Fisicamente

di Roberto Renzetti

Angeli, demoni, diavoli e santi

Roberto Renzetti

Maggio 2010

UN CENNO AI FANTASMI

 

        Le apparizioni di defunti in varie forme e sembianze sono antiche come la storia dell’umanità. Anche qui una voce autorevole della Chiesa, San’Agostino, affermò l’impossibilità di tale apparizioni. Il dotto cristiano argomentò la cosa nel suo De cura pro mortuis gerenda (421):

10. 12. Si sente dire di certe apparizioni che sembrano fatte apposta per porre interrogativi in questa discussione e che non possiamo trascurare. Si racconta di diversi morti che, o in sogno o in qualche altro modo, apparvero a persone vive che ignoravano assolutamente dove i loro corpi giacevano insepolti. Essi, rivelando il luogo, li pregarono che fosse data loro la sepoltura che ancora non avevano avuto. Se dicessimo che queste sono fandonie, potremmo apparire impudenti nei riguardi di alcuni scritti di fedeli cristiani e della serietà di coloro che attestano che queste cose son loro capitate davvero. Ma la risposta più giusta è che, se sembra che i morti in sogno dicano, o indichino, o chiedano qualche cosa, ciò non vuol dire affatto che essi intervengono di persona in queste cose. Capita che anche delle persone vive appaiono spesso a persone anch’esse vive che stanno dormendo, ma che non sanno che stanno loro apparendo, e solo da quelle vengono poi a sapere che le hanno sognate, e si fanno anche raccontare quello che nel sogno hanno fatto o detto. Potrebbe succedere che uno veda me in sogno e che io gli indichi qualcosa che è successo o che gli preannunci qualcosa che dovrà succedere, ma che di tutto questo, nel momento in cui egli mi vede in sogno, io sia completamente all’oscuro e non mi curi affatto, non solo di ciò che sta sognando, ma neanche se egli sta sveglio mentre io dormo, o se egli dorme mentre io sto sveglio, o se nel medesimo tempo stiamo insieme svegli oppure dormiamo tutti e due. Ma allora che c’è di strano se anche i morti, senza che essi ne sappiano niente e senza che sentano niente, tuttavia sono visti in sogno dai vivi e gli dicono delle cose che, quando questi si svegliano, si accorgono che sono vere? Io sarei propenso a credere che questo può succedere piuttosto per un intervento degli Angeli, permesso oppure voluto dall’alto; così può sembrare che i morti dicano in sogno qualcosa sul seppellimento dei loro corpi, ma senza che coloro a cui appartengono quei corpi ne sappiano assolutamente nulla. Son cose che avvengono talvolta con grande utilità, o perché arrecano un po’ di conforto ai vivi a cui appartengono quei morti che gli sono apparsi in sogno, oppure perché sono avvertimenti per la gente, affinché coltivi quel pio senso di umanità della sepoltura, la quale, anche se ai defunti non arreca alcun vantaggio, tuttavia il trascurarla sarebbe un’ingiustificabile mancanza di religiosità. Talvolta però delle false visioni trascinano gli uomini in grandi errori; e gli sta bene, perché se lo meritano. Come se uno vedesse in sogno quello che, per fantasia poetica, si narra abbia visto Enea nell’inferno: come cioè gli fosse apparsa l’ombra di uno non ancora sepolto e gli avesse detto più o meno quello che avrebbe detto allora Palinuro; e poi svegliatosi, ne trovasse il corpo proprio dove in sogno gli era stato detto che giaceva inumato e gli era stato raccomandato e supplicato perché lo seppellisse; e constatando che tutto era vero, si facesse anche la convinzione che i morti vengono sepolti proprio perché le loro anime possano raggiungere il loro destino, dal quale ha sognato che una legge infernale esclude le anime dei non sepolti. Ebbene, se uno si facesse una convinzione di questo genere, non andrebbe del tutto fuori della strada della verità?

11. 13. È per la sua irragionevolezza che l’uomo si comporta così: se uno sogna di vedere un morto, è convinto che ne vede l’anima: se invece, nelle medesime condizioni, si sogna un vivo, non dubita che non gli è apparsa né l’anima né il corpo, ma solo un’immagine di lui. Come se non fosse possibile che anche i morti, senza che ne sappiano niente, appaiano ai vivi mentre dormono, ma non le anime, bensì una loro immagine. Quando ero a Milano mi fu dato per certo che a un tale fu richiesto di saldare un debito, attestato dalla cauzione di suo padre defunto, il quale però, all’insaputa del figlio, lo aveva saldato. Quell’uomo ne ebbe un grandissimo dispiacere e si stupiva che il padre, morendo, non gli avesse parlato di questo debito, tanto più che aveva fatto anche testamento. Mentre era così in ansia, gli apparve in sogno suo padre che gli indicò il posto dove era custodita la ricevuta con cui quella cauzione risultava estinta. Trovato e mostrato questo documento, il giovane non solo poté respingere la calunnia di quel falso debito, ma anche ricuperare l’autografo di suo padre che questi non aveva ritirato quando aveva consegnato il denaro. Certo, questo potrebbe far pensare che l’anima di quell’uomo si fosse presa cura del figlio e gli fosse apparsa in sogno per tirarlo fuori da un impaccio così increscioso, illuminandolo su una cosa che gli era del tutto ignota. Ma più o meno nello stesso tempo in cui sentii parlare di questa cosa, stando io sempre a Milano, successe che a Cartagine il retore Eulogio, che era stato mio discepolo nella stessa materia, come egli stesso mi raccontò dopo che io fui tornato in Africa, mentre veniva spiegando ai suoi discepoli i libri della Retorica di Cicerone, gli capitò che, nel preparare una lezione che doveva fare il giorno dopo, si trovò di fronte a un passo oscuro. Non essendo riuscito a capirlo bene, il suo sonno fu molto agitato; e in sogno quella notte io gli spiegai quel che non era riuscito a capire. Ma non ero io, bensì la mia immagine, e io non ne sapevo niente, ed ero tanto lontano di là dal mare, e chissà che cosa stavo facendo o sognando, per nulla preoccupato delle sue preoccupazioni. Come queste cose possano accadere io non lo so. Ma qualunque sia il modo in cui avvengono, perché non pensare che avvengono nel medesimo modo, sia che si sogni un morto sia che si sogni un vivo? Che cioè tutti e due sono completamente all’oscuro e non hanno consapevolezza di chi, di dove e di quando uno si sogna le loro immagini?

12. 14. Ai sogni si possono paragonare quelle visioni che hanno certe persone, sveglie certamente, ma che hanno i sensi sconvolti, come succede ai frenetici o a coloro che in ogni modo non hanno la testa a posto. Anche questi parlano dentro di se stessi come se parlassero con persone veramente presenti, sia che queste siano presenti o che siano assenti, che siano vive oppure morte, e di cui vedono soltanto le immagini. Però come quelli che sono ancora vivi non sanno affatto di essere veduti o di stare a parlare con costoro (e realmente né sono presenti né parlano con loro, ma semplicemente quegli uomini dai sensi scossi subiscono tali visioni immaginarie), allo stesso modo quelli che se ne sono andati già da questo mondo sono visti come presenti da questi uomini così malati, ma in realtà sono assenti e non sanno affatto che qualcuno li vede così fantasiosamente.

Visione del curiale Curma.

12. 15. A questo si potrebbe ricondurre il caso di certe persone che perdono ogni sensibilità materiale in una maniera più profonda dello stesso dormire e vengono prese in visioni di questo genere. Anche ad esse appaiono immagini di persone vive e di persone morte; ma poi, quando riprendono i sensi, qualunque morto dicano di aver visto, la gente crede che veramente sia stata con il morto; e chi li sta a sentire non pensa che queste persone affermano di aver visto nella stessa maniera anche immagini di gente viva che non era lì e non ne sapeva niente. Un tale che si chiamava Curma, del municipio Tullio, vicino a Ippona, (era un povero curiale, arrivato a fatica alla carica di duumviro, di quel luogo, un sempliciotto della campagna) si ammalò, perdette i sensi, e per alcuni giorni se ne stette supino come se fosse morto. Solo un filo di fiato che, accostando la mano davanti alle narici, si riusciva in qualche modo a sentire ed era l’unico segno appena percettibile che egli era ancora vivo, non consentiva che lo si seppellisse come morto. Gli arti completamente immobili, non mandava giù il minimo alimento; nessun movimento con gli occhi, nessuna reazione del corpo, per quanto lo si stimolasse. Ma egli vedeva tante cose come in sogno, cose che, quando finalmente dopo molti giorni si risvegliò, poté raccontare di aver visto. E prima di tutto, non appena ebbe aperto gli occhi: “Qualcuno”, disse, “vada subito a casa di Curma, il fabbro-ferraio, a vedere che cosa vi sta succedendo”. Si andò e si constatò che questi era morto in quello stesso istante in cui l’altro aveva ripreso i sensi ed era come risuscitato da morte. E così con grande stupore dei presenti raccontò che all’altro era stato comandato di presentarsi quando lui fu rilasciato e che, in quel luogo dal quale ora tornava indietro, aveva sentito chiaramente che non il Curma curiale, ma il Curma fabbro-ferraio doveva esser condotto in quel luogo di morti. E in quelle visioni che aveva come in sogno tra quei defunti che vedeva trattati in modo diverso a seconda dei diversi meriti, egli riconobbe anche alcuni che sapeva che erano ancora vivi. E io forse ci avrei creduto davvero se in quella specie di sogni non avesse visto anche alcuni che sono vivi ancora adesso, cioè alcuni chierici della sua regione dal cui vescovo del luogo sentì che sarebbe stato battezzato da me a Ippona, cosa che poi affermava essere avvenuta. Perché in quelle visioni, in cui dopo vide dei morti, aveva visto un vescovo, dei chierici e anche me, gente cioè che non era ancora morta. E allora perché non credere che abbia visto quei morti come ha visto noi, cioè assenti e del tutto ignari gli uni e gli altri, e quindi che abbia visto non proprio loro, ma delle immagini sia di loro come anche dei luoghi? Infatti aveva visto anche il podere dove si trovava quel vescovo con i suoi chierici, e anche Ippona dove io l’avevo, come lui diceva, battezzato; nei quali luoghi, quando egli credeva di esserci, certamente non c’era. Difatti non sapeva che cosa stava succedendo in quei luoghi in quel tempo, e senza dubbio l’avrebbe saputo se veramente si fosse trovato lì. Si tratta dunque di visioni dove le cose non si presentano nella loro realtà oggettiva, ma vengono come adombrate attraverso certe loro somiglianze. E in fine, dopo tutte queste visioni, raccontò che anche in paradiso era stato fatto entrare e, sul punto di essere rilasciato per ritornare tra i suoi, sentì una voce che gli diceva: “Va’, fatti battezzare, se vuoi essere in questo luogo di beati”. E, ammonito che si facesse battezzare da me, egli rispose che già era stato fatto. Ma di nuovo quegli che gli parlava replicò: “Va’, fatti battezzare sul serio, perché quello che hai visto era solo una visione”. Dopo tutte queste cose egli guarì e venne a Ippona. La Pasqua era ormai vicina. Egli diede il nome tra gli altri Competenti, a noi come tanti altri personalmente sconosciuto. E non pensò di raccontare di quella visione né a me né a qualcun altro dei nostri. Ricevette il battesimo, poi, passati i giorni santi, se ne tornò a casa sua. Due anni dopo, o anche più, io venni a sapere di tutte queste cose prima da un mio amico, che era anche amico suo, a tavola con me e si parlava di questi argomenti. Io poi insistetti e feci in modo che queste cose me le raccontasse lui stesso di persona. Erano presenti alcuni suoi onesti concittadini che attestavano sia della sua strana malattia in cui era rimasto come morto per parecchi giorni, sia di quell’altro Curma fabbro-ferraio di cui ho riferito sopra, come pure di tutte le altre circostanze che, mentre egli raccontava, quelli ricordavano e confermavano che anche allora lo avevano sentito raccontare allo stesso modo. E allora, se egli ha potuto vedere il suo battesimo, e me, e Ippona, e la Basilica, e il Battistero non nella loro realtà fisica ma attraverso certe loro immagini, come anche alcune altre persone vive senza che questi vivi ne sapessero niente,

13. 15. Perché non ha potuto allo stesso modo vedere dei morti senza che questi morti ne sapessero niente?

13. 16. E perché non pensare che questi potrebbero essere interventi angelici, che avvengono per una disposizione della divina Provvidenza, che sa ben servirsi tanto dei buoni che dei cattivi secondo l’imperscrutabile sublimità dei suoi giudizi, sia che con queste cose le menti umane vengano illuminate oppure oscurate, sia che vengano consolate o anche intimorite, a seconda che a ciascuno debba essere usata misericordia oppure irrogata la pena da colui di cui non senza significato la Chiesa esalta la misericordia e il giudizio? Ognuno prenda come vuole quello che sto per dire. Se le anime dei morti si occupassero dei fatti dei vivi, e se, quando le vediamo nei sogni, fossero proprio esse a parlarci, per tacere di altre cose, la mia santa madre neanche una notte mi lascerebbe, lei che per terra e per mare mi è venuta sempre dietro per vivere con me. E come può una vita più felice averla resa crudele a tal punto che, quando il mio cuore è angustiato per qualche cosa, essa non corre a consolare il figlio addolorato che ha tanto amato e che mai ha accettato di vederlo mesto? Sì, è certamente vero quello che afferma il sacro salmo: Mio padre e mia madre mi hanno lasciato, ma il Signore mi ha raccolto. Se dunque i nostri genitori ci hanno lasciato, come potranno occuparsi delle nostre preoccupazioni e delle nostre cose? Ma se non se ne occupano i nostri genitori, quali altri morti possono sapere che cosa facciamo e che cosa stiamo soffrendo? Il profeta Isaia dice: Tu sei il padre nostro, perché Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi. Se patriarchi così grandi non poterono sapere che cosa avveniva di quel popolo che pure era nato dal loro seme, popolo che era stato loro promesso come continuazione della loro stirpe perché avevano creduto in Dio, come fanno i morti a farsi presenti nel conoscere e nell’aiutare i vivi nelle loro cose e nelle loro azioni? E come possiamo dire che sono nella pace, se essi, per quanto siano morti prima che succedessero le disgrazie capitate dopo la loro morte, tuttavia anche da morti sono toccati da quelle sventure che capitano nella vita degli uomini? O siamo noi a sbagliarci nel pensare così e li crediamo nella pace, mentre invece stanno lì a soffrire per la inquieta vita dei vivi? Ma allora come si spiegherebbe che Dio abbia promesso al piissimo re Giosia come una grande grazia che sarebbe morto prima per non vedere i mali che egli minacciava di mandare su quel luogo e su quel popolo? Ecco le parole che disse Dio: Questo dice il Signore Dio di Israele: Quanto alle parole che hai udito… e ti sei commosso davanti a me mentre ascoltavi le mie parole riguardo a questo luogo e a quelli che vi abitano, che cioè diverranno una desolazione e una maledizione; poiché tu ti sei stracciato le vesti e hai pianto davanti a me; ecco, anche io ho ascoltato, dice il Signore degli eserciti: per te io ti riunirò ai tuoi padri; tu sarai sepolto in pace e i tuoi occhi non vedranno tutte le sventure che io farò cadere su questo luogo e su coloro che vi abitano. Egli, spaventato dalle minacce di Dio, aveva pianto e si era stracciato le vesti. Però il pensiero che sarebbe morto prima lo mise al sicuro da tutte quelle disgrazie che stavano per sopraggiungere, certo che avrebbe riposato in pace e non avrebbe visto tutte quelle sventure. Le anime dei defunti perciò sono in uno stato in cui non si vede quel che si fa o succede tra gli uomini in questa vita. Come possono quindi vedere i loro sepolcri o se i loro corpi giacciano insepolti oppure tumulati? Come potrebbero esser partecipi delle miserie dei vivi, quando loro stessi avessero il loro soffrire, se così hanno meritato, oppure, come fu promesso a questo Giosia, riposano in una pace in cui nessun male hanno da sopportare né patendo né compatendo, affrancati ormai da tutti i mali che, o patendo o compatendo, gli toccava di soffrire quando ancora vivevano quaggiù?

14. 17. Qualcuno però potrebbe obiettare: Se i morti non si occupano affatto dei vivi, come mai quel ricco che era tormentato nell’inferno scongiurava il padre Abramo che mandasse Lazzaro ai suoi cinque fratelli, i quali non erano ancora morti, e facesse il possibile che non venissero anche loro in quel luogo di tormenti? Ma il fatto che il ricco si espresse in questo modo non dimostra che egli sapesse che cosa stessero facendo o che cosa stessero soffrendo i suoi fratelli in quel momento. Egli si poté occupare di persone vive anche se era del tutto all’oscuro di quel che stavano facendo, allo stesso modo che anche noi ci occupiamo dei morti anche se non sappiamo che cosa stanno facendo. Se non ci occupassimo affatto dei morti, certamente non staremmo a pregare Dio per loro. E del resto Abramo non mandò Lazzaro, ma rispose che quaggiù essi avevano Mosè e i Profeti e che dovevano ascoltar loro per evitare di incorrere in quei tormenti. Ma, si dirà ancora, come mai questo padre Abramo ignorava che cosa si faceva in questo mondo, se sapeva che c’erano Mosè e i Profeti, cioè i loro libri, e che obbedendo a questi gli uomini potevano evitare i tormenti dell’inferno? E dove aveva saputo che quel ricco era vissuto in mezzo alle delizie e il povero Lazzaro in mezzo alle fatiche e alle sofferenze? Perché anche questo gli fece notare: Figlio, ricordati che tu hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro invece i suoi mali. Quindi queste cose, che non si erano verificate tra i morti ma tra i vivi, egli le sapeva. Però egli le poté venire a conoscere su indicazione di Lazzaro, non mentre si verificavano tra i vivi, ma dopo che questi erano morti. E così resta valido quanto afferma il Profeta: Abramo non ci riconosce.

        Agostino dice che i morti non solo non sanno nulla di ciò che ci accade a noi vivi ma non si occupano neppure di noi. L’episodio di Lazzaro e del ricco epulone lo dimostrano perché Dio non permise che Lazzaro morto si manifestasse in terra per avvertire i parenti del riccone di quali sofferenze si pativano all’inferno. Ma vi è un argomento personale che lo convince di più. Egli aveva una madre amorosa, Monica, ora defunta. Chi altri se non una persona premurosa come lei avrebbe avuto desiderio di farsi vedere da lui ed invece in molti anni non l’ha mai fatto ? Insomma se la cara madre di Sant’Agostino non gli è mai apparsa vuol dire che le apparizioni non vi sono.

        Le apparizioni di defunti credibili sono quelle di santi che appaiono a monaci o ad un Re. Ma vi sono anche quelle di persone in vita estremamente malvagie (assassini, briganti, criminali di aria natura, suicidi, persone in sepolte, bambini nati morti e quindi non battezzati, donne morte di parto). In quest’ultimo caso si dà l’opportunità ad un santo, vivo o morto, di intervenire per scacciare l’apparizione malvagia. Si tratta di spiriti di persone vaganti perché non trovano pace e riposo nell’aldilà. Queste apparizioni, questi fantasmi hanno riempito la letteratura, una volta terrorifica e fantastica per bambini e giovinetti (e non solo). Costanzo di Lione scrisse nel V secolo una Vita di San Germano di Auxerre (Vita Germani episcopi) in cui compare uno di tali racconti:

In una certa epoca – viaggiava d’inverno e per tutto il giorno era stato digiuno e affaticato – gli si chiede con insistenza, sul far della sera, di far sosta in un posto qualunque. A una certa distanza c’era una casa col tetto per metà in rovina e da lungo tempo disabitata. Per trascuranza si era anche lasciato che le piante selvatiche la ricoprissero, sì che quasi era meglio passar la notte al freddo, all’aperto, piuttosto che entrare in quel luogo pericoloso ed orrido; tanto più che due vecchi del vicinato avevano detto in anticipo che la casa era proprio inabitabile perché abitata dagli spiriti in modo terrificante. Dopo averlo appreso il santo si diresse verso le spaventose rovine come fossero state un luogo di grande incanto, e là, fra quelle che erano state una volta numerose stanze, a mala pena ne trovò una che potesse avere apparenza di alloggio. Vi sistemò i suoi piccoli, modesti bagagli e i suoi pochi compagni; questi fecero alla svelta un leggero pasto da cui il vescovo si astenne completamente. Infine, quando era di già notte fonda, vinto dal digiuno e dalla stanchezza, Germano cedette al sonno, mentre uno dei chierici si era fatto un dovere di mettersi a leggere. A un tratto uno spaventoso spettro appare davanti al viso del lettore e si leva un po’ alla volta sotto i suoi occhi mentre i muri sono colpiti da una scarica di sassi. Allora il lettore terrorizzato invoca il soccorso del vescovo. Questi si riscuote di soprassalto, considera la sagoma dello spaventoso fantasma e, dopo avere invocato il nome di Cristo, gli ordina di confessare chi è e che cosa fa lì. Immediatamente, abbandonato il suo aspetto spaventoso, lo spirito si esprime con voce umile e supplichevole; lui e il suo compagno hanno commesso numerosi delitti, giacciono insepolti e tormentano i vivi perché non trovano requie; gli chiedono di pregare per loro il Signore perché possano meritare l’eterno riposo. Queste parole suscitano pena nel sant’uomo che gli ordina di indicare dove giacciono. Allora, precedendoli con una candela, il fantasma fa loro strada e, in mezzo a un mucchio di rovine, che costituiscono un ostacolo difficile da superarsi, in piena notte, indica il luogo dove li avevano gettati. Appena si fa giorno Germano riunisce gli abitanti dei dintorni e li incita al lavoro, assistendovi egli stesso per stimolarli a fare in fretta. Essi accantonano liberando il terreno con le zappe le rovine che si erano disordinatamente ammucchiate col tempo e trovano i cadaveri distesi alla peggio, con le ossa ancora legate dalle catene. Una fossa viene scavata in modo adatto a una sepoltura, le membra liberate dalle loro catene vengono ravvolte in sudari, coperte di terra, e una preghiera vien detta per intercedere in loro favore; i morti ottengono il riposo; i vivi la tranquillità; tanto che in seguito la casa poté essere felicemente abitata, senza nessuna traccia di terrore.


 
MAGIA DOTTA ED ALCHIMIA

 

        La conoscenza dei testi classici che inizia pian piano nell’XI secolo e che poi avanza tumultuosamente fino al XVI secolo dette un fortissimo impulso, come sappiamo, alla scienza europea ma un analogo impulso lo dette anche ad ogni pratica magica, astrologica ed occultistica. I testi della possente cultura greca ed alessandrina, che ci arrivavano con la mediazione degli arabi di Spagna erano anche testi, soprattutto quelli di tradizione pitagorica, platonica e neoplatonica, interpretabili in chiave metafisica ed addirittura di argomento magico ed astrologico (PicatrixIl libro degli esperimenti, …). Le opere tradotte dall’arabo Giabir riproponevano l’alchimia, mentre i lavori di Tolomeo (Tetrabiblos) aprivano ad astronomia ed astrologia che, all’epoca, erano ancora strettamente connesse. Le razzie dei crociati nelle biblioteche islamiche portarono poi alla conoscenza occidentale di culture orientali. Queste opere, contrariamente alla tradizione magico contadina diffusa nell’Europa cristiana, rappresentavano una tradizione colta, un qualcosa a cui si sarebbero potuti avvicinare, senza complessi di qualunque tipo, anche gli intellettuali, i pensatori dell’Occidente cristiano. E così fu con una importante ricaduta nei dibattiti filosofici e, naturalmente, teologici. Il tutto non è però indolore, soprattutto per la Chiesa. Scrive Elena Bellomo:

Lo studio di queste opere si diffonde sempre di più nei circoli degli intellettuali e ne permea i ragionamenti filosofici e teologici, ma nel contempo l’espandersi di simili conoscenze crea sospetto. Se da un canto esse contribuiscono a rafforzare la convinzione dell’esistenza di monarchi dotati di sapienza salomonica e di benefici poteri da sempre connessi ala regalità …, parallelamente si afferma l’immagine del sovrano mago, depositario di poteri guadagnati grazie ad un innominabile patto con il Demonio. Questo è il monarca temporale che contende al papa il dominio della comunità cristiana. È Federico II di Svevia, la corte del quale è un prestigioso centro di cultura che tra gli altri ospita Michele Scoto, celebre astrologo, traduttore e studioso di testi arabi. […] Già durante la lotta per le investiture lo stesso pontefice Gregorio VII era stato accusato di praticare arti occulte di chiara derivazione diabolica. Lo stesso sarebbe stato imputato a Bonifacio VIII. La magia veniva quindi ad essere un nuovo importante strumento al servizio della propaganda politica, evidenziando soprattutto come sempre più spesso essa fosse assimilata all’eresia. Effettivamente componenti magiche sono ascritte dalle fonti medievali a movimenti eterodossi di stampo dualistico come quello cataro, che nelle proprie filiazioni più lontane e destrutturate arrivano ad assumere i connotati di confusi culti demoniaci. Alla relativa tolleranza che la Chiesa un tempo aveva manifestato si sostituisce così un movimento di condanna e repressione sempre più intransigente e generalizzato. Il papato è ben deciso a ridurre al minimo gli spazi di libera iniziativa dei laici e spesso forme troppo vive di devozione che sfuggono al controllo ecclesiastico vengono bollate con il marchio dell’eresia. […] È proprio in questo clima che matura la sempre più frequente e dura condanna della magia, a qualsiasi livello essa venga studiata e praticata. Sempre più acceso si fa dunque anche il dibattito circa la reale natura di questa disciplina. Se Giovanni di Salisbury aveva infatti condannato senza appello la divinazione e l’astrologia, Ugo di San Vittore non aveva inoltre esitato a rilevare la totale falsità delle pratiche magiche, senza dimenticare di metterne poi in luce la profonda immoralità e demonicità. Sarebbe stato tuttavia Tommaso d’Aquino a stigmatizzare la negatività della dimensione magica, distinguendola nettamente dal miracoloso ed affermandone la discendenza dalle forze infernali. La magia è dunque non solo un inganno, ma anche pura empietà. La condanna delle proposizioni aristoteliche avvenuta nel 1277 ad opera del vescovo parigino Stefano Tempier si accompagna così alla messa al bando di testi di negromanzia, astrologia e geomanzia. Su posizioni nettamente opposte sono alcuni filosofi, tra i quali il maestro dello stesso Tommaso d’Aquino, Alberto Magno, autore tra l’altro di un trattato di astronomia. Non a caso, secondo Alberto, erano stati proprio dei sapienti magi ad adorare tra i primi il Salvatore. La più lucida difesa della magia si deve però a Ruggero Bacone, precursore della scienza moderna. Convinto assertore della positività di parte delle pratiche magiche, egli distingue infatti tra la magia cerimoniale, dai tratti appunto demoniaci, e la magia naturale, fondata sulla profonda conoscenza della natura e sulla sperimentazione volta ad indagare le specifiche leggi della creazione. Siamo ancora lontani dal percepire una reale dicotomia tra quanto in discipline come l’alchimia e l’astrologia vi può essere di concretamente scientifico, dando quindi vita a settori di studio autonomi quali la chimica e l’astronomia, ma le riflessioni di Bacone sono comunque importanti perché apriranno la strada alle affermazioni dell’Umanesimo scientifico. Sulla scorta di simili teorie si sarebbe infatti mosso non solo Raimondo Lullo, sostenitore dello studio di un’ars magna, capace di racchiudere in sé i principi fondamentali delle discipline sperimentali, ma anche i pensatori, come Marsilio Ficino, attivi nelle corti del Rinascimento, dove magia significherà non solo scienza, ma anche divertita fruizione del meraviglioso letterario. È proprio il Medioevo a essere quindi il custode delle primi passi dell’evoluzione della magia da superstizione o dotta speculazione filosofica a fondamento delle scienze sperimentali moderne. Una mirabile ed imprevedibile metamorfosi, degna di un vero incantatore.

        Lo scritto della Bellomo accenna ad alcuni nomi sui quali intendo dire di più per capire almeno gli elementi fondamentali della transizione tra la magia povera ed ignorante e quella dotta. Inoltre devo dare un cenno alla nascita dell’alchimia. Iniziamo con l’ampliare alcune affermazioni. Rispetto ai ristrettissimi orizzonti del pensiero cristiano (Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Gregorio Magno, …), di quel poco che le opere di compilazione (Plinio, Boezio, Cassiodoro, Marziano Capella, Calcidio, Macrobio, Beda, Isidoro di Siviglia, …) avevano lasciato, con l’aggravante che le conoscenze erano sempre più riassunti di riassunti fino a che il tutto era diventato un compendio di nozioni fantastiche prive di qualunque riscontro oggettivo, rispetto a tutto questo si apriva davvero un mondo nuovo che però si innestava in un albero senza radici. Le conoscenze messe insieme da un Cristianesimo che aveva accordato monoteismo con politeismo ed idolatria, che aveva tentato una operazione di dignità con San Tommaso e la Scolastica vennero ad incontrarsi o meglio scontrarsi con altre conoscenze maturate in molti secoli di splendore intellettuale. Gli effetti furono dapprima piuttosto contraddittori e ci vollero due o tre secoli per riuscire a cogliere le cose importanti, ad isolarle dalle incrostazioni che avevano subìto passando attraverso il commento di pensatori cristiani e comunque di persone che non sapevano cosa fosse l’essere laici avendo sempre riferimenti di tipo metafisico o mistico. Ma qualcosa si iniziò a modificare: se prima ogni fatto naturale era semplicemente prodotto quotidiano della divinità, da un certo punto ci si iniziò a chiedere anche di cause naturali che producono fatti naturali.

