Fisicamente

di Roberto Renzetti

LA PRIMA CROCIATA DEI PEZZENTI

         Prima di raccontare le vicende della Crociata degli eserciti, è utile raccontare quella dei poveri diseredati guidata da Pietro l’Eremita (tra i cosiddetti pezzenti, disoccupati, vagabondi, contadini poveri (per l’espoliazione da parte dei ricchi cristiani che invocavano la crociata)  vi erano anche ricchi signorotti, religiosi, esponenti della piccola nobiltà, alcuni signori feudali in gran parte dei veri e propri delinquenti). Le migliaia di persone di ogni ceto, ma particolarmente contadini con mogli e figli ed ogni avere al seguito, unite da una profonda fede, si erano raccolte nella primavera del 1096 a Colonia dove Pietro riuscì ad aggregare molti piccoli nobili tedeschi. Una così grande quantità di persone doveva marciare in fretta perché non vi era nessun regno che potesse dar loro da mangiare per più tempo. Nell’attesa a Colonia che si aggregassero altri “crociati”, un’ala impaziente, guidata da Gualtiero San-Avoir (Senza Averi) prese la marcia verso la Palestina, attraversò l’Ungheria con il permesso del sovrano, entrando nell’Impero Bizantino a Belgrado (strappata nel 1018 da Basilio II ai bulgari) senza avvertire i governanti la città. Costoro aspettarono ordini per capire cosa fare ma il tempo passava e le moltitudini di Gualtiero affamate iniziarono a razziare i campi. Questi saccheggi insieme ad una rapina fatta in un bazar ungherese fatta da alcuni “crociati” che venivano dietro il grosso, fecero reagire le truppe di stanza a Belgrado che ammazzarono gran quantità di crociati in battaglia e ne incendiarono svariati altri in una chiesa. Gualtiero riuscì a proseguire con una scorta armata fornita dal governatore bizantino della provincia bulgara, Nicetas, che aveva avuto ordini dall’Imperatore di Bisanzio Alessio I Comneno, informato che dietro questa avanguardia crociata seguiva il grosso (circa 20 mila persone) guidato da Pietro l’Eremita e per questo estremamente preoccupato. Gualtiero e la sua moltitudine crociata giunse infine a Costantinopoli verso la metà di luglio del 1096. Dietro, come detto, seguiva la gran massa guidata da Pietro sul suo asino. Costoro arrivarono senza problemi fino a Zemun, vicino Belgrado ed al confine tra Bisanzio ed Ungheria. Qui iniziarono gravi problemi iniziati con una banale lite ma sostenuti da un controllo di polizia molto stretto effettuato dai governatori di due province vicine, quella ungherese e quella bizantina. Un folto gruppo di crociati attaccò la cittadella ungherese e la conquistò ammazzando 4000 uomini e saccheggiando ogni provvista. Quindi, resisi conto della sicura vendetta del Re d’Ungheria, scapparono su delle zattere, appositamente costruite con legname anch’esso rubato, lungo il fiume Sava. Nicetas aveva dei soldati armati ma non sarebbe stato in grado di far fronte a quell’orda alla quale comunque aveva ordinato di guadare il fiume in un unico posto da lui indicato per evitare lo sparpagliarsi di quella moltitudine in territori dove non sarebbe più stata controllabile. I crociati attraversarono il fiume senza tener conto di alcun ordine, Pietro ordinò di attaccare i soldati di Nicetas che furono affogati con le loro barche ed ammazzati senza pietà. Nicetas aveva messo insieme molti altri armati mercenari ma aspettava rinforzi da Costantinopoli per organizzare in sicurezza una nuova scorta armata. Intanto vi fu una trattativa che, in cambio di ostaggi crociati, prevedeva il vettovagliamento e la veloce dipartita dei crociati. Così si fece e di nuovo sembrò che le cose si sistemassero ma, al momento di abbandonare gli accampamenti per marciare verso Sofia, un’altra lite tra tedeschi ed un locale provocò il disastro. I crociati tedeschi bullescamente incendiarono i mulini che si trovavano lungo il fiume. Ciò fece reagire Nicetas che attaccò i crociati nelle retroguardie prendendo ostaggi. Vi fu quindi un susseguirsi confuso di eventi che, alla fine vide i bizantini guidati da Nicetas uccidere qualche migliaio di crociati, imprigionarne altrettanti che restarono per tutta la vita in galera e catturare il tesoro delle donazioni fatte a Pietro. Di fronte a questo attacco Pietro si rifugiò su una collina e, dopo aver messo insieme circa 7500 superstiti, proseguì il viaggio fino ad una città abbandonata dove fecero la mietitura visto che avevano perso ogni provvista. Furono qui raggiunti da altri superstiti e ci si rese conto alla fine che un quarto dell’esercito crociato dei poveri era andato perso fino ad allora. Arrivati a Sofia furono raggiunti dalla scorta proveniente da Costantinopoli che li prese in consegna, senza che accadesse più alcun incidente, fino in città dove ebbero il perdono dell’Imperatore. Runciman descrive mirabilmente gli eventi che seguirono:

Il benevolo interessamento dell’imperatore non cessò quando i crociati arrivarono a Costantinopoli il 1° agosto. Egli era curioso di vedere il loro capo e Pietro fu invitato a un’udienza a corte, dove gli vennero dati denaro e buoni consigli. Alessio, con la sua esperienza, giudicò assai poco efficiente la spedizione e temeva che, se fosse passata in Asia, sarebbe stata ben presto distrutta dai turchi. D’altra parte l’indisciplina dei pellegrini lo costrinse ad allontanarli il più presto possibile dai dintorni di Costantinopoli. Gli occidentali commettevano furti senza fine, facevano irruzione nei palazzi e nelle ville dei sobborghi, rubavano perfino il piombo dai tetti delle chiese. Sebbene il loro ingresso in Costantinopoli fosse strettamente controllato e soltanto piccoli gruppi di visitatori fossero ammessi entro le porte, era impossibile sorvegliare tutti i dintorni.

Gualtiero Sans·Avoir ed i suoi uomini si trovavano già a Costantinopoli e diversi gruppi di pellegrini italiani vi arrivarono quasi nello stesso tempo. Essi si unirono alla spedizione di Pietro; 1’8 agosto tutte le sue forze furono trasportate al di là del Bosforo. Dalla sponda asiatica essi proseguirono in disordine, saccheggiando case e chiese, lungo la costa del Mar di Marmara fino a Nicomedia, che era abbandonata fin dal tempo del saccheggio compiuto dai turchi quindici anni prima. Qui scoppiò una lite fra tedeschi e italiani da una parte e francesi dall’altra, e i primi si resero indipendenti dal comando di Pietro e scelsero come loro capo un signore italiano di nome Rainaldo. A Nicomedia le due parti dell’esercito si diressero verso occidente lungo la costa meridionale del golfo di Nicomedia fino a un campo fortificato chiamato Kibotos dai greci e Civetot dai crociati, che Alessio aveva allestito nelle vicinanze di Helenopolis per i suoi mercenari inglesi. Era un terreno adatto per accamparvisi, poiché la regione era fertile ed altri rifornimenti potevano essere portati facilmente per mare da Costantinopoli.

Alessio aveva esortato Pietro ad aspettare l’arrivo dei principali eserciti crociati prima di tentare qualsiasi attacco contro gli infedeli, e Pietro era rimasto impressionato dai suoi consigli. Ma la sua autorità svaniva rapidamente e sia i tedeschi, sia gli italiani al comando di Rainaldo, sia gli stessi francesi (sui quali sembra che esercitasse la maggior influenza Goffredo Burel), invece di rimettersi tranquillamente in forze, gareggiavano gli uni con gli altri nel saccheggiare la campagna. Dapprima depredarono le immediate vicinanze, poi avanzarono cautamente nel territorio controllato dai turchi, compiendo scorrerie e derubando gli abitanti dei villaggi, tutti greci cristiani. A metà settembre parecchie migliaia di francesi si avventurarono fino alle porte di Nicea, capitale del sultano selgiuchida Kilij Arslan ibn Suleiman: saccheggiarono i villaggi nei sobborghi, raccogliendo le greggi e gli armenti che trovarono, e torturando e massacrando gli abitanti cristiani con spaventosa crudeltà; si disse perfino che arrostissero dei bimbetti sugli spiedi. Un distaccamento turco uscito dalla città venne respinto dopo un duro combattimento, poi essi tornarono a Civetot, dove vendettero il bottino ai loro compagni e ai marinai greci che si trovavano nei pressi del campo.

Questa fruttuosa incursione francese suscitò l’invidia dei tedeschi e verso la fine di settembre Rainaldo parti con una spedizione germanica di circa seimila uomini, fra cui c’erano dei preti e perfino dei vescovi. Essi oltrepassarono Nicea, saccheggiando ogni cosa sul loro cammino, ma, più riguardosi dei francesi, risparmiarono i cristiani, finché giunsero a un castello chiamato Xerigordon, che riuscirono a conquistare. Avendolo trovato ben fornito di provviste di ogni genere, decisero di farne un centro da cui partire per predare il paese, ma alla notizia dell’impresa crociata il sultano inviò un comandante militare di grado superiore, con molti soldati, per riprendere il castello. Xerigordon si trovava su una collina e i rifornimenti d’acqua vi giungevano da un pozzo che era appena fuori le mura e da una sorgente nella valle sottostante. L’esercito turco, giunto davanti al castello il 29 settembre, giorno di san Michele, respinse un’imboscata tesa da Rainaldo e, dopo essersi impossessato della fonte e del pozzo, accerchiò strettamente i tedeschi entro la fortezza. Ben presto gli assediati soffrirono atrocemente la sete: tentarono di ricavare  umidità dalla terra, tagliarono le vene dei loro cavalli ed asini per berne il sangue, e bevvero perfino l’urina gli uni degli altri. I loro sacerdoti cercarono invano di confortarli ed incoraggiarli; dopo otto giorni d’agonia Rainaldo decise di arrendersi ed apri le porte al nemico, dopo avere ricevuto la promessa di aver salva la vita se avesse rinunciato al cristianesimo. Coloro che rimasero fedeli alla loro religione vennero trucidati, Rainaldo e quelli che abiurarono con lui vennero inviati in prigionia ad Antiochia, Aleppo e fin nel lontano Khorasan.

La notizia che i tedeschi avevano preso Xerigordon era giunta al campo di Civetot ai primi di ottobre, subito seguita da una voce, diffusa da due spie turche, che essi si erano impadroniti della stessa Nicea e stavano spartendosi il bottino a loro proprio beneficio. Come i turchi si aspettavano, questo provocò una tumultuosa eccitazione nell’accampamento: i soldati chiedevano con grande clamore di poter correre a Nicea, lungo strade su cui il sultano aveva preparato accuratamente agguati e imboscate. I loro capi faticarono a trattenerli, finché all’improvviso si scopri la verità sulla sorte toccata alla spedizione di Rainaldo: l’eccitazione si mutò in panico e i comandanti dell’esercito si riunirono per discutere sul da farsi. Pietro era andato a Costantinopoli: la sua autorità sulle truppe era svanita ed egli sperava di ravvivarla ottenendo importanti aiuti materiali dall’imperatore. Ci fu nell’esercito un certo desiderio di uscire a vendicare Xerigordon, ma Gualtiero Sans-Avoir persuase i suoi colleghi ad aspettare il ritorno di Pietro, che doveva avvenire entro una settimana. Pietro, tuttavia, non tornò e nel frattempo si venne a sapere che i turchi stavano avvicinandosi con molte truppe a Civetot. Il consiglio dell’esercito si riunì nuovamente: i capi più responsabili, Gualtiero Sans-Avoir, Rinaldo di Breis, Gualtiero di Breteuil e Folco di Orléans, e i tedeschi Ugo di Tubinga e Gualtiero di Teck, esortavano ancora a non prendere iniziative fino all’arrivo di Pietro; ma Goffredo Burel, sostenuto dal favore dell’esercito, insistette che sarebbe stato codardo e sciocco non avanzare contro il nemico. Egli impose la sua volontà e il 21 ottobre, all’alba, l’intero esercito crociato, forte di oltre ventimila uomini, usci da Civetot lasciando dietro di sé soltanto vecchi, donne, bambini e ammalati.

A sole tre miglia dal campo, presso un villaggio chiamato Dracon, dove la strada per Nicea si inoltrava in una stretta valle boscosa, i turchi avevano teso un agguato. I crociati marciavano rumorosamente e senza precauzioni, i cavalieri in testa con le loro cavalcature: all’improvviso una grandinata di frecce dai boschi uccise o ferì i cavalli e, mentre questi s’imbizzarrivano sbalzando di sella i loro cavalieri, i turchi attaccarono. La cavalleria, incalzata dai turchi, fu rigettata indietro sulla fanteria; molti cavalieri combatterono eroicamente, ma non poterono arrestare il panico che s’impadroniva dell’esercito; in pochi minuti tutti i soldati si trovarono in fuga disordinata verso Civetot. Nell’accampamento stava appena cominciando la normale vita giornaliera: alcuni dei più anziani dormivano ancora nei loro letti e qua e là un prete stava celebrando la messa mattutina, quando in mezzo a loro si precipitò un’orda di fuggiaschi terrorizzati con il nemico alle calcagna. Non vi fu una vera resistenza: soldati, donne e preti vennero massacrati prima che avessero il tempo di muoversi; alcuni scapparono nelle foreste circostanti, altri in mare, ma pochi di loro sfuggirono a lungo alla cattura; altri si difesero per un certo tempo accendendo grandi fuochi che il vento spingeva in faccia ai turchi. Soltanto giovani e fanciulle d’aspetto attraente vennero risparmiati, insieme con i pochi prigionieri fatti quando ormai era svanito il primo ardore della battaglia, e vennero tutti portati via come schiavi. Circa tremila, più fortunati degli altri, riuscirono a raggiungere un vecchio castello che si trovava vicino al mare. Era stato per molto tempo fuori uso e le sue porte e finestre erano smantellate, ma i rifugiati, con l’energia della disperazione, improvvisarono delle fortificazioni con il legname che trovarono intorno, le rafforzarono con cadaveri e poterono cosi respingere gli attacchi del nemico.

Il castello resistette, ma sul campo di battaglia a mezzogiorno tutto era finito e i morti coprivano il terreno dal passo di Dracon fino al mare. Fra i caduti c’erano Gualtiero Sans·Avoir, Rinaldo di Breis, Folco d’Orléans, Ugo di Tubinga, Gualtiero di Teck, Corrado e Alberto di Zimmern e molti altri cavalieri tedeschi. Gli unici capi sopravvissuti furono Goffredo Burel, che aveva provocato il disastro con la sua avventatezza, Gualtiero di Breteuil e Guglielmo di Poissy, Enrico di Schwarzennberg, Federico di Zimmern e Rodolfo di Brandis, quasi tutti gravemente feriti.

Quando cadde l’oscurità un greco, che si trovava con l’esercito, riuscì a trovare un’imbarcazione e parti per Costantinopoli per informare Pietro e l’imperatore sulla battaglia. Non sappiamo nulla dei sentimenti che provò Pietro, ma Alessio ordinò subito ad alcune navi da guerra, con molti uomini a bordo, di salpare per Civetot. All’arrivo della squadra militare bizantina i turchi levarono l’assedio al castello e si ritirarono verso l’interno; i superstiti vennero condotti sulle navi e tornarono a Costantinopoli, dove furono loro assegnati dei quartieri nei sobborghi; vennero però tolte loro le armi.

La crociata popolare era finita: era costata molte migliaia di vite umane, aveva messo a dura prova la pazienza dell’imperatore e dei suoi sudditi ed aveva insegnato che la sola fede, senza buon senso e disciplina, non avrebbe aperto la strada per Gerusalemme.

         Nell’estate del 1096, come vedremo, mosse anche la Crociata ufficiale, quella dei Principi e dell’Imperatore. E la Crociata mosse, in epoca in cui l’usura era vietata nell’Occidente cristiano ed a Bisanzio, grazie ai finanziamenti degli ebrei sefarditi che, a partire dalle varie diaspore in epoca romana, si erano insediati ovunque gestendo case di credito nei Paesi cristiani. Per la loro diffusa distribuzione, sia in Asia Minore che in Europa, questi ebrei erano gli unici in grado di mantenere vivi i commerci internazionali che provvedevano l’Occidente di quel gran bene che era la moneta sonante. I crociati non erano tutti benestanti e, comunque, necessitavano di denaro in prestito per affrontare la Crociata e questi prestiti in denaro provenivano in massima parte dagli ebrei. Qui, in quell’epoca, si posero molti problemi ai cavalieri crociati: i musulmani erano i nemici da combattere per liberare Gerusalemme, ma il combattere gli infedeli musulmani con il denaro di peggiori nemici, gli ebrei, coloro che avevano ucciso Gesù, era lecito ? Ciò comportò la necessaria  accettazione dei prestiti ma accompagnata da una sorta di rancore per l’essere dovuti ricorrere a nemici della cristianità. Anche su questo la Chiesa riuscì comunque a trarre guadagno: da una parte vietò di pagare interessi sui prestiti richiesti per fare il crociato e dall’altra mise forti tasse su chi questi prestiti faceva ed era praticamente costretto a fare. Ulteriore conseguenza di ciò fu la paura che si insinuava tra le comunità ebraiche che le spinse ad essere più generose con i prestiti stessi per evitare supposte peggiori conseguenze. Si erano infatti sparse voci di persecuzioni in Francia  (Rouen) contro gli ebrei e, dal fatto che uno dei comandanti crociati (Goffredo di Buglione) avrebbe giurato vendetta contro gli assassini di Cristo prima di partire per la liberazione della Palestina, si trasse la conclusione che dalla Crociata gli ebrei dovevano solo temere. Gli ebrei si rivolsero ad Enrico IV perché fermasse le intenzioni di Goffredo e gli fecero omaggio di una ingente somma in argento. Goffredo garantì che non aveva mai pensato a tale vendetta, soddisfatto del fatto che l’estorsione contro gli ebrei era ben riuscita. Gli ebrei comunque respirarono per lo scampato pericolo ma non sapevano che la loro salvezza sarebbe stata molto più cara. Gli entusiasmi dei crociati civili ed informali tedeschi, che ambiavano congiungersi con Pietro l’Eremita, di alcuni volontari esagitati, diseredati e chissà perché, inermi(13), al seguito di un signorotto renano, Emich von Leisingen, diressero gli slanci di fede verso comunità ebraiche nemiche della cristianità (iniziando in un crescendo i massacri di ebrei che, sempre più spesso, preferivano suicidi di massa: Spira, Worms, Magonza, Colonia, Treviri, Metz, Neuss, Altenhar, Eller, Kerpen, Xanten, Mehr, MOers, Geldern, Dortmund, Wevelinghoven e così via anche con altri signorotti, come Volkmar e Gottschalk, che imitarono le gesta di Emich con stragi di ebrei a Praga e Ratisbona) con inutili tentativi da parte di autorità civili, religiose e di semplici cittadini di evitare ogni violenza (si calcola in 50 mila il numero delle vittime dei pii cristiani). Queste bande di crociati, al seguito di Emich, Volkmar e Gottschalk, non riuscirono mai ad arrivare in Palestina e furono sterminate in territorio ungherese quando questi crociati tentarono analoga operazione contro gli ebrei nel loro territorio e contro la popolazione derubata e saccheggiata.

LA PRIMA CROCIATA DEI PRINCIPI E DELL’IMPERATORE

La Crociata dei Principi e dell’Imperatore Alessio era comandata dal legato papale, Ademaro di Monteil, vescovo di Le Puy (si deve notare che nessun Re prese parte alla Crociata perché tutti  i più importanti risultarono scomunicati: Enrico IV, Guglielmo il Rosso d’Inghilterra, Filippo I di Francia). Essa partì alla fine di agosto, più tardi rispetto a quella del popolaccio perché qui le cose dovevano essere organizzate:. Occorreva preparare carri con vettovaglie, armi e vestiti ma soprattutto occorreva lasciare disposizioni a persone che avrebbero dovuto curare i campi in assenza dei proprietari poiché la durata della Crociata era imprevedibile ma comunque misurabile in anni. Vi era anche il problema di accordarsi con l’Imperatore Alessio di Bisanzio. L’arrivo di moltitudini, per di più armate, bisognose di cibo ed appoggio logistico, era molto preoccupante. Ci si accordò preliminarmente       con Alessio su un giuramento di vassallaggio che i comandanti crociati avrebbero fatto all’Imperatore appena giunti a Costantinopoli: in cambio dell’appoggio logistico, sarebbero andate all’Impero bizantino tutte le terre conquistate dai crociati nella marcia verso Gerusalemme, ma solo quelle che erano state strappate in precedenza dai Turchi all’Impero. Le altre conquiste, se fossero diventati regni cristiani indipendenti, ma in qualche modo legati a Bisanzio, che facessero da cuscinetto con i Turchi, non dispiacevano ad Alessio.  

Gli itinerari degli eserciti crociati per raggiungere Gerusalemme, la città celeste dell’Apocalisse, furono diversi come diversi furono i capi dei singoli eserciti (Ugo di Vermandois, detto Le Maisné (Il Minore), fratello di Filippo I re di Francia, Goffredo di Buglione duca della Bassa Lorena, i suoi fratelli Eustachio, conte di Boulogne (o Buglione), e Baldovino, i normanni Boemondo di Taranto e Tancredi d’Altavilla, Raimondo IV di Saint-Gilles conte di Tolosa, Roberto II duca di Normandia, suo cognato Stefano conte di Blois, suo cugino Roberto II conte di Fiandra). Nonostante questi nomi altisonanti. il nerbo della spedizione era di cavalieri cadetti, cioè di avventurieri in armi seguiti da pellegrini disarmati, la società feudale in piena crisi.

Ricostruzione di abbigliamento crociato

Il primo a partire fu Ugo di Vermandois al quale durante il viaggio si aggiunsero i cavalieri superstiti che avevano partecipato agli assalti delinquenziali di Emich agli ebrei. Imbarcatosi a Bari subì un naufragio in cui molti crociati affogarono. Fu raccolto naufrago ed accompagnato a Costantinopoli con i superstiti. Alessio lo accolse bene ma lo tenne quasi prigioniero non fidandosi di lui.

Partì poi Goffredo di Buglione con i suoi fratelli ed un esercito molto grande ottenuto con la truffa agli ebrei, con la vendita di alcune proprietà e dando in pegno un suo castello al vescovo di Liegi. Non passò per l’Italia ma seguì la rotta di Pietro l’Eremita, rotta che era stata del suo antenato da parte di madre, Carlo Magno, quando andò in pellegrinaggio a Gerusalemme, attraverso l’Ungheria. Goffredo chiese il permesso di attraversare al Re Coloman d’Ungheria ma questi era rimasto molto scottato dai precedenti passaggi e pretese che gli fosse lasciato in ostaggio il più pericoloso dei fratelli di Goffredo, Baldovino e famiglia. Sotto scorta attraversarono l’Ungheria passando a Belgrado nell’Impero bizantino dove si sostituì la scorta con quella imperiale. Il viaggio fino al Mar di Marmara andò avanti tranquillo ma qui l’esercito si scatenò per 8 giorni devastando tutte le campagne, razziando ed ammazzando. La giustificazione portata ad Alessio era quella della prigionia dorata di Ugo. Si riuscì a tranquillizzare Alessio che però fece arrivare le truppe di Goffredo con il patto che accampassero fuori città. Vi furono attriti violenti tra Goffredo ed Alessio. Il primo non voleva prestare giuramento di vassallaggio, il secondo non dava rifornimenti alimentari (eravamo a fine dicembre). A questa risposta di Alessio iniziarono i saccheggi delle periferie di Costantinopoli ed Alessio, informato dell’arrivo di altri eserciti crociati reagì in modo di risolvere al più presto la questione Goffredo. Tagliò sempre più i viveri e la biada per i cavalli. Goffredo reagì saccheggiando e distruggendo tutti i sobborghi di Costantinopoli fino ad attaccare la città. Non è chiaro fino a che punto volesse spingere Goffredo, sta di fatto che gli arcieri sulle mura riuscirono a respingerlo nel giovedì della Settimana Santa, 2 aprile. Qualche giorno dopo un altro tentativo di assalto alla città portò alla sconfitta ed alla fuga dei crociati, all’accettazione del vassallaggio da parte di Goffredo ed al suo allontanamento dalla città, oltre il Bosforo, dove i crociati si accamparono sulla strada che conduceva a Nicomedia.

La situazione dei Balcani durante la Prima Crociata

Intanto altri crociati di Goffredo che avevano seguito la via dell’Italia erano arrivati nei pressi di Costantinopoli dove si erano riuniti con avanguardie di crociati normanni. Anche costoro provocarono incidenti ma, di fronte alla fermezza di Alessi e dei suoi soldati, desistettero e, dopo il giuramento di vassallaggio, furono accompagnati agli accampamenti di Goffredo. Ma altri crociati erano in arrivo, questa volta si trattava di Boemondo di Taranto, il normanno, con un esercito di circa 500 uomini (su un totale di circa 35 mila) ma il più addestrato ed offensivo di tutti gli altri. Imbarcatosi a Brindisi e sbarcato in vari luoghi tra Durazzo e Valona, Boemondo, per evitare le scorte imperiali, seguì uno strano percorso passante per l’interno nelle terre della Macedonia fermandosi a svernare a Castoria, città povera nella montagna macedone, dove gli abitanti non erano in grado di rifornirli e dove, tanto per cambiare, furono razziati tutti i capi di bestiame e furono incendiate tutte le case. Il seguito della marcia li portò all’antica città macedone di Edessa, vicina al fiume Vardar, dove furono presi in consegna dalle scorte imperiali che li accompagnarono agli accampamenti degli altri crociati con le solite norme date alle scorte dall’Imperatore: i crociati non avrebbero dovuto sostare più di tre giorni nel medesimo luogo. La marcia seguì in Tracia con Boemondo che aveva ordinato ai suoi di non creare alcun incidente mentre egli si recava ad un incontro con Alessio lasciando il suo esercito al comando di Tancredi, accampato in una ricca vallata. Boemondo giurò subito il patto di vassallaggio ed espresse ad Alessio la sua volontà di porsi al suo servizio, magari assumendo il ruolo di comandante di tutte le truppe dell’Impero in Asia. Alessio lo riempì di doni ma sulla richiesta di Boemondo si disse non ancora pronto. Venne fatto venire a Costantinopoli l’esercito che aveva atteso accampato ed Alessio permise l’attraversamento del Bosforo (26 aprile) con l’accompagnamento al campo dei crociati. Tancredi e Riccardo di Salerno attraversarono la città di notte per evitare il giuramento.

Quello stesso giorno giunse a Costantinopoli Raimondo di Saint-Gilles, conte di Tolosa che aveva raggiunto la città con il capo spirituale della Crociata, il vescovo di Le Puy. Raimondo era un nobile avanti negli anni,  molto ricco, educato ed influente, imparentato con la casa reale di Spagna oltreché di Francia. Aveva già avuto molte esperienze di combattimento contro i  musulmani, quelli di Spagna. Ambiva al comando, che aveva chiesto allo stesso Urbano II ma che non gli fu concesso. Era arrivato a Costantinopoli varcando le Alpi al Monginevro e seguendo una via complicata. Dopo aver attraversato la pianura padana, prima l’Istria quindi l’impervia Dalmazia piena di tribù selvagge che attaccavano continuamente le retroguardie. Con gravi difficoltà e senza cibo, esauritosi nei passaggi precedenti ed appena reintegrato con ingente esborso al principe serbo della terra in cui si trovavano, raggiunsero i pressi di Durazzo dove furono presi in consegna dalla scorta. La truppa iniziò ad essere violenta ed indisciplinata, pronta ad ogni saccheggio sempre represso dalla scorta. In una scorribanda fu ferito per errore il vescovo Le Puy e ciò fece infuriare di più la truppa crociata. Raimondo, saputo che gli altri crociati erano arrivati a Costantinopoli, lasciò il grosso dietro di sé per anticiparsi agli incontri che si tenevano in città. Ciò lasciò priva di ogni controllo la truppa che si scatenò in saccheggi, razzie, uccisioni e violenze di ogni tipo. Fu l’esercito bizantino che mosse contro questi banditi crociati, sconfiggendoli e disperdendoli, lasciando il prode Raimondo senza truppa. La notizia arrivò a Raimondo quando gli era stato chiesto il solito giuramento di vassallaggio. Raimondo si sentiva persona che doveva ubbidire al Papa e non ad altri. Quella firma di vassallaggio lo poneva come ubbidiente ad Alessio e forse a Boemondo. Ciò non era accettabile a chi ambiva il comando della Crociata. Fu trovata una via d’uscita che soddisfece tutti: giurava di rispettare la vita e l’onore dell’Imperatore e di non far o far fare dai suoi uomini nulla che potesse danneggiarlo. Dopo questo giuramento Boemondo tornò all’accampamento e Raimondo poté parlare con Alessio anche con le Puy che nel frattempo era arrivato (era restato indietro per curarsi dalle ferite). Vi fu un chiarimento ed Alessio confessò che non aveva alcuna fiducia in Boemondo e che mai gli avrebbe affidato il comando dell’esercito asiatico. Le Puy ebbe probabilmente conversazioni con l’alto clero bizantino. Alla fine Raimondo si trovò addirittura alleato di Alessio. Richiamò ciò che resta va delle sue truppe che furono, anch’esse accompagnate al luogo di stanza degli eserciti crociati.

L’ultimo grande esercito a partire, alcuni giorni dopo quello di Raimondo, fu quello che partì dalla Francia settentrionale sotto il comando congiunto di Roberto II duca di Normandia, suo cognato Stefano conte di Blois e suo cugino Roberto II conte di Fiandra. Partirono da Bruges e da Parigi per poi ricongiungersi; arrivarono al valico alpino di Pontarlier; entrarono in Italia passando per Lucca (dove incontrarono Urbano II), per Roma, fino ad arrivare al Sud dove tutti passarono l’inverno ospiti di Ruggero Borsa, duca di Puglia. Solo Roberto di Fiandra preferì proseguire imbarcandosi a Bari, arrivando a Durazzo e quindi a Costantinopoli (dove giurò subito), senza incidenti, quasi in contemporanea di Boemondo. Gli altri che erano restati in Puglia si attardarono molto, tanto che molti crociati si stancarono e tornarono alle loro case. Finalmente vi fu l’imbarco a Brindisi nei primi giorni di aprile. La prima nave carica di uomini, cavalli, animali da tiro, casse di viveri, armi e denaro, subito dopo essere salpata si rovesciò facendo perire tutti gli animali, 400 uomini e tutti i carichi anche preziosi. Molti di coloro che erano in attesa di imbarco un poco impauriti, un poco presi da superstizione, preferirono abbandonare e tornarsene in Francia. I rimanenti si imbarcarono, sbarcarono a Durazzo, furono presi in consegna dalla scorta e senza incidenti di rilievo arrivarono a Costantinopoli i primi di maggio dove subito fu prestato giuramento. Dopo una sosta in città con l’esercito accampato fuori le mura, furono tutti scortati agli accampamenti crociati al di là del Bosforo.

I percorsi dei vari eserciti crociati

In definitiva, ai primi di giugno del 1097 dai diversi cammini percorsi, dopo aver attraversato il Bosforo, come mostrato nella figura seguente, gli eserciti si ritrovarono riuniti a Nicea, capitale selgiuchida in Bitinia, dove, dal 14 maggio, tutti i crociati ai quali si era aggiunto un contingente bizantino con una guida di nome Taticio, avevano iniziato l’assedio che sarebbe durato fino al 19 giugno quando, dopo una sortita ed una battaglia che vide i crociati vincitori, la città, che era stata strappata a Bisanzio dai Turchi nel 1077, cadde tornando bizantina. E da qui iniziò la crociata militare in senso stretto con la conquista di luoghi strategici, dotati di fortezze, che avrebbero dovuto rendere sicure le strade che portavano a Gerusalemme. Ma Nicea era stata l’occasione per i soldati crociati di aumentare il risentimento verso Alessio. In quella città, Alessio sapeva bene, vi erano in maggioranza cristiani e solo pochi turchi. Non voleva in alcun modo che vi fossero saccheggi e distruzioni in una città che sarebbe tornata bizantina. Durante la notte del 18 giugno un gruppo di soldati imperiali entrò in città e convinse le sue guarnigioni alla resa. Ciò comportò che tutti i turchi furono portati a Costantinopoli sotto scorta e fu impedito il saccheggio agognato dalla soldataglia. Alessio si fece perdonare facendo doni in viveri ad ogni soldato e doni in oro e gioielli dal tesoro del sultano Kilij Arslan, in una quantità che lasciò tutti esterefatti, ai comandanti ed ai cavalieri anche di secondo ordine (ai quali Alessio, che non lo aveva fatto in precedenza, approfittò per chiedere il giuramento di vassallaggio che tutti fecero immediatamente). Un altro comportamento di Alessio fece stralunare l’esercito crociato. I prigionieri turchi furono trattati molto bene e fu loro permesso di riscattare la libertà, mentre la sultana, che era stata ricevuta a Costantinopoli con onori regali fu restituita insieme ai figli al sultano senza alcun riscatto. Ma Alessio fece un altro regalo ai comandanti crociati: egli consigliò loro che, arrivati in territori prossimi alla Palestina, facessero accordi di qualunque tipo con i Fatimiti (dinastia musulmana sciita che aveva conquistato l’Egitto sul finire del X secolo ed in rotta con quella sunnita turca) d’Egitto che odiavano i turchi ed erano completamente tolleranti con i cristiani. Vedremo oltre cosa accadde tra crociati e Fatimiti.

Situazione in Asia Minore nel 1097 (da Wikipedia)

Il 26 giugno i crociati lasciarono Nicea dividendosi in due gruppi per favorire il modo di approvvigionarsi. Appena qualche giorno dopo uno dei due gruppi si scontrò con i Turchi a Dorylaeum (molto probabilmente la moderna Eskişehir), un crocevia fondamentale da dove si aprivano vari cammini che attraversavano l’intera Anatolia oltre quello che portava verso Gerusalemme. Il sultano Kilij Arslan aveva raccolto le sue forze, aveva stretto alleanza con il suo vassallo, emiro Hasan dei turchi di Cappadocia, e con l’emiro danishmend, mettendo insieme un consistente esercito. Con il suo esercito il sultano attaccò (credendo) di sorpresa l’accampamento crociato ma i movimenti dei turchi, che spiavano i movimenti crociati, erano stati osservati. Circondati dai musulmani, i crociati resistettero con grande energia finché, dall’esterno non intervenne il secondo gruppo crociato che mise in fuga i musulmani presi dal panico per quell’intervento inaspettato (1 luglio). Nella fuga i Turchi abbandonarono i loro tendaggi con tutti i beni che si erano portati dietro, tra cui gli ultimi ingenti tesori del sultano. Il sultano con i suoi uomini si rifugiò sulle colline ritenendo inutile combattere con quei soldati. Nella ritirata saccheggiò tutti i villaggi che erano sotto il suo dominio incendiando i campi e tutto ciò che potesse essere utile ai crociati, soprattutto cibo.

Dopo soli due giorni l’esercito crociato riprese la marcia lungo l’unica strada possibile. Non era infatti consigliabile addentrarsi nel territorio dell’emirato di Danishmendidi che aveva intatto il suo esercito ed era avvertito della marcia crociata e neppure l’altra strada, quella del deserto rovente e priva di acqua in piena estate. Si prese la strada di Sud-Est, quella che portava ad Iconio. Verso la metà d’agosto l’esercito, dopo aver patito fame e sete nella lunga marcia attraverso villaggi distrutti, campi abbandonati e pozzi in rovina, entrò nella città deserta di Iconio, abbandonata dai musulmani di Kilij Arslan in fuga. Anche qui tutto era stato portato via ma vi era la ricca valle di Meran piena di acqua e prodotti della terra che permise ai crociati di rifocillarsi e riposarsi per vari giorni.

Ripresa la marcia, i crociati si trovarono ad Eraclea Cibistra un esercito turco pronto apparentemente a fronteggiarli ma in realtà con l’intenzione di farli deviare verso altro cammino (le montagne del Tauro). I crociati però attaccarono ed i turchi che non avevano intenzione di combattere si ritirarono.

Mappa che segna con qualche dettaglio le città toccate dalla Prima Crociata

Di nuovo vi era il problema della strada da seguire. Dovendo seguire la strada principale si sarebbe dovuta imboccare quella che portava alle montagne del Tauro (una catena, insieme all’Antitauro, che costeggia tutto il sud della Turchia sul Mediterraneo) e quindi al passo impressionante delle Porte Cilice in Cilicia Armena e quindi attraverso il non sicuro passo delle Porte siriane, che conduceva ad Antiochia. L’alternativa, vista la recente sconfitta turca, era quella che sembrava migliore, sulla strada che portava a Cesarea di Cappadocia, quindi a Mazacha, a Marash (superando i monti dell’Antitauro di 2400 metri) fino alle pianure di Antiochia, con attraversamenti di passi molto più facili e principati di armeni cristiani che non avevano voglia di entrare in guerre. Vi furono differenze di opinioni e l’esercito crociato si divise in due mettendosi in marcia il 10 settembre, con Tancredi d’Altavilla ed il normanno Baldovino di Boulogne, fratello di Goffredo di Buglione, che presero la strada più impervia della Cilicia, ed il grosso dell’esercito con il cammino per Cesarea. Con scontri di lieve entità, con occupazioni di villaggi, con turchi che in continuazione si ritiravano il viaggio sulla via di Cesarea non pose problemi e sul finire del mese l’esercito giunse a Cesarea abbandonata dai turchi e quindi proseguì per Comana (Placentia), in quel momento assediata dai turchi che, all’arrivo dei crociati, si ritirarono. I crociati, dopo un cammino molto travagliato a seguito delle piogge autunnali in montagna che avevano trasformato i sentieri in trappole di fango spesso costeggianti precipizi in cui precipitarono uomini, cavalli e carri legati l’uno all’altro, arrivarono a Marash il 17 di ottobre 1097 ed il 20 si trovarono a Ponte di Ferro, a sole tre ore di marcia (circa 12 Km) da Antiochia di Siria. Durante il tragitto iniziarono dissidi sotterranei tra i vari principi anche alimentati da voci fatte spargere da turchi (Antiochia sarebbe stata abbandonata quindi sarebbe stata facile preda mentre era lì che i turchi si concentravano). Mentre accadeva tutto questo l’esercito bizantino riprendeva e consolidava il possesso di quelle sue terre che anni prima erano state conquistate dai turchi. Truppe erano state inviate anche alla riconquista della Ionia e della Frigia, della città di Smirne, delle isole di Lesbo, Chio e Samo, tutte zone tagliate fuori dal possibile appoggio dell’esercito dei turchi. In breve tempo tutte queste terre furono riconquistate dai bizantini, insieme ad Efeso, Sardi, Lidia, Filadelfia, Laodicea. Questa operazione, non sappiamo se in modo diretto od indiretto, avrebbe permesso di assicurare vie per il rifornimento delle truppe crociate.

Alcuni monti del Tauro

Alcuni monti dell’Antitauro

         Intanto il secondo troncone dell’esercito crociato, sotto la guida di Tancredi e Baldovino di Boulogne, aveva conquistato Edessa. Da qui, mentre Tancredi proseguì verso Tarso ed Alessandretta (già conquistate dai crociati) per ricongiungersi con il grosso dell’esercito crociato ad Antiochia, Baldovino trasformò quel principato armeno in sua contea e si fece nominare Conte di Edessa restando in quella città ed attirando in essa altri crociati del grosso dell’esercito rimasti impressionati dai suoi successi (in realtà Baldovino era un avventuriero e come tale era considerato privo di effettivo potere sia dagli armeni che dai musulmani.

Contea di Edessa

Localizzazione di Antiochia. Si può apprezzare la localizzazione di Cesarea, di Edessa e quella delle catene montuose del Tauro e dell’Antitauro

Mappa di Antiochia nel 1098 (da Runciman)

         Antiochia era una città fortificata che aveva una grande importanza per essere al centro di commerci provenienti da tutte le parti dell’Asia. Era abitata da cristiani (greci, armeni, siriani) liberi nel loro culto, era la porta della Siria, conquistata dai musulmani nel 1085 e retta al momento dell’arrivo dei crociati da un governatore turcomanno, Yaghi-Siyan, che in qualche modo aveva usurpato quel posto facendo infuriare il sultano Malikshas ed il suo successore, l’emiro Ridwan. All’approssimarsi dell’esercito crociato il governatore ebbe paura per la sua situazione isolata. La prima reazione fu di attaccare in ogni modo i cristiani della città, potenziali nemici, scacciandoli ed utilizzando la loro cattedrale, San Pietro, come stalla per cavalli. I cristiani si organizzarono ed all’avvicinarsi dei crociati che li avrebbero spalleggiati passarono al massacro delle guarnigioni turche diffuse nei villaggi e nel territorio fedeli a Yaghi-Siyan. Allo stesso tempo, ad assedio della città iniziato (fine ottobre 1097), il governatore inviò suoi messi a vari emiri e sultani per chiedere aiuto. Coloro che avevano subito offese rifiutarono (tra gli altri i sultani di Aleppo, Ridwān, e Damasco, Duqāq), e ciò comportò una importante perdita di tempo. A questo punto, il governatore decise di chiedere aiuto al principe Kerbogha(14) (primavera 1098), in una situazione in cui tutti i sultani e gli emiri cominciavano a rendersi conto che i crociati erano una minaccia per l’intera zona, e tra questi qualcuno sperava che dalla sconfitta crociata sarebbe venuto qualche beneficio territoriale. Fu Kerbogha a risolvere la situazione drammatica del governatore di Antiochia. Egli, con l’approvazione del califfo di Bagdad, Al-Mustazhir, del sultano dei selgiuchidi, Barkiyaruq e del sultano di Persia, Mahmud I(15), organizzò e prese il comando di una grande armata musulmana, per liberare Antiochia dalla minaccia dei crociati. Il tutto avvenne però con gravi ritardi che tutti i comandanti musulmani imputarono allo stesso Kerbogha che, nella marcia verso Antiochia, pensò di fermarsi per liberare Edessa, contro il parere di tutti gli altri comandanti (in quella Contea vi erano solo circa 3000 crociati e perdere tempo nell’assedio sembrava del tutto inutile per un bersaglio così piccolo).

         Mentre Yaghi-Siyan cercava di risolvere i suoi problemi i crociati, che avevamo lasciati al Ponte di Ferro il 20 ottobre del 1097, avanzarono attaccando la guarnigione che difendeva il ponte fortificato con due alte torri, aprendosi il varco all’attraversamento del fiume Oronte. L’occasione fu propizia perché era in transito un convoglio con mandrie di bovini ed ovini e carri di grano, convoglio che fu immediatamente catturato. Al comando crociato vi era lo stesso vescovo Le Puy. Il giorno successivo, il 21 ottobre, Boemondo d’Altavilla e gli altri comandanti (e poco dopo l’intero esercito crociato, che restava in attesa del ricongiungimento di Tancredi) furono davanti alle mura di Antiochia, città che destò ammirazione e meraviglia per quanto era estesa dalla pianura dove era il fiume al Monte Silpio, ma anche timore per la potenza che le fortificazioni fatte da Giustiniano e restaurate dai turchi mostravano (lo spazio interno era sufficiente al pascolo di greggi, alla coltivazione di orti e l’acqua non mancava provenendo dal torrente Onopnicles ch dal Silpio entrava in città attraversandola; inoltre la città non poteva essere circondata per quella scoscesa montagna sul lato Sud). Boemondo si accampò dal lato della Porta di San Paolo, Raimondo di Tolosa scelse la Porta del Cane, e Goffredo di Buglione la Porta del Duca dove fu costruito un ponte di barche.

Antiochia con il Monte Silpio da una stampa del 1866 (da Wikipedia)

Altra stampa ottocentesca di Antiochia in cui si possono apprezzare le fortificazioni che si arrampicano sul Monte Silpio

         Sull’eventualità di attaccare immediatamente si espresse solo Raimondo. Boemondo pensò più prudente far riposare i soldati perché l’attacco a quelle mura sembrava estremamente complesso, inoltre aspettava che Tancredi si ricongiungesse, vi era poi la speranza che l’Imperatore Alessio intervenisse con macchine d’assedio come le torri ed infine, segretamente, voleva che quella città fosse risparmiata da distruzioni e saccheggi per suoi fini personali e, se la città si fosse arresa egli sarebbe stato l’artefice di tutto e quindi avrebbe potuto avere dei diritti da far valere. L’attesa comunque favorì Yaghi-Siyan che non avrebbe sopportato un attacco diretto perché non aveva uomini a sufficienza per controllare l’intera muraglia con le sue 400 torri. Il tempo lo aiutava ad organizzarsi e ad attendere i rinforzi.

         Si trovarono dei canali di comunicazione nei cristiani della città, canali che però divennero di spionaggio nei due sensi. Il governatore venne a sapere che non avrebbero attaccato ed allora fu lui ad organizzare sortite per colpire la retroguardia ed i contingenti che andavano in giro per procurare cibo. Verso la metà di novembre vi fu una prima battaglia con un contingente che tentò una sortita dalla città, contingente che Boemondo sterminò. Ma ad un solo mese di assedio vi era un caduta del morale delle truppe. Aiutò molto l’arrivo di Tancredi e la notizia di 13 navi genovesi che avevano attraccato al Porto di San Simeone con rifornimenti. Vi fu anche l’effetto incoraggiante di essere collegati alle rispettive patrie vie mare. Ma già a dicembre inoltrato, con il freddo e l’inverno avanzante, le scorte erano in via di esaurimento. Boemondo e Roberto di Fiandra con 20 mila uomini partirono per arraffare ogni possibile scorta in villaggi e campi vicini, seguendo la valle del fiume Oronte. Yaghi-Siyan ne approfittò subito per attaccare i crociati rimasti, guidati da Raimondo, uscendo con il suo esercito dalla Porta di San Giorgio (29 dicembre). Dopo uno scontro durissimo, Raimondo riuscì a battere e mettere in fuga i turchi. Ma anche Boemondo e Roberto erano attaccati dal sultano di  Damasco, Duqāq, che aveva deciso di andare in soccorso di Yaghi-Siyan ad Antiochia e che, risalendo la valle del fiume Oronte, si era trovato sulla strada l’esercito crociato. Anche qui vi furono scontri violentissimi che Boemondo e Roberto riuscirono a vincere anche se non riuscirono nella missione di raccogliere cibo sufficiente. La situazione si era fatta drammatica. Se da una parte le piogge, il fango ed il freddo avevano fatto ritirare Duqāq, dall’altra l’assedio era diventato una specie di trappola per gli assedianti. A queste sofferenze materiali si aggiunsero anche presunti auspici negativi dalla Terra e dal cielo. Sul finire dell’anno vi furono violente scosse di terremoto ed all’aprirsi del 1098 vi fu un fenomeno meteorologico celeste,  un signum mirabile, un portenti indicium, una aurora boreale che illuminò una intera notte la zona di Antiochia. Si sparse il terrore tra crociati e pellegrini al seguito tanto che in gennaio iniziarono le diserzioni (anche quel pezzente di Pietro l’Eremita, che dopo i disastri della sua crociata si era unito a questa, scappò essendo poi catturato da Tancredi). Intanto la carestia stava ammazzando i soldati crociati ed i cavalli. Vi furono perdite del 15% tra i soldati ed i cavalli si ridussero a 700. Si sa che i pellegrini crociati pezzenti che si erano uniti si dettero al cannibalismo, mangiando i corpi dei turchi uccisi in battaglia e che alcuni crociati mangiarono i propri cavalli. In questa tragica situazione Taticius, la guida e fiduciario dell’Imperatore Alessio, lasciò l’assedio con i suoi 2000 uomini per tornare a Costantinopoli (febbraio 1098). I comandanti crociati continuavano a dubitare di lui e a non seguire i suoi consigli. L’episodio fu utilizzato da Boemondo per i suoi fini segreti. La partenza di Taticius fu denunciata come atto di codardia e tradimento degli accordi tra crociati ed Imperatore di modo che i crociati non si sentivano più obbligati al giuramento di vassallaggio ed alla conseguente restituzione all’Impero delle terre bizantine occupate dai turchi (in realtà era stato Boemondo a confidare a Taticius che gli altri comandanti crociati volevano ucciderlo perché era uno strumento di Alessio che tramava contro di loro in favore dei turchi).

         Intanto un altro turco, l’emiro Ridwan, che aveva inizialmente rifiutato aiuto, resosi conto dei pericoli per tutti i musulmani, stava accorrendo in difesa di Antiochia. I crociati organizzarono un’accoglienza imprevista lasciando la fanteria negli accampamenti e spostando la cavalleria (ridotta a 700 unità) al di là del fiume pronta ad attaccare i turchi al Ponte di Ferro prima che lo attraversassero. La ridotta cavalleria e la sua maggiore agilità di manovra gettò lo scompiglio tra le fila turche tanto che si ritirarono in disordine (9 febbraio). Yaghi-Siyan aveva però approfittato della cavalleria impegnata oltre il fiume per attaccare la fanteria restata agli accampamenti, quando le cose si mettevano male per i crociati la cavalleria che tornava dalla sconfitta di Ridwan, euforica per la vittoria, si gettò sui turchi costringendoli a ritirarsi dentro le mura. Il morale si sollevò anche perché tramite accordi della Chiesa di Roma con quella Ortodossa, degli aiuti alimentari iniziavano ad arrivare con una certa regolarità al Porto di San Simeone, inviati dal Patriarca Simeone di Cipro e, probabilmente, da Taticius.  

         Il 4 marzo arrivò al Porto di San Simeone una flotta inglese, passata per Costantinopoli, al comando di Edgardo Atheling, pretendente al trono in esilio. Le navi trasportavano pellegrini soprattutto italiani ma a Costantinopoli furono riempite di viveri e di macchine d’assedio come le citate torri (ma i crociati, soprattutto Boemondo, fecero finta di non sapere che quei rifornimenti arrivavano dall’Imperatore). Raimondo e Boemondo con un forte contingente si recarono al porto con il duplice scopo di arruolare crociati tra i pellegrini e di trasportare attrezzature e viveri al campo. Sulla via del ritorno furono attaccati da turchi che erano usciti da Antiochia con lo scopo di impadronirsi di tali attrezzature e viveri. Lo scontro fu durissimo e sembrò dovesse terminare con una durissima sconfitta per i crociati. tanto era verosimile questa eventualità che alcuni soldati tornarono verso gli accampamenti ad annunciare la morte dei due comandanti Raimondo e Boemondo. Goffredo, restato nel campo, si preparò ad accorrere ma vi fu una sortita di turchi dalla città che impegnò in un duro scontro i crociati presenti. Anche qui lo scontro sembrava volgere al peggio per i crociati quando arrivarono al campo Boemondo e Raimondo che avevano perso i carichi ma erano restati con gran parte dei soldati. Questo evento dette fiducia ai soldati che combattevano e scoraggiò i turchi che si ritirarono dentro la città. I tre comandanti crociati, a questo punto, si diressero al recupero del carico che riconquistarono in breve tempo perché i turchi che lo trasportavano erano impediti in ogni movimento dalla quantità di materiale che trasportavano. Questa volta la battaglia fu vinta dai crociati che ammazzarono oltre mille turchi tra cui 8 emiri. Durante la notte altri turchi uscirono dalla città per seppellire i morti ed i cristiani fecero fare. Ma all’alba li dissotterrarono per impadronirsi di ogni cosa di valore dei loro vestiti ed armature.

         Con quanto era arrivato, oltre a rimettersi fisicamente in sesto, i crociati costruirono una torre per il controllo del Ponte Fortificato (Torre di La Mahomerie), ed un edificio fortificato per il controllo della Porta San Giorgio, passaggi dai quali erano fino ad allora arrivati rifornimenti agli assediati. Nel mese di aprile i lavori furono terminati. Fu la svolta nell’assedio. Niente più minacce di sortite improvvise, niente più approvvigionamento per i turchi, primavera avanzante e facilità di trovare cibo per gli assedianti. La città di Antiochia sarebbe presto caduta ma o si faceva presto o ci si sarebbe dovuti scontrare con Kerbogha di Mossul che proprio in quel mese di aprile si era messo in marcia con il suo possente esercito verso Antiochia. Ho già detto che qui vi fu un errore di Kerbogha che si intrattenne inutilmente ad assediare Edessa, perdendo tempo prezioso, almeno un mese (alla fine si rese conto che ci sarebbe voluto molto più tempo per portare a termine la conquista di Edessa). La marcia di Kerbogha verso Antiochia, a questo punto marcia a tappe forzate, riprese a maggio. Da parte di Yaghi-Siyan aumentava la paura perché non vi erano notizie dei rinforzi promessi e da parte crociata l’annuncio dell’imponente esercito in arrivo provocò molte diserzioni tra cui quella di Stefano di Blois. Intanto era arrivata al campo crociato una delegazione di rappresentanti del sovrano dei Fatimiti d’Egitto, il visir al-Afdal, che proposero la spartizione dei territori turchi. Furono accolti con cordialità e, senza alcun impegno, furono rimandati in Egitto carichi di doni (sottratti ai turchi dissepolti).

         Boemondo si vide costretto ad accelerare (i turchi in arrivo avrebbero potuto vanificare del tutto i suoi sogni di prendersi la città per sé; se fossero arrivati rinforzi da Alessio non avrebbe potuto rivendicare la città per sé). Riuscì a corromper un potente capitano armeno convertito all’Islam che operava dentro la città di Antiochia, Firuz. La notte del 2 luglio egli comandava il distaccamento situato alla Torre delle Due Sorelle. Boemondo doveva simulare una partenza per contrastare l’esercito di Kerbogha e con il favore delle tenebre tornare verso la Torre. Qui sessanta crociati poterono poggiare una scala ed entrare nelle fortificazioni da dove si impadronirono di altre due torri. A questo punto fu possibile appoggiare molte scale sulle mura e far entrare i crociati che, con l’appoggio di cristiani all’interno, spalancarono la Porta di San Giorgio e quella del Ponte da dove irruppe il grosso dell’esercito crociato. Iniziò un massacro di tutti gli abitanti la città, donne e bambini inclusi, con i cristiani e gli armeni che davano man forte ai crociati. Yaghi-Siyan raccolse ciò che poté e fuggì verso il Ponte di Ferro sulle pendici del Monte Silpio mentre il figlio, Shams ad-Dawla, con molti armati, si rifugiò nella Cittadella Fortificata a lato del Ponte di Ferro. Un contadino armeno catturò Yaghi-Siyan e fece dono a Boemondo della sua testa che lo ripagò in moneta. Alla sera del 3 giugno Antiochia, esclusa la Cittadella, era in mano crociata, saccheggiata per ogni dove con distruzioni, incendi e vandalismi. Nessun turco si era salvato e non solo min città ma anche nelle vicinanze dove la popolazione scampata correva a rifugiarsi verso le truppe di Kerbogha in arrivo.

         Il 5 giugno l’esercito turco arrivò al Ponte di Ferro, quello stesso che era stato attraversato qualche tempo prima dai crociati, dove si accampò per organizzare e completare l’accerchiamento di Antiochia. Il 7 giugno l’esercito turco si accampò sotto le mura della città. Kerbogha prese contatti con Shams ad-Dawla alla Cittadella (che lo insultò per il suo ritardo) perché il comando di essa passasse ad un suo fido. Riguardo ai ritardi, Kerbogha era stato consigliato dal sultano di Damasco Duqāq (riunitosi a questo esercito dopo la fuga per la sconfitta con i crociati) con la paura che se la battaglia fosse stata vinta dallo stesso Kerbogha, questi si sarebbe impadronito di tutta la Siria (queste lotte intestine tra musulmani sono sempre stata una loro caratteristica fin dai temi della morte di Maometto e sono alla base della frammentazione del loro possente impero e della loro completa decadenza). I crociati che si trovavano in città furono presi dal terrore per quella immensa moltitudine armata e, di nuovo, in molti disertarono. Coloro che restarono si dettero un comando unificato nella persona di Boemondo che non poté far altro che sperare nell’aiuto che era stato promesso da Alessio.

         Sotto assedio la situazione divenne di nuovo drammatica per il cibo. Inoltre osservare quella marea di musulmani accampati sotto le mura era terrorizzante. Di nuovo vi furono molti disertori che presero la via di Alessandretta e quindi Tarso. Qui si riunirono a Stefano di Blois che partiva per tornare a Costantinopoli. Sulla strada del ritorno, appena superata la città di Irconio, a Filomelio, incrociarono l’esercito bizantino al comando di Alessio che arrivava di rinforzo all’esercito crociato. Raccontarono che ormai non c’era nulla da fare, che i crociati erano stati distrutti da Kebogha. Alessio non aveva motivi per non credere e pensò che fosse più saggio ritirarsi.

         Intanto proseguiva l’assedio e la situazione insostenibile dei crociati. Ma fu il soprannaturale, la superstizione, che venne in aiuto morale dei cristiani in armi. Il 10 giugno, il servo Pietro Bartolomeo (noto per essere un imbroglione dedito ad ogni piacere) del pellegrino Guglielmo Peyre di Cunlhat dell’esercito provenzale si presentò a Raimondo di Saint Gilles e ad Ademaro Le Puy giurando di aver sognato un apostolo di Gesù, Andrea, il quale gli aveva confidato che la lancia che aveva trafitto il costato di Gesù era nascosta nella Cattedrale di San Pietro. Ademaro non credette al racconto perché aveva visto quella lancia a Costantinopoli ma Raimondo volle credere.  Il 15 giugno si recarono alla cattedrale e dopo aver scavato trovarono un pezzo di ferro che Pietro affermò essere la punta della lancia cercata. Questa cosa risollevò il morale dei soldati tutti che pensarono: Dio è con noi !

         Il morale era risalito ma la situazione dei viveri era peggiorata inoltre l’Apostolo Andrea aveva suggerito a Pietro di attaccare al più presto i musulmani altrimenti l’inedia avrebbe battuto le forze cristiane. Per questo motivo Boemondo decise che era arrivato il momento di affrontare gli assedianti in campo aperto. Questi ultimi, per parte loro, non smettevano di tramare gli uni contro gli altri soffrendo forti divisioni (Ridwan era stato contattato da Kerbogha perché desse aiuto ma la cosa aveva offeso il suo nemico di Damasco, Duqāq, che, per altri versi, iniziava a temere un attacco dei Fatimiti dall’Egitto contro la Palestina e sperava di sganciarsi dall’esercito musulmano per difendere le terre di suo immediato dominio. Infine vi erano fortissimi attriti tra arabi e turchi e quest’ultimo fatto provocò moltissime diserzioni). Il 27 giugno si tentò, con una delegazione di messi, inviati da Boemondo di convincere i musulmani ad andarsene. La missione fallì e Boemondo decise di attaccare il giorno dopo, 28 giugno. I crociati uscirono dalle porte della città, preceduti da Raimondo d’Aguilers, cappellano di Raimondo di Saint Gilles, che ostentava la Sacra Lancia. Fuori dalle mura attraversarono il Ponte Fortificato senza alcun intervento musulmano. Kerbogha temporeggiò, contro il parere generale, sperando di attaccare i nemici tutti insieme invece che un contingente per volta e per facilitare la fuoriuscita dei crociati fece ritirare le sue truppe. Il comandante musulmano riteneva che un duro attacco all’inizio, quando solo pochi crociati erano venuti fuori dalla città, li avrebbe spaventati tanto da farli rientrare con poche perdite. Ma quando tutti i crociati furono usciti (ne erano rimasti solo 200 in città), Kerbagha ebbe paura di quella moltitudine perché aveva ritenuto che i crociati fossero molti meno e si affrettò a chiedere un tregua, fatto che lo squalificò definitivamente tra gli altri comandanti e l’intero esercito. I crociati neanche risposero alla richiesta e si lanciarono immediatamente all’attacco incoraggiati dalla visione di alcuni cavalieri su cavalli bianchi sventolanti vessilli bianchi tra cui si riconoscevano, come no !, San Giorgio, San Mercurio e San Demetrio. Gli emiri a cominciare da Duqāq, che non avevano avuto visioni, si dispersero privi di ordini precisi e si allontanarono dal campo di battaglia per tornare alle loro terre. Pian Piano Kerbogha rimase solo con le sue truppe ed anche lui fuggì in preda al panico verso Mossul. I crociati li inseguirono massacrandone un gran numero. Con la resa della Cittadella, il cui comandante si convertì al Cristianesimo, Antiochia era stata completamente conquistata dai cristiani.  

         Si decise di restare ad Antiochia per un certo tempo, al fine di riposare un poco e di prepararsi all’attacco finale a Gerusalemme. La partenza fu fissata per il novembre. Intanto vi furono molte discussioni su cosa fare di quella città ed ebbe buon gioco Boemondo a sostenere che era stato Alessio a violare i patti e quindi quella città spettava loro. A chi ? Beh, sembrava evidente che a lui stesso. Tra l’altro un evento del genere faceva felice anche Raimondo perché con Boemondo fuori gioco dalla crociata sarebbe divenuto lui il comandante da quel momento in poi, cosa che massimamente desiderava.

         Intanto però c’era da affrontare una grave epidemia (probabilmente di tifo), scoppiata ad Antiochia nel mese di luglio, che portò all’altro mondo Ademaro Le Puy (il servo Pietro, quello della lancia, disse di aver sognato ancora l’Apostolo Andrea che gli aveva detto che Ademaro era stato punito per non avergli creduto). Durante l’epidemia che terminò in settembre ammazzando vari crociati, i principi si erano allontanati dalla città per raccogliere altre truppe e per organizzare le città che ruotavano intorno ad Antiochia.  L’11 settembre, tornati i principi, scrissero una lettera al Papa Urbano II in cui lo informavano dei particolari della conquista di Antiochia e della morte del suo legato chiedendogli di venire in questa città da cui avrebbe presto potuto viaggiare alla Città Santa. IL Papa rifiutò anche perché da quelle parti vivevano nella maggiore floridezza sette cristiane eretiche che in alcun modo avrebbero dovuto avere un riconoscimento anche solo molto indiretto. Mentre accadeva ciò si intensificarono le scorrerie dei principi cristiani nelle città vicine per rifornirsi di cibo ancora scarso (la guerra non aveva permesso di coltivare le aree più fertili ed il bestiame era stato in gran parte mangiato). Si organizzarono assedi anche lunghi visto che non vi era un accordo definitivo sul destino della città. Poi le truppe di Raimondo iniziarono a manifestare il loro malcontento per la lunga sosta (eravamo ormai a dicembre) e, finalmente, Raimondo partì il 13 gennaio 1099 da Maarat an Numan, una delle ultime città conquistate nei pressi di Antiochia e dove stazionava l’esercito, per proseguire la crociata. Lasciava dietro di sé il Principato di Antiochia con il suo Principe Boemondo (con il quale restò anche Baldovino, il fratello di Goffredo di Buglione).

VERSO GERUSALEMME

         Per seguire con qualche dettaglio cosa accadde dopo la partenza, è utile rifarsi alla cartina seguente.

La Siria al tempo della Prima Crociata (da Runciman). La linea continua indica l’itinerario della Prima Crociata.  La linea tratteggiata indica il cammino seguito da Goffredo e Roberto di Fiandra per raggiungere la crociata ad Arqa. La linea punteggiata indica l’itinerario di Boemondo e Baldovino al ritorno dal pellegrinaggio a Gerusalemme.

                  Abbiamo già detto che gli sciiti Fatimiti d’Egitto, il cui visir era al-Afdal, inviarono una delegazione a discutere con i crociati di Antiochia. Il fine era il comune odio contro i Turchi Selgiuchidi che andavano sconfitti al fine di dividersi la Siria. Da questo incontro, finito con cordialità, non era disceso nulla di operativo anche perché, nell’ipotizzata divisione, i Fatimiti desideravano occupare la Palestina, quella terra per la quale era iniziata la Crociata. A questo punto al-Afdal decise di operare in proprio sfruttando la guerra che impegnava la Siria del nord ed il sultano di Damasco, Duqāq. Avuta notizia della sconfitta di Kerbogha e del fatto che ormai i Turchi Selgiuchidi non erano in grado di opporre valide resistenze, al-Afdal invase la Palestina che era governata da vassalli di Duqāq (i figli di Ortoq, Soqman e Ilghazi). Questi ultimi, coscienti di non poter contare su Duqāq impegnato su altri fronti, si rinchiusero nelle mura di Gerusalemme contando sulla imponenza di quelle fortificazioni e sul valore e preparazione dei soldati turcomanni al loro servizio, sperando di resistere fino all’arrivo di aiuti militari.

         Ma al-Afdal disponeva, oltre che di un potente esercito, anche delle più moderne macchine da guerra e da assedio, tra cui 40 mangani.

Il mangano. E’ un’arma da lancio medievale, simile ad una catapulta, costituita da un’asta imperniata su un supporto. Ad una delle estremità era fissata la fionda che doveva ospitare il proiettile. All’altra estremità erano fissate delle corde per la trazione che era esercitata da uomini attraverso le corde. 

         La città riuscì a resistere per 40 giorni finché il danneggiamento delle mura non divenne tale da costringere alla resa con la conseguente caduta ed occupazione dell’intera Palestina fino alla foce del fiume Cane, un poco più a Nord di Beirut. I Fatimiti iniziarono subito i lavori per riparare i danni alle mura e permisero a Soqman e Ilghazi di rifugiarsi a Damasco. A questo punto i crociati avevano a Gerusalemme il potere egizio dei Fatimiti. Ma, al momento era importante capire chi c’era tra Antiochia e Gerusalemme, dato per assodato che si aveva a che fare con arabi e non con Turchi, anzi con arabi non troppo entusiasti dei turchi che si espandevano in territori in quel momento arabi (la comune fede nell’Islam passava in secondo piano). Ebbene nel territorio che i crociati avrebbero dovuto attraversare per primo, dall’Oronte alla costa, vi erano gli arabi Munqiditi di Shaizar; nel territorio che sarebbe seguito, la linea della costa libanese fino ai territori Fatimiti, vi erano gli arabi Banu Ammar di Tripoli. Occorreva tentare di farseli amici o, almeno, non nemici.

         Abbiamo già detto che Raimondo partì il 13 gennaio 1099 da Maarat an Numan, aggiungiamo ora che egli marciava a piedi nudi e vestito da pellegrino. Percorse circa 20 Km ed arrivò a Kafartab dove si fermò fino al 16 gennaio per ammassare viveri e dove fu raggiunto da Tancredi e Roberto di Normandia che avevano accettato di diventare suoi vassalli. A Kafartab ebbe la visita di inviati dell’emiro di Shaizar che offrì guide e cibo a basso prezzo se l’esercito avesse attraversato in pace il suo territorio. Raimondo accettò ed il 17 si mise in marcia con le guide che lo condussero oltre Shaizar ed Hama, attraverso la valle del Sarout. Vi fu una discussione su quale cammino fosse il migliore. La prima proposta di Raimondo fu bocciata. Egli avrebbe percorso la linea di costa ma Tancredi obiettò che tale linea era densa di città fortificate e fortezze (tra le quali solo Lattakieh era in mano cristiane, e loro, con 1000 cavalieri e 5000 fanti, non sarebbero stati in grado di portare assedi. Si decise allora di passare all’interno, attraverso la Buqaia, la pianura tra i monti del Nosairi ed il Libano, per poi seguire la linea costiera. In tal modo si sarebbe evitato il pericolo di imbattersi nell’esercito del sultano di Damasco, Duqāq, ancora intatto e già tornato a Damasco.

         Il 23 gennaio l’esercito giunse a Masyaf quindi a Refaniye (abbandonata ma piena di provviste) e, dopo tre giorni discesero alla Buqaia, pianura dominata dalla fortezza di Hosn al-Akrad (nota anche come Krak dei Cavalieri) dentro cui erano state messe al riparo le mandrie di bestiame degli arabi. Proprio per questo la fortezza fu attaccata il 28 gennaio. Qui gli arabi riuscirono a giocare i crociati. Aprirono una porta e fecero uscire un poco di bestiame. I crociati in disordine cercarono di impadronirsene e nel far questo si dispersero tanto che una piccola sortita di armati arabi li mise in grave imbarazzo. Si dovettero ritirare pensando di attaccare seriamente il giorno dopo ma, durante la notte, la gran quantità di bestiame era stato portato via ed i crociati dovettero accontentarsi di quel poco che era stato lasciato.

Il Krak dei cavalieri

Durante questi eventi, arrivarono a parlamentare con Raimondo l’emiro di Hama che offri trono doni in cambio del passaggio pacifico dell’esercito crociato e l’emiro di Tripoli, della dinastia Banu Ammar, che offrì un qualcosa di analogo. Quest’ultimo emirato aveva in passato fatto patti con i Turchi Selgiuchidi perché fosse difeso dall’espansionismo dei Fatimiti. Ora i Turchi erano vinti e, da Sud, i Fatimiti avevano già occupato Gerusalemme e non davano mostra di arrestarsi. Per questo motivo l’emiro cercava ora patti con i crociati: in cambio della difesa dell’emirato, avrebbe concesso doni e viveri in quantità. Ma gli inviati di Raimondo a Tripoli, che avrebbero dovuto concludere il trattato, tornarono da Raimondo raccontando meraviglie di quelle terre, prospere e piene di ogni bene. Suggerirono a Raimondo di attaccare una delle città dell’emirato in modo da spaventare l’emiro che avrebbe dato molto di più in denaro, qualcosa che ormai Raimondo aveva terminato. Si decise quindi di attaccare Arqa, la prima città fortificata che avrebbero incontrato sulla strada di Tripoli (ad un poco più di 20 Km dalla città). L’esercito crociato si presentò sotto le mura della città il 14 febbraio.

Da Wikipedia con modifiche

         Ma Raimondo era preoccupato di trovarsi ad un certo punto isolato in mezzo a terre un poco non conosciute ed un poco imprevedibili. Da un momento all’altro poteva piombargli addosso qualche esercito turco che lo avrebbe distrutto. Mandò allora messi a Lattakieh (in mano, lo ricordo, di crociati) per chiedere un attacco al porto di Tortosa, governata da un vassallo di Tripoli, per impadronirsene. Quel porto sarebbe servito sia per avere rifornimenti sia per garantirsi una eventuale via di fuga perché apriva a facili comunicazioni con Cipro, Antiochia e l’Europa. La notte del 16 febbraio i pochi crociati di stanza a Lattakieh erano sotto le mura di Tortosa che presero senza combattere con uno stratagemma: accesero fuochi tutt’intorno facendo credere di essere una gran moltitudine. Gli abitanti della città se ne andarono prima del sorgere del sole lasciandola completamente sguarnita e provocando, a catena, la resa anche di Maraclea (o Marqiye), città a circa 15 Km a Nord di Tortosa. Ancora a catena, quando i crociati ad Antiochia seppero di questi successi furono presi da attacchi di gelosia (i bottini erano ingentissimi) e partirono in molti per ricongiungersi con Raimondo. Goffredo di Buglione, Roberto di Fiandra e Boemondo si misero in marcia verso Lattakieh da dove Boemondo tornò indietro pensando che il suo Principato avesse ancora bisogno di essere fortificato ed assestato. Gli altri, ai quali si era aggiunto Tancredi che aveva lasciato Raimondo, proseguirono assediando Jabala dove arrivò loro un’ambasceria di Raimondo che li pregava di raggiungerlo all’assedio di Arqa.

         L’assedio di Arqa aveva creato problemi perché da una parte non vi erano soldati sufficienti per sostenerlo e dall’altra non si poteva rinunciare senza che gli arabi pensassero ad una debolezza crociata. Comunque l’assedio continuava perché la zona era ricca di viveri ed il riposo era gradito ai soldati. Ai primi di marzo arrivò però la notizia (falsa) di un esercito Turco, proveniente da Damasco, in aiuto di Arqa. Raimondo mandò un messo a Jabala per chiedere aiuto immediato. I crociati assedianti Jabala strinsero una tregua con le autorità della città che accettarono il vassallaggio cristiano e si recarono rapidamente ad Arqa. Qui vi furono subito attacchi contro vari villaggi nei sobborghi di Tripoli ma il clima generale si guastò ben presto perché Raimondo che era prima il capo assoluto, ora aveva un esercito diviso in due con tutti gli altri comandanti contro. Questi contrasti passarono ben presto agli umori dei due eserciti che iniziarono a non collaborare. Il tutto peggiorò quando arrivò un messaggio dell’Imperatore Alessio che comunicava la sua partenza da Costantinopoli ed il suo arrivo per giugno. Se lo avessero atteso li avrebbe condotti alla conquista della Palestina. Questa proposta vide Raimondo favorevole e tutti gli altri, che non vedevano l’ora di andare alla conquista di Gerusalemme, contrari. I Fatimiti per parte loro inviarono una proposta, rifiutata: se non avessero attaccato Gerusalemme sarebbe stato permesso a pellegrini e crociati il via libera a tutti i luoghi santi. Restava il problema: lasciare l’assedio di Arqa e proseguire o arrivare alla conquista della città ? Anche qui ci pensò Pietro Bartolomeo, l’imbroglione visionario della lancia, che questa volta, però, si scottò letteralmente.

         Il buon Pietro fece sapere che il 5 aprile gli erano apparsi min sogno Gesù, San Pietro e l’apostolo Andrea per dirgli che Arqa doveva essere subito attaccata. Il cappellano di Roberto di Normandia disse apertamente che si trattava di un’invenzione. Molti furono d’accordo con il cappellano che, per buon peso, parlò della lancia come di una bufala. Altri invece difesero Pietro. Iniziarono violenti scontri verbali che irritarono Pietro (sic !) che disse di voler difendersi mediante l’ordalia del fuoco, una prova che lo avrebbe dovuto vedere uscire salvo dall’attraversamento di un lungo e stretto passaggio tra due grandi fuochi benedetti. Il Venerdì Santo, Pietro si cimentò con la prova e ne uscì bruciacchiato ed ustionato dappertutto tanto che per 12 giorni fu in pericolo di vita. Ciò convinse Raimondo a continuare nell’assedio (ma non a disfarsi della presunta lancia) fino al 13 maggio quando tutti lo spinsero ad avanzare, lasciando l’assedio e dirigendosi verso Tripoli lungo la via costiera perché ritenuta più fidabile per gli appoggi che si sarebbero potuti avere dalle flotte inglesi e genovesi che incrociavano da quelle parti. Appena l’emiro della città fu informatori questa avanzata, si affrettò a comprare l’immunità per Tripoli offrendo grandi quantità di denaro, la liberazione di 300 prigionieri cristiani, viveri, cavalli ed ogni attrezzatura in quantità, oltre ad esperte guide. Per buon peso, se i cristiani avessero sconfitto i Fatimiti, si sarebbe convertito al Cristianesimo. Partito da Tripoli il 16 maggio, senza alcun incidente, l’esercito crociato arrivò alla frontiera faitimita, alla foce del fiume Cane (Nahr El Kalb) un poco a Nord di Beirut, il 19 maggio. Da questo punto si iniziava il passaggio attraverso zone a rischio, non tanto per un esercito di terra dei Fatimiti che disponeva a Nord di Gerusalemme solo di piccole guarnigioni, quanto per la possente flotta che pattugliava quel tratto di mare e sarebbe potuta intervenire in qualunque momento neutralizzando anche eventuali aiuti dalle flotte inglesi e genovesi. Si decise allora di spingere al massimo la velocità di avvicinamento a Gerusalemme. La marcia fu veloce perché varie città fecero doni in denaro e viveri al fine di essere risparmiate da saccheggi e distruzioni e perché vi fu solo qualche piccola resistenza. L’esercito crociato, attraversata Sidone (20 maggio), il 23 fu a Tiro, quindi il 24 ad Acri da dove mosse subito per Haifa. Da questa città i crociati seguirono la costa fino ad Arsuf per poi piegare verso l’interno alla città di Ramleh, dove giunsero il 3 giugno. Questa era una città musulmana, contrariamente alle altre in cui vi erano in gran maggioranza dei cristiani. I musulmani furono spaventati dall’arrivo dei crociati ed abbandonarono la città al loro arrivo, bruciando prima la chiesa cristiana di San Giorgio. La conquista di una città musulmana esaltò i crociati che si ripromisero di costituire lì una diocesi. Il 6 giugno 1099 ripartirono verso Gerusalemme della quale città furono a vista le torri e le mura la sera del 7 giugno, dopo che Betlemme, interamente cristiana, era stata riconquistata da un distaccamento crociato.

         Gerusalemme era la città maggiormente fortificata del mondo medievale. Solo il lato sud-ovest sembrava in qualche modo accessibile, per il resto fortificazioni e natura del terreno impedivano qualunque impresa. Inoltre l’esercito crociato era ridotto ai minimi e non aveva attrezzature d’assedio e d’attacco ad una città fortificata. Non vi erano corsi d’acqua nella città ma enormi cisterne che avrebbero permesso di resistere molto a lungo. Inoltre il governatore fatimita della città, Iftikhar, aveva predisposto Gerusalemme all’assedio: aveva avvelenato tutti i pozzi che circondavano la città (occorrevano circa 8 Km di strada per arrivare al Giordano), aveva sgomberato il terreno di greggi e di viveri, aveva cacciato dalla città tutti i cristiani potenziali nemici e bocche comunque da sfamare.

         I crociati iniziarono ad assediare ed anche ad attaccare ma fallendo ogni tentativo. Poi, a seguito della visione di un veggente incontrato sul Monte degli Ulivi, si aprirono la strada al successo. Tutti i crociati ed i pellegrini, a piedi scalzi, fecero un giro intorno alle mura della città, dopo tre giorni di digiuno. L’eremita aveva garantito che dopo nove giorni Gerusalemme sarebbe caduta. Ci si rese conto che senza macchine non si sarebbe potuto portare a termine l’assedio. Il problema nasceva dal fatto che non vi era legname atto a costruire macchine. Tancredi e Roberto di Fiandra dovettero fare lunghe marce, servendosi di cammelli e schiavi musulmani, per portare tronchi dalle foreste che circondavano Samaria. Altro legname e mano d’opera specializzata arrivò dal porto di Giaffa da alcune navi genovesi ed inglesi. Si iniziarono a costruire vari mangani, molte scale e tre torri (due grandi ed una più piccola alla cui costruzione dettero il loro contributo i genovesi) per poter superare le mura.

Ricostruzione grafica delle due grandi torri realizzate nell’assedio di Gerusalemme

         La notte tra il 13 ed il 14 luglio iniziò l’attacco con la prima indispensabile operazione, riempire di terra il fossato in corrispondenza di dove le torri sarebbero state avvicinate alle mura. Ci si riuscì con molte perdite perché dall’alto delle mura i musulmani bombardavano con pietre, con olio bollente e con fuoco greco. Infranta la difesa in un punto, si poggiarono gran quantità di scale ed i crociati iniziarono ad entrare. Vi furono fughe di tutti gli abitanti, dei soldati ed anche del governatore che, per aver salva la vita, pagò una grandissima quantità di denaro. Ma qui iniziò una cosa orrenda per la quale la cristianità va giustamente ricordata: ogni essere vivente della città fu ammazzato in modi orrendi. I cadaveri venivano addirittura squartati perché era costume dell’epoca ingoiare monete d’oro che si cercavano aprendo gli stomaci dei nemici. E che dire della ricerca delle monete nel sesso delle donne ? Tutti furono massacrati, nessuno si salvò, neanche gli ebrei che, accusati di aver collaborato con i musulmani e rifugiatisi nella sinagoga, vennero incendiati con essa. Cronisti dell’epoca raccontano che per camminare in città occorreva spostare cadaveri, avendo il sangue che arrivava fino alle caviglie (questa dimostrazione di bestialità cristiana fece rinascere il fanatismo dell’Islam).

         Il 15 giugno la città era caduta ed il 17 giugno i comandanti crociati si riunirono per decidere chi sarebbe stato il governatore di Gerusalemme, visto che il naturale pretendente, Ademaro Le Puy, era morto. Due giorni dopo, senza essere venuto a conoscenza della conquista di Gerusalemme, moriva l’ideatore della Crociata, Papa Urbano II.

Regni cristiani dopo la Prima Crociata

         Vi furono accesi dibattiti relativi al fatto che prima di tutto occorresse eleggere un patriarca e solo dopo si poteva procedere a quella del Re. Ma non si trovò un patriarca degno del rispetto di tutti i crociati. Si pospose allora la scelta del patriarca passando a quella del Re. La corona regale fu prima offerta a Raimondo (anche se su di lui e non solo) vi erano molti dubbi. Ma Raimondo rifiutò anche perché aveva capito che non solo non era ben accetto tra gli altri comandanti ma addirittura dal suo esercito. Giustificò il rifiuto con la nobile scusa di non potere essere eletto Re nella città santa dove il Re era stato Gesù (con questa uscita Raimondo sapeva di mettere in difficoltà anche gli altri pretendenti al trono). La corona fu quindi offerta a Goffredo di Buglione che aveva il sostegno degli altri due comandanti crociati superstiti, Roberto di Fiandra e Roberto di Normandia. Goffredo prima tergiversò poi accettò con la condizione di non essere nominato Re ma Difensore del Santo Sepolcro (Advocatus Sancti Sepulchri). Raimondo prese molto male questa elezione che in qualche modo lo aveva raggirato. Dapprima reagì non consegnando all’eletto le zone della città che occupava, quindi se ne andò sdegnosamente da Gerusalemme con i suoi soldati. Si diresse verso il Giordano in processione, fece bagnare tutti nel fiume ed indossare vesti pulite (la cosa gliela aveva consigliata ad Antiochia quel veggente di Pietro Bartolomeo ma non si sa bene il perché), per accamparsi infine nei pressi di Gerico. Subito dopo si passò, non senza contrasti, all’elezione del Patriarca che risultò essere Arnolfo Malecorne di Rohes, il cappellano di Roberto di Normandia (era sostenuto dal normanno italiano Arnolfo, vescovo di Martorana). Appena eletto, Arnolfo di Rohes riformò la gestione della Chiesa del Santo Sepolcro, dotandola di campane, cacciando tutti i preti cristiani dei riti orientali sempre presenti in quella Chiesa con altari differenziati (greci ortodossi, georgiani, armeni, giacobiti, copti) e disperdendo tutte le autorità religiose cristiane non latine. I cristiani della città, scacciati in precedenza dal suo governatore fatimita, tornati in città, rimpiansero la gestione musulmana e nascosero la reliquia più preziosa di cui disponevano e che avevano salvato, la parte più grande della Croce. Ma il nuovo Patriarca fece torturare i loro capi per sapere dove era nascosta e recuperarla.

         Intanto giunse a Gerusalemme la notizia che un esercito fatimita egiziano, al comando dello stesso visir al-Afdal, era in marcia verso Gerusalemme ed era già entrato in Palestina minacciando Ascalona. Goffredo fu informato, da alcuni esploratori egiziani catturati, che l’esercito di al-Afdal non era al completo perché aspettava rinforzi via mare. Occorreva quindi attaccarlo subito anche se Raimondo e Roberto di Normandia avrebbero partecipato solo dopo essersi accertati dell’attacco egiziano (il 10 agosto si convinsero e partirono). Ed il 9 agosto si mosse l’esercito crociato al quale a Ramleh si unirono le truppe di Tancredi e di Eustachio di Buglione (fratello di Goffredo). Il giorno 11 l’intero esercito crociato si trovò ad Ibelin, oltre Rameleh, per avanzare nella pianura di Ashdod. Qui riuscirono a circondare e catturare tutte le greggi al seguito dell’esercito fatimita. Il 12, nella pianura di al-Majdal (poco a Nord di Ascalona), attaccarono in totale sorpresa l’esercito del visir. La paura fece fuggire tutti i soldati egiziani, alcuni dei quali si rifugiarono in un bosco finendo bruciati con esso. Il visir scappò con alcuni uomini fidati e, ad Ascalona, si imbarcò in fuga verso l’Egitto. L’intero accampamento fu abbandonato pieno di armi, animali, oggetti di grande valore compresi lingotti d’oro, d’argento e pietre preziose.

         Da questo momento gli attriti tra i comandanti crociati aumentarono fino al punto che furono compromesse le facili conquiste di Ascalona, Cesarea, Acri ed Arsuf (quest’ultima cadde solo nel marzo del 1100 e ad essa seguirono le altre) e, ai primi di settembre, partirono per tornare verso l’Europa, attraverso la via che costeggiava il mare, sia Raimondo che i due Roberto che i loro soldati.

         Tornando ora alla questione del Patriarcato di Gerusalemme, prima di morire. il Papa Urbano II aveva nominato il successore di Le Puy in Terra Santa nella persona del vescovo di Pisa, Daimberto. Runciman dice che il Papa conosceva bene i francesi ma non altrettanto bene gli italiani. Questo personaggio era un corrotto, un vano, un ambizioso e disonesto (quando era  legato papale alla corte di Alfonso VI di Castiglia, si era già appropriato di parte del tesoro che questi aveva inviato come dono al Papa). Daimberto partì dall’Italia nell’estate del 1099 accompagnato da una flotta di Pisa. Fu il viaggio di una compagnia di pirati che, lungo la navigazione, si fermò a saccheggiare e rapinare le molte isole ionie. Ma l’alleanza piratesca di Chiesa e pisani era già stata collaudata, ad esempio, nel 1087 quando con il sostegno della Chiesa e con la partecipazione del vescovo di Mantova ed anche con le apparizioni di San Pietro e dell’Arcangelo Gabriele, assaltarono e saccheggiarono la città di Media in Tunisia, dove uccisero i sacerdoti di Maometto e rubarono tutti i beni della moschea, oro, marmi e porpora, con i quali iniziarono a costruire ed ornare la cattedrale di Pisa. Questa volta furono i bizantini che cercarono di fermarli mettendoli in fuga. I pisani approdarono nel Principato di Antiochia e furono ben accolti da Boemondo che era preoccupato della prevedibile razione dell’Imperatore Alessio per la sua presa di possesso del Principato. Con quella flotta sarebbe stato possibile attaccare quella dell’Imperatore che occupava il fortificato porto di Lattakieh (che era anche di stanza a Cipro). Dopo una trattativa alla quale partecipò direttamente Daimberto, vi fu un accordo contro i bizantini. In una serie di eventi successivi che comunque videro Alessio tentare di trovare un accordo, si arrivò al blocco navale di Lattakieh da parte dei pisani, mentre Boemondo assediava a terra la città. Proprio in quel frangente, gli eserciti crociati di Boemondo e dei due Roberto erano di passaggio tornando da Gerusalemme. Furono indignati per ciò che accadeva, anche perché senza l’aiuto bizantino non sarebbero mai riusciti a tornare in Europa. Convocarono quel delinquente del vescovo Daimberto e lo rampognarono duramente perché non poteva iniziare la sua missione con atti di pirateria che tra l’altro avrebbero estraniato ai crociati la supposta simpatia dei cristiani del luogo. Daimberto dovette desistere e con lui Boemondo che, senza il sostegno della flotta pisana pirata, non avrebbe potuto nulla. Il governatore bizantino di Cipro rimase favorevolmente colpito da questo comportamento e si offrì di imbarcare ed accompagnare gratuitamente l’intero contingente crociato a Costantinopoli. Così fu con tutti gli uomini escluso Raimondo che restò a Lattakieh, anche perché Raimondo aveva fatto voto di restare in Terra Santa e non era nei suoi piani il ritorno in Europa.

         Daimberto era invece giunto ad Antiochia da dove era impaziente di arrivare a Gerusalemme con Boemondo che, capito il personaggio, decise di accompagnarlo anche perché era crescente il discredito per un comandante crociato che ancora non si era recato a pregare davanti al Santo Sepolcro. Saputo del viaggio, anche Baldovino, Conte di Edessa, si unì al gruppo sempre con fini diversi da quelli di fede. Infatti era fratello di Goffredo (e l’altro fratello Eustachio di Buglione se ne era andato con gli altri crociati) e sperava in una successione. La partenza fu fissata ai primi di novembre, in modo di giungere a Gerusalemme per Natale. Dopo una marcia difficile per un inverno molto piovoso e per la consueta scarsità di cibo, arrivarono a Gerusalemme il 21 dicembre. Dopo il Natale passato a Betlemme venne cacciato il Patriarca Arnolfo e sostituito con Daimberto il quale immediatamente incoronò in nome della Chiesa di Roma, sia Boemondo come Principe di Antiochia che Goffredo come Difensore del Santo Sepolcro (Baldovino restò fuori dai riconoscimenti). In queste investiture Boemondo prendeva per sé il sostegno papale da far valere contro Alessio.  Il 1° gennaio del 1100 Boemondo e Baldovino ritornarono alle loro terre a Nord non senza qualche scontro con i siriani di Duqāq. A Gerusalemme invece da una parte Goffredo aumentava i territori sotto le sue dipendenze ed acquistava credito presso i musulmani, dall’altra perdeva potere tra i suoi e particolarmente era assediato dal delinquente Daimberto che voleva ed ottenne il potere temporale su due città: la cittadella di Gerusalemme (Torre di Davide) e Giaffa.

         Gli eventi seguirono con Goffredo intento ad estendere i suoi territori, con il delinquente Daimberto a pretendere e a tramare, con la prospettiva di nuove conquiste alle quali sembrava dovesse partecipare la flotta di Venezia arrivata a Giaffa (Venezia avrebbe aiutato i crociati nella conquista di città costiere ma volevano l’esclusiva per il commercio con l’intera Palestina oltre alla concessione di un base fissa (Tripoli). Durante queste trattative, il 18 luglio 1100 Goffredo di Buglione morì forse per tifo o per avvelenamento in un banchetto offertogli dall’emiro di Cesarea.

         Inutile dire che questa morte scatenò vari appetiti su quei territori e che il più grande aspirante a gestire tutto era Daimberto. Quando alla successione si affacciò la candidatura di Baldovino, fratello di Goffredo, Daimberto tentò il possibile per scongiurare l’ipotesi: scrisse a Boemondo chiedendogli aiuto militare contro il candidato Baldovino (la lettera non arrivò mai a Boemondo perché il messo Morello a Lattakieh se la vide strappare per quanto scandalizzò tutti). Daimberto da delinquente qual era neppure si rendeva conto che per permettere a lui di impadronirsi di Gerusalemme contro la volontà dei principi cristiani, chiedeva al cristiano Boemondo di Antiochia di fare guerra al cristiano Baldovino di Edessa. Per maggior gloria di Dio e di Gesù si mostrava che le antiche speranze di Urbano II erano poggiate sulla sabbia. L’intenzione di unire i cristiani per trasferire le loro beghe contro un nemico comune era una sciocchezza. I cristiani, soprattutto se aizzati e con un mestatore come Daimberto, tornavano a farsi le guerre come sempre.

         Per parte sua Boemondo, che non conosceva le richieste di Daimberto, faceva del tutto per rompere ogni rapporto con i bizantini, dei quali temeva presto o tardi la vendetta, aiutando verso la definitiva separazione tra la Chiesa latina d’Occidente e greca d’Oriente. Poiché non si fidava del Patriarca di Antiochia, il greco Gregorio IV, nominato da Ademaro, lo cacciò sostituendolo con il latino Bernardo di Valenza. Dopo questa impresa Boemondo, insieme a Riccardo di Salerno, ebbe un rovescio militare che gli sarebbe stato fatale senza l’aiuto di Baldovino. Rispondendo ad una richiesta di aiuto degli armeni di Melitene, Boemondo mosse da Antiochia con soli 300 uomini per non lasciare indifesa la città. Lungo il cammino subì un’imboscata dall’emiro danishmend che sterminò, oltre al clero armeno che lo accompagnava, tutti i suoi uomini e lo fece prigioniero. Fortunosamente Boemondo riuscì a far avvertire Baldovino del suo stato di cattività e Baldovino intervenne. Al suo approssimarsi l’emiro pensò bene di ritirarsi verso l’interno (lasciando però l’assedio di Melitene) dove Baldovino non era in grado di inseguirlo (terra troppo sconosciuta e piena di possibili insidie ed agguati) e Boemondo con Riccardo iniziarono una lunga prigionia in catene (che finì nel 1103 quando fu riscattato dal principe armeno Kogh Vasil(16)). Tornato ad Edessa sul finire di agosto, Baldovino fu informato della morte del fratello Goffredo. Iniziò i preparativi per la partenza, che avvenne il 2 ottobre, nominando un sostituto e accordandosi anche con il reggente di Antiochia che era grato a Baldovino per averlo salvato dal plausibile attacco dell’emiro danishmend. Poi con 200 cavalieri e 700 fanti si mise in marcia tra la disperazione di Daimberto che, a questo punto, non avrebbe potuto contare su Boemondo in catene.

         Nel suo percorso lungo la costa per raggiungere Gerusalemme, Baldovino si trovò di fronte all’attacco dell’esercito del sultano di Damasco, Duqāq, che aveva ambizioni di conquistare Tripoli, e che aveva messo insieme le forze dell’emiro di Homs e quelle di una squadra navale araba, partita da Beirut, che dava appoggio dal mare. Con grande abilità militare Baldovino sconfisse i suoi attaccanti e li mise in fuga verso le montagne. Baldovino era atteso per una imboscata in una gola che ne seguiva un’altra, già attraversata, a circa 5 Km. Di fronte al primo attacco musulmano, Baldovino si ritirò fino alla prima gola dove con rapido dietrofront attaccò i musulmani. Questi, colti all’improvviso fecero per ritirarsi ma erano sospinti dal retro dal grosso del loro esercito. Iniziò qui la grande confusione che disperse l’esercito musulmano. Per parte sua la zona di mare era sabbiosa e le navi non erano in grado di avvicinarsi per dare un valido aiuto. Da questo momento la marcia verso Gerusalemme non fu interrotta se non dai cristiani stessi. Tancredi tentò di bloccare Baldovino, alleandosi con Daimberto, ma da Giaffa Baldovino aveva avuto il sostegno dal popolo, lo stesso popolo che aveva cacciato Tancredi medesimo. Ed il 9 novembre Baldovino si presentò sotto le mura di Gerusalemme entrando in città accolto da grandi manifestazioni di gioia popolare, gioia di franchi, armeni, greci, siriani, … Daimberto si era chiuso in un monastero sul Monte Sion in preghiera, Tancredi si era ritirato nelle sue terre di Galilea e l’11 novembre Baldovino fu incoronato Re di Gerusalemme.

         Baldovino era persona avveduta e non passò a vendicarsi dei suoi nemici anche perché sapeva che Daimberto rappresentava l’autorità papale. Dopo una spedizione contro i musulmani, al suo ritorno a Gerusalemme  fece la pace con Daimberto che volentieri accettò perché comunque avrebbe trovato il modo di guadagnarci. Con Tancredi la cosa fu più complessa ma alla fine fu convinto a prendere il posto di Boemondo a capo del Principato di Antiochia, cedendo la Galilea a Gerusalemme. Così a Dicembre Baldovino fu incoronato ufficialmente Re di Gerusalemme da Daimberto ed a Marzo del 1101 Tancredi partì per Antiochia. Con questi avvenimenti si può affermare che concludeva la Prima Crociata(17).

ALCUNE CONSEGUENZE

         Le conseguenze non tanto di questa prima ma dell’insieme delle Crociate furono enormi e si possono riassumere nel far uscire l’Europa da uno stretto provincialismo. Ma delle conseguenze complessive discuterò dopo aver trattato lo svilupparsi di tutte le altre crociate. Ora è interessante cogliere alcune conseguenze che solo apparentemente sono minute.

         Dal punto di vista politico gli eventi della Prima Crociata che ho riassunto rappresentano una radicalizzazione dei rapporti tra Cristianesimo ed Islam ed anche una rottura sempre più evidente tra Chiesa Latina e Chiesa Greca. L’Impero Bizantino viveva la Crociata come un qualcosa da mantenere su stretti binari perché sarebbe potuto accadere che una coalizione europea contro Bisanzio avrebbe significato la fine dell’Impero. Quindi le divisioni dell’Occidente andavano bene per l’Impero d’Oriente. Ma occorreva comunque che l’Occidente fosse vigile contro le minacce, ancora all’Impero d’Oriente, da parte musulmana. L’immagine dei puri cavalieri senza macchia che lottavano per il trionfo del Cristianesimo riuscì fortemente sbiadita al finire della Prima Crociata: quei principi e cavalieri non erano altro che falsi pellegrini, ipocriti avventurieri alla ricerca di profitti, arricchimenti ed affermazioni personali. Ma il massimo profitto dalla Crociata sarà per le potenze marinare, soprattutto italiane che videro aprirsi porti e mercati inimmaginabili qualche anno prima e piene di merci ambitissime in Occidente per gusto, raffinatezza e preziosità. Quindi inizia una fitta rete di scambi che serve a fare girare più moneta e a far crescere l’economia europea con conseguente miglioramento del tenore di vita. In tutti i mercati europei iniziarono ad essere commerciati i raffinati ritrovati della civiltà orientale, con spezie, seta, zucchero, gemme, profumi L’importazione di cereali, alberi da frutta, piante di ogni genere, e la loro coltivazione su larga scala dette un importante impulso all’agricoltura. Le nuove esigenze della navigazione fecero stendere mappe accurate delle coste asiatiche. Ciò comportò la necessità di osservazioni sempre più accurate, soprattutto del cielo, con conseguente impulso di scienza, tecnica ed arti anche importate da quanto sviluppato e conservato dai musulmani come i preziosi codici della letteratura greca, le versioni arabe di Tolomeo e di Aristotele e molto molto altro (ed i musulmani, da questo momento, non furono più considerati dei barbari infedeli e basta). Le conquiste effettuate localmente dai cavalieri e principi crociati ebbero vita stentata ed effimera. Non vi era nulla di stabile e si era sempre in attesa di un qualche attacco che avrebbe rigettato tutti in mare. Tutto ciò dipendeva anche da quella divisione degli interessi dei principi che mai si sognarono di lottare insieme per un fine comune e per interessi comuni. Eppure tutto ciò comportò importanti conseguenze in Europa perché quei principi erano parte del sistema feudale. Con la loro dipartita e le grandissime spese che essa comportò, le proprietà feudali iniziavano a passare di mano: dai principi ai banchieri, ai re, alla Chiesa che, con saggia gestione di ipoteche, avevano operato al fine di concentrare il potere in poche mani. La Chiesa, in particolare, ebbe vantaggi enormi da questa Prima Crociata: il suo prestigio (fino qui) crebbe a dismisura e le sue finanze si gonfiarono. Ma, stava accadendo un fatto importantissimo: la fede incorrotta, che nessuno avrebbe discusso ancora nell’XI secolo, spariva gradualmente. Molti contadini erano riusciti a riscattare le loro terre a quei principi pellegrini  bisognosi di denaro iniziando un tessuto di piccole proprietà che poco a poco, in concomitanza con i servi che lasciavano la terra per trovare di che alimentarsi in concentrazioni urbane, sfocerà nei Comuni in alternativa al potere centrale. La nuova mobilità sociale, la rottura dei confini feudali, addirittura di quelli nazionali per passare in Oriente, ciò che rompeva con la fissità del feudalesimo avviava una rivoluzione civile, sociale ed economica. La nobiltà non trasse alcun vantaggio dalla Crociata oltre agli effimeri regni costruiti e nei quali tentavano di riprodurre il mondo feudale lasciato. Vantaggi vennero invece alla borghesia dei mercanti che cresceva ed iniziava ad affermarsi.

Da Wikipedia


NOTE

(1) L’origine delle parole Saraceni ed Agareni è stata ricostruita in modo fantastico come di origine biblica (Genesi 21; 8-21). Saraceni sarebbero i discendenti di Sara, la donna che con Abramo generò Isacco. Abramo ebbe anche varie relazioni, una delle quali con la schiava Agar da cui nacque l’altro figlio Ismaele (Genesi 16; 15). Sara, gelosa, fece scacciare Ismaele da casa con l’accordo di Dio e costui ebbe un’altra discendenza (quella degli arabi) che, dal nome Agar, si chiamano Agareni.

Riguardo alle parole che incontreremo per designare alcuni popoli, riporto quanto afferma l’arabista Kadidja Mandili: «Le parole “arabi, saraceni, mori, turchi e berberi” erano utilizzate senza alcuna distinzione ed indicavano i soldati musulmani che, a partire dal VII secolo, solcavano il Mar Mediterraneo alla ricerca di bottini. La parola “saraceno” che noi troviamo nei libri di storia, designava inizialmente un popolo della penisola del Sinai per indicare, in seguito, tutti i popoli arabi. Non si trova nessuna differenza terminologica nelle fonti medioevali. Oggi invece, distinguiamo nettamente tra le parole “arabo” e “musulmano”. La prima fa riferimento all’etnia dominante nell’Islam e la seconda indica i fedeli di tale religione. […] Bisogna rilevare che le invasioni saracene – ma sarebbe più corretto definirle “incursioni” – non miravano alla conquista dei territori, ma al bottino e alle prede. La flotta musulmana doveva essere capace di contrastare quella di Bisanzio sia militarmente che commercialmente. I pirati della marina musulmana rifornivano merce umana quando era necessario per il commercio degli schiavi, ma essi ricoprivano allo stesso tempo un ruolo ufficiale: proteggevano i convogli governativi; ciò avvenne regolarmente per tutto l’VIII secolo. Così, diversi pirati saraceni, fra i quali i Berberi, gli Andalusi e di Cretesi, operavano per proprio conto sulle coste della Sardegna, della Sicilia, delle Puglie, della Campania e sulle coste della Liguria e di Venezia. Al contrario, le occupazioni temporanee d’Ischia, di Ponza, di Lampedusa e di altri luoghi strategici d’Italia, come il sacco di Civitavecchia, spinsero i Bizantini e – a partire dall’800 i Carolingi – ad organizzare delle flotte capaci di difendere le coste italiane.

(2) La Spagna, provincia di Roma, nel 409 viene invasa da varie tribù barbare (svevi, vandali, …). Nel 411 i Visigoti vengono in aiuto di Roma e scacciano gli altri barbari. Da questo momento l’amministrazione di questa provincia è lasciata loro. Nel 475, un anno prima della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, viene fondato in Spagna il regno Visigoto che, a partire dal 589, sarà interamente cristianizzato. In soli tre anni, tra il 711 ed il 714, gli arabi musulmani del califfato Omeya di Damasco occupano la penisola iberica provenendo da Sud. I cristiani vengono respinti verso nord e lì si attesteranno in piccoli regni situati in posti strategici sulle montagne della cordigliera Cantabrica e dei Pirenei. Nel 756 gli Omeya di Spagna si rendono indipendenti da Damasco e costituiscono il Califfato di Cordova. Questo Califfato si manterrà fino al 1031 per poi smembrarsi in tanti piccoli regni (taifas). A questa data la penisola contava al Nord i regni cristiani di León, Navarra, Aragón, Cataluña (circa un terzo del territorio) una striscia di terra di nessuno divideva questi piccoli regni dai taifas arabi costituenti la regione di ‘Al Andalus‘. La debolezza militare araba avvia, nel 1045, la Reconquista che si concluderà nel 1492. Da sottolineare la conquista cristiana di Toledo del 1085, il formarsi al Nord di tre stati cristiani sempre più grandi ed aggressivi (Portogallo, Castiglia, Aragona e il piccolo Navarra). Dalla metà del XIII secolo il regno di Granada è tutto ciò che resta di arabo nella penisola. Nel 1469 Isabella I di Castiglia sposa Fernando II di Aragona dando inizio alla prima convergenza di regni ispani che in poco tempo occuperà tutta la penisola ed inizierà una impetuosa espansione in altri territori. Nel 1492 cade il regno di Granada, compiendosi il disegno di Fernando e Isabella: unificare i popoli di Spagna in nome della cristianità contro gli invasori arabi. La Crociata è portata a termine vittoriosamente e Papa Alessandro VI Borgia concede ai Re di Spagna il titolo di ‘Re Cattolici‘ (1494).

(2’) Seguiamo gli avvenimenti che seguirono la morte di Carlo Magno quando l’Impero fu suddiviso tra i suoi tre figli, Carlo il Calvo, Pipino e Ludovico. I problemi iniziarono a porsi proprio con quella incoronazione con la quale era sembrato che Carlo Magno accettasse una sudditanza rispetto al Papa. Con la morte del sovrano iniziarono ad emergere insoddisfazioni per questa sudditanza anche se restava sempre la protezione carolingia ai possedimenti papali, particolarmente da parte di Carlo il Calvo, in un’epoca di forti rivolgimenti interni e minacce esterne (Bulgari ed Ungari ad Oriente, Arabi in Sud Italia e Provenza, Normanni e Vichinghi al Nord). Queste esigenze di difesa coniugate con la conflittualità interna a fini di estensione di domini terrieri all’interno dell’Impero, crearono nuove esigenze di difesa, non più centralizzata ma diffusa in forze locali e realtà territoriali che iniziarono a costituire i principati (aggregazioni di famiglie egemoni, per meriti amministrativi e per servigi alla casa reale, realizzate con il consenso del Re) e le signorie (famiglie ricche ed autonome dal Re, con basi patrimoniali fondiarie e con forti impegni nella difesa dei territori anche mediante la catena dei loro castelli). Con il passare del tempo questi poteri locali si rafforzarono, anche  fagocitando i piccoli appezzamenti di terra dei contadini, fino a mettere in discussione il potere del Re che sempre più esercitava il suo potere su importanti estensioni terriere e sulle città. La messa in discussione era anche della diarchia, cioè della Chiesa insieme alla corona, diarchia che sottraeva potere appunto a principati e signorie. Intanto in quegli anni si arrivò a distinguere i compiti dei chierici da quelli dei vescovi, di coloro che erano dediti a funzioni meramente religiose con coloro che invece erano a capo di cattedrali con le loro immense ricchezze, coloro che erano associati istituzionalmente al potere civile ma autonomi dalla giurisdizione secolare.

L’insoddisfazione di principi e signori si coalizzò per invertire il rapporto di sudditanza del regno rispetto alla Chiesa cercando di influire sull’elezione dei papi. Vi furono vari scontri tra gli eredi al trono fino ad arrivare al trattato di Verdun dell’843. Ma anche qui continuarono liti e discordie, suddivisioni e conflitti finché non si ricostituì l’unità dell’Impero tra l’879 e l’887 con Carlo il Grosso che fu subito però deposto dai feudatari che decretarono il definitivo smembramento del regno carolingio nelle tre regioni in cui inizialmente era stato suddiviso tra i figli di Carlo Magno (più o meno le odierne Francia, Germania, Italia).

Il legame cercato con la Chiesa era funzionale almeno per due aspetti: da un lato è sempre stato utile tenere buoni rapporti con questa Istituzione in grado di muovere o meno dei consensi; dall’altro si sentiva una urgente necessità di moralizzazione del clero divenuto in gran parte gaudente, sbandato, lussurioso ed ultramondano. A tale scopo era necessario il sostegno del Papa, Giovanni XI (che certo non brillava per morigeratezza ed esempio), di un papato anch’esso tutto da moralizzare, ma anche una iniziativa dal basso con la fondazione da parte del Duca Guglielmo di Aquitania (910) del Monastero benedettino di Cluny (vedi testo), divenuto in seguito il centro europeo per attuare la riforma monastica.

(3) Il bordello a cui era ridotto la corte papale ebbe molto a che fare con queste donne di famiglie potenti. Da Wikipedia riporto i rapporti di parentela tra queste donne e le potenti famiglie cui appartenevano:

“I Conti di Tuscolo (in lingua latina Comites de Tuscolana) sono stati una potente famiglia baronale romana che governò su larga parte dell’Agro Romano e dei Colli Albani tra il X ed il XII secolo, influenzando le vicende interne di Roma, dello Stato Pontificio e della stessa Chiesa cattolica attraverso il “papato di famiglia”. Il “papato di famiglia” era una formula politica che risolveva il problema della convivenza del potere civile e religioso, diversamente dal sistema politico diarchico tentato con successo da Alberico II di Spoleto che, mentre deteneva il potere politico, affidava quello religioso a papi di sua scelta. In punto di morte, sapendo che dopo di lui il sistema diarchico non avrebbe più funzionato e temendo l’intervento di Ottone I, volle unificare i due poteri facendo giurare ai nobili romani di eleggere, dopo la sua morte, il figlio Ottaviano, che divenne, un anno dopo, Papa Giovanni XII.

La roccaforte eponima di questa famiglia fu l’antica città di Tusculum, fondata in epoche remote prima della stessa Roma e rasa al suolo nel 1191 con il declinare della potenza dei conti tuscolani

. […]

Le origini

Dall’unione di Teofilatto I dei Conti di Tuscolo (864-925) e Teodora I (†916) nacquero Marozia (†955) e Teodora II (†950).

Dall’unione di Marozia e Alberico I (†924), Marchese di Toscana e Camerino nonché Duca di Spoleto, nacquero Alberico II, Costantino, Sergio, Deodato (o Davide) e Giovanni, quest’ultimo ritenuto dagli storici figlio illegittimo di Marozia con Papa Sergio III (904-911) e asceso al soglio di Pietro come Papa Giovanni XI (931-935). Alcuni storici ritengono che Papa Sergio III e Papa Adriano III (884-885) (nato Agapito) fossero fratelli di Teofilatto I e figli di un certo Benedetto magnus tusculanus dux et comes, figlio di quell’Alberico marchio et consul tusculanus princeps potentissimus, a sua volta figlio di Teodato consul, dux et primicerius Sanctae Romanae Ecclesiae e fratello di Papa Adriano I (772-795).

Da Deodato-Davide (comes tusculanus), fratello di Alberico II, nacque Papa Benedetto VII (974-983).

Fino ad Alberico II, le informazioni sui Conti di Tuscolo sono incerte e frammentarie; da Gregorio I in poi, diventano più sicure.

Alberico II ebbe due figli certi: Gregorio I ed Ottaviano I, quest’ultimo poi Papa Giovanni XII (955-963).

Da Gregorio I nacquero tre figli: Alberico III, Teofilatto II e Romano. Teofilatto II nel 1012 divenne Papa Benedetto VIII. Romano (Consul et dux, senator) nel 1024 divenne Papa Giovanni XIX.

Teofilatto II, prima di divenire Papa, ebbe un figlio: Giovanni I dei Conti di Tuscolo.

Alberico III (Imperialis palatii magister; Consul et dux; Comes sacri palatii Lateranensis) ebbe cinque figli: Teofilatto III divenuto poi Papa Benedetto IX, Guido, Pietro, Ottaviano II e Gregorio II.

Nel settembre 1055, quando l’ex-papa Benedetto IX fece una donazione, dei fratelli risultavano vivi Guido, Pietro e Gregorio, non Ottaviano.

Guido ebbe un figlio, Giovanni II dei Conti di Tuscolo, che nel 1058 divenne l’antipapa Benedetto X.

Gregorio II (Consul; nobilis vir; senator; Comes Tusculanensis) ebbe un figlio che gli successe alla guida della famiglia nel 1058: Gregorio III.

A Gregorio III (Comes Tusculanensis; Consul; illustris) nel 1108 successe il figlio Tolomeo I.

A Tolomeo I (Illustrissimus; dominus; Consul et dux) nel 1126 successe il figlio Tolomeo II.

Tolomeo II ebbe due figli: Gionata (Comes de Tusculano) e Raino (Nobilis vir; dominus) che, alla sua morte nel 1153, guidarono insieme la famiglia fino al 1167, quando Gionata morì e rimase solo Raino, morto nel 1179″.

Di qualche rampollo di questa genìa di delinquenti avrò modo di parlare in dettaglio più oltre. Qualche dettaglio su Marozia posso darlo ora: sua madre, Teodora, la mise al letto del Ppapa Sergio III quando aveva solo 14 anni. La giovane rimase incinta ma la cosa non la turbò, anzi gradiva il tutto, tanto che riuscì a dominare con il sesso i successivi Papi Anastasio II e Landone riuscendo a far eleggere Papa il vescovo di Ravenna Giovanni, con il nome di Giovanni X per poterci fare l’amore più spesso che non a Ravenna. Tutta una vita evangelica.

Ancora da Wikipedia riporto una breve storia della potente famiglia dei Crescenzi:

“È storicamente ritenuto capostipite della famiglia un Crescenzio che figura come giudice fra i nobili romani in un placito romano di Ludovico III del 4 febbraio 901 sotto Papa Benedetto IV e, se pur si tratta dello stesso personaggio, in un altro tenuto in Roma da Alberico II il 17 agosto 942 sotto Papa Stefano VIII.

Discenderebbero da lui, per quanto sia ignoto il grado di parentela, Giovanni Crescenzi I (morto nel 960), marito di Teodora II (figlia del senatore Teofilatto I e di Teodora I) e padre di Giovanni vescovo di Narni, eletto Papa col nome di Giovanni XIII (965-972), di Teodora III sposata a Giovanni III duca di Napoli, di Crescenzio “de Theodora” detto “Crescenzio II”, di Marozia II (Marozia I era la zia, sorella di Teodora II) e di Stefania; Crescenzio II sarebbe il Crescenzio “a caballo marmoreo” che compare fra i primati di Roma in un sinodo del 963 presente Ottone I.

Dopo la morte della moglie Teodora II nel 950, Giovanni Crescenzi I si sarebbe fatto sacerdote fino a divenire vescovo. Nel periodo dal 965 al 1012 i Crescenzi dominarono su Roma col titolo di patrizi dei Romani; con Crescenzio de Theodora la famiglia estese il suo controllo anche su Palestrina (che Giovanni XIII concesse nel 970 alla sorella Stefania) e sul comitato sabinense. Crescenzio II fece eliminare papa Benedetto VI e impose l’elezione dell’antipapa Bonifacio VII, che tuttavia fu costretto all’esilio da Ottone II, mentre Crescenzio si ritirava in un monastero e vi moriva nel 984.

Suo figlio Giovanni Crescenzi II, detto poi Nomentano, ebbe grande influenza sotto il pontificato di Giovanni XV e di Gregorio V: assunto il titolo di patrizio dei Romani (985), divenne signore di Roma ed ottenne nel 988 il comitato e la città di Terracina per il fratello Crescenzio III (morto nel 1020), il quale poi tenne la prefettura di Roma negli anni 1014-15 e 1019, subentrando al nipote Giovanni Crescenzi III morto nel 1012. Giovanni Nomentano fece fuggire Gregorio V ed eleggere Giovanni XVI, che lasciò il potere temporale nelle sue mani. Ottone III, venuto a Roma, lo assediò in Castel Sant’Angelo (che si chiamava allora Castellum Crescentii) e lo fece decapitare (998): fu esaltato come martire della libertà romana.

Fra il IX ed il X secolo i Crescenzi furono feudatari di Mentana, ove fecero costruire un palazzo. I Crescenzi feudatari di Mentana vennero chiamati Crescenzi-Nomentani.

Suo figlio Giovanni detto Giovanni Crescenzi III nel 1002 si fece ordinare patrizio dei Romani ed ebbe la signoria della città fino alla sua morte nel 1012; estese i possessi della famiglia nella Campagna e nella Marittima.

Nel 1045 i Crescenzi Ottaviani riuscirono ancora a far eleggere al papato un loro membro, il vescovo di Sabina Giovanni, col nome di Papa Silvestro III”.

Poiché abbiamo accennato a Papa Giovani XI, vale la pena ricordare qualche evento che lo riguarda. Giovanni XI (910-935) non fu eletto ma imposto dalla madre, Marozia, che lo aveva avuto dal Papa Sergio III quando era quindicenne (in seguito Marozia fece uccidere Sergio III). Il personaggio era un gaudente dedito alle cose più triviali, dissolute e turpi.

(4) La vita ascetica, che faceva parte della pratica religiosa di alcuni monasteri cristiani, non era una soluzione praticabile per tutti i fedeli. Risultava difficile ad esempio per coloro che avevano responsabilità pubbliche o semplicemente erano lavoratori che dovevano alimentare le famiglie. Una alternativa alla vita ascetica poteva quindi essere il pellegrinaggio verso i luoghi sacri. L’altra alternativa e cioè le pene che venivano comminate per redimersi dai peccati (digiuno a pane acqua, pubblica umiliazione) mal si adattavano a orgogliosi e fieri cavalieri ma anche a persone più umili ma orgogliose.

(5) La designazione di Abū Bakr come Califfo da parte di Maometto generò risentimenti ed odi nella famiglia del Profeta che aspirava a quel posto. Particolarmente irritati furono il cugino e genero ‘Alīibn Abī Ţālib (aveva sposato la figlia di Maometto, Fāţima)e lo zio paterno al-‘Abbās b. ‘Abd al-Muttalib che per molto tempo si rifiutarono di riconoscere l’autorità di Abū Bakr che impedirono al Califfo di partecipare ai rituali funebri del Profeta. Questa situazione avrà rilevanza nella storia immediata dell’Islam. In ogni caso, come prevedibile, la morte di Maometto lasciò molta amarezza tra i suoi seguaci. L’unica consolazione erano le conquiste fatte, ed in particolare quella di La Mecca, in pochissimo tempo che avallavano l’idea di essere nel giusto. Non tutti però restarono convertiti, soprattutto tra le truppe beduine molte si ritirarono lasciando la religione superficialmente abbracciata. Così facendo, tra l’altro, non avrebbero più dovuto pagare i tributi dovuti. Il compito del Califfo fu quindi quello di mantenere l’unità delle varie tribù, alcune delle quali sentivano che con la morte di Maometto quella esperienza entusiasmante era finita, lavoro che lo impegnò per oltre un anno. Occorreva anche fortificare ed estendere quel nuovo credo e far sì che divenisse patrimonio comune di tutti gli abitanti della Penisola araba. E’ interessante notare che, alla morte del Profeta, spuntarono qua e là ai confini dell’Islam altri profeti che furono subito liquidati dai militari di Abū Bakr.

(6) Ad Alessandria era sopravvissuta alla barbarie cristiana parte della famosa ed incredibile Biblioteca. Secondo il racconto di un cristiano del XIII secolo, arrivarono altri barbari che rasero al suolo ciò che restava. Il devastatore sarebbe stato proprio Omar che è anche il personaggio che avrebbe dato una risposta agghiacciante ad una certa domanda. Alla richiesta di uno degli ultimi filosofi alessandrini, che frequentava la Biblioteca, di salvarla, Omar rispose con la sicumera del fondamentalismo ignorante: Se gli scritti dei greci concordano con il Corano, sono inutili e non occorre conservarli; se discordano, sono pericolosi e si devono bruciare. Ad Alessandria, civilissima città, esistevano 4000 bagni pubblici. I volumi della Biblioteca erano di carta e pergamena, materiali infiammabili. Essi sarebbero stati distribuiti ai 4000 bagni per alimentare il fuoco che scaldava l’acqua. Il numero dei volumi era tale che sarebbero stati necessari più di sei mesi per consumarli tutti. L’episodio è raccontato dallo scrittore siriano del XIII secolo, figlio di un ebreo convertito, vescovo e primate della Chiesa orientale, Abu’l-Farag (in italiano Gregorio Abulfaragio). Gibbon mette in dubbio questa storia affermando che negli Annali di Eutichio (patriarca di Alessandria del X secolo) e nella Storia dei Saraceni di Elmacin (XIII secolo) non vi è traccia di essa. Comunque siano andate le cose, il fanatismo, il fondamentalismo, le religioni vanno tenute lontane come la peste dello spirito e della ragione..

(7) L’Esarcato di Ravenna (o d’Italia) era  formato da città delle attuali Romagna e Marche che costituivano i territori bizantini in Italia. Le città erano: Ravenna, Forlì, Forlimpopoli, Classe, Cesarea (pentapoli), Rimini, Pesaro, Ancona, Senigallia e Fano.

(8)  Il fuoco greco, in quanto arma di enorme potenza, era fabbricato con una formula segreta nota solo al basileus ed a pochi tecnici che la realizzavano. L’invenzione è attribuita all’architetto greco Callinico che dalla città di Eliopolis (Siria), nell’attuale Libano, era emigrato a Bisanzio. Si trattava probabilmente di una miscela di pece, salnitro, zolfo, petrolio e calce viva sistemata dentro un otre molto grande al quale era collegato un tubo di rame. Queste armi erano montate sopra le navi bizantine per attaccare quelle nemiche (tutte costruite in legno con catrame che teneva unite le singole tavole e quindi molto infiammabili). Se l’otre era di cuoio si premeva e da esso veniva spruzzato il suo contenuto operando come un vero e proprio sifone lanciafiamme con quell’effetto di non possibile spegnimento dovuto alla calce viva. Se l’otre era di terracotta veniva lanciato con il sistema delle petriere (grandi fionde).

(9) Jabal al-Ţāriq significa Monte di Tariq, in omaggio a Tariq ibn Ziyad che iniziò la conquista, morendo nel 720.

(10) La Spagna, provincia di Roma, nel 409 viene invasa da varie tribù barbare (svevi, vandali, …). Nel 411 i Visigoti vengono in aiuto di Roma e scacciano gli altri barbari. Da questo momento l’amministrazione di questa provincia è lasciata loro. Nel 475, un anno prima della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, viene fondato in Spagna il regno Visigoto che, a partire dal 589, sarà interamente cristianizzato.

In soli tre anni, tra il 711 ed il 714, gli arabi musulmani del califfato Omeya di Damasco occupano la penisola iberica provenendo da Sud. I cristiani vengono respinti verso nord e lì si attesteranno in piccoli regni situati in posti strategici sulle montagne della cordigliera Cantabrica e dei Pirenei. Nel 756 gli Omeya di Spagna si rendono indipendenti da Damasco e costituiscono il Califfato di Cordova. Questo Califfato si manterrà fino al 1031 per poi smembrarsi in tanti piccoli regni (taifas). A questa data la penisola contava al Nord i regni cristiani di León, Navarra, Aragón, Cataluña (circa un terzo del territorio) una striscia di terra di nessuno divideva questi piccoli regni dai taifas arabi costituenti la regione di ‘Al Andalus‘. La debolezza militare araba avvia, nel 1045, la Riconquista che si concluderà nel 1492. Da sottolineare la conquista cristiana di Toledo del 1085, il formarsi al Nord di tre stati cristiani sempre più grandi ed aggressivi (Portogallo, Castiglia, Aragona e il piccolo Navarra). Dalla metà del XIII secolo il regno di Granada è tutto ciò che resta di arabo nella penisola. Nel 1469 Isabella I di Castiglia sposa Fernando II di Aragona dando inizio alla prima convergenza di regni ispani che in poco tempo occuperà tutta la penisola ed inizierà una impetuosa espansione in altri territori. Nel 1492 cade il regno di Granada, compiendosi il disegno di Fernando e Isabella: unificare i popoli di Spagna in nome della cristianità contro gli invasori arabi. La Crociata è portata a termine vittoriosamente e Papa Alessandro VI Borgia concede ai Re di Spagna il titolo di ‘Re Cattolici’ (1494).

Gli arabi ebbero il merito di conservare la maggior parte del patrimonio culturale greco ed ellenistico, salvandolo dalla distruzione dei cristiani. Fu questo prezioso patrimonio di libri e pergamene che in lingua araba arrivò in Spagna a partire dall’VIII secolo. In un ambiente di tolleranza, queste conoscenze furono trasferite ai cristiani indigeni, ed ai moltissimi ebrei che vivevano nella penisola da epoche remote (con alterne vicende di accettazione e persecuzione sotto il dominio cristiano-visigoto e con la piena accettazione degli arabi musulmani per l’aiuto che gli stessi ebrei avevano fornito loro nella conquista di Spagna). Non vi furono persecuzioni di nessuno verso nessuno. Vi era una sorta di divisione del lavoro che vedeva gli arabi padroni di una agricoltura che con irrigazioni avanzatissime, con l’introduzione dell’arancio, del riso, del cotone, della canna da zucchero e di molte altre piante commestibili avevano reso molto fiorente, artefici di un artigianato tecnologicamente avanzato di articoli di lusso (pelli, tessuti, ceramica), ottimi commercianti; gli ebrei gestori di commercio, prestiti e finanza , mentre i cristiani erano il ‘popolaccio’, la forza lavoro in massima parte povera ed ignorante, costituita da discendenti dei visigoti, schiavi, slavi, schiavi liberati. I cristiani vedevano con grande ammirazione gli arabi per la loro cultura, raffinatezza ed addirittura per il suono della lingua e, spontaneamente, si convertivano alla religione musulmana diventando ‘mozarabi’ (arabizzati). Con il passare degli anni cominciarono a nascere musulmani nella stessa Spagna (muladì) che andava pian piano arabizzandosi. Tutti vedevano crescere il livello materiale della loro vita. Non vi erano momenti della precedente dominazione cristiano-visigota di cui andar orgogliosi. Gli stessi cristiani riconoscevano in svariati scritti la loro ignoranza rispetto allo splendore della cultura araba.

E’ utile ricordare che la dinastia Omeya crollerà nel 750 per far posto a quella Abasside. Marwān II ibn Muhammad ibn Marwān nel 750, l’ultimo Califfo omayyade, fu sconfitto dalle forze della dinastia abbaside, il cui capo è Abū l-‘Abbās al-Saffāh.

(11) Fino all’XI secolo i pellegrinaggi furono un fenomeno abbastanza limitato, per l’insicurezza generale e anche per una certa diffidenza da parte della stessa Chiesa: essi andavano oltre il controllo delle diocesi, che era saldamente territoriale, e non era gradito dagli ordini monastici. Essi inoltre sostenevano in genere che la propria “Gerusalemme” andasse trovata nel cuore di ogni cristiano, piuttosto che nel viaggio. In seguito la Chiesa riconobbe nel pellegrinaggio un’esperienza fondamentale della vita religiosa e lo disciplinò, corredandolo di un apposito voto e delle relative indulgenze spirituali.

(12) Il movimento delle “paci di Dio” nacque sul finire dell’VIII secolo,  riprese vigore nel X secolo nella Francia centro meridionale e fu codificato da vari concili nell’XI secolo a partire dal Concilio di Arles (1037-1041). Questo movimento riuscì ad ottenere dall’autorità ecclesiastica la sospensione dell’impiego della forza armata in particolari periodi in cui cadevano festività e liturgie cristiane, e la tutela dalla violenza armata alcuni luoghi pubblici, come i palazzi regi o i mercati, e religiosi, e vietavano la violenza contro tutti gli inermi. Più in particolare la Chiesa condannava in modo deciso le attività brigantesche dei cavalieri che ridotti in miseria per qualche evento, cercavano di riavere denaro e potere con gli assalti alle Chiese ed il brigantaggio. La Chiesa non parlava però dell’immoralità in sé di tali atti ma dell’immoralità del dirigerli verso la Chiesa. La direzione corretta era contro i Mori di Spagna che ostruivano le vie del pellegrinaggio a Santiago de Compostela. Questo stesso argomento fu usato per attaccare i possedimenti dei Mori nelle isole del Mediterraneo.

(13) Nel testo vi è già stato un riferimento al grande predicatore pro Crociata che fu Pietro d’Amiens, il povero eremita con molto seguito tra i poveri ed i diseredati, che percorse in lungo ed in largo mezza Europa per incitare alla Guerra Santa. Non fu il solo predicatore tra i poveri. Tra essi va ricordato anche Roberto di Arbrissel, fondatore dell’Ordine di Fontevrault. Lo stesso Papa a Clermont avrebbe detto qualcosa che rispecchiava le miserrime condizioni dei poveri contadini europei i quali non avrebbero avuto che da guadagnare dalla Crociata. Ed infatti l’Occidente del Nord Europa era preda di continue invasioni barbariche a seguito delle quali molte terre coltivate erano state abbandonate. Le distruzioni dei barbari avevano riguardato anche i sistemi di irrigazione costruiti in moltissimi anni: le dighe ed i canali erano stati distrutti e le acque avevano di nuovo invaso i campi. I nobili che passavano il tempo in battute di caccia nei boschi si rifiutavano di perderli per cederli alle coltivazioni. E Papa Urbano a Clermont disse: «In questo Paese voi potete a malapena nutrire gli abitanti e questo è il motivo per cui esaurite completamente le riserve e promovete delle guerre interminabili tra voi». A ciò si aggiunsero violente pestilenze, inondazioni ed uno sciame di meteoriti che si abbatté sulla Terra, fenomeni che quasi richiamarono l’Apocalisse e la seconda venuta di Cristo, da più parti annunciata. E Cristo sarebbe venuto in una Terra liberata dagli infedeli e dagli Anticristo e riconsegnata alla cristianità A fronte di tutto ciò vi era il miraggio di favolose ricchezze, racchiuse in quella terra dove scorre il latte ed il miele, che sarebbero andate a chi avrebbe preso parte alla spedizione.

(14) Tra questi il principe all’epoca più potente della Mesopotamia, l’atabeg o governatore selgiuchida di Mossul capitale della Jazira, della corte dell’emiro Kerbogha sotto l’autorità del sultano Imād al-Dīn Zengī che aveva 11 anni e che era sotto la tutela di Kerbogha.

(15) Erede di Malik Shah che, insieme a Suleyman I ibn Qutulmish, aveva conquistato tutta l’Anatolia ai bizantini, tra il 1071, data della battaglia di Manzincerta, ed il 1086.

(16) Boemondo, una volta libero non smise la sua politica di guerra ai musulmani e ad Alessio. Sconfitto dai musulmani si recò in Europa per chiedere aiuti. Sposo la figlia del Re di Francia e partì con un grande esercito che però usò contro i bizantini che lo sconfissero sonoramente. Da questo momento Boemondo sparì dalla scena politica diventando un vassallo di Alessio. Morì in Calabria nel 1111.

(17) La Contea di Tripoli completò il quadro dei regni cristiani feudali in Palestina. L’assedio della città iniziò nel 1102 ad opera di Raimondo, l’unico grande comandante crociato restato privo di un qualche regno, e si completò nel 1109. Il suo governatore, vassallo di Baldovino I Re di Gerusalemme, fu Bertrando II di Tolosa figlio di Raimondo che era0 morto nel 1105.

Dopo la caduta di Tripoli, altre città della costa, ancora in potere dei fatimiti, caddero (Beirut e Sidone lo fecero nel 1110, Tiro nel 1124).

_______________________________________________________________________________________

BIBLIOGRAFIA

(1) Karlheinz Deschener – Storia criminale del Cristianesimo – Ariele 2000-2010

(2) Paolo Cammarosano – Storia dell’Italia Medievale. Dal VI all’XI secolo – Laterza 2001

(3) Claudio Rendina – I Papi, storia e segreti – Newton Compton 1999

(4 ) Ferdinand Gregorovius . Storia di Roma nel Medio Evo – Avanzini e Torraca, Roma 1967

(5) Ludovico Gatto – Le crociate – Newton & Compton 2005

(6) Steven Runciman – Storia delle crociate – Mondadori 2010

(7) Georges Tate – L’Orient des Croisades – Gallimard – 1999

(8) Amin Maalouf – Les croisades, vues par les Arabes – J.C. Lattés, 1983

(9) G. Tabacco, G. G. Merlo – Il Medioevo – Il Mulino 1989

(10) G. Ostrogorsky – Storia dell’impero bizantino – Einaudi 1993

(11) S. Runciman – Storia delle Crociate – Einaudi 1993

(12) G. Ortalli (a cura di) – Storia d’Europa. Il Medioevo – Einaudi 1994

(13) P. Cortesi – Il libro nero del Medioevo – Newton & Compton 2005

(14) A. Demurger – I cavalieri di Cristo – Garzanti 2004

(15) Ludovico Gatto – Il Medioevo – Newton & Compton 2005

(16) O. Capitani – Storia dell’Italia medievale – Laterza 2009

(17) J. Le Goff – La civiltà dell’Occidente medievale – Einaudi 1999

(18) U. Haarmann (a cura di) – Storia del mondo arabo – Einaudi 2010

________________________________________________________________________________________________________________

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: