Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

(Ottobre 2009)

PARTE I

        Entro di nuovo in questo argomento per le provocazioni che continuano in questo Paese dove, dati i governi ossequienti, la Chiesa delle gerarchie sembra possa dire ciò che vuole, anche e soprattutto delle sciocchezze.

        Alcune premesse sono indispensabili perché si ha a che fare con disonesti che cambiano continuamente le carte in tavola: il cittadino credente, di qualunque fede, ha tutto il diritto di esserlo e, per questo solo fatto, non sarà mai al centro di polemiche. La fede aiuta chi ce l’ha. Ma sulla fede, troppo spesso, incombe la dottrina, la gerarchia, le frasi apodittiche inventate per opprimere il prossimo.  

        Cosa fa lo scienziato, credente o no ? Ha di fronte a sé ciò che in linea di massima si chiama natura e tenta di capire come funziona. Attenzione il lavoro è sul come e non sul perché. Lo scienziato non ha il libro della verità rispetto al quale confrontare le cose che scopre. Ha delle idee, dei preconcetti, che gli discendono dalla sua formazione culturale e preparazione tecnico scientifica ma sa che, se vi sono dei fatti che mettono in discussione i preconcetti, questi ultimi debbono essere abbandonati. 

        Cosa fa la persona guidata dai libri sacri, qualunque essi siano ? Ogni dato del mondo esterno, ogni fenomeno, ogni problema viene rapportato a ciò che dicono quei testi dai quali viene sempre estratta la frase che giustifica tutto. Se ciò è possibile non vi sono problemi r tutto marcia tranquillo ma se la frasetta non si trova o, peggio, se vi è la frase che afferma il contrario o cose diverse da ciò che ci troviamo di fronte allora inizia il dubbio su ciò che è in contrasto con la verità rivelata. Ogni fenomeno non rientrante in ciò che dicono i libri è negato o gli è imposta una spiegazione che riporti il tutto a questa verità.

        Vi è una questione su cui spesso si sorvola e che è invece da risolvere prima di qualunque discussione. Quei testi sono stati scritti da uomini molti secoli fa. Si trattava di persone certamente in buona fede, certamente al massimo della conoscenza possibile all’epoca ma, altrettanto certamente, primitivi e incapaci di cogliere un mondo che si estendesse al di là delle Colonne d’Ercole. Non hanno fatto nulla di male. Anzi. Hanno tentato di organizzare un codice di comportamento attraverso favole esemplari o racconti tramandati o leggende edificanti o … codice per i popoli che, contrariamente ai redattori, erano profondamente ignoranti, popoli di pastori nomadi o, al massimo, agricoltori organizzati in tribù. Nei racconti fantastici vi è una legge che non era scritta in altro luogo in quanto nei deserti non vi è uno Stato, una qualche regola. Funziona l’occhio per occhio perché non vi sono prigioni e chi ruba qualche pecora rischia di far morire di fame la famiglia che di pecore ne ha poche. E chi scrive questo ? Un pastore qualunque un poco più acculturato ? Se così avesse affermato sarebbe stato preso a sassate. Solo Dio, un’entità che tutto può e tutto vede, è l’artefice di quei libri. Quindi Dio, il soprannaturale, che ha mille motivi di apparire, specialmente nei deserti, nei digiuni, sotto i raggi del sole, senza acqua, … E’ questo Dio che è artefice, per interposta persona, di tutto ciò che è scritto in quei libri. Un Dio speciale che si fa umano e che soffre delle peggiori malattie dell’uomo, in primis la vendetta. E’ iracondo, geloso, possessivo, invidioso, crudele, guerrafondaio, furbastro, smemorato, … per ovvi motivi d’immaterialità gli mancano le prestazioni e deviazioni sessuali che però non mancano al suo popolo, soprattutto ai profeti da lui scelti, che hanno furibondi rapporti con le figlie da cui viene fatto discendere un intero popolo. Popolo feroce come il suo Dio. Popolo che ha sterminato altri popoli per impadronirsi di terra non sua. E tutto questo per volere di Dio. Quale Dio ? Ma il suo, cribbio ! E gli altri popoli ? Che muoiano perché quello scelto da Dio possa sopravvivere. Un Dio antesignano del Dio degli eserciti che sta dalla parte dei buoni che sono quelli del popolo a cui chi scrive appartiene. Il Dio è certamente credibile e solo se il profeta è da lui ispirato e se sa fare qualche gioco di prestigio o conosce qualche segreto di natura come il miraggio (ah, lo scienziato in erba !), risulta degno di rispetto. Tremila anni fa dei volenterosi hanno fatto un ottimo lavoro, hanno descritto con il mito un popolo e le sue migrazioni, attraverso storie che indicavano il modo di agire di comportarsi. Quel Dio era e non poteva essere altro il Dio di quel popolo, nel bene e nel male. Quel Dio non ha mai preteso di essere Dio di tutti i popoli e solo chi si riempie la bocca di cose sacre senza aver mai letto i testi sacri può dire il contrario.

        In questa operazione non vi è nulla di criticabile storicamente. E’ un viatico di salvezza prima materiale e poi di consolazione. Una guida completamente umana per degli uomini aggrediti da natura ostile e da molti respingimenti per intolleranza di ogni popolo per altri popoli. Siamo, dicevo, a tremila anni fa.

        Poi, in quella stessa terra venne fuori un dissidente. Da chi dissentiva ? Poteva dissentire da Dio che aveva scritto i libri ? No, anche lui doveva richiamarsi a Dio ma con un altro messaggio rispetto al precedente. Ora il richiamo era ad altro codice di vita, di morale, di rispetto. Dio vuole altro. Dio non vuole più ladri, intolleranti, corrotti, simoniaci, … non vuole l’occhio per occhio, vuole la modestia, la semplicità, il rispetto per gli altri, la non sopraffazione del ricco sul povero, la pari dignità di tutti, dell’occuparsi delle cose di fede come fatto separato dalle cose di Stato. Discorso storicamente eccellente. Una grandissima novità. Ancora Dio che, senza avere ammazzato l’altro, si presenta con altro volto (seicento anni dopo vi sarà un altro Dio che liquiderà questi due senza riuscire ad ammazzarli).

        Fin qui storia, mito, racconti edificanti, … poi la struttura dei preti-apostoli che ha voluto imbalsamare tutto questo è farlo diventare VERO per sempre. Così che ogni azione del nostro mondo ha una didascalia in versetti biblici. E poiché in quei libri vi sono milioni di parole è molto facile mediante le combinazioni con ripetizione raggiungere messaggi infiniti che vanno bene dappertutto. E c’è chi crede alla struttura messa su da questi preti che, da poveretti ed ignorantelli quali erano, sono diventati un potere politico ed economico gigantesco.  Hanno mescolato nel torbido nei lati peggiori della natura umana, nelle paure della morte, degli affetti, delle paure in genere, delle malattie, … per affermare se stessi. Vi sono milioni di persone che credono a questa struttura ? Non ho nulla da dire ma mi sia permesso il dispiacermi di quella che ritengo una negazione della propria intelligenza. Oltre questo niente contro i credenti ma moltissimo contro i padroni di questi credenti. Contro una gerarchia coltissima ma ottusissima ed in totale malafede e, ad evitare che anche le cose che io dico siano intese come provenienti da qualche libro sacro, tenterò di mostrarne la fondatezza nelle prossime pagine.

PRIMA LA FEDE

        L’unico primato che ha la fede sulla scienza è la primogenitura. Non poteva che essere così. L’uomo impaurito da una natura avversa che si accanisce in ogni modo contro la sua esistenza, anche solo con un male di denti con il quale morivano anche dei giovani faraoni, non può che affidarsi alla magia propinata da qualche ciarlatano o al volere di un essere superiore. Qualche formula magica, qualche preghiera e .. speriamo bene. Poteva nascere la scienza in queste condizioni ? La sua nascita richiedeva la conquista di varie cose. Prima di tutto dalla scrittura (VII secolo a.C.), quindi di una scuola, della conquista del pensiero logico, della fiducia nella capacità dell’uomo di poter fare delle cose mediante il pensiero e la ragione. Tutto questo nacque con il pensiero greco, con l’ellenismo, con ciò che faticosamente e stupendamente si costruiva mentre Paolo di Tarso scorrazzava per il Medio Oriente senza mai fare un cenno alle cose meravigliose che da quelle parti venivano realizzate

DALL’ELLENISMO AL CRISTIANESIMO

        L’espandersi dell’Impero di Roma mise fine alle grandi conquiste civili e scientifiche dell’ellenismo. Qualcosa restò ed anche qualche personaggio di rilievo, come Claudio Tolomeo, ma inesorabilmente, a partire dalla seconda metà del secondo secolo a.C. iniziò un inarrestabile declino. Le diverse interpretazioni che sono state fornite a proposito di questo declino, concordano su alcuni punti. Innanzitutto fu graduale; iniziò all’incirca intorno al II secolo a.C. e si accentuò molto dopo il II secolo d.C.; in pratica il processo di estinzione può dirsi concluso a cavallo del V e VI secolo d.C. Vediamone le cause e facciamo qualche considerazione. Allo scopo alcuni riferimenti possono essere utili.

        Nel 212 a.C. era stata saccheggiata Siracusa. Per molti anni Roma continuò a distruggere e saccheggiare molte città di cultura alessandrina. Gli abitanti venivano resi in massa schiavi di Roma ed erano la merce colta per i ricchi patrizi che li assegnavano come istitutori per i figli i quali, crescendo, erano un poco meno barbari. I libri, depredati da ogni biblioteca meno che da quella di Alessandria, facevano parte del bottino ma spesso, a parte gli schiavi greci, non vi era chi fosse in grado di leggerli, anche se erano un bell’ornamento in casa dei ricchi barbari di Roma. Servivano divulgazioni senza troppi conti e complicazioni. E ciò gradualmente si fece. Apprezzate erano la letteratura e la poesia. La stessa filosofia suonava strana e forse pericolosa per il potere quando era compresa; e proprio perché era complicato seguire le differenti argomentazioni ci si ferma su Aristotele, Platone e Pitagora (quest’ultimo, grazie alla numerologia dei neopitagorici, permette ancora una flebile esistenza della matematica). Il ciclo distruttivo si concluse nel 146 a.C. quando Roma si impadronì di tutto con la distruzione di Cartagine e Corinto (con il seguito poi del saccheggio di Rodi, uno degli ultimi baluardi ellenistici, del 46 a.C.,  e della conquista di Alessandria (anche se una qualche autonomia fu concessa alla città, tanto da sopravvivere addirittura all’Impero romano) del 30 a.C., con i sovrani ellenistici (Tolomeo VIII) ossequienti al padrone romano che aiutarono con la cacciata della comunità greca. Vi fu una diaspora, una fuga, soprattutto verso le uniche strade aperte, quelle che portavano ad Oriente. Ed una comunità scientifica, sradicata dal suo contesto è finita per sempre. Si mantengono le singole persone ma poi tutto finisce quando si secca la scuola come fonte.

        Una delle drammatiche conseguenze è la caduta dell’economia dell’intera area mediterranea, precedentemente facente capo proprio ad Alessandria ed il benessere economico è una delle basi su cui può svilupparsi la cultura. Ora è sempre Alessandria che produce merci e le esporta a Roma (più di quante ne partano da Roma verso Alessandria, come attestano varie testimonianze dai porti di Roma) ma i benefici di tali commerci tornavano a Roma mediante il sistema di tassazione.

        Con Roma, alcuni fenomeni di irrazionalismo, mantenuti al margine dalla cultura positiva, avanzarono inesorabilmente. Gli apparati di potere dei regni ellenistici nati dalla diaspora avevano optato per divinizzare l’autorità cui si dedicavano culti appositi; lo Stato aiutava il diffondersi di superstizioni; le prime conoscenze chimiche mescolate con la sempiterna magia originavano l’alchimia; la complessa e possente astronomia diventava uno straccio di astrologia; la Fortuna cieca diventava una divinità che si sbarazzava degli dèi antropomorfi; a fronte degli scienziati emigrati in Oriente, dall’Oriente arrivavano culti misterici misti a Vangeli esotici che annunciavano la Redenzione, a magie e riti particolari. Le pseudoscienze avanzarono inesorabilmente e restano in ottima salute anche oggi. Vi era stato un passaggio della scienza dalle mani di uomini liberi e rispettati a funzionari pagati dallo Stato ed ossequienti al sovrano. La scienza divenne il commentario di un tale autore a manuali estremamente semplici che via via sostituivano gli originali che si perdevano inesorabilmente. La letteratura invece, nella sua veste di retorica ad imitazione dei classici antichi, prosperava e diventava anche palestra per maestri di virtù e formatori del carattere.

