Fisicamente

di Roberto Renzetti

IV – DALLA RIVOLUZIONE FRANCESE AI GIORNI NOSTRI (PARTE I)

Roberto Renzetti

Agosto 2010

I POVERI PIO VI E PIO VII NELLA RIVOLUZIONE

        Alla morte di Clemente XIV, nel 1774, vi fu ancora un conclave guerreggiato sullo sfondo della Rivoluzione Americana in atto in cui i cattolici erano al margine e sullo scenario di violente agitazioni in tutta Europa, ma principalmente in Francia, in cui la Chiesa, individuata come collaboratrice e sgabello del potere, era fortissimamente messa all’angolo.

        Nel conclave vi furono due fazioni che si combatterono senza esclusione di colpi, quella degli zelanti, cioè i tradizionalisti fanatici, ed i cortigiani, cioè coloro che dipendevano dalle varie corti dei Paesi cattolici europei e quindi tutti corrotti e fermamente contrari ai Gesuiti. Ma ormai la  squalifica ed il degrado della Chiesa erano tali che venne addirittura pubblicato un dramma satirico in 3 atti, Il conclave del 1774, che metteva alla berlina tutti i 44 cardinali. Tutti questi cardinali, in questo conclave come sempre, si apprestavano ad eleggere niente meno che il Vicario di Cristo in terra ! E davano del Signore un’immagine pessima, che neppure 44 anticristi messi insieme sarebbero riusciti a realizzare.

        Fu il cardinale Bernis che sciolse la situazione promuovendo uno zelante raccomandandolo a Luigi XVI (che era fortemente antigesuita e quindi temeva gli zelanti) come comunque  persona ragionevole e tranquilla. In questa forma la Francia accondiscese permettendo l’elezione del cardinale Giovanni Angelo Braschi che assunse il nome di Papa Pio VI (1775-1799). Si trattava di un esperto in finanze (le proprie come vedremo) che aveva l’ambizione dei fasti rinascimentali della Chiesa. E così iniziò a muoversi a partire dal Giubileo preparato dal predecessore ed ora arricchito di feste, banchetti sontuosi, giochi, corse di cavalli, luminarie e suoni. Fine quindi del costume penitenziale, l’Anno Santo era occasione di baldoria ! Egli stesso si offriva come spettacolo alla folla e, come dice Rendina, “nelle uscite ufficiali si faceva pettinare e impomatare, mettendo in mostra i piedi piccoli e aggraziati. Un vero e proprio Narciso. […] Appariva sotto molti aspetti un principe simile a quello sbeffeggiato dal Parini nel Giorno” (che a me ne ricorda un altro che saltella con una gonna corta da civettuolo e con scarpette rosse di morbida pelle fatte a mano da un disegnatore di gran moda).

        Non si preoccupò di arginare la corruzione della Curia e degli alti prelati, non si curò ella gestione della giustizia che colpiva sempre e solo la povera gente, non fece caso alla fame ed alla povertà della maggior parte della popolazione. Voleva ridare credibilità allo Stato Pontificio ma riuscì solo a dargli una verniciata esteriore con alcune opere pubbliche (tra cui un tentativo costosissimo di bonifica delle paludi pontine finito male, perché mal progettato. Dopo due soli raccolti le ex paludi furono di nuovo inondate da straripamenti vari). E questa verniciata costò un’enormità che fece crescere a dismisura il risentimento popolare(1).

        Naturalmente ridette vigore al nepotismo regalando, ad esempio, a suo nipote Luigi un palazzo che fece costruire appositamente tra Piazza Navona e Campo de’ Fiori, Palazzo Braschi, oggi sede del Museo di Roma (sembra che il palazzo sia stato pagato con gli unici due raccolti della bonifica fallita).

        Questo nepotista e giocherellone falso rinascimentale ebbe a che fare con vicende internazionali estremamente serie che avrebbero richiesto ben altre tempre per governarle. Dapprima vi fu la questione austriaca che nacque con Giuseppe II d’Asburgo-Lorena, che aveva ereditato il trono (dopo averlo condiviso dal 1765) da Maria Teresa nel 1780 e che aveva avuto un’educazione negli ideali dell’Illuminismo. A partire proprio dal 1780 Giuseppe II dette vita ad una riforma religiosa, che da lui prese il nome di giuseppinismo, tesa a ridimensionare il potere ecclesiastico nei territori dell’Impero asburgico.  Forte dell’influenza giansenista riconobbe la parità giuridica di culto di ogni religione (nel 1781 cessò ogni discriminazione verso protestanti ed ortodossi e fu permessa l’emancipazione degli ebrei), attuò riforme nell’ambito del potere temporale della Chiesa cattolica (comunque sempre protetta) nei suoi territori e, non sembri poco, introdusse nella legislazione il matrimonio civile con altre varie riforme del culto, delle festività, … . Sarebbe toccato allo Stato aprire o chiudere seminari, scuole cattoliche, nominare i professori, stabilire la politica del clero in quel Paese. Lo Stato si assumeva il compito di promuovere seminari statali in cui educare il clero con l’introduzione di insegnamenti positivi (storia, diritto, scrittura, patristica) ispirati dai benedettini contro il metodo e l’insegnamento della teologia speculativa della antica scolastica dei Gesuiti. Chiuse almeno 700 conventi (aprendo in sostituzione 700 parrocchie) e confiscò i beni delle istituzioni ecclesiastiche in perdita economica per distribuirne il ricavato ancora al clero attivo che risultò meglio soddisfatto, furono ridotti gli ordini religiosi tanto che in poco tempo si passò da 65000 a 27000 religiosi. La Chiesa locale, che perdeva ogni immunità, risultava sotto il controllo dell’autorità statale, ed anche economicamente dipendeva da essa. Si operò in modo da staccare le istituzioni ecclesiastiche locali all’influenza delle autorità di Roma ed ogni atto che provenisse da Roma doveva ottenere il placet governativo per diventare operativo. Fu una svolta clamorosa e radicale che ebbe enorme influenza non solo nell’Impero degli Asburgo ma in tutta Europa, iniziando da Pietro Leopoldo granduca di Toscana, fratello di Giuseppe, che operò riforme in qualche modo più radicali nel Granducato.

        Il Papa fu scosso particolarmente da queste unilaterali decisioni. Era preoccupatissimo  e protestò ma il ministro Kaunitz che si occupava delle riforme rispose olimpicamente che ogni riforma fatta non intaccava dogmi di fede risultando solo essere un affare interno sul quale vi era l’indebita ingerenza del Papa. Dopo questa risposta Pio VI decise di intraprendere un viaggio a Vienna (1782) per andare ad implorare Giuseppe II. Fu ricevuto con sommi onori ma non ottenne alcuna cosa. E non era che un pallido inizio delle disgrazie che si stavano per abbattere sulla Chiesa, nel 1789, ma con vari indizi in tal senso, scoppiava la Rivoluzione Francese che per la Chiesa dei gerarchi fu una specie di campana a morto.

        Prima di proseguire conviene dare una panoramica delle deliberazioni della Rivoluzione che riguardavano la Chiesa

CHIESA E RIVOLUZIONE FRANCESE

        Scrive Galavotti, che ha fatto uno studio approfondito su Chiesa e Rivoluzione Francese (vedi bibliografia), e dal quale ho praticamente tratto tutto il materiale per questo paragrafo:

Le prime avvisaglie di quella che di lì a poco sarebbe apparsa come la maggior sfida europea ai privilegi feudali, si ebbero con la pubblicazione dell’Encyclopédie (1751). Le forti accuse di Diderot, d’Alembert, Voltaire, Rousseau, Helvétius, Holbach indirizzate al fanatismo, all’intolleranza, al dogmatismo, alla superstizione, al temporalismo dei papi, al clericalismo, ai principi di “autorità” e di “tradizione” nelle scienze, ecc., indussero il cattolicesimo conservatore, a partire dal 1770, a sferrare un attacco frontale contro questi philosophes ‘colpevoli’ di ateismo, miscredenza, empietà. N.S. Bergier [il teologo Nicolas-Sylvestre, ndr] venne ufficialmente incaricato dall’Assemblea del clero di Francia di aprire le ostilità. Non pochi tuttavia erano gli scettici nell’imminenza di questa battaglia. Fra le stesse file dell’alto clero il lusso e la corruzione erano così vasti e profondi che la maggioranza dei vescovi si sentiva quasi completamente estranea agli ideali della chiesa cattolica. S’incontravano persino figure inclini all’ateismo e favorevoli alle idee del “libero pensiero”, […]. Se dunque resistenza c’era ai nuovi orientamenti intellettuali e morali, i motivi vanno ricercati negli interessi di potere, che però fino all’Ottantanove non sembravano minacciati da forze sociali politicamente determinate: la maggioranza dei filosofi era filomonarchica, sebbene volta al riformismo giurisdizionalista.

Dal canto suo il basso clero, a causa delle forti discriminazioni di cui era oggetto, vedeva spesso di buon grado le critiche che il movimento filosofico progressista rivolgeva al sistema […]. Sull’atteggiamento di questi curati, la storiografia cattolica è sempre stata abbastanza severa: si è rimproverato loro un “eccessivo” rancore contro il lusso dell’alto clero, un desiderio d’indipendenza “troppo vivo” e addirittura uno spirito patriottico “superiore” a quello ecclesiastico […].

Essendo il primo degli ordini dello stato, il clero, che era il più grande proprietario del regno, fruiva di particolari privilegi: politici, giudiziari e fiscali ed il re assicurava le cariche religiose ai suoi cortigiani oppure ai figli cadetti dell’aristocrazia più facoltosa. I titolari, in sostanza, percepivano 1/3 delle rendite dei vescovadi o abbazie, risiedendo prevalentemente nei dintorni di Versailles, presso la corte regia, e delegando l’effettivo esercizio del ministero pastorale e amministrativo ad ecclesiastici stipendiati (nel 1764 a Parigi vivevano non meno di 40 vescovi!). Cosa di cui non ci deve meravigliare poiché, dipendendo la nomina dalla nascita o dalle relazioni, era impossibile che questi prelati avessero una buona formazione teologica o un vero interesse “etico-religioso” per i benefici ottenuti. Generalmente anzi, la loro condotta e i loro principi erano improntati alla mondanità e allo scetticismo dell’ambiente di corte. […]

I monasteri e i conventi erano ricchissimi: frati e monaci, in genere, oziavano con buone rendite e grandi proprietà. Ad eccezione di quelli che si dedicavano all’insegnamento o all’assistenza medica, gli ordini religiosi venivano considerati socialmente inutili. Ignavia e rapacità le accuse principali al loro indirizzo, benché non manchino i monaci appassionati alle idee dei filosofi. Fallita la riforma del 1776, che aveva cercato di porre rimedio alla decadenza dei costumi e allo spopolamento dei conventi, due anni dopo si decise di chiuderne 426, sopprimendo 8 ordini religiosi. Tra il 1768 e l’89 la crisi delle vocazioni fu notevolissima. Ciononostante la chiesa continuava a proclamare l’eternità dei voti monastici e lo Stato ne sorvegliava l’adempimento: se i religiosi abbandonavano il convento, vi tornavano accompagnati dalla forza pubblica.

Tutto il clero era esente dai gravami di carattere municipale e da qualunque imposta fiscale regia, diretta e indiretta. I beni della chiesa non pagavano alcun diritto neppure nei trasferimenti di proprietà. Ogni quinquennio le assemblee generali di questo ordine votavano un contributo fiscale detto “donazione gratuita” da versare nelle casse dello Stato con rate annuali: si trattava, in sostanza, del 2% di tutti gli introiti, l’ entità effettiva dei quali però era sconosciuta al governo (da notare che la percentuale era stata decisa nel 1561 e da allora, malgrado l’esorbitante rialzo delle altre imposte, era rimasta immutata). Oltre a ciò il clero possedeva propri tribunali, da cui dipendevano non solo tutti gli ecclesiastici, ma anche i laici per cause riguardanti la religione (vedi ad es. la legislazione matrimoniale). Gli attentati alla fede, la bestemmia e il sacrilegio potevano essere puniti con la morte.

In questo contesto va però distinta la situazione del basso clero (curati, vicari e cappellani), che è escluso completamente dalla carriera episcopale e che trae il proprio sostentamento dalla modesta “congrua” (porzione della decima) e dai redditi, più o meno variabili, inerenti all’officiatura delle varie cerimonie religiose (il “casuale”). Il più delle volte i sacerdoti di campagna, reclutati fra la piccola borghesia rurale, vivono in condizioni più precarie rispetto ai loro colleghi di città, reclutati fra la media borghesia (assenti, fra i preti, persone di origine operaia o contadina, in quanto i candidati al sacerdozio dovevano dimostrare all’atto dell’ordinazione di avere una rendita patrimoniale). Numerosi sono i preti “clientelari”, che vanno in cerca di messe senza appartenere ad alcuna parrocchia e non pochi sono quelli che vivono di un modesto beneficio senza esercitare alcuna vera attività pastorale.

In campagna il clero rappresenta buona parte della cultura: tiene lo stato civile, registrando battesimi, matrimoni e decessi; simpatizza, senza esporsi troppo, per le idee dei filosofi, che vanno peraltro facendosi strada fra categorie sociali tendenti all’agnosticismo: borghesia rurale, funzionari locali, artigiani, vecchi soldati, bettolieri, ecc. Il prete è anche diffusore delle ordinanze reali, ausiliario della giustizia, banditore di vendite immobiliari. I beni della parrocchia sono il presbiterio, la scuola, il cimitero e tutti gli immobili lasciati in eredità da fedeli pii e timorosi. Qualunque forma di manutenzione dell’edificio adibito al culto è a carico dei parrocchiani. […]

Stante questa situazione non ci si deve stupire che dalle masse popolari la religione fosse vissuta con molto conformismo e poca convinzione. Non si trattava solo di vocazioni in forte calo, ma anche – come le più recenti indagini hanno messo in luce – di scarsa partecipazione nella pratica dei sacramenti e in particolare durante le festività pasquali, di forte diminuzione delle offerte per le messe a suffragio, di aumento delle nascite illegittime, di bassa tiratura dei libri a carattere religioso, ecc. Dopo il 1760 inizia anche la contraccezione, qui da segnalare più che altro per l’avversione ch’essa suscita ancora oggi nell’ambito di certo cattolicesimo. […]

E’ evidente quindi che la rivoluzione poteva essere avvertita come un dramma solo dall’alto clero. Viceversa, dal punto di vista delle masse, anche di quelle tradizionalmente religiose, la rivoluzione non poteva essere considerata che come un evento liberatorio, emancipativo, come una vera e propria catarsi. E il fatto che il basso clero sia stato subito appoggiato dai parlamentari sin dalle prime sedute degli Stati generali, è appunto indicativo di quale diversa sensibilità caratterizzasse i ceti sociali meno favoriti.

E’ assai banale quindi sostenere che la chiesa di Francia, se avesse voluto, avrebbe potuto riformarsi da sola, senza aspettare l’ondata rivoluzionaria della borghesia o sostenere addirittura … che la rivoluzione avrebbe potuto essere più “umana” se fosse stata più “cristiana” … La Chiesa, come era strutturata, non poteva fare alcunché di veramente innovativo. Essa, come la monarchia e soprattutto l’aristocrazia, rifletteva rapporti socio-economici che le impedivano qualunque rinnovamento democratico. Negli stessi cahiers de doléances, prodotti in vista degli Stati generali, appare in modo assai chiaro quanto fosse vasta e profonda la crisi della chiesa francese, e quanto fossero pesanti le accuse contro i privilegi e gli abusi del clero, contro le decime e la decadenza del monachesimo. Al massimo dunque essa avrebbe potuto rendere meno catastrofico il terremoto che la sconvolse, ma in nessun modo avrebbe potuto evitarlo. A certi livelli (si pensi al basso clero intellettuale) poteva anche affrettarne la venuta servendosi della stessa religione, ma non senza l’aiuto, in quel momento, della nuova classe emergente: la borghesia.

        Queste le premesse vi sono poi le azioni pratiche che videro impegnati rappresentanti del clero ma, attenzione, del basso clero, nelle vicende rivoluzionarie. Già negli Stati Generali, dopo che si era delineato il programma contrario alla nobiltà ed all’alto clero, il basso clero si schierò con chi sosteneva questo programma e cioè con la borghesia. Contro la lettura stupida, deformante e giustificazionista dei cattolici che ancora oggi parlano di un basso clero invidioso (sic!), vale la pena leggere alcuni degli oltre 60 mila cahiers de doléances presentati all’Assemblea. Si leggono con molta frequenza accuse circostanziate di questo tipo:

Di tutti gli abusi che esistono in Francia quello che maggiormente affligge il popolo e più fa disperare i poveri è l’immensa ricchezza, l’oziosità, le esenzioni, il lusso inaudito dell’alto clero. Queste ricchezze si sono in gran parte formate col sudore dei popoli, sui quali il clero percepisce un’orribile imposta che va sotto il nome di decima; essa assorbe ogni dieci anni a vantaggio di illustri fannulloni la totalità del reddito agricolo [annuale] del regno.

Ed ancora:

Le spese per le chiese, i presbiteri, i cimiteri sono a carico delle comunità, che tuttavia continuano a pagare per battesimi, matrimoni, sepolture, senza che la decima venga diminuita. I poveri non sono più soccorsi e pagano la decima. 

Ma anche su temi che investivano problematiche più generali:

Che tutti i preti si sposino. La tenerezza delle loro spose risveglierebbe nei loro cuori la sensibilità, la riconoscenza, la pietà – così naturali per l’uomo – che i voti di castità e di solitudine hanno spento in quasi tutti coloro che li hanno pronunciati.

        Si può con certezza dire che nel basso clero vi era una forte coscienza sociale che non investiva solo la propria condizione ma anche quella di un popolo affamato e disperato.

        Dopo la presa della Bastiglia, nel 1789, con la collaborazione dello stesso basso clero, furono presi dall’Assemblea provvedimenti fondamentali e rivoluzionari:

  1. l’abolizione di tutti i privilegi feudali (decime, annate, franchigie ecclesiastiche in materia d’imposte, diritti signorili, ecc.);
  2. la nazionalizzazione delle proprietà immobiliari della chiesa (terre, foreste, beni derivanti da fondazioni, ospedali, scuole ecc.);
  3. il sostentamento del clero da parte dello Stato per l’esercizio del ministero(2).

        Ancora nell’agosto del 1789 l’Assemblea votò uno dei Decreti più importanti, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino(3) che aveva anche il fondamentale articolo 10 riguardante la libertà di religione. Questo articolo richiese un Decreto esplicativo successivo (1790), evidentemente nato da pressioni di ogni tipo, nel quale si affermava l’impossibilità da parte dell’Assemblea di riconoscere la Chiesa cattolica come religione di Stato ed il suo culto come l’unico autorizzato anche se ci si rendeva conto che la cattolica era la religione più seguita. A parte questa contraddizione, che peserà sull’ambiguità secondo la quale uno Stato deve avere una religione o comunque non deve negarla e che si pensava di sistemare in futuro democratizzando la Chiesa, nei principi fondanti la Dichiarazione dei diritti dell’uomo non si fa più riferimento al Dio dei cristiani e, come ormai gli storici sostengono tutti: I principi del 1789 si presentano come un corpo di dottrina autosufficiente, che trae il proprio valore dall’evidenza razionale e non dalla rivelazione. Così l’umanità pone se stessa come suo proprio dio.  Occorre comunque essere chiari: la Rivoluzione non fu né anticristiana né antireligiosa ma solo anticlericale, contro quell’alto clero parassita e gaudente.

        Un primo tentativo di democratizzazione del clero avvenne mediante l’approvazione da parte dell’Assemblea della Costituzione civile del clero secondo la quale:

  1. si riorganizzava la distribuzione geografica delle diocesi e delle parrocchie, facendole coincidere con le nuove circoscrizioni amministrative (il loro numero ovviamente diminuiva di parecchio);
  2. si regolamentava il trattamento economico degli ecclesiastici, che diventano così funzionari stipendiati dallo Stato, tenuti a esercitare il ministero gratuitamente;
  3. infine si stabiliva il nuovo sistema di elezione popolare dei vescovi e dei sacerdoti, accogliendo le richieste del partito gallicano-giansenista di eleggere vescovi e parroci, rispettivamente, da assemblee dipartimentali e distrettuali, composte da cittadini attivi (inclusi ebrei e protestanti) che pagavano tasse pari a dieci giorni di lavoro. Poteva essere eletto vescovo solo chi avesse esercitato il ministero pastorale per quindici anni entro i confini della diocesi, parroco chi l’aveva svolto per almeno cinque anni.

        Il Papa aveva condannato tutto ciò ufficiosamente con “brevi” indirizzati al Re e ai prelati contro la Costituzione civile, in quanto sperava che la monarchia riprendesse le redini del paese o che fosse comunque una grande maggioranza del clero a chiedergli d’intervenire pubblicamente.  L’Assemblea, esasperata dalla resistenza che avvertiva da parte del clero più conservatore, pretese (sbagliando clamorosamente) l’applicazione per legge della Costituzione del clero, cui il Re, forzatamente, aveva dato il consenso. E siccome le proteste non mancarono, essa impose a tutti gli ecclesiastici funzionari un giuramento di fedeltà alla nazione, al Re e alla legge, pena l’interdizione dagli uffici o la privazione dello stipendio (nel senso cioè che quanti vi si fossero opposti sarebbero stati sostituiti e nel peggiore dei casi considerati dei sovversivi). Di fatto solo il 60% di coloro che avrebbero dovuto farlo giurò, con buone percentuali anche tra il basso clero. Lo scisma tuttavia era scoppiato e la guerra civile per motivi religiosi era alle porte. Ora i partiti cattolici su posizioni contrapposte erano due: quello costituzionale (o giurato) e quello refrattario. Quando si iniziò con le sostituzioni di coloro che non avevano giurato, il Papa intervenne con la condanna della Costituzione civile del clero. Prima di farlo, naturalmente, chiese ai vescovi refrattari di avanzare una formale richiesta d’intervento, affinché dimostrassero la loro subordinazione alla Santa sede. E così con il breve Caritas interdisse ai vescovi di nuova nomina l’esercizio del ministero e minacciò di scomunica tutti i preti costituzionali che non avessero ritrattato il giuramento entro 40 giorni. Poi con il breve Quod aliquantum attaccò direttamente la Costituzione del clero, facendo il punto sull’opinione della Chiesa ufficiale in merito a tutta l’esperienza rivoluzionaria francese.

        Il pontefice rifiutò praticamente tutto: la libertà di religione, l’uguaglianza degli uomini, l’abolizione della primazia e giurisdizione della Santa sede, il potere dei sinodi locali sui vescovi, lo stipendio statale per il clero, l’esproprio dei beni, la soppressione degli ordini e dei voti. Non accettò neppure il potere dell’Assemblea sui vescovi, asserendo che lo scopo della rivoluzione era quello di “annientare la religione cattolica e con essa l’obbedienza dovuta ai re”. Pio VI paragonò inoltre l’Assemblea ai ‘peggiori’ eretici e scismatici degli ultimi secoli e rivolse insistenti appelli alle potenze cattoliche europee, nonché a Caterina II di Russia e a Giorgio III d’Inghilterra, perché venissero in aiuto del Re francese contro i suoi stessi sudditi.

        Con la caduta di Luigi XVI, il 10 agosto 1792,  le cose cambiarono perché la Francia era minacciata da vari Paesi europei e, a questo punto, occorreva essere uniti per respingere ogni attacco esterno alla Rivoluzione. I refrattari iniziarono ad essere sospettati di collusioni con i nemici, soprattutto nelle zone di frontiera. Ed i sospetti si accrebbero dopo l’inizio della guerra con l’Austria e, a partire dal maggio 1792, l’Assemblea, che da Costituente era diventata Legislativa, autorizzò a deportare in Guyana ogni prete che non avesse giurato la Costituzione civile. Dopo il crollo della monarchia la repressione divenne fortissima e, come scrive Galavotti:

Il 16 agosto, la Comune insurrezionale di Parigi (l’organo che determinò, in ultima istanza, la deposizione del re) proibì le processioni e ogni esteriorità di culto. Il 18 vengono sciolte le congregazioni maschili e femminili socialmente utili, che la Costituente aveva risparmiato, e si rinnova al clero il divieto di portare l’abito talare al di fuori dell’esercizio ministeriale. Il 26 l’Assemblea dà 15 giorni di tempo ai refrattari per abbandonare la Francia, minacciandoli di deportazione. Danton sostiene la necessità di adottare il sistema delle “visite domiciliari” per requisire le armi e arrestare i traditori, preti o nobili che siano. Il 2 settembre, nel timore che i “traditori della patria” possano organizzare … una rivolta carceraria, approfittando della crisi generale della rivoluzione e in particolare della presenza prussiana a Verdun, vengono giustiziate circa 1.400 persone, fra cui più di 200 preti. Il 20 settembre la Convenzione, succeduta a un’Assemblea legislativa …, sancisce per le municipalità, dopo aver decretato la Repubblica, la laicizzazione dello stato civile e il divieto per i sacerdoti di tenere qualunque registro: battesimi, matrimoni e funerali religiosi non avrebbero più avuto alcun valore legale. Questa la prima vera tappa sulla via della separazione fra Stato e chiesa. Nello stesso giorno venne istituito il divorzio.

Per le esigenze della guerra si cominciarono a requisire le campane e le argenterie delle chiese anche ai preti costituzionali, i quali chiedendo di evitare una rigorosa applicazione della legge contro i refrattari e simpatizzando spesso per il federalismo, rischiavano di perdere le simpatie dei repubblicani. […]

Impossibilitati a ottenere con la forza dei decreti una chiesa fedele a uno Stato progressista, i costituenti cercavano ora di costringerla con la forza delle armi. 30.000 ecclesiastici scelsero la strada dell’emigrazione, soprattutto verso l’Inghilterra e gli stati pontifici, ove l’accoglienza era migliore, sebbene nei territori della chiesa venisse loro imposto un giuramento di obbedienza alle bolle papali contro giansenismo e gallicanesimo. […]

La Convenzione puntò tutte le sue carte sulla realizzazione del fine strategico e dimenticò i fini intermedi, quelli che si ottengono con la tattica. Quando poi si ha la pretesa di realizzare determinati obiettivi senza l’appoggio sicuro e concreto delle masse; quando la crisi economica invece di risolversi si acuisce, ecco che forze controrivoluzionarie (in questo caso i preti refrattari) possono facilmente sfruttare i sentimenti religiosi della gente meno cosciente e più marginale, indirizzandoli verso una protesta sociale e politica destabilizzante. Fu appunto questo il caso della rivolta in Vandea, dove – come disse il vescovo costituzionale Grégoire – “preti scellerati in nome del cielo predicano il massacro”.

Scoppiata nel marzo 1793, prendendo a pretesto il rifiuto della coscrizione obbligatoria per fronteggiare l’offensiva austro-prussiana, questa insurrezione, in cui vennero coinvolti popolani dalla mentalità rozza e primitiva ma con esigenze reali di democratizzazione, e che trovò un certo seguito in altre regioni occidentali della Francia, dimostrò assai chiaramente come provvedimenti giusti, privi di consenso popolare sufficientemente vasto, possono ben presto trasformarsi in azioni sbagliate e controproducenti. […]

Una settimana dopo lo scoppio di questa rivolta integralista e filomonarchica, il governo girondino aveva decretato che i refrattari rimasti in patria sarebbero stati giudicati da un tribunale militare e condannati a morte nel giro di 24 ore.[…]

La scristianizzazione fu determinata non solo dalle profonde radici anticlericali sottese alla politica religiosa che il governo rivoluzionario aveva manifestato sin dallo scisma della chiesa costituzionale, ma anche dal desiderio dei sanculotti di por fine una volta per sempre (con metodi senza dubbio discutibili ma temporaneamente efficaci) alle mire controrivoluzionarie dei refrattari e allo schieramento moderato di molti costituzionali favorevoli alla Gironda e al federalismo. […]

Se almeno su un aspetto borghesia rivoluzionaria e avanguardia popolare andavano d’accordo era senz’altro questo: la declericalizzazione della vita quotidiana. Forse anzi si può dire che buona parte dei rivoluzionari (incluso Robespierre) si illuse di poter risolvere i molti problemi sociali di quel tempo cercando una convergenza ideale fra borghesia e sanculotti sul terreno dell’anticlericalismo

La scristianizzazione vera e propria si affermò all’inizio nei dipartimenti, sotto la spinta di alcuni rappresentanti della Convenzione, mandati in missione speciale nelle province in rivolta, ma la Convenzione non fece nulla per impedirla o circoscriverla. […] Sulla base di una proposta di Robespierre la Convenzione decretò nuovamente il 6 dicembre 1793 la libertà dei culti, riservandosi il diritto di colpire “tutti coloro che tentassero di abusare del pretesto della religione per compromettere la causa della libertà”. Ma pochi giorni dopo essa affermò di non voler porre rimedio alle misure prese in precedenza, per cui la scristianizzazione continuerà almeno sino al 7 maggio 1794, allorché la Convenzione deciderà di adottare il culto dell’Essere Supremo. La libertà dei culti, questa volta, verrà affermata solennemente, con la riserva, legittima, che “ogni riunione contraria all’ordine pubblico sarà repressa”.

