Fisicamente

di Roberto Renzetti

Angeli, demoni, diavoli e santi

Roberto Renzetti

Maggio 2010

            Questo argomento ha almeno una doppia possibile lettura. Da un lato vi è quella ordinaria sulla quale concordiamo tutti oggi e cioè ogni fenomeno naturale che venga interpretato al di là del suo semplice essere e manifestarsi al fine di capire l’esito di un qualcosa che accadrà nel futuro. Dall’altro vi è il suo modo storico di affermarsi nella sua doppia vertente: la prima analoga a quanto già detto, la seconda invece, a mio giudizio più rilevante, di natura religiosa. Non è comunque molto semplice essere precisi e fornire elementi univoci sul significato e le ricadute che il termine superstizione ha ed ha avuto. Ed è proprio a questo fine che affronto il tema nei suoi diversi significati assunti, in modo particolare dall’affermazione del Cristianesimo con Costantino il Grande.

        La superstizione è oggi ufficialmente condannata dalle gerarchie ma generalmente praticata tra i fedeli cattolici in ogni Paese senza che la cosa risulti deprecabile e condannabile in modo duro dalla gerarchia medesima. In passato, alle origini del Cristianesimo vi fu una lotta molto dura da parte della Chiesa contro la superstizione, lotta alla quale dettero un importante contributo i Padri della Chiesa e particolarmente Sant’Agostino.

        Il termine superstizione deriva dal latino superstitionem che discende da superstare con il significato di stare al di sopra e quindi di essere testimone (superstes) di qualche avvenimento passato che viene riconosciuto come avvenuto davvero. Come si può capire sfugge a questo termine un significato religioso. Se andiamo a leggere nel De natura deorum (45 a. C.) di Cicerone (106 a.C. – 43 a.C.) troviamo invece per il termine superstizione un significato che è già religioso in quanto si affida agli dei la sorte dei propri cari:

[II, 72]Coloro che trascorrevano le intere giornate a pregare e a far sacrifici perché i loro figli sopravvivessero, perché fossero cioè dei “superstiti”, furono detti “superstiziosi”, un termine che assumerà in seguito un valore più ampio. Coloro invece che riconsideravano e, per così dire, “rieleggevano ” tutte le pratiche del culto furono detti religiosi dal verbo relegere così come elegantes deriva da eligere, diligentes da diligere e intellegentes da intellegere. In tutte queste parole è implicito lo stesso significato dí legere che troviamo in “religioso”. Accadde così che il termine “superstizioso” esprimesse un difetto, “religioso”, invece, un pregio. Con ciò mi sembra di aver esaurito quanto avevo da dire sull’esistenza e sull’essenza degli dèi.

        In quanto scriveva Cicerone vi è anche una precisa distinzione tra le due religioni, quella superstiziosa e quella ordinaria che, contrariamente alla superstizione, deve essere ben considerata

        Ho citato Cicerone perché a questo brano faranno riferimento gli scrittori cristiani come Isidoro di Siviglia (circa 560 – 636) nel suo Etymologiarum sive originum libri XX:

[X, 244] Cicerone dice che sono chiamati superstiziosi (Nat. Deor. II, 72) coloro che pregano o sacrificano tutti i giorni perché i figli sopravvivano loro.

        Ancora in epoca romana, quindi, già abbiamo la superstizione intesa come un qualcosa di diverso e meno nobile della religione che rappresenta un qualcosa di più ordinato, di codificato, di meno estemporaneo.

        Al di là però dello scherno che le persone colte riservavano ai superstiziosi non vi erano condanne di un qualche tipo. In definitiva la superstizione rientrava in un particolare  tipo di religione all’interno della tolleranza che regnava in Roma per tutte le religioni. Superstizione infatti via via inglobò significati più ampi come ad esempio la divinazione della quale ancora Cicerone si occupò nella  sua De divinatione (44 a.C.). Così scriveva Cicerone a proposito di divinazione, del fare cioè profezie:

[II, 24] È molto spiritoso quel vecchio motto di Catone, il quale diceva di meravigliarsi che un arùspice non si mettesse a ridere quando vedeva un altro arùspice. Quante delle cose predette da costoro si sono verificate? E se qualche evento si è verificato, quali prove si possono addurre contro l’eventualità che ciò sia accaduto per caso? Il re Prusia, quando Annibale, esule presso di lui, lo esortava a far guerra a oltranza, diceva di non volersi arrischiare, perché l’esame delle viscere lo dissuadeva. “Dici sul serio?” esclamò Annibale; “preferisci dar retta a un pezzetto di carne di vitella che a un vecchio condottiero?” E Cesare stesso, dissuaso dal sommo arùspice dall’imbarcarsi per l’Africa prima del solstizio d’inverno, non s’imbarcò egualmente? Se non l’avesse fatto, tutte le truppe dei suoi avversari avrebbero avuto il tempo di concentrarsi in un solo luogo. Devo mettermi a fare l’elenco (e potrei fare un elenco davvero interminabile) dei responsi degli aruspici che non hanno avuto alcun effetto o lo hanno avuto contrario alle previsioni?  In quest’ultima guerra civile, quante predizioni, per gli dèi immortali!, ci delusero! Quali responsi di arùspici ci furono trasmessi da Roma in Grecia! Quali cose furono predette a Pompeo! E in verità egli credeva moltissimo alle viscere e ai prodigi. Non ho voglia di rammentare queste cose, e non ce n’è bisogno, meno che mai a te, che eri presente; vedi bene, tuttavia, che quasi tutto è accaduto al contrario di quel che ci era stato predetto. Ma di ciò non parliamo più; ritorniamo ai prodigi.

        Ho citato le due principali opere di Cicerone sull’argomento perché Cicerone conosceva bene la religione in Roma in quanto aveva il ruolo di augure, era cioè un sacerdote con il compito di interpretare il volere degli dei. Scriveva quindi dall’interno. I cristiani attinsero da queste sue opere praticamente tutti gli argomenti contro il politeismo.

        E’ utile chiarire subito che parlare di superstizione non ha a che vedere con magia o consimili. La magia è antichissima e storicamente risale ai caldei. Non mi occupo ora di essa ma, appunto, solo di superstizione che è come detto un portato sia diretto che indiretto del Cristianesimo. Scopriremo però che i confini tra magia, superstizione, divinazione, alchimia, sono molto ma molto labili e dipendono essenzialmente dall’uso che delle varie pratiche fanno i cultori o gli utenti. In definitiva, nonostante la premessa, sotto la voce superstizione troviamo un poco di tutto: credenze, magie nere e bianche, amuleti, talismani, pratiche divinatorie come lettura di viscere, di carte, astrologia, …, pozioni, filtri, incantesimi,  
 

        Vi è un altro autore romano e precristiano, Lucrezio (98 a.C. – 55 a.C.), che dette una definizione di superstizione differente da quella di Cicerone. Nel De Rerum natura (Libro I, 62-101) egli condannò il matrimonio-sacrificio di Ifigenia, ordinato dal padre Agamennone per placare l’ira di Atena e poter partire per la guerra di Troia con la flotta greca. Nel brano si usa il temine religio ma vari latinisti concordano nella traduzione disuperstizione (superstitio). A me sembra più corretto sostenere che Epicuro non facesse distinzione tra religio e superstitio perché è la medesima religio che è una superstitio. Scriveva Lucrezio, mai citato da Cicerone  che odiava Epicuro e l’empietà dei due:

        Mentre la vita umana giaceva sulla terra,
turpe spettacolo, oppressa dal grave peso della religione,
che mostrava il suo capo dalle regioni celesti con orribile
aspetto incombendo dall’alto sugli uomini,
per primo un uomo greco [Epicuro, ndr] ebbe il coraggio di sollevare gli occhi
mortali a sfidarla, e per primo opponendovisi contro:
non lo domarono le leggende degli dei, né i fulmini, né il minaccioso
brontolio del cielo; anzi tanto più ne stimolarono
il fiero valore dell’animo, così che volle
infrangere per primo le porte sbarrate dell’universo.
E dunque trionfò la vivida forza del suo animo
e si spinse lontano, oltre le mura fiammeggianti del mondo,
 e percorse con il cuore e la mente l’immenso universo
 da cui riporta a noi vittorioso quel che può nascere,
 quel che non può, e infine per quale ragione ogni cosa
 ha un potere definito ed un termine profondamente connaturato.
 Perciò a sua volta abbattuta sotto i piedi la religione
è calpestata, mentre la vittoria ci eguaglia al cielo.
        A questo proposito, temo ciò che tu per caso intenda
abbracciare i principi di un’empia dottrina e di
imboccare la via del delitto. Ma al contrario più volte
quella religione partorì azioni scellerate ed empie.
Così in Aulide i comandanti scelti dei Greci, fior fiore degli eroi,
macchiarono ignobilmente con il sangue di Ifianassa [Ifigenia, ndr]
l’altare della vergine Trivia [Diana, ndr].
Non appena la benda ravvolte le virginali chiome
le fu fatta scendere in parti uguali su ciascuna delle due guance,
ed ella sentì il padre dolente presso l’altare,
e accanto a lui i sacerdoti che nascondevano il ferro
e alla sua vista i cittadini non potevano trattenere le lacrime,
muta per il terrore cadeva a terra piegata sulle ginocchia.
Né alla misera poteva giovare in quel momento
l’aver donato al re il nome di padre.
Fu sollevata dalle mani dei soldati e fu condotta
tutta tremante all’altare, non affinché portata a termine la solenne cerimonia
potesse essere condotta tra i cori dello splendido Imeneo,
ma empiamente pura nello stesso tempo delle nozze
perché cadesse triste vittima immolata dal padre,
affinché fosse data una partenza felice e fausta alla flotta.
A tanto delitto poté indurre la superstizione.

        Quindi, spiegava Lucrezio, il malvagio è colui che crede nella religio e che per essa fa cose orrende. La religione è in grado di sopprimere e condizionare la vita di tutti gli uomini immettendo nel loro cuore la paura: ma se gli uomini sapessero che dopo la morte non c’è più nulla, smetterebbero di essere succubi della religio (o superstitio) e dei timori che essa comporta. Per Lucrezio vi è nesso tra religione, timore della morte e necessità di conoscere razionalmente la natura per ovviare a questo timore. I timori di ogni genere nascono dall’ignoranza delle leggi che governano il mondo. Non a caso, narrava Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.) nella sua monumentale Ab Urbe condita (I, 19, 4), che fu Numa Pompilio (754 a.C. – 673 a.C.) che decise di infondere ai romani il timore degli dei. Quale grande potere possa discendere da tale timore in un popolo ignorante già era noto da secoli ai più avveduti(1).

        Vedremo tra poco che Lattanzio (250 – 327), un autore cristiano, si rifarà piuttosto alla definizione di superstizione di Lucrezio che a quella di Cicerone, naturalmente cambiando ciò che era necessario per cristianizzare il concetto.

BIBBIA E SUPERSTIZIONE



        La Bibbia dedica alla superstizione poche parole. Occorre però un minimo di attenzione perché nella prima traduzione latina dal greco e dall’ebraico della Bibbia, la Vulgata, fatta da Eusebio Girolamo o San Girolamo (347 – 420) non compare né nel Vecchio testamento né nei Vangeli la parola superstitio. Essa si ritrova solo due volte negli Atti degli Apostoli e nella lettera ai Colossesi di San Paolo. Leggiamo i brani in oggetto:

1 – Paolo è processato perché gli ebrei lo ritenevano superstizioso in quanto credeva che Gesù fosse vivo quando era morto. [Atti, 25, 19] Ma avevano solamente dei punti di disaccordo sulla loro religione e intorno a un certo Gesù, morto, che Paolo diceva essere vivente. Qui Girolamo deve far riferimento alle leggi romane che non condannano Paolo in quanto l’accusa di superstizione proveniva dagli ebrei che i cristiani ritenevano superstiziosi. E così Girolamo scrive: quaestiones de sua superstitione habebant. Occorre dire che almeno dai tempi di Tacito (dopo l’incendio di Roma del 64) è l’intero Cristianesimo che è considerato come superstitio illicita (o religio illicita).

2 – Paolo è invitato a esporre le sue teorie in una conferenza pubblica all’Areòpago (una collina dedicata a Marte) di Atene. Egli dice [Atti, 17, 22 e 23] Allora Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areopago, disse: Ateniesi, io vi trovo in ogni cosa fin troppo religiosi. Poiché, passando in rassegna e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: al dio sconosciuto. Quello dunque che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annunzio. La questione ruota intorno a quel fin troppo religiosi. La parola greca era deisidaimon che letteralmente significa timorosi degli dei. Probabilmente per quella parola composta che contiene anche il dubbio e pericoloso (per i cristiani) termine daimon, Girolamo tradusse quasi superstitiores. Il quasi fa riferimento all’annuncio della nuova fede fatto da Paolo che non poteva prevedere una sola diretta offesa come superstitiores.

3 – Paolo parla a cristiani dicendo loro che possono tralasciare di essere rigorosi con questioni alimentari ma di occuparsi di cose più importanti. [Lettera ai Colossesi, 2, 23] Queste cose hanno una parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità e umiltà e austerità riguardo al corpo, ma in realtà non servono che per soddisfare la carne. Girolamo traduce quell’affettata religiosità con in superstitione.

        Si nota subito nei tre brani riportati l’ambiguità che esiste tra religiosità e superstizione(2). Difficile da sciogliere, probabilmente per significati molto sottili noti solo a chi scriveva o traduceva. Anche nel Vecchio Testamento, in altre traduzioni più tarde si accennerà alla superstitio come nei due brani dell’Esodo e del Levitico che sono anatemi di Dio contro chi segue la superstizione (messo in relazione diretta con chi assume un altro Dio all’infuori di Lui) e che riporto. Nell’Esodo vi è una sola frase: Non lascerai vivere la fattucchiera (Esodo, 22, 17). Nel Levitico si afferma: Se un uomo si rivolge ai negromanti e agli indovini per darsi alle superstizioni dietro a loro, io volgerò la faccia contro quella persona e la eliminerò dal suo popolo (Levitico, 20, 6).

        Una nota a questo punto risulterà utile. All’inizio dell’era cristiana, in Medio Oriente ed un poco dovunque, dovevano abbondare strani personaggi che si spacciavano per maghi, taumaturghi, guaritori, indovini, … A tale proposito si deve ricordare che lo stesso Gesù era considerato un guaritore, un mago. Di tutti quei maghi dell’epoca che sbarcavano il povero lunario con prodigi di ogni tipo, non restano nomi oltre quello di Gesù e di un altro personaggio che si incontra negli Atti degli Apostoli, Simon Mago [8, 9-24]. Costui sembra fosse solo un seguace della setta degli gnostici (nel IV secolo il Padre della Chiesa Epifanio, lo condannò proprio con questa accusa) ma assume negli Atti il ruolo di oppositore di Pietro. A quest’ultimo Simon Mago chiede, in cambio di denaro, come si possa curare una persona toccandola con le mani. Il fine era disonesto e riguardava l’arricchimento (da qui ilo peccato di simonia). Simone non ottenendo ciò che ambisce, squalifica la figura di Gesù e mette in dubbio l’eredità che Pietro avrebbe avuto. Il tutto si conclude con una sfida magica lanciata a Pietro. All’inizio prevale Simone perché i suoi prodigi sono più appariscenti anche se, evidentemente secondo i cristiani, di provenienza malvagia, magica, di trucchi ed imbrogli. In una delle sue fantasmagoriche esibizioni, Simone fa sfoggio della levitazione innalzandosi dal suolo. Dalla quota a cui era arrivato, Simone cade (e la cosa è attribuita a Pietro) rompendosi una gamba. E’ la fine ingloriosa di un ciarlatano. Resterebbe da capire i prodigi buoni, quelli di Pietro,da dove provengano e perché sono buoni. Il tutto sembrerebbe finire qui ma nei secoli successivi Simon Mago acquistò un peso narrativo molto importante. Fu visto come l’Anticristo, come il diavolo, tanto che nel Faust di Goethe il diavolo si presenta sotto le spoglie proprio di Simon Mago.

        Altri elementi magici, cabalistici (non poteva essere altrimenti in una terra in cui, fra gli altri, vi erano ebrei), astrologici, vi sono negli stessi Vangeli. Intanto la numerologia si presenta con i numeri 12, 4 e 7. Come per gli ebrei vi erano le 12 tribù d’Israele, per i cristiani vi sono i 12 apostoli (l’apostolo 13 non può essere altra cosa che un peccatore, un Giuda). Costoro siederanno nei 12 troni nel cielo e giudicheranno le 12 tribù [Matteo, 19, 28]. E’ un numero, il 12, considerato perfetto e sacro dagli antichi. Nel Libro della Creazione la dodicesima strada è quella della visione profetica. Inoltre vi sono 12 mesi e 12 segni zodiacali. Il 4 è poi legato ai quattro punti cardinali ma anche al quarto verso della Genesi in cui Dio divise la luce dalle tenebre. Nel Libro della Creazione la quarta via è quella da cui provengono tutti i poteri dello spirito e le essenze divine. Il significato cabalistico più profondo è il numero delle lettere che in ebraico indicano il nome di Dio, YHWH. Ma quattro sono anche gli elementi, le stagioni, i venti, le qualità (caldo, umido, freddo, secco).  Il 7 è invece legato al settimo giorno in cui Dio terminò la Creazione benedicendola e santificandola. Esso rappresenta il trionfo dello spirito sulla materia. La settima strada del Libro della Creazione è quella dell’intelligenza occulta, della combinazione cioè tra fede ed intelletto. Il 7 in astronomia è il numero dei pianeti, del Sole e della Luna. Inoltre il ciclo lunare è di 28 giorni che sono 4 volte 7. I segni celesti che discendono da questioni astronomiche (leggi: astrologiche) o meteorologiche costituiscono poi un capitolo a sé, molto denso. Molti presagi apocalittici annunciano il Giorno del Giudizio Ma in quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore; le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno scrollate [Marco 13, 24-25]. Allora apparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo; e allora tutte le tribù della terra faranno cordoglio e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria [Matteo 24, 30]. Eventi miracolosi si verificano alla morte di Gesù: 33 Venuta l’ora sesta, si fecero tenebre su tutto il paese, fino all’ora nona. 34 All’ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì lamà sabactàni?» che, tradotto, vuol dire: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» 35 Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Chiama Elia!» 36 Uno di loro corse e, dopo aver inzuppato d’aceto una spugna, la pose in cima a una canna e gli diede da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se Elia viene a farlo scendere». 37 Gesù, emesso un gran grido, rese lo spirito. 38 E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo [Marco 15, 33-38]. Differenti metafore descrivono Gesù in immagini cosmiche: …allora si vedrà il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole con grande potenza e gloria [Marco, 13, 26]; Gesù disse: «Io sono; e vedrete il Figlio dell’uomo, seduto alla destra della Potenza, venire sulle nuvole del cielo» [Marco, 14, 62]; e così via. Elementi astrologici, magici e meteorologici convergono per rendere più stupefacenti le immagini del Dio in terra. Si richiamano molte simbologie che erano degli dei dell’Olimpo. Particolarmente in [Matteo 2, 1, 12] vi è una intersezione tra simboli astrali ed astrologici con riferimento alla congiunzione astrale tra Saturno  e Giove del 7 a.C (vero anno di nascita di Gesù, ndr): 1 Nato Gesù in Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco che dei Magi, venuti da Oriente, si presentarono a Gerusalemme, dicendo: 2 “Dov’è il re dei Giudei ch’è nato? Poiché abbiamo veduto la sua stella ad oriente e siamo venuti ad adorarlo”. 3 Udito ciò, il re Erode si turbò e tutta Gerusalemme con lui; 4 e radunati tutti i gran sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro dove dovesse nascere il Messia. 5 Ed essi gli risposero: “In Betlemme di Giudea: così, infatti, è stato scritto dal profeta: 6 E tu, Betlemme, terra di Giuda, in nessun modo sei minima fra le grandi città di Giuda: da te, infatti, nascerà un capo, che sarà pastore del mio popolo, Israele”. 7 Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece precisare il tempo dell’apparizione della stella e, inviandoli a Betlemme, disse: 8 “Andate e informatevi accuratamente del bambino; e, quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch’io venga ad adorarlo”. 9 Udito il re, quelli partirono. Ed ecco la stella che avevano veduta all’oriente li precedeva, finché, giunta sul luogo dov’era il bambino, si fermò. 10 La vista della stella li rallegrò di grandissima gioia. 11 Ed entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono; poi, aperti i loro scrigni, gli presentarono in dono oro, incenso e mirra. 12 E, divinamente avvertiti in sogno di non tornare da Erode, ritornarono per altra via al loro paese.

