo pensò anche ad alcune opere memorabili in Roma come la sistemazione della piazza del Campidoglio fatta da Michelangelo con la statua di Marco Aurelio al centro  e come il completamento della Cappella Sistina, sempre ad opera di Michelangelo con il Giudizio Universale. Ebbe tempo anche per questioni religiose come quel famoso Concilio, tanto atteso. che finalmente fu convocato il 2 giugno 1536. Si sarebbe dovuto tenere a Mantova (città in cui vi erano molti sostenitori di Carlo V) a partire dal 23 maggio 1537. Sembrava proprio che la Chiesa avesse deciso di riformarsi. Intanto Lutero pubblicava tradotto in Germania il Consilium arricchito da commenti sarcastici e ridanciani. La Curia di Roma che non voleva sentir parlare di riforme si oppose ad ogni seppur minima intenzione di cambiamento con il buon argomento che se avessero fatto qualcosa avrebbero dato motivi agli avversari che Lutero aveva ragione. Quel Consilium fu nascosto e dimenticato ed anche il Concilio fu rimandato perché Francesco I non lo voleva. Si tentò ancora per ben 5 volte di fissare data e luogo ma niente. Si tentarono accordi sotterranei con i luterani per cercare di capire cosa fare nel Concilio per riunificare la Chiesa. Vari incontri furono organizzati e niente si riuscì ad organizzare. Un prestigioso mediatore, il patrizio veneziano Gaspare Contarini, che stava conseguendo dei risultati fu cacciato da Roma con l’accusa di essere luterano. La fazione romana della Curia era la più forte ed essa vedeva un Concilio solo addomesticato in cui si riformasse molto poco ma in modo tale da far apparire ciò come grande concessione, senza comunque toccare l’autorità del Papa e la struttura gerarchica di Roma, ed in cui si condannassero con durezza le tesi luterane. Fu questa la strada che si scelse alla quale, come evidente, si accompagnò una dura repressione di ogni dissenso. Ora era chiara la strada che un Concilio avrebbe dovuto percorrere e fu così che venne convocato a Trento da Paolo III il 22 maggio del 1542 con la bolla Initio nostri huius pontificati. Fu necessaria una seconda bolla del novembre 1544, Laetare Jerusalem, per fissare al 15 marzo 1545 l’inizio dei lavori (che poi slittarono al 13 dicembre 1545 per la vigorosa iniziativa politica e militare di Carlo V). Le 25 sessioni generali del Concilio si svolsero nella Cattedrale di San Vigilio ed interessarono, dopo il Papa Paolo III, Giulio III, Marcello II, Paolo IV, Pio IV; i lavori terminarono il  4 dicembre 1563. Il Papa Pio IV con la Bolla Benedictus Deus del 30 giugno 1564 approvò integralmente i decreti conciliari e nominò una commissione per vigilare sulla corretta interpretazione e attuazione degli stessi. Tornerò su questo quando arriverò a trattare Pio IV. Per ora basti dire che il Concilio nasceva con il fine di sanare gli Scismi di Lutero e della Chiesa Anglicana oltre, come sempre, di trovare una unità tra Paesi cristiani contro i Turchi. Alla fine del Concilio niente di quanto ci si proponeva fu conseguito ma se possibile, il Concilio stabilì definitivamente la rottura con gli scismatici.

Il Concilio di Trento

        Nel primo periodo di Concilio, quello che si svolse sotto Papa Paolo III, si stabilirono alcune cose: le Scritture dovevano essere interpretate dalla Chiesa e non erano ammesse loro libere letture come teorizzavano i luterani; si definirono i concetti di grazia divina e libertà umana; si fissarono i sacramenti proclamando quelli del battesimo e della cresima; si regolò l’accesso all’episcopato e quello ai benefici. Sembrava si procedesse sulla buona strada quando Carlo V, convintosi del fatto che mai i protestanti avrebbero accettato le conclusioni del Concilio, decise di risolvere il problema dello scisma con la guerra. L’Imperatore dichiarò che la Lega di Smalcalda che, come accennato, era stata organizzata con fini difensivi dai principi protestanti, era ribelle e mobilitò l’esercito. I partecipanti al Concilio ebbero paura vedendo movimenti di truppe. Il Papa pensò di spostare l’assemblea in una città dello Stato Pontificio come Bologna, abbandonando la città imperiale di Trento. Contrari a questa soluzione erano i filoimperiali, i vescovi e cardinali di Napoli e spagnoli. Vinsero coloro che auspicavano lo spostamento a Bologna anche per lo scoppio di un’epidemia di tifo che uccise uno di loro. Dopo varie tergiversazioni nel marzo del 1547 fu deciso lo spostamento del Concilio. La prima sessione a Bologna iniziò ad aprile del 1547 e durò poco più di un anno. Si discusse di: eucarestia, contrizione, confessione, estrema unzione e consacrazione sacerdotale. Tra i teologi si aprirono ampie discussioni sulle indulgenze e sul Purgatorio. In tema di riforma della Chiesa furono affrontati i problemi derivanti dal cumulo di benefici, della poca preparazione dei confessori e dei dilaganti abusi del clero. La successiva sessione, su forte spinta di Carlo V, riprese di nuovo a Trento nel 1551. Come osserva Rendina, lo spostamento del Concilio a Bologna “fu un grave errore che compromise in maniera determinante una riforma generale a cui aderissero anche i luterani aumentando al contrario i termini già netti dello scisma”. Vi fu contrarietà da parte di Carlo V che credeva di risolvere tutto con le armi ma, di fatto, i luterani non sarebbero mai intervenuti in un’assemblea convocata nello Stato Pontificio. Paolo III aveva il problema della morte del figlio Pier Luigi e la cosa lo interessava poco. Sospese il Concilio nel 1548 e lo sciolse definitivamente l’anno seguente. Finiva la possibilità di una Riforma cattolica e, alla ripresa dei lavori, il Concilio divenne un’assemblea che avviò la Controriforma. Questa scelta non era comunque improvvisa perché maturava già in chi aveva istituito la Santa Romana e Universale Inquisizione. L’Inquisizione Romana era stata pensata prima che il Concilio si aprisse, tanto per mostrare l’apertura con cui la Chiesa si apprestava a riconciliarsi. Il 21 luglio 1542, Papa Paolo III emanò la bolla Licet ab initio con la quale creava l’ Inquisizione Romana Sant’Uffizio(2) sotto la guida di Giovanni Pietro Carafa che (dal 1555) sarà il futuro Papa Paolo IV. Si trattava della riorganizzazione della vecchia Inquisizione Medioevale che, pur non avendo mai smesso di funzionare, non aveva ora strumenti culturali e materiali per intervenire contro le nuove eresie e contro quel grave male che era la cultura in espansione. Era un problema di efficienza della struttura repressiva che aveva fatto pensare ad una commissione permanente di cardinali e alti prelati diretta dal medesimo Papa che doveva mantenere e difendere l’integrità della fede, esaminare e proscrivere gli errori e le false dottrine. Il Carafa, lasciata al Papa la sola possibilità di concedere la grazia, dette tutto se stesso per rendere la nuova Inquisizione uno strumento repressivo di somma efficacia. Prima requisì un edificio romano e lo dotò di una prigione, quindi emanò 4 norme di procedura  per gli inquisitori: punire anche solo per sospetto; non avere alcun riguardo per i potenti; essere intransigente con chiunque avesse trovato rifugio da un potente; nessuna accondiscendenza con i calvinisti. Il futuro Paolo IV era convinto che l’azione sarebbe stata più efficace quanti più potenti si colpivano perché la salvezza delle classi inferiori dipende dalla punizione dei grandi. Inoltre, ma non lo disse, quanti più potenti si colpivano, meno avversari avrebbe avuto. In ogni caso si dette il via ad un’epurazione massiccia in ogni istituzione, ecclesiastica o laica. Ma il crudele maniaco Carafa vedeva con rabbia quella possibilità di grazia che aveva il Papa e riuscì ad arrivare al pieno della sua crudeltà, inaugurando roghi di ebrei convertiti ad Ancona e di eretici a Roma, solo quando divenne egli stesso Papa imponendo come Grande Inquisitore Michele Ghislieri che alla sua morte, come no!, divenne a sua volta Papa, l’altro criminale chiamato Pio V (e per questo santificato). Una festa di inquisitori che diventano Papi.

        Prima di concludere con questo Papa è utile riportare una sua posizione analoga a quella di Leone X sulla Favola di Cristo. Secondo una testimonianza di Diego de Mendoza, ambasciatore di Spagna presso il Vaticano, Paolo III “osava spingere la sua irriverenza verso Cristo fino al punto di affermare che non era altri che il sole, adorato dalla setta mitraica, e Giove Ammone rappresentato nel paganesimo sotto forma di montone o di agnello. Egli spiegava le allegorie della sua incarnazione e della sua resurrezione mettendolo in parallelo con Mitra. Diceva ancora che l’adorazione dei Magi non era altro che la cerimonia nella quale i preti di Zaratustra offrivano a Mitra oro, incenso e Mirra, le tre cose attribuite all’astro della luce. Egli sosteneva che la costellazione della Vergine o, meglio, della dea Iside che corrisponde al solstizio in cui avvenne la nascita di Mitra (25 dicembre), erano state prese come allegorie per determinare la nascita di Cristo, per cui Mitra e Gesù erano lo stesso dio. Egli affermava che non c’era nessun documento valido per dimostrare l’esistenza di Cristo per cui la sua convinzione era che non era mai esistito”.

        In linea teorica l’azione della nuova Inquisizione riguardava tutta la cristianità (meno il Papa) ma, nella pratica, proprio per quella territorialità che la Chiesa individuava nell’Italia, il suo operato fu quasi esclusivamente in questo Paese. Si può ben capire, comunque, come suonasse la finalità del Sant’Uffizio alle orecchie luterane alla vigilia dell’apertura del Concilio di Trento. L’iniziativa trovò subito dei ferventi sostenitori e tra essi, oltre il citato Carafa, i Gesuiti con Ignazio di Loyola.

IN ATTESA DELLA NUOVA SESSIONE DEL CONCILIO

        Il conclave per eleggere il successore di Paolo III fu un vero e proprio mercimonio principalmente tra le due eterne fazioni, quella francese e quella imperiale. Ma si verificò anche che non si ebbe a che fare con un vero e proprio conclave perché quella elezione fu fatta con le porte aperte, con i cardinali cioè che potevano muoversi liberamente per la città di Roma con lo spettacolo eccellente di trattative a cielo aperto. Dopo oltre due mesi di estenuanti trattative risultò eletto il romano Giovanni Maria Ciocchi del Monte che assunse il nome di Papa Giulio III (1550-1555). Il fatto che dopo oltre 100 anni di nuovo si aveva un pontefice romano scatenò la gioia della città che festeggiò compatibilmente con le povere disponibilità. Furono comunque feste pagane, tra cui l’uccisione di vari tori in Piazza San Pietro, molto gradite dal nuovo Papa che ebbe inoltre l’occasione di intersecarle con il nuovo Giubileo del 1550.

        Ed i banchetti in feste di lusso furono una costante del suo pontificato. Erano allietati da buffoni di corte che divertivano con licenze piccanti molto gradite, così come il teatro piccante, al Papa. Amava lusso e bella vita e per questo si fece costruire la imponente Villa Giulia, con un parco gigantesco, fuori Porta del Popolo. Naturalmente fu un nepotista accanito: ogni parente del Papa ebbe un incarico estremamente redditizio negli affari vaticani sia a Roma che nello Stato Pontificio. Anche il suo supposto figlio, Innocenzo del Monte, che passò da quindicenne depravato e guardiano di scimmie alla porpora cardinalizia ed alla responsabilità della Segreteria di Stato (era nominale perché il piccolo selvaggio era assolutamente incapace di assolvere quel compito).

        Unica parte di rilievo nell’operato di questo inutile fu la riconvocazione del Concilio di Trento proprio a Trento per il 1° maggio 1551. Ad esso invitò i principi tedeschi che già si erano espressi in favore di Lutero. Si discusse di eucarestia, confessione ed estrema unzione. Quando però intervennero i protestanti saltò ogni possibilità di accordo con le posizioni dogmatiche della Chiesa. Il Concilio fu sospeso nell’aprile del 1552 e non fu riconvocato per circa 2 anni. A lato delle divergenze insanabili in sede di Concilio era iniziata una nuova controversia tra Carlo V ed il Papa. Si trattava del ducato di Parma alla cui testa vi era, come si ricorderà, Ottavio Farnese. Carlo voleva riprendere a sé la città di Piacenza. Ottavio chiese l’aiuto del nuovo Re di Francia, Enrico II. Il Papa prima accondiscese alle richieste di Carlo V, quindi, dopo le minacce di Enrico II, accondiscese alle sue richieste. Niente di nuovo rispetto a giravolte già note che screditavano sempre più lo Stato Pontificio. Vi fu comunque un avvenimento che sembrò andare nel senso degli interessi della Chiesa. In Inghilterra l’unica figlia di Enrico VIII con Caterina d’Aragona, Maria (nata nel 1516) era stata reinserita nella linea di successione di Enrico VIII da una legge del Parlamento del 1544. Prima di lei vi era Edoardo troppo piccolo per poter governare, quindi vi era lei e, dopo di lei, quella che sarà Elisabetta I. Edoardo ereditò ufficialmente la corona e divenne Edoardo VI. Ma aveva nove anni. A norma della legge citata del 1544 e secondo le volontà di Enrico VIII, a Edoardo (in mancanza di una sua discendenza) sarebbe succeduta Maria. Se Maria non avesse avuto figli, la corona sarebbe passata alla figlia avuta da Anna Bolena, Elisabetta. E se anche Elisabetta non avesse avuto figli, la successione sarebbe tornata ai discendenti della sorella defunta di Enrico VIII, Maria Tudor. Edoardo morì nel 1553 e, anche se vi furono manovre per non rispettare la legge del Parlamento  (Edoardo prima di morire aveva indicato in un’altra persona, Lady Jane, l’erede al trono ma senza che il Parlamento avesse legiferato in proposito) Maria salì al trono d’Inghilterra come Maria I d’Inghilterra. Sembrava quindi che fosse possibile, con Maria I, riportare la Chiesa inglese nell’alveo di quella di Roma. Il Papa morì nel 1555 e non fece in tempo a vedere come andarono le cose: Maria morì nel 1558 ed in base alla legge del 1544 fu Elisabetta I a divenire Regina d’Inghilterra (anche qui con intrighi, condanne a morte ed anche questioni religiose che avevano fatto maturare l’idea che in Inghilterra non vi fosse più posto per sovrani cattolici).

        A questo ennesimo campione di Santa Romana Chiesa seguì un Papa che, per le sue doti di rigore ed onestà, riconosciute da tutti, fu scelto per portare avanti la Riforma.  Aveva presieduto il Concilio di Trento con la sua spiritualità ed illibatezza. Era il cardinale Marcello Cervini che, quando fu eletto, non cambiò il nome per mostrare che non cambiava di costumi. Assunse quindi il nome di Papa Marcello II (1555). Era un antinepotista che addirittura vietò ai suoi parenti di venire a Roma. Sembrava un vero miracolo, anche il vasellame prezioso fece togliere dalla tavola e sembrava che finalmente vi fosse un rappresentante evangelico. Ma i veri riformisti riuscirono a sperare in lui solo 20 giorni, dal 10 aprile al 1° maggio. Poi morì. Evidentemente Dio doveva essere quello malvagio del Vecchio Testamento: ogni volta che sembrava annunciarsi un Papa evangelico Egli lo ammazzava (era già successo con Pio III ed Adriano VI). E proprio per rendere ragione al Dio malvagio del Vecchio Testamento il successore fu quell’indegna figura del cardinale Gian Piero Carafa, già incontrato nella fondazione dell’Inquisizione Romana e notoriamente avverso a Carlo V, che assunse il nome di Papa Paolo IV (1555-1559). Anche qui i riformatori furono contenti per questa scelta ed a noi resta da chiedersi come sia stato possibile festeggiare l’elezione di Marcello II e un mese dopo quella di Paolo IV.

