Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

Gennaio 2012

PRELIMINARI ALLA TERZA CROCIATA

       Nel 1174, abbiamo visto nell’articolo precedente morivano sia Nurradin che Amalrico, i due leader di grande rilievo sia del mondo musulmano (Regno di Siria) che cristiano (Regno di Gerusalemme).

Il vastissimo territorio della Siria governato da Nurradin fu subito preda di molti profittatori che rivendicavano la successione o dell’intero territorio o di singole città. L’erede naturale di Nurradin era suo figlio Malik as-Salik Ismail, un giovanetto di 11 anni che si trovava con Nurradin a Damasco. Ma l’emiro Ibn al-Muqaddam, in accordo con la madre di Malik, si impadronì della reggenza. Subito però il governatore Gumushtekin della più grande città del regno, Aleppo, si proclamò suo reggente. Il cugino del giovane Malik, Saif ed-Din dell’altra grande città, Mosul, intervenne anch’egli per annettersi un vasto territorio comprendente Nisibin e tutto lo Jezireh fino ad Edessa. Saladino, per parte sua, scrisse a Damasco per rivendicare la reggenza. Si può apprezzare che la morte di Nurradin avevano spezzato l’unità musulmana e la grande potenza rappresentata da Nurradin.

Il piccolo regno di Gerusalemme aveva il problema opposto perché non si avevano pretendenti al suo trono. L’erede naturale era il figlio di primo letto di Amalrico, il tredicenne lebbroso Baldovino IV, che secondo gli ordinari canoni dinastici non avrebbe potuto pretendere il trono essendo, appunto, lebbroso. La sorella, ancora di primo letto, di Baldovino era la quattordicenne Sibilla non ancora sposata. La seconda moglie di Baldovino (ricordo che il matrimonio con la prima moglie, Agnese, era stato annullato per consanguineità), Maria Comnena aveva avuto due figlie, comunque in tenera età, una delle quali era morta. In questa situazione i nobili di Gerusalemme accettarono Baldovino come Re di Gerusalemme e, come tale fu incoronato il 15 luglio 1174, 4 giorni dopo la morte di Amalrico. Non fu nominato alcun reggente mentre il governo venne preso dal più caro amico di Amalrico, il più alto dignitario del regno che era anche signore del grande feudo della Transgiordania, Miles di Plancy. Costui non era però ben accetto dai nobili e quindi la reggenza del governo venne pretesa dal trentaquattrenne Raimondo di Tripoli in quanto parente più stretto di Amalrico (dopo le sue sorelle) ed in quanto aveva sposato recentemente la seconda grande ereditiera del regno, la principessa di Galilea, Eschiva di Bures, vedova di Gualtiero di Saint-Omer. Raimondo, con il sostegno del capo dell’esercito, il conestabile Honfroi II di Toron (Toron era un importante castello crociato sulla strada tra Tiro e Damasco), e di altri nobili (Rinaldo di Sidone e la famiglia Ibelin) riuscì ad assicurarsi la reggenze nel tardo autunno del 1174. Miles aveva dovuto accettare e solo qualche settimana dopo fu assassinato nottetempo ad Acri.

Nel regno di Gerusalemme iniziarono ad emergere due posizioni o partiti inconciliabili: da una parte i discendenti dei primi crociati, in sintonia con i Gesolimitani e con Raimondo di Tripoli, che ormai desideravano gestire l’esistente, vivere in tranquillità con i vicini musulmani abbandonando ogni idea di guerra. Dall’altra parte vi erano i nuovi arrivati, in sintonia con i Templari che invece volevano seguire con la politica di liberazione dell’intera Palestina dagli infedeli e costituire dei regni sicuri ai loro confini. Questo secondo partito, fatto di persone aggressive ed oggi diremmo fondamentaliste, non aveva ancora dei capi riconoscibili che però si fecero avanti nel 1175 quando vennero rilasciati dalle prigioni musulmane Rinaldo di Châtillon e Joscelin di Edessa (come vedremo) dove avevano trascorso 16 anni (molto poco per Rinaldo, visto il  personaggio). Questi due partiti iniziarono con intrighi e conversioni interessate oltre ad istillare odio ovunque. Per capire meglio quanto accadde e che vedremo più oltre è necessario entrare in queste vicende.

Le due vedove di Amalrico si odiavano cordialmente tra loro. La prima moglie Agnese di Courtenay, sorella del conte Joscelin, appena annullato il matrimonio con Amalrico, si era risposata prima con Ugo di Ibelin, morto poco dopo, e quindi con Rinaldo di Sidone che, per sommo sfregio si fece annullare il matrimonio dopo aver scoperto quelle consanguineità che la Chiesa aborriva. Agnese parteggiava per suo fratello Joscelin e per i Templari mentre Rinaldo di Sidone per il partito avverso del Re Rinaldo di Tripoli. La seconda moglie, Maria Comnena si era risposata con Baliano di Ibelin fratello di Ugo di Ibelin. Rinaldo di Chatillon, poco dopo essere stato liberato, sposò Stefania, vedova di Miles di Plancy, che considerava il reggente Raimondo di Tripoli l’assassino di suo marito. La profonda inimicizia di Raimondo con i Templari era dovuta ad una questione personale. Quando nel 1773 giunse a Tripoli un cavaliere fiammingo di nome Gerardo di Ribfort, Raimondo gli promise una nobile locale in sposa. Ma poi arrivò un altro cavaliere, questa volta il pisano Plivano, che ottenne la nobile in sposa in luogo di Gerardo perché l’aveva pagata mettendola sulla bilancia e dando a Raimondo l’equivalente in oro. Gerardo si infuriò ed entrò nell’ordine Templare divenendone il membro più influente con l’idea di vendicarsi in qualche modo.