        La Chiesa intensificò la lotta contro la magia, le pretese streghe ed ogni forma di occultismo perché, come abbiamo già detto, queste pratiche erano disgreganti per la Chiesa medesima che stava combattendo feroci battaglie contro l’eresia.  Ma la Chiesa non si è mai occupata di razionalità e consequenzialità. Alla lotta ingaggiata contro ogni pratica superstiziosa accompagnava la venerazione di “reliquie“, i pellegrinaggi, i santi, certe credenze taumaturgiche, gli esorcismi, le proibizioni di certi giorni, tradizioni pagane trasformate in rituali liturgici, … Ed anche se mai ufficialmente ammesse, erano ampiamente tollerate le pratiche degli amuleti, degli oroscopi, delle premonizioni che sarebbero state dietro ad alcuni fatti naturali straordinari come eclissi, comete, cavallette, bruchi, nascite deformi. Si dava ampio credito a fasi lunari legate a mestruazioni (fatto microscopico) ed a maree (fatto macroscopico), con l’assimilare la Terra ad una “grande madre” e con tutto un mondo di similitudini tra la vita di una donna e quella di un terreno coltivato. Lo stesso citato Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino era come detto un addetto a pratiche magiche.

         Alberto era un vero praticante di negromanzia e magia in genere che credeva fermamente a rituali e formule magiche:

A voler sapere se la donna giace con altri che con il marito, piglia questa pietra detta Bellerites, la quale si trova in Libia ed in Britannia ed è di più colori cioè nera e rossa e trovasi di colore glauco tendente al pallido, cura gli idropici e quelli che buttano li denti. Conferma e dice Avicenna che questa pietra tritata e lavata sarà data ad alcuna donna da bere, se la donna non è vergine subito orinerà, se la darà a vergine, non sarà quello [De virtutibus herbarum animalium et lapidum].

Ed Alberto era anche un grande estimatore dell’alchimia sulla quale impartiva lezioni all’aperto, in Place Maubert a Parigi, perché non vi erano aule sufficientemente grandi alla Sorbonne per contenere la straripante affluenza. Nel suo De alchimia egli scriveva:

L’alchimista sarà discreto e silenzioso; non rivelerà ad alcuno risultati delle sue operazioni.

Abiterà lontano dagli uomini, in una casa isolata nella quale disporrà di una o di due camere, esclusivamente destinate alle sue operazioni.

Sceglierà i tempi delle sue operazioni.

Sarà paziente, assiduo e perseverante.

Eseguirà, secondo le regole dell’arte, la triturazione, la sublimazione, la fascinazione, la calcinazione, la soluzione, la coagulazione e la distillazione.

Non utilizzerà vasi di vetro o di ceramica smaltata.

Sarà abbastanza ricco da comprare quanto serve alle sue operazioni.

Eviterà, infine, di avere alcun rapporto con principi e signori.

[…]

Se tu hai la sfortuna di introdurti presso i principi e re, essi non cesseranno di domandarti: “Ebbene, maestro, come va l’opera? Quando vedremo qualcosa di buono?”. E nella loro impazienza di aspettare la fine, ti accuseranno di essere falso, imbroglione e ti procureranno ogni sorta di amarezze.

 Ed Alberto non era il solo …

         E poiché abbiamo incontrato le mestruazioni, occorre sapere che si trattava di qualcosa di orrendo per tutti. Il tedesco Paracelso (1493-1541), o meglio un trattato a lui attribuito, il De pestilitate, con molti dubbi, aiutò molto nel far considerare il ciclo mestruale come causa prima dell’inaffidabilità della donna, della sua predisposizione alla magia ed al male, alla stregoneria. In sintesi la donna perde del sangue. Ciò altera il delicato equilibrio degli umori del corpo e rende la donna debole e più facile da aggredire dai diavoli. D’altra parte quello stesso sangue diventava uno strumento magico molto potente, come sostenne il tedesco Cornelius Agrippa nel suo De occulta philosophia sive de magia del 1533, in grado di provocare prodigi incredibili (a contatto di qualche goccia di tale sangue, il mosto diventa aceto, il grano non fruttifica, la vite risulta distrutta. Ma c’è molto di più per i disastri del sanguis menstruus, secondo Agrippa:

A causa dello sguardo di una donna mestruata lo specchio si offusca; le lame dei rasoi perdono il filo; il lucido avorio perde il suo bell’aspetto; il ferro arrugginisce immediatamente; anche l’ottone che viene a contatto con una donna mestruata si ricopre di un potente veleno dall’odore disgustoso e di verderame; gli alveari si estinguono e, se vengono contaminate le loro cellette, le api volano via; il tessuto di lino fatto bollire con il sangue mestruale diventa nero; le cavalle gravide abortiscono; le asine diventano sterili per parecchi anni se mangiano dell’orzo bagnato di questo sangue; quando si sparge la cenere delle pezze macchiate di questo sangue sulle vesti che devono essere lavate, essa muta il colar porpora e toglie ai fiori il loro colore

Al contrario, il sangue mestruale trova anche applicazione per scopi utili e curativi:

Il sangue mestruale, unito alla lana di un montone nero inserita in un bracciale d’argento, è efficace contro la febbre che dura tre o quattro giorni. E parimenti spalmandolo sulle piante dei piedi del malato si ottiene un rimedio altamente efficace contro tale tipo di febbre, rimedio che diventa ulteriormente benefico se il sangue viene spalmato dalla stessa donna mestruata, senza che il malato lo sappia. In questo modo può essere curata anche la caduta di libido. Cosa largamente risaputa è che quando qualcuno a seguito del morso di un cane mostra una fobia per l’acqua o altre bevande, una pezza imbevuta di sangue mestruale posta sotto il bicchiere fa scomparire il timore. Inoltre le donne mestruate che si rechino in un campo seminato hanno il potere di uccidere bruchi, vermi, maggiolini e altri parassiti. Tuttavia, si deve stare attenti che non compiano queste azioni al sorgere del sole, perché altrimenti i semi potrebbero seccarsi. Già Plinio più volte riferisce che il sangue mestruale può essere efficace per allontanare grandine e tempesta, oltre ad offrire un rimedio contro il fulmine.

Naturalmente, sapendo che le mestruazioni hanno uno stretto legame con le fasi lunari, anche la Luna entra in gioco:

In luna calante questo sangue agisce come un potentissimo veleno, ancora maggiore è la sua forza in luna nuova, ma 1’apice viene raggiunto quando si verifica un’eclissi di sole o di luna perché in questo caso nessun rimedio può essere d’aiuto. li flusso mestruale ha inoltre maggiore efficacia nei primi anni e nella tenera età dell’adolescenza. Se si sparge questo sangue sui montanti della porta di una casa, verrà sventato ogni maleficio. Inoltre un vestito che sia venuto a contatto con esso non deve essere bruciato nel fuoco, e se durante un incendio lo si getta nel fuoco, esso non si propaga più. Si dice anche che se ad un epilettico viene somministrata radice di peonia unitamente a castoreo [liquido secreto dalle ghiandole del prepuzio del castoro]e al sangue della veste di una donna mestruata, egli guarirà dal suo male. Se si brucia o si arrostisce lo stomaco di un cervo e lo si espone ai fumi provenienti dalla combustione di una pezza di lino imbevuta nel sangue mestruale, si può rovinare il tiro ai cacciatori. I capelli di una donna mestruata se posti sotto lo sterco, producono serpenti; se bruciati, con l’odore che producono scacciano i serpenti. Questo preparato è dotato di una tal potenza da agire come veleno anche contro gli animali velenosi.

E nel De pestilitate dello Pseudo-Paracelso si continua senza pietà:

[Accade che] una donna incinta nel periodo in cui dovrebbe avere le mestruazioni offuschi lo specchio o, rispecchiandosi in esso, lo rovini, perché in tale periodo ella è venefica ed ha “occhi di basilisco” ex causa menstrui et venenosi sanguinis, ovvero a causa delle mestruazioni e del sangue venefico che è contenuto nel corpo della donna e questi effetti si manifestano in nessun’altra parte del corpo così intensamente come negli occhi, dove lo spirito sidereo del corpo si trova libero ed esposto al magnete siderale. Quia ex menstruo et venenoso sanguine muliens causatur et nascitur basiliscus, ita luna in coelo est oculus basilisci coeli, come dal sangue mestruale e venefico della donna origina e viene alla luce il basilisco, così la luna nel cielo è l’occhio del basilisco celeste. E come lo specchio è reso opaco dalla donna, lo stesso accade anche agli occhi e allo spirito sidereo per influsso della luna e quindi il corpo dell’uomo si contamina. E perciò accade che, in tale periodo, gli occhi dell’uomo pauroso e immaginifico sono deboli e deficienti e quindi lo spirito sidereo ed il corpo attraggono su di sé il veleno dallo specchio della luna nel quale tu hai guardato. E non è che un uomo abbia solo la forza di avvelenare la luna con lo sguardo, proprio no: sostengo che le donne mestruate riescono ad avvelenare la luna e le stelle molto prima e molto più di tutti gli altri uomini, e ciò assai facilmente. Perché come voi vedete, esse compiono venefici e offuscano sia lo specchio del corpo, sia – cosa ancora più importante – quello di vetro; e in misura ancora maggiore e con più sollecitudine contaminano, in quel particolare periodo, la luna e le stelle. E se la luna, in quel particolare periodo, risplende nell’acqua e una donna vi si specchia, la luna viene subito avvelenata. E ciò può avvenire anche in molti altri modi, che qui non sarebbe bene palesare. E l’avvelenamento della luna avviene in questo modo: essa rappresenta l’occhio puro dello spirito e del corpo sidereo ed è, come vedete, spesso nuova e giovane. Quindi come un bambino piccolo che guarda nello specchio in cui si è precedentemente rispecchiata una donna mestruata, diventa ipermetrope e strabico, ed i suoi occhi sono avvelenati, contaminati e danneggiati; come lo specchio stesso è contaminato dalla donna mestruata, nello stesso modo anche l’uomo viene contagiato.[…] 
Perciò vi spiegherò gli effetti del veleno mestruale della donna con tale ampiezza e con tale rigore filosofico, così che voi, sulla base di ciò, diventerete o potrete diventare esperti in scienze della natura. Poiché non appena una donna espone la sua veste di notte ai raggi della luna nuova o anche, se di giorno, alla luce solare, subito si leva nel sole il veleno di basilisco e il magnes solis lo attira a sé. Quindi gli uomini vengono avvelenati in  vari  modi, tanto  che  non contraggono solo la peste, ma anche molte e diverse malattie  [ … ].
Perciò potete anche facilmente capire perché le donne prestino così grande attenzione al proprio mestruo, perché esse muoiano così velocemente durante l’epidemia di peste, e anche perché, quando esse a causa dell’ età hanno perso il proprio mestruo, possano così poco stregare, pronunciare incantesimi e causare dolore a un altro essere umano o ad un animale.

        Da notare quanto spazio viene dedicato ad un fenomeno naturale per renderlo orrendo e per situare le donne al disprezzo, al ludibrio, all’isolamento. E non a caso queste bestialità sulle donne vengono raccontate in zone dove la caccia alle streghe sarà più dura e mieterà il maggior numero di vittime. Sappiamo bene oggi che la propaganda è il più duro manganello di ogni squadraccia.
 

L’ALCHIMIA

        L’altra parte riconducibile a pratiche misteriose e segrete, che ben si coniugò con le varie magie e l’astrologia, fu certamente l’alchimia. L’alchimia tra le varie pratiche era certamente quella i cui cultori custodivano più gelosamente i suoi segreti. Questo è uno dei motivi per cui si sa molto poco delle pratiche magiche ed alchemiche. Solo pochi, pure sapienze elette, gli iniziati, potevano avere le facoltà per operare in tali campi. Per essere iniziati non bastava una scuola; occorreva avere delle proprietà particolari, essere dotati da Dio di particolari poteri, in modo che si può anche sostenere che il mago rinascimentale è un poco un eletto da Dio, una specie di Santo. In questo senso la magia non temeva smentite. Il linguaggio criptico conteneva in sé sempre una affermazione ed il suo contrario ed il mago era inattaccabile. Se delle cose non andavano poi come dovevano era perché il ‘paziente’ non aveva fatto esattamente, non si era attenuto, non era stato casto, non… In questo senso solo l’astrologia risultava quasi completamente aperta. Ma l’alchimia aveva una proprietà che la rendeva più “potente” rispetto all’astrologia. In quest’ultimo caso si trattava solo di descrivere le posizioni degli astri senza avere alcuna possibilità di intervento. L’alchimia con le sue manipolazioni permetteva di pensare che si lavorasse per un prodotto che si adattasse ad un dato scopo (per questo il ‘mago’ ricorreva quasi sempre all’alchimia).

        L’alchimia ha origini antichissime. La prima traduzione in Europa ed in latino di un testo alchemico arabo si ebbe nel 1144 (Roberto di Chester) ma acquistò impulso poiché coltivata in ambienti colti solo nel Quattrocento (si tenga conto che le conoscenze in questa epoca si diffondono con maggiore facilità rispetto al passato a seguito anche del grande sviluppo dei commerci nell’intero bacino del Mediterraneo). Vi erano delle persone che la avevano praticata e la praticavano ma erano generalmente squalificate e ritenute ciarlatane, anche perché parlare di alchimia è parlare di un universo di confusione in cui è veramente difficile trovare un qualche momento unitario, una qualche pratica unificante se non quelle poche che tenterò di descrivere. Poiché il segreto era di rigore, non vi erano scambi tra iniziati ed ognuno andava per la sua strada. Inoltre, nell’ipotesi di una qualche scoperta di interesse, questa non era mai tramandata: ognuno doveva sempre ricominciare con riferimenti solo al nome di un qualche supposto grande alchimista del passato.

        Una delle cose che si credono di conoscere, e che tutti conoscono, è la ricerca della pietra filosofale. Di cosa si tratta. Le interpretazioni divergono ma in qualche punto vanno a coincidere. Secondo Aristotele il cielo della Luna divide il mondo in due zone: quella sotto che è soggetta a generazione e corruzione ed in generale a cambiamento e caos; quella sopra che è eterna, immutabile e costituita di una essenza perfetta come l’etere (la quintessenza, che era chiamata così in quanto si aggiungeva ai quattro elementi: terra, acqua, aria, fuoco). La ricerca sotto il cielo della Luna di questa sostanza (l’etere) era compito principale dell’alchimista. Tale essenza, mescolata ad altre sostanze le avrebbe rese perfette e, ad esempio (ma questo è solo un aspetto marginale dell’alchimia e riguardava appunto ingordi e ciarlatani), avrebbe potuto tramutare il piombo ed altri metalli vili in oro o argento. Altra versione voleva tutti i metalli costituiti da un miscuglio di mercurio e zolfo (con caratteristiche non reali ma filosofali) e quando la proporzione tra i due era perfetta, il metallo risultante sarebbe stato l’oro. Più in generale, in questa ricerca l’alchimista studiava le varie sostanze e ne cercava le proprietà. Tentava miscugli, distillava (introducendo nel suo lavoro fornelli ed alambicchi che si riveleranno utilissimi per la ricerca chimica come la intendiamo oggi), catalogava, operava, in modo che oggi giudicheremmo rozzo, come un chimico ( si tenga conto che nel Cinquecento la scoperta di procedimenti chimici legati alla tecnica, ad esempio estrattiva, dette inizio alla separazione dell’alchimia che assunse caratteristiche se possibile più segrete, con quella che sempre più si affermerà come chimica). L’impossibilità di produrre qualcosa che potesse poi essere in qualche modo raccolta in un testo e fare da base per ulteriori studi nasceva da quel segreto cui accennavo e soprattutto dall’approccio che si aveva allo studio delle sostanze medesime. Quali erano le caratteristiche che determinavano le differenze tra le sostanze ? Quelle qualitative. Il colore, ad esempio rivestiva una importanza fondamentale: il nero era associato alla morte mentre il verde ad un buon raccolto nei campi, il ‘vitriol’ (abbreviazione del latino: visita interiora terrae rectificando invenies occultum lapidem che vuol dire “vai a cercare all’interno della terra e con corrette operazioni troverai la pietra nascosta”) indicava sostanze con caratteristiche di brillantezza e cristallinità. Poi vi era il sapore, … Ma ciò che legava strettamente alchimia ed astrologia era la corrispondenza tra sette metalli con i sette astri allora noti: Sole-Oro, Luna-Argento, Marte-Ferro, Venere-Rame o Bronzo, Mercurio-Argento vivo (mercurio), Saturno-Piombo, Giove-Stagno. E, come vedremo, analoghe corrispondenze si costruiranno in medicina tra astri, metalli e parti del corpo.

        Occorre comunque essere chiari: un elemento come oggi lo conosciamo non è mai quell’elemento. Per intenderci lo Zolfo non è lo zolfo che conosciamo. Per Paracelso esso rappresenterà l’anima e poi qualche altra cosa, mai definita, con un linguaggio sempre sfuggente e mai puntuale. Lo stesso operare dell’alchimista non combina elementi ma li accoppia. È un universo di morti, anime, spiriti, esalazione, male e bene, trasmutazioni, sangue, maschile e femminile, unioni carnali,…. Nessuno pensi ad un qualche seppur minimo rapporto tra alchimia e chimica (anche pensando a quella di Dalton o Lavoisier).

        È da notare che l’intersezione tra magia ed alchimia era poi data da una leggenda che voleva un testo alchemico fondamentale, le Tavole smeraldine, come trascrizione di quanto inciso su una lapide di smeraldo che copriva la tomba di Hermes Trismegisto:

“Come tutte le cose furono mediante la contemplazione di una sola, così tutte le cose nacquero da quest’unica mediante un singolo atto di adattamento. Padre di essa è il Sole, madre è la Luna. Il Vento la portò nel suo grembo, la Terra è la sua nutrice. Essa è la generatrice di tutte le opere prodigiose in ogni luogo del mondo. Il suo potere è perfetto.”

        È questo il sunto della ricerca dell’ alchimista, di questa unica cosa che è generatrice di ogni bene e perfezione.

        Vari manuali alchemici furono scritti ed alcuni attribuiti addirittura ad Alberto Magno e San Tommaso. Un alchimista inglese, Thomas Norton tentò addirittura di cristianizzare l’alchimia, dando consigli sul come e dove operare per evitare l’influenza dei diavoli malvagi. In ogni caso i ciarlatani ed i truffatori (vendevano oro falso presuntamente di origine alchemica) erano la gran maggioranza tanto che lo stesso Papa Giovanni XXII dovette intervenire con un decreto [Spondent pariter, 1317] che comminava grosse multe in oro a tali truffatori. Ma non si creda che questo intervento fosse mosso da ideali di fede. Questo Papa era un mediocre personaggio dal punto di vista teologico ma affamato di ricchezza che tentò di procurarsi in ogni modo lecito ed illecito. La condanna dell’alchimia derivava dalla paura che la gran quantità di oro prodotto per trasmutazione alchemica potesse inflazionare il mercato con gravi danni per i suoi tesori. [Ho trattato ampiamente l’alchimia in tre articoli che si possono consultare a partire da qui (parte 1), qui (parte 2) e qui (parte 3)].

GLI ESORCISMI E GLI SCONGIURI

        L’esorcismo è una pratica utilizzata dalla Chiesa per scacciare i diavoli dal corpo di un indemoniato. C’è da chiedersi se davvero si crede di poter annoverare tale pratica, in uso anche oggi, come coerente con il Cristianesimo. Non si tratta di unja superstizione che meriterebbe di essere estirpata con quanti la sostengono e con atteggiamenti assorti la praticano.

        In un certo senso l’esorcismo è come lo scongiuro e molte altre pratiche ritenute magiche (amuleti, talismani, infusi, pozioni, …) una forma di medicina primitiva. Il fine ultimo, nella gran parte dei casi, è quello di provocare un miglioramento dello stato di sofferenza di un individuo. I primi monaci cristiani, a partire dal VI secolo, furono anche medici perché una educazione medica elementare faceva parte della loro formazione ed utilizzarono abbondantemente tutti i ritrovati della cultura classica (le medicine di Galeno ed Ippocrate, l’erbario di Dioscoride) che tra l’altro avevano tra le mani come testi da tradurre. Si creò così una tradizione che vide molti monasteri operare come infermerie del luogo ed addirittura con ospedali aperti nelle loro vicinanze. Nella accezione che daremmo oggi, ma che si sarebbe data anche nell’età barocca, questi monaci erano, loro malgrado, dei maghi che praticavano la magia. La malattia era un qualcosa provocata da un demone che si insediava in una persona. Occorreva scacciare questo demone per rimettere a posto gli equilibri e gli umori del corpo, quando non la pazzia. Strane erbe come la mandragola venivano usate a tal fine ma anche veri e propri incantesimi che avessero la forza di scacciare i demoni. La cura del corpo era solo una delle funzioni del prete (la persona generalmente più preparata in lande isolate) a cui si ricorreva da parte di contadini. Un’altra riguardava la cura della fecondità dei campi come ci racconta un rituale del XII secolo. Si iniziava prima dell’alba con quattro zolle di terra da prelevare ai quattro estremi del campo. Il prete le spruzzava di acqua santa, latte, miele, olio, erbe e piante tritate poi recitava in latino le parole che nella Genesi [1, 28] Dio rivolgeva ad Adamo: Siate fecondi e moltiplicatevi, e riempite la terra. Quindi altre preghiere prima di portare le zolle in Chiesa. Qui vengono celebrate quattro messe. Prima del tramonto le quattro zolle vengono riportate dove erano state prese perché trasmettessero l’acquisita fertilità al resto del campo. E’ magia ? E’ un rito pagano ? E’ un rito cristiano ?  E’ una pratica agricola ?

        Sono curiosi alcuni racconti: il bacio di un santo guariva i lebbrosi; San Severino non baciava il lebbroso ma lo guariva sputandogli nelle mani; l’acqua in cui si era lavato un santo, anche morto, o, meglio, il suo sangue era una potente medicina; … Poiché i demoni erano specializzati, ciascuno, per portare una malattia, i santi si specializzarono ciascuno, per guarirle.

        Dalla guarigione dei campi a quella delle persone, Matteuccia, in un episodio raccontato da Kieckhefer, ci aiuta a capire:

Se è impossibile generalizzare sul tipo di persone che diventavano guaritori, lo è altrettanto generalizzare sulle tecniche da loro usate. Qualche idea possiamo farcene tuttavia dalla storia di Matteuccia di Francesco, una donna di Todi processata nel 1428 per magia. Per curare le malattie, costei consigliava di portare in un crocevia un osso di un bambino non battezzato, di seppellirvelo, e di dire per nove giorni preghiere e formule varie sul posto. Sapeva combattere le fatture: un uomo che aveva trovato una strana piuma sul cuscino e sospettava che fosse una fattura la portò a Matteuccia; lei annullò la fattura con un incantesimo, e disse all’uomo di riportare a casa la piuma e di bruciarla. Sapeva anche trasferire le infermità, e lo fece una volta per curare la zoppaggine di un cliente: fece una pozione con trenta erbe diverse, rafforzò il suo potere con un incantesimo, e la gettò sulla strada perché la zoppaggine fosse trasferita dal cliente a un ignaro passante. All’amante di un prete diede questa formula contraccettiva: prendere la cenere dello zoccolo bruciato di una mula, mescolarla col vino e berla. Ma la vera specialità di Matteuccia era la magia amorosa. Recitava incantesimi su certe erbe, e le dava alle donne come filtri d’amore. Dava alle donne lozioni per i capelli e per il viso, per suscitare l’affetto dei loro uomini. L’amante di un prete si lamentava che costui da molto tempo non aveva rapporti con lei e la batteva: Matteuccia prese una immagine di cera e la mise sul fuoco, mentre la cliente recitava una formula che paragonava la cera al cuore del prete; dopo questa cerimonia il prete amò la donna appassionatamente e fece ciò che essa voleva.
Matteuccia era evidentemente una professionista. I clienti venivano da lei, a volte da fuori città, per ottenere, dietro pagamento, magie di vario tipo. Non tutti i praticoni popolari erano arditi come lei: alcuni si guardavano dall’usare apertamente tecniche magiche, e avevano più scrupoli riguardo agli scopi cui servivano. Ma altri potevano essere anche più audaci: per esempio gli esorcisti non autorizzati che andavano in giro scacciando i demoni dalla gente per curare le infermità. Il teologo Giovanni di Francoforte condannava questi esorcisti popolari: costoro, dice, pretendono di curare malattie naturali con riti barbari, e torturano i pazienti con acqua fredda, li strangolano e li percuotono con verghe; se le vittime non sono già pazze, impazziscono con questo trattamento. Sappiamo di un esorcista del genere che faceva concorrenza al clero locale nei dintorni di Firenze. Usando strani riti con una candela e degli incantesimi costui riuscì a guarire una bambina di dieci anni, che però rimase debole dopo i rigori del suo esorcismo.

A partire dal XIII secolo iniziarono a comparire medici con preparazione medica presso le recentemente nate università. Ma le pratiche di Matteuccia non vennero meno perché costei costava poco ed era alla portata della gran parte della popolazione, contrariamente ai medici universitari. Le pozioni le facevano allo stesso modo ed anche nei campi si era appreso che la pozione, se non era mescolata con un mestolo su cui erano incisi i nomi di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, non avrebbe fatto effetto. Così come si sapeva che per uccidere un avvoltoio, occorrente per preparare un infuso, non bisognava usare una spada ma una canna aguzza e, prima di decapitarlo, recitare: Angel Adonai Abraham, per te l’opera è compiuta.

        Dicevo che i demoni vengono scacciati con incantesimi, ma anche con scongiuri del tipo Fuggi, diavolo, Cristo t’insegue. Quando Cristo nasce il dolore svanisce. Se poi la cura funzionasse o meno non so dire. Ma quella ora detta era generica ed andava bene per ogni male. Ve ne erano anche per specifiche malattie, come quella contro le cisti:

Che tu sia consumata come carbone nel focolare. Che tu possa contrarti come letame su un muro. E che tu possa prosciugarti come acqua in un secchia. Possa tu diventare piccola come un seme di lino, e molto più piccola dell’osso iliaco di un acaro della scabbia, e possa tu rimpicciolire tanto da non essere più nulla.

Lo scongiuro è rivolto alla malattia che è il demone che assilla il malato. Più oltre se ne faranno chiedendo l’intervento di Dio

Nel nome di Cristo, amen. Io ti scongiuro, erba, che io possa vincere per il Signore Pietro … per la luna e le stelle … e che tu possa vincere tutti i miei nemici, pontefici e preti e tutte le persone secolari e tutte le donne e tutti i legali che operano contro di me …

oppure battezzando lo scongiuro con il nome di un santo. Se una donna soffriva di fortissimi dolori vi era lo scongiuro di Sant’Eustachio. Se una persona aveva i vermi o una cancrena interveniva l’incantesimo di San Guglielmo. E, deve essere chiaro che tali incantesimi e scongiuri erano praticati non solo da maghi laici ma da monaci, preti e medici di università. Comunque se anche lo scongiuro falliva vi era sempre l’esorcismo, l’arma della Chiesa più potente contro il diavolo. Ma la Chiesa non aveva ancora esorcismi propri, suoi rituali ed aveva bisogno di invenzioni al momento, di scopiazzature da altre formule magiche, di ogni possibile fantasia, come mostra l’esorcismo seguente:

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, amen. Io vi ordino, o elfi e demoni di ogni sorta, del giorno e della notte, per il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e la Trinità indivisa, e per l’intercessione della beatissima e gloriosissima Maria sempre Vergine, per le preghiere dei profeti, per i meriti dei patriarchi, per l’implorazione degli angeli e degli arcangeli, per l’intercessione degli apostoli, per la passione dei martiri, per la fede dei confessori, per la castità delle vergini, per l’intercessione di tutti i santi, e per i Sette Dormienti, i cui nomi sono Malco, Massimiano, Dionisio, Giovanni, Costantino, Serafione e Martiniano, e per il nome del Signore + A + G + L + A +, benedetto per tutti i secoli, di non nuocere né fare cosa cattiva contro questo servo di Dio X. , nel sonno o nella veglia. + Cristo vince + Cristo regna + Cristo impera + Cristo ci benedica + e ci protegga da ogni male + Amen.