 

LATTANZIO E LA SUPERSTIZIONE

        Tra i Padri della Chiesa e pensatori cristiani a loro vicini o assimilabili, vi è il citato Lattanzio, un retore romano convertito al Cristianesimo intorno al 300, che ebbe un ruolo importante in questioni di superstizione ed esoterismo in genere. Egli scrisse le Divinae Institutiones (304 – 313) quasi in contemporanea dell’Editto di Costantino (e Licinio) che riconosce il Cristianesimo come religione di Stato (313). E Lattanzio fu amico di Costantino fin dai tempi di Diocleziano(3) riuscendo ad avere influenza su di lui in vari provvedimenti e leggi. Osservo qui che, a partire dall’Editto del 313  il paganesimo iniziò ad essere ufficialmente considerato come “superstizione svantaggiosa” mentre il cristianesimo come “santissima legge” divina.

        Lattanzio nella sua opera distinse da quella di Cicerone la definizione di superstizione. Egli, in Div. Inst. 4, 28, 8, sostenne che I superstiziosi non sono quelli che sperano che i figli sopravviveranno loro, ma quelli che venerano la memoria dei defunti in quanto sopravvive ai defunti stessi, o anche quelli che, mediante le immagini dei loro genitori, li fanno oggetto di un culto domestico come quello tributato agli dei penati. Si può notare che siamo più vicini a Lucrezio e che  si iniziano a ribaltare le cose con la denigrazione di culti, gli antenati, i penati, tanto cari al popolo romano come lo sono oggi in tutti i popoli e nel Cristianesimo medesimo. Si inizia a considerare come superstizione, con valenza negativa, un culto non cristiano  da opporre alla valenza positiva che ha invece la religio. Ed i propri cari scomparsi non potevano essere accettati dal Cristianesimo primitivo come culto perché tale Cristianesimo era interamente basato sulla favola dell’immediato mondo nuovo che avrebbe promesso Gesù con la resurrezione di tutti i defunti. Insomma sarebbe servito dimenticare i penati per reintrodurli allegramente. La superstizione diventa ciò che di pagano continua a vivere nella nuova religione, la cristiana. E’ cosa esecranda, negativa, perché è un ricorrere ad un falso Dio, quello pagano, anziché al vero, quello cristiano.

        Ma Lattanzio è noto anche per un’altra operazione che, nelle intenzioni, doveva essere apologetica del Cristianesimo e che, molti secoli dopo, nel Mille e Cinquecento, darà origine a dottrine esoteriche come quelle ermetiche.

L’ERMETISMO

        Apro una breve parentesi sugli effetti provocati da alcune cozse sostenute da Lattanzio. Il termine ermetismo deriva da un presunto autore chiamato Hermes Trismegisto. L’Hermes è il Mercurio latino e Trismegisto vuol dire “tre volte grande”. Chi è ? Alcuni hanno costruito la leggenda che farebbe risalire il personaggio al Dio egiziano Thoth. In ogni caso la leggenda collocherebbe Hermes cronologicamente prima di Mosè. Queste leggende erano già state smontate intorno alla metà del 1600 da Isacco Casaubon al quale fa chiaro riferimento G. Vico circa un secolo dopo, ma il modo con cui le presunte opere di Hermes arrivarono nel dibattito culturale del ‘500 facevano di esse una vera e propria rivelazione. Ed il tutto a seguito di approfondite disquisizioni iniziate proprio dai Padri della Chiesa e consimili, come Lattanzio e Sant’Agostino (del quale mi occuperò subito dopo). Cerchiamo di capire i termini della questione.

        Come iniziato ad insinuare da Isaac Casaubon (1559-1614) e dimostrato definitivamente nel 1949 da A. J. Festugière, i testi di Hermes Trismegisto (raccolti in due opere principali: “Corpus Hermeticum” e “Asclepius“) risalgono al 1º/3º sec. dopo Cristo e non hanno un qualche contenuto di novità. Essi, realizzati non da uno ma da vari autori, probabilmente greci (i manoscritti di cui dispose Ficino erano in lingua greca), mescolano e sovrappongono vari contributi e consistono in una sorta di compendio della filosofia greca volgarizzata con particolare riferimento al pensiero platonico, neoplatonico e stoico. Naturalmente, data l’epoca in cui si presume siano stati elaborati, tali scritti leggono i contributi originali attraverso la lente di vari secoli trascorsi con intersezioni culturali molto forti tra cui elementi di cultura persiana, ebraica (con il potente influsso di motivi cabalistici) ed addirittura protocristiana. Il periodo in oggetto era del massimo splendore dell’Impero di Roma. La pace regnava ovunque (con scaramucce ai confini). La cultura, che si era alimentata di quanto i greci avevano in sommo grado prodotto ristagnava, risultando la filosofia una ripetizione pedissequa e sempre meno interessante dei temi svolti secoli prima, anche perché non sollecitata da questioni di tipo applicativo a seguito di quella ineluttabilità (riconosciuta sia da Aristotele che da Platone) della schiavitù. Proprio questa situazione di stallo del pensiero poneva i pensatori del tempo alla ricerca di qualcosa che rispondesse a ricerche che non erano tanto di ordine materiale quanto “spirituale”. E così ebbero ampio sviluppo esoterismi, misticismi ed anche arti che oggi chiameremmo magiche ma con un significato da specificare (come vedremo). È una ricerca del posto dell’uomo nel cosmo.

        Se ci spostiamo ora nel ‘500 ed osserviamo che vi è una analoga ricerca, che si ha una idea del mondo in cui occorre un ritorno verso le epoche in cui tutto era “meno corrotto” e la vita era più vicina agli ideali di perfezione e “salvezza dell’anima”, scopriamo che vi è una enorme ricettività per scritti di tale genere.

        È evidente che la questione della datazione delle opere di Hermes assume somma importanza perché se tali testi sono situati in un epoca che precede Mosè assumono il ruolo di libri in qualche modo profetici. Se situati nella loro vera epoca sono poveri compendi di fatti noti e mal digeriti.

        Fu proprio Lattanzio che volle assegnare a tali testi una sorta di premonizione “pagana” del Cristianesimo ricercando in vari passi episodi accaduti e ritrovando le espressioni chiave del Cristianesimo (il Dio Padre, il Figlio di Dio, il Verbo). Stessa cosa, dal punto di vista della datazione, fece Sant’Agostino che però poneva delle riserve di tipo teologico. Anche qui, tentiamo di capire. Nei testi di Hermes si sviluppano dei dialoghi tra “iniziati” e aspiranti ad entrare nel mondo della sapienza, che non è fine a se stessa ma strumento indispensabile per la salvezza. Il maestro riesce sempre a creare situazioni in cui il discepolo raggiunge una sorta di estasi perché si avvicina a quella conoscenza che facilmente è assimilata da Lattanzio a Dio. Il discepolo, osservando il mondo attraverso il suo spirito, riesce a dominarlo e quindi a vincere le volgari forze terrene per aspirare a congiungersi con la divinità. È facile qui ritrovare la Resurrezione e la salvezza di tutti coloro che credono nel messaggio evangelico ed è altrettanto facile intendere come nell’epoca di Lattanzio servano argomenti a sostegno del Cristianesimo (ed in tal senso niente di meglio che trovare in pretesi profeti l’annuncio di ciò che poi si ritroverà nei Vangeli che, tra l’altro, vedevano la luce poco tempo prima ed alcuni in contemporanea).

        La datazione interviene qui a sostenere una tesi di interesse. Tutto ciò che è antico è puro. Il tempo corrompe le cose. Occorre riconquistare la purezza attraverso la saggezza degli antichi che avevano possibilità molto superiori alle nostre di avvicinarsi alla perfezione di Dio. Inoltre tutti gli antichi sapienti greci avevano visitato l’Egitto che viene riconosciuto come fonte di ogni sapere e proprio in quel Paese viene situato Hermes. In questo i testi di Hermes erano perfetti perché, se da una parte parlavano di un Dio che creava l’uomo, dall’altro affermavano la possibilità dell’uomo di creare Dio (e qui nasceva il punto su cui Sant’Agostino mostrava completo disaccordo ma che non turbava Lattanzio che leggeva quei brani con differenti interpretazioni). Sarebbe lungo e complesso spiegare il tutto ma, ai nostri fini, basta osservare che, attraverso pratiche astrologiche, alchemiche ed in generale “magiche”, gli antichi egiziani sarebbero stati in grado di dar vita a delle statue (statue di dei) infondendogli lo spirito attraverso una serie di pratiche che prevedono manipolazioni di erbe, pietre e aromi. Queste pratiche, che anticamente si svolgevano nei sotterranei dei templi, erano le pratiche di pochi, degli eletti, degli iniziati.

        Ritorniamo di nuovo nel ‘500 e trasferiamo lì questa ansia di riscoperta di un mondo migliore, della perfezione, dell’avvicinamento a Dio, del ritorno al Paradiso Terrestre e troviamo Cosimo dei Medici (il vecchio) che incarica Ficino di tradurre prima Hermes (opera portata in Italia dalla Macedonia per merito del frate Leonardo da Pistoia che la affidò a Poliziano) e solo dopo l’opera di Platone, pur disponibile (solo questo dovrebbe essere un indice dei livelli di priorità che si avevano in pieno Rinascimento all’interno di una delle corti più evolute culturalmente).

        Hermes irrompe quindi come un sacerdote o dio egiziano, un profeta realmente esistito e preannunciante, dall’alto della sua sapienza, la “vera” religione, quella cristiana. Anche tutte le cose meravigliose che risorgevano dalle traduzioni di opere greche erano all’interno del Corpus Hermeticum che, come detto, solo raccoglieva ciò che era conoscenza diffusa nell’epoca in cui era stato scritto ma che suonava come una cultura molto più antica che aveva raggiunto estremi gradi di perfezione. Gli stessi Platone ed Aristotele avevano attinto da lì ! [Per approfondire e capire come si sono sviluppati gli eventi vedi qui].

        Si può comprendere come alcune questioni apparentemente minori possano creare dei disastri culturali che, come in questo caso, hanno necessitato oltre 1000 anni prima di essere culturalmente (ma non nella cultura quotidiana) sistemate.

PADRI DELLA CHIESA E SUPERSTIZIONE

        Arriviamo ora a colui che ebbe il maggiore influsso nelle definizioni e negli atteggiamenti della Chiesa sulla questione superstizione, fino ad oggi, Sant’Agostino (354-430),  come Lattanzio anch’egli di origine nordafricana (e convertito al Cristianesimo nel 387). Con Sant’Agostino emerge con chiarezza ciò che Lattanzio aveva adombrato. La superstizione è sostituire il Dio cristiano con altro e perciò essa va condannata in quanto viola il principale dei Comandamenti, il Non avrai altro Dio all’infuori di me (Esodo, 20, 3)(4). Alcuni brani de Le Confessioni mostrano disprezzo e ripugnanza di Agostino verso la superstizione che pure lo aveva accompagnato per vari anni, fin quando dalla superstitio passò alla religio(5). Più in generale Agostino, astrologo pentito, attaccò l’astrologia perché attribuiva i peccati dell’uomo all’influsso degli astri invece che all’uomo stesso. La predizione del futuro era inoltre considerata come una svalutazione del libero arbitrio e quindi indirettamente come l’esclusione dell’azione divina sulla salvezza dell’uomo. E pensare che l’astrologia (si approfondisca qui) era vista dai primi cristiani come un qualcosa di insito nella stessa loro religione(6): non era stato Gesù, il Dio in terra, annunciato da una stella ?

        Diversi autori cristiani si pronunciarono contro la divinazione attraverso gli astri. Il giudizio del Padre della Chiesa San Giustino di Nablus(7) (100, circa 165) è il più chiaro e li riassume tutti introducendo, nella sua Apologia [I, 43], il fondamentale argomento del libero arbitrio:

 XLIII. – 1. Perché nessuno, da quanto è stato da noi detto, ci pensi sostenere che gli avvenimenti soggiacciono inesorabilmente al fato, per il fatto di essere predetti come preconosciuti, scioglieremo anche questo nodo.
2. Noi abbiamo appreso dai Profeti, e dimostriamo essere vero, che le punizioni e le pene e le buone  ricompense vengono assegnate a ciascuno secondo il merito delle sue azioni. Perché, se non fosse così, ma  tutto si compisse per destino, non esisterebbe per nulla il libero arbitrio. Se infatti fosse già stabilito che l’uno sia buono e l’altro cattivo, né quello sarebbe da lodare, né questo da biasimare.
3. D’altra parte, se il genere umano non ha facoltà di fuggire il male, e di preferire il bene per libera scelta, non è responsabile, qualsiasi azione compia.
4. Noi dimostriamo invece che l’uomo è virtuoso o fa il male per libera scelta.
5. Vediamo infatti che un medesimo uomo passa da un comportamento a quello opposto.
6. Se fosse stabilito che egli sia o cattivo o buono, non sarebbe mai soggetto a comportamenti contrapposti, né muterebbe più volte. Non ci sarebbero né i buoni ne i cattivi, poiché si dimostrerebbe che il destino è la causa sia del bene sia del male, e che esso perciò è contraddittorio in se stesso; oppure che noi riteniamo vero quanto riportato prima, che cioè virtù o vizio non sono nulla, e le cose sono buone o cattive solo a giudizio personale: il che, come la retta ragione dimostra, è massima empietà e ingiustizia.
7. Noi invece sosteniamo che fato ineluttabile è soltanto questo, che esiste un premio per chi sceglie il bene, e parimenti giusti castighi per chi sceglie il contrario: perché Dio ha fatto l’uomo non come gli altri esseri, come alberi e quadrupedi, incapaci di agire per libera scelta. Infatti non sarebbe meritevole né di ricompensa né di lode, se non scegliesse egli stesso il bene, ma fosse buono per natura; né, se fosse cattivo, sarebbe giusto che ricevesse una punizione, poiché non sarebbe tale per una scelta, bensì perché non potrebbe essere diverso da come è.

        Su questa strada, con condanne sempre più dure contro l’astrologia, si muoveranno i discepoli di Giustino: Taziano il Sirio ( ? – ?) poi divenuto eretico, Origene di Alessandria (circa 185 – 254) che sosteneva tesi quasi eretiche (subordinazione di Gesù a Dio), Eusebio di Cesarea (circa 260 – 339) che era quasi eretico come Origene e sostenitore dell’alleanza dei cristiani con Costantino di cui fu cortigiano. 

        Agostino ebbe un grande ascendente su tutti gli altri pensatori cristiani, almeno fino a San Tommaso. L’identificazione della superstizione con l’idolatria, con il permanere di credenze, tutte assegnate ad altre religioni, tutte pagane è la caratteristica fondamentale e riassuntiva di ogni critica cristiana alla superstizione di Agostino. Ma Agostino ebbe anche un altro ruolo che caratterizzò ilo Cristianesimo fino a tempi recentissimi (e fors’anche fino ad oggi). Fu Agostino a mettere in relazione la superstizione con il diavolo, il demonio e ad aprire la strada al culto diabolico. Avere delle superstizioni è peggio che essere pagano, significa aver aderito al culto del diavolo. Dietro questa semplice frase vi è la persecuzione che sarà praticata da preti e monaci di vari ordini nei secoli successivi a poveri disgraziati accusati di aver ceduto alla seduzione del maligno. Il male non è stato inventato dai cristiani ma furono i cristiani a metterlo sull’altare con dignità pari al bene. Il male era presente nella tradizione ebraica, i cristiani lo associarono alla sua natura ricavata dalla cultura, che in realtà poco compresero, greco-ellenistica e romana. Prima di passare oltre devo avvertire che demone e diavolo sono due cose diverse che solo con Agostino inizieranno a coincidere. I demoni erano ritenuti da Platone ed i neoplatonici una specie di intermediari tra gli angeli e gli uomini e in una scala di prestigio si trovano sotto gli angeli ma sopra gli uomini. Lo stesso Agostino [De civitate dei, VIII, 14] parte dalla confutazione di ciò per arrivare alla sua definizione di demoni:

14. 1. Si dà, dicono i platonici, una tripartizione di tutti i viventi che hanno l’anima ragionevole, cioè in dèi, uomini e demoni. Gli dèi occupano la sfera più alta, gli uomini la più bassa, i demoni quella di mezzo. Infatti la sede degli dèi è nel cielo, degli uomini in terra, dei demoni nell’aria. Come hanno una differente dignità della sfera, così anche dell’essere. Perciò gli dèi sono superiori ai demoni e agli uomini, gli uomini sono posti sotto agli dèi e ai demoni tanto nel grado degli elementi come per differenza di perfezioni. Quindi i demoni sono al mezzo e come sono da considerare inferiori agli dèi perché hanno dimora al di sotto di essi, così sono da considerare superiori agli uomini perché hanno dimora al di sopra. Hanno infatti comune con gli dèi l’immortalità del corpo e con gli uomini le passioni dello spirito. Quindi non c’è da meravigliarsi, dicono, se godono dell’oscenità degli spettacoli e delle favole dei poeti, perché sono soggetti alle inclinazioni umane mentre gli dèi ne sono ben lontani e immuni in tutti i sensi. Se ne conclude che Platone, riprovando e proibendo le favole poetiche, non privò del piacere degli spettacoli teatrali gli dèi, che sono tutti buoni ed eccelsi, ma i demoni. 

Ma Agostino corregge Platone affermando che non è certo l’occupare un posto più alto che rende migliori. Infatti:

17. 1. […] Rimane dunque che i demoni come pure gli uomini siano soggetti alla passione perché sono viventi non felici ma infelici. 17. 2. Per quale dissennatezza dunque o piuttosto forsennatezza dovremmo renderci schiavi mediante una religione ai demoni, quando mediante la vera religione siamo liberati dall’imperfezione in cui siamo loro simili ? I demoni infatti sono mossi all’ira […] a noi invece la vera religione comanda di non essere dominati dall’ira ma piuttosto di resisterle. Mentre i demoni sono blanditi dai doni, a noi la vera religione comanda di non favorire alcuno dietro accettazione di doni. Mentre i demoni sono allettati dagli onori, a noi la vera religione comanda di non lasciarci in alcuna maniera attirare da essi. […]. Quale motivo v’è dunque, se non una insipienza ed errore miserevole, di renderti schiavo col culto a uno da cui desideri esser diverso nella condotta e di adorare con la religione uno che ti rifiuti d’imitare, quando l’assenza della religione è imitare l’essere che adori ?