        Quindi, a partire dal II secolo a.C, si erano iniziate a diffondere nell’Impero forze irrazionali di ogni tipo, sette e culti tra cui Zoroastro, Atti, Mitra (è storicamente provato che il Dio Mitra nacque da una vergine in una grotta un 25 dicembre, che fu adorato da pastori e Magi, che fu perseguitato, che fece miracoli, che fu ucciso e resuscitò dopo il terzo giorno, …, e che il rito centrale del suo culto era l’eucarestia), Cibele, Iside, Osiride, magie ed astrologie (i taumaturghi ottengono un vasto credito; il movimento gnostico penetra a fondo in tutti gli ambienti, quelli pagani, ebraici, cristiani, greci e barbari; si accettano le rivelazioni sulla creazione; l’alchimia fa al sua comparsa e si offre agli iniziati; l’ermetismo inizia a penetrare dovunque; le qualità richieste per conseguire il sapere non sono più intelligenza, spirito d’osservazione e obiettività ma cuore puro e fede cieca, oltre ad una immaginazione delirante).      

       Tra i vari movimenti irrazionalisti che avanzavano si preparava il campo per la nascita del Cristianesimo che fu il colpo di grazia a ciò che restava del mondo ellenista. Da questo movimento mistico furono sferrati attacchi durissimi, anche cruenti contro ogni forma di cultura classica, particolarmente se scientifica. A partire dal III secolo d.C. riuscirono a fare il deserto nel mondo completando l’opera di distruzione dell’ultimo tempio di quella cultura, la biblioteca di Alessandria, con i noti fatti tragici che videro il linciaggio della matematica Ipazia quando, nel 415, ai Ctesibio ed agli Euclide di Alessandria si passò a San Cirillo della medesima città. Come dice Bourgey:

Fu questo stato d’animo a favorire lo sviluppo delle scienze occulte, astrologia e alchimia, e anche quello della magia; questa era sempre stata praticata clandestinamente, soprattutto fra gli ignoranti, ma nei primi secoli dell’èra cristiana conquista l’ambiente colto e si rivela alla luce del sole. La scienza stessa è direttamente colpita: l’astrologia fa concorrenza all’astronomia, l’alchimia soffoca le prime manifestazioni della chimica, la botanica degrada in una farmacologia ingombra di ridicole ricette, la zoologia in collezioni di “meraviglie” le une più fantastiche delle altre. I filosofi non si sanno difendere da quest’ondata antirazionalista: i Platonici sono in preda a un totale misticismo, gli Stoici ammettono i presagi e le influenze astrali; secondo loro, come secondo Plinio il Vecchio, vediamo sostituirsi allo sforzo di determinare le leggi, cioè i rapporti costanti tra i fenomeni, la ricerca di una “causa” misteriosa e universale che agisce a distanza e produce i fenomeni.

        Intanto in quel II secolo a.C. a Roma si fece strada l’epicureismo che avrà grande influenza almeno fino all’avvento del Cristianesimo. La filosofia di Epicuro è centrata sulla vita interiore e la felicità. Quest’ultima si raggiunge liberando l’uomo dalle superstizioni dell’astrologia e della religione, soprattutto se di Stato, ed educandolo alla libertà di pensiero. Uno dei pochi frammenti di Epicuro che abbiamo è stato trovato ad Ercolano e dice: “Sempre ti sia d’aiuto il quadrifarmaco e cioè: che la divinità non deve recare timore, che la morte non è paurosa, che facile a procurarsi è il bene, facile a sopportare il male“. Questi insegnamenti erano inconciliabili con le istituzioni religiose di Roma che proprio dal timore degli dèi e della morte traevano il loro potere che, a sua volta, era da sostegno a quello dei nobili presenti soprattutto nel Senato. Gli epicurei furono cacciati da Roma con accuse infamanti e l’attacco proseguì anche contro circoli culturali che andavano formandosi ad ispirazione epicurea o comunque con interessi filosofici importati dalla Grecia: il circolo degli Scipioni o degli ellenizzanti che faceva capo a Scipione l’Africano (anch’egli esiliato) ed il circolo dei populares che faceva capo ai democratici Gracchi. Uno degli schiavi tratto a Roma da Atene fu lo storico Polibio (204-122 a.C.) che divenne membro del circolo degli Scipioni. Diceva Polibio, che pure ammirava Roma:

«Oso avanzare l’ipotesi che proprio ciò che il resto dell’umanità [la Grecia colta, ndr] deride è il vero fondamento della potenza romana: la superstizione. Essa è stata introdotta in tutti gli aspetti della loro vita pubblica e privata, e con ogni artificio atto ad impressionare l’immaginazione al massimo grado. Molti si meraviglieranno nell’udire questo, ma la mia opinione è che tutto ciò è rivolto alle masse. Se fosse mai possibile fondare uno stato nel quale ogni cittadino fosse un filosofo, si potrebbe forse fare a meno di cose del genere, ma in ogni paese le masse sono instabili, piene di desideri illeciti e di violente passioni. Tutto ciò che possiamo fare è dunque di tenerle a freno con il timore dell’invisibile e con altri inganni del genere. Non a caso, ma a ragion veduta, gli antichi insinuavano nel popolo il culto delle divinità, e i timori della vita ultraterrena. La follia e la inettitudine sono nostre, giacché facciamo di tutto per disperdere tali illusioni».

         E Polibio era buon profeta se nei secoli seguenti la dottrina della religione come strumento politico acquistò credito crescente, fino alla catastrofe finale. Come gli epicurei, anche i cristiani furono accusati di ateismo perché rifiutavano la debita adorazione all’imperatore, ma infine – nello stabilire un vincolo con la Chiesa cristiana – Costantino agì per gli stessi motivi terreni che, circa mezzo secolo prima, avevano spinto Aureliano (270 d.C.) ad allearsi con gli adoratori del sole, quelli stessi che spingevano Marco Aurelio a consacrare il tempio di Mitra. E’ la religione che tiene buona la gente mentre il potere fa ciò che vuole e per poter far questo alimenta la religione.

        A lato dell’epicureismo in Roma ebbe seguito anche un’altra filosofia rivolta alla vita interiore,  lo stoicismo, molto più accetto dai ceti dirigenti e politici di Roma, che passò da essere critica del potere aristocratico ed oligarchico di Platone a roccaforte del conservatorismo alla quale aderirono anche Marco Aurelio e Seneca (quest’ultimo predicava il disprezzo per i beni terreni mentre ammassava fortune da prestiti usurai). Per gli stoici astrologia e divinazione erano pratiche degnissime e gli astri erano delle divinità. Un’altro mondo rispetto all’epicureismo.

        E Seneca, persona colta, è ancora da citare come esemplificazione di cosa era diventata la scienza della natura a Roma. Nelle sue Naturales  Quaestiones brilla nelle più stupide banalità, il finalismo stoico: perché esistono gli specchi ? Perché ci si possa rispecchiare. Perché vi sono tuono e folgore ? Per incutere timore agli uomini. E così via nella strage di intelligenza.

        Da ultimo anche il neoplatonismo ebbe dei seguaci a Roma e merita di essere ricordato perché restò l’unica corrente filosofica antagonista al Cristianesimo quand’esso diventò religione di Stato. Tra i neoplatonici l’egiziano Plotino (III secolo d.C.) insegnò filosofia a Roma. Insegnò cioè la sua metafisica oscura, prolissa, oracolare e addirittura ridicola tanto da essere apprezzato da Agostino (ed anche da Tommaso d’Aquino) che lo avrebbe visto bene tra i cristiani i quali debbono appunto a Plotino gran parte del loro pensiero. Per Plotino tutto è utile all’Universo, sono utili i mali come la povertà e le malattie che giovano a chi li subisce. Inoltre le città ben governate non sono quelle composte di uguali. Sarebbe come se si biasimasse un dramma perché tutti i suoi personaggi non sono eroi, e qualcuno di essi è un servitore, o un uomo rozzo, o uno che ha cattiva pronunzia: se si sopprimono queste parti inferiori, il dramma perde la sua bellezza, giacché senza di esse non può apparire completo. Per altri versi la natura è contemplazione, è la bellezza con essenza divina, è un’anima mossa da un’anima antecedente, ha in sé un pensiero contemplante silenzioso. E con questo anche la matematica che in Platone aveva avuto un ruolo rilevante, nei neoplatonici sparisce (accade sempre così per le parti più faticose ed impegnative di qualunque pensiero). Tanto erano convincenti le parole di chi anticipava la Trinità (l’Uno, l’Intelletto e l’Anima) che l’imperatore Gallieno pensò di fondare una città vicino Napoli dal nome Platonopoli, città che nel IV secolo Giuliano l’Apostata, anch’egli neoplatonico, cercò di restaurare. Ed anche lo stesso Agostino d’Ippona trasse ampia e copiosa ispirazione dal neoplatonismo e assorbì molta sua parte nel Cristianesimo (il disprezzo cristiano dell’esperienza il guardare dentro di sé e non fuori, l’individualismo sono figli del neoplatonismo e di Agostino). C’è da aggiungere, con Singer, che il modo di pensare neoplatonico fu portatore nell’ambito della scienza di due modi di pensare, uno dei quali nefasto: il ragionamento per analogia (attenzione non l’analogia spesso utilmente utilizzata in ambito scientifico, ma il metodo dell’analogia che dovrebbe avere forza dimostrativa). L’altro modo di pensare, una sorta di dottrina, condiviso con lo stoicismo, e conseguente per i neoplatonici al metodo dell’analogia, era appunto il considerare l’analogia tra l’universo (macrocosmo) e l’uomo (microcosmo) in quanto l’uno può essere pensato come riflesso dell’altro (per i neoplatonici, vicini in questo ai cristiani, era l’universo ad essere fatto per l’uomo in quanto suo essere privilegiato, mentre per gli stoici era l’uomo ad essere fatto per l’universo). Questa dottrina passerà agli arabi che tramite l’Islam le diffusero nell’Occidente cristiano.

        In definitiva questo era il panorama filosofico di Roma e, a parte l’epicureismo, sempre soccombente rispetto al potere, si può ben intendere che non vi era alcuna disposizione filosofica nei riguardi della scienza. Vi era la convinzione che tutto fosse stato fatto e questa convinzione circolava quando tutto era stato dimenticato. Il Cristianesimo, come accennato, convogliò l’intero pensiero irrazionale emergente da più parti. In una situazione di decadenza generale a cui si accompagnano incertezze e miseria avanzante, esso aiutò a far prevalere le esigenze religiose su quelle critiche, la fede sulla ragione. Il problema della fame si trasferì a quello della morte ed alla necessità di salvare l’anima e così i Padri della Chiesa bandirono tutto ciò che, come la scienza, non davano nulla alla salvezza dell’anima. La scienza poteva essere al massimo una causa seconda che poco aveva da sparire con la causa prima che era Dio. Questo atteggiamento vale a spiegare perché così vivaci pensatori, abilissimi nell’affrontare dispute teologiche, non abbiano prodotto nulla in ambito scientifico ed abbiano così malamente proteso i propri nervi. Solo la matematica, grazie a quanto sostenevano i neoplatonici a proposito della sua vicinanza con il mondo della divinità, era in qualche modo accettata (ma non coltivata). Va ricordata in tal senso la posizione di Agostino di Ippona (354-430). Egli era in cerca di qualcosa, all’interno dell’animo umano, che potesse resistere ad ogni dubbio scettico. Egli trova ciò e nelle verità della logica-matematica e nei valori morali. Questi valori e conoscenze sono così saldi che debbono provenire dall’esterno dell’uomo, debbono rappresentare una emanazione di Dio dentro di noi. In quel clima di caccia agli eretici ed ai pagani, osserva Gliozzi, sembra quasi che Agostino voglia salvare a priori i cultori delle matematiche. Anche se, per la verità, nelle sue opere rintracciamo un vero interesse alle questioni matematiche quando sembra dare un primato all’aritmetica rispetto alla geometria e quando discute, in contrasto con Aristotele, dell’attualità dell’infinito dei numeri interi ancorandolo, ahimé, a ragioni teologiche. Quindi, come è naturale,    in questo dilagare di impoverimento culturale a cascata, la prima vittima designata era proprio la matematica che faticosamente si era fatta strada uscendo dal fecondo terreno geometrico, intersecandolo con l’aritmetica, con i metodi analitici e con notazioni più avanzate. Tutto finito.