        Continuando oltre e riassumendo ancora Galavotti:

        Il 27 luglio del 1794 vi fu un colpo di stato controrivoluzionario (termidoriano). Robespierre e Saint Just furono condannati a morte senza processo. Era la fine della Rivoluzione. Eliminato il governo rivoluzionario, i termidoriani, che esprimevano gli interessi della borghesia più ricca, diedero inizio al terrore “bianco”, smantellando progressivamente molte leggi e istituzioni favorevoli al popolo. Sul piano religioso la Convenzione riuscì ad ottenere ciò che i governi precedenti non avevano mai osato rischiare: la completa laicizzazione dello Stato, ovvero l’effettiva uguaglianza di tutte le religioni. E così, poche settimane dopo la caduta di Robespierre, in numerosi punti della Francia si ricominciò a celebrare la messa, si riaprirono i vecchi oratori, si videro affluire nelle province di frontiera dei preti emigrati. Tuttavia in molte altre province e soprattutto a Parigi si continuava a ghigliottinare, benché le amministrazioni non mettessero più lo zelo di prima nell’applicare i provvedimenti di scristianizzazione.

        Paradossalmente, mentre al tempo della dittatura giacobina si negava la libertà di culto per difendere gli ideali rivoluzionari, ora invece i termidoriani concedono, seppur limitatamente, questa libertà, ma solo per difendere degli ideali reazionari. La borghesia infatti non voleva rinunciare alla propria ideologia anticlericale, né voleva perdere il suo potere politico sulla chiesa, ma allo stesso tempo non voleva lasciarsi coinvolgere in una guerra di religione; anzi, se possibile, voleva cercare di riguadagnarsi la fiducia del clero cattolico, da utilizzarsi, eventualmente, contro gli interessi sociali e materiali delle masse. Questa esigenza diventava tanto più forte quanto più cresceva l’opposizione popolare al nuovo regime.

        Furono i termidoriani che ereditarono i risultati dell’immenso lavoro del governo giacobino. La Convenzione termidoriana seppe anche impedire la restaurazione del feudalesimo e della monarchia. Promulgò una Costituzione assai conservatrice, ma imperniata sul rafforzamento delle istituzioni repubblicane. Sul piano dei rapporti fra Stato e chiesa faticava alquanto a farsi strada una separazione rigorosa, a livello ideologico, della politica dalla religione. Con la nuova Costituzione, entrata in vigore nel novembre 1795, il potere esecutivo passò nelle mani del Direttorio, permettendo alla borghesia piena libertà economica con la garanzia di enormi profitti ai ceti più agiati. Vi fu una forte ribellione popolare e la Congiura degli eguali, capeggiata da Babeuf, si pose come obiettivo fondamentale, per la prima volta nella storia della Francia, l’abolizione della proprietà privata. Il pericolo fu talmente grande che il Direttorio cercò sostegni politici a destra e a sinistra. Inevitabilmente mutò anche il suo rapporto nei confronti dei cattolici: in primo luogo con i refrattari, ai quali volle garantire l’abrogazione della legge sulla deportazione e promettere il ritorno ad un regime di piena libertà religiosa. L’uso strumentale della religione per fini controrivoluzionari era evidente. Lo stesso papato si piegava facilmente a tale necessità: lo testimonia il breve Sollicitudo (8 giugno 1796), con cui si esortavano i cattolici francesi a una docile sottomissione al governo. Ma altrettanto evidente era la debolezza del Direttorio, che alla fine del ’96 si vide costretto ad abrogare tutta la legislazione contro i preti refrattari e a realizzare un colpo di Stato militare (fruttidoro 1797). Tra i cattolici, i refrattari incitavano alla diserzione i figli dei loro seguaci, a non pagare le tasse, a cacciare i preti costituzionali, a disobbedire al giuramento di sottomissione alle leggi della repubblica. In materia di religione, i provvedimenti del nuovo Direttorio furono molto severi: ripristinata la legge sulla deportazione, si pretese da tutto il clero un giuramento di “odio alla monarchia”. Per diverse ragioni comunque il Direttorio aveva urgenza di giungere ad un accordo con la Santa sede. Approfittando delle vittorie di Napoleone in Italia, esso aveva chiesto a Pio VI di annullare tutti gli atti di condanna della politica ecclesiastica dei governi succedutisi dall’inizio della rivoluzione in poi. Ma il Papa non ne volle sapere. L’unico risultato raggiunto fu la pace di Tolentino nel febbraio 1797, in cui si regolarono solo gli aspetti territoriali e finanziari pendenti fra i due Stati. A ciò seguì la deportazione di Pio VI in Francia, dopo l’occupazione francese di Roma, e la morte di quest’ultimo il 29 agosto 1799. Una ulteriore e vera svolta si ebbe con un altro colpo di Stato militare, quello del 18 brumaio del 1799 di Napoleone Bonaparte che instaurò il passaggio dalla Repubblica all’Impero. Ma di questo parlerò oltre.

PIO VI, PIO VII, RIVOLUZIONE, NAPOLEONE

        Nel parlare di come la Rivoluzione Francese affrontò i problemi religiosi ed i rapporti con la Chiesa cattolica abbiamo accennato qua e là a Pio VI. Vediamo ora questa drammatica vicenda dal punto di vista della Chiesa di Roma.

        Dopo le vicende del giuseppinismo, ora, in Francia, venivano aboliti i privilegi del clero, nazionalizzati i beni della Chiesa, introdotta la libertà di culto, redatta una Costituzione del clero, riportati i vescovi ed i parroci ad un’elezione popolare, … e tutto ciò senza consultare minimamente il Papa. Tutto diventava un brutto incubo. Pio VI scrisse subito un breve di condanna delle leggi approvate dall’Assemblea Costituente che inviò a Parigi. Nel maggio del 1791 questo documento fu bruciato pubblicamente tra gli applausi dei rivoluzionari.

        Ma dalla Francia arrivano anche dei rivoluzionari a sollevare la piazza contro il Papa. Tra questi Nicolas Jean Hugon de Basseville italianizzato in Ugo di Basseville che, dal Regno delle due Sicilie in cui era ambasciatore della Repubblica, si recò a Roma nel 1792. Personaggio sgradevole non aveva nulla di diplomatico e fu totalmente irriverente verso ogni simbolo religioso (tra le altre sue emerite cafonate, bestemmiava ad alta voce nelle funzioni religiose e chiamava Pio VI Oca porpora del Campidoglio). Fece indignare tutti ed i romani, passati attraverso diverse rivolte poi finite con repressioni violente, non provarono simpatia per ilo personaggio tanto che aggredirono a sassate la sua carrozza, lo tirarono fuori tagliandogli la gola con un rasoio. Questo episodio comunque additò ai francesi Pio VI come nemico della Francia rivoluzionaria che meritava di essere punito (ci penserà Napoleone).

        Intanto Napoleone avanzava occupando gran parte d’Italia ed imponendo pesanti condizioni di pace: ritiro del breve di condanna della Costituzione del clero francese e pagamento di sanzioni per l’assassinio di Basseville. Il tutto si formalizzerà con la Pace di Tolentino del 19 febbraio 1797 in cui le condizioni furono ancora più pesanti perché molti territori della Chiesa passarono direttamente alla Francia con, sullo sfondo, il Direttorio che voleva eliminare lo Stato Pontificio.

        Nel dicembre del 1797 Napoleone incaricò il generale dell’ambasciata francese a Roma Mathurin-Léonard Duphot di creare una sollevazione popolare contro il governo della Chiesa. Mentre Duphot arringava la popolazione una pallottola di un soldato del Papa lo uccise (28 dicembre 1797). Era ilo pretesto cercato per l’invasione dello Stato Pontificio. Fu il generale Berthier che occupò la città senza incontrare resistenza. Il 15 febbraio 1798 Bethier, in nome del Direttorio, dichiarò decaduto il potere temporale di Pio VI e proclamò la Repubblica Romana sul modello di quella francese (e già che c’era depredò molte opere d’arte in Vaticano e nella città, subito spedite in Francia). Pio VI venne arrestato ed il 20 febbraio iniziò la sua deportazione in Francia (attraverso Siena, Firenze, Parma, ancora Siena, Torino, Briançon, Grenoble, Valence). A Valence era arrivato in lettiga ed in questa città morì il 28 marzo 1799.

        Intanto il 20 marzo, dopo una sommossa contro i francesi del 25 febbraio duramente repressa, fu promulgata la Costituzione della Repubblica che prevedeva l’elezione di un Tribunato e di un Senato (potere legislativo) che avrebbero eletto 5 Consoli (potere esecutivo). La cosa non destò entusiasmi per il rancore dei saccheggi e per le nuove tasse imposte dai francesi. Dopo diverse vicende che videro Ferdinando IV, Re di Napoli, invadere Roma per restaurare il papato e la sua immediata cacciata da parte francese, finalmente vi fu una nuova occupazione napoletana che pose fine alla Repubblica Romana il 30 settembre 1799.

        Ma a marzo era morto il Papa ed occorreva sostituirlo pur in questo clima rivoluzionario e molto incerto (sicuramente pericoloso per le gerarchie ecclesiastiche) che si viveva a Roma. I cardinali erano tutti fuggiti a Venezia dove godevano della protezione di Giuseppe II d’Asburgo il quale era felicissimo di poter dominare a suo piacimento il conclave che si apprestava ad eleggere il nuovo Papa. Giuseppe indicò il cardinale Mattei ma il conclave, con la mediazione del segretario del conclave Consalvi e del cardinale spagnolo Despuig, scelse di eleggere il cardinale Barnaba Chiaramonti che assunse il nome di Papa Pio VII (1800-1823). La cosa fece arrabbiare Giuseppe II che vietò l’incoronazione in San Marco per farla fare in una chiesa di minor prestigio. Successivamente prevalse la politica e Giuseppe invitò Pio VII a stabilirsi a Vienna. Pio VII rifiutò anch’egli per ragioni politiche. Napoleone aveva già realizzato il suo colpo di Stato del 18 brumaio 1799 (18 novembre 1799 del calendario gregoriano) e da lui che tornava vittorioso dalla campagna d’Egitto, dipendevano le sorti dello Stato Pontificio e sue proprie. Non era opportuno irritarlo.

        Pio VII tornò a Roma nel luglio del 1800, nella città che era stata liberata dai francesi da parte del Re di Napoli, Ferdinando IV. Per tutti gli affari sia spirituali che temporali si affidò all’aiuto di Consalvi, che fece cardinale. Le speranze di avere un qualche successo erano comunque molto scarse perché di fronte si aveva Napoleone e non un qualunque dittatorello passeggero. Si raggiunse comunque un Concordato il 15 luglio 1801, promulgato a Parigi il 18 aprile 1802(4) con l’0aggiunta unilaterale francese di 77 articoli. Che la Chiesa cercasse l’accordo era comprensibile meno che lo cercasse Napoleone, ormai Primo Console. Quest’ultimo fu mosso da alcune considerazioni che nascevano dalla sua esperienza: la Francia rurale era troppo attaccata alla religione cattolica; in Italia aveva capito che religione e Chiesa erano un ottimo strumento per governare e per condizionare la vita politica dei sudditi; era in una condizione di forza avendo recentemente vinto a Marengo.

        Il Concordato vide Consalvi come rappresentante pontificio ed egli riuscì a strappare molto ben sapendo che i desiderata delle Chiesa non sarebbero stati tutti accettati. In definitiva gli articoli principali di questo Concordato erano:

  • la religione cattolica è riconosciuta come la religione della maggioranza dei francesi ma non si afferma che sia la religione di Stato;
  • da parte sua la S. Sede riconosce la Repubblica come forma legittima di governo;
  • si garantisce il libero esercizio della religione e del culto cattolico (art. 1);
  • il Papa può destituire tutti i vescovi francesi (art. 3);
  • la Chiesa, di concerto con il Governo, può ristrutturare le circoscrizioni ecclesiastiche (art. 2): le sedi vescovili francesi si ridurranno a 60 (coincideranno con i dipartimenti, istituiti da Napoleone), e le parrocchie a 3000 (prima erano più di trentamila);
  • spetta al Primo Console nominare i vescovi; segue l’istituzione canonica del Papa (art. 4);
  • i vescovi prestano giuramento di fedeltà alla Repubblica e alla sua Costituzione (art. 6);
  • i parroci sono nominati direttamente dai vescovi (art. 10);
  • i beni ecclesiastici venduti rimangono nelle mani dei nuovi proprietari (art. 13);
  • lo Stato provvede al sostentamento economico del clero (art. 14).

        Le condizioni per la Chiesa erano pesanti, anche se si miglioravano i rapporti della Santa Sede con la Francia, e Consalvi spiegò a Pio VII ed a coloro che erano indignati che sarebbe stato inutile insistere per ottenere di più. Il problema della firma era anche di Napoleone che aveva timore di strumentalizzazioni dell’opposizione. Decise allora di promulgare il Concordato come Decreto con l’aggiunta dei 77 articoli cui accennavo che, in definitiva, erano l’affermazione della peculiarità della Chiesa Francese, Chiesa per questo chiamata Gallicana (all’elaborazione di questi nuovi articoli collaborò, tentando di salvare il salvabile, il cardinale Giovanni Battista Caprara). Le principali norme contenute negli articoli aggiunti al Concordato sono:

  • ogni decisione del governo della Chiesa doveva sottostare al benestare del Governo francese;
  • si dovevano insegnare i quattro articoli gallicani del 1681 e 1682(5) nei seminari;
  • era ristabilito il ricorso alle autorità civili contro le decisioni di un tribunale ecclesiastico;
  • l’ordinazione dei sacerdoti era sottoposta a controlli da parte del governo francese;
  • era permesso un solo catechismo per tutta la Francia;
  • si affermava la precedenza obbligatoria del matrimonio civile su quello religioso.

        Quando Pio VII lesse il Decreto del 18 aprile 1802 protestò vivacemente ma senza che si ottenesse alcuna modifica. Poi stette zitto perché capì che andando oltre rischiava tutto.

        Napoleone elaborò un uguale Concordato per la Repubblica Italiana nata per sua iniziativa dalla Repubblica Cisalpina e della quale fu Presidente dal 1802 al 1805 (per poi passare ad essere Re d’Italia dal 1805 al 1814, dopo essersi nominato Imperatore dei francesi nel 1804). Questo Concordato, che divenne legge nel 1803, era più blando di quello francese perché: ammetteva la cattolica come religione di Stato, prevedeva la restituzione dei beni ecclesiastici non alienati e la possibilità di ricevere dotazioni a capitoli e seminari, riconosceva al clero la giurisdizione sul matrimonio. Anche con questi cedimenti si può dire che il giuseppinismo stava diventando il riferimento per i governi europei.

        Ormai Napoleone si credeva onnipotente e pretese che Pio VII lo andasse ad incoronare Imperatore a Parigi. Il Papa si arrabbiò a tal punto che si ammalò. Quel Napoleone era un figlio di una Rivoluzione anticlericale che aveva ghigliottinato il Re cattolico Luigi XVI, a che titolo chiedeva al Papa di essere incoronato se, oltretutto, già vi era già Giuseppe II come Imperatore del Sacro Romano Impero ? Nonostante tutto ciò Pio VII si recò a Parigi per procedere all’incoronazione con la speranza di ottenere un qualche ammorbidimento negli articoli aggiunti nel Decreto del 1802.

        Il 2 dicembre 1804 Napoleone, in una farsa che ha fatto storia, s’incoronò da solo alla presenza del Papa che benedì la cerimonia. In compenso Pio VII fu ospitato (o meglio: regalmente recluso) in un palazzetto alle Tuileries per tutto l’inverno. Alle continue richieste di partire venivano continui rifiuti tanto che il Papa temette di fare la fine di Pio VI. Poi nell’aprile 1805 poté tornare a Roma dove ricevette fastosi regali da Napoleone.

        Napoleone comunque non aveva norme o trattati che lo fermassero e così, dopo aver conquistato Vienna nel maggio 1809, decretò che il potere temporale della Chiesa era finito e lo Stato Pontificio diventava parte dell’Impero francese (anche qui Napoleone si era appigliato ad un piccolo episodio, l’ingresso di alcune navi inglesi nel porto di Civitavecchia). Il Papa aveva il permesso di risiedere a Roma solo come capo spirituale della Chiesa. Avrebbe avuto uno stipendio annuo e l’immunità delle sedi apostoliche. Roma fu occupata dal generale Miollis e Pio VII scomunicò Napoleone il quale reagì ordinando l’arresto del Papa. Fu il generale Radet che eseguì l’ordine nella notte tra il 5 ed il 6 luglio (per evitare disordini che anche Pio VII non voleva). Su una carrozza Pio VII e il cardinale Pacca furono trasportati fino a Grenoble da dove furono separati, con il Papa trasportato a Savona e poi trasferito a Fontainebleau. Lo scopo di Napoleone era che il Papa trasferisse la sede a Parigi ma Pio VII non ci pensava neppure. Napoleone era infuriato e convocò un Concilio nazionale per decidere in proposito ma tutti i partecipanti gli dissero che in nessun caso avrebbero potuto decidere una cosa del genere. Ma questo problema passò in secondo piano perché le vicende dell’invasione della Russia premevano. Ritornato dal disastro russo, Napoleone andò a trovare il Papa (19 gennaio 1813) che nulla sapeva di quanto accaduto. Napoleone lo abbracciò e baciò chiedendo perdono, tanto che Pio VII firmò un nuovo concordato che riabilitava Napoleone agli occhi del mondo. Ma lo stesso Pio VII, due mesi dopo, scrisse una lettera a Napoleone rinnegando quel Concordato. Ma Napoleone aveva anche ora altro a cui pensare perché molte potenze europee gli erano addosso. Pio VII fu liberato nel gennaio del 1814, il 4 maggio Napoleone fu inviato all’Isola d’Elba ed il 24 maggio il Papa tornava a Roma. Vi furono ancora altri avvenimenti (i cento giorni) che costrinsero Pio VII a scappare a Genova ma ormai Napoleone era finito e Pio VII poté tornare definitivamente a Roma (7 giugno 1815) riprendendo possesso di tutti i territori della Chiesa in Italia.

        Si inaugurava la stagione della Restaurazione alla quale la Chiesa partecipò con entusiasmo a cominciare dal ripristino fatto dal papa dell’Ordine dei Gesuiti (con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum del 30 luglio 1814) e dall’assolutismo che impose in politica (cancellando praticamente tutto ciò che era stato costruito in epoca rivoluzionaria e napoleonica e divenendo nemico di ogni movimento innovativo che, peggio, avesse in sé qualche minima impronta culturale). Durante la Restaurazione iniziava ad operare in Italia la Carboneria contro la quale Pio VII scrisse una Bolla di condanna il 21 settembre 1821.

        Niente di più su questo Papa il cui pontificato si svolse tutto all’ombra di Napoleone. E poco da dire sui successivi due che emersero per il loro fervore antipatriottico con esecuzioni di carbonari che sostituirono quelle per eresia.

        Già il conclave dopo la morte di Pio VII si era aperto con uno spirito non tanto di rivalsa quanto di becera vendetta condita da odio per ogni istanza riformatrice. Fu eletto un conservatore indipendente che faceva parte degli zelanti, il cardinale Annibale della Genga che assunse il nome di Papa  Leone XII (1823-1829). Ilo nuovo Papa ambiva essere amato dal popolo e fin dalla sua intronizzazione fece continue operazioni populiste: fece amnistie, si dedicò a fare concessioni, distribuì un paolo (moneta corrispondente a 10 baiocchi cioè ad un decimo di scudo) a tutti i poveri che si presentarono nel cortile del Belvedere, sorteggiò cento doti di 30 scudi per ogni zitella da marito, distribuì buoni per il pane e la carne a coloro che non avevano occupazione, svincolò tutte le cose depositate al Banco dei Pegni. Dopo questa sinfonia di elemosine che non intaccavano i fasti dei ricchi e dei gerarchi, passò alle sue manie. Proibì la vendita di vino dentro le taverne perché lì si bestemmiava e impose di chiudere le medesime con dei cancelli di modo che la distribuzione del vino avvenisse attraverso le inferriate.

        Più in generale attuò una politica rigidamente reazionaria operando senza distinzioni tra delinquenti e carbonari(6). In Romagna Leone XIIdette incarico al cardinale Agostino Rivarola di porre fine alla delinquenza carbonara. Si eseguirono arresti in massa con condanne esemplari (molto spesso a morte poi commutate nella galera a vita). Mentre si facevano processi e si eseguivano condanne, Leone ebbe il tempo per il Giubileo del 1825 che fu comunque sotto controllo poliziesco per il terrore che dei carbonari potessero infiltrarsi tra i pellegrini e provocare incidenti. Negli anni giubilari i pontefici amano far vedere che sono i vicari di Gesù in terra e quindi sono solleciti ad ammazzare i malcapitati. Fu il caso dei due patrioti Targhini e Montanari.

        A questo Papa ne seguì uno scialbo. In un conclave che andò come erano sempre andati, fu eletto il cardinale Francesco Saverio Castiglioni che assunse il nome di Papa Pio VIII (1829-1830). Era persona con limiti evidenti di cui era conscio tanto che affidò tutti gli affari politici al cardinale Giuseppe Albani. Morì presto non lasciando traccia.

        Il conclave successivo si svolse in un clima di grande tensione in città per un tentativo di insurrezione messo su da Carlo Luigi Napoleone, il futuro Napoleone III, che, approfittando della sede vacante, voleva rifondare un Regno d’Italia. Il tentativo maldestro fu scoperto e Carlo Luigi Napoleone fu cacciato dalla città. Nel conclave però si era coscienti della necessità di avere subito un Papa di polso per porre freno al dilagare delle forze rivoluzionarie e patriottiche in Italia che avevano lo Stato Pontificio, insieme all’Austria, tra i bersagli preferito. L’Austria, tramite il cardinale Albani, tentò di manovrare il conclave per avere una persona rigida contro i rivoluzionari che attaccavano continuamente il potere e le guarnigioni austriache in Italia. Fu invece eletto il cardinale Mauro Cappellari che, invece, aveva fama di essere un simpatizzante liberale. Assunse il nome di Papa Gregorio XVI (1831-1846) e dovette subito vedersela con i moti rivoluzionari del 1831. Dal 4 al 9 febbraio vi fu lo scoppio di vari moti rivoluzionari in Romagna, in Umbria e nelle Marche. I simboli pontifici venivano abbattuti e si sostituivano con il tricolore. I bonapartisti erano tra i promotori dei moti. Luigi Napoleone approfittò per scrivere al Papa chiedendogli le dimissioni. Intanto si tentò un moto a Roma in occasione del Carnevale che fu subito represso anche perché trovò estranea la popolazione.

        Anche l’Austria era preoccupata e non credeva nella volontà di Gregorio di fermare i rivoluzionari. Avanzò quindi verso Sud occupando territori della Romagna governati da rivoluzionari pacifici al fine di tenere meglio sotto controllo la situazione. Con l’Austria vi fu un diluvio di condanne a morte e a vita poi commutate nell’esilio. Gregorio era Papa da un mese e, come nella tradizione di inizio papato, non poteva infierire e quindi fu magnanimo. Il fatto è che la magnanimità non risolveva i problemi ormai incancreniti che chiedevano soluzioni realizzabili solo con riforme strutturali. Della cosa erano coscienti vari governanti europei (Russia, Austria, Francia, Inghilterra, Prussia) che scrissero al Papa un Memorandum in cui consigliavano riforme e concessioni (21 maggio 1831). Gregorio alzò le spalle con sufficienza perché era convinto che i rivoluzionari erano solo pochi esaltati. Sappiamo che ciò era vero e che le idee rivoluzionarie erano solo di pochi illuminati ma sappiamo anche che alla lunga, in un Paese che iniziava con la Rivoluzione Industriale, si sarebbe rischiata la paralisi dell’economia, a partire dall’agricoltura fino ad arrivare all’industria attraverso il commercio. Non a caso il deficit dello Stato Pontificio crebbe proprio a partire dal 1831 ed il governo di quello Stato fece ricorso, e come no ?, ad un aumento delle tasse, dei dazi e del debito pubblico con prestiti dalla Banca Rothschild di Parigi. Come è comprensibile questi erano pannicelli caldi per una situazione sempre più esplosiva. Ad una ripresa dei moti nel 1832 il Papa, smentendo la sua fama di liberale, richiese direttamente l’intervento dell’esercito austriaco che ammazzò a volontà reprimendo con estrema durezza ogni manifestazione ed ogni dissenso. A questo punto la Francia si rese conto che l’Austria stava conquistando il predominio sullo Stato Pontifico ed allora intervenne di sua iniziativa con il suo esercitò che fece stazionare ad Ancona fino al 1838. Il Papa protestò ma furono parole al vento. Tra l’altro ancora un esercito straniero in Italia incitava altri cittadini alla rivolta. Ma il Papa non volle essere da meno nella condanna dei rivoluzionari. Nell’agosto 1832 scrisse un’enciclica, Mirari vos, in cui condannava tutto il condannabile: veniva condannata la tesi secondo cui la Chiesa necessitava un rinnovamento; veniva riaffermata l’indissolubilità del matrimonio e quella del celibato ecclesiastico; veniva condannato l’indifferentismo religioso secondo il quale a Dio sarebbe indifferente il credo in qualunque religione; uguale condanna era estesa alla libertà di coscienza; condanna anche della libertà di pensiero e di stampa; si riaffermava il dovere di sottomettersi ai sovrani legittimi; si condannava la separazione tra Stato e Chiesa; veniva fatta la richiesta ai governi di aiuti alla Chiesa. La gran parte delle proibizioni era diretta contro i frutti di una scienza spudorata. Insomma un potere assoluto in un’epoca in cui si richiedeva almeno una monarchia costituzionale. Ma la presunzione dei Papi è senza limiti. Solo su questo si sentono rappresentanti di Dio in terra.

        Altri moti si ebbero nel 1836, tutti repressi nel sangue dall’esercito austriaco. Ma il movimento rivoluzionario cresceva ed anche a Roma iniziavano a crearsi nuclei di militanti della Giovine Italia (tra i quali ci erano anche dei frati agostiniani). Ed insieme al movimento e la repressione, che vide la sostituzione da parte della Chiesa del cardinale Bernetti con il cardinale Lambruschini, ci si mise anche il colera. Tutto questo disastro che andava aumentando non impedì all’ignobile Gregorio di arricchire sé ed i suoi parenti con un felice ritorno del nepotismo sfrenato che non poteva non coesistere con una amante (la moglie Clementina Verdesi di Gaetanino Moroni, il cameriere del Papa, come raccontava in una lettera privata Stendhal e che Belli aveva battezzato la puttana santissima) e con la vocazione di fare sempre il suo porco comodo (Rendina). E Gegorio dette un grande contributo al discredito dello Stato Pontificio come fecero ben rilevare, a partire dal 1845, i moderati Massimo d’Azeglio (in Degli ultimi casi di Romagna) e Carlo Farini (in Manifesto di Rimini). Insomma, occorrevano subito delle riforme che non era proprio cosa di chi amava fare il suo porco comodo. e soprattuto si rendeva evidente che la gestione dello Stato moderno non è cosa da sacerdoti (Aurelio Saffi).

        Seguirono nuovi moti, nuove rivolte e nuove repressioni con i corollari di esecuzioni e morti. Neanche i cattolici moderati (Lamennais, de Maistre, Gioberti) erano presi in considerazione da questo ottuso che andava morendo in un Paese in cui i moti rivoluzionari si estendevano a macchia d’olio.ù

        Lo storico Giordani disse che Gregorio morì abbandonato da tutti nel letto pieno di merda ma in santità, come chiosò Castiglioni. Ed ancora doveva venire il metro cubo di letame come lo descrisse Garibaldi nelle sue Memorie ed il Papa Porco come lo chiamarono i romani, Pio IX.

PIO IX, IL PAPA CHE I ROMANI CHIAMAVANO PAPA PORCO

        Il conclave che si tenne dopo la morte di Gregorio XVI era dominato dai cardinali reazionari, profondamente avversi ad ogni riforma, alla modernità, figuriamoci alla rivoluzione. Nonostante ciò prevalse il buon senso che voleva un Papa che rompesse con quanto indegnamente fatto dal predecessore. Fu scelto il cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti, che era noto come un moderato con aperture liberali, come uno spirito intensamente religioso che non aveva mai manifestato interessi politici, che assunse il nome di Papa Pio IX (1846-1878).