Vi sono inoltre anche gli incantesimi preventivi, quelli che sono scritti su  un talismano che si deve portare con sé. Un esempio è il seguente:

In nomine Patris, ecc. Per il potere del Signore, che la croce + e la passione di Cristo + mi siano di medicina. Che le cinque piaghe del Signore siano la mia medicina +. Che la Vergine Maria mi aiuti e mi protegga da ogni demone maligno e da ogni spirito maligno, amen. + A + G + L + A + Tetragramma + Alfa + O …

Dal tipo di invocazioni, dal fatto che sia esorcisti che negromanti utilizzano l’espressione io ti esorcizzo, sembrerebbe che i personaggi facciano le medesime funzioni. Non è così per i fini che sono dietro gli uni e gli altri. Mentre il negromante esorcizza, cioè richiama il diavolo da un corpo per cacciarlo via da esso, il negromante esorcizza, cioè chiama, chiede l’intervento di un diavolo per suoi determinati fini (ed i possenti diavoli, diventano ubbidiente e disponibili ai voleri di un negromante). Il manuale di Monaco al quale ho fatto già riferimento, riporta un esorcismo dal chiaro sapore cristiano:

Io ti comando, demone malvagio, per il potere del Signore, e ti ordino in nome dell’ Agnello immacolato che cammina sull’ aspide e sul basilisco, e che ha calpestato il leone e il drago, che tu esegua subito ciò che ti comanderò. Trema e temi quando viene invocato il nome di Dio, il Dio che l’inferno teme, e al quale sono soggette le virtù celesti, le potenze, le dominazioni e le altre virtù, che lo temono e lo adorano, e che i cherubini e i serafini lodano con voce instancabile. Il Verbo fatto carne ti comanda. Colui che nacque da una vergine ti comanda. Gesù di Nazaret, il quale ti ha creato, ti comanda di adempiere subito a tutto ciò che ti chiedo, a tutto ciò che voglio avere o sapere. Più a lungo indugerai a fare ciò che io comando e ordino, più crescerà di giorno in giorno il tuo castigo. Io ti esorcizzo, spirito maledetto e mendace, con le parole della verità.

        Il negromante utilizzava medesime invocazioni a Dio, ai Santi, alla Vergine, alla Trinità, per esorcizzare, cioè far venire fuori il diavolo dagli inferi; ad esso poi ordinava quanto egli desiderava. Si deve osservare che il negromante, come un officiante cristiano, seguiva i medesimi preparativi al rito c he erano essenzialmente astinenza sessuale e digiuno. Spesso venivano usati tutti i nomi noti per Dio (tetragramma) e di Gesù: Eli, Sother, Adonai, Sabaoth, Alfa, Omega. Ma anche i diavoli sono chiamati per i loro nomi ed il negromante, a seconda la specialità che gli occorreva, sapeva qual era il diavolo indicato: Satana, Belzebù, Lucifero, Berich, … 

 
 
UNA DIVAGAZIONE

 
 
        La Chiesa ha oggi l’esorcismo tra i suoi cavalli di battaglia ed uno tra i più grandi esorcisti della storia, Padre Amorth (omen-nomen). La presenza dei diavoli tra noi è certificata da molti documenti ufficiali della Chiesa. Basti citare la Gaudium et Spes:

Tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo e destinata a durare, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno [Gaudium et spes, 37]

Ed ecco qual è l’esorcismo consigliato nel sito specializzato della Chiesa:

ESORCISMO

Esorcismo breve di Leone XIII
contro Satana e gli Angeli ribelli

Al segno + si fa il segno di croce senza parole

+ Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Preghiera a San Michele Arcangelo

Gloriosissimo Principe delle celesti milizie, Arcangelo san Michele, difendici nella battaglia contro le potenze delle tenebre e la loro spirituale malizia. Vieni in aiuto degli uomini creati da Dio a sua immagine e somiglianza e riscattati a gran prezzo dalla tirannia del demonio. Tu sei venerato dalla Chiesa quale suo custode e patrono, e a te il Signore ha affidato le anime che un giorno occuperanno le sedi celesti. Prega, dunque, il Dio della Pace a tenere schiacciato satana sotto i nostri piedi, affinché non possa continuare a tenere schiavi gli uomini e danneggiare la Chiesa. Presenta all’Altissimo con le tue le nostre preghiere, perché discendano presto su di noi le sue divine misericordie, e tu possa incatenare il dragone, il serpente antico, satana, e incatenato ricacciarlo negli abissi, donde non possa più sedurre le anime. Amen.

Esorcismo

In nome di Gesù Cristo nostro Dio e Signore, e con l’intercessione dell’immacolata Vergine Maria, Madre di Dio, di san Michele Arcangelo, dei santi Apostoli Pietro e Paolo e di tutti i Santi, fiduciosi intraprendiamo la battaglia contro gli attacchi e le insidie del demonio.

Salmo 67

Sorga Dio, i suoi nemici si disperdano * e fuggano davanti a lui quelli che lo odiano.
Come si disperde il fumo, tu li disperdi; * come fonde la cera di fronte al fuoco, periscano gli empi davanti a Dio.

Ecco la croce del Signore, fuggite potenze nemiche.
Vinse il Leone della tribù di Giuda, il discendente di David.

Discenda su di noi, Signore, la tua misericordia.
Come abbiamo sperato in te.

Noi ti imponiamo di fuggire, spirito immondo, potenza satanica, invasione del nemico infernale, con tutte le tue legioni, riunioni e sette diaboliche, in nome e potere di nostro Signore Gesù + Cristo: sii sradicato dalla Chiesa di Dio, allontanato dalle anime create a immagine di Dio e riscattate dal prezioso Sangue del divino Agnello +. D’ora innanzi non ardire, perfido serpente, di ingannare il genere umano, di perseguitare la Chiesa di Dio, e di scuotere e crivellare, come frumento, gli eletti di Dio +.

Te lo comanda l’altissimo Dio, al quale, nella tua grande superbia, presumi di essere simile.

Te lo comanda Dio Padre + te lo comanda Dio Figlio + te lo comanda Dio Spirito Santo +.

Te lo comanda il Cristo, Verbo eterno di Dio fatto carne + che, per la salvezza della nostra progenie perduta dalla tua gelosia, si è umiliato e fatto obbediente fino alla morte; che edificò la sua Chiesa sulla ferma pietra (S.Pietro) assicurando che le forze dell’inferno non avrebbero mai prevalso contro di essa e che sarebbe con essa restato per sempre fino alla consumazione dei secoli.

Te lo comanda il segno sacro della Croce + e il potere di tutti i misteri della nostra fede cristiana.

Te lo comanda la eccelsa Madre di Dio, la Vergine Maria + che dal primo istante della sua Immacolata Concezione, per la sua umiltà, ha schiacciato la tua testa orgogliosa.

Te lo comanda la fede dei santi Pietro e Paolo e degli altri Apostoli +.

Te lo comanda il sangue dei Martiri, e la potente intercessione di tutti i Santi e Sante +.


Dunque, dragone maledetto, e ogni schiera diabolica, noi ti scongiuriamo per il Dio + vivo, per il Dio + vero, per il Dio + santo; per Dio, che ha tanto amato il mondo da sacrificare per esso il suo Figlio unigenito, affinché, chiunque crede in lui non perisca ma abbia la vita eterna; cessa di ingannare le umane creature e di propinare loro il veleno della dannazione eterna: cessa di nuocere alla Chiesa e di mettere ostacoli alla sua libertà.

Vattene, satana, inventore e maestro di ogni inganno, nemico della salvezza dell’uomo. Cedi il posto a Cristo, sul quale nessun potere hanno avuto le tue astuzie; cedi il posto alla Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica, che lo stesso Cristo ha acquistato col suo sangue. Umiliati sotto la potente mano di Dio, trema e fuggi all’invocazione che noi facciamo del santo e terribile Nome di quel Gesù che fa tremare l’inferno, a cui le Virtù dei cieli, le Potenze e le Dominazioni sono sottomesse, che i Cherubini ed i Serafini lodano incessantemente, dicendo: «Santo, Santo, Santo è il Signore, Dio delle celesti milizie».

Santo, Santo, Santo è il Signore Dio dell’universo!


Signore, ascolta la mia preghiera.
Il mio grido giunga a te.

[Preghiamo]

O Dio del cielo, Dio della terra, Dio degli angeli, Dio degli arcangeli, Dio dei patriarchi, Dio dei profeti, Dio degli apostoli, Dio dei martiri, Dio dei confessori, Dio delle vergini, Dio che hai il potere di donare la vita dopo la morte, e il riposo dopo la fatica, giacché non vi è altro Dio fuori di te, né ve ne può essere se non tu, Creatore eterno di tutte le cose visibili e invisibili, il cui regno non avrà fine; umilmente ti supplichiamo di volerci liberare da ogni tirannia, laccio, inganno e infestazione degli spiriti infernali, e a mantenercene sempre incolumi. Per Cristo nostro Signore.
Amen.

Dalle insidie del demonio,
liberaci, Signore.

Affinché la tua Chiesa sia libera nel tuo servizio, noi ti preghiamo.
Ascoltaci, Signore.

Affinché ti degni di umiliare i nemici della santa Chiesa, noi ti preghiamo.
Ascoltaci, Signore.

Il sacerdote asperge con l’acqua benedetta

Occorre però essere avvisati di una disposizione (nata da una specifica domanda) dell’ex Cardinale Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo la quale non tutti possono leggere questo esorcismo e scacciare il diavolo. Solo le persone autorizzate espressamente possono farlo:

CONGREGATIO PRO DOCTRINA FIDEI, Epistula Inde ab aliquot annis, ordinariis locorum missa: in mentem normae vigentes de exorcismis revocantur , 29 septembris 1985, prot. n. 291/70: AAS 77(1985), pp. 1169 1170.

Eccellenza rev.ma ,
Già da alcuni anni, presso certi gruppi ecclesiastici si moltiplicano le riunioni per fare suppliche allo scopo preciso di ottenere la liberazione dall’influsso dei demoni, anche se non si tratta di esorcismi veri e propri; tali riunioni si svolgono sotto la guida di laici, anche quando è presente un sacerdote.

____________________

        Poiché è stato chiesto alla Congregazione per la dottrina della fede che cosa si debba pensare di questi fatti, questo dicastero ritiene necessario informare i vescovi della seguente risposta:
1. Il canone 1172 del Codice di diritto canonico dichiara che nessuno può proferire legittimamente esorcismi sugli ossessi se non ha ottenuto dall’ordinario del luogo una speciale ed espressa licenza (§ 1), e stabilisce che questa licenza debba essere concessa dall’ordinario del luogo solo al sacerdote distinto per pietà, scienza, prudenza e integrità di vita (§ 2). Pertanto i vescovi sono vivamente pregati di esigere l’osservanza di queste norme.
2. Da queste prescrizioni consegue che ai fedeli non è neppure lecito usare la formula dell’esorcismo contro satana e gli angeli ribelli, estratta da quella pubblicata per ordine del sommo pontefice Leone XIII, e molto meno è lecito usare il testo integrale di questo esorcismo (1). I vescovi procurino di avvertire i fedeli, in caso di necessità, su questa cosa.
3. Infine, per gli stessi motivi, i vescovi sono invitati a vigilare affinché anche nei casi in cui è da escludere una vera possessione diabolica coloro che sono privi della debita facoltà non abbiano a guidare riunioni durante le quali vengono usate, per ottenere la liberazione, preghiere nel cui decorso i demoni sono direttamente interrogati e si cerca di conoscerne l’identità (2).

Il richiamo di queste norme, tuttavia, non deve affatto allontanare i fedeli dal pregare affinché, come ci ha insegnato Gesù, siano liberati dal male (cfr. Mt. 6,13). Infine i pastori potranno avvalersi di questa occasione per richiamare quanto la tradizione della Chiesa insegna circa la funzione che hanno propriamente i sacramenti e l’intercessione della B. V. Maria, degli angeli e dei santi circa la lotta spirituale dei cristiani contro gli spiriti maligni.

Colgo l’occasione per attestarle i sensi della più viva stima,
aff.mo in Cristo


JOSEPH card. RATZINGER prefetto
ALBERTO BOVONE segretario


(1) Nel Rituale Romanum (editio Taurinensis IV iuxta typicarn, Marictti 1952) le Normae observandae circa exorcizandos obsessos a daemonio costituiscono il capitolo 1 del titolo XII; il Ritus exorcizandi obsessos a daemonio è nel capitolo Il (pp. 677 705) (n.d.r.).
(2) Di questi interrogativi non esiste più traccia nel Ritus sopra citato; se ne tratta invece nelle Normae citate al tit. 15 in questi termini: “Sorto poi necessarie interrogazioni. per esempio, sul numero e sul nome degli spiriti ossessori, sul tempo in cui sono entrati, sul motivo e altre cose simili” (p. 679) (n. d. r. ).

        Non credo interessi entrare nei dettagli dei vari esorcismi in uso nella Chiesa OGGI, per essi rimando al link già fornito dove si potrà trovare l’esorcismo maggiore, quello di San Benedetto, varie preghiere per la propria o altrui liberazione dal diavolo e, soprattutto, le risposte di Padre Amorth a vari quesiti sul tema.

Padre Amorth

RITORNIAMO A COSE SERIE: RELIQUIE E MIRACOLI

        Arrivati a questo punto e potendo continuare all’infinito, ci si deve chiedere e si deve poter rispondere con sincerità, almeno con se stessi, che cos’è la superstizione. Il gatto nero che ci attraversa la strada ? o tutte quelle sciocchezze alle quali diciamo che non sono vere ma … non costano niente. Oppure questo è il modo per sviare l’attenzione sulla grande superstizione che ci sovrasta e non ci rende liberi ? Non serve che dica quale. Le persone accorte e, per fortuna ve ne sono molte con mente eccellenti, sanno bene di cosa parlo.

        Un cenno almeno, a questo punto, lo meritano i miracoli e le reliquie. Fanno parte del patrimonio della fede. Le due cose non sono mai completamente ammesse (il culto delle reliquie, derivante dalle onoranze per i defunti, è oggi raccomandato ma non imposto dalla Chiesa. Il Concilio di Trento nella sua venticinquesima sessione lo emendò dagli eccessi e il Concilio Vaticano II così si espresse: La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i Santi, le loro reliquie autentiche e le loro immagini) ma restano nel sottofondo fantastico e misterioso che è il vero fondamento della Chiesa. Prima di accennare ai miracoli riporto un elenco di reliquie che di per sé dovrebbero spiegare bene cosa è superstizione.

        In Svizzera, a Sciaffusa, è conservato il fiato di San Giuseppe rilasciato sul guanto di Nicodemo.

        San Biagio ha, come reliquie, sei braccia, mentre San Vincenzo e Santa Tecla ne hanno nove ciascuno. Sta meglio San Filippo che ne ha diciassette anche se è superato da San Giacomo che ne ha diciotto. Sant’Agata ha sei mammelle mentre San Giovanni venti mascelle. San Bartolomeo ha nove mani con tutte le dita.

        Gesù è ben rappresentato in sette chiese, ciascuna delle quali conserva un suo prepuzio (sarebbe facile ironizzare ma abbiamo rispetto per i credenti). Il suo sangue è conservato in ampolle a La Rochelle, a Mantova, a Roma, … Dovunque, in Europa, si trovano altre reliquie di Gesù, alcune delle quali ripetute: il panno che lo avvolgeva, la camicetta da neonato, la mangiatoia in cui giacque, l’intero altare su cui fu posto quando fu presentato al tempio, il ramoscello d’ulivo che agitava quando entrò in Gerusalemme, la sua barba, l’ombelico, , le lacrime versate alla morte di Lazzaro, un poco di terra che calpestò quando resuscitò Lazzaro. Grande importanza riveste la reliquia di una pietra con l’impronta del piede di Gesù lasciata quando prese lo slancio (principio di azione e reazione) per elevarsi al Cielo lasciando evidentemente l’impronta dell’atto.I vasi delle nozze di Cana sono dappertutto ma c’è chi ha anche alcuni pani moltiplicati in quella occasione. Si ha il tavolo su cui Gesù ed Apostoli fecero l’Ultima Cena, un pezzo di pane avanzato, il coltello con cui Gesù tagliò l’agnello pasquale ed un piatto in cui fu mangiato. Un cervello di S. Giovanni è nell’abbazia di Tiron, un altro a Nogent-le Rotrou. Un orecchio sta a Parigi, un altro a Saint Flour e un altro ancora a Praga. Si ricordano inoltre una quarantina di altre teste che non possiamo indicare esattamente con sicurezza.Papa Urbano VI fece mozzare la testa di Santa Caterina nel 1381 per portarla a Roma come reliquia (ma della santa esistono vari pezzi di corpo in giro per l’Italia). Anche di Sant’Agata fu mozzata la testa per farne una reliquia (su questa santa vi è anche la contesa tra due città, Gallipoli e Galatina, di una mammella che fu trovata dal vescovo di Gallipoli nella bocca di un bambino !). Roma dispone della colonna che servì d’appoggio a Gesù quando sferzò i mercanti nel tempio. Pezzi di legno provenienti dalla croce sulla quale Gesù morì sono in quantità industriale, come i chiodi che crocifissero Gesù del resto. Si ha anche la finestrella di marmo attraverso la quale entrò l’Arcangelo Gabriele ad annunciare la lieta novella a Maria(21).

        Su questa vicenda delle reliquie vi sono alcune cose da dire.

       Nel XIV secolo, quando era all’opera il terribile inquisitore Bernard Gui, le reliquie erano normali  amuleti ufficialmente ammessi dalla Chiesa. La stessa Chiesa confezionava pezzi di corpo di un qualche santo dentro un gioiello e lo vendeva ai potenti. La reliquia serviva a tenere lontane malattie ed ingiustizie. Una tibia di San Pietro come una zampa di coniglio. Ma le reliquie erano portate con sé dai monaci e dai preti guaritori. Venivano tirate fuori e mostrate nel segno della croce a persone sofferenti per curarle. Sui risultati, a parte un qualche effetto dovuto alla suggestione, non si hanno riscontri (che invece si hanno sui miracoli di Lourdes come dirò più oltre). Le reliquie erano comunque una sorta di lasciapassare salvifico rispetto ad ogni calamità. Più erano grandi più sarebbero risultate efficaci. Allo stesso modo l’efficacia era proporzionata all’importanza del santo.

        Si può immaginare che ai primordi del Cristianesimo qualche cristiano prendesse qualche oggetto appartenuto ai maestri venerabili, Gesù e qualche apostolo di rilievo. Certamente abiti ed altri oggetti di qualche martire (debbo dire che i martiri furono molto pochi e contabili. Lo testimonia uno dei Padri della Chiesa, Origene che non fu fatto santo per aver svelato questo segreto. Origine scrisse che il numero dei martiri fu piccolo e facilmente contabile. Drews in un ampio ed approfonditissimo studio ha calcolato che il numero complessivo dei martiri durante tutti gli anni delle persecuzioni non supera il numero di 1500 in tutto). Questi oggetti erano poi rimasti come importanti documenti di carattere familiare e nessuno avrebbe pensato a venderli. Il vero e proprio commercio di reliquie iniziò con le manie di quella donna nota come Sant’Elena, madre di Costantino il Grande. Per quel poco che si sa ed è raccontato da Sant’Ambrogio (340-397), questa donna era la stabularia (stalliera o locandiera o baldracca che intratteneva i viandanti) di una taverna della Bitinia (attuale Turchia). Il generale romano Costanzo Cloro, al seguito dell’Imperatore Aureliano, giacque con lei e se la portò dietro per poi sposarsi con altra donna. Dal concubinaggio di Costanzo con Elena, nacque Costantino (272) che fu proclamato imperatore nel 306. Elena, convertitasi al cristianesimo (versione eretica, cioè ariana), fece un pellegrinaggio in Terra Santa nel 327 e 328. Da tale viaggio tornò piena di reliquie dei personaggi più famosi dell’inizio della Cristianità (era accompagnata dal cristiano del luogo Macario e, si racconta che, scavando sul Golgota, trovò tre pezzi di legno della Santa Croce, un chiodo, due spine della Corona e l’ intero braccio della corona del Buon Ladrone). Per capire cosa ciò significhi, si pensi ad una ricca madre di imperatore che, 300 (TRECENTO !) anni dopo lo svolgersi dei fatti, si reca in quei luoghi per raccogliere ciò che fosse possibile. Viene da pensare che fu bellamente ed astutamente truffata (pensate che trasse come reliquie delle gocce di latte di Maria cadute mentre allattava Gesù!) e che riportò a Roma (dove poco dopo morì) pacchi di cianfrusaglie. Poiché questi oggetti furono portati dalla madre dell’imperatore furono subito accreditati e conservati. Ma, dato il clamore dell’episodio, si capì che poteva iniziare un commercio di reliquie (inizialmente) tra Terra Santa ed Europa. La cosa si estese enormemente con le Crociate quando ogni povero soldato riportava qualche cosa da poter spacciare e rivendere come reliquia. Dalla stessa Costantinopoli arrivarono quantità industriali di reliquie. Lo stesso Re Baldovino II di Costantinopoli ripianò il grave deficit dello Stato vendendo al Re Luigi IX di Francia molte reliquie. Nel frattempo iniziarono ad essere raccolte le reliquie dei santi martiri, dei santi e così via, fino a farne vere e proprie montagne. Si pensi solo che di Santa Teresa d’Avila esistono oltre trecento reliquie del corpo: ciò vuol solo dire che, se sono vere, il povero cadavere deve essere passato ad una dissezione in macelleria!. Il Vescovo Vitricio di Rouen affermò che non vi era nessun  male a suddividere le reliquie in pezzi sempre più piccoli in modo che tutti potessero usufruirne visto che in ogni minimo pezzo risiede la stessa forza che nell’unità intera. Per far fronte alla scarsità di reliquie si iniziarono ad individuare frati in odore di santità ed a “promuoverli” come tali per depredare poi tutti i loro averi e farne commercio. Naturalmente la prima cosa che era sottratta era il cadavere medesimo. Questo cadavere veniva poi suddiviso in tanti pezzi per accontentare tutti i vari postulanti. Vi erano poi furti e commerci illeciti. Anche la corruzione intervenne ai massimi livelli per fare santi strani ed oscuri personaggi. Un “cacciatore” famoso di reliquie fu Sant’Ambrogio (IV secolo), anticipando il carattere commerciale ed imprenditoriale della città di Milano. E tutto questo fino a quando non si autorizzò da parte del Papa la “replica” delle reliquie, la costruzione cioè di copie che dovevano però prima essere messe in contatto con l’originale per avere la loro efficacia.

        Il conte Rodolfo di Pfullendorf (XII secolo) aveva fatto raccolta di reliquie dei patriarchi biblici e sosteneva che gli avevano portato pace, stabilità economica, tempo buono e fertilità. Tra le reliquie si considerava anche qual cosa che può sembrare estraneo: la cera prelevata sulla tomba di San Martino di Tours se spalmata su un albero vicino alla vigna, la proteggeva dalla grandine. Non c’era cosa migliore che una reliquia portata in battaglia contro gli infedeli per vincerla. In pratica un pezzo del corpo o di qualcosa appartenuto ad un santo intercedeva presso il santo vero che si trovava in cielo per una certa causa. Le reliquie quindi non dovevano essere considerate come un qualcosa che avesse un potere in sé. Ma questa osservazione, importante, non distingue le reliquie dai talismani di Marsilio Ficino. Secondo la magia ermetica, dalle stelle provengono sulla Terra degli influssi che sono in grado di condizionare fatti ed avvenimenti, se si è capaci di indirizzare tali influssi in modo opportuno si può modificare la propria fortuna ed il proprio destino. Quei pochi che erano in grado di farlo erano i maghi che pian piano divennero ricercatissimi (e ne è riprova l’elevato numero di edizioni di opere magiche e di loro riedizioni che si ebbero durante il Rinascimento e fin molto dentro l’età Barocca). Come si poteva “comunicare” con i cieli ? Si erano costruite delle corrispondenze tra pianeti (o cieli) e pietre, metalli, animali, piante. Con questi strumenti si aveva una prima chiave di comunicazione. Occorreva poi conoscere il modo migliore per rappresentare qui in Terra quel dato cielo (o pianeta): se si doveva fare un talismano che rappresentava il dato pianeta occorreva farlo di quel materiale e non di un altro ed inoltre vi erano epoche dell’anno astrologicamente propizie alla costruzione di un tale oggetto ed altre no. La trasmittente ed il ricettore erano quindi a punto. Nel momento astrologicamente propizio quel talismano catturava l’effluvio delle stelle e lo tratteneva. Tale “conserva” veniva poi utilizzata dove e come si voleva. In definitiva un qualcosa di meno orrendo di tibie e teschi (necrofilia ?). Ficino era medico di famiglia di medici. Ciò va sottolineato in modo speciale perché la medicina, la cura delle malattie, era il momento di maggiore contatto dell’uomo con la divinità. Quando la medicina, che curava il corpo fisico e spirituale, era affidata a Galeno, ad effluvi e influenze esterne al corpo, quando lo stesso corpo condizionava il suo essere a situazioni astrali, la magia, l’astrologia e, per quel che abbiamo detto, l’alchimia erano strettamente connesse con la medicina. Il mago, con Hermes, colui che ha la capacità di evocare le potenze celesti per indirizzarle al fine di curare spirito e corpo di una persona. Nei suoi scritti vi è una strenua difesa della magia che non può in alcun caso essere intesa come buona o cattiva, bianca o nera, ma solo come ricerca di conoscenza e verità, la magia è del sapiens, del sacerdos. Nonostante ciò (o forse proprio per ciò) Ficino crede nei talismani che possono raccogliere dentro di loro gli effluvi del cielo, effluvi che il mago-medico saprà indirizzare verso la cura del suo paziente. Questi talismani dovranno essere costruiti solo dai conoscitori dei misteri del mondo, dagli iniziati ad essi da coloro che sapranno trasferire al malato l’anima mundi. Il talismano acquista qui il senso del dare vita alle statue che era degli egiziani, l’infondere un’anima divina a della materia bruta che deve però avere caratteristiche che la colleghino al cielo appropriato. È una evocazione dei daemon che dovrebbero porsi in contatto con l’uomo, daemon che, nella versione originale, sono angeli che possono essere chiamati dall’uomo in cerimonie che Ficino assimila a quelle cristiane, come quelle della messa.

        Finalmente, nel XVI secolo, grazie anche all’interesse suscitato da S. Filippo Neri, negli antichi cimiteri cristiani vennero riprese le ricerche di reliquie. Si riesumarono “corpi santi”, “martiri inventi” che venivano trasferiti nelle chiese della città. Il ritrovamento nei loculi di semplici balsamari o d’epitaffi recanti simboli di fede erano sufficienti, per la metodica dell’epoca, come prova dell’avvenuto martirio.

        Oltre a ciò, sappiamo che la stessa Roma, a partire dall’VIII secolo, divenne una vera e propria fabbrica di reliquie da vendere ai pellegrini.. Sappiamo di un diacono, Deusdona, che andava in giro per tutti i cimiteri a raccogliere braccia, gambe, piedi, crani, mascelle e fors’anche prepuzi per poi venderli a peso d’oro come reliquie di santi magari venerate in una chiesa del Nord o del Sud d’Italia. Deusdona truffò anche il biografo di Carlo Magno, Eginardo, vendendogli le reliquie di San Pietro e San Marcello.

        Tra le reliquie ve ne è una mitica, mai trovata: il Santo Graal (la coppa in cui bevve Gesù nell’Ultima Cena). Ve ne è un’altra, una comprovata bufala, che viene venerata a Torino: la Sacra Sindone (il sudario di Gesù).

        Assimilabili alle reliquie sono le immagini dei santi, vero ritorno all’idolatria. Per comprendere l’uso di tali immagini, simile a quello delle reliquie, sono utili dei racconti di Jacopo da Varazze o Varagine (1228-1298) nella sua Legenda aurea (che contiene circa 150 vite di santi) della seconda metà del XIII secolo. In esso compaiono le vicende di due statue, una di San Nicola e l’altra della Vergine e così lo riassume Schmitt:

Un ebreo fa scolpire una statua di san Nicola, a cui affida la custodia dei suoi beni; ma, mentre lui è assente, i ladri gli portano via tutto ciò che ha, a eccezione della statua. Su tutte le furie, l’ebreo copre il santo di rimproveri, e alla statua vibra una gragnuola di colpi violenti. Ma, nel momento in cui i ladri si dividono il bottino, vedono apparire san Nicola che, mostrando le tracce dei colpi ricevuti, li persuade a rendere il bottino stesso.
Nel secondo racconto, una donna il cui figlio è stato catturato da nemici, rimprovera alla Vergine, rivolgendosi alla sua statua, di non averlo protetto nonostante la devozione che essa le tributa. Decide pertanto di prendere in ostaggio il bambino Gesù: «Fattasi più vicina e portandosi via la statua del bambino che la Vergine teneva in grembo, se ne andò a casa, ravvolse l’immagine del bimbetto in un candido pannolino e lo nascose in un armadio che chiuse accuratamente a chiave, contenta di avere, al posto del figlio, un buon ostaggio».
La Vergine, costretta ad agire (sic !), la notte dopo, appare al figlio prigioniero e gli apre la porta della prigione dicendogli: «Figlio mio, dirai a tua madre di rendermi mio Figlio, poiché io le ho reso il suo». Avendo ottenuto ciò che voleva, la donna restituì il bambino Gesù alla statua della Vergine.
Questo racconto di sostituzione di bambini non manca di richiamare alla mente la credenza e i riti relativi agli «changelins», di cui testimoniano per l’epoca i predicatori Giacomo di Vitry e Stefano di Bourbon: per spiegare la malattia di un bambino, accadeva ai contadini di sospettare gli spiriti della foresta di aver sostituito un bambino gracile e abitato dai demoni [changelin] a un bambino sano. Un rito doveva costringere questi spiriti a riprendere il bambino gracile e a restituire il bambino rubato. Vedremo come i chierici abbiano creduto di scorgere in questo rito tutti i segni di un culto diabolico.
Nel caso della statua della Vergine col bambino, Jacopo da Varazze, al contrario, non pensa nemmeno per un momento che si tratti di «superstizione». Il genere agiografico e il suo elemento prodigioso spiegano quest’apparente tolleranza sia pure in coincidenza col fatto che l’ «umiliazione dei santi» e delle loro immagini, anche nelle chiese, non era più ammessa. Nel 1274 il Concilio ecumenico II di Lione condannava come «abuso e orribile mancanza di devozione» la consuetudine di deporre sul suolo e coprire di spine la croce e le immagini o le statue della Vergine o degli altri santi.