          In ciò che ho detto abbiamo visto dei romani colti che si avvicinavano a quella cultura ma ne capivano molto poco. Anche chi secoli dopo, come Seneca e Plinio, era affascinato dalle opere scientifiche, riusciva a leggere solo le conclusioni tralasciando procedimenti logici e metodo. Descrivevano i risultati eclatanti, come oggi fanno i giornalisti che parlano di scienza, ma dimenticavano i principi, la teoria, la fatica e la scuola che li produceva. Anche un tecnico come Vitruvio (che pure ammette la difficoltà di capire le fonti), pur vicinissimo alle fonti medesime, riesce a dire cose penose sulla scienza che avrebbe dovuto almeno lontanamente conoscere.

        Questa catastrofe culturale, questo declino generalizzato, si aggravò proprio  con l’avvento del Cristianesimo. Le esaltazioni religiose e magiche richiedono per la conoscenza: che si sia disponibili alla fede, che basta essere semplici e pieni di immaginazione, che gli sforzi della ragione non conducono a nulla, che l’intelligenza, lo studio, la osservazione non servono a nulla, che c’è Qualcuno, che tutto ha fatto, che pensa a noi.

        Astrologie, alchimie, magie e varie superstizioni sono sempre esistite ma è soprattutto con l’avvento del Cristianesimo che possono uscire dalle pratiche clandestine e diventare patrimonio dell’ambiente colto.

        Come sia potuto accadere che dalla razionalità del periodo d’oro alessandrino si sia passati a questa brutale decadenza lo possiamo intuire dalle parole di Boll, Bezold e Gundel nella loro Storia dell’astrologia:

Privo di simpatie mistiche, Aristotele, malgrado la sconfinata vastità dei suoi interessi, non si occupa della teoria astrologica. La sua dottrina dell’etere come quinto elemento sovraterreno divide nettamente il mondo al disotto della Luna dalla regione delle stelle. Eppure, la sua ipotesi che tutti i movimenti debbano in definitiva originarsi dal primo mobile, la sfera delle stelle fisse, e che quindi ogni mutamento avvenuto sull’imperfetta Terra trovi la sua causa in mutamenti numericamente stabiliti nel perfetto mondo superiore, costituisce per l’astrologia una base non meno feconda di sviluppi che la sua visione di una struttura cosmica murata e saldamente conclusa; visione che, malgrado ogni obiezione della scuola democritea, si prolunga e sopravvive fino all’epoca di Giordano Bruno.
Così, a poco a poco, maturano i tempi per l’accettazione della religione astrale e delle credenze astrologiche orientali. E’ nel periodo dell’ellenismo che queste dottrine celebrano il loro trionfo in Grecia. Solo poco tempo prima, il grande astronomo e amico di Platone, Eudosso, che pur conosceva l’astronomia e la meteorologia babilonese, aveva negato ogni credito ai «Caldei », cioè agli astrologi ed astromanti dell’Eufrate. Ma già in Teofrasto, allievo di Aristotele, troviamo ammirazione, o almeno stupore attonito, per la loro arte. Il poeta delle costellazioni e dei pronostici del tempo, Arato (intorno al 275), ignora completamente l’astrologia; eppure, la stessa popolarità, per noi  incomprensibile, del suo poema è un indizio della crescente attenzione rivolta  dai Greci al cielo stellato. E, alla fine del periodo ellenistico, le legioni vittoriose di Cesare portano il Toro come figura zodiacale di Venere, in quanto capostipite della gens Julia, in tutto il mondo conosciuto; Augusto fa pubblicare il proprio oroscopo e battere monete con il simbolo del Capricorno, il segno sotto il quale ha visto la luce; Orazio deve fugare gli scrupoli astrologici di Mecenate. La vittoria dell’astrologia orientale può dirsi ormai decisa: essa è stata riportata nei tre secoli da Alessandro ad Augusto.
Come ciò sia potuto avvenire, permette di spiegarlo l’intero corso di sviluppo, che qui possiamo soltanto sfiorare in brevi accenni, dell’ellenismo. Nella prima metà di questo periodo, l’elemento greco è quello che irrompe vittorioso nell’Oriente e, con enorme forza di espansione, nel corso e per riflesso delle spedizioni di Alessandro riempie il mondo della propria lingua e cultura. Ma, nella seconda fase, le titaniche forze primordiali dell’Asia si ribellano con vigore incorrotto agli invasori: l’aristocrazia greca, che naturalmente domina
più nelle città che nelle campagne sconfinate, subisce in misura crescente  l’influsso delle antiche religioni e abitudini di vita orientali. Ha così inizio la fatale evoluzione che finirà per distruggere il carattere peculiare della «Grecità»: gradatamente questa si allontana dal Logos, la conoscenza scientifica, onore e vanto del suo spirito, per abbracciare la Gnosis, la conoscenza mediante la visione, l’estasi, la rivelazione. Ancora agli inizi del II secolo a.C., il pensiero greco ha la forza di invadere il suolo di Babilonia con le sue più ardite dottrine; l’unico sostenitore a noi noto del sistema cosmico «copernicano» propugnato da Aristarco, Seleuco di Seleucia sul Tigri, riceve il soprannome di «caldeo», sia che fosse veramente un babilonese ellenizzato o un greco oriundo della Mesopotamia. Ma in Posidonio, il grande stoico, all’alba
del I secolo a.C., l’astrologia è al vertice della contemporanea scienza greca: chiaro segno di come i tempi siano cambiati.
Lo stesso accade per le concezioni religiose, per le quali le antiche divinità greche significano ormai ben poco; ciò spiega il trionfo, da un lato, del culto della ciecamente imperante Tyche, la dèa della Fortuna, il cui umore capriccioso fa temere ma anche sperare di tutto ai comuni mortali nelle tempeste dell’èra dei Diadochi e, più tardi, della rivoluzione romana, dall’altro del culto di Ananke o Heimarmene, il Destino inesorabilmente e spietatamente fissato dall’eternità, che, concepito in termini astrologici, fa ricadere su ogni testa mortale il peso di tutto l’universo. Alla magia e alle religioni soteriologiche si chiede, come il più importante servigio che possano rendere all’uomo, di liberarlo da un simile fardello. Da Tyche ad Heimarmene, da questa alla magia e ai culti misterici e catartici – ecco, ridotto ai suoi tratti più
elementari, il ciclo storico della religione ellenistica. (…)
Come la religione, così la scienza. Non solo la speculazione filosofica, con particolare riguardo all’influente neoplatonismo, apre le porte all’astrologia malgrado la fiera opposizione di Plotino; medicina e botanica, chimica, mineralogia, etnografia, insomma tutte le scienze della natura, ne sono più o meno imbevute, e tali rimangono fino al tardo Rinascimento. L’alchimia, anticamera della chimica, è in realtà la sorella minore della scienza astrologica, con la quale ha in comune tanti misteri.

    In linea generale si può dire che, dentro all’Impero di Roma, le richieste sono ben differenti da quelle del rigore scientifico. Leggiamo a proposito del pragmatismo dei romani cosa scrive Stahl:

Quando i Greci colti incominciarono ad incantare i nobili e i nuovi ricchi di Roma, dovettero accorgersi senza dubbio che i loro manuali erano perfettamente adatti ai loro scopi. Si può quasi supporre che i loro testi venissero concepiti non soltanto per venire letti dai Greci, ma anche per venire tradotti e parafrasati in latino. Il nobile romano era ben lieto di acquisire un’infarinatura delle discipline greche astratte, se così imponeva la moda: ma voleva soltanto gli elementi essenziali, poiché non amava perdere tempo in cose troppo complicate. […]

Il successo dei manuali fu dovuto alla loro praticità(1): i titoli più numerosi sono quelli di opere che si occupavano di agricoltura, arte militare, diritto e retorica. Si conoscono inoltre i titoli di opere riguardanti quasi tutti gli argomenti possibili e immaginabili che avevano un interesse per i Romani: farmacologia, tossicologia, metrologia, rilevamento topografico, tradizioni popolari relative ai sogni, alle pietre preziose e alle arti divinatorie di ogni genere; libri per eruditi e specialisti sulla filologia, l’ortografia e parecchi altri argomenti d’interesse antiquario; e infine, manuali per tutti i mestieri e per tutte le professioni.

Un altro tipo di libro popolare molto vicino al genere manualistico romano, sebbene a stretto rigor di termini non vi appartenesse, era la riduzione o epitome. Di solito, i Romani appartenenti alle classi più elevate erano troppo indaffarati o troppo presi da altri interessi per intraprendere la lettura di opere voluminose; furono loro a creare la richiesta di breviaria di ogni genere, riduzioni drastiche che ben di rado soddisfano 1a curiosità del lettore per quanto riguarda il contenuto e le qualità letterarie dell’opera sunteggiata. Le riduzioni offrivano comunque un altro vantaggio: riducevano di parecchio la spesa che sarebbe stata necessaria per fare ricopiare un manoscritto di numerosi rotoli. Come in Grecia i commenti alle opere famose soppiantavano spesso i testi che analizzavano, a Roma le riduzioni e le epitomi delle riduzioni, come quelle della Storia di Roma di Tito Livio, fecero cadere nell’oblio i voluminosi testi originali. Nel terzo e nel quarto secolo dell’era cristiana … queste riduzioni incominciarono ad esercitare un’influenza notevole sulla tradizione manualistica latina. […]

Non furono necessari grandi sforzi per convincere i Romani dell’utilità pratica della tradizionale preparazione retorica dei Greci. Il perfezionamento dell’abilità oratoria era sempre stato considerato un fattore importante nella preparazione degli uomini politici romani. […]

Le cose andarono in modo completamente diverso, invece, per quanto riguardava il quadrivio matematico greco. I genitori romani, rozzi e ostinati, non riuscivano a immaginare quale contributo potessero dare la matematica astratta, l’astronomia teorica e la teoria armonica alla preparazione di un giovane destinato a svolgere incarichi amministrativi o a prendere parte attiva alla creazione dell’impero. I pedagoghi greci sostenevano … che la matematica aguzzava l’intelligenza; e Polibio faceva osservare ai suoi aristocratici ospiti che la conoscenza dell’astronomia poteva tornare utile a un generale che dovesse spostare le sue legioni da un territorio all’altro. Le argomentazioni dei Greci ebbero la meglio, almeno durante il periodo in cui lo stimolo culturale fu più acuto: nelle scuole romane venne introdotto lo studio della matematica astratta, come attestano gli scrittori che ricordano di essersi annoiati, moltissimo durante le lezioni di aritmetica e di geometria. Possiamo tuttavia sospettare che questi studi teorici venissero tollerati a Roma non tanto per il loro valore intrinseco, quanto perché era di gran moda assumere pedagoghi che educassero i giovani secondo i metodi, greci. Altre reminiscenze che affiorarono negli scritti di diversi autori latini riguardano casi divertenti, non dissimili del resto da quelli che si incontrano anche nella letteratura greca: un genitore dalla mentalità molto realistica interroga il figlio sui suoi studi matematici e poi si chiede quale applicazione potranno mai trovare negli affari commerciali e nell’amministrazione del patrimonio familiare. Vi è però una differenza significativa: i lettori greci solidarizzavano con il figlio, i lettori romani con il padre. Poteva accadere che qualche nobile romano deprecasse l’importanza eccessiva attribuita alle discipline pratiche, come fa anche Orazio nella sua Ars poetica; ma la matematica pura, a Roma, si trovò sempre in una posizione precaria: dapprima vi fu una battaglia accanita per inserirla nei programmi di studio, poi venne di moda e allora fu tollerata; e infine, durante l’impero, la sua importanza nelle scuole declinò inesorabilmente.