        Pio IX si rese conto che lo Stato pontifico era in uno stato di totale degrado e che non ne sarebbe uscito senza attuare riforme importanti. Iniziò con quei gesti soliti all’inizio dei pontificati per farsi benvolere, concesse un’amnistia ai detenuti politici (16 luglio 1846). Questo gesto sollevò un incontenibile entusiasmo che vide i romani scendere in piazza per ringraziare rumorosamente Pio IX. Si era creato il mito di un Papa liberatore e rinnovatore che arrancò con qualche piccola riforma che non aveva niente a che vedere con le aspettative: si ebbe una misera libertà di stampa, un Consiglio dei Ministri, una Consulta di Stato ma senza il potere legislativo, la concessione della libertà agli ebrei, la costituzione della Lega doganale con gli altri Stati preunitari, l’inizio della costruzione di ferrovie (la Roma-Frascati di 20 km del 1856 e la Roma-Civitavecchia di 80 km del 1859), la costruzione del Municipio di Roma. Il 1848, con l’esplosione generalizzata dei moti rivoluzionari in tutta Italia ed in Europa con la concessione di Costituzioni avanzate e la caduta di molti governi reazionari e conservatori ed anche con i successi della Prima Guerra d’Indipendenza, fece sì che Pio IX concesse addirittura una flebile Costituzione (14 marzo 1848) con il documento Nelle istituzioni, una minima concessione per salvare lo Stato Pontificio che si immaginava travolto dagli eventi. che continuò ad essere inteso nel senso di un Papa rinnovatore e liberatore. Ma Pio IX, anche se fece concessioni (ad esempio, in occasione delle Cinque Giornate di Milano, di passaggio di truppe schierate a lato dei rivoluzionari nei suoi territori, trovandosi di fatto ad operare militarmente contro l’Austria), sempre con l’attenzione rivolta al salvataggio della Santa Sede, non aveva alcuna intenzione di cambiare realmente. 

        La posizione di Pio IX, anche su pressioni di una commissione cardinalizia, si chiarì con un discorso che tenne il 29 aprile del 1848 in cui disse chiaramente che rifiutava la guerra contro l’Austria abbracciando tutte le genti. Il Papa mostrò di non volere sostenere, come era sembrato, la rivoluzione liberale che non poteva pretendere la neutralità. Fu considerato un traditore tanto che cercò di rabbonire la piazza cambiando governi su governi ma in realtà preparandosi a fuggire. La fuga verso Gaeta, dove Ferdinando II del Regno delle due Sicilie gli offrì protezione, avverrà il 24 novembre con il Papa travestito da prete.

        Il 12 dicembre la Consulta decretò che si dovesse formare  una “provvisoria e suprema Giunta di Stato”. Il Papa strillò affermando che si usurpavano i suoi poteri (17 dicembre). La Giunta costituita promise di convocare una Costituente Romana. Il 23 si formò un governo. Il 26 la Giunta sciolse il parlamento e convocò elezioni. Il Papa minacciò la scomunica per tutti ma le elezioni si fecero con la vittoria dei democratici e l’elezione, tra gli altri, di Garibaldi e Mazzini. L’Assemblea che venne eletta votò la Proclamazione della Repubblica Romana con un Decreto Fondamentale del 9 febbraio, nel quale era scritto:

  • Art. 1: Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano.
  • Art. 2: Il Pontefice Romano avrà tutte le guarentigie necessarie per l’indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale.
  • Art. 3: La forma del governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana.
  • Art. 4: La Repubblica Romana avrà col resto d’Italia le relazioni che esige la nazionalità comune. 

        L’Assemblea, con queste pregiudiziali, iniziò a lavorare con grandissimo impegno per redigere la Costituzione della Repubblica, Costituzione, tra le più avanzate del mondo, che fu infine approvata il 1° luglio 1849(7). Gli ultimi due mesi di lavoro furono frenetici perché gli avvenimenti militari incalzavano e si aveva paura di non riuscire a terminare la redazione.

        Questo sogno durò solo 5 mesi con il triunvirato di Mazzini, Saffi ed Armellini, con i contributi anche militari di Garibaldi e sua moglie Anita, di Mameli e Manara. Il Papa aveva chiesto aiuto ai Paesi cattolici e la Francia, quella Francia che era Repubblicana, rispose all’appello inviando un corpo di spedizione di 7000 soldati. A due giorni dall’approvazione della Costituzione, il 3 luglio, il generale francese Oudinot entrava a Roma dove era stato prima sconfitto da Garibaldi (30 aprile) e quindi era riuscito a vincere (30 giugno) solo con l’arrivo di molti rinforzi. Il 12 settembre il Papa, ancora a Gaeta, fa il bel gesto di qualche amnistia ma abroga subito la Costituzione. Finalmente il 12 aprile 1850, dopo la bonifica dei rivoluzionari dalla città, Pio IX rientrò a Roma(8).

        Ma la situazione italiana era in grandissimo movimento e la Chiesa era dovunque attaccata con leggi che le toglievano poteri arcaici. Iniziò il Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II. Nel 1850 furono emanate le Leggi Siccardi (dal nome del Ministro della giustizia del governo D’Azeglio) che intervennero sui privilegi feudali della Chiesa: abolizione del foro ecclesiastico, della sottrazione cioè ai tribunali dello Stato degli ecclesiastici per ogni reato, anche di sangue, commesso da loro; abolizione del diritto d’asilo per ogni criminale che fosse andato a chiedere rifugio in chiese e conventi; abolizione della manomorta, cioè della non tassabilità dei beni immobiliari della Chiesa che, essendo inalienabili, non devono essere tassati per il trasferimento di proprietà. A ciò andava aggiunto il divieto per tutti gli enti morali, e quindi anche per la Chiesa, di divenire proprietari di immobili senza che la cosa fosse autorizzata dal governo. Naturalmente iniziarono le diatribe dei cattolici che si divisero tra coloro che accettavano la legislazione dello Stato (cattolici liberali) e quelli che non transigevano. Iniziava quello strazio che non è mai finito in Italia con alcuni cattolici che si sentono sudditi vaticani operanti però in Italia. Ma il nuovo capo del governo, Cavour spinse oltre l’intervento contro la Chiesa perché nel 1855, anche contro i desideri del Re, varò la Legge Rattazzi che aboliva tutti gli ordini religiosi che non erano impegnati in attività sociali (che non attendessero alla predicazione,  all’educazione, o all’assistenza degli infermi) e ne sequestrava i beni (che andarono ad un ente ecclesiastico indipendente dallo Stato)(9). Si andava affermando ciò che ora è un ricordo molto bello perché svanito, la libera Chiesa nel libero Stato. Ed andava crescendo la ottusa opposizione del Papa e del suo Segretario di Stato dal 1851, il cardinale Antonelli, che non solo non accettarono mai il principio suddetto ma, e come no?, arrivarono alla scomunica dei Piemontesi.

         Il Papa mostrò tutta la sua malvagità e crudeltà nel 1852 quando gli austriaci, per poter giustiziare il prete patriota don Enrico Tazzoli, chiesero che fosse sconsacrato. A questa richiesta il vescovo di Mantova rispose negativamente ma il Papa smentì il suo vescovo e sconsacrò il prete facendolo impiccare.

        I Piemontesi, per parte loro, non si scomposero per la scomunica perché continuarono con annessioni di terre pontificie ribelli (Bologna era insorta) ai confini dello Stato Pontificio, quelle della Romagna e dell’Emilia (1859). Il Papa scomunicò una seconda volta il governo piemontese nel marzo 1860. Ma i Piemontesi avanzavano entrando nello Stato Pontificio, incuranti di questi riti pagani, sconfiggendo le truppe del Papa a Castelfidardo ed annettendosi Marche ed Umbria con i Plebisciti del novembre 1860. Perugia, in particolare, era insorta nel giugno del 1859 e si era data un governo provvisorio. Ma il Papa inviò contro la città 2000 guardie svizzere che la riconquistarono ammazzando a volontà e con violenze inaudite. Lo stesso cardinale Antonelli autorizzò il saccheggio e la rappresaglia che gli svizzeri eseguirono con metodo facendo strage degli insorti, senza risparmiare donne o bambini. Perugia fu riconquistata ed il criminale comandante svizzero che guidava gli assassini fu elogiato e promosso generale dal Papa. Fortuna che vi erano stranieri in città (anch’essi rapinati e maltrattati) che raccontarono tutto e così tutto il mondo conobbe i crimini materiali della Chiesa ed iniziò a comprendere i motivi che spingevano gli italiani a renderla inoffensiva costruendo l’Unità del Paese. Unità che era vicina perché il Regno d’Italia sarà proclamato il 17 marzo 1861. Solo 10 giorni dopo, con la proclamazione di Roma capitale del Regno, si chiariva che Roma sarebbe stata presto sottratta al potere temporale. Il Papa scomunicò il governo, questa volta del Regno, per la terza volta. Il 21 marzo 1861 Cavour proponeva alla Chiesa: “Noi vi daremo in nome del gran principio ‘Libera Chiesa in libero Stato’ quella libertà che Voi avete chiesta invano per tre secoli alle grandi potenze cattoliche attraverso i concordati”. Ma la Chiesa di Pio IX (poi beatificato da papa Wojtyla) rifiutò sdegnosamente l’offerta dichiarando nel Sillabo del 18 marzo 1864: “Il Romano Pontefice non può e non deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e con la civiltà moderna”. Il Papa rifiutò quindi l’offerta dandosi ad una letteratura sciocca, retriva, profondamente reazionaria e teologicamente infelice. Già nel 1854 (l’8 dicembre), con la Bolla Ineffabilis Deus, proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione (tentava Pio IX di spostare l’attenzione sul soprannaturale, sullo spirituale). Cioè il Papa aveva saputo da entità metafisiche che tra tutti gli uomini e le donne dell’universo, solo Maria, era stata concepita senza Peccato Originale. Ma il capolavoro di Pio IX fu l’enciclica Quanta Cura ed il citato Sillabo dei principali errori dell’età nostra (allegato all’Enciclica), pubblicati entrambi l’8 dicembre 1864 (nel decennale dell’Immacolata Concezione). Soprattutto nel Sillabo, Pio IX condannò con estrema durezza ogni novità, ogni evoluzione e cambiamento che, all’epoca, volevano dire liberalismo. Il Sillabo, elencava ottanta errori, in gran parte già condannati in precedenti encicliche, lettere e discorsi. Alcuni di essi erano: il panteismo, il naturalismo, il razionalismo assoluto e moderato, la confusione tra natura e ragione, il relativismo  secondo il quale tutte le religioni si equivarrebbero, l’indifferentismo, il liberalismo, il socialismo (una pestilenza), il comunismo(10), le società clerico-liberali (il riferimento è ai cattolici liberali), le società bibliche, le società segrete, il matrimonio civile. Dopo questo elenco, segue quello di venti errori relativi alla Chiesa ed ai suoi diritti a partire dal fatto che c’è chi crede che tocca alla potestà civile definire quali siano i diritti della Chiesa e i limiti entro i quali possa esercitare detti diritti e chi afferma che la Chiesa non ha potestà di usare la forza, né alcuna temporale potestà diretta o indiretta. Viene poi un altro elenco, quello degli errori che riguardano la società civile, considerata in sé come nelle sue relazioni con la Chiesa. Qui, come primo errore il Papa indica il fatto che si crede che lo Stato in quanto origine e fonte di tutti i diritti, goda di un certo suo diritto del tutto illimitato. Più oltre si condanna l’idea che la dottrina della Chiesa cattolica è contraria al bene ed agli interessi della umana società. Segue ancora un elenco degli errori circa la morale naturale e cristiana tra i quali meritano una citazione i primi due: LVI. Le leggi dei costumi non abbisognano della sanzione divina, né è necessario che le leggi umane siano conformi al diritto di natura, o ricevano da Dio la forza di obbligare. LVII. La scienza delle cose filosofiche e dei costumi, ed anche le leggi civili possono e debbono prescindere dall’autorità divina ed ecclesiastica. Seguono poi gli errori circa il matrimonio cristiano;quelli intorno al civile principato del Romano Pontefice; ed infine quelli che si riferiscono all’odierno liberalismo. Tra questi  vi è la condanna di chi critica la Chiesa perché ciò è inteso come ingerenza nei suoi affari e la condanna dell’influenza del contesto culturale in questioni di fede. Insomma, senza ulteriori dettagli, si noterà che si tratta di un delirio di onnipotenza che corrisponde di più ad un malato di mente che non ad un rappresentante di Cristo in terra(11).

        Dopo questo manifesto della completa intolleranza su tutto ciò che non proviene ed è deciso dalla Chiesa, il Papa convocò per l’ 8 dicembre 1869 (ancora in un anniversario dell’Immacolata Concezione) il Concilio Vaticano I che è ricordato per l’altra idiozia di Pio IX, quella del dogma dell’infallibilità del Pontefice espressa compiutamente nella costituzione dogmatica Pastor Aeternus.

        Ma ormai il potere temporale della Chiesa era alla fine. E la fine fu segnata dalla sconfitta del protettore del Papa, Napoleone III, a Sedan. Vittorio Emanuele II scrisse a tutte le potenze europee (7 settembre 1870) avvertendole che l’esercito del Regno d’Italia avrebbe preso Roma e che il Papa sarebbe stato garantito nella sua incolumità. Un messo del Regno andò a parlamentare, prima con Antonelli poi con Pio IX, il 9 settembre. Il Papa con la sua sciocca sicumera affermò che mai voi entrerete in Roma. Ed infatti il 20 settembre alcuni colpi di cannone aprirono un varco a Porta Pia da dove 50 mila uomini al comando di Raffaele Cadorna entrarono in Roma liberandola dalla tirannide papale, abolendo il potere temporale e quindi lo strapotere del papa re (vi era stato l’accordo di evitare inutili spargimenti di sangue ed infatti l’intera operazione vide 49 caduti nell’esercito italiano e 19 tra gli zuavi pontifici. Pio IX si chiuse in Vaticano e si dichiarò prigioniero politico aprendo quella che va sotto il nome di questione romana che sarà risolta solo nel 1929, con i Patti Lateranensi, quando la Chiesa avrà a che fare con un suo pari, il Fascismo. Intanto, nel 1874, ancora Pio IX, mise una mina allo sviluppo civile del nuovo Stato italiano, scrisse un documento, il non expedit (non conviene), in cui vietava ai cattolici di prendere parte alla vita politica italiana e quindi li invitava a disertare le elezioni. Per parte sua lo Stato italiano promulgò nel 1871 la Legge delle Guarentigie con la quale si stabilivano diritti e doveri della Chiesa nello Stato. Pio IX non accettò questa legge insistendo sul fatto che era un prigioniero politico.

        Ma non era finita per questo Papa perché altri dolori dovevano venirgli dalla Germania di Bismarck che tra il 1873 ed il 1875 emanò una serie di leggi con le quali alla Chiesa era sottratta l’istruzione, fu reso obbligatorio il matrimonio civile, furono sciolte le congregazioni religiose, furono espulsi i Gesuiti. Altro dolore fu la perdita nel 1876 di Antonelli. Fu invece una vera gioia la perdita di questo personaggio che definire indegno è solo un dolce eufemismo.

        L’odio popolare per questo criminale esplose a Roma anche dopo la sua morte. La salma, secondo le ultime volontà di Pio IX, doveva essere trasportata in funerale dal Vaticano a San Lorenzo fuori le mura ma la popolazione lungo tutto il corteo, anche se notturno e posticipato di molti mesi (13 luglio 1881), tirò sassi, insultò e sputò. I maggiori incidenti ci furono a Ponte Sant’Angelo quando si tentò di buttare la carogna del Papa Porco nel Tevere(12).

LEONE XIII SULLA STRADA DI PIO IX

        Il conclave per la successione avrebbe dovuto tenersi tra le Mura leonine, dentro il Regno d’Italia. La prima votazione riguardò l’opportunità di tenere o no il conclave in queste condizioni. Prevalse il no, anche se il capo del governo italiano, Francesco Crispi, aveva assicurato l’assoluta neutralità dell’Italia. Restava la speranza che qualche Paese cattolico si facesse avanti per ospitare l’evento. Poiché nessuno si fece avanti, si rifece la votazione e vinse la proposta di fare il conclave in Vaticano (anche perché qualcuno aveva detto che allontanarsi sarebbe stato pericoloso, al ritorno magari un corpo di bersaglieri avrebbe potuto alloggiare negli appartamenti papali).

        Senza più le indegne pressioni dei vari Paesi europei, che ritenevano ormai il Vaticano ridimensionato, fu subito eletto il cardinale Gioacchino Pecci, considerato all’opposizione durante il disastroso pontificato di Pio IX, che assunse il nome di Papa Leone XIII (1878-1903). In realtà, almeno nei primi 10 anni, Leone proseguì la politica di Pio IX particolarmente in quell’infame non expedit (non conviene) che significava la non partecipazione dei cattolici, pena la scomunica, né come elettorato passivo né attivo. Il fine era quello di far vedere al mondo le sofferenze della Chiesa sotto il dominio di uno Stato anticlericale. Oltre all’accettazione di ogni atto di Pio IX, Leone XIII ci mise molto del suo andando ad uno scontro totale con il Regno d’Italia attraverso l’enciclica Imperscrutabili (1878) con la quale dichiarava di non rinunciare al potere temporale. Scrisse anche all’Imperatore Francesco Giuseppe d’Austria Ungheria per denunciare la sua situazione di prigioniero e la sua volontà d’andarsene dall’Italia. Come al solito di politica internazionale i Papi capiscono poco e solo un anno dopo l’Austria si alleò con l’Italia nella Triplice Alleanza con la conseguenza che la Chiesa restò ancora più isolata. Altre operazioni sballate le fece con la Germania perché in cambio di alcune concessioni a Bismarck riuscì a scontentare il Partito Cattolico (Zentrumspartei). Analogamente in Francia dove i cattolici ebbero ordine di collaborare con la Terza Repubblica anche se questa era apertamente anticlericale ed avviava quelle riforme che porteranno alla separazione tra Stato e Chiesa del 1905 (due anni dopo la morte di Leone).

        Nel 1885 vide la luce l’enciclica Immortale Dei nella quale, con l’ipocrisia e la menzogna tipica di ogni Papa, Leone XIII dichiarava che la Chiesa era indifferente ad ogni forma di governo, purché lavorasse per il benessere dei cittadini ed i governanti avessero riguardo a Dio, padrone supremo del mondo. Più oltre si diceva che i cattolici devono partecipare alla vita politica meno che in qualche luogo come l’Italia (anche se questa negazione contrastava clamorosamente con l’affermazione precedente).

        Altra enciclica di rilievo fu la Aeterni Patris del 1879 perché in essa Leone trattò il problema dei rapporti della fede con la scienza. Si inizia il rosario di sciocchezze nel quale era già entrato Pio IX che porteranno fino a Giovanni Paolo II. La Chiesa è sempre stata attenta alle scienze dell’uomo ed in particolare alla filosofia. Quest’ultima apre alla fede della quale la ragione è ancella perché tenta di districarne i misteri. La ragione ha un suo valore solo se è aiutata dalla Rivelazione e dalla fede. Tutto ciò lo si ritrova solo nella Scolastica e nel suo grande maestro, Tommaso d’Aquino. Tutto ciò alla fine dell’Ottocento quando la scienza aveva fatto cose incredibili sulle quali non si dice nulla. Il riferimento è evidentemente al Positivismo, cioè ad una certa filosofia. Non si entra mai in argomenti in cui né la Chiesa né Tommaso possono e potranno mai dire una sola parola. Con la Fides et Ratio di Giovanni Paolo II, sulla quale tornerò a suo tempo, saremo ancora allo stesso punto e che vi siano dei preti un poco tocchi che continuano a dire sciocchezze non c’è da stupirsi ma che vi sia tanta gente che li segue è veramente preoccupante sullo stato di salute della razza umana.

        Ma veniamo all’enciclica più famosa di Leone XIII, la Rerum Novarum del 1891 nella quale è enunciata la cosiddetta Dottrina Sociale della Chiesa. In somma sintesi le condizioni bestiali di vita operaia, soprattutto quelle di fine Ottocento con le 16 ore di lavoro e con i bambini anche di 9 anni utilizzati nelle fabbriche (in quelle tessili erano insostituibili per le loro piccole dita in grado di entrare nei macchinari per sbrogliare i fili), non si possono risolvere senza ricorrere alla religione ed alla Chiesa. La proprietà privata è intoccabile perché è un sostegno alla libertà della persona e della famiglia (anche perché un comandamento vieta di desiderare la roba d’altri – sic !) e le differenze di classe sono volute da Dio (Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l’impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità dello stato). L’operaio, che ha diritto di associarsi in sindacati, deve servire fedelmente il padrone ed il padrone deve essere giusto con l’operaio che rivendica giustamente migliori condizioni di vita. Se tali condizioni non vi sono ed il salario non è sufficiente a sopravvivere è lo Stato che deve intervenire con il sostegno pietoso ai bisognosi. In questa visione padronale, liberista e demenziale che schierava la Chiesa con il capitalismo, vi è un attacco violento al socialismo per quella lotta di classe che non può essere considerata cristiana come lo sciopero al quale non si deve ricorrere (Il troppo lungo e gravoso lavoro e la mercede giudicata scarsa porgono non di rado agli operai motivo di sciopero. A questo disordine grave e frequente occorre che ripari lo Stato, perché tali scioperi non recano danno solamente ai padroni e agli operai medesimi, ma al commercio e ai comuni interessi e, per le violenze e i tumulti a cui d’ordinario danno occasione, mettono spesso a rischio la pubblica tranquillità. Il rimedio, poi, in questa parte, più efficace e salutare, si é prevenire il male con l’autorità delle leggi e impedire lo scoppio, rimovendo a tempo le cause da cui si prevede che possa nascere il conflitto tra operai e padroni). Ma su questo tema interverranno anche Pio XI con la Quadragesimo Anno (1931), Giovanni XXIII con la Mater e Magistra (1961), Giovanni Paolo II con la Centesimus Annus (1991). E la Chiesa, se la cosa non fosse stata altrimenti chiara, sceglieva con chiarezza da che parte stare. Lo vedremo meglio con le adesioni a Fascismo, Nazismo, con i sostegni a Pinochet e a Videla. Insomma la Chiesa sceglieva ogni dittatura criminale del mondo.

        Intanto, nel 1878, in Italia si era avuta la successione al trono del Regno d’Italia di Umberto I a Vittorio Emanuele II. Il nuovo Re mostrò subito la sua natura autoritaria rispondendo sempre con l’esercito alle proteste di piazza. Subì un attentato a Napoli nei primi giorni di Regno. L’anarchico Passannante tentò di ucciderlo ma il Primo Ministro Cairoli lo difese risultando ferito. La pena prevista sarebbe stata la morte ma il Re fu un perfido boia che tramutò la pena in carcere a vita in una cella alta 1,4 metri senza servizi igienici e con 18 chili di catene ai piedi. Passannante morì pazzo. Questo virgulto dell’indegna Casa Savoia di fronte alle proteste per l’introduzione della tassa sul macinato che in realtà era l’ultima goccia di soprusi e violenze degli ultimi anni (nonostante la Rerum Novarum) il 7 maggio 1898 fece sparare con i cannoni sulla folla (che non era socialista) a Milano dal generale Bava-Beccaris. Fu una vera strage con oltre cento morti e cinquecento feriti (dati polizieschi). Umberto I decorò il generale criminale con la Gran Croce dell’Ordine Militare di Savoia. Il 29 luglio del 1900 questo criminale verrà ammazzato dall’anarchico Gaetano Bresci che, arrestato, morirà impiccandosi (?) in cella un anno dopo. A Umberto I succederà quello strano attrezzo chiamato Vittorio Emanuele III.

        In definitiva, ancora proprio sul finire del secolo, questo Papa veniva meno ad ogni promessa senza essere capace di accettare la condizione in cui si trovava ormai la Chiesa. Le sue prese di posizione aumentarono il risentimento della popolazione che riacquistò lo spirito antipapale iniziato in modo clamoroso con Pio IX. In questo senso fu significativo un episodio accaduto a Roma il 9 giugno 1889.

          Nel 1885 si era formato  un comitato per la costruzione di un monumento a Giordano Bruno, cui aderirono le maggiori personalità dell’epoca: Victor Hugo, Michail Bakunin, George Ibsen, Giovanni Bovio, Herbert Spencer e molti altri. Nel 1888 gli studenti universitari romani (tra cui Pietro Cossa), tra i maggiori animatori del comitato, fecero numerose manifestazioni per erigere il monumento, spesso con scontri, arresti e feriti. Un tal monumento era già stato eretto a Roma nel 1849, in epoca di Repubblica Romana, ma Pio IX lo fece distruggere, appena fu restaurato il suo potere.

            Il 9 giugno 1889 veniva inaugurato in piazza Campo de’ Fiori in Roma il monumento, opera di Ettore Ferrari, nello stesso luogo dove Bruno fu abbrugiato vivo. In tutta Italia risuonarono gli slogan Morte a Leone XIIIMorte allo Spirito Santo ed il Papa veniva impiccato in effige. Era in carica il governo Crispi. Sullo sfondo vi era quanto accaduto un anno prima quando il sindaco clericale di Roma, Leopoldo Torlonia, proveniente dalla nobiltà nera vaticana fu destituito con decreto reale ufficialmente per aver fatto visita a Papa Leone XIII (ad una Chiesa ancora non “riconciliata”). Furono indette nuove elezioni per il giugno 1888. Vinsero i liberali contro i clericali, grazie al loro riconciliarsi contro gli attacchi che la Chiesa muoveva all’iniziativa del monumento.

– Nel 1896 era stato monsignor Balan, un prete che addirittura vedeva in Leone XIII un Papa che sopportava troppo, ad aprire la campagna contro Bruno. Scrisse che: “la propaganda bruniana è opera di stranieri, ebrei, ateisti, massoni“. 

– Tale vergogna venne ripresa da La Civiltà Cattolica, periodico dei gesuiti (periodico che dal 1850 al 1945 si distinguerà per il suo antisemitismo). Scriveva tale fogliaccio: “dal giorno in cui s’è posta mano al suo monumento, i disastri d’ogni maniera, come inondazioni, frane, uragani e simili, hanno portato la desolazione nelle campagne di parecchie province” …. “è la presa di possesso dell’ateismo di quella Roma che da 14 secoli è stata ed è la capitale del mondo cristiano“. 

– Il giorno dell’inaugurazione fu definito “di raccoglimento e di lutto” dall’Osservatore Romano. Il Papa passò il giorno digiuno e prostrato davanti alla statua di San Pietro; ad evitare che le persone presenti fossero in minor numero possibile, tutta l’aristocrazia nera abbandonò Roma per 3 giorni. – La Civiltà Cattolica sostenne che era “il trionfo dei rabbi della Sinagoga, degli archimandriti della Massoneria e dei capiparte del liberalismo demagogico“.

        In tutto questo vi erano anche dei cattolici che volevano lavorare per conciliare ma erano schiacciati dall’intransigenza papale. Nonostante ciò si formarono delle leghe di cattolici che lavorarono per la pacificazione. E pian piano anche Leone inizia a muoversi su questa strada. Le iniziative culturali tese alla pacificazione sono raccontate da Rendina:

    Nel 1892 il primo segno viene da Genova con un congresso nazionale di studiosi cattolici di questioni sociali; Giuseppe Toniolo fonda la «Rivista internazionale di scienze sociali» e il fine è quello di «rifare con rigore scientifico e con spirito cattolico ciò che hanno fatto Marx, Engels e Loria». Nasce la F.U.C.I. [Federazione Universitari Cattolici Italiani, ndr] e si costituisce l’Opera dei Congressi e dei Comitati cattolici; nel 1898 Romolo Murri fonda a Roma un’altra rivista, «Cultura sociale», nella quale la missione cattolica di elevare le classi più umili si fa programma politico. Quanto concretamente esso potrà attuarsi lo dirà la storia del secolo che sta per nascere; è possibile che il pensiero sociale dei cattolici di questi anni abbia «un puro valore accademico», come ha osservato Antonio Gramsci, «elemento ideologico oppiaceo, tendente a mantenere determinati stati d’animo di aspettazione passiva di tipo religioso, ma non come elemento di vita politica e storica direttamente attivo». Ma è un fatto che il Partito popolare, ovvero la Democrazia cristiana o comunque essa si chiamerà, è già in embrione nei programmi di Murri: nel 1899 i giovani «democratici cristiani» stendono a Torino l’assetto politico di tutto il movimento [Murri verrà scomunicato, ndr].
    In questo clima di ritrovato entusiasmo cattolico intorno alla figura del papa, Leone XIII può nuovamente indire il giubileo nel 1900, non più celebrato ormai da 75 anni, a parte quello a «porte chiuse» di Pio IX; un poeta socialista come Giovanni Pascoli esalta nei suoi Odi e Inni «La porta santa». Ma nella celebrazione inconsueta di un laico affiora il dubbio sull’effettiva funzione che il papa e la Chiesa possano ancora avere nel nuovo secolo […]

        Comunque su Leone XIII ci si può contare poco perché se da un lato nasceva il movimento democratico cristiano, dall’altro egli gli impediva di agire con l’enciclica Gravis de communi re del 1901. Con questa presa di posizione Leone si allontanerà sempre più dagli intellettuali cattolici che per un momento avevano creduto in lui.

