Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

(Ottobre 2009)

PARTE III

RICOMINCIO DA JAKI (PRIMA DI DISCUTERE DI COSE SERIE)

        Poiché  Stanley Jaki è un riferimento costante per i cattolici della parrocchietta e poiché Jaki, a parte le sciocchezze proprie, dal punto di vista dei riferimenti culturali, ha solo Duhem, è necessario parlare un poco di Jaki per poi passare ai pezzi forti di Duhem.

        Per parlare di Jaki basta riferirsi ad una intervista rilasciata ai nuovi carnefici di Totus Tuus, Cosimo Baldaro e Cosimo Galasso, riguardante Giordano Bruno. In essa Jaki fa sfoggio della sua ignoranza. Si legga il link proposto, qui riporto solo sue perline:

Dice Jaki – Bruno non ha nulla a che vedere con la scienza. Nella Cena delle Ceneri non vi è alcuna traccia di scienza, ma addirittura il suo contenuto rappresentava un insulto a Copernico e alle sue concezioni. Bruno non vuole sostituire  le rovine dell’universo aristotelico-tolemaico con la precisione dell’universo copernicano e del suo strumento, la geometria. Bruno distrugge, affinché la confusione e l’imprecisione possano regnare. In definitiva Bruno vuole solo distruggere.

        Jaki ha forse letto la Cena delle Ceneri ma non ha capito un tubo. In questa magistrale opera Bruno, prima addirittura di Galileo, formula i Principi d’Inerzia e  Relatività, estendendo quest’ultimo addirittura alla dinamica (si vada a leggere Il contributo di Giordano Bruno alla nascita della “nuova fisica”: i principi d’inerzia e di relatività nella sua opera che si trova nell’ultimo paragrafo del link indicato). E’ poi ridicolo che uno che è vissuto solo su Oresme e Buridano che sguazzano in Aristotele venga a dare giudizi da inquisitore su Bruno che rompe il mondo molto di più di quanto non lo abbia fatto Galileo. Ma poi questo personaggio noto solo ai frequentatori della curia, cosa sa dell’ambiente filosofico-magico del Cinquecento italiano ed europeo. Il Bruno che vuole distruggere è patetico perché è impossibile leggerlo per quello che è. Egli distrugge perché il mondo di Aristotele i cui rappresentanti sono Papa, Cardinali e gerarchie ecclesiastiche era ed è marcio era finito e chiuso su ogni novità prorompente da tutte le parti. La stessa accusa di magia a Bruno, mostra completa ignoranza dello svolgersi degli avvenimenti e particolarmente della Chiesa.

        Utilizzare oggi delle frasi ad effetto su chi poco sa sulle questioni rinascimentali e barocche, può risultare squalificante. Questa è l’operazione che generalmente si fa con Bruno ed essa ha successo per il facile impatto distruttivo che ha sulle persone alle quali mi riferivo. Si usa dire che Bruno era, di volta in volta o simultaneamente: un animista, un ermetico, un mistico, un mago, un filosofo. Si vanno a cogliere tra i suoi scritti frasi che, pur non essendo rilevanti nel contesto, sono oggi da giudicarsi prive di senso. La stessa operazione non viene mai fatta, soprattutto dalla storiografia anglosassone ed anche francese su studiosi,  filosofi o scienziati dei rispettivi Paesi.

              Questo aspetto richiederebbe un’ampia trattazione (si veda il lavoro, presente nel sito, MagiaReligione e Scienza nel Rinascimento italiano) anche perché le citazioni dalle opere originali sono lunghe. Qui mi accontento di riassumere qualche posizione, assolutamente comprensibile data la epoca, ma che se fosse stata sostenuta da Bruno lo avrebbe fatto squalificare ancora di più. Riferiamoci solo ai personaggi più noti.

Copernico: Essendo il Sole l’occhio di Dio è più logico che sia sistemato al centro dell’universo.

Kepler: Il Sole è il corpo più bello e come tale è occhio del mondo. Esso è l’unico luogo degno di diventare la casa di Dio se questi si degnasse di venire tra noi. Dio poi ha creato ed ordinato l’universo secondo le armonie e le proporzioni dei cinque solidi regolari di Pitagora e Platone. I pianeti poi nel loro moto intorno al Sole cantano le lodi del Signore. Ad esempio la Terra canta mi-fa-mi e per questo non possiamo stupirci del fatto che sulla Terra regnino MI-seria, FA-mine, MI-seria. Osservo a parte che fino ad un certo punto Kepler fu fortunato. Ai suoi tempi i pianeti conosciuti arrivavano fino a Saturno. In questo modo numero di pianeti (5) e numero di solidi regolari (5) gli fecero costruire una montatura teorica le cui proporzioni tornavano. Il guaio è che i solidi regolari sono ancora 5 mentre i pianeti sono cresciuti di numero. Tra l’altro Kepler ebbe un sussulto quando seppe che Galileo aveva scoperto i satelliti di Giove e si chiese ad alta voce se per caso Bruno non avesse avuto ragione.

Descartes: La quantità di movimento si conserva perché Dio mai toglie ciò che ha dato. Osservo a Margine che Padre Marsenne maestro di Descartes (oltreché di Pascal, che aiutò nel plagio di Torricelli) disse di Bruno (1624): “È uno dei più abominevoli uomini che la terra abbia mai avuto”.

Newton: I pianeti continuano nel loro moto infinito intorno al Sole per il continuo intervento di Dio che, di tanto in tanto gli fornisce “una spintarella”. Egli fu un mago, un alchimista ed un teologo bigotto.

           È utile osservare che tutti i citati facevano oroscopi (per arrotondare). Mai né Bruno né Galileo hanno fatto oroscopi nonostante ne fossero richiesti, soprattutto il secondo, in cambio di grosse ricompense (Galileo è sempre stato per tutta la vita persona piuttosto legata al denaro: gli mancava sempre).

        Jaki afferma che l’universo copernicano era ordinato mentre Bruno voleva il disordine (infiniti mondi, infiniti soli, senza confini, un mondo infinito, …). Il mondo di Copernico era una grandissima confusione di mescolanze tra concezioni aristoteliche e vere novità. Tale mondo non poteva esistere. Iniziò a farlo con Galileo. Ora spiego ai suoi seguaci perché il mondo di Copernico era un assurdo filosofico e scientifico. Entriamo ora in un campo che è stato discusso infinite volte e, anche se i chierichetti non leggeranno, occorre ripetere. Ciò che segue riassume i termini della questione. La tesi centrale dell’opera di Copernico, il De Revolutionibus Orbium Coelestium, la Terra in moto intorno al Sole immobile, rappresentò una svolta radicale ma più per le conseguenze che altri ne trassero che non per quello che lo stesso Copernico aveva detto. Egli, partendo da dati osservativi e per rispondere al vecchio problema del moto della sfera delle stelle fisse (tale sfera era considerata da Aristotele in moto pur occupando sempre lo stesso luogo), modificò le posizioni degli astri nel sistema astronomico aristotelico-tolemaico, senza preoccuparsi di conciliare ciò con tutti gli altri problemi che si aprivano con la nuova organizzazione planetaria. I ragionamenti che Copernico porta a sostegno della tesi che vuole la Terra in moto intorno al Sole immobile sono aristotelico-scolastici. Seguiamo questi ragionamenti:

– “Poiché il cielo è la dimora di tutti …, non si vede perché non si debba attribuire il moto più al contenuto che al contenente”.
– Se la Terra a causa del suo moto dovesse andare distrutta, a maggior ragione si dovrebbe distruggere la sfera delle stelle.
– La Terra non va distrutta a seguito del suo moto perché esso è naturale e non violento.
– La caduta non lungo la verticale che dovrebbero avere gli oggetti è spiegata con
l’affermazione che l’aria segue il moto della Terra “perché l’aria, impregnata di terra e di acqua, vicina alla terra, segue le sue stesse leggi”.
– “La condizione di immobilità è considerata [da Aristotele] più nobile e divina della condizione di cambiamento ed instabilità, la quale quindi è più appropriata alla Terra che all’Universo”.
– Ci vorrebbe un motore enorme per muovere la sfera delle stelle.
– La Terra deve ruotare di moto naturale perché è sferica.

        Queste argomentazioni di Copernico creano moltissime difficoltà allo stesso aristotelismo e mostrano forzature dei ragionamenti. Se non sapessimo che Copernico è persona dottissima potremmo addirittura dubitare della sua conoscenza di Aristotele. Vediamo allora le difficoltà nei ragionamenti di Copernico.

– Ha ragione Aristotele quando afferma che la Terra dovrebbe disintegrarsi a causa del suo moto e non la sfera delle stelle. Infatti la Terra è soggetta a generazione e corruzione oltre a possedere pesantezza, mentre la sfera delle stelle è eterea, eterna e per essa non esiste pesantezza.
– Allo stesso modo, un motore avrebbe mosso più facilmente le parti eteree dell’universo che non la Terra.
– Anche il Sole è sferico e perché dovrebbe essere immobile ? – Il sistema infine, anche se nasceva dal proposito di rendere più semplici i calcoli, era complesso almeno quanto l’aristotelico-tolemaico.

        Nonostante il “conservatorismo” di Copernico, si aprivano grosse brecce nel sistema di Aristotele che qualcuno avrebbe dovuto sistemare se avesse abbracciato il nuovo sistema e questo perché, come ho ricordato più volte, il sistema astronomico aristotelico-tolemaico è un tutt’uno con la fisica di Aristotele. E’ impensabile modificare un pezzo dell’impianto senza rendersi conto dei guasti nell’altro. Vediamo quali erano i problemi che si aprivano e che, al momento, erano senza soluzione:

– Si mette in discussione l’esistenza di due tipi di mondi separati dal cielo della Luna (la Terra, nel suo moto, “si infila” in mezzo ai due mondi).
– Si distrugge la teoria dei quattro elementi e quella del moto ad essa collegata tramite la teoria dei luoghi naturali (perché ora un oggetto dovrebbe cadere sulla Terra?).
– Tutti i moti vengono considerati come naturali e la Terra che si muove di moto circolare viene a perdere le caratteristiche di peso e leggerezza.
– Con l’ammissione di immobilità dell’ultima sfera (quella delle stelle fisse), in accordo con Aristotele (l’infinito non può muoversi), si apre alla possibilità di un mondo “infinito”.

         Per dirla con Kuhn: Per Copernico la Terra in moto rappresenta un’anomalia in un universo aristotelico. Ed ora se i chierichetti non hanno capito il gran casotto fatto da Copernico, non hanno speranza. Quindi Bruno coglie la grande novità della rottura del mondo aristotelico (rottura e basta) ed immagina di andare oltre togliendo ogni altra barriera. Questo è pensiero e non come dice un benedettino per scherzo Bruno non è certamente un martire della scienza e neppure del libero pensiero, a meno che per “libero pensiero” non s’intenda “pensiero a ruota libera”. Lo scopo di Bruno consisteva nel promuovere una visione del mondo impregnata di misticismo occultista e magico. Il suo interesse per la teoria copernicana aveva soltanto lo scopo di promuovere la visione di un nuovo ordine del mondo basato sull’occultismo. Purtroppo, perfino gente con un elevato grado di cultura crede ancora che Bruno abbia serie credenziali scientifiche. Altrimenti, per esempio, perché organizzare, presso l’università La Sapienza di Roma, un convegno internazionale dal titolo Giordano Bruno e la nuova scienza, al quale, il giorno 18 febbraio 2000, sono stato invitato come relatore? Soffermatevi su questo rosario di sciocchezze e coniugatele con il dialogo scienza e fede. Capirete che con questi personaggi non c’è dialogo perché il dialogo presuppone due entità pensanti e da quella parte difetta tutto il pensiero. Riguardo alla magia e l’occultismo debbo ancora rimandare all’articolo già citato ed aggiungere che in quell’epoca i papi riconobbero ufficialmente magie, alchimie ed oroscopi. Uno tra i più strenui difensori della magia ermetico-cabalistica e di ogni pratica astrologica ed alchemica fu Alessandro VI (Papa dal 1492 al 1503). In una sua lettera a Pico della Mirandola (ed anche in una Bolla che Pico pubblicò nei frontespizi delle sue opere “magiche”) la magia veniva in qualche modo riconosciuta come un sostegno al cristianesimo. Fu la Chiesa quindi che si innamorò della magia quella Chiesa che oggi ha avuto Milingo ed esorcisti vari tra cui Padre Amorth (omen nomen), quella Chiesa che negli USA ha pedofili in quantità industriale (è fuori tema come sono fuori tema molte osservazioni dello “storico” su Bruno). La magia all’epoca si suddivideva in due rami principali che erano: quella naturale e quella nera. La seconda è quella che ancora oggi conosciamo come magia. La prima era invece lo studio della natura ed in nuce aveva in sé le caratteristiche di quelli che quasi contemporaneamente saranno conosciuti come filosofi naturali.  Come si può ben comprendere fu però la posizione della Chiesa che fece crescere enormemente gli influssi in ogni campo di magie, alchimie, astrologie e cabale. Ma poi queste continue operazioni di buttare là frasi ad effetto senza minimamente preoccuparsi di capire in che epoca si è fa parte del vergognoso bagaglio dei venditori ambulanti o degli ignoranti sempre e comunque schierati alla corte dei potenti. Jaki non è sazio di baggianate e continua imperterrito affermando che dovunque in Europa Bruno avrebbe avuto la stessa sorte (questi brucerebbero ancora chi dissente, senza alcun problema): rimane il fatto che il distacco di Bruno dall’ortodossia cristiana era così ampio e profondo, che lo stesso destino gli sarebbe stato riservato sia nella “repubblica teocratica” costruita nell’elvetica Ginevra da Jean Cauvin — italianizzato in Giovanni Calvino (1509-1564) — che nell’Inghilterra di Elisabetta I Tudor (1533-1603), se fosse rimasto in entrambe per lo stesso lasso di tempo. A Ginevra viene scomunicato dal Concistoro calvinista, e sarebbe stato immediatamente arrestato, se non fosse sfuggito alla presa della teocrazia calvinista il più velocemente possibile. La risposta al fratacchione è: Ma a Venezia no. Solo i ricatti della Chiesa hanno permesso ciò che poi è accaduto, l’orrendo massacro. E stupisce ancora la via della giustificazione dell’ineluttabile. Neppure sfiora il cervello di questi infami che si può pensare in modo diverso (questo è il libero pensiero che chi ha la pancia piena dei soldi dei cittadini, senza colpo ferire, non può capire). Ma poi, secondo lo storico, una persona che non sa sostituire tutto un impianto nuovo al vecchio che pur ordinato crolla, non ha diritto di parola? Caspita ! E che visione viene proposta ? quella di Bellarmino che era certamente ordinata? Certo è deprecabile, come dice carognescamente  Jaki, che Bruno sia finito al rogo, ma l’astio profondo, l’odio nei suoi riguardi non cessa se tutto è incentrato su quella sola “piccola parte” (la parte scientifica) di contributo di Bruno che pur viene ammessa dallo stesso “storico”. L’astio è ancora legato a quella montagna di eresia, grandissima parte del suo pensiero, che gli viene di nuovo rinfacciata e per quella si mescola indegnamente nella parte scientifica. Così Jaki può concludere che comunque qualcuno lo avrebbe ammazzato per giustificazione non benedettina ma gesuita. La storia del Congegno alla Sapienza di Roma è popi esemplare della chiusura ed ottusità del personaggio. Perché organizzare un convegno su “Giordano Bruno e la nuova scienza“? Quando si organizzano convegni in un Paese civile e laico, Jaki, le tesi finali non sono date a priori come accade nelle riunioni dogmatiche ecclesiastiche. Alla fine di un tale convegno, si potrebbe anche concludere che Bruno con la nuova scienza non c’entra nulla. Non risulta a tale storico questo modo di procedere? Ma qui si misura anche il grado di ignoranza di Jaki. Non sa neppure cosa vuol dire “nuova scienza” o “scienza nuova”. Non conosce neppure Vico il nostro storico, non conosce il valore epistemologico di Scienza Nuova nel ‘500 italiano, che non è come dire nel ‘500 russo.

        Jaki poi vuole dare l’immagine di uno che conosce sia la geometria di Copernico sia la fisica avanzata. Ed accusa Bruno di non conoscere neppure la geometria.Bruno non conosceva la geometria che utilizzava Copernico? Possibilissimo ma ciò cosa vuol dire? Chi non conosce tale geometria non può discutere delle conclusioni copernicane? Chi lo avrebbe potuto fare ? il noto geometra Bellarmino ? o il noto forcaiolo Papa Barberini ? Ha provato lo storico Jaki a leggersi i “Principia Mathematica” di Newton con il metodo delle flussioni, una sorta di analisi matematica costruita come una geometria ? Ho fortissimi dubbi ma se qualche seguace vuole possiamo parlarne. A proposito, che dicono i jakisti dei metodi “geometrici” di Tolomeo? Quelli li conoscono ?

        Andando oltre Jaki disquisisce sull’infinito di Bruno dicendo che la cosa non ha senso perché nessuno dei contemporanei, fino a Newton, ammetteva l’infinito (non può mancare l’errore perché il mondo per Galileo non è finito come dice Jaki ma interminato). Caspita ! L’infinito per alzata di mano. Stupenda logica quella del fratacchione. Ed arriva a ciò che in questi personaggi non può mancare, ai creatori della scienza moderna secondo Duhem, che sarebbero Oresme e Buridano: Nel Medioevo l’ipotesi dell’eternità dell’universo, presente nella cosmologia greca, viene abbandonata in considerazione del dogma cristiano della creazione ex nihilo et in tempore. Questo mutamento comporta, in particolare, una sostituzione delle leggi aristoteliche del moto con la legge del moto inerziale formulata dai filosofi e teologi scolastici francesi Jean Buridan, italianizzato in Giovanni Buridano (1300 ca.-1360 ca.), e Nicole d’Oresme (1323-1382), fatto di grande aiuto per Copernico e per i suoi primi seguaci. Un altro grande contributo dei medioevali alla scienza newtoniana è l’invenzione dell’ars latitudinis, ovvero dell’uso delle dimensioni geometriche per rappresentare le grandezze fisiche. Essa è basilare per lo sviluppo successivo della geometria analitica da parte del filosofo e matematico francese René Descartes, italianizzato in Renato Cartesio, (1596-1650) e aiuta Galileo nel calcolare che le distanze coperte dai corpi in caduta libera sono proporzionali al quadrato del tempo. Pertanto, se il mondo moderno ha una scienza, lo deve alla cultura della Cristianità medioevale.

        Sui contributi degli Oresme e Buridano parlerò più diffusamente nel prossimo paragrafo, ora dico poche cose.  Gli studiosi di Oxford sono passati alla storia per le loro controversie di tipo aristotelico, controversie dalle quali Bruno è sempre rifuggito inorridito. Esempi di controversia aristotelica (si badi bene: aristotelica, non di Aristotele): il cioccolato è un cibo liquido o un cibo solido ? Che utilità potrebbe avere per l’uomo avere un dito in più o un dito in meno ? Visto che occorre tagliarsi le unghie è conveniente iniziare dalla mano destra o dalla sinistra ? Ma poi, nonostante estenuanti ricerche, nulla risulta del contributo di sì raffinati critici alla nascita della scienza moderna. Ingiurie? Molto poco in un’accolita di aristotelici ! Inoltre la frase che vorrebbe la legge del moto inerziale ricavata da Oresme e Buridano è esemplificativo dell’ignoranza di Jaki. Il moto inerziale formulato dagli scolastici ? Certo qui non vi sono alternative alle seguenti: o Jaki è un imbroglione o è un ignorantone. Insisto le scuole di Oxford e di Parigi, generalmente di francescani, hanno avuto un qualche rilievo da pochi anni quando storici seri si sono accaniti a ricercare i loro contributi. Ma qualunque studioso serio, non solo della scienza, sa che tutti i contributi che non sono stati riconosciuti e non hanno avuto ricadute sono uguali a zero, dal punto di vista dell’influenza sull’evoluzione del pensiero. L’esempio italiano che si può fare è quello di Leonardo. Non ha avuto scuole, scriveva in modo che si capiva da solo, inutile ricercarne una scuola, una influenza se non in ambiti pubblici come la pittura, pur infelice dal punto di vista della tecnica, almeno degli affreschi.

        Aggiungo poi che quell’italianizzato che usa Jaki è una bufala. I nomi di scienziati-filosofi citati non sono “italianizzati” come atto tipico degli statunitensi o degli ispanici, quasi una forzatura di una volontà di imporre la propria lingua. In realtà erano gli stessi personaggi citati che si “latinizzavano” (non “italianizzavano”) firmando le loro opere. Così Descartes si firmava Cartesius, Kepler si firmava Keplerus e così via. Il fatto è che l’Italia, all’epoca era il centro mondiale della ricerca scientifica finché non intervenne la mannaia della Chiesa che, nell’arco di qualche anno riuscì a spostare il baricentro della ricerca nel Nord Europa. Da allora (condanna di Galileo) in Italia vi sono stati 300 anni di buio (fino ad Enrico Fermi ed alla sua scuola).

        Alla fine dell’intervista il fratacchione fa sfoggio di conoscenze di fisica contemporanea dicendo un mare di sciocchezze. Che c’entra la massa totale dell’universo con la sua finitezza o infinità? Che confusione Jaki! La massa può essere finita in un mondo finito o infinito! Ma poi si rilegga (se lo ha mai fatto) Einstein e si accorge che lei continua ad errare gravemente. La fisica non è né fede né dogma. Non è vero che, una volta stabilito che la massa è finita è indifferente che lo spazio sia finito o infinito. Non ha mai sentito parlare del continuo spazio temporale ? Che lo spazio assoluto ed indifferente alla Newton non c’è più, pur avendo assolto un ruolo importantissimo?

        Insomma, leggetevi questo pezzo di ignoranza e capirete certamente da soli. E su Jaki non torno più. Quando lo citerò ricordatevi della montagna di nulla che è questo personaggio citatissimo dai bigotti tradizionalisti della curia.

        Ed ora passiamo a cose serie che vorrebbero essere base di studio per i suddetti clericali ottusi. Una discussione che abbia un qualche senso e che riguarda anche scienza e fede deve partire dal conoscere cosa si discute, altrimenti facciamo le disquisizioni aristoteliche che tanto amavano i chierici medioevali.

CORRENTI FILOSOFICHE E SCIENTIFICHE SUL FINIRE DEL MEDIOEVO


        Nonostante già si conoscessero alcune opere di Aristotele, l’intero corpo dei suoi lavori, che rende ben conto della complessità, globalità e sistematicità del suo pensiero, viene conosciuto nel corso del XII secolo. E’ il primo sistema che abbraccia nel suo complesso tutte le branche del pensiero e della conoscenza. Il fascino che l’aristotelismo iniziò ad esercitare fu enorme. Anche tra i cristiani (particolarmente quando gli Scolastici conobbero la Metafisica di Aristotele) sorse un forte moto di ammirazione: il  sistema aristotelico poteva rappresentare il complemento filosofico, ciò che la Chiesa aveva sempre cercato, al Cristianesimo stesso, un corpo di dottrine che avrebbe finalmente culturalmente nobilitato il Cristianesimo (che, fino ad allora, si era affidato alle pie ma parziali visioni di Platone e dei neoplatonici). Sfortunatamente in Aristotele, più che in Platone, mancava l’idea di Dio. Questo fu il motivo per cui l’aristotelismo ebbe alterne vicende agli inizi del 1200. Intanto, già nel 1169, il Concilio di Tours aveva vietato ai monaci di leggere i pericolosi testi di fisica. Nel 1210 il Concilio provinciale di Parigi vieta l’insegnamento delle dottrine di Aristotele. E non è che queste cose non avessero peso. Ormai le Università non erano più le libere Università dei felici momenti in cui nascevano; vista la loro crescente importanza queste, con il beneplacito ed il sostegno delle varie case regnanti, erano ormai passate tutte sotto il controllo diretto della Chiesa (principalmente erano gestite da francescani e domenicani). I divieti di insegnamento o le condanne avevano effetti immediati sulla diffusione, ai livelli culturali più elevati, delle dottrine di Aristotele e degli aristotelici. Inoltre, proprio all’inizio del XIII secolo cominciarono a diffondersi per l’Europa svariati movimenti religiosi giudicati eretici dalla Chiesa. Tra questi i principali erano: i Catari (Albigesi, Manichei, Patarini, …) ed i Valdesi. Nel 1209, una «crociata» contro gli Albigesi si era conclusa con orrendi massacri. Ma l’aspetto più importante di ciò è che nel 1233 Gregorio IX fondò il Tribunale della Inquisizione che (1235) venne affidato come privilegio ai Domenicani e poi esteso ai Francescani [si iniziò subito con la pratica della tortura che fu ufficialmente autorizzata e riconfermata da successivi Papi: Innocenze IV (1252), Alessandro IV (1259), Clemente IV (1265)]. Ebbene, in questo clima, si susseguirono altre condanne ad Aristotele: dapprima si espresse in proposito il Concilio lateranense del 1215 (Papa Innocenzo III), quindi la condanna fu riaffermata da Papa Onorio III e successivamente da Papa Gregorio IX (1231), infine, qualche anno dopo, da Papa Urbano IV. Ancora nel 1277  sia. il Vescovo di Parigi che quello di Canterbury condannarono la quasi totalità dell’opera di Aristotele e degli aristotelici (essenzialmente Averroé). Da notare che i più accaniti contro Aristotele (forse sarebbe meglio dire contro l’aristotelismo) furono i francescani.
        Il contrasto tra aristotelismo e Cristianesimo (insignificanza del posto di Dio, eternità del mondo con conseguente negazione della Creazione, inesistenza di libero arbitrio in un mondo determinato dal movimento delle sfere celesti, …) fu appianato da San Tommaso che semplicemente corresse Aristotele dove questi risultava in contrasto con le dottrine della Chiesa (l’interpretazione averroistica di Aristotele – negazione dell’anima individuale – continuava ad essere in forte contrasto con la Chiesa). Solo quattro anni dopo la morte di San Tommaso, nel 1278, i domenicani assunsero ufficialmente la dottrina di San Tommaso che piano piano divenne la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa (la cosa fu ratificata da Papa Pio V che, nel 1567, in piena Controriforma, nominò Tommaso Dottore della Chiesa). Fu così che Aristotele iniziò ad essere considerato addirittura un precursore di Cristo nelle cose naturali e quindi ad essere considerato una indiscutibile autorità nelle questioni filosofiche, scientifiche e teologiche (soprattutto per merito degli insegnamenti nelle varie Università di domenicani e francescani). Ma, fatto di maggior importanza, San Tommaso è convinto che non vi sia nessuna contraddizione tra scienza e fede di modo che incita a studiare la scienza perché ciò serve a consolidare la formazione religiosa e a sradicare errori e superstizioni. La scienza a cui si fa riferimento è una scienza empirica poiché il modo che noi abbiamo di conoscere è fondamentalmente legato ai nostri sensi, all’esperienza che loro fanno durante la nostra vita.
        Nonostante questa apertura, la scienza non decollava per svariati motivi. In primo luogo San Tommaso e gli altri pensatori come Alberto Magno erano lontanissimi dal livello culturale della quasi totalità della gente; in secondo luogo l’insegnamento medioevale era centrato quasi esclusivamente sullo studio dei classici, ispirando rispetto per la loro autorità; in terzo luogo l’illimitata venerazione di cui godeva Aristotele non permetteva passi in avanti sostanziali; infine, e questo è un aspetto molto importante, da una parte non si disponeva di una adeguata conoscenza della matematica (che si avrà solo nel Cinquecento) e dall’altro nessuno pensava ad intersecare processi di misura con la conoscenza della natura (non è la quantità che ci permette di conoscere l’Essenza delle cose). Vi era una cosa che sembra estranea a quanto discutiamo ma ha un peso essenziale: le condizioni socio economiche non richiedono e non possono permettersi scienza. In questa situazione la scienza non poteva essere altra cosa che una descrizione ingenua della natura accompagnata da una classificazione qualitativa di oggetti e fenomeni per le quali cose l’unica dimostrazione necessaria, era il ragionamento (che aiuta nella classificazione) e quindi il sillogismo (si noti che per Aristotele anche una dimostrazione geometrica era una classificazione). Inoltre la stessa organizzazione oligarchica dello Stato può essere vista come giusta in quanto gerarchizzata e quindi costruita ad immagine della natura (ciò faceva molto piacere ad ogni potente).

LA SCIENZA NEL MEDIOEVO

       Un primo studioso d’interesse che incontriamo nel deserto che circondava la conoscenza è Giovanni Filopono di Alessandria (circa 490 – 570). Egli è uno dei tanti commentatori di Aristotele che opera nell’Impero bizantino come direttore della Biblioteca. E’ un neoplatonico convertito al cristianesimo che trasformerà la scuola di Alessandria in una sorta di scuola di teologia e che sarà però condannato dalla Chiesa (681) per eresia (aveva inteso la Trinità come tre persone distinte!). Egli va ricordato perché, nel suo commentare Aristotele, quell’Aristotele che arrivava in lettura platonica, mostra che alcune cose non gli tornano. Per risolvere le quali avanza una teoria, quella dell’impetus, che avrà grande importanza nel XIV secolo.

    La critica di Filopono ad Aristotele è radicale e per capirla occorre riprendere alcune concezioni di Aristotele sullo spazio, il tempo ed il luogo.

   L’universo aristotelico essendo finito e tutto pieno non prevede l’esistenza del vuoto. Ciò vuol dire che al di là dell’ultima sfera non vi è alcuna cosa, neppure il vuoto. Cerchiamo ora di vedere quali sono le motivazioni che Aristotele porta all’impossibilità dell’esistenza del vuoto all’interno della sfera delle stelle fisse.

      Poiché il vuoto, se c’è, deve essere in qualche luogo e poiché il luogo è definito quando è occupato da un corpo (o più in generale da materia), è assurdo pensare alla sua esistenza essendo il vuoto, per sua definizione, assenza di corpo e di materia.

       Ci sono poi alcuni che credono nell’esistenza del vuoto in quanto esiste il movimento ma, osserva Aristotele, “non è possibile che neppure un solo oggetto si muova, qualora il vuoto esista“.

       Infatti se ci riferiamo ai moti che avvengono naturalmente in natura (i “moti naturali”, quelli rettilinei che procedono dall’alto verso il basso o dal basso verso l’alto), come è possibile che essi accadano o nell’infinito o nel vuoto, se sia infinito che vuoto non hanno luoghi particolari verso cui una cosa possa muoversi (come per esempio il fiume verso il mare, il fuoco verso l’alto, la terra verso il basso,…)? Se ci riferiamo invece ai moti violenti, ebbene, un sasso lanciato continua nella sua corsa

perché l’aria, spinta, spinge a sua volta con un moto più veloce di quello spostamento del corpo spinto in virtù del quale il corpo stesso viene spostato verso il suo proprio luogo“.


     E’ quindi l’aria che permette l’esistenza di un moto; è l’aria infatti che sostiene una freccia lanciata e che, chiudendosi dietro di essa, la sospinge.
    Dice poi Aristotele nel De Coelo:

…al di fuori del cielo non c’è, né è ammissibile che venga ad essere, alcuna mole corporea; il mondo nella sua totalità è dunque formato di tutta la materia propria ad esso… cosicché… questo cielo è uno, e solo, e perfetto.

E’ insieme evidente anche che fuori del cielo non c’è né luogo, né vuoto, né tempo. In ogni luogo infatti può sempre trovarsi un corpo; vuoto poi dicono essere ciò in cui non si trova presente un corpo, ma può venire a trovarsi; tempo infine è il numero del movimento, e non c’è movimento dove non c’è un corpo naturale
“.

       Da questo branorisulta che l’intero spazio concepibile da Aristotele è all’interno dell’ultima sfera, quella delle stelle fisse. Anzi per essere più precisi esso è all’interno della superficie interna dell’ultima sfera. Dice Aristotele, che usa il termine luogo invece del nostro spazio:

…il luogo è il primo immobile limite del contenente“.

      E siccome il contenente è l’ultima sfera essa è il limite del luogo. Inoltre l’esistenza del luogo rende possibile il moto:

il più comune e fondamentale movimento, quello che si suol chiamare spostamento, è in relazione ad un luogo“.

         D’altra parte l’evidenza naturale di movimenti rende plausibile l’esistenza del luogo:

Che il luogo esista sembra risultare chiaro dallo spostamento reciproco dei corpi“.

   E poiché un luogo è definito dalla presenza di un corpo, allora:

sarebbe lecito supporre che il luogo sia qualcosa che prescinde dai corpi“.

Ed inoltre:

…è difficile determinare che cosa esso sia, se una massa corporea o qualche altra natura… Comunque, esso ha tre dimensioni: lunghezza, larghezza e profondità, le stesse da cui ogni corpo è determinato. Ma è impossibile che il luogo sia un corpo, perché allora in esso stesso ci sarebbero due corpi“.

     In definitiva, poiché l’ultima sfera, quella delle stelle fisse, si muove e poiché il movimento è possibile là dove c’è un luogo, allora:

“anche il cielo, anzi esso più di ogni altra cosa, è in un luogo, poiché il cielo è sempre in movimento”.

    Se uno però sta un poco attento al legame esistente tra queste affermazioni, si accorge che esiste almeno una incongruenza. Poiché infatti il movimento, inteso come spostamento, è definito da Aristotele come l’occupare successivo di luoghi diversi, se non c’è luogo al di là dell’ultima sfera, com’è possibile che essa ruoti? E d’altra parte, essendo la Terra immobile, essa (ultima sfera) ruota.

    Questa difficoltà era ben presente in Aristotele il quale, per conciliare l’inesistenza di qualunque cosa (anche il vuoto) al di là dell’ultima sfera, con il fatto che essa ruota (dovendo perciò occupare luoghi diversi) è costretto ad ammettere che l’ultima sfera, pur ruotando, occupa sempre lo stesso luogo:

…ciò che si muove in circolo non può mutar di luogo“.

Evidentemente questo è il punto più debole della teoria aristotelica di luogo e di moto e proprio su questo punto si inserisce la critica di Filopono.

    Secondo Filopono c’è innanzi tutto da rimettere in discussione la teoria del movimento di Aristotele. Se si lancia un proiettile

è necessario che una certa potenza motrice incorporea sia ceduta al proiettile dallo strumento che lo lancia; l’aria non contribuisce affatto a tal moto, e vi contrasta ben poco…“.

    Questa formulazione, che anticipa teoria dell’impetus, fa a meno del mezzo per giustificare il movimento e considera una sorta di potenza motrice che si trasferisce da ciò che provoca il moto al proiettile che lo subisce. La fine del moto avviene per consumazione progressiva di questa potenza motrice a causa, tra l’altro, del fatto che l’aria oppone al moto una resistenza (questo almeno per quanto riguarda i moti provocati, quelli che non hanno origine naturale). Ma poiché il moto è legato al luogo, è necessario considerare cos’è il luogo. E qui viene fuori il punto più delicato della discussione: si tratta essenzialmente dello scoprire una profonda contraddizione nella definizione aristotelica di luogo. Abbiamo già visto che per Aristotele “luogo è il primo immobile limite del contenente“. Ebbene per quello che ora ci serve occorre puntare l’attenzione su quell’immobile. Infatti la questione che, ad esempio, si pone è: qual è il luogo di un sasso poggiato nel letto di un ruscello? Il corpo contenente è l’acqua, per cui ad un certo istante uno potrebbe pensare che è la superficie interna dell’acqua avvolgente il sasso che costituisce il luogo del sasso.

       Ma l’istante successivo “quel luogo” si è spostato facendo posto ad un “altro luogo”. La pietra non si è mossa, essa è rimasta là ma il presupposto suo luogo cambia istante per istante. E’ chiaro che bisogna riferirsi allora a quell’immobile di qualche riga più su. Il luogo della pietra non è altro infatti che il letto del fiume su cui è poggiata. E fin qui tutto torna. Ma se applichiamo la definizione aristotelica di luogo alle sfere celesti troviamo la contraddizione di cui si diceva. Certamente il luogo del mondo sublunare è delimitato dalla superficie interna della sfera della Luna ma essa ruota e quindi si muove e quindi non può delimitare un luogo.

     Aristotele aveva però ben presente questa difficoltà tanto è vero che per lui un moto rotatorio attorno ad un centro o ad un asse fisso, poiché la sfera occupa sempre lo stesso luogo, non è da considerarsi moto locale. Filopono prende invece in esame una zona particolare di una sfera in rotazione ed osserva che questa zona occupa successivamente luoghi diversi. E’ facile concludere allora che l’intera sfera pur restando, per così dire, nello stesso luogo, occupa sempre luoghi diversi (essendo dotata quindi di moto locale).

     Rimane allora il problema: qual è il luogo del mondo sublunare? Esso non è il cielo della luna ma non può certamente esserlo il cielo di Giove o Saturno o qualunque altro cielo perché si muovono. In particolare neanche il cielo delle stelle fisse può delimitare un qualche luogo proprio perché anch’esso non è immobile. Inoltre se ci ponessimo la domanda del qual è il luogo in cui si muove questo cielo, dovremmo ammettere di non essere in grado di rispondere poiché non sappiamo in quale luogo esso sia non essendo noi in grado di trovare alcun “primo immobile limite” di un qualche cosa che lo contenga. D’altra parte il fatto che l’ultima sfera sia dotata di moto locale implica che anche la superficie esterna di essa occupi successivamente luoghi diversi che debbono però esservi per poter, appunto, essere occupati. E’ qui evidente che comincia a traballare l’affermazione aristotelica dell’inesistenza di qualsiasi cosa (ed in particolare di luogo, tempo e vuoto), al di là del cielo delle stelle fisse e si intravede la possibilità di estendere lo spazio oltre quell’ultima sfera.

    In ogni caso sorge allora la necessità di distinguere luogo, o meglio spazio, dalla materia che lo occupa o lo delimita. E Filopono nel definire lo spazio che discende dalle precedenti osservazioni, fa proprio l’operazione di separarlo da ogni considerazione relativa al suo contenuto:

Lo spazio non è la superficie limite del corpo avvolgente… esso è un certo intervallo, misurabile in tre dimensioni, di sua natura incorporeo, diverso dal corpo in esso contenuto; è pura dimensionalità priva di qualunque corporeità; invero, per quanto riguarda la materia, spazio e vuoto sono identici” . 

    Ed è proprio il fatto che, quando si sposta un oggetto da un luogo, lo spazio da esso occupato viene ad essere rimpiazzato da un’altra sostanza che rende concettualmente valida l’idea di vuoto. In ogni caso gli oggetti si spostano ma lo spazio, sotto, rimane immobile e questo spazio, proprio perché inerte, non può più essere alla base della dinamica come lo era in Aristotele, tant’è vero che, come abbiamo visto, viene rimpiazzato da un abbozzo di “teoria dell’impetus”.

     Per quanto riguarda il resto della teoria di Aristotele essa viene sostanzialmente accettata, anche se qua e là occorre fare degli aggiustamenti.

    E’ tutto questo molto interessante anche perché avrà, come accennato, un seguito importante poiché l’aristotelismo iniziò ad esercitare un fascino enorme anche tra i cristiani particolarmente quando gli ‘scolastici’ conobbero la Metafisica di Aristotele, 600 anni dopo Filopono. Sorse allora un forte moto di ammirazione: il sistema aristotelico poteva rappresentare il complemento filosofico, ciò che la Chiesa aveva sempre cercato, al Cristianesimo stesso, un corpo di dottrine che avrebbe finalmente nobilitato culturalmente il Cristianesimo (che fino ad allora oltre alla povera ed “incolta” Bibbia, si era affidato alle pie ma parziali visioni di Platone e dei neoplatonici). Sfortunatamente in Aristotele, più che in Platone, mancava l’idea di Dio. Questo fu il motivo per cui l’aristotelismo ebbe alterne vicende durante il 1200. Intanto già nel 1169, il Concilio di Tours aveva vietato ai monaci di leggere i pericolosi testi di fisica. Tra il 1210 ed il 1215, il Concilio provinciale di Parigi vietò l’insegnamento delle dottrine aristoteliche, condannate in blocco. Quindi altre condanne: il Concilio lateranense del 1215 (con Innocenzo III) e con la riaffermazione di Onorio III e di Gregorio IX (1231), infine, qualche anno dopo, di Urbano IV. Ancora tra il 1270 ed il 1277 sia il vescovo di Parigi E. Tempier che quello di Canterbury condannarono ben 219 proposizioni tratte dall’opera di Aristotele e dagli aristotelici (essenzialmente Averroè). Da notare che anche le tesi aristoteliche di San Tommaso erano state condannate, non già da Tempier ma dalle medesime Università di Parigi ed Oxford. In generale furono i francescani ad opporsi fermamente, in un primo tempo, all’ateismo aristotelico letto invece diversamente dai domenicani. Il contrasto tra aristotelismo e Cristianesimo (insignificanza del posto di Dio, eternità del mondo con conseguente negazione della Creazione, inesistenza del libero arbitrio in un mondo dominato dal movimento delle sfere celesti, la non immortalità dell’anima, il rigido determinismo, …) fu appianato da S. Tommaso, come vedremo oltre, un frate dell’ordine dei domenicani che si definivano i cani da guardia dell’ortodossia.

        E’ istruttivo riportare ciò che riuscì a dire Duhem sulle condanne dell’aristotelismo del 1277:

Se avessimo bisogno di assegnare una data alla nascita della scienza moderna, sceglieremmo senza dubbio questa data del 1277 […] Intesa come una condanna del necessitarismo greco, questa condanna porterà molti teologi ad affermare come possibili in virtù della onnipotenza di Dio cristiano posizioni scientifiche o filosofiche tradizionalmente giudicate impossibili in virtù dell’essenza delle cose. Permettendo esperienze spirituali nuove, la nozione teologica di un Dio infinitamente potente ha liberato gli spiriti dalla cornice limitata in cui il pensiero greco aveva incluso l’universo.

Come un altro francese, A. Koyré, ha osservato: sfortunatamente il nuovo campo che si apriva alla speculazione dei filosofi e dei matematici non ha interessato nessuno. Peccato che Duhem non abbia detto anche che le condanne di Bruno e Galileo erano altrettanto benvenute perché aprivano il mondo della scienza … alla Francia (avendolo ammazzato in Italia).

ALCUNI FATICOSI E FONDAMENTALI AVANZAMENTI

    Mentre si disquisiva di queste cose, che se si confrontano con i livelli delle problematiche raggiunti con Archimede, Euclide, Apollonio, … mettono in imbarazzo, altri lavoravano per ricomporre un quadro di razionalità soprattutto nella matematica che era andata perduta, anche nelle sue operazioni più elementari.

    La matematica, avevamo notato anche commentando gli stupendi successi alessandrini, soffriva di un problema di fondo, il non agile simbolismo. La questione del simbolismo era rimasta la stessa a Roma. A questo problema ne va aggiunto un altro che, a posteriori, capiamo molto bene: la mancanza dello zero in una chiara numerazione di posizione ed in una non scelta di base di numerazione. Tutto ciò aveva in qualche modo fermato lo sviluppo della matematica alla geometria che, comunque, non poteva avanzare ed essere sistemata senza proprio quel simbolismo. Cosa accade in questi anni di risolutivo e di interesse ?

    Seguiamo un percorso che si snoda da lontano per intersecarsi con l’Europa in questi anni. Quando Giustiniano fece chiudere le scuole non cristiane, molti studiosi, come abbiamo accennato, si diressero verso Oriente. E che in Oriente vi fossero scuole avanzate di matematica ci è testimoniato dal cristiano Severo Sebokt che nel 662 ci informa che non soltanto i greci potevano vantare conoscenze scientifiche, ma anche altri popoli (con riferimento all’India) possono vantare dei calcoli fatti con 9 simboli. Ritrovamenti archeologici  ci dicono che questo modo di scrittura matematica con 9 simboli è risalente almeno al 595. Si tratta di un sistema posizionale e decimale in cui ancora non figura lo zero. Ancora un ritrovamento archeologico ci dice che certamente lo zero si conosceva in India nell’anno 876 ma non si sa se il simbolo (un segno a forma di uovo) era connesso alle altre nove cifre. Altre ricostruzioni (ad esempio: Van der Waerden) parlano ancora di quella migrazione di scienziati greci verso Oriente. Da Alessandria, dove sarebbe nato, lo zero fu trasferito in India. In ogni caso un chiaro ragguaglio sull’uso dello zero nella letteratura scientifica indiana è contenuto nel Compendio di calcolo del matematico indiano Srīdhara (991 – ?). Ma debbono passare molti decenni prima che una qualche eco di ciò giunga in Spagna per vie arabe. Le prime notizie in Europa di una numerazione indù le troviamo nel Codex Virgilianus (976), scritto nella parte cristiana della Spagna. Ancora molti decenni dopo, intorno alla metà del XII secolo, compare un trattato Prologus N. Ocreati in Helceph ad Adelhardum Batensem, magistrum suum di un certo Ocreatus, un matematico o inglese o francese probabilmente allievo di Adelardo di Bath, in cui si trova l’uso dello zero combinato con quello dei numerali  romani. Questa traduzione fu una delle principali fonti di Leonardo Pisano (Fibonacci), e quindi della matematica europea.

        Piano piano si elaborarono simbolismi e si introdussero metodi di calcolo soprattutto attraverso l’opera degli arabi  di Spagna che introdussero quel formidabile strumento che è l’algebra. Nel 1145 l’ Al-jabr wa’l muqābalak cioè l’Algebra che al-Khwārizmī (c. 780 – c. 850) scrisse a Baghdad intorno all’830 (insieme ad una Aritmetica in cui compaiono diffusamente spiegate ed utilizzate le notazioni numeriche indiane, cioè: base decimale; notazione posizionale; un simbolo diverso per ciascuna delle dieci cifre – vedi figura) è tradotta in latino da Roberto di Chester e Gherardo da Cremona con il titolo Liber algebrae et almucabola.

        Si andava quindi avanti nello sviluppo della matematica con un impulso fondamentale dato dai commerci (aritmetica) e dalla navigazione (trigonometria).

        Tutti gli autori concordano nel ritenere che, a partire da un certo momento storico (tra il Quattrocento ed il Cinquecento), i portati della tecnica nei campi della meccanica e dell’architettura civile e militare fecero riconoscere nella  matematica uno strumento indispensabile. Particolarmente in Italia, dove meccanica, architettura ed arte in genere avevano uno sviluppo clamoroso, si ponevano problemi di misurazioni sempre più accurate di lunghezze, angoli, aree. Occorreva calcolare i volumi, fare degli studi prospettici, di simmetrie. Si passò così dalle cose realizzate per mera intuizione alle cose progettate razionalmente con l’uso di proporzioni, simmetrie ed armonie. Fu nel Quattrocento, in Italia, che si iniziò la pubblicazione di svariate opere che facevano largo uso della matematica: opere di Brunelleschi, di Leon Battista Alberti, di Piero della Francesca (che ci fornì la ‘divina proporzione‘, la sezione aurea), di Giorgio Martini, di Luca Pacioli. Come si vede si tratta (a parte Pacioli) di architetti ed artisti di varia natura che per la prima volta ci offrono opere che nascono ampiamente studiate e progettate con l’ausilio della matematica. E’ chiaro che la ricerca era delle migliori proporzioni, dell’armonia; è quindi evidente che sullo sfondo campeggia l’immaginerei Platonismo, sia nella sua veste pitagorica che in quella eudossiana. Elemento di grande importanza è che svariati autori iniziano a pubblicare trattati di matematica scritti in modo divulgativo, molto chiaro, accessibile a molti.
        La matematica comincia anche ad entrare come insegnamento impartito nelle Università, ‘anche se non allo stesso rango di logica o dialettica (si pensi che come ‘matematico’ Galileo guadagnava dalle cinque alle dieci volte meno dei suoi colleghi filosofi che insegnavano nella stessa Università). Gli studenti cominciano a diventare curiosi ed esigenti. Prima ci si accontentava dell’esposizione degli Elementi di Euclide, ora si volevano conoscere tutte le applicazioni pratiche della matematica, si volevano apprendere cose che poi, appena terminati gli studi, sarebbero state di immediata utilità. La domanda era così grande che addirittura sorse la professione di matematico pratico (il primo manuale di matematica pratica è l’Aritmetica di Treviso del 1478 in cui compare la prima chiara spiegazione della
moltiplicazione e divisione !).
        E nel frattempo venivano pubblicate, in traduzione latina, opere di classici greci fino ad allora sconosciute. La prima edizione latina a stampa di Euclide vide la luce a Venezia nel 1482. Nella prima metà del Cinquecento vennero pubblicate da F. Maurolico, monaco siciliano, traduzioni latine di Archimede, Apollonio e Diofanto e da P. Commandino (intorno al 1560) traduzioni di Euclide, Apollonio, Pappo, Erone, Archimede ed Aristarco. Pian piano i seguaci di Archimede crebbero. Ed ecco Nicolò Tartaglia, Guidobaldo dal Monte, Giambattista Benedetti, Giambattista Della Porta, Gerolamo Cardano. Sono tutti grandi matematici che porteranno l’algebra, la geometria e l’aritmetica a risultati del tutto insospettabili solo qualche decennio prima e nel periodo più fulgido dei matematici greci. Si realizzò anche una svolta decisiva che vide l’algebra prendere il primato sulla geometria a seguito proprio dei suoi più recenti successi (Tartaglia ci terrà a sottolineare che le sue elaborazioni non sono tratte né da Platone né da Plotino). Ed ecco ancora Bombelli, insieme all’intera scuola dei matematici bolognesi, che riesce ad affrancare la matematica dal suo uso pratico ed a farla marciare per sue linee di sviluppo totalmente indifferenti ad ogni applicazione pratica.

LA SCOLASTICA, GLI ORDINI MENDICANTI. LE UNIVERSITA’

        L’inizio del XIII secolo vede in Europa il nascere di tre fenomeni di grande interesse: da una parte la riscoperta del complesso dell’opera di Aristotele, che farà molto discutere e che molto influenzerà il pensiero della Scolastica; dall’altra la fondazione delle prime università come centri dell’eccellenza del sapere; infine l’inizio dell’attività di insegnamento di alcuni ordini religiosi, detti mendicanti.

        Riguardo alla cresciuta influenza del pensiero di Aristotele, si sarà osservato che i pensatori medioevali con fatica ricostruiscono alcuni sentieri di conoscenza. Mancano alcuni strumenti di fondo, essenzialmente matematici, manca soprattutto una visione complessiva dei problemi. Più in generale non sembra vi siano persone in grado di prendere in mano un Aristotele o un Platone e di sottoporli a critica serrata. Piuttosto, di fronte alle loro opere che sembravano esaustive, ci si chiedeva se l’insieme di quelle concezioni fossero coerenti ma anche cosa volessero dire alcune affermazioni. Ogni cosa non la si studiava di per sé ma in relazione alla verità di cui erano portatori i classici, come la Fisica di Aristotele, considerata vera e propria Bibbia della conoscenza della natura.  Non si sentiva alcuna necessità di esperimenti perché tutto sembrava essere stato indagato dal Filosofo (così era chiamato Aristotele). Si lavorava invece alla ricerca di presunte verità attraverso le dispute sillogistiche che avvenivano allo stesso modo sia nella fisica che nella teologia: una concatenazioni di affermazioni logiche avrebbe portato a più vaste conoscenze. Probabilmente questo è stato il motivo per cui fu chi doveva sperimentare per mestiere, l’artigiano, e non il dotto professore, che offrì nuovi fenomeni da interpretare, fenomeni non considerati dal Filosofo.   

       Per quel che riguarda la nascita delle università devono essere fatte alcune osservazioni. Siamo in un momento in cui vi è un certo rilassamento del potere feudale che si accompagna all’inizio della decadenza della Chiesa e dell’Impero. La Chiesa inizia a perdere la supremazia sugli Stati dell’Occidente cristiano  con Federico II che sarà il primo avversario e competitore dell’autorità del pontefice. I Guelfi ed i Ghibellini si fanno la guerra e da ciò discende una maggiore autonomia dei Comuni che tornano ad acquisire importanza rispetto alla campagna. L’aumento della produzione agricola del XII secolo, era anche dovuto alle invenzioni tecniche di cui ho discusso in un articolo precedente. In un processo virtuoso tecnica e produzione si aiutavano nella crescita fino al punto che si realizzano apparati tecnici in grado di produrre strumenti tecnici. Si va affermando cioè la tecnica che produce tecnica ed in definitiva un aumento dei beni complessivi in circolazione. Ciò crea un ceto artigiano sempre più diffuso ed una crescita della popolazione e del suo livello di benessere, con la conseguente affermazione dei primi ceti borghesi ricchi ed in grado di pagare persone per fare cultura. La nascita degli ordini domenicano e francescano che operano nelle città, con l’obsolescenza del benedettino legato alla campagna (ecco, appunto, perché Jaki non è andato ad evangelizzare i contadini ?), ma anche l’estendersi dei movimenti ereticali con le loro feroci repressioni, sono anch’esse conseguenza di questo cambiamento del centro di gravità delle popolazioni.

        Le università che proprio in questo periodo nascono sono un chiaro portato delle migliorate condizioni economiche generali ma anche delle particolari corporazioni che le richiedono per ottenere qualche privilegio. Infatti le prime università segnano proprio i campi di interesse delle varie zone in cui vengono create: la laica e democratica Bologna sviluppa studi giuridici ed una medicina pratica; a Montpellier, zona di influenza arabo ebraica, si sviluppa una medicina teorica, ad Oxford, dove i maestri sono francescani, gli studi avranno un’impronta platonico-matematica ed agostiniana mentre a Parigi i domenicani aristotelici e naturalisti si impegneranno in teologia. Ma qualunque sia l’indirizzo di studi la costante sarà sempre del rapporto tra il sapere dell’uomo e la rivelazione cristiana con la conseguenza che, l’affinarsi di tali discorsi, porterà a sempre maggiori difficoltà per la Chiesa.

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