I demoni secondo Agostino, dunque, devono essere presi per ciò che sono, cioè esseri malvagi che tramano contro l’uomo:

20. […] [I demoni] sono spiriti smaniosi di fare il male, completamentealieni dalla giustizia, tronfi di superbia, lividi d’invidia, astuti nell’inganno. Abitano, è vero, nell’aria, ma perché, cacciati dalla sublimità del cielo più alto, sono stati condannati a causa di una caduta senza ritorno a questo, come dire, carcere per loro conveniente. Per il fatto poi che l’aria ha la sfera superiore alla terra e all’acqua non sono superiori agli uomini in perfezioni. Questi anzi li superano di molto non certo perché hanno un corpo terreno ma se hanno, scegliendo il vero Dio in aiuto, una coscienza religiosa. Essi però dominano come prigionieri e schiavi molti che non sono degni della partecipazione alla vera religione e hanno convinto la maggior parte di costoro di esser dèi con fatti meravigliosi e false predizioni. Tuttavia non sono riusciti a persuadere di esser dèi alcuni individui che erano più attenti e perspicaci nell’intuire la loro immoralità; allora hanno dato ad intendere di essere intermediari e intercessori di favori fra gli dèi e gli uomini. Così alcuni individui ritennero di dover loro tributare per lo meno questo onore. Essi non credevano che fossero dèi perché sapevano che sono malvagi e ritenevano che tutti gli dèi fossero buoni, ma non osarono ritenerli completamente indegni dell’onore divino, soprattutto per non contrariare i cittadini dai quali, come essi osservavano, per inveterata superstizione si offriva il servizio mediante tanti riti sacri e templi.

I DIAVOLI E GLI ANGELI

        I primi mille anni del Cristianesimo fecero praticamente a meno del diavolo. Vi era un qualche interesse per questa figura da parte di teologi e moralisti ma niente che riguardasse il grande pubblico. Come già accennato il male esisteva in tutte le religioni precristiane ma assumeva forme diverse, caratteristiche diverse, sembianze diverse. le differenti figure del male pian piano confluirono nel Lucifero, re dell’Inferno, del Medio Evo. Gli stessi teologi ebbero difficoltà molto grandi a sintetizzare le varie culture del male, quelle del Vecchio con quelle del Nuovo Testamento e queste due con le più differenti eredità orientali sul medesimo tema. Furono i Padri della Chiesa che lavorarono per vari secoli per dare coerenza e razionalità metafisica alle differenti narrazioni diaboliche che si erano andate accumulando. Ma per poter ammettere il diavolo occorreva prima avere una struttura teologica in grado di opporsi ai pagani, agli gnostici ed ai manichei. Occorreva mettere insieme la storia del serpente biblico (che, sia chiaro, non era il diavolo ma il più scaltro tra tutti gli animali), con quella degli angeli ribelli, con la tentazione, la seduzione sessuale ed il drago possente ed orrendo. I Padri della Chiesa, coscienti o meno che fossero, ridettero vita al mito della lotta cosmica primordiale tra gli dei con in gioco la condizione umana. Un dio ribelle e sconfitto si impossessa della Terra che fa diventare suo regno mediante le armi del peccato e della morte. Il dio di questo mondo terreno (così lo chiama Paolo) è combattuto da Cristo, figlio di Dio, fino alla Crocifissione che è uno dei messaggi più complessi della favola del Cristianesimo: insieme vi è la sconfitta del figlio di Dio e la sua vittoria. La lotta comunque continua e continuerà fino alla fine dei tempi. Questa ricostruzione sarebbe implicita nel Nuovo Testamento ma non esplicitata con la chiarezza necessaria. Conseguenza di ciò è che si trascurò il diavolo per quei mille anni di cui dicevo.

        Fu Agostino, come accennato, a trasformare in modo sottile questa visione della lotta primordiale in evento che vede Dio che permette l’esistenza del Male per poterne trarre il Bene. Il peccato è una entità ineliminabile dell’universo ma è una entità benigna per chi si trova in stato di grazia (come dire: ci accorgiamo di agire bene perché sappiamo che c’è chi agisce male, comunque a nostro giudizio e del confessore). Per Agostino nulla di ciò che è stato creato da Dio può essere detto cattivo, a meno che non ci si voglia assurgere a giudici della creazione. Non si tratta quindi di scegliere tra un bene e un male, bensì di decidersi tra un bene inferiore e uno superiore. La caduta degli Angeli è per Agostino un complotto divino che sarà in grado di permettere la Redenzione. In tale sistema il diavolo è uno strumento di Dio per correggere i cattivi comportamenti dell’uomo. Il Nemico di Dio diventa così il mezzo di cui si serve Dio per convertire (si osservi che nascerebbero gravi problemi ad ammettere una dualità di poteri ed Agostino combatteva il manicheismo che invece teorizzava proprio una cogestione del mondo tra il bene ed il male. Il diavolo non può essere altro che creatura divina che Dio stesso utilizza). Ma d’altra parte le cose stavano biblicamente così: nella Bibbia Satana (un nome comune e non il diavolo) è al servizio di Dio. Ritroviamo ciò nel libro di Giobbe del V secolo a.C. ed anche nel libro di Samuele del X secolo a.C. [II, 24], in un episodio (un censimento degli israeliti chiesto da Dio a David poi rimproverato dallo stesso Dio volubile agli ebrei che verranno puniti) ripreso nelle Cronache del III secolo a.C., in cui è Satana (ora diventato il Nemico) a chiedere a David il censimento che poi sarà punito. In ogni caso sarà la concezione di Agostino a penetrare nella cultura cristiana come atteggiamento colto aprendo però ad ogni atteggiamento misterico, paranormale, superstizioso.

        Sul finire del V secolo, dall’ opera di Proclo, ultimo grande filosofo bizantino, emerge che si è sviluppato una teoria del mondo che  incorpora il sistema geometrico di Claudio Tolomeo con elementi della cosmologia fisica di Aristotele. Un probabile allievo di Proclo, il neoplatonico Pseudo Dionigi (inizio VI secolo), da non confondersi con Dionigi l’Aeropagita (che fu convertito da San Paolo nel I secolo) che ebbe grande influenza proprio per questa confusione, che conosciamo attraverso il Corpus aeropagiticum, inserì in questo sistema astronomico elementi platonici e quindi cristiani. Si inventano dei motori spirituali che dovrebbero muovere le nove sfere costituenti i cieli nel sistema aristotelico-tolemaico. In accordo con Aristotele, i motori dovevano essere sempre più nobili mano a mano che si saliva dalla Terra verso il cielo delle stelle fisse. Pseudo Dionigi considerò che tali spiriti motori delle sfere dovevano essere degli Angeli, quelli introdotti dalla Bibbia, Angeli organizzati in nove gradi gerarchici. Quelli responsabili del primo movimento, il primum mobile che è situato al di là della sfera delle stelle fisse, erano i Serafini, quindi le essenze angeliche che muovevano la sfera delle stelle fisse erano i Cherubini poi, via via scendendo di sfera vi erano: i Troni, le Dominazioni, le Virtù, le Potenze, le Principalità, gli Arcangeli, gli Angeli che da buoni ultimi si occupavano del Cielo della Luna. In un decimo cielo, l’Empireo, vi era Dio che naturalmente nella gerarchia era colui che era sopra a tutto, abbracciandolo tutto. Le gerarchie si moltiplicavano all’interno di ogni singola essenza angelica. Così che vi era il Serafino capo con tutti i suoi sottoposti a ranghi sempre più bassi. Arrivati in Terra c’era l’uomo, gli animali e le piante. E sotto la superficie della Terra vi era l’Inferno nel quale vi era quanto di peggio si era prodotto sopra, scendendo fino al centro della Terra dove vi era il più ignobile abitatore dell’Inferno. Da sottolineare che sulla Terra, come altrove, vi era una gerarchia che vedeva più in alto il Patriarca della Chiesa, i vescovi e via discendendo fino agli ultimi servi. Si trattava di una catena continua fatta in modo che il più in basso di un ordine gerarchico era in contatto con il più in alto dell’ordine gerarchico sottostante.

        Lo Pseudo Dionigi, autore del trattato De Coelesti Hyerarchia, stabilì in modo preciso l’ordine gerarchico che doveva esservi tra Dio e le sue creature con sostanziali modifiche rispetto ad altri autori non cristiani. L’idea di una creazione continua dell’universo cui partecipavano i daimones (i demoni) non poteva accordarsi con i principi del Cristianesimo. Pseudo Dionigi iniziò a separare le funzioni della Trinità sola creatrice e degli angeli esseri superiori, immortali ma creati. Tra gli angeli poi furono distinti i buoni dai cattivi (quelli scaraventati giù dal cielo).

        Fu Papa Gregorio Magno (540-604), nel VI secolo, un vero bandito per la cultura (incendiò la Biblioteca Palatina e distrusse molti templi e statue di Roma) chiamato l’Attila della letteratura (e per questo fatto santo), che riprese le tesi di Agostino arricchendo teologicamente antiche e recenti concezioni gerarchiche del regno di Dio suddiviso nel modo illustrato. Gli Angeli, per Gregorio, sono i figli di Dio a cui si riferisce il libro di Giobbe [1, 6 e ss]. Nella sua esposizione di Luca [15, 1-10], Gregorio, seguendo lo Pseudo Dionigi, riconosce la struttura gerarchica di nove ordini celesti. Secondo Gregorio è il più basso Ordine di esseri angelici che viene inviato a proteggere l’uomo, mentre i più alti ordini rimangono usualmente alla divina presenza. Sarà poi Isidoro di Siviglia (560-636) che assegnerà funzioni e significati a questa metafisica in libertà. Gli Angeli vengono così chiamati perché essi annunciano 1a volontà del Signore al popolo, per cui la designazione di Angelo è il nome di una funzione, non di una qualche natura. Isidoro sottolinea che essi sono, in generale, spiriti ma quando vengono inviati vengono chiamati Angeli. Gli Angeli sono così denominati perché sono inviati dal cielo ad annunciare cose celesti all’uomo, il loro nome significa messaggeri, ed annunciano cose di minore importanza, mentre gli Arcangeli ne proclamano di maggiori. Che gli Arcangeli siano posti sopra gli Angeli si vede dalla narrazione del profeta Zaccaria. Certi Arcangeli hanno speciali nomi, che indicano le loro mansioni: Gabriele significa “Vigore di Dio” ed è inviato quando Dio vuole manifestare il suo potere come nell’Annunciazione a Maria, Michele significa “Chi è simile a Dio?”, quando questo Arcangelo è inviato si scatena sempre qualcosa di meraviglioso, Raffaele significa “cura o salvezza di Dio” e questi viene inviato da Dio quando vi è necessità di arrecare la guarigione. Le designazioni di Troni, Dominazioni, Principati, Virtù e Potestà, coi quali 1’apostolo Paolo abbraccia l’intera società celeste, stanno ad indicare le varie dignità degli Angeli. Le Potestà sono quelle attraverso cui vengano compiuti segni e miracoli nei mondo; le Autorità sono quelle alle quali sono soggetti gli spiriti malvagi che così non possono danneggiare l’umanità come a loro piacerebbe; i Principati dispongono gli Angeli loro sottoposti affinché possano eseguire i loro compiti; le Dominazioni sono quelle che sorpassano per dignità le Potestà e i Principati. I Troni sono i ranghi degli Angeli sui quali presiede direttamente il Creatore e attraverso i quali egli esegue i suoi giudizi. 1 Cherubini, il cui nome significa “pienezza di conoscenza”, sono gli Angeli più sublimi, che, in seguito alla loro vicinanza a Dio, ne derivano anche la maggiore saggezza. 1 Serafini sono una moltitudine di Angeli i1 cui nome significa “ardenti o roventi” perché non vi sono altri Angeli che stiano fra loro e Dio e di conseguenza essi sono quelli maggiormente infiammati della luce divina.

        Data la divisione gerarchica tra gli angeli, Lucifero si poté qualificare meglio. Essendo uno degli angeli più importanti doveva essere un serafino. E così dagli angeli si passava ai demoni attraverso interessantisime disquisizioni, tra le migliori menti dei teologi, lunghe secoli. Occorre arrivare al Secondo Concilio di Nicea del 787 per avere una qualificazione precisa ed accettata dall’intera Chiesa di Angeli e demoni. Gli angeli ed i demoni erano entità incorporee con la stessa natura dell’aria i primi e del fuoco i secondi. Ulteriore notizie furono date dal Quarto Concilio Laterano del 1215 in cui si affermò che tutti gli angeli, sia i buoni (i veri angeli) che i cattivi (i diavoli), sono di natura totalmente incorporea. Siamo, si può notare, ancora a disquisizioni teologiche che non avevano alcuna incidenza nella vita quotidiana che continuava con i suoi riti e le sue superstizioni nelle quali, tra l’altro, non appariva mai il diavolo. Tutto ciò non preoccupava minimamente la Chiesa. Occorrerà aspettare la paura della nascita di una religione satanica dell’Anticristo, l’evocazione fatta da persone colte di un Satana come forza oscura tramante contro la Rivelazione, perché la Chiesa, nel XV secolo, inizi a temere il diavolo e ad intervenire con brutalità nella vita quotidiana nella quale non era cambiato nulla perché il diavolo continuava a non partecipare.

Il DIAVOLO NELLE SCRITTURE

        Ho già detto del serpente biblico definito come animale e basta. L’episodio venne ripreso in modo diabolico nel libro della Sapienza del I secolo dove troviamo: Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono [2, 24]. Dopo questo brano venne l’Apocalisse di cui ho detto. Si può dire che sia per ebrei che per cristiani l’origine del male è nella caduta degli angeli, caduta che però ha almeno un paio di versioni bibliche. Nella Genesi [6, 1-4] leggiamo le cose seguenti:

6:1 Or quando gli uomini cominciarono a moltiplicare sulla faccia della terra e furon loro nate delle figliuole,
6:2 avvenne che i figliuoli di Dio videro che le figliuole degli uomini erano belle, e presero per mogli quelle che si scelsero fra tutte.
6:3 E l’Eterno disse: `Lo spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo; poiché, nel suo traviamento, egli non è che carne; i suoi giorni saranno quindi centovent’anni’.
6:4 In quel tempo c’erano sulla terra i giganti, e ci furono anche di poi, quando i figliuoli di Dio si accostarono alle figliuole degli uomini, e queste fecero loro de’ figliuoli. Essi sono gli uomini potenti che, fin dai tempi antichi, sono stati famosi.

        Il passo è oscuro e vi sono ipotesi che tentano di chiarire varie domande relative a chi sono i figli di Dio e perché i figli che essi ebbero con le figlie degli uomini diedero vita a una razza di giganti (nephilim). Con argomenti colti che richiamano altri testi, si è mostrato che vi sono tre possibilità: i figli di Dio potrebbero essere gli angeli caduti o potenti sovrani regnanti sulla Terra, oppure discendenti santi di Set che si sposarono con dei discendenti malvagi di Caino. Le tre tesi si sono scontrate per secoli e si è arrivati quasi concordemente ormai a ritenere che la più probabile sia la prima con una contraddizione che resta ancora aperta: gli Angeli, come scrive Matteo [22:30], non si sposano ma … si deve tener conto che in teologia tutto è possibile e male che va c’è il mistero. Il testo infatti non dice che gli angeli non sono in grado di sposarsi ma che non si sposano. Inoltre Matteo, nel brano suddetto, parla degli angeli nei cieli, non degli angeli caduti (Perché alla risurrezione non si prende né si dà moglie; ma i risorti sono come angeli nei cieli). Il fatto che gli angeli del cielo non si sposino o non intraprendano relazioni sessuali non significa che questo valga anche per gli angeli caduti e quindi per Satana e i suoi demoni. Infine sebbene gli angeli siano esseri spirituali [Ebrei 1:14], essi possono apparire in forma umana [Marco 16:5]. Gli uomini di Sodoma e Gomorra volevano accoppiarsi con i due angeli che erano con Lot [Genesi 19:1-5]. Comunque antichi interpreti ebrei, scritti apocrifi e pseudoepigrafi sono unanimi nel sostenere la tesi che gli angeli caduti siano i figli di Dio menzionati in Genesi [6:1-4]. E poi la tremenda punizione del Diluvio (5 – Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo. 6 – Il Signore si pentì d’aver fatto l’uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo. 7 – E il Signore disse: “Io sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato: dall’uomo al bestiame, ai rettili, agli uccelli dei cieli; perché mi pento di averli fatti” … Genesi 6:5-7) poteva essere originata solo da una grave offesa a Dio da parte degli angeli caduti che si mettevano addirittura a procreare e non certo da accoppiamenti tra uomini, qualunque essi fossero.

        Assunto che i figli di Dio sono angeli caduti, essi hanno generato dei giganti che, a loro volta, hanno generato demoni che dal Diluvio in poi intrigano con malvagità i figli di Noè in modo che facciano sacrifici agli idoli cioè a entità diverse dall’unico Dio. E qui nascerebbe il paganesimo e l’idolatria, in chiara e netta opposizione a Dio. Per quanto abbiamo già visto, qui nasce la superstizione e, per traslato, la magia. Da questo punto si intrecciano altre storie che determinano sempre meglio la natura e la struttura dei diavoli. Schmitt indica nel monaco orientale Giovanni Cassiano, fondatore a Marsiglia del monastero di Saint Victor, colui che, tra il 430 ed il 435, nella sua opera Collationes Patrum, dette una versione diversa sull’origine mitologica della magia e della superstizione. La contaminazione e la malvagità nacque quando i discendenti di Set, terzo figlio di Adamo ed Eva, si accoppiarono con i discendenti di Caino (primo figlio) che erano perversi. Da questa progenie vennero tutte le perversioni e malvagità, su istigazione dei demoni vennero le tecniche malefiche, gli artifizi e le superstizioni magiche.

        Il Diluvio avrebbe dovuto purificare tutto ma così non fu perché il seme del male germogliò in uno dei figli di Noè, Cam, che la passò al figlio Cus. Questo Cus fu al centro degli studi sul satanismo negli autori medioevali ed egli non sarebbe altri che Zaratustra o Zoroastro che in Asia inventò magia ed idolatria, secondo il racconto di Gregorio di Tours (circa 538 – 594) nella sua Historia francorum [1, 6](8).

        Ma il mito della caduta degli angeli dal Paradiso ha, sempre nei testi sacri, una seconda versione che è anche un’altra versione sull’origine del male. Secondo questa seconda versione che si ritrova in autori cristiani del I secolo, gli angeli sarebbero stati cacciati dal paradiso prima della creazione dell’uomo. Questa versione fu ripresa da Padri della Chiesa sia greci che latini, tra cui Agostino [De civitate dei, XI, XII, XIV] e Gregorio Magno [Moralia in Job, XXX]. Ammettere la caduta come precedente alla creazione dell’uomo dà il via al serpente che viene mosso dall’angelo caduto o è esso stesso il diavolo [De civitate dei, XIV, 11, 2]:
 

11. 2. Dunque l’uomo viveva secondo Dio nel paradiso che era insieme del corpo e dello spirito. Non avveniva infatti che era paradiso del corpo per i beni del corpo e non dello spirito per i beni dello spirito, e viceversa che era dello spirito, perché l’uomo godesse mediante le facoltà intellettuali, e non del corpo perché godesse mediante le facoltà sensibili. Era certamente l’uno e l’altro per l’uno e l’altro bene. Poi l’angelo superbo e quindi invidioso, disdegnando mediante la superbia Dio per se stesso e scegliendo quasi con presunzione da tiranno di dominare su esseri a lui sottomessi anziché essere sottomesso, precipitò dal paradiso dello spirito. […] Egli con la furberia del cattivo consigliere propose di insinuarsi nella coscienza dell’uomo che invidiava perché era rimasto in piedi mentre egli era caduto. Quindi nel paradiso del corpo, ove con i due individui umani, maschio e femmina, soggiornavano altri animali terrestri sottomessi e innocui, scelse il serpente, animale viscido che si muove con spire tortuose, perché adatto al suo intento di comunicare con l’uomo. Avendolo sottomesso mediante la presenza angelica e la superiorità della natura, con la perversità propria di un essere spirituale e giovandosene come di uno strumento, con inganno rivolse la parola alla donna, cominciando cioè dalla parte più debole della coppia umana per giungere gradualmente all’intero. Riteneva infatti che l’uomo non credesse facilmente e che non potesse essere tratto in inganno con un proprio errore ma soltanto nel consentire all’altrui errore.

