Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

        Sul finire del Primo Millennio l’Italia era territorio di conquista per i più differenti eserciti. Risultava frammentata in diversi possedimenti che andavano cambiando abbastanza frequentemente e rapidamente. Alcuni principati, sia al Sud che al Nord d’Italia, si erano fortificati e sembrava dovessero diventare stabili. Vi era poi una forte presenza longobarda a Nord e normanna al Sud. La Chiesa continuava a ricercare il miglior protettore che comunque non doveva discuterne l’autonomia. Il tutto era però diretto da varie potenze straniere, alcune delle quali declinavano ed altre emergevano. Tra queste vi erano le potenze imperiali franca e bizantina, la prima delle quali sostituita o appannata dalla potenza germanica.

        La situazione è ben illustrata dalle seguenti carte geografiche:

         Cammarosano racconta nel modo seguente come si iniziò a porre la questione islamica:

         In questa mobile situazione … si impose il nuovo fatto, destinato a produrre una svolta drastica alla situazione politica d’Italia e ad accentuarne la frammentazione politica: l’espansione islamica.

 
       Sino dagli inizi del secolo VIII i Saraceni(1) d’ Africa avevano compiuto incursioni in Sicilia e in Sardegna, con assedi di città, razzie di tesori e di persone, estorsione di momentanei tributi: sollevazioni dei Berberi e pestilenze, e certo anche una difesa bizantina ancora efficace, avevano impedito che quei raids si consolidassero in operazioni di conquista. Ma nel secondo quarto del secolo IX gli eserciti islamici iniziarono una pressione militare continua, mirando allo stanziamento e al dominio politico, e concentrando sulla Sicilia il loro sforzo. L’obbiettivo erano come di consueto le città. Palermo fu presa nell’831 e sarebbe diventata la capitale della colonia musulmana di Sicilia, formalmente dipendente dall’ emirato aglabita d’ Africa [situato nell’odierna Tunisia e con capitale l’antica Kairouan (Qayrawan), ndr] ma con la fondamentale tendenza di sovranità che caratterizzava oramai da tanto tempo ognuna delle regioni sulle quali si estendeva l’Islam. Poi gli Agareni(1) (come sono detti nei testi latini) combinarono una logorante e incerta guerra nell’isola con puntate frequenti sul continente, impadronendosi di Taranto nell’836, incendiando Brindisi nell1’838, ponendo loro teste di ponte ad Agropoli e verso la foce del Garigliano, devastando la Campania e la Calabria, saccheggiando le Puglie negli anni 840-870. Bad, assalita una prima volta fra 840 e 841, fu occupata stabilmente nell’847 e sarebbe divenuta base delle gesta di Sawdan, il capo musulmano più celebrato per ardimento, ferocia e scaltrezza nelle narrazioni cristiane del tempo. Nel maggio dell’878 cadeva finalmente Siracusa, la città più importante di Sicilia e quella per la quale più a lungo si era combattuto.

 
        Nelle cronache del tempo l’avvento islamico, sia in Sicilia che nel continente, fu spesso ricondotto alle sollecitazioni di maggiorenti locali, ambiziosi, ostili alla corte bizantina, o comunque in lotta con altri potenti. Quello dell’invasore chiamato proditoriamente a sostegno dei propri appetiti, e poi divenuto padrone, è uno stereotipo plurisecolare. Ma come ogni stereotipo ha una radice nelle cose, e non c’è dubbio che i non numerosissimi ma valorosi eserciti arabi e berberi fossero considerati possibili alleati da parte di personaggi e di clan del Mezzogiorno bizantino e beneventano nel loro endemico conflitto per il potere politico. Di fronte all’intervento saraceno nel Mezzogiorno le aristocrazie del principato beneventano non organizzarono una comune difesa, e si incrementarono anzi le loro lotte interne. […]


        Se la pressione dei Saraceni non impedì, anzi contribuì ad accentuare la divisione politica e i conflitti interni dei territori meridionali, essa suscitò d’altro canto nuovi impulsi di intervento dall’ esterno. Sia in Sicilia che nelle Puglie i guerrieri islamici si trovarono a più riprese di fronte dei contingenti veneziani, protagonisti di effimeri successi quale ad esempio un recupero di Taranto. Ma fu soprattutto l’ambiente franco a ritrovare uno spazio di intervento. Due serie di fatti apersero questo spazio. Anzitutto la chiusura, nell’843, del lungo e sanguinoso conflitto che aveva opposto fra loro i nipoti di Carlo Magno per la successione imperiale e per la spartizione di regni e città dell’impero. Poi una impresa saracena che suscitò particolare sgomento e clamore: il saccheggio della basilica romana di S. Pietro nell’ estate dell’846.

        Senza un’organizzazione militare ed una flotta a disposizione risultava molto difficile contrastare incursioni improvvise e sempre più massicce in imprecisati territori (con una scorribanda, nell’841, fu incendiata Capua). Episodicamente si poteva avere un qualche successo come quando nell’871 il franco Ludovico II riuscì a strappare Bari all’occupazione saracena. Ma Ludovico fu fatto arrestare (morì poi nell’875) per altre vicende dal principe di Benevento Adelchi ed i Saraceni ripresero a fare razzie: gli attacchi da Saraceni stanziati in Puglia riguardarono le coste dalmate; nell’878 Siracusa fu conquistata dai musulmani; nell’880 fu distrutto l’eremo di Montecassino e saccheggiata la cittadina di San Vincenzo al Volturno; … Come già detto si tratta di un quadro intricatissimo di guerre e devastazioni, di alleanze composte, violate e ricomposte, attraverso le quali si inserivano vari conquistatori, non ultimi i Saraceni. Sul finire del IX secolo avevano conquistato quasi tutta la Sicilia (resistevano ancora Taormina, che cadrà nel 902, e Rometta, che cadrà nel 963. Da qui partirono assalti, oltreché a coste italiane, a possedimenti francesi e bizantini. Particolarmente di mira furono prese Creta, Cipro, Sardegna e Corsica dove giovani, donne ed uomini furono catturati per essere immessi nel mercato degli schiavi. Questo stillicidio del terrore fu per qualche tempo fermato da una iniziativa di Papa Giovanni X e del Re d’Italia Berengario insieme ad altri principi del Sud (Capua, Salerno e Benevento) che nel 915 scacciarono i Saraceni dal Garigliano.

        Si andò avanti così per anni finché non si fece strada l’idea di tagliare alla radice questa calamità. Già sotto Gregorio VII vi era stata una pre-crociata (1081) guidata dal normanno Roberto il Guiscardo che, per la prima volta nella storia, ebbe il permesso dal Papa di issare la croce come simbolo di un esercito. Altra pre-crociata fu appunto quella che nacque sotto Papa Vittore III (1087) e fu realizzata da una coalizione di Repubbliche Marinare, con particolare impegno pisano. Le cronache di Montecassino raccontano che questa spedizione fu promossa da Papa Vittore III, il benedettino che proveniva da quel monastero. Cronache arabe e normanne aggiunsero particolari di tipo economico: i pisani ebbero dall’emiro Tamîn una forte somma di denaro perché lasciassero liberi i territori tunisini che avevano occupato ed in particolare la città di Mehdia, roccaforte della flotta saracena, che era stata conquistata e saccheggiata. Con il bottino di guerra fu costruita la cattedrale di Pisa. E erano anche iniziate da parte di Gregorio VII altre gestioni del problema Islam. Poco oltre il 1070 Gregorio scrisse ai principi (Aragona, León e Navarra) che operavano (o erano in procinto  di farlo) alla Reconquista dei territori spagnoli occupati da islamici ricordando loro che il Regno di Spagna era pertinenza di San Pietro in base ad un antico e consolidato diritto (Gregorii VII, Registrum, I, 7). Naturalmente non spiegava l’origine di tale diritto supponendo che esso discendesse ancora dalla falsa Donazione di Costantino e (forse) dalla cessione della penisola iberica ai Visigoti (411), completamente cristianizzatinel 589(2). La questione fu ripresa da Papa Urbano II che sollecitò a più riprese i Re cristiani alla riconquista di terre in mano islamica. A tal fine, nel 1090, convocò un Concilio a Tolosa nel quale venne deliberato di inviare una delegazione a Toledo perché vi fosse restaurato il Cristianesimo. Intanto, nel corso dell’XI secolo i Normanni (un misto di scandinavi, danesi e tedeschi) avevano occupato la Sicilia scacciando i Saraceni. Ed i Normanni divennero una forza molto importante con la quale fare i conti dopo che si furono insediati in Normandia (X secolo) dove si convertirono al Cristianesimo ed in Inghilterra, resto della Francia ed Italia Meridionale (XI secolo). Il secolo XI vide una generale decadenza della spinta propulsiva che gli arabi avevano avuto a partire dai tempi di Maometto (VI secolo). A tale declino si accompagnò però l’avanzata tumultuosa di popolazioni di origine mongola, i Turchi, convertiti all’Islam nel secolo X ed arrivati al Mediterraneo attraverso la conquista di: Persia, Mesopotamia, Siria, Palestina e Gerusalemme (1070), luoghi santi, ed attaccando a più riprese ciò che rimaneva dell’Impero Bizantino (sconfitto duramente nel 1071 nella battaglia di Manzicerta). Già nel 1073 Gregorio VII si fece promotore di una spedizione contro i Turchi che non ebbe seguito per le violente lotte che i cristiani amavano fare tra loro, questa volta per le investiture e per lo scontro in atto tra il Papato ed Enrico IV, il giovane Imperatore del Sacro Romano Impero.

        E’ utile, a questo punto, accennare al Millenarismo. L’avvento di quell’anno era presagio di molte sciagure tra cui la fine del mondo ed il giudizio universale. Ciò riportò molti ad abbracciare la fede con la speranza della salvezza e con la fede riprese l’ascetismo.

IL MILLENARISMO

        Dopo oltre 600 anni impiegati in questioni teologiche puerili e tutte relativa a come considerare Gesù, a costruire falsi documenti atti non già al trionfo del messaggio evangelico ma per accrescere sempre di più il potere temporale, arriviamo a superare un anno fondamentale per il futuro dell’umanità, il Mille. Tutti i profeti, gli asceti, gli eremiti, i bigotti predicavano la fine del mondo. Nascevano nuove religiosità e sembrava si tornasse ai tempi in cui Gesù sollecitava tutti a comportarsi bene perché la fine del Mondo ed il Giudizio Universale erano vicini (poi, visto che il Mondo non finiva, fu spiegato da saggi teologi che i tempi di Dio sono diversi da quelli degli uomini e da qui era nata la confusione, anche se viene da chiedersi “di chi ?“).

 Non tutti gli eventi che chiudevano il millennio ed aprivano il nuovo erano orrori, qualcuno tentò una riforma che riportasse le cose su un binario quantomeno di onesta moralità. Si tratta dei monaci benedettini del Monastero di Cluny o almeno della fortunata coincidenza di avere di seguito ben sei abati che lavorarono con successo, se non altro momentaneo allo stesso fine di riforma. Iniziò l’abate Bernone (850-927) nel 909, nella villa di Cluny regalatagli da Duca Guglielmo I d’Aquitania, a intraprendere il cammino del recupero degli ideali monastici, corrotti da secoli di turpitudini; seguì Oddone (879-943); quindi, di seguito, Mayeul (948-995), Odilone (961-1049), Ugo (1024-1109), Pietro il Venerabile (1092-1156), tanto spiritualmente ispirato da Dio da definire gli ebrei cani rognosi e luridi porci (come del resto farà anche San Bernardo da Chiaravalle che incontreremo più oltre) e da essere fatto santo. Una osservazione può rendere conto di uno degli elementi di forza di queste persone. Mentre venivano portati avanti gli ideali di Cluny da sei persone che si successero con continuità di pensiero, a capo della Chiesa si alternarono ben cinquanta Papi, ognuno dei quali marciante per suoi interessi e crimini particolari. Questi monaci partivano dalla volontà di riformare ma in realtà tentavano di aggiornare la regola di San Benedetto ai tempi che correvano che distavano 400 anni dalla formulazione iniziale. Uno degli aggiornamenti più importanti, dopo il ritorno alla regola di San Benedetto, prevedeva che il Monastero non dipendesse più dai potentati locali ma direttamente dalla Chiesa di Roma nella persona del Papa (qui le intenzioni erano ottime ma il rischio di cadere in mano ad un delinquente era fortissimo). Ma l’aggiornamento che rompeva con la regola di San Benedetto era il non tener conto quasi del tutto della parte della regola che imponeva il lavoro ai monaci. Comunque, in questi tempi di totale corruzione, i cluniensi volevano riportare la chiesa alla purezza dei tempi antichi e parlavano di castità, di pietà, di disciplina. Questo risultava essere un linguaggio nuovo che faceva presa sugli spiriti più nobili della chiesa. I monaci di Cluny si fecero subito fama di persone serie e davvero dedite ad operare per il bene del prossimo, rappresentando il vero ideale di vita monastica. Fattasi questa fama, come era costume dell’epoca, molti cittadini che intendevano salvare la propria anima accudivano con fervore a Cluny. E’ naturale che andassero a Cluny anche un’infinità di donazioni di coloro che intendevano la salvezza dell’anima come un mercimonio. In tal modo il Monastero divenne ricchissimo e mantenne le ricchezze perché la regola non prevedeva il dilapidare o il vivere nel lusso ma pregare e lavorare. Per ciò che riguarda l’influenza di Cluny sul Papato, occorre osservare che quando la chiesa fu messa sotto tutela dall’imperatore nel X secolo il loro messaggio non si limitò più all’aspetto spirituale e morale della chiesa, ma divenne un programma di riforma generale.

        Come già accennato la fine del millennio aiutò indirettamente la crescita di Cluny per la cattiva coscienza dei ricchi padroni che si recavano imploranti perdono dove riconoscevano vi fosse la vera dedizione a Dio. In quell’epoca venivano recuperati dall’oblio tutti i vecchi testi apocalittici che ruotavano intorno al Vecchio Testamento, come il Libro di Daniele, o Apocrifi del Nuovo Testamento o l’Apocalisse di Giovanni. Una vera sarabanda dell’orrido dominata dall’Anticristo e dalla nuova speranza della Seconda Venuta del Messia sulla Terra. Gli avvenimenti naturali andavano su quella strada: epidemie disastrose avevano decimato la popolazione d’Europa, eventi meteorologici avevano distrutto campi e città, le piaghe bibliche erano tutte lì, non ultima la corruzione ed il crimine dilagante proprio alla testa della Chiesa. Molti esaltati annunciavano visioni bibliche di combattimenti celestiali, di apparizioni di dragoni in lotta con i santi, … La fine del mondo era annunciata con profezie che si intrecciavano con numeri tratti dalla Cabala: sarà il 1000 ? o il 1033, l’anno 1000 dopo la Passione ? o quell’altro anno perché era significativo di quell’evento ? o quell’altro ? Nel 975 venne avanzata una data certa per il Giudizio: nell’anno in cui il Venerdì Santo sarebbe coinciso con la festa dell’Annunciazione, quando cioè Cristo sarebbe stato concepito il giorno della sua morte. Questa data era il 992 anche se qualcuno osservò che la circostanza si era già verificata nel 908 senza fine del mondo. Ogni cialtrone si guadagnava da vivere con le sue profezie ma la Chiesa incassava perché, anche se i suoi rappresentanti erano delinquenti, quella sembrava la via per il Signore. Le donazioni si moltiplicarono accompagnate da un ben preciso contratto che indicava il fine della medesima: Mundi Termini appropinquanti

        La Chiesa di Roma, che traeva enorme profitto da tali credenze e superstizioni, non ne traeva lezioni di moralità, anzi … Il millennio che si chiudeva, come raccontato, con alcuni Papi implicati in vicende che dire riprovevoli è un dolce eufemismo.

        Più in generale, alla fine del millennio il Papato era quasi alle dipendenze assolute di alcune famiglie nobili di Roma e dintorni. Questa nobiltà aveva occupato il soglio pontificio con suoi rappresentanti, senza alcun merito dottrinale, ma solo per godere degli enormi vantaggi che quella posizione offriva. Ed a questa Chiesa sarebbe dovuto arrivare il messaggio di rigore proveniente da Cluny che avrebbe significato, in termini dottrinali, che non era la Chiesa a dove dipendere dall’Impero, qualunque esso fosse, ma l’Impero dalla Chiesa. Sembravano discorsi al vento. Chi mai avrebbe potuto raccogliere tale sfida in una Chiesa dominata da delinquenti ?

 Dal punto di vista politico la situazione, sul finire del millennio era la seguente. Nel 983 Roma stava collassando istituzionalmente. L’Impero Carolingio, che reggeva il Sacro Romano Impero, era collassato sul finire del IX secolo con uno dei discendenti debosciati di Carlo Magno, Carlo il Grosso(2’). Mentre la monarchia francese, privata del potere Carolingio, divenne del tutto inconsistente, mentre in Italia si succedevano per periodi brevissimi vari Re fantoccio dei papi in piccoli regni che mutavano continuamente confine, mentre accadeva tutto questo l’Impero d’Occidente si ricompose in Germania intorno alla famiglia degli Ottoni, fondatrice della dinastia sassone. Ottone I il Grande con un’accorta politica riuscì a sottomettere la Chiesa trasferendo l’amministrazione dei suoi beni al potere centrale e interferendo nella nomina dei vescovi e degli abati. La Chiesa divenne uno strumento di potere con il quale Ottone riuscì ad unificare Germania (con estensioni verso Est ed interferenze in Francia da cui fu sottratta la Borgogna) ed Italia, qualcosa di meno dell’Impero carolingio ma comunque l’unico baluardo ai particolarismi ed alle minacce esterne. Ottone I fu incoronato da Papa Giovanni XI nel 962 a Roma

Il legame cercato con la Chiesa era funzionale almeno per due aspetti: da un lato è sempre stato utile tenere buoni rapporti con questa Istituzione in grado di muovere o meno dei consensi; dall’altro si sentiva una urgente necessità di moralizzazione del clero divenuto in gran parte gaudente, sbandato, lussurioso ed ultramondano. A tale scopo era necessario il sostegno del Papa, Giovanni XI (che certo non brillava per morigeratezza ed esempio), di un papato anch’esso tutto da moralizzare, ma anche una iniziativa dal basso con la fondazione da parte del Duca Guglielmo di Aquitania del Monastero benedettino di Cluny (910), divenuto in seguito il centro europeo per attuare la riforma monastica.

Nel 962, come accennato, si ebbe la fondazione canonica del Sacro Romano Impero romano-germanico. Alla testa di questo alla morte nel 973 di Ottone I, successe il figlio, Ottone II (973-983). E proprio alla morte di Ottone II, quando aveva 28 anni, si registrava il collasso di Roma. Questo Imperatore lasciava un erede di soli 3 anni, Ottone III, ed in simultanea era eletto Papa Giovanni XIV (983-984), una persona assolutamente non gradita alla fazione che puntava sull’antipapa (già eletto in passato per breve tempo nel 974, poco dopo la morte di Ottone I) Bonifacio VII (984-985) legato alla potente famiglia romana dei Crescenzi imparentata con i Teofilatti(3). Tra l’altro questo antipapa, secondo alcune cronache del tempo, sarebbe stata la persona che avrebbe strangolato in carcere il Papa Benedetto VI. Questo sarebbe stato il motivo del suo allontanamento forzato da Roma (si recò a Costantinopoli) per salvarsi dal linciaggio. Le stesse cronache del tempo raccontano che Bonifacio VII scappò anche a un’accusa di stupro con cui disonorò una giovane e che si portò appresso i tesori della Chiesa. Quando tornò a fare l’antipapa nel 984 avrebbe chiuso il suo rivale Papa Giovanni XIV nelle segrete di Castel Sant’Angelo lasciando che morisse di fame (altri affermano che fu avvelenato). Anche questa volta vi furono aspri scontri tra differenti fazioni e gli stessi Crescenzi abbandonarono il sostegno a questo antipapa. Alcuni riuscirono a catturare Bonifacio VII che fu prima martoriato, quindi trascinato cadavere come trofeo per le vie di Roma fino a lasciarlo smembrato sotto la statua di Marco Aurelio. A Giovanni XIV i reggenti di Ottone III fecero seguire l’elezione di Papa Giovanni XV (985-996) che risultò un accaparratore di denaro, un nepotista e delinquente che in definitiva faceva addirittura rimpiangere Bonifacio VII. Questa volta fu il popolo romano che lo attaccò in ogni modo finché Giovanni non dovette chiedere aiuto all’Imperatore Ottone III che approfittò del viaggio per essere incoronato per portare aiuto ma, prima di arrivare a Roma, si venne a sapere che Giovanni era morto (non si sa se era morto davvero o che fine avesse fatto). Poiché Ottone era arrivato ed il nuovo Papa tardava ad essere eletto, fu lo stesso Ottone III che impose Papa Gregorio V (996-999). che subito unse Ottone III e lo incoronò imperatore (aveva 16 anni). Appena Ottone se ne fu andato, i romani si ribellarono al Papa che dovette fuggire da Roma lasciando il posto ad un antipapa eletto ancora dai Crescenzi che aveva come capostipite Crescenzio, Giovanni Filagato, con il nome di Papa Giovanni XVI (997-998). Di nuovo Ottone III scese in Italia e fece arrestare l’antipapa. Gli furono strappati gli occhi, gli tagliarono il naso, la lingua e le orecchie, quindi fu gettato in galera fino a farlo partecipare in queste condizioni ad un Concilio a cavallo di un asino. I suoi sostenitori furono decapitati ed appesi come monito ai merli di Castel Sant’Angelo (tra di essi anche Crescenzio). Fu a questo punto che Odilone, abate di Cluny, intervenne su Ottone III. Con tutta la forza morale della sua persona consigliò l’elezione al soglio pontifico di Gerberto d’Aurillac, un monaco di 45 anni di eccezionale preparazione in tutti i campi del sapere ispiratasi anche all’esempio di Cluny.

         Questo grande personaggio che fu anche eccellente matematico ed astronomo, merita un minimo di attenzione. Gerberto nasceva nel 950 ad Aurillac nell’Aquitania francese. Era di umili origini e per poter studiare, come tutti facevano, a soli 13 anni entrò in convento nella sua città. Nel 967 un nobile di Barcellona (che faceva allora parte del regno carolingio trovandosi al confine con la Spagna araba), il conte Borrell, fece visita al monastero di Aurillac e l’abate gli chiese di portare con sé il fanciullo per farlo studiare in modo più adeguato a Barcellona. Borrell portò il ragazzo con sé e lo affidò prima al monastero di Santa Maria di Ripoll (in cui si erano fatte traduzioni dall’arabo al latino di testi classici di geometria e di trattati arabi su alcuni strumenti) e quindi lo fece studiare proprio a Barcellona. Fu qui che Gerberto, non disdegnando il diritto e la politica, ebbe importantissimi contatti con il mondo islamico confinante e fu qui che, contrariamente a tutti i suoi contemporanei, maturò vivi interessi per la matematica e l’astronomia. Vi sono documenti che attestano una sua richiesta da Ripoll ad un amico di Barcellona di un certo trattato di astrologia ed anche successivamente (984) di una sua richiesta al vescovo Mirone di Gerona del trattato De multiplicatione et divisione numerorum di un certo Giuseppe Ispano. Nel 969 il conte Borrell fece un viaggio a Roma e si fece accompagnare da Gerberto. Vi fu un incontro tra Borrell, Papa Giovanni XIII e Ottone I nel quale il Papa convinse Ottone I a prendersi Gerberto come istitutore di suo figlio, il futuro Ottone II. Fu l’inizio di una folgorante carriera che vide prima Gerberto fare da insegnante al giovane Ottone II, quindi Gerberto che Ottone invia a studiare alla scuola della Cattedrale di Reims dove divenne prestissimo insegnante. Intanto Ottone II era diventato Imperatore fatto che gli permise di nominare Gerberto abate del monastero-abbazia benedettino di San Colombano (a Bobbio, vicino Piacenza), fondato dall’irlandese Colombano nel 614, che era andato in rovina per la cattiva precedente gestione. Questo monastero si dedicava alla trascrizione dei manoscritti ed in esso vi era una ottima biblioteca, in gran parte costituita da manoscritti portati dall’Irlanda da Colombano, contenente 700 codici anche in greco e tra i più antichi della letteratura latina; ma, ed è questo un vero miracolo, vi era anche un certo numero di monaci che sapevano anche leggere il greco. Da queste preziose miniere egli estrasse il materiale per realizzare i suoi studi di geometria. Nel 984 moriva Ottone II e Gerberto si trovò invischiato nelle lotte politiche per la successione. In tale occasione si trovò in contrasto (985) con Ugo Capeto che da lì a poco sarebbe diventato Re di Francia ponendo fine alla dinastia carolingia. Ugo Capeto nominò vescovo di Reims Arnolfo, un suo protetto, anziché il naturale successore Gerberto. Nel 991, quando Arnolfo fu deposto perché sospettato di aver tramato contro il Re, Gerberto fu nominato vescovo. Ma a Reims vi fu opposizione a tale nomina tanto che dovette intervenire un sinodo di vescovi che nel 985 dichiarò Arnolfo non decaduto e quindi Gerberto non nominabile vescovo. A questo punto fu la famiglia degli Ottoni ad intervenire. Ottone II era morto nel 983 ed all’età di soli 3 anni era stato incoronato imperatore suo figlio Ottone III. Gerberto fu chiamato per fare il precettore di Ottone III. Intanto saliva al trono pontificio Gregorio V, cugino di Ottone III, che nominò subito (998) Gerberto arcivescovo di Ravenna. Alla morte del Papa nel 999, grazie al Privilegium Othonis del 962 per il quale l’elezione papale doveva avvenire soltanto con il consenso dell’Imperatore del Sacro Romano Impero e alla presenza di suoi rappresentanti, Ottone III fece nominare Gerberto Papa con il nome di Silvestro II (Gerberto cercava di avere un nome meno germanico e più latino ed approfittò anche per farsi successore ideale del Papa dell’epoca di Costantino il Grande). Fu un Papa molto efficiente e lavorò per cristianizzare l’est e per fare alcune riforme monastiche sulla strada aperta da Cluny. Fu il primo Papa che iniziò a pensare alla liberazione della Terra Santa con crociate. Ma non fu il primo Papa a finire probabilmente avvelenato (pratica molto spesso utilizzata in Vaticano) nel 1003. Nel 1001 vi era stata una sollevazione di Roma contro Ottone III e contro Gerberto che si sapeva essere una creazione del primo. I due si rifugiarono a Ravenna ed Ottone fu ucciso in una delle battaglie per la riconquista della città (1002). Gerberto tornò a Roma in condizione di totale sottomissione ai vari potentati della città e, appunto, si sospetta un suo avvelenamento. Papa Silvestro II (999-1003) fu uno dei pochi Papi degni di essere rappresentanti di istanze superiori.

         E’ interessante leggere come il  fine millennio viene descritto da Gregorovius:

Le lunghe guerre tra la corona e la tiara avevano precipitato l’impero in uno stato di miseria indescrivibile e le passioni partigiane, contaminando tutte le sfere della società, avevano ispirato odi contro natura e causato discordie e colpe senza numero. La defezione di Corrado [il figlio di Enrico IV che, disgustato dal padre, era passato sotto la protezione di Matilde di Canossa e del papa, ndr], traditore del proprio stesso padre, non era che l’orrendo simbolo in cui l’intero genere umano, in quell’epoca, poteva riconoscere se stesso, poiché ovunque il padre insorgeva contro il figlio, il fratello contro il fratello, il principe contro il principe, e contro il vescovo si schierava il vescovo, contro il papa un altro papa. Nella vita degli uomini si operò una scissione così profonda che mai se ne era vista l’uguale nella storia; essa sembrò dilacerare il cristianesimo stesso e fiaccare la forza gloriosa dei suoi misteri. Il mondo era immerso nelle tenebre di una maledizione mortale; dove era più il Redentore, grazia e benedizione dell’uomo? Se Cristo fosse tornato allora sulla terra, con grande stupore avrebbe constatato che la religione dell’amore da lui stesso predicata si era tanto allontanata dalla freschezza delle origini da essere ormai irriconoscibile, e con meraviglia Pietro avrebbe trovato i suoi successori nell’incarico apostolico tutti indaffarati a erigere un trono cesareo sulle rovine di Roma, sopra il suo stesso sepolcro, e avrebbe sentito il pontefice definirsi Pontifex Maximus, al pari di un antico romano.

        Passato l’anno 1000 e constatato che tutto seguiva allo stesso modo vi fu una sorta di spirito di ripresa che coinvolse tutti tanto da portare l’intera Europa ad una situazione economica favorevole in connessione con la prima rottura della società feudale e l’espansione a molti piccoli contadini della proprietà terriera. In concomitanza con questa crescita economica europea iniziò una crisi della potenza orientale: sia l’Impero Bizantino che quello arabo si sfaldavano e cadevano sotto i colpi dei Turchi. E’ questa situazione di accresciuta potenza occidentale a fronte di perdita di potenza orientale che sarà alla base degli avvenimenti che prenderanno le mosse all’inizio del nuovo Millennio.

        A partire dalla fine del Millennio i cristiani di Occidente avevano iniziato a praticare pellegrinaggi in Terra Santa. Questa pratica era iniziata nel IV secolo sull’onda della visita in Terra Santa della madre di Costantino, Elena, ed aveva avuto impulso dallo stesso Costantino al fine di rendere popolare la nuova religione. In determinate epoche divenne un affare di moda il recarsi e stabilirsi in Palestina (San Gerolamo, ad esempio, che si stabilì alla fine del IV secolo in quelle terre seguito da molte ricche nobildonne romane; l’Imperatrice bizantina Eudossia, altro esempio, che per curarsi di incomprensioni a corte verso la metà del V secolo si stabilì da quelle parti con vari aristocratici di corte). In questi primi anni, ancora sulla scorta dell’operato di Elena, iniziarono le raccolte di reliquie che presto divennero un gigantesco affare per tutti con infinite truffe a latere (Eudossia avrebbe trovato, e profumatamente pagato, addirittura una immagine di Maria dipinta dall’evangelista Luca !). IN questa stessa epoca si iniziò a diffondere il culto dei santi. Esso era associato a miracoli che alcune reliquie avrebbero fatto o ad altri miracoli ottenuti per essersi recati a visitare determinate tombe. Tra i primi a sostenere la realtà dei miracoli di alcune reliquie e/o corpi di alcune persone furono i poeti Prudenzio ed  Ennodio (V secolo). E’ del tutto evidente che con lo spargersi della notizia del miracolo, molte persone si recassero in quei luoghi sia per ottenerlo, sia per appropriarsi di qualche reliquia da portare nel santuario del luogo d’origine. Il portare in patria il dito di un dato santo invogliava gli abitanti della regione in cui il dito era esposto ad andare a vedere i luoghi da cui proveniva e magari vedere l’intero corpo restante (se già non suddiviso in molti pezzi). Insomma macabri pellegrinaggi si sostituirono a quelli di semplice e pure fede. Comunque, fino alle Crociate, le reliquie più importanti della cristianità erano localizzate nei luoghi santi ed a Costantinopoli. Il pellegrinaggio subì un importante rallentamento a seguito di due fattori: da un lato l’Occidente impoverito e dall’altro le scorribande dei pirati Vandali che resero insicure le rotte. Dopo la conquista di quelle terre da parte del’Islam,  nonostante non fosse impedito dagli arabi, il pellegrinaggio restò una pratica non molto frequente per i motivi suddetti che permanevano. Inoltre l’insicurezza dei viaggi era cresciuta, per svariati cambiamenti geopolitici e per nuovi pirati arabi aggiuntisi agli altri, come era cresciuta la loro durata ed il conseguente costo. Ma intorno al 950 e 1100 ci fu un importante rinascimento religioso, sull’onda del misticismo indotto dai monasteri di Cluny e della Borgogna che fomentarono ed organizzarono molti pellegrinaggi(4) anche perché erano diventati pene canoniche inflitte a ricchi peccatori (non si indicava quasi mai la destinazione ma era il peccatore che sapeva che a maggior peccato serviva un pellegrinaggio più oneroso e così invece di Santiago de Compostela si recava in Palestina). Una facilitazione al pellegrinaggio si ebbe sul finire del X secolo, con la conversione dei sovrani di Ungheria al Cristianesimo. Ciò rese praticabile la via di terra, meno costosa anche se più lunga. Il pellegrino non si spostava quasi mai da solo ma associava a sé per il viaggio una pletora di poveri e bisognosi per espiare ancora di più a suon di denaro. L’ultimo famoso pellegrinaggio di relativa massa fu quello del 1033 in corrispondenza del millenario della morte di Gesù. Dopo questa data fu sempre più difficile raggiungere la Palestina per l’avanzata dei Turchi sia in terre bizantine che arabe. Da questo momento si moltiplicarono racconti di aggressioni e rapine sui pellegrini ed i Turchi, che avevano finalmente occupato (1076) le terre arabe di Siria e Palestina, imposero tasse elevatissime per entrare nei luoghi santi che restavano per loro una fonte d’ingresso di denaro importantissima. Episodi di intolleranza vi erano stati anche con gli arabi ma erano sempre stati marginali. Si pensi ad esempio che mentre i pagani furono costretti a convertirsi, ciò non accadde né per ebrei né per cristiani. Con i Turchi le cose peggiorarono a causa del fatto che i pellegrini erano ritenuti essere Bizantini, loro nemici acerrimi. In realtà nessuno avrebbe potuto distinguere tra quelle masse di persone quali fossero Bizantini e quali di altra etnia europea. Neanche i cristiani sapevano distinguere e quando scendevano sempre più numerosi in quelle terre si dilettavano negli eccidi di Turchi ma anche di Bizantini in quanto cristiani non ossequienti al Vescovo di Roma ma al Patriarca di Costantinopoli ma anche perché il loro sentire religioso era più vicino agli arabi che non alla Chiesa di Roma. In ogni caso i fatti di violenza sono certamente veri (e non dissimili da quanto accadeva a qualunque viaggiatore cristiano in qualunque Paese cristiano) ma sulla effettiva ampiezza e risonanza di essi molti storici sollevano fondati dubbi. Anche all’epoca la propaganda tendeva ad esaltare determinate notizie e a nasconderne delle altre e tra le notizie da esaltare vi era la ferocia dei Turchi. Comunque, in quello stesso 1055, i Bizantini si rivolsero a Venezia per chiedere aiuto contro le minacce turche al loro regno e piano piano si fece strada l’idea che anche l’Occidente cristiano nel suo insieme dovesse temere una invasione.

        Un evento straordinario era intanto accaduto tra la Chiesa di Roma con Papa Leone IX e quella di Costantinopoli guidata dal Patriarca Michele I Cerulario: nel 1054 le due Chiese erano arrivate ad una definitiva rottura consumando il Grande Scisma che era andato maturando in vari secoli su due questioni fondamentali, il Primato non riconosciuto della Chiesa di Roma e l’inserimento in Occidente della parola filioque nel Credo niceno (si tratta della natura attribuita allo Spirito Santo che nella religione ortodossa d’Oriente è “qui ex Patre procedit”, mentre nella cattolica romana è “qui ex Patre Filioque procedit“).

       Nel 1081 salì al trono d’Oriente, ormai in balia dei Turchi Selgiuchidi (dinastia turca che trae il suo nome da Seljük morto intorno all’anno 1000), Alessio I Comneno che aveva nei suoi progetti la riconquista dell’Asia Minore cosa che sarebbe stata impossibile senza l’aiuto dei regni d’Occidente. Al fine di ottenere il desiderato aiuto al piano di riconquista, Alessio I inviò degli ambasciatori in Occidente che giunsero a Piacenza nel marzo del 1095, mentre era in corso un Concilio diretto da Papa Urbano II (1088-1099). In tale consesso gli ambasciatori fecero presente la difficilissima situazione dell’Impero d’Oriente minacciato sempre più dai Turchi che già avevano conquistato grosse fette dei suoi territori. In questa occasione Urbano lanciò solo un messaggio ai cristiani italiani, franchi e normanni che li esortava ad intervenire in aiuto dei confratelli d’Oriente. Ma, come già visto nel precedente articolo, vi erano già state esortazioni del genere che sembravano sempre dettate da fatti contingenti e non da una politica precisa ed anche stavolta il tutto sembrò cadere nel nulla.

Le due figure mostrano: quella in alto l’estensione dell’Impero bizantino nel 1050; quella in basso la sua estensione nel 1095, quando gli ambasciatori di Bisanzio si recano a Piacenza.

L’ESPANSIONE MUSULMANA

Torniamo indietro di qualche secolo per ricostruire come avvenne l’espansione musulmana.

        Maometto, il Profeta, prima di morire (632) aveva realizzato la conquista di tutta la Penisola araba ed era arrivato a premere a nord sull’impero bizantino. A soli due anni dalla sua morte, nel 634, iniziò l’impetuosa espansione dell’Islam. Dopo le prime incursioni del 633-634 verso la Mesopotamia meridionale sotto il dominio persiano-sasanide ed alla Palestina del Sud sotto il dominio bizantino, iniziò l’attacco alla Siria, regione ancora dell’Impero di Bisanzio. Un esercito, guidato dal saggio ed intelligente Abū Bakr designato da Maometto come suo successore (Califfo)(5), partì da Medina. I primi scontri non furono favorevoli ai musulmani che, comandati da Khalid b. Saìid b.’As, vennero sconfitti duramente presso Damasco ad opera di un contingente di arabi cristiani, i Ghassanidi, comandati dal Theodoros, fratello dell’imperatore Eraclio. Sostituito il comandante musulmano con Abu ‘Ubayda b. al-Jarrah, i musulmani, nel 635, conquistarono Damasco e, nel 637, riuscirono a estendere la conquista su l’intera area mediorientale (Giordania, Palestina, Siria ed Iraq) ad eccezione di Cesarea che cadde (insieme ad Hayfā e Gaffa) nel 640. Tra il 636 ed il 637 l’esercito di Eraclio era stato annientato lungo le rive del fiume Yarmuk e ad Antiochia. Eraclio era in grave difficoltà soprattutto nel fronte Sud. Per far fronte all’inarrestabile avanzata nel 638 utilizzò ancora gli arabi cristiani di Al Jazira, ultima roccaforte dell’Impero bizantino, per tentare di fermare l’avanzata in territorio siriano. I musulmani inviarono subito ingenti forze verso Al Jazira e conquistarono l’intera regione nel medesimo 638. Questo fu anche l’anno della caduta di Gerusalemme.

L’Arabia nel 632, alla morte di Maometto. Da Atlante Storico

       Eraclio aveva combattuto per 30 anni contro i persiani e la loro sconfitta aveva debellato il suo esercito aprendo la strada all’occupazione musulmana. Infatti, tra il 639 ed il 641, sotto gli attacchi musulmani, dopo la Persia e la Mesopotamia bizantina da cui passarono alla conquista dell’Armenia, cadde anche l’Egitto con la decisiva sconfitta dei bizantini nella battaglia di Heliopolis (640). Questa sconfitta dei bizantini lasciò l’intero Egitto militarmente sguarnito e fece da deterrente per i nativi, i monofisisti perseguitati dai cattolici, a ribellarsi ed a cacciare i commissari di governo. Finalmente, nel 642, cadde l’intera Persia, dopo la sconfitta dell’esercito sasanide a Nihāwand e, sempre nello stesso anno, cadde l’ultima roccaforte egiziana, Alessandria(6), da dove i musulmani iniziarono ad espandersi lungo la costa del Nord Africa conquistando le principali città della Libia fino a Tripoli (643). Vi fu solo la resistenza del bizantino Conte Gregorio, governatore dei territori libici. Ma la sua sconfitta, vicino Cartagine, aprì la via alla conquista di tutto il Nord Africa. A questo punto però l’avanzata si fermò perché i musulmani iniziarono una feroce guerra civile. Nel 642 era morto Abū Bakr che aveva lasciato la guida dell’Islam a ‘Omar ibn al-Khattāb (Omar) della tribù Quraysh (suocero del Profeta) che la mantenne fino al 644 quando fu ucciso da uno schiavo persiano (sembra senza motivazioni politiche). Il califfo Omar fu considerato il più grande esponente del Califfato dei Rāshidūn, il più grande cioè dei 4 califfi (nell’ordine: Abū Bakr, Omar, Othman, Alì) che furono a capo dell’Islam nei 30 anni successivi alla morte di Maometto (dal 632 al 661). Il successore, l’altro genero del Profeta ‘Othmàn ibn ‘Affàn (Othman), del clan Omeya e della tribù Quraysh, fu designato da un consiglio costituito dagli antichi compagni di Maometto. Egli  mantenne il potere fino al 656, favorendo in ogni modo i membri del suo clan e preparando l’ascesa al potere della dinastia Omeya. Quando fu ucciso gli successe a Medina, come quarto califfo, il cugino e genero di Maometto, Alì ibn Abi Talib (Alì), rivale degli Omeya e primo Imam della comunità islamica Sciita, che resterà al potere fino al 661 (non si sa bene chi uccise Othman ma i sospetti si appuntarono su Alì che, a sua volta, fu ucciso inaugurando guerre civili a ripetizione in ogni regione conquistata). A Damasco, dopo scontri armati a Siffin tra i seguaci di Alì ed i sostenitori dell’assassinato Othman e dopo la cacciata di Alì che si rifugiò nell’odierno Iraq, venne proclamato califfo (660) il governatore della Siria e cugino dello stesso Othman, Muhawiyah, ancora del clan Omeya della tribù Quraysh, proclamatosi califfo dell’intero Islam alla morte di Alì nel 661 e restato al potere fino al 680 (da notare che la Umma musulmana, il centro di potere musulmano, con la morte di Alì e l’ascesa al potere di Muhawiyah, passò da Medina a Damasco). Come è facilmente intuibile, da questo momento, iniziarono lotte di potere che creeranno fratture tra musulmani, a cominciare dall’odio che si iniziò ad insinuare tra persiani e turchi (anche Aisha, che aveva condannato l’assassinio di Othman, fu nemica implacabile di Alì e dei figli avuti con Fāţima, la figlia di Maometto, per aver consigliato a Maometto di ripudiarla). I persiani, sciiti cioè settari, hanno aggiunto alla religione dell’Islam un atto di fede che così recita: se Maometto è il profeta di Allah, il suo compagno Alì ne è il vicario, mentre gli altri successori sono degli usurpatori. Gli Sciiti, più in generale, ritengono che solo i discendenti diretti di Maometto possono essere assunti come califfi dell’Islam ed in tal senso il califfo omayyade Muhawiyah  è il primo usurpatore. I Sunniti, l’altra importante fazione islamica (delle tante che ne seguirono), sono invece considerati ortodossi e quindi più tolleranti perché riconoscono tutti e tre i califfi che sono succeduti a Maometto valutando come più debole proprio Alì. La rottura degli sciiti con i sunniti divenne insanabile quando il figlio di Alì e Fāţima, Hussein, che pretendeva di assumere il ruolo di califfo dell’Islam in quanto discendente di Maometto, fu ucciso e decapitato nella battaglia di Kerbala nel 680. Con l’assassinio di Alì (671), finì il califfato elettivo e iniziò la dinastia omayyade e nel 665 riprese la conquista del Nord Africa. Occorre dire che il califfo Muhawiyah fece lo stupido errore di designare suo successore il figlio Yazīd b. Mu’āwiya. Ciò metteva fine ai califfi elettivi ed inaugurava una dinastia di califfi che generò fortissimi contrasti con i musulmani ortodossi.

        Tutti gli storici concordano nell’ammettere una generale accettazione delle popolazioni all’occupazione musulmana almeno fino a circa la metà del VII secolo. Un importante contributo in tal senso lo dettero le autorità religiose che avevano preso il controllo della situazione alla morte di Eraclio (641), le autorità civili si erano dissolte e l’esercito era allo sbando. Una volta che un così vasto territorio fu conquistato in relativamente poco tempo, vi fu difficoltà di controllo tanto più da un centro come Medina che era distante e difficilmente raggiungibile. E tali autorità erano cristiani, quei monofisiti e nestoriani che non vedevano l’ora di rompere ogni legame con le assurde scomuniche di Roma. A questo punto furono i comandanti musulmani allora che presero la gestione del potere delle singole province conquistate.

        Da parte bizantina, ad Eraclio successe il figlio maggiore Eraclio Costantino (avuto con la prima moglie Eudocia) che morì di tubercolosi dopo soli 4 mesi di co-regno con il fratellastro Eraclio II, detto Eracleona (figlio della seconda moglie Martina). La repentina morte di Costantino fece sospettare all’esercito che fosse stato assassinato. Il generale armeno Valentino Arsacido si sbarazzò dei sospettati, Martina ed Eracleona, esiliandoli mutilati a Rodi. Prima di ciò, costrinse Eracleona a nominare co-imperatore il figlio undicenne di Costantino, Costante, che assunse il nome di Costantino IV, anche se nei documenti è ricordato come Costante II, che regnò fino al 668. Nei rimasugli dell’Impero romano d’Oriente, ancora lotte di potere che continuavano a sfaldarlo.

L’Impero musulmano nel 661, alla morte di Alì. Da Atlante Storico

        A questo punto dell’avanzata musulmana, ci si rese conto della necessità di avere una flotta. Questa eventualità era completamente al di fuori della cultura di un Paese sempre vissuto nel deserto e sempre servitosi di cammelli e cavalli per gli spostamenti. Fu il futuro califfo Muhawiyah, all’epoca governatore della Siria, che capì l’importanza della flotta per attaccare l’Impero bizantino nel suo cuore, Costantinopoli. Iniziò quindi a costruirla e nel 649, utilizzando gli efficienti arsenali bizantini principalmente di Siria ed Egitto (Tripoli, Tiro, Acri, Alessandria), la inaugurò con la prima spedizione contro Cipro, conquistando la capitale Costanza. Il governo di Bisanzio pagò profumatamente i musulmani per avere una tregua di tre anni durante i quali Muhawiyah rafforzò la flotta tanto che, finita la tregua, nel 654 assediò Rodi e quindi attaccò e saccheggiò Coo e Creta. La traiettoria degli attacchi puntava a Costantinopoli e da quella città si capì subito il pericolo incombente. Sulla flotta bizantina salì al comando l’Imperatore Costante II che attaccò la flotta araba (chiamata dai musulmani di Dhāt al-sawārī e dai bizantini di Phoenix) al largo delle coste della Lydia (regione nell’attuale Turchia, affacciata alla Grecia). Vi fu una drammatica sconfitta bizantina che vide anche l’Imperatore a rischio di morte. Da questa vittoria i musulmani non trassero un immediato vantaggio perché erano scossi dalle guerre civili tra loro, era scoppiata la guerra civile tra Muhawiyah ed Alì della quale ho parlato qualche riga più su. Questa volta fu Muhawiyah a chiedere una tregua a Bisanzio per ottenere la quale pagò addirittura dei tributi all’Impero. Di questo momento di debolezza ne approfittarono in Armenia dove chiesero di tornare ad avere rapporti con Bisanzio.

        Costante II approfittò invece della tregua per sconfiggere gli slavi delle province orientali dell’Impero (658) e per portare avanti una dura lotta con il Papato di Roma per come venivano eletti i Papi, senza il rispetto delle norme che volevano il parere di alcune autorità bizantine (la dura controversia era iniziata con Papa Martino salito al trono pontificio nel 649). Successivamente Costante, con l’opposizione di tutta la corte, pensò di trasferire la sede imperiale in Occidente e, dopo il tentativo di far fronte in Italia ai Longobardi (Benevento, dove fu sconfitto), dopo esser passato per Napoli e Roma, si stabilì a Siracusa, in Sicilia, dove iniziavano minacce da parte della flotta araba musulmana e dove egli pensava di fare da argine a questa imminente avanzata. In questa città vi fu una congiura di corte contro Costante che fu ucciso nel suo bagno (668). Un tal Mezezio venne acclamato Imperatore dall’esercito ma la cosa durò pochissimo perché l’esarcato di Ravenna(7) reagì con una dura repressione dei cospiratori ed usurpatori (669).

        Costantino IV, figlio di Costante, successe al trono di Costantinopoli apprestandosi a dover affrontare prove fondamentali per lo sviluppo della storia. Muhawiyah, una volta sistemate le lotte interne all’Islam, riprese gli attacchi all’Impero bizantino a partire dall’Asia Minore (663) con incursioni continue e ripetute ogni anno. L’intera regione fu devastata e gli abitanti schiavizzati. In poco tempo lo scontro arrivò molto vicino a Costantinopoli, a Calcedonia, dall’altro lato del Mar di Marmara.  Lo scontro però decisivo tra musulmani e bizantini doveva avvenire in mare dove Muhawiyah aveva già mostrato la sua superiorità. Alle precedenti conquiste delle isole di Cipro, Rodi e Coo si aggiunse quella di Chio, sempre più vicina a Costantinopoli. Nel 670 fu conquistata la penisola di Cizico ancora più vicina e che servirà da base per azioni successive. Nel 672 furono conquistati altri territori come Smirne e le coste della Cilicia che nell’insieme rappresentavano l’accerchiamento della capitale dell’Impero. Finalmente nel 674 fu posta d’assedio Costantinopoli con una flotta imponente. L’assedio durò l’intera estate poi la flotta si ritirò a Cizico. Continuò nelle estati successive fino al 678 quando una nuova arma fece la sua comparsa nelle fila dei bizantini, arma che ebbe ragione dei musulmani che furono finalmente sconfitti. Si tratta del fuoco greco, un qualcosa di micidiale, una specie di lanciafiamme che incendiava le navi nemiche e le torri d’assedio, con in più un effetto di non possibile spegnimento con acqua (una specie di iprite o napalm o fosforo bianco)(8). Oltre a questo la flotta araba, menomata da una violenta tempesta, subì un altro rovescio in mare tanto che Muhawiyah fu costretto a firmare una tregua trentennale con Costantino IV di Bisanzio, tregua durante la quale doveva pagare ogni anno pesanti tributi (monete d’oro, schiavi e cavalli) alla città vincitrice. Per la prima volta dall’apparire dell’Islam sulla scena mediterranea, i musulmani erano stati sconfitti duramente e questa vittoria, insieme a quelle successive di Leone III nel 718 e di Carlo Martello nel 732, servirono a salvaguardare l’Europa dal dominio arabo. Da questo momento l’Impero bizantino poté spostare truppe verso i Balcani e la Tracia per difendersi dalle invasioni dei barbari dell’Europa del Nord. Queste battaglie saranno portate avanti dal figlio di Costantino IV, Giustiniano II, che successe al padre, morto nel 685 all’età di 33 anni. Costui si mostrò incapace ed il suo sistema di tassazione portò all’esasperazione ed alla rivolta. Fu deposto dalla furia della popolazione che lo catturò, gli tagliò il naso e lo esiliò a Cherson, l’attuale Sebastopoli, in Crimea (695).

Il fuoco greco, disegnato in un antico manoscritto bizantino [da Wikipedia]

        Intanto, come accennato, nel 665 riprese la conquista del Nord Africa da parte musulmana che durerà fino al 689. Si cominciò con le zone più occidentali della Libia (Barqa) dove venne sconfitto un grande esercito bizantino. Nel 670 si aggiunse alle forze musulmane un altro esercito proveniente da Damasco e comandato da Uqba ibn Nafi che si situò nella località di Qayrawan (città a Sud dell’odierna Tunisi che sarebbe poi diventata la capitale della provincia islamica dell’Ifriqiya) presa come base per un’ulteriore espansione verso la Libia, la Tunisia, l’Algeria e la Mauritania (l’odierno Marocco) che si affaccia sull’Atlantico. Qui, in corrispondenza della città di Tingi, l’odierna Tangeri, l’avanzata fu fermata dal generale dei Goti, Conte Giuliano, e fu costretta a ritirarsi sui monti dell’Atlante. I successi di Uqba lo fecero rimuovere nel 673 da Muhawiyah che temeva la sua fama crescente. Fu sostituito dal comandante ‘Abd Allāh ibn al-Zubayr, un sahabi (compagno del Profeta) in quanto discendente di Abu Bakr, primo califfo, e nipote di Aisha, moglie di Maometto. Ma siamo al 680, alla morte di Muhawiyah, quando scoppiò una nuova feroce guerra civile tra i califfati di Arabia e Siria. Quattro califfi si successero in 5 anni, fino all’arrivo al potere del califfo di Damasco ‘Abd al-Malik ibn Marwān nel 685 (per un certo tempo, dal 683 al 692, vi furono due califfi che governavano su due parti in cui risultò diviso l’Impero islamico e la guerra civile continuò fino alla morte dell’avversario di Marwān, al-Zubayr proclamatosi califfo di La Mecca in quanto discendente di un compagno del Profeta. Al-Zubayr fu decapitato ed il suo corpo fu crocifisso).

        Con la fine della guerra civile riprese la conquista musulmana del Nord Africa che fu affidata ad Hassan, all’epoca governatore dell’Egitto, che dovette ricominciare dalla conquista dell’Ifriqiya, nel frattempo ripresa da Bisanzio. Vi fu però una dura resistenza bizantina che inviò truppe da Costantinopoli, navi e soldati dalla Sicilia. A questo esercito si aggiunsero i Visigoti di stanza in Hispania che temevano il grave pericolo musulmano che premeva alle frontiere sud della penisola iberica. I musulmani furono costretti a ritirarsi alla loro base di  Qayrawan. I cristiani ebbero l’illusione della vittoria e festeggiarono inneggiando i simboli della croce ma l’anno successivo i musulmani attaccarono in forze Cartagine incendiandola ed in una successiva battaglia, quella di Utica presso Cartagine, sconfissero i bizantini cacciandoli definitivamente dal Nord Africa. Siamo al 698 quando la maggior parte del Nord Africa era stato conquistata dai musulmani ai bizantini.

        Musa, un generale musulmano di origine yemenita, si incaricò di completare alcune conquiste. Nel 700 conquistò Algeri e le isole mediterranee di Maiorca, Minorca ed Ibiza e finalmente, nel 709, con l’esclusione di Ceuta (piccolo enclave nel territorio africano che si affaccia alla Hispania) difesa dal Conte Giuliano, tutto il Nord Africa era stato conquistato. L’anno successivo anche Ceuta cadde per un accordo tra Musa e Giuliano. Quest’ultimo infatti cercava l’aiuto di Musa per vendicarsi del Re dei Goti, Roderico che aveva violentato sua figlia Florinda. E sembra che questa fu la chiave che aprì ai musulmani omayyadi le terre della penisola iberica. Sempre nel 710 il generale musulmano di origine berbera Tariq ibn Ziyad conquistò Tangeri che divenne il ponte per l’invasione dell’Europa attraverso l’Hispania e nel 711 Musa inviò Tariq ibn Ziyad ad attraversare lo stretto di Jabal al-Ţāriq (Gibilterra)(9), partendo da Ceuta con navi fornite da Giuliano, ed invadere la penisola iberica. Tariq sconfisse l’esercito del sovrano iberico, Roderico dei Visigoti, che morì nella battaglia del Guadalete (luglio 711). Tariq in breve tempo conquistò le principali città della penisola (Cordova, Granada, Malaga, Siviglia) arrivando a Toledo, la capitale, nel 712, e proseguendo verso la Cantabria e Tarragona, conquistate nel 713-714(10). Nello stesso 714 Tariq conquistò Saragoza, Soria e Palencia entrando nelle Asturie fino alla città di Gijon (a questo punto Musa fu richiamato a Damasco). Caddero poi, nel 716, Logroño e Leon e Tariq arrivò fino all’Ebro. Nel 719 furono conquistate Pamplona, Huesca e Barcellona. Da qui si entrò nel territorio del Regno visigoto in Gallia con la conquista di Narbonne (720).

L’Impero musulmano nel 720, dopo il completamento della conquista iniziata da Tariq ibn Ziyad. Da Atlante Storico

L’Impero musulmano nella sua successiva espansione dal 622 al 750 (con estensione al 945). Da Atlante Storico

        Intanto a Costantinopoli erano in corso lotte violente per la successione a partire dalla morte di Giustiniano II. Si erano avuti vari deboli imperatori successivamente eliminati in un modo o in un altro. Nel 717 fu un usurpatore di umili origini del settentrione della Siria, Leone, a impadronirsi del trono di Costantinopoli con il nome di Leone III. Dalla sua terra natale, Leone era stato trasferito in Tracia con la famiglia, per fini colonizzatori dell’Imperatore Giustiniano II. Quando questo Imperatore, al quale era stato tagliato il naso, nel 705 passò per la Tracia nel viaggio che intraprese al fine di riprendersi il trono di Costantinopoli, Leone si mise al suo seguito. Giustiniano gli fu grato ed egli poté accedere agli alti gradi dell’esercito, restando al servizio dei successivi imperatori che si susseguirono fino a Teodosio III. Leone prese il potere mettendo fine alle lotte intestine durate 20 anni ed il suo regno durò fino al 741. 

        Il primo pressante impegno di Leone fu nei preparativi per l’imminente assedio musulmano a Costantinopoli. Già un suo predecessore, Anastasio II, aveva fortunatamente dato il via a imponenti fortificazioni che Leone terminò. Poco dopo infatti, sia per terra che via mare, fu lanciato l’attacco degli eserciti musulmani. Anche stavolta tutti sapevano che se cadeva Costantinopoli vi sarebbe stata l’invasione d’Europa che si sarebbe trovata senza alcuna ulteriore difesa. Anche stavolta gli arabi musulmani furono sconfitti da una serie di eventi. Innanzitutto, oltre alla resistenza delle mura, ancora il fuoco greco scagliato contro le navi assedianti, quindi l’attacco di un esercito bulgaro, infine il freddo particolare di quell’inverno aggiunto alla carestia che fece molti morti tra le fila arabe. Un anno dopo l’inizio dell’assedio i musulmani si ritirarono. Ma non terminarono le ostilità, da questo momento solo via terra. Ogni anno, a partire dal 726, vi erano attacchi continui dei musulmani con occupazioni e distruzioni di varie città vicine a Costantinopoli (Cesarea, Nicea, …). Leone riuscì a fermare tutto questo grazie all’alleanza con i Cazari del Caucaso e dell’Armenia, alleanza che sigillò anche con il matrimonio del figlio Costantino, suo futuro successore, con una figlia del Khān dei Cazari (733). Finalmente, nel 740 Leone sbaragliò completamente l’esercito musulmano nella battaglia vicino alla città di Akroinos. Era finito l’incubo. Da questo momento gli arabi attaccarono qua e là ma sempre con minore intensità e mai più puntando a Costantinopoli. Alle porte dell’Europa dell’Est erano stati fermati.

        Cosa accadeva ad Ovest, dove ormai già l’intera Hispania (a parte qualche piccolo territorio irraggiungibile a Nord, nella cordigliera cantabrica) era stata conquistata ? I musulmani sembrava potessero ormai entrare nelle pianure della Gallia senza alcuna resistenza. Già erano entrati nell’attuale Francia perché il Regno Visigoto che avevano travolto si estendeva anche in quei territori. Musa, ancora nel 714, disponeva di un imponente esercito e si preparava ad attaccare i Regni declinanti dei Franchi (i Re fannulloni Merovingi) e dei Longobardi per arrivare a Roma ad unificare il Dio Unico sugli altari del Vaticano. Come scrive Gibbon, la conquista sarebbe proseguita soggiogando i barbari della Germania. Seguendo poi il corso del Danubio fino alla sua foce, sarebbe stato possibile prendere Costantinopoli dal Nord mettendo fine all’Impero Romano d’Oriente. La corte musulmana di Damasco si insospettì di questi piani ad ampio respiro di Musa e della fama che lo accompagnava. Il califfo al-Walīd I lo richiamò a Damasco e Musa obbedì. Intraprese il viaggio di ritorno verso la Siria via terra portando con sé immensi tesori. Fu dovunque acclamato in vero trionfo fino al suo arrivo a Damasco nel 715. A Damasco una iniziale pena di morte per il presunto reato di malversazione fu tramutata in una multa e nell’allontanamento da ogni incarico pubblico, finché nel 716 non fu assassinato. In Hispania, a Musa seguirono altri governatori (wālī) che durarono però poco per successive congiure, assassinii o rapide sostituzioni. Merita essere ricordato il wālī di Al-Andalus (la vecchia Hispania) nominato nel 730, ‘Abd al-Rahmān ibn ‘Abd Allāh al-Ghāfiqī. A quell’epoca, nel 719, i musulmani erano già arrivati a Tolosa e nel 725 avevano occupato Carcassonne e Nimes. Intanto, nel 720, iniziavano gli attacchi alla Sicilia, attacchi che continueranno tra il 727 ed il 753, quando si interromperanno fino all’827 per un periodo di ulteriore guerra civile tra musulmani in Africa.

        Al-Rahmān ammassò un grosso esercito, comandato da Abdul Rahman, nel lato spagnolo dei Pirenei atlantici a Pamplona e nel 732 li attraversò nel passo di Roncisvalle penetrando nella regione dell’Aquitania. L’attacco era stato portato in un momento in cui l’esercito del Conte Eudes (noto anche come Oddone), Duca di Aquitania, era impegnato a difendersi dall’attacco da Nord di Carlo Martello, Maggiordomo di Palazzo di Austrasia e Neustria, sovrintendente cioè alle necessità del Palazzo reale dei Ducati Franchi d’Austrasia e Neustria, che tentava la riunificazione del Regno dei Franchi (nel 735, con la morte di Eudes, Carlo Martello mise una forte ipoteca anche sull’Aquitania).  Il primo di questi due ducati era quello più a Nord-Est e il più potente dei 4 ducati in cui era diviso il Regno dei Franchi della dinastia merovingia: Austrasia, Neustria, Aquitania, Borgogna, mentre il secondo era a Nord Ovest. Dopo aver attraversato la Garonna e la Dordogna, l’esercito musulmano si scontrò vicino Bordeaux con un esercito cristiano, guidato dal Conte Eudes, che fu distrutto nel 732 con un enorme numero di morti. Anche al Sud, da Narbonne, un esercito musulmano avanzò diritto verso il Rodano ed assediò Arles distruggendo, anche qui, l’esercito cristiano che era venuto in aiuto. L’esercito che aveva vinto a Bordeaux si spinse più oltre arrivando fino in Borgogna ed occupando Lione e  Besançon, saccheggiando ogni bene di valore e devastando ogni cosa, soprattutto nei monasteri e nelle chiese che incontrava (in quell’epoca era un sogno vano il pensare di trovare ricchezze altrove, a parte naturalmente i palazzi del potere). Lungo questa rotta si trovavano Tours e Poitiers che erano le mete più ambite per quanto si raccontava di ricchezze che si trovavano in quei monasteri dedicati uno a San Martino di Tours (quel santo del mantello …) e l’altro a Sant’Ilario di Poitiers. Commenta sarcastico Gibbon che i santi patroni in oggetto dimenticarono quel potere miracoloso che avrebbe dovuto difendere le loro tombe.

        Fu a questo punto che Carlo Martello, figlio illegittimo di Pipino il Giovane (oppure Pipino II) e fondatore della dinastia Carolingia, intervenne. E si discute sul perché tardasse ad intervenire con differenti ipotesi: la prima era lo spirito di vendetta verso Eudes che lo spingeva ad attendere la distruzione dell’Aquitania; la seconda è parto arabo ed afferma che Carlo attendeva che i musulmani fossero carichi di ricchezze saccheggiate e quindi più deboli per attaccarli; la terza e più ragionevole riguarda ragioni di opportunità che consigliavano di preparare bene un esercito, di attendere i rinforzi dei germani e di ammassare uomini prima di andare a scontrarsi con quell’orda infinita resa più potente dalla fame di ricchezze che intravedeva (anche il nemico Eudes portò i suoi armati agli ordini di Carlo). Era la fine di ottobre del 732 quando Carlo marciò contro i musulmani localizzati tra Tours e Poitiers. La marcia avvenne al riparo di una catena di colline in modo da non essere notata e l’esercito di Carlo sorprese i musulmani che non se lo aspettavano. Vi furono alcuni scontri parziali e limitati che durarono sei giorni. Sembrava che la meglio andasse ai musulmani. Al settimo giorno vi fu invece lo scontro frontale che vide in primo piano i germani battere sonoramente quell’esercito che pareva invincibile ed uccidere il loro comandante Al-Rahmān. Arrivò la notte e si aspettava un altro scontro per il giorno successivo. Ma in questo lasso di tempo vi furono scontri armati tra diverse tribù musulmane, tra chi voleva restare e chi voleva scappare. Il mattino seguente l’esercito di Carlo non trovò i suoi nemici ed al principio pensò a qualche imboscata ma dopo un poco si convinse che i musulmani erano stati definitivamente sconfitti e messi in fuga.

        Vi furono altri tentativi musulmani di invasione. Nel 734 un loro esercito avanzò lungo la valle del Rodano occupando Arles ed Avignone. Fu ancora Carlo Martello(51) che li respinse verso Narbonne (e stessa cosa accadrà nel 738)  senza però andare a fondo e liberare anche quel territorio che sarà definitivamente liberato da Pipino il Breve, il successore di Carlo, solo dopo il 750, dopo cioè la definitiva caduta del califfato Omeya di Damasco per le solite lotte interne ai musulmani, questa volta con gli Abassidi (da notare che, sfruttando supposte motivazioni religiose, iniziarono divisioni territoriali nell’Impero arabo. In particolare un omayyade decretò la separazione della penisola iberica che da quel momento si rese autonoma dal nuovo centro di potere arabo-musulmano, passato da Damasco a Bagdad). La rivolta degli Abassidi contro gli omayyadi iniziò nel 747. Nel 750 il califfo Omeya Marwān II fu sconfitto ed ucciso insieme a tutta la famiglia (solo un giovanetto riuscì a salvarsi e fu colui che successivamente, in Hispania, dette vita ad un nuovo ramo della dinastia omayyade). Per altro verso, le vicende di Carlo mostrano che i Merovingi, una dinastia morente, si affidavano ormai solo ai Maggiordomi di Palazzo. Le vicende del Regno dei Franchi era sempre più nelle mani dei Pipinidi che attendevano ormai solo la consacrazione ufficiale al Regno. Finalmente, con la morte di Dagoberto I i merovingi erano finiti ed i vari successori si servirono solo dei suddetti Maggiordomi di Palazzo per tirare avanti. La vicenda dei Merovingi fu chiusa da Pipino il Breve con il colpo di Stato del 751 che tramutò una situazione de iure ad una de facto (vi era stata una riunione dei grandi personaggi del Regno a Soisson e qui Pipino si fece eleggere Re in luogo di Childerico, ultimo Merovingio che venne poi internato in un monastero).

         Si può dire che, al fine di questo lavoro, l’espansione musulmana è stata fermata nella Francia occidentale ed è poi dovuta retrocedere perdendo pezzi del Nord della Spagna. Da questo momento musulmani da una parte e cristiani dall’altra si preoccuparono di più di risolvere i loro problemi interni che di farsi la guerra.

CONSIDERAZIONI SULL’ISLAM

        Scrivono Tabacco e Merlo che la rapidità sbalorditiva dell’espansione musulmana fu il risultato di un connubio potente, mai prima verificatosi, tra la forza aggressiva dei nomadi verso le ricche regioni razionalmente sfruttate dai sedentari e una coesione ideologica permeata di volontà politica conquistatrice. Il connubio si presenta nell’Islam già in radice: in una sintesi determinatasi nella vita del suo profeta armato. Ed aggiungono: Via via che nell’Arabia centrale e settentrionale le tribù più aggressive si andavano orientando, attraverso inte4se ora prevalentemente politiche, ora più schiettamente religiose, intorno a quel capo d’eccezione che era Maometto, la potente somma di aggressività che fin allora ra andata dispersa in una incoerente molteplicità di razzie e contrasti per lo più all’interno del mondo arabo,, veniva convogliata in una guerra-razzia di dimensioni crescenti contro i nemici della nuova fede.

        Effettivamente in soli 100 anni l’Islam ha costruito un Impero impressionante che va da Costantinopoli ai Pirenei. Secondo gli storici dietro vi era un doppio movente, da un lato l’unificazione religiosa e dall’altro la voglia di acquisire potere e ricchezza. Naturalmente occorre tener conto di varie differenze, di vari influssi, di varie personalità alla testa dell’Islam. Ma il fondo del movente espansionista era stato certamente delineato da Maometto e dai suoi primi collaboratori. A Maometto si deve infatti una prima stesura del libro sacro dei musulmani, il Corano.

Per definire questo libro in termini religiosi riporto le parole di Donini:

        Il concetto fondamentale del Corano è quello dell’abbandono alla volontà divina, della «sottomissione», o islam, da cui deriva il termine muslim, musulmano, per definire i seguaci della nuova religione. Si ritiene che l’anima sopravviva in forma corporea anche dopo la morte e che nella vita futura il credente potrà godere di ogni sorta di piaceri; ma chi si ostina nell’empietà e nel peccato sarà divorato dalle fiamme infernali. Se gli infedeli oppongono resistenza alla propagazione della nuova fede, devono essere sterminati (la «guerra santa», o gihàd); ma se si sottomettono e accettano di riscattarsi con un tributo, potranno vivere in pace e praticare i loro culti. Di qui una certa tolleranza, che ha caratterizzato nel corso dei secoli alcune grandi società islamiche nei confronti degli stessi Stati cristiani.

 
        Per concludere, l’Islam vede la religione come un modo di vivere, un insieme di comportamenti, una legge, un ideale politico; mancano invece quasi del tutto quelle connotazioni strettamente sacerdotali e liturgiche che appaiono essenziali alla nostra idea di religione. Ciò spiega come l’Islam abbia potuto tradursi, e continui a tradursi anche oggi, in un programma di unificazione politica e d’indipendenza nazionale per la maggior parte dei paesi del mondo arabo. Ma è innegabile, allo stesso tempo, che nelle mani delle classi dominanti e della parte più reazionaria del clero le norme religiose e sociali del Corano si sono rivelate un ottimo strumento per mantenere docili e sottomessi i ceti subalterni in tutta una serie di paesi convertiti alla dottrina di Maometto.

       Il gran successo nella conquista così rapida di zone abitate a prevalenza ebraica e cristiana merita un minimo d’indagine. Tralasciando il punto di vista militare, vediamo perché vi fu una sorta di accettazione popolare degli invasori. Il fatto che Allah sia un Dio unico è del tutto evidente ai musulmani ma, contrariamente ai cristiani, i seguaci dell’Islam credono di avere una dote in più rispetto a coloro che hanno altri dei. Sono loro i fortunati che non debbono andare a pietire (o peggio, imporre) conversioni ma tranquilli aspettare le eventuali persone che hanno finalmente capito e desiderano convertirsi. Non sono i musulmani che devono chiedere qualcosa come conversione ai vinti. Si accontentano della sottomissione. Tra i barbari era il vincitore ad andare spontaneamente incontro al vinto. Tra gli arabi accade il fenomeno opposto, sarà il vinto ad andare verso il vincitore. Ciò potrà avvenire solo se spontaneamente il vinto capirà che Allah è unico, che il Corano è il sacro testo, che l’arabo è la lingua santa. Quindi nessuna propaganda o oppressione ma assoluta libertà religiosa, anche per i cristiani monofisiti e nestoriani che erano invece perseguitati dalla casa madre del Cristianesimo. In tutte le zone conquistate dagli arabi erano le suddette religioni a dominare e si può quindi capire che, di fronte alla libertà religiosa garantita, e non per calcolo politico ma per quel senso di superiorità che si ha quando si è convinti di essere i migliori, tutti preferivano accettare tranquillamente il nuovo al duro passato oppressivo. I musulmani si sentivano magnanimi verso dei poveretti che non capivano la grandezza di Allah, accettavano tra loro persone degradate, spregevoli ed abiette. E’ l’infedele, del quale non viene attaccata la fede ma ignorata, che si sente demoralizzato e tenta di riconquistare una qualche dignità mondana, è lui che si dirige verso il musulmano e, nel farlo rompe i legami con la sua patria ed il suo popolo. Devo qui ricordare che con l’Ebraismo ed il Cristianesimo non vi era distinzione tra religione e politica con la conseguenza che i dominatori precedenti risultavano oppressori sia religiosi che politici. I nuovi conquistatori garantivano la completa libertà di culto e non chiedevano in tasse più di quanto non chiedessero i bizantini. Perché opporsi ?

        I musulmani erano anche pagati da qualcosa che invece era semplicemente disprezzata dai cristiani che, proprio per questo, non si accorgevano di quanto guadagnavano i musulmani. Tutta la scienza, la tecnica, la cultura e l’arte greca, romana e, soprattutto, alessandrina, così ferocemente denigrate e diffamate dalla Chiesa, erano invece assorbite con insaziabile interesse e passione dai musulmani (per la fortuna di noi tutti). Le stesse leggi, norme civili, istituzioni verranno assimilate per governare un impero ingovernabile con i costumi e le usanze tribali.

ALCUNE PREMESSE ALLA PRIMA CROCIATA

         Ho seguito in vari modi e da differenti punti di osservazione sia geografici che politici l’evolvere degli eventi da Carlo Magno,  dal fondatore cioè del Sacro Romano Impero, con l’incoronazione papale dell’anno 800, fino al momento in cui fu ideata la Prima Crociata. Restano da discutere i motivi economico politici che mossero l’insieme degli eventi.

            Occorre intanto ricordare che sull’onda degli entusiasmi del mondo che continuava ad esistere, agli inizi e durante l’XI secolo si ebbero enormi avanzamenti tecnologici che resero più “facile” la vita. La principale innovazione tecnologica che comporterà una grossa rivoluzione nella quantità di cibo che si può produrre è l’introduzione dell’aratro pesante a ruote che sostituisce quello romano leggero da spalla. Questo aratro con la sua lama scava più a fondo andando a rimuovere zolle vergini dove è più efficace il ciclo dell’azoto. Questo aratro poneva però problemi di ‘tiro’ che vennero risolti con l’introduzione del collare da spalla per la bardatura dei cavalli (in sostituzione di quello da gola che strozzava l’animale sempre più quanto più doveva fare sforzi). Come processi collegati vengono: la bardatura in fila, la ferratura (che permette l’uso del cavallo in agricoltura) ed il giogo. Oltre a ciò l’agricoltura si avvantaggia di sistemi di irrigazione. Vengono quindi costruiti canali, ponti e mulini a marea (Venezia). Mentre si inizia ad usare la ruota ad acqua per la macina del grano. La produzione agricola permette che si inizi un moderato processo di migrazione dalle campagne verso le città. Durante l’XI secolo si perfezionarono i mulini ad acqua mentre iniziarono ad entrare in funzione i primi mulini a vento. Lo sviluppo dei commerci accompagnò varie scoperte nel campo della navigazione: la bussola, il timone di poppa, lo scandaglio di profondità, l’astrolabio. Si iniziò a sviluppare una chimica pratica: coloranti, acido solforico, acido cloridrico, acido nitrico (per separare l’argento dall’oro). L’insieme di queste realizzazioni fatte con fatica comportò il miglioramento delle condizioni di vita ed un relativo benessere che si estese per i vari territori. La popolazione aumentò ed in conseguenza si ripopolarono le campagne con effetti a catena: nuove terre dissodate, nuove piantagioni, prosciugamento di paludi e disboscamenti per conquistare terra, creazione di canali, di strade, … Si stabilirono regole tra il proprietario terriero ed il contadino che le aveva in gestione. La terra in dotazione inizialmente era in quantità sufficiente per far vivere un gruppo familiare ma con le suddivisioni successive tra figli si arrivò ad una tale parcellizzazione che presto dalle campagne si ritornò in città per trovare qualcosa da fare per sopravvivere. Il feudo si disfaceva e nascevano i Comuni e con essi si ebbe una ripresa dei commerci che generò una borghesia che si poneva come strato intermedio tra nobiltà e clero da una parte e poveri contadini dall’altra.

Situazione geopolitica in Europa intorno all’anno 1000

         Insomma la vita in Occidente riprese e si rinnovò durante l’XI secolo.

Anche la Chiesa ebbe qualche sussulto con l’elezione di Papa Gregorio VII (1073-1085). Ciò comportò un durissimo scontro con l’Imperatore Enrico IV e dette origine alla guerra delle investiture che iniziò con la nomina nel 1075 del nuovo arcivescovo di Milano, nella persona di Tedaldo, suo cappellano, e con le interferenze imperiali nello stesso clero italiano, con il tentativo di costruire un nucleo di avversari di Gregorio. A ciò rispose subito Gregorio stabilendo che nessun membro del clero poteva ricevere l’investitura dalle mani dell’imperatore e, nel Dictatus Papae propriodel 1075,  affermò la supremazia del Papa su qualsiasi autorità terrena: unicamente il papa è in grado di confermare o di contestare imperi, regni, ducati, contee ed in genere i possedimenti di tutti gli uomini, di darli e di toglierli, e il tutto sulla base di meriti di ciascuno. Gregorio VII intraprese un’azione ad ampio raggio scrivendo a tutte le persone che avevano importanti responsabilità in Europa al fine di avere sostegno per l’opera di riforma che si riprometteva di avviare affiancata da quella di riconquista alla Chiesa dei possedimenti che riteneva di sua proprietà. Ebbe il sostegno ufficiale dell’Imperatore Enrico IV del Sacro Romano Impero, anche se da quelle parti non avevano gradito un’elezione nella quale non avevano potuto dare indicazione i tedeschi. In un Concilio del 1074 vi fu una dura offensiva contro chi aveva venduto e chi aveva acquistato cariche ecclesiastiche. I chierici ordinati per simonia dovevano considerarsi fuori dalla Chiesa mentre i vescovi che avessero ottenuto incarichi di prestigio, sempre per denaro, dovevano immediatamente lasciarli. Sul piano dottrinale vi fu una durissima condanna degli ecclesiastici che non rispettavano il celibato essendo sposati (venivano chiamati nicolaiti) o vivendo in concubinaggio ed avendo prole (si trattava di una evoluzione meno ipocrita dell’agapete che veniva praticata nei primi secoli della Chiesa). Inoltre si richiedeva ai Re o Signori che avessero beni ecclesiastici di restituirli alla Chiesa.

        Dalla Germania vi è una generale ed irata sollevazione dei chierici con moglie che arrivano a minacciare di morte il Papa. Gregorio fu molto duro e sospese 5 vescovi che avevano protestato e che erano tra i consiglieri di Enrico IV, inoltre tolse all’Imperatore la possibilità di investire vescovi, pena la scomunica. Naturalmente ciò comportò una rottura definitiva tra Impero e Papato e Gregorio emanò un suo documento, il Dictatus Papae, nel quale elencava dei canoni, cioè le condizioni per la riconciliazione. Il Dictatus era in pratica la rivendicazione della supremazia del Papa su qualsiasi autorità terrena. Il pontefice rivendicava il potere di deporre o reintegrare vescovi, principi ed imperatori. Gregorio sapeva che questo avrebbe provocato un duro scontro e così fu perché niente di quanto annunciato dal Dictatus fu preso in considerazione. Anzi, Enrico IV concesse da subito nuove investiture, nominò il nuovo arcivescovo di Milano, nella persona di Tedaldo, suo cappellano, ed interferì in vario modo nello stesso clero italiano tentando di costruire un nucleo di avversari di Gregorio. Si arrivò alla congiura guidata proprio dal cardinale Candido. Nel 1075 Gregorio fu pugnalato mentre diceva messa in Santa Maria Maggiore e condotto in prigione da una banda di armati. I fedeli, superato lo sbandamento iniziale, riuscirono a liberarlo il giorno seguente mettendo in fuga (ripareranno in Germania) i congiurati.

        Gregorio convocò a Roma Enrico IV perché si discolpasse (1076). Se non lo avesse fatto sarebbe stato scomunicato. Fu ancora Candido ad alimentare lo scontro, raccontando ad Enrico IV che Gregorio tramava con Matilde di Canossa (con stregonerie e rapporti indicibili), diventata una potente feudataria che in pratica aveva in mano l’intera Italia Settentrionale, per sottrargli i suoi possedimenti in Italia. Enrico IV inviò a Gregorio una dichiarazione di disobbedienza, sottoscritta da quasi tutti i vescovi tedeschi e lombardi, ritenendolo non più degno di occupare quel posto. Gregorio rispose con la solenne scomunica di Enrico IV e di tutti coloro che avevano firmato la disobbedienza. Enrico IV si adirò violentemente ma si rese conto che il popolo sosteneva il Papa anche perché sembrò che l’ira divina si abbattesse su di lui attraverso i suoi sostenitori che in breve tempo morirono in quantità. Ciò provocò la diffusione di una paura superstiziosa che fece levare contro Enrico IV vari principi tedeschi  che già non lo apprezzavano. In questi casi si ricorreva al perdono papale e la cosa fu proposta ad Enrico IV: se otterrà il perdono papale non si correrà il rischio di una guerra civile e tutti i principi ribelli lo avrebbero riconosciuto come Imperatore. Ci furono momenti di indecisione che si conclusero in un viaggio di Enrico in Italia ma con un esercito al seguito. Gregorio, che viaggiava nel Nord Italia, saputo che Enrico aveva attraversato le Alpi e non conoscendone le intenzioni, si rifugiò nel castello di Matilde di Canossa, a Canossa sull’Appennino Emiliano. Enrico, arrivato fin qui, chiese di essere ricevuto ed il  Papa negò ogni contatto. Matilde ed altri dignitari pregarono il Papa di recedere ma egli fu irremovibile: Enrico dovrà stare tre giorni e tre notti al freddo ed al gelo prima di essere ricevuto ! Passato questo tempo lo ricevette, lo ascoltò nella cappella del castello, prese atto della richiesta di perdono, dopodiché lo riammise tra i fedeli e gli dette la comunione. Sembrava completamente sottomesso Enrico IV ma macinava rancore e vendetta che avrebbe scatenato appena riconquistato il trono. Ma né popolo né principi erano più con lui. Lo cacciarono ed elessero Imperatore Rodolfo Duca di Svevia, cognato di Enrico. Dopo varie vicende che vedranno anche uno scontro armato tra partigiani di Enrico e di Rodolfo, nel 1080 il Papa consacrò Imperatore Rodolfo e scomunicò di nuovo Enrico per non aver rispettato gli accordi di Canossa. L’ex Imperatore, per tutta risposta, convocò una dieta di vescovi (erano in 26), in maggioranza nicolaiti e simoniaci, a Worms (1080), che dichiarò deposto il Papa ed eletto come nuovo pontefice l’arcivescovo di Ravenna Guiberto (uno dei capi della congiura di Santa Maria Maggiore) con il nome di Clemente III che, come primo atto, scomunicò Gregorio. Vi furono frenetici tentativi di Gregorio per la sua difesa e quella del Papato in un momento in cui Enrico IV si era riorganizzato ed in Italia non aveva grossi sostegni oltre Matilde di Canossa al Nord. Riallacciò i legami con i Normanni e particolarmente con Roberto il Guiscardo che, scomunicato per aver toccato terre della Chiesa a Benevento, fu riammesso tra i fedeli a patto di difendere la Chiesa (l’altro re normanno, Giordano di Capua, figlio di Riccardo, prima accettò la difesa del Papa poi fece dietrofront). In definitiva Enrico IV arrivò alle porte di Roma per cacciare Gregorio ed imporre Clemente. Furono i medesimi romani che riuscirono a respingere Enrico che per almeno due anni non tentò nulla contro Roma. Passati questi due anni Enrico tornò e riuscì ad entrare in città con Gregorio asserragliato a Castel Sant’Angelo. Tutto era perso perché i nobili romani, che avevano organizzato la sconfitta di Roma, si schierarono con lui; perché i vescovi lombardi riconobbero Clemente come Papa; perché Enrico si fece incoronare come Imperatore da Clemente III in Laterano nel 1083. Il normanno Roberto il Guiscardo che avrebbe dovuto difendere Roma ed il Papa, si presentò a Roma con due anni di ritardo dalla richiesta e con un grande esercito, tale da far scappare Enrico IV e far rifugiare Clemente III in luogo sicuro a Tivoli. Per questo aiuto il prode normanno volle mettere a sacco Roma, con massacri inauditi e provocando violenti incendi che distrussero quasi due terzi di essa.

        Gregorio verrà preso ostaggio da Roberto che non avrà il coraggio di restare a Roma per la violenta ostilità di tutti nei suoi riguardi. Ma anche Gregorio aveva perso il sostegno popolare tanto che fu accettato addirittura Clemente III, risorto da Tivoli, come Papa, mentre Gregorio moriva a Salerno (1085) dove era stato portato da Roberto il Guiscardo. Si chiudeva qui la vicenda di un riformatore che fece cose importanti contro simonia ed immoralità del clero e che aprì la strada, in modo del tutto inconsapevole, alle grandi eresie della Chiesa dei secoli futuri poiché, capito cosa significava moralità, il popolo la continuò a pretendere anche dai successori di Gregorio.

                Dopo Gregorio VII fu eletto Papa un benedettino da tutti riconosciuto come un sant’uomo (Gregorio aveva indicato tre possibili successori ma la corte pontificia, conoscendo il forte carattere di questi, per non ripetere l’esperienza di un Papa che faceva tutto lui con serietà e senza corruzioni, decisero per un candidato diverso). Il momento era delicato e solo in questo modo sarebbe stato possibile avere una tregua intorno al trono pontificio e rimettere in moto ogni imbroglio. Anche qui, per acclamazione, fu eletto Desiderio di Montecassino che assunse il nome di Papa Vittore III (1086-1087) ma desiderio non voleva saperne di fare il Papa perché preferiva una vita ritirata di preghiera e lavoro piuttosto che entrare nelle sarabande pontificali. Una volta eletto Vittore si dimise allontanandosi da Roma, dove ricomparve l’antipapa Clemente III che resterà come una presenza ineliminabile fino al 1100. Vittore sosteneva che il Papa doveva essere eletto secondo le modalità ormai stabilite. Fu accontentato e risultò eletto in un Sinodo a Benevento (Roma era impraticabile perché occupata da Clemente III) ma di fatto fu Papa per soli 4 mesi preferendo ritirarsi nel suo eremo di Montecassino (nel Sinodo Clemente III fu scomunicato, fu rinnovato il divieto all’investitura laica e si iniziò ad impostare la campagna contro i Saraceni in Africa). E proprio su questa importante questione vi furono avvenimenti che accaddero sotto il suo Papato che meritano di essere ricordati. Quella corte pontificia, che si era in gran parte sostituita alla prepotenza nobiliare (ma in realtà era la medesima cosa perché tra quei vescovi e cardinali vi erano i rappresentanti dei nobili), decise, così sembra, all’insaputa del Papa una spedizione contro i musulmani, una pre crociata. Già sotto Gregorio vi era stata una pre-crociata (1081) guidata dal normanno Roberto il Guiscardo che, per la prima volta nella storia, ebbe il permesso dal Papa di issare la croce come simbolo di un esercito. Altra pre-crociata fu appunto quella che nacque sotto Papa Vittore (1086) e fu realizzata da una coalizione di Repubbliche Marinare: Genova, Pisa, Amalfi. In realtà queste Repubbliche cercavano di difendersi dalle continue incursioni dei Saraceni africani in territori europei che, tra l’altro, rendevano insicure tutte le rotte con grave danno per i loro commerci. Inizialmente si riuscì a liberare la Sardegna e la Corsica fino ad una incursione in territorio tunisino dove fu conquistata e saccheggiata la roccaforte della flotta saracena di Mehdia. Con il bottino di guerra fu costruita la cattedrale di Pisa.

        Alla morte di Vittore seguirono scontri violenti tra le famiglie nobili a Roma, scontri che interessarono anche i Normanni, i Lombardi e l’Impero di Augusta. Era tutto tornato come prima con attori che via via cambiavano sulla scena recitando sempre la stessa parte. La novità era quella della lotta contro i musulmani contro i quali la Chiesa tentò di riconquistare l’unità dei cristiani. L’operazione inizierà, come vedremo, con Papa Urbano II, successore di Vittore, che ebbe buon gioco ad indicare i musulmani come un pericolo onnipresente e continuamente agente contro terre cristiane. Si susseguivano incursioni improvvise e sempre più massicce in imprecisati territori. Episodicamente si poteva avere un qualche successo come quando nell’871 il franco Ludovico II riuscì a strappare Bari all’occupazione saracena. Ma Ludovico fu fatto arrestare (morì poi nell’875) per altre vicende dal principe di Benevento Adelchi ed i Saraceni ripresero a fare razzie: gli attacchi da Saraceni stanziati in Puglia riguardarono le coste dalmate; con una scorribanda, nell’841, fu incendiata Capua; nell’878 Siracusa fu conquistata dai musulmani; nell’880 fu distrutto l’eremo di Montecassino e saccheggiata la cittadina di San Vincenzo al Volturno; … Come già detto si tratta di un quadro intricatissimo di guerre e devastazioni, di alleanze composte, violate e ricomposte, attraverso le quali si inserivano vari conquistatori, non ultimi i Saraceni. Sul finire del IX secolo avevano conquistato quasi tutta la Sicilia (resistevano ancora Taormina, che cadrà nel 902, e Rometta, che cadrà nel 963. Da qui partirono assalti, oltreché a coste italiane, a possedimenti francesi e bizantini. Particolarmente di mira furono prese Creta, Cipro, Sardegna e Corsica dove giovani, donne ed uomini furono catturati per essere immessi nel mercato degli schiavi. Questo stillicidio del terrore fu per qualche tempo fermato da una iniziativa di Papa Giovanni X e del Re d’Italia Berengario insieme ad altri principi del Sud (Capua, Salerno e Benevento) che nel 915 scacciarono i Saraceni dal Garigliano.

        Si andò avanti così per anni finché non si fece strada l’idea di tagliare alla radice questa calamità. Già sotto Gregorio VII vi era stata una pre-crociata (1081) guidata dal normanno Roberto il Guiscardo che, per la prima volta nella storia, ebbe il permesso dal Papa di issare la croce come simbolo di un esercito. Altra pre-crociata fu appunto quella che nacque sotto Papa Vittore III (1087) e fu realizzata da una coalizione di Repubbliche Marinare, con particolare impegno pisano. Le cronache di Montecassino raccontano che questa spedizione fu promossa da Papa Vittore III, il benedettino che proveniva da quel monastero. Cronache arabe e normanne aggiunsero particolari di tipo economico: i pisani ebbero dall’emiro Tamîn una forte somma di denaro perché lasciassero liberi i territori tunisini che avevano occupato ed in particolare la città di Mehdia, roccaforte della flotta saracena, che era stata conquistata e saccheggiata. Con il bottino di guerra fu costruita la cattedrale di Pisa. E erano anche iniziate da parte di Gregorio VII altre gestioni del problema Islam. Poco oltre il 1070 Gregorio scrisse ai principi (Aragona, León e Navarra) che operavano (o erano in procinto  di farlo) alla Reconquista dei territori spagnoli occupati da islamici ricordando loro che il Regno di Spagna era pertinenza di San Pietro in base ad un antico e consolidato diritto (Gregorii VII, Registrum, I, 7). Naturalmente non spiegava l’origine di tale diritto supponendo che esso discendesse ancora dalla falsa Donazione di Costantino e (forse) dalla cessione della penisola iberica ai Visigoti (411), completamente cristianizzatinel 589(2). Siamo comunque in un’epoca in cui l’Islam esauriva la sua carica rivoluzionaria e, parallelamente, la Chiesa di Gregorio passava dalla fuga dal mondo alla conquista cristiana del mondo. La questione sollevata da Gregorio, il diritto della Chiesa sul Regno di Spagna,fu ripresa da Papa Urbano II che sollecitò a più riprese i Re cristiani alla riconquista di terre in mano islamica. A tal fine, nel 1090, convocò un Concilio a Tolosa nel quale venne deliberato di inviare una delegazione a Toledo perché vi fosse restaurato il Cristianesimo. Intanto, nel corso dell’XI secolo i Normanni avevano occupato la Sicilia scacciando i Saraceni. Il secolo XI vide una generale decadenza della spinta propulsiva che gli arabi avevano avuto a partire dai tempi di Maometto (VI secolo). A tale declino si accompagnò però l’avanzata tumultuosa di popolazioni di origine mongola, i Turchi, convertiti all’Islam nel secolo X ed arrivati al Mediterraneo attraverso la conquista di: Persia, Mesopotamia, Siria, Palestina e Gerusalemme (1070), luoghi santi, ed attaccando a più riprese ciò che rimaneva dell’Impero Bizantino (sconfitto duramente nel 1071 nella battaglia di Manzicerta). Già nel 1073 Gregorio VII si fece promotore di una spedizione contro i Turchi che non ebbe seguito per le violente lotte che i cristiani amavano fare tra loro, questa volta per le investiture e per lo scontro in atto tra il Papato ed Enrico IV, il giovane Imperatore del Sacro Romano Impero.

         Nonostante quanto or ora detto le motivazioni che portarono alle Crociate non sono così semplici. Ne abbiamo conferma da quanto acutamente scrivono Tabacco e Merlo:

Appare ormai sufficientemente accertato che le tradizionali ragioni invocate a spiegazione della crociata – accresciute violenze contro i pellegrini europei e richiesta di aiuto da parte di Alessio I Comneno [Imperatore bizantino dal 1081 al 1118, ndr] a seguito dell’avanzata dei Turchi selgiuchidi – siano motivazioni enfatizzate «a posteriori». La conquista turca non rallenta di molto la frequenza dei pellegrinaggi verso Gerusalemme(11): contribuisce a meglio organizzarli e disciplinarli, talvolta persino ad armarli. L’imperatore di Bisanzio, dal canto suo, richiede l’aiuto militare dell’Occidente non solo per la difesa dell’Asia Minore e il recupero di Antiochia [occupata dai Turchi Selgiuchidi nel 1084, ndr], ma per riavvicinarsi a Roma, dopo la crisi che dal 1054 si agitava tra la chiesa greca e quella latina, al fine di fronteggiare il pericolo dei Normanni che nel 1082 erano penetrati profondamente nella penisola ellenica.

Le ragioni della crociata non sono nell’Oriente islamico, sono interne alla cristianità occidentale, all’incrocio di tendenze e tensioni non facilmente conciliabili fra loro, quali l’esuberante e disordinato sviluppo di una società, la volontà di inquadramento e di direzione espressa dalle istituzioni ecclesiastiche – e in primo luogo dal papato -, l’affermazione di un vasto ceto che nell’uso delle armi trovava la sua ragion d’essere, la ricerca della pace come condizione necessaria all’ordinato svolgimento della vita civile e religiosa.

Proprio dal movimento delle «paci di Dio»(12) occorre prendere le mosse per rintracciare quelle esigenze che la crociata porterò alla loro compiutezza. La «pace di Dio» svolge progressivamente la funzione di isolare le violenze militari nel settore del popolo cristiano dedito alle attività belliche, poiché i concili episcopali garantiscono, sotto minaccia di sanzioni spirituali, la protezione divina su chiese, chierici e monaci, e «poveri», cioè i disarmati: siano essi contadini, mercanti, pellegrini, donne. Un isolamento che, nel secolo XI diviene limitazione sempre più ampia dell’esercizio della guerra, considerata come fonte di peccato: uccidere un cristiano, significa spargere il sangue di Cristo. La «pace di Dio» si dilata a «tregua di Dio». E se le idee di pace non giungono certo a eliminare la guerra in Occidente, ottengono però il risultato di orientare parte dell’aggressività dei cavalieri all’esterno della societas christiana. L’unica finalità dell’uso delle armi moralmente e religiosamente accettabile è il loro impiego, in coerenza con la missione pur ricevuta da Dio che per il cavaliere è quella di combattere, contro i nemici della fede: il cavaliere a servizio del Cristo è in una condizione simile a quella dei «poveri» che attorno ai vescovi avevano lottato nella difesa delle «paci di Dio», è equiparato al «povero», al penitente. Coinvolgimento dunque di armati e inermi in un grande progetto di pacificazione che non esclude, anzi implica la lotta per creare le condizioni dell’affermazione del regno di Dio «che sta per venire”, del regno che è promesso ai «facitori di pace».

DEUS LE VOLT ! DIO LO VUOLE !

         Possiamo riprendere la storia dell’Occidente cristiano, che faceva perno sul Sacro Romano Impero, a partire da dove avevamo lasciato.

       Alla morte di Papa Vittore III, come già detto, fu eletto Papa il francese Urbano II (1088-1099). Le cose non furono però semplici perché Roma era saldamente in mano all’antipapa Clemente III. Dovettero passare vari mesi prima che si riuscisse ad eleggere il nuovo Papa. Poiché Roma era impraticabile si convocò l’elettorato a Terracina, secondo il Decreto di Papa Niccolò II del 1059, dove nel marzo del 1088 fu eletto un monaco del Monastero di Cluny, il vescovo riformista di Ostia Eudes de Lagery (fatto cardinale da Gregorio VII) che assunse il nome di Urbano II.

        Urbano, scomunicato nel 1089 da Clemente III, passò i primi anni del pontificato a cercare di farsi riconoscere come Papa e a crearsi le alleanze necessarie. Il problema principale era l’Imperatore Enrico IV che era stato scomunicato nel 1076 da Papa Gregorio VII e che era Imperatore grazie all’incoronazione non di un Papa ma di un antipapa. Enrico andava rafforzando il suo regno avendo sconfitto la resistenza armata di molti principi ed avendo riconquistato alla sua causa la maggioranza dei vescovi tedeschi e della Longobardia. In questa posizione Enrico intraprese un viaggio in Italia con l’intenzione di stroncare l’unica resistenza che gli era rimasta, Matilde di Canossa che, vedova di Goffredo il Gobbo, si era risposata con Guelfo V figlio del duca di Baviera su consiglio del Papa. Ma Guelfo lasciò Matilde quando seppe che tutti i suoi beni erano stati lasciati alla Chiesa di modo che, in definitiva, crebbero i nemici del Papa. Quest’ultimo si rivolse ai Normanni che però non riuscirono a garantire nulla. Enrico IV discese in Italia e subito si scontrò con l’esercito di Matilde. Vinse alcune battaglie ma poi fu sconfitto tanto che anche il figlio di Enrico IV, Corrado, prese fiducia in Matilde e le chiese asilo insieme alla seconda moglie dell’Imperatore (Corrado, su consiglio del Papa, andrà sposo con la principessa normanna Matilde e permetterà la ripresa dei legami del Papato con i Normanni). Questa vittoria di Matilde animò molte città del Nord che si costituirono in una Lega, guidata dalla stessa Matilde, contro l’invasore tedesco. La potenza di Enrico iniziò a venir meno ed egli fu costretto ad asserragliarsi a Verona, proprio quando a Roma l’antipapa Clemente era stato cacciato  e Urbano era riuscito nel 1094 ad insediarsi (seguirono comunque due anni di scontri in città con Clemente chiuso a Castel Sant’Angelo). Da notare che per questa vittoria romana non erano intervenuti i normanni ma un esercito messo insieme con i soldi raccolti soprattutto in Francia dall’abate Goffredo di Vendôme e guidato dal conte Ugo di Vermandois.

        Nonostante queste vittorie, la Chiesa non aveva intorno nessuno su cui appoggiarsi se si esclude la sola Matilde. Si trovava in uno stato di completa incertezza, senza alleati fidabili, senza riferimenti ed anche con poche disponibilità economiche. La Chiesa era inoltre impegnata nella lotta delle investiture, iniziata nel 1059 da Papa Niccolò II, che riguardava i vescovi che la Chiesa non voleva più fossero nominati dall’Imperatore. Ed è in questo clima che Urbano convocò il Concilio di Piacenza (nel mezzo della Longobardia scismatica) del marzo 1095 nel quale, dopo aver ribadito la condanna dei simoniaci, dei coniugati e dei concubini, esortò i regnanti cristiani ad aiutare i confratelli d’Oriente. Al Concilio, cui parteciparono 200 vescovi di: Italia, Francia, Borgogna Germania  e Baviera ed oltre 5000 ecclesiastici ed innumerevoli laici di varia provenienza, presenziarono i citati ambasciatori di Alessio, Prassede, la seconda moglie di Enrico IV del Sacro Romano Impero, ed una delegazione inviata da Filippo I Re di Francia. Il Concilio, data la eccezionale presenza di partecipanti si dovette tenere in un campo al di fuori delle mura della città. Questa importante partecipazione deve aver spinto Urbano ad altri Concili che interessassero ai problemi in discussione altre realtà politiche. Da Piacenza egli si diresse verso la sua terra, la Francia, per tenervi altri Concili (Macon, Cluny, Sauvigny) tra cui quello famoso del novembre 1095 (dal 18 al 28) a Clermont (13 arcivescovi e 205 vescovi, migliaia di chierici e laici accorsi per ascoltare il Papa).

Concilio di Clermont

        Prima che il Concilio terminasse, il Papa, come precedentemente ed insistentemente annunciato, tenne una seduta pubblica in cui si rivolse a una folla di laici e chierici riuniti per ascoltare il suo messaggio (era il 27 novembre). Raccontò le conclusioni più immediatamente teologiche del Concilio (contro l’investitura laica, contro la simonia, contro il matrimonio dei preti, per le «paci di Dio», per la supremazia di alcune sedi episcopali) e quindi passò al tema dei Luoghi Santi. Il discorso appassionato del Papa, diretto all’intera cristianità, prima si soffermò sulla orrenda situazione vissuta dai cristiani a Gerusalemme: “Abbattono gli altari dopo averli sconciamente profanati, circoncidono i cristiani e il sangue della circoncisione o spargono sopra gli altari o gettano nelle vasche battesimali; e a quelli che vogliono condannare a una morte vergognosa perforano l’ombelico, strappano i genitali, li legano a un palo e, percuotendoli con sferze, li conducono in giro, sinché, con le viscere strappate, cadono a terra prostrati. Altri fanno bersaglio alle frecce dopo averli legati ad un palo; altri, fattogli piegare il collo, assalgono con le spade e provano a troncare loro la testa con un sol colpo. Che dire della nefanda violenza recata alle donne, della quale peggio è parlare che tacere?“. Quindi partì dall’elemento che gli stava più a cuore: i cristiani si facevano continue e crudeli lotte tra loro, non era più opportuno combattere gli infedeli ? I briganti si facciano soldati, chi ha lottato contro i fratelli lotti contro i barbari, chi è stato mercenario avrà una più grande mercede guadagnando per sé la salvezza eterna. Tutti i balordi erano riconquistati alla fede se in lotta contro il nemico: “Insorgete, puntate le vostre armi grondanti di sangue fraterno contro i nemici della fede cristiana. Voi, oppressori di orfani e vedove, voi, assassini e profanatori di chiese, voi ladri degli altrui beni, voi, che siete pagati per versare sangue cristiano, che come avvoltoi siete attirati dal fetore dei campi di battaglia: affrettatevi se amate l’anima vostra, a muovere al comando di Cristo in difesa di Gerusalemme. Voi tutti che commetteste tali delitti da essere esclusi dal regno dei cieli, riscattatevi a questo prezzo, poiché questo è il volere di Dio …“. E da ultimo l’esortazione a partire, ad armarsi per combattere gli infedeli profanatori dei luoghi santi: “Non vi trattenga il pensiero di alcuna proprietà, nessuna cura delle cose domestiche, ché questa terra che voi abitate, serrata d’ogni parte dal mare o da gioghi montani, è fatta angusta dalla vostra moltitudine, né è esuberante di ricchezza e appena somministra di che vivere a chi la coltiva. Perciò vi offendete e vi osteggiate a vicenda, vi fate guerra e tanto spesso vi uccidete tra voi. Cessino dunque i vostri odi intestini, tacciano le contese, si plachino le guerre e si acquieti ogni dissenso ed ogni inimicizia. Prendete la via del santo Sepolcro, strappate quella terra a quella gente scellerata e sottomettetela a voi: essa da Dio fu data in possessione ai figli di Israele; come dice la Scrittura, in essa scorrono latte e miele. Gerusalemme è l’ombelico del mondo, terra ferace sopra tutte quasi un altro paradiso di delizie; il Redentore del genere umano la rese illustre con la sua venuta, la onorò con la sua dimora, la consacrò con la sua passione, la redense con la sua morte, la fece insigne con la sua sepoltura. E proprio questa regale città posta al centro del mondo, è ora tenuta in soggezione dai propri nemici e dagli infedeli, è fatta serva del rito pagano. Essa alza il suo lamento e anela ad essere liberata e non cessa d’implorare che voi andiate in suo soccorso“. E “quando andrete all’assalto dei bellicosi nemici, sia questo l’unanime grido di tutti i soldati di Dio: «Dio lo vuole! Dio lo vuole!»“.

         E tutto il pubblico gridò Deus le volt … Quindi tutti fecero eco al Confiteor recitato dal cardinale Gregorio.

Ancora Tabacco e Merlo commentano:

Quando Urbano II, a Clermont, in un concilio di «pace» e di «riforma», decide l’estensione dei privilegi fin allora riservati ai «poveri» a tutti quanti intraprendano il viaggio penitenziale al Santo Sepolcro, libera energie spirituali e culturali, prodotte da un lungo processo storico, che trovano ulteriore vitalità nelle condizioni sociali ed economiche, oltre che politiche, di molte terre d’Europa. L’iter Hierosolimitanum è ad un tempo pellegrinaggio, penitenza, strumento di redenzione, avventura umana e religiosa, occasione di conquista di nuove terre della cui ricchezza si favoleggiava, non solo per l’aristocrazia militare, grande e piccola, ma anche per gli «inermi» che attribuiscono al viaggio un valore decisivo. Per loro il simbolo è realtà: la Gerusalemme «terrestre» è la Gerusalemme «celeste». Dio chiama gli «eletti» per instaurare il suo regno. Predicatori itineranti, quali Pietro d’Amiens detto l’Eremita, percorrono le contrade, raccontando delle tribolazioni dei pellegrini, esibendo lettere miracolosamente «cadute dal cielo», richiamando prodigi e profezie, incitando i «poveri» a mettersi in marcia. E gruppi così reclutati, spontaneamente aggregatisi, di composizione eterogenea, nella primavera del 1096, senza aspettare il segnale del papa, intraprendono il viaggio verso Gerusalemme, sostanziando la loro attesa millenaristica di antisemitismo: la «crociata popolare» inizia con il massacro degli Ebrei delle città renane e danubiane [con saccheggi e scorribande crudeli, ndr]. I protagonisti di questa prima avventura finiranno quasi tutti uccisi prima di giungere a quella Gerusalemme che avevano creduto di intravedere ogni qual volta all’orizzonte si profilava una fortificazione [i Turchi li fecero quasi tutti a pezzi appena giunsero in Anatolia, ndr].

        Una prima osservazione deve essere fatta. L’enfasi sui luoghi santi e Gerusalemme risultava nuova. Quelle terre non erano mai interessate al Papato fino ad allora (vi erano in quel periodo delle lotte tra turchi e dei sommovimenti tra popolazioni dell’Asia Minore che rendevano difficili i pellegrinaggi, ma questa era la normalità che invece fu enfatizzata). Lì, dove era il sepolcro di Cristo, nessuno pensò mai di farne la sede della cristianità. Il Papa introduceva questo elemento nuovo per canalizzare l’attenzione e distoglierla dai disastri dell’Occidente. S’invocava l’inizio di una Guerra Santa, guerra alla quale tutti, ricchi e poveri, dovevano dare il loro contributo perché Dio li guidava. Nessuna paura poi perché chi fosse morto in battaglia avrebbe ricevuto l’assoluzione e la remissione dei peccati (come del resto avveniva nell’Islam). Ma la Chiesa sa essere generosa quando i doni che fa non costano nulla. E così donò: indulgenza plenaria, esenzione dai tributi, immunità dai tribunali ordinari, protezione da persecuzione per debiti fatti prima della Crociata, scomunica per chi tentasse di far danno al crociato, alla sua famiglia ed alla sua proprietà. Vi era poi un’invenzione che solo la Chiesa di Roma era capace di fare: chi pagava forti somme alla Chiesa era esonerato da fare il crociato vero in armi. Una seconda osservazione è più importante e riguarda il cosa possa essere accaduto tra marzo e novembre del 1095 perché Urbano passasse da una semplice esortazione ad un appello così forte e deciso. A questo proposito leggiamo cosa scrive Gatto che ci introduce molto bene ai motivi reali della crociata:

Cosa accadde fra la primavera e l’autunno del 1095 che portò Urbano a passare da un cauto e diplomatico appoggio alla causa della cristianità orientale alla proclamazione della prima crociata? I motivi del mutamento possono essere molteplici, ma non vanno sottovalutati fra essi taluni incontri destinati probabilmente a determinare la volontà papale in modo irreversibile. Anzitutto, il vescovo di Roma visitò l’Abbazia di Le Puy dove vide e parlò lungamente con Ademaro di Monteil, il quale, verso il 1087, aveva compiuto un pellegrinaggio a Gerusalemme, donde era rientrato narrando particolari “apocalittici” sulle condizioni dei cristiani oppressi dai Selgiuchidi. Fra l’altro, Ademaro era imparentato con i conti di Tolosa e fu forse proprio in quella occasione che furono decise la spedizione e la relativa direzione, entrambe affidate per l’appunto al conte tolosano Raimondo. V’è in proposito chi ritiene addirittura che dal centro monastico suddetto il pontefice si sia recato a Saint-Gilles per incontrarvi Raimondo, il quale, poi, mandò i suoi ambasciatori a Clermont per portarvi ufficialmente l’assenso del loro signore al passagium. Una terza tappa del percorso urbaniano si svolse in Borgogna, più precisamente a Cluny, ove il papa prese contatto con il duca Ottone I, già in precedenza ben disposto a partecipare alla campagna militare contro i Mori d’Africa. In quei paraggi soggiornava anche Filippo I di Francia e non si può escludere che Urbano non cercasse ivi anche un suo primo, sia pur generico consenso alla guerra d’oltremare. Certo, dal marzo al novembre del 1095, gli intendimenti urbaniani apparvero fortemente mutati. È interessante pertanto studiare in qual modo tale evoluzione sia stata percepita, quanto sia stata posta in rapporto alla reale situazione della Palestina e dei cristiani che vi si recavano o vi vivevano e quanto sia scaturita da considerazioni dettate da motivi politici contingenti. Disse, ad esempio, Fulcherio di Chartres che papa Urbano nutrì il proposito di suscitare nuova vitalità nel cristianesimo proprio sostenendo la crociata. Se Urbano dunque ebbe per scopo principale la preoccupazione di cancellare il “basso profilo” in cui era scaduta la religione tra ecclesiastici e popolo e cercò di scongiurare il pericolo che i principi cristiani continuassero a passare il tempo combattendosi sterilmente 1’un l’altro, allora si deve concludere che il suo obiettivo ebbe scopo squisitamente politico e scarsamente missionario. Egli, insomma, non avrebbe mirato all’ampliamento dei confini della cristianità o alla loro difesa dagli invasori, ma avrebbe plasmato il cristianesimo come una fede praticata nell’ ambito geografico ed umano di competenza. Parecchi anni dopo quegli eventi, Guglielmo di Malmesbury, invece, nel De regum gestis pose in risalto il rischio concreto corso in quei frangenti dalla cristianità: rischio costituito dalla perdita a favore dei musulmani dell’ Asia e dell’ Africa. Legato alla fede rimaneva, infatti, solo l’Occidente cristiano e non mancarono difficoltà quando, come comprovò 1’occupazione della Spagna, delle Baleari e della Sicilia, i seguaci dell’Islam entrarono nel nostro continente. Il bisogno di respingere un possibile assalto alla fede dei padri, dunque, rimase un elemento non aleatorio e costante nell’azione del papa e fu comunemente rilevato da tutte le fonti narrative. Tuttavia tale esigenza non fu sempre contrapposta al tentativo di adeguare la passione per la guerra ad una finalità che non fosse quella delle lotte interne tra cristiani. Le precedenti battaglie contro i Saraceni e la situazione della Spagna soggiogata dai Mori prepararono altresì gli animi delle popolazioni alla riscossa armata. E in realtà ciò stette a dimostrare come nella cultura occidentale fosse ora latente ora presente un fondo di “fobia” contro gli stranieri volto a tradursi in scelte violente. Un aspetto di tale stato d’animo posto alla base della mentalità occidentale può individuarsi pure nel principio in base a cui l’obiettivo crociato fu individuato nella liberazione della Terra Santa nonché nell’ostilità che i Latini provarono quando vennero a contatto con i loro correligionari copti, siriani e greci, considerati quasi alla stregua dei Turchi. Non è dato conoscere però neppure se e fino a qual punto i cristiani di rito latino fossero a conoscenza della diversità dei riti ortodossi. Di fatto, l’incontro con il mondo bizantino e medio orientale provocò in prevalenza ostilità e risentimento da ambo le parti e, allorché nel Levante furono organizzati gli Stati latini, gli Arabi di fede cristiana vennero considerati senza alcun riguardo dall’autorità ecclesiastica latina e ciò attesta che l’impulso a scontrarsi era forte e chiaro. In Europa, poi, l’odio contro lo straniero si diffuse con un contagio presto ingigantitosi, dapprima alimentato dalla paura di un imminente attacco islamico, dopo, da un indiscriminato risentimento contro le popolazioni levantine e soprattutto contro i musulmani. Quando, in prosieguo di tempo, nella parte dell’Est del nostro continente comparvero le bande indisciplinate radunatesi al seguito di Gualtieri Senza Averi e di Pietro l’Eremita (i capi della crociata dei pezzenti che, privi di ogni esperienza militare, portarono al massacro dei Turchi oltre 12000 persone), prese forma un conflitto pericoloso contro le popolazioni locali e, segnatamente, contro le comunità ebraiche. Quasi la stessa cosa si verificò, poi, allorché vennero organizzati eserciti regolari mossisi sulla base di una più severa disciplina. L’autore dei Gesta Francorum, al seguito di Boemondo di Taranto, offrì una interessante descrizione della gente di Tracia: i Traci – si racconta – erano spaventati al solo vedere i cristiani; essi non pensavano affatto di trovarsi di fronte a dei pellegrini, ma a vere e proprie orde indemoniate che intendevano saccheggiare il paese e uccidere tutti. La gente del luogo, inoltre, non voleva vendere loro vettovaglie, nessun articolo di vestiario o altro; così per forza di cose, i Franchi, per sopravvivere, dovettero darsi alla rapina. A Monastir i peregrini si scagliarono contro un castello pieno di eretici che massacrarono, dando l’edificio alle fiamme con quanti vi si erano rinchiusi. Un’altra volta furono i Bizantini ad attaccare i pellegrini; allora Boemondo, assoggettati i Greci, si rivolse ai prigionieri catturati chiedendo loro: «perché uccidete il popolo di Cristo e i miei uomini?». L’episodio è interessante, in quanto vi si coglie l’incapacità, peraltro abbastanza comprensibile, dei Franchi di integrarsi con popolazioni diverse da loro. Tale incapacità si verificò a differenti livelli. Così, mentre i crociati franchi passavano per le regioni balcaniche, si moltiplicarono al loro transito saccheggi, stupri, assassini e battaglie senza quartiere. Eccezionale fu, poi, l’intolleranza franca sul piano delle proprie prerogative e delle proprie abitudini. La prova più lampante al riguardo venne data dalla pretesa occidentale di voler latinizzare le chiese ovunque ciò fosse possibile e, quindi, com’era naturale accadesse, dall’intento di latinizzare la stessa Grecia. Mai riuscirono, quindi, i “Latini” ad avere la comprensione degli Arabi cristiani di Siria e Palestina, quando essi divennero loro sudditi, mai quella dei Bizantini ortodossi e tanto meno quella degli islamiti. D’altra parte Latini e Greci, Arabi e Siriani erano tutti e sempre convinti di essere i più civili e i più cristiani e ritenevano gli altri inferiori a loro. Non per nulla Guiberto di Nogent nei Gesta Dei per Francos considerò le crociate fra le guerre combattute contro i barbari. La stessa convinzione di superiorità emerse, poi, dai propositi di papa Urbano II, allorché individuò nei Franchi la guida naturale dei cristiani, mentre Turci et Arabes furono ritenuti dei pericolosi “primitivi” minacciosamente addensatisi ai confini dell’Impero romano d’Oriente. Anche l’uso dei termini in proposito adoperati è utile a farci comprendere l’idea del pontefice che chiamò gli infedeli a volte pagani, a volte gentiles, senza tener conto che la loro religione e provenienza li poneva in un ambito diverso. Il modo di fare abituale mostrato dai crociati e quello degli organizzatori e dei dirigenti del movimento per la liberazione della Palestina fu, dunque, ispirato all’arroganza fondata sulla convinzione di trovarsi dalla parte della ragione, secondo una teoria in precedenza elaborata sul1a scorta di complesse e capziose argomentazioni articolate sui princìpi della guerra difensiva. La liberazione della Terra Santa divenne l’idea-forza nonché la giustificazione della crociata. La Terra Santa – si disse – era cristiana per eccellenza e doveva essere, quindi, tolta ai barbari che l’occupavano contro ogni diritto. Se i Franchi, dunque, erano alla guida dei cristiani, loro preciso dovere diveniva quello di riconquistare Gerusalemme. In altri termini la Terra Santa fu allora definita terra di Dio in quanto aveva visto nascere, operare e morire Cristo; fu denominata terra sua e come tale doveva essere restituita al cristianesimo. Proprio tale concetto di restituzione applicato alla riconquista stabile di quel territorio venne conferito nel suo senso più pieno alla Palestina.  L’idea di crociata, propugnata da Urbano a Clermont, rispecchiò, dunque, un mondo orientale sconvolto dalle guerre e un Occidente voglioso di combattere: da un lato vi fu il guerreggiare violento ed entusiasta dei cristiani, incapaci di osservare la tregua di Dio, e dall’altro quello dei Turchi che all’inizio arretrarono dinanzi all’inatteso impeto occidentale e, poi, una volta ripresisi, con i loro attacchi incessanti, osarono spingersi fino alle rive del Mediterraneo e oltre.

        Eravamo rimasti a ciò che il Papa aveva detto a Clermont. Cronisti dell’epoca raccontano che, appena ebbe finito di parlare, centinaia di cavalieri guidati dal vescovo di Le Puy si inginocchiarono ai suoi piedi chiedendogli la benedizione al fine di mettersi immediatamente in cammino verso la Terra Santa. Il Papa chiese loro di cucire sopra i loro panni una croce di tela per mostrare la condizione di crociati. Dopo aver recitato insieme il Credo niceno fu fissato un appuntamento per la partenza al 15 agosto dell’anno seguente, dopo aver raccolto i frutti del campo. Sarebbe iniziata nel 1096 la Prima Crociata, uno dei più orrendi massacri della storia dell’umanità che seminerà per oltre duecento anni morte e distruzione non solo nel campo avverso ma anche tra cristiani che differivano per qualche dogma o per qualche funzione liturgica. Dio lo voleva ?

        La chiamata della Chiesa fu quindi accolta con entusiasmo in quasi tutta Europa. La Repubblica di Venezia che aveva fiorenti commerci avviati con i musulmani d’Oriente, temendo che la Crociata li avrebbe pregiudicati, non aderirono. Venezia aveva buoni rapporti anche con Bisanzio che gli lasciava utilizzare i suoi porti. Ma Bisanzio era in guerra continua con i Normanni e Venezia non credeva fosse producente aderire ad una impresa in cui anche i Normanni partecipavano. Poi si resero conto, ma dopo le vittorie crociate, che non partecipando avrebbero perso l’uso dei porti siriani e quindi aderirono all’ultimo momento proprio per conquistare quei porti e per mostrare al mondo quanta fede li sostenesse (comunque i veneziani si mossero in modo di non essere troppo cattivi con i musulmani, soprattutto quelli d’Egitto con i quali vi erano scambi che arricchivano gli uni e gli altri). Il fatto invece che gran parte d’Europa aderisse con entusiasmo alla Crociata era abbastanza strano perché non si era ancora nella fase di completa ripresa che sarebbe comunque presto venuta. I disastri annunciati per il passaggio del millennio e quelli reali erano alla base di questa conversione fondamentalista. Sembrava si fosse scampato il pericolo della fine del mondo ma la carestia che portava fame dappertutto, i proprietari terrieri feudali che premevano con lo sfruttamento sui contadini, le grandi migrazioni dal Nord al Sud d’Europa con tutti gli scompensi connessi, non potevano essere segnali che annunciavano peggiori calamità se non si fosse fermata l’avanzata del Diavolo liberando i Luoghi Santi ? Su questo predicavano e premevano i monaci di Cluny che magnificavano quelle calamità come segnali di Dio che avrebbero permesso la salvezza dell’umanità. A questo richiamo accorsero da ogni parte migliaia di persone, in maggioranza pezzenti e morti di fame dell’intera Europa con la speranza di riempirsi lo stomaco e tornare con qualche bottino piuttosto che salvarsi l’anima. Ma vediamo più in dettaglio il corso degli eventi a partire da una carta geografica che ci presenta la situazione geopolitica intorno all’anno 1000. ed una che mostra a cosa era ridotto l’Impero bizantino sul finire dell’XI secolo, Impero che fu utilizzato come piattaforma per lanciare l’attacco a Gerusalemme che, per la verità, non era al primo posto degli interessi religiosi musulmani (semmai lo diventerà dopo la Crociata).

L’area mediterranea in epoca appena antecedente alla Prima Crociata.  Le aree in varie tonalità di verde sono quelle dei diversi emirati e califfati in cui era suddiviso il mondo musulmano. L’area in grigio-violaceo è quella dell’Impero Romano d’Oriente. La zona color arancio è quella del Sacro Romano Impero.

L’Impero bizantino nell’anno 1045

LE NOTE E LA BIBLIOGRAFIA SONO NRLLA PARTE II D QUESTO ARTICOLO

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