Visto l’abbondare delle agiografie la stessa Chiesa si pose il problema cercando, senza successo, di arginarlo. In proposito scrive ancora Schmitt:

La selezione draconiana a cui la Chiesa sottopose i candidati alla santità si precisa all’inizio del i secolo XII nel Trattato delle reliquie del monaco. Guiberto di Nogent che si dedica a una serrata critica delle tradizioni agiografiche. Non risparmia i monaci che, per ignoranza o per avidità, pretendono di conservare delle reliquie del Cristo: quelli di Saint-Médard di Soissons affermano di possederne una, un dente di latte; altri dicono di possedere del pane masticato dal Signore … Ma la vera, la sola reliquia del Cristo non è di questa natura: secondo l’espressione dello stesso Gesù, ricordata da Guiberto, essa è di natura relativa al sacramento dell’eucaristia, è l’ostia consacrata. Anche i laici sono pronti a riconoscere santi da ogni parte: essendo morto due giorni prima di Pasqua, il figlio di un cavaliere fu venerato come santo dai contadini dei dintorni, che cominciarono a tributargli un culto, a edificare una tomba, a portarvi i malati. .. Tutti, nota Guiberto, e in particolare le donne d’età, vogliono un santo patrono da venerare: e il clero, quando non cade nell’inganno, sta zitto!. ..
Ma questa sete confusionaria di santità non dimostra forse che l’opera di cristianizzazione è riuscita? Gli uomini più «superstiziosi» sono dei cristiani patentati; non è più l’epoca della conversione dei pagani. Invece, ciò che ora la gerarchia teme di più, talvolta presso certi chierici, ma soprattutto nel gregge dei fedeli quando è abbandonato a se stesso, è l’oggetto sbagliato della devozione e l’assenza di garanzia, di segni di autenticazione del culto. Fino alla fine del Medioevo, e anche molto dopo, l’autorità ecclesiastica scoprirà con stupefazione, in occasione di una visita pastorale o di un’inquisizione, casi di culti «selvaggi» per santi locali di cui era proprio la sola a scandalizzarsi.

        Si dirà che vi è una grande differenza tra il credere che un caprone, un gatto o un bruco siano segni di sventura e l’essere convinti che la testa di Santa Caterina porti bene. Resta il fatto che si tratta esattamente dello stesso fenomeno.

        Riguardo ai miracoli, poiché siamo in ambito sfuggente, è possibile solo parlare di qualcosa che si è studiato, come i miracoli della Madonna di Lourdes. 

        Intanto si può ritornare alle origini del Cristianesimo per capire come, all’epoca, era considerato il miracolo. Ebbene, la pratica dei miracoli era estremamente diffusa. Moltissimi saggi, profeti e maghi, convincevano della bontà delle loro prediche con una trafila di miracoli, veri e propri giochi di prestigio. I primi cristiani lo sapevano bene e non tentarono la concorrenza sul piano dei prodigi ma su un piano differente: mentre la magia è opera del demonio, i miracoli sono opera di Dio. Dietro questa innocua ed apparentemente sciocca affermazione vi è molta teologia: da una parte vi è la verità del cristiano che, solo lui, è in grado di giudicare cosa è miracolo e cosa magia e dall’altra parte vi è la condanna di chi non è cristiano che venera dei falsi.       

        I miracoli dei quali la Chiesa si fa sommo vanto sono pratiche conosciute in tutte le religioni. Solo per un fatto semantico assumono un nome diverso da magia. I demoni erano potentissimi, sapevano moltissime cose, realizzavano prodigi impressionanti. A loro si rivolgeva la credulità popolare come affermazione della loro esistenza. I prodigi della cristianità dovevano risultare ben maggiori ed in qualità ed in quantità. Per essi servivano anche le mediazioni dei santi e, perché no, dei martiri. Tutto per maggior gloria di una divinità superiore a tutte le altre. Questa posizione cristiana, che sarà soprattutto di Agostino, è un poco l’origine di una Chiesa che opera contro le attività razionali dell’uomo, contro quella scienza che era stata sviluppata dal mondo precristiano e quindi al di fuori del mondo salvato dal dio fattosi uomo e che veniva associata alla magia.
 

        In linea di principio quindi la cristianità rifiuta la magia ma ne afferma un’altra, più potente, quella del suo dio. E per portare miracoli a suo sostegno ricorre abbondantemente a tutta la tradizione miracolistica precristiana. prelevata dalle più varie religioni. Non vi è un solo miracolo di Gesù nei Vangeli che non sia già descritto in altre religioni precristiane. Buddha cammina sulle acque 500 anni prima di Cristo. Il placare le tempeste era di Asclepio e Serapide. A Babilonia vi era la professione di resuscitatore di morti. Anche Asclepio era famoso per questa sua attività.  In India si moltiplicava il cibo. Anche il risorgere dopo tre giorni era di varie divinità (Osiride, Attis,…). L’intera storia  di Gesù è storia di molteplici salvatori dell’umanità che nascono poveri in una mangiatoia figli di una vergine, fino all’adolescenza vivono in silenzio, poi intorno ai trent’anni iniziano a fare miracoli ed a predicare, sono tentati dal demonio, moriranno tra le sofferenze per salvare l’umanità. In tutto l’arco di una vita ripetuta ci si sofferma su quegli aspetti magici di cui si diceva. Senza di essi resterebbe una persona che in nessun caso sarebbe stata presa sul serio.

           
        Quando però si parla di miracoli non ci si sofferma su molti di essi. Il cane che parla, il cammello che più volte viene fatto passare attraverso la cruna di un ago, il tonno secco che viene rimesso in mare e nuota vispo e felice. Ma anche su cose più gravi si costruisce un qualcosa che nessun dio oggi oserebbe proporre: San Lorenzo che sulla graticola parla tranquillo di filosofia, martiri dal cui sangue  prendono il volo delle rondini, San Romano che mezzo bruciato declama 260 versi contro il paganesimo (aggiungendone cento dopo che gli hanno strappato la lingua), San Ponziano che cammina tranquillo sui carboni ardenti, viene torturato senza effetto, viene cosparso di piombo bollente da cui  esce illeso ma che, per colmo di sfortuna, si fa trafiggere da una spada  …
 

       Perché questi riferimenti a miracoli ? Perché essi rappresentano fatti magici, magari classificabili nella magia bianca, quella che non crea danni agli altri, ma certamente di magia si tratta. E qui siamo nello stesso caso delle reliquie. In linea di principio queste cose vengono rifiutate quando sono “gli altri” a farsene portatori, ma poi, vista “la richiesta” di tali cose da parte dei fedeli, cambiando semplicemente dei nomi si praticano le stesse cose. Il filatterio, capsula di cuoio contenente la reliquia che si appendeva al collo sostituisce perfettamente l’amuleto che era di uso comune portare appeso al collo.

       Già abbiamo accennato all’origine prima dell’attecchire di tali credenze, magie e superstizioni. La vita dell’uomo era estremamente precaria. Due fattori la mettevano a rischio quotidianamente, la fame e le malattie. La fame era conseguenza di quelle carestie che spesso dipendevano da fattori climatici (da qui l’intersezione della magia con l’astrologia pubblica che doveva in qualche modo prevedere i tempi ed i momenti propizi a determinate pratiche agricole). La scarsezza di alimenti, insieme alla povertà che portava a carenze igieniche, era poi alla base della fragilità dell’uomo rispetto alle malattie, alle epidemie, alle pestilenze (spesso accompagnate da guerre). In tale situazione il sogno comune erano luoghi dove vi fosse abbondanza di cibo e dove fosse inesistente la malattia E coloro che promettevano mondi siffatti erano quelli che parlavano di vita eterna, di paradisi, di Eden dispensando di tanto in tanto qualche miracolo che alleviava momentaneamente la condizione di vita materiale di qualcuno su questa Terra.

           
        La risposta a queste calamità da parte del “governo” civile era inesistente. Il più delle volte si tentava di occultare strane morti per evitare che dilagasse il panico. La risposta delle autorità religiose era quella che conosciamo ancora oggi: fare penitenza, andare a messa, pregare, implorare il perdono divino, digiunare, fare processioni.
 

        Vi erano poi i santi specializzati in varie malattie. San Rocco, con l’aiuto di Maria e San Sebastiano, contro la peste (poiché la peste era rappresentata da un nugolo di frecce che cadevano dal cielo l’associazione a San Sebastiano era immediata). Santa Apollonia si dedicava ai denti. Santa Lucia agli occhi. Sant’Anna al parto. San Acario alla pazzia. San Amatore di Auxerre all’epilessia. San Briaco al male di testa. San Egidio agli storpi. San Giovanni al cuore. San Vito ai morsi dei cani e alla rabbia oltreché a quanto già detto. I riti con cui venivano invocati i santi a fare da intermediari erano dello stesso tipo di quelli delle invocazioni magiche. Il motivo delle carestie o delle malattie era sempre da ricercarsi nella collera divina. Occorreva quindi penitenza e pentimento da realizzarsi con una terapeutica di questo tipo: in primo luogo digiuno e preghiera, quindi prendere un quarto del pentimento di Ninive, mescolavi due prese piene di fede nel sangue di Cristo con la speranza e la carità che si sia capaci di mettere il tutto nel recipiente di una coscienza purificata. Quindi farlo bollire nel fuoco dell’amore finché la nera schiuma delle passioni umane imputridisca nello stomaco. La qual cosa si giudicherà con gli occhi della fede (una delle “cure” del pastore anglicano T. Vicary, 1613).

        A questo tipo di cure facevano concorrenza le streghe (circa un 85% delle vittime furono donne), inviate sulla Terra da Satana in persona per corrompere e conquistare anime. Ho già parlato dei martiri della Chiesa che secondo diverse stime vanno da un minimo di 1500 ad un massimo di 3500. Qui (essenzialmente in epoca rinascimentale e barocca) arriviamo invece da un minimo di 40000 ad un massimo di 50000.

        E veniamo allo studio fatto dal chirurgo Maurizio Magnani in Spiegare i miracoli (Dedalo 2005): A Lourdes in questi anni sono andati circa 300 milioni di pellegrini. Di questi circa 20 milioni erano malati gravi. La Chiesa ha accertato esattamente 66 miracoli avvenuti(22). L’incidenza è di circa 1 su 300.000. L’incidenza di remissione spontanea dal cancro è di circa 1 su 10.000. E’ 30 volte più difficile guarire visitando Lourdes che rimanendo a casa. Occorre infatti dire che non tutto ciò che ci viene offerto dai fatti naturali è spiegabile ed è falso ammettere che ciò che non è spiegabile è miracoloso. Non sono un indovino e non ambisco al ruolo ma dando tempo all’uomo molte cose che oggi non si spiegano e sono ritenute miracolose saranno spiegate e molti miracoli entreranno nel mondo del ridicolo.

 

MA QUALE SUPERSTIZIONE ?       

          Nel 1679 l’abate Jean-Baptiste Thiers (1636-1703) scrisse un’opera che ebbe vasta risonanza e fu pubblicata fino al 1777, il Traité des superstitions. E’ una vera enciclopedia delle superstizioni raccontate dal punto di vista della Chiesa. Sembra che l’uomo debba avere qualche riferimento materiale per tranquillizzarsi, avere qualche certezza. E, dato questo primo riferimento, vi debbono essere tutta una serie di indicazioni di cose da fare o no per condurre bene la propria esistenza. Le superstizioni vi sono sempre state. Come la Chiesa sostenne e sostiene lo erano le antiche religioni. La Chiesa le ha combattute ma, cambiati i nomi, le superstizioni stanno tutte ancora lì. I santi hanno sostituito gli dei ma le statue e le immagini restano. Così come restano quell’infinità di piccole credenze che appartengono alla gran parte delle persone che ci circondano e che riporto di seguito. Mi resta solo da dire ciò che poche persone sagge ed avvedute hanno detto molto prima e molto più autorevolmente di me: ogni religione è una superstizione, utile per molte persone deboli di spirito e sofferenti nell’animo e nel corpo, ma superstizione. Vi sono delle condanne da comminare a chi è superstizioso ? No. Ognuno deve poter essere libero di pensare ciò che crede e di comportarsi di conseguenza. Ciò che è invece condannabile è lo sfruttamento della superstizione da parte di vari marpioni comunque vestiti, anche in gonnella e con lo zucchetto. Non è tollerabile che, per una superstizione, dei cittadini siano costretti a subire delle leggi dello Stato costruite contro di lui e la libertà di tutti. Come non è tollerabile che i beni pubblici, dello Stato, di tutti i cittadini, vadano in uso, con denaro non dato volontariamente a gerarchie varie che guidano varie sette di superstiziosi. Non c’è altro, anche perché queste poche righe di chiusura sono un’enormità perché costruiscono la frontiera tra uno Stato laico ed uno Stato confessionale. Tra la libera emancipazione dell’uomo ed il suo indottrinamento forzato.

        Ed ora un elenco di superstizioni quotidine per maggior gloria di un qualche dio

Un primo elenco di superstizioni::

* Se una candela si spegne durante una cerimonia vuol dire che ci sono spiriti maligni nelle vicinanze
* Se un ombrello cade per terra vuol dire che in quella casa verrà ucciso qualcuno
* Posare un cappello sul letto porta sfortuna
* Il suono dei campanelli caccia via i demoni
* Spegnere con un soffio tutte le candeline della torta di compleanno fa avverare un desiderio
* Un gatto nero che vi attraversa la strada porta sfortuna
* Se cade una forchetta vuol dire che un uomo verrà a far visita
* Un ferro di cavallo sopra l’ingresso porta fortuna
* L’edera che si arrampica su una casa la protegge dal male
* Passare sotto una scala porta sfortuna
* Rompere uno specchio equivale a sette anni di sfortuna
* Versare il pepe vuol dire che litigherete con il vostro migliore amico
* Versare il sale porta sfortuna a meno che non se ne getti un pizzico dietro la spalla sinistra
* Chi lascia dondolare una sedia a dondolo vuota invita i demoni a sedersi
* Lasciare le scarpe capovolte porta sfortuna
* Quando muore qualcuno bisogna aprire le finestre per far uscire l’anima
* Se la fede nuziale viene persa, per evitare che l’infelicità piombi sulla coppia, va riacquistata immediatamente un’altra vera che dovrà essere infilata all’anulare dal partner, come durante il rito nuziale
* Non adoperare lo stesso asciugamano in due: litigherete sicuramente
* L’ululato del cane è presagio di morte
* Un capello sulla spalla preannuncia l’arrivo di una lettera
* Mangiare lenticchie o uva, la notte di San Silvestro, vuole dire propiziarsi certamente la fortuna economica durante l’anno
* Porta male posare il cappello sul letto
* Porta sfortuna tenere il cucchiaio con la mano sinistra
* Se le forbici cadono a terra, prima di raccoglierle, posatevi il piede sopra per annullare il cattivo presagio
* Portano invece buono se tenute appese al muro
* Se il gallo canta prima di mezzanotte preannuncia cattivo tempo
* Un innamorato che dovesse vedere una gazza ha poche possibilità di successo con la sua ragazza
* Scarpe, posate o altri oggetti messe a forma di croce porta sfortuna, perché, in epoca medioevale, erano considerate un’offesa alla Croce di Cristo
* Porta male scendere dal letto dalla parte sinistra, in quanto ritenuta la parte di Satana
* Se tre persone rifanno un letto insieme (nel senso che ne sistemano le lenzuola), quella più giovane d’età muore
* Un neonato non va mai baciato sul collo, altrimenti perde il sonno
* Le nubili, la notte dell’Epifania, devono lanciare le scarpe verso l’uscio di casa: se le punte sono rivolte verso l’uscio, si sposeranno entro l’anno
* Versare olio è segno di malaugurio. Tanti secoli fa olio e sale erano materiale prezioso, e quindi rovesciarli e perderne era un danno economico e una perdita: per questo “saltavano all’occhio”
* Aprire un ombrello in casa è presagio di sventura
* Il pane posto a rovescio sulla tavola, porta carestia
* Se vi cade di mano un pettine mentre vi state pettinando, qualcuno che vi vuole bene vi sta pensando
* Porta fortuna camminare sotto la pioggia. Un vecchio proverbio dice: “Sposa bagnata, sposa fortunata”
* E’ di malaugurio un quadro che cade
* Vedere un ragno di sera è segno di bel tempo
* Il sale anticamente era simbolo di amicizia, tanto è vero che si poneva una coppa di sale davanti ai commensali
* Porta sventura passare sotto una scala perché, formando un triangolo, è simbolo della Trinità e passarci sotto è una grave mancanza di rispetto
* Se una nubile passa sotto una scala aperta o appoggiata al muro non si sposerà
* Se inciampa, invece sui gradini di una scala, convolerà presto a nozze
* Se si inciampa scendendo, è presagio di perdita di denaro
* Se con la scopa toccate i piedi di una nubile, questa non si sposerà
* E’ segno infausto spazzare il pavimento prima dell’alba e dopo il tramonto
* Trovare una moneta porta fortuna
* Sono di felice augurio i soldi bucati
* Porta bene conservare 2 centesimi di euro nel portafogli (anche le superstizioni si adattano all’euro)
* Rompere uno specchio preannuncia sette anni di guai
* Se ricevete in regalo una spilla, un temperino o qualsiasi oggetto appuntito, pungete con essi il vostro donatore, oppure regalategli una simbolica monetina. Se non lo fate, rischierete di troncare il rapporto di amicizia
* Se vedete uno spillo per terra, raccoglietelo, la fortuna vi sorriderà per tutto il giorno
* Non chinatevi però mai a raccogliere gli aghi, portano sfortuna
* Vederne cadere una stella è di buon auspicio, esprimete un desiderio!
* Vederne tre o quattro suore unite porta male
* Non gettate mai il guscio di un uovo intero, ma spezzatelo per evitare che il demonio vi si annidi
* Tutte le volte che vedete un arcobaleno,esprimete un desiderio: si avvererà certamente
* Trovare un bottone significa contrarre una nuova amicizia
* Quando qualcuno parte non deve salutare due volte la stessa persona altrimenti non si vedranno mai più
* Lo sposo non deve vedere la sposa vestita di bianco perché c’è pericolo che non si sposino
* Gli aghi e le spille prese in prestito devono essere sempre restituite perché si potrebbe litigare con la persona che ha prestato gli oggetti
* Il prurito alla mano sinistra è segno che sono in arrivo soldi, se il prurito è alla mano destra è segno che i soldi bisognerà darli
* Si pone una moneta nelle fondamenta di una casa nuova per buon augurio
* Il letto non deve essere sistemato con i piedi rivolti verso la porta perché è la posizione in cui stanno i morti
* Quando un bambino molto piccolo entra per la prima volta in una casa bisogna regalargli qualcosa altrimenti in quella casa si annideranno i topi
* Di martedì e di venerdì non si fanno visite né agli sposi né ai neonati perché porta male.

Un altro breve breve elenco di superstizioni nelle quali è evidente l’errata correlazione causa-effetto (alcune si ripetono dall’elenco precedente):


AGRIFOGLIO: augura benessere e prosperità. Regalato a Natale in una scatola che dovrà essere aperta solo dopo Capodanno, aumenta la sua potenza.
ARCOBALENO: tutte le volte che ne vedete uno, esprimete un desiderio e si avvererà certamente.
ASCIUGAMANO: non adoperate lo stesso asciugamano in due, altrimenti litigherete sicuramente.
BOTTONE: trovarne uno significa contrarre una nuova amicizia.
CAPELLI: se volete evitare la calvizie tagliate i capelli durante la luna nuova. Un capello sulla spalla preannuncia l’arrivo di una lettera.
CAPODANNO: porta sfortuna incontrare una persona di sesso opposto la mattina di capodanno.
CUCCHIAIO: porta sfortuna tenerlo con la mano sinistra.
FIAMMIFERO: porta sfortuna utilizzare in tre lo stesso fiammifero.
FIENO: se vedete un covone di fieno prendete un filo ed esprimete un desiderio: si avvererà.
INCROCIARE: scarpe, posate o altri oggetti porta sfortuna perché in epoca medievale erano considerate un’offesa alla Croce di Cristo.
LETTO: porta male scendere dalla parte sinistra, in quanto ritenuta la parte di Satana.
OLIO: versarlo è segno di malaugurio;
OMBRELLO: è presagio di sventura aprirlo in casa.
PETTINE: se vi cade di mano mentre vi state pettinando, qualcuno che vi vuole bene vi sta pensando.
PISELLI: sono il simbolo della felicità e della fortuna. Nell’antichità, con i loro fiori, si intrecciavano coroncine da offrire alle spose.
QUADRI: è di malaugurio un quadro che cade.
RAGNO: vedere un ragno di sera è segno di bel tempo.
SALE: anticamente era simbolo di amicizia e si poneva in una coppa davanti ai commensali. Si racconta che un invitato abbia inavvertitamente fatto cadere la coppa di sale, suscitando l’ira del padrone di casa, il quale l’avrebbe ucciso. Porta sfortuna versarlo.
SCOPA: se con la scopa toccate i piedi di una nubile, questa non si sposerà.
SPECCHIO: romperlo preannuncia sette anni di guai.
SPILLO: se ne vedete uno raccoglietelo, la fortuna vi sorriderà tutto il giorno.
VENERDÌ: né di Venere né di Marte, non si sposa e non si parte né si dà principio all’arte. Venerdì 13 particolarmente infausto per il ricordo storico del 13 ottobre 1307 dello sterminio dei Templari.

Ancora un elenco di superstizioni che hanno a che fare con il matrimonio (alcune si ripetono dagli elenchi precedenti):


GIORNO e MESE
Tutti i giorni sono favorevoli al matrimonio eccetto il venerdì, tutti i mesi sono favorevoli al matrimonio eccetto maggio. Se proprio siete costretti a sposarvi a maggio, i giorni meno malefici sono il 2, 4, 13, 23 purché non siano venerdì.
Inoltre, bisognerebbe scegliere un giorno che non sia nel periodo della Luna Calante.
Non ci si dovrebbe sposare nel giorno del compleanno di nessuno dei due sposi. Solo se sono nati lo stesso giorno, anche in anni diversi, sarebbe la data da preferire a tutte.
Ogni giorno della settimana ha un preciso significato:
Lunedì: favorisce la prosperità economica degli sposi
Martedì: favorisce la salute della coppia
Mercoledì: è favorevole in assoluto
Giovedì: neutro
Venerdì: menagramo
Sabato: neutro
Per favorire la sorte, il matrimonio deve essere sempre celebrato prima del tramonto.
DA INDOSSARE
L’abito da sposa non deve essere visto dallo sposo prima della cerimonia, ma meno persone lo vedono e meglio è.
La sposa deve indossare
Qualcosa di vecchio: le scarpe o un fazzoletto
Qualcosa in prestito: una borsa o un gioiello
Qualcosa di azzurro: basta un nastro
Lo sposo deve avere
Tre grani di sale nella tasca sinistra della giacca
TEMPO
Se per la stagione in cui vi sposate il tempo è bello, il matrimonio sarà felice. Se è brutto e piovoso, non importa la stagione, il matrimonio sarà turbato da avversità.
Soffia vento? I due coniugi litigheranno spesso.
INCONTRI
Se mentre vi recate in chiesa incontrate un poliziotto, un medico, un giudice, un prete o una suora, un cieco, sono presagi poco favorevoli, fate gli scongiuri incrociando le dita: il medio sopra l’indice, non viceversa, di entrambe le mani.
CERIMONIA
Se durate la cerimonia cade una fede, è segno che i due sposi litigheranno presto. Per scongiurare il presagio nessuno degli sposi o degli invitati deve chinarsi a raccoglierla, deve farlo il prete o l’ufficiale di stato civile. (Bisognerà che qualcuno glielo dica, perché non li vedo farlo!). Se l’anello è stato raccolto dagli sposi o dagli invitati, il presagio  negativo viene sovvertito se durante il pranzo qualcuno rompe involontariamente (involontariamente sia chiaro), una stoviglia. Anzi, la rottura involontaria di un piatto o di un bicchiere annulla tutti gli eventuali presagi poco favorevoli che si sono verificati nel corso della giornata. Consiglio: se avete un amico goffo e sbadato, invitatelo senza dubbio, sperando che sia all’altezza della sua fama!
Gli sposi devono tagliare insieme la torta tenendo entrambi il coltello: lei con la mano sinistra su quella di lui.
INVITATI
Devono  sempre accettare e mangiare una fetta di torta degli sposi. Non farlo porterebbe sfortuna a loro e allo stesso invitato.
RISO
Non va gettato sugli sposi, ma attorno agli sposi. Solo così si augura loro prosperità!  
BOTTI
Sparare qualche petardo allontana invidie e cattiva sorte, l’ideale sarebbe sparare fucilate all’aria (?!).
DA FARE ASSOLUTAMENTE
Lo sposo deve prendere in braccio la sposa quando varcano per la prima volta insieme la soglia di casa.

Altro ed ultimo elenco di superstizioni (alcune si ripetono dagli elenchi precedenti), e non perché non ve ne siano più, ma solo perché credo che queste esemplificazioni bastino:

GRAVIDANZA
Appena nasceva un bambino, in nome delle superstizioni, e quindi per proteggerlo idealmente dal rischio della mortalità infantile (che un tempo era molto frequente) gliene venivano fatte letteralmente di tutti i colori. Appena nato gli veniva messo in bocca qualche cristallo di sale grosso, nella convinzione che il sale allontana il maligno (perché tradizione vuole che le streghe non potessero usarlo nelle loro pozioni e dovessero mangiare insipido), poi veniva preso dal padre e passato per tre volte sul fuoco acceso del caminetto, affinché il fuoco lo proteggesse dalle future malattie, e quindi veniva messa la fuliggine dello stesso caminetto sotto la sua culla e sotto il suo cuscino, affinché la cenere (come con l’incenso delle benedizioni religiose) lo consacrasse. E se il bambino si ammalava nei primi mesi di vita, il rito veniva ripetuto, usando però il forno al posto del caminetto: veniva inserito tre volte nel forno acceso, appoggiato sulla pala del pane. Il padre poi, sempre poco dopo la nascita, uccideva una rondine e gli estraeva il cuore che faceva succhiare al bambino, affinché questo uccello libero, abituato a lasciare il nido e a volare presto, trasmettesse questi stessi valori al neonato. Lo stesso avveniva anche con il cuore del maiale o del bue e con i testicoli del gallo, per trasmettergli forza ed essere prolifico. Tutto ciò ovviamente, in nome delle concezioni animistiche secondo cui si interiorizzerebbero le caratteristiche dell’animale mangiato, esattamente come avviene, in ambito teologico, con l’ostia religiosa che infonde in chi la mangia, attraverso il corpo del messia, i suoi valori spirituali. Al momento della nascita anche la placenta era oggetto di un riutilizzo scaramantico; veniva fatta mangiare ad altre donne ritenute poco fertili, per renderle prolifiche, ma affinché avesse questo effetto (si dice prodigioso), doveva essere cucinata dal padre del nascituro. Inoltre attraverso il cibo desiderato durante le “voglie” delle donne in cinta si sarebbe capito in anticipo il colore dei capelli nel nascituro; se la voglia era di vino rosso, sarebbe stato moro, se era di vino bianco, sarebbe nato biondo. Proseguendo in questo elenco di rituali singolari, ricordiamo che in caso di enuresi (cioè il fare la pipì a letto), si raccomandava di dare da mangiare al bambino un intingolo di topi domestici e terra di camposanto. Mentre se la madre non aveva latte per allattare (il che era considerato un intervento del maligno, prima che si scoprissero gli ormoni), allora era lei che doveva mettersi del sale sul petto, come anti-maleficio, e doveva osservare il divieto assoluto di bere nel bicchiere altrui e magiare nel piatto altrui, perché si riteneva che l’invidia delle altre donne, trasmessa attraverso la saliva, gli potesse prosciugare il latte. Infine, doveva indossare “a rovescio” gli abiti del padre o del marito. Solo in ultima battuta veniva consigliato ciò che anche la scienza moderna confermerebbe, cioè di nutrirsi di brodo, uova, latte, vino, pasta, fagioli, a conferma che la medicina ancora veniva solo dopo la scaramanzia, cioè che la convinzione che il demonio ci mettesse lo zampino prevaricava le già note cognizioni scientifiche e igenico-sanitarie. Il demonio infatti serviva come spiegazione razionale di ciò che ancora la scienza non era in grado di spiegare, evitando così di trovarsi senza spiegazioni davanti all’ignoto, che da sempre ha intimorito le popolazioni. Anche la condizione della donna ci viene spiegata attraverso le superstizioni: una donna che aveva appena partorito, era considerata impura e per questo non doveva assolutamente cucinare, e doveva mangiare in disparte e non a tavola, non poteva cambiarsi d’abito, né pettinarsi, né avere rapporti sessuali, né partecipare al battesimo del figlio. Doveva essere addirittura portata portata in chiesa e benedetta per ri-purificarla e riaccettarla in famiglia. Questo non si basa più di tanto su motivi igienici, quanto piuttosto su un pretesto per sottolineare una volta di più il ruolo ancora marginale delle donne nella società pre-consumistica. Interessante anche il rito dell’IMPAIOLATA, cioè “ins la paia” (sulla paglia), una festa in cui la madre del nascituro doveva sedere su una sedia fatta di paglia (originariamente direttamente su un covone di paglia). Era in pratica un pranzo successivo al battesimo del neonato, in cui i parenti e vicini portano cibi in dono: capponi, uova, formaggi, vino, dolci, i più poveri portano del pane. Si mangiavano per tradizione delle minestre e dolci a base di uovo (simbolo di nascita e di trionfo sulla morte). Inoltre il “galateo” dell’epoca prevedeva che i regali fossero più ricchi per i figli maschi e minori per le femmine (4 capponi se maschio, 2 se femmina).

CORTEGGIAMENTO
Il tempo dell’innamoramento e del corteggiamento, sempre nella tradizione contadina italiana, era in tempo largamente dedicato al ricorso agli oracoli “alimentari”, cioè al tentativo superstizioso di indovinare il volto, il nome e la serietà del futuro sposo, attraverso il ricorso a vari alimenti. Nella crommiomanzia per esempio si incideva il nome dell’amato su una cipolla; se questa germogliava significava che l’amato contraccambiava il sentimento. L’ovomanzia invece prevedeva di mettere fuori dalla finestra una bottiglia con acqua e un albume d’uovo: dalla forma dell’albume si sarebbe capita la professione del futuro marito. Oppure ancora si poteva mettere una mela nello scaldino (un contenitore con delle braci ardenti); se la mela scoppiava lui l’amava davvero, se la mela bruciava, no. Infine si poteva addirittura digiunare (o cenare solo con insalata scondita) per sognare il futuro marito. L’abitudine, poi divenuta dietetica, di mangiare cibo scondito, deriva dal fatto che la parola “condito” significa anche malconcio, e tale sarebbe stato il marito di ci si nutriva così. Anche i maschi avevano le loro pratiche scaramantiche: quando erano innamorati dovevano evitare di mangiano nelle pentole, altrimenti avrebbero sposato donne ammalate di pazzia. Molti dei riti del corteggiamento, non diversamente da oggi, erano connessi al cibo, anche allora il galateo prevedeva in pagare da bere alla ragazza, ma siccome questa non era ancora libera di uscire da sola, l’invito era esteso anche a tutta la sua famiglia, con un dispendio economico importante, che si protraeva praticamente fino alle nozze, visto che, pur in cambio della dote della fanciulla (e della sua mano…), il fidanzato doveva ottemperare ad una lunga e costosa sequenza di doni alimentari. Dal rito della Ligazza (con cui si ufficializzava il fidanzamento, passando dalla condizione di “filarino”, cioè corteggiatore, a quella di “moroso”), fino alle nozze, il fidanzato doveva portare a casa di lei un numero sempre crescente di cesti di frutta fresca, frutta secca, caramelle, ciambelle, e durante la quaresima in particolare, le deve donare: 2 ciambelle la prima settimana, 4 la seconda, 6 la terza, 8 la quarta, 10 la quinta, 12 la sesta. In pratica una figlia che andava sposa era una bella notizia per tutta la famiglia. Anche il nuovo legame parentale tra le due famiglie era sancito da un pranzo, ma qui subentrava il vino, simbolo, fin dai tempi di Gesù, di un legame sacro: il rito del vino prevedeva che i genitori degli sposi bevessero dallo stesso bicchiere, per sancire la nuova parentela che andava formandosi.

NOZZE
L’arrivo delle nozze comportava una serie di pranzi ben più numerosi e ricchi di quelli odierni. La sequenza di pranzi nuziali (tutte a casa tranne una, all’osteria, con il fidanzato che invitava la fidanzata e le due rispettive madri), prevedeva infatti ben due diversi banchetti di nozze, il primo a casa della sposa (nel paese della sposa), e il secondo, la sera dello stesso giorno, a casa dello sposo. Il famoso riso che si lancia all’uscita dalla chiesa, ha ovviamente, anch’esso un significato e una storia precisa. Un tempo innanzitutto non si lanciavano chicchi di riso (introdotti solo in tempi moderni), bensì nocciole, perché la nocciola era il simbolo di fecondità per eccellenza, e venivano così regalati agli sposi; il fatto di lanciare il cibo (nocciole o riso che sia) offre un simbolo di ricchezza e di abbondanza (solo chi ha tanto cibo può permettersi di gettarlo via), ma ha anche un altro significato più importante, il lancio del seme (nocciola, riso) è il gesto che il contadino fa quando getta un seme nel suo campo, affinché possa germogliare e riprodursi. Inizialmente il riso era il cibo utilizzato per il banchetto nuziale, nello specifico un risotto giallo, condito con le uova. Poi nel tempo, da cibo del banchetto, si è sostituito alle nocciole anche come cibo lanciato all’uscita della chiesa. Tutti sanno che non ci si sposa né di martedì né di venerdì. Ma perché? Per quanto riguarda il martedì, perché è il giorno dedicato a marte, dio della guerra e della discordia, che sarebbero seminate anche tra gli sposi. Mentre il venerdì perché la tradizione vuole che fosse il giorno della passione di Gesù Cristo sulla croce. Al di là del riso, c’è da dire che i menù nuziali puntavano sulla quantità di cibo a discapito della qualità, per dare un’idea di opulenza beneaugurante, e i cibi immancabili erano, almeno nella tradizione emiliano-romagnola, i cappelletti, gli arrosti e tanti dolci. In altre zone geografiche ovviamente troviamo altri cibi, ma più o meno accomunati da significati simbolici simili. Prima del secondo banchetto, a casa dello sposo, il neo-suocero accoglieva la nuora fuori dalla casa, con un bicchiere di vino, simbolo della nuova parentela, mentre la madre dello sposo la accoglie sulle scale cedendole il mestolo da cucina, simbolo del cedere la funzione materna e di accudimento della casa e del figlio. Inoltre, durante questo secondo banchetto si versava per terra del vino, e come un oracolo si riteneva che la direzione del rivolo di vino pronosticasse il sesso del figlio; se andava verso nord sarebbe nato maschio, al contrario se andava verso sud sarebbe stata una femmina. Un’altra superstizione vuole che la seggiola destinata alla sposa in questo secondo pranzo di nozze, dovesse essere in realtà un sacco di farina, per augurare fertilità ai campi da coltivare. Una nota di colore riporta che le posate, i piatti e le stoviglie, che sarebbero state troppo numerose per una sola famiglia, venissero prese a prestito per i banchetti di nozze, dai contadini vicini, e che poco dopo le nozze si realizzasse il rito del rivoltaglio, cioè un temporaneo ritorno della sposa alla casa d’origine, per far metabolizzare il “lutto” della sua assenza alla sua famiglia. Anche la collocazione dell’anello nuziale ha un significato specifico: il dito anulare sinistro infatti, ha una particolarità unica rispetto a tutte le altre dita: è l’unico dito che contiene una vena che, senza raccordi intermedi, origina direttamente dal cuore, una particolarità anatomica che lo ha reso il simbolo e dunque il destinatario dell’unione romantica.

RITI FUNEBRI
Il cibo più strettamente correlato alla morte è il pane, che, in quanto simbolo della vita, è sempre stato usato come amuleto contro la morte. Una antichissima superstizione imponeva che in casa non mancasse mai, anche di notte, per la sua funzione di talismano contro le forse maligne e la sfortuna, ma sopratutto per averlo a disposizione nel caso che qualcuno necessitasse improvvisamente di estrema unzione. L’usanza voleva altresì che la prima cosa che si faceva dopo la morte di qualcuno era di mettersi a fare il pane, sia come “dazio” per l’aldilà, che accompagni il defunto nel suo viaggi finale (già gli antichi egiziani ponevano nelle tombe, accanto alle mummie, del cibo), sia come rito di protezione per i parenti, però a prepararlo e a cuocerlo non dovevano essere i parenti del defunto, considerati impuri in quanto contaminati dalla morte che ha colpito la loro famiglia, ma altri vicini di casa o amici. Le cronache antiche riportano qualcosa che oggi ci è difficile immaginare, e cioè che durante la veglia funebre venivano organizzati giochi, banchetti con tantissimo cibo, balli rituali, a volte perfino riti sessuali orgiastici (di origine pagana), cioè tutta una serie di comportamenti allegri mirati ad esorcizzare la morte e riaffermare la continuità della vita. Il pranzo funebre, consumato in presenza del defunto, per il quale si apparecchiava anche un un posto a tavola e a cui si servivano le pietanze come se fosse vivo, era composto rigorosamente da maltagliati o manfregoli (a forma di semi, come simbolo di rinascita), e le fave (poi denominate “fave dei morti”), era un’occasione per festeggiare l’unione dei sopravvissuti alla morte. Alla fine del pasto il cibo destinato al defunto veniva donato al becchino o gettato dalla finestra insieme alle sue stoviglie. A proposito di fave, la loro storia di cibo di morti è molto antica: gli antichi egizi pensavano che contenessero le anime dei morti (forse perché sono mature nel mese dei morti), e gli egizi non potevano né guardarle né toccarle, proprio come forma di rispetto per le anime dei loro defunti.

RITI INVERNALI (natale, capodanno, epifania)
Le 12 notti che separano il giorno di Natale dalla festa dell’Epifania, nell’antichità (ben prima dell’avvento del cristianesimo) erano denominate “dodekameron”, cioè 12 giorni necessari a far coincidere il calendario solare con quello lunare. Erano considerati dei giorni fuori dal tempo normale, perché non appartengono né al vecchio anno, né al nuovo, bensì ad un tempo magico svincolato dalle regole normali e morali, durante i quali era permesso l’ingresso degli inferi (e quindi dei morti) nella quotidianità dei vivi. Per questo è naturale che attirassero un’enormità di paure e dunque anche di superstizioni. Premettiamo che quando parliamo di ritorno dei morti non parliamo solo delle forze del male, ma al contrario dei defunti di famiglia, che potevano tornare a far visita (gradita) ai parenti. In questo periodo dunque, come pure all’inizio di novembre in cui ricorre la festa dei defunti, aveva luogo una specie di dialogo rituale con i defunti, che nella tradizione contadina erano considerati un’emanazione dei semi piantati nei campi coltivati, tanto da pregarli come numi tutelari delle coltivazioni stesse. D’altronde l’analogia si spiega da sè, sia i semi che i defunti erano affidati alla nuda terra affinché ne potesse nascere una vita nuova.
Va ricordato che tutte le feste natalizie esistevano già prima dell’avvento di Gesù, e corrispondevano alla festa pagana della nascita del sole, che cadeva proprio il 25 dicembre, tanto che è oggi condiviso dagli storici che il cristianesimo, nell’istituire le proprio festività, si è in sostanza sovrapposto alle date e alle feste pre-cristiane che già esistevano nella tradizione pagana, aggiungendovi però significati diversi (pur senza abolire quelli precedenti): la festa pagana della nascita del sole dunque diventa la festa della nascita cristiana della nascita di Gesù. Questa “cristianizzazione” di feste e riti precedenti è peraltro molto frequente.

NATALE
Una antica nota storica ci insegna tanto per cominciare che i regali di Natale, un tempo non erano affatto un gesto spontaneo o d’affetto, bensì erano delle tasse. Si chiamavano regalie: i contadini erano obbligati a donare il cibo da loro coltivato e raccolto al padrone del terreno, come fosse una specie di pagamento dell’affitto del terreno. Ma ci si approcciava alla fine dell’anno solare e dunque bisognava rispettare la superstizione imitativa che voleva che quello che si faceva e che si mangiava negli ultimi giorni dell’anno precedente, si sarebbe protratto durante tutti i giorni dell’anno seguente. In realtà questo era solo un adattamento della credenza precedente che voleva che, visto che come abbiamo ricordato, nelle 12 notti del dodekameron si pensava che i propri cari estinti tornassero a fare visita nelle case, il fatto di “fingere” di mangiare tanto e bene in quei giorni, convincesse le anime dei morti che in quella casa regnava il benessere, la serenità e la salute, accattivandosi i loro favori nel proteggere le coltivazioni da cui poi dipendeva il reale benessere della famiglia nell’anno successivo. Per lo stesso motivo, in quei giorni (come in occasione della festa dei morti il 2 novembre), si apparecchiava anche per i proprio defunti, per accoglierli come ospiti graditi, gli si lasciava il letto preparato, e si parlava molto e bene di loro; inoltre si accantonavano i normali dissapori e litigi per fingere, agli occhi dei cari estinti, una pace domestica e una serenità che avrebbe appunto reso grati le anime dei defunti giunti in visita. I cibi classici della festa di Natale sono naturalmente i cappelletti o tortellini, sui cui nomi e forme esistono molte credenze. Il cappelletto deriverebbe dalla forma del cappello dei preti, noti per la loro ingordigia alimentare (da cui il modo di dire “il boccone del prete”), mentre il tortellino da un lato sarebbe la ricostruzione morfologica dell’ombelico di venere, dall’altro, proprio perché originano da un ombelico, starebbe a rappresentare il cordone ombelicale (di cui l’ombelico è il segno) che lega l’uomo con la fertilità della terra. Tra le infinite superstizioni che ruotano attorno ai tortellini citiamo quella secondo la quale, mentre i tortellini stavano bollendo nel brodo il giorno di Natale, bisognava andare a potare l’uva che si sarebbe mangiato a capodanno come rito propiziatorio. Un’ultima nota davvero interessante sulla tradizione gastronomica connessa al Natale nell’antichità ci riporta, dagli antichi manoscritti della tradizione contadina, l’esistenza di un cosiddetto “pane di natale”, che corrisponde in tutto e per tutto, all’attuale panettone: la ricetta prevedeva l’uso di tutta una serie di cibi simbolici che rappresentassero la morte e la rinascita: le uova, l’uva secca, le mandorle, la mela, il latte, la frutta candita. Oltre naturalmente ai leganti di base, strutto, farina, zucchero. Quello che ci interessa non è comprendere quando o dove nasce la ricetta del famoso panettone, ma evidenziare che la sua ricetta è fortemente simbolica e radicata, nella scelta degli ingredienti, al dualismo tra morte e rinascita.

CAPODANNO
Anche il capodanno è la prosecuzione di una antichissima festa pagana, come testimonia la tradizione del brindisi, dove l’uva e il vino erano usati nei riti propiziatori per la nuova vendemmia. E lo stesso dicasi per la superstizione delle lenticchie, che se mangiate a capodanno porterebbero denari, e degli acini d’uva, in numero rigorosamente dispari, anch’essa connessa ai riti propiziatori per la vendemmia successiva. Altre superstizioni (ancora molto usate) imponevano che il primo a solcare la porta di una casa nell’anno nuovo dovesse essere per forza un uomo, come auspicio di fertilità e dunque futuri figli maschi, sempre molto valorizzati nella tradizione del proletariato contadino. Anche i rimedi per il giorno dopo il capodanno, e dunque per le sbronze alcoliche, erano interessanti: si spaziava dal mangiare 7 noccioli di pesca, al bere il sangue d’anguilla. La minestra per eccellenza del capodanno erano gli gnocchi (che venivano chiamati anche maccheroni), cioè la stessa pasta che si cucinava quando nasceva un figlio maschio, creando un’evidente analogia tra il nascituro e l’anno nuovo, che appunto nasceva.


EPIFANIA (solstizio d’inverno)
La festa dell’epifania (cioè della befana, ovvero della “donna più anziana”), deriva da un antico rito pagano in cui la donna più anziana della famiglia o dell’intera comunità, la sera del 5 gennaio doveva preparare la cena, perché era la più vicina ai defunti, numi protettori della casa che avrebbero portato doni. La “befana” era dunque un punto di raccordo tra i vivi e i morti. In questa occasione i giovani fidanzati si dovevano donare reciprocamente delle castagne, come simbolo di fertilità femminile e di virilità maschile, e già nell’antichità esisteva l’usanza del rito delle “pasquelle”, poi cristianizzato attraverso l’immagine dei Re Magi che portano i doni a Gesù: si trattava dell’usanza per cui i bambini suonavano e cantavano strofe augurali alle porte delle case, per ricevere in cambio dei dolci o altri cibi. Si vede dunque l’analogia con il rito moderno della “calza” della befana che porta doni ai bambini, in forma di dolciumi. La quantità di cibi che venivano consumati e donati durante tutto il periodo che va da Natale fino a Carnevale, era nell’antichità dovuto al fatto che, col sopraggiungere dell’inverno durante il quale i contadini dovevano restare in casa in attesa di poter tornare al lavoro nei campi in primavera, e con la necessità dunque di continuare ad alimentarsi in assenza di cibi freschi provenienti dai raccolti e con un fabbisogno moltiplicato dal freddo, si procedeva all’uccisione degli animali da allevamento, in particolare il maiale, che con la sua carne ricca di grassi e di proteine, garantiva una scorta di energie per il periodo invernale. Il maiale non a caso costituisce la base lipidica e proteica dei cibi tipicamente natalizi, che sono tutti eredità della tradizione contadina (zampone, cotechino, cappello del prete, tortellini, ecc). Il maiale era un animale talmente importante per la sussistenza di tutta la comunità che si celebrava anche una festa a lui dedicata, denominata le “nozze del porco”, festeggiata nel giorno del 17 gennaio, in occasione della festa di S. Antonio Abate (infatti raffigurato nell’iconografia sacra insieme ad un maiale); festa che consisteva in una uccisione collettiva di alcuni maiali allevati dall’intera comunità e poi suddivisi tra tutti. Il motivo dell’allevamento collettivo (cioè condiviso tra varie famiglie) non era solo per garantire a tutte le famiglie di avere una forma di sussistenza alimentare, ma soprattutto per suddividere il senso di colpa per l’uccisione di un animale che i popoli antichi consideravano al pari degli attuali animali domestici.

CARNEVALE
La parola carnevale evidenzia fin dalla sua etimologia la sua origine alimentare: significa infatti “carnem – levare”, cioè “prendere la carne”, perché veniva subito dopo l’uccisione del maiale e degli altri animali, nel periodo dell’anno dedicato alla preparazioni degli insaccati di carne, e quindi nel momento dell’anno in cui la disponibilità di carni fresche era massima. Cadeva nel momento dell’antico “capodanno di primavera” pre-cristiano (perché un tempo i mesi di gennaio e febbraio non esistevano sul calendario). Questa grande disponibilità di carne faceva tendere a festeggiamenti orgiastici per ringraziare e santificare le divinità pagane che avevano protetto la comunità, che corrispondevano come ho già spiegato ai proprio defunti di famiglia. E’ proprio da questo che derivano anche le famose “maschere di carnevale”, che rappresentano il ritorno dei morti (dei defunti di famiglia che venivano a trovare i vivi, e che agivano come numi tutelari protettori della casa, dei campi coltivati e degli allevamenti). La superstizione entra nel rito del carnevale attraverso la storia delle numerosissime maschere del carnevale, ma anche attraverso i riti del martedì e del giovedì “grasso”, originati dal fatto che l’antica superstizione imponeva, in quei due giorni, di mangiare 7 volte, per poter poi resistere al digiuno del successivo periodo di quaresima che introduceva alla Pasqua.

QUARESIMA
Durante il periodo di quaresima, votato al digiuno purificatore, una antica superstizione (fondata su una credenza popolare), voleva che alle ragazze che mangiavano solo insalata (in particolare il radicchio), sarebbe cresciuto il seno. Esiste dunque una curiosa e incomprensibile origine antica dello stretto rapporto tra la femminilità e il digiuno, in cui la finalità estetica sembra predominante sulla razionalità. Il valore del digiuno quaresimale sembra derivare da una necessità igenico-sanitaria, per purificare cioè il corpo dopo il periodo degli eccessi del carnevale e dell’inverno, in cui, come detto, l’abbondanza di carne e la necessità di proteggersi dal freddo e dalle malattie, spingeva all’iperconsumo di cibi grassi.

PASQUA
In origine, nell’antichità, ben prima dell’avvento di Gesù Cristo, nel periodo della Pasqua si festeggiava una festa pagana fondata sul mito agreste del Dio Attis, una divinità della vegetazione, che in quel priodo dell’anno veniva festeggiato come l’artefice del miracolo del risveglio della natura dopo la “morte” invernale. Il mito della resurrezione di Cristo dunque sembra aver saputo riattualizzare, umanizzandola, una precedente festività pagana dedicata alla primavera e alla resurrezione dei campi. Il cibo simbolo della pasqua sono le uova, ve venivano già usate nelle feste pagane, colorate di rosso, e delle quali già si bruciavano i gusci. Abitudine questa che deriva dal fatto che si temeva che le streghe potessero usare tali gusci per le loro ricette malefiche. Anche l’acqua di cottura delle uova andava sparsa nell’orto o buttata nelle siepi, per lo stesso motivo. Anche le ricette pasquali ruotano attorno al mito dell’uovo, simbolo per eccellenza della rinascita (dei campi prima, e di Gesù Cristo poi): dai passatelli (minestra a base d’uovo), ai dolci a forma di colomba, che è un altro tipico simbolo della primavera, a conferma dell’origine agreste pre-cristiana di questa festività.

TUTTI I SANTI e GIORNO DEI MORTI
Si tratta dell’antico capodanno celtico, il cosiddetto “simuin”, da cui deriva la festa di Halloween festeggiata in Inghilterra e oggi esportata, in modo un po’ storpiato, in tutto il mondo. Siccome la antica festa pagana dei morti era ancora molto sentita dalle popolazioni, assai facile alle credenze popolari (specialmente in materia di defunti), dal 2 novembre del 998 d.C., quindi circa un millennio fa, la Chiesa Cattolica dovette istituire questa festa, per integrarla tra i proprio riti, farla propria, e poter indirizzare il corso delle fobie collettive ed esorcizzarle. Come già descritto per il periodo del dodekameron natalizio, anche in questo periodo, a partire dalla convinzione che i morti di famiglia tornassero temporaneamente a fare visita ai propri parenti ancora in vita, si preparavano per loro i letti di casa, si apparecchiava per loro e gli si serviva il pasto, di parlava con loro (origine di tante preghiere moderne e di tante invocazioni ai propri cari, non ultima la richiesta di numeri fortunati al lotto).

Anche l’antico galateo della tavola rivela, ad un’analisi storica, delle sfaccettature inattese: ad esempio va ricordato che fino al ‘600 la mano sinistra era vietata a tavola, non la si poteva usare per nessun uso, tanto che la forchetta (che si maneggia appunto con la sinistra), venne introdotta solo nel ‘600. Questo perché la mano destra (ritenuto il lato di Dio), era destinata al cibo, mentre quella sinistra (ritenuto il lato del Diavolo), era riservata all’igiene intima. Un fatto importante, vista la assoluta scarsità d’igiene dei tempi antichi, che ci spiega dunque l’origine igienico-sanitaria di questa e di molte altre pagine dell’antico galateo. Il lato del diavolo dunque (quello dietro al quale ancora oggi getta il sale versato), altro non era che il versante dell’igiene intima, implicato nel contatto impuro con la sessualità e la sporcizia delle pudenda. Era altresì proibito guardare negli occhi o nel piatto un commensale più anziano o di casta superiore, e nel caso di un re o di un principe, era assolutamente vietato anche solo presenziare al suo pasto o al suo semplice abbeverarsi; questo per due motivi: da un lato perché il mangiare e il bere sono gesti ritenuti vili e troppo umani, che hanno a che fare con gli appetiti quotidiani, che rischiano di ridurre l’origine “divina” dei regnanti, inoltre, come accade nel regno animale (ad esempio i cani, che non possono guardare il capo-branco mentre mangia), questo serviva a evidenziare le gerarchie a tavola.
Scorrendo poi le tradizioni popolari delle varie parti d’Italia, si trovano moltissimi altri esempi di usi scaramantici, oracolari, o perfino esorcistici del cibo. Scorriamone insieme alcuni, suddivisi in base al cibo a cui fanno riferimento:

Acqua
Nell’antichità era usata, gelata o bollente, nel rito della “ordalia”, in cui un tribunale speciale emetteva un giudizio di innocenza o di colpevolezza basandosi sul fatto (assai poco giuridico), che il condannato sopravvivesse o meno ad un’immersione (prolungata) in una vasca d’acqua bollente oppure ghiacciata.

Cipolla
1) Una famosissima superstizione vuole protegga dai demoni e che favorisca la guarigione dei malati, ma pochi sanno che affinché questo possa avere effetto (almeno secondo le antiche convinzioni popolari), la cipolla deve essere posta fuori dalla finestra di casa, e tagliata in due parti uguali.
2) La crommiomanzia consiste in un oracolo d’amore ancora in uso in certe campagne del nord Italia, secondo cui se una ragazza incide il nome dell’uomo amato su una cipolla, e se questa poi germoglia, significa che anche lui ricambia l’amore.
3) se si vuole conoscere in anticipo il clima dell’anno nuovo, il giorno del 24 gennaio bisogna mettere 12 spicchi di cipolla con sopra del sale fuori dalla finestra, uno di seguito all’altro. Ognuno rappresenta un mese dell’anno entrante, e dal loro aspetto e colore, da come assorbono il sale, ecc, si dice che si possa comprendere il meteo dei rispettivi mesi.

Digiuno
In Cina i magistrati digiunavano prima di emettere la sentenza di un processo per vedere in sogno il colpevole.

Gallo
Se si guarda in cime a molti ai campanili cristiani, si trova l’immagine di un gallo: serve a richiamare alla memoria il rinnegamento di Pietro verso Gesù (“mi rinnegherai 3 volte prime che canti il gallo” gli preannunciò Gesù prima della morte), come richiamo alla vigilanza divina e come monito a non tradire i valori del cristianesimo.

Latte
1) Da sempre considerato un alimento benedetto e protettivo, nei testi biblici la terra promessa (ma anche il Paradiso) è presentato come fiume di latte, simbolo ovviamente di un ritrovato rapporto con la madre. Anche la via lattea degli astronomi, vuole un’antica leggenda greca, che debba derivare in realtà da uno spruzzo di latte della dea greca Giunone.
2) Siccome si crede che annulli ogni magia negativa, una superstizione vuole che si debba lasciare un bicchiere di latte in casa, anche di notte.

Mandorla/Nocciola
Essendo il simbolo della rinascita e della primavera (l’albero di mandorla è il primo a fiorire in primavera), una superstizione vuole che se una fanciulla si addormentata sotto mandorlo, resterà in cinta.

Pane
1) la superstizione che vuole che porti male buttare via il pane, trova origine nella preghiera del Padre Nostro, per cui sarebbe offensivo verso Dio gettare (e quindi rifiutare) il “pane quotidiano” che Lui ci dona.
2) la superstizione invece secondo cui il pane non deve mai essere rovesciato (messo a testa in giù) ha un’origine molto complessa: nel medioevo, la paura collettiva della morte aveva creato la proibizione assoluta di toccare qualsiasi cosa che avesse avuto a che fare con i cadaveri. Si trattava anche di una tutela igienico-sanitaria. Per questo motivo al mestiere del boia era una vita molto isolata dal resto della comunità, non potendo in pratica avere contatti con nessuno. E per lo stesso motivo gli oggetti e cibi destinati al boia non dovevano entrare in contatto con quelli altrui. I loro abiti venivano lavati a parte ed anche i loro cibi venivano preparati a parte. In materia di pane, i fornai avevano inventato un sistema facile per rendere riconoscibile il pane destinato al boia, così che anche nel forno di cottura, non entrasse in contatto con quello altrui. Questo sistema consisteva nel girare il pane a testa in giù, rovesciandolo. Per questo veniva chiamato il “pane del boia”, ed ancora oggi il pane rovesciato si porta dietro questo triste presagio di morte.

Sale
1) E’ notoriamente considerato di cattivo auspicio il fatto di versarlo a tavola perché si crede che lo fece Giuda prima di tradire Gesù, durante l’ultima cena. Anche molti pittori, tra cui Leonardo da Vinci nel Cenacolo, ritraggono infatti il personaggio di Giuda intento a baciare Gesù mentre fa cadere con un gomito un contenitore di sale sulla tavola.
2) Se però il sale è già caduto, un’altra superstizione prevede che si possa annullare il suo effetto malefico gettandolo dietro la spalla sinistra (quella del diavolo), per accecare il diavolo.
3) un’altra superstizione consiglia di portarlo in tasca per protezione dai pericoli, o meglio ancora, di lavarci i vestiti.

Uovo
una superstizione vuole che se contiene 2 tuorli annuncia un decesso

Usi magici del corpo umano e delle sue parti
Sangue mestruale: spalmato per curare gotta, fuoco sacro, acne
Sangue dei gladiatori: bevuto contro l’epilessia
Mano di morto (ucciso): per contatto, contro orecchioni e gozzo
Capelli di impiccato: contro il cancro
Saliva di donna digiuna: conto lacrimazione e occhi infiammati

Superstizione riguardante Saturno, il Pianeta con gli Anelli: è la teoria che spiega la formazione degli anelli di Saturno fornitaci dal teologo Leo Allatius, saggio ecclesiastico del XVII secolo: si tratterebbe del Sacro Prepuzio di Nostro Signore G.C., salito in cielo con quest’ultimo a formare, appunto, gli anelli: c’è stato qualcuno che si è messo a scrivere, rimanendo serio, il De Praeputio Domini Nostri Jesu Christi Diatriba, ma il Sacro Coso è stato oggetto di venerazione in tutt’Europa (diciotto furono, nel Medioevo, le chiese che si vantavano, spesso l’una all’insaputa dell’altra, di possedere la meravigliosa reliquia), fino, udite udite, al 1983, anno dell’ultima esposizione in pubblico del Sacro Prepuzio dell’Abbazia di Calcata. Che dire, di fronte a questo ulteriore, mirabile esempio dei Misteri della Fede? E l’articolo di Malvino da cui abbiamo appreso l’esistenza del signor Allatius, e la “Narrazione critico-storica della Reliquia preziosissima del santissimo Prepuzio di N.S. Gesù Cristo“, di autore ignoto:

Dopo ciò Pipinello Cenci il primo de’ Canonici tenendo con due dita dell’una, e l’altra mano il Sagrosanto Prepuzio, provossi a premerlo per scorgere se fosse arrendevole, o nò. E mentre troppo incauto con troppo vigore il compresse, lo divise in due parti, rimasta l’una della grossezza d’un picciolissimo Cece, l’altra d’un granellino di seme di Canapa: Oh prodigio! Oh stupore! Sembrò sdegnarsi a quel fatto il Cielo, oscurandosi d’improvviso l’Aria, sparita, a giorno altrove chiarissimo, da quel sito ogni luce, aggiuntovi l’orrore di tuoni, e folgori, ed accresciuto lo spavento, da cui parevan i Circostanti ridotti all’agonia.
 

Roberto Renzetti


NOTE

(1)  Machiavelli dedica l’XI capitolo del I libro dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (1517) alla religione dei Romani parlando di Numa,  “trovando un popolo ferocissimo, e volendolo ridurre nelle obedienze civili con le arti della pace, si volse alla religione come cosa del tutto necessaria a volere mantenere una civiltà e la constituì in modo che per più secoli non fu mai tanto timore di Dio quanto in quella republica il che facilitò qualunque impresa che il Senato o quelli grandi uomini romani disegnassero fare … E vedesi, chi considera bene le istorie romane, quanto serviva la religione a comandare gli eserciti, ad animare la Plebe, a mantenere gli uomini buoni a fare vergognare i rei. Talché se si avesse a disputare a quale principe Roma fusse più obligata o a Romolo o a Numa credo più tosto Numa otterrebbe il primo grado: perché dove è religione facilmente si possono introdurre l’armi e dove sono l’armi e non religione con difficultà si può introdurre quella … E veramente mai fu alcuno ordinatore di leggi straordinarie in uno popolo che non ricorresse a Dio, perché altrimenti non sarebbero accettate … Considerato adunque tutto, conchiudo che la religione introdotta da Numa fu intra le prime cagioni della felicità di quella città, perché quella causò buoni ordini, i buoni ordini fanno buona fortuna, e dalla buona fortuna nacquero i felici successi delle imprese. E come la osservanza del culto divino è cagione della grandezza delle repubbliche, così il dispregio di quello è cagione della rovina di esse. Perché dove manca il timore di Dio, conviene o che quel regno rovini o che sia sostenuto dal timore d’uno principe che sopperisca a’ defetti della religione”.

(2) Lo storico Tacito (54-119) nei suoi Annali (circa 112) ci parla dei cristiani e di ciò che rappresentavano in occasione delle vicende connesse con l’incendio di Roma (64) che fu addebitato a Nerone. La descrizione di Tacito, come scrive Andrea Nicolotti, ci informa innanzitutto che a quell’epoca la comunità cristiana di Roma disponeva di un considerevole numero di membri, poiché una ingens multitudo rappresenta certo un numero considerevole. Poi, ci fornisce qualche spunto anche per comprendere quale fosse l’idea della Roma pagana riguardo a questa nuova fede. Tacito ci fa notare che i cristiani erano invisi al popolo “a causa delle loro nefandezze”, e che la loro fede era una “esiziale superstitio”; essi sono definiti “rei” e “meritevoli di pene severissime”, accusati di “odio del genere umano”. Il cristianesimo era agli occhi dei pagani una superstitio nova, e i cristiani erano dei molitores rerum novarum, perché introducevano un culto e uno stile di vita assai diverso da quello tradizionale. Superstitio non è più, nel linguaggio romano, un sinonimo di religio, ma ne è l’opposto; superstitiones sono quei culti stranieri o innovatori che non corrispondono alla tradizione degli antenati (mos maiorum) e non hanno ricevuto pubblico riconoscimento. Così, fin dall’epoca antica, stabiliva la prescrizione attribuita al re Numa e riportata da Cicerone: “Nessuno abbia proprie divinità nuove o straniere, non riconosciute pubblicamente. Superstitiones sono definiti quindi tutti i culti orientali, il cui carattere a lor modo di vedere smodato (immodicus) non può non suscitare una istintiva diffidenza agli occhi del romano colto; non sono esenti da questa accusa il giudaismo e la religione egiziana. Il cristianesimo è dunque una superstizione straniera, e per di più dotata dell’eccesso comune ai culti orientali; è una “superstizione nuova”, per cui non gode neppure della caratteristica dell’antichità, che dai Romani veniva sempre guardata con grande rispetto. La colpa dei cristiani è quella riassunta dall’espressione “odio del genere umano”: essi costituivano nella società imperiale un gruppo a sé, estraniato dalla vita pubblica e dalla religiosità comune, che era un elemento di coesione sociale. Il rifiuto di adesione alla religione dello stato era visto come un atto di sovversione politica, esattamente come la tendenza a rifiutare costumi ed istituzioni tradizionali e ad estraniarsi dalla vita pubblica. La stessa accusa era stata rivolta dagli scrittori greci ai Giudei, e il medesimo Tacito la aveva già affibbiata a loro, come ora fa con i Cristiani, tacciandoli di “ostile odio verso tutti gli altri”. Ma mentre gli Ebrei potevano vantare l’antichità del loro culto, i Cristiani non erano visti altrimenti che come una pianta avulsa dal ceppo giudaico.

(3) “Nella legislazione costantiniana, come scrive Pietro Paolo Onida, il controllo della diffusione degli aruspici (la pratica divinatoria aruspicina di origine etrusca che traeva norme di comportamento dalla lettura delle viscere degli animali sacrificati) non sembra esclusivamente dettato, come era avvenuto in passato, da ragioni di “ordine pubblico”. Costantino, esprimendo nei confronti della aruspicina una ferma opposizione, sembra proporsi di vincere una delle più tenaci espressioni della cultura precristiana. Infatti, mentre gli imperatori precedenti si erano preoccupati di sottoporre a specifiche restrizioni la consultazione degli aruspici, ad esempio, vietando a questi ultimi di fornire responsi in merito alla morte di una persona, egli sembra orientarsi verso un divieto generale e totale della aruspicina in privato. Del resto, poiché gli aruspici erano stati tra i più feroci istigatori della persecuzione contro i cristiani, è chiaro che questi ultimi dovettero fare forti pressioni nei riguardi dell’imperatore per attuare nei confronti della aruspicina una altrettanto forte repressione. Lattanzio, nel De mortibus persecutorum, scritto in concomitanza con le costituzioni delle quali parliamo, afferma che furono gli aruspici a offrire il pretesto a Diocleziano perché egli mettesse in atto le persecuzioni contro i cristiani: gli aruspici, infatti, affermarono che in occasione di un sacrificio non erano riusciti ad ottenere presagi favorevoli, poiché qualcuno dei presenti aveva fatto il segno della croce. E l’affermazione di Lattanzio è poi confermata da altre fonti cristiane e persino da fonti non cristiane. Inoltre, la suggestione della aruspicina e, in genere, delle antiche cerimonie ad essa collegate doveva colpire anche taluni cristiani, se qualche anno prima che Costantino emanasse le sue costituzioni, il concilio di Ancira del 314 aveva dovuto occuparsi della ars malefica con alcune misure, le quali, come è stato non a torto osservato, richiamano da vicino il contenuto delle costituzioni emanate dall’imperatore, solo pochi anni dopo, in materia di aruspicina. Durante il concilio di Ancira, infatti, la Chiesa intervenne, vietando ai cristiani di predire il futuro e di accogliere estranei nelle proprie abitazioni per eseguire riti ‘pagani’. […]
Rispetto alle antiche forme di persecuzione della magia, la legislazione costantiniana in materia si contraddistingue, naturalmente, per il suo orientamento cristiano: essa mira a reprimere quelle stesse condotte che la Chiesa aveva già condannato in precedenti occasioni. La scelta cristiana, dunque, mentre portava l’imperatore a ripudiare l’aruspicina, in quanto essa rappresentava una espressione da lui particolarmente avversata della cultura precristiana, e, quindi, delle forze ostili alla sua politica religiosa, non gli impediva, invece, di tollerare determinate usanze, che se pur condannate dalla Chiesa, gli risultavano più accettabili. Costantino, attraverso la disapprovazione dei riti sacrificali legati alla aruspicina, compie una scelta religiosa e giuridica assieme, che lo porterà lontano dalla aristocrazia ‘pagana’. Egli, però, consapevole della importanza dei riti della tradizione, evita di assumere un atteggiamento eccessivamente rigido nei confronti degli ambienti non cristiani, impedendo quelle condotte che più erano pericolose sul piano politico e che, al contempo, contrastavano con la morale cristiana, come appunto l’aruspicina ‘privata’ o la magia diretta contro la salute altrui, e tollerando, invece, quelle forme più innocue o più facilmente neutralizzabili, come appunto l’aruspicina ‘pubblica’ (ad esempio quella legata ai raccolti dei campi, ndr). La legislazione repressiva della aruspicina, in Costantino, si ricollega, dunque, alla scelta cristiana intrapresa dall’imperatore, attraverso, però, il filtro rappresentato dai significativi precedenti della cultura e della legislazione precristiana. L’influenza del pensiero cristiano determina, in maniera sempre più decisa nel corso del tempo, il distacco del potere imperiale dalla aruspicina, e, quindi, la progressiva assimilazione di essa alla magia.

        Si può iniziare ad intravedere qui il motivo dell’odio iniziale dei cristiani verso alcune forme di superstizione. Osservo che Lattanzio ebbe a scrivere: «Qualcuno potrebbe obiettarmi che ci sono anche ricchi e poveri presso di noi, cristiani. Certo, ma li consideriamo sullo stesso piano (…) perché ciò che conta è lo spirito e non il corpo; i nostri schiavi sono tali solo nel corpo, in spirito sono nostri fratelli». Un vero manifesto del Cristianesimo odierno che potrebbe essere affisso sui portoni di San Pietro.

(4) A questo Comandamento segue subito il seguente:  [Esodo 20, 4] Non ti fare scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù ne’ cieli o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra; [Esodo 20, 5] non ti prostrare dinanzi a tali cose e non servir loro, perché io, l’Eterno, l’Iddio tuo, sono un Dio geloso che punisco l’iniquità dei padri sui figliuoli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano. Questo Comandamento è sparito dalla Tavola dei Dieci Comandamenti in uso tra i cristiani. Se si va in chiese e santuari vari si capisce perché: i cristiani adorano statue ed immagini non sapendo bene cosa è il Dio immateriale. Eppure, ancora il sinodo di Elvira, in Spagna, all’inizio del IV secolo stabiliva che “picturas in ecclesiis esse non debere”, e lo stesso Agostino all’inizio del Quinto Secolo bollava di superstizione i “picturarum adoratores”, Infine quel Comandamento ci presenta un’immagine di Dio terrorifica, un vero diavolo geloso e vendicativo.

(5) Riporto alcuni brani dal Libro IV de Le Confessioni:

1.1 – Trascorremmo questo periodo di nove anni, dal diciannovesimo al ventottesimo, cadendo e traendo in agguati, fra inganni subìti e attuati, in preda a diverse passioni, pubblicamente praticando l’insegnamento delle discipline cosiddette liberali, occultamente una religione spuria, superbi nel primo, superstiziosi nella seconda, in entrambi vani; attraverso il primo inseguendo una fama popolare vuota fino agli applausi teatrali, ai certami poetici, a gare per una corona di fieno, a spettacoli frivoli e passioni sregolate; attraverso la seconda cercando la purificazione da queste macchie mediante le vivande che portavamo agli eletti e ai santoni, come li chiamavano, affinché nell’officina del loro ventricolo ne fabbricassero per noi gli angeli e gli dèi nostri liberatori. Io seguivo queste pratiche, le compivo insieme ai miei amici, ingannandoli e ingannandomi con loro.

3 – Ricordo pure che, avendo voluto partecipare a un concorso di poesia teatrale, un oscuro aruspice mi fece chiedere quale ricompensa ero disposto a dargli, perché mi facesse vincere. Risposi che detestavo e aborrivo le sue luride pratiche, e neppure se la corona fosse stata d’oro indistruttibile avrei permesso che s’immolasse una mosca per la mia vittoria. Era infatti evidente che si preparava a immolare nei suoi sacrifici alcuni animali nell’intento di attrarre su di me con tali omaggi i favori dei demòní. Rifiutai dunque un simile misfatto, ma ancora una volta non in nome della tua illibatezza, Dio del mio cuore, perché non sapevo amarti, non sapendo pensare a uno splendore privo di corpo: e un’anima che sospira dietro a simili immaginazioni non tresca forse lontano da te, non poggia su falsità, non nutre i venti? Non volevo certamente che s’immolassero vittime per me ai demòní; io stesso però m’immolavo a loro mediante la mia superstizione e che altro è “nutrire i venti”, se non nutrire i demòni, offrire cioè ad essi col proprio errore motivi di godimento e derisione?

3.4 – Perciò quegli altri vagabondi, che chiamano matematici [astrologi, ndr], non desistevo dal consultarli tranquillamente, pensando che non praticavano nessun sacrificio e non pregavano nessuno spirito per divinare il futuro. La religiosità cristiana, la vera, respinge e condanna però coerentemente ogni pratica del genere.

Utile è anche riportare un brano del De civitate dei in cui Agostino si rivolge ai romani per indicargli la vera religione:

Questo è quanto devi desiderare tu, o magnifica gente romana, o progenie dei Regolo, degli Scevola, degli Scipioni , dei Fabrizi. Desidera queste cose; queste cose sappi distinguere dalle luridissime vanità e dalla ingannatrice perversità dei demoni. Se c’è in te qualcosa di eccellente nell’ordine naturale, dalla vera religione non viene che purificato e reso perfetto, mentre dalla falsa religione viene disperso e mortificato… Svegliati! È ormai giorno [De civ. Dei 2, 29].

Riferendosi poi a Varrone, un romano che egli ritiene molto colto con il difetto di credere negli dei e non alla vera religione, scrive Agostino:

Varrone asserisce che i romani antichi per più di cento settanta anni venerarono gli dèi senza l’uso dei simulacri. La qual cosa, dice ancora, se fosse durata fino ad oggi, avremmo un culto più puro delle divinità. Come testimone di questa sua opinione allega, fra le altre ragioni anche il popolo giudaico, e non esita a concludere il passo dicendo che coloro che per primi introdussero nel popolo i simulacri degli dei ne scemarono il rispetto e accrebbero l’errore [De civ. Dei 4, 31, 2].

E se Agostino è un autorevole Padre della Chiesa, quanto dice dovrebbe essere preso sul serio dai cristiani che, venerando i simulacri dei santi (degli dei ?) mostrano che la loro religione non è la vera religione ma una superstizione.

(6) Von Stuckrad scrive, a questo proposito:

Arriviamo così ai riferimenti concreti alla tradizione astrologica, che nel canone neotestamentario risultano estremamente ambivalenti. Se, infatti, Paolo attacca con veemenza ogni forma di divinazione astrologica, l’Apocalisse di Giovanni sembra applicare molto liberamente queste dottrine alla teologia cristiana. Fu la linea argomentativa di Paolo quella seguita da tutto il cristianesimo ecclesiastico, mentre l’Apocalisse di Giovanni presenta una grande vicinanza ai cristianesimi gnostici, che divennero il tramite attraverso il quale queste concezioni vennero tramandate. Paolo, che aveva molta dimestichezza con la cultura ellenistico-romana, si scaglia in particolare contro le diffusissime emerologie [l’individuazione tramite divinazione dei giorni fasti e nefasti per alcune attività umane, ndr] che … legavano in maniera simbiotica astrologia e calendario. Nella Lettera ai Romani (14,5 sg.) scrive, ancora conciliante: «c’è chi distingue giorno da giorno, chi invece li giudica tutti uguali; ciascuno però cerchi di approfondire le sue convinzioni personali. Chi si preoccupa del giorno, se ne preoccupa per il Signore». Di fronte ai Galati difende però un’altra posizione:

Ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi (stoichéia), ai quali di nuovo come un tempo volete servire? Voi infatti osservate giorni, mesi, stagioni e anni! Temo per voi che io mi sia affaticato invano a vostro riguardo (Gal 4, 9-11)

        Dato che i Galati seguono le emerologie e l’astrologia catarchica [oltre l’astrologia genetliaca – che si occupa degli individui – abbiamo l’astrologia  cattolica, relativa ad un intero paese, o clima, o parte del mondo, o al suo re, in quanto tradizionalmente il destino del re era legato a quello del suo paese. Vi è poi l’astrologia catarchica che si occupa di fissare un momento speciale per iniziare una certa azione, in modo tale da ottenere il massimo successo per quell’iniziativa, ndr] si rendono schiavi, secondo Paolo, delle potenze astrali. Stoichéia è un concetto che si incontra continuamente anche nel contesto gnostico; agli stoichéia bisogna rivolgersi come potenze planetarie e zodiacali – come già aveva fatto Platone (Timeo 40b) – quasi come delle entità personificate. Gli stoichéia come principi primordiali del mondo, dunque come ciò che «tiene unito il mondo nella sua parte più intima», hanno perso per Paolo la loro efficacia (Col 2,8 e 2,20), poiché i cristiani non seguono più le leggi di «questo mondo», ma partecipano del regno dei cieli, che segue solo le leggi di Cristo. La negazione degli stoichéia diventa così negazione dei principi astrologici.

        Un atteggiamento antiastrologico è anche quello per cui ai cristiani non doveva più essere consentito di calcolare esattamente il giorno della fine del mondo. Per capire questa posizione, bisogna tenere presente che i primi cristiani vivevano in una fortissima attesa della fine, avendo Gesù annunciato: «In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo accada» (Mt 24,34). Quanto più a lungo il ritorno del messia (parusia) si faceva aspettare, tanto più urgenti diventavano le richieste dei fedeli, come si può immaginare. Il ritardo della parusia rimase nel corso dei secoli un problema che andava superato teologicamente. In diversi punti del Nuovo Testamento si rinvia al fatto che la data è imperscrutabile: «Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo, neanche il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 4,36; Mc 13,32). Analogamente negli Atti degli Apostoli: «non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta» (1,7). Al contrario che negli scritti di Qumran e nei gruppi cristiani apocalittici, agli uomini viene perciò proibito di prevedere gli avvenimenti della storia della salvezza dai movimenti degli astri.

        Sullo sfondo di questo atteggiamento ostile all’astrologia l’Apocalisse di Giovanni si presenta addirittura «eretica», e non c’è da stupirsi che questo scritto abbia avuto difficoltà a trovare un riconoscimento canonico. Già nel 1914, Franz Boll ha dimostrato in un eccellente studio quanto fortemente l’autore dell’Apocalisse sia dipendente dall’astrologia ellenistica e dalla mitologia astrale. Quasi tutti i dettagli della visione, di cui Giovanni riferisce intorno al 100 d.C. sull’isola di Patmos, possono essere ricondotti ad ambiti tematici noti e discussi dappertutto negli ambienti greco-romani, in una speculazione sulla fine dei tempi originale e – cosa che Boll non evidenzia sempre a sufficienza – influenzata dal pensiero ebraico. Sono in primo luogo i rapporti numerici cosmici, già noti dagli altri scritti canonici, a servire ora come chiave interpretativa per una storia della salvezza universale. Già nel primo capitolo vengono menzionati le sette stelle (ed è solo di questo numero che ora si parlerà), i sette candelabri d’oro, angeli e spiriti, che in Ap 1,20 rappresentano anche le sette chiese. Allo stesso nesso appartengono le sette lampade (4,5), i sette occhi (5,6), il drago a sette teste (12,3 e più), i sette tuoni (10,3 sg.), le trombe (8,2-11,19), le coppe colme d’ira (15,1-16,21). Le fiaccole e gli occhi sono da considerarsi in questo contesto sia come i sette pianeti antichi sia nel senso di una costellazione, forse l’Orsa minore o le Pleiadi. Come mostra Boll …, attraverso la menzione delle sette corna entra in gioco la costellazione dell’Ariete, simbolo dell’agnello, che rappresenta, al centro del cielo e delle costellazioni zodiacali e circondato da ventiquattro stelle, il centro o l’inizio del cosmo. Il legame tra Ariete e agnello (Cristo) è comunque presente nell’Apocalisse, poiché l’Ariete è la costellazione della vittoria messianica (5,6 sg.), e la descrizione dell’ira dell’agnello (6,16) o della sua funzione di capobranco (7,14; 7,17) è interpretabile come l’altra faccia dell’agnello pasquale che viene sacrificato. Cristo è anche l’ariete messianico che, analogamente all’arrivo della primavera, appare il portatore del nuovo anno o del nuovo eone [una quasi era, ndr]. Qui l’«agnello» non è affatto mite come la teologia cristiana lo rappresenta di solito, ma ha tutti gli attributi dell’ariete combattente e vincitore.

        Il tema della predicibilità della fine viene affrontato in Giovanni diversamente che in Paolo. Dopo che il sesto angelo ha suonato la sua tromba, si legge: «Furono sciolti i quattro angeli pronti per l’ora, il giorno, il mese, e l’anno per sterminare un terzo dell’umanità» (9,15). L’esatto momento della fine – come del resto in molte apocalissi ebreo-cristiane – è stata stabilita da Dio fin dall’inizio dei tempi. La rivelazione, a ogni modo, deve avvenire attraverso un medium umano per potere decifrare il significato misterioso del piano divino. Questo si può ricavare da Ap 3,1-3, poiché solo «chi veglia» sarà in grado di riconoscere i segni divini.

        Infine, il dodicesimo capitolo dell’Apocalisse di Giovanni continua ancora oggi a dare molto da fare agli interpreti, dato che abbonda di allusioni astrologiche quasi impenetrabili …. La visione descrive qui il «segno grandioso» nel cielo che apparirà prima della battaglia finale, nella figura di una donna vestita di Sole, con la Luna sotto i suoi piedi. Una corona di dodici stelle circonda il suo capo. La donna è incinta e mette al mondo un bambino che reggerà il mondo «con scettro di ferro». Questa immagine viene contrapposta alla visione di un drago con sette teste e dieci corna, e un diadema su ogni testa. Con la coda il drago trascina giù «un terzo delle stelle del cielo» e le precipita sulla Terra (12,4). La donna e il bambino, poi, vengono perseguitati dal drago, infine sconfitto in una battaglia cosmica dagli angeli di Michele. Il bambino viene rapito in cielo subito dopo la nascita, mentre la madre trova scampo nel deserto.

        Queste metafore si possono comprendere solo se si tiene conto delle antiche interpretazioni del segno della Vergine che – come si è potuto vedere più volte – ha sempre la funzione di aiutare le «nascite cosmiche» (come nella quarta egloga di Virgilio) e dà vita a un divino salvatore. Anche quello con la Iside egizia è un parallelo da ricordare, dato che viene rappresentata come regina coeli (regina del cielo), i cui attributi sono il Sole e la Luna e che mette al mondo il figlio di Horus (la successiva iconografia di Maria è stata fortemente influenzata dalle tradizioni egiziane su Iside). Che Giovanni nella sua visione ricorra a costellazioni vere e proprie si vede anche dall’enorme immagine del drago, che va dal Cancro alla Bilancia (ovvero alle chele dello Scorpione) e perciò sembra effettivamente spazzare via un terzo delle «stelle del cielo».

        Ci limitiamo a questi rapidi accenni perché l’importante era mostrare l’esistenza di una simbologia astrologica molto profonda, che attraversa come un filo rosso tutta l’Apocalisse di Giovanni. Per quanto a prima vista lo scritto possa apparire insolito e singolare, è invece legato a una vasta corrente di antiche saghe astrali e tradizioni mitologiche, ora adattate in senso cristiano. È difficile valutare la portata delle ripercussioni dell’Apocalisse, almeno per quanto riguarda la valenza astrale della storia cristiana della salvezza. Da quasi duemila anni i cristiani fondano le loro attese della fine dei tempi sulle criptiche indicazioni di Giovanni. Quanto potente sia il mito del regno millenario (Ap 20, 1-10) anche nella cultura moderna, comunque, lo si è potuto osservare da poco nel passaggio al terzo millennio del calendario cristiano.

(7) Sembra che Giustino fosse figlio di romani arrivati in Palestina dopo la distruzione del Tempio. Sembra anche che tra l’altro fu avviato a studi scientifici (musica, astronomia, geometria) da un filosofo di formazione pitagorica. Dopo un poco lasciò questi studi ritenendoli tempo perso per la conoscenza del vero e di Dio, preferendo dedicarsi ai profeti. Un limpido esempio di cristiano che per arrivare alla verità segue la strada della metafisica.

(8) 6. De Babillonia.

Cumque multiplicati hominis dispergerentur per universas terras, egressi ab Oriente, Senachar gramineum repperiunt campum. In quo aedificantes civitatem, turrem qui caelos adtengeret nituntur struere. Quorum vana cogitatione simul et lingua ipsiusque confutans Deus, mundum late patentem in universa terra dispersit, vocatumque est nomen civitatis Babel, hoc est confusio, eo quod ibi confudisset Deus linguas eorum. Haec est Babilonia a Nebroth gygante aedificata, filio Chus. Et, sicut Horosi narrat historia, mira campi planitiae in quadrum disposita est. Munis eius ex coctili latere infusu bitumine in latum habet cubitus quinquaginta, altitudinis cubitus 200, in circuitu stadia 470. Unus stadius habet aripennes quinque. Vicinae quinae portae per unumquemque latus sitae sunt, quae faciunt 100. Harum portarum ustia mirae magnitudinis ex aere fusile sunt formata. Multa et alia de hac civitate isdem historiographus narrat, addens: Et cum tanta fuissit honestas aedificii, attamen victa atque subversa est.

(9)  Tommaso, sul quale tornerò, annovera il maleficio tra i peccati mortali [S. Th., II-II, q. 76, a.3]. Nel Decreto, XXVI, qu.5 [can. Sortes] si legge: Le sorti con le quali nei vostri affari decidete ogni cosa, e che i padri hanno condannato, altro non sono che divinazioni e malefici. Perciò vogliamo che esse siano condannate e che non siano più nominate tra noi cristiani: e perché non siano praticate le proibiamo sotto pena di scomunica [5. Th., II-II, q. 95, a. 8; q. 96, a. 2].

(10) Il Concilio degli Apostoli, che si tenne a Gerusalemme nel 49-50, prese in esame la circoncisione e ritenne che non era compatibile con il Cristianesimo. Deliberò che era una superstizione perché quell’atto materiale avrebbe annullato il sacrificio di Cristo. Il problema che si poneva era se per essere cristiani fosse indispensabile essere prima ebrei. Naturalmente si scelse che chiunque poteva diventare cristiano.

(11) dom Prosper Guéranger – L’anno liturgico. II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste – trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 1264-1270.

(12) E. Testa – Legislazione contro il paganesimo e cristianizzazione dei templi (Sec. IV – VI)

(13) Nel tempo che intercorre tra questi due documenti, scrive Paolo Aldo Rossi, ve ne sono molti altri, molti dei quali contrari alla credenza dell’esistenza di streghe e di possessioni diaboliche: in tal senso si esprime nel VII secolo S. Bonifacio; nel 785 la carolingia Capitulatio de partibus Saxoniae tratta da omicida e quindi commina la pena di morte a chi abbia messo al rogo qualcuno sotto l’ accusa di stregoneria; Sant’Agobardo di Lione parlando della credenza nella magia tempestaria [la possibilità che alcuni avrebbero di evocare o a dominare le forze della natura, ndr] dichiara: «sono del tutto ignoranti nelle cose di Dio coloro che affermano che gli uomini possono fare una cosa di tal genere». Il Penitenziale laico di san Colombano (VI secolo) ed il contemporaneo Penitenziale di Finnian contemplano in modo circostanziato diversi livelli di espiazione: da 40 giorni di digiuno per chi abbia partecipato ai riti pagani o diabolici a tre quaresime di penitenza per i recidivi, fino a tre anni di penitenza per gli abitudinari (il tutto opportunamente maggiorato, secondo gerarchia, per i membri del clero: il doppio per un diacono e il triplo per un prete) e mentre per il sortilegio d’amore basta un anno, per procurato aborto si arriva fino a sei quaresime di digiuno. Carlomanno nel Capitolare Liptinense si accontenta di 15 soldi di ammenda per un’interminabile serie di pratiche superstiziose, mentre Etelstano permette agli stregoni omicidi che, pur risultando colpevoli a tre ordalie, neghino il crimine, di scontare 120 giorni di prigione. Teodoro vescovo di Canterbury minaccia tre anni di pena per sacrifici ai demoni, mentre il coevo Witraedo, re del Kent, si limita a comminare ammende. Infine il Corrector et medicus di Burcardo prevede tutta una serie di precise penitenze: 20 giorni di digiuno per riti superstiziosi e 40 per procurata impotenza o sterilità, sette quaresime per pratiche di fecondità, due per l’adescamento atto a ottenere l’adulterio. Per completezza e per far rendere conto dei livelli di peccato e penitenza riporto, sotto forma di tabella, un estratto del Penitenziale di Burcardo di Worms elaborato tra il 1008 ed il 1012 (i Poenitentialia erano libbricini molto diffusi a disposizioni dei confessori per tentare di armonizzare le pene, ndr). In rosso i peccati attinenti a varie pratiche magiche e superstiziose:

IL PECCATOLA PENITENZA
OmicidioTotale cambiamento del proprio genere di vita e cioè: astensione dall’attività sociale intrapresa o ritirarsi in convento astensione dalla carne eccetto le tre feste principali scomunica per un tempo variabile da un anno o sino al punto di morte Rinunzia a: matrimonio (se non sposato) bagni equitazione bevande alcooliche (per 3 giorni su 7) miele digiuno quotidiano sino alle ore 15
 La durata di queste penitenze era a discrezione del vescovo e del denaro del peccatore.
 
Incesto in generaleDivorzio, celibato e altre penitenze a discrezione del parroco.
 
Incesto con donna successivamente sposata dal figlio; madrina o figlioccia7 anni di penitenze con digiuni
 
AdulterioDue quaresime per 15 anni
(7 anni se il seduttore è celibe).
Possibilità di divorzio per l’offeso/a.
 
Ripudio di moglie non adulteraUna quaresima per 7 anni ed inoltre
eventuale riunificazione ad una prima moglie.
 
Sesso con moglie indispostaTre giorni a pane ed acqua.
 
Sesso dopo il parto40 giorni a pane ed acqua.
 
Sesso con moglie incinta5 giorni a pane ed acqua.
 
Sesso dopo che il bimbo appena
nato ha mosso i primi passi
(massimo 10 giorni)
10 giorni a pane ed acqua.
 
Sesso di domenica4 giorni a pane ed acqua.
 
Sesso di quaresima4 giorni a pane ed acqua
oppure offerta di 26 soldi.
 
Sesso quando si è sbronzi20 giorni a pane ed acqua.
 
Sesso 20 giorni prima di Natale20 giorni a pane ed acqua.
 
Sesso alla “pecorina”5 giorni a pane ed acqua.
 
Sesso con animali
(Pecore, papere, ecc.)
Da 100 giorni a 10 anni di penitenza. 
 
Sodomia (da parte di
uomo sposato)
10 anni di penitenza.
 
Sodomia abituale12 anni di penitenza.
 
Sodomia con il fratello15 anni di penitenza.
 
Fornicazione in generale20 giorni a pane ed acqua.
 
Masturbazione da soli10 giorni a pane ed acqua.
 
Masturbazione in compagnia20 giorni a pane ed acqua.
 
Masturbazione con attrezzo
di legno forato
20 giorni a pane ed acqua.
 
Orgasmo in generaleUn giorno a pane ed acqua.
 
Orgasmo in chiesa10 giorni a pane ed acqua.
 
Aborto prima dell’animazione del fetoUn anno di penitenza.
 
Aborto dopo l’animazione del fetoTre anni di penitenza.
 
Uso di contraccettivi o protesi sessualiTre anni di penitenza.
 
Pratiche magiche per attrarre a se un uomo (Filtri, fatture, ecc.)Da due a sette anni di penitenza.
 
Pratiche magiche per rendere impotente un uomo40 giorni a pane ed acqua.
 
Preghiere alla Luna o al Sole
durante le feste di Capodanno
7 anni di digiuno.
 
Lavorare durante la notte di Capodanno40 giorni a pane ed acqua.
 
Sortilegi durante la tessitura20 giorni di digiuno.
 
Raccolta di erbe medicinali
recitando formule magiche
10 giorni di digiuno.
 
Preghiere in luoghi non autorizzati3 anni di digiuno.
 
Pratiche magiche per guarire dalla scabbiaDa 10 a 20 giorni a pane ed acqua.
 
Impalamento di cadavere affinché
il suo spirito non ritorni
Due anni a pane ed acqua.
 
Pratiche pagane diverseDa 10 a 20 giorni a pane ed acqua.
 
Pratica della stregoneriaFino a 5 anni di digiuno.
 
Trascurare gli ammalati40 giorni di digiuno.
 
Rapina a danno di ammalatiRestituzione della refurtiva e
30 giorni di digiuno.
 
Calunnia o maledizione7 giorni a pane ed acqua.
 
Furto o truffaRestituzione della refurtiva e giorni di digiuno a discrezione del confessore.
 
Intemperanze alimentari
(peccati di gola)
10 giorni di digiuno se soli
30 giorni di digiuno se in compagnia.
 
Intemperanze alimentari
durante la quaresima
40 giorni di digiuno.
 
Trascuratezza durante la messa10 giorni a pane ed acqua.
 
Non comunicarsi durante:
. il giovedi santo
. la Pasqua
. il Natale
. la Pentecoste
20 giorni a pane ed acqua.
 
Mancanza di rispetto nei confronti
di un prete sposato
(setta donatista)
Un anno di digiuno.
 
Campagna condotta contro il
vescovo, o il proprio curato
per ridicolizzarne il comportamento
40 giorni a pane ed acqua.

(14) Si dice risalga al Concilio di Ancyria (314) ma è molto più probabile si tratti di un Capitolare dell’867 (Capitularia regum Francorum, t. II, col. 365) di Ludovico II del Sacro Romano Impero.

(15) Questa datazione è un dato fortemente accreditato dalla Chiesa. Situando questo testo intorno al 150 d.C. sembrerebbe una testimonianza della bontà e correttezza delle altre fonti che raccontano le prime tappe del Cristianesimo. La datazione è però messa in discussione da vari studiosi. Per capire il problema si può leggere qui.

(16) Continua Cascioli: “Alle schiere notturne vaganti guidate da una figura femminile si accenna anche in un passo di Guglielmo d’Alvernia (m. 1249). Secondo il volgo, una misteriosa divinità (ma si tratta in realtà, spiega Guglielmo, di un demonio), chiamata Abundia o Satia, gira di notte per case e cantine, accompagnata dai suoi seguaci, mangiando e bevendo ciò che trova: se s’imbatte in cibi e bevande lasciate come offerte, procura prosperità alla casa e ai suoi abitanti, altrimenti si allontana rifiutando la sua protezione.
A “dame Abonde” e ai suoi seguaci allude anche un passo del Roman de la Rose, composto verso la fine del 1200: alcuni credono (ma il poeta giudica tutto ciò “folie orrible”) che i terzogeniti siano costretti ad andare, tre volte alla settimana, in compagnia di dame Abonde nelle case dei vicini. Nulla li può fermare, né muri né porte sbarrate, giacché è soltanto la loro anima che viaggia, mentre il corpo rimane immobile.
Ma, come si è detto, Abonde è soltanto uno dei nomi assunti da questa divinità popolare. Una donna processata dall’Inquisizione milanese nel 1390 per aver asserito di far parte della “società” di Diana, dichiara che la dea accompagnata dalle seguaci gira la notte per le case, soprattutto quelle dei ricchi, mangiando e bevendo: e allorché la compagnia s’imbatte in dimore ben spazzate e ordinate, Diana impartisce la sua benedizione augurale”.

(17) Un racconto analogo è presente in Gualtiero Map, De Nugis Curialium, Distinctio I, cap.XI: Du roi Herla e Distinctio IV, cap.XIII: De Nicolas Pipe, homme aquatique. Il lavoro risale al 1180-1189 e lo si può trovare dove ho tratto quello riportato nel testo: Il ritorno dei morti viventi. La Masnada Hellequin: cristianizzazione di un racconto folklorico, Studio comparativo tra Orderico Vitale e Gualtiero Map (A cura di Ivan Jutzi). La Caccia selvaggia è ancora raccontata da Gervasio di Tilbury (1155-1234) nei suoi Otia imperialia (1214) e dal domenicano Stefano di Bourbon (1180-1256), tra i primi inquisitori, nel suo Tractatus de diversis materiis predicabilibus (circa 1250) e si trova anche in Giovanni Boccaccio (1313-1375) nella sua 8a novella della V giornata del Decameron (intorno al 1350)il Nastagio degli onesti, che narra di un cavaliere fantasma che vaga nei boschi alla ricerca della sua amata accompagnato da due mastini infernali, ambientata nella Pineta di Classe, vicino a Ravenna.

(18) Isidoro di Siviglia, Etimologiae, VIII, 9: Necromanti sunt, quorum praecantationibus videntur resuscitati mortui divinare, et interrogata respondere. Nekròs enim graece mortuus, manteìa divinatio nuncupantur, ad quos sciscitandos cadaveris sanguis adjicitur.

(19) In un antico testo viennese del X secolo è scritto: Mantia, graece divinatio dicitur, et nigro, quasi nigra, unde nigromantia, nigra divinatio, quia ad atra daemoniorum vincula utentes se adducit […] quae sciri licet potest, sed operari sine daemonum familiaritate nullatenus valet. Si ricordi comunque che in alcune culture il colore del lutto e della morte è il bianco.

(20) Vi era un’altra versione che riguarda il sangue dei pipistrelli. E’ d’interesse perché è una sorta di via di mezzo tra la superstizione e la medicina. Vi era infatti la credenza che, spalmandosi sugli occhi il sangue di pipistrello, si riuscisse a vedere bene di notte.

(21) Riporto un brano tratto da Giuliano Malizia:

S . GIOVANNI IN LATERANO

La prima Chiesa, che è sede del Pontefice, è quella di San Giovanni in Laterano, nel monte Celio, che fu edificata dal Magno Costantino, nel suo Palazzo, & dotata di grande intrate, essendo guasta, e rovinata dalli Heretici. Nicolao IV la rifece, e Martino v la cominciò a far dipingere, e lastricare il pavimento, & Eugenio IV la rifinì, & ai tempi nostri Pio IV l’ha adornata di un bellissimo solare, e ridotta in piano la piazza di essa Chiesa, la quale fu consecrata in honore del Salvatore, e di S.Giovan Battista, e dell’Evangelista da S.Silvestro Papa, alli  9 di Novembre, nella cui consecratione vi apparve quella immagine del Salvatore, che infìno hoggidì si vede sopra la tribuna dell’altar grande, la quale non si abbruciò, essendo la detta Chiesa abbrusciata due volte.

Vi è statione la prima Domenica di quaresima, la Domenica delle Palme, il giovedì, e il sabbato Santo, il sabbato in Albis, la vigilia della Pentecoste. Nel giorno di S.Giovanni inanzi la porta Latina, vi è la plenaria remissione de peccati, & la liberatione de un’anima dal purgatorio. E dal giorno di S. Bernardino, che è alli 20 di Maggio, infino al primo d’Agosto, ogni giorno è la remission de peccati. Et il giorno di S.Giovanni Battista, della Transfiguratione del Signore, della decollatione di S.Giovanni Battista, & della dedicatione del Salvatore, vi è la plenaria remission de peccati. Et nel giorno di S.Giovanni Evangelista vi sono 28 millia anni d’indulgentia, e tante quarantene, e la plenaria remission de peccati, & ogni dì vi sono anni 648 e tante quarantene de indulgentia, e la remission della terza parte de peccati, & chi celebrerà, o farà celebrare nella capella, ch’è appresso la sacristia liberarà un’anima dal purgatorio.

In questa Chiesa vi sono l’infrascritte reliquie, le quali si mostrano il dì di Pasqua dopo vespro, nel tabernacolo ch’è sopra l’altar della Maddalena. Il capo di S.Zacharia, padre di S.Giovanni Battista, il capo di S.Pancratio martire, dal quale tre dì continui uscì sangue, quando questa Chiesa fu abbrusciata dalli heretici: delle reliquie di S.Maria Maddalena, una spalla di S.Lorenzo, un dente di S.Pietro Apostolo, il calice nel quale S.Giovanni Evangelista per commandamento di Domitiano Imperatore bevette il veleno, e non li potè nocere: la catena con la quale fu legato, quando fu menato da Efeso a Roma, una tonicella, la quale essendo posta sopra tre morti, subito resuscitorno: della cenere, & cilicio di S.Giovanni Battista: di capelli, e vestimenti della Vergine Maria: la camicia che lei fece a Giesù Christo, il pannicello con il quale il nostro Redentore sciugò i piedi a suoi discepoli: la canna con la quale fu percosso il capo al nostro Salvatore: la veste rossa che li mise Filato, tinta del suo pretiosissimo sangue: del legno della croce: il sudario che li fu posto sopra la faccia nel sepolcro: dell’acqua,& sangue, che gli uscì del costato.

Sopra l’altar Papale in quelle graticolette di ferro, vi sono le teste delli gloriosissimi Apostoli Pietro, & Paolo, & ogni volta che si mostrano, vi è indulgentia di anni tre millia a gli habitanti in Roma, che vi sono presenti, & alli convicini sei millia, & a quelli che vengono di lontan paesi dodeci millia, & altre tante quarantene, e la remission della terza parte de peccati, & sotto il detto altare è l’oratorio di S.Giovanni Evangelista, quando fu condotto a Roma prigione, & quelle quattro colonne di rame scannellate, che sono avanti a detto altare, sono piene di terra santa, portata da Gierusalem, & furno fatte da Augusto delli sproni delle galee, che lui prese nella battaglia navale d’Egitto, & le pose nel comitio.

Nella capella che è appresso la porta grande vi è l’altar, che teneva S.Giovanni Battista nel deserto: l’Arca foederis: la verga di Aron, e di Moise: la tavola sopra la quale il nostro Salvatore fece l’ultima cena con li suoi discepoli, le quali cose furono portate a Roma di Gierusalem da Tito. Nella sala di sopra, detta del Concilio, vi sono tre porte di marmo, le quali erano nel palazzo di Pilato in Gierusalem, e dicono, che per quelle fu condotto il Salvator nostro a Filato: e la finestrella di marmo, che è sopra la porta di detta capella, era nella casa di Maria Vergine in Nazareth, e dicono, che per quella entrò l’Angelo Gabriele ad annunciarle l’incarnatione del figliuolo di Dio: & quella scala di ventiotto scalini, che è a canto alla detta capella, fu nel palazzo di Pilato, & il nostro Salvatore vi cascò sopra, & vi sparse del suo pretiosissimo sangue, il segno del quale infino ad hoggidì si vede sotto una Graticola di ferro, che vi è, & qualunque persona che salirà divotamente in genocchioni sopra di essa, conseguirà per ogni scalino tre anni, & altre tante quarantene de indulgentia, e la remission della terza parte de peccati. Et quella colonna in due parti divisa, era in Gierusalem, e si spezzò nella morte del nostro Redentore.
Et nella Capella detta Sanata Sanctorum, dove non entrano mai donne, quale fu consecrata da Nicolao III a S.Lorenzo martire, oltre le altre reliquie, vi è l’imagine del Salvatore de anni dodici, ornata d’argento, e gemme.

S.PIETRO IN VATICANO

           La chiesa di S.Pietro in Vaticano fu edificata, & dotata dal magno Costantino, e consecrata da S.Silvestro alli 18 di Novembre, & vi è Statione il dì dell’Epifania, la prima e la quinta Domenica, & il Lunedì di Pasqua, il dì dell’Ascensione, il dì della Pentecoste, il Sabbato dopo la Pentecoste, li Sabbati di tutte le quattro tempera & la terza Domenica dell’Advento, il giorno del Corpo di Christo, & la prima e quarta Domenica dell’Advento. Il giorno del Corpo di Christo, & della Catedra di S.Pietro, vi è indulgentia plenaria, & 18 millia anni, & tante quarantene. Nel giorno di S.Gregorio vi è indulgentia plenaria. Nel giorno dell’Annunciatione di Nostra Donna, vi sono anni mille d’indulgentia. Et dal detto giorno fino al primo d’Agosto vi sono ogni giorno anni 12 millia, & tante quarantene d’indulgentia, e la remissione della terza parte de peccati.
           Nella vigilia, è giorno di S.Pietro, la seconda Domenica di Luglio, il dì di Ss. Simone e Iuda, della dedicatione di detta Chiesa, di S.Martino, e di S.Andrea vi è la plenaria remissione de peccati, & ogni giorno vi sono anni 6 millia, e 28 dì d’indulgentia, e tante quarantene, e la remissione della terza parte de peccati, e nella festività di S.Pietro, e delli sette altari principali di detta Chiesa, e di tutte le feste doppie, le dette indulgentie sono duplicate. Nella Capella di Sisto IV ogni dì vi è indulgentia plenaria. Et chi ascenderà divotamente li scalini, che sono dinanzi a detta Chiesa, e nella capella di S.Pietro, haverà per ciascuno 7 anni d’indulgentia, & nelli venerdì di Marzo, vi sono indulgentie senza numero.
           Vi sono in detta Chiesa li corpi de Ss.Simone, & Giuda Apostoli, di S.Giovanni Chrisostomo, di S.Gregorio Papa, & di S.Petronilla, la testa di S.Andrea, la quale fu portata a Roma dal Prencipe della Marca, al tempo di Pio II & gli andò incontro insino a Ponte Molle: quella di S.Luca Evangelista, di S.Sebastiano, di S.Iacobo minore, di S.Tomaso Vescovo di Cantuaria martire, di S.Amando, & una spalla di S.Christoforo, & di S.Stefano, & altri corpi, & reliquie de santi, il nome de quali è scritto nel libro della vita. Et sotto l’altar maggiore vi è la metà de corpi de S.Pietro, & di S.Paolo, & nel tabernacolo, che è a man dritta della porta grande vi è la Veronica, overo Volto Santo, & il ferro della lancia, che passò il costato al nostro Redentore, il quale fu mandato dal gran Turco a Innocenze VIII & ogni volta che si mostra, li habitanti di Roma, che vi sono presenti, conseguiscono indulgentia di anni 3 millia, e li convicini 6 millia, e quelli che vengono di lontani paesi 12 millia, & tante quarantene, & la remission della terza parte de peccati. Vi è ancora un quadretto, il quale si mette ne giorni festivi di detta Chiesa sopra l’altar grande, nel quale vi sono dipinti S. Pietro, e S.Paolo, e fu di S.Silvestro, & è quello che lui mostrò a Costantino, quando li domandò chi erano questi Pietro e Paolo, che li erano apparsi, & chi vuol vedere questa istoria legga la vita di S. Silvestro.
            Quelle colonne che sono nella Capella di S.Pietro, insieme con quella che sta cancellata di ferro, alla quale stava appoggiato il Salvator nostro, quando predicava, & quando vi si menano l’indemoniati, si vedono far gran cose, & tal volta escano liberati, erano in Gierusalem nel tempio di Salomone. Honorio primo coprì questa Chiesa di bronzo dorato, tolto dal tempio di Giove Capitolino, & Eugenio IV vi fece fare le porte da Antonio Fiorentino, in memoria delle nationi, che a tempo suo si riconciliorno alla Chiesa. Et la pigna, che è nel cortile, la quale è di bronzo, di altezza di braccia cinque, e due quinti, dicono ch’era sopra la sepoltura d’Adriano, quale era dov’è ora Castel Sant’Angelo, e de li fu portata a S.Pietro, & li pavoni furno già per ornamento del sepolcro di Scipione. In quella sepoltura di porfido è sepolto Ottone II Imperatore, il quale portò da Benevento a Roma il corpo di S. Bartolomeo.
           Erano ancora in detta Chiesa l’infrascritti ornamenti, li quali la malignità del tempo ha consumati. Et prima Costantino Magno pose sopra il sepolcro di S.Pietro una croce d’oro, di libro 150, quattro candelieri d’argento, sopra li quali erano scolpiti li atti delli Apostoli, tre calici d’oro di libre 12 l’uno: & 20 de argento di libre 50 l’uno: una patena, & uno incensiere d’oro di libre 3 ornato d’una colomba di giacinto, & all’altare di S.Pietro fece un cancello d’oro, & d’argento, ornato di molte pietre pretiose. Hormisda Pontefice li donò dieci vasi, & tre lame d’argento. Iustino Imperatore Seniore, li donò un calice d’oro di libre 5 ornato di gemme, e la sua patena di libre 20. Giustiniano Imperatore li donò un vaso di libre 6 circondato di gemme, dui vasi d’argento di libre 12 l’uno, e dui calici d’argento, di libre 35. Bellissario delle spoglie di Vitige, gli offerì una croce d’oro di libre 100 ornata di pietre pretiose, & dui ceroferarii di gran pretio. Et Michele figliuolo di Theofilo Imperatore di Costantinopoli gli donò un calice, & una patena de oro ornato di gemme di grandissima valuta.  

SAN PAOLO  

           La Chiesa di S.Paolo, è nella Via Ostiense fuori di Roma circa un miglio, e fu edificata, & dotata, & ornata, come quella di S.Pietro, dal Magno Costantino, nel luogo dove fu miracolosamente ritrovata la testa di S.Paolo Apostolo, & è ornata di grandissime colonne, e similmente di altissimi architravi, e fu poi ornata di varij marmi maravigliosamente intagliati, da Honorio III & fu consecrata da S. Silvestro, il medesimo giorno fu consecrata quella di S.Pietro, & vi è statione il mercordì dopo la Quarta Domenica di Quaresima, la terza festa di Pasqua, la Domenica di Sessagesima, e nel dì delli Innocenti.
           Nel giorno poi della Conversione di S.Paolo vi è indulgentia d’anni cento, e tante quarantene, e la plenaria remissione de peccati. Et nel dì della sua commemoratione, e la plenaria remissione de peccati. Et nel dì della sua dedicatione vi sono anni mille d’indulgentia e tante quarantene, e la plenaria remissione de peccati. Et qualunque persona visiterà la detta Chiesa tutte le Domeniche d’un anno, conseguirà tante indulgentie quante conseguirebbe s’andasse al S. Sepolcro di Christo, overo a S.Giacobo di Galitia. Et ogni dì vi sono anni 6048 & tante quarantene d’indulgentia, e la remissione della terza parte de peccati.
           Et vi sono li corpi di S.Timoteo discepolo di S.Paolo, di S.Celso, Giuliano, e Basilissa: e di molti Innocenti, un braccio di S.Anna madre di S.Maria Vergine, la catena con la quale fu incatenato S.Paolo, la testa della Samaritana, un dito di S.Nicolao, e molte altre reliquie, e sotto l’altar grande vi sono la metà de corpi di S.Pietro, e di S.Paolo, & a man dritta di detto Altare vi è l’immagine di quel Crocifisso, che parlò a S.Brigida Regina di Svetia, facendo oratione in quel luogo. Vi sono li sette Altari privilegiati, & chi li visita guadagna tutte le indulgentie, che guadagnarla visitando li sette Altari in San Pietro.

SANTA MARIA MAGGIORE  

           Questa Chiesa è la prima che fusse dedicata in Roma a Maria Vergine, e fu fatta da Giovanni Patritio Romano, e da sua moglie, li quali non havendo figliuoli, desiderando di spendere la loro facoltà in suo honore; onde la notte delli cinque d’Agosto hebbero in visione, che la mattina seguente dovessero andare nel Esquilie, & dove vedessero il terreno coperto di neve, ivi edificassero il tempio; e l’istessa visione hebbe anco il Pontefice, il quale la mattina andò con tutta la corte in detto luogo, & ritrovata la neve, cominciò con le proprie mani a cavare, & ivi fu fatta la Chiesa, nella quale è statione tutti li mercordì delle quattro tempera, il mercordì Santo, il giorno di Pasqua, la prima Domenica dell’Advento, la vigilia, e il giorno di Natale, nel primo dì dell’anno, il dì della Madonna della neve, il giorno di S.Girolamo, & della sua Translatione, che si celebra la vigilia dell’Ascensione vi è la remission plenaria de i peccati. Et dal dì della sua Assontione, Natività, Presentatione, e Concettione di Maria Vergine, vi sono anni mille d’indulgentia, e la plenaria remissione de peccati. Et dal dì della sua Assontione insino alla sua Natività, oltre le quotidiane indulgentie, vi sono anni 12 millia, & ogni dì vi sono anni 6048 e tante quarantene d’indulgentia, e la remissione della terza parte de peccati. Et chi celebrerà, o farà celebrare nella Capella del Presepio, libererà un’anima dalle pene del purgatorio.
           Vi sono in detta Chiesa li corpi di S.Matthia Apostolo, di S.Romolo, e Redenta, di S.Girolamo, il Presepio nel quale giacque Christo in Bethleem, il pannicello col quale la Beata Vergine l’involse, la stola di S.Girolamo, la tonicella, stola, manipolo di S.Tomaso Vescovo di Conturbia, tinta del suo sangue, il capo di S.Bibiana, di S.Marcellino Papa, un braccio di S.Mattheo Apostolo, & Evangelista, di S.Luca Evangelista, di S.Tomaso Vescovo, & molte altre reliquie, quali si mostrano il giorno di Pasqua, dopo vespro.
            Et vi furono gl’infrascritti ornamenti. Sisto III vi donò un Altare di argento di libre quattro cento, tre catene di argento di libre quaranta l’una, cinque vasi di argento, vintiotto corone di argento, quattro candelieri di argento, uno incensiere di libre 15, un cervo di argento sopra il battistero. Gregorio III vi donò una imagine d’oro di Maria Vergine che abbracciava il Salvatore, & Alessandro Sesto lo adornò di un bellissimo solaro & Sisto V nostro pastore vi ha fabricata la capella de Presepio, & ornata di molte reliquie pitture, & altre cose, &il Cardinal di Cefis, l’ha adornata di una bellissima Capella, & di un’altra l’adorna il Cardinal Santa Fiore Arciprete di essa Chiesa, & li Canonici hanno ridotto il choro in miglior forma.

 SAN LORENZO FUOR DELLE MURA  

            La Chiesa di S.Lorenzo è fuori di Roma quasi un miglio nella via Tiburtina, e fu edificata dal Magno Costantino, il quale gli donò una lucerna d’oro di libre venti, & dieci di argento di libre quindeci l’una, il Cardinale Olivieri Caraffa l’ornò di varij marmi, e d’un bellissimo sopra cielo dorato, & vi è statione la Domenica della Settuagesima, la terza Domenica di Quaresima, il mercordì fra la ottava di Pasqua, & il giovedì dopo la Pentecoste. Nel giorno poi di S.Lorenzo, e di S.Stetano, &per tutta la sua ottava vi sono anni cento, e tante quarantene d’indulgentia, e la remission della terza parte de i peccati, & nel giorno dell’Invention di S.Stefano, e della festività, è statione in detta Chiesa, oltre le sopradette indulgentie vi è plenaria remissione de peccati. Et qualunque persona confessa, & contrita entrarà dalla porta che è nel cortile di detta Chiesa, & andarà dal Crocifìsso, che è sotto al perticale, a quello che è sopra l’Altare in faccia di detta porta, conseguirà la remissione de i peccati.
           Et chi visiterà la detta Chiesa tutti i mercordì d’un anno, liberarà un’anima dalle pene del purgatorio, & il simile farà chi celebrerà, o farà celebrare in quella Capeletta sotto terra, dove è il Cimiterio di Ciriaco. Et ogni giorno vi sono anni settecento e quaranta otto de indulgentia, e tante quarantene, e la remission della terza parte de i peccati: & vi sono li corpi di S. Lorenzo, e di San Stefano protomartire, & un sasso di quelli con che fu lapidato, la pietra sopra la quale fu posto San Lorenzo dopo la sua morte, tinta del suo grasso e sangue, il vaso col quale essendo in prigione battezò Santo Lucillo, & un pezzo della graticola, sopra la quale fu arrostito, & molte altre reliquie.  