        Con questi due autori si afferma la leggenda di Satana come primo angelo della luce, Lucifero, che volendo rendersi simile al suo Creatore peccò di superbia in modo tale che lo stesso Creatore lo scaraventò negli abissi insieme ai suoi seguaci. Da qui inizia la storia umana perché Dio volle consolarsi della solitudine creando l’uomo per farlo vivere dove prima vi erano gli angeli ribelli, il Paradiso. Satana si vendicò mettendo l’uomo contro Dio mediante il serpente. Da quel momento Satana è sempre dietro l’uomo per tentarlo ad ogni nefandezza, al peccato, all’idolatria, alla superstizione.

LA NATURA DEI DEMONI

        Lo Pseudo Dionigi, già incontrato, si preoccupò di creare anche una gerarchia di demoni a capo dei quali vi era il diavolo (da diabolus, diffamatore, colui che crea discordia). Il primo a dare il nome diavolo al capo dei demoni fu Tertulliano (III secolo, in Apologeticus 22, 8, 10), quindi vi fu Girolamo nella sua Vulgata, ed infine Agostino che nel De divinatione daemonum (406-411), dedicato alla divinazione (anche se con la grave lacuna della non indicazione di come si riconoscono i profeti ispirati da Dio e di quelli ubbidienti al demonio, che all’epoca infestavano il mondo) tracciò la natura dei demoni che ispiravano la divinazione dei pagani, divinazione che aveva ampio credito tra i cristiani. Come spiega Teresa Sardella, “il problema non è se la divinazione dice cose vere o false. Le previsioni sono realmente possibili, ma non ha senso tributare ai demoni onori divini. Esse sono possibili, infatti, per le particolari capacità cognitive dei demoni che sono potestates aeriae, che hanno un corpo, aereo, di materia sottilissima. E sono spiegabili proprio in relazione a queste specifiche condizioni fisiche e ontologiche dei demoni, di una extrasensorialità, che va oltre le percezioni sensitive degli uomini e degli animali, uccelli compresi. E sono spiegabili proprio in relazione a queste specifiche condizioni fisiche e ontologiche dei demòni, di una extrasensorialità, che va oltre le percezioni sensitive degli uomini e degli animali, uccelli compresi. A differenza dell’ottundimento sensitivo dei corpi degli uomini, lenti e pesanti, la consistenza sottile dà ai loro corpi una sensibilità acuta e dinamica. Nel tempo e nello spazio si muovono, con movimenti fluidi e dinamici in ogni direzione, tornando al presente umano per annunciare ciò che hanno visto essere avvenuto prima e altrove e per comunicare ciò che avverrà ovunque nel futuro. La stessa loro lunga vita produce un accumulo di esperienza e conoscenza inaccessibili agli uomini. Tali potenzialità divinatorie sono del tutto equiparabili alle tecniche ­ quali medicina, nautica e agricoltura ­ con le quali condividono la possibilità degli errori naturali, perché si basano su specifiche competenze, ma con capacità molto più penetranti e acute. Possono inserirsi in modo invisibile nei pensieri mediante visioni immaginative, sia allo stato di veglia che del sonno. Possiedono la sensibilità di scrutare sul volto moti ed emozioni dell’animo, anticipando anche i comportamenti. Il più delle volte sbagliano e inducono proditoriamente gli uomini in errore, perché la gran parte delle cose predette sono quelle che essi stessi compiranno. Oppure plagiano anche qualche verità teologica dalle opere dei profeti di Dio e non ingannano né si ingannano quando preannunciano ciò che da queste hanno appreso. Non c’è, però, alcuna possibilità di confronto tra la loro e l’altezza della profeziache Dio opera attraverso i suoi santi e profeti. Le loro previsioni su malattie, condizioni climatiche, e quant’altro è al di fuori del loro diretto controllo perché fondato su contingenze mutabili, possono venire stravolte. E, per non perdere prestigio e autorità, essi stessi ne addebitano la responsabilità agli intermediari e agli interpreti degli oracoli. È in questo settore che opera la più grande mistificazione: attorno alle previsioni sulla fine dei culti pagani. I seguaci di questi culti affermano che essa era prevista nei testi sacri della letteratura oracolare pagana. In realtà, tali predizioni erano già nelle Sacre Scritture. I templi pagani avevano poi ignorato per molto tempo questi eventi futuri, quasi per esorcizzarne l’avvento. Non poche erano le profezie pagane utilizzabili contro il paganesimo. Ma, di fronte alle predizioni dei loro profeti, i demòni si rifiutavano di credere alla possibilità di un simile evento. […] Il De divinatione riflette una compiuta, sia pur schematica, rielaborazione teorica per ciò che riguardala forza diabolica, rigorosamente ricondotta nell’ambito di una totale fisicità a un potere concesso (da Dio) e ricevuto (dai demòni), ad ambiti d’azione rigorosamente limitati; vi appare definita la subordinazione totale del mondo demonico a quello divino, superata ogni ipotesi che metta in discussione il primato dello spirituale rispetto alle manifestazioni del mondo materiale, ribaditi i principi indiscussi del monoteismo e dell’onnipotenza e bontà di Dio, oltre ogni rischio di infiltrazione manichea”.

        Nel Medioevo passerà la visione agostiniana con altri elementi prelevati da una fiorente letteratura: i demoni, essendo creati da Dio, non sono in grado di creare ma anno enormi abilità tecniche che li mettono in grado di elaborare grandi macchinazioni come l’ingenerare malattie. Riescono a creare immagini, visioni e fantasmi sia nella veglia che nel sogno, loro grande regno che nel Medioevo verrà visto con grandissimo sospetto. I diavoli possono ingannarsi perché solo Dio è onnisciente ma riescono comunque ad ingannare l’uomo che ha facoltà molto inferiori.

IL PATTO CON IL DIAVOLO

        Ancora Agostino nel suo De Doctrina Christiana [II, 20]  scritto tra il 390 ed il 426 scrisse è superstizioso tutto ciò che gli uomini stabiliscono per creare degli idoli e venerarli, o per tributare un culto a una creatura o a qualche parte di una creatura come si trattasse di Dio o tutto quello che è consultazione dei demoni, o patto simbolico accettato e concluso con loro come si sforzano di fare le arti magiche. Questa frase che sarà ripresa letteralmente da Tommaso d’Aquino(9) nella Summa Theologiae [S. Th., II-II, q. 92, a.2], contiene l’importante concetto di patto con i demoni (pacta significationum). Da questo momento si inserirà nel dibattito teologico e non solo l’espressione che diventerà centrale durante il periodo della Scolastica con il non piccolo cambiamento di patto con il diavolo (anziché con i demoni).

        Sulla questione vi fu, nel 1326 un duro intervento di Papa Giovanni XXII che prese provvedimenti molto duri contro quelli che:

stringono un patto con la morte e con l’inferno, fanno sacrifici ai diavoli, li adorano, fabbricano e fanno fabbricare immagini, anelli o specchi o ampolle o qualsiasi altra cosa per legare magicamente a sé i diavoli, ad essi chiedono responsi, li accolgono, e per soddisfare i loro malvagi desideri chiedono il loro aiuto e per questo scopo assai turpe chiedono una turpe servitù. O quanto dolore! Un tale morbo pestifero, che si diffonde per il mondo più ampiamente, contagia sempre più gravemente il gregge di Cristo [Super illius specula].

Teofilo fa un patto con il diavolo (in alto a sinistra). Maria appare a Teofilo pentito (in basso a sinistra). Maria sottrae al diavolo ilo patto (in alto a destra). Maria restitutisce il patto a Teofilo liberandolo dal patto medesimo.

Un altro patto con il diavolo.

Il famoso patto con il diavolo di Mefisto.

        Tra le altre cose Agostino fece anche un primo elenco delle superstizioni che dovevano essere ripudiate da un cristiano. Alcune di esse sono: invocazioni, legature, medicine ed amuleti di qualsiasi tipo per mettersi in contatto con esseri occulti (naturalmente è sottinteso che debbano essere malefici); l’astrologia; gli orecchini; gli anelli di ossicini di struzzo; il prendersi il pollice sinistro con la mano destra quando si ha il singhiozzo; il credere che le amicizie siano minacciate dal fatto che uno inciampi su un sasso, un cane o un bambino; il tremare quando i topi si sono mangiate le scarpe; il rimettersi a letto quando, alzatisi, si starnutisce; la credenza nelle fate; … Come si può vedere sono cose oggi in gran parte desuete (ed anche incomprensibili da noi) ma mostrano credenze che in certe epoche nascono e si mantengono fino al punto che uno come Agostino debba dedicarvi tanto tempo(10). Ma vi sono cose più importanti di queste. Agostino condanna infatti come superstizione l’antica credenza che il morto possa apparire con il suo corpo, e nega perfino che appaia con la sua anima. Secondo il nostro non si tratta né del corpo né dell’anima ma di una immagine spirituale del defunto, nella maggior parte dei casi suscitata dal diavolo. Egli nega risolutamente ogni possibilità di commercio fra i viventi e i morti, e si sforza di combattere qualunque forma di evocazione degli spiriti, una superstizione pagana. Come superstizione è la la credenza nei  fantasmi, nella necromanzia. Ma Agostino non esclude che, in qualche raro caso, l’immagine spirituale del morto possa essere introdotta nello spirito umano da un angelo buono. Questa possibilità aprirà nel Medioevo alle apparizioni sante di anime del Purgatorio, di santi e madonne che ancora oggi imperversano.

CRISTIANESIMO, PAGANESIMO, POTERE, SUPERSTIZIONI

        Il Cristianesimo a partire dal IV secolo è al potere ed affianca quello di Roma fin quando durerà. La nuova religione viene imposta a tutti. Termina l’antica tolleranza ed i barbari sono costretti ad aderire ad una religione i cui culti sono in una lingua sconosciuta ed incomprensibile. Non vi è alcuna differenza con i riti magici che si nascondono quasi sempre dietro formule incomprensibili. La religione così imposta è percepita dal popolo come una nuova e più potente superstizione che ne ha sostituito molte differenti. La superstizione si serve ora dei simboli cristiani, la croce, l’immagine della madonna, l’ostia che era in grado di risanare i malati che l’avessero guardata fissamente durante una funzione religiosa. E non vi era motivo di agire diversamente se gli stessi riti nuovi del Cristianesimo si svolgevano nei vecchi templi pagani cristianizzati con l’abbattimento dei vecchi simboli, con acqua benedetta e con una croce sull’altare. Anche le festività sono le stesse praticate dai pagani. Si cambiava il nome, il giorno veniva dedicato ad altro ma si trattava delle stesse date e delle stesse funzioni. Se un luogo era sacro ad un dio pagano, bastava erigere un altare, apporvi una croce per renderlo sacro al nuovo Dio. Si poteva pretendere un’adesione convinta di massa alla nuova religione ? Si ebbe adesione ma per avere quella protezione che tutti necessitavano sempre più con la miseria che avanzava e con l’aiuto pubblico che veniva sempre meno in un mondo in disfacimento. La superstizione per gli antichi rientrava perfettamente nel quadro dei normali rapporti fra uomo e divinità. Essi erano convinti che la divinità, nella sua profonda bontà e onniscienza, intendesse avvertire l’uomo di eventuali pericoli e si avvalesse di segni o presagi, allo scopo di avvisarlo di calamità incombenti. Inciampare, udire il verso del gufo o della cornacchia, fare un cattivo sogno, erano, per la mentalità religiosa dei romani, dei veri e propri presagi, cioè dei segni con cui la divinità ci metteva in guardia contro un pericolo imminente. Solo gli uomini che non erano devoti, che escludevano ogni intervento delle divinità nella vita umana, negavano a questi segni ogni valore di presagio e irridevano le superstizioni. Ed il Cristianesimo, ai suoi inizi si presentò come una entità che disprezzava i rapporti con la divinità. Ma poi, arrivato al potere, recuperò subito.

        Si può fare l’esempio di uno degli apostoli della nuova religione, presso la Francia del Sud, Martino di Tours (316-397), quello del mantello, poi fatto santo. Egli viene esaltato ancora oggi dalla Chiesa soprattutto per aver messo simboli cristiani dove prima vi erano luoghi o templi dove si veneravano divinità pagane(11):

Tremila seicento sessanta chiese dedicate a san Martino in Francia e altrettante nel mondo intero ci attestano la popolarità del grande taumaturgo. Nelle campagne, sui monti, nelle foreste, alberi, rocce, fontane, oggetto di culto superstizioso, quando l’idolatria traeva ancora in inganno i nostri padri, in mille luoghi ricevettero e conservano ancora il nome di colui che le strappò al demonio, per renderle al vero Dio. Cristo, ormai adorato da tutti, sostituì nella memoria riconoscente dei popoli l’umile soldato alle false divinità romane, celtiche o germaniche, spodestate per opera sua.
La missione di Martino fu veramente quella di completare la disfatta del paganesimo, già cacciato dalle città dai martiri, ma ancora padrone di vasti territori ove l’influenza delle città non era sentita.
Se tutto questo assicurò a san Martino le compiacenze di Dio gli attirò pure l’odio dell’inferno. Satana e Martino si erano incontrati e Satana aveva detto: “Mi troverai sulla tua strada dappertutto” (Sulpizio Severo, Vita, vi). […]
“Operare prodigi per lui sembrava un gioco e tutta la natura si piegava ai suoi comandi. Gli animali gli erano sottomessi e il santo un giorno esclamava: – Mi ascoltano i serpenti e gli uomini non mi ascoltano! – Tuttavia lo ascoltavano anche gli uomini e, per parte sua, lo ascoltò la Gallia intera e, non solo l’Aquitania, ma la Gallia Celtica, la Belgica. Come resistere ad una parola resa autorevole con tanti prodigi. In tutte le province egli rovesciò ad uno ad uno gli idoli, ridusse in polvere le statue, distrusse i boschi sacri, bruciò e demolì i templi e tutti i rifugi dell’idolatria. Mi chiederete se tutto ciò era legale? Se studio la legislazione di Costantino e di Costanzo forse sì. Quello che posso dire però è che Martino, divorato dallo zelo per la casa di Dio, obbediva soltanto allo spirito di Dio. Quello che devo dire è che Martino, contro il furore della popolazione pagana aveva la sola arma dei suoi miracoli, il concorso visibile degli Angeli, qualche volta a lui concesso e, infine e soprattutto, le preghiere e le lacrime che versava davanti a Dio, quando l’ostinazione delle moltitudini resisteva alla potenza della sua parola e dei suoi prodigi. Con questi mezzi Martino cambiò la faccia del nostro paese e là dove appena era un cristiano prima del suo passaggio, restava appena un pagano quando egli era passato. I templi del Dio vivente sostituivano i templi degli idoli, perché, dice Sulpizio Severo, appena aveva rovesciati i rifugi della superstizione, costruiva chiese e monasteri. L’Europa si coprì così di Chiese che hanno preso il nome da Martino” [Card. Pie, Discorso tenuto nella cattedrale di Tours, nella festa patronale della domenica 14 novembre 1858].

Nella stessa epoca e nei medesimi luoghi Gregorio di Tours (538-594) raccontava di fatti straordinari che non so bene in quale categoria ascriverli ma che certamente recuperavano le antiche credenze fantastiche:

“Apparvero quindi molti prodigi. Infatti sulle anfore custodite nelle cantine delle case di campagna comparvero dei segni che in nessun modo poterono essere cancellati o abrasi… Nell’ottavo mese, dopo il periodo della vendemmia, si scorsero spuntare nuovi pampini e crescere grappoli deformi. […] Nella regione settentrionale del cielo comparvero dei raggi. Alcuni asserivano di aver visto dei serpenti cadere dal cielo. Altri affermavano che una casa di campagna con le capanne circostanti e le persone che vi abitavano sparirono all’improvviso. Apparvero molti altri segni che sogliono preannunciare o la morte del re o calamità. In quell’anno la vendemmia fu scarsa, le piogge molto abbondanti ed i fiumi, a causa delle copiose precipitazioni, diventarono rapinosi”. [Historia Francorum, VIII]

Lo stesso Gregorio racconta un episodio che rende conto del come venivano estirpate le vecchie superstizioni con l’introduzione di altre (12):

 Ci racconta Gregorio di Tours, dopo il 573, come un vescovo delle montagne d’Aubrac sostituì il culto verso il Genio delle acque con quello di S. Ilario. I contadini del luogo, ogni anno, andavano sulle rive di un lago e gettavano nelle acque vestiti, focacce, formaggi, ed altri oggetti e vi rimanevano per tre giorni dibaccando, finché nel quarto giorno non li scacciava una forte tempesta di grandine. Più volte il vescovo andò per convincerli che nel lago non c’era nulla di santo e religioso; ma quei rozzi contadini non lo credettero. Allora, ispirato dall’Alto, il vescovo si convinse di costruire sulla spiaggia una basilica in onore di S. Ilario, ponendovi le sue reliquie, e comandò a quei sempliciotti di ricorrere al Santo, offrendogli i loro doni.
Così quegli uomini, compunti, si convertirono; abbandonarono il lago, e tutte quelle cose che prima erano soliti gettarvi dentro, portavano nella basilica e furono così liberati dall’errore con cui erano stati legati. Ma da quel tempo anche la tempesta fu tenuta lontana dal luogo e dopo che le reliquie del beato confessore furono collocate là, non fece più danno nella solennità diventata di Dio” [De Gloria Confessorum, c. II, PL 71, 830-831].

        Le condanne di Agostino dove sono finite ? Si dà credito ad ogni fatto paranormale per maggior gloria di Dio ? Come si fa a cercare la razionalità in chi fonda la sua esistenza sull’irrazionale ? Si ritorna a come stavano le cose prima di Costantino. Ora ogni fenomeno straordinario viene ridotto alle nuove credenze religiose. E, a partire da questo momento, tutto sarà possibile in termine di diavoli, streghe, apparizioni, magie bianche o nere, superstizioni, guarigioni, …

        Abbiamo visto che la Chiesa trasformò i templi pagani in cristiani con poche operazioni: distruzione delle statue degli antichi dei e benedizione con acqua del luogo. Occorre aggiungere che il santo è soprattutto un distruttore di templi. Si pensi che San Martino era così attivo che dovette fare un miracolo per evitare che un incendio da lui appiccato ad un tempio non incendiasse l’intero villaggio. Dopo i templi, il santo si dedica alla caccia degli idoli degli dei pagani. Ma, almeno per molti anni di transizione non si poteva pensare di cancellare un patrimonio gigantesco di culti, di feste, di riti. Quello pagano era un patrimonio anche di cultura a tutti i livelli e strati sociali. Il Cristianesimo era povera, anzi misera, cosa. Queste considerazioni furono certo presenti ai primi uomini delle gerarchie ecclesiastiche che più o meno consapevolmente non solo si impadronirono dei templi ma anche degli dei pagani che vennero tradotti in santi della Cristianità. Ogni rito o festa venne ripreso e, dopo essere stato purgato degli evidentemente estranei, divenne cristiano. Helios, il dio Sole dei greci, divenne san’Elia; Pan, protettore delle greggi fu scacciato per essere sostituito da San Demetrio; Nettuno Equestre (o Consus in Roma) passò la protezione dei cavalli a Sant’Antonio; la Vergine sostituì Afrodite nella rappresentazione dell’Aurora. E di questi esempi se ne potrebbero fare. Ma vi sono anche nomi ripresi da antichi dei e per semplice assonanza trasferiti: Aidoneus è diventato San Donato; la dea Pelina è San Pelino; la dea Felicita è Santa Felicita; Mercurio è, anche nelle rappresentazioni, San Michele; Iside è la Vergine Nera; in Egitto Osiride divenne Gesù; … La Chiesa sessuofobica superò se stessa addirittura riconoscendo tra i suoi riti ed i suoi santi quello fallico, inventandosi San Vito che dà forza e vigore fisico ai giovanetti ed aiuta le donne a restare incinte. Anche le leggende greche di carattere tipicamente religioso furono riprese integralmente per illustrare eventi analoghi. Si pensi all’Inferno cristiano che è stato costruito dai Padri della Chiesa saccheggiando l’Ade ed il Tartaro. I due cristiani Onorio d’Autun e Rabano Mauro, tra l’VIII ed il IX secolo, arredarono l’Inferno cristiano con i fiumi Flegetonte, Cocito e Stige ed addirittura con la barca di Caronte. Solo quando la Chiesa credette di avere soppiantato ciò che restava delle vecchie credenze, da un lato si aprì (dando poca importanza ad alcuni fenomeni, almeno fino all’epoca delle grandi eresie) e dall’altro iniziò a proibire con metodo ogni riferimento ai vecchi dei (non prima del IX secolo), tutto ciò che non aveva inglobato ma aveva rifiutato. Ma i culti pagani che non potevano essere praticati in pubblico, continuarono ad esserlo in privato per secoli e, come accade sempre per ciò che è proibito e maledetto, i culti pagani esasperarono i loro aspetti negativi (quegli dei divennero dei demoni o delle bestie immonde) ed acquisirono una caratteristica che li renderà misteriosi, occulti, la segretezza. La parte rifiutata delle antiche culture religiose dalla Chiesa confluì in magie, in astrologie, in stregonerie.

         Questo era l’andazzo che si andava assestando a partire dal V secolo al quale si accompagnavano eventi importanti dal punto di vista del potere politico che dettero ulteriore fiato al risorgere possente della superstizione con tutto ciò che ad essa era ed è collegato. La caduta dell’Impero di Roma, soprattutto in Occidente, aveva tolto fonti di reddito importantissime. La Chiesa cercò nuovi sostenitori economici e li trovò nell’aristocrazia terriera gallo-romana. La Chiesa fuse i suoi interessi con queste minoranze privilegiate iniziando a tralasciare gli interessi, se non altro spirituali, del popolo. Erano sparite le classi medie, quelle degli artigiani e dei commercianti, che erano state il primo sostegno al Cristianesimo. Quest’ultimo si era rifugiato nei ricchi, nei soli che potevano mantenere un esercito di nullafacenti ma dediti a Dio. In cambio la Chiesa si poneva da tramite con i miserabili, la gran maggioranza della popolazione, convincendola che la sofferenza derivante dallo sfruttamento dei ricchi non era altro che il miglior viatico verso il Regno dei Cieli. Anche l’economia dell’aristocrazia contadina iniziò però a decadere con la conseguenza che sempre maggiori masse di popolazione erano abbandonate a se stesse. Quella popolazione ricorse allora ad antichi riti consolatori di varie religioni. La Chiesa non era più con loro (e da allora non sarà più con i miserabili della Terra), conveniva trovare consolazione in religioni individuali, in superstizioni richiamate ed in grado di lenire sofferenze e disgrazie. Furono i vescovi gli incaricati di far fronte all’abbandono della fede in un Dio Salvatore lontano quanto i ricchi proprietari terrieri dalle loro condizioni di vita. Il fatto straordinario ma comprensibile era che quanto più la Chiesa si allontanava dai poveri, quanto più se la prendeva con le superstizioni alle quali, secondo i dotti vescovi, quei poveri si sarebbero lasciati andare. Ma non vi erano rimedi possibili, nelle campagne le superstizioni erano tornate dominanti. Nel IX secolo lo affermerà Agobardo di Lione (778-840): la superstizione si mantiene oggi tra i contadini.

Tanto perché sia chiaro da che parte sta la Vergine

SUPERSTIZIOSI O NEOPAGANI ?

        A partire dal VI secolo la Chiesa dovette ricominciare a convertire o riconvertire o ad educare meglio i cristiani sulla fede. Ricominciò ad essere missionaria. Le strategie erano differenti a seconda del tipo di intervento ma sempre affidate ad autorità religiose colte, cioè ai vescovi. Il loro era un lavoro di continua evangelizzazione date le continue migrazioni, le varie popolazioni isolate dal resto, ciascuna con suoi riti, miti e religioni autoctone, tutte bollate come superstizione dalla Chiesa. E qui non vi erano neanche gli dei della classicità ma divinità nordiche che via via penetravano nel sud d’Europa. Il compito era quello di sostituire dei valori con altri valori, religioni con religione innestandosi in quei culti, trasferendoli al Cristianesimo cambiando nomi e benedicendo. Ma, come accennato, vi erano strategie differenti a seconda con chi si aveva a che fare. Con i fedeli ad altre religioni, i pagani, occorreva mostrare la superiore potenza del Dio cristiano. Alle loro superstizioni occorreva sostituire riti cristiani (superstizioni ?) e per farlo occorreva essere convincenti con dati di fatto. Pensiamo solo che, secondo l’esegetica cristiana, quel delinquente del vescovo Teofilo di Alessandria, quello che istigò ed educò il suo sodale nipote Cirillo ad ammazzare Ipazia, mostrò la superiore potenza del Dio cristiano guidando l’assalto nel 391 al tempio del dio pagano Serapide (divinità greco-egizia che riuniva in sé Giove e Osiride). Il vescovo volle dare il buon esempio colpendo per primo la colossale statua del dio che era una specie di tabù, una statua che avrebbe distrutto chiunque la toccasse. Poiché i colpi di Teofilo non provocarono l’ira della statua, ecco dimostrata la fallacia di quella religione (sarebbe d’interesse fare una prova con una statua della Vergine a scelta della Chiesa). L’esegesi prosegue, e come no ?, con la folla che sarebbe stata convertita al Cristianesimo da questo episodio. Da notare a margine che durante l’operazione di repressione religiosa la famosa biblioteca di Alessandria fu incendiata dai cristiani.

        Per le conversioni di pagani occorrevano miracoli, persone ascetiche, in odore di santità, che facessero miracoli, prodigi strabilianti in grado di convertire popolazioni intere. In queste operazioni missionarie dei primi tempi, ai tentativi sinceri di convertire non si accompagnava alcuna repressione. Più tardi, a partire dal secolo IX iniziò invece tale durissima repressione aiutata da una teologia più matura che si appoggiava in un diritto canonico costruito ad hoc. E’ utile riportare brani di una lettera di Gregorio Magno (circa 540-604) all’abate Mellito ( ? – 624), tramandataci dal Beda il Venerabile (672-735) nella sua Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum, che descrive il modo pacato con cui, agli inizi, si operava per le conversioni. Nel brano torna anche qualcosa cui avevo accennato, il modo di trattare i templi delle divinità non cristiane: 

…dite a lui […] che i templi pagani non vanno distrutti, ma siano distrutti gli idoli che stanno dentro di essi. Sia fatta dell’acqua benedetta e la si asperga sopra questi templi, si costruiscano altari e vi si pongano le reliquie perché se i templi sono ben costruiti, è bene che passino dal culto dei demoni a quello del vero Dio, affinché i popoli vedano che i loro templi non sono stati distrutti e vengano a conoscere e ad adorare il Dio vero nei luoghi cui sono familiari. E poiché si era soliti sacrificare molti buoi ai demoni, è necessario che tale abitudine resti, anche se mutata, facendo un convivio, su tavole fatte di rami d’albero, in luoghi posti intorno alle chiese che prima erano templi, nel giorno della dedicazione [Gregorii I Papae, Registrum Epistularum, XI, 56].

        Passando all’inizio dell’XI secolo vi è un brano di Burcardo di Worms (965-1025) nel suo Corrector et medicus, che mostra come le cose siano cambiate(13)

Hai prestato fede o hai partecipato a quella superstizione della quale sono vittime certe donne scellerate, seguaci di Satana e ingannate da false illusioni? […] Se hai creduto a tali vanità dovrai digiunare per due anni nei giorni stabiliti… [Decretum, P.L. CXL coll. 537-1058].

        Ma già da molto tempo le cose erano andate peggiorando in termini di intolleranza verso le altrui credenze, soprattutto nei riguardi delle donne che entrano prepotentemente sulla scena della paura come streghe. Un documento scritto come guida ai vescovi nell’operare per riportare i pagani sulla retta via, il Canon Episcopi dell’867(14) riportava le seguenti cose:

…Non va dimenticato che certe donne depravate, le quali si sono rivolte a Satana e sono state sviate dalle sue illusioni e seduzioni, credono e affermano di cavalcare nottetempo certe bestie, in compagnia di una moltitudine di donne, al seguito di Diana, dea pagana (o di Erodiade) e di attraversare istantaneamente, nel silenzio della notte, enormi spazi di terre e di ubbidire agli ordini di questa loro signora e di esser chiamate in certe notti al suo servizio. … Perciò nelle chiese a loro assegnate i preti debbono costantemente predicare al popolo di Dio che queste cose sono completamente false e che tali fantasie non sono evocate nelle menti dei fedeli dallo spirito divino bensì da quello malvagio” Satana, infatti, si trasforma in angelo della luce e prende possesso della mente di queste donnicciole e le sottomette a si causa la loro scarsa fede e incredulità; immantinente egli assume aspetto e sembianze di persone diverse e durante la notte inganna la mente che tiene prigioniera, alternando visioni liete e tristi, gente nota e ignota e le conduce in cammini mai praticati, e nonostante la donna infedele sperimenti questo soltanto nello spirito, ella crede che questo avvenga nel corpo e non nella mente, A chi, infatti, non è mai accaduto d’uscire fuori di si durante il sonno o nelle visioni notturne e di vedere, dormendo, cose che da sveglio non aveva mai veduto? Chi può essere tanto sciocco o ottuso da credere che tutte queste cose che accadono solo nello spirito avvengano anche nel corpo? Perciò chiunque credesse che una creatura possa cambiare in meglio o in peggio, o assuma diverso aspetto o sembianze per opera di qualcuno che non sia lo stesso Creatore, il quale tutto ha fatto e per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte, è indubbiamente un infedele e sicuramente peggiore dei pagani…

Nell’altro testo del 1484, con l’Inquisizione già operante, il Summus desiderantes affectibus di Papa Innocenzo VIII troviamo ancora:

… In verità è da poco pervenuto alle nostre orecchie – con nostra grande sofferenza – che in alcune regioni della Germania, nelle province, città, terre, paesi e vescovati di Magonza, Colonia, Treviri, Salisburgo e Brema, parecchie persone d’ambo i sessi, dimentichi della propria salvezza e allontanatisi dalla fede cattolica, non temono di darsi carnalmente ai diavoli incubi e succubi, di far morire o deperire la progenie di donne, animali, dei frutti della terra, le uve delle vigne e i frutti degli alberi per mezzo di incantesimi, fatture, scongiuri ed altre esecrabili pratiche magiche, eccessi, crimini e delitti. Né temono di rinnegare con bocca sacrilega persino quella fede che hanno ricevuta con il santo battesimo, e di compiere e perpetrare moltissimi nefandi crimini ed eccessi, per istigazione del nemico del genere umano….volendo rimuovere ogni genere di impedimenti per i quali si potrebbe in qualunque modo ostacolare l’espletamento dell’ufficio degli inquisitori, e provvedere, come ci impone il nostro incarico, con opportuni rimedi che il flagello dell’ eretica pravità non diffonda i suoi veleni a danno degli innocenti. .. sia consentito agli inquisitori summenzionati Sprenger e Kramer [gli autori del Malleus Malleficarum che sarà pubblicato due anni dopo, nel 1486, ndr] di esercitare l’ufficio inquisitoriale su quelle terre, che possano procedere alla correzione, incarcerazione e punizione di quelle persone per gli eccessi e i crimini predetti, in tutto e per tutto …

        Diavoli, diavoli ed ancora diavoli cui si aggiungono le streghe, … questo è il mondo che la Chiesa ha creato (sulla caccia alle streghe si veda qui e qui). Generare paura per difendersi in modo sempre più crudele contro la povera gente e mantenere un potere incontrastato diviso equamente con le monarchie assolute di tutta Europa.

        A complemento di questo paragrafo occorre riportare ciò che scrivono due studiosi di magia, Baigent e Leigh, a proposito degli assestamenti della Chiesa in corrispondenza del passaggio dal I al II millennio:

Oltre alla magia usata per combattere il paganesimo, la religione cristiana adottò certe forme di magia pagana a proprio uso e consumo. Per esempio l’esorcismo, praticato fin dai primordi dello sciamanesimo poiché l’umanità era sempre stata afflitta da “demoni” di qualche specie che dovevano essere scacciati. Secondo le Scritture, Gesù stesso effettuò esorcismi e questo illustre precedente autorizzò la Chiesa ad adottare la procedura. Nel rituale cristiano figuravano anche le campane ma, a parte questo, l’esorcismo cristiano, come molte altre forme di magia cristiana, era praticamente indistinguibile dai suoi equivalenti pagani. Ne differiva solo per la fonte dalla quale si supponeva derivasse il suo potere.
Alla fine del I millennio della nostra era, la religione cristiana aveva sviluppato un proprio sistema di magia. Tuttavia, come la magia pagana a cui intendeva contrapporsi, la magia cristiana era fondamentalmente primitiva, mancava della struttura complessiva del pensiero ermetico, e non poteva avere applicazione pratica. A differenza dell’ermetismo, non permetteva all’uomo di assumersi la responsabilità del proprio destino e, nel bene e nel male, di plasmare la realtà secondo il proprio volere. A parte fenomeni limitati come la guarigione da malattie e dalla sterilità, o la protezione contro il “malocchio”, ‘non dava all’uomo il potere di “far accadere le cose” nella realtà più vasta.
Verso la fine del x secolo l’ermetismo, trasmesso insieme agli insegnamenti islamici ed ebraici, cominciò a filtrare nell’Europa occidentale. I tentativi di fermarlo si rivelarono inutili e ben presto l’infiltrazione si trasformò in una marea che proveniva da tre fonti. Una era la Spagna, la seconda la Sicilia e la terza, in seguito alle crociate, il Medio Oriente e la Terra Santa.

ALCUNE PRATICHE SUPERSTIZIOSE E MAGICHE: SORTES, DIANA, OLIO DI SAN NICOLA

         Sapendo bene che è impossibile essere esaustivi, cerchiamo di elencare e minimamente descrivere alcune pratiche considerate magiche e superstiziose da condannare nel Medioevo. Tanto per dare un’idea di cosa occorrerebbe trattare si legga solo questo elenco: Guaritori, Indovini, Erbe curative, Animali curativi, Preghiere, Benedizioni, Scongiuri, Amuleti, Talismani, Stregoneria, Divinazione, Illusionismo, Oggetti magici, Magia astrale, Astrologia ed alchimia, eccetera.  

       Una pratica superstiziosa in uso, di discendenza ebraica e romana ma subito acquisita in eredità dai cristiani, rientra nell’ambito più generale delle pratiche per leggere il futuro. Si tratta di una particolare arte divinatoria, descritta nelle Sortes santorum apostolorum, con la quale si leggono le sorti future di persone attraverso la lettura casuale di brani dei testi sacri (si apre a caso la Bibbia e si leggono alcuni versi dai quali si tenta di capire come andranno le cose per una determinata persona). Quel testo, le Sortes, sarebbe del II secolo d.C.(15) ed è ritenuto apocrifo dalla Chiesa. Era elencato in un manoscritto anonimo dell’VIII secolo tra i testi canonici costituenti il Nuovo Testamento e riconosciuto quindi tra i testi che la Chiesa accettava come veritieri. Il manoscritto fu scoperto da Ludovico Muratori e pubblicato nel 1740 e, per questo motivo, è chiamato Canone di Muratori. Ebbene, nelle Sortes si racconta che tra le prime comunità di cristiani erano conservate raccolte di oracoli, cioè dei procedimenti sacri per la divinazione che sarebbe passata attraverso particolari richieste fatte a Dio, richieste alle quali Dio avrebbe risposto con consigli o affermazioni perentorie (come racconta la Bibbia per Mosè e sacerdoti vari, come ad esempio Ebiatar figlio di Alchimelec citato in I Samuele, XXX, 7-8). A partire dalla fine del V secolo la Chiesa cambiò opinione e le Sortes divennero un testo pericoloso perché, contrariamente ad ogni buon proposito, i curati che avrebbero dovuto praticare tali oracoli non lo facevano solo con finalità sacre ma soprattutto per finalità profane e, nel farlo, profanavano gravemente la liturgia delle Sortes perché si accostavano ad esse senza la preparazione necessaria (purezza, digiuno e tre giorni di preghiera). Fu Agostino, che seguì varie prese di posizione di Concili e di altri pensatori cristiani che affermò:

Preferisco vedere il popolo cristiano leggere l’avvenire nei Vangeli che vederli consultare i demoni. Gli oracoli divini concernono solo l’altra vita, non conviene per nulla applicarli alla vita presente e agli affari di questo secolo… [Lettera a Gennaro, 0, 37]

        Un posto importante tra le superstizioni lo assolveva Diana, la dea della caccia venerata a Roma, una dei pochi dei degli antichi che, insieme a Pan-Fauno, dio della pastorizia le cui sembianze (corpo coperto di peli, mezzo uomo e mezzo animale, gambe come quelle di un montone, zoccoli biforcuti) saranno non a caso assegnate al Diavolo, era rimasto perché in qualche modo legato ai campi. Si tratta qui di un vero e proprio ritorno al paganesimo (o permanenza in esso) che, ripeto, l’allontanarsi della Chiesa dalla primitiva vicinanza con i deboli rendeva sempre più facile anche a secoli di distanza. La Dea innocua dell’antichità classica, che era venerata dai Franchi, viene trasformata in un vero demonio probabilmente perché viene identificata con Proserpina (la dea romana figlia di Cerere di derivazione greca che fu rapita da Plutone re degli Inferi divenendone regina) e con Ecate (dea greca e romana degli incantesimi e degli spettri che poteva muoversi liberamente tra vivi, morti e dei ed accompagnatrice dei vivi nel regno dei morti. Era rappresentata in triplice forma – giovane, adulta e vecchia – o con sembianze di cane, che la facevano confondere a Diana perché anche lei, come Diana, anche lei associata ai cicli lunari). A demonizzare Diana sembra abbia iniziato il libro Passio S. Kiliani et sociorum (tra IX e X secolo) che raccontava episodi della vita di San Kiliano (un irlandese o scozzese del VII secolo) in uno dei quali risultò identificata con il Diavolo.

Diana cacciatrice (L. Penni, circa 1550)

Il ratto di Proserpina (Bernini)

Tre rappresentazioni di Ecate. Nelle prime due vi sono le torce che servivano ad illuminare la strada verso il mondo dei morti. 

        Come demonio o sodale con demoni, Diana compare in una delle tante leggende che riguardano San Nicola (circa 270 – 343). Il santo era impegnato nella pulizia dei templi pagani dai loro dei. Operò con benedizioni varie per cacciare Artemide-Diana dal suo tempio situato a Myra, il Licia (attuale Turchia). Diana con tutti i suoi diavoli fu finalmente scacciata. Uno dei diavoli però volle vendicarsi cercando di rendere alla chiesa eretta sulla tomba di San Nicola il medesimo servizio, la sua distruzione. Assunte le sembianze di una vecchia pia e devota consegnò ad alcuni fedeli, che si recavano in pellegrinaggio via mare alla chiesa di San Nicola a Myra, un vaso con del liquido diabolico spacciato per olio che avrebbe dovuto alimentare le lampade di quella chiesa. Durante il viaggio Nicola apparve ad uno dei pellegrini e lo convinse a gettare in mare il contenuto del vaso; appena questo accadde, le onde si incendiano liberando fuoco e zolfo riempiendo l’aria di fumo e di un odore nauseabondo. La barca si trovò sballottata da una violenta tempesta e tutti credettero che ormai era arrivata la loro fine. Naturalmente intervenne il santo che placò il mare e salvò tutti. Ma non è finita perché si pensò subito che se il demonio aveva un olio malefico, San Nicola ne aveva uno benefico che aveva utilizzato per salvare i suoi devoti. Iniziò così la superstizione di un olio santo e taumaturgico (il myron o manna), una «salutare e vivifica medicina» in grado di liberare da «ogni potenza avversa e maligna», che sgorgava dalle pareti della tomba di San Nicola. Quella chiesa divenne subito meta di continui pellegrinaggi e di grossi affari con i furbastri che commerciavano il myron nella chiesa. A partire dal IX secolo iniziò un fiorente commercio di myron sia in Oriente che in Occidente e San Nicola divenne uno dei santi più popolari della cristianità.

La tomba di San Nicola a Myra con le pareti che trasudavano il myron

            Diana era anche considerata un demone meridiano, una entità diabolica di tipo quasi sempre femminile, che assaliva gli incauti nelle sonnolente ore del primo pomeriggio e che trae le sue origini nella mitologia celtica. E non è finita perché questa dea fu equiparata a delle divinità del mondo germanico che erano fantastiche figure che guidavano la caccia selvaggia, una orrenda cavalcata notturna di demoni e larve, descritta nel Canon Episcopi (già citato) e che risultava un argomento contro le potenze malefiche delle donne e quindi delle streghe. Nel Canon si legge:

Esistono certe donne depravate, le quali si sono volte a Satana e si sono lasciate sviare da illusioni e seduzioni diaboliche, credono e affermano di cavalcare la notte certune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani, e di una moltitudine di donne; di attraversare larghi spazi di terre grazie al silenzio della notte e ubbidire ai suoi ordini e di essere chiamate alcune notti al suo servizio. Ma volesse il cielo che soltanto loro fossero perite nella loro falsa credenza e non avessero trascinato parecchi altri nella perdizione dell’anima. Moltissimi, infatti, si sono lasciati illudere da questi inganni e credono che tutto ciò sia vero, e in tal modo si allontanano dalla vera fede e cadono nell’errore dei pagani, credendo che vi siano altri dèi o divinità oltre all’unico Dio.

A ciò seguiva la rituale domanda che serviva per capire se si aveva a che fare con una strega:

Hai sognato di cavalcare la notte su animali al seguito di Diana per andare a feste notturne?

        La domanda discendeva dalle dicerie circolanti e note ai preti dell’epoca secondo le quali molte donne credevano di fare voli magici. Scrive Francesco Cascioli: “Si tratta di credenze, testimoniate per la prima volta nel secolo X, ma risalenti sicuramente a un periodo anteriore, in misteriosi voli notturni, soprattutto di donne, verso convegni dove non vi è traccia di presenze diaboliche, di profanazione di sacramenti o di apostasia della fede, convegni presieduti da una divinità femminile, chiamata ora Diana, ora Erodiade, ora Perchta. La presenza di divinità legate alla vegetazione come Perchta o Diana significa che le credenze sottostanti alla più tarda stregoneria diabolica sono riconducibili a culti di fertilità? Sembra quindi di sì. Importa notare che questa credenza nelle cavalcate notturne ebbe una notevolissima diffusione, testimoniata dagli antichi penitenziali tedeschi. In essi, tuttavia, il nome d Diana viene talvolta sostituito da quello di divinità popolari germaniche, come Holda. Holda, infatti, analogamente alla sua consorella della Germania meridionale, Perchta, è ad un tempo dea della vegetazione, e quindi della fertilità, ed è la guida dell’”esercito furioso” o “caccia selvaggia” – e cioè della schiera dei morti anzitempo – che percorre di notte, non placata e terribile, le vie dei villaggi, mentre gli abitanti sbarrano le porte in cerca di protezione. Non c’è dubbio che le cavalcate notturne delle donne seguaci di Diana siano una variante della “caccia selvaggia”: e si spiega cosi la stupefacente presenza di Diana “dea dei pagani” tra questi miti”(16).

MASNADA HELLEQUIN

        La caccia selvaggia aveva altre rappresentazioni. Si trattava, come accennato di eserciti di morti che vagavano nella notte cercando pace. Erano spiriti, fantasmi che si concedevano in apparizioni collettive. Il mito era germanico ma si estese immediatamente anche al sud d’Europa. Molti curati dovettero far fronte a queste ripetute visioni tentandone la spiegazione cristiana e, fino all’XI e XII secolo, la trovarono nel considerare queste cavalcate di morti come anime in pena che cercavano espiazione alle loro colpe. Si trattava di un Purgatorio prima che tale luogo dello spirito fosse inventato e, quando lo fu (Secondo Concilio di Lione, 1274), ecco  che la caccia selvaggia tornò ad essere opera del diavolo. Tali rappresentazioni insistono sui temi che da sempre hanno terrorizzato l’uomo, soprattutto in epoche in cui egli era solo con miseria fame e malattie. La morte diviene addirittura un elemento negativo legato al “male”, e si “demonizza” con quegli eserciti di anime che infestavano i vasti spazi rurali dell’Europa medievale. La Storia Ecclesiastica di Orderico Vitale, scritta nel 1140, racconta di un’apparizione al prete normanno Gauchelin di uno di tali eserciti di morti che, nel libro, veniva chiamato Familia Herlechini da cui il nome assunto successivamente di Famiglia Hellequin Masnada Hellequin. Riporto il racconto di Vitale dal quale si può ricavare che i cortei di cadaveri hanno quella che sarà la funzione del Purgatorio (anche se alcuni peccati qua e là descritti avrebbero meritato l’Inferno):

Quel che accadde a un prete all’inizio del mese di gennaio nel vescovato di Lisieux, non penso di doverlo omettere né mantenerlo nell’oblio.  
Nel villaggio di Bonneval c’era un prete chiamato Gauchelin, che serviva la chiesa consacrata a Sant’Albino di Angers (un monaco che era divenuto vescovo e confessore). L’anno dell’Incarnazione del Signore 1091, all’inizio di gennaio, questo prete fu chiamato, ragionevolmente, da un malato che risiedeva all’estremità della sua parrocchia. 
Gli rese visita di notte. Mentre rientrava solo camminando lontano dalle abitazioni, udì un gran baccano come lo fa abitualmente un esercito immenso: pensò che si trattava degli uomini di Roberto di Bellême che si precipitavano all’assedio di Courci. 
La luna, al suo ottavo giorno nel segno dell’Ariete, gettava allora un vivo chiarore e mostrava il cammino ai viaggiatori. Il prete era giovane, coraggioso, solido, di grossa taglia ed agile. Ma, sentendo il tumulto provocato da questa banda che procedeva disordinatamente, ebbe paura e si mise a pensare a quel che doveva fare: fuggire per non essere attaccato da vili soldati e vergognosamente spogliato (o derubato) oppure alzare il braccio vigoroso per difendersi nel caso in cui qualcuno l’avesse attaccato ? In quel momento scorse quattro nespoli in un campo lontano dal sentiero: decise di andarci e di nascondervisi dietro durante il passaggio dei cavalieri. Ma un essere di taglia gigantesca, armato di un’enorme mazza, sbarrò la strada al prete che si affrettava e gli disse, alzando l’arma sopra la sua testa: “Fermati, non andare oltre!”. 
Il prete, ghiacciato del terrore, si fermò immediatamente e stette immobile, appoggiato al suo bastone. Ma il gigante, armato della mazza, restava accanto a lui e, senza fargli del male, attendeva il passaggio dell’esercito. 
 

I. Una strana processione 
 

1. Il primo corteo: dei briganti 
 

Ecco che un immenso gruppo di persone a piedi cominciò a transitare: trasportavano sul loro collo e sulle loro spalle del bestiame, dei vestiti, degli oggetti di ogni tipo e diversi utensili che i briganti portano abitualmente con sé.  
Tutti si lamentavano e si esortavano ad andare più rapidamente. Il prete riconobbe in questo corteo numerosi vicini da poco periti e li intese dolersi dei grandi tormenti che subivano in ragione delle loro colpe [o deplorevoli azioni]. 
 

2. Il secondo corteo: degli assassini 
 

In seguito passò una banda di becchini ai quali si aggiunse immediatamente il gigante. Trasportavano una cinquantina di barelle mortuarie, ciascuna sostenuta da due individui. Su queste barelle erano seduti degli uomini piccoli come dei nani, ma la cui testa aveva la dimensione di un barile.  
Due Etiopi trasportavano anche un immenso tronco d’albero sul quale uno sventurato crudelmente incatenato veniva torturato: lanciava durante i suoi supplizi delle urla atroci. Un orribile demone, in effetti, stava su questo tronco e lo colpiva violentemente con i suoi speroni incandescenti nei reni e sulla schiena, completamente ricoperti di sangue. 
Gauchelin lo riconobbe subito come l’assassino del prete Étienne: lo vide soffrire in modo intollerabile a causa del sangue di un innocente che aveva versato due anni prima, senza aver fatto penitenza per un crimine così grande. 
 

3. Il terzo corteo: delle donne leggere 
 

Poi giunse un gruppo di donne, il quale sembrò al prete una moltitudine innumerevole. Erano a cavallo, montate alla maniera delle donne, su selle da donna, ove si trovavano fissati dei chiodi incandescenti.  
Sovente il vento le sollevava all’altezza di cinquanta centimetri e le lasciava ricadere subito su queste punte. Questi chiodi incandescenti le ferivano alle natiche e, orribilmente tormentate da queste punture e da queste bruciature, gridavano: “Misera me! Misera me!” e confessavano dinnanzi a tutti i peccati per i quali subivano tali castighi. 
Così, è senza dubbio a causa dell’attrazione e dei piaceri osceni di cui abusarono durante la vita che ora subivano il fuoco, il lezzo e tutti gli altri supplizi, troppo numerosi per poter essere descritti. 
È con voce dolente che ammettono gemendo le loro sofferenze. Il prete riconobbe in questa truppa qualche dama nobile, e scorse i cavalli e i muli con le loro selle di numerose donne che godevano ancora della vita. 
 

4. Il quarto corteo: dei chierici e dei monaci peccatori 
 

Il prete tremando per lo spavento faceva fronte a un tale spettacolo. Poi si riprese un po’. Ma poco dopo, vide un corteo di chierici e di monaci: scorse i loro superiori, dei vescovi e degli abati con il loro bastone pastorale.  
Chierici e vescovi erano vestiti con dei neri mantelli da cerimonia, monaci e abati erano anch’essi vestiti di nero. Gemevano e si lamentavano, alcuni interpellavano Gauchelin e gli domandavano nel nome della loro trascorsa amicizia di pregare per loro. 
Il prete riferì che là aveva visto molte persone che godevano di una grande considerazione, che l’opinione comune aveva già collocato in Cielo tra i santi. Concretamente, egli vide Hugues, vescovo di Lisieux, degli eminenti abati come Mainier d’Ouche e Gerbert di Fontenelle e molti altri di cui mi è impossibile ricordare e mettere i nomi per iscritto. 
Lo sguardo umano è sovente sbagliato, ma l’occhio di Dio scruta tutto a fondo. L’uomo vede sul viso, Dio vede in fondo al cuore. Nel regno dell’eterna beatitudine una luce perpetua illumina tutto e una santità perfetta, che possiede un sapore delizioso, trionfa tra i figli del regno. 
Là non si trova alcun disordine, non s’introduce nessuna sporcizia, non s’incontra alcuna villania né alcuna azione contraria all’onestà. Tutto ciò che la vita carnale ha d’inconveniente si trova consumato dal fuoco purgatorio e purificato grazie alle diverse espiazioni, secondo le disposizioni dell’eterno giudice. 
E come un vaso, sbarazzatosi grazie al fuoco della sua ruggine ed accuratamente pulito, è inserito nel tesoro, allo stesso modo l’anima, sbarazzatasi del contagio di tutti i vizi, è ammessa in Paradiso. E, godendo di una felicità totale, vi trova la gioia, liberata dalla paura e dalla preoccupazione. 
 

5. Il quinto corteo: dei cavalieri sanguinari 
 

Dopo questi spaventosi spettacoli il prete restò tremolante e, appoggiato sul suo bastone, si aspettava altro di più spaventoso ancora. Ecco che comparve un immenso esercito di cavalieri: non si notava alcun colore all’eccezione del nero e del fuoco scintillante.  
Montavano tutti dei cavalli giganteschi; andavano di fretta, armati di ogni strumento, come se andassero alla pugna, e portavano delle insegne tutte nere. Scorse tra essi Riccardo e Baudouin, figli del conte Gislebert, i quali erano morti recentemente, e numerosi altri cavalieri di cui non posso dare i nomi. 
Tra questi ultimi, Landri d’Orbec, che era stato ucciso questo stesso anno, si rivolse al prete: gli confidò dei messaggi lanciando delle grida orribili e lo pregò di riferire subito le sue istruzioni a sua moglie. 
Ma gli squadroni che lo seguivano e che lo precedevano gli impedivano di parlare interrompendolo e dicevano al prete: “Non credere a quel che dice Landri! è un bugiardo”. Egli era stato visconte di Orbec e avvocato: grazie alle sue capacità e al suo merito si era elevato al di sopra delle proprie origini. 
Durante gli affari e le sedute giudiziarie egli giudicava secondo i suoi capricci e, sulla base dei regali ricevuti, modificava i suoi verdetti: era più al servizio della cupidigia e dell’inganno che dell’equità. 
Perciò è a giusto titolo che egli sia stato condannato ai supplizi e qualificato di bugiardo dai propri compagni. In questa truppa nessuno lo riveriva e nessuno era attratto dal fascino della sua ingegnosa eloquenza.  
Al contrario, visto che ebbe l’abitudine, nel limite del possibile, di tappare le sue orecchia di fronte alle grida dei poveri, ora che si trovava ad esser tormentato quale criminale, lo si reputava assolutamente indegno di essere ascoltato. 
 

II. Messaggi dall’aldilà 
 

1. Un’iniziativa pericolosa 
 

Dopo il passaggio di questo immenso esercito di parecchie migliaia di persone, Gauchelin si mise a pensare dentro di sé: “Ecco senza dubbio la Masnada Hellequin. Ho sentito dire che numerose persone l’hanno già vista in passato, ma, incredulo com’ero, mi sono preso gioco di coloro che me ne parlavano, perché mai non avevo avuto dinnanzi agli occhi delle prove certe di un simile avvenimento. 
Ora sono le anime dei morti che io vedo realmente; ma nessuno mi crederà quando racconterò quel che ho visto, se non mostro agli uomini una prova certa. M’impossesserò di uno dei cavalli liberi che seguono il corteo, lo monterò immediatamente, lo condurrò a casa mia e lo mostrerò a tutti i vicini affinché mi credano”. 
Prese in poco tempo le redini di un cavallo tutto nero, ma esso si sottrasse con vigore alla mano che cercava di prenderlo e cavalcando rapidamente raggiunse la truppa degli Etiopi. Il prete era arrabbiato per non aver realizzato il suo piano: era, in effetti, un uomo giovane, di spirito ardito e sottile, dal corpo agile e solido. 
Si mantenne pronto ad agire al centro della strada e tese la mano in direzione di un cavallo che stava per passare. Questo si fermò affinché il prete potesse montarlo e, soffiando dalle narici, proiettò una nube immensa simile a una grande quercia. 
Il prete mise allora il suo piede sinistro nella staffa, prese le redini e mise la mano sulla sella: immediatamente percepì sotto il suo piede un calore ardente come un fuoco e un freddo incredibile si diffuse attraverso la mano che teneva la briglia sino alle sue viscere. 
 

2. Un messaggero aggressivo 
 

Nel frattempo arrivano quattro temibili cavalieri che gli dicono proferendo delle grida terribili: “Perché t’impossessi dei nostri cavalli? Verrai con noi. Nessuno di noi ti ha fatto del male, mentre tu cerchi di rubarci ciò che ci appartiene”. 
Il prete, al culmine dello spavento, lasciò partire il cavallo: visto che tre cavalieri cercavano di catturare il prete, il quarto gli disse: “Lasciatelo e permettetemi d’intrattenermi con lui, poiché desidero trasmettere delle istruzioni a mia moglie e ai miei figli tramite lui”. 
Disse in seguito al prete, colmo di spavento: “Ascoltami, ti prego, riferisci la mia richiesta a mia moglie”. Il prete rispose: “Non so chi sei e non conosco tua moglie”. Il cavaliere gli disse: “Sono Guillaume di Glos, figlio di Bernon, che fu a suo tempo siniscalco di Guglielmo di Breteuil et di suo padre Guglielmo, conte di Hertford. 
Ho vissuto nel crimine e nel furto tra gli uomini e ho commesso più misfatti di quanti non possa riferire. Ma, soprattutto, è l’usura a causare le mie sofferenze. Poiché ho prestato dei soldi a un uomo bisognoso che mi ha dato il suo mulino come garanzia, e dato che non poteva pagarmi gli interessi ho conservato la garanzia durante tutta la mia vita: ne ho privato il legittimo erede per lasciarlo ai miei eredi. 
Ecco il ferro incandescente di questo mulino che porto in bocca: mi sembra più pesante da portare che la torre di Rouen. Riferisci dunque a mia moglie Beatrice e a mio figlio Roger di aiutarmi e di restituire immediatamente il mulino che ha portato loro più di quel ch’io ho dato al suo legittimo erede”. 
Il prete rispose: “Guglielmo di Glos è morto da molto tempo e un messaggio di questo tipo non sarà mai accettato da un cristiano. Non so chi sei né chi sono i tuoi eredi. Se oso raccontare ciò a Roger di Glos, ai suoi fratelli o alla loro madre, si prenderanno gioco di me come di un folle”. 
Gugliemo lo supplicava insistendo con forza e gli forniva accuratamente il maggior numero possibile di prove molto evidenti. Il prete capiva quel che intendeva, però faceva finta d’ignorarlo. Ma infine, vinto dalle sue preghiere, accettò e promise di compiere la procedura richiesta.  
Guglielmo ricapitolò tutto quel che voleva chiedere e in un lungo intervento passò in rassegna tutti gli elementi. Tuttavia il prete pensava che non avrebbe mai osato riferire a qualcuno le volontà di un defunto. “Non è opportuno, disse, di far conoscere simili cose. Non riferirò a nessuno quanto da voi richiesto”.  
Immediatamente, furioso, Guglielmo tese la mano, prese il prete per il collo e, portandolo a terra con lui, proferiva delle minacce al suo indirizzo. Il povero prigioniero sentiva che la mano che lo teneva bruciava come il fuoco. Terrorizzato gridò: “Santa Maria, gloriosa madre di Cristo, aiutami”.  
Non appena ebbe invocato la pia madre del figlio di Dio, fu immediatamente soccorso, conformemente alle disposizioni previste dall’Onnipotente. Un cavaliere, armato soltanto di una spada, sopraggiunse e, brandendo il suo gladio pronto a colpire, dichiarò: “Perché, maledetti, uccidete mio fratello? Lasciatelo e andatevene!”. Partirono subito e raggiunsero l’esercito degli Etiopi. 
 

3. “Mi riconosci fratello?” 
 

Mentre tutto il corteo si allontanava, il cavaliere sosta sulla strada con Gauchelin e gli domanda: “Mi riconosci?”. Il prete rispose : “No”. Il cavaliere gli disse: “Sono Robert, figlio di Raoul, soprannominato il Biondo e sono tuo fratello”.  
Mentre il prete era molto sorpreso da un avvenimento così inatteso ed era sprofondato nell’angoscia a causa di tutto quel che aveva visto o inteso, come l’abbiamo raccontato, il cavaliere si mise ad evocare i loro ricordi  d’infanzia e ad insistere su elementi molto ben conosciuti.  
Il prete ricordava molto bene tutto quanto udiva, ma, non osando ammetterlo apertamente, negava tutto. Infine il cavaliere gli disse: “La tua durezza e la tua stupidità mi sorprendono. Sono io ad averti nutrito ed amato più di ogni altro dopo la morte dei nostri genitori. Sono io che ti ho inviato a scuola in Francia, che ti ho procurato in abbondanza abiti e soldi, che mi sono sforzato di aiutarti in ogni modo. Ora tu fai finta di non ricordartene e rifiuti perfino di riconoscermi”.  
Dopo queste lunghe spiegazioni, conformi alla verità, il prete fu convinto da queste precisazioni e, in lacrime, riconobbe apertamente tutto quel che suo fratello gli aveva detto.  
Allora il cavaliere gli disse: “Sarebbe stato giusto che tu morissi e che fossi condotto con noi per condividere le nostre sofferenze, poiché hai osato, con audacia sacrilega, metter mano a oggetti che sono di nostra proprietà.  
Nessun altro prima aveva osato compiere un simile gesto, ma la messa che hai celebrato quest’oggi ti ha preservato dalla morte. Mi è stato permesso di mostrarmi a te e di rivelarti la mia miseria.  
Dopo essermi intrattenuto con te in Normandia ed aver ricevuto i tuoi addii, sono partito per l’Inghilterra e, là, ho terminato la mia esistenza, secondo la volontà del Creatore; a causa dei peccati di cui mi ero macchiato, ho sofferto dei terribili supplizi.  
Le armi che portiamo sono di fuoco e ci ammorbano con il loro spaventoso fetore: con il loro peso eccessivo ci opprimono e con il loro calore costante ci bruciano atrocemente. Sino ad ora ho sopportato delle sofferenze indicibili. 
Ma quando sei divenuto prete in Inghilterra e hai cantato la tua prima messa per i fedeli defunti, tuo padre Raoul è stato strappato ai suoi supplizi e, io, sono stato liberato dallo scudo che mi schiacciava con violenza. 
Da quel momento porto la spada, come vedi, ma, nel corso di quest’anno, aspetto con fiducia la soppressione di questo fardello”. 
 

4. La speranza della salvezza 
 

Mentre il cavaliere raccontava queste cose e altre dello stesso genere e che il prete gli prestava una grande attenzione, quest’ultimo vide, ai suoi talloni, vicino agli speroni, una massa sanguinolenta che aveva la forma di una testa umana. Sorpreso, gli domandò: “Da dove viene questo ammasso sanguinante che si trova al di sopra dei tuoi talloni?” 
Il cavaliere rispose: “Non è sangue, ma fuoco e questo peso mi pare superiore a quello che dovrei sopportare sostenendo il Monte San Michele. Visto che mi servivo di speroni preziosi ed appuntiti per andare a spandere più rapidamente il sangue, è giusto che io porti questo pesante fardello ai miei talloni: oppresso in maniera intollerabile da questo fardello, non posso dire a nessuno quanto sia penoso il mio castigo. 
I mortali dovrebbero pensarci costantemente, temere ed evitare di subire una sorte così dura a causa delle loro colpe. Non mi è permesso, fratello mio, parlarti ulteriormente, perché sono obbligato a seguire in tutta fretta questa misera truppa. Ti prego, ricordati di me e aiutami con delle preghiere sincere e delle elemosine. Dalla Pasqua fiorita all’anno seguente spero di essere salvato e liberato da tutti i miei tormenti grazie alla clemenza del Creatore. E tu occupati della tua sorte e correggi con saggezza la tua vita, che è sporcata da numerosi vizi: sappi che essa non durerà più a lungo.  
Per il momento, mantieni il silenzio. Tutto quel che hai visto e sentito in modo insperato, tienilo nascosto e non tentare di parlarne a nessuno per i prossimi tre giorni. 
 

Conclusione 
 

Con queste parole il cavaliere scappò precipitosamente. Il prete fu gravemente malato durante tutta la settimana. Quando cominciò a ritrovare le sue forze, andò a Lisieux e raccontò tutto, punto per punto, al vescovo Gislebert: ottenne da lui i rimedi necessari alla sua santità. In seguito, visse ancora circa quindici anni in perfetta salute: tutto quel che ho messo per iscritto e tutti gli altri fatti molto numerosi che ho dimenticato, gli ho appresi dalla sua bocca.  
Ho visto il suo viso ferito dalla mano dell’orribile cavaliere. È per l’edificazione dei lettori che ho redatto questo racconto, affinché i giusti siano rinfrancati nel Bene e che gli spiriti smarriti si distolgano dal Male.
(17)

        Di racconti di questo tipo è piena la letteratura dei primi secoli del secondo millennio. Si iniziava con leggende simili raccontate ai bambini per terrorizzarli e creare una dipendenza da quella Vergine o quella Croce che avrebbe vinto i malvagi (letteratura simile arriva fino al tardo romanticismo ed interesserà vampiri, mostri e quanto di più orrido si possa inventare. Ma occorre stare tranquilli perché il tirare fuori una Croce, nel momento più drammatico, respingerà qualsiasi diavolo che si contorcerà nella repulsione e sofferenza).

        Anche la non conoscenza dei fenomeni astronomici incuteva paura da cui discendevano le più disparate credenze. La Luna che andava in eclisse provocava il grido accorato di molte popolazioni che si rivolgevano verso ilo cielo per aiutare l’astro a venir fuori dall’eclisse. Anche Diana rientra nelle superstizioni legate alla Luna per essere donna e perché la Luna è sempre stata legata ai cicli mestruali. Per estensione vi rientra uno degli aspetti più importanti per la specie umana, la fecondità. Ciò si lega a rapporti sessuali che ingenerano visioni peccaminose con donne lascive che di notte, al chiarore della Luna si incontrano e si concedono a loschi diavoli, danzano tra loro e con loro, volano insieme. E’ il mondo dei sabba che ha avuto una infinita letteratura.
 

La danza delle streghe in un sabba

NEGROMANZIA

        Altro argomento riguardante la superstizione che, come si sarà notato, non è distinguibile da altre credenze, è la negromanzia. La parola, di origine greca, è costruita da due termini, l’uno (manteia) sta per divinazione, l’altro (necroz) sta per morto. Negromanzia significa quindi prevedere il futuro con l’aiuto dei morti. Niente di male se vi sono persone che ritengono di poter cogliere qualche cosa che le consoli da interpretazione di sogni in cui compare un caro estinto che magari gli fornisce un terno al lotto. Questa etimologia è ricavata dal cristiano Isidoro di Siviglia(18). Il fatto è che il termine è stato violentato dalla cultura cristiana che lo ha fatto diventare qualcosa di occulto, tremendo, in cui, come no ?, entrano i diavoli da protagonisti. Basta far discendere il necro- anziché dal termine greco da quello latino niger(19) che vuol dire nero (con richiamo al nero del lutto per i morti). Ma il nero è un colore lugubre, tra l’altro associato alla notte, al buio degli inferi, delle tenebre che accompagnano la morte. Ed ecco che con impercettibili modifiche semantiche si passa da una innocua divinazione alla magia nera. I riti non sono più individuali ma collettivi, delle vere e proprie messe, le messe nere. Hanno luogo di notte ed in essi vengono evocati i defunti. Vi è anche un arredo horror: pipistrelli, upupe, teschi, colori che vanno dal nero al rosso sangue e fiamme dell’Inferno, abiti costituiti da tuniche sataniche con cappucci che lasciano il viso in ombra … Raul Glaber (circa 980 – circa 1047) nelle sue Historiarum libri quinque (1047) ci fornisce un racconto di negromanzia che riguardava delle visioni avute, nella notte della festa della Trinità, presso il Priorato di Sélestat da Vulferio di Montiers Saint-Jean e da un vassallo della famiglia Staufen. Schmitt racconta così la visione di Vulferio:

nella notte della domenica della Trinità, vide la chiesa del suo monastero riempirsi di uomini vestiti di bianco e di porpora, guidati da un vescovo che diceva di essere «il vescovo di parecchi popoli»; questi personaggi affermavano di venire in quel giorno per partecipare alla celebrazione liturgica dei monaci. A Vulferio, stupito della loro presenza, spiegarono che erano dei cristiani morti nella guerra contro i Saraceni; camminando verso il regno degli eletti si erano fermati in quella regione per unirsi ad alcuni altri compagni. In effetti il loro vescovo, quando il rito ebbe termine, fece dare il bacio di pace al monaco Vulferio che capì di non aver più molto da vivere … Raul il Glabro racconta anche come, una domenica sera del 1014, un prete, stando alla finestra, vide arrivare dal Nord un esercito di cavalieri che, in ordine di battaglia, procedevano verso l’Occidente. Li chiamò, ma essi disparvero. Anche in questo caso il prete, in lacrime, capì che sarebbe morto entro l’anno. Raul non si pronuncia su queste apparizioni fantastiche che, per il lettore, mntengono la loro misteriosa ambivalenza …
Più di un secolo più tardi alla porta del priorato alsaziano di Sainte-Foy di Sélestat, un cavaliere vassallo degli Staufen, protettori del monastero, ebbe una visione analoga: vide una torma di pellegrini vestiti completamente di bianco, poi una di cavalieri interamente in rosso. Uno di questi ultimi lo informò che i pellegrini in bianco erano morti in peccato, ma le offerte fatte a Santa Fè li avevano salvati dalla dannazione; quelli in rosso, invece, morti in battaglia senza aver fatto penitenza, sarebbero stati precipitati quella sera stessa «in una montagna presso Nivelles». Quando l’apparizione svanì, il cavaliere contrassegnò il luogo con due pietre e si affrettò a far penitenza.

        La negromazia, come accennato, era una delle possibili forme della magia, quella chiamata nera, volta al male e resa efficace con l’aiuto dei diavoli. Era in contrapposizione alla magia bianca che invece era rivolta al bene con l’aiuto di angeli. Ma queste due forme di magia non esaurivano tutta l’offerta magica. Vi sarebbero da considerare anche la magia simpatetica o omeopatica che utilizza immagini o oggetti (amuleti e talismani); la magia da contatto che consiste nella preparazione di pozioni e filtri magici con ingredienti più o meno naturali; l’incantesimo che agisce tramite parole o formule magiche; la divinazione praticata con l’astrologia, la cartomanzia, la cristalloscopia, il presagio o la preveggenza. Non è pensabile trattare tutto. E’ preferibile soffermarsi ancora sulla negromanzia per capire meglio.

        Sulla negromanzia vi sono molte storie fantastiche ed orride ma poco si sa sul fatto che questa forma di magia nera era praticata da chierici. Leggiamo cosa dice in proposito Kieckhefer:

Giovanni di Salisbury, nel Polycraticus, racconta una sua esperienza di gioventù. Studiava il latino con un prete, usando i Salmi come testo; ma il suo maestro era un adepto della cristalloscopia divinatoria, e abusava del suo mandato facendo partecipare Giovanni e un altro allievo più grandicello a queste pratiche. Spalmava sulle unghie dei fanciulli un certo unguento sacro, al fine di far apparire, riflesse sulle unghie, immagini rivelatrici; oppure usava come superficie riflettente una lucida bacinella. Dopo certi «riti magici preliminari» e la debita unzione, il prete pronunciava dei nomi «che ispiravano orrore, e mi sembravano, sebbene fossi un bambino, appartenere a esseri demoniaci». L’altro allievo diceva di vedere «certe figure indistinte», ma Giovanni non vedeva nulla, e fu giudicato inadatto a quest’arte. Giovanni prosegue dicendo che tutte le persone da lui conosciute che si dedicavano a queste pratiche erano state punite, nel corso degli anni, con la cecità e altre afflizioni. Salvo due eccezioni, il prete suo maestro e un altro; costoro si erano entrambi pentiti e avevano abbracciato la vita monastica, ma anch’essi erano stati puniti in qualche modo per i loro trascorsi.
Che dire di questo ricordo di Giovanni di Salisbury, sul prete che recitava nomi di demoni? Era frutto di immaginazione infantile o di un difetto di memoria? Si potrebbe pensarlo; senonché il manuale di magia demoniaca conservato nella Biblioteca Nazionale di Monaco di Baviera contiene istruzioni dettagliate per evocare i demoni appunto nel modo descritto da Giovanni, e per lo stesso scopo. La magia del manuale di Monaco è esplicitamente demonica, e non c’è ragione di dubitare che tali fossero anche i riti del maestro di latino di Giovanni, Evidentemente abbiamo qui un esempio della negromanzia che sembra fiorisse in certi ambienti ecclesiastici medioevali.
Il racconto in questione non è il primo indizio in Occidente della conoscenza di queste pratiche. Un secolo prima, Anselmo da Besate aveva messo insieme una serie di accuse contro suo cugino Rotilando, Erano accuse intese come esercizio retorico, e non vanno prese necessariamente sul serio come accuse contro Rotilando in particolare; ma d’altro canto non si può escludere che Anselmo volesse fare un quadro verosimile, e certo nei secoli successivi accuse analoghe furono formulate in tutta serietà. Rotilando sarebbe andato fuori città di notte con un ragazzo, lo avrebbe sepolto fino alla cintola, e tormentato con acri vapori; recitando frattanto una formula che cominciava così: «Come questo giovinetto è qui prigioniero, così le fanciulle siano prigioniere del mio amore”, Parte dell’incantesimo era in «parole ebraiche, o piuttosto diaboliche» (ma i caratteri raffigurati nel manoscritto sono in realtà lettere greche più o meno alterate). Per vendicarsi di questo trattamento, il ragazzo ruba il «quaderno di negromanzia» di Rotilando; e questi, per ricuperarlo, evoca «con arte diabolica» un morto. Il negromante commette poi un altro misfatto in compagnia di un medico saraceno o musulmano, servendosi della mano di un morto per entrare di frodo in una casa; e lo si accusa anche di assassinio. Questo racconto non prova nulla, ma solleva un quesito: la negromanzia era praticata già nell’XI secolo? e abbiamo qui la rielaborazione fantasiosa di un’esperienza reale?
Giovanni di Salisbury e Anselmo da Besate parlano entrambi di negromanzia, nel senso che questa parola aveva comunemente nel basso e tardo Medioevo. In origine la parola significava divinazione (mantèia) mediante l’evocazione degli spiriti dei defunti (nekròi). Circe è la classica negromante della tradizione greco-romana, e la maga di Endor è la negromante archetipica della Bibbia. Gli scrittori medievali, nell’interpretare queste storie, partivano tuttavia dal presupposto che non si possano richiamare in vita i morti: era in realtà un demone ad assumere l’aspetto del defunto a fingere di essere quella tale persona, Per estensione, quindi l’evocazione di demoni fu detta negromanzia; e questo era il senso comune del termine negli ultimi secoli del Medioevo. La negromanzia zia era magia esplicitamente demonica. Altre forme di magia potevano essere considerate implicitamente demoniche, e anche chi portava un amuleto o pronunciava un incantesimo poteva essere sospettato di magia implicitamente demonica. Ma il negromante invocava direttamente i demoni o il Diavolo stesso, e lo faceva usando i loro nomi, consueti o meno.

La formazione di un sottobosco clericale

Chi erano i negromanti? Nelle leggende e davanti alla legge, l’accusa di negromanzia colpiva soprattutto i chierici. Dicendo che i negromanti erano chierici si dice, però, una cosa inevitabilmente imprecisa, perché il termine «chierico» … aveva molti significati […]
Anche i monaci entravano a volte in questa sorta di sotto bosco clericale. Fin dal primo Medioevo la maggior parte dei monaci in Occidente erano anche preti. Nei monasteri in cui vigeva una disciplina rigorosa e un’attenta sorveglianza, i monaci erano ligi alla preghiera e alle loro oneste fatiche, ma in un monastero bisognoso di riforma si dedicavano a volte a occupazioni meno pie. A Firenze un monaco, di nome Giovanni di Vallombrosa (XIV secolo), aveva un vivo interesse per i libri, e nei suoi primi anni in monastero passava giorno e notte a leggere. Sfortunatamente finì per prediligere libri poco ortodossi, imparò l’arte della negromanzia e si diede a praticarla in segreto. A un certo punto gli altri monaci si accorsero di questo suo interesse; egli dapprima negò, poi fu costretto ad ammettere la sua colpa. Fu rinchiuso per parecchi anni in una segreta, da cui uscì malandato di corpo e a stento in grado di camminare, ma pentito e votato alla solitudine come disciplina spirituale.
La negromanzia aveva adepti anche tra i frati. Certi presunti negromanti alla corte dell’antipapa Benedetto XIII (1394-1423) pare fossero in contatto con tutto un gruppo di maghi francescani nella Francia meridionale. Un teologo francescano, Gilles Vanalatte, fu incaricato di procurarsi dai musulmani un libro di magia.
Lo stesso Benedetto era accusato di farsi istruire nell’ arte negromantica, e di usare un famigerato libro di magia intitolato La morte dell’anima; una volta, a quanto si racconta, fu trovato un libro di negromanzia nascosto nel suo letto. In questo intrigo sarebbero stati coinvolti anche il priore generale di un ordine monastico militare e un giovane monaco benedettino!. Contro tutti costoro non ci sono prove consistenti, e si è tentati di pensare che le accuse fossero artefatte; ma non c’è nulla di improbabile nel fatto che gente della loro condizione coltivasse arti magiche di vario genere, negromanzia compresa.
La negromanzia era praticata senza dubbio anche da laici. Scongiuri negromantici compaiono a volte in libri di carattere medico, e questo potrebbe indicare che essi fossero usati da chierici interessati alla medicina o da medici laici. Per lo più, tuttavia, sembra che questi maghi fossero chierici in un senso o nell’altro.
Che cosa hanno in comune tutti questi gruppi: preti diocesani, uomini e ragazzi provvisti degli ordini minori, monaci e frati? A noi qui interessa soprattutto il fatto che tutti avevano almeno una certa cultura, e per loro questa cultura era una cosa pericolosa. La nozione basilare dei riti esorcistici, e forse la conoscenza di immagini astrologiche e di altre specie di magia, poteva portarli a sperimentare l’arte di evocare gli spiriti. Se avevano accesso ai libri nefandi di negromanzia, ed erano abbastanza curiosi per sperimentarli, tanto bastava perché entrassero a far parte di questo sottobosco clericale. I membri di questa consorteria erano senza dubbio legati più dalla affinità di scopi che da vincoli formali o durevoli; certo, nulla sta a dimostrare che essi fossero organizzati come gruppo.
La letteratura morale rappresenta spesso la negromanzia come un vizio di gioventù, a cui gli adepti rinunciano in età più matura, ma che lascia il segno nel resto della loro vita. Il riformatore domenicano Johannes Nider (m. 1438) racconta di un certo Benedetto, sulla vita del quale abbiamo notizie anche da altre fonti. Da giovane questo Benedetto era noto come giullare, mimo e negromante; «di statura gigantesca e di aspetto spaventevole», conduceva vita dissoluta e si ispirava a «libri demoniaci di negromanzia». Poi le preghiere della sorella lo strapparono dalle fauci dei demoni. Penitente, si presentò a vari monasteri chiedendo di essere accolto, ma il suo aspetto e la sua nomea lo rendevano inviso. Finalmente un monastero di Vienna gli aprì le porte, ed egli acquistò fama per la sua santità e la sua predicazione; tuttavia per il resto dei suoi giorni fu molestato dai demoni. Qualunque sia il fondamento storico di questo racconto, nelle mani di Nider esso diventa una sorta di esempio morale a doppio taglio: afferma che anche un negrornante ha la possibilità di salvarsi, ma segnala i pericoli duraturi derivanti da una giovinezza dedita a questa iniquità.
È impossibile dire, nei singoli casi, se le leggende e i documenti legali abbiano un fondamento reale. Non sappiamo con certezza se Giovanni di Vallombrosa praticasse la negromanzia; forse il suo abate giudicò male studi più innocenti di astrologia, o altre conoscenze occulte. La negromanzia di Benedetto, di cui Nider parla con orrore, forse non esorbitava dai trucchi della magia prestigiatoria. Ma le istruzioni per la negromanzia autentica sopravvivono, e le postille marginali che le commentano indicano che qualcuno coltivava queste pratiche. La natura delle istruzioni, che presuppongono una certa padronanza del latino e delle forme rituali, indirizza il sospetto verso il clero. Leggende e accuse giudiziarie erano verosimili, anche se imprecise; individuavano il tipo giusto di persone, se non i singoli colpevoli.