I patrizi romani non erano contrari alle discipline che potevano contribuire a rendere più acuta l’intelligenza dei giovani. Anche se negavano tale valore alla matematica, lo riconoscevano agli studi filosofici. Non si poteva pretendere che la filosofia metafisica elaborata dai Greci solleticasse gli istinti dilettantistici dei Romani […]

I manuali costituirono il ponte attraverso il quale vennero importate a Roma le varie discipline greche. Il sistema più agevole per adattare una disciplina ai gusti e alle esigenze dei lettori latini consisteva nel preparare la traduzione di un manuale. Nei casi in cui possediamo un originale greco e possiamo confrontarlo con una traduzione o con un adattamento in latino, abbiamo modo di osservare che, quando la materia era difficile, le traduzioni erano molto libere: omettevano o parafrasavano le discussioni complicate e introducevano numerosi esempi per facilitare la comprensione da parte del lettore. […]

Per i Greci, i manuali divulgativi rappresentavano una scienza di basso livello, ma a Roma esisteva un unico livello di conoscenza scientifica: il livello dei manuali. Anche i Romani dotati della più viva curiosità intellettuale come Lucrezio, Cicerone, Seneca e Plinio, si accontentarono di attingere dai manuali la loro conoscenza della scienza greca, e non vi apportarono contributi originali. La scienza manualistica latina era antiquata fin dalla sua nascita, poiché era una sintesi di ricerche e di teorie greche che avevano già cento, duecento o trecento anni quando vennero importate a Roma. Dato che in maggioranza i compilatori latini non avevano la minima attitudine per gli studi teorici, le tradizioni manualistiche della scienza greca subivano un nuovo deterioramento ogni volta che passavano per le mani di un nuovo compilatore. La mentalità di Cicerone illustra in modo perfetto quale fosse la posizione dell’intellettuale romano nei confronti della scienza teorica. All’inizio delle Tusculanae, egli si dichiara lieto che, mentre i Greci esaltano la geometria pura, i Romani applichino giudiziosamente questo studio alle misurazioni ed ai conteggi pratici.

I compilatori latini speravano di mascherare, con un grande sfoggio di erudizione, la loro mancanza di competenza: specialistica. … Essi conoscevano benissimo la fama dei più eminenti scienziati greci, e fingevano di servirsi delle loro opere quali fonti di informazione; ma nella stragrande maggioranza dei casi la fonte immediata di una nuova compilazione latina, durante l’età repubblicana, era un manuale greco. I compilatori romani, per consuetudine, citavano come loro fonti i nomi degli autori che in realtà erano le fonti dichiarate dai compilatori greci. In questo modo, essi ottenevano un duplice risultato: assicuravano alle loro compilazioni un’autorità maggiore e mascheravano gli abbondanti saccheggi di materiale già assimilato. Molti studiosi, in passato, si sono lasciati trarre in inganno dalle citazioni tratte da opere di Eudosso, Eratostene, Archimede, Ipparco e Tolomeo. Questi riferimenti vanno respinti recisamente, non meno delle numerosissime citazioni che vengono presentate come tratte dalle opere di Pitagora, il quale non mise mai nulla per iscritto. Una parte degli Elementi di Euclide venne tradotta in latino da Boezio all’inizio del sesto secolo, questo è vero; e gli scolari romani, durante il periodo classico, studiavano compendi o estratti dell’opera di Euclide: ma sarebbe stato un avvenimento davvero straordinario se un Romano avesse compiuto un tentativo serio di comprendere le opere teoriche di Archimede, di Ipparco e di Tolomeo; e non esistono indicazioni decisive che un tentativo del genere abbia mai avuto successo.

    Quindi da un lato la mentalità pragmatica dei romani, dall’altra l’emergere di potenti spinte irrazionali, mescolate a valutazioni squalificanti per la matematica e ad una generale non conoscenza del greco che apriva voragini tra le conoscenze esistenti ed il pubblico possibile. Quest’ultima cosa si aggraverà con gli anni fino a che nessuno più conoscerà a Roma il greco e nessuno più sarà in grado, per la graduale sparizione degli schiavi, di leggere alcunché in quella lingua.

        Per capire meglio occorre integrare quanto detto descrivendo lo scenario socio economico del periodo successivo,  fornendo dei riferimenti e facendo alcune considerazioni.

          A partire dal II secolo d.C., se si escludono le importanti eccezioni di Diofanto di Alessandria (III sec.), Proclo di Bisanzio educato ad Alessandria (V sec.) e Filopono di Bisanzio direttore della Scuola di Alessandria (VI sec., cristiano dichiarato eretico dalla Chiesa nel 681), non si produce più scienza originale. Si tenta (e sarà sempre più difficile) la conservazione di quanto fatto in precedenza. I commentari dei classici vanno per la maggiore. Ma, da commentario in commentario, il classico va sparendo. Si fanno poi dei compendi ma anche questi sono sempre più succinti e, anche qui, l’autore originale va sparendo. In questo modo, comunque, si riuscirono almeno a conservare quelli che si possono definire i risultati della scienza greca. Il metodo, la ricerca, si perse. Si sente negli scrittori di questo lungo periodo come un senso di rassegnazione, di incapacità di porsi al livello dei maestri, una sfiducia nella reale possibilità di conoscere. L’Impero romano, pur non ostacolando direttamente la scienza non è in grado di recepirla e di promuoverla. Dice Cicerone: I matematici greci sono alla testa nel campo della geometria pura, mentre noi ci limitiamo a far di conto ed a prendere misure. I greci di cultura elevata vengono portati a Roma a volte come schiavi. Qui si riconosce il loro sapere che li fa utilizzare come precettori dei figli dei ricchi. Ma questo dura fino a che è vivo il saggio. Non c’è scuola che si costruisca, non vi sono centri in cui poter confrontarsi parlare, sviluppare idee. Ed in ogni caso, lo sradicamento di persone a grande preparazione, di scienziati non ha mai prodotto nulla in contesti diversi. Vi furono un paio di tentativi di costruire un qualcosa che andasse nel senso della scuola ma furono avversati dai nobili senatori romani che avevano paura che certe idee facessero perdere loro privilegi. D’altra parte, con Mason, Roma non era un centro di commerci come le città-stato greche; non erano dei viaggiatori ma dei guerrieri e dei contadini, un poco come gli spartani, i meno colti della Grecia.

         Molte altre cause si coordinano in questo periodo e si sommano andando ad accentuare la decadenza del sapere fino alla totale rovina che si accompagna con la fine dell’Impero di Roma. Non servì a Roma l’espansione in aree nuove e vergini come quelle del Mediterraneo Occidentale come non era servita la penetrazione nel sofisticato e ricco mondo alessandrino. Quando la disposizione al sapere è quella del potere sostenuto dalla superstizione vi è poco da fare. Quando ogni tentativo di spiegazione razionale appare, come era a Roma, un tentativo di togliere il potere agli dèi  si trattava di scegliere tra il lasciar perdere o l’essere accusato di empietà. C’era sempre la terza possibilità, quella cioè di dedicarsi al sapere pratico di tutti i giorni che permise opere come quelle di Vitruvio (circa 80-23 a.C.) sull’architettura, di Frontino (circa 30-103 d.C.) sugli acquedotti, di M. T. Varrone (circa 116-27 a.C.) e Columella (circa 4-70 d.C.) sull’agricoltura,  di A. C. Celso (25 a.C. – 50 d.C.) e Galeno (131-201 d.C.) sulla medicina ed il permanere di alcuni scritti di Diofanto (forse III secolo d.C.) e Pappo (IV secolo d.C.) sulla matematica. Tutte cose di interesse pratico a livelli mediocri di elaborazione.

         In definitiva l’Impero di Roma non sviluppò una sua scienza(2). Solo alcuni dedicarono un grande lavoro in monumentali opere di compilazione (Plinio) che, elaborando in gran parte il pensiero greco, sopravvissero fino all’Alto Medioevo. Per contro Roma dette un imponente impulso all’organizzazione dello Stato ed alla tecnica, anch’essa essenzialmente attività dello Stato. Si formò un servizio medico con ospedali pubblici, si introdusse il Calendario Giuliano, si codificò il diritto romano. Si costruirono importantissime vie di comunicazione, ponti, acquedotti, fognature ed opere civili. Una delle attività più importanti in questo settore fu quella mineraria in cui venivano impiegati migliaia di schiavi.       

        Per capire l’intorno politico-sociale, fornisco qualche riferimento storico: l’editto di Milano del 313 segna il trionfo del Cristianesimo; nel 330 la capitale dell’Impero, diviso amministrativamente, diventa Costantinopoli; nel 391, con Teodosio, il Cristianesimo diventa religione di stato; nello stesso anno il vescovo Teofilo guida fanatici cristiani alla distruzione di parte della Biblioteca di Alessandria; nel 395, alla morte di Teodosio, si scinde l’Impero in Romano d’Oriente e Romano d’Occidente; il 410 vede il sacco di Roma; nel 415 su istigazione di Cirillo, fanatici cristiani ammazzano Ipazia, l’ultima matematica di Alessandria; nel 476 cade definitivamente e simbolicamente  l’Impero romano d’Occidente (in realtà già da molti anni non esisteva più); nel 529 Giustiniano chiude d’autorità l’Accademia di Atene e vieta l’insegnamento ai pagani (non cristiani); nel 642 Alessandria viene conquistata dagli arabi e la Biblioteca sarà definitivamente distrutta. Anche la Chiesa subisce le sue dure sconfitte: prima vi è lo scisma dei copti (IV-V secolo); poi nel Concilio di Calcedonia (451, quando Attila entrava in Italia) lo scisma dei nestoriani; quindi con il Sinodo di Costantinopoli (553) se ne va definitivamente la chiesa monofisitica; finalmente il grande scisma, quello della chiesa d’Oriente (1054). Nel frattempo un evento notevole fu l’incoronazione di Carlo Magno imperatore a Roma (800) dopo che era stato fermato il suo tentativo espansionista verso la Spagna a Roncisvalle (778) ma non verso la Sassonia (780) dove vi furono evangelizzazioni forzate crudeli e disumane che, insieme ad altre cose, gli fruttarono l’eterna riconoscenza della Chiesa. Nello scenario di grandi rivolgimenti, guerre, invasioni, saccheggi, malattie, si inserisce una profonda crisi dell’agricoltura, la scarsità di manodopera, la grande difficoltà di comunicazione ed una burocrazia ingigantita.

         Inoltre, a parte casi isolati di persone illuminate, i cristiani mostrarono una diffidenza che si tramutò subito in ostilità verso la scienza che era rappresentata solo da personaggi situati all’interno del paganesimo. Nomi noti del Cristianesimo, come Tertulliano (circa 155-222) e Lattanzio (circa 260-340), si scagliarono contro la scienza ed i più tolleranti, come San Basilio (329-379) e San Gregorio Nazianzeno (circa 329-390), avevano una posizione del tipo accetto questa conclusione a patto che non sia in contrasto con le Sacre Scritture. E la scienza diventa così un insieme di conclusioni acquisite che devono solo confermare l’opera divina del Creatore. E dove le cose non erano acquisite non si doveva indagare (fu così che non si portarono avanti gli studi iniziati da Galeno e, ad esempio, la malattia mentale passò immediatamente nel capitolo orrido della demonologia e dell’esorcismo). Dal V – VI secolo le Scritture iniziarono ad essere considerate  con un dogmatismo devastante tanto che anche le persone colte dubitarono e rifiutarono le cose che erano state acquisite. Ad esempio, Agostino rifiutò la teoria degli antipodi e Cosma Indicopleuste (VI secolo) negò la sfericità della Terra e costruì un modello di universo a forma di Tabernacolo.

        A questo proposito, scrivono Hall e Boas Hall                           

con l’espandersi del cristianesimo, a nord, est ed ovest, la cultura medioevale, portando con sé la Bibbia ed i volumi dei Padri della chiesa, cominciò ad assumere la sua forma caratteristica: monca, alimentata dalle reminiscenze di un più glorioso (e tuttavia sospetto) passato clericale e sempre soggetta ai dogmi cristiani.