        I riformatori capirono presto che questo Papa non aveva interesse per l’unità dei cristiani e che tese tutte le sue energia alla politica, bieca e profondamente reazionaria (di lui i romani dicevano che se sua madre avesse previsto il suo futuro lo avrebbe strangolato nella culla). L’elezione vide il ritorno dei riti sfarzosi, degli ori e degli argenti, perché, come egli argomentava, occorreva incutere timore e rispetto agli altri e particolarmente ai sovrani in visita che avrebbero dovuto ascoltarlo a bocca aperta ed in ginocchio. Scrive in proposito Rendina: “Il papa-re emergeva nella figura di chi oltretutto non può sbagliare, col tono di superbia e sicumera di chi si ostentava a «duce» mentre «vagheggiava un ideale grande e nobile: liberare l’Italia ed il papato dalla opprimente preponderanza spagnola» come scriveva il Castiglioni durante il ventennio fascista su questo Papa, sottolineando con orgoglio come egli «mirava a stringere in un fascio (sic!) tutti i principi d’Italia contro la Spagna» e ricordando che, di fronte al venir meno della sognata coalizione patriottica dei sovrani italiani, «con fierezza d’animo protestava, senza perdersi d’animo quel pontefice nazionalista […]»”. Finalmente uno storico, il Castiglioni, che aveva capito tutto e confondeva allegramente Italia con Stato Pontificio.

        Dato il discredito del papato e l’ormai obsoleta dipendenza dalle incoronazioni e dalle autorizzazioni papali, Carlo V aveva firmato il 25 settembre 1555 la Pace di Augusta, senza appunto farne partecipe la Chiesa. Era una pace religiosa tra tutti i principi tedeschi secondo la quale era possibile nei territori del Sacro Romano Impero scegliere tra cattolicesimo e luteranesimo (e basta). Inoltre la popolazione doveva aderire alla religione del principe di quel territorio oppure doveva cambiare regione. Infine i beni ecclesiastici passavano nella disponibilità dei vescovi che passavano al luteranesimo senza che il principato potesse incamerarli. Contestualmente a ciò Carlo V abdicò a favore di suo figlio Felipe II in Spagna e di suo fratello Ferdinando I d’Asburgo come successore imperiale. Il Papa era furioso perché veniva decretata la sua marginalità oltre alla presa d’atto dello scisma luterano che, alla fin fine, rendeva superfluo il Concilio per una qualche pace religiosa tanto più che Ferdinando aveva accettato tutto il contenuto della Pace di Augusta. Tentò mosse tanto disperate quanto stupide: decretò in un concistoro che l’atto di abdicazione di Carlo non era valido e quindi che Ferdinando non era legittimato al trono dell’Impero. Per portare avanti questa crociata non si servì dei vari uomini della Chiesa ma solo dei suoi parenti. Un «duce» agisce così, per Giove ! Il fatto è che il poveretto non capiva nulla di politica ed era guidato solo dal suo egocentrismo che si coniugava con uno sfrenato nepotismo (i parenti non offuscano il padre padrone). Anche qui Rendina coglie bene la situazione: “Appare gratuito giustificare questo nepotismo di Paolo IV, adducendo motivi di stampo patriottico [come aveva fatto quello storico fai da te, ndr], perché il fatto che egli abbia costituito possedimenti per i nipoti con territori ecclesiastici, che abbia innalzato un soldato alla direzione degli affari religiosi, che abbia compiuto atti di guerra e versato del sangue è pur sempre lontano dallo spirito puro del cristianesimo. L’etichetta patriottica è una maschera che nasconde ragioni ecclesiastico-personali”.

        Rendina, quando parla del soldato elevato alla direzione degli affari ecclesiastici, si riferisce al nipote (siamo certi ?) Carlo Carafa, suo preferito. Era uno sregolato capitano di ventura, spregiudicato e di malaffare, che lo zio fece subito cardinale (assolvendolo a priori dei mali che aveva fatto e avrebbe potuto fare) per passarlo poi a Segretario di Stato (Primo Ministro) del Vaticano. ERa un abile personaggio che seppe tenere in pugno Paolo trattandolo da marionetta. Le gestioni fallimentari dei rapporti di Felipe II con Ferdinando I furono opera sua. Riuscì a creare un incidente nel porto di Civitavecchia, invischiando con alcune lettere, che avrebbe scritto a Ferdinando I, il cardinale Ascanio Colonna che mise l’uno contro l’altro i due eredi di Carlo V e condì il tutto con un’alleanza dello Stato Pontificio con la Francia (fine del 1555), che s’impegnava a difendere lo Stato Pontificio, anche se il Papa aveva un pessimo giudizio sia di spagnoli che di francesi con i quali ultimi avrebbe, secondo lui, regolato le cose a suo tempo. Ed anche se mostrò di avere una memoria cortissima che gli aveva fatto dimenticare il Sacco di Roma. L’utile immediato fu la confisca delle terre dei cardinali legati all’Impero, terre che passavano al nipote.

         La Spagna colse l’imbroglio della politica casereccia del Papa e da Napoli fece partire un esercito, guidato dal Duca d’Alba, verso Roma. Le truppe francesi dovettero ritirarsi per impegni su altri fronti (battaglia di San Quintino). Di nuovo Roma era potenzialmente in balìa di un esercito invasore per colpa di alcuni imbecilli che operavano per maggior gloria di Gesù. Per una provvidenziale mediazione di Venezia l’esercito spagnolo si fermò sotto le mura della città ma il Papa dovette riconoscere Felipe II come buon sovrano cattolico e dovette rinunciare all’alleanza con la Francia dichiarandosi neutrale (Pace di Cave del settembre 1557).

        Altra bestialità la fece Paolo IV con l’Inghilterra. Nel 1559 l’ambasciatore inglese Edward Carne lo informò che Elisabetta I Tudor aveva seguito Maria I sul trono d’Inghilterra. Paolo che odiava tutte le donne, ritenendole come Tommaso d’Aquino uomini “abortiti”, e che aveva avuto un debole per Maria, perché  aveva riesumato e bruciato il cadavere del padre in quanto eretico, ed operando con il rogo con i protestanti. Paolo chiese all’ambasciatore se Elisabetta si rendeva conto che l’Inghilterra era una proprietà della Santa Sede fino dall’epoca di Re Giovanni? Sapeva che un illegittima non può ereditare? Non aveva letto la sua ultima Bolla? Capiva che era pura audacia la sua di pretendere di governare l’Inghilterra, che apparteneva di diritto al papa? No, non poteva permetterle di continuare. Forse se la bastarda, l’usurpatrice, l’eretica avesse rinunciato alle sue ridicole pretese e si fosse presentata immediatamente a lui per chiedere perdono…. Elisabetta, due mesi dopo, ruppe le relazioni diplomatiche con Roma.

        Intanto Carlo Carafa, il cardinale condottiero ed imbroglione, spopolava in Curia e la sua omosessualità era divenuta intollerabile scandalo denunciato a più riprese dal cardinale di Lorena(3). Questo fatto (e non altri !) fece cambiare atteggiamento a Paolo che nel concistoro del gennaio 1559 condannò pubblicamente il comportamento dei nipoti e riprese i propositi di Riforma sia dello Stato che della Chiesa. E come fece il ducetto a riformare ? Non certo riprendo le sessioni del Concilio ma affidandosi ad un potenziamento ed inasprimento feroce dell’Inquisizione Romana ed ad uno dei peggiori crimini contro l’umanità, l’introduzione dell’Indice dei Libri Proibiti.

        Una delle prime iniziative dell’Inquisizione Romana sotto la direzione di Paolo IV, insieme al problema del catechismo(4)e della riforma dei libri liturgici, riguardò la redazione dell’Index librorum prohibitorum(5) (noto come Indice Paolino) il primo dei quali venne pubblicato nel 1559. Ad esso seguirono nel 1564 quello realizzato da Pio IV e nel 1596 quello di Clemente VIII (l’Indice clementino), il Papa antisemita che fece assassinare Giordano Bruno. Per completezza devo dire che un Indice era richiesto anche da insospettabili come quel Francesco Maurolico, matematico e meccanico, che ebbe a che fare con la formazione di Galileo. Questi proponeva non solo l’eliminazione di tutti i libri di autori sospetti ma anche l’auspicio che da Roma si portasse avanti l’edizione di opere di autori ortodossi perché in Italia si era diffusa la peste degli scritti luterani, eretici ed antropophagi tedeschi. Ma di Indici ve ne erano stati dei precedenti pubblicati a Roma (Cathalogus librorum Haereticorum con libri luterani ed anche con i Commentari di Pio II al Concilio di Basilea), Venezia (1549), Milano, Parigi e Lovanio nel 1554 (ma anche altri in epoca precedente e successiva comunque antecedente al 1559). Questi Indici avevano comunque validità locale molto limitata e non si avevano pene come quelle previste per l’indice del 1559.

        L’operazione era perfettamente in linea con l’avanzare inarrestabile della cultura, della conoscenza che son0o sempre state le peggiori nemiche della Chiesa che vive in un’abissale ignoranza del gregge. Occorreva stroncare le fonti e l’Index serviva a questo(6). I decreti che definivano l’Index contenevano, tra le altre cose, il divieto di stampare, leggere e possedere versioni della Bibbia in lingua volgare senza previa autorizzazione personale e scritta del vescovo, dell’inquisitore o addirittura dell’autorità papale (nel primo indice venivano vietate 45 versioni della Bibbia e del Nuovo Testamento in lingua volgare; tale divieto resterà fino al 1758 quando fu abrogato da Papa Benedetto XIV). Come conseguenza di questo provvedimento la produzione di Bibbie in italiano subì un brusco arresto. E’ utile avere un qualche riferimento degli autori che comparivano nel primo Index: Luciano di Samosata, Dante, Petrarca, Boccaccio, Ockham, Machiavelli, Erasmo, Rabelais. Più in generale erano all’Indice tutti gli autori non cattolici, 126 testi di 117 autori cattolici, 322 opere anonime, tutte le opere di astrologia e magia. La Bibbia si poteva leggere solo su permesso scritto di qualche prelato ed il permesso era concesso ai soli uomini che conoscessero il latino. Nel 1564, dopo la chiusura del Concilio, l’Indice viene aggiornato e diventa Indice Tridentino. La novità qui consisteva nella possibilità di togliere dai libri i passi ritenuti offensivi alla fede cattolica. Ciò comportò un altro elenco di libri da affiancare a quello dei libri proibiti, quello dei libri da espurgare, l’Index Librorum Expurgatorius, con la conseguenza che molti libri così ritagliati risultavano incomprensibili e contraddittori. Si e avanzavano qualche teoria in disaccordo con l’Aristotele della Scolastica, quello di Tommaso d’Aquino che, proprio in quegli anni (1567), veniva da Pio V nominato Dottore della Chiesa. Un’altra bolla del 1564 si inseriva in una questione estremamente delicata, il controllo di coloro i quali iniziavano ad alfabetizzarsi attraverso il controllo degli insegnanti da parte di esami del vescovo, dei luoghi in cui si svolgeva e dei testi che utilizzavano (la Chiesa, come accennavo, è sempre stata contraria all’alfabetizzazione di massa ritenuta un grave pericolo).

        La costruzione di un Indice non era però cosa facile che potesse fare qualcuno di sua iniziativa. Fu necessario istituire un gruppo di persone che fosse in grado di decidere cosa proibire o espurgare. Nel 1571 Papa Pio V, il Papa che vietò la pubblicazione di opere nelle lingue volgari (1567), che abrogò il carnevale, che con una bolla fece chiudere tutte le sinagoghe di Roma, che fece convocare il Veronese perché desse spiegazioni sul suo dipinto Cena in casa di Levi obbligandolo alla modificae che espulse gli ebrei dai territori dello Stato della Chiesa, organizzò ed istituì la  Congregazione per l’Indice, costituita da alcuni cardinali e vari consultori esterni, con lo scopo di tenere aggiornato l’Indice e di diffonderlo in ogni luogo della cristianità attraverso gli inquisitori locali (tanto per mostrare la valenza dell’Indice). Per parte sua il Sant’Uffizio, che aveva preso il posto dell’Inquisizione, voleva gestire in proprio la scelta dei libri da porre all’Indice. Riuscirà nel suo scopo solo nel 1916 quando la Congregazione verrà abolita con il Sant’Uffizio ancora vivo e vegeto (con un cambiamento di nome nel 1965, Congregazione per la Dottrina della Fede.

        Questo Papa ebbe molto di più da fare contro gli ebrei, gli assassini [loro ! ndr] di Gesù.  Il 12 luglio del 1555 emise la Bolla Cum nimis absurdum che istituiva la creazione del Ghetto di Roma, il serraglio degli ebrei; gli ebrei vennero quindi costretti a vivere reclusi in una specifica zona del rione Sant’Angelo. Anche in altre città dello stato pontificio gli ebrei furono rinchiusi in ghetti e obbligati a portare un copricapo giallo (glauci coloris), per essere immediatamente individuati. Agli ebrei veniva  proibito di esercitare qualunque commercio ad eccezione di quello degli stracci e dei vestiti usati. Inizialmente erano previste due porte che venivano chiuse al tramonto e riaperte all’alba. Paolo IV fu un acceso antisemita che impose conversioni forzate, in alternativa all’espulsione, battesimi di bimbi ebrei e altre infamità. Aveva addirittura mandato ad Ancona due commissari straordinari per arrestare e processare gli ebrei apostati che dal 1540 erano fuggiti dal Portogallo e si erano stabiliti in città. Nel 1556 furono impiccati e bruciati al rogo 24 marrani che si erano rifiutati di convertirsi alla religione cattolica. Per maggiore gloria di Gesù.

        Queste erano le armi che Paolo IV voleva utilizzare per la Riforma che però, in tal modo, divenne solo una Controriforma che volle imporre il credo (non quello religioso) della Chiesa a tutta l’umanità e chi non si adattava doveva essere affidato all’Inquisizione come eretico. L’operazione sarebbe servita forse a rafforzare la Chiesa al suo interno ma certamente ad escludere più che ad unire.

        Ancora in cose di Chiesa nel 1558 fece un ripetitivo ed inutile intervento. Con la bolla Cum secundum Apostolorum tentò di evitare che la scelta di un pontefice avvenisse al di fuori del Conclave evitando in sommo grado la simonia.

        E da ubriacone qual era diventato lasciò questa valle di lacrime(7) con Pasquino che scrisse di lui:

Carafa in odio al diavolo e al cielo è qui sepolto

col putrido cadavere; lo spirto Erebo ha accolto.

Odiò la pace in terra, la prece ci contese,

ruinò la chiesa e il popolo, uomini e cielo offese;

infido amico, supplice ver l’oste a lui nefasta.

Di più vuoi tu saperne? Fu papa e tanto basta.

        Fece posto ad un candidato di compromesso mite e schivo, infatti il conclave che seguì, durato 4 mesi, elesse al Soglio Pontificio Giovan Angelo de’ Medici che assunse il nome di Pio IV (1559-1565). Va subito detto che questo Papa non aveva nulla a che fare con la famiglia Medici di Firenze che aveva dato prove tanto disastrose nel papato. Egli proveniva da umile famiglia milanese che aveva raggiunto un certo grado di agiatezza grazie all’abilità ed al lavoro del fratello maggiore che si era distinto in una brillante carriera militare fino a diventare marchese e sposare una Orsini, cognata del cardinale Farnese. Ma i romani, sentito che l’eletto era un Medici, pensarono di tornare alle vacche grasse di Leone X e si scatenarono in riti sacrileghi per le strade. Appena eletto, il nuovo Papa, da persona comprensiva qual era, perdonò gli eccessi e, fatto molto più importante, criticò l’operato dell’Inquisizione riportandola all’ambito originale e moderò le iniziative dell’Indice. Egli era un assertore della Riforma da fare con il Concilio, che fece riaprire e che sotto il suo pontificato si concluse, e non con i metodi dell’Inquisizione.