 
Il modo di operare di un negromante ci viene ancora descritto da  Kieckhefer:


Formule e riti per l’evocazione degli spiriti

L’inquisitore domenicano Nicolau Eymerich (1320-1399) aveva evidentemente ampi contatti con negrornanti. Nella sua Guida degli inquisitori egli dice di aver confiscato ai maghi in persona libri come il Tesoro di negromanzia di Onorio il Negrornante e la Tavola di Salomone, e, dopo averli letti, di aver fatto bruciare questi libri pubblicamente. Le sue conoscenze in materia furono accresciute dalle confessioni fatte a lui e ad altri inquisitori dai negrornanti. I libri di costoro insegnavano numerose forme di magia proibita: battesimo di immagini, fumigazione della testa di un morto, evocazione di un demone in nome di un demone più potente, iscrizione di caratteri e segni, invocazione di strani nomi, commistione dei nomi di demoni con quelli di angeli e santi in preghiere blasfeme, fumigazioni con incenso o aloe o altre piante aromatiche, bruciamento dei corpi di uccelli e animali, getti di sale nel fuoco, e molte altre cose. Se in alcune di queste pratiche era implicito il culto dei demoni, in altre esso era più esplicito: i negromanti si genuflettono e si prostrano in onore dei demoni, promettono loro obbedienza e si consacrano al loro servizio, cantano salmodie in loro onore, e offrono in sacrificio non solo animali ma il proprio sangue. Nell’esercizio della magia demonica praticano una sorta di ascetismo: digiunano, si macerano, e osservano la castità con l’intento perverso di onorare i demoni. Sempre per reverenza verso i demoni, si vestono di nero o di bianco.
Non possiamo supporre che Eymerich inventasse di sana pianta queste accuse. Quando dice di aver letto i libri dei negrornanti, non abbiamo ragione di pensare che menta. Altri autori ortodossi, come Jehan de Gerson, che sembra anch’egli bene informato su questa materia, confermano in gran parte le sue parole; e Cecco d’Ascoli (arso sul rogo nel 1327 per eresia) dà ampie informazioni sulla negromanzia pur professando di condannarla. Comunque sia, alcuni testi negromantici sono giunti fino a noi. Il manuale di Monaco è un ottimo esempio del tipo di documenti di cui si occupava Eymerich; descrive una quantità di operazioni magiche, che secondo l’uso corrente del tempo chiama «esperimenti». Materiali simili o identici si trovano anche in altri manoscritti, almeno in forma frammentaria. Eymerich confiscava questi materiali in Spagna, e sappiamo di casi analoghi almeno in Italia, Germania, Francia e Inghilterra. Guglielmo d’Alvernia dice di aver visto da studente a Parigi, all’inizio del XIII secolo, libri apparentemente dello stesso genere. In Italia un inquisitore fece bruciare un libro di «figure diaboliche», perché non se ne potessero trarre altre copie. Nel 1277 l’arcivescovo di Parigi condannò «libri, rotoli e opuscoli contenenti negromanzia o esperimenti di stregoneria, invocazioni di demoni, scongiuri pericolosi per le anime».
Coloro che ricorrevano alla negromanzia erano legione. Uno scongiuro del manuale di Monaco, per esempio, serve a convocare un demone che darà al negromante, senza sforzo da parte sua, la perfetta padronanza di tutte le arti e scienze. Evidentemente l’autore era uno studioso ricco d’ambizione ma non molto diligente. In generale, però, gli scopi di questa magia rientrano in tre categorie principali. In primo luogo, essa è usata per influire sulla mente e sulla volontà altrui: per far impazzire qualcuno, per infiammarlo d’amore o di odio, per guadagnarne il favore, o per costringerlo a fare o non fare una certa cosa. Si possono coartare non solo gli esseri umani, ma anche gli spiriti e gli animali. La negromanzia è usata di rado per colpire il corpo, ma può portare a un malessere fisico oltre che mentale. Un manoscritto di Reims del XII secolo, per esempio, contiene un scongiuro che impone ai demoni di affliggere la vittima in modo che non possa dormire, mangiare, bere, né fare altre cose. È molto probabile, tuttavia, che qui, come in casi simili, lo scopo sia di affliggere la vittima in vista di un fine ulteriore: di impedirle di dormire, mangiare, eccetera, finché non si sottometta alla volontà del negromante.
In secondo luogo, il negromante può creare illusioni. Può creare l’illusione di un battello o di un cavallo che lo porterà dove egli desidera; può far apparire uno splendido festino, con tavole imbandite e trattenimenti. … Altrettanto illusorio è l’uso della negromanzia per risuscitare i morti: un anello consacrato, messo al dito di un defunto, basta a convocare sei demoni a turno, ognuno dei quali anima il corpo per un giorno, facendo sì che si alzi e che parli. Lo stesso anello, messo al dito di un vivo, lo farà sembrare morto fino a quando l’anello non sarà tolto.
Il terzo scopo principale della negromanzia è discernere le cose segrete, passate, presenti o future. Il manuale di Monaco dà istruzioni particolareggiate per la negromanzia divinatoria, che corrispondono a puntino al racconto di Giovanni di Salisbury. Ci sono formule per ritrovare oggetti rubati, per identificare un ladro o un assassino, per sapere se un amico sta male o sta bene, se è in viaggio o no, e in genere per conoscere ciò che si ignora. Le informazioni desiderate sono fornite da spiriti, che appariranno a un fanciullo (eccezionalmente a una fanciulla) vergine, in un cristallo, in uno specchio, sulla lama di una spada, sulla scapola di un ariete unta di grasso, o sull’unghia del fanciullo. Oppure, se lo scopo è di identificare un ladro, il ladro stesso apparirà sulla superficie riflettente. Una «ricetta» indica ciò che il fanciullo deve dire quando sull’unghia gli appare uno spirito in forma di re: inviterà lo spirito a scendere da cavallo e a sedere sul trono; gli chiederà se ha fame, e in tal caso suggerirà di mandare a prendere un montone da mangiare: quando il re ha pranzato, lo inviterà a togliersi la corona, a mettergli la mano destra sul capo e a giurare di dire la verità. Forse un lettore medievale non trovava nulla di comico nell’idea di un fanciullo che discorre a questo modo con un’immagine illusoria apparsagli sull’unghia; forse ne era invece inorridito o affascinato, o tutte e due le cose. In un altro caso, lo scongiuro mira a ottenere in sogno la visione di «angeli», che diano notizia di cose passate, presenti e future.
Le tecniche negromantiche possono essere molto complesse, ma si basano su pochi elementi principali: cerchi magici, scongiuri, sacrifici.

        Un aspetto di grande interesse nella pratica rituale del negromante riguarda l’azione che deve essere uno scimmiottamento al contrario di quanto avviene nei rituali cristiani. La cosa è raccontata da Cortesi:

Per il negromante, i morti sono soltanto strumenti di potere; egli li convoca e li usa per i suoi orrendi scopi, senza alcuna misericordia. L’evocazione dei morti avviene nella notte di Natale: in spregio alla nascita di Gesù, si fa rivivere temporaneamente un cadavere, secondo il principio che sta alla base della magia nera: il rovesciamento della fede cristiana.
Mentre il sacerdote eleva l’ostia, il mago china il capo verso terra ( = la parte opposta al cielo, dunque più lontana da Dio) e sussurra senza farsi sentire: «Exsurgent mortui et ad me veniunt!» (Risorgano i morti e vengano a me!). Poi, il mago lascia la chiesa ed entra nel cimitero; davanti ad una tomba recita la formula dannata: «Potenze infernali voi che portate il turbamento in tutto l’universo, lasciate la vostra cupa dimora e andate di là dello Stige!».
Quindi, incrocia sul petto due tibie e ordina:
«Ego sum,te peto et videre queo!» (Io sono, ti esigo e posso vederti !). A questo punto, il morto appare ed è costretto da successivi scongiuri ad eseguire gli ordini del negromante.
Perché ci si rivolgeva alla magia nera? Qual era lo scopo di chi, non esitava a manipolare carogne putride, sangue marcito, grasso di cadavere e altri materiali ripugnanti? Il fine della magia era sempre contro qualcuno: ad esempio, si poteva causare – così credevano – la malattia, il deperimento, la morte di una persona.
Ma se la magia demonica non era che una variante della ancestrale violenza umana, perché non la si puniva come un “normale” crimine? Perché si temevano più i negromanti che gli assassini di strada o gli stupratori? Perché, insomma, la magia divenne un mondo a sé nella dottrina della chiesa e nelle sue leggi penali?
La magia diventò straordinariamente pericolosa quando iniziarono i primi movimenti ereticali, per cui la chiesa di Roma, temendo di perdere il dominio delle coscienze, vide pericoli gravissimi ovunque e accomunò nella persecuzione e nell’esecrazione eretici e maghi.
Al papato non importava molto se il rifiuto della propria autorità veniva da un cataro o da una strega; la colpa era una sola, era la medesima: sottrarsi al potere e all’ideologia della chiesa cattolica. La punizione era una sola, la stessa: la morte col fuoco.
Occorreva individuare precisamente il colpevole per colpirlo, per fermare al più presto la minaccia che costituiva; magia ed eresia erano due gravissimi pericoli per la chiesa, che li distinse nell’intento di riconoscerli e di colpirli con la massima severità.
Il potere cattolico non pensava più di dover affrontare una sciocca credulità di povera gente, ma di combattere una mostruosa insidia che proveniva dal cuore stesso di Satana.
Il mago era diventato, con l’eretico, il pericolo numero uno della chiesa. La ricerca ossessiva delle partes adversae (nemici della chiesa) portò, ovviamente, alla loro moltiplicazione, perché non c’è nulla che crei tanti colpevoli quanto l’ampliare la casistica del codice penale …
Attorno al 1270, la Summa de officio inquisitionis compilata dal vescovo Benedetto di Marsiglia aggiunse ai suoi capitoli contro gli eretici quello «sulla forma e metodo per interrogare maghi e idolatri».
La Practica inquisitionis haereticae pravitatis dell’inquisitore domenicano di Tolosa Bernardo Gui testimonia che, nel XIII secolo, si riconosceva la pratica di utilizzare l’ostia consacrata rubata per farne incantesimi. Tale colpa veniva punita – e Gui riporta una sentenza vescovile in proposito – con la segregazione a vita in carcere; il condannato poi doveva indossare un vestito che portasse cucito sul petto e sulla schiena un’ ostia in feltro giallo.
La profanazione dell’ostia era l’elemento principale dell’odio cattolico verso gli ebrei, e il fatto che questa colpa venga attribuita anche ai maghi prova, ancora una volta, che la magia venne temuta e perseguitata quando se ne definì la vicinanza con l’eresia.

Poiché è stata introdotta l’ostia come elemento magico, vale la pena soffermarci sull’uso che dei sacramenti venne fatto. Il crisma, l’olio misto a profumo che viene utilizzato nei sacramenti del Battesimo, era sempre tenuto sotto chiave perché molto ricercato per le ordalie e le cerimonie occulte. Anche l’Agnus Dei che simboleggia lo stesso Gesù, era utilizzato per invocazioni magiche e/o superstiziose. E la cosa riguardava non normali contadini ignoranti ma lo stesso Papa. Urbano II (1040-1099) inviò all’Imperatore greco Alessio un agnus dei con il seguente messaggio di accompagnamento:

Unito alla purezza dell’olio santo, l’agnello che ti invio quale no ile regalo forrma un balsamo, come se fosse nato da una fonte e consacrato con mistica solennità. Caccia i lampi provenienti dall’alto e annulla i peccati come il sangue del nostro Salvatore. Le donne incinte sono protette e il loro parto è felice. Alle persone degne porta regali. Distrugge la forza del fuoco; protegge chi ha il cuore buono e lo salva dai flutti

L’Eucarestia si iniziò ad utilizzare a fini magici, per filtri d’amore, per malefici, per proteggersi, intorno alla metà dell’XI secolo. Una donna che, fatta la comunione, avesse trattenuto l’ostia in bocca ed avesse poi baciato un uomo, lo avrebbe legato a sé per sempre. Ma Dio veglia ed a volte, come raccontava Papa Alessandro III (1159-1181), essa si incollava sulla lingua della donna per non staccarsi mai più. Un uso smodato dell’ostia sembra fosse delle prostitute che volevano legare qualcuno a sé ma anche delle streghe che con l’ostia facevano unguenti per il volo notturno. L’innocuo oggetto, se sciolto in una bevanda e fatto bere, era in grado di ammazzare ogni nemico e di fare abortire. L’ostia aveva anche incredibili poteri magici (rendeva invulnerabili, impediva l’annegamento, provocava guarigioni, proteggeva i raccolti ed il bestiame di chi la possedeva, garantiva la ricchezza e proteggeva i beni che uno possedeva,  …) e gli stessi uomini di Chiesa ne facevano immondo commercio (altro che la profanazione delle ostie fatta da eretici ed ebrei !). Era anche un possente rimedio per aumentare fertilità e virilità. Vi erano anche credenze incredibili. Se un fucile fosse stato caricato con un’ostia e per mirare fosse stato poggiato su un crocifisso, non avrebbe mai sbagliato la mira. Anche qui venne l’ordine di tenere le ostie sotto chiave.

        Ma continuiamo a seguire lo scritto di Kieckhefer:

Gli scongiuri del manuale di Monaco invitano ripetutamente gli spiriti a comparire in aspetto gradevole e non minaccioso. Il testo concomitante dice che quando essi compariranno, sarà sotto la forma di un re, di uno stuolo di servitori, di un gruppo di marinai, di un uomo nero, o soprattutto di un cavaliere. Un manoscritto tedesco del XV secolo, conservato a Praga, dice che il Diavolo verrà sotto l’aspetto di un cane nero, e risponderà a tutte le domande.
Oltre agli elementi visuali e orali, c’erano quelli operativi: gli atti compiuti dal negromante, in particolare sacrifici e riti simpatetici. Nel manuale di Monaco, il negromante invoca gli spiriti a un crocicchio con il «sacrificio di un gallo bianco», che egli li supplica di accettare. In un altro esempio, bisogna portare sul luogo dello scongiuro una upupa prigioniera; a un certo punto dell’operazione i demoni chiederanno questo uccello, e quando essi avranno giurato di obbedirgli il negromante glielo darà. (Il manuale di Monaco dice esplicitamente che l’upupa «ha grande potere per i negromanti e gli evocatori di demoni», e quindi viene usata spesso per i loro scopi. Alberto Magno conferma questa testimonianza, dicendo che il cervello, la lingua e il cuore dell’upupa sono preziosi per gli incantatori.) Uno scongiuro contenuto in un manoscritto dell’inizio del XIII secolo, ora a Parigi, dà istruzioni criptiche che sono state decifrate e tradotte così: «Prendi un pipistrello e sacrificalo con la mano destra; con la mano sinistra cavagli il sangue dalla testa». Era credenza diffusa che i demoni (come gli spettri della letteratura classica) fossero attirati dal sangue, specialmente dal sangue umano; quindi, secondo Michele Scoto, i negromanti usano spesso acqua mista a sangue, o vino somigliante al sangue, «e sacrificano carne di persona vivente, per esempio un pezzetto della propria carne, oppure di un morto … sapendo che la consacrazione di uno spirito in un anello o in una bottiglia si può effettuare solo compiendo molti sacrifici»(20).
Di solito, dunque, si sacrificava un animale, ma a volte si offrivano ai demoni altre sostanze. Poteva essere necessario spargere nell’ aria latte e miele, oppure mettere cenere, farina, sale e altre cose in vasi da collocare dentro il cerchio magico. Il manoscritto di Praga invita i maghi a offrire in «dono» ai demoni: carbone, pane, formaggio, tre chiodi da calzolaio, orzo e sale.
Quando la negromanzia fa uso di immagini, si tratta di solito di magia simpatetica: l’azione svolta nell’immagine viene trasferita alla persona raffigurata. Per esempio, una magia d’amore può richiedere che si scrivano i nomi di demoni sull’immagine della donna vagheggiata, perché i demoni l’affliggano finché essa non si sottometterà alla volontà del negromante. I demoni rappresentati simbolicamente nell’immagine saranno realmente presenti nella donna. Per ottenere il favore di un alto personaggio il mago intaglia un’immagine di costui, con una corona se è un re, o con altri simboli di potere a seconda dei casi. Poi fa una seconda immagine che rappresenta lui stesso, e scrive su queste immagini i nomi delle persone rappresentate. Lega una catenella di ferro al collo dell’immagine del potentato, mette l’altro capo della catena in mano all’immagine propria, e fa inchinare l’immagine del potentato davanti all’immagine propria; e via dicendo.
Spesso queste operazioni simpatetiche sono accompagnate da formule incantatorie esplicative. Il negromante che vuole suscitare odio fra due amici, scalda sul fuoco due pietre (che rappresentano le vittime), poi le getta in acqua fredda e le percuote una con l’altra. Ciò facendo dirà: «io non batto queste pietre, ma X. e Y., i cui nomi sono scritti qui». Una ricetta di magia amorosa contiene la formula: «come il cervo brama la sorgente, così X. brami il mio amore, e come il corvo brama i cadaveri, così ella mi desideri, e come la cera si scioglie al fuoco, così lei desideri il mio amore».
In tutte queste operazioni è indispensabile la segretezza. Il manuale di Monaco ammonisce più volte il negromante di tenerle segrete, perché esse hanno un «grande» o «ineffabile» potere. Altrettanto importante è condurre le operazioni in un luogo nascosto, e custodire con cura il libro «in cui è contenuto tutto il potere». Nel Libro delle consacrazioni, un testo incorporato nel manuale di Monaco e che troviamo anche altrove, si ingiunge a chi lo usa di tenerlo ben nascosto, per non farlo cadere in mano agli «stolti».
Se vuole ripetere un’ operazione, il negromante in certi casi deve rifare ogni volta tutta la cerimonia. In altri casi, invece, può far giurare ai demoni, la prima volta che appaiono, di venire in futuro ogni volta che li chiamerà. Può far sì che i demoni «consacrino» un certo oggetto, che gli consentirà di chiamarli successivamente. Anche un cerchio magico può essere consacrato in questo modo; o una briglia, che servirà a richiamare uno spirito sotto forma di cavallo.

Da quanto si può ricavare la negromanzia risulta una fusione tra differenti pratiche magiche, astrologiche ed esorcismi. La magia astrale è di provenienza islamica mentre gli esorcismi sono europei, in uso tra cristiani ed ebrei.

[Le note e la bibliografia sono nella Parte ii di questo articolo]

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