       A ciò si deve aggiungere la grande delusione che rappresentò il Cristianesimo per il popolo degli oppressi, soprattutto schiavi. Una delle più belle illusioni che il Cristianesimo portava con sé nei tempi eroici era destinata a morire non appena la Chiesa assurse al potere. Non era vero che tutti gli uomini erano uguali ma, a causa del peccato originale, era inevitabile la schiavitù (quale cosa non sarebbe capace di giustificare una religione ben strutturata ?). In questo senso si espressero molti padri della Chiesa tra cui Agostino d’Ippona (354-430). Già nel 324 il Concilio di Granges aveva intimato: “Se qualcuno, sotto il pretesto di pietà, incita lo schiavo a disprezzare il suo padrone, a sottrarsi alla schiavitù, a non servire con buona volontà e rispetto, anatema sia su di lui“. E quasi tutti gli ecclesiastici a titolo individuale, e la Chiesa in quanto istituzione, disponevano di ingenti quantità di schiavi. Ancora nel 916, lo schiavo che fuggiva dal suo padrone era assimilato al chierico che abbandonava la Chiesa (Concilio di Altheim). E se qualche ecclesiastico avesse avuto la malaugurata idea di affrancare i suoi schiavi, egli avrebbe dovuto risarcire la Chiesa della quantità corrispondente in denaro. Infine, nella grandissima maggioranza dei casi, lo schiavo non era ammesso al sacerdozio.

        E vi era una economia legata agli schiavi. A partire dal I secolo già Plinio si lamentava della scarsezza di manodopera servile e, a partire dal III secolo il costo degli schiavi sui mercati era diventato sempre più proibitivo a causa del fatto che i mercati stessi erano sempre meno riforniti da merce raccolta in differenti campagne belliche. Furono i barbari che iniziarono a vendere schiavi a Roma e, molto spesso, tra di essi vi erano moltissimi romani. Furono i poveri ad immettere i propri figli nei mercati degli schiavi. Ma la gran quantità di denaro che possedeva l’Impero in epoche precedenti si era esaurita. Il mercato degli schiavi non poteva accrescersi. Inoltre era venuta a gravare sull’Impero una enorme spesa che non rendeva nulla: il finanziamento della Chiesa ed il pagamento degli ecclesiastici. Un esercito, quest’ultimo, di bocche inutili che spessissimo aveva intrapreso la carriera ecclesiastica per ragioni di prestigio e per avere un sicuro stipendio (un vescovo guadagnava sei volte di più di un medico o di un  ingegnere e  cinque volte di più di  un professore di  grammatica o di retorica !). Queste risorse venivano meno per altre imprese, tra cui il finanziamento delle scuole (solo quella di Alessandria fu sostenuta fino al V sec.). Ed era soprattutto dalle Scuole che proveniva il mantenimento materiale di chi faceva scienza (e non solo): ora, non solo occorreva scontrarsi con difficoltà economiche ma anche contro moltissimi autori cristiani che anteponevano la rivelazione alla ragione, la fede alla  conoscenza.

      In questo desolante paesaggio qualche cosa però si mosse nel senso vero della liberazione dell’uomo. Gli ordini monastici, generalmente rifuggenti dalla Chiesa ufficiale, quella costantemente alleata con il Potere, rappresentarono un’oasi di civiltà e progresso civile e morale. A partire da San Benedetto (480-547) che, ricordiamolo, fu perseguitato proprio da svariati chierici ormai assestati nel loro potere, e che fondò (529) la regola dell’ Ora et labora nella quale per la prima volta dalle squalificazioni di Platone  il lavoro manuale riacquistava una dignità pari alla preghiera (superando in questo gli oppressivi e discriminatori significati che, a partire dall’antichità classica, proprio al lavoro erano assegnati), continuando con i cistercensi e quindi con i francescani, si iniziò una tradizione di mantenimento, e sviluppo di tecniche artigianali tra cui, a partire da un certo momento, anche la conservazione e la trascrizione di svariati testi dell’antichità. Ma qui occorre fare un attimo di attenzione perché il ruolo dei monaci nella conservazione non deve essere enfatizzato più di tanto. Se è vero che da un certo punto vi fu una certa cura per il sapere da parte di alcuni ordini monastici, tale cura arriverà troppo tardi quando già il patrimonio culturale era stato irrimediabilmente distrutto (da Carlo Magno in poi sarà la stessa Chiesa nel suo complesso a conservare ogni testo di cultura classica a quel punto rimasto), inoltre riguardi li avranno quelle opere più affini ai loro interessi, quelle teologiche e magico teologiche, e non certo quelle scientifiche che saranno completamente dimenticate quando non distrutte o ridotte a palinsesto. Infine il grande impegno dei primi ordini monastici sulla dignità del lavoro fu ridimensionato dalle gerarchie ecclesiastiche. In particolare, nel secolo XIII, Tommaso d’Aquino sosteneva che “se le regole dell’ordine non contengono particolari norme sul lavoro manuale, i religiosi non sono altrimenti obbligati ad esso“.  Con il passare degli anni anche questi ordini monastici passarono al puro conservatorismo. Non sarebbero potute durare predicando lavoro e povertà, agli antipodi degli sfarzi delle gerarchie. Si pensi solo che ai francescani fu concesso il privilegio dell’Inquisizione (insieme ai domenicani) mentre Dolcino veniva fatto a pezzi vivo e poi bruciato.

        E quei barbari ai quali ho accennato più su fecero alla fine crollare l’Impero d’Occidente, ed insieme ad esso quei barlumi di scienza che qua e là si mantenevano e quella tecnica (acquedotti, strade, urbanistica, edilizia, …) che invece aveva progredito di molto. Questi invasori avevano distrutto le strutture economiche, sociali e politiche distruggendo ogni possibilità materiale e morale di ricerca ma, come vedremo, a loro si deve l’introduzione di tecniche che fornirono via via la base di un modo di vita materialmente superiore a quello che si aveva nell’età classica (pantaloni al posto della toga, burro al posto dell’olio di oliva, sci, barili, botti, coltivazione della segale, dell’avena e del luppolo, staffa per cavalcare, … ). Le  grandi invasioni del V secolo posero fine anche alla sola conservazione della cultura ellenistica. Nel periodo di tali invasioni, proprio per i caratteri dei popoli che entravano dal nord nel vecchio bacino del Mediterraneo, non si assiste a riproduzioni della scienza antica o a scimmiottamenti delle forme di conoscenza ellenistica ma si iniziano ad intravedere i segni di un nuovo modo di curiosità scientifica. Nel resto dell’Impero, quello di Bisanzio, pur privato della sua anima vivificatrice di Alessandria, si ebbe una vita scientifica che ancora si muoveva, anche se a rilento.

       Come accennato, si tentava (e sarà sempre più difficile) la conservazione di quanto fatto in precedenza. I commentari dei classici andavano per la maggiore e da commentario a commentario, il classico spariva. Si facevano dei compendi ma anche questi sono sempre pili succinti e, anche qui, l’autore originale spariva. In questo modo, comunque, si riuscirono almeno a conservare quelli che si possono definire alcuni risultati della scienza greca, quelli della pratica delle professioni. Il metodo, la ricerca, si perse. Infatti: che senso può avere, in matematica, conservare una montagna di enunciati di teoremi privati delle dimostrazioni ? E l’enunciazione dei problemi cosa poteva rappresentare se non si capivano più nemmeno i termini tecnici dei medesimi ? Qualche testo religioso-filosofico resistette più di quelli tecnici, ma la cosa durò poco anche qui perché la cultura è impresa complessiva che non permette abbandoni di alcuni capitoli. Si sente negli scrittori di questo lungo periodo come un senso di rassegnazione, di incapacità di porsi al livello dei maestri, una sfiducia nella reale possibilità di conoscere. Con il trascorrere del tempo, anche la voglia di tramandare i classici venne meno. Questo processo, alla fine, soprattutto in Occidente, comportò la completa sparizione delle opere originali delle quali si perse traccia. Il pensiero che ancora nel V secolo si muoveva nelle difficili problematiche della metafisica,  nel VI e VII balbetta le prime nozioni di grammatica e logica e, mentre un poco indietro nel tempo, gli scrittori si moltiplicavano, ora vi sono immensi deserti silenziosi. Ricordo solo i nomi dei più noti compilatori, scrittori di commentari e scrittori a vari livelli di erudizione: Severino Boezio (480-525), Aurelio Cassiodoro (475-570), Isidoro di Siviglia (570-636), Beda il Venerabile (673-735), ed altri ancora più mediocri fino all’epoca di Carlo Magno (VIII secolo). Non si tratta tanto di ultime elaborazioni di una generazione arrivata alla fine della propria creatività mentale ma dei primi balbettii di una nuova infanzia che si risveglia alla curiosità scientifica. Le cose andarono in modo diverso in Oriente dove la scienza greca si mantenne di più nelle opere originali e, dopo la caduta di Alessandria sotto il dominio arabo, l’intero patrimonio dei classici greci passò agli arabi che seppero farne molto migliore uso di quanto non se ne abbia fatto l’Occidente Cristiano.

       Dalla fine del mondo alessandrino passarono un migliaio d’anni prima che si ricominciasse effimeramente a costruire qualcosa di scientifico: Simplicio, Filopono, Eutocio, … Altri mille anni per arrivare a quello che chiamiamo Rinascimento. Ecco, deve essere ora chiaro che la parola è riferita alla rinascita di quel mondo, della rivoluzione scientifica che, con Russo, è tuttora dimenticata. Ogni autore di quel Cinquecento e Seicento richiama le opere del passato, quelle poche rimaste ed arrivate mediante ulteriori spoliazioni dei crociati che le rapinavano a Costantinopoli, arrivate da commerci, da scambi diretti con il mondo arabo (Spagna e Sicilia) e quindi con enormi difficoltà tradotte e riportate alla luce.

         Mentre in Occidente la scienza era ridotta a trovare esempi della verità della morale e della religione, a ricavare simbologie che rappresentassero questioni morali (la Luna era paragonata alla Chiesa perché rifletteva la luce di Dio; il vento era l’immagine dello spirito; il numero 11, andando oltre il numero dei comandamenti, era il simbolo del peccato), nell’Oriente, diventato arabo, si coltivava, si traduceva e si sviluppava la scienza dei classici greci. Cosicché, col passare dei secoli furono proprio gli arabi che divennero (come dice Koyré) maestri ed educatori (non meramente intermediari) dell’Occidente cristiano. In questo senso è sintomatico il fatto che le prime traduzioni dei classici greci in latino, non furono fatte direttamente dal greco ma dalle traduzioni che gli arabi già avevano fatto in arabo. E questo per due motivi di fondo: da una parte nessuno o quasi, in Occidente, conosceva il greco e dall’altra nessuno sarebbe stato in grado di capire e quindi tradurre le complesse opere di Aristotele o di Tolomeo, per fare solo due esempi.

        E così per circa 1000 anni la scienza dell’epoca d’oro ci fu trasferita dagli arabi che dettero anche importantissimi contributi.

        Il Rinascimento, a lato delle mutate condizioni socio-economiche, si fondò solo sulla riscoperta dei classici greci tramandati dagli arabi. Valgano per tutti le parole di Giordano Bruno:

Sono amputate radici che germogliano, sono cose antique che rinvengono, sono veritadi occulte che si scuoprono: è un nuovo lume che, dopo lunga notte, spunta all’orizzonte ed emisfero de la nostra cognizione, e a poco a poco s’avvicina al meridiano de la nostra intelligenza.

e serva una breve considerazione sulle radici a cui si riferisce Bruno. Sono quelle le nostre radici e non altre, sono quelle della cultura greca ed ellenistica che con fatica, lacrime e roghi, i nostri filosofi e scienziati del Seicento hanno riscoperto ed elaborato. Non certamente quelle di chi ha continuato a distruggere con colpi di maglio quel lume che mi auguro arrivi al meridiano dell’intelligenza di ogni essere umano per conservarci il Rinascimento contro l’oscurantismo e la superstizione di caste millenarie e di loro cantori.

IL CRISTIANESIMO DI COSTANTINO   

        Ho accennato al trionfo del Cristianesimo con Costantino il Grande, il figlio di Elena (la santa!), una baldracca dell’Illiria che il padre di Costantino conobbe di passaggio. Vi è una bolsa retorica in proposito e non è peregrino ricordare come stanno le cose. Come ho detto quella Chiesa cristiana, costituita da missionari fondamentalisti ed esaltati circolanti per il mondo infondendo la speranza della liberazione dei poveri e dei diseredati, della salvezza in una vita migliore nell’al di là, quella Chiesa serviva al potere imperiale per tranquillizzare masse di disperati che premevano dovunque nell’impero. Vi fu uno scambio vantaggioso per le due parti: da una parte i cristiani accettavano l’autorità dell’impero al quale davano completa ubbidienza, dall’altro Costantino riconosceva il cristianesimo come religione ufficiale  dell’Impero. Con qualche modifica della dottrina. E fu Costantino che si fece padrone di quella Chiesa, divenne il Vescovo dei Vescovi all’autorità del quale tutti i vescovi si inchinavano, convocò Concili, Concili Ecumenici, indicò gli eretici, nominò vescovi e dettò i dogmi di una Chiesa che poteva operare ma senza misconoscere i miti e le leggende delle altre religioni, come quello della Trinità.

        La Chiesa ricambiò con entusiasmo questo gran regalo con l’imbrogliare ed il ricattare Costantino quando stava morendo colpito dalla lebbra, la malattia di Dio. Secondo la vulgata solo il battesimo avrebbe tolto la malattia e, prima di morire, il battesimo sarebbe stato dato all’imperatore. E la vulgata è una specie di agiografial’Actus Sylvestri, dell’allora capo della setta maggioritaria dei cristiani, Silvestro appunto. E di bugie ne vennero allora costruite a volontà. Andavano ad essere raccontate a sempliciotti che le amplificavano nelle favole che tramandavano ai figli. E così veri e propri falsi storici passarono come verità. Tra tutti il massimo fu la donazione di Costantino che sarebbe avvenuta il 30 marzo 315, vera vergogna che da sola basterebbe a gettare nella spazzatura i pretesi continuatori del messaggio di Cristo. Il falso documento raccontava la storia commovente di come Costantino contraesse la lebbra e, mentre i preti pagani gli avevano suggerito di riempire una fontana appositamente costruita con il sangue di infanti, al fine di immergersi e guarire, cosa rifiutata dall’imperatore commosso dalle lacrime delle madri, gli fosse capitato di sognare Pietro e Paolo che gli imponevano di consultare papa Silvestro, allora rifugiato sul monte Soratte. La tecnica  criminale di agire sul letto di morte era già allora pratica dei cristiani e si inventarono un atto ufficiale in cui Costantino dava in eredità l’Impero di Roma alla Chiesa (con la baldracca che non obiettò ed anzi esaltò i falsari)(1). La Chiesa cioè buttava a mare la parte spirituale per la quale sembrava essere nata e puntava diritta al potere materiale, addirittura all’intero impero. Non a caso le gerarchie della Chiesa assunsero (e continuano) i nomi propri delle autorità imperiali, a partire da Pontefice. E non paghi dell’iconografia imperiale romana si rivolsero a quella dei faraoni egiziani con quel copricapo che ancora oggi ammiriamo e che solo al Museo del Cairo ritroviamo.

        Queste sono le radici cristiane che sono radici per la sola Chiesa che si è sempre posta contro tutto l’altro, qualunque fosse, per poter esistere da sola senza contendenti, ostacoli o impedimenti. Quindi sono radici per metafisica, occultismo, mistero, magia ma sono diserbanti per ogni attività che preveda l’uso della ragione. E qui torniamo da dove ero partito. La funzione della fede (intesa come il credo e la dottrina imposta dalle gerarchie) radicalmente diversa (la parola viene a proposito: radici diverse) da quella della ragione, dalla voglia di conoscere il mondo circostante senza alcuna costrizione fideistica o ideologica.

        E’ questa una forzatura ? La Chiesa è interessata a conoscere il mondo senza costrizioni ? Vi è qualche testo della dottrina, oltre la Bibbia, che è all’interno della struttura della fede e che non può essere messo in dubbio ? Vediamo ciò non inventando una teoria ma riportando il pensiero di un Papa, uno dei papi di successo degli ultimi anni, Giovanni Paolo II che in proposito scrisse un’Enciclica: Fides et Ratio.

AUT FIDES AUT SCIENTIA

        Giovanni Paolo II sarà pure stato un bravo teologo ma di questioni di scienza era totalmente ignorante. Una delle sue affermazioni nell’enciclica in discussione così recita: “ai nostri giorni, la ricerca della verità ultima appare spesso offuscata“. Il riferimento del Pontefice è alla filosofia ed alla scienza. Ebbene, riferendomi alla scienza anche se sono convinto che lo stesso si possa dire per la filosofia, la ricerca della verità è un’assoluta invenzione di chi o è ignorante o in completa malafede. Questa affermazione è fatta per dire che, poiché quella teoria non spiega tutto, non è vera e quindi la scienza non è vera con la conseguenza che l’unica verità resta la religione. Logica per i poveri, leggendo la quale lo stesso Aristotele sarebbe sobbalzato.

        Leggiamo oltre: L’antropologia, la logica, le scienze della natura, la storia, il linguaggio…, in qualche modo l’intero universo del sapere è stato abbracciato. I positivi risultati raggiunti non devono, tuttavia, indurre a trascurare il fatto che quella stessa ragione, intenta ad indagare in maniera unilaterale sull’uomo come soggetto, sembra aver dimenticato che questi è pur sempre chiamato ad indirizzarsi verso una verità che lo trascende. E’ il ritornello, insieme al precedente, che si ripete ed è, lo ripeterò anch’io più volte, un argomento misero infarcito di colte citazioni dai testi sacri. In definitiva si dice, e questa è dottrina, che è inutile sforzarsi a conoscere perché l’uomo deve essere indirizzato verso una verità che sta sopra di lui. Questo, detto in molti altri modi, rende conto dell’impossibilità totale di conciliare scienza con fede. Mai sarà possibile una scienza da confrontare con una qualche verità che, questo è il punto, viene sempre prima di qualunque cosa venga realizzata dall’uomo medesimo. E nelle parole che seguono è ancora meglio esplicitato questo concetto che è il sunto dell’intolleranza secolare della Chiesa: Senza il riferimento ad essa, ciascuno resta in balia dell’arbitrio e la sua condizione di persona finisce per essere valutata con criteri pragmatici basati essenzialmente sul dato sperimentale, nell’errata convinzione che tutto deve essere dominato dalla tecnica. E così accaduto che, invece di esprimere al meglio la tensione verso la verità, la ragione sotto il peso di tanto sapere si è curvata su se stessa diventando, giorno dopo giorno, incapace di sollevare lo sguardo verso l’alto per osare di raggiungere la verità dell’essere.

        Subito dopo inizia l’attacco che fa ancora presa sugli spiriti semplici o semplicemente sui fascisti che queste cose ce le hanno scolpite nell’anima. Il relativismo è il nemico principale, non ha senso che vi siano diverse verità, tutte equivalenti tra loro. Di verità ce n’è una sola e, guarda caso, è la mia. Ed è compito della Chiesa non già ricercare una verità, ma quello di testimoniarla, di far conoscere qual è la verità, quella della Chiesa di Roma. Testimoniare la verità è, dunque, un compito che è stato affidato a noi Vescovi; ad esso non possiamo rinunciare senza venir meno al ministero che abbiamo ricevuto. Riaffermando la verità della fede, possiamo ridare all’uomo del nostro tempo genuina fiducia nelle sue capacità conoscitive e offrire alla filosofia una provocazione perché possa recuperare e sviluppare la sua piena dignità. La ricerca della verità è un passatempo della filosofia e della scienza che gireranno sempre a vuoto perché tanto non la raggiungeranno mai visto dov’è la ricercata. Si capisce quindi l’attacco al relativismo è come l’attacco al copernicanesimo, significa negare chiunque voglia togliere centralità alla Chiesa. Ma tra i laici devoti chi sostiene questo è un reazionario che non si rende neppure conto di cosa c’è dietro, un progetto assolutista che si estende ad ogni ambito anche politico (e non a caso la Chiesa è stata sempre abbracciata ad ogni regime sanguinario e reazionario).

        La colta indagine papale prosegue ricapitolando sulla rivelazione divina ed addirittura riproponendo il Concilio Vaticano I (1868-1870) del Papa porco Pio IX come fonte di sapienza odierna: Esistono due ordini di conoscenza, distinti non solo per il loro principio, ma anche per il loro oggetto: per il loro principio, perché nell’uno conosciamo con la ragione naturale, nell’altro con la fede divina; per l’oggetto, perché oltre le verità che la ragione naturale può capire, ci è proposto di vedere i misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono rivelati dall’alto. Ho già detto che mi ripeterò e quindi chiedo: con queste premesse come è possibile dialogare ? Vi è poi un sottile imbroglio semantico. Da un lato vi è la ragione naturale che si capisce abbastanza cosa è, dall’altra neppure con la ragione ma con la fede divina. Meglio dire con la fede in Dio perché i 4 teologi vaticani non potranno mai mettersi nei panni di chi è ispirato direttamente da Dio. Quindi, riassumendo: da un lato la ragione (senza aggettivi) e dall’altro la metafisica. Ed il concetto è rafforzato ulteriormente subito dopo: La filosofia e le scienze spaziano nell’ordine della ragione naturale, mentre la fede, illuminata e guidata dallo Spirito, riconosce nel messaggio della salvezza la «pienezza di grazia e di verità» (cfr Gv 1, 14) che Dio ha voluto rivelare nella storia e in maniera definitiva per mezzo di suo Figlio Gesù Cristo (cfr 1 Gv 5, 9; Gv 5, 31-32). Ed io l’ho riportato anche per esemplificare le inutili, sciocche e beghine citazioni dai testi sacri (che infestano tutta l’Enciclica) quasi che non si possano affermare certe cose senza certi sostegni d’autorità (quale poi ….). Nell’excursus dottissimo su come si è realizzata la Rivelazione (di cosa ancora non so) vi è anche il comico uso di discorsi circolari. Dice Giovanni Paolo: Solo la fede permette di entrare all’interno del mistero, favorendone la coerente intelligenza. Salvo il fatto che poi il mistero resta tale (il mistero della fede, il mistero della Trinità, il mistero della reincarnazione, … la fede è solo misteri!) per cui la fede non serve a nulla nell’intelligere, ma solo nel credere ai misteri e prenderli come buoni oltre al dovere obbedienza alle gerarchie (la fede è risposta di obbedienza a Dio). L’indagine teologica, che è una continua ricerca di tutte le combinazioni con ripetizione possibili delle frasette per poveri scritte nei testi sacri, prosegue con questa affermazione apodittica: la ragione deve rispettare alcune regole di fondo per poter esprimere al meglio la propria natura. Una prima regola consiste nel tener conto del fatto che la conoscenza dell’uomo è un cammino che non ha sosta; la seconda nasce dalla consapevolezza che su tale strada non ci si può porre con l’orgoglio di chi pensa che tutto sia frutto di personale conquista; una terza si fonda nel « timore di Dio », del quale la ragione deve riconoscere la sovrana trascendenza ed insieme il provvido amore nel governo del mondo. Quando s’allontana da queste regole, l’uomo s’espone al rischio del fallimento e finisce per trovarsi nella condizione dello « stolto ». Per la Bibbia, in questa stoltezza è insita una minaccia per la vita. Lo stolto infatti si illude di conoscere molte cose, ma in realtà non è capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali. Ciò gli impedisce di porre ordine nella sua mente (cfr Pro 1, 7) e di assumere un atteggiamento adeguato nei confronti di se stesso e dell’ambiente circostante. Quando poi giunge ad affermare « Dio non esiste » (cfr Sal 14 [13], 1), rivela con definitiva chiarezza quanto la sua conoscenza sia carente e quanto lontano egli sia dalla verità piena sulle cose, sulla loro origine e sul loro destino. Ed ecco l’uomo con la sua ragione naturale, ragione in libertà vigilata non già da un Dio ma da alcuni personaggi che si sono sistemati per l’eternità raccontando Dio ai poveri di spirito e sedicenti rappresentanti di Dio in Terra. Addirittura stolto chi ricerca con spirito libero, certamente stolto perché non ha capito che si può vivere da satrapi senza lottare quotidianamente per la sopravvivenza e senza colpo ferire abbracciando la fede, quella vera. E non è colpa della Chiesa se un uomo guardando la bellezza del creato (sic!) non sa riconoscere il primo passo della Rivelazione, il fatto cioè che tutto questo è stato fatto da Dio. In questo senso la ragione funziona, solo se cerca Dio nelle cose del mondo. Verrebbe un’esclamazione blasfema ma sono rispettoso del lettore credente. Ma come giustifica questi passaggi che nascono dopo una cena in cui s’è bevuto troppo ? l’uomo con la ragione raggiunge la verità, perché illuminato dalla fede scopre il senso profondo di ogni cosa […]. Giustamente, dunque, l’autore sacro pone l’inizio della vera conoscenza proprio nel timore di Dio: «Il timore del Signore è il principio della scienza» (Pro 1, 7; cfr Sir 1, 14).