IL CONCILIO SI CONCLUDE

        Pio IV iniziò a muoversi con vero spirito ecumenico. Non ebbe da rivendicare nulla con i sovrani cattolici. Li riconobbe tutti come entità esistenti indipendentemente dalla volontà della Chiesa e con loro iniziò a cercare accordi per riprendere le sessioni del Concilio di Trento. Dopo aver contattato Ferdinando I e Felipe II ed avere preso atto che tra Asburgo (corona imperiale) e Valois (corona francese) si era stabilita la pace tra cristiani sottoscritta nel 1559 nel Trattato di Cateau-Cambrésis, alla fine di novembre del 1560 annunciò con una Bolla la riapertura del Concilio di Trento per la Pasqua del 1561 anche se poi di fatto riaprì solo a gennaio del 1562. Uno dei motivi che spinsero Pio alla convocazione rapida della terza sessione del Concilio fu la nascita del movimento calvinista in Svizzera che stava dilagando anche in Francia. Nei colloqui tra Felipe II e Pio IV era nata la preoccupazione che in Francia si sarebbe potuto convocare un Concilio Nazionale per sanare i contrasti che dividevano lo Stato e ciò avrebbe potuto significare una nuova lacerazione nella Chiesa (quel Concilio Nazionale fu poi convocato a Poissy nel 1561 ma i vescovi francesi non furono d’accordo con il Re nel riformare la Chiesa in Francia in modo da trovare accordi con i calvinisti). Insomma vi erano contagi in tutta Europa ma Pio confidava di mantenere l’integrità di Italia e Spagna. E la Francia si accodò mandando suoi rappresentanti a Trento. Vi furono infinite dispute iniziali anche relative all’accettazione o meno di quanto già deciso. Ci volle molto tempo, con un paio di presidenti del Concilio (Ercole Gonzaga e Seripando), che morirono essendo fisicamente esausti, prima di incanalare, con la presidenza del cardinale Morone, il Concilio su una strada fruttifera. Servì una trattativa con i sovrani dei maggiori Paesi cattolici per stabilire che gli argomenti all’ordine del giorno erano di competenza autonoma della Chiesa e non emanazione di cardinali al servizio di quei Paesi. Dopo estenuanti incontri e scontri di lavoro nelle diverse commissioni religiose e teologiche, che evidenziarono l grande divisione tra la Curia ed i Vescovi, il Concilio arrivò a conclusione, sotto la spinta di Morone anche per voci che davano il Papa in fin di vita.

        Tra i vari possibili temi vennero affrontatati quelli: del sacrificio della Messa come “ripresentazione” del sacrificio di Gesù, condannando con ciò le idee luterane e calviniste della Messa come semplice “ricordo” dell’ultima cena e del sacrificio di Cristo; della Chiesa come gerarchia che discende da Pietro, con il Papa vicario di Cristo e con i vescovi successori degli apostoli; dell’indissolubilità del matrimonio e del celibato degli ecclesiastici; della natura del Purgatorio; del culto dei santi, delle reliquie e delle immagini sacre; delle indulgenze. Altre questioni non trattate per mancanza di tempo, tra cui quella dell’Indice, furono demandate alla Curia.

        A giugno del 1564 il Concilio fu dato per concluso con la Bolla Benedictus Deus, e Pio IV approvò tutti i decreti conciliari incaricando una commissione di vigilare sulla corretta interpretazione e attuazione degli stessi.

        Tutto era andato secondo i voleri della Curia romana che aveva vinto sui vescovi. Riforme marginali (ma in ben 250 punti rispetto ai vari diritti precedentemente in vigore), rafforzamento dell’ortodossia e della centralizzazione di ogni minima decisione a Roma e dura condanna del protestantesimo. Seppur vi fosse stato un qualche cambiamento nel senso dell’apertura e della riconciliazione, venne fagocitato dal Papa che, con il solito metodo pretesco, di fronte a chi interpretava alcuni dettami conciliari in senso vicino a chi voleva cambiare e chi in senso vicino alla curia romana, decise salomonicamente che ogni interpretazione poteva essere solo demandata a LUI. Ed un primo risultato si ebbe subito: gli atti del Concilio furono bloccati alla pubblicazione e si seppe di loro solo alla fine del XIX secolo (!). Ciò permise al Papa completa discrezione anche perché quella commissione che doveva vigilare sulla corretta interpretazione e attuazione dei decreti conciliari, era fatta da cardinali e personale della curia romana e chi avesse voluto protestare per la non applicazione di qualche decreto, non poteva farlo perché non lo conosceva. In ogni caso la fine del Concilio di Trento segnava la data d’inizio della Controriforma(o Riforma Cattolica). Il Concilio comunque riformulò e ribadì la dottrina cattolica riguardo ai punti che erano stati posti in discussione: la giustificazione (ossia i mezzi per la salvezza dell’anima), l’interpretazione delle Sacre scritture da parte della chiesa, i sacramenti (in particolare, si riaffermò la transustanziazione, secondo cui nell’Eucarestia si ha la presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nel pane e nel vino consacrati), la liturgia, il culto dei santi e della Madonna, l’uso delle indulgenze e l’obbedienza alla chiesa e al pontefice. E fece qualcosa di gravissimo, equiparò le Sacre Scritture alla tradizione della Chiesa elevando quest’ultima ad una Sacra Scrittura, con cioè una medesima autorità. 

Il Concilio di Trento

        Dalla Germania venne subito nel 1565 una risposta con l’Examen Concilii Tridentini del luterano Martin Chemnitz. Era una totale stroncatura del Concilio, che ebbe profonda influenza per secoli, che, in più, con citazioni teologiche molto dotte entrava in polemiche dottrinali sui sacramenti divaricando sempre più il solco tra le due Chiese. I difensori dell’ortodossia cattolica (domenicani e gesuiti) non sapevano bene cosa rispondere perché non conoscevano i decreti conciliari … che non potevano conoscere perché non potevano accedervi. Intanto gli anni passavano ed anche gli anziani testimoni conciliari sparivano con la conseguenza che ogni memoria del Concilio spariva. Intanto i luterani, a cui si associarono i calvinisti, già del 1562 negarono ogni validità al Concilio il cui scopo era perfettamente raggiunto, la divisione tra le Chiese era definitiva e sempre più incarognita. Ed anche l’Impero, Sacro e Romano, con Ferdinando I, per la prima volta non accettò il responso di una istituzione ecclesiastica.

        E non sembri che tutto marciava con dispute, magari violente, ma solo con manifestazioni verbali. Le guerre, soprattutto se di religione, sono le peggiori e chi ha forza e mezzi li usa. E la seconda metà del Cinquecento fu un terreno fertile per farne. Nel 1562 i cattolici massacrarono la comunità protestante di Vassy in Francia; nel 1572 ancora i cattolici massacrarono i protestanti Ugonotti (erano i francesi protestanti di tendenza calvinista) nella Notte di S. Bartolomeo (sette guerre fossero necessarie prima che terminasse in Francia la contesa tra cattolici e ugonotti); nel 1587 la protestante Elisabetta I di Inghilterra fece uccidere la cattolica Maria Stuart per problemi di successione al trono.

        Oltre a questo compito molto importante anche se fallimentare per l’unità della Chiesa (e non per colpa di Pio IV) vi sono altre vicende di questo Papa che meritano attenzione.

        Durante la sede vacante che portò all’elezione di Pio IV, Giovanni Carafa, fratello del più volte citato Carlo, ambedue nipoti di Paolo IV, aveva ammazzato personalmente il presunto amante di sua moglie che aveva avuto uguale sorte essendo stata fatta strangolare. Pio IV volle dare una punizione esemplare ai nipoti, più delinquenti che sregolati, del suo predecessore. Li fece arrestare tutti con l’accordo di tutti i cardinali meno uno, Ghisleri, che era stato l’Inquisitore Generale con Paolo IV. Vennero tutti condannati a morte con il sequestro di ogni loro bene e solo il più giovane, il cardinale Alfonso, ottenne la grazia (anticipo solo che Ghisleri sarà il successore di Pio IV con il nome di Pio V e che rivedrà il processo annullando la sentenza e, soprattutto, restituendo i beni ai Carafa). Non era comunque un processo al nepotismo perché, quando ho parlato bene di questo Papa, non ho detto che fosse contrario al nepotismo. Anzi ! Egli fu nepotista come gli altri estendendo il nepotismo non solo alla sua famiglia m anche a quelle in qualche modo legate alla sua: i Serbelloni, gli Hohenems ed i Borromeo. Sull’ultima famiglia in particolare andarono moltissimi favori ed in modo rilevante a Carlo Borromeo, fatto cardinale e fiduciario di Pio IV (fu Borromeo che spinse nel senso della Restaurazione cattolica). Anche Roma ebbe qualche beneficio, ancora con l’opera di Michelangelo, che dalle Terme di Diocleziano ricavò la Basilica di Santa Maria degli Angeli (anche Borgo Pio, il quartiere che lega Castel Sant’Angelo con la Basilica di San Pietro, sorse sotto il suo pontificato).

        Amava il lusso e lo sfarzo ma si sa che donò ai poveri e morì senza arricchimenti personali. Suo successore sarà un altro criminale ed incallito assassino, l’Inquisitore Generale sotto Paolo IV, il cardinale domenicano Michele Ghisleri.

L’INQUISITORE SUL TRONO DI PIETRO

        Alla morte di Pio IV il conclave era in mano all’abile tessitore Carlo Borromeo e, come stabilito da Pio, il conclave tornò ad essere chiuso senza influenze dall’esterno. Carlo Borromeo (anche con il sostegno del cardinale Farnse) portò a far vincere nel conclave la linea della piena restaurazione contro quella opposta che prevedeva una linea dialogante e conciliante. Il massimo rappresentante di una dura controriforma non poteva che essere l’ex Grande Inquisitore Michele Ghisleri che fu eletto assumendo il nome di papa Pio V (1566-1572).

        Si presenta da umile e rigoroso Pio V in accordo con la sua origine di pecoraio. Niente festeggiamenti all’elezione con il denaro dato ai poveri. Fa vita da asceta con abiti non sfarzosi coprendo con l’abito da Papa quello povero da domenicano, nutrendosi poco e dormendo su un pagliericcio, andando scalzo ed a capo scoperto in processione. Sembrava proprio un Papa che tornava al Vangelo che non si occupava di guerre pensando che la Chiesa non cresce con i cannoni ed i soldati e che ha solo bisogno di preghiere, di ascetismo e di Testi Sacri. Anche il nepotismo non lo riguardò e furono gli altri cardinali a consigliargli di fare cardinale un suo nipote, il domenicano Michele Borelli, perché lo aiutasse in un rapporto di fiducia (come degnamente fece). Un altro nipote che fece capitano delle guardie fu da lui cacciato perché si comportava in modo indegno. Eliminò sfarzi e divertimenti dalla corte pontificia, riformò la Curia obbligando i vescovi a risiedere nei loro territori, introdusse pene severe per i peccatori del non rispetto del riposo domenicale, per quelli che bestemmiavano, per i concubini e gli adulteri (questi ultimi venivano frustati in pubblico). E già che c’era, abolì il peccaminoso Carnevale, vietò con due bolle (1567 e 1570) la questua ed il virgiliano dirum nefas cioè l’esecrabile vizio libidinoso e l’infamia contronatura (1568), vietò rigorosamente ogni discussione sul miracolo dell’Immacolata Concezione (1570) e, con un provvedimento che avrà molta importanza nei futuri processi dell’Inquisizione, l’11 aprile 1567 concesse il titolo di dottore della Chiesa a Tommaso d’Aquino. Naturalmente tentò seri provvedimenti contro le prostitute o cortigiane che continuavano ad essere un numero enorme (intorno alle 7000 quelle censite) a Roma che faceva circa 50 mila abitanti. Il fatto è che Roma è sempre stata piena di preti e chierici d’ogni tipo e, come oggi vicino alle caserme, la prostituzione è un grande affare. Oltretutto la Chiesa guadagnava molto da esse per le tasse che imponeva e le tangenti che riscuoteva dai protettori. Come al solito, di fronte ai decreti di espulsione, le prostitute di basso rango se ne andarono con tutti i loro averi essendo poi derubate di ogni bene appena fuori città, molte gettate nel Tevere ed altre semplicemente ammazzate, molte sopravvissute morirono di miseria e fame. Queste notizie e l’intercessione di ambasciatori e nobili fecero tornare indietro il Papa dalla sua decisione riprendendo le prostitute a Roma ma con obbligo di risiedere solo in un determinato quartiere e pene severe in caso contrario. Per le prostitute d’altro bordo, il problema non si pose. In ogni caso Roma sembrava diventata un convento, in accordo con l’idea di una dura restaurazione interpretata da Pio V. Dati i precedenti da Inquisitore sotto Paolo IV (mentre Pio IV lo aveva liquidato come tale) grande occupazione dette il Papa a questa istituzione che potenziò all’inverosimile a cominciare dalla ricostruzione del Palazzo dove aveva sede e delle carceri annesse distrutto dalla collera popolare dopo la morte di Paolo IV (i lavori iniziarono nel 1566 e terminarono nel 1569). L’Inquisizione doveva servire a moralizzare i cittadini, le singole persone che non pensavano come il Papa, a spegnere ogni minima idea di critica e di diversità. O con la Chiesa o eretici.

        La popolazione, i primi tempi incredula di un Papa così pio, iniziò a vivere nel vero e continuo terrore perché l’Inquisizione arriva ovunque con minimi sospetti e vaghe delazioni e ti tortura ed uccide, privandoti di ogni bene. E Pio V risultava essere un vero mostro sanguinario. E vescovi e cardinali in giro per l’Italia non trovarono di meglio che imitarlo trasformando l’intera Italia in un incubo per ogni persona, pur lontana da ogni peccato. Il più bravo criminale imitatore di Pio V fu il cardinale Carlo Borromeo. Apro in proposito una brevissima parentesi per ire che la Chiesa non trovò di meglio che santificare questi due incalliti criminali  e magari non Pio IV che volò molto ma molto più in alto di questi due assassini. Anche i sovrani cattolici iniziano a cogliere il nuovo spirito. Più si è assassini più si è premiati, come Cosimo de’ Medici che venne promosso a granduca, come Massimiliano II d’Asburgo, successo al padre Ferdinando I nel 1564, che per il suo impegno controriformista venne elevato a arciduca. Pio V, da vero sadico, scrisse anche a vari sovrani stranieri per chiedergli durezza e nessuna pietà contro l’eresia (figurarsi la felicità di chi può eliminare i nemici politici incriminandoli di eresia). In particolare questo papa assassino scrisse a Felipe II affermando: “Riconciliarsi mai; non mai pietà; sterminate chi si sottomette e sterminate chi resiste; perseguitate ad oltranza, uccidete, ardete, tutto vada a fuoco e a sangue purché sia vendicato il Signore; molto più che nemici suoi sono nemici vostri“. Uno così dovrebbe essere rinchiuso in un  manicomio criminale ed invece la Chiesa, nel suo insieme lo ha fatto santo ! Ma non basta, con somma coerenza, colui che diceva non aver bisogno la Chiesa di cannoni e soldati, inviò truppe in aiuto dei cattolici francesi nella guerra e le stragi contro gli Ugonotti, truppe che avevano l’ordine di non prendere prigioniero nessun ugonotto e di uccidere subito chiunque gli capitasse tra le mani(8). Rendina riporta il giudizio di uno storico come Giovagnoli che scriveva: s’inebriò delle stragi di Cahors, di Tours, di Amiens, di Tolosa e al Duca d’Alba mandò in premio il cappello e la spada benedetti.

        Riuscì a mettere insieme una Lega Santa contro i Turchi formata da Genova, Venezia e Spagna. I Turchi furono battuti al largo di Lepanto il 7 ottobre 1571. L’importantissima vittoria che fermò l’avanzata ottomana fu appunto solo finalizzata a quello scopo. Pio non fu soddisfatto perché avrebbe voluto la liberazione dei Luoghi Santi.      

        Altre imprese di Pio V erano dirette sempre alla sua ossessione di sterminare l’eresia. In Inghilterra appoggiò Maria Stuart perché cattolica contro l’anglicana Elisabetta I che scomunicò nel 1570 (i massacri papali nel continente comportarono odio in Paesi non cattolici e proprio in Inghilterra vi furono persecuzioni e morte per i cattolici). Ancora in Italia nel 1569 emanò una sciagurata Bolla contro gli ebrei, la Hebraeorum gens sola quondam a Deo dilecta, con cui gli ebrei vennero espulsi da ogni luogo nello Stato Pontificio meno che da Roma ed Ancona dove vi erano i ghetti per rinchiuderli. Gli ebrei di Bologna passarono nel vicino territorio estense; ma siccome la bolla ordinava anche la distruzione di tutto ciò che potesse ricordare l’esistenza di una comunità ebraica, compresi i cimiteri, gli ebrei di Bologna abbandonarono la città portando con sé anche i loro morti. In seguito scomparvero per sempre alcune comunità ebraiche italiane: quelle di Ravenna, Fano, Camerino, Orvieto, Spoleto, Viterbo, Terracina, che mai più risorsero. Gli ebrei abitanti presso Roma si rifugiano nel già sovrappopolato ghetto romano.

        Ed il suo Dio, quello ancora del Vecchio Testamento, geloso di tanto uomo, se lo riprese vicino a sé nel 1572. E qui si dimostra che quel Dio è buono.

LA CONTRORIFORMA IN AZIONE

        Alla morte di Pio V il conclave iniziò ad essere manovrato da Alessandro Farnese che puntava ad essere eletto. Poiché Farnese era un falco della stirpe di Pio V e Borromeo, Felipe II fece discretamente sapere a Farnese che era meglio si ritirasse per ricercare la possibilità di avviarsi verso la pace. Farnese ubbidì aprendo così la strada all’elezione di Ugo Boncompagni che assunse il nome di Papa Gregorio XIII (1572-1585). Si trattava di persona più mite e blanda che non il predecessore ma era estremamente tentennante, indeciso sì che faceva una norma e poi non la faceva applicare (Pasquino ebbe subito a dire: Habemus papam negativum). Comunque anch’egli proveniva da una vita licenziosa ed aveva un figlio, Giacomo. La novità è che, quando arrivò al pontificato, la sua vita divenne ligia, seria ed ineccepibile. Tentò con impegno di applicare la Controriforma conciliare servendosi, ahimé !, ancora dell’influente consiglio di Carlo Borromeo. I Romani ritrovarono modo di respirare perché era andata via l’orrida cappa di Pio V. [Quelle che seguono virgolettate sono il mio riassunto di alcune delle cose che scrisse Montaigne in viaggio a Roma] “Si respirava tanto che Roma divenne la città più insicura del mondo, visto l’espandersi a macchia d’olio di bande di briganti che aggredivano tutto e tutti non solo di notte ma anche di giorno. Quindi da una parte i banditi di strada e dall’altra i nobili che avevano bande armate per la loro difesa ma anche per attaccare le bande di altri nobili. Si era creato un dualismo ributtante, da un lato il Papa con i suoi dogmi e la sua moralità, dall’altro la massima corruzione ed il massimo libertinaggio. Le cortigiane non erano più quelle di una volta, avevano perso rango dopo le cure di Pio V ed ora erano semplici prostitute da strada. Gli omosessuali erano cresciuti in città ed avevano acquisito il costume di sposarsi in chiesa. Quando vi era un matrimonio ordinario una coppia di omosessuali ripeteva le stesse frasi che l’ecclesiastico richiedeva a chi era vicino all’altare ed alla fine si davano per sposati con un bacio e con i festeggiamenti normali. Poi andavano regolarmente a convivere”.

        Il tentativo bonaccione di ecumenismo tra i cittadini non andò a buon fine ed anche il figlio che, nominato a cariche importanti ne approfittò liberando dal carcere un suo amico, tradì suo padre. Ed anche l’espressione bonaccione deve essere immediatamente corretta se si pensa ai massacri che l’Inquisizione continuò imperterrita a compiere(9).

        Comunque era intenzione di Gregorio di far uscire la Chiesa da una angusta romanità. Volle aprirsi al resto dell’Europa a partire dal’Anno Santo del 1575, per celebrare il quale aveva fatto costruire vari collegi per stranieri dove accogliere i pellegrini ecclesiastici. Particolare attenzione ebbero i Gesuiti che operavano già nel mondo come evangelizzatori. Fece ampliare di molto il loro Collegio Romano che acquisì il rango di Università Gregoriana. Ma l’impresa per la quale egli è ancora oggi ricordato nel mondo intero è quella della Riforma del Calendario che appunto si chiama Gregoriano. All’inizio solo Italia, Spagna e Portogallo accettarono quello spostamento di un colpo di 10 giorni, ma poi, piano piano aderì tutto il mondo [questo tema l’ho trattato diffusamente altrove, ndr].

        Per il resto lascia sconcertati il suo agire in occasione di una tragedia immane, quella della Notte di San Bartolomeo (tra il 23 ed il 24 agosto del 1572). Ma il mio è ancora un giudizio di chi penserebbe alla buona fede che non c’è mai perché c’è la facciate e l’agire sporco che è una delle caratteristiche degli uomini della Chiesa. In quel frangente in cui i cattolici sotto l’esaltazione della vittoria a Lepanto contro gli ottomani, dopo aver chiuso le porte di Parigi, diedero ordine di ammazzare tutti i protestanti vi era poco di religioso e molto di politico. Era una guerra di successione al trono di Francia che marciava per vie proprie e con i metodi con cui i cattolici regolavano i conti con gli avversari politici. L’orrenda strage non era da considerarsi comunque una vittoria della vera fede contro i protestanti. Eppure Gregorio gioì del massacro ritenuto come una vittoria dei cattolici sui protestanti, benedisse gli esecutori, celebrò una messa di ringraziamento, fece feste in città, illuminò Roma e fece coniare una medaglia. Mentre Gregorio gridava tutta la sua soddisfazione per l’operato dei suoi sanguinari correligionari, assolveva un assassino di strada come Guercino che aveva ammazzato solo 44 persone. Stesso spirito sanguinario espresso a chi gli proponeva l’assassinio di Elisabetta I d’Inghilterra: “Chiunque la toglie dal mondo, al debito fine del servizio di Dio, non solo non pecca, ma si acquista un merito, soprattutto tenendo conto della sentenza lanciata contro di lei da Pio V“. D’altra parte vi era stata la Bolla del criminale Pio V, Regnans in excelsis (1570), nella quale Elisabetta era bollata come eretica e di lei si diceva:

« … La stessa donna, acquistato ed usurpato in proprio favore il posto di supremo capo della Chiesa in Inghilterra, deve essere punita…Noi dichiariamo che la predetta Elisabetta è un’eretica e produttrice e sostenitrice di eretici … che lei ed i suoi sostenitori sono incorsi nella sentenza di scomunica … la dichiariamo privata di ogni diritto e potere, dignità e privilegio. Dichiariamo tutti i Nobili, soggetti e popolo e tutti gli altri che le obbediscono, sciolti da ogni vincolo di fedeltà ed obbedienza verso di lei … proibiamo a chiunque di obbedirle … e scomunichiamo chiunque farà il contrario»(10).

         Vero cristiano, Gregorio XIII, anzi cattolicissimo. In linea con Pio V. Finalmente l’assassinio politico aveva il suo pieno riconoscimento religioso e finalmente Gregorio XIII si riuniva idealmente al suo criminale predecessore, Pio V. Il nostro tentò anche delle spedizioni militari verso l’Inghilterra, attraverso l’Irlanda, che non ebbero alcun seguito oltre quello di un aumento spropositato delle tasse che fece imbestialire i romani.

        Alla morte di Gregorio XIII seguì l’elezione di Papa Sisto V (1585-1590). Qualcuno racconta che il cardinale Felice Peretti si presentò in conclave dando l’idea di un moribondo che si trascinava e la commedia sarebbe stata costruita per favorire la propria come l’elezione di un Papa di transizione e comunque in balìa della Curia. E’ invece accertato che vi furono molti maneggi di due potenti cardinali per far eleggere questo cardinale di umili origini come Pio V (quello pastore di pecore questo addetto ad una porcilaia): Ferdinando de’ Medici e Luigi d’Este. Entrerà nell’Ordine dei Minori e sarà subito severissimo con ogni devianza tanto che sarà notato e fatto subito Inquisitore con ogni elogio prima di Paolo IV poi di Pio V. Fu tenuto al margine da Gregorio perché troppo duro e rigido nei riguardi dei costumi della Curia. In questo periodo stette in  silenzio e sopportò anche l’assassinio di suo nipote Francesco Peretti da parte di Paolo Giordano Orsini, amante della moglie Vittoria Accoramboni. Appena eletto, divenne subito un Papa della Controriforma, a parte il nipote quindicenne Alessandro fatto cardinale ed il solito abominevole nepotismo con i suoi parenti. Iniziò a scatenare i suoi anatemi e le sue vendette contro tutti, anche contro quella coppia di amanti che si erano sposati durante il conclave immaginando che l’assassinio compiuto fosse andato dimenticato (tutte le famiglie nobili ebbero posti di prestigio e ben remunerati ma quell’Orsini e sua moglie dovettero tenersi lontani da Roma scappando prima a Bracciano e poi a Venezia inseguiti dai sicari del Papa. L’Orsini si salvò perché morì per una infezione ma Vittoria fu pugnalata dal sicario di Sisto, Ludovico Orsini). Sisto si scatenò contro ogni attività ritenuta illecita: banditismo, vizio, gioco, duelli e prostituzione. Istituì la pena di morte per chiunque portasse armi e per chi desse asilo, nobili ed ambasciatori che fossero, ai banditi ed ai portatori di armi. Per i cardinali vi era il carcere in Castel Sant’Angelo. Ed il fatto che non era un tentenna come il predecessore lo mostrò appena eletto con 4 giovani impiccati a Ponte Sant’Angelo perché trovati con delle armi. A Roma si instaurò un vero e proprio regime di polizia che operava ad imitazione dell’Inquisizione. Non vi era alcuna garanzia per nessuno. Bastava una spiata, una delazione anche falsa, per essere ammazzati senza alcuna pietà per circostanze o fatti particolari.

        Con lo stesso spirito portò avanti la riforma della Curia, del conclave (massimo 70 cardinali), delle finanze (gli introiti aumentarono insieme alle tasse, che colpirono praticamente ogni cosa, con odio montante tra i romani che non solo potevano più darsi ai vizi preferiti ma dovevano pure pagare per questo). Comunque Sisto dette il via alla sistemazione urbanistica di Roma. Restaurò l’acquedotto di Alessandro Severo che da allora divenne l’Acquedotto Felice. Con questa opera divennero abitabili altri coli di Roma precedentemente deserti, come l’Esquilino, il Viminale ed il Quirinale. Ma ciò fece danni enormi perché la gestione di Sisto era di persona che si disinteressava completamente dell’antichità classica. Furono sventrati interi edifici antichi e monumenti, opere eccellenti del passato furono utilizzate come cave di marmo per gli edifici ecclesiastici. Come furono distrutte delle colonne di Traiano e Marco Aurelio per farne i piedistalli delle statue di San Pietro e San Paolo. Sotto il suo pontificato furono innalzati (imprese architettoniche gigantesche) gli obelischi in Piazza del Popolo, in Piazza San Giovanni in Laterano, in Piazza San Pietro(11), in Piazza Santa Maria Maggiore. L’architetto Domenico Fontana fu l’artefice di queste sfide impressionanti. Altrove vi era la pena di morte per tutto e tutti: per i protettori di prostitute e per le madri che vendevano le giovani figlie. Di nuovo le prostitute furono sistemate in un luogo delimitato della città. Anche la Curia viene controriformata: i cardinali non possono più avere amanti, figli e nipoti (è praticamente Sisto che equipara le due parole riferendole ai cardinali, conscio di ciò che era davvero suo nipote), i cardinali debbono essere preferibilmente italiani, i cardinali debbono giurare fedeltà al papa perché sono come gli apostoli intorno a Cristo (sic!). La Chiesa solo evangelica non interessa più e non deve esistere più per far posto all’ordine ed alla restaurazione politica secondo gli interessi del mantenimento della struttura Chiesa in sé. E’ il demonio Lutero che giustifica la dittatura del Papa.

Progetti dell’architetto Fontana per imbragare l’obelisco di San Pietro e sollevarlo.

Ricostruzione dell’operazione con il migliaio di operai addetti all’opera di innalzamento.

        In politica estera assisterà dall’esterno alla lotta per il trono di Francia nota come Guerra dei Tre Enrichi (Enrico III di Francia, Enrico di Borbone, Enrico di Guisa), regnante Enrico III. Questa guerra, non combattuta con le armi ma con le delazioni, i sotterfugi e lo spionaggio, scoppiò nel 1584 quando fu designato erede al trono Enrico di Borbone che era un fervente ugonotto (alla fine la guerra fu vinta da Enrico di Borbone che divenne Enrico IV e che, per diventare re di Francia dovette rinunciare alla sua religione ugonotta. E’ in questa occasione che egli ebbe a dire: Parigi vale bene una messa). Riguardo all’Inghilterra si rese conto che Elisabetta I era un grande personaggio quando decise di giustiziare la cattolica Maria Stuart. Capì che non si poteva solo demonizzare perché se fosse stata cattolica sarebbe stata la sua favorita per il polso che mostrava in ogni situazione. E, pur essendo alleato a Felipe II, non aveva troppa fiducia nella sua Armada Invencible (130 navi con 24000 uomini) che andava ad attaccare l’Inghilterra (1587) per mettere fine alle depredazioni inglesi nei Caraibi delle navi spagnole cariche d’oro, tramite pirati della Corona Britannica (ed anche perché la potenza marittima inglese era in pericolosa crescita). Ed infatti l’Armada andò a fondo per una eccellente manovra della più modesta flotta inglese e per una provvidenziale tempesta e da questo momento iniziò l’inarrestabile declino della Spagna fino alla conquista della democrazia nel 1975.

        Dopo Sisto V si ebbero tre Papi che rapidamente scomparvero in meno di un anno:

228. — Urbano VII, Romano, Giambattista Castagna, 15.IX.1590 — 27.IX.1590.
229. — Gregorio XIV, di Somma Lombarda, Niccolo Sfondrati, 5, 8.XII.1590 — 16.X.1591.
230. — Innocenzo IX, Bolognese, Giovan Antonio Facchinetti, 29.X, 3.XI.1591 — 30.XII.1591.

in linea di principio ed in accordo con quanto già accaduto solo il primo era un uomo probo che distribuì gran parte del suo patrimonio ai poveri della città. E probabilmente sarebbe stato un Papa degno.  Il secondo fu un criminale che ammazzò in un solo anno molti eretici con l’Inquisizione oltre alla solita scomunica contro Enrico IV ed al nepotismo. Il terzo non si alzò quasi mai dal letto dove era malato, lo fece tra l’altro per incitare alla guerra contro Enrico IV. Ma, appunto, le loro repentine scomparse non ci permettono di aggiungere altro.

        Ad Innocenzo IX i cardinali del conclave pensarono dovesse seguire un Papa in buona salute. Comunque anche le posizioni politiche (sic!) sarebbero state importanti perché vi erano almeno due fazioni: quella che voleva una rigida applicazione della Controriforma o una qualche mediazione più blanda sulle due questioni sul tappeto: la politica da seguire con la successione in Francia e l’atteggiamento da avere con i protestanti. Il partito dell’estremo rigore aveva il cardinale di Sanseverino, amico della Spagna, come crudele candidato e spietato inquisitore. L’altro partito non aveva candidati. Riuscì comunque a non far eleggere Sanseverino ma l’ultimo tra i candidati graditi alla Spagna Ippolito Aldobrandini che assunse il nome di Papa Clemente VIII (1592-1605). 

        Clemente iniziò con digiuni, con pellegrinaggi alle basiliche di Roma quindici volte l’anno, con la confessione e comunione quotidiana. Si emozionava e piangeva alla messa, ogni volta che assisteva alla consacrazione. Ma questi bigotti, alla Pio V, sono sempre stati i più pericolosi. Fu certamente un fiero sostenitore della Controriforma. Come tale vietò il Carnevale e lo volle sostituito con spettacoli coreografici e rappresentazioni sacre di crocifissioni, passioni e consimili, sempre fatte con ricchezza di costumi e mezzi che ancora oggi allietano le sagre paesane e rendono qualche soldo ad osti ed amministrazioni comunali. Sembrava un asceta ma gli piaceva sfarzo e lusso, andando a vivere al Palazzo del Quirinale anche se non ancora finito ma già a buon punto e viaggiando spesso non privandosi di conforti tanto da portare alla rovina le finanze del Vaticano- Naturalmente inventò nuove tasse che fecero di nuovo imbufalire i romani. Tuonò contro il nepotismo e dei 3 nipoti che aveva due li fece cardinali (Cinzio e Pietro) e dell’altro (Gian Lorenzo) fece cardinale il figlio quattordicenne. A tutti e 3 dette incarichi e compiti molto redditizi. Pietro, tra l’altro, costruì una sontuosa villa a Frascati servendosi dell’opera dell’architetto preferito del Papa, Carlo Maderno. Villa sfarzosa certamente ma in grado di azzerare le finanze della Curia. L’altro divenne protettore del Tasso, il cantore a pagamento della Controriforma, ormai vecchio rimbambito.

        In politica estera tentò di rendere la Chiesa sempre più indipendente dalla Spagna e, sul fronte francese, si riappacificò con Enrico IV, togliendogli nel 1595 la scomunica di Sisto V e riconoscendolo come legittimo sovrano di Francia, subito dopo la sua conversione al cristianesimo (1593). Riuscì poi a far firmare  la pace tra Francia e Spagna (1598). E visto che la Francia era ormai amica del Papa, quest’ultimo ne approfittò per riuscire ad annettere allo Stato Pontificio il Ducato di Ferrara (con le città di Modena e Reggio) governato da Alfonso II d’Este. In politica interna ripristinò leggi che aveva abolito o reso più blande Sisto V, in particolare quelle che colpivano gli ebrei con molte vessazioni economiche e sociali; e queste leggi restarono in vigore fino a Pio IX. Naturalmente l’Inquisizione funzionava senza sosta(12). Ma il pezzo forte del suo operato fu l’organizzazione del Giubileo del 1600. Per incanalare il maggior numero di pellegrini già ad ottobre del 1599 sospese ogni indulgenza in modo che i fedeli dovessero recarsi a Roma per ottenere l’auspicata indulgenza plenaria. Roma, che all’epoca era arrivata ad avere all’incirca 100 mila abitanti, nel 1600 ricevette 3 milioni di pellegrini che avrebbero ottenuto l’indulgenza ambita a patto di visitare 15 volte, se straniero, o 30 volte, se romano, le basiliche della città. A queste peregrinazioni si accodò spesso Clemente che fece anche 60 visite di basiliche (la fede attraverso un numero è pura stregoneria !). Occorreva anche sfruttare quel clamoroso evento per dare un esempio a tutto il mondo: con la Chiesa non si scherza essa è l’unica autorizzata a parlare, è l’unica che ha la verità, che è in grado di stabilire ciò che è vero e ciò che è falso e quindi chi è in santità o eretico. All’inizio di quell’anno, il 17 febbraio, fu compiuto il più odioso crimine della Chiesa su ordine dello stesso Papa. Mentre l’Inquisizione funzionava a pieno ritmo e che prima ammazzava e poi bruciava gli eretici, con Giordano Bruno non vi fu questo trattamento di favore. Il grande pensatore, dopo aver passato anni di torture nelle segrete dell’Inquisizione romana, fu bruciato vivo in Campo de’ Fiori. Fu trascinato dalle carceri di Tor di Nona con la mordacchia, un bavaglio di cuoio sulla bocca, bavaglio nel quale era inserito un grosso chiodo ricurvo che andava infilato in mezzo alla lingua in modo che essa restasse sospesa in mezzo alla bocca senza che il povero Bruno potesse profferire una sola parola. Lo ammazzavano e ne erano terrorizzati. Lo stesso Bruno, quando fu pronunciata la condanna contro di lui, ebbe a dire: “Avete più paura voi a pronunciare la sentenza di quanta ne abbia io ad ascoltarla“. Di questo grande pensatore, che è diventato un martire del libero pensiero, ho scritto molto e rimando ad un articolo che parla di lui nell’ambito dei processi celebri dell’Inquisizione Romana. Altro episodio, meno noto, è quello che ha riguardato Beatrice Cenci. Nella nota(13) riporto notizie più dettagliate, qui dico alcune cose in breve. Beatrice Cenci e la sorella erano due giovanette delle quali abusava il padre, un violento delinquente che però conosceva il Papa e che da lui aveva garantita la salvezza, fatto che comportava il seguito delle violenze e degli abusi sulle bambine. Alla fine della storia Beatrice ed alcuni fratelli, con una complicità esterna, ammazzarono il padre delinquente, incestuoso e pedofilo. Scoperta la cosa fu anche qui il buon Clemente che ordinò la decapitazione di tutti (eccetto un giovanetto di 15 anni, Bernardo, che però fu costretto ad assistere alle esecuzioni).

        Insomma quest’altro esemplare di Papa, dopo queste prove di amore cristiano, morì. E meno male ! Seguì l’elezione di Alessandro de’ Medici che assunse il nome di Papa Leone XI (1605), che però morì prestissimo. Meglio così, era anche lui un ascetico e chissà cosa avrebbe potuto combinare !

        Il conclave seguente vide eletto un indipendente, rispetto alle varie pressioni di Francia, Spagna ed Austria, il cardinale, ex inquisitore e zelante controriformista, Camillo Borghese che assunse il nome di Papa Paolo V (1605-1621). Operò subito in accordo con la Controriforma con una serie di provvedimenti interni alla Chiesa come il riconoscimento di alcuni ordini (San Filippo Neri e San Camillo de Lellis), l’importanza assegnata ai Cappuccini, l’obbligo della clausura per gli ordini che la prevedevano, l’invio di molte missioni in giro per il mondo e la concessione della Cina ai Gesuiti dove, per la prima volta, si poterono diffondere i Testi Sacri in lingua locale (e non in latino). A queste azioni, che possono apparire evangelizzatrici, di uno spirito rigoroso ma aperto al rinnovamento, corrispose un operato del Papa qualificabile come rigido assolutismo. Ne dette prova immediatamente mandando a morte una persona che in un libello non pubblicato aveva criticato Clemente VIII per le sue atrocità e dando l’interdetto a Venezia perché non voleva assoggettarsi alle norme ecclesiastiche(14).

         Altro fallimento in politica estera riguardò i rapporti con l’Inghilterra. Paolo V ed i suoi consiglieri avevano intravisto nella successione al trono d’Inghilterra la possibilità di tornare ad un’Inghilterra cattolica. Alla morte di Elisabetta I era salito al trono Giacomo I Stuart (1603), figlio della cattolica Maria Stuart fatta giustiziare da Elisabetta. Il Papa scrisse una lettera al nuovo Re (1606) con la quale tentava di proporsi come suo unico referente religioso. Giacomo non volle aderire a tale richiesta ed esplicitamente propose se stesso come pacificatore tra cattolici e protestanti in Inghilterra. Richiese un giuramento di fedeltà ai suoi sudditi ai quali chiedeva di riconoscere lui come prima autorità rispetto ad ogni altra. Paolo V non digerì questo affronto e lo condannò ufficialmente (nel 1606 e nel 1607). Ciò creò dei problemi ai medesimi cattolici inglesi perché, da questo momento si divisero in due categorie, coloro che ubbidivano al Re (i lealisti) e coloro che anteponevano il Papa (i papisti). In ogni caso i rapporti tra Inghilterra e Chiesa divennero più tesi ed a ciò contribuì uno dei consiglieri del Papa, già razzolante nelle corti papali da tempo come consigliere dei Papi criminali immediatamente precedenti, Roberto Bellarmino. Costui aveva scritto una lettera al primate cattolico d’Inghilterra accusandolo di essersi schierato con il Re e non con il Papa. Questa lettera divenne un testo che fu diffuso in giro e divenne un argomento di discussione che fu l’origine di vari scritti tra cui anche uno dello stesso Re (1608).

        Con la stessa intransigenza e prosopopea da sovrano assoluto si scontrò anche con Genova, Francia, Parma, Savoia, Lucca. I motivi erano sempre relativi al diritto della Chiesa di avere l’ultima parola su tutto e all’impossibilità degli Stati di legiferare su questioni che riguardavano la Chiesa.

        E Paolo V fu anche finanziatore della Guerra dei Trent’anni (iniziata nel 1618 e proseguita per 30 anni con diversi cambiamenti e di contendenti e di fronti) che sembrava una guerra tra cristiani e protestanti ma in realtà con contenuti politici molto forti. Con l’invenzione di una specie di Banca, sorta per depositare denaro presso l’Ospedale di Santo Spirito (da cui il Banco di Santo Spirito), raccolse molti fondi (comunque pochi rispetto all’enormità dei debiti della Chiesa anche per le infinite spese papali e delle loro famiglie) che servirono per finanziare la parte cattolica in combattimento con un esborso per la Curia di 650 mila fiorini in soli due anni e mezzo, una vera enormità. Anche Paolo V, alla faccia di quanto in precedenza sostenuto a proposito di non voler fare politica ma di volersi solo dedicare solo a questioni religiose, festeggiava apertamente le vittorie della sua parte come accadde nel 1620 in occasione di una di esse (Montagna Bianca).

        Questo grande rigore controriformista, i continui richiami al Concilio di Trento, alla moralità della Chiesa non lo convinsero a recedere dal nepotismo. Fece cardinale suo nipote, Scipione Caffarelli che aveva 26 anni, assegnandogli nome e stemma dei Borghese. Costui fece enormi affari con la Chiesa, arricchendo in modo spropositato se stesso, i fratelli e l’intera famiglia (Pasquino scrisse: Dopo i Carafa, i Medici e i Farnese/ or si deve arricchir casa Borghese). Non a caso la Villa più prestigiosa di Roma (e la terza in grandezza, comprendendo un parco di 80 ettari), la villa delle delizie, è Villa Borghese (terminata dal Bernini nel 1633). In essa Scipione raccolse preziosi tesori artistici dall’antichità fino alla sua epoca. Ma la mania di grandezza di questo Papa e famiglia lo si può misurare nella stessa Basilica di San Pietro. Egli fece modificare da Carlo Maderno il progetto di Michelangelo per la facciata della Basilica di San Pietro e fece porre sulla Basilica stessa un’iscrizione gigantesca con il suo nome IN HONOREM PRINCIPIS APOST(olorum) PAULUS V BURGHESIUS PONT(ifex) MAX(imus) AN(no) MDCXII PONT(ificati) VII. Per maggior gloria di Gesù, gloria per la quale, anche ora, l’Inquisizione funzionava egregiamente senza sosta(12).

        Questo Papa iniziò anche quel processo a Galileo che terminò poi con Urbano VIII. Naturalmente niente poteva essere sostenuto nella Chiesa che non fosse in accordo con le sciagurate teorie che si era date. In ambito di Controriforma i Testi Sacri erano reclamati come veri alla lettera. Vi era poi stato Pio V che nel 1567 aveva fatto Tommaso d’Aquino Dottore della Chiesa. Come poteva un Galileo qualunque sostenere teorie scientifiche che la Chiesa forte di libri autorevoli non approvava ? E così nel 1516, su ordine del Papa, Roberto Bellarmino convocò Galileo per una sporca operazione alla quale avevano partecipato vari frati con denunce successive.    

        Tutte le carte dell’accerchiamento concordato erano ormai pronte. Galileo, resosi conto finalmente che doveva fare qualcosa, aveva scritto una lettera per perorare le sue credenze con nuove prove o ritenute tali. Egli credeva di aver trovato la prova del sistema copernicano nelle maree, sbagliando in grandissima parte. Ma le sue argomentazioni non erano controbattibili con facilità e la cosa non era andata giù ai suoi accusatori. A questo punto si inserisce il citato racconto che l’ambasciatore Guicciardini fa al Granduca di Toscana. La veemenza di Galileo nel sostenere le sue tesi non lo aiuta. Lo stesso ambasciatore  ci fa conoscere alcuni retroscena che coinvolgono il Papa. Orsini cercò di raccomandare Galileo al Papa Paolo V ma questi «mozzò il ragionamento, et gli disse che havrebbe rimesso il negozio ai SS.ri Cardinali del S.to Offizio; et partitesi Orsino, fece S. S.tà chiamare a sé Bellarmino, et discorso sopra questo fatto, fermarno che questa opinione del Galileo fusse erronea et heretica: et hier l’altro, sento fecero una congregazione sopra questo fatto per dichiararla tale». Tale giudizio era perentorio e proveniva dallo stesso Papa. Quindi, da questo momento, tutto ha uno svolgimento predeterminato. Si cominciò il 19 febbraio 1616 con la trasmissione, dal Tribunale dell’Inquisizione ai teologi, delle proposizioni da condannare:

Che il sole sii centro del mondo te per conseguenza immobile di moto locale. Che la terra non è centro del mondo né immobile, ma si muove secondo sé tutta, etiam di moto diurno“.

        Solo 5 giorni dopo si ebbe il giudizio dei teologi (detti Qualificatori) che dichiararono essere la prima proposizione stultam et absurdam et formaliter haereticam, perché era contraria alla Sacra Scrittura sia letteralmente sia nella su interpretazione da parte di tutti i teologi ed i Dottori della Chiesa. Riguardo alla seconda proposizione il giudizio fu più blando. Essa fu ritenuta censurabile in filosofia ed erronea rispetto alla fede.

        Questo giudizio dei teologi fu portato al Sant’Uffizio e ratificato dal Papa che ordinò a Bellarmino di convocare Galileo e di fargli abbandonare quella eretica teoria. Nel verbale si legge la conclusione del discorso del papa: “Se dovesse ricusare obbedienza il Padre commissario avanti a notaio e testi gli faccia ‘precetto‘ di astenersi assolutamente dall’insegnare o difendere tale dottrina, o trattare di essa. E se non acconsentisse, sia carcerato“.

        La macchina repressiva era stata messa in moto ed il 3 marzo fu emanato il Decreto di interdizione della dottrina copernicana e di messa all’indice e sequestro delle opere di Copernico o copernicane(15) (i cardinali Maffeo Barberini e Caetani resistettero al bigotto Papa e riuscirono a non far dichiarare eretica l’opera di Copernico). Il De Revolutionibus di Copernico era il primo libro che cadde sotto il decreto fino a che non fosse stato corretto (donec corrigantur), quindi il Commento a Giobbe di Didaco Stunica, la stessa Lettera di Foscarini, e tutte le altre opere che insegnavano il copernicanesimo. Il primo a finire in prigione fu, Lazzaro Scorriggio, l’ignaro stampatore napoletano di Foscarini che l’inquisitore Carafa fece sbattere in galera per non aver potuto presentare l’imprimatur. Incredibilmente Galileo si trovò a dover essere ottimista per quel che lo riguardava. Nessuna sua opera era stata nominata, tantomeno quella sulle macchie solari che era chiaramente copernicana. Una cosa era comunque certa: i suoi estimatori del Collegio Romano, che precedentemente lo avevano esaltato, erano spariti dalla circolazione, anche quelli che egli sapeva essere copernicani, come  de Cuppis e Grienberger.

         La cosa riguardava anche Galileo che fu convocato dal Bellarmino nella sua residenza di Santa Maria in Via e, alla presenza del Commissario generale Segizi (notaio) e di due testimoni, lo ammonì(16) di essere in errore e di abbandonare le sue credenze “indi senz’altro (successive ac incontinenti) il Commissario fece precetto e ingiunzione a detto Galileo ancor presente e costituito, in nome del Papa e di tutta la Congregazione del Sant’Uffizio, di abbandonare detta opinione, né altrimenti, in qualsiasi modo, di tenerla, insegnarla o difenderla, a voce o per iscritto; che altrimenti si procederebbe contro di lui da parte del Sant’Uffizio. Al quale precetto Galileo acconsentì e promise di obbedire“. Quindi vi fu un’ammonizione a Galileo e non un precetto e ciò era di estrema importanza secondo il Diritto pontificio (e Paolo V era persona che aveva studiato diritto) tanto è vero che per condannare Galileo nel processo del 1633 la Chiesa dovrà falsificare dei documenti e far risultare precetto e non ammonizione. Di questo ho comunque ampiamente parlato in altro lungo lavoro e ad esso rimando anche per la bibliografia.

        Alla sua morte i sovrani cattolici impegnati nella Guerra dei Trent’anni tentarono di avere ancora un Papa a loro favorevole ma il conclave decise per un Papa neutrale ed elesse il cardinale Alessandro Ludovisi che assunse il nome di Papa Gregorio XV (1621-1623). Fu per molti aspetti un Papa di transizione che nel poco tempo che ebbe fu un nepotista di rilievo che seppe arricchire sé e famiglia. Fece cardinale il nipote Ludovico e con tutto ciò che in poco tempo riuscì ad accumulare, si comprò il ducato di Zagarolo dai Colonna che, non avendo avuto più Papi, andavano in bancarotta. Anche la neutralità iniziale venne meno ed il Papa si schierò con i cattolici nella Guerra dei Trent’anni pagando molto denaro come gli veniva richiesto (due milioni di fiorini in due anni e mezzo), denaro proveniente dalle tasse ai romani che davvero non ne potevano più.

        Dal punto di vista religioso è sua la fondazione (1622) della Congregazione di Propaganda Fide, l’organo che doveva dirigere ed organizzare le opere di evangelizzazione nel mondo con tutte le infinite interferenze che creò dovunque.

        Alla sua morte ricominciò lo scontro tra i cardinali questa volta tra tre correnti distinte che rappresentavano le diverse posizioni politiche delle potenze in campo nella Guerra e che vedeva la prevalenza dell’influenza spagnola. Si raggiunse l’accordo sul cardinale Maffeo Barberini, un simpatizzante francese, che assunse il nome di Papa Urbano VIII (1623-1644). Era stato Nunzio a Parigi e questo lo aveva reso filofrancese con la conseguenza disastrosa di una gran mole di errori in politica estera. Il suo povero pensiero di fronte alle grandi capacità politiche di Richelieu, primo ministro di Luigi XIII, lo resero indifeso nella partecipazione della Guerra dei Trent’anni. Era convinto che fosse guerra di religione e per questo era accanto a quel cardinale che non si interessava proprio dei destini della Chiesa ma solo di quelli della Francia. Il Papa si schierava con la Francia, anche se finanziava la Lega cattolica che faceva capo alla Germania, quando Richelieu si alleava ai principi luterani e, per interessi di patria che volevano l’indebolimento degli Asburgo in Europa, bloccava la Controriforma cattolica in Germania. E così Urbano ne usciva perdendo ogni credibilità e soprattutto il suo ruolo di non schierato e quindi in grado di poter esercitare delle mediazioni.

        Non fu l’unico gigantesco errore di questo Papa provinciale con la sola ossessione del nepotismo, ammantato di mecenatismo pagato dalle solite tasse sui romani (che lo chiamarono Papa gabella), escluse nobiltà e clero. Da un lato si sviluppò la Roma Barocca con opere di Bernini, Maderno, Pietro da Cortona, Andrea Sacchi e dall’altro portò il nepotismo ai massimi livelli che un papa avesse mai osato. Fece cardinali un fratello e due nipoti il padre dei quali (Carlo) fu arricchito da donazioni ingentissime, provenienti dalla casse dello Stato, che gli permisero di acquistare un territorio gigantesco nello Stato Pontificio. Anche il fratello fatto cardinale ebbe rendite enormi dalla gestione che gli fu affidata di molte abbazie, priorati e commende, nonché rendite dalle banche di Bologna, Perugia e Ferrara. La sua personale ingordigia mescolata al desiderio di vendetta erano così grandi da originare una guerra interna. Poiché i Farnese, nemici storici dei Barberini, erano indebitati con le banche della Chiesa ed erano proprietari di un Ducato vicino Roma, quello di Castro e Ronciglione (gentile omaggio di Paolo III Farnese), il Papa confiscò tutti i loro beni, gli riprese il Ducato incamerandolo nei possedimenti della Chiesa, dichiarò loro guerra (1641), scomunicò il Farnese di turno (Osvaldo) minacciando lo di riprendere anche l’altro suo Ducato, quello di parma e Piacenza. Gli altri principi e duchi sparsi per l’Italia del Nord si insospettirono per tali mosse temendo per loro, non tanto per la potenza militare della Chiesa quanto per la sua alleanza con la Francia. Osvaldo Farnese capì di avere il loro appoggio e, con l’aiuto di Venezia e Firenze organizzò un esercito per marciare su Roma iniziando una guerra che durò 4 anni e finì solo quando i due contendenti terminarono il denaro. Si arrivò allora ad un accordo (1644) che vide vincere su tutta la linea Osvaldo che riebbe il ducato e la comunione. Altra brutta figura di questo Papa che ne accumulerà in quantità. Uno dei motivi che lo fece imbufalire contro Galileo (uno che perde ovunque si rifà sempre con i poveri pensatori) fu il logo utilizzato dalla tipografia fiorentina che aveva stampato il suo Dialogo sui Massimi Sistemi del Mondo.

        In esso campeggiano tre delfini che si rincorrono. Il Papa, da sciocco qual era, pensò che fosse opera di Galileo per ridicolizzarlo facendo riferimento ai suoi nipoti e parenti miracolati. Naturalmente non era così ma dal primitivo sostegno Urbano passò ad una vera caccia a Galileo che fu perseguitato, torturato psicologicamente, messo al durissimo domicilio coatto alla sua età e ciò nonostante il suo enorme prestigio mondiale. Fino al falso costruito per far condannare Galileo, a quella pagina inserita posteriormente nella quale si diceva che a Galileo era stato fatto precetto. Arrivò con crudeltà a quel processo che, insieme a quello di Bruno, ancora oggi pesa come un macigno sulle piccole spalle di Papi sciocchi non in grado di capire i danni che fanno al mondo intero con le loro idiozie per maggior gloria di Gesù. Fino alle menzogne di Giovanni Paolo II che ha parlato di riabilitazione di Galileo (e la Chiesa chi la riabilita ?) quando la cosa è falsa ! Perché occorre si sappia che di annunci sono pieni i paradisi della buona volontà ma al seguito delle dichiarazioni di principio devono seguire atti concreti che non sono mai venuti sostituiti da un libro, Galileo Galilei 350 anni di storia, che ha di nuovo condannato Galileo. Comunque anche su questi aspetti ho discusso diffusamente in Galileo condannato e dileggiato una seconda volta, mentre del processo a Galileo ho parlato in un altro articolo al quale rimando.

        Il comportamento di questo stupido criminale, che fece funzionare l’Inquisizione con scrupolo(12), viene coronato dal suo libertinaggio, anch’esso criminale. A parte il fatto noto a tutti del suo avere un’amante, Urbano venne sorpreso nel 1634 in atteggiamenti inequivocabili con un bambino (il funzionario pontifico che lo sorprese fu cacciato). Il malcontento popolare era alle stelle e, da par suo, Urbano rispose con il ben noto panem poco) et circenses (molti). Tolse i divieti della Controriforma e dell’Inquisizione alle feste che ripresero con dispendio e sfarzo. Fu permessa di nuovo la caccia e riaprirono i teatri per le commedie licenziose. Anche al clero furono permesse licenze sessuali al fine di riuscire a tenerlo dalla sua parte. Tutto questo costò ancora alle finanze vaticane con ulteriore scorno di chi alla fine doveva pagare. Quando il suo Dio se lo riprese ci furono feste a Roma e lamentele con Dio per aver tardato tanto.

LA CHIESA AL MARGINE DELL’EUROPA

        Ad un Barberini che rese Pasquino famoso con la nota sentenza Quel che non fecero i barbari fecero i Barberini(17), seguì un Pamphili i cui fasti si possono comprendere solo facendo riferimento alla più grande Villa e parco esistente a Roma, appunto Villa Pamphili.

        Il conclave elesse, tra le varie creature di Barberini, quella non filofrancese rappresentata da Giovanni Battista Pamphili, approfittando nel periodo di transizione in Francia tra Richelieu e Mazzarino che non fece in tempo a mandare i suoi desiderata. Sembrava comunque che il nuovo Papa, Innocenzo X (1644-1655), fosse una creatura di Barberini ma, inaspettatamente, essa si scagliò contro la famiglia a cui doveva i suoi arricchimenti, imponendo ai Barberini il rimborso per le spese di guerra contro il Ducato di Castro e Ronciglione, considerata un’impresa per interessi privati ma caricata sul bilancio dello Stato Pontificio. I Barberini scapparono da Roma rifugiandosi in Francia. Furono deposti da ogni carica e furono loro sequestrati i beni, finché non intervenne Mazzarino in loro difesa. Innocenzo non poteva andare oltre per non inimicarsi la Francia proprio alla fine della Guerra dei Trent’anni (1648). I Barberini furono riammessi a Roma ed il Papa dovette fare cardinale il fratello di Mazzarino. A questa sconfitta se ne aggiunse un’altra contemporanea, ben coltivata da Urbano VIII: alla pace di Westfalia, che chiudeva la Guerra, lo Stato Pontificio non fu preso in considerazione anche su questioni religiose delle quali furono investiti i singoli Stati. Le clausole della pace regolarono la legislazione religiosa europea: ogni confessione avrebbe avuto libertà di culto; cattolici e protestanti furono parificati di fronte alla legge; ogni principe avrebbe potuto scegliere la sua religione, mentre i suoi sudditi lo avrebbero dovuto seguire; i beni della Chiesa passavano agli Stati in cui si trovavano. Anche sulla nuova eresia, il Giansenismo(18), non fu ascoltata la voce della Chiesa. Innocenzo X protestò energicamente con una Bolla che a Vienna neppure fu pubblicata e che nessuno prese in considerazione. la Chiesa iniziava a contare quasi nulla sullo scenario internazionale. La ragion di Stato vedeva Paesi cattolici accordarsi con paesi protestanti secondo il principio della separazione tra la ragion politica e quella della fede. Per la prima volta la ragione si faceva strada nella gestione della politica, ragione che poteva intervenire nelle cose di fede accettandole o meno secondo un parametro diverso dalla politica, quello della libertà di coscienza. Anche il Giansenismo rientrò in quest’ottica: libera la Chiesa di giudicarlo un movimento eretico ma la questione restava in ambito di dibattito religioso che non avrebbe permesso ad uno Stato di condannare Jansen in quanto ideatore di tale movimento. Una vera rivoluzione che metteva semi dappertutto annunciando cambiamenti epocali.

        Questa marginalizzazione della Chiesa nella politica europea la pagò duramente l’Italia perché, da allora, tutti gli interessi dei vari pontefici si scaricarono sull’Italia. Ed in Italia trionfa(va) il nepotismo al quale Innocenzo non fu immune con i soliti arricchimenti di tutti pagati dai romani. A lui andò peggio che agli altri banditi che derubarono il bene pubblico perché nessun graziato fu in grado di dare un qualche contributo alla gestione dello Stato Pontificio. A parte una abile e bella donna, Olimpia Maidalchini, vedova del fratello di Giovanni Battista, Pamphilio (sposato da vedova di altro marito) più vecchio di lei di 30 anni e che, secondo alcune cronache dell’epoca, era amante del Papa. Sembra fosse la persona più potente della Curia e non vi era nulla che si muovesse senza il suo consenso e per avere il suo consenso era sempre indispensabile pagarle una tangente. Addirittura nelle dimore di maggior prestigio, a fianco del ritratto del Papa, vi era il suo. Fu lei che riportò il lusso e lo sfarzo a Roma e non volgari ma di alta classe, tanto che le stesse prostitute tornarono ad essere cortigiane con Gesù che aumentava la sua gloria. E non si tratta di una qualunque diceria. Vi fu un Avviso, reso pubblico il 30 agosto 1645, nel quale si leggeva che le prostitute compariscono in carrozza  nelle solennità maggiori, perché la signora Donna Olimpia, dopo esser stata regalata daslle medesime, si è contentata di prenderle sotto la sua protezione, le ha permesso che mettano l’arme di Sua Eccellenza sopra la sua porta et le ha conceduto che vadino in carrozza senza riguardo alcuno, come se fossero honorate. In definitiva Donna Olimpia (che Pasquino descrisse così: Olim pia, nunc impia, e cioè: Una volta religiosa, adesso empia) risultò essere una vera santa per le prostitute, una specie di Santa Mignotta che però santa non fu quando si trattava di derubare il bene pubblico. Si arricchì all’inverosimile sfruttando tutto il possibile financo le derrate alimentari raccolte per la carestia del 1647 e 1648. Il seguito della storia è tutto di vicende squallide tra squallidi personaggi della decadenza e la lascio raccontare magistralmente a Rendina:

Il figlio di questa donna, Camillo, non ebbe altro che l’imbarazzo della scelta per il suo futuro altolocato. Nominato dallo zio generale della Chiesa, comandante supremo della flotta e governatore di Borgo, a un certo punto depose quelle cariche e preferì diventare cardinale, affiancando per un po’ di tempo il segretario di Stato, che era allora Panciroli. Poi ci ripensò e riprese lo stato laicale per sposare la giovane vedova del principe Borghese, Olimpia Aldobrandini. La madre non avrebbe voluto quel matrimonio, perché la futura nuora era di temperamento simile al suo e ne temeva la concorrenza. Ma Innocenzo accontentò Camillo e accettò le sue dimissioni da cardinale; unica condizione fu che gli sposi andassero a vivere a Frascati, e questo per accontentare la «papessa» che non ammetteva rivali nel dominio sulla Roma-bene.
L’apice del prestigio questa donna lo raggiunse in occasione del giubileo del 1650; un avvenimento così sacro fu celebrato all’insegna della mondanità, secondo un cerimoniale sotto molti aspetti preordinato da lei. «L’oratoria sacra – si è trasformata in tronfia esercitazione rettorica: i predicatori sono divenuti istrioni da palcoscenico», annota il Castiglioni, «si va alla predica come ad un passatempo da teatro; donna Olimpia chiama nel suo palazzo», regalatele dal papa in piazza Navona, «a sermoneggiare l’applauditissimo gesuita padre Oliva, ed invita ad ascoltarlo dame e cavalieri, che vi accorrono come ad un sollazzo».
L’udienza pontificia raggiunge una solennità impensabile: l’ambasciatore di Felipe IV [Re di Spagna successo a Felipe III, ndr] vi si recherà con un seguito di 300 carrozze, ognuna accompagnata da lacchè, mori dalle splendide livree e cavalli bardati.
Poi subentrò una crisi di convivenza tra papa e cognata; lui nominò cardinale il diciassettenne nipote di Olimpia, Francesco Maidalchini, perché prendesse il posto di Camillo Pamphilì. Era un inetto però e Innocenzo lo mise da parte sostituendolo con un altro cardinale nipote, Camillo Astalli, lontano parente della Maidalchini. Ma questa dette in escandescenze; quel nipote non rientrava nei suoi piani. Il vecchio sembrò averne abbastanza e la mise alla porta. L’Astalli acquistò d’importanza ma non tale da poter sostituire il Panciroli quando questi morì nel 1651; nuovo segretario di Stato fu il cardinale Fabio Chigi.
Il papa allora fece tornare a Roma anche Camillo Pamphili con sua moglie, pronta a diventare la nuova «papessa»; questa voleva strafare e la vecchia Olimpia fu richiamata a corte «per mantenere l’ordine domestico», secondo le parole del Ranke. E furono in realtà intrighi e dispetti tra le due Olimpie, che Innocenzo sopportò finché «la Pimpaccia di piazza Navona», come i Romani chiamavano la Maidalchini, rimase di nuovo l’unica incontrastata signora, con buona pace dell’ottantenne pontefice.
Mentre dunque la cognata teneva le chiavi di casa, il papa sì dedicò a far bella Roma. Di finanze si occupò per necessità, dovendo riparare in qualche modo a quella sanguisuga insaziabile che gli stava alle costole e per tutti i lavori di edilizia che curò nella città. Ma nella circostanza si mostrò «energico, abile e deciso», come osserva il Ranke, e «costrinse i baroni a pagare i loro debiti». Esemplare in tal senso fu il comportamento nei confronti del duca di Parma; i suoi creditori rivolgevano in continuazione istanze ad Innocenzo perché costringesse Ranuccio Farnese a pagare. Il vecchio si mosse: prese spunto dall’assassinio del vescovo di Castro, del quale vennero ritenuti responsabili i funzionari del duca, e ordinò che i beni dei Farnese fossero messi in vendita. Le truppe pontificie si diressero verso Castro per prenderne possesso; era il 1649.
Ranuccio pensò di salvarsi come era riuscito al padre Odoardo con Urbano VIII, ma questa volta le potenze europee ormai in pace non l’avrebbero permesso. E Castro fu distrutta. L’ammontare dei debiti comunque era talmente enorme, che il duca non avrebbe mai potuto mettersi in regola con i creditori; e per questo ci fu la mediazione della Spagna.
E poi vennero le imposte straordinarie. Per la sola erezione dell’obelisco in piazza Navona sulla fontana dei Quattro Fiumi del Bernini, ovvero delle quattro fonti dell’acqua Vergine, si ebbe la gabella di un quattrino per libbra sulla carne e sul sale e l’aumento del prezzo del grano, per cui Pasquino commentava:

Noi volerne altro che guglie e fontane;
pane volemo, pane, pane, pane!

Piazza Navona perse il suo carattere paesano; centro fino ad allora del mercato di frutta e verdura, si nobilitò con il rinnovato palazzo Pamphili e la chiesa di S. Agnese, ambedue opera del Borromini: divenne la «Reggia Pamphili»(19). Ma anche molte strade della città furono ampliate e sistemate; il piano di rinnovamento urbanistico avviato da Sisto V e Paolo V proseguì con impegno. Un tocco di modernità lo ebbero anche le prigioni; nelle «Carceri Nuove» di via Giulia fu instaurato per la prima volta in Europa un sistema cellulare improntato a norme d’igiene e sicurezza. Sul Gianicolo, nella regione detta Belrespiro, i Pamphili ebbero infine la loro villa; ad erigerla fu l’Algardi e vi abitò il nipote d’Innocenzo, Camillo, con la sua Olimpia.
Innocenzo X morì il 7 gennaio 1655, dopo una lunga agonia, che permise ai vari parenti di far bottino e mettere al sicuro le sue ricchezze; donna Olimpia fu vista fino all’ultimo arraffare quello che le era possibile negli appartamenti pontifici. Il suo cadavere restò per tre giorni senza che nessuno dei parenti provvedesse a seppellirlo; donna Olimpia, alla quale la Curia si rivolse perché provvedesse lei alle spese per le esequie, rispose che era una «povera vedova» e non poteva incollarsi quell’onere. Nessun altro dei parenti ritenne di avere degli obblighi nei confronti del defunto. La salma alla fine fu trasferita in un locale adibito a magazzino e sistemata in una bara provvisoria; più tardi il nipote Camillo si ravvide e gli eresse un monumento funebre nella chiesa di S. Agnese. I Romani al solito respirarono, ma principalmente avrebbero voluto far fuori donna Olimpia:  

Finita è la foia
di questa poltrona
di piazza Navona:
chiamatele il boia.
Finita è la foia.
…È morto il pastore,
la vacca ci resta:
facciamole la festa,
cavatele il core.
È morto il pastore.

        Negli ultimi anni di vita del pontefice, Olimpia, la delinquente a cui il Papa permise tutto, vendette benefici ecclesiastici per l’importo di 500.000 scudi. Il successore di Innocenzo X la esiliò in uno dei castelli che gli aveva donato Innocenzo ed alla sua morte per peste, nel 1657, lasciò in eredità 2.000.000 di scudi.

        Il successore di Innocenzo fu il suo Segretario di Stato, Fabio Chigi,  che aveva inutilmente protestato a Westfalia. Assunse il nome di Papa Alessandro VII (1655-1667). Fu eletto in modo inconsueto da un gruppo di cardinali che, in apparenza, non risultavano condizionati da questo o quel sovrano o da questo o quel casato. Questi cardinali si ritenevano liberi e volevano puntare ad un Papa che si occupasse esclusivamente di cose religiose restando politicamente neutrale. L’ambasciatore spagnolo chiamò questo gruppo di cardinali, che facevano capo ai cardinali Azzolini ed Ottoboni, lo squadrone volante. Alessandro VII si presentava in linea con quanto auspicato dallo squadrone volante e cioè umile e dedito solo a cose religiose, con il rifiuto del nepotismo. Non volle cerimonie sfarzose ed inutili. Ricordava a se stesso che la morte è dietro l’angolo con una bara (realizzata da Bernini) nel suo studio e con un teschio sullo scrittoio. Poi, ecco poi … vi fu chi si spaventò per quanto avrebbe dovuto subire egli stesso in futuro e nacquero consigli pressanti. Non stava bene per un Papa vivere così, non occorreva dare questo brutto esempio. Alessandro pose il problema in un Concistoro del 1656 e vescovi e cardinali gli consigliarono vivamente con ragionamenti teologici (sic!) di continuare come gli altri Papi. Le apparenze erano salve, si poteva cominciare a spolpare l’osso dei beni dello Stato (e qui siamo con un Chigi che non ha nulla da invidiare ai Colonna, Orsini, Barberini, Farnese, Borghese, Pamphili, …). Da Siena città d’origine dei Chigi scesero, come cavallette, i parenti del Papa che occuparono i posti che Rendina descrive, con altre notizie:

Suo fratello, don Mario, ottenne le cariche più redditizie, dalla sovrintendenza dell’Annona all’amministrazione della giustizia in Borgo. Il nipote Flavio, dopo il noviziato presso i Gesuiti, divenne cardinale e affiancò nella Segreteria di Stato Giulio Rospigliosi, badando essenzialmente ad accaparrare rendite ecclesiastiche che in breve raggiunsero i 100.000 scudi. Un altro nipote, Agostino, fu scelto invece per iniziare la famiglia principesca dei Chigi; rimasto allo stato laicale, da castellano di Castel S. Angelo ricevette via via splendidi possedimenti, come Ariccia e il palazzo di famiglia in piazza Colonna, e si sposò con Maria Virginia Borghese.
E così Alessandro VII, una volta fattasi prendere la mano dal nepotismo, non riuscì più a trattenersi, estendendo i suoi favori anche a lontani parenti, come ad esempio quel commendatore Antonio Bichi che ebbe la porpora cardinalizia. Fu una vera e propria esclusiva scalata alla ricchezza, mentre le motivazioni «politiche» che avrebbero dovuto giustificare il nepotismo, per dar modo al papa di trovare tra i parenti un uomo di fiducia nel governo della Chiesa, risultarono accantonate. Nessuno aveva l’autorità per assumersi certe beghe. E al papa stesso non interessava il papato come potere politico.
Così tornarono in auge le congregazioni di stato, accantonate da precedenti pontefici, con capacità decisionali su questioni di ordine pubblico, dai problemi inerenti la guerra e la pace alle tasse e ai problemi internazionali. Il papa avrebbe badato alle questioni religiose e alle opere di pietà, come infatti fece nel maggio del 1656, quando su Roma si abbatté la peste. Con grande spirito di carità assistette gli appestati, sorvegliò gli approvvigionamenti e, per isolare il contagio, eresse un ospizio nell’isola di S. Bartolomeo.
Si rivelò in papa Chigi l’amore per la vita tranquilla, che trovava nella pace di Castel Gandolfo, dove si ritirava due mesi all’anno d’estate, ma anche nei pomeriggi romani ascoltando i poeti che leggevano alla sua corte le loro opere. Finì probabilmente per mettere da parte quella bara e quel teschio e si compiacque di un po’ di mondanità. E a questo provvide l’arrivo di Cristina di Svezia; dopo aver rinunciato alla corona si era convertita al cattolicesimo. Accettò ben volentieri l’invito fattole dal papa di trasferirsi a Roma nel 1655.

Questa vita grama era costretto a fare il Papa che dovette anche badare ad una principessa che aveva ben capito da che parte si faceva la bella vita.

La principessa ebbe un’accoglienza imponente, facendo ingresso in città in una sontuosa carrozza costruita su disegno del Bernini; il papa la ricevette in concistoro e le conferì la cresima con il nuovo nome di Alessandra. Ma questa donna avrebbe procurato gioie e dolori ad Alessandro VII; colta, orgogliosa ed eccentrica, capì di poter dominare il campo quanto a mondanità nella Roma barocca. Non si può dubitare della sincerità dei suoi sentimenti religiosi, anche se non mancò di criticare le pratiche esteriori di certi culti, e comunque seppe sfruttare la sua posizione e godersi la vita come volle. A Cristina di Svezia si è potuta così adattare la famosa frase di Enrico IV, come giustamente ha sottolineato Cesare D’Onofrio nel libro su di lei, Roma val bene un’abiura. Ci guadagnò Cristina a farsi cattolica, abiurando il protestantesimo e lasciando la noiosa e gelida Svezia per una spensierata e calda città come Roma.
Dal palazzo Farnese, ove pose la sua prima dimora per gentile concessione del duca di Parma, Cristina gestì infatti la vita spensierata della città, diventando la «regina delle feste del gran mondo romano», come ricorda il Castiglioni; «ricercata e acclamata dovunque, la sua vanità non conobbe più limiti. Ricevimenti fastosi, tornei, concerti, mascherate furono organizzati in di lei onore dall’alto clero e dalla nobiltà romana. Gli studenti di Propaganda Fide la salutarono con omaggi stilizzati in ventidue lingue; il gesuita Atanasio Kircher le presentò un piccolo obelisco con un’iscrizione elogiativa in ventitré lingue; e l’università di Roma non volle essere da meno nell’onorare l’ospite illustre».
Tra le manifestazioni più fastose si ricorda il Carnevale del 1656, che furoreggiò in un tale clima d’immoralità da far pentire Alessandro VII di aver invitato a Roma quella «pecora smarrita» che, tornando nell’ovile di S. Pietro, avrebbe dovuto essere d’esempio a conversioni in massa. Erano solo sogni. In realtà gli stessi cardinali le giravano attorno e stavano al gioco, dal Chigi all’Azzolini, divenuto suo amico di fiducia e ipotetico amante.
Fu anche una specie di Mata Hari del tempo, macchinando col Mazzarino la conquista del Napoletano, tradita in questo dal suo scudiere Gian Rinaldo Monaldeschi, che aveva venduto agli Spagnoli i segreti piani della donna; non ci pensò due volte a farlo uccidere. Ma furono seccature diplomatiche a non finire per Alessandro VII così amante della tranquillità, per cui respirò un pò quando Cristina si allontanò un paio di volte da Roma per sistemare la sua situazione finanziaria in Svezia dopo la morte del padre Gustavo Adolfo. Quando tornò, si mostrò più tranquilla, meno eccentrica; si stabilì nel palazzo Riario e si dedicò alla vita intellettuale, dove trovò infine quelle soddisfazioni che la politica non le aveva dato. Il suo salotto sarebbe stato frequentato da letterati ed artisti istituendo una specie di Accademia, progenitrice di quella famosa che, un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1689, avrebbe preso il nome di Arcadia.

Vi è una sola impresa di Innocenzo degna di essere ricordata ed è ancora uno smacco per la Chiesa ed una pessima figura internazionale, questa volta in una controversia con la Francia, dopo la morte di Mazzarino (1661), direttamente con il Re Luigi XIV, il Re Sole. Costui aveva un doppio obiettivo da raggiungere nei riguardi e contro la Chiesa. Da una parte gli sarebbe occorso il sostegno dello Stato Pontificio per far guerra all’Austria e quindi cercava il modo per avvicinarsi al Papa, dall’altra voleva togliere dalla testa di Alessandro quella mania di costituire una Lega contro i Turchi per liberare il Santo Sepolcro. Il tutto si giocò su una provocazione che partì dall’ambasciatore di Francia a Roma che mise in moto con i suoi soldati di scorta (da Parigi ne aveva portati 200). Questi attaccarono dei soldati pontifici che risposero con due colpi di archibugio, una delle quali colpì la carrozza dell’ambasciatore che tornava alla sua residenza a Palazzo Farnese. Un paggio morì e da qui nacque la protesta del Re di Francia che cacciò da Parigi il nunzio pontificio, si annesse Avignone ed altri possedimenti della Chiesa preparando un esercito per invadere lo Stato Pontificio. Servì una mediazione spagnola per arrivare alla umiliante Pace di Pisa del 1664. La Chiesa riprese solo Avignone, in cambio del ducato di Castro che sarebbe tornato ai Farnese, ma dovette mandare il Segretario di Stato, Flavio Chigi, ed un altro cardinale direttamente a Parigi a chiedere scusa al Re. Insomma la Chiesa era diventata politicamente insignificante ed era diventata facile bersaglio di chiunque volesse mostrare la sua potenza.

        Il conclave che elesse il successore fece dire all’ala filofrancese di aver vinto ma anche l’ala filospagnola sosteneva lo stesso. Il cardinale eletto fu Giulio Respigliosi che assunse il nome di Papa Clemente IX (1667-1669) e che fu in definitiva neutrale. Si fece subito fama di uomo umile e probo riscuotendo successo tra la popolazione per aver abbassato la tassa sul macinato, per aver istituito una mensa per i poveri, per fare visite agli ammalati. Molti storici parlano delle sue buone intenzioni che restarono intenzioni perché operò solo in modo appariscente senza intaccare in fondo i privilegi che erano la cosa più odiosa. Tra questi quelli accumulati dai parenti di Alessandro VII, i senesi, che il Papa non toccò con grande dispiaceri dei concittadini pistoiesi del Papa che avrebbero ambito occupare quei posti. Ma la direzione della Chiesa andava assestandosi stabilmente su posti occupati da grandi famiglie, posti che non si intendevano più cedere e che fu possibile proprio grazie alla politica dello squadrone volante a partire da Clemente IX che portò alla Segreteria di Stato quel Decio Azzolini che era uno degli animatori di quello squadrone. Papa ed Azzolini, subito dopo l’elezione, distribuirono tra i cardinali ed i massimi esponenti della Curia ben 600 mila scudi, una somma che, come osserva Rendina, una volta sarebbe stata inquadrata in simonia, ora era invece una semplice tangente. Ciò comportò un nepotismo controllato, con le stesse modalità precedenti ma con un salario per gli incarichi ai nipoti ordinario per quella funzione. I Rospigliosi calarono a Roma da Pistoia, si costruirono una ricca magione e fecero feste con grande sfarzo ma questa volta i debiti che facevano dovevano pagarseli da soli. La cosa riuscì loro grazie ad un matrimonio d’interesse con una ricca ereditiera, una Pallavacini(20) di Genova.

        L’operato del Papa fu comunque teso a recuperare un minimo di credibilità internazionale e la cosa gli riuscì perché era benvoluto da Luigi XIV con cui riuscì ad attenuare l’umiliante Pace di Pisa e quindi a poter intervenire religiosamente in Francia nella vicenda dei giansenisti con una pace, nota come Pace Clementina. Forte di questa ripresa il Papa riuscì addirittura a fare da paciere (Aquisgrana, 1667) tra Francia ed Olanda spagnola quando Luigi XIV la invase e convinse Luigi XIV a fornire truppe per aiutare Venezia contro l’ossessione dei Turchi. La spedizione a Creta andò male (fu perso l’ultimo baluardo veneziano nella zona, Candia) ciò produsse un colpo apoplettico al Papa che, essendo un poco più civile dei suoi predecessori, con una regola che vale spesso, lasciò dopo poco più di due anni il soglio pontificio.

        Il successivo conclave fu una lotta di 5 mesi tra la fazione spagnola e quella francese, aiutata anche dall’esterno dai rispettivi ambasciatori. Poiché non si riusciva a superare lo stallo si puntò di nuovo su un Papa neutrale. Fu eletto il cardinale ottantenne Emilio Altieri che assunse il nome di Clemente X (1670-1676) senza il suo accordo. “Sono troppo vecchio per affrontare una responsabilità così grande“. Il novello Celestino V continuò a rifiutare, affermando che non aveva più forza o memoria. Fu trascinato dal suo letto gridando “Non voglio essere il Papa!” e fu incoronato. Si fece subito affiancare dal cardinale Paluzzo Paluzzi degli Albertoni (un nipote del quale era sposato con sua nipote) per svolgere tutti quei compiti che data l’età il Papa non era in grado di svolgere. Tentò comunque Clemente X di seguire la politica del predecessore in cerca di pacificazione in Europa ma questa volta andò molto male. Luigi XIV spadroneggiava in Europa e, di nuovo, attaccò l’Olanda spagnola. Il Papa provò a dire qualcosa ma non fu ascoltato. Inoltre Luigi XIV utilizzava il movimento giansenista per poter avere maggiore ingerenza negli affari della Chiesa incamerando quanto rendevano le sedi dove non vi era un vescovo (le regalie). Anche qui ampie proteste ma silenzio assoluto da parte del sovrano francese.

        Uniche soddisfazioni gli vennero dalla Polonia dove, grazie al Re Sole, riuscì ad essere eletto un Re cattolico che prometteva essere l’ultimo baluardo cattolico in Europa contro i Turchi ed a tale sovrano il Papa fece arrivare i finanziamenti della Chiesa. E lo spirito crociato lo accompagnò per l’intero Giubileo del 1675 che passò abbastanza poco frequentato.

        Data l’età e lo spirito umile del personaggio poté essere nepotista solo con i Paluzzi. E’ quasi divertente pensare alla gran fretta con cui questi personaggi costruirono il Palazzo Altieri preoccupati di una prossima dipartita del benefattore che aveva ormai 85 anni.

        Alla sua morte, solito conclave con solite fazioni e questa volta il Re Sole riuscì ad influenzare l’elezione del nuovo Papa anche se, a conti fatti, non gli risultò conveniente. Fu eletto il cardinale Benedetto Odescalchi (anch’egli sembra che non volesse essere eletto) che assunse il nome di Innocenzo XI (1676-1689). Il suo pontificato iniziò con accentuato piglio riformatore, meglio sarebbe dire bigotto. Il suo essere rigido ed austero nelle finanze fu un toccasana per uno Stato Pontificio alla bancarotta e, gradualmente i bilanci tornarono in attivo ma solo alla fine del suo pontificato. Aiutò molto la sua avversione al nepotismo ed in proposito aveva preparato un Bolla che non fu pubblicata per l’aperta e dura avversione dei cardinali che erano chiamati a giurare per il futuro. Rendina descrive bene lo spirito austero e dignitoso con cui Innocenzo affrontò la questione morale ed il modo con cui tentò di regolare i rapporti con il Re Sole:

Assegnò la Segreteria ci Stato al suo amico, il cardinale Alderano Cibo, del quale si fidò ciecamente, e con lui programmò una lotta senza quartiere ad abusi e scandali di corte, denunciando ogni forma di corruttela. In un concistoro scongiurò i cardinali di abbandonare carrozze e livree per un tenore di vita più ecclesiastico; con una serie di leggi dette «innocentine» diminuì le spese dei tribunali per purificarli da ogni apparenza di venalità,
In quest’opera di rigida osservanza dei principi morali rientra anche l’atteggiamento severo preso da Innocenzo XI contro il «probabilismo lassista», allora particolarmente sostenuto da alcuni Gesuiti; per soffocare certa tendenza anti-regolista egli riuscì a trovare un valido appoggio in Tirso Gonzales, docente all’università di Salamanca, che divenne poi generale dell’Ordine. La seria preoccupazione di mantenere pura la dottrina cattolica sulle questioni di fede e di costume si manifestò nella ferma azione condotta contro il «quietismo», unia subdola corrente mistica che faceva capo al sacerdote secolare spagnolo Miguel de Molinos. Arrestato e tradotto davanti al tribunale d’Inquisizione, egli riconobbe gli errori dei suoi insegnamenti tendenti a trascurare tutte le pratiche di pietà esteriore; li abiurò, ma fu condannato ugualmente al carcere a vita. Furono perseguitati tutti i suoi seguaci, tra i quali era però un cardinale, il vescovo Pietro Petrucci, autore di alcuni scritti ispirati al Molinos; Innocenzo gli evitò di comparire davanti all’Inquisizione, gli lasciò tutte le dignità, ma le sue opere furono poste all’Indice. Un processo ad un cardinale sarebbe stato diffamante per la Santa Sede.
Povero Innocenzo ! non sapeva di esser proprio «solo» in quest’opera di moralizzazione. S’illudeva, mentre non avrebbe dovuto fidarsi neanche del cardinal Cibo, che invece si teneva sempre vicino, come ricorda Pasquino con ironia;
 

È l’Odescalchi un’affamata fiera
che chiede Cibo ognor, da mane a sera,
 

Ma anche lui lo tradì perché, come ricorda il Giuntella, «conservò ad insaputa del papa una pensione del re di Francia», vale a dire, oltretutto, del suo più diretto nemico, con il quale il papa combatté da pari a pari. Tutto dipendeva dalla questione delle «regalie», venuta fuori sotto Clemente X; il re Sole non ci pensava nemmeno lontanamente a rinunciare a quel diritto della corona. Lo considerava inalienabile, forte anche dell’appoggio che il clero francese gli dava pur di opporsi all’autorità del papa in un insorgente rinnovato spirito d’indipendenza nazionalista. Questo si evidenziò nella celebre «Dichiarazione del clero gallicano sul potere della Chiesa» formulata nel 1682 dal vescovo di Meaux, Jacques Bossuet, approvata dall’assemblea ecclesiastica e registrata dagli Stati Generali per ordine del re.
Articolata in quattro punti, essa contemplava l’indipendenza del potere laico da quello ecclesiastico, la superiorità del concilio sul papa, l’intangibilità delle tradizioni canoniche francesi e l’infallibilità del papa sulle questioni di fede, condizionata però al consenso della Chiesa universale. La «Dichiarazione» era e restò poi una sorta di manifesto delle libertà gallicane, che il re Sole elevò al rango di articolo di fede, da insegnarsi come dottrina in tutte le scuole del regno. Se il papa si astenne dal condannare definitivamente i quattro articoli, è perché sperava di arrivare ad un accomodamento amichevole. Si limitò a riprovarli, rifiutando cioè l’approvazione di tutti i candidati vescovili proposti dal re che avevano partecipato all’assemblea del clero. Ben 35 diocesi francesi risultarono vacanti; i neoeletti potevano godere delle entrate delle diocesi, ma non avrebbero ricevuto l’ordinazione e non potevano quindi esercitare le funzioni ecclesiastiche proprie del vescovo.
Il re Sole volle allora mostrare le buone intenzioni di perfetto ortodosso, scatenando una crudele campagna contro gli ugonotti; si aspettava una resa del papa con quel bel servizio reso alla Chiesa cattolica e all’Inquisizione, che certo avrebbe fatto impazzire di gioia un Gregorio XIII. Ma la risposta d’Innocenzo lo lasciò interdetto: «Cristo non si è servito di questo metodo; bisogna condurre gli uomini al tempio, non trascinarveli dentro». Era un rifiuto dei metodi di costrizione alla Pio V.
Allora Luigi XIV provocò il papa con un altro mezzo. Quando una bolla del 1687 dichiarò decaduta la «libertà di quartiere», cioè l’immunità diplomatica di un’ambasciata sul quartiere romano in cui essa si trovava, la Francia si rifiutò di rispettare quel decreto, accettato invece dalle altre nazioni. Era in effetti dettato da norme di ordine pubblico per rendere più libera l’attività della magistratura e della polizia pontificia, e quindi risultava «protettiva» anche nei confronti dell’ambasciata stessa.
L’ambasciatore francese Henri Lavardin si presentò a Roma con un paio di squadroni di cavalleria, pretendendo spavaldamente il diritto d’asilo ad ampio raggio. «Essi vengono con cavalli e cariaggi», commentò Innocenzo, «noi vogliamo andare avanti invece nel nome del Signore»; pose l’interdetto sulla chiesa di S. Luigi e scomunicò l’ambasciatore. Il re Sole rispose da Parigi appellandosi ad un concilio ecumenico su tutte le controversie, ma contemporaneamente fece occupare Avignone e impedì al nunzio pontificio Angelo Ranuzzi di tornare a Roma; in pratica lo trattenne in stato d’arresto. Infine minacciò d’invadere lo Stato pontificio; ma non giunse a tanto.
Era comunque la rottura completa tra la Francia e la Chiesa di Roma, con uno scisma operante, seppure non apertamente dichiarato, che non si sarebbe composte in tempi brevi, con tante divergenze insolute. Innocenzo XI tuttavia pensò di colpire Luigi XIV screditandolo su un piano internazionale, appoggiandosi agli Stati che si opponevano in Europa alla sua egemonia; e si ritrovò, senza volerlo, alleato con i protestanti.
Inviò infatti notevoli sussidi in denaro al principe Guglielmo d’Orange, che aveva assunto il comando supremo sul Reno in difesa dei diritti dell’impero e della Chiesa contro Luigi XIV; il papa era all’oscuro invece delle trame inglesi tendenti a detronizzare il cattolico re Giacomo ed offrire il trono alla principessa d’Orange. E si arrivò al controsenso che, mentre «alla corte di Roma dovevano stringersi le fila di un’alleanza che si proponeva, e che realizzò, il fine di liberare il protestantesimo dell’Europa occidentale dall’ultimo grave pericolo che lo minacciava, e di garantire perpetuamente il trono d’Inghilterra alla confessione protestante», come ha mirabilmente evidenziato il Ranke, «i protestanti d’altra parte, difendendo l’equilibrio europeo contro la “potenza esorbitante” dovevano contribuire a che questa cedesse anche alle rivendicazioni ecclesiastiche del papato».

Ancora in politica estera il Papa poté finalmente festeggiare due importanti vittorie contro i Turchi. Nel 1683 vi fu un’importantissima vittoria delle armate cristiane alle porte di Vienna e nel 1686 si riuscì a liberare la città di Buda che dette il via alla liberazione di gran parte dei Balcani. Ma queste vittorie non assumevano più il valore di una religione su di un’altra. Ormai i termini delle contese e delle guerre erano diventati eminentemente politici.

        Nel discutere di queste vicende ve ne era una apparentemente minore che non deve essere dimenticata: questo Papa fu il primo che prese a cuore il problema del commercio degli schiavi sui quali riceveva relazioni dai missionari nel mondo.

        Per ritornare infine al titolo di bigotto lo si ricava dal suo operato in ambito culturale. Innocenzo fece chiudere i teatri di Roma lasciando solo quelli dove si eseguiva musica sacra. Nel 1679 condannò pubblicamente sessantacinque proposizioni, prese dagli scritti di vari letterati, come propositiones laxorum moralistarum e vietò a chiunque di insegnarle, pena la scomunica. Da non dimenticare infine che anche Innocenzo non riuscì a fare a meno dell’Inquisizione scagliandola soprattutto contro i valdesi, come del resto aveva fatto Alessandro VII(21).

        Il successore fu quel cardinale Pietro Ottoboni che, insieme ad Azzolini, era stato animatore dello squadrone volante. Fu eletto in mezzo alle solite lotte di potere tra i soliti francesi e spagnoli ai quali questa volta si aggiunsero gli austriaci. Ottoboni stava per avere il veto dalla Francia ma, quando i rappresentanti francesi lo udirono fare commenti sul predecessore e criticarlo per varie posizioni assunte tra cui la rigidezza dei costumi, anche il Re Sole si schierò dalla sua parte. Eletto Papa con il nome di Alessandro VIII (1689-1691) mantenne le sue promesse sui costumi che tornarono agli splendori abbandonati per qualche anno. Già da cardinale si era distinto per i favori fatti a parenti e conoscenti ed alla sua città, Venezia. Da Papa, pur avendo regnato meno di un anno e mezzo, arricchì in modo vergognoso tutti i parenti nominandoli in posti di prestigio e soprattutto molto ben remunerati. Tra essi spicca il nipote diciottenne, anch’egli Pietro, fatto cardinale. Pasquino scrisse:

Pietro spogliò Pietro,
per vestire Pietro.

Eh si, perché il nipotino spendeva e spandeva in una vita lussuosa e libertina tanto che era sempre dallo zio Pietro a chiedere e chiedere  senza avere mai un rifiuto. Aveva fretta di far arricchire i suoi e glielo diceva, Affrettiamo al possibile, perché sono sonate le 23 hore ! e cioè Sbrigatevi perché sono avanti negli anni e potrei morire ! E tutti i parenti, ma proprio tutti, ne approfittarono. Come quel Marco che gobbo e zoppo fu messo a capo delle galere pontificie e fatto sposare con Tarquinia Colonna, pronipote del cardinale Altieri.

        Luigi XIV intanto aspettava che il Papa ricambiasse il favore abrogando molte decisioni del predecessore e per far vedere la sua buona volontà lasciò libera Avignone e rinunciò alla libertà di quartiere. Anche il clero di Francia attendeva le nomine dei vescovi sulle sedi vacanti. Ma niente.

        Fu invece generoso con Venezia con motivo dei sempiterni Turchi con cui la città era in conflitto. Fece molte rimesse di denaro ed inviò anche sette galere e 2000 soldati che dovevano servire alla guerra ora spostatasi in Albania. La morte arrivò nel 1691 per impedire ulteriore depredazioni.

        Intanto accadevano cose di enorme importanza in Inghilterra, avvenimenti che avrebbero cento anni dopo dato un colpo mortale alle velleità della Chiesa.

LE NOTE E LA BIBLIOGRAFIA SONO ALLA FINE DELLA PARTE SECONDA DI QUESTO ARTICOLO

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