SAN SEBASTIANO  

            Questa Chiesa è fuori di Roma nella via Appia un buon miglio, & fu edificata da S.Lucina, & nel giorno di S.Sebastiano, & di tutte le Domeniche di Maggio, vi è la plenaria remissione de peccati, & per intrare nelle catacombe, dov’è quel pozzo, in che stettero un tempo nascosti li corpi di S. Pietro e Paolo, vi sono tante indulgentie, quante sono nella Chiesa di S.Pietro, e S.Paolo, & ogni giorno vi sono 6064 anni, & tante quarantene d’indulgentia, e la remission della terza parte de peccati, & chi celebrerà, o farà celebrare nel Altar di S.Sebastiano, libererà un’anima dalle pene del purgatorio.
            Et nel Cimiterio di Calisto, il quale è sotto la Chiesa, è la plenaria remissione de peccati, & vi sono 174 millia martiri, tra quali sono 18 Pontefici, & in Chiesa vi è il corpo di S.Sebastiano, e di S.Lucina vergine, e di S.Stefano Papa, e martire, la pietra che era nella Capella di Domine quo vadis, sopra la quale Christo lasciò le vestigie delli piedi, quando apparve a S.Pietro che fugiva di Roma, & vi sono infinite reliquie.  

S.CROCE IN GIERUSALEM

           Questa Chiesa fu edificata da Costantino figliuolo di Costantino Magno a prieghi di S.Helena, e fu consecrata dal beato Sivestro alli 20 di Marzo. Andando poi in ruina, Gregorio II la restaurò, e Pietro di Mendozza Cardinale la rinovò, & fu all’hora ritrovato il titolo della Croce sopra la tribuna dell’altar maggiore: & è titolo di Cardinale, & vi è statione la quarta Domenica di Quaresima il Venerdì Santo, & la seconda Domenica dell’Advento. Et nel dì dell’Inventione, & Essaltatione della Croce vi è la plenaria remissione de peccati.
           Et nel dì della Consecratione di detta Chiesa, nella Capella, che è sotto l’Altar grande, nella quale non entrano mai donne, se non alli 20 di Marzo, è la plenaria remissione de peccati, & tutte le Domeniche dell’anno vi sono trecento anni, & tante quarantene d’indulgentia, & la remissione della terza parte de peccati, & ogni giorno vi sono trecento anni, & tante quarantene d’indulgentia, & la remissione della terza parte de peccati, & ogni giorno vi sono 6048 anni e tante quarantene d’indulgentia, & la remissione della terza parte de peccati, & vi sono li corpi di S.Anastasio, e Cesareo, una ampolla piena del preziosissimo sangue del nostro Salvatore, la spongia con la quale gli fu dato da bevere aceto, & fele, due spine della corona, che gli fu posta in capo, uno de i chiodi con il quale fu conficcato in Croce, il titolo che li pose sopra Pilato, del legno della santissima Croce, il quale vi fu posto da S.Helena, coperto d’argento,  & ornato d’oro, & di gemme, uno de trenta dinari, con che fu venduto Christo, & la metà della Croce del buon ladrone, e molte altre reliquie, le quali si mostrano il Venerdì Santo, & vi furono li infrascritti ornamenti,  Costantino vi donò quattro candelieri d’argento, & quattro vasi, dieci calici d’oro, una patena d’argento dorato di libre cinquanta, & una d’argento di libre ducento, e cinquanta.

SANTI APOSTOLI

           Questa Chiesa fu edificata dal Magno Costantino in honore delli dodeci Apostoli, & essendo rovinata, Pelagio, & Giovanni Pontefici la restauromo. Vi è statione tutti li venerdì delle quattro tempora, il giovedì fra l’ottava di Pasqua, & la quarta Domenica dell’Advento, e nel primo dì di Maggio vi è plenaria remission de peccati.
           Vi sono li corpi di S.Filippo, e Giacobbo Apostoli, di S.Giovanni, e Pelagio Papa, & martire, di S.Theodoro, Cirillo, Honorato, Colosio, Buono, Fausto, Proto, Giacinto, Gioviano, Mauro, Nazario, Claudia, Sabino, una parte di S. Crifanto, & Daria, una costa di S.Lorenzo, un ginocchio di S.Andrea, una spalla e braccio di S.Biagio, del legno della Croce, una veste senza maniche di San Thomaso Apostolo, il scapolario di S.Francesco: vi stanno frati di S.Francesco Conventuali, & è titolo di Cardinale.  

S. EUSEBIO

           Questa chiesa è titolo di Cardinale, & vi è statione il venerdì dopo la quarta Domenica di Quaresima, & ogni dì vi sono indulgentie assai, & vi sono li corpi di S.Eusebio, Vincentio, Romano, Orsio, Paolo confessore, del freno del cavallo di Constantino fatto d’un chiodo, che conficcò in croce il nostro Salvatore, della colonna alla quale fu battuto, del suo monumento, delle reliquie di S.Stefano Papa, Bartolomeo, Mattheo, Helena, Andrea, & di molti altri. Vi stanno frati Celestini.  

SS. GIOVANNI E PAOLO  

           Questa Chiesa è nel monte Celio, & è titolo di Cardinale, e vi è statione il primo venerdì di Quaresima, vi sono li corpi di S.Giovanni e Paolo, di Saturnino, Pristina, Donata, & Seconda, delle reliquie di S.Stefano, Silvestro, Nicolao, Chrisanto, & Daria, Cefas, Saturnino, Sebastiano, Mamiliano, Prassede, Lucia, Matteo, Costantino, Secondo, & Peregrino, & della veste, croce, & sepolcro di Christo, & la pietra sopra la quale furon decapitati S. Giovanni e Paolo, & e quella nell’Altare, che è nel mezzo della Chiesa, & li suoi corpi sono nel muro dirimpetto al detto Altare, dove furono trovati l’anno 1573, facendo ristaurare la Chiesa l’Illustrissimo Cardinale Nicolò di Pelleve Arcivescovo Senonese titolare di essa, & d’ordine di Gregorio XIII al quale con molti Cardinali li visitò, riposti in uno nuovo tabernacolo nel mezzo d’un Altar nuovo, lasciatene le teste sopra nel muro. Vi stanno frati Gesuati.

S.GRISOGONO  

           Questa-Chiesa è titolo di Cardinale, & Monasterio de frati Carmelitani, vi è statione il Lunedì dopo la quinta Domenica di Quaresima, & vi sono l’infrascritte reliquie.
           Un braccio di S.Iacobo maggiore, una spalla di S.Andrea, il capo, & una mano di San Grisogono, del legno della Croce, delli capelli di Christo, una costa di S.Stefano, delle reliquie di S.Sebastiano, di S.Cosmo, e Damiano, di S.Giuliano martire, di S.Pietro, di S.Paolo, di S.Andrea, di S.Matteo Apostoli, di S.Urbano Papa, di S.Lorenzo, di Ss. Primo, e Feliciano, di S.Giorgio, di S.Cecilia, di S.Prisca, di S. Ninfa, di S.Dionisio, del sepolcro di Christo, del monte Sion, & della terra santa di Gierusalem. Vi sono ancora li sette Altari privilegiati, come nella Chiesa di S.Paolo fuori di Roma nel giorno di S.Grisogono vi è indulgentia plenaria.
           Questa Chiesa fu edificata da fondamenti dal Reverendissimo Cardinale Giovanni da Crema l’Anno 1129, perché prima era stata rovinata, & le colonne che sono in detta Chiesa, erano nella Taberna meritoria, & è ornata di bellissimi marmi & porfidi.                                                                         

S. LORENZO IN LUCINA  

           Questa Chiesa fu anticamente il tempio di Giunone Lucina, & Celestino III la dedicò a S.Lorenzo martire, & vi è statione il venerdì dopo la terza Domenica di Quaresima, & vi sono li corpi di S.Alessandro, Eventio, Theodolo, Severino, Pontiano, Eusebio, Vicentio, Peregrino, e Gordiano, due ampolle di grasso e sangue di S.Lorenzo, un vaso pieno della sua carne abbruciata, una parte della graticola, sopra la quale fu arrostito, un panno con il quale l’Angelo nettò il suo santissimo corpo, & molte altre reliquie, & è collegiata, & è titolo di Cardinale.  

SANTA MARIA DELL’ANIMA  

           Questa Chiesa ha un ospedale congionto, dove per tré giorni si da albergo a qualunque della Natione Tedesca, che vi ricorre. E Chiesa di Tedesci molto ben’officiata, fu principiata al tempo di Papa Bonifacio IX, da Giovanni Pietro Bordiacense, & poi ampliata sotto Martino v & Eugenio IV da Theodorico Nyem, Abbreviatore delle lettere Apostoliche: il quale etiandio acrebbe le facoltà di detto Hospedale. Come anco hanno fatto dopo lui molti altri, de’ quali essi ne tengono honorata memoria; sono in detta Chiesa tre bellissime sepolture di marmo, una di Papa Adriano v, l’altra del Cardinale Guglielmo Enchevortio Brabantino, la terza di Carlo Federico, figliuolo del Duca di Cleves, il quale morì in Roma l’anno del Giubileo sotto Gregorio XIII.
           Vi sono fra l’altre reliquie un braccio di Santa Barbara vergine & martire coperto d’argento, donatogli da Papa Adriano VI, due spine della corona di Christo nnostro Signore, delle reliqui di S.Saba Abbate: di S. Constanza: di S.Potentiana: di S.Lorenzo martire, & di S.Brigida.

S. PIETRO IN VINCOLA 

           Fu edificata questa Chiesa da Eudossia moglie di Arcadie Imperatore, sopra le rovine della curia vecchia, & Sisto III la consacrò, & essendo rovinata, Pelagio Papa la ristaurò, & è titolo di Cardinale, & vi è statione il primo lunedì di Quaresima, & il primo dì d’Agosto vi è la plenaria remissione de i peccati, & vi sono i corpi de i Santi Machabei, & le catene con le quali fu legato S. Pietro in prigione in Gierusalem, una parte della croce di S.Andrea, e molte altre reliquie, vi è ancora un Moise di marmo, sotto la sepoltura di Giulio II scolpito con maraviglioso artificio, dal rarissimo Michel Angelo: vi stanno Canonici regolari di S.Salvatore.

SANTA PRASSEDE  

           Questa Chiesa vicina a S.Maria maggiore, & fu consacrata da Pascale Primo, & è titolo di Cardinale, & vi è statione il Lunedì santo, & ogni giorno vi sono anni dodeci millia, & tante quarantene d’indulgentia, & la remissione della terza parte de peccati, & sotto l’Altar grande vi è il corpo di Santa Prassede.
           Et nella Capella dimandata horto del paradiso, nella quale non entrano mai donne, vi sono li corpi di Santi Valentino, & Zenone, sopra la colonna alla quale fu flagellato il nostro Redentore, la quale fu condutta in Roma dal Reverendissimo Cardinal Colonna nominato Giovanni, & nel mezzo di detta Capella, sotto quella pietra rotonda, vi sono sepolti quaranta martiri, tra li quali sono undici sommi Pontefici. Et chi celebrerà in questa Capella, liberarà un’anima dalle pene del purgatorio. Et nel mezzo della Chiesa dov’è quella pietra rotonda cancellata di ferro, la qual fece cancellare Leone X, dopo veduto il detto sangue d’infiniti martiri, il quale la beata Prassede andava cogliendo per Roma con una spongia, & lo portava in detto pozzo, vi sono ancora molte reliquie, le quali nel giorno di Pasqua dopo il vespro si mostrano. Stannovi li frati di Valle Ombrosa.  

SANTA SABINA  

           Fu anticamente questa Chiesa il Tempio di Diana, nel monte Aventino, & è titolo di Cardinale, & vi è statione il primo giorno di Quaresima, & essendo rovinato fu da un Vescovo Schiavone nel Pontificato di Sisto Terzo riedificata, & fu la casa di Santa Sabina, & al tempo di Honorio Terzo era il palazzo Pontificale, & lo donò a San Domenico, & confirmò la sua religione l’anno 1216, e vi sono suoi frati.
           Vi sono ancora li corpi di S. Sabina, Sarafia, Peregrina, Eventio, Theodolo, e di Sant’Alessandro Papa, una spina della corona del Nostro Redentore & un pezzo di canna, con la quale li fu percosso il capo, della veste di San Domenico, del sepolcro della Vergine Maria, della terra santa di Gierusalem, un pezzo della croce di Sant’Andrea, una costa d’un dell’Innocenti, delle reliquie di San Pietro, San Paolo, Bartolomeo, Matthia, Filippo, e Giacobo, Giovanni, Chrisostomo, Cosmo, Damiano, Appollinare, Stefano protomartire, Lorenzo, Orsola, Margarita, Christoforo, Girolamo, Giuliano, Gregorio Papa, Martino, Sebastiano, Cecilia, S.Maria Egittiaca, & una croce d’argento piena di reliquie, nel mezzo è una crocetta di legno della croce. Et quella pietra negra, ch’è attacata all’Altar grande, fu tirata dal diavolo a San Domenico per ammazzarlo, mentre faceva oratione in detto luogo, ma si spezzò miracolosamente, & lui non hebbe male alcuno.  

S. SILVESTRO

           Questa Chiesa fu edificata da Simaco I, & vi statione il giovedì dopo la quarta Domenica di Quaresima.
           Et nel giorno di S.Chiara, di S.Silvestro vi è la plenaria remissione de peccati.
           Et vi è il capo di S.Giovanni Battista, di S.Stefano Papa, & della beata Margarita di casa Colonna, che fu monaca in detto luogo, un pezzo della cappa di S.Francesco, & di molti altri, & è monasterio di monache di S.Francesco, & è titolo di Cardinale.

S.SISTO

           Questa Chiesa fu dotata da Innocentio Quarto, & è titolo di Cardinale, & vi è statione il mercordì dopo la terza Domenica di Quaresima, & vi sono li corpi di S.Sisto, Zefirino, Lucio primo, Lucio secondo, Luciano, Felice, Antere, Massimino, Giulio, Sotero primo, Sotero secondo, Partenio, & Calocerio, delli capelli di Maria Vergine, della veste di S. Domenico, e del velo, e mammella di S.Agatha, delle reliquie di S.Martino, Agapito, Andrea, Pietro, Lorenzo, e Stefano, & di molti altri, una imagine di Maria Vergine di quelle che dipinse San Luca. Et vi stanno li padri di San Domenico.

SANTA SUSANNA  

         Questa chiesa è nel monte Cavallo, & è titolo di Cardinale, & vi e statione il sabbato dopo la terza Domenica di Quaresima, & vi sono li corpi de S.Susanna, Sabino, suo padre & Felice sua sorella, del legno della Croce, & sepolcro di Cristo, della veste e capelli di Maria vergine, &  delle reliquie di S. Luca, Tomaso, Lorenzo, Marcello, Simone, Silvestro, Bonifacio, Clemente, Antonio abbate, Leone, Biagio, Saturnino, Agapito, Lino, Luciano, Christiano, Daria Proto, Giacinto, Vitale, Stefano Papa, Gregorio Nazianzeno, Catherina, Dalmatio, & di molti altri. Stannovi li frati di Sant’Agostino.

(22) Dopo l’uscita del libro di Magnani, la Commissione di Lourdes, che verifica l’esistenza di un  miracolo (una guarigione non prevista dalla diagnosi medica), ha comunicato il 67° miracolo. Magnani ha redatto il seguente comunicato:

COMUNICATO SUL 67° MIRACOLO DI LOURDES
di Maurizio Magnani

 Il 9 novembre 2005, dopo l’uscita del mio libro sui miracoli, la chiesa ha riconosciuto ufficialmente il 67° miracolo di Lourdes. Lo ha fatto con un proclama ufficiale nel corso di una funzione celebrata dal vescovo di Salerno Gerardo Pierro.

La miracolata è Anna Santaniello di Salerno, oggi ultranovantenne ma poco più che quarantenne quando nel 1952 venne risanata dalla sua malattia, dopo un pellegrinaggio a Lourdes.

Vediamo di chiarire i termini della storia e cerchiamo di capire perché, ancora una volta, al pari degli altri 66 miracoli di Lourdes, dichiarare questo evento di guarigione come “sovrannaturale” ovvero “oltre natura” è una conclusione azzardata che  non mi trova in alcun modo d’accordo.

Riporto in sintesi ciò che hanno scritto i giornali sul caso (es. La Stampa, 17/12/2005). Anna soffriva sin da bambina di Sindrome di Bouillaud, una patologia cardiaca grave, ritenuta incurabile all’epoca, che aveva già ucciso due suoi fratelli. La malattia si manifestava con crisi respiratorie e dolori a braccia e gambe che costringevano la donna a vivere gran parte del suo tempo a letto.

Nel 1952 la donna decise, sconsigliata dai medici, di intraprendere un viaggio a Lourdes che effettuò in treno, sdraiata in barella; prima di arrivare a destinazione vide stagliata in cielo una sagoma femminile che le diceva “devi venire, devi venire”.  Giunta a Lourdes Anna venne immersa nella piscina della grotta di Massabielle dopo essere stata però ricoverata per 3 giorni nell’ospedale locale.

Subito dopo l’immersione, effettuata a fatica per le gambe gonfie e cianotiche, la donne provò una immediata sensazione di benessere e di grande calore al petto. Dopo poco tempo la donna riuscì a sollevarsi sulle proprie gambe; era il 20 agosto 1952.

Al ritorno da Lourdes, Anna era in grado di muoversi in autonomia e, fermandosi a Torino, venne visitata da un medico, tale Dottor Dogliotti, cardiologo, il quale non sapendo niente della malattia trovò la paziente in ottime condizioni cardiache.

All’arrivo a Salerno, il caso di Anna Santaniello venne presentato al vescovo di allora il quale convocò una commissione medica che non arrivò ad un parere unanime, così l’istruttoria rimase sospesa senza che si pervenisse ad un giudizio definitivo.

Il 10 agosto 1953, un anno dopo la guarigione, Anna tornò a Lourdes per una visita preliminare mentre un’altra visita si ripeté nel 1960. Due anni dopo, nel 1962, il dossier clinico della Santaniello giunse al Comitato Medico Internazionale di Parigi che nel 1964 decretò che si era in presenza di una guarigione straordinaria e trasmise il responso all’arcivescovo di Salerno.

L’alto prelato tenne nel cassetto il fascicolo per oltre 40 anni, fino al 2004 allorquando venne deciso un ulteriore esame cardiologico, eseguito il 21/09/2005, che confermò definitivamente la guarigione, aprendo la strada alla proclamazione ufficiale del miracolo avvenuta un mese fa. L’ultimo miracolo di Lourdes era stato proclamato nel 1999 e riguardava  Jean-Pierre Bely, un uomo belga di 51 anni.

*  *  * 

Non avendo in mano alcuna documentazione clinica specifica sul caso di Anna Santaniello non posso formulare un giudizio completo e dettagliato ma la storia della guarigione e del miracolo lascia, come negli altri casi di Lourdes, molto dubbiosi, anzi decisamente perplessi.

Nel capitolo del mio libro su Lourdes ho spiegato qual è l’iter di riconoscimento del miracolo e nel caso di Anna non colgo anomalie rispetto agli altri  casi ma il vero problema è che tutti i casi di Lourdes sono un’anomalia secondo la prospettiva clinico-sperimentale  moderna. Il ricercatore e l’investigatore clinico moderno deve, infatti,  rispettare una serie di regole, avvertimenti, precauzioni che al tempo degli accertamenti clinici di Lourdes non venivano rispettati, a partire dagli errori sistematici di raccolta dei dati clinici (bias) riguardo i quali oggi la letteratura medica mette in guardia.

Non solo non esistevano in passato strumentazioni tecnologiche adeguate in grado di raggiungere diagnosi certe e soprattutto standardizzate ma non esisteva una disciplina epidemiologica moderna su cui costruire valutazioni prognostiche serie, con intervalli di confidenza (un parametro statistico importantissimo) accettabili.

La malattia di Anna, che non aveva comunque inesorabilmente esito infausto (come è stato scritto dai giornali) dato che la S. di Bouillaud non è altro che il Reumatismo Articolare Acuto (RAA) o Malattia Reumatica (trattato con efficacia in milioni di casi in tutto il mondo con penicillina, aspirina e corticosteroidi) mostrava in passato una prognosi molto variabile che poteva condurre a morte in età pediatrica oppure minare molto lentamente la salute, permettendo talora una vita quasi regolare fino in età avanzata.

Il fatto che Anna fosse arrivata fino a 41 anni suggerisce che la sua condizione non era tra le più gravi e la prognosi non era stata valutata in termini oggi accettabili.

Quanto alla clinica, da sempre  i medici trovano discrepanze talora notevoli tra la sintomatologia, che può apparire drammatica, e i risultati strumentali e di laboratorio e nel dubbio si dà credito a questi secondi e non alla prima nel formulare la diagnosi di gravità e la valutazione prognostica.

Ma nel 1952  c’erano pochi strumenti attendibili per una valutazione che eliminasse tutti i problemi derivanti dalle interferenze sistemiche e statistiche sui tests clinici (ricordiamoci gli avvertimenti di Bayes). Infatti, il RAA, malattia dovuta ad un batterio, uno streptococco beta localizzato nel faringe, colpiva in prevalenza il cuore (soprattutto l’endocardio con problemi alle valvole cardiache e il miocardio) e le articolazioni (che si infiammavano e si gonfiavano per i versamenti intracapsulari) e portava a morte soprattutto a causa di gravi anomalie delle valvole.

La malattia risentiva molto delle condizioni igieniche, dell’alimentazione, della salubrità del clima e delle abitazioni e poteva essere curata con cortisonici, aspirina (esiste dal tempo degli Egizi) e penicillina (preparato industrialmente già nel 1946 in USA), farmaci disponibili certamente in Italia e in Francia nel 1952 (che cosa venne fatto ad Anna in quei 3 giorni di ricovero all’ospedale a Lourdes?).

Il RAA è oggi chiamato in modo diverso e viene inquadrato tra le malattie del connettivo:  la PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia)  la considera una patologia con componente psicosomatica. La prognosi del RAA avrebbe potuto essere pronunciata in modo attendibile (sensibilità dei tests accettabile) solo con le moderne tecnologie, come l’ecocardiografia, che valutano i volumi e le pressioni delle cavità cardiache e parametri come la Frazione di Eiezione (la gittata sanguigna del cuore) che una volta, negli anni 50, veniva calcolata con strumentazioni come il fonocardiogramma, la manometria invasiva (cateterismo cardiaco) e altre metodiche oggi abbandonate dalla medicina perché troppo grossolane e che comunque allora sapevano eseguire bene in pochissimi ospedali. Vi sono poi altre considerazioni.

– Come ho ripetuto molte volte nel mio libro, quando una malattia possiede una elevata prevalenza (frequenza nella popolazione), la sua distribuzione gaussiana consente la realizzazione di fenomeni statistici di “coda” molto numerosi, cioè eventi molto lontani dal comportamento medio: un certo numero di guarigioni inaspettate, considerate straordinarie (i miracoli!) e un certo numero di morti precocissime (di cui nessuna Chiesa parla e nessuna Lourdes usa per fare confronti statistici e calcolare test di significatività statistica… i cosiddetti anti-miracoli o miracoli mancati!).

– Gli accertamenti di guarigione di Lourdes sono sempre confronti tra condizioni cliniche “prima e dopo”  ma le lunghe attese per avere una valutazione clinica seria (la prima visita di una équipe medica ben preparata arriva spesso un anno o anche più dopo i presunti fatti di guarigione) inficia l’attendibilità del confronto, come ben sanno i medici sperimentalisti di oggi, a meno che tutti i referti clinici siano assolutamente certi e privi di alcun dubbio, condizioni spesso impossibili da rispettare  ancora oggi, figurarsi nel 1952. L’esame cardiologico recente del 21/09/05  ha confermato una condizione clinica di salute cardiaca attuale e niente altro. La vera condizione anatomo-patologica e strumentale della malattia non era definibile al tempo della guarigione con attendibilità, non certo secondo i criteri di oggi e quindi i confronti sono necessariamente aleatori.

– Della visita del 1952, eseguita a Torino dal Dott. Dogliotti, definito eminente cardiologo, non posso dire molto ma ogni buon medico deve fare un’anamnesi (storia clinica) prima di ogni visita e con ciò venire a sapere dei precedenti: come mai  viene detto che Dogliotti non sapeva nulla della malattia?  Il fatto che il cardiologo torinese non abbia eseguito accertamenti clinici approfonditi (ricovero ospedaliero) e abbia certificato frettolosamente lo stato di salute della paziente getta luce di dubbio e non di chiarezza, anche perché se la sua testimonianza (importantissima perché avvenuta pochi giorni dopo il presunto miracolo) fosse stata inoppugnabile, come mai  la commissione medica convocata dall’arcivescovo di Salerno subito dopo il rientro di Anna a casa non raggiunse l’unanimità di giudizio? Evidentemente i dubbi nostri di oggi, erano stati sollevati da medici competenti di 50 anni fa che non erano stati convinti sui diversi aspetti dell’intera vicenda.

– Il credente nella sovrannaturalità del miracolo accusa spesso il non credente di essere scettico oltre misura e di non arrendersi pregiudizialmente all’evidenza della presenza di Dio nel mondo. E’ un’accusa destituita di fondamento,  non solo perché un miracolo non è necessariamente prova della presenza di Dio nel mondo (e se fosse un demone o uno spirito non divino o qualcos’altro a favorire i miracoli?) come testimonia la fede di molti, anche vescovi e cardinali, non credenti nei miracoli ma, soprattutto, perché non esiste in termini logico formali lo scetticismo “oltre misura”. Come si può parlare poi di atteggiamento dubitativo  irrazionale proprio a noi italiani che non riusciamo a vedere risolto un caso giudiziario importante (Ustica, treno Italicus, stazione di Bologna, Piazza Fontana a Milano, ecc.) allorquando gli interessi in gioco sono enormi, come possono essere quelli della difesa di un dogma religioso che muove milioni di fedeli nel mondo insieme ai loro portafogli? Come possiamo credere nella sincerità dei testimoni che anelano al miracolo e che, sebbene inconsciamente, perpetrano l’autoillusione e l’autoinganno? Come possiamo accettare passivamente il verdetto delle autorità  ecclesiastiche che da millenni mentono sapendo di mentire (è esistito veramente il Cristo? Dov’è nato e vissuto veramente? Perché sono stati inventati l’inferno, il purgatorio, con cui sono stati terrorizzati milioni di uomini nel mondo? ecc. ecc.) Fin quando si adotta la prospettiva di fede e non quella critica, non si fa alcun servizio  alla ricerca  della verità delle cose. La fede (=fiducia) può essere atteggiamento positivo ma racchiude l’intrinseco rischio di condurre a una visione orientata della realtà, una visione monocorde e spesso intollerante.  Si permetta, perciò, a noi laici che non abbiamo pregiudiziali religiose, di indagare con atteggiamento critico i fenomeni religiosi, inclusi i presunti miracoli. D’altra parte, come conferma anche il “miracolo” di Anna Santaniello, motivi per dubitare ne esistono molti, incluso quello che verte intorno alla domanda: “perché il  vescovo di Salerno negli anni 50 ha deciso di tenere nel cassetto il fascicolo di Anna per 40 anni mentre un vescovo del 2005 decide di tirarlo fuori, proprio oggi, in quel XXI° secolo che così tanto “scarseggia”  di “miracoli” di guarigione (quelli di statue invece ce ne sono a iosa),  anni in cui milioni di pellegrini continuano ad andare a Lourdes (che business!) senza vedere riconosciuto ufficialmente un miracolo da molto tempo?”  Va bene la prudenza della chiesa e il rispetto della regola che occorre essere certi della persistenza della guarigione miracolosa, ma 50 anni non sono un po’ troppi considerando che per altri miracoli si sono aspettati 15 – 25 anni? Dobbiamo, forse, sospettare che nei “cassetti” siano nascoste altre guarigioni miracolose pronte ad essere riesumate al momento buono, forse per il prossimo papa, dato che un papa senza miracolo di Lourdes parrebbe essere un papa incompleto?

Infine, anche ammettendo che la Vergine interceda per i malati (etsi virgo daretur, come se la Vergine fosse data, esistesse veramente) come possiamo non dubitare della natura sovrannaturale di guarigioni che la Chiesa di Roma usa e manipola soggettivamente, senza la verifica scientifica di commissioni davvero critiche?  Purtroppo sono ormai tante le prove accumulate da moltissimi studiosi a conferma che la  Chiesa da 2000 anni manipola le verità storiche e i fatti a proprio vantaggio, senza tante remore né scrupoli, come confermano anche le guarigioni di Lourdes, mai nitide, mai senza ombre, mai monde da sospetti.


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