Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

PARTE SECONDA

LA PICCOLA CROCIATA DEL 1101

         Prima di studiare con qualche dettaglio le vicende che portarono alla Seconda Crociata, merita un qualche cenno una Piccola Crociata che ebbe luogo nel 1101.

         Quando in Europa giunse notizia della conquista di Gerusalemme vi fu un grande entusiasmo da parte di tutti. Molti dei crociati che tornavano magnificavano le loro imprese, raccontavano di terre meravigliose e ricche che non chiedevano altro di essere sfruttate e dicevano che occorreva che un’altra crociata fosse bandita per poter portare sostegno stabile a quanto loro stessi avevano realizzato. La Chiesa naturalmente benediceva questi discorsi incoraggiando con i suoi predicatori, calamità storiche, un nuovo afflusso di crociati in Oriente. La nuova spedizione fu pronta a partire nell’autunno del 1100. A settembre si mise in moto una crociata di lombardi, alla quale si aggregarono tedeschi e francesi, guidata dal massimo rappresentante della Chiesa in Lombardia, il vescovo di Milano Anselmo di Buis, e formata da vari notabili del luogo come il conte Alberto di Biandrate, il conte Ghiberto di Parma ed Ugo di Montebello. I lombardi avevano partecipato in piccolo numero ed ingloriosamente alla Prima Crociata arruolandosi con Pietro l’Eremita e dando il loro contributo al completo insuccesso della crociata dei pezzenti quando non riuscirono a far altro che accordarsi con i tedeschi contro i francesi (i superstiti dei massacri cui andarono incontro si raccolsero sotto il comando di Boemondo). Ora le cose non erano diverse e così le descrive Runciman:

L’attuale spedizione non era molto meglio organizzata: comprendeva pochissimi soldati bene addestrati ed era formata principalmente dalla marmaglia raccolta nei bassifondi delle città lombarde, uomini la cui vita era stata sconvolta dalla crescente industrializzazione della regione; con loro c’era un gran numero di ecclesiastici, di donne e di bambini. Era una massa cospicua, per quanto la cifra valutata da Alberto d’Aix in duecentomila anime debba essere divisa almeno per dieci.  Né l’arcivescovo, né il conte di Biandrate che veniva considerato come il capo militare, erano in condizioni di farsi obbedire da tutta quella gente.

         Marciarono attraversando la Carnia, scendendo lungo il corso del fiume Sava, attraversando l’Ungheria ed entrando nell’Impero bizantino a Belgrado. Qui, come era costume, furono presi in consegna da scorte armate dell’Imperatore Alessio che li accompagnarono attraverso la penisola balcanica. Essendo però in gran numero per essere sorvegliati ed alimentati furono suddivisi in tre gruppi (uno a Filippopoli, uno ad Adrianopoli, uno a Rodosto). Ma lo spirito banditesco fece sì che, nonostante i controlli, quella massa di persone, ciascuna nel territorio che occupava, si scatenasse nel più vergognoso saccheggio di villaggi, di granai, di bestiame e, per mostrare la forza della loro fede, di chiese. Solo a marzo Alessio riuscì a trasportarli tutti  in un campo situato fuori le mura di Costantinopoli preparando il loro trasbordo in Asia, al di là del Bosforo. Ma poiché era circolata una voce di altri pellegrini in arrivo dall’Europa, costoro si rifiutarono di partire prima dell’arrivo dei nuovi fantomatici crociati. L’Imperatore reagì tagliando il cibo e costoro non trovarono altro di meglio che attaccare la città riuscendo a varcare le mura, ad attaccare il Palazzo della Blachernae dove furono miracolosamente fermati dal comandante crociato e dal vescovo di Milano che si erano precipitati a scongiurare ogni azione violenta contro Alessio. Dopo una difficile pacificazione, ottenuta da Raimondo di Tolosa che si trovava a Costantinopoli godendo della fiducia di Alessio, i nuovi crociati accettarono di essere trasferiti in Asia, nei pressi di Nicomedia, dove attesero l’arrivo degli altri crociati dall’Europa.

         Questa nuova armata della fede era guidata, suo malgrado, da Stefano di Blois, quel principe crociato che era scappato dall’assedio di Antiochia per paura. Il suo gesto divenne per lui una condanna da parte di tutti e particolarmente da parte della moglie che, sembra, gli negasse anche i favori sessuali. Così Stefano nella primavera del 1101 dovette ripartire ed al suo seguito si aggregarono altri nobili. Passarono per l’Italia, attraversarono l’Adriatico e giunsero a Costantinopoli in maggio. Lungo il cammino si aggregò un altro piccolo contingente di crociati tedeschi al comando di Corrado, conestabile (o comandante dell’esercito) dell’Imperatore Enrico IV. A maggio quindi vi fu l’unificazione dei due gruppi, quello dei lombardi e quello dei francesi cui si erano aggiunti i tedeschi. Tutti si accordarono sul fatto che il comandante supremo fosse Raimondo di Tolosa e partirono sul finire di maggio con il sostegno di un contingente bizantino, che comprendeva 500 mercenari turchi, al comando del generale Tsitas.

         Raimondo, in accordo con Stefano e con quanto discusso con Alessio, intendeva stabilizzare e rendere più sicura la via di comunicazione attraverso l’Asia alla Siria ed ai regni cristiani e quindi era deciso a ripercorrere la strada che aveva percorso durante gli inizi della Prima Crociata. Ma i lombardi che avevano come idolo Boemondo non furono d’accordo: costoro volevano come primo obiettivo della loro crociata liberare Boemondo che, si ricorderà, era prigioniero dell’emiro danishmend, Mohammed ibn Ghazi, nel castello di Niksar (o Neocesarea) che si trovava in una zona lontana nord-orientale dell’Anatolia. E forti del loro numero i lombardi imposero il loro punto di vista ed indirizzarono la crociata verso quel luogo lontano prendendo la via di Ancyra (oggi Ankara) che apparteneva al sultano selghiucida Kilij Arslan. Arrivarono il 23 giugno e presero subito possesso della città che risultò indifesa. Proseguirono subito per Niksar seguendo la via di Gangra. Al loro avanzare l’esercito di Kilij Arslan arretrava distruggendo ogni cosa che potesse servire da approvvigionamento ai crociati.

Crociata del 1101 (da Wikipedia)

         Arrivati a Gangra i crociati provarono ad attaccare la città ma la cosa risultò impossibile per le sue difese. Non potevano aspettare un assedio perché non avevano viveri e la cos li costringeva a marciare in fretta. I piani prevedevano di arrivare a Niksar passando per Amasia ma la mancanza di cibo e l’insopportabile calore di luglio in quei territori fecero vincere l’opinione di Raimondo che propose di spingersi per una via più a Nord che, attraverso Kastamonu (o Castra Comneni), arrivasse fino alla città bizantina di Sinope sul Mar Nero da dove poi si sarebbe potuta attaccare Niksar essendo stati approvvigionati. Dopo poco l’inizio di questo cammino vi fu un attacco dei turchi selghiucidi al quale la cavalleria lombarda rispose con una fuga immediata lasciando la fanteria al massacro. Fu Stefano a raccogliere i superstiti e, insieme a Raimondo, a raccogliere tutti in un unico gruppo ad evitare gli attacchi continui alle avanguardie ed alle retroguardie. Arrivati nei pressi di Kastamonu si capì che l’unica speranza di salvezza era di raggiungere al più presto  le coste del Mar Nero ma, anche qui, i lombardi non furono d’accordo ed imposero la marcia più diretta a Niksar, per la strada di Mervisan ed Amasia (pensavano che usciti dal territorio dei turchi selghiucidi ed entrati in quella dei danishmend i maggiori pericoli sarebbero stati lasciati indietro). I crociati attraversarono il fiume Halys, saccheggiarono un villaggio cristiano ed arrivarono a Mervisan. Qui scattò l’attacco contro i crociati. I lombardi, come ormai loro costume, scapparono subito lasciando gli altri in gravi difficoltà. Raimondo riuscì a salvarsi ritirandosi verso la costa con alcuni dei suoi e con alcuni bizantini. Gli altri visto tutto perduto cercarono di salvarsi come poterono. I turchi si fermarono per trucidare tute le donne, i bambini e gli anziani restati negli accampamenti, quindi inseguirono i fuggiaschi uccidendo tutti coloro che non avevano avuto la possibilità di allontanarsi con i cavalli. I lombardi, veri responsabili del disastro, furono trucidati in misura dei quattro quinti. Le loro donne, se giovani, ed i loro bambini riempirono le une gli harem e gli altri i mercati di schiavi. Raimondo ed i suoi riuscirono ad imbarcarsi per Costantinopoli nel porto bizantino di Bafra, alle foci dell’Halys. Gli altri gruppi di sbandati al comando di Stefano arrivarono aprendosi il cammino con le armi fino a Sinope da dove proseguirono verso Costantinopoli per vie costiere, arrivando in città all’inizio dell’autunno.

         I primi risultati negativi dell’intelligenza lombarda furono: la rottura definitiva di una strada di comunicazione diretta con la Siria ed i regni cristiani di Palestina con la conquista di Iconio (o Konya) da parte turca; la rottura delle trattative in corso tra Alessio e l’emiro danishmed per la liberazione di Boemondo; il ritorno dell’orgoglio turco che aveva finalmente battuto un esercito crociato; l’espansione fino ai confini di Edessa dei territori turchi; la rottura dei rapporti tra crociati e bizantini. Il raggiungimento di tutti questi risultati in così poco tempo fu davvero notevole se si tiene conto che si trattava solo di pochi lombardi.

         Gli effetti di tutto ciò si videro subito. Un ordinatissimo esercito francese, al comando di Guglielmo II conte di Nevers, arrivò a Costantinopoli poco dopo la partenza dei lombardi. Guglielmo non si fermò a Costantinopoli perché intendeva unirsi agli altri. Arrivò ad Ancyraa fine luglio e da lì non riuscì a sapere dove si trovavano gli altri. Seguì allora per la strada che ritenne più naturale, quella che era stata percorsa dagli eserciti della Prima Crociata passante per Iconio. Questa città era già stata conquistata dai turchi di Kilij Arslan e Guglielmo non ritenne di perdere il tempo in un assedio e proseguì. Ma Kilij Arslan ed altri suoi alleati tra cui Mohammed ibn Ghazi fecero una strada diversa e più breve per arrivare a tagliare il cammino dei crociati. Circondarono con il loro l’esercito francese ed in poco tempo lo massacrarono. Solo Guglielmo e la sua scorta si salvarono aprendosi il cammino tra i soldati turchi. Dopo varie peripezie e dopo aver vagato sia sulla catena montuosa del Tauro sia nel deserto, si presentarono seminudi ad Antiochia a chiedere asilo.

         Subito dopo l’attraversamento del Bosforo da parte di Guglielmo II conte di Nevers, un altro esercito crociato di francesi e tedeschi, al comando di Guglielmo IX di Poitiers e Guelfo (o Welf) IV di Baviera si presentò a Costantinopoli. Le truppe di costoro, appena entrati in territorio bizantino nei Balcani si dettero a violenze e saccheggi tanto da provocare una vera guerra con i bizantini. Per contrasti tra famiglie di nobili questo esercito non volle congiungersi con quello del conte di Nevers e aspetto per 5 settimane vicino al Bosforo proprio per far allontanare l’altro esercito che si dirigeva verso Ancyra. Quando si mise in marcia scelse la via ordinaria, quella per Dorileo ed Iconio. A partire da Dorileo ci si rese conto che l’altro esercito era passato da poco con conseguenze prevedibili sulla possibilità di approvvigionarsi. Ma il fatto più drammatico era la mancanza d’acqua con i poszzi distrutti o prosciugati. Superata Iconio, che fu trovata indifesa ma completamente spogliata (con i campi vicini) dai turchi di ogni possibile riserva alimentare, i crociati si diressero verso Eraclea, la strada lungo la quale era avvenuto il massacro degli uomini di Guglielmo. Anche Eraclea, ai primi di settembre, fu trovata priva di difesa e di ogni rifornimento alimentare. Ma lì vicino scorreva un fiume che attirò tutti i crociati arsi dalla sete. Ruppero le fila e disordinatamente si buttarono nell’acqua. I turchi avevano preparato un’imboscata: circondarono i crociati che presi dal panico si dettero alla fuga ostacolandosi l’un l’altro (era il 5 settembre del 1101). Vi fu un massacro generalizzato. Si salvò Guglielmo IX di Poitiers che vagabondò per giorni finché non riuscì ad arrivare a Tarso. Si salvò anche Guelfo IV di Baviera che dopo molti giorni di vagabondaggio arrivò ad Antiochia dove chiese asilo (morì comunque a Cipro durante il viaggio di ritorno nello stesso 1101). Il vescovo al seguito fu ucciso. Fu ferito gravemente e la cosa lo portò alla morte anche Ugo di Vermandois che si era unito alla crociata perché non aveva completato la Prima essendo tornato in Europa dopo la conquista di Antiochia. La Margravia d’Austria, Ida, madre di Leopoldo III di Babenberg, sparì dalla lettiga sulla quale seguiva gli avvenimenti e nessuno seppe cosa fosse accaduto di lei. Qualche cronaca postuma la dava in un harem sperduto dove avrebbe messo alla luce il condottiero musulmano Zengi del quale ci occuperemo tra poco. Altra cronaca parla di 60.000 morti.

         In definitiva la crociata del 1101, nel suo complesso fu un disastro sia per l’enormità di morti sia per le conseguenze già accennate che, in definitiva, riguardarono la fine di un percorso via terra ai regni cristiani di Palestina ed alla Siria. Ora non era più possibile inviare masse enormi di pellegrini che sarebbero nelle intenzioni diventate massa per colonizzare la zona. Ora la via sicura era solo quella via mare che riduceva drasticamente la quantità di persone per gli elevati costi. Solo le flotte delle repubbliche marinare e di altri Paesi rivieraschi trassero da ciò enormi profitti.

TRA PRIMA E SECONDA CROCIATA

Credo che dalla Parte Prima di questo lavoro si sia capito che le Crociate nascevano soprattutto per esigenze interne alla Chiesa ed ai suoi rapporti con i potentati dell’epoca. Vediamo quindi cosa accadeva nella Chiesa dal finire della Prima Crociata e quindi dalla morte di Papa Urbano II fino all’inizio della Seconda Crociata.

 Scrive Gregorovius:

La storia temporale dei Papi da Gregorio VII in poi è una specie di rappresentazione caotica e al tempo stesso altamente tragica in cui si avvicendano continuamente gli scoppi di ribellione popolare, le fughe e gli esili dei papi, i loro ritorni trionfanti, le loro tragiche nuove cadute e, ancora una volta, le loro immancabili ascese.

        Si ricominciò dal successore di Urbano, un altro vescovo di Cluny, Ranieri di Bleda che assunse il nome di Pasquale II. Aiutato dal denaro con cui si pagò una truppa riuscì ad entrare in Roma, ma poi fu cacciato dai nobili romani che lo erano perché più bravi ad organizzare rapine appostandosi in vicoli bui o su strade percorsi da ricchi da derubare ed ammazzare. Questi nobili originavano sempre da Tuscolo o dintorni, cambiavano nome (ad esempio i Colonna, i Corsi, i Pierleoni, i Frangipane, …) ma i metodi erano gli stessi. Si susseguirono così vari antipapi che resistevano finché vi erano i denari per i mercenari ed analogamente il Papa poteva accedere o muoversi per la città solo se aveva, in quel momento, adeguate protezioni. Da notare negli anni di Papato di Pasquale due fatti di rilievo: nel 1101 era morto Corrado il figlio di Enrico IV che aveva abbandonato il padre per schierarsi con il Papa; nel 1106 era morto lo stesso Enrico IV. Il figlio ventiduenne di quest’ultimo, Enrico V, lanciò un ultimatum al Papa per la sua incoronazione a Roma e per pretendere di nuovo il diritto all’investitura dei vescovi. Al rifiuto di Pasquale, Enrico fece eleggere l’antipapa Silvestro IV (1105-1111), antipapa che seguiva gli altri due: Teodorico (1100-1102) e Alberto (1101). A questo punto Enrico scese in Italia (1110) con un possente esercito contro il quale nulla avrebbero potuto i normanni chiamati in aiuto dal Papa e la ormai vecchia e neutrale Matilde. Con Enrico fuori dalla città di Roma si arrivò ad un Concordato costituito da due trattati: nel primo l’Imperatore rinunciava alle investiture e nel secondo il clero rinunciava ai beni della corona in forza di un decreto papale. Come osserva Gregorovius quel Concordato sembrava fatto tra due banditi. In esso figuravano norme che possono apparire straordinarie come quella che imponeva all’Imperatore di non arrestare il Papa. Dopo la firma di questo Concordato Enrico doveva essere incoronato Imperatore a Roma. Fu però il clero che rifiutò il secondo trattato del Concordato e, nella Chiesa dove doveva avvenire l’incoronazione, Pasquale e vari cardinali furono arrestati. Alla fine di una lunga prigionia e di violenti scontri, con centinaia di morti, Pasquale cedette e firmò una bolla in cui dichiarava decaduti tutti i decreti di Gregorio VII, restituendo di fatto le investiture all’Impero. Dopo di ciò fu liberato il Papa che incoronò frettolosamente Enrico nel 1111, fuori dalle mura. Solo l’anno seguente, 1112, il Concilio Lateranense dichiarò la nullità della concessione delle investiture all’Imperatore e chiese al Papa di scomunicare Enrico V. Questi riuscì a resistere per un poco ma poi, nel 1116, dovette scomunicare Enrico V e poi scappare a Montecassino quando il sovrano rimise piede in Italia. Insomma niente di nuovo, si proseguiva stancamente così da centinaia d’anni, per maggior gloria di Gesù.

        A questo punto (1118) seguirono vari Papi ed Antipapi effimeri e scoloriti fino al 1185 ma con le solite guerre tra famiglie, corruzioni, simonie, nepotismi e quanto altro si voglia aggiungere. Riporto alcune vicende tanto per dare il clima di Roma mentre pellegrini sclzi si battevano per la vera fede in Palestina.

Inizio con il sottolineare che tra questi campioni del Cristianesimo con Papa Callisto II (1119-1124) si addivenne ad un Concordato con Enrico V secondo il quale l’investitura dei vescovi ritornò al Papa ed all’Imperatore restò l’investitura feudale (Concordato di Worms del 1122). Subito dopo, nel Nono Concilio Laterano del 1123, vennero ripristinati tutti i decreti di Gregorio VII e riconfermati tutti i privilegi dei crociati. Il Papa che seguì, Onorio II (1124-1130), fu eletto nel solito modo, così descritto da Rendina:

Già nell’ultimo periodo del pontificato di Callisto II, le due famiglie romane dei Frangipane e dei Pierleoni, che si contendevano la carica civile della prefettura, erano riuscite a infiltrare in seno allo stesso collegio dei cardinali i difensori delle rispettive fazioni, rimettendo quindi in gioco la loro autorità nell’elezione di un pontefice. Il decreto elettorale del 1059 denunciava tutta la sua insufficienza e non era valso ad eliminare l’influenza dell’elemento laico.

 
Alla morte di Callisto Il, la fazione dei Pierleoni riesce a far eleggere il proprio candidato, il cardinale prete Tebaldo Boccadipecora, che assume il nome di Celestino II; ma questi aveva appena accettato la nomina, quando un gruppo della fazione dei Frangipane, guidato dal cardinale Aimerico, entra nel Lateraano e destituisce con la forza il nuovo papa. Questi non ci pensa due volte: si dimette spontaneamente anche perché nello scontro che ne era seguito aveva riportato alcune ferite, in seguito alle quali morirà pochi giorni dopo. I cardinali prendono atto delle sue dimissioni e riconoscono papa il candidato dei Frangipane, Lamberto, vescovo di Ostia, il 15 dicembre del 1124.

 
Lamberto, nativo di un piccolo borgo nei pressi di Imola, Fiagnano, cardinale dal tempo di Pasquale II, compagno d’esilio di Gelasio II, era stato l’esecutore del concordato di Worms, consigliere quindi tra i più abili nella diplomazia pontificia sotto Callisto Il. Egli fu consacrato il 21 dicembre del 1124 con il nome di Onorio II [l’anno successivo moriva Enrico V ed a lui succedeva Lotario II Supplinburger Duca di Sassonia, ndr].

Morto Onorio II, cosa accadde ? Leggiamolo ancora da Rendina:

Alla morte di Onorio Il si rinnova la scontro tra i Pierleoni e i Frangipane; la notte tra il 13 e il 14 febbraio del 1130 è notte di tregenda. Moriva un papa e precipitosamente i sedici cardinali appartenenti alla fazione dei Frangipane guidati dal cardinale Aimerico, eleggevano papa il cardinale Gregorio Papareschi, in una sorta di «conclave» nel chiuso della rocca dei Frangipane, che assumeva il nome di Innocenzo II.

 
Gli altri quattordici cardinali, trovatisi di fronte al fatto compiuto, si rifiutano di riconoscere la validità di quella elezione e, poche ore dopo, riunitisi nella chiesa di San Marco procedono all’elezione del cardinale Pietro Pierleoni, che assume il nome di Anacleto II. La sua elezione è accreditata dall’assenso dato di lì a breve tempo, da alcuni cardinali del gruppo che già aveva eletto Innocenzo II, e in questa modo Anacleto finisce per avere la maggioranza del collegio dei cardinali, con il consenso dei rappresentanti del popolo e di tutta la nobiltà dai Tebaldi agli Stefani.

 
Tuttavia nessuno dei due papi si mostrava incline a rinunciare alla nomina e ambedue ricevono la consacrazione la stesso giorno, il 23 febbraio. Innocenzo in Laterano, rifugiandosi poi in gran fretta nella fortezza dei Frangipane sul Palatino, e Anacleto in San Pietro con tutti gli onori e l’appoggio del popolo lo riconosceva carne sua papa. Roma insomma dava credito, a quanta pare, solo ad Anacleto II e questo grazie al potere di cui i Pierleoni godevano nell’ amministrazione della città; il loro pontefice poteva considerarsi tranquillo, sedere su tutte le cattedre papali delle basiliche cittadine e mettere le mani sul tesoro della Chiesa, mentre Innocenzo II doveva infine darsi alla fuga.

 
In questo scisma apertosi dunque inesorabilmente in seno alla Chiesa di Roma, si evidenziano i difetti di una procedura elettorale, in cui finivano per subentrare interessi non ecclesiastici, perché il collegio dei cardinali era pilotato all’esterno da elementi laici. Peraltro restava da vedere a quale dei due contendenti il mando cristiano avrebbe dato il suo assenso; non era più Roma in fondo a dover decidere, ma gli Stati d’Europa e, purtroppo, non sulla base di motivi strettamente religiosi, ma apertamente politici. In particolare non erano ideali propriamente cristiani a guidare il conflitto dei due contendenti così che, come osserva l’Ullmann, «i discorsi pubblici per conta di ciascun papa si concentrarono su una scambio di ingiurie e di attacchi ripugnanti, e in questi la fazione innocenziana fu particolarmente virulenta, prendendo a bersaglio della sua polemica, con spirito poco cristiano, l’origine ebraica di Anacleto II».

        Tra i contendenti si inserì il teologo francese San Bernardo di Chiaravalle schierandosi dalla parte di Innocenzo e facendolo accettare, a Reims, al Re Ludovico di Francia ed all’Imperatore Lotario II di Germania (seguirono poi Spagna ed Inghilterra). In conseguenza di ciò Innocenzo si impegnò ad incoronare Lotario e, naturalmente scomunicò solennemente Anacleto. Restava il problema di tornare e riprendere Roma, saldamente in mano di Anacleto. Lotario discese in Italia ed altri principi muovevano le loro truppe. Di nuovo scontri, complotti, assedi, finché Innocenzo riuscì ad entrare a Roma (1137) dove trovò un ambiente favorevole grazie alle entrature di San Bernardo. Una coincidenza favorevole che evitò ulteriori problemi fu la morte quasi immediata di Anacleto II (1138). Ma problemi molto gravi caddero su Innocenzo per aver voluto salvare la città di Tivoli dalla distruzione che i romani avevano decretato per la sua rivolta e la ricerca di autonomia da Roma. Il popolo romano insorse con violenza contro il Papa (1143) decretando la fine del potere pontificio su Roma e ristabilendo il potere civile senatoriale nella città. Era una rivolta democratica che, sull’onda di quanto accadeva in varie città italiane del Nord, tentava di costruire una Repubblica nello spirito dei Comuni. Nel settembre dello stesso anno moriva Innocenzo II mentre Lotario II era morto nel 1137 lasciando il trono (1138) a Corrado III della dinastia Hohenstaufen di Svevia.

    Passò un pontificato scialbo, quello di Celestino II (1143-1144), e di seguito un altro privo di significato, quello di Lucio II (1144-1145). Da notare solo che quest’ultimo Papa tentò di attaccare la sede del Senato repubblicano che si era costituito in Campidoglio. Si mise alla testa delle truppe papaline ma Dio non era con lui perché una pietra scagliata dall’alto del Campidoglio lo prese in fronte ammazzandolo. Il Papa che seguì, Eugenio III (1145-1153), fu eletto in Laterano durante questo momento di aspro scontro tra i repubblicani ed i papalini, non riuscì però a recarsi a San Pietro per essere consacrato perché i repubblicani glielo impedirono facendolo scappare da Roma e rifugiare a Viterbo da dove, visto il seguito di tumulti e l’impossibilità di una pacificazione, prese la via della Francia (1147). Da Vetralla, cittadina vicina a Viterbo, nel dicembre del 1145, Eugenio scrisse al Re di Francia Luigi VII inviandogli una bolla, la Quantum praedecessores, con cui si dava il via alla Seconda Crociata (in cambio remissione di tutti i peccati, indulgenza plenaria per il Re e tutta la famiglia). Si era infatti diffusa la notizia che la contea di Edessa nella parte più settentrionale del Medio Oriente (ma anche Antiochia, una delle roccaforti cristiane nella zona) era caduta in mano turca nel dicembre del 1144. Occorreva rimettere in piedi un esercito per riconquistare quel territorio e consolidare quelli già occupati. Aiutò anche questa volta San Bernardo che mise a tacere tutti coloro che credevano che la guerra non spettasse ai cristiani e la croce non dovesse essere trascinata nei massacri. Il teologo elaborò una teoria straordinaria che solo un pazzo che vuole autogiustificarsi è in grado di inventare, quella del malicidio: chi uccide una persona malvagia, quale è chi si oppone a Cristo, non uccide una persona, ma il male che è in lei; dunque egli non è un omicida bensì un malicida e quindi lavora per maggior gloria di Dio. Bernardo non si fermò qui perché predicò con tutte le sue forze la crociata fino a convincere Papa Eugenio. Al richiamo del Papa, che aveva bisogno urgente di diversivi, risposero sia l’Imperatore di Germania Corrado III che il Re di Francia Luigi VII. In teoria doveva essere un esercito con struttura più organizzata di quanto si era visto nella Prima Crociata con la non piccola differenza che questa volta non vi fu la sorpresa della Prima Crociata.

GLI ORDINI CAVALLERESCHI

         Alla fine della Prima Crociata vi fu una sorta di esplosione di un fenomeno nuovo, quello della nascita dei più svariati ordini religioso-cavallereschi che riempirono di sé l’intera storia del XII secolo ed anche molto oltre: Templari, ordine Teutonico, ordine di San Giacomo, ordine dei Portaspada, ordine degli ospedalieri di San Giovanni detto anche dei Gerosolimitani (in seguito diventati Cavalieri di Rodi e quindi Cavalieri di Malta), … Si tratta in gran parte di militari con qualche vezzo religioso, sono cioè più militari che monaci (Bernardo di Chiaravalle li chiamava monaci). Questi ordini, come scrive Hans Prutz nel suo libro Ordini religiosi cavallereschi erano favoriti sia dalla Chiesa che dai Paesi dell’Occidente europeo e non per quanto una persona informata superficialmente possa pensare ma perché si liberano così da una massa di elementi moralmente dubbi e pericolosi, lasciando che moltissimi briganti, profanatori di santuari ed assassini, spergiuri ed adulteri, se ne vadano in Oriente, dove sono ben accolti come soccorritori contro gli infedeli (Prutz citato da Deschner). Credo quindi si debbano discutere questi ordini cavallereschi non per quanto la vulgata ci tramanda, eroi dediti alla fede per la quale erano pronti a sacrificare la vita, ma per le loro azioni.

         Lo studio, anche solo succinto, della storia di questi ordini sarebbe di una estensione non compatibile con le finalità del mio lavoro. Mi limiterò quindi a studiare uno o due ordini, e non oltre l’epoca delle crociate, citando qua e là, dove necessario, gli altri.

         In linea di massima gli ordini religioso-cavallereschi nascevano come strutture permanenti di sostegno a pellegrini e crociati. Ciò discendeva da una peculiarità sia dei pellegrini che dei crociati(1): la massima parte di costoro si recava in Terra Santa per un periodo più o meno breve ma comunque limitato. Il ritorno in Europa, specialmente in determinati periodi, lasciava quelle terre del tutto prive di strutture operanti con continuità e di personale che conoscesse la zona, la lingua, i costumi e tutto ciò che sarebbe stato utile conoscere. Due erano le esigenze primarie: l’assistenza medica e la protezione da attacchi, diciamo, di banditi che depredavano ogni incauto. Ma non vi sarebbe stato nessun ordine di alcun tipo se dietro non vi fossero stati dei finanziamenti provenienti da donazioni, a volte molto cospicue e quindi occorreva anche che qualche ordine si occupasse di raccogliere fondi e canalizzarli opportunamente. Occorre comunque dire cha anche prima delle crociate esisteva una qualche organizzazione benefica di sostegno ai pellegrini, in generale creata e/o affidata a monaci come i benedettini. Questi ultimi avevano una sede a Gerusalemme, la Chiesa di Santa Maria Latina vicina al Santo Sepolcro, sede che funzionava come un ospedale gestito da un laico, frate Gerardo Sasso l’Ospedaliero. Come tutti gli altri cristiani, i benedettini furono cacciati da Gerusalemme quando fu attaccata dai crociati. Al loro ritorno si trovarono con la situazione mutata: da una parte i bisognosi di assistenza medica erano ora in quantità precedentemente inimmaginabile e dall’altra la città era ora gestita in termini religiosi da un Patriarca e vari canonici. Già Papa Urbano II, fin dal Concilio di Clermont, aveva iniziato a raccogliere donazioni per costruire anche a Gerusalemme un ospizio-ospedale indipendente che sostenesse i crociati e frate Gerardo, dopo la conquista della città, si impegnò in questa grande costruzione che aggregò alla Chiesa di San Giovanni Battista e svincolò dalla tutela benedettina (il successore di frate Gerardo, Raymond du Puy de Provence, inaugurò la prima infermeria dell’Ordine nei pressi del Santo Sepolcro). Fu Papa Pasquale II, successore di Urbano II, che il 15 febbraio del 1113, con la Bolla Pie postulatio voluntatis, riconobbe tale struttura ospedaliera, l’Ospedale, la mise alle sue dirette dipendenze, approvando l’Ordine ospedaliero del Santo Sepolcro. San Giovanni Battista fu riconosciuto ufficialmente come patrono dell’Ordine e la regola benedettina fu sostituita da quella Agostiniana (con questo atto il Patriarca di Gerusalemme dava il rango di canonici regolari a coloro che gestivano l’Ospedale). Nel contempo lo stesso Papa, nel 1112, riconfermava l’opera della abbazia benedettina di Santa Maria Latina, decretando con ciò la rottura tra le due entità. Queste vicende non sono storicamente molto chiare così come ci racconta Demurger:

I canonici del Santo Sepolcro sono ancora (fino al 1114) canonici secolari. I rapporti tra i fratelli dell’Ospedale di Gerardo e i canonici non sono rapporti di dipendenza. Gli ospedalieri sono laici; fino al 1099 hanno seguito gli uffici religiosi dei monaci-chièrici di Santa Maria Latina; dopo il 1100, essi chiedono ai canonici del Santo Sepolcro di celebrare gli uffici religiosi nella loro chiesa di San Giovanni Battista. Questa vicinanza, motivo di confusione, spiega l’ambiguità della formulazione delle carte di donazione in Occidente nei primissimi anni del XII secolo. I donatori si rivolgono indifferentemente a Dio, al Santo Sepolcro, a San Giovanni o all’Ospedale di Gerusalemme. […]

Nel 1113 l’Ospedale è riconosciuto come ordine caritatevole internazionale, indipendente dai benedettini ma anche dai canonici del Santo Sepolcro. Non è per nulla un ordine militare, ma ci si è posti la domanda se non esistessero già cavalieri legati all’Ospedale e se non ci fossero armi e cavalli. I fratelli dell’Ospedale non si accontentavano di dare ospitalità ai pellegrini; ormai li accompagnavano lungo i sentieri e li difendevano con le armi(2). Ancora una volta siamo di fronte a un’ambiguità: per scioglierla occorre ritornare al Santo Sepolcro.

Nel 1112-1114 le cose si chiariscono. Nel 1112 il papa conferma l’abbazia benedettina di Santa Maria Latina e le sue abitudini, consumando in tal modo la rottura con l’Ospedale, avvenuta probabilmente già a partire dal 1100; nel 1113 l’Ospedale, come abbiamo visto, diventa indipendente; e nel 1114 il patriarca di Gerusalemme dà ai canonici del Santo Sepolcro la regola di sant’Agostino, facendone così una comunità di canonici regolari. Papa Callisto II lo conferma nel 1122. La funzione liturgica e la funzione caritatevole ormai erano chiaramente identificate in due organizzazioni religiose internazionali, l’ordine dei canonici regolari del Santo Sepolcro e l’ordine dell’Ospedale.

Uomini d’armi gravitano nell’orbita del Santo Sepolcro e formano una sorta di confraternita di laici, o di terz’ ordine, unita ai canonici. Albert d’Aix segnala che nel 1101 il patriarca aveva assoldato, senza dubbio tra i crociati rimasti sul posto, trenta cavalieri per difendere il Santo Sepolcro – vale a dire le mura, il sito e i beni (che provenivano da donazioni di Goffredo di Buglione e di Baldovino I). Non si tratta di un ordine militare. Sono cavalieri al servizio del Santo Sepolcro, come esistevano cavalieri al servizio di San Pietro a Roma. Essi sono sotto la tutela dei canonici e del loro priore (e non di un decano, termine usato solitamente) ed è probabilmente tra loro che si reclutarono i primi templari(3).

         Da questo scritto risulta bene come i vari ordini siano nati, dapprima intrecciandosi tra loro, quindi specializzandosi. In particolare gli Ospedalieri adottarono addirittura i codici di comportamento militari dei Templari.

         I Templari o meglio i Pauperes commilitones Christi templique Salomonis (Poveri compagni d’armi di Cristo e del Tempio di Salomone) nacquero invece su iniziativa di Hugues de Payns. In una antica Cronaca del XIII secolo redatta da uno scudiero che combatté a Gerusalemme, tal Ernoul, e che sembra il seguito di un’altra Cronaca, quella di Guglielmo di Tiro, leggiamo questo passo relativo alla nascita dei Templari:                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    

Quando i cristiani ebbero conquistato Gerusalemme, un numero significativo di cavalieri si consacrò al tempio del Sepolcro e molti vi si consacrarono in seguito, giunti da ogni parte. Ed essi obbedivano al priore del Sepolcro. Vi furono valorosi cavalieri tra i consacrati (nel senso di donati, che si sono donati come confratelli, o altrimenti, al Santo Sepolcro): Questi discussero tra loro e dissero: «Abbiamo lasciato le nostre terre e i nostri amici e siamo venuti qui per innalzare e esaltare la legge di Dio. E ci siamo fermati qui a bere e a mangiare e a sperperare senza far nulla. Non agiamo, né compiamo gesta militari, anche se ce n’è bisogno ovunque. E obbediamo a un prete e non compiamo gesta militari. Discutiamo e eleggiamo uno di noi Maestro, congedando il nostro priore, che ci condurrà in battaglia quando sarà necessario.

Commenta Demurger:

Se diamo credito al testo, coloro che avrebbero fondato l’ordine del Tempio provenivano dall’ambiente dei milites sancti Sepuleri; erano assoldati dai canonici per essere al loro servizio. Tra loro, anche se Ernoul non cita nessuno per nome, figurava molto probabilmente Hugues de Payns, signore di Montigny en Champagne. […]

Abbiamo motivo di pensare che i cavalieri legati al Santo Sepolcro fossero ospitati nel vicino Ospedale. Ernoul infatti scrive che, una volta ottenuta l’indipendenza dei cavalieri, «l’Ospedale rifiutò il Tempio e gli diede i suoi avanzi e l’insegna che è detta l’insegna del Baucent». Effettivamente, i templari hanno percepito dagli ospedalieri l’elemosina, o i resti della loro tavola (gli avanzi del testo di Ernoul), fino al XIII secolo. […] Aubri des Trois-Fontaines, prima del 1241, scrive che «desta meraviglia che l’ordine della cavalleria del Tempio prenda l’elemosina dei fratelli dell’Ospedale».

Un gruppo di cavalieri, dunque, ha spezzato i vincoli che li univano ai canonici del Santo Sepolcro e, al tempo stesso, al loro «albergatore», l’Ospedale. Il re e il patriarca hanno approvato; il priore del Santo Sepolcro, direttamente interessato, ha accettato. Questi cavalieri hanno formato un gruppo indipendente di religiosi laici sottomessi ai voti monastici di obbedienza, castità e povertà con la volontà di proteggere i pellegrini e difendere la Terra Santa con le armi. Dopo i canonici divenuti canonici regolari, dopo gli ospedalieri di San Giovanni, i templari, come saranno chiamati, si sono a loro volta emancipati dal «consorzio agostiniano» di Gerusalemme.

Se accettiamo questa ricostruzione, segue Demurger:

si può pensare che intorno all’idea di aiuto ai pellegrini e alla Terra Santa si siano formati tre ordini religiosi, ciascuno specializzato in una propria funzione: liturgica per i canonici, caritatevole per gli ospedalieri, militare per i templari. L’Ospedale è riconosciuto nel 1113, i canonici nel 1114. Il Tempio, invece, è fondato nel 1120, ma è riconosciuto solo nel 1129. La questione infatti era assai complessa, perché si trattava di accettare un ordine di religiosi combattenti. Una vera novità per l’epoca.

Una esaltazione di questi soldati di Cristo verrà, come no !, da San Bernardo di Chiaravalle che scriverà in loro onore il suo De laude novae militiae. I loro fini erano così clamorosamente comprensibili (la difesa del Sepolcro e del Tempio di Salomone !) che ricevettero donazioni gigantesche e l’adesione di molti nobili europei. E, proprio nel 1129, i Templari parteciparono autonomamente alla loro prima battaglia. mentre nel 1139 passarono alla diretta autorità papale. Questi autorevolissimi riconoscimenti fecero assegnare sia ai Templari che agli Ospedalieri una catena di castelli fortificati che servivano per controllare gran parte delle vie più trafficate del regno di Gerusalemme: nel 1136 il Castello di Bethgibelin, nel 1142 il Castello del Krak des Chevaliers e, dopo il 1149, il Castello di Casal des Plains, di Toron des Chevaliers, di Chastel Arnoul, di Montréal e così via (i castelli erano tra loro collegati visivamente e con piccioni viaggiatori). Insomma questi Ordini assumevano pian piano il ruolo di esercito permanente del Regno di Gerusalemme e proprio le donazioni di castelli e terre mostravano che erano generalmente apprezzati. Occorre però dire che questo esercito permanente era assolutamente insufficiente a garantire la difesa di quel Regno. Da quando si era sciolto l’insieme degli eserciti della Prima Crociata nessun esercito riuscì mai ad essere sufficiente.

Alcuni Krak in Terra Santa

A proposito delle ricchezze accumulate da questi ordini vi è un passo di Deschner che merita di essere citato:

Come i Gerosolimitani, anche “i poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone” divennero assai rapidamente ed enormemente ricchi attraverso diritti speciali, donazioni e rapine. Le loro filiali nell’Europa occidentale si applicarono a far profitti in molteplici forme, puntando più di tutto sui grandi latifondi in via di espansione, specializzandosi in transazioni finanziarie, nello sfruttamento dei mulini non meno che nei profitti delle fiere commerciali. Erano gli esperti pecuniari per pellegrini facoltosi, per chierici e aristocratici. Regolavano il traffico dei pagamenti di privati e amministravano il tesoro dei principi, segnatamente quelli dei re di Francia e d’Inghilterra. In Terrasanta, tuttavia, nessun signore cristiano, nemmeno il re, poteva fare affidamento su di loro. Perché già nel XII secolo essi perseguivano i loro privati interessi altamente egoistici, a scapito di tutti gli Stati crociati.

Questo spirito evangelico-economico fece sì che i Templari si trovarono in lotta con i Gerosolimitani per ragioni economiche relative alla riscossione delle tasse ed al commercio dei privilegi. Si scontrarono anche militarmente in situazioni in cui i templari si allearono con i musulmani per meglio contrastare i Gerosolimitani.

LA MARCIA DELLA SECONDA CROCIATA

         La sera di Natale del 1144 il governatore di Aleppo e Mosul, Imadaddin Zangi, uno dei più grandi condottieri del suo tempo, assalì Edessa e, dopo un assedio di 4 settimane, la conquistò. La Regina Melisenda di Gerusalemme, moglie del Re Baldovino II morto nel 1131, aveva inviato a sostegno del Conte Joscelin II di Edessa un esercito al comando di Manasse il Conestabile mentre Raimondo di Antiochia si era rifiutato di fornire qualsiasi aiuto. L’esercito di Matilde non fece in tempo ad arrivare e ciò fece finire la storia dell’effimera Contea. Il governatore di Mosul divenne un importante simbolo per i musulmani e la perdita di quel grande territorio per la cristianità fece versare lacrime a tutta Europa.

         Zangi fu assassinato, sembra da uno schiavo, il 14 settembre del 1146. I cristiani approfittarono dell’evento per attaccare in forze Edessa. Questa volta fu il figlio di Zangi, Nurradin, ad annientare l’esercito cristiano. Tutti i franchi di Edessa furono fatti uccidere, compreso l’arcivescovo ed i chierici della Chiesa di Roma. Furono solo risparmiati i cristiani siriani, armeni, greci e giacobiti. Costoro non seppero apprezzare il gesto e tentarono una rivolta. Questa volta Nurradin si vendicò uccidendone alcuni, cacciandone degli altri e riducendo in schiavitù gli ultimi.

         Appena a Gerusalemme si seppe di questo evento la Regina Melisenda si consultò con Antiochia per inviare immediatamente la notizia a Papa Eugenio III e richiedere l’indizione di una nuova crociata. Fu inviato come ambasciatore Ugo, il vescovo latino di Jabala (città del Principato di Antiochia vicina a Margat della Contea di Tripoli). Il Papa in Italia era in una situazione disastrata ed a Roma gli era impedito di entrare perché la città era divenuta Repubblicana, ma aveva ascendente sul Re di Francia Luigi VII, ritornato ad essere un buon cristiano dopo le dispute con il Papa, e sul Re di Germania Corrado III di Hohenstaufen. Il Papa ricevette Ugo a Viterbo e da questa città iniziò a convincere i sovrani a lui fedeli di mettere insieme un esercito per una Seconda Crociata. Il 1° dicembre del 1145 inviò la bolla Quantum praedecessores al Re di Francia ed a tutti i Principi di quella terra a lui fedeli in cui chiedeva la creazione di un esercito che partisse per la Terra Santa a difesa della cristianità contro gli infedeli. Il Re di Francia, dopo una prima assemblea in cui chiese ai vari principi di partecipare ma con scarso successo, convocò una seconda assemblea a Vézélay (Borgogna) per il 31 marzo 1146, dove chiamò all’opera di convincimento San Bernardo che non deluse arruolando tutti i presenti, molti nobili di alto rango, altri di rango inferiore, vari vescovi ed una gran quantità di persone umili. San Bernardo allora si mosse a comiziare per la Borgogna, la Lorena e le Fiandre raccogliendo una gran quantità di adesioni. Ma proprio mentre era in Fiandra, Bernardo ricevette un messaggio urgente e preoccupato dal vescovo di Colonia: il fervore per l’annunciata crociata stava facendo ammazzare gli ebrei della città. Bernardo doveva intervenire in Renania per fermare la strage. Tutto era cominciato in Francia con l’abate di Cluny, Pietro il Venerabile, che aveva denunciato con grande forza e scandalo il fatto che gli ebrei non pagavano la tassa per la liberazione della Terra Santa. Questa protesta assunse in Renania una forma molto più criminale per le predicazioni del monaco cistercense Radulfo che percorse Francia e Germania predicando contro gli ebrei che hanno crocefisso Gesù esortando i crociati a sterminarli prima di combattere i musulmani perché i veri primi nemici li abbiamo intorno a noi. Gli ebrei, accusati di omicidio rituale(5), vennero massacrati nelle città renane, in Baviera e in Carinzia(4): a Colonia, Magonza, Worms, Spira e Strasburgo. Particolarmente efferate furono le stragi di Würzburg del 1147 e di Colonia del 1150. A Radulfo si oppose Bernardo di Chiaravalle che, intervenuto dalle Fiandre, spiegò che gli ebrei non vanno uccisi ma solo cacciati, cacciati da ogni luogo(5).

Già che si trovava in Germania Bernardo ritenne che anche i tedeschi dovessero partecipare alla crociata e quindi con il solito fervore iniziò una predicazione a tappeto nella quale inventò un bestialità teologica, quella del malicidio, come prosecuzione dell’altra idiozia, questa volta di Sant’Agostino, quella di Guerra Giusta. Secondo Bernardo non si pecca se si uccidono dei malvagi, quindi anche degli infedeli (Sane cum occidit malefactorem, non homicida, sed, ut ita dixerim, malicida, et plane Christi vindex in his qui male agunt, et defensor Christianorum reputatur). Secondo Bernardo il Cavaliere di Cristo uccide in piena coscienza e muore tranquillo: morendo si salva, uccidendo lavora per il Crisot […], egli  è strumento di Dio per la punizione dei malfattori e per la difesa dei giusti. Invero, quando egli uccide un malfattore, non commette omicidi, ma malicidio, e può essere considerato il carnefice autorizzato di Cristo contro i malvagi.

La predicazione convinse molti tedeschi che l’estrema miseria trasformava in portatori di esaltazione mistica a partecipare ed anche il Re Corrado III di Hohenstaufen, in una situazione precaria per varie lotte intestine tanto da non essere mai incoronato, si convinse dopo aver ascoltato Bernardo a Spira nel dicembre del 1146.

Mentre accadeva questo, il Papa in Italia se ne fregava delle sorti della cristianità pensando prima di tutto alle sue. Egli era ancora a Viterbo e Roma era sempre più repubblicana con al potere Arnaldo da Brescia. Il Papa Eugenio accolse quindi con molta freddezza e fastidio le notizie sulla predicazione di Bernardo in Germania. Egli aveva pensato ad una crociata solo francese e solo a Luigi di Francia aveva inviato la sua bolla. Ora Bernardo gli aveva modificato i piani rendendo la crociata un fatto internazionale che gli sottraeva l’aiuto di Corrado (la motivazione ufficiale del disaccordo papale era che due Re alla testa della crociata potevano farla fallire per incomprensioni e gelosie).

E, mentre si progettava la partenza della crociata franco-tedesca che avrebbe fatto un percorso via terra, un altro piccolo esercito, convinto dalla predicazione di Bernardo, sceglieva la via del mare: si trattava di inglesi, alcuni fiamminghi e molti tedeschi del nord (frisoni). Le navi salparono dall’Inghilterra a fine primavera del 1147 ma a giugno una tempesta le costrinse a ripararsi alla foce del Duero in Portogallo dove restarono per attaccare via mare i musulmani che occupavano Lisbona. L’assedio di questa città durò fino ad ottobre (con un massacro di musulmani fatto dai crociati delle Fiandre e della Germania del Nord) ed alla sua fine molti crociati decisero di restare in Portogallo, privando la Terra Santa di una flotta che sarebbe stata di grande utilità.

I crociati franco-tedeschi, nel frattempo, ebbero l’offerta del Normanno Ruggero di Sicilia di essere trasportati con la sua flotta. Sia il Re di Francia sia quello di Germania sia il Papa, per una serie di contrasti avuti nel passato, rifiutarono decisamente l’offerta ed anche la presenza di Ruggero nella Crociata.

Re Corrado partì da Ratisbona sul finire di maggio del 1147, con due Re vassalli, quello di Boemia e quello di Polonia, con vari rappresentanti della nobiltà guidati da Federico di Svevia, con importanti vescovi tra cui Stefano di Metz ed Enrico di Toul, con un imponente esercito di circa 70 mila uomini (che soffriva di vari attriti interni tra tedeschi, slavi e lorenesi e che Corrado non era in grado di controllare tanto da delegare a Federico, che era energico ma privo di esperienza, il comando).

Prima di partire, comunque, i Principi crociati si misero in contatto con l’Imperatore bizantino, Manuele I Comneno(6), per chiedere il permesso di passaggio e di libero mercato per la durata del viaggio, per accordarsi su percorsi, logistica e sostegni vari tra cui l’indispensabile vettovagliamento. L’Imperatore Manuele pretese precise garanzie date con un giuramento solenne.

         L’esercito tedesco, che anticipava quello francese di un mese, attraversò l’Ungheria, entrò in territorio bizantino (20 luglio) con l’aiuto dei traghetti di Bisanzio per attraversare il Danubio, ricevette aiuti alimentari dal governatore della provincia di Bulgaria.  Dopo il passaggio per Sofia, fin lì senza incidenti,  i soldati crociati si scatenarono nelle solite scorrerie, razzie, saccheggi trucidando chi reclamava per questi comportamenti. Altri gravi incidenti, che Corrado affermò di non riuscire a contrastare, avvennero a Filippopoli dove un prestigiatore locale venne accusato di stregoneria dagli evoluti cristiani con la conseguenza che la città, quella fuori le mura, fu attaccata ed incendiata. L’intervento del vescovo della città costrinse Corrado a punire i responsabili. L’Imperatore Manuele si allarmò per questi avvenimenti e mandò dei soldati per scortare i crociati. Ciò peggiorò la situazione con continui scontri tra i crociati ed i bizantini. Questi ulteriori sviluppi indussero Manuele a intimare a Corrado l’attraversamento del Mare verso l’Asia non a Costantinopoli attraverso il Bosforo ma a Sestos in Tracia, attraverso i Dardanelli. Corrado non accettò e Manuele stava per muovere il suo esercito quando, all’ultimo momento, rinunciò allo scontro inevitabile.

Quando ancora i crociati si trovavano in Tracia venne il castigo divino (non saprei come altro chiamarlo). Una inondazione travolse il loro accampamento facendo annegare molti crociati e disperdendo beni, armi e viveri. Solo Federico ed il suo distaccamento uscì quasi indenne perché accampato in una altura. Finalmente, il 10 settembre, questo esercito raggiunse Costantinopoli.

Un mese dopo, l’8 giugno, prendeva la marcia l’esercito francese (con un contingente analogo a quello tedesco) al comando del Re da Saint-Denis (da notare che il Re di Francia si portava dietro la moglie Eleonora d’Aquitania nipote del Principe di Antiochia, si portava figli, parenti e parte della corte. Analogamente altri nobili portarono le famiglie son sé). Si sarebbero incontrati con i vassalli a Metz da dove presero la marcia attraverso la Baviera. A Ratisbona incontrarono gli ambasciatori di Manuele che chiesero garanzie a Luigi che le dette con qualche problema sulla cessione dei territori conquistati all’Impero. Con una marcia senza incidenti l’esercito francese giunse alla frontiera bizantina, attraverso l’Ungheria, ad agosto. Attraversarono i territori bizantini con la stessa richiesta di Manuele, il passare attraverso i Dardanelli. Anche qui la richiesta non fu accolta e anche Luigi arrivò a Costantinopoli. Quando i due eserciti si ricongiunsero, poiché i francesi avevano sofferto la fame a causa del passaggio anticipato dei tedeschi, i primi chiesero ai secondi di condividere parte dei viveri. Il rifiuto netto fece iniziare violenti dissapori tra i due eserciti.

LA SECONDA CROCIATA

         Quando giunse all’Imperatore Manuele notizia della Seconda Crociata egli era impegnato in gravi problemi: da una parte  le continue aggressioni che i bizantini subìvano in Anatolia da bande turche; dall’altra le razzie di predoni turchi che attaccavano dovunque evitando le fortezze e l’esercito bizantino. Manuele aveva in mente un piano di difesa basato su una serie di fortificazioni in contatto tra loro, una sorta di frontiera ben delimitata, che avrebbe  impedito tutto ciò.

         Sembrava intanto che una serie di eventi stessero debilitando i musulmani. L’emiro danishmend Mohammed ibn Ghazi, il più potente principe musulmano, era morto nel 1141. La sua morte comportò guerre civili per la successione tra figli e fratelli con il risultato che nel 1142 l’emirato era diviso in tre parti. Da questa divisione parve al sultano selgiuchida di Iconio, Masud, di poter estendere la sua egemonia su tutta l’Anatolia e quindi invase vaste zone danishmend estendendo il suo potere fino al fiume Eufrate. Spaventati da quanto stava accadendo i fratelli di ibn Ghazi, Yakub Arslan e Ain ed-Daulat, ai quali era toccata nella divisione le zone di Sivas e Melitene, chiesero aiuto ai bizantini stipulando con loro una alleanza contro Masud, e rendendosi vassalli di Bisanzio. A questo punto Manuele doveva preoccuparsi principalmente di Masud i cui contingenti si spingevano a fare attacchi e razzie sulla strada di Nicea e Dorileo. Manuele attaccò e respinse i musulmani ma dovette tornare a Costantinopoli per il suo cagionevole stato di salute.

Situazione dell’Asia Minore intorno all’anno 1140 (da Wikipedia)

         Nel 1143 Masud attaccò ancora l’Impero conquistando sia la piccola fortezza di Pracana (Isauria, regione che si trova a settentrione della catena del Tauro, a sud di Iconio) che però serviva a bloccare la via per la Siria, sia la valle del Meandro (in una zona sud occidentale dell’Anatolia) quasi fino al mare. Manuele decise allora di intervenire contro Masud e lo fece assediando per qualche mese Iconio da dove Masud era partito in fretta per cercare rinforzi. Ad un certo punto comunque Manuele si ritirò forse avendo avuto qualche notizia o relativa al ritorno di Masud con rinforzi o dell’arrivo dei crociati a Costantinopoli. Comunque, anche senza conoscere vari dettagli, Manuele preferì firmare una tregua con Masud, tregua con la quale Masud restituiva a Bisanzio le recentissime conquiste. I crociati in arrivo seppero di questa tregua e sbraitarono contro Manuele che avrebbe tradito la cristianità ma Manuele si era comportato saggiamente perché, se è vero che una guerra aperta con i turchi avrebbe facilitato il passaggio dei crociati, è altrettanto vero che l’Impero si sarebbe debilitato definitivamente con, tra l’altro, il pericolo che fosse assaltato proprio da Corrado che, oltre al comportamento indegno dei suoi soldati nei Balcani ed al rifiuto di passare attraverso i Dardanelli, aveva sostenuto ciò prima si sapesse della tregua tra Manuele e Masud. Vi era inoltre un altro problema che si presentava a Manuele, una possibile vicina guerra con i normanni i Ruggero di Sicilia.

         I timori di Manuele su Corrado non erano infondati. Quando questi arrivò a Costantinopoli ebbe come residenza un palazzo reale che, dopo qualche giorno risultò distrutto da saccheggi vari. A questo punto Corrado si trasferì in altro palazzo ma i suoi soldati non si trattennero da violenze e saccheggi di ogni tipo. Dovette intervenire l’esercito bizantino con rischi di scontri molto duri. Si riuscì a rimediare quando si seppe che i francesi stavano arrivando. A questo punto i tedeschi attraversarono il Bosforo ed arrivarono a Calcedonia, in Asia, dove Corrado chiese delle guide a Manuele perché lo accompagnassero attraverso l’Anatolia. Manuele diede delle guide al comando del varego (vichingo) Stefano, consigliò di non tagliare in linea retta l’Anatolia ma di mantenersi su strade costiere e consigliò di rimandare indietro i pellegrini non combattenti perché avrebbero appesantito la marcia e consumato viveri inutilmente. Corrado, da buon tedesco, fece di testa sua e non badò a questi preziosi consigli dirigendosi subito verso Nicea. Arrivato in questa città suddivise in due la sua crociata: i non combattenti al comando di Ottone di Frisinga avrebbero percorso la via costiera mentre l’esercito di soldati al suo comando avrebbe fatto il medesimo cammino della Prima Crociata attraverso strade interne. L’esercito di Corrado partì da Nicea il 15 ottobre e marciò senza problemi e ben alimentato per 8 giorni, quelli in cui si muovevano in territorio bizantino. Poi entrarono in territorio turco senza provviste d’acqua fermandosi per ristorarsi vicino ad un piccolo fiume, il Bathys, nei pressi di Dorileo, nel luogo dove vi era stata la grande vittoria contro i turchi della Prima Crociata. Quando tutti erano stanchi ed assetati, quando i cavalieri erano scesi da cavallo per bere e far bere i cavalli, quando vi era un gran disordine tra i soldati, furono attaccati con estrema durezza dai turchi selgiuchidi. Dice Runciman che fu un massacro invece di una battaglia, con i cavalieri turchi che attaccavano ripetutamente ed agilmente facendo stragi. Corrado a sera riuscì a malapena a mettersi in salvo fuggendo verso Nicea che raggiunsero ai primi di novembre, avendo perso i nove decimi del suo esercito e tutte le attrezzature.

         Intanto i francesi erano arrivati a Costantinopoli il 4 ottobre. Dopo una breve permanenza in città, avevano attraversato il Bosforo approdando a Calcedonia da dove erano arrivati a Nicea i primi di novembre. Qui, tramite Federico di Svevia, arrivò la notizia del massacro che aveva subito l’esercito di Corrado. Federico chiese a Luigi di unirsi ai resti dell’esercito di Corrado e Luigi acconsentì. Insieme i due Re decisero di seguire la strada costiera. Qui si invertirono i problemi che si erano avuti prima di arrivare a Costantinopoli. Erano ora i francesi che avevano scorte di viveri mentre i tedeschi ne erano privi. Al rifiuto dei francesi di alimentare i tedeschi, questi ultimi si dettero al saccheggio di ogni cosa che incontravano con la reazione dell’esercito bizantino che li attaccò facendoli desistere. Furono i francesi a fare da pacieri. Intanto tutti i pellegrini non combattenti decisero di ritornare indietro verso Costantinopoli e di loro non si è mai saputo cosa sia successo.

         I due eserciti decisero di marciare vicini alla costa per poter usufruire del sostegno della flotta imperiale e, attraverso Pergamo e Smirne, giunsero ad Efeso dove Corrado mostrò di essere molto malato tanto da ritornare a Costantinopoli. Qui, con le attente cure di Manuele, Corrado si riprese e, nel marzo 1148, una flotta bizantina lo trasportò in Palestina.

         I francesi seguivano la loro marcia lungo la costa dove ricevettero consigli da Manuele di non ingaggiare battaglie con i turchi e dove avvertirono lo stesso Luigi che l’Imperatore non poteva opporsi alle giuste ritorsioni dei suoi sudditi contro i vandalismi ed i saccheggi dei francesi. Dal momento dell’arrivo a Decervium nella Valle del Meandro, appena lasciata Efeso, i turchi iniziarono a farsi vedere e ad attaccare avanguardie e retroguardie crociate. Poi, al ponte sul fiume nelle vicinanze di Antiochia in Pisidia, vi fu l’attacco (intorno al 1° gennaio 1148). I crociati francesi riuscirono a respingere questo attacco ed i musulmani si ritirarono rifugiandosi in una città fortificata bizantina, incomprensibilmente priva di difese.

Nella carta è riportato il tragitto delle Prima Crociata dove si ritrovano molte delle città ora citate.

Città dell’Anatolia

         I francesi ripresero la marcia e tre giorni dopo furono a Laodicea. Qui trovarono la città deserta perché gli abitanti erano fuggiti, vista la fama che i crociati avevano, portando con sé ogni provvista commestibile. I rifornimenti erano molto importanti visto che ora avevano davanti una tappa molto faticosa che li avrebbe portati a d Attalia. Racimolati i viveri che riuscirono a saccheggiare, superati i monti che separavano dal mare (con la paura che serpeggiava per la gran quantità di cadaveri di tedeschi incontrata lungo il cammino), proprio dove iniziava la discesa al mare l’avanguardia disobbedì non aspettando alla sommità del passo e perdendo quindi contatto con il grosso dell’esercito. Fu a questo punto che i turchi attaccarono e solo la notte salvò dal completo disastro che fu comunque molto pesante. Da qui in avanti vi era pianura ed i turchi non osarono attaccare in campo aperto di modo che i crociati giunsero ad Attalia i primi giorni di febbraio. Il governatore della città imperiale era un italiano di nome Landolfo che si mise a completa disposizione di Luigi ma Attalia era una piccola città, le riserve invernali stavano finendo anche perché i tedeschi, in precedenza, avevano fatto man bassa. Luigi chiese allora a Landolfo di mettergli insieme delle navi per poter proseguire via mare. Ma questo compito era difficile per quel piccolo porto e comunque ci sarebbe voluto del tempo. I crociati si accamparono in attesa ed ancora una volta furono attaccati dai turchi riuscendo ancora a respingere l’attacco. Arrivarono le navi ma erano poche e Luigi decise di imbarcare, oltre se stesso, la sua corte e la cavalleria, lasciando quindi fanteria e tutto il resto di pellegrini, per far vela verso San Simeone dove arrivò il 19 marzo. La parte rimanente restò ad Attalia al comando di Thierry di Fiandra e Arcibaldo di Borbone che attesero altre navi. Arrivarono ed erano ancora poche cosicché i due comandanti seguirono l’esempio del loro Re: imbarcarono se stessi ed i soldati più validi rimasti lasciando indietro tutti gli altri. E questi ultimi iniziarono una straziante marcia attraverso la Cilicia che li portò ad Antiochia in meno della metà in primavera inoltrata.

         Prima di passare all’epilogo di questa Seconda Crociata occorre dire due parole su come fu raccontata dai cronisti ufficiali al seguito di Luigi VII. La colpa dei disastri fu tutta data, a parte qualche piccola manchevolezza, ai bizantini e ciò è una vera falsificazione. In epoca medievale avere un Impero, per quanto organizzato come quello bizantino, che fosse in grado di alimentare eserciti così grandi per vari mesi se non anni, era pura follia. Il fatto che i viveri dovevano essere pagati cari era conseguenza della loro scarsità e ciò non esclude che vari imbroglioni vi siano stati. Le razzie ed i saccheggi continui noj iautarono nella simpatia verso i crociati. La vicenda di Landolfo è emblematica: come è pensabile che in un piccolo porto ed in inverno vi siano navi in grado di imbarcare une esercito ? Runciman conclude queste considerazioni con parole del tutto condivisibili:

La responsabilità principale per i disastri che accaddero ai crociati in Anatolia deve essere attribuita alla loro propria stoltezza. In realtà l’imperatore avrebbe potuto fare di più per aiutarli, ma soltanto con grave rischio per il suo Impero. Ma il vero problema è più profondo: gli interessi più autentici della cristianità richiedevano che ci fossero di tanto in tanto eroiche spedizioni verso l’Oriente, condotte da una mescolanza di stolti idealisti e di rozzi avventurieri, per soccorrere uno Stato intruso la cui esistenza dipendeva dalla disunione dei musulmani? O era preferibile che Bisanzio, per tanto tempo custode della frontiera orientale, potesse continuare ad adempiere quella funzione, senza esserne impedita dall’Occidente? La storia della seconda crociata mostra ancora più chiaramente della prima quanto le due politiche fossero incompatibili. Quale delle due fosse giusta lo si sarebbe visto in seguito, con la caduta di Costantinopoli e i turchi minacciosi alle porte di Vienna.

Arrivato Luigi a San Simeone, fu scorato con tutti gli onori ad Antiochia dove vi furono lunghi e lussuosi festeggiamenti. Dopo qualche tempo il principe di Antiochia, Raimondo prospettò dei piani di azione contro gli infedeli ed in particolare contro Nurendin che nell’autunno del 1147 aveva ormai occupato vasti territori e premeva ai confini del Principato. Con la cavalleria di Luigi sarebbe stato possibile pensare di attaccare i musulmani che avevano base ad Aleppo. Ma Luigi non accettò quanto gli veniva proposto affermando che il suo voto di crociato era quello di andare a Gerusalemme. I principi franchi non condividevano ed anche il Conte Joscelin di Edessa sperava che i franchi si sarebbero uniti per liberare la Contea. Anche Raimondo di Tripoli spingeva per poter riconquistare alcuni territori persi. Mentre Luigi era titubante sul da farsi arrivò il Patriarca di Gerusalemme in persona inviato dalle massime autorità della città per informare Luigi che Corrado era già arrivato. La regina Eleonora di Francia, che era molto più intelligente del marito, capì che quando gli proponeva suo zio Raimondo di Antiochia era la cosa più saggia da fare. Ma quando espresse il suo parere Luigi fu preso da folle gelosia perché sua moglie Eleonora frequentava troppo Raimondo ed i rapporti non sembravano quelli di zio e nipote. Luigi decise di partire improvvisamente per Gerusalemme ma Eleonora disse che sarebbe restata ad Antiochia ed avrebbe divorziato. Luigi la trascinò con la forza verso il suo esercito che stava partendo.

Luigi fu accolto a Gerusalemme verso la metà di maggio con tutti gli onori, stessi onori riservati a Corrado che era sbarcato ad Acri verso la metà di aprile. I due Re erano così giunti a Gerusalemme ma mancavano sia Raimondo di Antiochia che Joscelin (oltre a Raimondo di Tripoli per motivi del tutto diversi, legati a questioni di legittimità su quel piccolo regno spettanti ad un suo parente, Alfonso Giordano figlio di Raimondo di Tolosa della Prima Crociata, che morì avvelenato con sospetti che ricaddero su di lui).

Quando tutti i crociati ed i Re dei territori della Palestina giunsero a Gerusalemme vi fu una assemblea solenne ad Acri il 24 giugno 1148, assemblea alla quale parteciparono anche Templari e Gerosolimitani. Si doveva discutere il cosa fare e, alla fine, si decise di attaccare in forze direttamente Damasco. Fu una scelta stupida e priva di qualunque ricaduta politica. Damasco poteva essere appetibile solo per le ricchezze di cui disponeva e perché la sua conquista avrebbe permesso di separare definitivamente i musulmani fatimiti d’Egitto dai musulmani turchi selgiuchidi. Per il resto il regno di Damasco era desideroso di amicizia con i franchi perché li vedeva come unico argine all’espansione di Nurradin ed attaccare Damasco sarebbe stato l’unico modo di consegnare quel regno all’alleanza con lo stesso Nurradin. Ma non vi era possibilità di ragionare di fronte alle ricchezze che si sarebbero prospettate. Ma è il caso di dire che le ricchezze accecarono coloro che presero questa decisione. La responsabilità maggiore fu comunque dei piccoli sovrani locali che conoscevano la situazione mentre per gli appena arrivati Aleppo non significava nulla mentre Damasco aveva una risonanza anche biblica.

Un grande esercito crociato partì dalla Galilea e dopo un facile cammino arrivò vicino a Damasco. L’emiro Unur non credeva che i cristiani intendessero attaccare Damsco ma quando si rese conto che era così chiamò a raccolta tutte le forze esistenti in Siria e chiese aiuto, come previsto, a Nurradin. Dapprima i crociati riuscirono a mettere in difficoltà i damasceni ma poi una serie di errori tattici (lo spostamento dell’esercito cristiano da una zona con acqua e viveri ad una pianura arida di fronte alla città, proprio laddove le mura erano più solide) fecero prevalere le forze che a Damasco si andavano via via ammassando restando comunque in attesa di Nurradin già in marcia. In breve tempo furono i crociati a doversi difendere. Ma non si resero neppure conto del disastro imminente, da buoni cristiani ardenti di fede si stavano scannando sul futuro assetto da dare a Damasco conquistata e su chi ne dovesse diventare Principe o Re o ciò che si vuole. E l’alleanza diventava sempre più precaria tanto che anche i Re occidentali si resero conto della follia di quell’assedio in quelle condizioni. Decisero quindi di ritirarsi verso la Galilea il 28 luglio ma con Unur che perseguitò l’intera ritirata con incursioni continue che provocarono molti morti. Ai primi di agosto l’esercito era arrivato in Palestina ed i piccoli sovrani locali si ritirarono verso i loro territori mentre restava una gigantesca umiliazione in tutti gli altri oltre ad una perdita di moltissime vite e materiale. L’invincibilità dei meravigliosi e coraggiosi principi cristiani era caduta a terra con fragore per far rinascere tutto l’orgoglio musulmano.

Corrado se ne andò subito imbarcandosi ad Acri per Tessalonica dove fu raggiunto da un invito di Manuele che già aveva accordato un matrimonio tra suo fratello Enrico d’Austria e la nipote di Manuele, Teodora. Il matrimonio serviva a stringere un’alleanza contro il normanno Ruggero di Sicilia, già in guerra con Bisanzio, i cui territori volevano spartirsi i due sovrani.

Luigi invece non si muoveva da Gerusalemme anche se spronato a tornare in Francia da più parti. Aveva paura del divorzio minacciato dalla moglie e dalle conseguenze politiche che ne sarebbero seguite. Di una cosa era certo Luigi, del risentimento verso l’Imperatore di Bisanzio Manuele, tanto era il risentimento che egli cercò di allearsi con Ruggero di Sicilia. Finalmente nell’estate del 1149 Luigi si imbarcò su una nave di Ruggero di Sicilia che si unì presto alla flotta che incrociava più a largo. Quando questa flotta era giunta vicina alle coste greche, fu attaccata dalla flotta bizantina. Luigi fu preso da terrore ed ordinò che la nave su cui viaggiava issasse la bandiera francese. Ciò fece risparmiare quella nave ma i bizantini catturarono altre navi in cui vi erano uomini e beni del Re. A fine luglio Luigi sbarcò in Calabria e divenne ospite di Ruggero a Potenza. Lì si decise di mettere su una nuova crociata contro Bisanzio. Dopo aver preso questi accordi Luigi partì per la Francia.

Tornato in Francia Re Luigi trovò il santo Bernardo interdetto per quanto accaduto a quel sommo esercito che si muoveva per volere di Dio. Accettò quindi di buon grado che le colpe fossero di Bisanzio ed iniziò a predicare contro quell’Impero per una crociata che lo distruggesse (santi al servizio di un Re ? Non era e non è una novità !). Ma perché il progetto avesse successo serviva l’accordo con Corrado che non ne volle sapere. La vendetta contro chi si era opposto al volere di Dio era rimandata.

E così finiva in modo indegnamente vergognoso la Seconda Crociata anche se alcune nefaste conseguenze in loco ne furono un’appendice drammatiche.

Le note e la bibliografia sono nella parte seconda di questo articolo

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