        Prima però di chiudere con le vicende del personaggio è utile discutere di un aspetto che in genere non viene trattato, quello delle finanze vaticane in un periodo di fine del potere temporale. Dapprima iniziano a crescere gli investimenti in azioni straniere e, cosa sorprendente, si ritrova il Vaticano ad investire grandi capitali su titoli degli Stati Uniti, un Paese con una Costituzione simile a quella francese. Ancora più sorprendente è l’investimento in titoli dell’Impero ottomano. Ma ormai entriamo nella pecunia non olet e tutto potrà accadere con la Chiesa nei mercati azionari e criminali mondiali, tutto fino a Marcinkus ed oltre. Ma iniziamo qui. E’ con Leone XIII che iniziano speculazioni finanziarie vaticane che porteranno a grandi scandali. Si costituisce una sorta di banca del Vaticano che opera in assoluto segreto, pena la scomunica. Il primo che si occupò di tali finanze fu il monsignore Enrico Folchi.

        La conversione iniziale delle finanze vaticane dagli interessi immobiliari a quelli finanziari nacque dalla perdita del potere temporale. Anche la Rivoluzione Industriale aiutava ad investimenti in borsa, investimenti con rendite più immediate di quanto non ne dessero gli investimenti immobiliari. Insomma la Chiesa si modellava all’organizzazione capitalistica lottando contro i liberali ma non contro il liberismo economico.

        In poco tempo gli interessi soprattutto piemontesi provocarono la trasformazione socioeconomica di Roma. La città era diventata la capitale e doveva ospitare edifici ed abitazioni per una pletora di istituzioni e di impiegati. Con questa prospettiva ritornavano di enorme interesse gli investimenti immobiliari e la richiesta e concessione di mutui. A questo proposito scrive Lai:

    Per secoli, fino all’arrivo dei «piemontesi», gli abitanti di Roma erano stati sudditi sostanzialmente tranquilli e fedeli di un regime che assicurava loro una esistenza semplice anche se grama, assolutamente priva delle lotte politiche delle altre grandi città. Nel decennio successivo alla conquista di Roma tutte le categorie sociali erano state costrette a rivedere forme di vita un tempo giudicate immutabili, dalla neghittosa e altera nobiltà, alla gracile borghesia, al misero popolino. Classi per certi versi cristallizzate nelle loro funzioni che d’improvviso s’erano trovate alle prese con gente di modi e di mentalità diversi, con usi, abitudini e linguaggio differenti, completamente protesa alla conquista dei posti di comando e alla ricerca di far quattrini in qualsiasi maniera. Sollecitata dalla competizione con i nuovi arrivati, anche l’aristocrazia romana aveva archiviato il tradizionale disprezzo per le questioni economiche.
    Prima del 1870, i membri delle famiglie nobili raramente si occupavano del patrimonio immobiliare, lasciato nelle mani di agenti che provvedevano a ogni cosa: affittavano i terreni a pascolo, si occupavano della vendita dei prodotti degli orti e delle vigne, dirigevano la vita dei palazzi. Un patrizio non metteva mai piede nelle stanze adibite alla «computisteria», dove regnava l’amministratore, così come le dame in cucina. Più volte i pontefici, informati delle rovinose condizioni finanziarie di antiche casate, erano stati costretti a intervenire, nominando «cardinali economi»: porporati cui spettava imporre rigide misure per restaurare dissestate fortune. Con l’arrivo dei piemontesi le famiglie nobiliari, gravate dalle tasse e con redditi agricoli ridotti a causa della concorrenza delle altre regioni italiane, avevano dovuto rinunciare al vecchio modo di vivere per contendere il passo ai nuovi venuti e conservare il prestigio un tempo accordato al loro rango dalla Chiesa. Obiettivo approvato dal papa, il quale sovente stimolava gli uomini rimastigli fedeli – a volte chiamati «vaticanisti» come gli impiegati della Curia – a dare un fattivo apporto alla riconquista cattolica della società.
    Leone XIII contava infatti sul sostegno dei nobili nella contesa con l’Italia, aggravata dall’ astensione dei cattolici nelle elezioni politiche e da nuovi episodi, come l’incameramento da parte dello Stato delle proprietà immobiliari del dicastero vaticano Propaganda Fide, che dette luogo a una lunga vertenza giudiziaria con echi internazionali. Spettava loro, quali appartenenti al ceto elevato, testimoniare con l’attività imprenditoriale l’aiuto che la Chiesa poteva dare contro il pericolo socialista, praticando quella soluzione della «questione sociale» che era fondata sulla funzione mediatrice tra le classi: le superiori con il compito di educare e di dirigere, le inferiori meritandosi, con la docilità, il lavoro e il pane. Un disegno che giustificava sia la benevolenza accordata da papa Pecci al Banco di Roma, i cui azionisti erano membri del patriziato o alle dirette dipendenze del Vaticano, che il finanziamento concesso alla Banca Artistica Operaia, filiazione dell’omonima associazione costituita dai medesimi personaggi con il compito di «promuovere, sovvenire, utilizzare il credito degli artisti e dei piccoli industriali e commercianti».

        Il Banco di Roma era stato fondato nel 1880 da nobili romani che avevano intenzione proprio di sfruttare lo sviluppo urbanistico ed economico di Roma divenuta capitale. Come detto da Lai, il banco aveva la protezione e simpatia del Papa che si appoggiava a tale istituto per i mutui e le attività di speculazione economico-finanziaria. Prosegue Lai:

    Le azioni e le obbligazioni depositate a garanzia dei mutui e la loro gestione avevano costretto Folchi a seguire il mercato mobiliare. Oltre alla giornaliera lettura delle quotazioni della Borsa di Roma egli si avvaleva dei suggerimenti dell’agente di cambio Augusto Pericoli e dell’avvocato Pietro Carini, i quali agivano pure per conto di monsignor Nazareno Marzolini, il «perugino» addetto alle «finanze private» del pontefice. Per questo motivo aveva notato che l’attività dei gruppi finanziari, fino ad allora concentrata sui prestiti pubblici e sugli investimenti ferroviari, cominciava a privilegiare altre attività, in primo luogo gli intensificati lavori edilizi; e s’era accodato alla tendenza. La validità dell’indirizzo, approvato da accorti banchieri come Cerasi, era comprovata dagli utili. «I guadagni erano facili, senza nessun azzardo – annotava Folchi – si guadagnava, dirò così, non volendo.»
    Il monsignore si riferiva ai ragguardevoli profitti connessi all’ espansione urbanistica, avviata sotto il governo papale degli anni Sessanta e sviluppata dalla massiccia immigrazione, nonché dall’impulso della autorità italiane ad ammodernare la capitale, la nascente «Terza Roma». Dapprima l’urbanizzazione ebbe inizio sfruttando gli spazi edificabili all’interno delle mura, dando vita a un nuovo rione, l’Esquilino, poi continuò con l’incorporazione parziale e quindi totale dell’ ampia distesa suburbana, dove si estendevano campi, paludi e qualche casolare, zona chiamata i Prati di Castel Sant’Angelo. Operazioni nelle quali erano stati coinvolti anche membri del patriziato, sospinti dai forti ricavi a prendere parte alla speculazione edilizia a nome proprio o partecipando a combinazioni finanziarie in cui erano presenti capitali italiani e stranieri.

        Iniziava il Sacco Edilizio di Roma con capitali del Nord (il Credito Immobiliare di Torino), con la terra messa a disposizione ai nobili romani, la nobiltà nera creata dai papi nei secoli, nobiltà che si era impadronita di tutte le terre intorno a Roma e che ancora oggi gestisce i peggiori affari e corruzioni edilizie e con la Chiesa dietro a tutto pronta a riscuotere ogni beneficio. I costruttori e gli investitori iniziarono con il porre l’occhio su una parte di Villa Borghese. Leggiamo da Lai:

    La gelosa attenzione delle autorità cittadine per villa Borghese non si estendeva agli adiacenti, famosi giardini dei Boncompagni Ludovisi, per buona parte racchiusi nel tratto delle mura Aureliane da Porta Pinciana all’allora Porta Salara o Salaria. La villa, costruita dal cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di papa Gregorio XV, e ingrandita dopo che Ippolita, l’ultima discendente della principesca casata, l’aveva portata in dote ai Boncompagni, era considerata fra le più belle d’Europa. Ma si trovava così a ridosso del centro barocco della città da renderla un’appetibile area edificabile.
    A renderla tale, del resto, provvide lo stesso governo che, nel 1884, avviò una trattativa al fine di costruirvi le sedi della Camera e del Senato e una «aula magna» per le sedute reali. Progetto che non ebbe seguito, deludendo i Boncompagni Ludovisi, i quali, abolito l’obbligo per il primogenito di conservare intatto il patrimonio familiare, erano incerti se spartirsi giardini e fabbricati o vendere ogni cosa e dividere il ricavato. Fu a questo punto che la Generale Immobiliare (società torinese controllata da un forte organismo bancario, il Credito Immobiliare) offrì al principe Rodolfo di lottizzare a proprie spese i terreni, duecentomila metri quadri, provvedendo poi alla vendita delle aree edificabili, i cui ricavi sarebbero stati proporzionalmente divisi tra di loro. Accordi del genere, che addebitavano al Comune lavori stradali, impianti fognari, illuminazione, erano divenuti usuali tra gruppi finanziari del Nord e clericali romani pronti ad accantonare ogni pregiudizio ideologico in cambio di profitti [duecento anni dopo tutto marcia esattamente allo stesso modo, ndr].
    La società torinese impegnata nei lavori di pubblica utilità, che voleva imporre la sua presenza a Roma, lusingò il principe programmando la costruzione di un quartiere residenziale ispirato al Parc Monceau di Parigi: sostituire ai «viali oscuri sagomati da secoli con le forbici, alle radure, boschetti e fontane rimboccanti di calami» palazzine e villini lungo strade prive di negozi. Alla cura architettonica avrebbe badato l’immobiliare, ponendola come condizione nel sovvenzionare gli edifici degli acquirenti dei lotti. Occorreva, però, che tutti gli eredi fossero d’accordo e che il Comune di Roma acconsentisse a una lottizzazione non compresa nel piano regolatore. Fu Ugo Boncompagni Ludovisi a negoziare con lo zio Ignazio, principe di Venosa, e con le tre zie la somma da versare loro; e fu la società immobiliare a superare gli ostacoli posti da un sindaco, il duca Leopoldo Torlonia, nipote del principe Alessandro, che, pur essendo stato eletto dalla maggioranza liberale, non poteva dimenticare né la tradizionale solidarietà del suo ceto né il peso della minoranza clericale, schierata al Campidoglio a favore dei Boncompagni Ludovisi.
    Per di più il principe Rodolfo aveva associato all’impresa il principe Emilio Altieri, comandante delle guardie nobili pontificie, e il fratello del cardinale Theodoli, marchese Gerolamo. Non a caso parecchi mesi prima dell’approvazione comunale del progetto l’Immobiliare aveva messo mano alla rimozione di statue, colonne, piedistalli, vasi, decorazioni e al tracciato delle nuove strade, una delle quali – la più vicina al centro della città – avrebbe preso, nella prima porzione, il nome di Ludovisi e, nella seconda, di Boncompagni per ricordare le due famiglie.

        Questo è solo un esempio, il primo e clamoroso, del modo di operare della speculazione su Roma. Si partì dalla lottizzazione del rione Monti passando poi alla riva destra del Tevere (Prati) e quindi a settentrione del Vaticano, ai Borghi, a Castel Sant’Angelo. Presto anche gli indigeni entrarono in affari costruendo infiniti palazzoni, grigi, tutti uguali. Qualche anno dopo era L’Osservatore Romano (30/31 gennaio 1894), che accortamente Leone XIII aveva acquistato come quotidiano vaticano, a riassumere con queste parole il cosiddetto Risorgimento di Roma:

«1. Vi sono tutt’ora 285 fabbricati nuovi non finiti e che non si possono condurre a termine; 2. Vi sono 40.000 ambienti fra camere ammobiliate e appartamenti vuoti, che sono affittati; 3. Vi sono 700 e più cartellini ed affissi che annunziano liquidazioni, fallimenti, vendite, cessioni, e via discorrendo; 4. Vi sono circa 500 botteghe o chiusi. E siccome nel percorrere le vie di Roma per fare questa inchiesta, ci incontravamo ad ogni piè sospinto in qualche povero che ci chiedeva 1’elemosina, così pensammo che per completare il ‘risorgimento in Roma’ sotto il punto di vista della prosperità materiale ed economica dei romani occorreva una statistica, almeno approssimativa degli accattoni e dei questuanti che in una guisa o nell’altra si aggirano adesso per Roma».

        Questo fermo nell’edilizia romana comportò grosse perdite per le finanze vaticane. Ogni operazione di Folchi era stata sempre autorizzata verbalmente dal Papa che aveva sempre esultato per i lauti guadagni che Folchi gli aveva procurato. Ma quando iniziarono le perdite il colpevole fu trovato in Folchi che venne processato. Ma la stampa libera, anche quella d’oltralpe, capì subito quale era l’andazzo in Vaticano (e quale sarebbe stato nel futuro). Il francese l’Eclaire, dopo aver raccontato la storia ed aver sostenuto che i soldi mancanti erano prestiti sulla fiducia a famiglie nobili romane come i Boncompagni Ludovisi, i Borghese, gli Altieri, i Torlonia, i Del Drago, i Giustiniani Bandini, i Gabrielli, i Salviati, i Pecci (famiglia del Papa), i Theodoli, i Bracceschi, Ferdinado IV ex di Toscana, … (prestiti che il Papa amorevolmente autorizzava ad accordare, ndr), parlava di Folchi come colpevole soltanto di soverchia fiducia, non di malversazione. Il quotidiano francese, più oltre, poteva però scrivere: Un papa che può perdere una cinquantina di milioni non è poi un prigioniero poco invidiabile che dorme sulla paglia. Il denaro che gli giunge da ogni parte del mondo per essere dedicato a vantaggio della religione, serve così poco ai bisogni della Chiesa che si è potuto dissiparlo in speculazioni sbagliate. E vi era anche chi, come la stampa tedesca, insinuava il buon approdo della Chiesa nella capitale d’Italia: L’impegno finanziario di Leone XIII nelle imprese romane testimonia quanto egli fosse fiducioso nella loro bontà e nel prospero avvenire  della capitale del Regno d’Italia. E la questione, che il Papa tentava di addossare a Folchi, non era tanto,  come sostenne il quotidiano del governo italiano la Tribuna, di chi fosse il colpevole ma che i milioni mandati dai credenti non c’erano più

        Un’ultima vicenda che merita di essere ricordata è quella relativa alla legislazione su matrimonio civile e divorzio. Crispi era un deciso anticlericale ma era un politico molto accorto. Sapeva bene che tra la borghesia liberale che sedeva in Parlamento vi erano in maggioranza coloro che erano soddisfatti dell’Unità e non volevano spingere oltre contro la Chiesa anche per la paura di trovarsi contro i contadini aizzati dai parroci che li sottraevano al socialismo. Insomma il governo Crispi fece un’enormità di leggi e di riforme ma quelle definibili anticlericali furono davvero poche. Sulla questione delle unioni matrimoniali già vi erano stati vari fallimenti di due riforme: la prima che voleva il matrimonio civile precedere quello religioso e la seconda relativa all’annoso problema del divorzio. Dopo tentativi tanto timidi quanto infruttuosi che iniziarono nel 1867, si arrivò ad un progetto di legge divorzista presentato dal Ministro della Giustizia Tommaso Villa. Il Villa, tra l’altro, presentò al Parlamento una documentata relazione in cui mostrava che nel 1880 si era avuto mediamente un processo l’anno (la metà tra Napoli e Palermo) per omicidi tra coniugi. Immediatamente scattò la reazione di una delle organizzazioni cattoliche costituite e citata, l’Opera dei Congressi. L’Italia era un Paese di analfabeti in cui vi erano all’incirca 2 milioni e mezzo di elettori. Ebbene l’Opera riuscì in poco tempo a raccogliere oltre due milioni di firme contro il paventato divorzio, firme che raccoglievano anche le volontà di alcuni liberali conservatori. Ciò descrive i livelli paurosi di arretratezza socio-culturale del Paese, arretratezza su cui la Chiesa aveva ed ha sempre buon gioco. In ogni caso del divorzio non si fece più nulla né allora né negli anni seguenti, fino al 1902, quando una nuova proposta, moderatissima che prevedeva il divorzio solo in casi di estrema gravità, fu presentata da Zanardelli. Ancora una volta vi fu la mobilitazione massiccia della Chiesa che raccolse circa 3 milioni e mezzo di firme contrarie con l’evidente conseguenza della morte di quel progetto di legge. Fu Antonio Labriola che descrisse bene in un suo articolo cosa stava avvenendo in Italia. La Chiesa stava rinunciando al potere temporale che vedeva difficilissimo riconquistare e stava cambiando sistema di potere: Con nuova tattica, si misero a rendere clericale la società, e han portato ormai le cose a tal punto, da far credere a molti … che il cattolicesimo sia tutta una cosa sola col temperamento italiano … . Così essi mirano a provare che, senza divenire un partito, e per sole vie indirette, possono arrestare l’azione dello Stato, quando questa tocchi ad Istituti che la Chiesa ha bisogno di padroneggiare. Labriola indicava il modo per superare questa palude che minacciava la crescita civile e sociale del Paese, quello del progresso intellettuale e morale degli italiani.

        Si tenga comunque conto di questa imponente facoltà di mobilitazione della Chiesa per capire come essa sia stata dentro e determinante alla nascita del Fascismo.

UN SANTO PADRE ?

        Alla morte di questo Papa nel 1903 vi fu un conclave che tornò agitato per il veto di Francesco Giuseppe al cardinale favorito per l’elezione, Rampolla. Dopo varie votazioni senza raggiungere il quorum si arrivò all’elezione del cardinale Giuseppe Sarto, con fama di uomo religioso, ma attraverso il grave sospetto di un avvelenamento collettivo dei cardinali in conclave (50 di essi dovettero chiedere medicinali in farmacia nell’ultima notte di conclave). Il cardinale Sarto non voleva essere eletto ma accettò come si accetta una croce ed assunse il nome di Papa Pio X (1903-1914). Il nuovo Papa aveva in comune con Leone XIII solo una cosa, l’uccellagione, quella pratica barbara di catturare gli uccellini, accecarli, in modo che poi cantassero di più ed in modo migliore. Il personaggio era certamente un pio religioso ma anche un presuntuoso che credeva che lo stesso Spirito Santo lo avesse scelto ed un teocrate che credeva più che mai al dogma dell’infallibilità del Papa. Non si era trovato d’accordo in passato con Leone e non per un’apertura maggiore ma perché era più in sintonia con Pio IX. Era infatti un intransigente bigotto conservatore che proibì ai religiosi gli spettacoli teatrali ed alle donne di far parte della Schola cantorum, introdusse l’obbligo di imparare il Catechismo del 1912 con domande e risposte a memoria quando si doveva fare la comunione, che vietò nella musica ecclesiastica l’uso di tamburi, pianoforti e fanfare perché strumenti troppo profani, che permise solo i canti in latino, … insomma un vero reazionario che si muoveva in linea con l’intransigentismo veneto (Ernesto Ragionieri), come veneto era la gran parte del conservatorismo italiano che aveva esordito nell’Opera. Definiva i cattolici liberali (cioè non intransigenti) dei lupi travestiti da agnelli e fuun fiero oppositore del movimento del rinnovamento sociale della democrazia cristiana che prendeva le mosse da Murri. Ai socialisti diceva invece che è conforme all’ordine stabilito da Dio che ci siano, nella società, principi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, sapienti e ignoranti. Insomma talmente estraneo al sentire della popolazione da provocare una ulteriore frattura tra società e Chiesa. Si andava delineando, anche in ambito cattolico, due schieramenti, quello degli antichi e quello dei moderni.

        La maggiore ossessione di questo Papa, in accordo con il rifiuto di ogni avanzamento e novità di tutti i Papi, fu il modernismo in salsa teologica che traeva il nome dalle posizioni dei moderni. La spaccatura emerse nel Congresso del 1903 dell’Opera a Bologna. Per la prima volta si dibatteva non di questioni curiali ma di temi sociali come la partecipazione della donna alla vita sociale e la questione dell’arretratezza del Meridione. In questo Congresso, tra le fila dei modernisti emerse un giovane prete, don Luigi Sturzo che denunciò l’inadeguatezza della Chiesa al Sud, dei preti che facevano solo feste religiose e che erano strenuamente abbarbicati ai signorotti locali, rimpiangendo i bei tempi grassi dei Borbone e fregandosene delle condizioni dei contadini poveri. La reazione di Pio X a questi avvenimenti fu da par suo: pubblicò un motu proprio in cui ribadiva l’intoccabilità della proprietà privata e la dura condanna della lotta di classe, ossessione dei Papi utili idioti del padrone, ma ben remunerati, fino ad oggi. Chi come l’Opera credette di poter camminare sulla via della democrazia cristiana fu smentito da una precisa e dura presa di posizione fatta conoscere attraverso l’Osservatore Romano (19 luglio 1904). E, ad evitare ulteriori equivoci, il Papa sciolse la medesima organizzazione riconducendola sotto la direzione dei vescovi. Anche se ignorante di politica estera, le notizie della separazione tra Stato e Chiesa che provenivano dalla Francia fecero pensare a Pio X che qualcosa di analogo potesse accadere anche nel territorio dove risiedeva il suo gregge. Si disinteressò malauguratamente della Francia dove, mentre Pio X tifava per un anacronistico ritorno alla monarchia alleato con i movimenti più reazionari del Paese, avanzavano leggi molto dure per la Chiesa (1905) occupandosi disgraziatamente (per noi) dell’Italia. Ed in Italia vi era il non voto cattolico ed i socialisti che crescevano ovunque soprattutto al Nord mettendo in minoranza i liberali moderati. Fu Giolitti che, arrivato al potere nel 1903, convinse i cattolici a partecipare al voto proprio per battere i socialisti (il primo esperimento si fece a Bergamo). Ma questa operazione era diretta dalla Chiesa e non rappresentava una crescita autonoma di un partito cattolico come auspicavano Murri e don Sturzo che definirono l’operazione come un partito delle stampelle che schierava la Chiesa con i moderati ed i conservatori contro le richieste ed esigenze popolari.

        Questioni simili ma con esiti del tutto diversi si erano vissute ad esempio con gli Stati Uniti. Già Leone si era rallegrato del fatto che la separazione Stato Chiesa lì realizzata avesse lasciato piena libertà di operare alla Chiesa. Ma, quando i cattolici richiesero questa libertà di operare per loro rispetto alle gerarchie vi fu la pronta mannaia del Papa. Cosa volevano i cattolici statunitensi ? L’esaltazione delle virtù umane, della sincerità, della lealtà, mettendo in second’ordine quelle dell’umiltà, dell’obbedienza, dello spirito di sacrificio. Volevano inoltre che si fosse tolleranti con chi non la pensava esattamente allo stesso modo, che fosse possibile auspicare per sé e gli altri migliori condizioni di vita e di lavoro. Leone avversò tutto ciò con dure condanne, mettendo all’Indice ogni libro che avanzasse tale peccaminose proposte (che avanzavano anche in Francia e Germania). I più avveduti cattolici del mondo cristiano stavano capendo che in questa fase espansiva della società non ci si doveva rinchiudere in un anacronistico Medio Evo. Non era possibile misconoscere ogni novità e mettersi contro ogni scoperta scientifica, come l’Evoluzionismo. Non vi erano in Italia cattolici che attaccassero la Chiesa sui dogmi ma solo persone che richiedevano studi più aperti, la possibilità, ad esempio, di leggere la Bibbia con metodo storico-critico. Su tutto ciò la risposta fu di totale chiusura, sempre più estesa ai diversi temi, da parte di Pio X. La condanna di Pio X fu anticipata dal decreto Lamentabili sane exitu del Sant’Uffizio (l’Inquisizione) del 3 luglio 1907 (in questo decreto si elencano 65 proposizioni che stravolgono la dottrina cattolica pur presentandosi come derivate e fondate sulla stessa dottrina). Venne quindi, l’8 settembre, l’enciclica Pascendi Dominici gregis nella quale il modernismo è definito come il compendio di tutte le eresie ed i modernisti vengono additati come i peggiori nemici della Chiesa (Per verità non si allontana dal vero chi li ritenga fra i nemici della Chiesa i più dannosi. Imperocché, come già abbiam detto, i lor consigli di distruzione non li agitano costoro al di fuori della Chiesa, ma dentro di essa; ond’è che il pericolo si appiatta quasi nelle vene stesse e nelle viscere di lei, con rovina tanto più certa, quanto essi la conoscono più addentro)(13). Più oltre, nel 1910, si aggiunse il motu proprio Sacrorum antistitum con il quale Pio X impose ai sacerdoti il giuramento antimodernista. Queste encicliche e documenti avevano effetti solo in Italia dove si usarono metodi inquisitoriali e persecutori perché altrove i cattolici si emancipavano in accordo con la loro coscienza. Ed in Italia esse riuscivano a dividere sempre più il Nord dal Centro-Sud, con un Nord molto più aperto verso lo Stato nazionale. Vi fu addirittura il vescovo di Milano, Andrea Ferrari, che molti cattolici del Nord stimavano molto più del Papa e che per questo fu punito dal Papa che non lo ricevette per ben 5 anni. Ma i veri anatemi del Papa caddero su Murri che fu sospeso a divinis e poi scomunicato. Ne approfitterà per sposarsi e successivamente per aderire al Fascismo. Mentre i trattamenti per Murri furono questi, Pio X sosteneva altri movimenti come l’Unione elettorale, che doveva controllare i voti cattolici, diretta da Gentiloni mostrando che era in atto la mutazione della Chiesa dal non expedit ad una alleanza con le forze reazionarie del Paese che erano impegnate contro il socialismo. A partire dal 1913, Giolitti operò una serie di riforme elettorali che in pratica costrinsero al superamento del non expedit. 

        Questo fanatico e stolto che isolò la Chiesa dalle problematiche sociali più urgenti fu fatto santo dai gerarchi che seguirono fors’anche perché costui addirittura era avversario della Rerum novarum perché troppo permissiva. Se ne andò proprio mentre scoppiava quella immane tragedia che fu la Prima Guerra Mondiale, senza che dalla parte del vicario di Cristo fosse detta una sola parola contro la guerra. La Chiesa sarebbe stata obbligata a dirigere i voti controllati ad accordi di ogni tipo con i liberali. Sempre al fine di mettere in minoranza i socialisti. Questo fine fu raggiunto a caro prezzo per lo Stato laico che dopo 50 anni dovette ammettere l’impossibilità di governare l’Italia senza la Chiesa. Le trattative segrete furono porte avanti per parte ecclesiastica da Gentiloni, il Presidente dell’Unione elettorale. Non vi era un partito cattolico ma si decise di dirigere i voti su candidati che avessero sottoscritto i seguenti impegni elettorali:

1) opporsi ad ogni proposta di legge contro istituzioni religiose;

2) non ostacolare l’insegnamento provato;

3) battersi per l’istruzione religiosa nelle scuole pubbliche;

4) respingere qualsiasi legge divorzista;

5) sostenere il diritto delle organizzazioni cattoliche di essere rappresentate nei Consigli di Stato;

6) impegnarsi in riforme erariali e giuridiche graduali per un miglioramento della giustizia sociale;

7) rafforzare le energie morali ed economiche del paese.

        Il Patto Gentiloni fu applicato in 330 collegi elettorali su 508, in quei collegi dove era maggiore il pericolo socialista. La segretezza fu violata da Gentiloni dopo le elezioni quando, per vanità o per assoggettare di più gli eletti agli impegni sottoscritti, fece i nomi degli eletti. Si scoprì che in grande maggioranza erano massoni, cioè nemici mortali della Chiesa. A parte questo inconveniente risultarono 228 su 310 i deputati eletti con il Patto. Ttra questi i veri cattolici contabilizzati furono una sessantina che era già un buon numero per un eventuale partito.