        Ed arriviamo a ciò che più interessa sostenere al Pontefice, all’insostituibile opera di San Tommaso. Dopo lungo argomentare sui rapporti con la filosofia, generalmente platonica  (si vergogna un poco di Plotino, il nostro). degli antichi cristiani acculturati (Giustino, Clemente Alessandrino, Origene, i Padri Cappadoci, Dionigi l’Areopagita, sant’Agostino, Tertulliano, Anselmo), arriviamo al filosofo di Aquino il qualeargomentava che La luce della ragione e quella della fede provengono entrambe da Dio, perciò non possono contraddirsi tra loro. Frase perentoria e definitiva che se non ci si sofferma un momento sopra si è tratti in inganno. In essa vi è un atto di fede, la provenienza da Dio di un qualcosa,  che si dovrebbe accettare a priori per poter sviluppare liberamente la ragione. Sempre incastrati in una fede sfuggente che, in ultima analisi e come lo stesso pontefice afferma più volte è fede nei misteri che, per ragione di fede sono insondabili e quindi rendono vana la ragione che la fede dovrebbe esaltare (ma ci si rende conto delle sciocchezze divine sostenute con spirito evangelico ?). A Tommaso viene dato l’immenso merito di aver coniugato fede e ragione per la verità in un’epoca in cui vi era molta fede e poca ragione. Ma da allora sono accaduti molti guai per colpa di quei fanatici razionalisti: ciò che il pensiero patristico e medievale aveva concepito e attuato come unità profonda, generatrice di una conoscenza capace di arrivare alle forme più alte della speculazione, venne di fatto distrutto dai sistemi che sposarono la causa di una conoscenza razionale separata dalla fede e alternativa ad essa. E Gian Paolo azzarda delle esemplificazioni che era meglio tenere sotto il tappeto: da una parte l’idealismo che ha prodotto il fascismo tanto amato dalla Chiesa per via della negazione del relativismo e dall’altra l’umanesimo ateo che ha prodotto il socialismo che, avendo poco a che fare con la religione, è stato avversato con ogni mezzo dalla Chiesa. Secondo il nostro ambedue queste forme di pensiero sono sfociate in sistemi totalitari traumatici per l’umanità mentre, dico io, i 2000 anni della Chiesa sono stati solo fiori ed opere di bene. Ma il personaggio è erudito e deve mettere le zampe anche in un piatto velenoso che non conosce. Scrive: Nell’ambito della ricerca scientifica si è venuta imponendo una mentalità positivista che non soltanto si è allontanata da ogni riferimento alla visione cristiana del mondo, ma ha anche, e soprattutto, lasciato cadere ogni richiamo alla visione metafisica e morale. La conseguenza di ciò è che certi scienziati, privi di ogni riferimento etico, rischiano di non avere più al centro del loro interesse la persona e la globalità della sua vita. Di più: alcuni di essi, consapevoli delle potenzialità insite nel progresso tecnologico, sembrano cedere, oltre che alla logica del mercato, alla tentazione di un potere demiurgico sulla natura e sullo stesso essere umano. Anche qui non si è colto un aspetto che è poi fondamentale per capire il positivismo da un lato e la posizione degli scienziati dall’altro. Il Positivismo è figlio della filosofia e non c’entra nulla con la scienza, a parte i danni gravissimi che ha fatto (in perfetta sintonia in questo con la religione). Esso ipotizza  una fantasiosa marcia trionfale del progresso: sempre in avanti,  senza ripensamenti, con una crescita lineare continua, ritmata dall’’avanzare della scienza’. Una sciocchezza che nasce nel mondo della filosofia, senza riscontri, come si direbbe oggi. Buona volontà che ha anche creato danni clamorosi permettendo che le scienze si indicassero come “esatte” (ma quando mai? Ma quale scienziato vi parlerà di certezze? Solo dalla parte della Chiesa si dicono le stesse cose) e facendo cataloghi di scienze, cataloghi comprendenti cose stravaganti come la sociologia (quindi psicologia, poi pedagogia,…) ma in fondo comprensibili se si pensa che poi, in definitiva, è la metafisica della religione che raccoglie tutto in sé. Solo in questo senso, quindi, la scienza è risolutrice dei mali del mondo, solo in quanto è figlia della suprema sintesi, la religione.  Nell’epoca della nascita del Positivismo gli scienziati si disinteressavano sempre più di filosofia, ritenendo le discussioni sull’argomento troppo generali, quindi generiche e perciò sterili. Questo atteggiamento, spesso definito come ‘positivistico’, fu osteggiato dagli stessi positivisti ed al suo diffondersi contribuirono molto di più le correnti di pensiero che più decisamente si professavano antipositivistiche. Il disinteresse sempre maggiore da parte dello scienziato per i problemi dell’uomo, con l’autogiustificazione di far scienza e di stare comunque lavorando per il bene dell’umanità al di sopra di ogni bega contingente, al di sopra delle parti, fu uno degli aspetti più rilevanti ed una delle ‘tentazioni’ più forti dell’800. Ma questo dibattito non c’entra nulla con la divulgazione papalina.

        Ma la Chiesa ha grande interesse per la filosofia (così dice il nostro) ed è grata a Leone XIII per averlo riaffermato e per aver messo in luce la cosa fondamentale che alla Chiesa interessa solo San Tommaso (XIII secolo). La riproposizione del pensiero del Dottore Angelico appariva a Papa Leone XIII come la strada migliore per ricuperare un uso della filosofia conforme alle esigenze della fede. San Tommaso, egli scriveva, «nel momento stesso in cui, come conviene, distingue perfettamente la fede dalla ragione, le unisce ambedue con legami di amicizia reciproca: conserva ad ognuna i propri diritti e ne salvaguarda la dignità». Non è solo Tommaso ma, dando un’occhiata in giro, … ìsi scopre che è solo Tommaso (un autentico modello per quanti ricercano la verità. Nella sua riflessione, infatti, l’esigenza della ragione e la forza della fede hanno trovato la sintesi più alta che il pensiero abbia mai raggiunto, in quanto egli ha saputo difendere la radicale novità portata dalla Rivelazione senza mai umiliare il cammino proprio della ragione). Un nuovo Sillabo viene formulato dal Papa Polacco, il radicale disconoscimento di tutta la modernità e della sua cultura, è un’anatema nei confronti di tutte le correnti della filosofia a partire dalla fine del medioevo: eclettismo, modernismo, storicismo, scientismo, pragmatismo, nichilismo, idealismo, umanesimo ateo, positivismo, razionalismo e nichilismo. E tutto ruota intorno a due bestie che stanno azzannando da più parti le vecchie e flaccide membra della Chiesa, una delle quali è l’ateismo. Anche il Concilio Vaticano II se ne è occupato individuando, come no ?,  gli errori di quella visione filosofica, soprattutto nei confronti dell’inalienabile dignità della persona e della sua libertà. Chiaro no ? E mentre alcuni elaboravano filosofie false e fallaci, mentre gli atei inventavano tutti i mali del mondo, dei cristiani hanno dedicato tempo alla filosofia e ne sono venuti fuori per il mondo occidentale dei pensatori della taglia di John Henry Newman, Antonio Rosmini, Jacques Maritain, Étienne Gilson, Edith Stein e, per quello orientale, studiosi della statura di Vladimir S. Solov’ev, Pavel A. Florenskij, Petr J. Caadaev, Vladimir N. Lossky, che come tutti sono in grado di capire, sono delle personalità a tutti note che hanno profondamente segnato il pensiero.

        In senso più stretto l’altra bestia è la scienza, mai vista e definita di per sé ma trattata solo come un’ancella della filosofia o comunque denigrata come segue: Un altro pericolo da considerare è lo scientismo. Questa concezione filosofica si rifiuta di ammettere come valide forme di conoscenza diverse da quelle che sono proprie delle scienze positive, relegando nei confini della mera immaginazione sia la conoscenza religiosa e teologica, sia il sapere etico ed estetico. Nel passato, la stessa idea si esprimeva nel positivismo e nel neopositivismo, che ritenevano prive di senso le affermazioni di carattere metafisico. La critica epistemologica ha screditato questa posizione, ed ecco che essa rinasce sotto le nuove vesti dello scientismo. In questa prospettiva, i valori sono relegati a semplici prodotti dell’emotività e la nozione di essere è accantonata per fare spazio alla pura e semplice fattualità. La scienza, quindi, si prepara a dominare tutti gli aspetti dell’esistenza umana attraverso il progresso tecnologico. Gli innegabili successi della ricerca scientifica e della tecnologia contemporanea hanno contribuito a diffondere la mentalità scientista, che sembra non avere più confini, visto come è penetrata nelle diverse culture e quali cambiamenti radicali vi ha apportato.
Si deve costatare, purtroppo, che quanto attiene alla domanda circa il senso della vita viene dallo scientismo considerato come appartenente al dominio dell’irrazionale o dell’immaginario. Non meno deludente è l’approccio di questa corrente di pensiero agli altri grandi problemi della filosofia, che, quando non vengono ignorati, sono affrontati con analisi poggianti su analogie superficiali, prive di fondamento razionale. Ciò porta all’impoverimento della riflessione umana, alla quale vengono sottratti quei problemi di fondo che l’animal rationale, fin dagli inizi della sua esistenza sulla terra, costantemente si è posto. Accantonata, in questa prospettiva, la critica proveniente dalla valutazione etica, la mentalità scientista è riuscita a fare accettare da molti l’idea secondo cui ciò che è tecnicamente fattibile diventa per ciò stesso anche moralmente ammissibile. 
Sarebbe utile a questo punto sapere chi è il consulente scientifico di questo personaggio perché dice troppe sciocchezze. Insomma lo scienziato che lavora tranquillo ma non è cristiano (ma diciamo pure ateo) non è uno scienziato ma uno scientista. E lo è nonostante che la critica epistemologica lo abbia ridicolizzato. Caspita se le cantano e se le suonano ma non ci capiscono un tubo. In chi vive da satrapo alle spalle di gente che lavora e fatica a mettere insieme pranzo e cena, queste offese sono di una gravità unica. Questi personaggi non sanno nulla della vita reale ed i politici hanno appreso da loro. Un popolo che non ha alcun rapporto con la scienza, dovunque bistrattata come fatto culturale, a partire dalla scuola, sarebbe dominata dallo scientismo ? E chi usa i prodotti della scienza per fare la guerra o per parlare da Radio Maria istigando all’odio razziale  è uno scienziato o è un personaggio riprovevole come il cattolico Don Livio per non dire di quello della stessa Radio polacca ? Ma il peggio è che questo scienziato, degradato a scientista da chi ha conoscenze molto in alto, non sa nulla di etica e di morale perché queste doti sono solo della Chiesa. Qui dovrebbe esserci la seconda espressione furibondamente blasfema ma, anche qui, non scrivo nulla per non scandalizzare il paziente lettore. Lasciatemi però dire che è del tutto falso accreditare l’equazione che Chiesa è uguale a maestra di etica e morale. Non è così e non lo è mai stato e non perdo neppure tempo e bit per convincere qualcuno. Chi non ci crede prenda i libri di storia a partire dalle vite esemplari dei Papi, dalle Crociate, dall’Inquisizione, dallo sterminio di interi popoli, …

        Siamo alla fine di questa utilissima Enciclica che è la pietra tomabale della possibilità per la Chiesa di emendarsi ed iniziare a vivfere con il prossimo. Paolo Flores D’Arcais ha indagato questa stessa enciclica per quel che riguarda la filosofia e ne trae conclusioni simili o forse molto più dure delle mie:

Fides et ratio, ultima enciclica di Karol Wojtyta, dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che la cultura cattolica ufficiale non ha più nulla da dire alla cultura tout court. E ciò, paradossalmente, proprio quando la pratica dei cattolici cristiani, esistenzialmente impegnati ad approssimare il Vangelo – dalla parte e nella cura degli ultimi – si afferma spesso come modello per l’impegno tout court. Questo paradosso andrà pensato in tutte le sue implicazioni e conseguenze. Da parte cattolica, poiché è uno scarto che allude ad un conflitto tendenzialmente insanabile tra cattolicesimo del conformismo e cristianesimo della testimonianza, da parte «laica», poiché costringe a interrogare la possibilità di un impegno senza trascendenza, di una passione per il relativo. Ma di questo più avanti.