Il giovane Re sapeva di trovarsi in mezzo ad una situazione molto complessa e cercò di farvi fronte come poteva. Confermò il reggente Raimondo per tre anni, nominò suo zio Joscelin a capo dell’esercito (1176), fece tornare sua madre Agnese a corte sentendosi da lei dipendente (dipendenza disastrosa da una donna mai sazia di uomini e denaro). Si sentiva defraudata del tempo in cui gli erano stati sottratti i figli che ora tornavano sotto la sua influenza, soprattutto Sibilla.

Raimondo, per parte sua, sapeva che il suo scopo principale era il difendersi dalle mire di Saladino. Ora Damasco e Cairo erano unite in un fronte comune al quale, per sua fortuna, sfuggiva Aleppo. Un attacco di Saladino ad Aleppo fu respinto grazie all’aiuto di Raimondo e per questo il governatore della città, Gumushtekin, fu grato a Raimondo e a febbraio del 1175 liberò dalle sue galere Rinaldo di Châtillon e Joscelin di Edessa. Ma Aladino continuò finché non mise alle strette Gumushtekin che dovette firmare una tregua e cedere dei territori. Ciò significa che se anche Aleppo non era sua, ormai la aveva intimidita e resa a portata di mano. E con Aleppo anche Damasco perché Malik as-Salih Ismail, il figlio undicenne di Nurradin che aveva sostituito il padre a Damasco, e del quale Saladino era vassallo, si era alleato con Gumushtekin e con questi sconfitto. La sua politica poté quindi forzare i tempi anche in Egitto dove, nel maggio 1175, si proclamò Re d’Egitto e di Siria, avendo il riconoscimento del califfo di Bagdad e, lo ripeto, essendosi liberato dal vassallaggio rispetto ad as-Salik. Saladino sembrava ora avere spazi enormi per iniziare una politica di attacco ai regni cristiani. La prima cosa che pensò di fare era togliersi di torno gli assassini. Ma qui funzionarono superstizione e magia. Vari sogni che aveva fatto gli avevano fatto aver timore di questa setta per cui decise di lasciarla in pace alle sue montagne. Mandò una ambasceria allo sceicco Sinan, il Vecchio della Montagna, che era a capo della setta e chiese a lui di perdonarlo per i suoi peccati. In cambio avrebbe lasciato tranquilla per sempre la setta. Il problema degli assassini era risolto con il perdono avuto ma una operazione come questa non era possibile (chi lo sa ?) con i franchi. Vi furono battaglie nella Valle della Bekaa (contea di Tripoli) tra Saladino, che impegnava in campo anche suo fratello, Turanshah, ed i franchi guidati da Raimondo. I franchi avevano avuto la meglio e Saladino se ne era tornato in Egitto dove arrivò a settembre lasciando il fratello  con un grande esercito in Siria. A Saladino serviva tempo per organizzare lo Stato e le difese dell’Egitto e questo tempo serviva pure ai franchi. Per un anno non vi furono battaglie.

  I problemi dei cristiani erano gravi perché Baldovino avrebbe compiuto la maggiore età dei 16 anni nel 1177 e la reggenza di Raimondo sarebbe decaduta. Ma la sua malattia, la lebbra, lo faceva peggiorare tanto che serviva subito garantire la successione. Era Sibilla che doveva sposarsi ed avere l’erede richiesto. Informato di ciò Re Luigi VII di Francia offrì un suo nobile cavaliere quale sposo: Guglielmo Spada-Lunga, figlio maggiore del Marchese di Monferrato, uno degli uomini più ricchi del Nord Italia, cugino sia di Federico Barbarossa di Germania che di Luigi VII di Francia. Re Baldovino lo invitò quindi in Palestina. dove nell’ottobre del 1176 sposò Sibilla. Ma Guglielmo, a questo punto Re di Gerusalemme, si ammalò subito di malaria e morì agli inizi del 1177. Sibilla diede alla luce un bambino ma si sarebbe dovuti passare di nuovo per una reggenza per cui erano indispensabili seconde nozze. Ambasciatori furono inviati in Europa perché trovassero subito un nuovo sposo per Sibilla perché quella fortunata tregua non poteva durare. Ma non ci fu nulla da fare perché i nobili principi cristiani avevano beghe a casa loro e delle sorti della cristianità in Terra Santa se ne fregavano. Vi era un ulteriore problema: anche Bisanzio non sarebbe più stata disponibile a dare una mano perché la lunga tregue con i Turchi Selgiuchidi() era finita  nel 1176 quando il sultano Kilij Arslan II, dopo la morte di Nurradin che era la sua minaccia per la quale serviva l’alleanza con i bizantini, si stufò del vassallaggio di Bisanzio. Resosi conto di ciò l’Imperatore Manuele decise di chiudere definitivamente la partita con i Selgiuchidi rendendo aperta e sicura la via attraverso l’Anatolia per la Terra Santa. Manuele si mise alla testa di un esercito mentre suo cugino, Andronico Vatatse, alla testa di un altro. Manuele, incoraggiato da piccole vittorie ottenute, si spinse all’interno del territorio dei Selgiuchidi ma marciava piano perché appesantito da molti carri e da macchine d’assedio. Andronico, meno appesantito, seguendo un cammino a Nord arrivò sotto le mura di Niksar. Qui, ai primi di settembre del 1176,  subì una clamorosa sconfitta ed il sultano utilizzerà la testa di Andronico per diffondere terrore. Manuele avanzava invece più a Sud in territori che Kilij andava devastando. La strada che doveva fare Manuele era attraverso il passo di Tzibritse nei monti Sultan Dagh, al di là del quale vi erano le rovine del forte di Miriocefale (un poco più a Sud di Iconio) dove si trovava l’esercito Turco ben visibile schierato lungo le falde di una collina.

Nella cartina, in alto a destra, è riportata Niksar (o Neocaesarea) ed in basso al centro Miriocefale

Nonostante i consigli dei comandanti più esperti che sconsigliavano di attaccare attraverso il passo, Manuele si fece convincere dai giovani. Fece entrare tutto l’esercito nella stretta gola dove non era in grado di manovrare e neppure di arretrare considerando la pressione delle retroguardie. Baldovino di Antiochia (cognato di Manuele) attaccò con la sua cavalleria su per la collina. Tutti furono sterminati. Mentre più in basso l’esercito di fanti ed altra cavalleria non era in grado di muovere ed attaccare con agilità. Tutti, compreso Manuele, furono presi dal panico e tentarono di fuggire fuori dal passo. I carri e le macchine li bloccarono ed a questo punto i Turchi attaccarono facendo ben vedere la testa di Andronico infissa su una lancia ed iniziò il massacro che sembrava dovesse finire solo con lo sterminio totale. Ma qui il sultano inviò un ambasceria a Manuele offrendogli la pace se Manuele avesse smantellato due fortezze bizantine appena costruite, quelle di Sublaeum e di Dorileo. Manuele accettò con gratitudine e riuscì a salvare la sua pelle e quella di gran parte della sua avanguardia insieme a resti sparpagliati di esercito. E’ probabile che il sultano non si fosse reso conto che se insisteva solo un poco avrebbe finito completamente l’esercito bizantino ma le cose stanno così probabilmente perché in quel momento gli interessi di Kilij erano diretti ad Oriente. Sta di fatto che quella sconfitta aveva distrutto completamente l’esercito bizantino, senza speranze per il futuro prossimo. L’esercito sarebbe stato ancora in grado di controllare le frontiere ma non avrebbe potuto più minacciare nessuno, tantomeno essere l’ultimo baluardo in difesa dei regni cristiani.

Manuele non aveva più un esercito di terra degno di questo nome ma continuava ad avere una flotta che presto intervenne inutilmente. Era infatti arrivato ad Acri un nobile occidentale, il conte Filippo di Fiandra, con un consistente accompagnamento di truppe. Tutti cedettero che costui era arrivato in Terra Santa per dare manforte e per scongiurare la minaccia di Saladino. Il Re Baldovino preparò il suo esercito e Manuele presentò davanti alle coste palestinesi una flotta di 70 navi. Appena fu chiesto a Filippo di prepararsi, il personaggio mostrò di non averne intenzione affermando che la sua venuta era solo per sposare le sue due nipoti Baldovino urlò contro di lui e questi offeso se ne andò prima verso Tripoli, poi verso Antiochia e quindi imbarcandosi verso Bisanzio. I rappresentanti imperiali restarono disgustati e riferirono a Manuele della estrema leggerezza e volatilità dei franchi.

Saladino era informato di ogni cosa da sue spie ed approfittò per attaccare la Palestina attraversando la frontiera cristiana il 18 novembre mentre delle sue navi bloccavano il porto di Ascalona. I Templari si erano preparati a difendere Gaza chiamando tutti a raccolta mentre Re Baldovino accorse nella fortezza di Ascalona prima che cadesse in mani nemiche. Saladino invece di fermarsi a Gaza puntò direttamente ad Ascalona e qui, saputo che il Re era all’interno della fortezza, lasciò ad Ascalona un piccolo contingente per ingannare il Re e si diresse direttamente verso Gerusalemme. Qui Saladino fece l’errore di credere che tutto era ormai fatto e che si trattava ormai solo di prendere possesso del regno di Gerusalemme e quindi diede campo libero alle sue truppe per saccheggiare ciò che credevano meglio. Baldovino si rese conto di ciò che accadeva ed inviò urgentissimamente un messaggio ai Templari al fine di farli accorrere. Quando l’esercito templare fu a vista, Baldovino fece una sortita dalla fortezza e si unì ad essi. A tappe forzate marciarono all’inseguimento di Saladino e lo raggiunsero mentre era impegnato, con il disordine del rompete le righe di cui dicevo, in un difficile passaggio vicino ad un burrone, dove era il castello di Montgisard. Vi fu una grande sorpresa e Saladino non riuscì ad organizzare i suoi. I reggimenti che non si dettero alla fuga furono distrutti e lo stesso Saladino si salvò solo grazie alla sua guardia del corpo (25 novembre 1177). Le cronache del tempo parlano del grande eroismo cristiano e qualcuno azzarda di aver visto San Giorgio combattere a fianco degli eroi per la cristianità. Ciò che restava dell’esercito di Saladino si trascinò penosamente attraverso il deserto e Saladino si sentì in dovere di avvertire il Cairo che era ancora vivo per paura che i suoi avversari sciiti approfittassero dell’occasione per cacciarlo.

La Siria al tempo della Prima Crociata con i cammini fatti da vari eserciti (da Runciman). Mi servo di questa cartina per situare le città e fortezze citate nel testo.

       Era stata una brutta sconfitta quella di Saladino e se Re Baldovino lo avesse inseguito e, in quel momento, lo avesse attaccato nelle sue roccaforti, molto probabilmente si sarebbe sbarazzato di lui. Ma le cose erano ormai regolate con il numero di uomini a disposizione. Mentre Saladino poteva subire sconfitte per avere riserve illimitate, Baldovino non aveva dove rifornirsi. Passò comunque qualche tempo prima di nuovi scontri, il tempo necessario a Saladino per rimettere in piedi il suo esercito e a Baldovino quello di sistemare ed accrescere le sue difese e fortificazioni (tra l’altro costruendo una barriera proprio lì dove era un guado sul Giordano che veniva utilizzato da pastori musulmani per far transitare le loro pecore). Ricominciarono poi scontri un poco dappertutto, gli attacchi di Saladino potevano aver luogo a Nord o a Sud ed i cristiani non potevano far altro che tentare di arginarli. Baldovino attaccava invece per conquistare qualche gregge di pecore. Tra gli altri, il 29 agosto 1179, vi fu un attacco di Saladino ad un castello di Baldovino al Guado di Giacobbe. Ciò accadeva quando altri nobili occidentali erano in visita con i loro eserciti a Gerusalemme. Saladino riuscì a rompere le mura del castello ed entrato fece una strage degli occupanti. Baldovino voleva accorrere con gli eserciti dei cristiani in visita i quali però se ne andarono rapidamente rifiutando ogni aiuto. E le scorrerie di Saladino continuarono finché a maggio del 1180 fu concordata una tregua di due anni. La richiesta di tregua era comprensibile per i regni cristiani e lo divenne anche per Saladino per ragioni meteorologiche: una grande siccità stava originando una grande carestia. Inoltre nei piani di Saladino vi era la conquista di Aleppo prima di quella di Gerusalemme. Per portare a termine quanto pensava Saladino, il 2 ottobre 1180, tenne una specie di congresso vicino Samosata con tutti capi musulmani delle regioni del Nord per siglare una pace anche qui di due anni, pace non solo tra Saladino e gli altri, ma di ciascuno con ciascun altro.

       Baldovino approfittò della tregua per organizzare alleanze e difese al suo traballante regno. Sul finire del 1179 l’arcivescovo di Tiro, Guglielmo, si era recato a Roma per un Concilio in Laterano e di ritorno si fermò a Bisanzio dove si rese conto che Manuele, sempre cortese, era morente. Prese parte ad alcune nozze di famiglia reale: il Ranieri di Monferrato (che abbiamo già incontrato) sposava una figlia di Manuele, la zitella ventottenne Maria Porfirogeneta, mentre il figlio di Manuele, Alessio, di 10 anni, sposava la principessa Agnese di Francia di 9 anni(2). Dico questo per sottolineare che contatti ad alto livello tra i maggiori possibili alleati davano esito negativo. Vi fu comunque un’alleanza con il principe armeno Rupen che agli inizi del 1181 venne a Gerusalemme a rafforzare tale alleanza sposando Isabella di Toron, sorella di Honfroi IV di Toron e figlia di Stefania di Transgiordania. Altro alleato era il Patriarca monofisita Michele di Siria con i suoi fedeli. Come si vede poco, molto poco per dei piccoli regni circondati dalla crescente potenza militare di Saladino. L’Occidente era cieco e sordo e neanche rispondeva a quell’offerta di matrimonio con Sibilla, matrimonio che avrebbe fatto Re lo sposo. Sibilla, nel frattempo, si era innamorata di Baldovino di Ibelin che però venne fatto prigioniero dai musulmani. Quando fu rilasciato, con la promessa che avrebbe pagato il riscatto, Sibilla disse che non poteva sposare uno con tanti debiti. Allora Baldovino si recò a Bisanzio a chiedere aiuto a Manuele che, generoso come sempre, gli pagò il riscatto. Baldovino tornò trionfante a Gerusalemme dove … Sibilla, con i consigli nefasti di mamma Agnese, era fidanzata con un altro (inizio primavera 1180), uno sciocco, debole ed incapace, che sposò a Pasqua del 1180. Ma Agnese era una vera arpia malata di sesso, in cambio del quale poteva anche crollare il regno di Gerusalemme e lo dimostrò alla morte del Patriarca Amalrico di Gerusalemme (6 ottobre 1180). Ella brigò contro tutti, soprattutto contro Guglielmo di Tiro che supplicava di non farlo, per far eleggere come nuovo Patriarca, il vescovo Eraclio di Cesarea. Costui era addirittura incapace di leggere e scrivere ma era un uomo affascinate per Agnese. Eraclio aveva come amante la moglie di un negoziante di tessuti di Nablus, nota come Madame la Patriarchesse, e dovette rassegnarsi ad aggiungere Agnese che riuscì a farlo eleggere patriarca con il sostegno del Re suo figlio (nessuno si stupisca, la cristianità è sempre stata ed è SOLO questo). A parte questa vergognosa manovra, a questo punto il potere a Gerusalemme era nella mani di Agnese di Courtenay e famiglia, di Rinaldo  di Chatillon, di Amalrico di Poitou (amante di Agnese) e del nuovo Patriarca. Quest’ultimo intervenne subito su indicazione di Agnese per togliere di torno Guglielmo di Tiro, il vecchio tutore del Re (quello che aveva scoperto che aveva la lebbra). Forte del suo potere d’alcova, Eraclio scomunicò Guglielmo. Costui si recò a Roma per perorare la sua causa di fronte al Papa ma morì avvelenato da un emissario di Eraclio (così almeno si disse). Occorreva eliminare anche altri nemici e questa volta fu il turno di Raimondo di Tripoli. Costui venne accusato di complottare contro il Re e ci vollero le urla del vecchio combattente con cui si schierarono molti nobili a convincere il povero Re Baldovino a soprassedere. E tutto questo, tutti questi intrighi e tradimenti, accuse e scene triviali, tutto accadeva con una situazione esterna esplosiva, aggravata anche dalla morte del perenne sostegno ai regni cristiani, l’Imperatore Manuele che spirò il 24 settembre 1180. Un giudizio severo ma vero vuole Manuele come colui che iniziò il declino dell’Impero per aver abusato del suo esercito inviato ovunque fino all’ultima sconfitta disastrosa, per aver creduto che il suo tesoro fosse infinito tanto da spenderlo e spanderlo senza riserve. Manuele moriva e lasciava Bisanzio con tre problemi irresolubili: le casse dello Stato si erano quasi svuotate, l’esercito era praticamente distrutto, non vi era la chiara indicazione di un reggente al suo successore, suo figlio Alessio II di soli 11 anni. Se si fosse seguita la norma la reggente sarebbe dovuta essere la madre del piccolo Imperatore ma in questa circostanza nasceva una complicazione religiosa. La madre di Alessio II era Maria di Antiochia una cristiana latina e Bisanzio era città greca dove i latini non erano ben accetti anche per tutte le dimostrazioni di intolleranza che avevano dato proprio ad Antiochia, ad esempio, con l’invasione e distruzione di Rodi (ma i più odiati tra i latini non erano quelli di Antiochia ma gli italiani delle Repubbliche Marinare che erano i padroni dei commerci e si pavoneggiavano passeggiando in città per le ricchezze conseguite a danno di piccoli commercianti delle province. Ebbene Maria invece spinse proprio per avere intorno al giovane Imperatore un ambiente latino. Nominò consigliere il suo amante e nipote di suo marito, Alessio Comneno, che era anche zio della regina Maria di Gerusalemme. e si appoggiò ai mercanti italiani. L’idea era di nominare reggente Alessio Comneno ma l’intera manovra era duramente osteggiata da tutti i nobili di Bisanzio tra cui la figliastra di Maria di Antiochia, Maria Porfirogeneta, e suo marito Ranieri di Monferrato. Costoro presero contatti con il cugino di Manuele e zio di Alessio II, Andronico Comneno, esiliato nel Ponto per storie di seduzione, invitandolo a tornare. Questi partì dal Ponto nell’agosto del 1182 e quando attraversò il Bosforo molti abitanti della città iniziarono a dare la caccia al latino. Vi fu un grande massacro (che scandalizzò molti bizantini) al quale scamparono vari mercanti italiani messisi in salvo sulle loro navi che fecero rotta per l’Occidente con razzie e saccheggi lungo la navigazione. Andronico comunque arrivò a Bisanzio e assunse la carica di reggente.

       Iniziò con ferocia a reggere l’Impero. Fece imprigionare ed accecare il consigliere Alessio Comneno. I due personaggi che avevano sollevato dei problemi su Andronico, Maria Porfirogeneta e Ranieri di Monferrato, morirono misteriosamente. L’imperatrice Maria di Antiochia fu condannata ad essere strangolata con ordine firmato dal suo giovane figlio Alessio II. Per un paio di mesi il potere fu di Andronico e di Alessio II. Poi, nel novembre del 1182, Alessio venne assassinato e, per conseguenza, Andronico ai suoi 62 anni rimase solo al potere. Per buon peso sposò la vedova dodicenne di Alessio II, Agnese di Francia.

       A parte la sfilza dei crimini accennati, dice Runciman che Andronico si comportò rettamente (ormai) come Imperatore: cacciò i corrotti dalla’amministrazione, fece pagare le tasse ai ricchi, fece funzionare la giustizia in modo rigoroso, protesse i poveri dallo sfruttamento. Era comunque spaventato Andronico per una serie di questioni: intanto la sua politica interna trovò l’opposizione dei nobili e dei ricchi; vi era poi la non rassicurante politica estera con i problemi lasciati da Manuele soprattutto in termini di difesa dell’Impero; vi era infine la vicenda del massacro dei latini quando arrivava a Bisanzio aspettandosi una qualche reazione di Venezia ed anche del Papa. Su queste ultime vicende intervenne promettendo a Venezia un tributo annuo per le perdite avute con un accorato invito ai commercianti di tornare e, per rabbonire il Papa, facendo costruire una grande chiesa di rito latino. Ma i maggiori nemici di Bisanzio erano altri. Prima di tutto Federico I del Sacro Romano Impero, detto Barbarossa (che successe allo zio Corrado III) quindi vi era il Re di Sicilia, il normanno Guglielmo II d’Altavilla. Per maggior disgrazia dell’Impero di Bisanzio fu accordato un matrimonio tra la matura trentenne figlia di Guglielmo I (zia di Guglielmo II e sua legittima erede), Costanza d’Altavilla, ed il figlio ed erede di Federico I Barbarossa, Enrico VI Hohenstaufen, non ancora ventenne. L’annuncio fu dato il 29 ottobre 1184 mentre le nozze si celebrarono in pompa magna il 27 gennaio 1186 a Milano.