IL PAPA IN GUERRA

        La guerra in atto fece sì che il conclave fosse brevissimo. Si doveva scegliere tra la politica progressista di Leone XIII (sic!) e quella reazionaria di Pio X. Vinse un cardinale che aveva esperienze diplomatiche, indispensabili in quel triste momento. Fu eletto il cardinale  Giacomo della Chiesa che assunse il nome di Papa Benedetto XV (1914-1922). La prima cosa che fece fu il dichiarare la neutralità della Chiesa ma si era ancora in epoca in cui l’Italia non era ancora entrata in conflitto pur essendo alleata di Germania ed Austria. Benedetto poté fare il bel discorso in cu diceva che la guerra nasceva perché gli Stati si erano allontanati dai precetti cristiani (8 settembre 1914), naturalmente queste sciocchezze venivano dette fidando dell’ignoranza o della scarsa memoria degli uditori poiché la Chiesa aveva fatto ed appoggiato tutte le guerre da 1600 anni. Un analogo discorso che aggiungeva il concetto di orrenda carneficina fu pronunciato il 28 luglio 1915, in occasione dell’entrata in guerra dell’Italia. Ed altri ne seguirono. Dal punto di vista pratico vi fu un attivo sostegno a chi soffriva, ai prigionieri, ai malati, alle famiglie. E fece ciò senza chiedersi l’ideologia o la fede della persona aiutata.

        Abrogò poi il non expedit (12 novembre 1919), accettò senza commenti né positivi né negativi il Partito Popolare fondato da Don Sturzo, istituì l’Azione Cattolica che volle fosse separata dalla politica. In definitiva, pur insultato a tutti, questo papa, a prescindere dai predecessori, fu persona degna, certamente in grado di far dimenticare le vergogne dei predecessori.

IL PAPA ED IL FASCISMO

        Il successivo conclave elesse, come compromesso tra progressisti e conservatori, il cardinale di Milano Achille Ratti che assunse il nome di Papa Pio XI (1922-1939). Con lui andrà a soluzione la questione romana e si normalizzeranno i rapporti tra Stato e Chiesa anche se, nel suo programma e neppure nascostamente, vi era il ritorno al potere temporale della Chiesa.

        Pochi mesi dopo la sua elezione, in ottobre vi fu la Marcia su Roma i cui dirigenti non solo avevano avuto ordine di non dare alcun fastidio alla Chiesa ma anche di radunarsi poi in Piazza San Pietro a Roma per manifestare in favore del Papa. L’Osservatore Romano del 29 ottobre dava un apertura di credito a Mussolini dando per buona la sua volontà di istituire un governo con tutti coloro che aspirassero il benessere popolare. Mussolini si muoverà con la Chiesa dettando però le regole. Non vorrà avere a che fare con accordi di base, democratici. Gli interessano accordi di vertice. Non vorrà avere a che fare con il partito Popolare di Don Sturzo che se ne va dall’Italia ma con l’Azione Cattolica (anche se ai preti verrà vietata l’iscrizione a qualsiasi partito), e con le varie Unioni alle dirette dipendenze del Papa. Al Papa tutto questo sta bene perché ridà auge ad un nuovo temporalismo della Chiesa che verrà sancito dai Patti Lateranensi firmati l’11 febbraio 1929. La Chiesa ottiene una infinità di beni materiali e denaro in contante in cambio deve dare il sostegno dei cattolici al Fascismo. La Chiesa rientra in gioco in Italia con molto maggiore potere, nelle scuole, nel matrimonio, in ogni funzione civile che diventa simultaneamente religiosa. Il riconoscimento dell’Italia aprì anche a quello di altri Concordati fatti con altri Paesi del mondo. Al Papa non importa allearsi con i peggiori dittatori anche assassini. Lo farà con Mussolini, con Dollfuss, Horthy, Salzar, Hitler, Franco. Resterà ferreo alleato di Mussolini anche dopo l’assassinio Matteotti ma protesterà, già forte dei riconoscimenti internazionali, quando il Fascismo se la prenderà con l’Azione Cattolica. Lo farà con l’enciclica Non abbiamo bisogno del 5 luglio 1931. Fece ciò, appena qualche settimana dopo aver pubblicato l’enciclica Quadragesimo Anno (15 maggio 1931) dove aveva sostenuto con Mussolini l’impegno comune contro i partiti sovversivi (che avevano i propri rappresentanti o in galera, o esuli o al confino) al quale fine aveva di buon grado rinunciato ai sindacati cattolici, inaugurando ilo connubio clerico-fascista mai terminato in Italia. Nel 1937 vi fu poi una energica protesta contro il Nazismo in una enciclica in tedesco, la Mit Brennender Sorge. In essa si definiva il nazionalsocialismo come paganesimo hitleriano perché erano stati attaccati beni della Chiesa e non si rispettava il Concordato quando non si poteva esercitare in pieno la libertà religiosa, si esaltava la razza ed il sangue, si facevano campagne scandalistiche contro il clero, si limitava la scuola cattolica, si soffocava la stampa. Peccato che gran parte degli italiani vivevano in un paese in cui la stampa era soffocata e non conoscevano il tedesco perché avrebbero così appreso dal Papa cosa pensava del principale alleato di Mussolini. In quello stesso anno scrisse un’altra enciclica questa ben diffusa in Italia. Era la Divini Redemptoris in cui si attaccava frontalmente il Comunismo. Pio XI avrebbe voluto rompere le relazioni diplomatiche con la Germania ma fu trattenuto dal suo Segretario di Stato Pacelli, futuro Pio XII. Siamo in pieno Fascismo e Nazismo con persecuzioni di ogni oppositore. La Chiesa se la prende con il Comunismo. Se qualcuno osservasse che ancora non siamo all’invasione della Polonia, allo scatenamento della Seconda Guerra Mondiale, alle leggi razziali, risponderei che il Fascismo già aveva dato importante mostra di sé in Italia con assalti alle case del Popolo ed alle cooperative anche cattoliche, che le imprese africane con massacro di indigeni erano a buon punto, che il cadavere di Matteotti e vari altri erano già freddi da un pezzo, che l’appellativo di Uomo della Provvidenza assegnato a Mussolini era dello stesso Papa Pio XI, … Nonostante quanto ogni persona con un minimo di conoscenza della storia sa, Pio XI restava alleato ferreo di Mussolini.

        Quando stava per morire sarebbero accadute delle cose che lo avrebbero riscattato. Si usa così in Vaticano che è una vera fabbrica di falsi documenti. Secondo quanto trapelò nel 1959, avrebbe dovuto pronunciare un discorso di condanna contro le violazioni concordatarie in Italia, le persecuzioni razziali in Germania ed i preparativi di guerra in quest’ultimo Paese. Non lo pronunciò perché morì prima anche qui in un mistero, il mistero Tisserant dal nome del cardinale che rivelò la circostanza criminale. Pio XI sarebbe stato fatto uccidere da Mussolini con una iniezione di veleno fattagli dal Dottor Petacci, padre di Claretta, l’amante del Duce. Sembra che Mussolini avesse dito voci che parlavano di una sua scomunica e la cosa gli avrebbe alienato le simpatie di milioni di cattolici in un momento in cui aveva bisogno di 8 milioni di baionette. Articoli di varie testate parlarono di ciò nel 1972.

        Al di là di queste notizie non confermate da documenti vi sono invece delle non azioni di Pio XI su fatti che accaddero durante il suo pontificato e sui quali non disse nulla o cose oscene: la Guerra civile spagnola (1936) e le Leggi razziali in Italia (1938). Sulla Guerra civile in Spagna, scatenata dall’ammutinamento di Francisco Franco al governo legittimo e con l’appoggio di Mussolini ed i bombardamenti di Mussolini (tra cui quello criminale su Barcellona che provocò in un sol giorno 3000 morti) e di Hitler ad esempio su Guernica (e l’intervento di Hitler era stato richiesto anche dalla Chiesa), vi sono delle ispirate parole di Pio XI nell’enciclica citata Divini Redemptoris:

Anche là dove, come nella Nostra carissima Spagna, il flagello comunista non ha avuto ancora il tempo di far sentire tutti gli effetti delle sue teorie, vi si è, in compenso, scatenato purtroppo con una violenza più furibonda. Non si è abbattuta l’una o l’altra chiesa, questo o quel chiostro, ma quando fu possibile si distrusse ogni chiesa e ogni chiostro e qualsiasi traccia di religione cristiana, anche se legata ai più insigni monumenti d’arte e di scienza! Il furore comunista non si è limitato ad uccidere Vescovi e migliaia di sacerdoti, di religiosi e religiose, cercando in modo particolare quelli e quelle che proprio si occupavano con maggior impegno degli operai e dei poveri; ma fece un numero molto maggiore di vittime tra i laici di ogni ceto, che fino al presente vengono, si può dire ogni giorno, trucidati a schiere per il fatto di essere buoni cristiani o almeno contrari all’ateismo comunista. E una tale spaventevole distruzione viene eseguita con un odio, una barbarie e una efferatezza che non si sarebbe creduta possibile nel nostro secolo.

Non vi può essere uomo privato, che pensi saggiamente, né uomo di Stato, consapevole della sua responsabilità, che non rabbrividisca al pensiero che quanto oggi accade in Ispagna non abbia forse a ripetersi domani in altre nazioni civili.

        Naturalmente i cittadini spagnoli che si rivoltarono contro la Chiesa lo fecero perché essa era sempre stata dalla parte degli oppressori, dei latifondisti, dei regnanti, dell’Inquisizione. La Chiesa prese una posizione, come sempre, ottusa facendo seguire un rapido riconoscimento del governo golpista di Franco il 16 maggio 1638, prima della fine della guerra. In Spagna tra i cattolici che difendevano la loro civiltà vi era anche uno squadrista di Bologna che aveva una croce bianca cucita sulla camicia nera. Si trattava di Arconovaldo Bonaccorsi che in Spagna, come ufficiale della milizia, trucidò da due a tre mila civili guadagnandosi il nome di Boia delle Baleari. Giovanni Paolo II beatificherà i martiri franchisti caduti (11 marzo 2001), senza occuparsi minimamente delle migliaia di preti e persone normali caduti da parte repubblicana.

        Questo orrendo conflitto terminò quando era già Papa Pio XII. Egli telegrafò a Franco con queste parole: Levando il nostro cuore a Dio, ringraziamo sinceramente Vostra Eccellenza per la vittoria della Spagna cattolica. E via radio inviò questo messaggio alla nazione spagnola: I disegni della Provvidenza, amatissimi figlioli, si sono manifestati una volta ancora sopra l’eroica Spagna. La nazione eletta da Dio …  ha testé dato ai proseliti dell’ateismo materialista del nostro secolo la più elevata prova che al di sopra di ogni cosa stanno i valori eterni della religione e dello spirito.

        Sulle Leggi razziali(14) il Papa agì puntando di più ed ancora ai suoi interessi di bottega. Non denunciò con la stessa fermezza usata con il governo tedesco il razzismo antiebraico con i sottili distinguo dei Gesuiti che commentando l’orrido Manifesto degli scienziati razzisti, credette allora di rilevarvi una notevole differenza rispetto al razzismo nazista Chi ha presente le tesi del razzismo tedesco, rileverà la notevole differenza di quelle proposte da questo gruppo di studiosi fascisti italiani. Questo confermerebbe che il fascismo italiano non vuol confondersi col nazismo o razzismo tedesco intrinsecamente ed esplicitamente materialistico ed anticristiano. Così i Gesuitisempre più svergognati su La Civiltà Cattolica del 1938 (fasc. 2115, pp. 277–278). Ed il Papa era allegramente su questa posizione preoccupato di ottenere dal governo le garanzie per gli ebrei convertiti e per la libertà dei matrimoni razzialmente misti. Vi era però una rimostranza che le gerarchie facevano (sempre in segreto) al governo fascista e riguardava l’attacco agli ebrei che aveva scelto la via della razza e non quello della religione. Vi furono prese di posizione non pubbliche sulla questione come una lettera di Pio XI a Vittorio Emanuele III ma, di fronte a Mussolini che minacciava, si preferì non disturbare troppo e si scelse il pubblico silenzio. Questo seguirà anche con il degno Pio XII che pur sapendo dell’esistenza di campi di concentramento fascisti in Italia, non dirà mai nulla.

        E pensare che quelle leggi furono auspicate da un tal Padre Agostino Gemelli, Rettore dell’Università Cattolica e Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, che firmò il Manifesto degli scienziati razzisti e dopo averlo fatto scrisse: Tragica senza dubbio, e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica patria; tragica situazione in cui vediamo una volta di più, come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una patria, mentre le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo. E che fece mostra del suo antisemitismo scrivendo nell’agosto del 1924 in Vita e Pensiero, rivista dell’Università Cattolica  di Milano, vero punto d’incontro tra Chiesa e Fascismo: Un ebreo, professore di scuole medie, gran filosofo, grande socialista, Felice Momigliano, è morto suicida. I giornalisti senza spina dorsale hanno scritto necrologi piagnucolosi. Qualcuno ha accennato che era il Rettore dell’Università Mazziniana. Qualche altro ha ricordato che era un positivista in ritardo. Ma se insieme con il Positivismo, il Socialismo, il Libero Pensiero, e con il Momigliano morissero tutti i Giudei che continuano l’opera dei Giudei che hanno crocifisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio? Sarebbe una liberazione, ancora più completa se, prima di morire, pentiti, chiedessero l’acqua del Battesimo. Questo prete criminale  visse felice e contento tra le braccia di Santa Madre Chiesa e nessuno gli disse mai nulla, nessuno lo rimproverò, nessuno lo cacciò. E’ un eroe della Chiesa che gli dedica anche un grande ospedale a Roma ma che paghiamo noi, cittadini italiani, senza vergogna per i governi del nostro Paese. Seguì la sua infausta carriera anche e soprattutto con Pio XII.

IL PAPA AMICO DI FASCISMO E NAZIFASCISMO 

        Con la guerra che era alle porte si elesse subito il nuovo Papa nella persona del cardinale Eugenio Pacelli che assunse il nome di Papa Pio XII (1939-1958). Era il cardinale preferito dal Terzo Reich. Prima di diventare Segretario di Stato nel 1930, Pacelli era stato nunzio in Germania dal 1917 al 1929 e, tra gli altri concordati, fece quello con la Germania di Hitler, il Reichskonkordat, il 20 luglio 1933, concordato che dava credibilità internazionale al regime di quel pazzo già noto nel mondo e che già aveva messo fuori legge il partito cattolico tedesco, il  Zentrumspartei.

        Nell’aprile del 1939, subito dopo la sua elezione, con l’infinità di problemi in sospeso ed impellenti, fu cura di Pio XII far togliere dall’Indice i libri del fascista Maurras di Action Française (organizzazione molto apprezzata dai cattolici di destra francesi), vecchio amore di Pio X, che erano smaccatamente antisemiti oltreché anticomunisti.

        Il discorso sulla Guerra Mondiale e sui silenzi di Pio XII sarebbe lungo per la quantità di episodi da citare. Mi limiterò a cose essenziali. Intanto funzionavano in tutte le nunziature ed anche in collegi soprattutto di Gesuiti delle organizzazioni di preti che lavoravano per la propaganda antisovietica (si pensi al Russicum a Roma). Ciò serve per capire che nella mente di Pio XII vi era il raggiungimento dell’obiettivo primario: la distruzione della Russia Sovietica. Ogni azione quindi del Terzo Reich era vista in questa ottica ed in questa ottica, al di là di flebili voci mai chiare, non potevano esservi condanne nette. Già quando il 23 agosto del 1939 Hitler e Stalin annunciarono la spartizione della Polonia vi fu l’accorato appello dell’ambasciatore francese presso la Santa Sede a chiedere la condanna di quella operazione, anche perché la Polonia era un Paese cattolico. Il Papa rispose che non era il caso di condannare perché in tal modo si sarebbero incoraggiati gli aggressori. Quando, dopo le più diverse sollecitazioni, il 20 ottobre del 1939 si decise a scrivere in proposito un’enciclica, la Summi Pontificatus, fu vago sugli invasori della Polonia e non li citò direttamente. Parlò di statolatria delle dittature. A posteriori sappiamo che non avrebbe avuto problemi a denunciare il comunismo sovietico se fosse stato il solo ad invadere la Polonia. Ma vi era anche Hitler e non si poteva mettere in un calderone con i comunisti. Qui inizia ciò che va sotto il nome di silenzi di Pio XII. Lo stesso Osservatore Romano in una edizione speciale del 13 dicembre 1981 scrisse: “è vero che Pio XII, accusato di essere ‘un Papa diplomatico’, non esercitò ‘la grande diplomazia’. Non fece un appello ai belligeranti per la cessazione della guerra, come aveva fatto Benedetto XV nell’agosto 1917, non bandì crociate, non lanciò scomuniche, né  pronunziò quella solenne, clamorosa ‘denuncia’, con l’elenco dei crimini e dei criminali nazisti, richiestagli da Hochhuth nel dramma Il Vicario“. Ma vi è di più, vi è addirittura la sua testimonianza contro se stesso. Dopo che l’ambasciatore italiano Alfieri tornò nel maggio 1940 da Varsavia e riferì delle crudeltà viste Pio XII ebbe a dire: Dovremmo dire parole di fuoco contro simili cose e solo cin trattiene dal farlo il sapere che renderemmo la condizione di quegli infelici, se parlassimo, più dura. Era passato un anno da quando di fronte ad eventi drammatici disse le stesse cose e il Vicario di Cristo continuava incoscientemente, colpevolmente e in atteggiamento complice a dire le stesse stupide cose. Inoltre, cos’è più duro dello sterminio ? Cosa della deportazione di bambini, donne, anziani ? Cosa di più di vedere le proprie figlie deportate dalla Cecoslovacchia, perché ebree, in case in cui divenivano le prostitute dei soldati del Reich ? Pio XII era incapace di intendere e di volere o era complice ? Non aveva informazioni ? Ma scherziamo ? Grazie alle relazioni particolari, a devoti che per fede si farebbero uccidere, ai curati con diffusione capillare che  ascoltano informazione da fedeli sparsi ovunque nel territorio, ad un semplice sistema di trasmissione di notizie semplice e rapido, i Papi sono tra i politici più informati al mondo. La sciocchezza della disinformazione fu tirata in ballo dagli sciocchi servi docili al fine di giustificare dopo la guerra. Si scomponeva l’alto prelato solo quando era in gioco la Chiesa, la politica religiosa, il concordato. Non si scompose per i campi di concentramento in Germania, per il disprezzo brutale di ogni diritto umano, per lo sterminio di liberali, socialisti e comunisti, per quello degli ebrei, dei gitani, degli infermi mentali, degli intellettuali, … tutto questo lo lasciò indifferente perché era solo preoccupato delle offese di Hitler alla Chiesa. Se la Polonia veniva distrutta era fatto meno grave di qualche sacerdote polacco ammazzato. Ogni nota di protesta al governo del Reich era sempre e solo una rivendicazione della libertà della Chiesa e solo di quella cattolica. Un cattolico polacco scrisse al Papa queste parole: Le chiese sono profanate o chiuse; i fedeli sono decimati; le funzioni religiose sono cessate nella gran parte delle chiese; i vescovi sono cacciati; centinaia di sacerdoti sono assassinati o imprigionati; le suore sono violentate; non passa giorno senza fucilazioni di ostaggi innocenti davanti agli occhi dei propri figli. La popolazione è privata degli elementi indispensabili per sopravvivere e perché non muoia di fame: ed il Papa sta zitto come se si disinteressasse del suo gregge. E questi sentimenti erano ripresi continuamente dalla stampa clandestina polacca (Wie’s i Miasto) dove Pio XII è definito come un semplice vescovo italiano seguace di Mussolini. Un altro giornale clandestino cattolico, Glos Pracy, così scriveva il 15 agosto 1943: Il Papa è commosso per la sorte della Polonia, ma non si è udita una sola sua parola di condanna della condotta degli invasori. Le dichiarazioni ingenue furono inventate dagli incaricati d’affari del Vaticano. La vera condotta di Pio XII … era quella dell’ardente sostenitore della politica dell’asse. Politicamente, Pio XII si è allineato con l’Italia di Mussolini e di conseguenza con i nazisti. Riporto un’ultima citazione da altra stampa clandestina e lo faccio relativamente alla Polonia per i maggiori disastri in quel Paese e perché era nella quasi totalità cattolico da secoli. Il Wólnosc scriveva il 6 aprile 1943: Quando le bombe distruggevano le città polacche … il Vaticano, verso il quale tutti dirigevano i loro occhi, stette i9n silenzio come se non sapesse ciò che accadeva in Polonia, Danimarca, Belgio,  Olanda, Francia, Norvegia, Grecia, Yugoslavia, … Il Vaticano si chiuse in un silenzio tenace ed i vescovi italiani consacravano gli stendardi fascisti e benedicevano i soldati nazisti che, diretti in Africa, visitavano il Vaticano. Mi fermo qui, anche se la lista è lunghissima e riguarda solo voci di cattolici. Sulla drammatica verità di quanto letto vi è ancora la testimonianza dello sciocco Papa su se stesso quando nel 1943 confessò ad un agente del servizio segreto tedesco che portiamo da sempre il popolo tedesco nel profondo del nostro cuore e che è questo popolo, tanto provato dal dolore, quello che esige, prima di qualunque altra nazione, i nostri speciali sentimenti di affetto e solidarietà. Insomma un essere indegno come uomo e schifoso come Vicario di Cristo.

        Strettamente connessa alla guerra merita un cenno anche l’altra questione, quella ancora del silenzio di questo Papa criminale quando vi fu la rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine a Roma, la città della quel un Papa è vescovo ed in quanto vescovo di questa città è Papa della cristianità. La prima reazione a chi gi chiedeva un qualche intervento prima che la strage fosse consumata fu il solito osceno non sapere. Ma poi fu informato dal suo cameriere segreto e cappellano al carcere romano di Regina Coeli, il cardinale Nasalli Rocca. Costui venne a sapere cosa stava accadendo nella notte tra il 24 ed il 25 marzo 1944 e riferì immediatamente tutto al Papa. Il Santo Padre, dopo aver detto che non poteva crederci, inviò il prete Pancrazio Pfeifter, che teneva i rapporti tra occupanti e Vaticano, a chiedere clemenza al comando tedesco. Vi fu una risposta in stile nazista, del tipo che occorreva ringraziare Dio che si era moltiplicato solo per 10 e non per 100 le persone da giustiziare in rappresaglia. Fine della storia. E dov’è il Papa ? dov’è la persona che non scende per strada a gridare contro questa mattanza crudele ? perché qui non gridare al mondo l’orrore del nazismo ? Opportunismo e basta ! Sopravvivere e basta ! Una Chiesa che serve solo ai gerarchi per ingrassarsi alla faccia dei fedeli. Aveva ragione Leone X, la favola di Gesù è stata una vera pacchia per il clero.

        E pensare che anche i preti, quelli in prima linea e senza le babbucce, morivano ammazzati dalla furia nazista e fascista.

        Ma ormai la guerra finiva ed il Papa, dopo di essa poté esercitarsi a parlare. A lanciare invettive, come no ?, contro i comunisti che impedivano la libertà religiosa nei Paesi che l’URSS inserì nella sua orbita. Come spiegare agli allocchi che lo sono stati a sentire che quei Paesi erano alleati dei nazisti, che inviarono truppe ad invadere l’URSS, che furono complici del massacro di 21 milioni di sovietici (a fronte, ad esempio, degli USA che, su tutti i fronti, ebbero meno di 300 mila morti e degli eroici connazionali che, pur avendo contribuito a scatenare la guerra, ebbero solo 400 mila morti), e che per buon peso, su questi crimini, come già detto, non vi fu mai una parola della Chiesa perché quando si ammazzano i comunisti va tutto per il meglio. Alla fine di questa vicenda i cattivi sono stati i comunisti, scomunicati come vedremo, di fronte alla splendida immagine di Fascismo e Nazismo.

        E così, dalla fine della guerra fino alla fine del pontificato, Pio XII poté esercitarsi in una campagna anticomunista ed antimarxista con Anni Santi, con il Dogma dell’Assunta, con oculate canonizzazioni, con l’Anno Mariano, con il becero intervento in politica tramite Padre Riccardo Lombardi (il microfono di Dio) che con Luigi Gedda ed Enrico Medi (un indegno fisico) costruirono i Comitati Civici, una sorta di appendice Post Fascista. Inutile dire che nel suo Reich questo Papa non prese neppure in considerazione dei laici oculati e pronti a comprendere la realtà del dopoguerra ed il bisogno di pacificazione. Personalità come La Pira e Dossetti furono relegate ai margini della Chiesa.

        Non entrerò nella polemica su Pio XII accondiscendente con le deportazioni di ebrei a sua conoscenza. Certo è che non risultano documenti in cui egli abbia detto una sola parola su, ad esempio, Fossoli. Il fatto che migliaia di cattolici, tra cui moltissimi parroci, abbiano salvato materialmente molti ebrei è certamente vero ma in questa operazione la Chiesa ufficiale, quella del Papa non c’entrò che molto marginalmente. Ma neppure disse qualcosa in termini di carità cristiana sulle migliaia di antifascisti al confino o in galera. Era il Papa migliore che il Nazifascismo potesse desiderare.

        Finita la guerra si schierò sfacciatamente con la Democrazia Cristiana contro il Fronte Popolare favorendo la vittoria della peggiore reazione. Tentò anche di convincere De Gasperi di schierarsi con i partiti dell’estrema destra, praticamente i fascisti in abito differente, ma De Gasperi rifiutò. Il suo gesto più odioso, che rese la Chiesa ridicola di fronte al mondo, fu la scomunica di tutti i comunisti (vedi anche qui). Si sta parlando di milioni di persone che in Italia erano credenti ma aspiravano a condizioni di lavoro e vita migliori. Scomunicati da un Papa indegno che entra a pieno diritto nella classifica dei criminali della Chiesa. Anche per l’operato che egli coprì in silenzio durante il suo pontificato: l’aiuto fattivo ai criminali nazisti di mettersi in salvo in Argentina e Brasile con falsi passaporti. E’ la storia di Ratlines, la linea di fuga dei topi (letteralmente la corda che unisce una nave al molo) nota anche come Odessa. Si era costituita una rete di alti prelati che fornivano passaporti della Croce Rossa ai ricercati per crimini contro l’umanità. Uno dei porti in cui i criminali nazisti imbarcavano era Genova ed uno dei più attivi organizzatori delle fughe era monsignor Montini, futuro Paolo VI.

        Dal punto di vista strettamente dottrinale indicò ai giovani sposi la Sacra Famiglia come modello da imitare. Ma questa, a rifletterci sembra una boutade di un buontempone. La donna deve essere vergine ed avere un impianto eterologo per avere un figlio. L’uomo deve essere un padre putativo e basta. Tutto contro natura per maggiore gloria di Gesù.

        Nel 1958 questo infame e perfido Papa se ne andò lasciando, oltre ad un incredibile tanfo intorno alla sua salma, un qualche rimpianto solo nell’estrema destra italiana.

PAPI DECENTI

            Il conclave che seguì fu dominato da Pio XII per l’impronta nefasta che aveva lasciato sulla Chiesa. Venne invece eletto, inaspettatamente, un vecchio grassoccio con il viso bonario, il cardinale Angelo Roncalli che assunse il nome di Papa Giovanni XXIII (1958-1963) che, ricordo, era il nome di un antipapa. Dopo il buio pesto finalmente della luce, un Papa che piacque anche a me, ateo impenitente. Mi commosse il suo discorso in cui chiese a chi stava in Piazza San Pietro di tornare a casa e dare una carezza ai bambini. Ci vuole poco per iniziare un’opera pastorale che si avvicini a quella di essere Vicario di Cristo e questo Papa riuscì ad essere persona stimata ed apprezzata anche dai non credenti.

        Fu un uomo che lavorò molto in ambito religioso ed a suo grande merito va la convocazione del Concilio Ecumenico Vaticano II (sulla cui convocazione pensava già Pio XII, ma chissà a quali fini) che fu una vera rivoluzione per la Chiesa, rivoluzione ancora oggi mal digerita da molti cattolici come da Papa Ratzinger, attualmente sul trono di Pietro. Secondo molti critici, con Papa Giovanni la Chiesa si incamminò verso una nuova era, verso la secolarizzazione, verso la democrazia, verso il mondo moderno, verso la borghesia, verso il pluralismo. E’ inutile aggiungere altro a parte il fatto che purtroppo il suo regno durò solo 5 anni e che il Concilio da lui aperto e chiuso in prima sessione sarà proseguito dal suo successore Paolo VI.