Resta il carattere essenziale che marchia questa enciclica: una tradizionalissima e inargomentabile (in termini razionali) riaffermazione della pretesa della Chiesa cattolica apostolica romana al monopolio della verità. Con l’accattivante finzione dell’umiltà, infatti, la «diaconia della verità», che il papa polacco aggiorna nella sua enciclica, altro non è che il dogmaticissimo imperio di sempre che la Chiesa si arroga sulla verità. Agghindato con una «difesa della grandezza della ragione» che vale esclusivamente se quest’ultima, rinunciando alla propria autonomia, rinnega se stessa, e anziché darsi da sé i propri limiti si subordina alla fede, cioè al magistero di Roma, unico autorizzato interprete delle scritture e della tradizione. Poiché una Chiesa che si confessa unica e incontestabile serva della verità, in realtà si erge a padrona di quanti devono obbedirla (la verità, cioè la Chiesa, o la Chiesa, cioè la verità).

Il che è certamente nella natura della Chiesa, se intende parlare ai soli fedeli per riaffermare un dogma da essi sempre più tiepidamente vissuto, ma è del tutto incompatibile con ogni velleità di confronto «senza preclusioni di sorta e senza limite alcuno» con chi, non avendo «accolto» quel dogma, può accettare esclusivamente un argomentato dialogo.

Il tanto sbandierato elogio della filosofia, con l’invito – addirittura – «a non prefiggersi mete troppo modeste nel filosofare» (§ 56), si risolve in conclusione nella deludente ovvietà del «messaggio ultimo dell’enciclica» (Breve sintesi): «verità e libertà, o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono» (§ 90). Dove per verità si intende l’opinione fulminata ex cathedra, e la libertà è dunque niente altro che la servitù volontaria delle coscienze agli ukase del sacro soglio.

[…]

Solo questo cristianesimo delle opere, allora, e non il pensiero filosofico – meno che mai nella parodia che pretende di giudicare secoli di travaglio critico con la «attualità» del tomismo – «è spesso l’unico terreno di intesa e di dialogo con chi non condivide la nostra fede» (§ 104). Ma quale fede? Poiché l’enciclica mette in luce proprio lo scarto crescente fra due modi di essere cristiani, quello dell’ortodossia e del potere, e quello del Vangelo(2) e dell’impegno. Che ex professo fanno tutt’uno, ovviamente, ma che nel privilegiamento pratico di uno dei due lati sempre più configurano due religioni sotto gli stessi riti. Karol Wojtyla vuole impedire la lacerazione, ma solo riportando alla cattività dell’obbedienza il cristianesimo della testimonianza.

        Allora, con chi vuole intavolare una discussione questa Chiesa ? Fa tabula rasa di tutto ciò che non sia se stessa, attacca tutti, non ha alcun referente culturale importante storicamente, se non vogliamo tornare ad 800 anni fa. Poi si affanna a sostenere che vi è ogni dialogo che vi sono rapporti inscindibili tra fede e ragione. Con il solito inconveniente della menzogna che è possibile anche per omissione di un pezzetto del quanto detto. E’ vero che fede e ragione vanno d’amore e d’accordo ma SOLO SE la ragione è al servizio della fede. Non c’è una sola possibile alternativa e, per fortuna, le unghie della crudele Chiesa, che ha ammazzato gran parte del pensiero occidentale, particolarmente in Italia, sono state tagliate.

RITORNIAMO ALLA STORIA

        Eravamo rimasti alla riscoperta della cultura greca ed ellenista nel Rinascimento. Nel frattempo la Chiesa si era data da fare per organizzare varie crociate contro i musulmani di Terra Santa (ma non solo) che a partire dal 1095 durarono complessivamente circa 200 anni fino al 1291 quando i crociati vennero definitivamente sconfitti e cacciati da quelle terre. Si stimano tra i 2 ed i 4 milioni di morti in un mondo che era molto meno popolato di oggi. E, per non perdere l’abitudine alla ferocia, Papa Gregorio IX nel 1232 pubblicò la Bolla che formalizzava l’Inquisizione(3) (di questo crimine secolare vergognoso parlerò altrove) che in teoria doveva combattere l’eresia (Gli eretici non hanno diritti, possono essere torturati senza scrupoli o limiti. Essi devono essere messi a morte. […]Meglio che muoiano un centinaio di innocenti piuttosto che sfugga un solo eretico)(4) che, dopo il massacro dei Catari e dei Valdesi, doveva operare sui superstiti della Crociata contro gli Albigesi nel Sud della Francia. Poiché sembrava poco nel 1252 Innocenzo IV, nella sua Bolla Ad Extirpanda, autorizzò ufficialmente una pratica già diffusa, la tortura. E l’amato San Tommaso (da tutta la Chiesa), fa bene intendere il perché di tanto amore. Nella sua Summa Theologiae (1265-1274) scriveva: Sebbene uccidere un uomo che rispetta la propria dignità sia cosa essenzialmente peccaminosa, uccidere un uomo che pecca può essere un bene, come uccidere una bestia: infatti un uomo cattivo, come insiste a dire il Filosofo, è peggiore e più nocivo dì una bestia” (II-II, q. 64, a. 2).

        L’Inquisizione ebbe i suoi fasti in Spagna contro eretici, ebrei e musulmani nella Crociata chiamata Reconquista. Le cose qui furono molto ben organizzate e repressero con durezza ogni velleità non diciamo scientifica ma di qualunque pallido pensiero che non si accodasse con il volere della Chiesa (e la Spagna fu condannata da allora a non produrre Scienza, mai). Questa Inquisizione passò a Roma nel 1542 con Papa Paolo III (nella bolla In apostolici culminis scriverà di agire nei confronti di chiunque, inclusi i vescovi, con la massima severità al minimo sospetto. Con l’altra bolla Cupientes Iudaeos, sempre del 1542, gli ebrei furono costretti alla conversione pena la requisizione di tutti i beni. A quest’ultima ne seguirà un’altra nel 1581, Antiqua iudaeorum improbitas, con le stesse imposizioni). Il nemico questa volta era la Riforma Protestante di Lutero e Calvino che praticamente spezzò la Chiesa almeno in due tronconi. Quella Riforma che ebbe un valido aiuto nell’invenzione della Stampa che rese un poco più disponibile la Bicbbia alla lettura di più persone che prima la sentivano solo raccontata da gerarchi o fratacchioni. La Bibbia era sconvolgente se letta direttamente e la Chiesa infatti la proibiva con pochissimi permessi concessi solo a chi conosceva il latino e mai alle donne. La Sacra Inquisizione creò subito l’Index librorum prohibitorum, contenente anche la Bibbia, perfezionando una pratica di intolleranza completa iniziata nel Primo Concilio di Nicea del 325 e proseguita con tenacia ammirevole di Concilio in Concilio fino alla data della creazione ufficiale nel 1542 del Sant’Uffizio da parte di Paolo III che nel 1564, subito dopo il Concilio di Trento, con Paolo IV, emanò il Primo Indice Tridentino (preceduto da molti altri, tra cui il Paolino, e seguito da molti altri ed accompagnato in altri luoghi da ancora altri). Dentro l’Indice vi erano tutti i più importanti pensatori dell’epoca e delle epoche precedenti e, poiché allora la scienza che conosciamo oggi non esisteva, si stroncava ogni possibilità di discussione filosofica con carattere prescientifico. Papa Giulio III, con la bolla Cum meditatio cordis, del 1550, revocò a tutti i cristiani (esclusi gli inquisitori) la lettura di testi eretici, anzi nello stesso anno fa organizzare il primo rogo di libri eretici a Roma, dove anche quelli ebraici vengono bruciati. Gli eretici più “pericolosi” erano ovviamente i luterani, i calvinisti e gli ugonotti. E torniamo alla riscoperta dei classici greci ed ellenisti che in un primo tempo aveva eccitato l’entusiasmo anche di uomini delle gerarchie. Nelle corti papali tra canti e balli si aveva il vezzo della citazione in un ambito di totale ignoranza, anche tra i gerarchi. Lo stesso Papa Niccolò V fece Valla suo segretario. Si dilettava il Pontefice con questi colti umanisti che scavavano tra le cose antiche trovando pezzi interessanti e dilettevoli. In fondo le dispute del Valla o di altri umanisti come Ficino non avrebbero in alcun modo impedito l’accumulo di ricchezze, territori e potere. Ma questo ‘scavare’ portò pian piano alla costruzione di tante gallerie che presto fecero sprofondare il tranquillo terreno su cui ci si muoveva. L’afflusso sempre più massiccio delle opere dei classici greci rispetto ai ristrettissimi orizzonti del pensiero cristiano (Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Gregorio Magno, …), di quel poco che le opere di compilazione (Plinio, Boezio, Cassiodoro, Marziano, Capella, Calcidio, Macrobio, Beda, Isidoro di Siviglia, …) avevano lasciato, apriva davvero un mondo nuovo che però si innestava in un albero senza radici. Le conoscenze messe insieme da un cristianesimo che aveva accordato monoteismo con politeismo ed idolatria (venerazione di “reliquie”, pellegrinaggi, santi, certe credenze taumaturgiche, esorcismi, proibizioni di certi giorni, tradizioni pagane trasformate in rituali liturgici, … Ed anche se mai ufficialmente ammesse, erano ampiamente tollerate le pratiche degli amuleti, degli oroscopi, delle premonizioni che sarebbero state dietro ad alcuni fatti naturali straordinari come eclissi, comete, cavallette, bruchi, nascite deformi), che aveva tentato una operazione di dignità con San Tommaso e la Scolastica vennero ad incontrarsi o meglio scontrarsi con altre conoscenze maturate in molti secoli di splendore intellettuale. Gli effetti furono dapprima piuttosto contraddittori e ci vollero due o tre secoli per riuscire a cogliere le cose importanti, ad isolarle dalle incrostazioni che avevano subìto passando attraverso il commento di pensatori cristiani e comunque di persone che non sapevano cosa fosse l’essere laici avendo sempre riferimenti di tipo metafisico o mistico. Ma qualcosa si iniziò a modificare: se prima ogni fatto naturale era semplicemente prodotto quotidiano della divinità, da un certo punto ci si iniziò a chiedere anche di cause naturali che producono fatti naturali.

        Per altri versi quel Cinquecento che si apriva ad un nuovo mondo di conoscenze permise il riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa di magie ed alchimie. Il fatto dirompente, che ridette forte impulso all’alchimia e ad altre pratiche magiche, fu l’ascesa al soglio pontificio dello spagnolo Alessandro VI Borgia (Papa dal 1492 al 1503) che fu uno tra i più strenui difensori della magia ermetico-cabalistica e di ogni pratica astrologica ed alchemica che fosse colta. In una sua lettera a Pico della Mirandola (ed anche in una Bolla che Pico pubblicò nei frontespizi delle sue opere “magiche”) la magia veniva in qualche modo riconosciuta come un sostegno del cristianesimo. Come si può ben comprendere questo fece crescere enormemente gli influssi in ogni campo di magie, alchimie, astrologie e cabale. Ed ecco che nel Rinascimento la magia che per secoli era vissuta all’ombra di un sottobosco incolto con pozioni e sortilegi, acquista un aspetto colto che interessa non solo regnanti ma alte gerarchie della Chiesa fino ad arrivare allo stesso Papa. E l’alchimista inglese, Thomas Norton (c.1433-c.1513) tentò addirittura di cristianizzare l’alchimia, dando consigli sul come e dove operare per evitare l’influenza dei diavoli malvagi.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: