Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

IL SEGUITO IMMEDIATO

Nei territori cristiani di Palestina si fecero più pressanti gli attacchi contro ciò che restava della Contea di Edessa e contro il Principato di Antiochia. Nurradin e Masud, ciascuno per proprio conto, si espandevano a costa dei territori cristiani. Il 29 giugno del 1149, attaccato da Nurradin, in una furibonda battaglia l’esercito di Antiochia fu distrutto e lo stesso Raimondo morì.

Anche Joscelin, che non aveva voluto fare alcuna alleanza con Raimondo, nell’aprile del 1150 fu catturato da una banda di turchi che lo consegnò a Nurradin. Questi lo accecò e lo mise in una prigione dove morì 9 anni dopo, nel 1159. Baldovino, avvertito di cosa accadeva, accorse ma sia Nurradin che Masud si erano intanto impadroniti di gran parte del territorio del Principato e compiuto la conquista di parte di ciò che restava della Contea di Edessa (l’ultima parte, e cioè le città fortificate di Turbessel, Ravendel, Samosata, Aintab, Dulok e Birejik, fu comprata da Manuele alla moglie Beatrice di Joscelin. Un anno dopo Manuele perse queste città ad opera sia di Nurradin che di Masud alleatisi).

Antiochia era invece retta dal Patriarca con grande opposizione di tutti i nobili che non accettavano la conduzione ecclesiastica del Principato. Da Baldovino arrivò alla ventiduenne Costanza, la vedova di Raimondo, l’invito a risposarsi ma ella rifiutò le persone che il cugino Baldovino le aveva proposto. Ella si rivolse invece a Manuele chiedendo chi avrebbe dovuto sposare e qui Manuele non seppe interpretare i desideri della giovane Costanza inviandogli una persona, suo cognato vedovo Giovanni Ruggero, di circa 50 anni che aveva perso ogni attrattiva. Per risolvere il matrimonio di Costanza ci si rivolse a Raimondo di Tripoli ed a sua moglie. In eventi connessi a questa occasione una banda di assassini riuscì a colpire a morte Raimondo. Anche qui allora si poneva il problema di avere un uomo a capo della Contea di Tripoli. La reggenza fu presa da Baldovino con Nurradin che approfittò subito per attaccare facendo sua Tortosa. La città fu subito liberata e Baldovino decise di affidarla ai Templari.

Baldovino tornò a Gerusalemme dove iniziò una guerra con sua madre Melisenda. Egli voleva essere incoronato Re e la madre non voleva rinunciare alla reggenza. Melisenda parò con il patriarca accordando una doppia incoronazione. Baldovino chiese tempo ma nottetempo attaccò la sede del Patriarca costringendolo ad incoronarlo da solo. Iniziò una dura lotta che distrasse tutti dalla fede in Dio. Visto che era la madre che aveva il sostegno di tutti i nobili del regno, si arrivò al compromesso di dividere il regno in due con Baldovino al quale andò la Galilea ed il Nord del regno e con Melisenda che ebbe la Giudea, la Samaria e la costa, naturalmente con Gerusalemme. Questa situazione era insoddisfacente per la difesa del regno ed iniziarono altre lotte intestine. A questi avvenimenti assisteva compiaciuto Nurradin che non intervenne con qualche attacco solo perché stava realizzando la conquista di Damasco. Dopo la sconfitta dei crociati l’alleanza tra Nurradin e Unur di Damasco era via via venuta meno ed Unur aveva iniziato di nuovo ad aver paura di Nurradin. Per questo motivo si alleò con Gerusalemme avendo prima concordato una tregua di due anni con Nurradin. Ma dopo poco tempo, nell’agosto del 1149, Unur morì ed il potere venne assunto dall’emiro Mujir ed-Din (per conto del quale Unur aveva governato). Anche qui Nurradin avrebbe potuto intervenire nel clima di debolezza creatosi ma non lo fece perché anche dalle sue parti vi erano stati problemi con lutti e divisioni dei territori. Comunque una serie di avvenimenti in rapida successione riportarono Nurradin e Mujir ed-Din ad allearsi ma è da sottolineare che con questo Mujir ed-Din non rinunciò all’alleanza con i franchi.

Nei mesi seguenti sia cristiani che musulmani rivolsero la loro attenzione all’Egitto dove il califfato dei fatimiti stava esplodendo dopo l’assassinio del visir al-Afdal che comportò una serie di altri assassinii, di intrighi e guerre civili. Questa apparente debolezza nel 1153 spinse Baldovino, insieme ai Templari ed ai Gerosolimitani, ad attaccare la fortezza fatimita di Ascalona. Iniziò l’assedio ma delle navi egizie riuscirono ad entrare nel porto della città con uomini ed aiuti vari. Tra le macchine d’assedio dei cristiani vi era una gigantesca torre che permetteva di lanciare ogni cosa dentro le mura della città. Ma gli assediati in una rapida uscita riuscirono ad incendiarla. Vi fu però un incidente che vide la torre in fiamme andare ad appoggiarsi alle mura facendole cedere. Ne approfittarono i Templari che entrarono ma, essendo in pochi e non avendo avvertito nessuno, furono trucidati dagli assediati. L’assedio continuò finché il 19 agosto le autorità di Ascalona decisero di arrendersi a patto che i cittadini fossero lasciati liberi di andarsene con i loro beni mobili. La conquista di questa città ridette fiato ai cristiani e fu un’impresa esaltata in modo particolare. Ma il tutto avvenne perché Nurradin aveva lasciato fare. Egli infatti era occupato alla conquista di Damasco che avvenne a fine aprile del 1154. Questa conquista superava di gran lunga quella di Ascalona. Ora i turchi avevano in mano l’intera frontiera degli Stati cristiani. Nurradin, da ottimo politico lungimirante, rinnovò l’alleanza di Damasco con Gerusalemme per altri due anni perché doveva ora occuparsi di togliere ai turchi selgiuchidi le città dell’antica contea di Edessa che avevano occupato. Nel 1155 moriva il sultano Masud ed iniziarono anche qui lotte tra familiari per eredità e successioni al potere. Su queste lotte interne poté intervenire Nurradin che prese possesso delle città desiderate. A questo punto Nurradin poté dedicarsi al Sud. E fu un errore marchiano di Baldovino che gli dette l’opportunità di intervenire. Il Re di Gerusalemme violò la tregua per impadronirsi di alcune greggi al pascolo e Nurradin reagì con attacchi qua e là che crearono molti danni agli eserciti e beni cristiani. Fino a quando l’intero esercito di Gerusalemme fu attaccato sulle rive del Giordano con una sua durissima sconfitta. Nurradin avrebbe potuto facilmente avanzare ma gli giunsero notizie di eredi di Masud che stavano attaccando Aleppo e accorse da quelle parti. Ed ogni azione di guerra cessò a seguito di violentissimi terremoti che dall’agosto 1157 e per molto tempo colpirono l’intero territorio. Tutti dovettero dedicare energia a risolvere gli infiniti problemi che si erano creati piuttosto che dedicarsi a guerre.

A questi eventi si aggiunse una malattia di Nurradin (ottobre 1157) che sembrava stesse per morire. Di fronte a questa eventualità iniziarono subito le lotte per la successione. Nurradin però non morì anche se perse le sue enormi capacità di politico e condottiero.

Poiché gli eventi si accavallavano, occorre tornare un poco indietro, al 1153, quando Beatrice, vedova di Raimondo, decise a chi darsi in sposa. Tra i nobili arrivati ad Antiochia nella Seconda Crociata fi era anche il figlio minore di Goffredo di Buglione, il giovane Rinaldo di Chatillon. Costui era privo di avvenire in patria ma riuscì a far innamorare di sé la giovane Costanza. Chiesto il permesso a Baldovino, ben felice di togliersi di torno la reggenza di Antiochia, lo ottennero e si sposarono. Ma il matrimonio non fu gradito né ai nobili di Antiochia né al Patriarca Aimery e neppure alla popolazione: chi era questo nullatenente per diventare il loro principe ? Anche Manuele si adirò per questa scelta ma al momento era impegnato contro i selgiuchidi e non poté dirlo con la forza necessaria. Usò però il dato di fatto a suo favore: se Rinaldo avesse dato il suo aiuto concreto contro gli armeni guidati da Thoros egli lo avrebbe riconosciuto come principe e lo avrebbe aiutato finanziariamente. La proposta fu accettata anche perché gli armeni avevano occupato Alessandretta che era nel territorio del Principato. Rinaldo mise su una spedizione ed in breve cacciò gli armeni da Alessandretta, cedendo poi la città ai Templari che si impegnarono però a restaurare due fortezze che controllavano il passo delle Porte siriane. Con questo gesto iniziava una stretta collaborazione di Rinaldo con i Templari che non sarà priva di conseguenze.

Dopo la conquista di Alessandretta Rinaldo chiese i denari promessi ma Manuele disse che il compito di Rinaldo non era finito, occorreva attaccare direttamente Thoros. Questa posizione di Manuele fece adirare Rinaldo che reagì cambiando radicalmente alleanze. Consigliato in tal senso dai Templari, si alleò con l’armeno Thoros contro i bizantini iniziando ad attaccare fortezze bizantine in Cilicia ed addirittura pensando di impadronirsi dell’Isola di Cipro. Ma poiché non aveva denaro sufficiente per questa impresa pensò di averlo dal ricco Patriarca Aimery, vendicandosi così della sua disapprovazione del matrimonio. Aimery rifiutò e Rinaldo lo fece malmenare tanto da riempirlo di ferite quindi lo cosparse di miele e lo mise incatenato esposto al sole ed a tutti gli insetti sul tetto di una torre. La sera Aimery cedette. La notizia arrivò a Gerusalemme e Baldovino inviò subito un ambasciatore a chiedere la liberazione del Patriarca e poiché Rinaldo aveva avuto ciò che voleva, cedette subito.

Con i soldi di Aimery e con Thoros nella primavera del 1156 fu organizzato lo sbarco a Cipro, l’isola bizantina ricca e prospera sempre risparmiata dalle guerre che aveva alimentato i soldati della Prima Crociata che morivano di fame nell’assedio di Antiochia. Baldovino aveva in fretta fatto avvertire il governatore dell’isola, il nipote Giovanni Comneno dell’Imperatore Manuele ma non riuscì ad inviare in tempo dei rinforzi. Gli invasori franchi ed armeni depredarono e saccheggiarono l’intera isola. Fecero prigionieri i notabili tra cui il governatore ed il suo capitano delle guardie Michele Branas. Per tre settimane violentarono tutte le donne, sgozzarono uno ad uno vecchi e bambini, fecero stragi, depredarono chiese e conventi, insomma qualcosa di mai visto. Poi quando seppero di una flotta bizantina che si trovava al largo scapparono con le navi cariche di ogni refurtiva e con i prigionieri che sarebbero stati rivenduti con riscatti. Alcuni prigionieri furono mutilati ed inviati a Bisanzio come atto di sfregio.

Cipro era distrutta completamente e qualcosa che rimaneva in piedi fu buttata giù dai violenti terremoti del 1157.

Seguirono vari eventi tra cui una sorta di accordo tra Baldovino e Rinaldo contro il convalescente Nurradin. Vi furono scontri vari ed infine una battaglia vicino a Damasco che vide Nurradin sconfitto. Ciò comportò una lunga tregua che permise sia a Nurradin che a Baldovino di occuparsi dei relativi problemi a Nord.

Baldovino occupò questo tempo anche per chiedere in moglie una nipote di Manuele, la tredicenne Teodora. Manuele la concesse con una dote enorme ed il matrimonio fu celebrato ad Acri nel settembre del 1158 dal Patriarca Aimery, in vacanza di quello di Gerusalemme recentemente scomparso.

Intanto Manuele, in grandissimo segreto, preparava un attacco alla Cilicia armena. Una flotta partì da Bisanzio nell’autunno del 1158 diretta in Cilicia, mentre un esercito di terra avanzava per vie costiere. Thoros, che si trovava a Tarso, fu avvertito quando i bizantini stavano per arrivare. Scappò con i suoi amici ed il tesoro verso le montagne dell’interno cambiando continuamente posizione per non farsi catturare da distaccamenti bizantini. L’esercito bizantino, al comando di Manuele, in meno di due settimane conquistò tutte le città della Cilicia oltre a Tarso. Naturalmente Rinaldo iniziò a tremare e la sua paura, insieme ai consigli del vescovo di Lattakieh, lo salvò. Mandò messi a Manuele che era accampato sotto le mura di Mamistra o Mopsuestia (città tra Tarso ed Alessandretta) per dirgli che gli cedeva la cittadella di Antiochia alla qual cosa Manuele fece rispondere che l’offerta era del tutto insufficiente. Intanto tutti i re grandi e piccoli della zona mandavano ambasciatori a rendere omaggio a Manuele. Anche i musulmani lo fecero: Nurradin, i Danishmend, il Re di Georgia, addirittura il Califfo. Rinaldo che indossato un saio si era recato anch’egli a rendere omaggio. Manuele lo fece attendere per lungo tempo poi lo ammise davanti al suo trono. Aveva dovuto camminare scalzo con i suoi per un lungo cammino ed era stato costretto a prostrarsi nella polvere chiedendo pietà. Alla fine Manuele perdonò ma a tre condizioni. La cittadella di Antiochia sarebbe stata nelle disponibilità di Bisanzio, Antiochia doveva fornire un contingente all’esercito bizantino ed il Principato avrebbe dovuto avere un Patriarca non più latino ma greco. All’accettazione solenne di queste condizioni, Rinaldo fu lasciato tornare ad Antiochia.

Anche Baldovino chiese di vedere Manuele. Questi all’inizio tergiversò perché credeva che Bladovino avesse una qualche rivendicazione su Antiochia ma poi cedette. Manuele ebbe una ottima impressione di Baldovino ed accettò quanto gli veniva richiesto: il perdono per gli abitanti di Antiochia, il perdono per Thoros, la riammissione di Aimery come Patriarca di Antiochia e quindi il non pretendere da subito un Patriarca greco. Risolti questi problemi Manuele poté finalmente entrare in Antiochia il giorno di Pasqua (12 aprile) del 1159. Fu un ingresso in pompa magna che previde alcuni ostaggi della popolazione di Antiochia, il disarmo di tutti i latini ed una maglia di ferro sotto gli abiti di Manuele. Questi entrò a cavallo tenuto per le briglie da Rinaldo che andava a piedi. Seguiva la guardia imperiale in alta uniforme. Tutto davvero ben organizzato e senza alcun incidente. Manuele si trattenne ad Antiochia per sette giorni di festeggiamenti dove strinse ancora di più i rapporti con Baldovino, il nipote acquisito dal matrimonio con Teodora. Poi partì dirigendo il suo esercito verso l’interno, verso la frontiera musulmana. Subito vari ambasciatori accorsero per chiedere tregua e tra questi anche un inviato di Nurradin che offrì di liberare i 6000 prigionieri cristiani che giacevano nelle sue carceri e di mandare un corpo di spedizione contro i Turchi Selgiuchidi. A quest’ultima offerta Manuele rispose affermativamente rinunciando ad attaccare Aleppo e realizzando così una sorta di alleanza con Nurradin.

Il comportamento di Manuele era comprensibile per chi aveva un Impero con vastissimi confini da salvaguardare e non aveva solo l’insignificante confine della Siria (anche se estremamente importante per i Regni cristiani di Palestina). Inoltre egli non poteva imbarcarsi in una lunga guerra così decentrata rispetto a Bisanzio da cui, tra l’altro, gli arrivavano notizie non confortanti sia su complotti in atto sia su problemi che si stavano avendo sui confini balcanici dell’Impero. Dal punto di vista cristiano l’alleanza di Manuele con Nurradin suonò come un tradimento ed anche la liberazione dei prigionieri cristiani creò problemi perché si trattava in gran parte dei tedeschi fatti prigionieri durante la Seconda Crociata. Inoltre, tra i liberati vi era il Gran Maestro dei Templari Bertrando di Blancfort ed il pretendente alla Contea di Tripoli, Bertrando di Tolosa.

Manuele iniziò quindi il ritiro verso Bisanzio ma tre mesi dopo tornò per una campagna contro i Selgiuchidi in Asia. Riuscì a sconfiggerli tanto che il sultano dei Selgiuchidi, Kilij Arslan II, cedette a Manuele tutte le città greche che aveva occupato, promise di cessare ogni scorreria, di rispettare i confini e di fornire un reggimento all’esercito imperiale quando vi fosse necessità, in cambio  della pace. Manuele accettò e finalmente nell’estate del 1161 ogni ostilità ebbe fine. Kilij Arslan II era diventato un vassallo dell’Imperatore e, come tale, fu ricevuto con tutti gli onori a Bisanzio. Questo successo di Manuele fu ammirato da tutti i capi orientali.

Per i 20 anni seguenti l’Impero di Costantinopoli era tornato ad essere una potenza rispettata in Asia minore che garantiva pace a quelle terre. Ciò permise di nuovo l’afflusso di pellegrini nella Terra Santa senza pericoli per la loro incolumità. Qualche scaramuccia qua e là continuò ad esservi ed in una di esse fu catturato Rinaldo che aveva compiuto una razzia nel territorio musulmano di Aleppo, ma in generale le tregua si mantenne.

La prigionia di Rinaldo rese di nuovo problematica la situazione ad Antiochia. Da una parte la successione avrebbe previsto che divenisse Principe il figlio di Boemondo, Boemondo il Blbuziente, che aveva però solo 15 anni, dall’altra il trono era reclamato da Costanza. Alla fine decise Baldovino di Gerusalemme: il trono sarebbe stato di Boemondo il Blbuziente quando avesse raggiunto la maggiore età, nel frattempo la reggenza sarebbe stata del Patriarca Aimery.

Un’altra vicenda si assommò a quanto raccontato. Sul finire del 1159 morì Irene, la moglie di Manuele e  nel 1160 giunse a Gerusalemme una delegazione per chiedere a Baldovino il nome di una principessa che fosse adatta a diventare sua sposa. Vi erano due possibili candidate famose per giovinezza e bellezza: Maria figlia di Costanza di Antiochia e Melisenda figlia di Raimondo II di Tripoli, ambedue cugine di Baldovino. Poiché però Baldovino diffidava di una stretta alleanza di Manuele con Antiochia, consigliò Melisenda. Le nozze sembravano doversi celebrare quando a Manuele giunsero voci sulla possibile illegittimità di Melisenda. Manuele fece decadere il fidanzamento e Raimondo si infuriò, anche perché non riebbe indietro tutte le spese che aveva sostenuto e la dote, al punto da armare le 12 navi che dovevano portare la sposa a Bisanzio per fare razzie a Cipro.

Gli ambasciatori di Manuele che si trovavano a Tripoli si erano recati ad Antiochia per organizzare il matrimonio con Maria. Baldovino che si trovava a Tripoli ebbe lì la notizia della fine del fidanzamento con Melisenda e si irritò. Si recò anch’egli ad Antiochia dove dovette accettare ciò che accadeva. La scelta di Maria da parte di Manuele comportò la conferma di Costanza come reggente del Principato. E Maria partì dal porto di  San Simeone per arrivare a Bisanzio dove, a dicembre, furono celebrate le nozze nella chiesa di Santa Sofia.

         Intanto Baldovino, di ritorno a Gerusalemme, si ammalò nel territorio di Tripoli. Si cercò di curarlo a Beirut ma non ci fu nulla da fare. Morì a 33 anni il 10 febbraio 1162. Era stato un ottimo Re amato dal suo popolo ma anche dai musulmani tanto è vero che quando suggerirono a Nurradin che era il momento buono per attaccare, egli rispose che non era il caso di molestare un popolo che piangeva la perdita di un principe così grande.

         A Baldovino III, che lasciava Teodora, una vedova di 16 anni, non senza disaccordi e mugugni, successe il fratello Amalrico, abile politico anche se non affascinante come Baldovino. Amalrico si era sposato nel 1157 con Agnese di Courtenay, figlia di Joscelin II di Edessa. Quando però si trattò di salire al trono trovò l’opposizione di tutto il clero per la consanguineità tra i due (avevano un trisnonno in comune). Quel matrimonio che aveva già messo al mondo due figli, Baldovino e Sibilla, dovette essere annullato anche se ai figli fu concessa la legittimità ed il diritto alla successione. Amalrico accettò l’imposizione della Chiesa e ascese al trono senza la moglie che comunque mantenne il titolo di Contessa di Giaffa e Ascalona e fu in grado di influenzare la politica del regno per i successivi 20 anni. Il nuovo Re di Gerusalemme mostrò subito di avere polso risolvendo con abilità alcune questioni di vassallaggio e dando la propria disponibilità ad aiutare militarmente l’Imperatore di fronte a delle scorrerie fatte da Thoros che, di fronte a questa disponibilità, si ritirò di nuovo tra le montagne. Boemondo di Antiochia era intanto divenuto maggiorenne e iniziò a governare anche se sua madre tentò di metterlo da parte. Questa sua operazione provocò dei tumulti ad Antiochia e, mentre Boemondo III venne insediato, ella fu esiliata morendo poco dopo. L’Imperatore accettò il cambiamento di potere ad Antiochia chiedendo alcune garanzie come l’invio a Bisanzio del secondogenito di Costanza Baldovino ed i figli sempre di Costanza nel matrimonio con Rinaldo. Amalrico per parte sua accettò che Antiochia diventasse bizantina ma scriveva a Luigi VII , Re di Francia, per sapere se era prevista una qualche spedizione francese in aiuto dei cristiani latini di Siria.

La non ostilità con i bizantini serviva ad Amalrico per portare avanti un suo grande progetto, la conquista dell’Egitto. 

L’Egitto nel XII secolo (da Runciman)

         Questo grande califfato era in completa decadenza a seguito di vicende di successioni, assassinii, rivalità, tradimenti, orge, … Amalrico credeva che se fosse caduto in mano di Nurradin allora sarebbe stato completato l’accerchiamento degli Stati cristiani. Era necessario che fossero questi ultimi a prendere l’iniziativa.

In Egitto, dopo la perdita di Ascalona, il visir Abbas, per sistemare alla successione del califfo al-Zafir una persona a lui gradita, operò, insieme al suo fido Usama, in modo che lo stesso califfo fosse assassinato durante un’orgia organizzata dal figlio Nasr. Abbas accusò dell’assassinio i fratelli del califfo e li mandò a morte mentre si impadroniva del tesoro del califfo. Abbas mise poi sul trono il figlio di 5 anni di al-Zafir, al-Faiz. Le principesse della famiglia del califfo sospettarono e chiesero l’aiuto del governatore dell’Alto Egitto, Ibn Ruzzik, che accorse al Cairo e mise in fuga, con il tesoro, sia Abbas che Nasr (29 maggio 1154). Superato il deserto del Sinai i fuggitivi furono attaccati da una pattuglia di franchi proveniente dal Castello di Montreal. Usama riuscì a fuggire ed a mettersi in salvo a Damasco, Abbas venne ammazzato mentre Nasr catturato con tutto il tesoro. Nasr fu consegnato ai Templari ed immediatamente disse che voleva farsi cristiano. Appena iniziato il cammino della conversione, arrivò dal Cairo la richiesta di avere Nasr in cambio di una grossa somma. I Templari non esitarono e rimandarono Nasr in catene al Cairo. Qui le principesse lo mutilarono con le loro mani poi lo fecero impiccare e fecero appendere il suo corpo alla porta Zawila dove restò per due anni. Il nuovo visir, Ibn Ruzzik, governò fino al 1161 mentre nel 1160 morì il piccolo califfo lasciando la successione al cugino al-Adid che aveva nove anni e che l’anno successivo dovette sposare la figlia di Ibn Ruzzik. Ma la zia del califfo, sorella di al-Zafir, iniziò a dubitare del visir e lo fece assassinare nel settembre del 1161. Prima di morire Ibn Ruzzik ebbe la forza di convocare a sé alcuni parenti e, in questa riunione pugnalò personalmente la principessa che lo aveva fatto pugnalare. Al-Adil divenne visir ma solo 15 mesi dopo fu assassinato dal governatore dell’Alto Egitto Shawar. Quest’ultimo venne cacciato otto mesi dopo dal suo ciambellano arabo Dhirgham che, per essere sicuro che nessuno avrebbe spodestato la sua persona, fece uccidere tutti i potenziali pericoli, lasciando così l’esercito egiziano privo di ufficiali.

Già nel 1160 Baldovino III aveva minacciato di invadere l’Egitto cosa che poi non si fece perché vi fu un accordo per cui l’Egitto avrebbe pagato una forte somma ogni anno. Fino al settembre 1163 non era stata pagata alcuna somma e da questo prese pretesto Amalrico per marciare con il suo esercito sull’Egitto fino a mettere sotto assedio Pelusio. La stagione non era però favorevole perché il Nilo era in piena ed il visir Dhirgham lo aiutò aprendo alcune dighe.

Saputo dello spostamento dell’esercito di Gerusalemme verso l’Egitto, Nurradin approfittò per attaccare il più piccolo degli Stati cristiani, la Contea di Tripoli, iniziando con l’assediare il Krak dei Cavalieri. A Tripoli si trovavano di passaggio alcuni nobili francesi, il conte Ugo di Lusignano e Goffredo Martel, con le loro ingenti scorte armate. Si unirono al conte Raimondo inviando un messaggio urgente ad Antiochia dove accorsero sia Boemondo III che un distaccamento imperiale lì presente. Nurradin fu sorpreso e dovette fuggire ma riorganizzò le sue forze ad Homs. Qui ricevette la visita dello spodestato visir egiziano Shawar che gli fece delle offerte importanti. Se lo avesse aiutato a riprendere il suo posto al Cairo, egli avrebbe pagato l’intera campagna, gli avrebbe ceduto territori e gli avrebbe pagato un enorme tributo annuo. Nurradin esitò perché per lui si sarebbe trattato di addentrarsi in un territorio sotto il controllo dei franchi nell’oltre Giordano. Quindi, nell’aprile del 1164, inviò un suo luogotenente, Shirkuk, con un forte distaccamento verso l’Egitto mentre egli stesso avrebbe agito una manovra diversiva attaccando Banyas, città tra Lattakieh e Tortosa, della Contea di Tripoli che era difesa dai Cavalieri Gerosolomitani (al principio questa era l’intenzione poi Nurradin si rivolse verso una città settentrionale del Principato di Antiochia). Da notare, per quanto avverrà nel seguito, che Shirkuk si portò dietro suo nipote, il ventisettenne Saladino figlio di Naim ed-Din Ayub. Dhirgham fu terrorizzato per quanto accadeva ed arrivò addirittura a chiedere aiuto ad Amalrico. Shirkuk avanzò però così in fretta che riuscì a vincere in poco tempo una tenue resistenza, a reinsediare Shawar e ad ammazzare Dhirgham (maggio 1164).

Accadde qui qualcosa che definire ridicola è poco. Preso di nuovo il potere Shawar denunciò l’accordo e ordinò a Shirkuk di andarsene. Ma quest’ultimo non ubbidì occupando la città di Bilbeis. Allora Shawar, anche lui !, si rivolse ad Amalrico perché lo aiutasse offrendogli molto denaro, anche per i Cavalieri Gerosolimitani ed il rimborso di ogni spesa. Amalrico accorse ed insieme a Shawar assediò Bilbeis. Dopo qualche tempo però si arrivò ad un accordo (Amalrico aveva avuto notizie di problemi a Gerusalemme): si sarebbe posto fine all’assedio se Shirkuk si fosse ritirato nella sua terra. L’accordo fu accettato e sia Amalrico che Shirkuk si ritirarono marciando parallelamente ai loro regni.

La notizia ricevuta da Amalrico era proprio quella dell’attacco e dell’assedio di Nurradin alla città fortezza di Harenc, appena alle spalle di Antiochia. Con Nurradin vi era la gran parte dei notabili musulmani. Vi fu una resistenza eroica in attesa degli aiuti richiesti ad Antiochia, Tripoli e Gerusalemme. Appena arrivò l’esercito cristiano Nurradin si ritirò perché si allarmò della presenza di un contingente di Bisanzio e Nurradin non voleva in alcun modo inimicarsi l’Impero. Boemondo III invece di accettare di buon grado la ritirata attaccò con impeto ed entrò in una trappola dell’esercito di Mosul. Molti cristiani vennero fatti prigionieri e moltissimi trucidati. Tra i prigionieri vi era Boemondo III, Raimondo di Tripoli, il comandante del contingente bizantino Coleman ed Ugo di Lusignano. Erano stati incatenati insieme e condotti in una prigione ad Aleppo. Sarebbe stato il momento per Nurradin di attaccare Antiochia priva di difese ma, come già detto, Nurradin non voleva inimicarsi Manuele tanto è vero che fece subito liberare Coleman.

         Amalrico arrivò ad Antiochia ed avviò subito trattative con Nurradin che si disse disposto a liberare, dietro riscatto, Boemondo e Thoros solo perché vassalli di Manuele. Non era invece disposto a rilasciare gli altri, tra cui Raimondo di Tripoli e Rinaldo che era prigioniero da tempo prima. Mentre Amalrico era in trattativa giunse un messo di Manuele che gli chiese in che veste era lì ed egli rispose inviando l’arcivescovo di Cesarea ed il suo maggiordomo a Bisanzio per chiedere all’Imperatore di sposare una principessa imperiale e per prospettargli la conquista dell’Egitto. Manuele fece attendere per due anni questi ambasciatori e, nel frattempo, Amalrico dovette ritornare a Sud perché Nurradin aveva attaccato Banyas e la guarnigione di quella città era con il suo esercito. La città e tutta la pianura circostante cadde in mani musulmane e, quando Nurradin minacciò di invadere la Galilea, gli abitanti della regione lo fermarono solo pagando un tributo.

         Appena libero Boemondo si recò a Bisanzio per chiedere aiuto economico a Manuele che glielo concesse ma pretese che egli ritornasse ad Antiochia con un Patriarca greco, Atanasio II. Aimery fu esiliato e per cinque anni la Chiesa greca poté espandere la sua influenza nell’intero Principato di Antiochia.

         Nurradin intanto non era rimasto fermo e negli anni 1165 e 1166 attaccò ogni fortezza che si trovava sulle pendici orientali del Libano mentre Shirkuk razziava l’Oltre Giordano. Quindi insieme decisero di attaccare l’Egitto (gennaio 1167). Shawar chiese di nuovo l’aiuto di Amalrico che radunò i notabili del regno per decidere ma quando decise era troppo tardi perché l’esercito di Shirkuk aveva già oltrepassato il Sinai ed ai primi di febbraio si trovava già all’istmo di Suez (a Nord dell’omonimo golfo) e la sua marcia lo portò rapidamente, attraverso Atfih, a Giza dove accampò.

         L’esercito franco, partito il 30 gennaio, si avvicinava al Cairo da Nord Est. Lo raggiunse Shawar che lo fece accampare vicino alla città e gli propose un patto che fu accettato: Shawar avrebbe pagato una grossissima somma se l’esercito cristiano fosse rimasto in Egitto fino a quando non fosse stato cacciato Shirkuk.

         Dopo un mese di osservazione tra i due eserciti, vi fu uno scontro dovuto a San Bernardo. Infatti il santo apparve ad Amalrico dicendogli che era indegno di rappresentare la Croce perché non attaccava l’infedele. Il 18 marzo 1167 Amalrico attaccò e Shirkuk lo sconfisse. Solo per miracolo riuscì a salvare la vita ritirandosi dentro le mura del Cairo. Quindi Shirkuk attaccò e conquistò Alessandria ma qui fu assediato dagli eserciti franco ed egiziano. Dopo varie peripezie Shirkuk e Saladino si arresero e dovettero tornarsene in Siria. Amalrico preoccupato per quanto temeva accadesse in Palestina ed a Tripoli, aveva accettato di lasciare l’assedio pretendendo comunque un tributo da Shawar e lasciando una guarnigione al Cairo. Il giorno 20 agosto era di ritorno ad Ascalona con la grande preoccupazione per gli attacchi continui di Nurradin ai quali non si poteva rispondere se non con molti più uomini che non vi erano. Per questo motivo, per difendere cioè meglio i regni cristiani, egli affidò molte fortezze agli ordini militari, esempio che fu seguito ad Antiochia da Boemondo. Runciman osserva in proposito che se questi ordini fossero stati più responsabili e meno invidiosi, la loro potenza avrebbe potuto mantenere in efficienza le difese del regno. L’altro propositori Amalrico per la difesa dei regni cristiani risiedeva nell’Imperatore Manuele. E, a questo proposito, il 29 agosto finalmente sbarcò in Palestina, a Tiro, la delegazione che egli aveva inviato a Bisanzio due anni prima, delegazione che, tra l’altro, chiedeva in sposa una principessa imperiale. Arrivava con gli ambasciatori ed il suo seguito l’affascinante e giovane pronipote di Manuele, Maria Comnena, che divenne seconda moglie, dopo Agnese figlia di Joscelin II di Edessa, di Amalrico (fu in questo periodo che Guglielmo di Tiro venne nominato arcidiacono di Tiro, e incaricato da Amalrico di scrivere una storia del Regno, storia dalla quale provengono moltissime delle notizie riprese da Runciman e qui riportate). Quest’ultimo inviò un altro messo a Manuele, il Patriarca di Tiro Guglielmo, per definire finalmente la conquista dell’Egitto. Sul finire dell’autunno 1168 Guglielmo tornò con l’accordo fatto: Manuele e Amalrico avrebbero diviso a metà le conquiste egiziane. Ma i notabili cristiani di Gerusalemme non attesero la risposta di Manuele mettendo in minoranza Amalrico. Poiché arrivavano notizie dal Cairo secondo le quali Shawar, oltre a non pagare il tributo, non gradiva il distaccamento franco e stava trattando con Shirkuk le nozze di suo figlio Kamil con la sorella di Saladino e poiché era arrivato a Gerusalemme il nobile Guglielmo IV di Nevers con il suo esercito e poiché, infine, il capo dei Gerosolimitani, Gilberto di Assailly, esortava tutti a non perdere tempo, si decise di attaccare da soli l’Egitto in ottobre (decisamente contrari furono i Templari che avevano commerci con i musulmani d’Egitto e facevano da tramite con mercanti italiani).

         L’esercito franco arrivò di sorpresa e dopo un breve assedio conquistò Bilbeis dove i franchi appena arrivati si scatenarono in massacri. Analoghi massacri furono fatti dalla flotta che risaliva il Nilo in altre città e ciò alienò ai franchi le simpatie di tutti gli egiziani, sia musulmani che copti. I franchi continuarono ad assediare altre città ma Shawar reagiva incendiando la città assediata e minacciando di farlo anche per il Cairo. Finché il figlio di Shawar, Kamil, non chiese aiuto a Nurradin al quale offrì un terzo dell’Egitto. Nurradin inviò subito Shirkuk che arrivò in breve tempo mentre Amalrico, sentendosi ormai sconfitto, decise la ritirata il 2 gennaio 1169. Appena sei giorni dopo Shirkuk entrava al Cairo dove in breve tempo, su consiglio di Saladino, condusse Shawar in una imboscata dove fu decapitato. Per evitare tumulti della folla permise a chiunque lo volesse di depredare la casa del visir e questo acquetò tutti. In breve tempo Shirkuk si impadronì dell’intero Egitto nominandosi visir e Re, spartendolo in emirati che tolse alla famiglia di Shawar per assegnarli ai suoi fedeli, senza incontrare resistenze in tutto ciò perché si mostrò giusto al contrario di quanto era stato l’odiato Shawar. Purtroppo per  lui, Shirkuk non godé a lungo della sua posizione, solo due mesi dopo, il 23 marzo 1169, morì d’indigestione.

         Amalrico si rese subito conto del gravissimo pericolo che correvano i regni cristiani ormai circondati da musulmani tutti sunniti ed inviò imponenti ambasciate in Europa per chiedere una nuova Crociata. Una prima flottiglia partita da Acri fu spazzata via da una tempesta e costretta a tornare in porto. Una seconda ambasciata arrivò a Roma da Papa Alessandro III nel luglio del 1169. Quanto ricavarono gli ambasciatori furono miserabili risposte. Il Papa indirizzò loro da Luigi VII di Francia che li fece attendere a lungo dicendo poi che aveva gravi problemi interni. L’Imperatore di Germania, Federico Barbarossa, aveva liti furibonde in corso con il Papa e non fu il caso di avvicinarlo in nome della cristianità. Dopo due anni gli ambasciatori tornarono a Gerusalemme a mani completamente vuote.

         Miglior successo ebbe un’ambasceria inviata a Bisanzio. Manuele che si rendeva conto dei gravi pericoli incombenti con la nuova situazione geopolitica, offrì ad Amalrico la sua flotta imperiale con la quale sarebbe stato possibile riconquistare l’Egitto visto che Nurradin era occupatissimo al Nord con questioni di successione e liti varie per eredità con suo fratello, e visto che Saladino, inesperto come governatore, aveva preso il posto di Shirkuk. Il 10 luglio la flotta imperiale partì dai Dardanelli al comando dell’arciduca Andronico Contostefano. A causa di ritardi nell’organizzare una nuova armata da parte di Amalrico, la flotta al completo fu pronta a partire da Acri intorno alla metà di ottobre con la grave conseguenza di aver ormai esaurito le scorte di viveri non rimpiazzabili in Palestina e tantomeno a Cipro, ancora sofferente per le devastazioni subite e di aver dato il tempo a Saladino di trucidare tutti gli oppositori tra gli ufficiali dell’esercito egiziano, dando inoltre fuoco alla caserma che ospitava le guarnigioni di quegli ufficiali.

         La flotta imperiale e l’esercito franco si diressero verso l’Egitto per vie separate: la prima naturalmente per mare e l’altro via terra. Colsero di sorpresa Saldino che aspettava un attacco altrove ma le fortificazioni del Cairo erano estremamente robuste. La flotta che tentava di risalire il Nilo fu bloccata da gigantesche catene tese tra le due rive del fiume. Il comandante della flotta, ormai privo quasi di viveri, voleva attaccare subito ma Amalrico studiava la costruzione di torri. La prima che fu costruita risultò sbagliata mentre era riuscito un attacco contro la flotta imperiale realizzato con navi incendiate fatte scorrere con la corrente che aveva originato gravi perdite. Inoltre arrivavano truppe fresche in aiuto degli assediati al Cairo e sembrava arrivassero rinforzi dalla Siria, ed ormai il tempo giocava contro gli attaccanti che a dicembre si resero conto che la loro impresa era fallita. I greci non avevano più di che alimentarsi mentre le piogge avevano trasformato l’accampamento franco in una palude: a questo punto si capì che era ora di ritirarsi. Il 13 dicembre i franchi incendiarono tutto ciò che non potevano trasportare e si ritirarono arrivando ad Ascalona il 24 dicembre. La flotta bizantina fu preda di una terribile tempesta che fece affondare varie navi. Per molti giorni il mare restituì cadaveri di greci sulle coste della Palestina. Il comandante si salvò e, con ciò che restava della flotta, arrivò al Bosforo agli inizi del 1170.

         Iniziarono così commerci tra Damasco ed il Cairo. I dubbi sulla fedeltà di Saladino a Nurradin si dissolsero con una visita del padre di Saladino, un fedele a Nurradin, al Cairo. Non vi furono scontri tra cristiani e musulmani per qualche mese e ciò fu anche per effetto di un violentissimo terremoto (29 giugno 1170) che impegnò cristiani a musulmani a ricostruire quanto era stato distrutto. Ad Antiochia si dette la colpa dell’ira divina al fatto che nella Cattedrale di San Pietro officiava il greco Atansio che, tra l’altro, morì sepolto dal crollo.

         Fu nel dicembre del 1170 che Saladino con un imponente esercito si presentò ai confini meridionali del regno di Gerusalemme iniziando l’assedio della fortezza di Daron. Amalrico accorse con un contingente molto ben addestrato e, quando arrivò a Daron, Saladino si spostò ad occupare Gaza dove trucidò tutti gli abitanti della parte bassa della città non osando attaccare la cittadella perché troppo ben fortificata. Mentre Saladino operava in tal modo a terra, una squadra navale egiziana occupò l’avamposto franco di Aila nel golfo di Akaba.

         Il 10 marzo 1171 lo stesso Amalrico si diresse verso Bisanzio per trattare il cosa fare con Manuele (anche Manuele aveva avuto gravi problemi in Cilicia dove Mleh di Armenia, fratello del principe armeno Thoros, morto nel 1168, aveva occupato Mamistra, Adana e Tarso, rivendicando per sé la successione). Non si conoscono i termini del trattato tra i due sovrani ma il 15 giugno 1171 Amalrico salpò verso la Palestina soddisfatto. In quei giorni il Patriarca Guglielmo di Tiro scoprì che il figlio di Amalrico e della prima moglie Agnese, Baldovino di 9 anni, aveva la lebbra. Questo potrebbe essere nel contesto delle crociate un episodio insignificante ma gli fu dato un grande rilievo in termini di punizione divina perché Amalrico ed Agnese erano, come già detto, consanguinei. Era un cattivo presagio anche per la successione. La nuova sposa Maria avrebbe potuto mettere al mondo dei figli ma sarebbe stato meglio, per precauzione, che l’altra figlia di Amalrico ed Agnese, Sibilla, fosse fatta sposare al più presto con qualche principe occidentale per dare alla luce un eventuale erede e perché tale principe, in caso di necessità, potesse fungere da Re. Il conte di Sancerre, Stefano di Champagne, accettò l’offerta e si sbarcò in Palestina nell’estate del 1171 poco prima che Amalrico tornasse da Bisanzio.

         Quando Amalrico tornò aveva troppi problemi con il regno, interruppe le trattative di matrimonio per recarsi a Nord con l’idea di tornare a Bisanzio. In Cilicia una banda di predoni di Mleh lo assalì derubandolo di tutto e costringendolo a tornare a Gerusalemme. Poiché i rapporti tra Saladino e Nurradin sembravano arrivati al punto di rottura, non sembrò più necessario quel viaggio. Nurradin avrebbe voluto che il rito sunnita fosse l’unico presente al Cairo con la cacciata del clero sciita ma Saladino aveva tergiversato per attuare in tal senso nel modo più indolore possibile. Intanto moriva il giovane califfo fatimita al-Adid e con lui si estingueva la dinastia dei Fatimiti.

         E Saladino non smise di minacciare i regni cristiani attaccando questa volta la fortezza di Montreal. Amalrico fu informato in ritardo e corse a difendere la fortezza ma, proprio quando arrivava, si profilò l’esercito di Nurradin. Di fronte a Nurradin Saladino levò l’assedio dicendogli che lo faceva per tornare al Cairo dove alcuni disordini stavano avendo luogo ma Nurradin interpretò il gesto come pura vigliaccheria meritevole di castigo. A questa posizione di Nurradin, Saladino non poté che rispondere, su consiglio del padre, con scuse e gesti di ubbidienza. Per ora soddisfatto Nurradin continuò ad attaccare i territori cristiani devastando le terre di Antiochia e di Tripoli, con la distruzione dei castelli di Safita ed Araima, ritirandosi solo dopo il pagamento di un copioso tributo. Ma Nurradin puntava all’intero Principato di Antiochia e per conquistarlo chiese aiuto ai Turchi Selgiuchidi di Iconio che però non accettarono essendo vincolati da un patto di vassallaggio con l’Imperatore Manuele (Nurradin liberò però Raimondo di Tripoli in cambio di una forte somma).

         Nel 1173 ricominciò la guerra. Amalrico si era recato a Nord per punire Mleh. Riuscì solo a fermare le sue scorrerie ma non a catturarlo mentre Nurradin invadeva a Sud l’Oltregiordano chiedendo anche aiuto a Saladino che accorse assediando la fortezza di Kerak. Nurradin da parte sua marciava per dar man forte con un esercito da Damasco e, anche questa volta, quando arrivò ad incontrare Saladino questi disse che doveva leva l’assedio perché suo padre era molto malato (e questa volta era vero ed il padre di Saladino morì al suo ritorno). Anche Nurradin, in agosto, dovette lasciare Kerak perché non aveva forze sufficienti e si ritirò furioso contro Saladino, ripromettendosi di attaccare l’Egitto la primavera seguente.

         Per parte sua Amalrico non poteva che rallegrarsi delle divisioni tra musulmani. Tra le varie brutte notizie questa era consolante insieme al fatto che la i Nazariti o setta degli Assassini avevano chiesto di poter collaborare con i regni cristiani contro Nurradin anche per evitare quei tributi che erano imposti loro dai Templari.

Il territorio montagnoso degli Assassini incuneato tra la Contea di Tripoli ed il Principato di Antiochia

         Amalrico accettò volentieri l’amicizia degli Assassini comunicatagli da una ambasceria promettendo loro che nessun tributo ulteriore doveva essere pagato. Al ritorno alle loro terre l’ambasceria fu trucidata dai Templari che non gradivano le decisioni di Amalrico. Questi si infuriò e non accettò scuse. Di fronte al rifiuto dei Templari di consegnargli il colpevole, Gualtiero di Mesnil, egli intervenne di persona catturandolo e gettandolo in prigione a Tiro. Amalrico chiese scusa agli Assassini che accettarono e chiese a Roma che l’ordine dei delinquenti Templari venisse sciolto.

         Il 15 maggio del 1174 Nurradin, mentre preparava a Damasco l’attacco all’Egitto (dove Saladino si preparava a fuggire cercando un luogo dove farlo tra Sudan ed Arabia, scegliendo quest’ultima), morì di tonsillite. Il suo successore fu il figlio Malik as-Salih Ismail che aveva però solo 11 anni e la reggenza fu presa con la forza dall’emiro Ibn al-Muqaddam che aveva lì appoggio anche della madre. Ma qui si scatenò la solita sarabanda dei pretendenti alla successione e/o reggenza e tra i pretendenti si fece avanti anche Saladino. Questa divisione tra musulmani fu subito sfruttata da Amalrico che attaccò subito la città di Banyas. Al-Muqqadam uscì da Damasco per incontrarlo ed offrirgli denaro e la liberazione dei prigionieri cristiani in cambio di un’alleanza contro Saladino. Amalrico accettò e, mentre tornava a Gerusalemme fu preso da un attacco di dissenteria che lo fece ammalare gravemente portandolo rapidamente alla morte l’11 luglio 1174, aveva 38 anni.

         In un momento così delicato accadevano due fatti che sarebbero stati cruciali negli anni seguenti: la scomparsa di un Re dalle capacità di Amalrico insieme a quella di un gran condottiero come Nurradin. Quest’ultimo evento riaprì la strada a Saladino mentre il primo significò la successione di incapaci nel Regno di Gerusalemme.

COSA ACCADEVA NEL FRATTEMPO A ROMA ?

Nel 1148 i rimasugli dell’esercito franco-tedesco della Seconda Crociata tornarono in Europa con disonore. Ma Papa Eugenio si disinteressava dei morti e dei disastri, in fondo le crociate sono sempre state diversivi, tanto è vero che, chiese a Corrado, al suo ritorno spossato dalla Terra Santa di aiutarlo a rientrare a Roma. Corrado comunque scese in Italia nel 1150 dove vi morì (1152) lasciando il trono al nipote, Federico Barbarossa. Con questo personaggio il Papa sigillò subito un patto (che diventerà nel 1153 il Patto di Costanza): il sovrano tedesco avrebbe spazzato via la Repubblica a Roma restaurando il potere pontificio anche temporale, in cambio il Papa gli promise l’incoronazione a Roma. Il Signore si riprese questo Papa prima che i patti con Federico diventassero operativi.

        Dopo la breve parentesi di Papa Anastasio IV (1153-1154) che seppe convivere con il Senato della Repubblica di Roma, fu eletto l’inglese Papa Adriano IV (1154-1159) che invece attaccò la Repubblica ponendosi al servizio di Federico. Ciò fece crescere nella città l’ostilità verso Chiesa e preti e costrinse Adriano a chiudersi in San Pietro. Il poco santo Papa, incapace di comprendere ciò che accadeva, addirittura scagliò contro l’intera città di Roma l’interdetto, una maledizione accompagnata dalla sospensione di ogni cerimonia religiosa e amministrazione di sacramenti, compresa la sepoltura dei morti. Ciò convinse le anime più semplici del popolo che si rivolse al Senato chiedendo di aderire alle richieste del Papa. Quest’ultimo chiese come prima cosa l’allontanamento di Arnaldo da Brescia un predicatore che si muoveva nello spirito originale dei Patarini che era stato già giudicato eretico dal Concilio Laterano II del 1139. Arnaldo aveva partecipato attivamente alla Repubblica ed aveva infiammato la popolazione contro i privilegi papali ed ecclesiastici, contro la degenerazione della Chiesa di Cristo. Naturalmente per queste colpe fu scomunicato da Eugenio III nel 1148. La richiesta di Adriano fu esaudita ed egli scappò da Roma rifugiandosi presso i Visconti di Campagnano che lo stimavano come fosse un profeta. Ma i Papi non perdonano e qui siamo in momenti in cui iniziano ad essere perseguitate le eresie: fu Barbarossa che, disceso in Italia per essere incoronato (1155), richiese ai Visconti la consegna di Arnaldo e a tale richiesta non si poteva dire di no. Tradotto in catene a Roma, Arnaldo venne condannato da un tribunale di preti, per il suo rifiuto del potere temporale del Papa e della Chiesa, ad essere impiccato, dopodiché fu bruciato e le sue ceneri furono gettate nel Tevere (1155) affinché non se ne recuperassero i resti mortali che sarebbero potuti divenire oggetto di venerazione(7). La Chiesa era ormai sulla strada del puro assassinio e con gli anni si specializzerà in torture, bracieri, impiccagioni fino alle decapitazioni e fucilazioni. Per maggior gloria di Gesù.

        Ma, dopo la cattura di Arnaldo, Roma fu liberata dall’interdetto ed ebbe una solenne messa in Laterano per Pasqua. Da questo momento il Papa seguì per 4 anni a barcamenarsi tra città italiane, imperatore tedesco, normanni, popolo di Roma, dimenticando completamente quella che qualcuno vorrebbe essere la sua funzione: vicario di Cristo. Morì lasciando il collegio cardinalizio diviso, e come no !, tra due fazioni, quella favorevole all’Imperatore, guidata dal nobile cardinale Ottaviano, e quella che voleva completa autonomia, guidata dal cardinale inglese Bosone, nipote di Adriano IV. Ed il lettore avrà capito già come segue la storia. Con ben tre antipapi, uno dopo l’altro.

        Venne eletto il senese Rolando Bandinelli che venne immediatamente destronato dal cardinale Ottaviano accompagnato da una schiera di armati entrati in San Pietro. Bandinelli, protetto dai Frangipane, si nascose e venne consacrato fuori Roma come Papa Alessandro III (1159-1181). Chiese ed ottenne la protezione normanna. Intanto Ottaviano si era fatto consacrare con il nome di Vittore IV (nome già usato dall’ultimo antipapa). Ritorniamo alla situazione che a scegliere chi ha diritto al titolo di Papa è l’Imperatore e non il tanto auspicato autonomo ma corrotto clero (il popolo era già stato eliminato dal diritto di parola). Arrivò la sentenza di Federico favorevole a Vittore anche se questi era stato scomunicato da Alessandro III [davvero chiedo a chi legge se, cambiando i nomi, sia possibile spostarsi di centinaia d’anni indietro o avanti accorgendosi della traslazione. E chiedo anche retoricamente se questa è la Chiesa di Cristo o una banda di criminali che usando il nome di un disgraziato morto sulla Croce si ingrassa spudoratamente]. Federico inibì le gerarchie di operare in qualunque modo prima che un Concilio che egli avrebbe convocato a Pavia (1160) avesse deciso. In punta di diritto Alessandro, contrariamente a Vittore, non si recò a Pavia: la Chiesa non è giudicabile da nessuno ed è nella sua sola facoltà la convocazione di Concili. Per reazione a quel Concilio, di una cinquantina di vescovi tedeschi e norditaliani, Alessandro venne scomunicato. La mossa di Alessandro solleticò il nazionalismo italiano che si schierò con Alessandro contro l’Imperatore straniero. Il vescovo di Milano scomunicò sia Barbarossa che Vittore. Subito dopo anche Alessandro confermò la scomunica svincolando inoltre tutti i regnanti e sudditi cristiani dal giuramento di fedeltà a Barbarossa. E mentre i sovrani di tutti gli Stati europei si schierarono con Alessandro, Barbarossa furibondo preparò un attacco a Milano ritenuta responsabile della non ubbidienza all’Impero delle città del Nord. Dopo la devastazione di città vicine, assediò Milano e dopo un anno la conquistò (1162) radendo al suolo le mura e gran parte della città che fu dispersa in quattro zone limitrofe. Le vicende portarono ad un successivo indebolimento di Barbarossa che scese di nuovo in Italia (1163) con un piccolo esercito senza riuscire a concludere nulla nei riguardi di varie città del Nord che si erano sollevate contro di lui. Intanto Alessandro aveva cercato l’alleanza con il Re di Francia ed aveva incassato l’appoggio del Re d’Inghilterra. Barbarossa pensò di riappacificarsi con Alessandro in concomitanza con la morte di Vittore IV (1164) ma fece prima un suo uomo di fiducia, Rainaldo di Dassel, a far nominare un nuovo antipapa nella persona del nobile Guido da Crema che assunse il nome di Pasquale III. Costui per esaudire l’Imperatore Barbarossa, canonizzò Carlo Magno quale iniziatore dell’Impero Germanico. Di nuovo Barbarossa scese in Italia con un possente esercito. Arrivò a Roma, l’assediò e dopo scontri violentissimi e sanguinosissimi riuscì ad arrivare ad occupare San Pietro (1167) dove insediò Pasquale III che lo incoronò finalmente Imperatore del Sacro Romano Impero. A questo punto iniziò la vendetta contro la città, devastata incendiata, fatta oggetto di terrore contro gli abitanti. Intervenne una pestilenza sull’esercito tedesco che sembrò un segno divino ed iniziò una resistenza durissima capeggiata dai Frangipane e dai Pierleoni. Barbarossa, visto il rifiuto generalizzato della popolazione e le morti continue tra i suoi, se ne tornò in Germania mentre Alessandro III, che nel frattempo si era rifugiato a Benevento tra i Normanni, divenne il simbolo ideale delle città del Nord che si erano costituite presso l’Abbazia di Pontida nel 1167 in una Lega di Comuni cui parteciparono Milano, Piacenza, Parma, Modena, Genova, Bologna, Reggio Emilia, e molte altre città (circa 30). Da qui gli avvenimenti si fanno concitati. Moriva nel 1168 il secondo antipapa e subito se ne fece un terzo, Callisto III. Barbarossa era sempre più furibondo contro vari eventi italiani, Alessandro III, le città del Nord e la città di Alessandria fondata in Piemonte dalla Lega dei Comuni e chiamata in tal modo in onore di Alessandro III (era una fortezza antimperiale ai confini del marchesato del Monferrato schierato con l’Imperatore). Decise una nuova discesa (1174), invocato anche da alcune città del Nord come Pavia, Como e Lodi che chiedevano il suo aiuto contro la prepotenza di Milano, per sbarazzarsi di quelle fastidiosissime città che lo avversavano. Con esse sarebbe anche caduto Alessandro. Iniziò con Alessandria che assediò per sei mesi senza riuscire a conquistarla. A questo punto Barbarossa, avendo perso il suo maggiore alleato, Enrico XII di Baviera detto il Leone, che era in guerra contro i nemici slavi e danesi, pensò bene di chiedere un armistizio a Montebello nel 1175. I Comuni pretesero un qualche riconoscimento che Barbarossa rifiutò e quindi non venne accettata nessuna tregua. Dopo un anno di posizionamenti che permise l’arrivo di rinforzi dalla Germania e dal Monferrato (non numerosi come avrebbe desiderato) all’Imperatore, il 29 maggio 1176 si arrivò allo scontro tra l’esercito imperiale e l’esercito dei Comuni a Legnano(8). I Comuni bloccarono i rinforzi impedendo che si unissero al grosso dell’esercito e riuscirono a sconfiggere quell’esercito che era il terrore di mezza Europa. In realtà la sconfitta militare non fu pesante quanto il duro colpo politico e morale al prestigio dell’Impero. A seguito della sconfitta Barbarossa firmò la pace con Alessandro recandosi sul suo territorio, ad Anagni, e qui riconoscendolo unico Papa legittimo, rinunciando di interferire su Roma. Ma i Papi non si interesseranno mai delle sorti altrui. Hanno il solo fine di vivere al meglio un’esistenza separata dal mondo alle spese del mondo. Questa pace firmata tra Alessandro e Barbarossa fu una pace separata che di fatto escludeva i Comuni che erano invece coloro che avevano sbaragliato le mire egemoniche di Barbarossa. Questa pace produsse il progressivo indebolimento della Lega dei Comuni che andò sfaldandosi ed in definitiva risultò un successo politico per Barbarossa che iniziò a firmare paci separate, certamente molto più vantaggiose per lui, con i singoli Comuni. Una pace generale si raggiunse solo nel 1183, a Costanza, dopo la morte di Alessandro III nel 1181. A Costanza l’Imperatore riconobbe l’autonomia delle città ma come privilegio imperiale e ciò voleva dire, oltre al riconoscimento dell’Imperatore come entità superiore, che le città dovevano pagare ingenti tasse all’Impero. In definitiva Barbarossa poteva presentarsi ancora come l’alfiere del Papato e vide aumentato prestigio ed influenze anche perché riuscì a combinare il matrimonio (1186) di suo figlio Enrico VI con Costanza d’Altavilla, unica erede del trono siculo-normanno, che legava l’Impero tedesco con i Normanni che regnavano nel Sud d’Italia. Ultimo avvenimento che potenziò l’immagine di Barbarossa fu la Terza Crociata indetta (1187) da Papa Clemente III (1187-1191)(9) per la riconquista di Gerusalemme. Fu lo stesso Barbarossa che si avviò a capo del suo esercito in Terra Santa (1189). Anche qui l’intervento divino sbarazzò la storia di costui che, nel 1190, annegò attraversando un fiume in Asia Minore.

        Alla morte di Federico Barbarossa salì al trono il figlio, Enrico VI che sopravvisse pochissimo al padre. Morì infatti nel 1197 lasciando come erede il figlio, Federico II, di soli 3 anni. Fu necessario che la madre, Costanza d’Altavilla, assumesse la tutela del piccolo mentre era impegnat anche al governo non facile della Sicilia dove vi erano lotte tra fazioni normanne e tedesche. La reggenza di Costanza durò un anno perché nel 1198 Costanza morì avendo comunque già rese operative le volontà di Enrico VI che aveva fatto molte concessioni alla Chiesa (signoria feudale sulla Sicilia e riduzione dei diritti di nomina dei vescovi all’autorità civile) in cambio dell’incoronazione del figlio Federico II. Costanza, prima di morire, affidò la custodia e la tutela del piccolo Federico II al nuovo Papa, Innocenzo III (1198-1216)(10).

NOTE

  • I crociati indossavano una sopraveste bianca con una croce rossa ordinaria.
  • Queste scorte armate divennero ben preso un esercito numeroso, tanto da intervenire autonomamente in battaglia contro i musulmani. I suoi soldati indossavano una sopraveste nera con una croce bianca amalfitana.
  • I templari indossavano una sopraveste bianca con una croce rossa di Malta.

(4) . Il 1° marzo 1756 fu il Papa Benedetto XIV a parlarci di quegli episodi orrendi nella sua Enciclica A quo primum. Scriveva il Papa, quasi che la cosa fosse stata una ragazzata e dandoci la sua lezione di perfetto antisemitismo:

Il famoso monaco Radulfo, sospinto una volta da eccesso di zelo, a tal punto s’infiammò contro i Giudei che nel secolo dodicesimo, in cui visse, percorse la Gallia e la Germania e, predicando contro gli stessi Giudei, in quanto nemici della nostra Santa Religione, infiammò anche i Cristiani a tal segno che li distrussero fino allo sterminio: e questo fu il motivo per cui i Giudei furono massacrati in gran numero. E che cosa mai si ritiene che quel monaco farebbe o direbbe oggi se fosse tra i vivi e se vedesse ciò che accade attualmente in Polonia? A questo eccessivo e furente zelo di Radulfo si oppose quel grande San Bernardo, che nella sua Epistola 363, inviata al Clero e al Popolo della Gallia Orientale, così lasciò scritto: “Non si deve perseguitare gli Ebrei, non si deve ucciderli, ma nemmeno cacciarli. Interrogateli circa le Divine pagine. Ho inteso la profezia che nel Salmo si legge circa i Giudei: Dio mi pose sopra ai miei nemici, dice la Chiesa, non perché li uccidessi, neppure quando si dimenticano del mio Popolo. Senza dubbio le vive scritture ci rappresentano la Passione del Signore. Perciò gli Ebrei sono dispersi in tutte le terre e, fin tanto che non avranno espiato la giusta pena per l’immane delitto, siano testimoni della nostra Redenzione“. Poi, nella epistola 365 ad Enrico, Arcivescovo di Magonza, così egli scrive: “Forse che ogni giorno la Chiesa non trionfa sui Giudei o convincendoli o convertendoli e quindi con più frutto che se in un sol tratto e insieme li annientasse con la punta della spada? Forse che vanamente è stata composta quella universale preghiera della Chiesa che viene innalzata a favore dei perfidi Giudei, dall’alba fino al tramonto, affinché il Dio e Signore strappi il velame dai loro cuori, in modo che dalle loro tenebre siano condotti alla luce della verità? Se infatti fosse vana la speranza che essi, increduli quali sono, diverranno credenti, superfluo e vano parrebbe pregare per essi“.

Contro Radulfo anche l’Abate cluniacense Pietro, nello scrivere a Ludovico Re dei Franchi, lo esortò a non permettere che si compissero eccidi di Giudei. E invero al tempo stesso lo incitò a rivolgere l’attenzione verso di loro per i loro eccessi e a spogliarli dei loro beni, o carpiti ai Cristiani o accumulati con l’usura, e a trasferire il loro danaro in uso e beneficio della Santa Religione, come si può leggere negli Annali del Venerabile Cardinale Baronio “nell’anno di Cristo 1146“.

Noi pure, non meno in questa questione che in tutte le altre, abbiamo assunto la stessa norma di comportamento che tennero i Romani Pontefici Nostri Predecessori. Alessandro III, minacciando gravi pene, proibì ai Cristiani di prestare servizio continuato alle dipendenze di Giudei: “Non si offrano ai Giudei in assiduo servizio per alcuna mercede“. Il motivo di ciò è esposto dallo stesso Alessandro III con le parole che seguono: “Perché i costumi dei Giudei e i nostri non concordano affatto; gli stessi (ossia i Giudei) facilmente attraggono gli animi delle persone semplici alla loro perfida superstizione con la continua convivenza e con l’assidua familiarità“;così si legge nel Decretale: Ad haec, de Judaeis. Innocenzo III, dopo aver spiegato per qual motivo i Giudei erano accolti dai Cristiani nelle loro città, ammonisce che il metodo e la condizione di tale accoglienza devono essere regolati in modo che essi non ricambino il beneficio con il maleficio. “Coloro che per misericordia sono ammessi alla nostra familiarità, ci ripagano con quella ricompensa che erano soliti offrire ai loro ospiti, secondo un proverbio popolare: un sorcio in bisaccia, un serpente in grembo e fuoco nel seno“.

Lo stesso Pontefice, aggiungendo che è conveniente che i Giudei siano asserviti ai Cristiani e non già che questi prestino orecchio a quelli, così prosegue:”Che i figli di una donna libera non siano al servizio dei figli di un’ancella, ma come servi riprovati da Dio, in quanto tramarono crudelmente per farlo morire, si riconoscano almeno servi di coloro che la morte di Cristo rese liberi, e quelli servi per effetto del loro operato“. Queste parole si trovano nel suo Decretale: Etsi Judaeos. In altri Decretali ancora: Cum sit nimis sotto lo stesso titolo De Judaeis et Saracenis affinché i Giudei non siano assunti in pubblici impieghi, prescrive: “Sia vietato preferire i Giudei in pubblici uffici, poiché in tale veste sono dannosi soprattutto ai Cristiani“.

(5) Uno studio di Miriam Davide sugli stereotipi antiebraici nel Medioevo lo si può trovare in http://www2.units.it/storia/DOTTORATO/Davide.htm.

Una delle accuse più spregevoli che veniva fatta agli ebrei era quella dell’omicidio rituale (accusa che iniziò in Inghilterra, a Norwich nel 1144) che consisteva, secondo la credenza popolare, nel sacrificio di un bambino cristiano da parte ebraica per irridere la passione di Cristo, oppure per scopi liturgici in cui era essenziale fare libagioni di sangue. IL Cristianesimo, senza pudore riprendeva antiche credenze pagane e le faceva sue. Inoltre mostrava che la grande novità del Nuovo Testamento rispetto alla barbarie del Vecchio era lettera morta. Bastava applicare agli ebrei uno dei massimi insegnamenti di Gesù per risolvere ogni problema: Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

(6) Manuele I Comneno, quartogenito di Giovanni II Comneno, fu imperatore dal 1143 al 1180. Il padre, come detto, era Giovanni II Comneno, il terzogenito, ma il primo figlio maschio, di Alessio I Comneno, imperatore dal 1118  al 1143. Alessio I Comneno era il figlio terzogenito di Giovanni Comneno e, come visto nella Prima Parte, fu imperatore dal 1081  al 1118.

(7) Leggiamo come racconta Gregorovius [storico tedesco che terminò di scrivere la sua opera nel 1876, pochi anni dopo la realizzazione dell’Unità d’Italia con al conclusiva Breccia di Porta Pia] gli avvenimenti che ho brevissimamente riassunti in questo capoverso. Occorre premettere che anche con Gregorio VII il popolo romano doveva dare il suo assenso, magari era solo formale, all’elezione di un Imperatore. Ora accadeva che non solo il popolo risultava espropriato dal dare il suo assenso all’elezione del papa ma anche a quella dell’Imperatore. Infatti Federico arrivava a Roma senza aver fatto richiesta formale all’autorità della città che, in questo periodo, era il Senato della Repubblica. Ebbene degli ambasciatori della città andarono incontro a Federico in arrivo per chiedergli l’approvazione della Costituzione della città e fargli presente le difficoltà del popolo di Roma di fronte ad un sovrano che si presentava solo come occupante in sodalizio solo con il Papa. Da questo punto inizia il brano di Gregorovius:

La dissennatezza che aveva spinto i Romani a provocare con tanta esagerata fiducia in se stessi quell’uomo potente si addiceva perfettamente all’alta idea che essi si erano fatti della Città Eterna, cui credevano di aver rifuso nuova vita con l’istituzione del senato; ma se in quel momento nella tenda imperiale si fosse trovato un uomo capace di superare i limiti inteìlettuali della propria epoca, egli avrebbe potuto ridere davvero di cuore sentendo Federico stesso condividere l’esaltazione dei senatori e la loro fantastica idea del legittimo potere sul mondo posseduto dall’imperatore romano.

 
Gli ambasciatori romani tornarono a Roma col cuore gonfio di stizza. Ora Federico non poteva aspettarsi altro dalla repubblica se non che gli chiudesse in faccia le porte e difendesse la città. Il papa [vero nemico in casa, ndr] gli consigliò di occupare nascostamente la Leonina con truppe scelte, che sarebbero state accolte ivi dai suoi, e suggerì anche di mandare con questa schiera il cardinale filotedesco Ottaviano, suo ambizioso rivale, che in tal modo veniva allontanato dalla tenda dell’imperatore. Mille cavalieri partirono all’alba del 18 giugno e occuparono la città Leonina senza incontrare resistenza.

 
Quello stesso giorno, senza ricevere il saluto dei Romani, Federico, sceso da Monte Mario, entrò in ordine di battaglia nella Leonina dove era atteso dal pontefice che lo aveva preceduto. L’incoronazione si svolse immediatamente nel duomo di S. Pietro, occupato militarmente. Possente come un tuono echeggiò nell’alta basilica il grido di giubilo dei Tedeschi, quando il giovane Cesare prese in mano la spada, lo scettro e la corona dell’impero. Roma, però, non lo riconobbe come suo imperatore; la città rimase sbarrata e il popolo si raccolse sul Campidoglio, dove si ergeva il palazzo dei senatori, ultimato da poco, Quanto confusa e fallace fosse persino a Roma l’idea dell’impero, lo, dimostrano queste incoronazioni compiute nel sobborgo pontificio, mentre ansiosamente si aspettava che i Romani, dai quali gli imperatori traevano il loro titolo, irrompessero in armi” dai ponti del Tevere. La diversità di cultura, di esigenze e di origine costituiva un abisso incolmabile che separava dai Romani gli imperatori di nazione tedesca. Essi odiavano in Adriano IV lo straniero che dominava la loro patria; tuttavia lo veneravano anche perché era il pontefice; ma Federico già allora doveva riuscir loro insopportabile. Egli non aveva giurato le leggi della città, come tutti gli altri imperatori si erano dati cura di fare, né aveva atteso e tanto meno pagato con doni l’elezione o la tradizionale acclamazione dei Romani; essi perciò avevano buoni motivi per sentirsi lesi nei propri diritti. La richiesta, che gli era stata fatta, di approvare la loro costituzione, era ragionevole ed egli fu incauto nell’opporvi un rifiuto. Sarebbe venuto un tempo in cui l’imperatore; costretto a pentirsi, avrebbe prestato giuramento a quei cittadini tanto disprezzati. Dopo che i papi avevano cessato di essere candidati eletti dal popolo romano, quest’ultimo. si era visto portare via anche il diritto di partecipare all’elezione del suo imperatore; ma in un tempo in cui le antiche tradizioni permeavano tutti i concetti giuridici sia civili che politici, i Romani non potevano piegarsi a riconoscere che la Città Eterna non aveva ormai altra funzione che quella di essere il luogo dove l’imperatore e il papa ricevevano la loro consacrazione solenne. Mentre altre città rifulgevano per ricchezza e potenza, Roma aveva un solo motivo d’orgoglio: essere Roma. Gregorio VII aveva affidato al papato la missione di rappresentare la monarchia universale e i Romani, dal canto loro, sognavano di fare lo stesso per mezzo della maestà del popolo e della dignità imperiale da esso conferita.

 
Per secoli e secoli le loro pretese ereditarie e le loro lotte coi papi, che cercavano di spogliare la città della sua veste politica, hanno dato alla sua storia un carattere tragico che non ha l’eguale nella vita dell’umanità. In questa battaglia combattuta sempre contro lo stesso destino, battaglia che si protrasse fino ai giorni nostri e sotto la cui impressione noi ci troviamo mentre scriviamo questa storia della città, gli unici alleati dei Romani furono le mura Aureliane, il Tevere, la malaria e le ombre e i monumenti dei loro grandi antenati. Solo oggi che aspira unicamente al comune rango di capitale, la città di Roma ha trovato un difensore e un alleato nella nazione italiana.


Dopo l’incoronazione l’imperatore si recò nel suo accampamento, nei Prati Neroniani, mentre il papa si tratteneva nel Vaticano; il pomeriggio, stesso i Romani irrompevano inferociti nella città Leonina dopo aver attraversato, i ponti del Tevere. Trucidarono quanti nemici isolati trovarono, assalirono preti, cardinali e fautori della causa imperiale e si gettarono infine sull’accampamento di Federico, sperando forse di liberare il loro profeta Arnaldo. L’imperatore e i suoi uomini balzarono in piedi abbandonando il banchetto dell’incoronazione; corse voce che il papa e i cardinali fossero caduti nelle mani del popolo. Enrico il Leone, passando attraverso la breccia aperta tanto tempo prima da Enrico IV, irruppe nella Leonina e piombò alle spalle dei Romani; ma anche per quell’esercito, che era il più valoroso di tutti, non fu facile avere la meglio sui cittadini di Roma. li loro splendido coraggio dimostrò che la fondazione della Repubblica non era stata soltanto un frutto di fantasia. A Castel S. Angelo e, coi trasteverini, presso l’antica piscina, si combatté fino a tarda notte con alterna fortuna, fino a che i Romani dovettero soccombere al numero superiore dei nemici. Scrive lo storico tedesco: « Bisognava vedere i nostri come davano addosso ai Romani, quasi volessero dire: qui, Roma, prenditi ferro tedesco in cambio di oro arabo; cosi la Germania si compra l’impero!». Circa un migliaio di Romani furono passati a fil di spada o annegati nel fiume; molti di più furono i feriti, press’a poco 200 i prigionieri; gli altri si diedero a fuga precipitosa e furono accolti nella città saldamente fortificata, mentre Castel S. Angelo, che era in mano ai Pierleoni, restava neutrale.

 
La mattina dopo, il papa si presentò al campo dell’imperatore e pregò quest’ultimo di lasciar liberi i prigionieri [che infame !, ndr], che furono invece affidati al prefetto Pietro. Tuttavia la pur cruenta vittoria era stata cosi incompleta che questo grande imperatore che si considerava il legittimo signore del mondo dovette andarsene via senza aver messo piede a Roma. I Romani in quell’occasione si mostrarono veramente degni della propria libertà; virilmente asserragliati dietro le proprie mura, sfidarono l’imperatore, si rifiutarono di rifornirlo di viveri e vollero continuare la lotta. Perciò, il 19 giugno, Federico fu costretto a togliere il campo. Condusse con sé il papa e i cardinali, che fuggivano tutti da Roma, e si diresse quindi verso il Soratte. Durante la marcia attraverso il territorio romano fece radere al suolo tutte le torri che i grandi di Roma avevano fatto erigere sui loro possedimenti.

 
E’ probabile che allora, e proprio in quella campagna nei dintorni del Soratte, abbia avuto luogo la esecuzione di Arnaldo. La fine di quel famoso demagogo è oscura quanto quella di Crescenzio, poiché i contemporanei vi accennano di sfuggita e con una sorta di timidezza. Dopo la sua estradizione, egli era stato consegnato al prefetto della città. Questi insieme coi suoi, una potente famiglia di capitani che aveva ricchissimi possedimenti nella contea di Viterbo, aveva combattuto a lungo contro il comune romano e a causa di esso aveva subito danni non indifferenti; perciò odiava ferocemente Arnaldo. Fu certo con l’approvazione dell’imperatore che egli lo condannò a morte come ribelle ed eretico dopo una probabile sentenza del tribunale ecclesiastico. Lo sventurato rinunziò coraggiosamente all’appello; dichiarò che le proprie dottrine erano giuste e salutari e dichiarò di essere pronto a morire per esse. Chiese soltanto una piccola dilazione per confessare a Cristo i suoi peccati; pregò in ginocchio con le mani levate al cielo e raccomandò a Dio la propria anima. Gli stessi carnefici furono mossi a compassione. Cosi narra una poesia scoperta di recente, composta da un bresciano seguace dell’imperatore. Anche costui, come altri autori contemporanei, dice che Arnaldo fu prima impiccato e poi bruciato, per evitare che qualche reliquia giungesse fino ai Romani, e questo dimostra sino a qual punto il popolo lo avesse adorato. Secondo altri, le sue ceneri furono sparse nel Tevere. Il luogo del supplizio non fu mai individuato con esattezza.

 
Il fumo che si levò da quel rogo oscurò la maestà del giovane re le cui mani si erano tanto spesso lordate di sangue; Arnaldo fu sacrificato alle esigenze politiche del momento, ma sopravvissero i suoi vendicatori, i cittadini delle città lombarde che un giorno avrebbero piegato Federico a riconoscere la gloriosa opera della libertà cui lo spirito del monaco di Brescia aveva tanto efficacemente contribuito. Spesso la mano dei forti, senza che la loro mente lo preveda, mette in moto ingranaggi che provocano grandiosi avvenimenti, dai quali essi stessi sono sopraffatti. L’Arnaldo da Brescia che stava davanti a Federico non era lo stesso uomo che è oggi per noi, e ben poco il re doveva aver sentito parlare di lui. Che cosa poteva importargli della vita di quell’eretico? Se poi, al contrario, era informato sulla sua persona certo non era ben disposto verso questo lombardo dalle idee politiche innovatrici, lui che era stato in lotta con le città dell’Italia settentrionale e con Roma stessa. Così egli ne annientò la forza benché più tardi essa avrebbe potuto essergli di grande aiuto. Bisogna dire che a Roma Federico non diede prova di molta accortezza; invece di ricondurre la democrazia romana nei suoi giusti limiti – cosa che non gli sarebbe stato difficile attuare – mostrando fermezza e benevolenza al tempo stesso, e anziché strapparla all’influenza del papa per ricondurla sotto l’autorità dell’impero, egli ciecamente la respinse da sé. In tal modo si inimicò molte altre città e vide infine miseramente fallire tutti i suoi dissennati progetti.

 
Arnaldo da Brescia apri la serie dei gloriosi martiri della libertà che morirono sul rogo, ma il cui spirito indomito risorse come una fenice dalle fiamme per sopravvivere nei secoli.

 
Si potrebbe definirlo profeta, tanto chiaramente egli penetrò l’essenza dell’epoca sua, tanto lontano egli vide perseguendo uno scopo che Roma e l’Italia avrebbero raggiunto 700 anni dopo di lui. La coscienza del tempo in cui visse, ormai matura, fece di lui un riformatore geniale, sicché il primo eretico politico del Medioevo nacque dalla lotta per le investiture e ne fu la naturale conseguenza. La lotta tra i due poteri e la trasformazione delle città furono i grandi fenomeni concreti che gli servirono da fondamento storico. Una necessità interiore dovette guidarlo là dove stava la radice di tutti i mali. Se non avesse sperimentato a Roma se stesso, se ivi non avesse trovato la morte, Arnaldo avrebbe rappresentato il suo tempo in maniera incompleta. Roma, schiacciata contemporaneamente sotto il peso dell’antica grandezza e delle due massime potenze del mondo, non poteva durevolmente mantenere la sua libertà. Tuttavia la sua costituzione, cui Arnaldo aveva tanto contribuito in qualità di legislatore, resistette ancora a lungo dopo di lui; né a Roma si estinse mai la scuola degli arnaldisti, cioè dei politici. Tutto ciò che sul piano filosofico o su quello pratico si è opposto al carattere secolare del sacerdozio, ha sempre trovato in Arnaldo una esemplificazione storica; questo è tanto più vero in quanto le sue teorie non vennero mai guastate da volgari finalità tanto che persino i suoi più acerrimi oppositori riconobbero che egli era spinto soltanto da imperativi spirituali. Per la grandezza del tempo in cui viss e per il vigore del suo pensiero Arnaldo supera di gran lunga tutti coloro che sorsero dopo di lui a combattere per la libertà di Roma. Il Savonarola, al quale egli è stato paragonato, può suscitare un moto di repulsione in un animo virile per il suo spirito schiettamente monastico e l’affiato taumaturgico che da lui emanava; ma dell’amico di Abelardo non si narrano né oracoli né portenti; egli appare sano, vigoroso e chiaro, sia che lo fosse veramente, sia che la storia abbia taciuto molte cose di lui; le sue dottrine avevano tanta vitalità da essere ancora attuali oggi, nell’anno 1862. Ai nostri giorni Arnaldo da Brescia sarebbe ancora l’uomo più popolare d’Italia; è tanto arduo, infatti, infrangere quelle catene che dal lontano Medioevo tengono avvinte Roma e l’Italia, che lo spirito di quel monaco eretico del XII secolo, non può ancora trovare riposo e continua ad errare senza pace per le strade di Roma [con la Chiesa ancora oscenamente al potere, ndr].
Federico passò il Tevere presso Magliano e attraverso Farfa, sulle orme di Enrico IV, giunse a Ponte Lucano. Ivi, nell’accampamento tedesco, fu celebrata con pompa solenne la festività di Pietro e Paolo e in questa occasione il papa assolse le truppe germaniche dai peccati commessi, mondando le loro anime dal sangue versato a Roma [infame !, ndr]. Le città della Campagna si affrettarono a pagare all’imperatore il gravoso foderum [l’obbligo di alimentare i soldati e la corte imperiale al passaggio per le loro terre, ndr], altre gli resero omaggio mettendosi sotto la sua protezione e Tivoli, che in odio ai Romani si era schierata dalla parte del papa, sperò in quel momento di liberarsi anche dal giogo di quest’ultimo. Ambasciatori del comune alla cui testa c’erano ormai senza dubbio i consoli, consegnarono all’imperatore, che riconoscevano come capo supremo, le chiavi della città. Per vendicarsi dei Romani, questi avrebbe rafforzato volentieri una città nemica del senato, ma Adriano rivendicò, i diritti della Chiesa e l’imperatore sciolti i Tivolesi dal giuramento di sottomissione, restituì loro la città. Questo fu il solo misero compenso che il papa ricevette da Federico, il quale non aveva potuto mantenere la promessa di fare di lui il signore di Roma.
Proseguì quindi per Tuscolo e fino alla fine di luglio si trattenne con Adriano sui monti Albani. Di la fingeva di voler riprendere le ostilità contro Roma, ma in realtà la sua spedizione non aveva nessuno scopo; né poteva acconsentire alla preghiera di portare la guerra in Puglia contro Guglielmo I, perché i suoi grandi vassalli tedeschi ragionevolmente vi si opponevano, né in quella stagione dell’anno poteva intraprendere qualche cosa ai danni di Roma. Perciò, quando le febbri estive contagiarono i soldati, tra i quali già serpeggiava il malcontento, dovette prendere la via del ritorno, non senza un moto di dolorosa vergogna, e abbandonare al suo destino il pontefice. Consegnatigli i prigionieri, egli si congedò da lui a Tivoli e poi, dopo essere passato per Farfa, prese la via del ritorno. Durante la sua marcia verso la patria, la longobarda Spoleto, città ricca di onore e di fama, fu messa a ferro e fuoco con barbaro furore. Con pieno diritto lo Hohenstaufen poteva farsi. chiamare ora, come l’antico Demetrio, «distruttore di città».

(8) Riporto da Wikipedia le notizie su una leggenda nata intorno alla Battaglia di Legnano. Devo farlo visto che alcuni valliggiani del Nord utilizzano la leggenda a fini politici:

Come afferma Federico A. Rossi di Marignano nella sua biografia su Federico Barbarossa, il nome di un Alberto de Gluxano appare per la prima volta in una pergamena di data incerta, risalente secondo gli studiosi al 1196, posteriore cioè di vent’anni alla battaglia di Legnano. Il documento, conservato nell’Archivio dell’Ospedale Maggiore di Milano, contiene una supplica sottoscritta da alcuni abitanti di Porta Comacina che si appellavano contro una sentenza dell’arcivescovo di Milano a un papa indicato con la sola iniziale del nome: C., probabilmente Celestino III. Il nome di Albertus de Gluxano è il ventottesimo in un elenco di cinquanta postulanti. Un Alberto de Gluxano è dunque realmente esistito nella seconda metà del XII secolo, ma non è documentata la sua coincidenza con il leggendario eroe di Legnano. Con l’esclusione della possibile provenienza, Giussano, una città a 25 km a nord di Milano, non si hanno notizie storiche e biografiche certe. Appare per la prima volta nella cronaca storica della città di Milano scritta dal frate domenicano Galvano Fiamma nella prima metà del XIV secolo. La cronaca fu scritta per compiacere Galeazzo Visconti signore di Milano, ricostruendo la storia del medioevo del comune in toni eroici. Alberto venne descritto come il cavaliere che si distinse insieme ai due fratelli nella battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 per aver guidato la Compagnia della Morte.

Secondo Galvano Fiamma, egli fondò, organizzò ed equipaggiò la Compagnia della Morte descritta come un’associazione militare di 900 giovani cavalieri scelti con il compito di difendere fino alla morte il carroccio, simbolo della Lega Lombarda, contro l’esercito imperiale di Federico I Barbarossa, imperatore del Sacro Romano Impero. Tale Compagnia della Morte sarebbe stata per la verità assemblata alla svelta e composta quasi totalmente da Bresciani o cavalieri provenienti dalle regioni orientali della Lombardia e forniti da quei comuni che, primo fra tutti Brescia, appoggiarono l’ideale comunale (e papale) contro quello imperiale (la città di Alessandria stessa deve il suo nome al papa che appoggiò i comuni contro l’impero). Alberto da Giussano, secondo alcune credenze verificabili in maniera incrociata potrebbe, ma non esiste sicurezza, essere stato podestà, “notaro” o altrimenti pubblico funzionario. Tale credenza è rafforzata dalla origine (Giussano) in un contesto sì Lombardo, ma di portata certo superiore (i pubblici funzionari erano originari di altri comuni per evitare “conflitti di interessi”). Alcuni storici ritengono tuttavia la sua figura poco attendibile in quanto “troppo romanzata ed idealizzante“. Nell’immaginario collettivo egli rimane comunque un simbolo della battaglia di Legnano celebrata durante il risorgimento come una vittoria del popolo italiano contro l’invasore straniero, tanto da esser inclusa nel “Canto degli Italiani” di Goffredo Mameli e da diventare l’argomento dell’omonima opera di Giuseppe Verdi, senza però citare il leggendario condottiero.

Sebbene più recentemente Alberto da Giussano sia divenuto un simbolo per alcuni movimenti indipendentisti del Nord, vale la pena ricordare che fu invece l’intervento dell’Imperatore Barbarossa ad essere in realtà invocato proprio da alcuni Comuni, come Lodi, Pavia e Como, che ne implorarono l’aiuto contro la prepotenza di Milano che, dopo aver distrutto Lodi e dopo aver vinto una guerra decennale contro Como (1127), ne limitava l’indipendenza e impediva lo sviluppo delle altre città.

Nel 1876, in occasione del settecentesimo anniversario della battaglia, il comune di Legnano, stimolato da un discorso di Garibaldi tenuto in città nel 1862, fece erigere in suo onore una statua che lo raffigura, inizialmente realizzata dallo scultore Egidio Pozzi e poi sostituita nel 1900 da un’altra realizzata da Enrico Butti. La statua definitiva, rappresenta l’eroe in una posa poi diventata famosa, con la spada alzata e lo scudo nella sinistra e si trova in Piazza Monumento, nei pressi della stazione ferroviaria.

Nel 1879 Giosuè Carducci ne fece uno dei protagonisti della sua celebre opera “Della Canzone di Legnano“. […]

(9) Tra Alessandro III e Clemente III vi furono i seguenti Papi:

171. — Lucio III, Lucchese, Ubaldo Allucingoli, 1. 6.IX.1181 — 25.XI.1185.
172. — Urbano III, Milanese, Uberto Crivelli, 25.XI, 1.XII.1185 — 20. X.1187.
173. — Gregorio VIII, di Benevento, Alberto di Morra, 21. 25.X.1187— 17.XII.1187.

Lucio ebbe rapporti durissimi con il popolo di Roma che voleva riconosciuto il Senato del Comune. Iniziò una lotta armata che finì con un “odio selvaggio e barbarico dei romani contro il clero” (Gregorovius). Lucio dovette scappare da Roma per riparare a Verona dove emanarono un decreto comune contro gli eretici di allora, i Catari ed i Valdesi (sulle persecuzioni criminali contro le pretese eresie tornerò oltre).

Urbano III, che mai riuscì ad arrivare a Roma, fu talmente poco considerato dall’Imperatore che Barbarossa fece sposare a Milano, dove Urbano era stato vescovo, suo figlio Enrico VI con Costanza d’Altavilla. Per rappresaglia Urbano rifiutò d’incoronare Enrico VI.

Gregorio VIII si mostrò disponibile ad incoronare Enrico VI Imperatore ma gli premeva di più lanciare la Terza Crociata e fece gestioni in tal senso preso le Repubbliche Marinare. Anch’egli non riuscì mai ad arrivare a Roma.

(10) Tra Gregorio VIII ed Innocenzo III vi furono i seguenti Papi:

174. — Clemente III, Romano, Paolo Scolari, 19, 20.XII.1187 — … III. 1191.
175. — Celestino III, Romano, Giacinto Bobone, 10, 14.IV.1191 — 8.I.1198.  

Clemente III, citato nel testo come colui che lanciò la Terza Crociata, desideroso di mettere piede a Roma, dove i precedenti Papi erano stati impossibilitati a farlo per non aver voluto riconoscere la potestà comunale del Senato, fece un accordo con le autorità di Roma con il quale veniva riconosciuta la sovranità papale su Roma, il Senato gli giurava fedeltà, la Chiesa poteva battere moneta con un terzo degli introiti che andavano al Senato per pagare le ipoteche della Chiesa. Per parte sua il Papa si impegnava a risarcire i Romani dei danni di guerra. La milizia di Roma, dietro pagamento, poteva essere utilizzata dal Papa per difendere i suoi patrimoni. Come conseguenza i nobili, legati da sempre al Papato, dovettero riconoscere il Comune con lo sgradevole risultato che i nobili si inserirono nella gestione civile snaturando via via le conquiste liberali di plebe e borghesia.

Celestino III dovette affrontare da subito la discesa dalla Germania di Enrico VI che voleva essere incoronato. Il Senato di Roma non accettò l’entrata in città degli armati tedeschi se i medesimi non se ne fossero andati via dalla difesa di Tuscolo. Enrico VI accettò e venne incoronato insieme a sua moglie Costanza (1191), subito dopo i Romani rasero al suolo Tuscolo, quel covo di nobili che tanto danno aveva fatto alla città. La degenerazione del Senato di Roma avvenne sotto questo Papa. Le lotte non erano più contro di lui ma per essere eletti senatori e qui vinse chi aveva più denaro che erano i nobili, cioè gli illustri accattoni che vivevano a spese del papa, ei vescovi e dei luoghi pii di Roma (Gregorovius). Il Senato cambiò la sua natura e divenne aristocratico con ilo sostegno attivo del Papa (non si sono mai smentiti e non si smentiranno mai, per maggiore gloria di Gesù). Celestino senza più l’opposizione del Senato poté incrementare le entrate della Chiesa con balzelli a tutti (chi si occupava delle finanze era Cencio Savelli, il futuro Papa Onorio III). Ma Celestino lanciò anche la IV Crociata che gli era stata chiesta da Enrico VI che voleva vendicare il padre morto affogato.

BIBLIOGRAFIA

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(2) Paolo Cammarosano – Storia dell’Italia Medievale. Dal VI all’XI secolo – Laterza 2001

(3) Claudio Rendina – I Papi, storia e segreti – Newton Compton 1999

(4 ) Ferdinand Gregorovius . Storia di Roma nel Medio Evo – Avanzini e Torraca, Roma 1967

(5) Ludovico Gatto – Le crociate – Newton & Compton 2005

(6) Steven Runciman – Storia delle crociate – Mondadori 2010

(7) Georges Tate – L’Orient des Croisades – Gallimard – 1999

(8) Amin Maalouf – Les croisades, vues par les Arabes – J.C. Lattés, 1983

(9) G. Tabacco, G. G. Merlo – Il Medioevo – Il Mulino 1989

(10) G. Ostrogorsky – Storia dell’impero bizantino – Einaudi 1993

(11) S. Runciman – Storia delle Crociate – Einaudi 1993

(12) G. Ortalli (a cura di) – Storia d’Europa. Il Medioevo – Einaudi 1994

(13) P. Cortesi – Il libro nero del Medioevo – Newton & Compton 2005

(14) A. Demurger – I cavalieri di Cristo – Garzanti 2004

(15) Ludovico Gatto – Il Medioevo – Newton & Compton 2005

(16) O. Capitani – Storia dell’Italia medievale – Laterza 2009

(17) J. Le Goff – La civiltà dell’Occidente medievale – Einaudi 1999

(18) U. Haarmann (a cura di) – Storia del mondo arabo – Einaudi 2010

(19) Claudio Rendina – I Papi, storia e segreti – Newton Compton 1999

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