        Durante il suo pontificato vi furono importanti svolte politiche in Italia, la nascita del centrosinistra con una apertura in tal senso, verso la sinistra cioè di Papa Giovanni. Ma ciò non tragga in inganno. Non si confonda la rivoluzione nella Chiesa con un cambiamento ideologico di un Papa. Egli restò sempre un conservatore un avversario della sinistra ed un anticomunista. Ma era persona che capiva alcune necessità del suo tempo e ad esse aderiva pur con tutte le remore di un conservatore in politica. Riflessi di quanto dico si trovano nelle due encicliche che scrisse, la Mater et Magistra e la Pacem in Terris. Nella prima difese la religione contro coloro che negano Dio e con appena qualche passo avanti rispetto a Pio XII, mantenne le posizioni note della Chiesa, quelle di Leone XIII e di Pio XI. Certo risultava facile impressionare chi di Chiesa non si era mai occupato con giri retorici, frasi altisonanti, con affermazioni del tutto generali e prive di contenuto reale, richiami alla giustizi, all’umanità, all’amore del prossimo. Affermava che la questione sociale non si limita alla condizione operaia ma a molti altri aspetti che determinano le discriminazioni economiche. Occorre che i cattolici comprendano a fondo la dottrina sociale della Chiesa. E, come si vede, si ritorna qui ad un passato che vede la bontà del padrone alla base dell’emancipazione operaia. Nella Pacem in Terris, giudicata come il testamento di Papa Giovanni, vi era un tentativo di cercare un qualche dialogo con i comunisti sul tema della lotta per la pace (occorre ricordare che nel 1962, in occasione della crisi di Cuba, il Papa scriisse lettere accorate alle parti in causa). L’enciclica fece scalpore ad Est dove venne citata più volte mentre venne criticata negli USA dove si parlò di sogni utopici di un Papa che sognava il disarmo universale e di un Papa che si avvicinava troppo alle posizioni dell’URSS. Ma, anche in questa enciclica, insieme alla condanna del colonialismo e dell’imperialismo, si sosteneva che la massima autorità proviene solo da Dio e si condannava ogni limitazione della libertà, ogni abuso di potere. Nel fondo Papa Giovanni negava ai Paesi comunisti il diritto e l’autorità mentre attribuiva alla sua Chiesa il diritto ed il dovere … di esercitare la sua autorità sopra i suoi figli intervenendo nei suoi affari esterni ogni volta che si fosse richiesto il suo giudizio sull’applicazione pratica della sua dottrina.

        Dopo il terremoto di Giovanni XXIII la Chiesa non poteva seguire come se nulla fosse e, d’altra parte, la fazione conservatrice e filofascista scalpitava anche temendo scismi. L’elezione fu difficile e ricadde sul cardinale Giovanni Battista Montini, un collaboratore per 20 anni di Pio XII, che assunse il nome di Papa Paolo VI (1963-1978). A questa persona ricadeva il compito di proseguire sulla via del Concilio e Paolo VI lo fece ma diluendo un poco le speranze iniziali guidandolo in modo da rassicurare i conservatori. Già quando da cardinale si recava all’assemblea conciliare partendo da Milano, decretò la chiusura del periodico cattolico progressista Adesso diretto da Don Primo Mazzolari perché troppo critico con le gerarchie e perché mostrava una apertura rivoluzionaria ai laici. Stesso atteggiamento mantenne da Papa con le ACLI di Gabaglio che manifestavano aperture verso i socialisti.

        Nel Concilio i conservatori sono in minoranza ma Paolo VI lavorerà per non far passare varie cose a loro non gradite, come ad esempio la collegialità dei vescovi che egli sottolinea dipendere sempre dal Papa, come sul celibato dei preti, come sul controllo delle nascite,… Vi sono insomma argomenti sui quali non lascia decidere il Concilio ma se li assume come suoi. Dipende anche da lui il fatto di importanza enorme come l’abrogazione dell’Indice che aveva carattere inquisitoriale, anche se lo sostituisce con la Congregazione per la dottrina della fede che avrà finalità analoghe ma non inquisitoriali. Per far contenta la maggioranza introdurrà il Sinodo dei vescovi ma con un ruolo meramente consultivo. Alla fine il Concilio di Paolo VI riformerà a metà non transigendo sull’autorità del Pontefice e sui dogmi. Nonostante queste limitazioni dal Concilio che si chiude l’8 dicembre 1965 esce una Chiesa rinnovata. Le modifiche liturgiche più appariscenti riguardano la messa detta nelle lingue nazionali e una limitazione del culto della Madonna che era (?) diventato trasbordante. La parte più interessante e nuova è il dialogo aperto sia con altre religioni che con non credenti. I suoi viaggi all’estero daranno testimonianza della sua voglia di dialogo in una posizione di neutralità. E così esorterà i potenti per la pace nel Viet Nam e scriverà  messaggi per il Capodanno 1966 ad Hanoi, Saigon, Mosca e Pechino.

        Nel 1967 vedrà la luce una sua importante enciclica, la Popolorum Progressio che è un deciso superamento della dottrina sociale della Chiesa. Qui la Chiesa risulta impegnata in mezzo alla gente in una sorta di teologia della liberazione che incoraggia a reagire contro i soprusi e le sopraffazioni in nome di Dio. Da questa enciclica prenderanno spunto vivificatore tanti cattolici latino americani che, insieme a movimenti di natura marxista, inizieranno la lunga via della loro liberazione. E poiché iniziano gli anni della contestazione in tutto il mondo, Paolo VI si sentirà obbligato a correggere il tiro della sua enciclica e di altre aperture. Nell’enciclica Sacerdotalis coelibatus del 1967, si ritornava praticamente indietro su ogni questione che aveva visto il Concilio disponibile, anche sul dialogo con altre confessioni (Ginevra 1969). La Popolorum Progressio sarà ridiscussa a Bogotà nel 1968 con l’affermazione che l’arma per vincere le ingiustizie è la carità e non la violenza. E più oltre con la marcia indietro dell’Humanae vitae del 1968 in cui si ribaltavano le deliberazioni conciliari favorevoli al controllo delle nascite ed all’uso di anticoncezionali. Si cominciava a capire che questo Papa non era capace di uscire dal solco millenario dell’assolutismo della tradizione conservatrice e da questo momento non era più un Papa che viaggiava come pellegrino ma solo come turista. Non attirava più le genti, anzi alcuni giovani lo presero a sassate a Cagliari (1970).

        Fu anche molto grave la sua ingerenza con la Commissione parlamentare del Parlamento italiano che discuteva la costituzionalità della legge sul divorzio. E di queste ingerenze ne avevamo avute e ne abbiamo con sempre maggior frequenza per governi imbelli che non traggono più la loro legittimità dagli elettori ma da manovre indegne di potere con incoffessabili scambi. E non finì con questa intergerenza perché sul divorzio la Chiesa si schierò apertamente nel Referendum sul divorzio del 1974. Il Referendum era stato chiesto dalla parte più retriva dei cattolici e Paolo VI violò qui il principio della separazione tra Stato e Chiesa. Un conto è predicare e dire che la Chiesa è contro il divorzio, un conto è farsi parte attiva in una campagna elettorale con tutti i pulpiti impegnati.

        Poi arrivò il Giubileo del 1975 con la vergogna delle benedizioni per posta al modico prezzo di 2000 lire. Un tonfo, una vergogna che però rispondeva bene al progressivo allontanamento, che per fortuna continua inesorabile, dei fedeli dalla Chiesa.

        Con il suo offrirsi in cambio di Moro alle Brigate Rosse, chiuse la sua vita con un gesto apprezzabile ma ormai inutile per riprendere credibilità(15).

        Alla morte di Paolo VI un conclave con tre correnti: progressista, tradizionalista e centrista quella che si ispirava al Papa defunto. Nessuna corrente aveva un quorum a priori e così, anche qui, uscì eletto una personalità inaspettata, il cardinale Albino Luciani, che assunse il nome di Papa Giovanni Paolo I (1978), con l’intenzione di indicare il suo programma, quello di voler proseguire la politica dei due suoi predecessori. Ma durò 33 giorni e sulla sua morte sorsero fortissimi dubbi di avvelenamento ed i motivi vi erano tutti.

I BANCHIERI DI DIO

        Quando fu eletto Papa Luciani vi furono molti scontenti ma il più scontento di tutti fu monsignor Marcinkus che fino all’ultimo istante aveva sperato nell’elezione del candidato Giuseppe Siri. La vicenda, ancora molto oscura, la racconta Ardagna:

Ma chi era questo Marcinkus? Era una delle pedine fondamentali di quella partita a scacchi che da anni si giocava fra Vaticano e grandi banche e che metteva in palio la possibilità di vedere il proprio capitale aumentare sempre di più. Marcinkus era il più alto in grado all’interno dello I.O.R., l’Istituto per le Opere Religiose. Egli intuì immediatamente i pericoli dell’elezione di questo pontefice che, sin dai suoi primi discorsi, aveva lasciato chiaramente intendere di voler far tornare la chiesa cattolica a quegli ideali di carità cristiana propri del primo cattolicesimo, rinunciando alle ricchezze superflue che troppo avevano distolto gli uomini di chiesa dai propri sacri compiti. Figuratevi il capo della banca vaticana come avrebbe mai potuto vedere un tipo del genere sul più alto gradino del proprio stato …

Marcinkus diceva ai suoi colleghi: «Questo Papa non è come quello di prima, vedrete che le cose cambieranno».
Su due punti Luciani sembrava irremovibile: l’iscrizione degli ecclesiastici alla massoneria, e l’uso del denaro della chiesa alla stregua di una banca qualunque. E l’irritazione del Papa peggiorava al solo sentire nominare personaggi come Calvi e Sindona dei quali aveva saputo qualcosa facendo discrete indagini.
In coincidenza con l’elezione di Luciani venne pubblicato un elenco di 131 ecclesiastici iscritti alla massoneria, buona parte dei quali, erano del Vaticano. La lista era stata diffusa da un piccolo periodico «O.P. Osservatore Politico» di quel Mino Pecorelli destinato a scomparire un anno dopo l’elezione di Albino Luciani in circostanze mai chiarite [anche se nell’assassinio fu implicato, anche se assolto, Giulio Andreotti, ndr]. Secondo molti, O.P. era una sorta di «strumento di comunicazione» adoperato dai servizi segreti italiani per far arrivare messaggi all’ambiente politico. Pecorelli, tra l’altro, era legato a filo doppio con Gelli come lo erano Sindona e Calvi.
Ma, tornando alla lista ecclesiastico-massonica, questa comprendeva, fra gli altri, i nomi di: Jean Villot (Segretario di Stato, matr. 041/3, iniziato a Zurigo il 6/8/66, nome in codice Jeanni), Agostino Casaroli (capo del ministero degli Affari Esteri del Vaticano, matr. 41/076, 28/9/57, Casa), Paul Marcinkus (43/649, 21/8/67, Marpa), il vicedirettore de «L’osservatore Romano» don Virgilio Levi (241/3, 4/7/58, Vile), Roberto Tucci (direttore di Radio Vaticana, 42/58, 21/6/57, Turo).

Di Albino Luciani cominciò a circolare per la curia l’immagine di uomo poco adatto all’incarico, troppo «puro di cuore», troppo semplice per la complessità dell’apparato che doveva governare.
La morte subitanea, dopo trentatre giorni di pontificato, suscitò incredulità e stupore, sentimenti accresciuti dalle titubanze del Vaticano nello spiegare il come, il quando ed il perché dell’evento. In questo modo, l’incredulità diventò prima dubbio e poi sospetto. Era morto o l’avevano ucciso?
Fu detto all’inizio che Luciani era stato trovato morto con in mano il libro «l’imitazione di Cristo», successivamente il libro si trasformò in fogli di appunti, quindi in un discorso da tenere ai gesuiti ed infine, qualche versione ufficiosa volle che tra le sue mani ci fosse l’elenco delle nomine che il Papa intendeva rendere pubbliche il giorno dopo.

Dapprima, l’ora della morte fu fissata verso le 23 e, quindi, posticipata alle 4 del mattino. Secondo le prime informazioni, il corpo senza vita era stato trovato da uno dei segretari personali del Papa, dopo circolò la voce che a scoprirlo fosse stata una delle suore che lo assistevano. C’erano veramente motivi per credere che qualcosa non andasse per il verso giusto.

Qualcuno insinuò che forse sarebbe stato il caso di eseguire un’autopsia e questa voce, dapprima sussurrata, arrivò ad essere gridata dalla stampa italiana e da una parte del clero. Naturalmente l’autopsia non venne mai eseguita ed i dubbi permangono ancora oggi.

Di questo argomento si occuperà approfonditamente l’inglese David Yallop, convinto della morte violenta di Giovanni Paolo I.

Il libro dello scrittore inglese passa in rassegna tutti gli elementi di quel fatidico 1978 fino a sospettare sei persone dell’omicidio di Albino Luciani: il Segretario di Stato Jean Villot, il cardinale di Chicago John Cody, il presidente dello I.O.R. Marcinkus, il banchiere Michele Sindona, il banchiere Roberto Calvi e Licio Gelli maestro venerabile della Loggia P2.
Secondo Yallop, Gelli decise l’assassinio, Sindona e Calvi avevano buone ragioni per desiderare la morte del Papa ed avevano le capacità ed i mezzi per organizzarlo, Marcinkus sarebbe stato il catalizzatore dell’operazione mentre Cody (strettamente legato a Marcinkus) era assenziente in quanto Luciani era intenzionato ad esonerarlo dalla sede di Chicago perché per motivi finanziari si era attirato le attenzioni non solo della sua chiesa ma addirittura della giustizia cittadina e della corte federale. Villot, infine, avrebbe facilitato materialmente l’operazione.
La ricostruzione fatta da Yallop degli affari di Sindona, di Calvi, di Gelli e dello I.O.R., conduce inevitabilmente all’eliminazione del Papa.
Tuttavia la ricostruzione dello scrittore inglese pone alcuni problemi, primo fra tutti la netta sensazione che, in alcuni passi della ricostruzione, gli episodi, le date e le circostanze, tendano ad «esser fatte coincidere» troppo forzatamente.

Tuttavia il lavoro investigativo di Yallop è comunque buono e non si può non tener conto del lavoro dell’inglese soprattutto considerando il fatto che troppi sono i dubbi inerenti le ultime ore di vita del Papa.

Perché e soprattutto chi ha fatto sparire dalla camera del Papa i suoi oggetti personali? Dalla stanza di Luciani scompariranno gli occhiali, le pantofole, degli appunti ed il flacone del medicinale Efortil. La prima autorità di rango ad entrare nella stanza del defunto fu proprio Villot, accompagnato da suor Vincenza (la stessa che ogni mattina portava una tazzina di caffè al Papa) che verosimilmente fu l’autrice materiale di quella sottrazione.

Perché la donna si sarebbe adoperata con tanta solerzia per far sparire gli oggetti personali di Luciani? Perché quegli oggetti dovevano sparire?

Domande destinate a restare senza risposta anche in considerazione del fatto che la diretta interessata è passata a miglior vita.
Una curiosità per chiudere l’argomento: sulla scrivania di Luciani fu trovata una copia del settimanale «Il mondo» aperta su di un’inchiesta che il periodico stava conducendo dal titolo: «Santità…è giusto?» che trattava, sotto forma di lettera aperta al pontefice, il tema delle esportazioni e delle operazioni finanziarie della banca Vaticana. «E’ giusto…» recita l’articolo «…che il Vaticano operi sui mercati di tutto il mondo come un normale speculatore? E’ giusto che abbia una banca con la quale favorisce di fatto l’esportazione di capitali e l’evasione fiscale di italiani?».

        Lo IOR, la Banca Vaticana, divenne parte integrante dei numerosi programmi papali e mafiosi per il riciclaggio del denaro, in cui era difficile determinare dove finiva l’opera del Vaticano e dove cominciava quella della mafia. Il Banco Ambrosiano dei Calvi e numerose società fantasma dirette dallo IOR di Panama e del Lussemburgo presero il controllo degli affari bancari italiani ed ebbero la funzione di canale sotterraneo per il flusso di fondi verso l’Europa dell’Est, in appoggio all’Unione nazionale anticomunista. Marcinkus, capo dello IOR, fu Direttore del Banco Ambrosiano (a Nassau e alle Bahamas), ed esisteva una stretta relazione personale e bancaria fra Calvi e Marcinkus. Sfortunatamente, molti di quelli coinvolti non erano solo collegati alla mafia, ma erano anche membri della famigerata loggia massonica P2, con il risultato finale della spartizione del denaro di altre persone, inclusa una singola transazione di 95 milioni di dollari (documentata dalla Corte Suprema irlandese). Non appena le macchinazioni vennero a galla a causa di un errore di calcolo attribuito a Calvi, le teste cominciarono letteralmente a rotolare. L’impero bancario Ambrosiano fu destabilizzato da uno scontro ai vertici del potere interno, che coinvolgeva la Banca Vaticana, la Mafia e il braccio finanziario dell’oscuro ordine cattolico dell’Opus Dei. L’Opus Dei, in ogni caso, decise di non garantire per il Banco Ambrosiano e Calvi fu trovato «suicidato», impiccato sotto il ponte di Blackfriars a Londra, con alcuni sassi nascosti nelle tasche, una scena ricca di simbolismo massonico.

        Occorre ricordare che Paolo VI non riconobbe mai quella setta chiamata Opus Dei, figlia del franchista Escrivà de Balaguer. Sulla stessa strada sembrava si muovesse anche Giovanni Paolo I. Il Papa che venne dopo invece, Giovanni Paolo II, non solo riconobbe l’Opus Dei ma la portò al potere in Vaticano addirittura santificando Escrivà. E l’Opus poteva ricattare la Santa Sede perché era ed è nella piena disponibilità economica di sanare le perdite dello IOR, perdite clamorose in epoca Marcinkus sul quale non a caso fu spiccato un mandato di cattura per bancarotta fraudolenta, mandato che non fu possibile eseguire perché il Vaticano di Giovanni Paolo II reclamò l’immunità diplomatica. Emersero storie oscure condite da delitti eccellenti, come quello del banchiere Calvi e come quello di quell’angelo mafioso di Michele Sindona, noto come il Banchiere di Dio, sul quale e sui suoi legami con il Vaticano vi è una vasta letteratura criminale. E tutte queste esaltanti vicende furono digerite dal capiente stomaco di Giovanni Paolo II, il Papa polacco che utilizzava anche molti denari per sostenere l’anticomunismo in Polonia attraverso i finanziamenti a Solidarnosc.

        In mezzo a queste esaltanti vicende, con ricatti economici e con storie criminali che venne eletto il successore di Giovanni Paolo I.

GIOVANNI PAOLO II

        Il numero dei cardinali stranieri che superava quelli italiani, la mancanza  di un mediatore italiano (come c’era stato per Papa Luciani), il sostegno dei cardinali tedeschi e la vicinanza del cardinale Wojtyla con alcuni potenti personaggi dell’organizzazione ecclesiastica politico-finanziaria dell’Opus Dei, decisero la sua elezione. Assunse il nome di Papa Giovanni Paolo II (1978-2005).

        Nonostante la giovane età e le apparenze che egli seppe vendere mediaticamente molto bene, fu un Pontefice che lavorò per la restaurazione, per far fuori molte parti delle conquiste conciliari, per risolvere i guai finanziari del Vaticano con il sostegno dell’Opus Dei (con Wojtyla divenuta una potenza all’interno della Chiesa, divenuta nel 1982 prelatura personale del Papa, ed ormai addentro in ogni ganglio vitale della Chiesa), per sostenere la causa anticomunista soprattutto nella sua Polonia. E per buon peso dette ampio credito ad un’altra setta come i Legionari di Cristo, fondati dal messicano pedofilo Maciel e sviluppatisi in Spagna.

        Alla liberazione della Polonia corrispose l’abbraccio di Giovanni Paolo II al feroce dittatore Pinochet e la messa la bando della Teologia della Liberazione di Boff, Cardenal e molti altri che condannò al silenzio.

        Su questo Papa e sul suo successore dirò alcune cose non altrove dette. Per il resto riporterò dei giudizi già espressi in altri articoli.

        Il Papa polacco visse avvenimenti importanti e gravi per la Chiesa. In un intrigo politico internazionale il 13 maggio 1981 si attentò alla sua vita in Piazza San Pietro. Fu implicato nello scandalo dello IOR al quale ho accennato. Di conseguenza nel fallimento del Banco Ambrosiano e nell’assassinio del suo Presidente, Calvi. Nel premio ad un rappresentante della Banda della Magliana (probabilmente implicato nel caso Calvi) che ottenne sepoltura in una Basilica extraterritoriale, quella di Sant’Apollinare. Nei finanziamenti a Solidarnosc con sottrazione di fondi allo IOR. In nuove gravi interferenze con lo Stato italiano in occasione del Referendum sull’Aborto (Legge 194).

        Come il Fascismo ebbe bisogno della Chiesa e regalò ad essa un orrido Concordato nel 1929, anche un Craxi ebbe bisogno della Chiesa e nel 1984 revisionò il Concordato con il cardinale Casaroli regalando alla Chiesa fior di miliardi di lire ogni anno tramite la vergogna dell’8 per mille i cui osceni meccanismi furono ideati da Giulio Tremonti.

        E’ infine utile ricordare che Giovanni Paolo II fu aiutato a morire al policlinico Gemelli (si, quello che prende il nome dal famoso razzista) con una pratica che scatena le ire dei bigotti di Scienza e Vita e di Ruini al servizio della Chiesa, l’eutanasia, ma che un Papa può permettersi.

        Passo ora agli articoli già pubblicati su questo Papa.

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RICORDANDO IL PAPA SCOMPARSO

            So che offenderò la sensibilità di qualcuno ma non cederò al pietismo ed al rito cristiano della morte. La liturgia non mi piace, non mi appartiene, è fatta, a parte i credenti che stimo, per venditori di tappeti, privi di memoria e ipocriti.

            Occorre ricordare come sono andate le cose perché gli abbindolati dai media del potere sappiano o ricordino (destra e sinistra per me pari sono, su questo).

            Premetto che l’immagine di un UOMO che soffre commuove chiunque. Mi dispiace che l’uomo Karol soffra. Ma, sono più dispiaciuto dell’esibizione e ostentazione della sofferenza. Credo al pudore in queste circostanze, ma ognuno faccia ciò che crede.

            In ogni caso, non vedo la tragedia per un credente. Caspita, il problema semmai è mio: morte = fine di tutto e dissoluzione del legame idrogeno che mi tiene in vita. Un credente va in cielo, va da Dio Padre. In particolare Karol va in braccio alla Madonna della quale si è dichiarato Totus Tuus. Porca Miseria! O si crede o si gioca a palline. Chi crede non vede l’ora di lasciare la valle di lacrime per ricongiungersi alla Vera Vita. Quindi i cattolici cantino lodi al Signore per aver dato accesso al cospetto di Dio del loro Papa. Se così non è non capisco più. Quale Vangelo prendo per buono: quello che fa dire a Gesù: Padre mi hai abbandonato ? O quello che fa dire: Padre mi ricongiungo a te ! ?

            La morte non è un mistero come amano dire le gerarchie. La morte è la fine della vita che ci riporta a prima che nascessimo. Sulla morte sono nate e nascono le religioni. Ed anche tutte le magie e superstizioni. Quelli che hanno la mia età iniziano ad annusare la morte e non è certamente piacevole. Ma un credente deve ballare e cantare di felicità quando se ne va a raggiungere Dio. Oppure è un beota che ha predicato idiozie buone per gli altri, … appunto.

            Al di là di queste metaconsiderazioni resta l’uomo Papa ed il suo operato. Credo valga la pena di ricordare le cose che nessuno osa dire, per maggior gloria dell’ipocrisia universale.

Ricomincio dal 1978.

            Il 16 ottobre è eletto Papa Karol Wojtyla col nome di Giovanni Paolo II, di origine polacca, già arcivescovo di Cracovia, nominato cardinale il 26 giugno 1967 da Paolo VI.

            Torno ora un poco indietro per capire dove siamo.

            Nel 1970 la Banca Rasini di Milano (procuratore Luigi Berlusconi, padre del noto Silvio) assume una quota di capitale di una finanziaria di Nassau, nelle Bahamas, la Brittener Anstalt, che ha rapporti nell’isola con la Cisalpina Overseas Nassau Bank. Qui troviamo nel consiglio di amministrazione alcuni nomi che diventeranno presto famosi: Calvi, Sindona, Gelli, e il cardinale Marcinkus della banca vaticana Ior. Famosi per il crack dell’Ambrosiano, della Italcasse, famosi per la lista dei 500 esportatori di valuta, e famosi per la successiva lista dei 962 della loggia P2, e tutto quello che accadrà. Il crak di tutti questi banditi inizia il 10 maggio 1974, prima con le difficoltà della Franklyn Bank di New York, controllata da Sindona, poi, il 28 settembre, con la chiusura degli sportelli della Banca Privata Italiana. In ottobre Michele Sindona è colpito da un mandato di cattura per falso contabile e fugge negli Stati Uniti. L’8 settembre del 1976 viene arrestato a New York. Nel 1977 si diffondono indiscrezioni su un “tabulato dei 500”: cinquecento nomi (che non si conosceranno mai) di persone che, attraverso una Banca di Sindona, hanno esportato all’estero 37 milioni di dollari. In tutti questi anni Settanta i rapporti tra la Banca Rasini di Milano (o quello che rimase della Banca poi assorbita da un’altra) e Gelli dovevano essere molto buoni. Un suo reclutatore è  molto amico di un personaggio che diventerà drammaticamente molto noto: Mino Pecorelli noto per le rivelazioni su Andreotti-Lima, e anche ben altro (dossier Moro, Petroli, Esportazione valuta, ecc). Questo stesso reclutatore che gli ha dato la tessera, farà entrare alla loggia P2, il 26 Gennaio 1978, il figlio Silvio del procuratore della famosa Banca Rasini (non va, contemporaneamente dimenticato che proprietario fondatore della Rasini, non era uno qualunque, ma era nativo di Misilmeri, e marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta).  Questo nuovo affiliato entra nella P2 con la tessera n. 1816, codice E.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625 e col versamento di lire 100.000. E’ un “palazzinaro”, un uomo che sta decollando verso le alte vette “in tutto” e che ha grandi disponibilità di denaro che proviene (e chissà da chi) dalla Svizzera. L’iniziato entra nella Loggia P2 proprio nel ’78, mentre si sta parlando già da molto tempo di “reti televisive” con le “potenti famiglie” della Sicilia; che in effetti ne hanno già due di Tv sull’isola e un’altra proprio a Milano, creata da un altro nativo di Misilmeri. Che però dovrà darsi alla latitanza e il suo impero passa al suo segretario che diventa segretario del palazzinaro.  Nel progetto di Gelli-Sindona-Calvi, si parla di concentrazione giornalistiche, televisive, editoriali per condizionare con tutta l’informazione il Paese; ma si parla anche di secessione della Sicilia, per poi “colonizzare” il continente.

            Siamo, a questo punto, di fronte ad una Chiesa indebitata e immersa fino al collo in scandali internazionali. Il gestore delle finanze del Vaticano (IOR), cardinale Marcinkus, era ricercato dalla magistratura italiana per bancarotta fraudolenta e si era richiesta la sua estradizione (non concessa) dallo Stato della Città del Vaticano. Il banchiere di riferimento del Vaticano, noto anche come uno dei Banchiere di Dio, Sindona (l’altro era Roberto Calvi, prima citato, del Banco Ambrosiano), era un mafioso arrestato in Usa e ricercato in Italia. Spira il pontificato di Paolo VI che aveva tentato di mettere ordine, senza riuscire ma, almeno, mantenendo una linea che prevedeva i delinquenti fuori dalla Chiesa medesima.

            Nell’estate del 1978 muore Paolo VI e, sorprendentemente, viene eletto un pontefice mistico, che è fuori da ogni sospetto di legame con traffici di ogni genere, Giovanni Paolo I, noto come Papa Luciani.

            Al di là della fede, la Chiesa non poteva sopportare un pontificato ordinario (vari anni) nella situazione in cui si trovava. Doveva intervenire pena l’esplosione di scandali a catena che avrebbero travolto Cristo a Wall Street. Il Papa sbagliato viene eliminato nell’arco di un mese (si vedano le ricostruzioni di David A. Yallop, In Good’s name, Pironti 1992). Ed in pochi giorni viene eletto il Papa giusto: Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II. Cosa fa il Papa giusto ? Ufficializza una setta sempre tenuta fuori dalla Chiesa nonostante l’enorme potere economico, i legami fascisti e padronali: l’Opus Dei. Questa potenza economica, legata a tutta la reazione mondiale, paga i debiti della Chiesa, viene riconosciuta (con tutte le appendici reazionarie ed oscure, come i Legionari di Cristo) e impone suoi uomini ai vertici della Chiesa oltre ad un controllore diretto del Papa, il fascista ed opusdeista Navarro Valls (ricordo ai biografi di questi giorni che ABC, dove scriveva Valls, è un giornale semiclandestino di Madrid, espressione dei franchisti duri e puri). Così nasce il pontificato di Giovanni Paolo II. Le vicende immediatamente successive si riassumono in breve: Sindona viene estradato in Italia ed ammazzato con una tazzina di caffè (!) in prigione. Calvi, che richiedeva allo Ior i denari che aveva prestato all’ente vaticano, viene suicidato mediante impiccaggione a Londra dalla mafia per incarico di … ???. La Chiesa, al solito, esce pulita ma solo gli imbecilli lo credono. E quando oggi vedo tanti sinistri piangenti (gli altri sono nello stesso sistema di potere e gli ingenui mi hanno stufato) mi viene voglia di portarli sotto il Ponte dei Frati Neri per vedere, quando non c’è la marea del fiume, che effetto fa oscillare come un pendolo composto.

            Le anime candide non mi vengano a dire che Karol non sapeva nulla. Avrei disprezzo per loro. Ma cosa ha fatto il Papa dell’Opus nel suo pontificato di ammirevole ?

            Intanto ha santificato tutti i reazionari e fascisti del mondo. Se andate a consultare, ad esempio, l’elenco dei santi e beati spagnoli troverete tutti franchisti. Mi chiedo: è possibile che uno, almeno un repubblicano, ad esempio tra i preti baschi trucidati dai franchisti, non fosse degno della santità ? E che dire del santo impostore da Pietralcina ? E dei santi cinesi, note spie ? E del santo criminale Stepinac, che benediva gli Ustascia massacratori di oltre un milione di persone insieme a fascisti italiani e nazisti (vedi qui) ? E del franchista affarista Escrivà de Balaguer (tra l’altro santificato in tempo record, al fine di pagare ancora qualche rimanenza all’Opus Dei)?

            Ma poi vi è la Croazia, la Serbia, la Bosnia, la Russia, la Cina, l’America centro meridionale. Un Papa nella tradizione dell’esaltazione del fascismo e dell’oppressione padronale. Basti ricordare proprio l’aggressione alla Yugoslavia auspicata per smembrare il Paese e rimettere le mani sopra terre cattoliche, particolarmente la Croazia e la Slovenia.

            Inoltre, molto in breve, ha ritirato la mano al prete sandinista Ernesto Cardenal che si era inchinato per baciarla (e per la prima volta ha avuto un boato di disapprovazione dalla folla presente). Nello stesso viaggio si era amichevolmente intrattenuto con il boia  Pinochet, dicendo per il criminale e signora una messa nella loro cappella privata. Infine aveva disquisito amorevolmente con Pio Laghi, cardinale di Buenos Aires durante le giunte assassine di Videla, Bignone e Massera, dei quali Laghi era assiduo frequentatore in cordiali convivi nelle fazendas dei dittatori assassini. Il peggio del mondo, insomma … senza mai profferir parola contro (cosa che gli riusciva benissimo come contro l’ex URSS, Cuba, …).

            Ha fatto tacere tutta la Teologia della Liberazione, i vari Padre Boff che purtroppo hanno taciuto … (maggiori dettagli sugli oltre 200 atti repressivi del Papa reazionario si possono trovare qui).

            Ha preso in giro coloro ai quali chiedeva perdono: da una parte chiedeva questo e dall’altra riaffermava il primato della Chiesa ed il suo integralismo (per la vicenda di Galileo, si veda qui).

            A parte queste cose, il papato che si è concluso ha rappresentato un grandissimo passo indietro rispetto alla Chiesa conciliare. Ricordo solo che l’Index librorum Prohibitorum (il famigerato Indice) che in silenzio Paolo VI aveva abrogato, fragorosamente è stato reintrodotto da Giovanni Paolo II. Ed aggiungo quanto tutti sanno ma in questi giorni dimenticano. L’ostinazione della Chiesa contro il profilattico ha ammazzato almeno 1 milione di persone per AIDS in Africa. Continua poi la discriminazione contro gli omosessuali, contro le coppie di fatto, contro la donna (costruire l’immagine di una vergine perfetta significa condannare le nostre mamme e figlie a mere ancelle degli uomini) e, infine, continua la battaglia della medesima Chiesa contro la procreazione assistita (fatto che ci vedrà impegnati tra poco per buttare a mare la legge 40).

            Insomma, a me sembra che non vi sia da rimpiangere un signore così. Anche perché ha fatto la sua vita fino ad età avanzata. Ha goduto, come non ha fatto Gesù, delle migliori cure mediche di quella scienza che ha osteggiato e dileggiato. E’ stato un Papa nella tradizione del potere imperiale, che è vissuto sulla credulità della gente, che ha sfruttato al massimo i media, che ha rappresentato ogni imbroglio della Chiesa nei secoli.

Mi dispiaccio ancora che il signor Karol abbia sofferto ma, anche qui, ricordo che, a causa della filosofia della Chiesa, siamo molto indietro nelle terapie del dolore. Per il resto, ben sapendo che dalla Chiesa della gerarchia non c’è mai da aspettarsi nulla di buono, aspettiamoci tragicamente il successore.

Roberto Renzetti

PS. Mentre pubblico questo articolo, sono recluso in casa. A Roma nessuno può muoversi. Da una settimana viviamo con difficoltà. La TV non è agibile perché lavora a 7 canali unificati su Papa e Vespa. Assistiamo impotenti ad un ritorno a prima del 1870. Sul sagrato i potenti del mondo intorno ai fasti della Chiesa. Il popolino tenuto lontano. Tutto identico a parte il fatto che almeno in passato questo popolino poteva vendicarsi dei torti subiti dal Papa scatenandosi, in occasione di sua morte, sulle ville dei parenti ed amici  del potente, saccheggiandole. Oggi manca questa che era la parte più interessante.(16)

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AUT FIDES AUT RATIO

La necessità di pensare questo paradosso: la cultura cattolica ufficiale non ha più nulla da dire alla cultura tout court, proprio quando la pratica dei cattolici impegnati ad approssimare il Vangelo si afferma come modello.

PAOLO FLORES d’ARCAIS  

Da MicroMega 5/98, pagg. 187/214

          Vuoto culturale e ricchezza di testimonianza

Fides et ratio, ultima enciclica di Karol Wojtyta, dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che la cultura cattolica ufficiale non ha più nulla da dire alla cultura tout court. E ciò, paradossalmente, proprio quando la pratica dei cattolici cristiani, esistenzialmente impegnati ad approssimare il Vangelo – dalla parte e nella cura degli ultimi – si afferma spesso come modello per l’impegno tout court. Questo paradosso andrà pensato in tutte le sue implicazioni e conseguenze. Da parte cattolica, poiché è uno scarto che allude ad un conflitto tendenzialmente insanabile tra cattolicesimo del conformismo e cristianesimo della testimonianza, da parte «laica», poiché costringe a interrogare la possibilità di un impegno senza trascendenza, di una passione per il relativo. Ma di questo più avanti.

Resta il carattere essenziale che marchia questa enciclica: una tradizionalissima e inargomentabile (in termini razionali) riaffermazione della pretesa della Chiesa cattolica apostolica romana al monopolio della verità. Con l’accattivante finzione dell’umiltà, infatti, la «diaconia della verità», che il papa polacco aggiorna nella sua enciclica, altro non è che il dogmaticissimo imperio di sempre che la Chiesa si arroga sulla verità. Agghindato con una «difesa della grandezza della ragione» che vale esclusivamente se quest’ultima, rinunciando alla propria autonomia, rinnega se stessa, e anziché darsi da sé i propri limiti si subordina alla fede, cioè al magistero di Roma, unico autorizzato interprete delle scritture e della tradizione. Poiché una Chiesa che si confessa unica e incontestabile serva della verità, in realtà si erge a padrona di quanti devono obbedirla (la verità, cioè la Chiesa, o la Chiesa, cioè la verità).

Il che è certamente nella natura della Chiesa, se intende parlare ai soli fedeli per riaffermare un dogma da essi sempre più tiepidamente vissuto, ma è del tutto incompatibile con ogni velleità di confronto «senza preclusioni di sorta e senza limite alcuno» (1) con chi, non avendo «accolto» quel dogma, può accettare esclusivamente un argomentato dialogo.

Il tanto sbandierato elogio della filosofia, con l’invito – addirittura – «a non prefiggersi mete troppo modeste nel filosofare» (§ 56), si risolve in conclusione nella deludente ovvietà del «messaggio ultimo dell’enciclica» (Breve sintesi): «verità e libertà, o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono» (§ 90). Dove per verità si intende l’opinione fulminata ex cathedra, e la libertà è dunque niente altro che la servitù volontaria delle coscienze agli ukase del sacro soglio. Ma andiamo con ordine.

(1) Come dichiara la Breve sintesi dell’Enciclica diffusa dalla sala stampa della Santa Sede. Le due straordinarie pagine promozionali di Joaquim Navarro Valls sembrano 1’unico testo utilizzato dalla maggior parte dei mass media nel dar conto dell’enciclica. Per quanto riguarda il testo completo dell’enciclica, invece, poiché ormai ne circolano diverse edizioni, faremo riferimento non alle pagine ma ai capitoli.  

                          Elogio della filosofia?

A parole, nell’enciclica di Giovanni Paolo II, la filosofia la fa da regina. «L’uomo è naturalmente filosofo» (§ 64) perché «tutti gli uomini desiderano sapere» (§ 25) «e oggetto proprio di questo desiderio è la verità» (ibidem). Al punto che «il desiderio di verità appartiene alla stessa natura dell’uomo» (§ 3) e che la definizione dell’uomo come «colui che cerca la verità» (§ 28) suona essenziale. In questo quadro dall’orizzonte illuminista, dove la kantiana divisa del «sapere aude!» fa tutt’uno con il dovere e la dignità dell’uomo, poiché della natura umana costituisce la fibra e la trama, sembra che la Chiesa riconosca con entusiasmo la libera ricerca filosofica. Non solo infatti, nelle parole di Wojtyla, la filosofia «emerge» tra le «molteplici risorse che l’uomo possiede per promuovere il progresso della conoscenza della verità» (§ 3) ma addirittura la Chiesa «vede nella filosofia la via per conoscere fondamentali verità concernenti l’esistenza dell’uomo» (§ 5). Sembra perciò un semplice sigillo di autorevolezza e solennità, non certo una limitazione o una riserva, la conferma che viene dal Libro e dall’autore ispirato «È Dio», infatti, «ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità» (incipit e § 16). Insomma: l’uomo è naturaliter illuminista. Conoscere è la sua vocazione e il suo destino. Lo dice ogni analisi dell’uomo, e lo conferma la parola di Dio. E quello della conoscenza «è un cammino che non ha sosta» (§ 18).

Ma «cosa è la verità»? L’enciclica si serve del termine secondo l’uso comune, o magari l’uso della scienza, o non piuttosto contro e a distruzione di entrambi? L’interrogativo di Pilato a Gesù (Giovanni, 18, 38) diventa perciò la necessaria domanda di ogni lettore a Wojtyla. Perché già nelle affermazioni «illuministe» sopra riportate si annidano contraddizioni e «distinguo» che ne rovesciano il senso. E infatti: il tratto prevalente, dunque a suo modo «universale», che segna l’umanità, diventa la incapacità di dare seguito al desiderio di verità, «la nativa limitatezza della ragione e l’incostanza del cuore» che «oscurano e deviano spesso la ricerca personale» (§ 28). Non c’è più una natura umana a vocazione filosofica, dunque. Ma piuttosto una lacerazione, che segna tanto l’essenza quanto l’esistenza dell’uomo. All’illuminismo della vocazione risponde l’oscurantismo strutturale dell’indagine umana. Dunque, alla vocazione non corrisponde l’azione, e non può corrispondervi. L’uomo perciò non è affatto naturalmente filosofo ma soprattutto e per lo più dedito all’autoinganno. Dell’affermazione antropologica che regge tutta l’enciclica (se vuole parlare anche alla cultura laica), non rimane già più nulla.

E d’altro canto, se la conoscenza fosse la natura e la vocazione dell’uomo, oltretutto benedetta da Dio, perché mai quello di Adamo sarebbe stato il peccato inespiabile? Perché mai desiderio di conoscenza e dovere di obbedienza sarebbero stati consegnati da Dio all’uomo come aut aut, come insanabile e mortale conflitto? La conoscenza non scaturisce dalla meraviglia (§4), cioè da una inestinguibile e doverosa curiosità? Nell’enciclica di Wojtyla in realtà è già all’opera – fin dalla prima pagina e in ogni categoria utilizzata – un doppio registro, a seconda che il discorso si intenda rivolto solo ai credenti, o addirittura ai «Venerati Fratelli nell’Episcopato», o invece intenda discutere di filosofia per aprirsi a tutti, poiché «il pensiero filosofico è spesso l’unico terreno d’intesa e di dialogo con chi non condivide la nostra fede» (§ 104). I due piani vengono però – sistematicamente e surrettiziamente – confusi e disinvoltamente scambiati, consentendo a Wojtyla ogni sorta di rovesciamento e di acrobazia dialettica. Il primo rovesciamento di un concetto nel suo contrario confonde e assimila la ricerca della verità, cioè l’attività critico-razionale, con l’accoglimento della verità, cioè con la passività del fideismo dogmatico.

           Logica della scienza e delirio del desiderio

Punto per punto. «La sete di verità è talmente radicata nel cuore dell’uomo che il doverne prescindere comprometterebbe l’esistenza» (§ 29) e tale sete si articola nelle «domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana: chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita?» (§ 1). La comunità credente «è partecipe dello sforzo comune che l’umanità compie per raggiungere la verità» (§ 2). Dunque, una condizione esistenziale originaria e comune: la sete di verità, il bisogno di porre le domande fondamentali. Solo questo è, fin qui, ciò da cui l’uomo non può prescindere perché ne andrebbe della sua stessa esistenza. Ma questo bisogno strutturale e irrinunciabile di domandarsi il senso, diviene poi la necessità che una risposta certa e definitiva alla domanda di senso possa anche essere trovata. Questo passaggio, dalla necessità della domanda alla necessità della risposta, resta non solo abusivo, perché assolutamente acritico, ma anche menzognero, laddove si spaccia l’identità delle due necessità come caratteristica della logica della scoperta scientifica.

Scrive il papa: «Non è pensabile che una ricerca così profondamente radicata nella natura umana possa essere del tutto inutile e vana. La stessa capacità di cercare la verità e di porre domande implica già una prima risposta» (§ 29), che poi sarà in realtà intesa come risposta ultima e definitiva. E perché mai? Un bisogno resta sempre un bisogno, non implica affatto – «logicamente» – la sua soddisfazione. Se così non fosse, non esisterebbe, e non sarebbe mai esistito, il problema della fame nel mondo. E nessun altro problema, a dire il vero. Desiderio e realizzazione si corrispondono solo nel «pensiero» infantile, infatti. La sostituzione del principio di piacere con il principio di realtà è il meccanismo ordinario, ancorché dolorosissimo, con cui si realizza l’effettivo, e non più solo biologico, venire al mondo dell’uomo. La logica del desiderio è invece la logica dell’illusione, perché «caratteristico dell’illusione è il suo derivare dai desideri umani» (S. Freud, L’avvenire di un’illusione, in Opere complete, vol. X, Boringhieri, Torino, p. 461).

Che il desiderio o il bisogno implichino la rispettiva soddisfazione è, alla lettera, una «idea delirante», perché «una credenza è un’illusione qualora nella sua motivazione prevalga l’appagamento di desiderio, e prescindiamo perciò dal suo rapporto con la realtà (ibidem). E’ del tutto falso, perciò, che «proprio questo è ciò che normalmente accade nella ricerca scientifica» (§ 29). Lo scienziato che «a seguito di una sua intuizione, si pone alla ricerca della spiegazione logica e verificabile» (ibidem), si muove in modo assolutamente opposto alla «logica del desiderio» per cui la domanda sul senso implica, per il fatto stesso che siamo capaci di porla, una risposta (positiva e definitiva). Il fatto che lo scienziato abbia «fiducia fin dall’inizio di trovare una risposta, e non s’arrenda davanti agli insuccessi» (ibidem) contiene anzi la possibilità che questo «non arrendersi» coincida con l’abbandono definitivo dell’ipotesi di partenza. L’unica analogia valida fra il procedere della scienza e la domanda «ha un senso la vita? verso dove è diretta?» (§ 26) è allora quella che preveda la possibilità della risposta contro il desiderio: la vita non ha senso alcuno e non va in nessuna direzione. Semplicemente è.

                    La ‘nefasta separazione’

Occultata l’opposizione fondamentale fra logica della scienza e delirio del desiderio, tutto il resto «logicamente» segue. Segue, cioè, un baccanale di «rovesciamenti». Con accattivante apparenza, l’enciclica afferma che «la verità si presenta all’uomo in forma interrogativa: ha un senso la vita? verso dove è diretta?» La verità dell’uomo è il suo interrogarsi, dunque. La verità è problema, sembrerebbe. Con questo canto di sirena critico, però, l’enciclica vuole solo spacciare la pretesa opposta e radicalmente dogmatica secondo cui l’interrogativo porterebbe già con sé Una e maiuscola verità. La domanda è già la risposta, non perché – kantianamente – la domanda (metafisica) non possa mai avere una soddisfacente risposta, bensì perché la risposta è già data prima della domanda. La domanda presuppone la risposta, e dunque la risposta, anticipata dogmaticamente, annulla la domanda in quanto interrogativo autentico.

Ecco perché, con uno spostamento apparentemente di dettaglio, la Chiesa, che dichiarava di non poter essere estranea ad un «cammino di ricerca» (§2) che riguarda tutti gli uomini, ora più esattamente «intende riaffermare la necessità della riflessione sulla verità» (§ 6). La ricerca della verità, che in quanto ricerca è governata dal dubbio e i cui esiti sono impregiudicati, lascia il posto alla riflessione sulla verità, già acquisita come certezza dalla (della) Chiesa, perché rivelazione. La filosofia sarà perciò commento della fede, glossa marginale, omelia «razionale». Riflessione su una verità ultima – non più da cercare ma semmai da meditare – che «la Chiesa ha ricevuto in dono» (§ 2). Ma la «diaconia della verità» (ibidem) così intesa è incompatibile con il pellegrinaggio della ricerca.  Con queste premesse, perciò, ovvia l’equazione wojtyliana per cui «fuori della Verità rivelata» equivale a «fuori della verità pura e semplice» (§ 73). Ovvia, ma improponibile nell’orizzonte di un argomentato dialogo. Che ha per oggetto, oltre tutto, la filosofia. Se la Chiesa è la verità ultima, infatti, non resta più nulla da dire, ma tutto e soltanto da obbedire. Per la ricerca e la filosofia ogni spazio è precluso.

Solo in apparenza, perciò, «la fede e la ragione sono come due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità», secondo quanto proclama l’incipit dell’enciclica. E solo in apparenza «non ha dunque motivo di esistere competizione alcuna tra la ragione e la fede» poiché «ciascuna ha un suo spazio proprio di realizzazione» (§ 17) e «l’una non rende superflua l’altra» (§ 9). Anche qui, il rovesciamento dei significati è in agguato, e anzi già operante. «La legittima distinzione fra i due saperi» (§ 45), infatti, vale solo a patto che non si trasformi in «nefasta separazione» (ibidem), cioè in reale autonomia reciproca. In altri termini, le due «ali» sono radicalmente asimmetriche. Al punto che con l’una si vola e con l’altra si precipita.

Quella della ragione, infatti, non può pretendere alla autonomia, poiché senza il riferimento alla verità della Chiesa «resta in balia dell’arbitrio» (§ 5) e «una filosofia separata e assolutamente autonoma nei confronti dei contenuti della fede» (§ 45) porta anzi alla «diffidenza sempre più forte nei confronti della stessa ragione» (ibidem). L’autonomia della ragione, cioè la ragione che per definizione si da da sé le sue leggi (autòs nomos), e che dunque – se non vuole tradire il senso del concetto – deve prescindere da qualsiasi altro principio e autorità, viene invece condannata come quella «cecità dell’orgoglio» che «illuse i nostri progenitori» proprio perché pretendevano ad una conoscenza autonoma «dalla conoscenza derivante da Dio» (§ 22). Dunque, l’autonomia non è affatto nomos autòs ma hybris, dismisura di orgoglio e anzi cecità, perché il cammino della conoscenza può essere percorso «in maniera spedita, senza ostacoli e fino alla fine» solo «se con animo retto inserisce la sua ricerca nell’orizzonte della fede» (§16).

     La ragione ha delle ragioni che la fede non comprende    

La «autonomia» della ragione come la intende il papa, al contrario, assoggetta e vincola questa «autonomia»  ad un orizzonte eteronomo, quello della fede, appunto. Ma una autonomia assoggettata è ossimoro senza poesia. Contradictio in adjecto. Kantiana Realrepugnanz. «L’una è nell’altra» (§ 17), scrive Wojtyla, ma niente affatto reciprocamente, perché l’una (la ragione) non può ex iure contraddire l’altra, mentre l’altra è orizzonte originario di verità che decide i limiti della prima, e vale dunque come l’unico ambito autenticamente autonomo. Alla filosofia critica, che vuole la religione nei limiti della ragione, si sostituisce con ciò il medioevo, che postula la ragione nei limiti della religione. Sostituzione conclamata, poiché esplicita è la condanna della «nefasta separazione» (cioè della autonomia) che la filosofia realizza rispetto alla fede «a partire dal tardo Medio Evo» (§ 45). Vi ritorneremo.

La ragione di cui parla il papa è insomma e sempre la ragione dal punto di vista della fede, non della ragione. Non l’autonomo e mobile orizzonte della domanda, della in-certezza al cui interno cercare la risposta, imprevedibile e sempre esposta allo scacco, ma il chiuso e vincolante orizzonte della risposta scontata, che anticipa la domanda e dunque la annienta nella certezza della fede. Nulla di cui scandalizzarsi, ovviamente. Dovrebbe stupire il contrario, semmai. Il sovrano pontefice è pastor fidei e non un volterriano «filosofo ignorante». Stride invece fino all’insopportabile, poiché pretende di iscriversi in un dialogo erga omnes, l’ostinata presunzione cattolica romana di presentare la subordinazione della ragione alla fede, della ricerca al dogma, del logos alla cathedra, per l’opposto di ciò che è: autonomia della ragione anziché servitù volontaria.

Che senso ha, infatti, insistere che la fede «non interviene per umiliare l’autonomia della ragione o per ridurne lo spazio di azione» (§ 16) ma «solo»(!) per stabilire che «non è possibile conoscere a fondo il mondo e gli avvenimenti della storia senza confessare al contempo la fede in Dio che in essi opera» (ibidem)? Più esplicita confessione della subordinazione assoluta della ragione alla fede non si può immaginare. Del tutto conseguente, perciò, che la «autonomia» della ragione diventi un mero «indagare autonomamente all’interno del mistero» (§ 13), un uso eteronomo e strumentale della ragione a scopi teologici. La Rivelazione non «rende superflua» (§ 9) la filosofia, allora, ma solo nel senso che anche il cervello e le mani del chirurgo non rendono superfluo il bisturi.

Nella tradizione dell’integralismo cattolico che governa l’enciclica, la subordinazione e l’assoggettamento della ragione è tale che solo «la fede libera la ragione» dalla cattività cui la pretesa di autonomia la condanna. L’autonomia come cattività, ulteriore capitolo nel sabba dei rovesciamenti. Perciò, «il timore del Signore» – l’opposto esatto del «sapere aude! » – «è il principio della scienza» (§ 20). Conclusione ineludibile: «Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo?» (§ 23), intimazione che costituisce il fascino di Paolo di Tarso, ma taglia alla radice ogni confronto di sapienza con un mondo che tenga ferma l’autonomia della ragione. Torna così prepotente la domanda che quasi ogni pagina dell’enciclica ripropone: a chi si rivolge in realtà il papa polacco? Ai suoi confratelli pastori, perché ribadiscano con energia ad un gregge pervaso dalla secolarizzazione la necessità della filosofia come recta ratio funzionale alla Verità della Rivelazione, o anche a «chi non condivide la nostra fede» (§ 104) e può perciò discutere solo se la fede viene provvisoriamente accantonata nella parentesi del foro inferiore? In realtà Wojtyla pretende di usare argomenti che suonano persuasivi solo all’interno di una comunità di fedeli, ma come se fossero argomenti razionalmente cogenti per un pubblico potenzialmente universale.

                  La distruzione della filosofia

L’elogio della filosofia, abbiamo visto, suona in apparenza ditirambico. La filosofia costituisce «l’istanza ultima di unificazione del sapere e dell’agire umano» (§ 82). «L’argomentazione sviluppata secondo rigorosi criteri razionali, infatti, è garanzia del raggiungimento di risultati universalmente validi» (§ 75). Non solo: «Di poco aiuto sarebbe una filosofia che non procedesse alla luce della ragione secondo propri principi e specifiche metodologie» (§ 49). La filosofia deve dunque obbedire solo a se stessa. E mirare alto. Per spronare una ambizione doverosa, il papa sceglie addirittura il timbro dell’appello accorato e diretto: «Non posso non incoraggiare i filosofi, cristiani o meno (corsivo mio, n.d.a.), ad avere fiducia nelle capacità della ragione umana e a non prefiggersi mete troppo modeste nel loro filosofare» (§ 56).

Al ditirambo segue la preoccupazione – dalle sembianze ancora illuministe – per «la radicale sfiducia nella ragione che rivelano», invece, «i più recenti sviluppi di molti studi filosofici» (§ 55), tanto che «ai nostri giorni, la ricerca della verità ultima appare spesso offuscata» (§ 5). Ma la preoccupazione già veicola l’ennesimo misfatto della «logica» del rovesciamento. Seguiamone i passaggi essenziali.

«Ogni sistema filosofico (…) deve riconoscere la priorità del pensare filosofico, da cui trae origine e a cui deve servire in forma coerente» (§ 4). Sembra una semplice messa in guardia contro la «superbia filosofica» (ibidem) delle varie scuole che pretendono di spacciare i loro sistemi come la filosofia. E sarebbe un rilievo metodologico addirittura sacrosanto, se mirasse a riaffermare la ricerca senza dogmi e l’interrogare senza risposte anticipate come l’irrinunciabile della filosofia. In realtà, invece, il primato del «pensare filosofico» rispetto ai sistemi e ai singoli serve a stabilire, in opposizione alle filosofie plurali realmente costruite nella storia, e svalutate come effimere, un arbitrario «nucleo di conoscenze filosofiche la cui presenza è costante nella storia del pensiero» (ibidem). Conoscenze, si badi, non teorie o ipotesi. Dunque risposte definitivamente acquisite, e non domande inestinguibili (malgrado, o magari in forza della impossibilità di una risposta). «Conoscenze» che poi sarebbero: «i principi di non contraddizione, di finalità, di causalità», «la concezione della persona come soggetto libero e intelligente e la sua capacità di conoscere Dio, la verità, il bene» e infine «alcune norme morali fondamentali che risultano comunemente condivise» (ibidem).

Ma queste asserite «conoscenze» costituiscono semmai il catalogo, perfino parziale, delle dispute senza fine che hanno percorso la storia della filosofia e che ancor oggi definiscono un terreno comune solo come comune è il campo della battaglia. Dove il punto di vista condiviso è l’eccezione assolutamente provvisoria, la tregua, mentre il conflitto insanabile è la norma. Perfino laddove il consenso sembrerebbe inerente all’uso dialogico del medesimo strumento logico, visto che per Hegel – uno dei grandi classici, dunque, non un marginale epigono – il principio di (non) contraddizione esprime la pochezza e l’antifìlosofica finitezza dell’illuminismo (una bestia nera anche per il papa) e va sostituito con la contraddizione dialettica come legge sia del pensiero che della realtà.

Non parliamo poi delle altre categorie e «conoscenze» tirate in ballo qui dall’enciclica. Oltre tutto inassimilabili fra di loro proprio sotto il profilo delle dispute o degli accordi che hanno suscitato nella storia del pensiero. Ad esempio, finalità e causalità, come spiegazione del mondo, tutto possono essere ormai tranne che due «conoscenze». Semmai, o l’una o l’altra. Con la scienza moderna, infatti, l’una – il principio di causalità – destituisce di ogni fondamento l’altra. Nessuno scienziato, che si mettesse oggi alla ricerca delle «cause finali» di un fenomeno, potrebbe sperare di essere preso sul serio. Si metterebbe sul piano dell’occultismo, dell’astrologia, della cartomanzia. Addirittura ridicolo sostenere ancora l’esistenza di «alcune norme morali fondamentali che risultano comunemente condivise». In proposito basta, per una definitiva smentita (e da secoli), il cristianissimo Pascal: «II furto, l’incesto, l’uccisione dei figli e dei padri, tutto ha trovato il suo posto tra le azioni virtuose» (230 Chevalier, 294 Brunschvicg). Si condanni tutto ciò come male, frutto della caduta, resta il fatto che su nessuna norma morale fondamentale vi è mai stato unanime accordo. E che proprio questo è il cuore del problema che da sempre agita la filosofia morale.

Insomma, con la teoria dell’introvabile «nucleo di conoscenze filosofiche la cui presenza è costante nella storia del pensiero», è l’intera storia della filosofia ad essere vanificata e azzerata in ciò che la caratterizza e distingue: nel suo carattere problematico, plurale, e infine critico. Si contrabbanda cioè per filosofia perenne, per Filosofia tout court, una predigerita assimilazione della storia effettiva della filosofia, problematica e conflittuale, alla filosofia prediletta dalla Chiesa, in modo che la filosofia stessa sembri apparecchiarsi da sé al ruolo di ancilla fidei.

Un ritorno sostanziale «all’incomparabile valore della filosofia di san Tommaso» (§ 57), solo questo intende dunque il papa quando invita i filosofi, cristiani o meno, a non prefiggersi mete troppo modeste. Altro che «sapere aude!». Nessun elogio della filosofia, dunque. Ma l’oscurantismo della condanna più tradizionale: «La filosofia “separata” perseguita da parecchi filosofi moderni» – in realtà da quasi tutti, a partire dal tardo medioevo, come la stessa enciclica ha stigmatizzato — «costituisce la rivendicazione di una autosufficienza del pensiero che si rivela chiaramente illegittima» (§ 75).

         ‘Germi di pensiero’ e pensiero autoreferenziale

Perché mai illegittima? Secondo il tribunale della ragione o secondo il tribunale del Sant’Uffizio? Che senso ha ribadire ad ogni riga che la filosofia deve essere autonoma (altrimenti è inutile e superflua), ma concludere che «il Magistero ecclesiastico può e deve esercitare autoritativamente, alla luce della fede, il proprio discernimento critico nei confronti delle filosofie e delle affermazioni che si scontrano con la dottrina cristiana» (§ 50)? Lo avrebbe ancora, un senso, se valesse come richiamo all’ortodossia esclusivamente indirizzato al fedele. Tanto più lo avrebbe, anzi, proprio perché oggi il fedele, e non solo se filosofo, appare riottoso a una così integralistica interpretazione dell’ortodossia (del resto la precedente enciclica Veritatis splendor non costituiva un imperioso richiamo all’ordine per una teologia in tentazione di «eccessi» pluralistici?).

Ma Karol Wojtyla pretende che questi ukase suonino convincenti per ogni filosofo (cristiano o meno). E che la filosofia non solo obbedisca per l’intervento «autoritativo» ma addirittura ringrazi.

E infatti: «Ogni filosofo dovrebbe apprezzare» i vescovi quando «esercitano questo discernimento», perché è a vantaggio della «ragione che riflette correttamente sul vero» (ibidem). Di conseguenza: «E’ auspicabile che teologi e filosofi si lascino guidare dall’unica autorità della verità così che venga elaborata una filosofìa in consonanza con la parola di Dio» (§ 79). Resta assolutamente misteriosa, perché certamente non vuole essere una intenzionale irrisione, la pretesa di Wojtyla di convincere il filosofo anche non cristiano che gli interventi «autoritativi» di «discernimento», in lingua volgare la censura e la condanna, «sono intesi in primo luogo a provocare e incoraggiare il pensiero filosofico» (§51). Provocare, forse. Ma incoraggiare? Si arriva così al puro e semplice non senso: «Si può dire che senza questo influsso stimolante della parola di Dio, buona parte della filosofia moderna e contemporanea non esisterebbe» (§ 76). Conclusione davvero azzardata, visto che proprio l’enciclica fa risalire al tardo medioevo quella «nefasta separazione» della ragione dalla fede, cioè quella affermazione di autonomia della ragione, senza la quale vengono meno cinque secoli e rotti di pensiero filosofico.

Più coerente che si riconosca al gigantesco lavoro filosofico di questa intera epoca il modestissimo e umiliante ruolo di aver prodotto «germi di pensiero» (§ 48) e nulla più. Non a caso, del resto, la filosofia «contribuisce» sì «direttamente a porre la domanda circa il senso della vita», ma poi può aspirare solo «ad abbozzarne la risposta» (§ 3). Le risposte non mancano affatto, invece. Semplicemente, non vanno nella stessa direzione del dogma cattolico, poiché la «nefasta separazione» prepara l’epoca del moderno disincanto – la scienza e l’eresia – che consegna all’uomo l’intera responsabilità di creare senso alla propria esistenza. Senso altrimenti introvabile.

Per l’altra strada, di radicale disconoscimento di tutta la modernità e della sua cultura, si arriva solo all’anatema nei confronti di tutte le correnti della filosofia a partire dalla fine del medioevo: eclettismo, modernismo, storicismo, scientismo, pragmatismo, nichilismo (§§ 86-90), idealismo, umanesimo ateo, positivismo, razionalismo e ancora nichilismo (§ 46), secondo la terminologia, spesso sommaria e tendenziosa, di un «sillabo» le cui intenzioni sono però perfettamente trasparenti. Si finisce, con ciò e coerentemente, a ridurre la filosofia a «una funzione mediatrice nella comprensione della Rivelazione» (§ 83). Questa «portata autenticamente metafisica (ibidem) segna però la definitiva incomunicabilità del pensiero cattolico ufficiale con la filosofia (cioè con le filosofie effettivamente esistenti). Questa dottrinaria impermeabilità ad ogni confronto condanna il dogma cattolico ad una esistenza esclusivamente autoreferenziale.

La fede, «come virtù teologale, libera la ragione dalla presunzione, tipica tentazione a cui i filosofi sono facilmente soggetti» (§ 76), ma la «libera» solo nel senso che la priva della sua vocazione ad una ricerca senza dogmi. Quanto alla presunzione, invece, essa è da tempo, almeno da quando Kant privilegiò come compito della filosofia proprio l’indagine sui limiti della ragione, appannaggio proprio dei rinnovati tentativi di restaurare la metafisica (anche come oltrepassamento della medesima, eventualmente).

             La credenza tra illusione e conoscenza

In Fides et ratio il solo tentativo di dimostrare, o almeno di argomentare anche per il non credente, che nel presupporre la fede la ragione non solo non rinuncia a se stessa, ma che anzi «è la fede che permette a ciascuno di esprimere al meglio la propria libertà» (§ 13), è la ricostruzione del processo di accumulazione del sapere in quanto basato sulla identità fra ricerca della verità e fiducia personale, tra conoscenza e affidamento. E proprio in questa «dimostrazione» risplende il qui pro quo logico (e ontologico) che funziona da inesausto alambicco nella produzione dei rovesciamenti di senso (e di realtà) che abbiamo incontrato e incontreremo e il cui nome, in questa enciclica, è legione.

«L’uomo non è fatto per vivere solo» (§ 31). Da questa ovvia affermazione, e dall’altra, altrettanto ovvia, che «fin dalla nascita si trova immerso in varie tradizioni» che si presentano come «molteplici verità a cui, quasi istintivamente, crede» (ibidem) viene fatta discendere la conclusione che anche nella vita adulta, dove tutto viene «vagliato attraverso la peculiare attività critica del pensiero (…) le verità semplicemente credute rimangono molto più numerose di quelle che egli acquisisce mediante la personale verifica» (ibidem). Ineccepibile. Solo che qui, sotto l’apparente banalità, è già occultata e predisposta una surrettizia interpolazione. Lo spartiacque del nostro universo gnoseologico, infatti, non è affatto quello che contrappone conoscenze verificate di persona e conoscenze semplicemente credute. L’enciclica stessa sottolinea, del resto, che nessuno «sarebbe in grado di vagliare criticamente gli innumerevoli risultati delle scienze su cui la vita moderna si fonda» (ibidem). Quasi tutte le nostre conoscenze, appena superata la soglia di una complessità assolutamente primitiva, non sono più acquisite per esperienza personale. Questo significa che lo spartiacque tra conoscenze valide e mere illusioni contrappone affermazioni che sono, le une e le altre, «credute». E che la differenza è tutta nel perché (dunque se) meritano di essere credute. Cioè nella differenza di procedure che portano a quelle affermazioni. Il fatto che siano entrambe «credenze» è il lato generico e assolutamente insignificante che le accomuna. Ma è la loro differenza specifica (per usare una terminologia aristotelica che dovrebbe essere cara ad ogni tomista) l’unico elemento significativo. Se si prende invece  il predicato generico che accomuna gli enti,  e lo si ipostatizza o trasforma in categoria, ogni abuso è consentito. Una carrozza e una zucca vuota sono entrambi oggetti inanimati – esattamente come la formula della relatività e le risposte dei tarocchi sono entrambe «credenze» – ma solo nelle favole le zucche passano a prendere le cenerentole per portarle a perdere una scarpetta fatale. A «ragionare» così si dimentica la ragione, anziché la scarpetta. E si incontra solo il principe azzurro dell’illusione. La «logica» qui usata dall’enciclica porta addirittura alla bestemmia: un papa e un panda (absit iniuria verbis) appartengono entrambi al «genere animale», ma nessun conclave potrà mai eleggere un panda.

E’ del tutto abusivo, perciò, dire che «l’uomo, essere che cerca la verità, è dunque anche colui che vive di credenza» (ibidem), se non si chiarisce come essenziale che la generica categoria di «credenza» occulta le vere e insanabili differenze fra modalità opposte e incompatibili di ricerca della verità. Una «credenza» accertata secondo rigorose procedure di controllo intersoggettivo di un’ipotesi, e sottoposta senza successo a tentativi sistematici di confutazione in condizioni standard di laboratorio, e controllabile in via di principio da chiunque attraverso la reiterabilità degli esperimenti, è certo una «credenza», nel senso che la si crede anche senza averla effettuata di persona. Ma ha solo questo in comune, dunque nulla di significativo in comune, con la «credenza» negli extraterrestri poiché l’ospite di un talk-show, o una lontana cugina, asserisce di averci fatto perfino del sesso. «Credenza» è qui solo il comune e fuorviante flatus vocis di due procedure antitetiche di accertamento della verità.

Non esiste dunque una categoria «conoscenza-per-credenza», ma forme diversissime di credenza con status conoscitivi altrettanto diversissimi, fino alla contrapposizione, cui spettano nomi propri che quelle diversità mettano in evidenza. La stregoneria non è la medicina, infatti, come l’alchimia non è la chimica e l’astrologia non è l’astronomia e la «smorfia» non è la psicoanalisi e la divinazione non è la meteorologia e il creazionismo non è il darwinismo, benché tutte siano «credenze». Con gradi di «verificabilità» tutti diversissimi, però.

E’ irrilevante, perciò, l’affermazione che «nel credere, ciascuno si affida alle conoscenze acquisite da altre persone» (§ 32), poiché per decidere sulla validità gnoseologica di tale «affidarsi» contano le procedure con cui è costruita la catena delle acquisizioni, poiché – ripetiamo fino alla nausea qualcosa che dovrebbe essere ovvio ma evidentemente ovvio non è – non è la stessa cosa se la fiducia dell’«affidarsi» nasce da simpatia personale o da intersoggettivi e sistematici controlli di laboratorio.

Ma lo scambio attraverso cui il predicato generico di ogni conoscenza (o «conoscenza»), la «credenza», viene innalzato a soggetto, e le forme specifiche e contrapposte della stessa (scienza, stregoneria, favola, e via elencando) – unici soggetti reali – vengono presentate invece come predicati, come varianti di una medesima attività, non è un qui pro quo innocente. Svolge una funzione precisa. Serve ad annullare la differenza tra le pretese di validità  — più o meno o niente affatto fondate — delle diverse «credenze», annullandone lo status. Di modo che, se tutto è credenza, e ogni conoscenza un mero affidarsi, non contano le procedure di controllo ma la caratura emotiva di «un rapporto stabile e intimo» con cui «l’uomo, credendo, si affida alla verità che l’altro gli manifesta» (ibidem).

Verità e/o sacrificio

E’ così preparato il rovesciamento estremo. La verità è corroborata non già dall’anonima freddezza dei controlli intersoggettivi, ma testimoniata dalla disponibilità personale al sacrificio. «Il martire è il più genuino testimone della verità dell’esistenza» (§ 32). Era già la posizione di Pascal: «Io credo solo alle storie i cui testimoni sono pronti a farsi sgozzare» (397 Chevalier, 593 Brunschvicg). Anche il kamikaze, perciò. Anche i suicidi della setta di Hale-Bopp. Anche il militante della jihad che si lascia saltare in aria dentro una macchina imbottita di plastico in un mercato ebreo pieno di donne e bambini, infine. In verità, la disponibilità a morire per una «credenza» ci dice tutto sulla intensità con cui essa è vissuta, ma nulla sulla sua affidabilità in termini di verità. E troppo spesso i martiri, come ricordava Camus, finiscono per essere solo l’alibi dei bigotti (Essais, La Pleiade-Gallimard, Paris, p. 578).

Il bisogno di azzerare i diversi gradi di conoscenza nella «credenza» indistinta (che l’enciclica dispone poi gerarchicamente, però e contraddittoriamente: dalla vita quotidiana e dalla ricerca scientifica fino alla religione, passando per la filosofia) viene fatto valere anche come insopprimibile esigenza esistenziale: l’uomo come «colui che cerca la verità» rifiuta di «fondare la propria vita sul dubbio, sull’incertezza o sulla menzogna» (§ 28), incunaboli di angoscia. Ora, va da sé che tanto il dubbio come l’incertezza e infine la menzogna non sono la verità. Ma, per il resto, il rapporto alla verità è nei tre casi diversissimo. Nella ricerca scientifica, anzi, il dubbio è uno strumento di lavoro irrinunciabile (la filosofia lo esige sistematico, a partire da Cartesio anticipato da Agostino) che nulla ha in comune con la menzogna. Anzi. E l’incertezza produce bensì paura (tutto il «progresso» può anche essere visto come la lotta per ridurre l’incertezza) ma non è mai del tutto eliminabile dalla vita, e forse costituisce la cifra e la struttura stessa dell’esistenza. La sua «verità», volendo, non certo una menzogna. Più precisamente: solo riconoscendo che la vita è anche incertezza e frustrazione ci si sottrae all’infantile delirio di onnipotenza – le citazioni freudiane in proposito sono volumi.

La fallacia dell’amalgama, che presenta come funzionalmente equivalenti dubbio incertezza e menzogna, serve semplicemente a «dimostrare» che «nel più profondo del cuore dell’uomo è seminato il desiderio e la nostalgia di Dio» (§ 24), e che dunque inconsapevolmente credente è anche lo scettico e l’ateo, poiché altrimenti non sarebbe uomo: «La religiosità è costitutiva di ogni persona» (§ 81). Ma una «logica» siffatta, che definisce non-uomo chi non partecipi dell’identità di un gruppo (qui lo scettico o l’ateo rispetto al credente) è la stessa per cui gli indiani guayaki studiati da Pierre Clastres chiamano se stessi Aché, semplicemente le Persone o gli Uomini, poiché tali non sono i nemici. Non-uomini, appunto.

Ma senza arrivare a tanto (benché questo implicitamente, anche inconsapevolmente, contenga la «logica» dell’enciclica), la tradizione argomentativa apologetica, già con Agostino, se ha voluto parlare anche al non cristiano, da Dio ha sempre dovuto non già partire, ma a Dio arrivare partendo da un più laico «desiderio» iscritto nel profondo dell’uomo: il desiderio di felicità e immortalità. Il risultato non cambia, comunque. Nasca il desiderio di Dio da quello di felicità/immortalità, o ne sia indipendente, resta che il desiderio non può essere criterio di verità.

               Contro l’individuo e la democrazia

E siamo con ciò tornati all’inizio. Al desiderio che si fa prova, cioè alla «logica» dell’illusione. Al wishful thinking, quel «pio desiderio» con cui l’espressione italiana sintetizza compiutamente le tesi freudiane sul carattere della religione, sulla sua fuga consolatoria dalla realtà.

Ma è così certo che solo l’illusione possa salvarci? E, ancor più modestamente, è almeno sicuro che «credere nella possibilità di conoscere una verità universalmente valida» (§ 92), quando poi questa non può non coincidere con la particolarissima «verità» della Chiesa di Roma, «non è minimamente fonte di intolleranza» ma «al contrario, condizione necessaria per un sincero e autentico dialogo tra le persone» (ibidem) ?

Per intanto comporta il rifiuto dell’individuo: «Siamo noi ad appartenere alla tradizione, e non possiamo disporre di essa come vogliamo» (§ 85). Che non è la semplice constatazione di un fatto, cioè dell’influenza che comunque eserciterà su di noi la tradizione in cui veniamo cresciuti, quale che sia la distanza critica che poi instaureremo «illuministicamente» con essa. Qui si vuole proprio sottolineare, in consonanza piena con una «fissazione» di Comunione e liberazione che il papa ha sempre apprezzato moltissimo, come assiologicamente la tradizione venga prima rispetto all’individuo e alla sua critica libertaria, alla sua pretesa di autonomia. Ma è proprio questa tesi che apre un varco di legittimazione ad ogni integralismo e fondamentalismo, poiché privilegia la «personalità» di una tradizione come concretezza di radici, rispetto alla dissipatoria astrattezza dell’individuo che la contesta. Ma con ciò viene meno ogni argomento per condannare il multiculturalismo disumano che in nome della sacralità di una tradizione («a cui apparteniamo e di cui non possiamo disporre») impone alle ragazze la mutilazione del piacere o alle adultere il piacere della lapidazione.

Oltre al rifiuto dell’individuo, e conseguente ad esso, l’illusione dogmatica fondata sulla logica del desiderio mette in discussione anche la democrazia. Non è accettabile, per il papa polacco, «una concezione della democrazia che non contempla il riferimento a fondamenti di ordine assiologico e perciò immutabili» (§ 89), che poi coincidono, come sappiamo, con l’insegnamento morale della Chiesa. Già Pio XII, così distratto nel denunciare il totalitarismo nazista, e riluttante nell’abbracciare la democrazia, accettata tardivamente e faute de mieux, la pretendeva poi cristiana, quella democrazia, altrimenti era di nuovo anatema. Ma qualcuno, soprattutto cattolico, aveva immaginato che con il Concilio…

Sia chiaro: il rapporto fra consenso e fondamento resta un problema cruciale della teoria democratica. Il principio di maggioranza, irrinunciabile, non può essere usato per contraddire ciò che lo legittima, cioè i diritti giuridici e politici di ogni individuo, poiché di tutti gli individui (cioè di ciascuno) è fatta la sovranità che attraverso il principio di maggioranza si esercita. Ma la preoccupazione del papa non ha nulla a che fare con questa tematica. Karol Wojtyla vuole solo impedire che una tutelata libertà dei singoli possa decidere in difformità dal magistero cattolico quando siano in gioco divorzio, aborto, contraccezione, eutanasia, protezione dall’Aids, e il crescente ambito delle controversie bioetiche. In tutti questi campi, ogni legge che al papa sembri «contro natura» viene dichiarata illegittima, e antidemocratico ogni parlamento che la voti. Non è per diffamante eccesso retorico, dunque, ma per coerenza con la sua idea di «tolleranza», che Giovanni Paolo II ha messo sullo stesso piano aborto e Olocausto, e tratta dunque ogni donna che interrompa la gravidanza alla stregua di un ufficiale delle SS che getta bambini ebrei nel forno di Auschwitz.

            ‘Wishful thinking’ come prova ontologica            

Eppure, benché l’enciclica riproponga un integralismo datatissimo e dall’afflato preconciliare, riscuote consensi assai vasti, fino alla genuflessione acritica, anche fra i non credenti. Almeno in Italia. Gioca la sua parte il conformismo, naturalmente. Ma non spiega tutto. La forza del papa, il motivo della fascinazione che esercita, nasce non dalla forza dei suoi argomenti ma dai fallimenti del mondo laico, dalle promesse del disincanto, eluse e deluse.

Il papa ha buon gioco a ricordare che «uno dei dati più rilevanti della nostra condizione attuale consiste nella “crisi del senso”» (§ 81) ma è del tutto problematico, invece, che essa nasca dalla «frammentarietà del sapere», che spinge «non pochi a chiedersi se abbia ancora senso porsi una domanda sul senso» (ibidem) e che in questo nichilismo, soprattutto come «diffusa mentalità» (§ 46), sia la radice di «una delle maggiori minacce, in questa fine di secolo, la tentazione della disperazione» (§91).

Questa «tentazione» nascerebbe dal fallimento dell’«ottimismo razionalista» incapace di prevedere «l’esperienza del male che ha segnato la nostra epoca» (ibidem), fra cui l’Olocausto, di gravità eguale all’aborto, abbiamo visto. E poiché qui traspare di nuovo una tesi ripetuta in tutte le encicliche di questo papa, la legittima filiazione dei totalitarismi dall’illuminismo – come dire Hitler e Stalin nipotini di Voltaire! – sarà bene ricordare che oltre alla disperazione esistenziale dei sazi di Occidente, altre disperazioni meno opulente percorrono il mondo. La fame da sovrappopolazione, ad esempio, che nessuna politica potrà mai fronteggiare, senza una battaglia antidemografica in cui un po’ di illuminismo suonerebbe quanto mai opportuno, visto che sarebbe non già puerile ma criminale pensare di affidarla al generale Ogino-Knaus e ad altri marchingegni di affidabilità apostolica romana. Quanto alla crisi del senso. Essa non nasce dalla «frammentarietà del sapere». Nasce dal sapere in quanto tale, dalla scienza moderna con la sua logica di disincanto. E se si intende dire che è il disincanto a precipitare l’uomo nell’abisso di un universo sempre meglio conosciuto ma sempre più freddo e vuoto, perché conosciuto come privo di senso, si dice la verità ineludibile della modernità, quella che ci rende ormai responsabili del senso. Esso, infatti, dipende interamente da noi, non come conoscenza – nell’universo sono introvabili i cromosomi del senso – ma come creazione, fragile e provvisoria invenzione sempre esposta allo scacco. Questa è la realtà, nella sobrietà del disincanto, anche se può apparire disperante per chi non rinuncia a pretendere che il desiderio implichi la realtà della soddisfazione – il wishful thinking come prova ontologica.

Perciò non è vero affatto che «la sete di verità è talmente radicata nel cuore dell’uomo che il doverne prescindere comprometterebbe l’esistenza» (§ 29). E’ vero l’opposto, e l’enciclica stessa lo proclama, con parole tanto più esatte quanto indirizzate ad opposta finalità: «Succede anche che l’uomo addirittura la sfugga (la verità) non appena comincia ad intravederla, perché ne teme le esigenze» (§ 28). Non si potrebbe dire meglio, per raccontare una post-modernità in fuga dall’eredità illuminista e dalla consapevolezza del disincanto. In fuga da quella ferita al nostro narcisismo, da quella delusione del nostro desiderio di immortalità che si fa desiderio di Dio, da quella verità che ci rimanda la finitezza come orizzonte della esistenza. Che, fin dall’inizio, ci annuncia l’esistenza come irrimediabilmente finita.

Contro questo verdetto della modernità e della sua scienza, possiamo far fronte solo pensando, con Leopardi, l’atroce assurdità della vita, o agendo, con Camus, per riscattarla nella fragilità, sempre esposta, dell’impegno con gli altri: «solitaire, solidaire».

Inutile illudersi: sappiamo tutto. Almeno e proprio in risposta alle famose domande: chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita? Siamo un quasi nulla, selezionati dal caso contro ogni probabilità e per infinite contingenze (dalla comparsa della vita all’evoluzione di queste specie), e nell’arco di questa finitezza – dove il dolore non ha scopo e ad esso sappiamo anche aggiungere l’ingiustizia – concluderemo la nostra esistenza.

Ma quando si chiede una «risposta» si pensa ad altro. Alla possibilità che l’esistenza – ineludibilmente così – abbia anche un senso. Non può trovarlo, però, poiché esso non è. Possiamo solo provare a crearlo, costruendo una con-vivenza che renda l’esistenza significativo essere-con-gli-altri. Tutto qui. La cittadinanza per tutti e per ciascuno, appunto. Ma proprio questa promessa del disincanto sembra oggi elusa. Proprio all’eguaglianza delle dignità sembra che oggi si rinunci, nella forma regolativa dell’approssimazione, financo. Ogni qualvolta che, per tragico realismo, viviamo come nemico da respingere il clandestino che assedia il nostro benessere con ondate inarrestabili di immigrazione da povertà. Ed è solo un esempio fra mille.

Ovvio, allora, che il tracollo dell’eguaglianza, questa metamorfosi secolarizzata dell’universalismo evangelico, rilanci il cristianesimo come salvezza metafisica, e con esso ogni religione ed ogni metafisica illusione, comunque travestita. Altrettanto doveroso non stupirsi, però, se questa rivincita di Dio – una volta usciti dall’ottica provinciale di un’Italia che ospita il Vaticano – si presenti più spesso con il fanatismo della jihad e le rivendicazioni di suolo e sangue, o con il consumismo degli imbonitori telematici e della new age, o con l’overdose delle sette pronte al suicidio, che non col ritorno alla testimonianza del Vangelo.

  Cattolicesimo del conformismo e cristianesimo del Vangelo

Resta da spiegare la contraddizione di questa enciclica: perché si rivolge al mondo e ai filosofi, se poi usa argomenti che per convincere presuppongono la condizione della fede?

Si ha l’impressione di un doppio movimento. Primo movimento: Karol Wojtyla solo formalmente si rivolge ai vescovi, e per loro tramite a tutti i fedeli, ma in realtà (e del resto esplicitamente) vuole parlare al mondo e a tutti i filosofi. Secondo e più segreto movimento: solo apparentemente Karol Wojtyla si rivolge anche al mondo, perché in realtà mira solo a recuperare la piena ortodossia di fedeli sempre più (dis) incantati dalle sirene del mondo. Giunto al termine del pontificato, la sua preoccupazione ultima sembra non essere più né il comunismo, Babilonia definitivamente sconfitta, ne il consumismo, Babilonia più che mai trionfante, ma una deriva protestante nella Chiesa e nella teologia, un cristianesimo senza cattolicesimo, un Vangelo senza gerarchie né obbedienza, una fede senza dogma.

Ma è solo attraverso un cristianesimo vissuto come testimonianza pratica del Vangelo, che la Chiesa può oggi parlare a chi non crede. facendolo perfino arrossire. Colpisce, perciò, che Wojtyla condanni in questa enciclica «una cristologia “dal basso”» (§ 97), così come nelle precedenti la teologia della liberazione (e come papa Pacelli i preti operai). Colpisce ma si spiega. Per il papa – che teme la deriva protestante – sono inaccettabili le opere senza la fede, o la fede come semplice motìvazione alle opere (un ennesimo caso di eterogenesi dei fini, oltre tutto). Il papa vive come insopportabilmente pericoloso un cattolicesimo debole. Cioè un cristianesimo gerarchicamente debole anche se evangelicamente fortissimo.

Uno degli obiettivi polemici centrali dell’enciclica diventa perciò la «teologia debole» (come ieri quella della liberazione), e perciò l’ermeneutica di ascendenza heideggeriana e le filosofie «deboli» che di quella teologia sono il brodo di coltura. L’invito alla filosofia a non darsi traguardi modesti va inteso quindi esclusivamente come rifiuto di queste filosofie (oltre che di quelle di filiazione illuminista, che sono però bestie nere comuni al papa e agli heideggerismi) e della loro critica della metafisica tradizionale. Un monito perché la teologia non ne ascolti le sirene. Vuole insomma legare la teologia all’albero di una tradizionalissima metafisica tomista, e tappargli le orecchie con la cera dell’ortodossia, contro ogni Scilla dell’illuminismo e Cariddi dell’heideggerismo. Critica paradossale, perché pensieri «deboli» e altre ermeneutiche di ascendenza heideggeriana, oggi molto spesso egemoni nel panorama filosofico, rappresentano il solo alleato possibile del papa, filosofìcamente parlando, contro la modernità.

In realtà, è solo nel cristianesimo delle opere, della fedeltà al Vangelo, dell’impegno a fianco degli ultimi, che il non credente trova la sua pietra d’inciampo, poiché in ciò deve affrontare l’hic Rhodus del disincanto: se e come sia possibile passione per il relativo e impegno altruistico non fondato sulla trascendenza. Difficoltà che ha già vissuto come antinomia, visto che l’indignazione per l’ingiustizia ha dovuto prendere le forme dell’ideologia, del surrogato di religione, per muovere le masse. Con gli esiti totalitari che sappiamo.

Solo questo cristianesimo delle opere, allora, e non il pensiero filosofico – meno che mai nella parodia che pretende di giudicare secoli di travaglio critico con la «attualità» del tomismo – «è spesso l’unico terreno di intesa e di dialogo con chi non condivide la nostra fede» (§ 104). Ma quale fede? Poiché l’enciclica mette in luce proprio lo scarto crescente fra due modi di essere cristiani, quello dell’ortodossia e del potere, e quello del Vangelo e dell’impegno. Che ex professo fanno tutt’uno, ovviamente, ma che nel privilegiamento pratico di uno dei due lati sempre più configurano due religioni sotto gli stessi riti. Karol Wojtyla vuole impedire la lacerazione, ma solo riportando alla cattività dell’obbedienza il cristianesimo della testimonianza.

LE NOTE E LA BIBLIOGRAFIA SONO ALLA FINE DELLA PARTE SECONDA DI QUESTO ARTICOLO

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