Fisicamente

di Roberto Renzetti

III – DALLA RIFORMA PROTESTANTE ALLA VIGILIA DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE (PARTE II)

Roberto Renzetti

Agosto 2010

LA RIVOLUZIONE INGLESE    

        Elisabetta I Tudor morì nel 1603 e, alla fine della dinastia Tudor, il potere in Inghilterra passò a Giacomo I Stuart che si trovò un regno composto di Inghilterra anglicana, Irlanda cattolica e Scozia calvinista. Si possono capire i gravi problemi soprattutto religiosi che Giacomo I dovette affrontare fino al 1625 quando, alla sua scomparsa, la corona passò al figlio Carlo I Stuart. Da questo momento iniziarono gravi problemi di scontro tra il Re ed il Parlamento a partire da questioni fiscali. Nel 1628 il Parlamento approvò una petizione al Re, la Petition of Right, in cui chiedeva al Re il riconoscimento di alcuni diritti: non si dovevano imporre tasse ai cittadini senza che il Parlamento le approvasse; non si doveva privare un cittadino della libertà senza un processo regolare; un libero cittadino non deve essere affidato a tribunali speciali; un libero cittadino non può essere obbligato di alloggiare truppe nella sua casa. Carlo I non tenne conto di queste richieste e si mosse in modo da aumentare il malcontento. In particolare applicò a tutti i cittadini una legge che aveva valore solo in tempo di guerra secondo la quale solo le città marinare dovevano pagare una certa tassa (ship money). Ma l’Inghilterra non era in guerra e Carlo I per riscuotere la tassa si infilò in un conflitto esistente in Scozia. Restava comunque aperta la questione della tassa che era solo per città marinare. Questa fu la scintilla che che portò alla Prima Rivoluzione Inglese, ma insieme vi erano questioni religiose che Carlo I tentava di regolare d’autorità anche con conversioni forzate e spostamenti di popolazione da una regione ad un’altra.

        Carlo I, di fronte ad un Parlamento non ubbidiente, lo sciolse (1629) iniziando a governare come un monarca assoluto. E come ogni assolutista iniziò a elargire terre dell’Irlanda cattolica, che non si convertiva alla religione ufficiale, ai Pari d’Inghilterra ed ai suoi favoriti. Alle terre si accompagnavano grandi elargizioni di denaro, tali da preoccupare i tesorieri. Questo insieme di provvedimenti creò profonda indignazione nella società inglese. L’arbitrio del Re, che erogava a piacimento uffici e benefici, e l’avidità di favoriti ed arrivisti stava intaccando i meccanismi protettivi delle corporazioni e dei mestieri. Lo scontento era generale: commercianti ed artigiani contro i nobili; la piccola nobiltà contro i Pari; i Pari contro i favoriti del Re. La risposta al malcontento fu del tutto inadeguata e l’assolutismo aggravò i problemi con l’introduzione di nuove tasse e con il tentativo di uniformare tutti alla Chiesa Anglicana. Quest’ultima poi era, e come no ?, completamente schierata con il Re approvando norme di disciplina e principi dottrinali che riconoscevano il suo diritto divino.

        Il grande malcontento e l’incapacità di gestire alcune situazioni politiche fecero sì che il Re riconvocasse il Parlamento. Dopo una prima fase incerta, esso riuscì a diventare una vera forza rappresentativa del popolo che affrontò guidandola una durissima lotta contro la monarchia (1640-1660). Questo Parlamento definì anche le proprie prerogative (1641): il suo diritto di restare in sessione fin quando fosse ritenuto necessario; il suo diritto di non essere sciolto da autorità esterna; il suo diritto di nomina di vescovi e capi militari; il diritto di decidere sulla legalità o meno di determinate tasse. A lato di ciò dichiarò aboliti i Tribunali speciali; affermò che l’unica fonte di legge dovesse essere il diritto comune (Common Law); cancellò le leggi arbitrarie del Re; si costituì come Tribunale che processò e condannò a morte i due  più fidati mi9nistri del Re ed il capo della Chiesa anglicana (1641). Tutto questo mise in moto varie reazioni con scontri militari che, dalla parte del Parlamento, videro emergere la figura del gentiluomo puritano Oliver Cromwell. Costui aveva messo insieme, contro la corruzione e l’idolatria rappresentate da Carlo I, uno strano esercito di volontari che combattevano leggendo i Salmi della Bibbia e si organizzavano con dispute teologiche. Erano ben pagati con le tasse riscosse dal Parlamento e combattevano con la fede contro l’esercito del Re, riuscendo ad avere la meglio. Nel 1645 vi fu la sconfitta definitiva di Carlo I. Il tiranno cercò rifugio in Scozia ma gli scozzesi lo consegnarono al Parlamento inglese in cambio di denaro. Questo personaggio fu processato e condannato a morte. Fu decapitato nel 1649 quando il Parlamento e Cromwell decisero l’abolizione della monarchia e l’istituzione della Repubblica (Commonwealth). Cromwell viene nominato Lord Protettore della Repubblica ed esibisce un programma basato su: salvaguardia del diritto di proprietà, indipendenza della chiesa dallo stato, libertà religiosa, eliminazione di tutte le opposizioni estremistiche (1653). Ma Cromwell entrò subito in conflitto con i repubblicani intransigenti del Parlamento. Egli quindi lo sciolse (1655) ed iniziò un vera dittatura militare che durò fino al 1658, quando morì. Si tentò di proseguire con il figlio di Cromwell ma il malcontento generalizzato ed un esercito condotto da un ex seguace di Cromwell (George Monk) restituì i poteri al Parlamento e restaurò la monarchia (1660) nella persona di Carlo II Stuart, figlio di Carlo I. Non si trattava però di un ritorno al passato perché nessuno pensò più di togliere potere al Parlamento e sovrani assoluti non ve ne furono più.

        Ma un Re è sempre un Re e con Carlo II ricominciò l’arbitrio, la corruzione, il nepotismo e l’intolleranza religiosa. Si aggiungano poi le aperture sospette al cattolicesimo(22). Fu il Parlamento a prendere in mano la situazione difendendo i diritti civili acquisiti, votando le leggi che escludevano i cattolici dalle cariche pubbliche (Test Act, 1672, 1673, 1678) e quella che escludeva il fratello del Re, Giacomo (che sarebbe stato Giacomo II), dalla successione perché cattolico (Exclusion Bill, 1678). Questa legge non impedì a Giacomo II di accedere al trono alla morte del fratello (1685) e di far finta che il Parlamento non esistesse. In poco tempo abrogò varie leggi parlamentari come il Test Act e l’habeat corpus (il giusto processo). Sciolse la Camera dei Comuni e riprese cordiali relazioni diplomatiche con il Papa. Vi furono rivolte represse con estrema durezza. Le proteste si acquietarono pensando che Giacomo non aveva discendenza e presto avrebbe terminato il suo dispotismo di Re cattolico. La successione sarebbe andata a Guglielmo d’Orange di sicura fede protestante. Ma inaspettatamente nel 1688 venne fuori l’erede di Giacomo II. Iniziarono allora le rivolte che il Parlamento seppe indirizzare. Fu chiesto a Guglielmo d’Orange di intervenire. Questi attraversò la Manica ed entrò trionfalmente a Londra. Il Parlamento dichiarò decaduto Giacomo II che scappò rifugiandosi in Francia da Luigi XIV.

        Non si trattava comunque del solo cambiamento di una dinastia ma dell’inizio di quella che fu chiamata Gloriosa Rivoluzione che fu sancita da due atti di fondamentale importanza: la cacciata di Re Stuart fu basata su l’inadempienza di questi del contratto originario e fondamentale tra Re e Popolo; la dichiarazione dei diritti in cui erano elencate le leggi e le libertà fondamentali che tutti i sovrani dovevano giurare di rispettare prima di essere proclamati Re. Il potere del Re veniva definitivamente sottomesso al Parlamento, con la conseguenza che nasceva un nuovo tipo di Monarchia, quella costituzionale. In questi ultimi atti non vi fu spargimento di sangue, per questo ci si riferisce alla Rivoluzione Inglese come pacifica (anche se precedentemente vi furono varie guerre che provocarono molti morti).

        Questa Rivoluzione fu il seme dal quale si alimentarono tutte le Rivoluzioni liberali europee (e non solo) del XVIII e XIX secolo. Nel Parlamento si costituì subito il Partito Whig che diventerà poi Partito Liberale un membro del quale sarà quel John Locke, primo teorico dei regimi liberali a cominciare dai suoi Due Trattati sul Governo del 1690. Le funzioni fondamentali dello Stato liberale sono in sintesi quelle di tutelare la libertà, l’uguaglianza, la vita e la proprietà dell’individuo con la negazione dei privilegi dell’aristocrazia e del clero e dell’origine divina del potere del sovrano. E Locke definisce anche una giustificazione etica della rivoluzione, il diritto di resistenza che ciascun individuo può e deve esercitare quando lo Stato agisce in contrasto con la volontà popolare od in contraddizione con i principi costituzionali. E’ uno degli aspetti dell’Illuminismo che riempirà di sé il XVIII secolo fino allo scoppio della Rivoluzione Francese.

        Ritornando alle vicende della Chiesa, il successore di Adriano VIII si troverà a che fare con una Inghilterra non solo anglicana ma patria di quella modernità che la Chiesa aborrì ed aborrisce.

DAI CRIMINALI AGLI INCAPACI

        Dopo un conclave lunghissimo (5 mesi) con lotte furibonde tra differenti fazioni, con lo squadrone volante che cercava di imporsi e con tumulti e proteste popolari ed anche con una nuova fazione, quella degli zelanti(23) (che avevano maturatol’idea che una riforma della Curia fosse ormai improrogabile, e che la pratica del nepotismo non fosse proprio più difendibile), fu eletto il cardinale Antonio Pignatelli, uno degli zelanti, che assunse il nome di Innocenzo XII (1691-1700), battezzato Pulcinella da Pasquino, ma solo per il suo aspetto fisico. Innocenzo fu infatti un uomo di Chiesa un vero uomo dedito a rimettere un poco di ordine nel disastro e nella corruzione generalizzata. La principale attività di riforma nella Curia e della Chiesa fu indirizzata contro il nepotismo innanzitutto con il suo esempio. Impedì ad ogni suo parente di mettere piede in Vaticano e quando, dovendo nominare dei cardinali, gli fu fatto il nome dell’arcivescovo di Taranto come persona degnissima egli rispose: E’ vero ma è mio nipote, e quindi non nominato. Ma al di là degli aneddoti egli operò contro il nepotismo innanzitutto con una costituzione, la Romanorum decet Pontificem del 1692, quindi con un libretto, che incaricò di scrivere a Celestino Sfrondati, il Nepotismus theologice expensus, quando nepotismus sub Innocentio XII abolitus fuit, nel quale vi era una ricostruzione storica degli enormi danni provocati dal nepotismo. Infine pretese ed ottenne il giuramento dei cardinali (unito al suo) sulla costituzione contro il nepotismo.

        Anche la sua attività di pontefice fu esemplare: fu caritatevole con i poveri; aiutò le donne inabili al lavoro alloggiandole in Laterano, ormai non più abitato dai pontefici trasferitisi al Quirinale; anche gli uomini privi di lavoro furono ospitati a San Michele a Ripa Grande; affrontò le grandi calamità che si abbatterono su Roma (peste, terremoto ed inondazione del Tevere) dando fondo alle riserve di cassa del Vaticano con cui dette soccorso ed assistenza a tutti i disastrati (come egli diceva, i suoi veri nipoti).

        Altri suoi interventi riguardarono la migliore organizzazione delle dogane e l’unificazione dei tribunali nel nuovo Palazzo di Montecitorio (architetto Fontana) allora chiamato Curia Innocenziana. Soprattutto intervenne sul lassismo ella Curia e del clero istituendo la Congregazione per la disciplina del clero che doveva essere rispettata pena la riduzione allo stato laicale. Vedremo oltre come andrà a finire.

        A livello di politica estera si occupò delle missioni in Asia, Africa ed America incrementandole ed anche di cercare di risolvere le controversie con la Francia del Re Sole riuscendovi solo in parte, nel senso che almeno il paventato scisma si allontanò, ma dovendo rinunciare ad una autorità totale sul clero francese che si mantenne abbastanza autonomo da Roma e con il Re che affermò di non poter intervenire. Comunque la credibilità, non tanto della Chiesa quanto di questo Papa, crebbe al punto che Carlo II di Spagna (figlio di Felipe IV ed ultimo Asburgo di Spagna), non avendo figli, chiese al Papa a chi lasciare il trono. Inn0ocenzo affidò la questione ad una commissione che si pronunciò in favore dei figli dell’erede al trono di Francia, sposo di Maria Teresa che era sorella maggiore di Carlo II. Questo parere fu preso in considerazione e così si fece nel testamento di Carlo II. Carlo II morì nell’anno in cui morì Innocenzo ed ambedue non videro la conclusione della vicenda che provocò una guerra.

        Poi venne il giubileo del 1700, evento che Innocenzo non riuscì a portare a termine per la sua scomparsa.

        Ilo conclave che seguì vide lo squadrone volante impegnato nella prosecuzione della politica di Innocenzo, riforma della Chiesa e neutralità internazionale. Ma la vicenda della successione spagnola aveva riscaldato gli animi e, proprio mentre il conclave era in corso, arrivò la notizia della morte di Carlo II. Quanto messo a testamento da Carlo II su indicazione della commissione di Innocenzo, la successione cioè spettante a Filippo d’Angiò nipote di Luigi XIV, non fu tenuto in conto e vi fu chi rivendicò quel trono, e cioè Leopoldo I d’Austria (o d’Asburgo o del Sacro Romano Impero), figlio di Ferdinando III d’Austria e nipote di Felipe III di Spagna da parte di madre  (Leopoldo aveva varie ragioni per rivendicare quel trono). Il problema, gravissimo, scoppiò nel 1701 con il Trattato dell’Aia con il quale l’Inghilterra e le province olandesi si allearono con Leopoldo I per sostenere i suoi diritti al trono di Spagna e, contemporaneamente, difendere i propri diritti sulle rotte commerciali marittime, seriamente minacciate dalla nuova alleanza franco-ispanica che proprio il Papa Innocenzo aveva aiutato a costruire. Questa situazione portò alla guerra di successione spagnola del 1702 che vide allearsi a Francia e Spagna Vittorio Amedeo II di Savoia ed i Principi di Baviera e Colonia. Intanto nel 1703 Filippo d’Angiò salì al trono di Spagna con il nome di Felipe V.

        Il Papa tentò una neutralità alla quale nessuno credette anche perché egli stesso aveva inviato ingenti finanziamenti a Felipe V prelevati dalle casse della Chiesa. Alla morte di Leopoldo I nel 1705, il suo successore Giuseppe I d’Asburgo non attese oltre e distolse parte dell’esercito impegnato con la Francia per invadere lo Stato Pontificio (1708). Clemente sperò in un aiuto dei francesi prima che gli imperiali arrivassero a Roma. Ma tale aiuto non venne e ciò costrinse Clemente ad un trattato con il quale riconosceva l’arciduca Carlo, fratello di Giuseppe, legittimo Re di Spagna. Un Papa era di nuovo riuscito a rendere ridicola la posizione della Chiesa sul piano dei rapporti internazionali. Il Re di Francia si indignò per il voltafaccia e Clemente si trovò a tale mal partito che più volte manifestò l’intenzione di dimettersi da Papa. E ciò faceva piovere sul bagnato perché la stima che aveva precipitò al suolo tanto che lo stesso Giuseppe non prese neppure in considerazione la restituzione delle terre di Romagna che aveva occupato quando invadeva lo Stato della Chiesa. Come conseguenza grave vi fu la totale estromissione della Chiesa ai trattati di pace che seguirono la guerra di successione (Trattato di Utrecht del 1713 tra Francia ed Inghilterra e Trattato di Rastatt del 1714 tra Francia e Carlo VI d’Asburgo, succeduto a Giuseppe I nel 1711), trattati che definirono la struttura dell’Europa fino a circa il 1850. In proprio la Chiesa perse il Ducato di Mantova e quello di Piacenza e Parma.

        La credibilità della Chiesa era definitivamente perduta e ciò ebbe una ricaduta in campo interno, in Italia, dove il Papa perse sempre più credito avviando un lento ma inesorabile processo di laicizzazione. Clemente tentò di recuperare la sua credibilità con la popolazione facendo opere di bene, distribuendo denaro, facendo il mecenate, costruendo opere pubbliche anche fuori Roma, facendo il nepotista con la sua città d’origine piuttosto che con i nipoti e ripristinando il gioco del lotto. Ma non ci fu nulla da fare perché risultò sempre impacciato ed incapace i gestire gli affari di Stato e con un credito demolito del tutto.

        Il nuovo conclave fu una ripetizione delle solite rivalità politiche, questa volta con Francia e Spagna insieme contro l’Austria. La vinse così un neutrale molto malandato e debole che, tutti pensarono, avrebbe comunque permesso a tutti di continuare con i propri comodi. Fu eletto il cardinale Michelangelo Conti, colui che dorme sempre come diceva Pasquino, che assunse il nome di Papa Innocenzo XIII (1721-1724). Non era proprio all’altezza, il pover’uomo. Anche come nepotista non fu bravo perché riuscì a nominare solo un suo fratello cardinale. Politicamente ebbe un duro scontro con i Gesuiti che avrebbero incarcerato altri missionari. Niente altro da segnalare avviandoci al successivo conclave ripetizione dei precedenti con, di nuovo, lo squadrone volante che vinse tra i contendenti dei soliti Paesi (Francia, Spagna, Austria). Fu eletto il cardinale  Pier Francesco Orsini che assunse il nome di Papa Benedetto XIII (1724-1730). Era della famigerata famiglia Orsini ma si rivelò mite ed austero anche se assolutamente incapace di essere all’altezza del suo compito e, come scrisse il cardinale Prospero Lorenzo Lambertini, futuro Papa Benedetto XIV, non aveva la minima idea di ciò che è governare.

        Fece l’asceta vivendo quasi da povero con la sua massima occupazione che fu, insieme alle funzioni religiose, la modifica delle fonti battesimali nelle chiese in modo da riportare il battesimo alle origini con l’immersione. Questa attività di Benedetto fu descritta anche da Montesquieu  nel suo Voyage d’Italie (1728).

        Benedetto ebbe anche il culto dei santi e fece molte canonizzazioni. Criticò aspramente il lusso dei cardinali e si pronunciò contro l’uso di barbe e parrucche da parte degli ecclesiastici. Regolò il modo di vestire con sanzioni dure: tra l’altro si prevedeva l’abito lungo per gli ecclesiastici ma senza strascico. Ai Gesuiti vietò qualsiasi polemica. Vietò il peccaminoso gioco del Lotto legandolo all’usura e decretò pene maggiori, anche di carcerazione e denuncia all’Inquisizione, per le donne perché più vi ricorrevano. Conseguenza di ciò fu che molti soldi andarono ad arricchire le ruote di altri Stati, ruote sulle quali i romani passarono.

        Il suo zelo religioso fu appagato con il giubileo del 1725 quando ebbe anche modo di inaugurare la scalinata di Trinità dei Monti. Ed egli pensava che Roma fosse una città santa, ma si illudeva e di molto. L’osservatore attento e distaccato Montesquieu annotava: Una pubblica simonia regna oggi a Roma; non si è mai visto, nel governo della Chiesa, regnare il delitto così apertamente. Uomini vili sono preposti da ogni parte alle cariche [300 anni sembrano passati invano ! ndr].

        Poiché era incapace di ogni azione di governo, il poveretto si era fidato di un bandito, l’arcivescovo di Benevento Niccolò Coscia, al quale aveva affidato il governo delle finanze e della politica. Coscia portò la gestione dello Stato Pontificio al disastro finanziario con un traffico indecente di favoritismi e malaffare, arricchendosi spudoratamente e con tutto il denaro di Roma che va a finire a Benevento (Montesquieu). Inoltre, poiché il Papa è un debole ed incapace, che ritiene calunnie quelle rivolte contro Coscia, sono i Beneventani che dirigono la sua debolezza, e siccome è gente da nulla, manda avanti gente da nulla (Montesquieu). Tutto ciò fece odiare Benedetto dai Romani che vedevano spogliata la città da estranei ignobili e pure da nulla.

        Con questo governo la politica internazionale praticamente non esisteva. O meglio era fallimentare perché la Sardegna, storicamente pontificia, passò senza battere ciglio a Vittorio Amedeo II di Savoia che fu pure riconosciuto Re di Sardegna. Il savoiardo ottenne anche il diritto sulle diocesi sarde, tramite pagamento di una tangente a quel delinquente di Coscia.

        E con questi risultati entusiasmanti, si concluse questo indegno pontificato che lasciò spazio ad un lunghissimo conclave nel quale nuove forze intervennero per interessi propri: i Savoia (sostenuti dal cardinale Albani) ed i Medici (in via d’estinzione). Questi ultimi temevano di perdere il granducato che era un protettorato pontificio e quindi corruppero tutti con l’intervento delle loro banche a Londra, Parigi e l’Aja. Fu così eletto il cardinale fiorentino Lorenzo Corsini che assunse il nome di Papa Clemente XII (1730-1740).

        Il personaggio era stato scelto perché si intendeva di finanza e si confidava in lui per raddrizzare l’edificio ormai cadente delle finanze vaticane alle quali erano venute a mancare le regalie, tutti i rediti delle varie terre e vescovadi, in terra di Francia, Sardegna, Meridione d’Italia. Ciò che fece fu del tutto deludente perché stampò un poco di moneta e ripristinò il Lotto (che non fu più considerato gioco peccaminoso). Per il resto non vi sono cose di rilievo da raccontare al suo attivo fors’anche perché era divenuto cieco nel 1733 e tutti gli affari di Stato furono affidati al nipote, il cardinale Neri Corsini, anch’egli incompetente. Tutto allora passò alla Curia con grande gioia di tutti i gaudenti perché ripresero le spese pazze, la corruzione, il clientelismo, il nepotismo, la simonia ed il lusso.

        Sempre più decadeva la credibilità dello Stato Pontifico ormai trattato a pesci in faccia tanto che, per una delle infinite guerre, l’esercito spagnolo venne a fare arruolamenti forzati a Roma con ribellione dei cittadini che assaltarono le sedi spagnole a Roma e a Velletri gettarono dei soldati di quel Paese dalle mura. Anche l’ennesimo trattato di Pace, quello di Vienna del 1738, non contò minimamente sull’esistenza della Chiesa e prese decisioni contrarie ai suoi interessi. A Napoli e Sicilia si insediò Don Carlos di Borbone; in Toscana, schiaffo al Papa, il potere passò ai Lorena; cadevano molti privilegi ed altre entrate in vari Paesi.

        Di rilievo, anche per le future conseguenze, fu la presa di posizione di Clemente contro la Massoneria che comparve a Firenze nel 1733 e a Roma nel 1735. Il Papa scrisse una Bolla di condanna nel 1738, In Eminenti, con la quale scomunicava gli aderenti all’associazione perché, come riassume Rendina, “essa univa uomini di ogni religione, e setta sotto la parvenza di compiere doveri di etica naturale, obbligandoli col giuramento e la minaccia di castighi a mantenere segreto quanto veniva deliberato nelle diverse logge“.

        Niente di più su questo Papa oltre al fatto che, mentre discutiamo di molte cose, l’Inquisizione, anche se meno intensamente, continuava ad operare(24) e l’Encyclopedie veniva messa all’Indice dei libri proibiti.

L’ILLUMINISMO

        Questa vicenda della Massoneria è sintomatica di un clima che andava crescendo in Europa. Dopo la Rivoluzione Inglese andavano diffondendosi in modo sempre più esplicito i suoi ideali che riconoscevano l’uomo e la ragione al centro del vivere civile. Era l’inizio di una sfida gigante contro tutti i detentori di antichi privilegi, nobiltà e clero, sfida che culminerà nella Rivoluzione Francese. Ora siamo in pieno Illuminismo quel movimento d’opinione che da Locke (ragion politica) e Newton (ragione scientifica) stava interessando le persone colte di quella classe borghese che, in connessione con i nuovi modi di produzione (manifattura al posto di artigianato), andava affermandosi, la borghesia. L’Illuminismo non fu una corrente di pensiero filosofico ma un movimento culturale variegato che aveva in linea di massima alcuni ideali di fondo: la libertà e l’uguaglianza sociale, i diritti umani, la laicità dello Stato, la scienza e il pensiero razionale. Esso si muoveva contro ogni metafisica essenzialmente su tre grandi linee-guida:

1) La ragione è in grado di spiegare tutti i più grandi problemi dell’uomo. Lo spirito scientifico ha il primato su ogni forma di oscurantismo.
2) L’uomo ‘illuminato’ ha il dovere di difendere la cultura. Occorre che i filosofi naturali, essi stessi, facciano i divulgatori dello spirito scientifico. L’operazione di divulgazione porta con sé il superamento delle vecchie credenze che sono ancora alla base della diffusione, e quindi del potere,della religione. A tale proposito Locke aveva osservato: C’è ragione di credere che se gli uomini fossero più istruiti, tenterebbero molto meno di imporsi al proprio prossimo. Si noti che la più grande opera di divulgazione che fino ad allora fosse stata intrapresa è l’Encyclopedie, alla cui realizzazione lavorarono quasi tutti i principali pensatori francesi sotto la direzione di D’Alembert e Diderot. Dopo gli attacchi dei Gesuiti (1752), che vi trovarono frasi eretiche tanto da invocare l’Inquisizione, e varie proibizioni e censure da parte del Consiglio di Stato fino al divieto di vendere o possedere l’opera, l’Encyclopedie fu condannata da Clemente XIII nel 1759.
3) La condizione umana può essere radicalmente migliorata proprio dall’abbattimento di miti, pregiudizi, superstizioni. L’uomo che si è impadronito dello spirito scientifico può progredire.

Utile per delineare sommariamente l’Illuminismo, che non fu fondamentalmente né antimonarchico né antireligioso e che anzi prese idee ed ebbe collaborazione sia da uomini di Chiesa che da Sovrani,  è quanto scrisse Kant per spiegarlo:

L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a sé stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! – è dunque il motto dell’illuminismo. Sennonché a questo illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma io odo da tutte le parti gridare: — Non ragionate! — L’ufficiale dice: — Non ragionate, ma fate esercitazioni militari. — L’impiegato di finanza: — Non ragionate, ma pagate! — L’uomo di chiesa: — Non ragionate, ma credete. 

        Questa grande fiducia nelle possibilità, dell’uomo nasceva certamente dai grandi successi che, nel secolo precedente, la filosofia naturale aveva conseguito. Ed il massimo sintetizzatore di quei successi e di quella filosofia naturale era proprio Newton che ora si ergeva a modello da imitare. Con l’uso dei metodi scientifici indicati da Newton sarebbe stato possibile sbarazzarsi dei residui scolastici e metafisici presenti in Descartes ed in Leibniz. D’altra parte le filosofie cartesiana e leibniziana rispondevano bene agli interessi di chi manteneva vecchi privilegi e pertanto, da questi ultimi, erano state accettate e rese funzionali al loro sistema di potere. La lotta quindi contro il cartesianesimo ed il leibnizianesimo, per l’affermazione della filosofia di Newton, aveva in sé una grande carica rivoluzionaria e si configurava come lotta di potere con l’illusione che, di per sé, l’affermazione del newtonianesimo avrebbe comportato quella di nuove classi sociali (la borghesia appunto).

         Fu certamente il grande impegno di un uomo come Voltaire che riuscì a far conoscere al grande pubblico francese l’opera di Newton. Furono poi i lavori di Condillac, Helvetius, Diderot, D’Alembert e molti altri che imposero le nuove idee nel continente. E’ di grande interesse l’opera di Voltaire Lettere Inglesi ed in particolare la XIV (scritta tra il 1726 ed il 1729). Voltaire era stato allontanato dalla Francia perché non gradito per le sue satire politiche. Nel 1726 si recò in Inghilterra dove resterà per circa 3 anni. Venne così a contatto con una società, con delle istituzioni avanzatissime rispetto a quelle francesi. In Inghilterra vi era già stata la rivoluzione liberale, la borghesia aveva preso il potere e amministrava il Paese con grande efficienza che faceva bella mostra di sé soprattutto se confrontata con la staticità della monarchia francese. Voltaire ebbe modo di conoscere l’opera di grandi pensatori inglesi quali Bacon, Locke e Newton che saranno ispiratori dell’Illuminismo francese. Voltaire, pur nelle contraddizioni che lo caratterizzarono (ammirava l’Inghilterra, pur sognando non un Parlamento ma un monarca illuminato; polemizzava violentemente con la Chiesa pur credendo ad un principio divino; … ), coglieva l’arretratezza del pensiero dominante del suo Paese nella filosofia di eredità medioevale di Descartes (pur difendendo il filosofo dai suoi detrattori, ad esempio, riguardo alle sue fondamentali scoperte in matematica). Gli argomenti che porta a sostegno delle aperture filosofiche di Newton rispetto alla filosofia cartesiana, sono riportati nella citata Lettera XIV (25).

         Dal punto di vista della teoria dello Stato nella prima metà del Settecento si ebbero importanti contributi del citato Montesquieu tra cui la sua opera fondamentale, De l’esprit des lois (Lo spirito delle leggi). Pubblicato in forma anonima nel 1748. In essa prendono forma i principi di uno Stato liberale che deve separare i poteri, il legislativo, l’esecutivo ed il giudiziario, per garantire il cittadino dall’arbitrio ed dal sopruso del potere dello Stato. A questo punto il discorso andrebbe troppo lontano perché nascono divisioni di pensiero che sono alla base dello stesso movimento illuminista. Nascono le prime differenze tra liberalismo e democrazia della quale ultima fu sostenitore Rousseau; Voltaire per parte sua fu più propenso al dispotismo illuminato; insomma nasceva quel necessario dibattito e quella naturale differenza di opinioni, sempre impedita nei secoli precedenti, che è alla base della costruzione di uno Stato moderno. Locke, Adamo Smith, Kant, per parte loro, definirono alcune regole alla base della costruzione di buone leggi:

  • l’essere norme generali applicabili a tutti, in un numero indefinito di circostanze future;
  • l’essere norme atte a circoscrivere la sfera protetta dell’azione individuale, assumendo con ciò il carattere di divieti piuttosto che di prescrizioni;
  • l’essere norme inseparabili dall’istituto della proprietà individuale.

        Ho fatto solo un cenno di problemi fondamentali alla base della convivenza civile (che in Italia non abbiamo ancora) e tutto ciò mi serve per mostrare lo iato enorme esistente tra i dibattiti in seno alla Chiesa e  quelli in seno all’Europa. A questi dibattiti gran parte dell’Italia era assente ed ancora oggi ne paga pesantemente le conseguenze.

        E l’insieme di queste teorie dello Stato non erano meri esercizi teorici perché, proprio in quegli anni trovavano pratici interpreti nelle Colonie sia inglesi che francesi in America. Fu proprio da una protesta dei coloni per le restrizioni loro imposte nei commerci e  per le tasse che la corona inglese voleva imporre (Stamp Act,1765) a far partire il movimento che portò all’indipendenza ed alla Costituzione americana (No taxation without representation). Franklin e Washington furono coloro che coordinarono la protesta verso la madre patria e portarono alla separazione da essa sulla base di principi elementari ben presenti nel movimento illuminista: essere sottoposti a leggi che non si era contribuito a formare equivaleva per i coloni alla schiavitù; i coloni sentivano cioè di essere trattati dall’Inghilterra come schiavi. Seguirono altri atti che i coloni (soprattutto quelli del Nord) ritennero contrari ai loro interessi e favorevoli a compagnie commerciali e latifondisti. A ciò si rispose iniziando con il rivendicare l’autonomia amministrativa in un Congresso riunito a Filadelfia (1774) con Franklin che tentava di costruire una federazione tra Inghilterra e Colonie d’Oltremare. Ma ormai le cose erano andate molto avanti tanto che iniziarono gli scontri armati tra l’esercito inglese ed i volontari delle Colonie fino alla Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776, redatta da Jefferson, Franklin e Adams e firmata dai rappresentanti delle Colonie. Naturalmente il tutto non finì qui. L’Inghilterra non demordeva e continuò con la guerra nella quale entrò anche la Francia che, per propri interessi politico-economici, si allearono con le Colonie (successivamente entrò in guerra anche la Spagna). Un primo trattato di pace con il riconoscimento degli Stati Uniti ci fu a Parigi nel 1783 (l’Inghilterra perse le Colonie ma rimase la più grande potenza marittima, la Spagna riconquistò Menorca mas iniziò a disgregarsi, la Francia si impossessò del Senegal e di Trinidad and Tobago ma si dissanguò economicamente e militarmente tanto che qualche anno dopo i rivoluzionari ne avrebbero tratto beneficio).

        Gli indigeni d’America (gli indiani) persero invece tutto. Furono sterminati da questi puritani inglesi e dai cattolici francesi. Un vero genocidio che ha lasciato solo qualche sopravvissuto da esibire a fini economico-commerciali in circhi e fiere.

        E poiché siamo in America, seguiamo in breve un’altra vicenda che riguarda direttamente la Chiesa e la sua politica, quella delle Missioni dei Gesuiti sul Rio Paranà e suoi affluentia nord delle grandi rapide e cascatedel Rio Iguazù, zone abitate dagli indigeni guaraní.

LE MISSIONI DEI GESUITI SUL RIO PARANÀ

        Una delle attività missionarie dei Gesuiti si svolse in America del Sud in una zona lungo l’alto Rio Paranà ed i suoi affluenti che è situata tra gli attuali confini di Argentina, Paraguay, Brasile, Uruguay, Bolivia. Le prime missioni, che venivano chiamate reducciones de indios o riduzioni, sorsero nel 1610 e ad esse ne seguirono molte altre fino a circa la metà del Settecento. Quelle riduzioni, approvate dalla Corona spagnola ma ostacolate dai coloni e dalle autorità ecclesiastiche locali e coloniali, che interessavano circa 140 mila abitanti (autorizzati da Felipe IV di Spagna ad avere armi), erano situate in posizioni tali da impedire o rendere molto difficile il commercio degli schiavi praticato nella zona soprattutto da portoghesi e spagnoli (erano famosi i Bandeirantes o paolisti, cioè schiavisti brasiliani). Dal punto di vista dell’organizzazione esse erano dei piccoli villaggi fortificati autonomi a struttura teocratica organizzati anche urbanisticamente in modo razionale, con una perfetta geometria che in gran parte si ripeteva nei diversi villaggi. Una grande piazza per le riunioni intorno a cui vi erano i piccoli edifici delle abitazioni, delle scuole, del culto. Una sorta di grandi conventi con adattamenti agli usi e costumi locali che, grazie alle attività agricole introdotte dai Gesuiti (coltivazione del cotone, del mate), godettero una certa prosperità. Tutto era in comune e regolato da orari e regole precise. Uno storico dell’epoca, Ludovico Antonio Muratori, nel suo Cristianesimo felice nelle missioni de’ padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay (1743-1749), così le descrive: Quelle piccole repubbliche possono in una certa maniera appellarsi come numerosissimi monasteri, dove son meravigliosamente regolate tutte le faccende sia spirituali che temporali della giornata e provveduto al mantenimento di ognuno. Vi si viveva una forma di comunismo volontario, che le stesse circostanze storiche concorrevano a rendere accettabile: il fatto che fuori delle riduzioni gli indios sarebbero stati vittime delle violenze dei bianchi con rischi di divenire schiavi; il forte senso tribale e comunitario degli indios; la dimensione relativamente modesta della popolazione di una riduzione.

Il disegno di un tipico villaggio riduzione

I resti di una riduzione

       Tutto andò bene fin quando le pressioni dei coloni, della Chiesa locale e dei trafficanti di schiavi non crebbe. Si iniziò con l’obbligare gli indios ad abbandonare sette riduzioni, attualmente in territorio brasiliano, perché sorgevano in una regione destinata alla Corona del Portogallo dall’accordo tra Portogallo e Spagna firmato a Madrid nel 1750 (spagnoli e portoghesi si accordarono per una rettifica dei confini tra i rispettivi possedimenti. Secondo la nuova demarcazione le sette riduzioni, per un totale di circa centomila indios, venivano a cadere in territorio portoghese con la conseguenza che il loro destino era segnato). L’accordo non fu accettato né dagli indios né dai Gesuiti. Nel 1752 giungeva a Buenos Aires Lope Luis Altamirano, mandato dal padre Generale dei gesuiti come visitatore delle riduzioni, con pieni poteri per quanto concerneva l’applicazione del trattato dei confini. Gli indios tentarono di opporsi all’applicazione del trattato con azioni di resistenza che però non avevano alcuna possibilità di riuscita.Il via al massacro degli indios era arrivato dal papa Benedetto XIV per esaudire i desideri di sovrani cattolici come quello portoghese e spagnolo.In una località attualmente nel Brasile del sud si scontrarono l’esercito ispanoportoghese, costituito da 1700 uomini, e un numero uguale di indios guaraní. Caddero 1311 indios, 152 furono fatti prigionieri e gli altri fuggirono nella vicina foresta. Ma la guerra durò sei anni, dal 1750 fino al 1756, con la ovvia sconfitta degli indios. Gli indigeni rimasti subirono un triste destino: i loro terreni furono occupati, furono privati dei loro averi, subirono abusi di ogni sorta da parte degli europei, furono costretti a rapinare per sopravvivere, molti morirono di fame e molti furono schiavizzati. Coloro che riuscirono a sopravvivere vennero incorporati nelle milizie portoghesi e spagnole per essere coinvolti in massa in tutti i conflitti regionali che seguirono. I Gesuiti furono accusati dagli di aver incitato gli indios alla rivolta. Questi ultimi invece rinfacciavano loro di essersi venduti al nemico. Fu il Portogallo ad aprire la strada alla soppressione dell’ordine. Il marchese di Pombal, capo del governo, entrò in aperto conflitto con i gesuiti per questa vicenda. Il marchese inviò a Papa Benedetto XIV una relazione in cui accusava i gesuiti di avidità di denaro e sete di potere e li denunciava di essere al centro di scandalose operazioni commerciali. Da qui una serie di reazioni a catena che portarono all’espulsione dei Gesuiti da vari Stati europei e annesse colonie. Nel 1758  venivano cacciati dal Portogallo, nel 1764 dalla Francia, nel 1767 dalla Spagna (dove l’ordine rappresentava un ostacolo all’assolutismo monarchico), sempre nel 1767 da Napoli e Sicilia, nel 1768 dal regno delle due Sicilie e da Malta, sempre nel 1768 da Parma; l’espulsione dei gesuiti dalle riduzioni, avvenne nel 1768 per ordine di Carlo III re di Spagna. La Compagnia di Gesù si avviava così verso la soppressione, avvenuta per ordine del papa Clemente XIV il 21 luglio 1773. Le riduzioni furono affidate a domenicani e francescani.

RITORNIAMO ALLE PICCOLE COSE PONTIFICIE

        Il conclave si svolse come in un film già visto. Altre potenze con differenti alleanze si scontravano: da una parte la Francia alleata con l’Austria e dall’altra la Spagna alleata con Napoli e la Toscana. Una mediazione possibile, ma dopo sei mesi di scontri, fu l’elezione del cardinale Prospero Lambertini che assunse il nome di Papa Benedetto XIV (1740-1758).

        Fu persona amabile e spiritosa. Molto semplicemente si avvicinava alla gente che usava frequentare come un prete ordinario. Da queste frequentazioni capì qual era la miseria che regnava a Roma e nei territori dello Stato Pontificio. Tentò di alleviare le sofferenze aiutando in solido i bisognosi con i denari tratti dai risparmi nelle spese dello Stato, risparmi dettati non da un economista ma da una persona di buon senso.

        Si rese conto che il pensiero illuminista si faceva strada ovunque con gravi rischi per il Cristianesimo che risultava screditato dall’uso della ragione. Capì che la lotta contro il nuovo non avrebbe prodotto risultati e che sarebbe stato invece necessario essere tolleranti mantenendo uno spirito di conciliazione universale. In tal senso egli iniziò un dialogo senza pregiudizi tra differenti religioni, anche con i protestanti e gli anglicani (questi ultimi eressero una statua in suo onore con la scritta al migliore dei pontefici). Il suo operato in politica e nei fatti religiosi, una meteora purtroppo, era ispirato proprio a principi di tolleranza e conciliazione ed è ben descritto da Rendina:

 Alla luce di questo ideale non importava che le terre dello Stato pontificio ”venissero campo di battaglia durante la guerra di successione austriaca; il papa stesso offriva il libero passaggio alle truppe e pur di raggiungere il suo scopo era ben lieto di sopportare il «martirio della neutralità». Era dolorosa sì la perdita definitiva ad Aquisgrana di Parma, Piacenza e Guastalla, passati a don Filippo di Borbone, ma era il sacrificio compiuto in nome di un ideale evangelico, nell’adattamento ai tempi che cambiavano. E su questa scia è lecito il sospetto subentrato allora in molti uomini della Curia, che nel profondo del suo animo Benedetto fosse convinto di liquidare col tempo in gran parte il potere temporale della Chiesa. Di qui si «giustificano» tutti i concordati stipulati con le diverse nazioni europee, verso le quali si mostrò remissivo, convinto com’era che la rinuncia ai diritti temporali favorisse la rinascita spirituale della Chiesa di Roma. Dal concordato col re di Sardegna, nominato vicario apostolico nei feudi pontifici disseminati nel suo Stato, a quello con il re di Napoli, in una limitazione al diritto delle immunità ecclesiastiche; da quello con la Spagna, nella concessione al re del diritto universale di patronato per cui egli poteva concedere a chiunque ben dodicimila benefici esistenti, restandone a Roma soltanto cinquantadue, a quello con il Portogallo, al cui re Benedetto concesse il titolo di «re fedelissimo in un’apposita costituzione.

E ancora questo papa permise all’imperatrice Maria Teresa di tollerare nei suoi Stati i protestanti, pur raccomandandole di cercarne con cristiana dolcezza la conversione, e riconobbe ufficialmente il re di Prussia, fino allora considerato dalla Santa Sede semplice marchese di Brandeburgo. Ma in compenso questo sovrano favorì i cattolici nel suo Stato. «Si direbbe che egli scorga», come ha notato ancora il Falconi, «l’origine della decadenza del prestigio pontificio proprio nella tendenza dei papi non solo ad atteggiarsi ma a comportarsi da sovrani, con pretese di supercontrollo universale» che erano ormai storicamente superate. Non vi traspare un comportamento avventato, ma l’oculatezza piuttosto di chi «non vede nell’apparato della Chiesa un meccanismo di potere, ma semplicemente un complesso di uffici amministrativi al servizio di tutte le Chiese locali».

Anche se Benedetto XIV fu una meteora nel cielo della Chiesa di Roma […] ciò non toglie che egli abbia costituito ugualmente una scossa per il papato: era «l’abbandono del rigido non possumus, gli occhi aperti finalmente sulla realtà, il riconoscimento delle situazioni create dalla riforma del XVI secolo», come nota Zizola.

Questo papa ebbe infatti anche una lucida visione dei problemi strettamente ecclesiastici, chiarendo incertezze e lacune, ma con un rispetto per le opinioni in una distinzione tra dogmi e teorie. Cosi lo vediamo togliere alcune feste di precetto, che secondo una costituzione di Urbano VIII erano 36, a parte le domeniche; ma lo vediamo anche premere sui vescovi per una stretta vigilanza sulla formazione dei chierici nei seminari. Approva due nuove congregazioni religiose, i Passionisti di S. Paolo della Croce e i Redentoristi di S. Alfonso de’ Liguori; ma si dà anche anima e corpo ad una riforma del Breviario, che non riuscirà a completare, pur rilasciando dei principi che resteranno validi, come appunto quello della limitazione delle feste. Non agiva in questo come avversario del culto dei santi; lo guidava piuttosto un principio di credibilità e di funzionalità che si augurava in tal modo potesse fruttare la loro venerazione. […]

Del resto Benedetto XIV non si tirò indietro neanche nelle opere della città, sia in quelle a scopo umanitario, come l’ingrandimento degli ospedali di S. Spirito e S. Gallicano, sia in quelle a carattere religioso. Fece costruire la chiesa di S. Marcellino, rinnovò la facciata di S. Maria Maggiore, con l’edificazione al suo interno del sontuoso baldacchino sull’altare papale, e nel centro del Colosseo fece elevare la croce dichiarando quel luogo sacro per il sangue versatovi dai cristiani, secondo un’antica e peraltro falsa tradizione. Ma evidentemente, santificando l’anfiteatro, il papa intendeva soltanto preservarlo da ulteriori saccheggi, facendo sì che non fosse più considerato una vera e propria cava di travertino.

        Come alcuni storici sostengono (Ranke, ad esempio) morì prima di conoscere bene la vicenda dei Gesuiti, facendo l’errore di credere alo sovrano portoghese, altrimenti sarebbe intervenuto per riformare l’ordine. In ogni caso egli si occupò delle missioni e nel 1741 emise la bolla  Immensa Pastorum principis contro lo schiavismo nelle Americhe ed in altre due bolle Ex quo singulari e Omnium solicitudinum denunciò il costume di aggiustare parole e usi cristiani per esprimere realtà non-cristiane e pratiche delle culture indigene. Certamente fece opera eccelsa al rimuovere i Tribunali dell’Inquisizione in Toscana e a fermare i massacri precedenti (e che purtroppo seguiranno) ma rinnovò la condanna della Massoneria. Si oppose alla canonizzazione del Bellarmino perché avrebbe fatto danno alla Chiesa. In definitiva anche Pasquino ebbe da dire bene di questo Papa ben sapendo che una rarità occorre tenersela cara. Ebbe anche qualche apertura verso la scienza nel permettere la dissezione dei cadaveri che Bonifacio VIII aveva vietato. E verso la cultura in genere quando pregò gli estensori degli indici di essere più attenti e di togliere i pregiudizi dal giudizio. I successivi 200 anni cancelleranno completamente il suo operato che verrà addirittura attaccato da un tal Pio XII. Non si sa cosa disse in punto di morte, probabilmente la parola con cui intercalava sempre i suoi discorsi: Cazzo !, parola che voleva elevare al rango di sacralità dando indulgenza plenaria a chi la pronunciava almeno 10 volte al giorno. Ma non vi è Papa che non abbia vergogne dentro qualche armadio e Benedetto XIV ne aveva una gigante. Ci informa di questo Marina Caffiero nel suo Battesimi forzati. Storie di ebrei, cristiani e convertiti nella Roma dei papi (Viella 2004). Benedetto XIV fu uomo della svolta anche nei rapporti del papato con gli ebrei: una svolta involutiva però. Intanto va ricordata la sua bolla Beatus Andreas del 22 febbraio 1755. In essa viene raccontata la storia del bambino di Rinn, Andrea Oxner, nell’ambito dell’antica leggenda secondo la quale gli ebrei ammazzerebbero dei bambini a scopo rituale. Alla famiglia di Andrea degli ebrei versarono una certa somma per comprare il piccolo di 3 anni. In un boschetto di betulle, non molto distante dal paese, immolarono Andrea su una pietra, detta da allora “Judenstein” (pietra degli ebrei). Dopo averlo circonciso, quale ultimo sfregio, appesero il cadaverino ad un ramo di betulla, nei pressi di un ponticello. Era il 1462. Da allora la pietra fu oggetto di pellegrinaggi con miracoli annessi. La bolla ebbe l’effetto di ufficializzare la pretesa barbarie degli ebrei nei riguardi dei bambini e, pur non potendo beatificare il piccolo in mancanza di prove documentali, Papa Benedetto lo dichiarò Quasi Beato. Ma il crimine più odioso di Benedetto furono le due lettere scritte tra il 1747 ed il 1751, lettere nelle quali egli tentò di costruire la giurisprudenza su un argomento che aveva sempre fatto discutere gli ebrei contro le istituzioni ecclesiastiche che andavano in cerca di conversioni dei medesimi. Le lettere erano in puro stile ipocrita, cioè ecclesiastico, che alterna il paternalismo con la repressione come del resto sempre fatto dai papi con gli ebrei. Per la prima volta si codificava in questi documenti la pratica della conversione,  comunque fosse avvenuta, indipendentemente da ogni ragionevole dubbio, e al di là di ogni garanzia giuridica, in base al principio indiscutibile del favor fidei. Ciò vuol dire che la Chiesa non si interessava, del consenso dei genitori al battesimo dei loro figli, o del consenso individuale al proprio battesimo, deciso e disposto da altri. Tutto ciò per maggior gloria di Gesù. La Caffiero riporta una casistica che dire vergognosa è dolce eufemismo. Nonni paterni che “offrono” alla chiesa i loro nipotini, fregiandosi di diritti di patria potestas. Nonne che si arrogano gli stessi privilegi nei confronti di nuore rimaste precocemente vedove. E poi, ancora, fidanzati respinti che cercano di impalmare chi li aveva rifiutati, denunciandone il desiderio espresso, e quanto mai improbabile, di abbandonare la fede ebraica; madri che si vedono spogliare dei propri figli, quando non di quelli che hanno ancora in grembo, da mariti che hanno appena varcato le mura del ghetto; e così via, in un crescendo di sprezzo, da parte delle autorità ecclesiastiche, della umana pietas e di totale mancanza di rispetto per i sentimenti primordiali dell’individuo. Le lettere di Benedetto XIV, oltre a definire legalmente quanto già barbaramente fatto,iniziarono a forzare molti casi rimasti in sospeso a cominciare dalla proibizione del battesimo dei fanciulli invitis parentibus, cioè contro la volontà dei genitori, che per secoli ne aveva rappresentato il cardine ispiratore. E così troviamo bambini di tre anni che vengono fatti passare per cinquenni, età che veniva in genere collocata nella fase puberale. Giovani donne che, dopo essere state rinchiuse a forza nella Casa dei catecumeni per essere sottoposte alla quarantena di rito atta a vagliarne la disposizione alla conversione, vengono trattenute ben oltre col pretesto che il loro scrutinio doveva sì durare quaranta giorni, ma solo a partire dal momento in cui avessero smesso di tapparsi le orecchie e si fossero mostrate ben disposte a lasciarsi imbonire. Madri, nella stessa condizione, che vi vengono segregate perché incinte – e Dio non volesse mai che andassero a partorire in ghetto: la chiesa avrebbe rischiato di perdere un’anima preziosa per il suo gregge, perché, si sapeva, gli ebrei preferiscono uccidere i loro figli pur di non consegnarli alla verità di Cristo. Di questa giurisprudenza ne fece uso Pio IX, come vedremo, con il caso Mortara. Di queste cose si parla poco soprattutto in Italia, il Paese della brava gente.

        Il seguente conclave sembrava trovare tutti d’accordo su una figura come quella di Benedetto XIV e cioè su un Papa neutrale ma attivo e non un semplice fantoccio. Tutto bene fin quando non si pose il problema dei Gesuiti che Benedetto XIV aveva lasciato in sospeso perché troppo complesso per essere risolto negli ultimi giorni del suo pontificato. Con i veti continui della Francia si arrivò ad un neutrale tutto particolare perché era un devoto ma bigotto, un istruito ma non colto, un tradizionalista legato al passato retrivo tanto che si era battuto per la canonizzazione di Bellarmino. Fu eletto il cardinale Carlo Rezzonigo che assunse il nome di Papa Clemente XIII, un incolore ed abulico che in vari anni non era mai riuscito a prendere una posizione sui Gesuiti.

        Il suo papato si descrive molto in breve. Fu il Papa che volle coprire le nudità delle opere d’arte nei Musei Vaticani e fu quello che con l’affare Gesuiti perse ogni credibilità dello Stato Pontificio, quel minimo che aveva recuperato Benedetto XIV. Accettò infatti senza fiatare la cacciata dei Gesuiti dai vari paesi cattolici d’Europa e da altre sedi oltremarine. Si impuntò solo con il Borbone di Napoli minacciandolo di scomunica. Ciò irritò tutti gli altri Paesi con la conseguenza che varie terre della Chiesa furono occupate (solo l’Austria di Maria Teresa simpatizzò per il Papa perché la stessa Maria Teresa era affezionata all’ordine, ma la cosa finì in simpatia). Di nuovo lo Stato della Chiesa era precipitato nel nulla. Nessuna considerazione era ad esso dovuta tanto che tutti i Paesi in coro chiesero lo scioglimento della Compagnia di Gesù e Clemente XIII dovette fissare la data del concistoro che avrebbe deciso in tal senso, il 3 febbraio 1769. Ma lo strazio che provò nel dover prendere una tale decisione fu tale che il giorno prima morì lasciando di nuovo in sospeso la questione della Compagnia di Gesù che contava circa 23.000 membri in 42 provincie.

        Il conclave che seguì fu segnato quasi esclusivamente dalla pendente questione dei Gesuiti. Vi erano cardinali schierati a sostegno di questa o quella corte europea, vi erano gli zelanti cioè coloro che erano per la rigida tradizione. Aleggiava già il problema di una Chiesa che abbandonasse il potere temporale, ma aleggiava solo. I contrasti furono violenti e si proseguì con un numero interminabile di votazioni sempre a fumata nera. Accadde poi l’incredibile. Arrivò fin dentro il conclave il primogenito di Maria Teresa d’Austria, l’arciduca Giuseppe. Gli fu permesso insieme al fatto che poté parlare con tutti i cardinali facendo discretamente sapere che, nonostante quanto notoriamente pensava la madre, egli era per lo scioglimento dell’ordine dei Gesuiti. Le trattative vennero così rese pubbliche che l’idea stessa di conclave (chiusi a chiave) perdeva ogni significato. Risultò eletto il candidato che sembrava più propenso a sopprimere l’ordine (lo aveva promesso a voce agli ambasciatori di Francia e Sapagna), il cardinale Giovanni Vincenzo Antonio Ganganelli che assunse il nome di Papa Clemente XIV (1769-1774).

        Il programma di Clemente XIV era ambiziosissimo, riappacificarsi con tutti i governi cattolici ridando credibilità al Papa. Buoni propositi che non tenevano conto di una Curia corrotta che circondava il Papa. Ogni persona di fiducia, ogni consigliere era un corrotto che badava agli interessi personali più che a quelli della Chiesa che era, appunto, solo un pretesto per fare ciascuno gli affari propri come è praticamente stato da sempre. Riuscì a pacificarsi con il Portogallo ma non ci fu nulla da fare con Carlo III di Spagna che pretendeva prima lo scioglimento dell’Ordine dei Gesuiti. Questo era però un tasto dolente e Clemente tergiversava e più lo faceva con giustificazioni stupide e più perdeva credibilità lui e la Chiesa con lui. Finalmente scrisse un breve, Dominus ac Redemptor, con cui la Compagnia di Gesù veniva sciolta (21 luglio 1773). I vescovi locali furono nominati delegati apostolici per eseguire la soppressione delle case situate nella loro diocesi. Il Papa voleva comunque evitare incidenti ma, anche qui, non ci fu nulla da fare perché il generale dell’Ordine, Lorenzo Ricci, fu arrestato a Roma (dove lo scioglimento avvenne il 16 agosto), portato a Castel Sant’Angelo dove morì (24 novembre 1775) prima che finisse il suo processo. Tutti i sovrani cattolici esultarono. Particolarmente i Borbone che ringraziarono Clemente XIV, che era invece in profonda crisi per aver sciolto l’Ordine, restituendogli territori in precedenza occupati (Avignone, Benevento, Pontecorvo). Il Papa si preoccupò di chiedere a questi governanti di rispettare i Gesuiti che non erano più tali ma restavano chierici della Chiesa. Nei Paesi non cattolici non vi furono scioglimenti ed i Gesuiti proseguirono ad operare costituendo il nucleo che rifonderà l’ordine nel 1814.

        Niente più da aggiungere su questo Papa che lasciò il passo ad un nuovo conclave che elesse Pio VI, il Papa durante il regno del quale (1775-1799) scoppiò la Rivoluzione Francese. Questo avvenimento è uno dei più importanti della storia dell’umanità e lo è anche per l’incidenza fondamentale che ebbe sul potere della Chiesa, non solo in Francia, ma nel mondo.

        Tutto questo merita un’ampia discussione che svilupperò nel prossimo articolo.

Roberto Renzetti


NOTE

(1)  O fatta passare da pazza dal padre Ferdinando, che sarebbe stato in accordo con le autorità ecclesiastiche che mal digerivano l’indipendenza di giudizio della donna, per entrare in possesso della corona che la madre, Isabella che ne aveva diritto, aveva lasciato a lei. La cosa era interessante anche per il marito di Giovanna, Filippo, che avrebbe gestito il regno ereditato senza le interferenze di Giovanna. Alla morte di Isabella nel 1504 si rischiò lo scontro armato tra il marito di Giovanna, Filippo d’Asburgo, ed il padre Ferdinando II di Spagna per accedere alla successione. Si addivenne ad un accordo che prevedeva una spartizione: la Castiglia a Filippo e l’Aragona a Ferdinando. Questo fino al 1506 quando anche Filippo morì e la reggenza della Castiglia passò a Ferdinando. Nello stesso anno Ferdinando si risposò con Maria d’Orléans, nipote di Luigi XII, Re di Francia. A partire dal 1507 Ferdinando si lanciò in guerre di conquista in Africa.

(2) Qual era la caratteristica che distingueva il Sant’Uffizio dall’Inquisizione Medioevale ? La centralizzazione ed il poter operare in assoluta indipendenza rispetto ai tribunali vescovili. Per arrivare a questo servirono vari decreti e differenti discussioni che portarono al vero feroce organizzatore dell’Inquisizione, Papa Sisto V, che con la sua bolla del 1588,  Immensa Aeterni Dei, promosse la Congregazione del Sant’Uffizio, alla quale dette un potere molto maggiore, come la più importante delle 15 Congregazioni della Chiesa che, secondo la sua riforma, andavano a sostituire il Concistoro e la precedente struttura di potere. Nella stessa bolla il Papa utilizzava parole violente contro l’eresia (morbo perniciosissimo dell’anima e malattia contagiosa) e gli eretici (figli delle tenebre e dell’oscurità che spargono zizzania), inaugurando quel linguaggio ancora oggi in uso: gregge, ovile, pastore, fortezza assediata.

(3) Su Chiesa ed Omosessualità ho pubblicato tempo addietro un articolo dal medesimo titolo che consiglio di leggere a chi è interessato alla questione.

(4) Riporto la gran parte del testo di questa preghiera (che era in realtà il testo di un giuramento di fede che tutti gli ecclesiastici, ma anche ogni laureando o pubblico impiegato o medico o maestro, dovevano fare prima di assumere il loro ruolo):

Io […] con ferma fede credo e professo tutto ciò che si contiene nel simbolo della fede usato dalla Santa Chiesa di Roma.
Ammetto ed abbraccio fermamente le tradizioni apostoliche ed ecclesiastiche e le altre regole e costituzioni della medesima Chiesa.
Inoltre ammetto la Sacra Scrittura secondo l’interpretazione che ha seguito e segue la Santa MadrChiesa, a cui spetta giudicare del vero senso e delle interpretazioni delle Sacre Scritture, né mai la intenderò e interpreterò se non secondo l’unanime consenso dei Padri.
Professo inoltre che veramente e propriamente sono sette i sacramenti della Nuova Legge istituiti dal Signore Nostro Gesù Cristo e necessari per la salvezza del genere umano […] cioè il battesimo, la cresima, l’eucarestia, la penitenza, l’estrema unzione, l’ordine e il matrimonio, che essi conferiscono la grazia e che di essi il battesimo, la cresima e l’ordine non possono essere ripetuti senza sacrilegio.
Accolgo ed ammetto inoltre i riti ricevuti e approvati della Chiesa cattolica nella solenne amministrazione di tutti i predetti sacramenti.
Accolgo ed abbraccio tutto ciò che è stato definito e dichiarato intorno al peccato originale e alla giustificazione nel sacrosanto concilio tridentino.
Professo parimenti che nella Messa viene offerto a Dio un vero, proprio e propiziatorio sacrificio per i vivi e i morti, e che nel santissimo sacramento dell’eucarestia è veramente, realmente, e sostanzialmente il corpo e il sangue, insieme con l’anima e la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo e che vi si attua la conversione di tutta la sostanza del pane in corpo e di tutta la sostanza del vino in sangue, la quale conversione la Chiesa cattolica chiama transustanziazione. […]
Ritengo fermamente che il Purgatorio esiste e che le anime ivi rinchiuse si giovino dei suffragi dei fedeli.
Analogamente che i Santi regnanti insieme con Cristo sono da venerare e invocare e che offrono per noi orazioni a Dio, e che le loro reliquie devono essere venerate.
Fermamente affermo che si debbono avere e confermare le immagini di Cristo e della Madre di Dio sempre Vergine e degli altri Santi, e che ad esse va tributato il dovuto onore e la dovuta venerazione.
Inoltre affermo che la potestà delle indulgenze fu lasciata da Cristo nella Chiesa, e che l’uso di esse è sommamente salutare al popolo cristiano.
Riconosco la Santa cattolica e apostolica Chiesa di Roma, madre e maestra di tutte le chiese, e prometto e giuro sincera obbedienza al Romano Pontefice, successore del beato Pietro, principe degli apostoli, e vicario di Gesù Cristo.
Similmente accolgo e liberamente riconosco ogni cosa tramandata, definita e affermata dal sacrosanto Concilio Tridentino, e similmente condanno e ripudio tutte le cose contrarie e tutte le eresie condannate e rigettate dalla Chiesa.
Io stesso […] prometto, mi impegno e giuro di mantenere e confessare integra e immacolata sino all’estremo di mia vita, costantemente, con l’aiuto di Dio, questa vera fede cattolica (fuori della quale nessuno può essere salvo), che adesso spontaneamente professo e tengo per vera; e che curerò, per quanto sarà in me, che sia osservata, insegnata e predicata dai miei sottoposti, o da coloro la cui cura spetterà a me nell’ambito del mio ufficio: così mi aiutino Iddio e questi santi Evangeli.

Il post Concili ex decreto Concilli Tridentini, del 1566 noto come Catechismo romano del concilio di Trento. Era un testo breve che divenne e si mantenne per secoli come un breviario della fede basata sulla filosofia aristotelica di Tommaso (via Gesù ed Apostoli, pure comparse e teloni di fondo. Avanti invece Aristotele epurato da Tommaso ad uso dei balordi).

(5) Questa vergogna totale fu abolita solo il 7 dicembre 1965 da Papa Paolo VI con l’Integrae servanda (da motu proprio) in contemporanea con la sostituzione dell’Inquisizione romana con la Congregazione per la Dottrina della Fede (il provvedimento divenne operativo con la  Notificazione del 14 giugno 1966 che il Cardinale Ottaviani, allora Prefetto del Sant’Uffizio, aveva dovuto firmare, forse con qualche dispiacere, per ordine di Paolo VI (in realtà non si tratta di abolizione dell’Index ma la sua trasformazione da libri proibiti a libri sconsigliati). Nella versione italiana di Wikipedia di questo non si parla perché alcune voci di Wikipedia sono strettamente controllate dalla Chiesa ma nel sito britannico si legge:

Abolition controversy

The Notification of 14 June 1966 does not mention the words “abrogate” or “abolish” in relation to the Index of Forbidden Books. Rather, it states that the Index retains “its moral force” (suum vigorem moralem).[16] What this means is not formally defined by the Vatican and at least one theologian (Hans Küng) has acknowledged the ambiguity behind the wording.[17] The official Latin text as given on the Vatican’s web site reads, “Notificatio de Indicis librorum prohibitorum conditione” (“Notification on the condition of the Index of Forbidden Books“).[18] The Italian on the same page reads, “Notificazione riguardante l’abolizione dell’Indice dei libri” (“Notification regarding the abolition of the Index of books”). There is no reasoning given for this difference between the Latin and Italian texts. The fact that the Latin language is the official language of the Catholic Church furthers the question as to which text is authoritative.[19][20]

  1. 17 – ^ Hans Küng, My Struggle For Freedom: Memoirs, Continuum Publishing Group, 2004, pg. 432.
  2. 18 – ^ http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/doc_dis_index.htm
  3. 19 – ^ http://www.ewtn.com/library/Liturgy/latinvernac.HTM
  4. 20 – ^ http://www.france24.com/en/20080509-vatican-website-roman-catholic-church-pope-language-latin-internet

    Poi venne il Papa polacco, Giovanni Paolo II, che dette nuova forza alla Congregazione mettendo alla sua testa un tal Joseph Alois Ratzinger e reintroducendo il 20 novembre 1979 l’Index nella sua versione di libri sconsigliati (che non cambia nulla nella vergogna dell’iniziativa, visto che non vi sono più le pene inquisitorie). L’Index venne così trasformato da una lista di libri proibiti ad una lista di libri sconsigliati che rimane comunque moralmente impegnativa per i fedeli cattolici costituendo peccato leggere i libri lì elencati.

    Nella Chiesa vi è un’organizzazione molto ma molto discussa, come l’Opus Dei, che ha una sua lista di libri proibiti, la Guida bibliografica, dove figurano 6892 libri da rigettare completamente (quelli con il numero 6). Esempi di autori (anche cinematografici) oggi proibiti dal’Opus Dei sono: Vittorio Alfieri, Francesco Alberoni, Balzac, Enzo Biagi, Teocrito, Max Weber, Luchino Visconti, Gore Vidal, Velazquez, Vazquez Montalban, Kirk Douglas, Milan Kundera, Abbagnano, Asimov, Stephen King, Jack Kerouac, Bukowski, Camus, Severino, Popper, Ida Magli, De Marchi, Philip K. Dick, Oriana Fallaci,  Woody Allen, Isabel Allende, Karen Armstrong, Margaret Atwood, Judy Blume, Roberto Bolano, Joseph Campbell, Gustav Flaubert, Allen Ginsberg, Mary Gordon, Gunter Grass, Andrew Greeley, Herman Hesse, Adolph Hitler, John Irving, James Joyce, Carl Jung, Eugene Kennedy, Jack Kerouac, Stephen King, Milan Kundera, Hans Küng, Harold Kushner, Henri Lefebvre, Doris Lessing, Sinclair Lewis, Richard P. MacBrien, Mary MacCarthy, Malinowski, Karl Marx, Somerset Maugham, Toni Morrison, Alice Munroe, Vladimir Nabokov, V.S. Naipaul, Pablo Neruda, Nietzcshe, Octavio Paz, Harold Pinter, Marcel Proust, Philip Roth, Bertrand Russell, John Updike, Gore Vidal, Voltaire, Alice Walker, Gary Wills and Tennessee Williams. Vi sono poi i libri da rigettare (quelli con il nuemro 5) tra cui figurano i seguenti autori:  W.S. Burroughs, John Cornwall, Marguerite Duras, William Faulkner, Nadine Gordimer, Eugene Kennedy, Jack Kerouac, Stephen King, Barbara Kingsolver, Doris Lessing, John O’Hara, A.J. Quinnell, Ayn Rand, Salman Rushdie and Kenneth Woodward.

Il principio dottrinale da cui viene fuori l’idea dell’Index è suggerito da un passaggio degli Atti degli apostoli nel quale i “libri cattivi” sono distrutti: «… e un numero considerevole di persone che avevano esercitato le arti magiche portavano i propri libri e li bruciavano alla vista di tutti» (At, XIX, 19). Nel 325, il Concilio di Nicea ordinò la distruzione dei libri ariani; e il decreto di Gelasio, nel 496, stabilì e diffuse la prima lista dei libri proibiti. Ma vi furono sempre nei secoli esplicite censure e distruzioni di libri, basti citare la decretale di Giovanni XXII contro i libri e “gli errori” di Marsilio e di Giovanni Gianduno, ecc.. Secondo Guy Bedouelle (Diz. di st. della Chiesa, p. 131), anche il Concilio Laterano V, con la bolla Inter sollecitudine del 1515, prevedeva già una censura preventiva. E anche in termini di esclusiva la Chiesa ribadiva che la censura dottrinale dei libri poteva essere fatta anche da altri (potere politico); ma “la condanna con podestà di vero costringimento”, almeno per quelli che obbediscono a Roma, è prerogativa della sola Chiesa, anzi, del papa.

Nell’ultimo indice del 1948 figurano: F. Bacon, Balzac, Berkeley, Bergson, Cartesio, D’Alembert, Darwin, Simone de Beauvoir, Defoe, Diderot, Dumas (entrambi), Flaubert, Robert Fludd, Federico il Grande di Prussia, Giacomo I d’Inghilterra, Grotius, Heine, Hobbes, Hugo, Hume, Kant, Kepler, Lessing, Locke, Michael Maier, Malebranche, Montesquieu, Stuart Mill, Mills, Milton, Montaigne, Montesquieu, Henry More, Nietzsche, Pascal, Proudhon, Ernest Renan, Rousseau, George Sand, Sartre, Schopenauer, Spinoza, Stendhal, Sterne, Voltaire, Zola. E tra gli italiani Alfieri, Aretino, Beccaria, Bruno, Benedetto Croce, D’Annunzio, Fogazzaro, Foscolo, Galileo, Gentile, Giannone, Gioberti, Guicciardini, Leopardi, Marini, Minghetti, Monti, Ada Negri, Rosmini, Sacchetti, Sarpi, Savonarola, Settembrini, Tommaseo, Pietro Verri e anche il Teatro comico fiorentino; inoltre era all’Indice qualsiasi volume non autorizzato che trattasse di storia della massoneria o dell’Inquisizione e le versioni non cattoliche del Nuovo Testamento. Nel decennio successivo furono aggiunti tra gli altri Simone de Beauvoir, Gide, Sartre, Unamuno,

Malaparte e Moravia. Nell’elenco dei libri proibiti non fu inserito mai il Mein Kampf di Hitler, ma hanno trovato comodamente posto tanti altri personaggi che hanno veramente forgiato il pensiero europeo. tra cui Darwin e Marx.

(6) Il Concilio ebbe anche modo di occuparsi di Michelangelo. Nel 1551 un domenicano aveva anticipato tutti affermando, bontà sua, che Michelangelo è un grande artista nel raffigurare corpi nudi maschili e le loro pudenda  ma è un’assoluta indecenza vedere quelle nudità dappertutto, negli altari e sulle cappelle di Dio (il misogino Paolo di Tarso continua a colpire e resta l’idolo della confraternita della repressione ed oppressione sessuale!). Ed il Concilio decise di togliere quei nudi vergognosi, soprattutto nella Cappella Sistina. Nel 1565 il Papa Pio IV  pagò 60 scudi a Michele da Volterra che mise le braghe ai santi ed alle madonne del Giudizio Universale (fortuna che il tutto restò qui perché anni dopo, Clemente VIII ebbe la tentazione di distruggere l’intera opera). Approfitto per dire che quando si parla della libertà che la Chiesa lasciò agli artisti di esprimersi in completa libertà, si dice un’immensa sciocchezza che può essere misurata dal confronto di cosa facevano gli artisti fiamminghi nella stessa epoca. Da noi erano amputati. Lavoravano solo su santi e madonne, crocifissioni, natività, e cose sacre. Niente che li aprisse al mondo, alla natura, alla bellezza del corpo profano. Quando qualcuno fece qualcosa, come Leonardo, lo fece pagato e su incarico di stranieri.

(7) Era odiatissimo Paolo IV a Roma. Alla sua morte fu assaltato, saccheggiato, demolito ed incendiato il palazzo del Sant’Uffizio. Ma morto un  Papa criminale se ne fa un’altro e così Pio IV: nel 1562, fece massacrare 2.000 valdesi nel Sud d’Italia; nel 1567, fece decapitare e poi bruciare Pietro Carnesecchi, un eminente umanista di Firenze, perché diventato valdese; nel 1570, fece impiccare e poi bruciare Antonio Paleario, poeta, filosofo e letterato, perché sospettato di aver scritto questi versi:

«Quasi che fosse inverno,
brucia cristiani Pio siccome legna
per avvezzarsi al fuoco dell’inferno».

(8) Un parziale elenco di esecuzioni, impiccagioni, decapitazioni e roghi di eretici realizzate da Paolo IV, Pio IV e Pio V è la seguente:

Pontificato di Paolo IV


Cola Francesco di Salerno, giustiziato per eresia. 14 giugno 1555
Bartolomeo Hector, bruciato vivo per aver venduto due Bibbie. 20 giugno 1555.
Golla Elia e Paolo Rappi, protestanti, bruciati vivi a Torino. 22 giugno 1555.
Vernon Giovanni e Labori Antonio, evangelisti, bruciati vivi. 28 agosto 1555.
Stefano di Girolamo, giustiziato per eresia. 11 gennaio 1556.
Giulio Napolitano, bruciato vivo per eresia. 6 marzo 1556.
Ambrogio de Cavoli, impiccato e bruciato per eresia. 15 giugno 1556.
Don Pompeo dei Monti, bruciato vivo per eresia. 4 luglio 1556.
Pomponio Algerio, bruciato vivo per eresia. 19 agosto 1556.
Nicola Sartonio, luterano, bruciato vivo. 13 maggio 1557.
Jeronimo da Bergamo, Alessandra Fiorentina e Madonna Caterina, impiccati e bruciati per
omosessualità. 22 dicembre 1557.
Fra Gioffredo Varaglia, francescano, bruciato vivo per eresia. 25 marzo 1558.
Gisberto di Milanuccio, eretico, bruciato vivo. 15 giugno 1558.
Francesco Cartone, eretico, bruciato vivo. 3 agosto 1558.
14 protestanti bruciati vivi a Siviglia in Spagna. 1559.
15 protestanti bruciati vivi a Valladolid in Spagna. 1559.
Gabriello di Thomaien, bruciato vivo per omosessualità. 8 febbraio 1559.
Antonio di Colella arso vivo per eresia. 8 febbraio 1559.
Leonardo da Meola e Giovanni Antonio del Bò, impiccati e bruciati per eresia. 8 febbr.1559.
13 eretici più un tedesco di Augsburg accusato di omosessualità arsi vivi. 17 febbraio 1559.
Antonio Gesualdi, luterano, giustiziato per eresia. 16 marzo 1559.
Ferrante Bisantino, eretico, arso vivo.24 agosto 1559.
Scipione Retio, eretico, ucciso nelle carceri della Santa Inquisizione. 1559.

Pontificato di Pio IV  

Negli stati tedeschi, durante il 1562:
– 300 persone ad Oppenau
– 63 donne a Wiesensteig
– 54 donne a Obermachtal vengono bruciate vive per stregoneria.

Ed ancora:

1559 – Carneficina di Valdesi in Calabria per opera di bande di delinquenti assoldate dalla Chiesa (uomini, donne, vecchi e bambini atrocemente torturati prime di essere uccisi su diretto ordine del Papa).
1559 – “A Santo-Xisto, alla Guardia, a Montalto e a Sant’Agata si fecero cose inaudite: gente sgozzata, squartata, bruciata e orrendamente mutilata. Pezzi di resti umani furono appesi alle porte delle case come esempio alle genti. Quelli che fuggirono sulle montagne furono assediati fino a che morirono di fame. Molte donne e fanciulli furono ridotti in schiavitù”. (Da La Santa Inquisizione di Maurizio Marchetti. Ed. La Fiaccola).
1559 – I monaci dell’Abbazia di Perosa (Pinerolo) si divertirono a bruciare vivi a fuoco lento un prete evangelico insieme ai suoi fedeli.
1560 – Massacro di 4000 valdesi.
1560 – Giulio Ghirlanda, Baudo Lupettino, Marcello Spinola, Nicola Bucello, Antonio Rietto e Francesco Sega sono stati condannati a morte per aver partecipato ad una funzione religiosa (messa), in una casa privata, officiata da uno spretato.
1560 – Giacomo Bonello, evangelista, bruciato vivo.
1560 – Mermetto Savoiardo, eretico, bruciato vivo.
1560 – Dionigi Di Cola, eretico, bruciato vivo.
1560 – Aloisio Pascale, evangelista, impiccato e poi bruciato.
1560 – Gian Pascali di Cuneo, eretico, bruciato vivo.
1560 – Stefano Negrone, eretico, viene condannato a morire di fame nelle prigioni dell’inquisizione.
1560 – Stefano Morello, eretico, impiccato e poi bruciato.
1560 – Bernardino Conte, eretico, arso vivo.
1562 – Macario, vescovo di Macedonia ed eretico, bruciato vivo.
1562 – Si manifestano in Francia i primi segni di guerra religiosa tra gli Ugonotti (protestanti calvinisti) e i Cattolici.
1562 – Sono bruciate vive per stregoneria: 300 persone a Oppenau, 63 donne a Wiesensteig e 54 a Obermachtal in Gemania.
1562 – Cornelio di Olanda, eretico, impiccato e poi bruciato.
1564 – Francesco Cipriotto, eretico, impiccato e poi bruciato.
**** – Giulio Cesare Vanini, panteista, gli viene strappata la lingua e poi bruciato vivo.
**** – Giulio di Grifone, eretico, giustiziato.

Pontificato di Pio V


1566 – Muzio della Torella, eretco, giustiziato.
1566 – Giulio Napolitano, eretico, bruciato vivo.
1566 – Don Pompeo dei Monti, decapitato per eresia.
1566 – Curzio di Cave, decapitato per eresia,
**** – In questo periodo agisce nel Comasco e nel Bergamasco, Michele Ghislieri (poi papa Pio V), che nel giro di poco tempo consegnerà all’Inquisizione 1200 persone accusate di eresia. Di queste oltre 200 verranno regolarmente massacrate.
1567 – Ottaviano Fioravanti, eretico, murato vivo.
1567 – Giovannino Guastavillani, eretico, murato vivo.
1567 – Geronimo del Puzo, eretico, murato vivo.
1567 – Macario Giulio da Cetona, eretico, decapitato e poi bruciato.
1568 – Lorenzo Da Mugnano, eretico, impiccato e poi bruciato.
1568 – Matteo d’Ippolito, eretico, impiccato e poi bruciato.
1568 – Francesco Stanga, eretico, impiccato e poi bruciato.
1568 – Donato Matteo Minoli, eretico, viene lasciato morire in carcere dopo avergli rotto le ossa e bruciato i piedi.
1568 – Francesco Castellani, eretico, impiccato.
1568 – Pietro Gelosi, eretico, impiccato e poi bruciato.
1568 – Marcantonio Verotti, eretico, impiccato e poi bruciato.
1568 – Luca di Faenza, eretico, arso vivo.
1569 – Borghesi Filippo, eretico, decapitato e poi bruciato.
1569 – Giovanni del Blasi, eretico, impiccato e poi bruciato.
1569 – Camillo Ragnolo, eretico, inpiccato e poi bruciato.
1569 – Fra Cellario Francesco, eretico, impiccato e poi bruciato.
1569 – Bartolomeo Bertoccio, eretico, bruciato vivo.
1569 – Guido Zanetti, eretico, murato vivo.
1570 – Filippo Porroni, luterano, impiccato.
1570 – Gian Matteo di Giulianello, eretico, giustiziato(?).
1570 – Nicolò Franco, impiccato per avere deriso il papa con i suoi scritti.
1570 – Giovanni Di Pietro, eretico, impiccato e poi bruciato.
1570 – Aolio Pallero, eretico, impiccatbrespresso desiderio di Pio V.
1570 – Fra Arnaldo di Santo Zeno, eretico, bruciato vivo.
1571 – Don Girolamo di Pesaro, eretico, giustiziato(?).
1571 – Giovanni Antonio di Jesi, eretico, giustiziato(?).
1571 – Pietro Paolo di Maranzano, eretico, giustiziato(?).
1572 – Francesco Galatieri, eretico, pugnalato a morte da sicari del papa.
1572 – Madonna Dianora di Montpellier, eretica, impiccata e poi bruciata.
1572 – Madonna Pellegrina di Valenza, eretica, impiccata e poi bruciata.
1572 – Madonna Girolama Guanziana, eretica, impiccata e poi bruciata.
1572 – Madonna Isabella di Montpellier, eretica, impiccata e poi bruciata.
1572 – Domenico Della Xenia, eretico, impiccato e poi bruciato.
1572 – Teofilo Penarelli, eretico, impiccato e poi bruciato.
1572 – Alessandro Di Giulio, eretico, impiccato e poi bruciato.
1572 – Giovanni di Giovan Battista, eretico, impiccato e poi bruciato.
1572 – Girolamo Pellegrino, eretico, impiccato e poi bruciato.

Wikipedia riporta il seguente elenco di giustiziati dalla Chiesa Cattolica:

  1. Ramirdo di Cambrai (1076 o 1077)
  2. Pierre de Bruys († 1130)
  3. Arnaldo da Brescia predicatore († 1155)
  4. Gherardo Segarelli († 1300)
  5. Fra’ Dolcino († 1307)
  6. Suor Margherita († 1307)
  7. Longino († 1307)
  8. Margherita Porete († 1310)
  9. Botulf Botulfsson († 1311), l’unica condanna in Svezia
  10. Jacques de Molay (12431314)
  11. Guilhèm Belibasta († 1321), last Cathar
  12. Cecco d’Ascoli (Francesco Stabili) astrologo e poeta († Firenze, 16.9.1327)
  13. Francesco da Pistoia († 1337)
  14. Lorenzo Gherardi († 1337)
  15. Bartolomeo Greco († 1337)
  16. Bartolomeo da Bucciano († 1337)
  17. Antonio Bevilacqua († 1337)
  18. Michele da Calci fraticello († Firenze, 1389)
  19. William Sawtre († 1401)
  20. John Badby († 1410)
  21. Jan Hus (13711415)
  22. Girolamo da Praga (13651416)
  23. Giovanna d’Arco (14121431)
  24. Thomas Bagley († 1431)
  25. Pavel Kravař († 1433)
  26. Girolamo Savonarola († 1498)
  27. Joshua Weißöck (14881498)
  28. Jean Vallière († 1523)
  29. Hendrik Voes († 1523)
  30. Jan van Essen († 1523),
  31. Jan de Bakker († 1525),
  32. Wendelmoet Claesdochter († 1527), prima donna olandese bruciata come eretica
  33. Michael Sattler († 1527)
  34. Patrick Hamilton († 1528)
  35. Balthasar Hubmaier (14851528), eretico recidivo
  36. George Blaurock (14911529)
  37. Hans Langegger († 1529)
  38. Giovanni Milanese († 1530)
  39. William Tyndale (14901536)
  40. John Frith (15031533)
  41. Jakob Hutter († 1536)
  42. Bartolomeo Fonzio francescano († Roma, 1538)
  43. Francisco de San Roman († 1540)
  44. Giandomenico dell’ Aquila († 1542)
  45. George Wishart (15131546)
  46. Fanino Fanini predicatore († Ferrara, 22.8.1550)
  47. Giorgio Siculo (G. Rioli) predicatore († Ferrara, 23.5.1551)
  48. Giovanni Mollio religioso (Roma, 5.9.1553)
  49. Francesco Gamba († Milano, 21.7.1554)
  50. John Rogers († 1555)
  51. Rowland Taylor († 1555)
  52. John Hooper († 1555)
  53. Robert Ferrar († 1555)
  54. Patrick Pakingham († 1555)
  55. Hugh Latimer (14851555), eretico recidivo
  56. Nicholas Ridley (15001555)
  57. Bartolomeo Hector († 1555)
  58. Paolo Rappi († 1555)
  59. Vernon Giovanni († 1555)
  60. Labori Antonio († 1555)
  61. John Bradford († 1555)
  62. Pompeo Algieri studente († Roma, 1555)
  63. Thomas Cranmer (14891556), eretico recidivo
  64. Pomponio Angerio († 1556)
  65. Nicola Sartonio († 1557)
  66. Fra Goffredo Varaglia († 1558)
  67. Gisberto di Milanuccio († 1558)
  68. Francesco Cartone († 1558)
  69. Antonio di Colella († 1559)
  70. Antonio Gesualdi († 1559)
  71. Giacomo Bonello († 1560)
  72. Mermetto Savoiardo († 1560)
  73. Dionigi di Cola († 1560)
  74. Ludovico Pasquali di Cuneo († Roma, 9.9.1560)
  75. Bernardino Conte († 1560)
  76. Giulio Gherlandi anabattista († Venezia, 15.10.1562)
  77. Antonio Ricetto († Venezia, 15.2.1565)
  78. Francesco della Sega anabattista († Venezia, 26.2.1565)
  79. Gian Francesco d’Alois poeta († 1565)
  80. Publio Francesco Spinola umanista († Venezia, 31.1.1567)
  81. Giorgio Olivetto († 1567)
  82. Pietro Carnesecchi umanista (Roma, 1.10.1567)
  83. Luca di Faenza († 1568)
  84. Thomas Szük (15221568)
  85. Bartolomeo Bartoccio († 1569)
  86. Francesco Cellario pastore protestante († Roma, 25.5.1569)
  87. Dirk Willems († 1569)
  88. Fra Arnaldo di Santo Zeno († 1570)
  89. Aonio Paleario umanista († Roma, 3.7.1570)
  90. Alessandro di Giacomo († 1574)
  91. Benedetto Thomaria († 1574)
  92. Francisco de la Cruz domenicano (Lima, 1578)
  93. Diego Lopez († 1583)
  94. Gabriello Henriquez († 1583)
  95. Borro of Arezzo († 1583)
  96. Ludovico Moro († 1583)
  97. Pietro Benato († 1585)
  98. Francesco Gambonelli († 1594)
  99. Marcantonio Valena († 1594)
  100. Giovanni Antonio da Verona († 1599)
  101. Fra Celestino († 1599)
  102. Giordano Bruno (15481600)
  103. Maurizio Rinaldi († 1600)
  104. Bartolomeo Coppino († 1601)
  105. Assuero Bisbiach viaggiatore tedesco († Bologna, 5.11.1618)
  106. Giulio Cesare Vanini filosofo italiano († Toulouse 9.2.1619)
  107. Kimpa Vita (16841706)
  108. Maria Barbara Carillo (16251721)

(9)  Di seguito presento un parzialissimo elenco dei giustiziati dall’Inquisizione sotto Gregorio XIII, Sisto V e Gregorio XIV:

Pontificato di Gregorio XIII

Alessandro di Giulio, impiccato e bruciato per eresia. 15 marzo 1572.
Giovanni di Giovan Battista, impiccato e bruciato perché eretico. 15 marzo 1572.
Girolamo Pellegrino, impiccato e bruciato per eresia. 19 luglio 1572.
500 eretici massacrati in Croazia per ordine del vescovo cattolico Juraj Draskovic. 1573.
Nicolò Colonici eretico impiccato e bruciato.
Giovanni Francesco Ghisleri, strangolato nelle carceri dell’Inquisizione. 25 ottobre del 1574.
Alessandro di Giacomo, arso vivo. 19 novembre 1574.
Benedetto Thomaria, eretico bruciato vivo. 12 Maggio 1574.
Don Antonio Nolfo, eretico giustiziato. 29 luglio 1578.
Giovanni Battista di Tigoni, eretico giustiziato. 29 luglio 1578.
Baldassarre di Nicolò, eretico impiccato e bruciato. 13 agosto 1578.
Antonio Valies de la Malta, eretico impiccato e bruciato. 13 agosto 1578.
Francesco di Giovanni Martino, eretico impiccato e bruciato. 13 agosto 1578.
Bernardino di Alfar, eretico impiccato e bruciato. 13 agosto 1578.
Alfonso di Poglis, eretico impiccato e bruciato. 13 agosto 1578.
Marco di Giovanni Pinto, eretico impiccato e bruciato.13 agosto 1578.
Girolamo di Giovanni da Toledo, eretico impiccato e bruciato 13 agosto 1578.
Gaspare di Martino, eretico impiccato e bruciato. 13 agosto 1578.
Fra Clemente Sapone, eretico impiccato e bruciato. 29 novembre 1578.
Pompeo Loiani, eretico impiccato e bruciato. 12 giugno 1579.
Cosimo Tranconi, eretico impiccato e bruciato. 12 giugno 1579.
222 ebrei bruciati al rogo per ordine della Santa Inquisizione. 1558.
Salomone, ebreo impiccato per aver rifiutato il battesimo. 13 marzo 1580.
Un inglese bruciato vivo per aver offeso un prete. 2 agosto 1581.
Diego Lopez, bruciato vivo per eresia. 18 febbraio 1583.
Domenico Danzarelli, impiccato e bruciato per eresia. 18 febbraio 1583.
Prospero di Barberia, eretico impiccato e bruciato. 18 febbraio 1583.
Gabriello Henriquez, bruciato vivo per eresia. 18 febbraio 1583.
Borro d’Arezzo, bruciato vivo per eresia. 7 febbraio 1583.
Ludovico Moro, eretico arso vivo. 10 luglio 1583.
Fra Camillo Lomaccio, Fra Giulio Carino, Leonardo di Andrea strangolati nel carcere di Tor Nona per eresia. 23 luglio 1583.
Lorenzo Perna, arrestato per ordine del cardinale Savelli per eresia, si ignora la sua fine. 16 giugno 1584.
La Signora di Bellegard, arrestata per eresia, si ignora la sua fine. Ottobre 1584.
Giacomo Paleologo, decapitato e bruciato. 22 marzo 1585.
I fratelli Missori decapitati per aver espresso il diritto alla libertà di stampa. Le loro teste furono lasciate in esposizione al pubblico. 22 marzo 1585.

Pontificato di Sisto V

Fece impiccare uno spagnolo per aver ucciso con una bastonata un soldato svizzero che lo aveva ferito con l’alabarda.
Respinta la richiesta di sostituire la forca con la mannaia, Sisto V assisteva gioiosamente alle esecuzioni facendosi portare da mangiare perché “questi atti di giustizia gli accrescevano l’appetito“. Dopo l’esecuzione di una sentenza disse: «Dio sia benedetto per il grande appetito con cui ho mangiato».
Pietro Benato, arso vivo per eresia. 26 aprile 85.
Pomponio Rustici, Gasparre Ravelli, Antonio Nantrò, Fra Giovanni Bellinelli, impiccati e bruciati vivi per eresia. 5 agosto 1587.
Vittorio, conte di Saluzzo, giustiziato per eresia. 9 dicembre 1589.
Valerio Marliano, eretico impiccato e bruciato. 16 febbraio 1590.
Don Domenico Bravo, decapitato per eresia. 30 marzo 1590.
Fra Lorenzo dell’Aglio, impiccato e bruciato.13 aprile 1590.

Pontificato di Gregorio XIV

Fra Andrea Forzati, Fra Flaminio Fabrizi, Fra Francesco Serafini, impiccati e bruciati. 6 febbraio 1591.
Giovanni Battista Corobinacci, Giovanni Antonio de Manno Rosario, Alexandro d’Arcangelo, Fulvio Luparino, Francesco de Alexandro, giustiziati. Giugno 1590.
Giovanni Angelo Fullo, Giò Carlo di Luna, Decio Panella, Domenico Brailo, Antonio Costa, Fra Giovanni Battista Grosso, l’Abate Volpino, insieme ad altri seguaci di Fra Girolamo da Milano, arrestati dalla Santa Inquisizione, si ignora la loro fine… 1590.
(Tutto questo in un solo anno di Santo Pontificato!).

(10) Per oltre dodici anni, prima della stupida Bolla di Pio V Regnans in Excelsis, i cattolici inglesi avevano vissuto sotto Elisabetta subendo solo qualche multa per non partecipare alle cerimonie della chiesa anglicana. Nessuno di loro era stato giustiziato. Gli effetti della Bolla furono di trasformare i cattolici inglesi in traditori. Tra il 1577 ed il 1603 furono messi a morte 120 preti e 60 laici. Questi coraggiosi fedeli dovettero attendere 250 anni più di Pio V per essere canonizzati. Cercare di minare il patriottismo inglese fu una azione crudele e pericolosa, che ridusse i cattolici a cittadini di second’ordine.

(11) Per innalzare l’obelisco che era alto  25 metri e pesava 3.500 tonnellate, Fontana fece erigere  una robusta impalcatura con argani e carrucole per farvi scorrere le funi; per azionarli vi lavoravano 800 uomini e 75 cavalli. Prevedendo le difficoltà ed i pericoli dell’impresa, Fontana aveva ottenuto   che la piazza fosse completamente sbarrata e che fosse vietato  di fare il minimo rumore, di pronunziare una sola parola, di lanciare il minimo grido. Per i contravventori  era prevista la pena di morte Il cronista, ma anche lo stesso Fontana che ci lasciò un documento  su questo avvenimento, raccontano che per rendere più efficace il divieto fu innalzata sulla piazza una forca. Il 10 settembre 1586, dopo 13 mesi di lavoro, in 52 riprese l’obelisco fu sollevato verticalmente sulla base. Improvvisamente accadde  un fatto che gelò il sangue  nelle vene a tutti i presenti: le funi che sorreggevano il monolite si distesero a poco a poco  e l’obelisco cominciò ad inclinarsi. Quand’ecco che nel silenzio si udì un grido “ Acqua alle funi”. Un marinaio con lunga esperienza  sull’uso dei canapi in mare, aveva suggerito la soluzione. Il consiglio fu seguito: le corde bagnate  si restrinsero  e l’obelisco fu raddrizzato e poggiato sulla base. Il marinaio, di nome Bresca, però aveva disobbedito  e,  la legge è legge, doveva essere punito. Ma la ragione prevalse e il marinaio che aveva salvato l’obelisco ma certo anche la vita del Fontana che  avrebbe pagato con la sua testa  la cattiva riuscita dell’impresa, fu chiamato  dal  Papa che  lo perdonò e lo invitò a chiedere una grazia. Questi chiese il privilegio per sé e i suoi discendenti di fornire al Vaticano le palme per la cerimonia domenicale di Pasqua, quelle palme che crescono nella sua Liguria. Il monopolio fu accordato. Quasi tutte le fonti, manoscritti e stampe escludono che l’episodio di “Acqua alle funi” si riferisca all’obelisco di Piazza San Pietro. Un episodio  del genere era accaduto nell’ippodromo di Costantinopoli durante i lavori per innalzare l’obelisco   per volere di Teodosio nel 399 Di questo episodio riferì un viaggiatore tedesco che visitò Roma nel 1555 e che….di bocca in bocca si trasformò in leggenda metropolitana. [Tratto da Obelischi di Roma].

(12) Alcuni tra gli eretici ammazzati da Clemente VIII, Paolo V ed Urbano VIII:

Pontificato di Clemente VIII

Giordano Bruno, bruciato vivo per eresia il 17 febbraio 1600.
Quattro donne e un vecchio bruciate vive per eresia. 16 febbraio 1600.
Francesco Gambonelli, eretico arso vivo. 17 febbraio 1594.
Marcantonio Valena e un altro luterano, arsi vivi. agosto 1594.
Graziani Agostini, eretico impiccato e bruciato. 1596.
Prestini Menandro, eretico impiccato e bruciato. 1596.
Achille della Regina, se ne ignora la fine. Giugno 1597.
Cesare di Giuliano, eretico impiccato e bruciato. 1597.
Damiano di Francesco, eretico impiccato e bruciato. 1597.
Baldo di Francesco, impiccato e bruciato per eresia. 1957.
De Magistri Giovanni Angelo, eretico impiccato e bruciato.1597.
Don Ottavio Scipione, eretico, decapitato e bruciato.1597.
Giovanni Antonio da Verona e Fra Celestino, eretici bruciati vivi. 16 settembre 1599.
Fra Cierrente Mancini e Don Galeazzo Porta decapitati per eresia. 9 novembre 1599.
Maurizio Rinaldi, eretico bruciato vivo. 23 febbraio 1600.
Francesco Moreno, eretico impiccato e bruciato. 9 giugno 1600.
Nunzio Servandio, ebreo impiccato. 25 giugno 1600.
Bartolomeo Coppino, luterano arso vivo. 7 aprile 1601.
Tommaso Caraffa e Onorio Costanzo eretici decapitati e bruciati. 10 maggio 1601.
Domenico Scardella, detto Menocchio, un contadino friulano giustiziato nel 1600 con una storia che merita di essere conosciuta per l’aberrazione che portò il povero contadino ad essere giustiziato.

Pontificato di Paolo V

Giovanni Pietro di Tunisi, impiccato e bruciato. 1607.
Giuseppe Teodoro, eretico impiccato e bruciato. 1609.
Felice d’Ottavio, eretico impiccato e bruciato. 1609.
Rossi Francesco, eretico impiccato e bruciato. 1609.
Antonio di Jacopo, eretico impiccato e bruciato. 1609.
Fortunato Aniello, eretico impiccato e bruciato. 1609.
Vincenti Pietro, eretico impiccato e bruciato. 1609.
Umberto Marcantonio, eretico impiccato e bruciato. 1609.
Fra Manfredi Fulgenzio, eretico impiccato e bruciato. 1610.
Lucarelli Battista, eretico impiccato e bruciato. 1610.
Emilio di Valerio, ebreo, impiccato e bruciato. 1610.
Don Domenico di Giovanni, per essere passato dal cristianesimo all’ebraismo, impiccato. 1611.
Giovanni Milo, luterano impiccato. marzo 1611.
Giovanni Mancini, per aver celebrato la messa da spretato impiccato e bruciato. 22 ottobre 1611
Jacopo de Elia, ebreo impiccato e bruciato. 22 gennaio 1616.
Francesco Maria Sagni, eretico impiccato e bruciato. 1 luglio 1616.
Arrestato un negromante zoppo, arso vivo per stregoneria. 1617.
Lucilio Vanini, arso vivo per aver messo in dubbio l’esistenza di Dio. 17 febbraio 1618.
Migliaia di eretici trucidati dai cattolici nei Grigioni in Valtellina. 1620.

Pontificato di Urbano VIII

Ferrari Ambrogio, eretico impiccato. 1624.
Donna Anna Sobrero, morta di peste in carcere dove era stata condannata a vita. 1627. (Nei mesi che seguirono, tutti coloro che passarono per quel carcere, morirono di peste).
Frate Serafino, eretico, impiccato e bruciato. 1634.
Giacinto Centini, decapitato per aver offeso la sovranità papale. 1635.
Fra Diego Giavaloni, eretico impiccato e bruciato. 1635.
Alverez Ferdinando, bruciato vivo per essersi convertito all’ebraismo. 19 marzo 140.
Policarpo Angelo, impiccato e bruciato per aver celebrato la messa da spretato. 19 maggio 1642.
Ferrante Pallavicino, eretico impiccato e bruciato. 1644.
Fra Camillo d’Angelo, Ludovico Domenico, Simone Cossio, Domenico da Sterlignano, giustiziati per eresia. 1644.

(13) Riporto da Wikipedia, alla voce Papa Clemente VIII, il passo breve riguardante la vicenda di Beatrice Cenci:

Il caso di Beatrice Cenci fu preso come esempio della giustizia ingiusta [di Clemente VIII, ndr]. Beatrice era figlia di Francesco Cenci, un nobile di indole violenta, più volte incriminato per i suoi vizi e rilasciato solo grazie alla sua ricchezza, e di Ersilia Santacroce, morta di parto, dopo essere stata madre di altri 12 figli. Dopo la morte della moglie, il padre cominciò ad abusare di lei e della sorella. I suoi fratelli cercarono molte volte di denunciare i soprusi paterni, ma Clemente VIII, dietro pressioni di amici del padre, fu costretto a farli esiliare. Le due sorelle, senza l’appoggio dei fratelli, rimasero alla mercé del padre. La più grande si salvò solo grazie all’intercessione dello stesso Clemente VIII, che la diede in sposa al conte Carlo Gabrielli, membro della più nobile famiglia di Gubbio. Il conte Cenci, sentendosi controllato, decise di allontanarsi da Roma, portando con sé Beatrice e la seconda moglie Lucrezia Petroni, nella fortezza di Petrella Salto (oggi in provincia di Rieti). Beatrice cercò di far giungere al papa una lettera in cui spiegava la sua situazione, ma tale comunicazione non arrivò mai. Ormai giunta alla disperazione, aiutata dal fratello Giacomo e da due vassalli, decise che il padre doveva morire.

Si sarebbe dovuto simulare un sequestro con uccisione dell’ostaggio a causa del ritardato pagamento del riscatto, ma i banditi ingaggiati per lo scopo fallirono. Tuttavia, la sera del 9 settembre 1598 Beatrice e Lucrezia riuscirono a far mangiare un po’ di oppio a Francesco, che cadde in un sonno profondo. Una volta sicuri che il conte stesse dormendo, vennero fatti entrare i due vassalli, che, usando il martello, conficcarono un chiodo in testa e uno in gola al conte. Una volta tolti i chiodi, il cadavere venne avvolto in un lenzuolo e gettato da un balconcino nel giardino sottostante. Tutti pensarono ad un incidente.

All’inizio non indagò nessuno, ma poi il giudice di Napoli, sospettando qualcosa, mandò un ispettore a Petrella per svolgere le indagini di rito. L’uomo non trovò alcun indizio, ma alla fine parlando con una lavandaia venne a sapere di un lenzuolo sporco di sangue e lavato. Grazie alle rivelazioni della lavandaia, tutti i personaggi coinvolti nella storia furono formalmente indagati.

Un giovane prelato, monsignor Guerra, che si era innamorato di Beatrice, fece allora eliminare i due assassini del conte. Uno fu ucciso e l’altro arrestato. Quest’ultimo, nel tentativo di salvarsi, rese piena confessione, salvo poi ritrattare in contraddittorio con la giovane. Ormai sembrava fatta, ma poco tempo dopo fu arrestato il sicario dell’assassino, che raccontò tutti i particolari della vicenda mettendo nei guai monsignor Guerra e gli altri.

Il monsignore fuggì da Roma travestito da carbonaro, mentre Lucrezia, Giacomo, Bernardo e Beatrice Cenci furono tradotti al carcere di Corte Savella. I primi tre, sottoposti alla tortura della corda confessarono. Beatrice, nonostante le braccia slogate, resistette. Clemente VIII era convinto che il giudice a cui fu affidato il caso fosse stato troppo clemente, per cui decise di sostituirlo. A questo punto Beatrice, appesa per i capelli, confessò. Molti principi e cardinali, impietositi dalla storia, decisero di cercare di difendere i giovani. Ottennero 25 giorni di proroga per presentare una difesa, che fu impostata sulla legittima difesa e sulla cattiva reputazione di Francesco Cenci.

Sembrava che le cose potessero andare per il meglio, ma in quello stesso periodo vi furono un matricidio ed un fratricidio, per cui il papa decise di non fare eccezioni. Venerdì 10 settembre 1599 Clemente VIII ordinò l’esecuzione. Il giorno dopo, alle sei del mattino, Beatrice fu informata della sentenza. Giusto il tempo di fare testamento e di lasciare tutti i suoi averi in beneficenza. Il corteo per il patibolo partì dal carcere di Tor di Nona, dove si trovavano Giacomo e Bernardo, che fu graziato in quanto quindicenne, ma a cui fu imposto di assistere all’esecuzione. La fermata successiva fu il carcere di Corte Savella, dove si trovavano Lucrezia e Beatrice. Il patibolo era nella piazza di Castel Sant’Angelo. La prima a essere uccisa fu Lucrezia, poi fu il turno di Beatrice, quindi toccò a Giacomo. Alle 21.15 il corpo di Beatrice fu sepolto, secondo le sue volontà, nella chiesa di San Pietro in Montorio al Gianicolo.

La storia e la vita di Beatrice, da allora, sono il simbolo dell’ingiustizia e di un’infanzia rubata che costrinsero la ragazza a difendersi, ma al contempo a condannarsi, in virtù di leggi che non conoscono il sapore del dolore e del senso di violazione di un diritto.

Si può anche vedere direttamente la voce estesa su Beatrice Cenci.

(14) Lo scontro con Venezia fu molto duro e riguardò varie leggi veneziane che la Chiesa non riconosceva perché in contrasto con le proprie. Intanto vi fu la protesta con il Doge per quella legge veneziana che prevedeva che tutti i navigli, e quindi anche quelli pontifici, di passare per Venezia. Vi era poi il problema delle estradizioni che Venezia non concedeva dichiarandosi in grado di giudicare per suo conto ogni reato. Il problema era già sorto con Giordano Bruno che era stato arrestato a Venezia e che, purtroppo, fu estradato a Roma dopo forti pressioni pontificie ed un cedimento che lasciò l’amaro in bocca a molti veneziani. Ora Paolo V chiedeva l’estradizione di due monaci che avevano commesso dei reati comuni e Venezia non cedette. Altra questione, e forse la più rilevante vista l’eterna avidità della Chiesa, riguardava i lasciti di beni immobili agli ecclesiastici che la Repubblica vietava (a meno di permessi speciali del Senato). A ciò si univa il divieto di Venezia di istituire luoghi di culto e monasteri sul suo territorio. Prima vi furono le solite minacce di scomunica che con la città lagunare non funzionarono. Quindi inviò due messi al senato veneziano per dichiarare la nullità dei provvedimenti riguardanti interessi della Chiesa. Anche qui Venezia non si fece intimidire rispondendo autorevolmente con le argomentazioni del teologo Paolo Sarpi (personaggio di grande spessore che avrà rapporti con Galileo) che con estrema chiarezza distinse il potere temporale da quello spirituale. Paolo V passò allora alla scomunica dell’intero Senato di Venezia e all’interdetto per l’intero territorio della Repubblica (1606). Anche qui Venezia non accettò i ricatti della Chiesa e rispose anzi facendo affiggere alla porta della Basilica di San Pietro in Roma un editto dal titolo Protesto in cui si affermava che i provvedimenti papali contro Venezia erano nulli essendo presi in contrasto con le Scritture e ad ogni insegnamento dei Padri della Chiesa. In contemporanea il Protesto fu diffuso a tutte le istituzioni religiose della Repubblica con l’ordine ai religiosi di non tener conto dell’interdetto e di continuare con ogni cerimonia religiosa. Tutti obbedirono al Senato tranne Gesuiti, Teatini e Cappucini. Il Senato espulse i primi dalla Repubblica (dovette proteggerli mentre se ne andavano perché la popolazione voleva linciarli) mentre gli altri se ne andarono da soli. Tutte le cerimonie religiose andarono avanti con normalità, comprese le processioni che ebbero maggior pompa e accudire di popolo, per ulteriore schiaffo al Papa. La controversia durò per un anno finché non intervennero la Spagna con Felipe III (successore di Felipe II) e la Francia con Enrico IV. Le due potenze cattoliche mediarono per motivi di schieramento internazionale che non avrebbe potuto vedere la Repubblica schierata da parte opposta rispetto al Papa. I due ecclesiastici richiesti furono consegnati alla Francia che li passò allo Stato Pontificio (fu l’unica concessione al Papa), l’interdetto e la scomunica furono annullati ed il Protesto fu ritirato. I Teatini ed i Cappuccini poterono ritornare ma i Gesuiti no.

(15)

DECRETUM
Sacrae Congregationis Illustrissimorum S. R. E. Car-
dinalium, a S. D. N. Paulo Papa V Sanctaque Sede
Apostolica ad Indicem librorum, eorumdemque
permissionem, proibitionem, expurgationem et
impressionem in universa Republica Christia-
na, specialiter deputatorum, ubique publi-
candum.

Cum ab aliquo tempore dira prodierint in lucem inter alias nonnulli libri varias haereses atque errores continentes, ideo Sacra Congregatio Illustrissimorum S. R. E. Cardinalium ad Indicem deputatorum, ne ex eorum lectione graviora in dies damna in tota Republica Christiana oriantur, eos omnino damnandos atque prohibendos esse voluit; siculi praesenti Decreto poenitus damnat et prohibet, ubicumque et quovis idiomate impressos aut imprimendos: mandans ut nullus deinceps, cuiuscumque gradus et conditionis, sub poenìs in Sacro Concilio Tridentino et in Indice libro-rum prohibitorum contentis, eos audeat imprimere aut imprimi curare, vel quomodocumque apud se detinere aut legere; et sub iisdem poenis, quicumque nunc illos habent vel habuerint in futurum, locorum Ordinariis seu Inquisitoribus, statim a praesentis Decreti notitia, exhibere teneantur. Libri autem sunt infrascripti, videlicet:
Theologiae Calvinistarum libri tres, auctore Conrado Schlusserburgio.
Scotanus Redivivus, sive Comentarius Erotematicus in tres priores libros codicis, etc.
Gravissimae quaestionis Christianarum Ecclesiarum in Occidente praesertim partibus, ab Apostolicis temporibus ad nostram usque aetatem continua successione et statu, historica explicatio, auctore lacobo Usse-rio, Sacrae Theologiae in Dubliniensi Academia apud Hybernos professore.
Friderici Achillis, Ducis Vuertemberg, Consultatio de principatu inter Provincias Europae, habita Tubingiae in Illustri Collegio, Anno Christi 1613.
Donelli Enucleati, sive commentariorum Hugonis Donelli de lure Civili, in compendiimi ita redactorum etc.
Et quia etiam ad notitiam praefatae Sacrae Con-gregationis pervenit, jalsam illam doctrinam Pithagorìcam, divinaeque Scnpturae omnino adversantem, de mobilitate terrae et immobilitate solis, quam Nicolaus Copernicus De revolutionibus orbium coelestium, et Didacus Astunica in Job, etiam docent, iam divulgari et a multis recìpi; siculi videre est ex quadam Epistola impressa cuiusdam Patris Carmelitae, cui titulus: «Lettera del R. Padre Maestro Paolo Antonio Foscarini Carmelitano, sopra l’opinione de’ Pittagorici e del Copernico della mobilità della terra e stabilità del sole, et il nuovo Pittagorico sistema del mondo. In Napoli, per Lazzaro Scoriggio, 1615 », in qua dictus Poter estendere conatur, praefatam doctrinam de immobilitate solis in centro mundi et mobilitate terrae consonam esse ventati et non adversari Sacrae Scnpturae; ideo, ne ulterius huiusmodi opinio in perniciem Catholicae veritatis serpai, censuit, dictos Nicolaum Copernicum De revolutionibus orbium, et Didacum Astunica in Job, suspendendos esse, donec corrigantur; librum vero Patris Pauli Antonii Foscarini Carmelitae omnino prohìbendum atque damnandum; aliosque omnes li-bros, pariter idem docentes, prohibendos: prout praesenti Decreto omnes respective prohibet, damnat atque suspendit.

(16) Die Jovis 25 Februarii 1616.

Ill.mus D. Cardinalis Millinus notificavi RR. PP. DD. Assessori et Commissario S.cti Officii, quod relata censura PP. Theologorum ad propositiones Gallilei Mathematici, quod sol sit centrum mundi et immobilis motii locali, et terra moveatur etiam motu diurno, S.mus ordinavit Ill.mo D. Cardinali Bellarmino, ut vocet_coram se dictum Galileum, eumque moneat ad deserendam dictam opinionem ; et si recusaverit parere, P. Commissarius, coram notario et testibus, faciat illi praeceptum ut omnino abstineat huiusmodi doctrinam et opinionem docere aut defendere, seu de ea tractare; si vero non acquieverit, carceretur.

     Die Veneris 26 eiusdem.

In palatio solitae habitationis dicti Ill.mi D. Card.lis Bellarminii et in mansionibus Dominationis Suae Ill.mae, idem Ill.mus D. Card.lis, vocato supradicto Galileo, ipsoque coram D. sua Ill.ma existente, in praesentia admodum R. P. Fratris Michaelis Ange!i Seghitii de Lauda, ordinis Praedicatorum, Commissarii generalis S.ti Officii, praedictum Galileum monuit de errore supradictae opinionis et ut illam deserat; et successive ac incontinenti, in mei etc. et testium etc., praesente etiam adhuc eodem Ill.mo D.Card.li supradictus P. Commissarius praedicto Galileo adhuc ibidem praesenti et constituto praecepit et ordinavit [proprio nomine] S.mi D. N. Papae et totius Congregationis S.ti Officii, ut supradictam opinionem, quod sol sit centrum mundi et immobilis et terra moveatur, omnino relinquat, nec eam de caetero, quovis modo, teneat, doceat aut defendat, verbo aut scriptis; alias, cantra ipsum procedetur in S.to Officio. Cui praecepto idem Galileus acquievit et parere promisit. Super quibus etc.
Actum Romae ubi supra, praesentibus ibidem R.do Badino Nores de Nicosia in regno Cypri, et Augustino Mongardo de loco Abbatiae Rosae, dioc. Politianensis, familiaribus dicti Ill.mi D. Cardinalis, testibus etc.

(17) Con Urbano VIII seguirono gli sfregi alla Roma Imperiale. I monumenti di Roma, quelli salvati da precedenti furti da chiese varie e palazzi papali vari, furono depredati da Barberini per le sue manie di grandezza sulle spalle degli altri. Ad esempio, le belle colonne di bronzo a tortiglione che adornano l’altare della Basilica di San Pietro, provengono dalla fusione delle statue ed i bronzi (sia quelli delle travi dell’atrio che il rivestimento interno della cupola) che adornavano il Pantheon. I marmi di Palazzo Barberini (ai piedi del Quirinale) provengono dalla spoliazione del Colosseo. E così via.

(18) Il Giansenismo è altra eresia, dichiarata eretica dalla Chiesa nel 1653, che nacque nel 1640 dall’opera Augustinus, pubblicata due anni dopo la morte del suo autore, Cornelius Jansen, professore di Sacra Scrittura all’Università di Lovanio. In somma sintesi essa considera l’uomo come impossibilitato, dopo la cacciata dal paradiso Terrestre, a non fare il male e quindi è una messa in discussione del libero arbitrio. La salvezza dell’uomo, la grazia, non può che provenire direttamente da Dio. Il Giansenismo ebbe come feroci oppositori i Gesuiti ed ebbe (anche) Blaise Pascal come difensore con l’affermazione che l’averlo considerato eretico nasceva da una cattiva comprensione di esso da parte della Chiesa.

(19)  Nella sistemazione di Piazza Navona, iniziata nel 1647, ebbe grande importanza la sistemazione dell’obelisco che era stato ritrovato sulla Via Appia nei pressi del Circo Massimo. L’opera all’inizio assegnata a Borromini passò successivamente a Bernini che la terminò nel 1651. Essa fu pagata con i proventi delle tasse sul pane, sul vino e su altri generi di consumo, che attirarono sul Papa l’odio popolare.

(20) La famiglia Pallavicini ebbe questo nome altisonante come modifica di un nomignolo che anticamente li accompagnava: Pela vicino, che vuol dire ruba al vicino.

(21) Alcuni tra gli eretici ammazzati da Alessandro VII ed Innocenzo XI:

Pontificato di Alessandro VII

Fello Giovanni, sacerdote, decapitato per eresia. 1657.
1.712 Valdesi massacrati nelle Valli Alpine. 1655.

Pontificato di Innocenzo XI

20 ebrei condannati al rogo. 1680.
Vincenzo Scatolari, per aver esercitato la professione di giornalista senza autorizzazione di Santa Madre Chiesa. Decapitato. 2 agosto 1685.
2.000 Valdesi massacrati nelle Valli Alpine per ordine diretto del Papa. Maggio 1686.
24 protestanti uccisi dai cattolici a Pressov in Slovacchia. 1687.

(22) Nel 1672 il re emanò la Royal Declaration of Indulgence, con la quale permetteva la libertà di culto ai cattolici e poneva fine all’atteggiamento anti-cattolico della Corte. Nello stesso anno diede inoltre pieno appoggio alla Francia cattolica del cugino Luigi XIV e diede inizio alla Terza guerra anglo-olandese. IlParlamento si oppose con decisione alla Dichiarazione di Indulgenza affermando che il re non poteva modificare le leggi a suo piacimento senza la consultazione del Parlamento. Carlo revocò la Dichiarazione e fu costretto a sottoscrivere il Test Act, che imponeva diverse inabilità civili ai cattolici: per occupare una carica pubblica, per esempio, era necessario appartenere alla religione di Stato, l’anglicanesimo.

(23) I sessantuno cardinali, che tra il febbraio e il luglio del 1691 si riunirono per scegliere il successore di papa Ottoboni, costituivano un gruppo piuttosto eterogeneo. Quindici di loro erano stati “creati” dal defunto pontefice, che tuttavia aveva regnato troppo poco per influire in maniera determinante sulla composizione del Sacro Collegio. Il gruppo più numeroso di porporati (ventisette) era perciò ancora costituito dalle “creature” di Innocenzo XI. Alcuni di questi erano confluiti nel partito ispano-imperiale guidato dai cardinali Francesco Maria de’ Medici e Flavio Chigi, ma un buon numero di loro si riconosceva piuttosto nel partito degli zelanti, guidati dal cardinale Leandro Colloredo, cui si opponeva il partito francese, capeggiato dai cardinali Carlo Barberini, Pietro Ottoboni jr e Paluzzi Altieri. Gli zelanti – tra i quali si stava facendo strada l’idea che una riforma della Curia fosse ormai improrogabile, e che la pratica del nepotismo non fosse proprio più difendibile – caldeggiavano l’elezione del cardinale Gregorio Barbarigo, sostenuto da Chigi e fieramente osteggiato da Paluzzi Altieri e Ottoboni. Ma la fama di francofilo di Barbarigo suscitava l’ostilità di Leopoldo d’Asburgo, tanto che in marzo giunse da Vienna l’esclusiva contro di lui. Alla fine di aprile, dopo più di due mesi di conclave, la situazione di stallo cui si era giunti fece sì che si cominciassero a proporre nuovi nomi e verso la fine di maggio quello di Antonio Pignatelli prese a circolare con sempre maggiore insistenza. Pignatelli ebbe quasi subito dalla sua “li Ottoboniani e Alteriani, come anco li zelanti, che hanno tirato gl’Innocentiani, Imperiali e Spagnoli”. Al contrario “li Francesi e Chigi si mostrarono alquanto duri a concludere” e bisognò letteralmente attendere l’ultimo minuto perché cadessero le loro residue resistenze. In ogni caso il 12 luglio Antonio Pignatelli fu elevato alla cattedra di s. Pietro, assumendo il nome di Innocenzo XII. (Tratto da Treccani.it).

(24) Riporto un altro elenco di persone cadute sotto la mannaia dell’Inquisizione:

 Pontificato di Innocenzo XII

Martino Alessandro, morto in carcere per tortura. 3 maggio 1690.
37 ebrei bruciati vivi. 1691.
Antonio Bevilacqua e Carlo Maria Campana, cappuccini, decapitati perché seguaci del Quietismo di Molinos. 26 marzo 1695.

Pontificato di Clemente XI

Filippo Rivarola, portato al patibolo in barella per le torture ricevute, decapitato. 4 agosto 1708.
Spallaccini Domenico, impiccato e bruciato per aver bestemmiato a causa di un colpo di alabarda ricevuta da una guardia papalina. 28 luglio 1711.
Gaetano Volpini, decapitato per aver scritto una poesia contro il Papa. 3 febbraio 1720.

Pontificato di Clemente XII

Questo Papa, ripristinando la “mazzolatura” (rottura delle ossa a colpi di bastone), si dimostrò uno dei più cinici sostenitori dell’arte della tortura.
Pietro Giannone, filosofo e storico, morì sotto tortura per aver sostenuto la supremazia del re sulla curia romana. 24 marzo 1736.
Enrico Trivelli, decapitato per aver scritto frasi di rivolta contro il Papa. 23 febbraio 1737.
Le numerose vittime di questo Papa sono rimaste sconosciute perché egli preferiva più uccidere sotto tortura nella carceri dell’Inquisizione che giustiziarle nelle pubbliche piazze. In ogni caso, l’attenuarsi dei bestiali processi dell’Inquisizione è conseguenza dell’Illuminismo che inizia a penetrare dovunque con denunce continue di tali vergogne.

Pontificato di Clemente XIII

Tommaso Crudeli, condannato al carcere a vita per massoneria. 2 agosto 1740.
Giuseppe Morelli, impiccato per aver celebrato l’Eucaristia da spretato. 22 agosto 1761.
Carlo Sala, eretico, ultima persona giustiziata per eresia. 25 settembre 1765.
I massacri, non più di carattere religioso, continuarono contro i cospiratori politici, i giornalisti e tutti quei progressisti che intendevano rovesciare l’immoralità dell’oscurantismo religioso attraverso una rivoluzione armata. Le atrocità furono come nel passato. Tagli di teste, torture con mazzolature, impiccagioni e sevizie che spesso portavano allo squartamento degli accusati. Pur di mantenere il terrore venivano puniti di morte anche i delitti meno gravi come i semplici furti.

Pontificato di Pio VI

Nei suoi quattro anni di pontificato ci furono soltanto cinque esecuzioni capitali per reati comuni, anche se la sua lotta si intensificò aspramente contro gli ebrei che furono costretti, tra le tante umiliazioni e minacce che subirono, a indossare vestiti di colore giallo perché fossero pubblicamente oltraggiati.

Pontificato di Pio VII

Gregorio Silvestri, impiccato per cospirazione politica. 18 gennaio 1800.
Ottavio Cappello, impiccato perché patriota rivoluzionario. 29 gennaio 1800.
Giovanni Battista Genovesi, patriota squartato e bruciato. La sua testa fu esposta al pubblico. 7 febbraio 1800.
Teodoro Cacciona, impiccato e squartato per furto di un abito ecclesiastico. 9 febbraio 1801.
Paolo Salvati, impiccato e squartato per aver derubato un corriere del Papa. 11 dicembre 1805.
Bernardo Fortuna, impiccato e squartato per furto ai danni di un corriere francese. 22 aprile 1806.
Tommaso Rotilesi, impiccato per aver ferito un ufficiale francese.
161 furono le esecuzioni capitali per reati comuni nei 15 anni del pontificato di questo vicario di Cristo.

(25) François-Marie Arouet (Voltaire) – Lettere inglesiQuattordicesima lettera

Cartesio e Newton

    Un francese che arrivi a Londra trova le cose assai mutate in filosofia, come in tutto il resto. Ha lasciato il mondo pieno; lo trova vuoto1. A Parigi, si vede l’universo composto da vortici di materia sottile; a Londra, non si vede nulla di tutto questo. Da noi è la pressione della Luna che causa il flusso del mare; presso gli Inglesi è il mare che gravita verso la Luna, in modo che quando credete che la Luna dovrebbe darci l’alta marea, questi signori ritengono che si debba avere bassa marea: il che, disgraziatamente, non può controllarsi, perché sarebbe stato necessario — per chiarire la cosa — esaminare la Luna e le maree nel primo istante della creazione.

    Noterete inoltre che il Sole, il quale in Francia non c’entra per nulla in questa faccenda, vi contribuisce in Inghilterra per circa un quarto. Secondo i vostri cartesiani  tutto avviene per un impulso assolutamente incomprensibile; secondo Newton, tutto avviene per un attrazione di cui non si conosce meglio la causa. A Parigi, vi figurate la Terra fatta come un melone2; a Londra, essa è appiattita ai due poli. Per un cartesiano la luce esiste nell’aria; per un newtoniano, giunge dal Sole in sei minuti e mezzo. La chimica francese effettua tutte le sue operazioni con acidi, alcali e materia sottile; in Inghilterra, l’attrazione domina perfino nella chimica.                      

    L’essenza stessa delle cose è totalmente mutata. Non è possibile accordarvi né sulla definizione dell’anima né su quella della materia. Cartesio assicura che l’anima s’identifica col pensiero, e Locke gli prova abbastanza bene il contrario. Cartesio assicura che l’estensione da sola costituisce la materia; Newton vi aggiunge la solidità. Ecco dei contrasti abbastanza stridenti.                        

      Non nostrum inter vos tantas componere lites3.       

     Questo famoso Newton, distruttore del sistema cartesiano è morto nel mese di marzo dello scorso anno 1727. Ha vissuto onorato dai suoi compatrioti, ed è stato sepolto come un re che abbia fatto del bene ai propri sudditi  Qui a Londra è stato letto con avidità e tradotto l’elogio del signor Newton che il signor di Fontenelle4 ha pronunziato all’Accademia delle Scienze. In Inghilterra il giudizio del  signor di Fontenelle era  atteso  come una dichiarazione solenne della superiorità della filosofia inglese; ma quando si è visto che egli paragonava Cartesio a Newton, tutta la Società Reale di Londra si è sollevata. Lungi dall’accettare tale giudizio, si è criticato quel discorso. Parecchi (e non sono certo i più filosofi) sono anzi rimasti urtati da quel paragone, soltanto perché Cartesio era francese.

    Bisogna riconoscere che questi due grandi uomini sono stati molto diversi l’uno dall’altro per la loro condotta, la loro fortuna e la loro filosofia.

    Cartesio era nato con un’immaginazione vivace e vigorosa, che ne fece un uomo singolare nella vita privata come nella maniera di ragionare. Tale immaginazione si fa avvertire perfino nelle sue opere filosofiche, dove a ogni passo s’incontrano paragoni ingegnosi e brillanti. La natura ne aveva fatto quasi un poeta, e infatti egli compose per la regina di Svezia un divertimento in versi che, per rispetto alla sua memoria, non è stato stampato.

    Egli tentò per qualche tempo il mestiere della guerra, e poi, essendo divenuto del tutto filosofo, non credette indegno di sé il fare l’amore. Ebbe dalla sua amante una figlia di nome Francine, che morì giovane e di cui egli rimpianse molto la perdita. Così, provò tutto ciò che fa parte della natura umana.

    Credette per lungo tempo che fosse necessario fuggire gli  uomini,  e  soprattutto  la  sua  patria,  per  filosofare in libertà. Aveva ragione: gli uomini del suo tempo non ne sapevano abbastanza per illuminarlo, e non erano capaci d’altro che di nuocergli. Lasciò la Francia perché cercava la verità, che vi era perseguitata allora dalla meschina filosofia universitaria; ma non trovò un maggior raziocinio nelle università dell’Olanda, dove si ritirò. Infatti, mentre in Francia si condannavano le sole proposizioni della sua filosofia che fossero vere, egli fu perseguitato anche dai pretesi filosofi d’Olanda, che non lo capivano meglio e che, vedendo più da vicino la sua gloria, odiavano ancora di più la sua persona. Fu costretto ad abbandonare Utrecht; subì l’accusa di ateismo, estrema risorsa dei suoi calunniatori; e lui che aveva impiegato tutta la sagacia del proprio ingegno nel cercare nuove prove dell’esistenza di un Dio, fu sospettato di non riconoscerne nessuno.

    Tante persecuzioni presupponevano grandissimi meriti e una strepitosa reputazione: egli aveva infatti gli uni e l’altra. La ragione riuscì tuttavia a penetrare un po’ nel mondo attraverso le tenebre della filosofia scolastica e i pregiudizi della superstizione popolare. Il suo nome finì col diventare tanto celebre che si cercò di attirarlo in Francia mediante ricompense. Gli fu offerta una pensione di mille scudi; con tale speranza egli venne, pagò le spese del diploma, che allora si vendeva, non ebbe la pensione, e se ne ritornò a filosofare nella solitudine dell’Olanda del nord, al tempo in cui il grande Galileo, all’età di ottant’anni, gemeva nelle prigioni dell’Inquisizione, per aver dimostrato il movimento della Terra. Morì infine a Stoccolma d’una morte prematura, causata da un cattivo regime, nella cerchia di alcuni dotti, suoi nemici, e tra le mani di un medico che lo odiava.

    Completamente diversa è stata la carriera del cavaliere Newton. Ha vissuto ottantacinque anni, sempre tranquillo, felice e onorato, in patria.

    La sua grande fortuna è stata di esser nato non solo in un paese libero, ma anche in un’epoca in cui le impertinenze scolastiche erano bandite e veniva coltivata soltanto la ragione; sicché il mondo non poteva essere che suo scolaro, e non suo nemico.

    Singolare è il contrasto in cui si trova rispetto a Cartesio: nel corso della sua cosi lunga esistenza non ha avuto né passioni né debolezze; non ha mai avvicinato una donna, il che mi è stato confermato dal medico e dal chirurgo tra le cui braccia egli è morto. In questo si può ammirare Newton, ma non bisogna biasimare Cartesio.

    Su questi due filosofi, l’opinione pubblica è, in Inghilterra, che il primo era un sognatore,  e l’altro un saggio.

    A Londra pochissimi leggono Cartesio, le cui opere sono effettivamente diventate inutili; e pochissimi leggono Newton, perché per capirlo occorre essere molto dotti. Ciononostante, tutti parlano di loro: non si accorda nulla al francese, e si concede tutto all’inglese. Taluni ritengono che, se non si crede più all’orrore del vuoto, se si sa che l’aria è pesante, se ci si serve delle lenti d’ingrandimento, se ne debba esser grati a Newton. Egli è qui l’Ercole della favola, cui gli ignoranti attribuivano tutte le gesta degli altri eroi.  

    In una critica del discorso del signor di Fontenelle fatta a Londra, si è giunti a sostenere che Cartesio non era un grande matematico. Quelli che parlano così rinnegano chi li ha nutriti. Dal punto in cui ha trovato la geometria fino al punto cui l’ha portata, Cartesio ha percorso tanto cammino quanto quello percorso da Newton dopo di lui; egli è il primo che abbia trovato la maniera di dare le equazioni algebriche delle curve. La geometria, grazie a lui divenuta oggi di uso comune, era ai suoi tempi così oscura che nessun professore si azzardava a spiegarla, e non vi erano altri che Schootem5 in Olanda e Fermat6 in Francia che la capissero.

    Egli portò questo spirito geometrico e inventivo nella diottrica7, che divenne per opera sua un’arte del tutto nuova; e se s’ingannò in qualche cosa, è perché chi scopre nuove terre non può di colpo conoscerne tutte le caratteristiche: coloro che vengono dopo di lui e rendono fertili quelle terre hanno, nei suoi confronti, almeno l’obbligo di attribuirgli la scoperta. Non negherò invece che tutti gli altri lavori di Cartesio formicolino di errori.  

    La geometria era una guida ch’egli stesso aveva, in qualche modo, formata, e che lo avrebbe sicuramente guidato anche nel campo della fisica; tuttavia egli fini con l’abbandonare tale guida, per affidarsi allo spirito sistematico. Da allora la sua filosofia non fu più che un ingegnoso romanzo, verosimile tutt’al più per gli ignoranti. Egli si ingannò sulla natura dell’anima, sulle prove dell’esistenza di Dio, sulla materia, sulle leggi del movimento, sulla natura della luce; ammise le idee innate, inventò nuovi elementi, creò un mondo, fece l’uomo a modo suo, e si dice a ragione che l’uomo di Cartesio non è in effetti se non l’uomo di Cartesio, lontanissimo dall’uomo reale.

    Spinse i suoi errori metafisici fino a pretendere che due e due fanno quattro soltanto perché Dio ha voluto così. Ma non è troppo asserire ch’egli restava degno di stima anche nei suoi errori. Si ingannò, ma lo fece almeno con metodo e con spirito conseguente; distrusse le assurde chimere di cui la gioventù s’infatuava da duemila anni; insegnò agli uomini del suo tempo a ragionare e a servirsi contro lui stesso delle sue armi. Se non ha pagato in buona moneta, è già molto che abbia screditato quella falsa.

    Non credo, in verità, che si osi paragonare in nessun modo la sua filosofia con quella di Newton: la prima è solo un tentativo, la seconda un capolavoro. Ma chi ci ha messi sulla via della verità vale forse quanto colui che è salito poi sulla vetta di tale carriera.

    Cartesio diede la vista ai ciechi: essi videro gli errori dell’antichità ed i suoi. La via ch’egli ha aperto è, dopo di lui, divenuta immensa. Il libretto di Rohault8 ha rappresentato per qualche tempo una fisica completa; oggi, tutte le raccolte delle Accademie d’Europa non costituiscono nemmeno un inizio di sistema: approfondendo quell’abisso, lo si è trovato infinito. Si tratta adesso di vedere che cosa il signor Newton ha cavato fuori da tale abisso.

NOTE

1 – Allusione, rispettivamente, alle posizioni filosofiche di Cartesio e di Newton. R. Naves osserva: «Tutto l’inizio di questa lettera è scritto in tono scherzoso, e Voltaire fa mostra di non decidere tra Descartes e Newton. G. Lanson si è basato su questa presentazione per vedere nella lettera XIV un testo nettamente anteriore alle tre lettere successive, che sono nettamente newtoniane; essa è senza dubbio del 1728 (come risulta dalla frase seguente del testo), e le lettere XV-XVII possono essere del 1732. Tuttavia, non bisogna vedervi una netta evoluzione del pensiero di Voltaire:  la fine della lettera XIV prende partito a favore di Newton e giudica Descartes negli stessi termini che Voltaire riprenderà molto più tardi. Poteva essere abile non spaventare il  lettore  fin  dall’inizio  e  condurlo  soltanto  gradualmente  alla  “sana filosofia”».

2 –  La  tesi  che  la  Terra  fosse  uno  sferoide  allungato  anziché  appiattito ai due Poli era stata sostenuta dall’astronomo francese di origine   italiana  Jacques Cassini (1677-1756), direttore dell’osservatorio di Parigi, nell’opera La grandeur et la figure de la Terre (1718) e accolta da altri scienziati.

3 – “Non è affar nostro appianar tra voi dispute così importanti” VIRGILIO, Bucoliche, III, 108. Si veda, sopra, la nostra nota n. 1.

4 – Bernard Le Bovier de Fontenelle (1657-1757), letterato francese, Segretario perpetuo dell’Accademia delle Scienze: in tale qualità compose numerosi elogi di colleghi defunti, tra cui quello di Newton che ebbe nel 1728 ben quattro edizioni.

5 – Francesco von Schooten, matematico olandese del XVII secolo, autore di una Geometria dedicata a Descartes (Leida 1649) in cui sono stabilite le coordinate ottagonali, e di un’altra opera del 1656 dedicata alla « geometria con la riga ».

6 – Pierre  Fermat  (1601-65),  matematico  francese  in  relazione  con Cartesio, sviluppò la geometria analitica deducendo dall’equazione di una curva (da lui chiamata « Proprietà specifica ») tutte le sue proprietà.

7 – Parte della fisica che si occupa dell’azione dei mezzi sulla luce che li attraversa.  

8 – Jacques Rohault (1620-1675), autore di un Traité de physique (1671) assai diffuso, in cui sono esposte le dottrine di Cartesio.  


BIBLIOGRAFIA

(1) Karlheinz Deschener – Storia criminale del Cristianesimo – Ariele 2000-2010

(2) Claudio Rendina – I Papi, storia e segreti – Newton Compton 1999

(3) Ferdinand Gregorovius . Storia di Roma nel Medio Evo – Avanzini e Torraca, Roma 1967

(4) Karlheinz Deschner – Il gallo cantò ancora. Storia critica della Chiesa – Massari 1998

(5) F. Musslung – Lutero e la Riforma protestante – Giunti 2003

(6) A. Prosperi, P. Viola – Dalla Rivoluzione Inglese alla Rivoluzione Francese – Einaudi 2000

(7) L. von Ranke – Storia dei Papi – Sansoni 1968

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