           Andronico sapeva che sarebbe stato solo questione di tempo un attacco normanno e fece un’operazione davvero incredibile rovesciando le alleanze che erano state di Manuele: fece un trattato con Saladino secondo il quale gli lasciava mano libera contro i territori cristiani in cambio di una alleanza contro i Turchi Selgiuchidi(1). Questo trattato non ebbe effetto perché Andronico era pieno di paure che lo portarono ad azioni criminali e scellerate. Ammazzava tutti coloro che potevano essergli nemici, accecava chi lo contraddiceva e lo faceva marcire in galera, ogni sospetto di complotto comportava arresti e patibolo e tali azioni erano rivolte contro ogni ceto sociale, contro aristocratici, contro mercanti, contro poveri operai. Tutti erano arrivati ad odiare Andronico sempre più chiuso in se stesso e sempre più crudele fino al momento dello sbarco a Durazzo e dell’avanzata verso Tessalonica (conquistata il 29 agosto 1185) dell’esercito normanno. La furia popolare travolse Andronico, abbandonato anche dalla sua scorta, quando cercò di eliminare anche Isacco Angelo cugino di Manuele. Egli cercò di fuggire verso l’Asia ma fu catturato, riportato a Bisanzio, esposto al ludibrio della popolazione mentre era trascinato in giro per la città su un cammello rognoso, torturato e poi fatto a pezzi. Fu nominato Imperatore proprio l’anziano ed inoffensivo Isacco Angelo che, dopo aver riorganizzato in fretta l’esercito, come primo atto firmò una pace molto disonorevole con i normanni ad evitare che marciassero su Bisanzio. Sul finire dell’estate la flotta normanna faceva ritorno in Sicilia ma l’antico e glorioso Impero Romano d’Oriente era diventato del tutto insignificante sconvolgendo gli abbastanza ben stabiliti equilibri di potere in Asia Minore.

       Ma la morte di Manuele non ebbe solo nefaste conseguenze su Bisanzio, anche negli Stati cristiani si respirò il disfacimento. Ad Antiochia, ad esempio, quando arrivò notizia della morte di Manuele, Boemondo III ripudiò la moglie greca per sposare la libertina latina Sibilla. Il Patriarca Aimery che era stato contrario al matrimonio con la greca, tuonò contro l’adulterio patente scomunicando Boemondo maledicendo Antiochia dalla quale si allontanò. Quando poi si seppe che Sibilla era una spia di Saldino vi fu la rivolta di tutti i nobili contro di lei. Baldovino di Gerusalemme tentò una mediazione che fu peggiore del male. Aimery tolse la maledizione in cambio di molto denaro (di fronte al denaro la Chiesa è sempre pronta a tutto) ma non si sentì di togliere la scomunica. In cambio Sibilla acquisiva il titolo di Principessa. Molti nobili di Antiochia decisero di andarsene presso la corte del sovrano Rupen di Armenia, con ciò  rendendo molto delicati i rapporti tra Antiochia ed Armenia(3) (Regno Armeno di Cilicia o Armenia Minore, altra cosa rispetto alla Grande Armenia caucasica) che divennero tesissimi alla fine del 1182 quando il governatore della Cilicia, Isacco Comneno, in rivolta contro Andronico, chiese aiuto a Boemondo contro Rupen facendo entrare le sue truppe a Tarso. Il Principe di Antiochia decise di abbandonare al loro destino sia Tarso che Isacco, vendendoli a Rupen. Furono i Templari a riscattare Isacco anticipando quanto i ciprioti avevano promesso di restituire. Isacco si rifugiò a Cipro dove si proclamò Imperatore indipendente dimenticando i debiti con i Templari. Per parte sua Rupen attaccò vari piccoli regni armeni dando mostra di voler espandersi. Ciò mise in allarme Boemondo che invitò Rupen ad Antiochia per rinsaldare l’amicizia (1185). Appena Rupen entrò ad Antiochia fu fatto arrestare. Il fratello di Rupen attaccò subito Antiochia che rilasciò Rupen pretendendo però due città in cambio. Gli furono concesse ma, quando Rupen fu libero le riconquistò immediatamente.

       Nel Regno di Gerusalemme le cose non andavano meglio ed era essenziale proprio quella tregua del 1180 ottenuta con Saladino. Tregua che aveva permesso il passaggio di enormi e ricchissime carovane (dall’Arabia a Damasco, da Damasco al Cairo, …) con cammini che lambivano i territori cristiani specialmente in Trangiordania terra del regno di Gerusalemme e feudo di Rinaldo Di Chatillon, uno dei franchi più potenti e scellerati. Costui non riuscì a resistere alla tentazione e, da bravo predone cristianamente battezzato, aggredì una di queste carovane mentre da Damasco si dirigeva alla Mecca. Razziò tutto e se ne tornò nel suo feudo. Poi continuò con le sue attività corsare estendendole fino al Mar Morto. Saladino protestò con Baldovino per la rottura della tregua e Baldovino convenne riconoscendo la restituzione del maltolto insieme ad un’ammenda. Ma Rinaldo si rifiutò di restituire il bottino e Baldovino non insistette lasciando cadere la questione. Fu però Saladino a non lasciarla cadere. Un convoglio di 1500 pellegrini provenienti dall’Europa fu sorpreso da una burrasca e dovette trovare riparo vicino Damietta. Qui Saladino li fece arrestare tutti inviandoli in prigione. Se Baldovino voleva che i pellegrini fossero liberati doveva restituire quanto rubato ai carovanieri. Anche stavolta Rinaldo rifiutò e questo atteggiamento rendeva inevitabile la guerra.

       Rinaldo, il pendaglio da forca cristiano, convinse Baldovino a schierare tutto l’esercito cristiano nell’Oltegiordano in modo da poter sorprendere Saladino quando avesse attaccato la Palestina. La mossa era folle perché riteneva che Saladino fosse stupido come Rinaldo e Baldovino e la cosa era stata capita perfettamente dagli altri nobili di Gerusalemme. Saladino, partito dal Cairo l’11 maggio 1182, non si diresse direttamente su Gerusalemme ma dal Cairo fece un largo giro ad oriente per arrivare a Damasco (lungo la strada distrusse ogni raccolto). Scoprì qui che suo nipote Farukshah aveva già fatto razzie e saccheggiato i villaggi alle pendici del Monte Tabor ed in Galilea impadronendosi di ventimila capi di bestiame e distruggendo fortezze. Dopo una sosta di 3 settimane a Damasco, l’11 luglio Saladino, Farukshah ed un grande esercito entrarono in Palestina a Sud del Mare di Galilea. Baldovino, resosi conto dell’avventatezza della sua scelta difensiva, risalì rapidamente il Giordano per andarsi a scontrare con l’esercito guidato da Saladino. La battaglia fu molto aspra ed alla fine della giornata ambedue i contendenti i dettero per vincitori. Poco tempo dopo, in agosto, Saladino attaccò Beirut ma anche qui le cose non gli riuscirono sia per la strenua difesa della città molto ben fortificata sia perché altri eventi lo richiamavano altrove. I territori di Aleppo e Mosul, governati da suoi avversari con i quali era in vigore la tregua biennale che scadeva in settembre, erano in situazioni critiche per il solito problema delle successioni. Alcuni cospiratori dei governanti in carica chiesero aiuto a Saladino per spodestarli. Era una occasione unica per riuscire a rompere quel muro di ostilità che Saladino aveva in quei territori. Il giorno della scadenza della tregua attraversò la frontiera, finse un attacco ad Aleppo, per dirigersi verso Birejik, oltre l’Eufrate, Nella sua marcia conquistò tutte le città che incontrò. Arrivò a Mosul il 10 novembre ed iniziò l’assedio della città. Ma le fortificazioni erano troppo robuste. Inoltre un esercito Selgiuchida era in arrivo dalla Persarmenia e da Mardin per portare soccorso. Saladino allora si ritirò ed occupò con soli 15 giorni di assedio la città di Sinjar quindi passò ad occupare la grande città fortificata di Diyarbakır, ambedue nella regione di Jazira o Jezireh.

Dalla cartina si può vedere Mosul, al centro in basso. La Persarmenia, parte restante dell’Armenia Persiana (quella spesso conquistata dai Persiani), nella cartina è quella regione chiamata Shahs of Armenia (Shah vuol dire Regno). La città di Mardin si trova a sinistra, più in alto, di Mosul. Sinjar, non riportata in cartina, si trova a Nord di Mosul sul fiume Tigri. Ed ancora più a Nord sempre sulle rive del Tigri, non riportata in cartina, vi è la città di Diyarbakır che appartiene alla regione dello Jezireh. Harran, che incontreremo tra poco, è a sinistra più in basso di Edessa. Arbil o Irbil si trova in basso a destra di Mosul.

Questa carta rappresenta il riassunto della situazione (shah vuol dire regno). Gli Artuqidi o Ortoqidi sono una dinastia turca (non Selgiuchide) che governava la regione nella quale si trovava Mardin. La dinastia fu fondata da Artuk o Ortuk nella seconda metà dell’XI secolo e, alla morte di Artuk nel 1091, i territori di Jezireh da lui governati passarono per metà al figlio Soqman (tra cui la città di Diyarbakır) e l’altra metà al figlio Ilghazi (tra cui le città di Mardin e Mayyâfâriqîn o Silvan). Il nipote di Soqman I, Soqman II di Armenia figlio di Dhahir-eddyn Ibrahim, diventerà sultano della Persarmenia. Dove troviamo scritto Sultanate of Rome ci si riferisce al Sultanato di Rum o di Iconio.

       Dopo queste rapide conquiste, Saladino il 21 maggio 1183 puntò su Aleppo e sia Izz ed-Din (fratello del defunto reggente di Mosul Saif ed-Din ed attuale reggente) che il fratello Imad ed-Din, signore di Sinjar, chiesero l’aiuto dei franchi in cambio del pagamento di una tassa annua e della cessione di alcuni territori. Sembrò ai franchi un momento favorevole perché il governatore di Damasco e nipote di Saladino, Farukshah, era morto improvvisamente. Baldovino, con il Patriarca Eraclio e l’onnipresente reliquia della Vera Croce, fece allora scorrerie e piccole conquiste in territorio siriano. Raimondo di Tripoli  invece riconquistava alcune città che gli erano state strappate dai siriani. Infine l’esercito regio si mise in marcia su Damasco ma dovette ritirarsi per una malattia del Re. Intanto a Nord nulla poteva Boemondo contro gli eserciti in campo. Riuscì a strappare una tregua di 4 anni con i messi di Saladino che fu importantissima per riparare tutte le fortificazioni.

  Ad Aleppo Saladino riuscì a convincere Imad ed-Din a lasciare le difese della città in cambio della restituzione della sua città, Sinjar a cui se ne aggiungevano altre. Il 18 giugno Aleppo era presa da Saladino mentre Imad ed-Din prendeva la strada di Sinja tra gli sberleffi della popolazione. Finalmente il 24 agosto Saladino tornò a Damasco che era diventata la capitale di un Impero che si estendeva dalla Cirenaica al Tigri. Saladino era ora un sultano potente che oltre ad avere territori estesissimi, aveva vari eserciti pronti ad intervenire, zone fertilissime che gli fornivano cibo ed animali, ricchezze importantissime. Solo i Turchi Selgiuchidi erano suoi nemici a Nord ma nessuno aveva la sua potenza ed era in grado di intervenire in qualunque modo.

  Ora si trattava solo di togliersi di torno l’onta degli stranieri infedeli in Terra di Palestina e non sembrava ci fosse nessuno in grado di impedirglielo.

LA CADUTA DI GERUSALEMME

       La malattia che aveva colpito Baldovino IV lo aveva reso completamente incapace di governare. Fu spinto dalla madre Agnese, dalla sorella Sibilla e dal patriarca Eraclio ad affidare la reggenza al marito di Sibilla, Guido da Lusignano, che avrebbe controllato tutto il regno meno la città di Gerusalemme che restava a Baldovino. La decisione fu presa tra l’insoddisfazione dei notabili.

  Quando venne presa questa decisione era assente il massimo delinquente dei cristiani in Palestina, Rinaldo di Chatillon. Questo personaggio, fin dal 1182 quando Saladino era salito a Nord lasciando il Cairo, aveva messo in atto un suo progetto in piena sintonia con la fede che muoveva i crociati: dopo le esercitazioni nel Mar Morto, da Aqaba aveva messo nel Mar Rosso una squadra navale per fare il pirata, per razziare e saccheggiare tutte le città rivierasche, per attaccare in complicità con alcuni beduini le carovane dirette alla Mecca o provenienti dalla Mecca. E l’idea era quella di spingersi ad attaccare e razziare addirittura la Mecca, la città Santa dell’Islam. Arrivarono, costeggiando l’Africa, fino a saccheggiare la città nubiana di Aidid che si trova dirimpetto alla Mecca. Fu un saccheggio eccellente: intere navi mercantili cariche di spezie, oggetti preziosi, merci rare, …, provenienti da Aden e dall’India, furono catturate. Vi fu anche uno sbarco per depredare una grande carovana che, dal Cairo, costeggiando il Nilo, era arrivata per imbarcare le merci. Poi attraversarono il piccolo tratto di mare ed attaccarono i porti di al-Hawra e Yambo. Qui furono incendiate le navi che non avevano merci. Saccheggiarono Medina penetrando fino ad ar-Raghib, uno dei porti che permettono di accedere alla Mecca, dove affondarono una nave con 1500 pellegrini. Il fratello di Saladino e governatore dell’Egitto, Malik al-Adil, inviò dal Cairo una flotta al comando dell’ammiraglio egiziano Husam ed-Din Lulu che liberò tutte le città occupate dai cristiani e si mise all’inseguimento dei predoni franchi. Lulu raggiunse la flotta corsara al largo di al-Hawra e la distrusse, facendo tutti i superstiti prigionieri inviandone alcuni alla Mecca per essere lì giustiziati nella Piazza del Sacrificio durante il seguente pellegrinaggio. Gli altri furono tutti decapitati al Cairo. Saldino si impegnò a far pagare caro tutto ciò a Saladino che, da potente qual era, si era salvato scappando in Palestina.

  Il 17 settembre 1183 Saladino partì da Damasco con un grosso esercito per invadere al Palestina. Attraversò il Giordano a Sud del Mar di Galilea, attaccò Beisan, iniziò sistematicamente a distruggere tutte le fortificazioni che incontrava, saccheggiò il convento greco sul Monte Tabor (non riuscendo però ad entrare in quello latino per avere mura molto robuste). Guido da Lusignano convocò tutti i nobili per far fronte all’attacco. Intanto Saladino si era accampato nella piana di Jezreel vicino alle fonti di Tubaniya (per seguire gli avvenimenti è utile la seguente mappa della Galilea).

La Galilea sul finire del XII secolo (da Runciman)

       I franchi si erano radunati a Sephoria ed il 1° dicembre 1183 avanzarono verso il campo musulmano. Dopo un primo scontro con le avanguardie, i cristiani si accamparono vicino agli Stagni di Golia di fronte a Saladino che durante questa manovra approfittò per allargare le ali quasi a circondare i cristiani. Per cinque giorni si restò così con la fortuna di aver trovato pesce negli stagni perché la fame iniziava a mordere soprattutto i mercenari italiani. Tutti premevano perché si attaccasse ma Guido non lo fece facendo adirare alcuni nobili tra cui Rinaldo di Chatillon. Ma la mossa era giusta perché quell’esercito era molto superiore ed attaccarlo in campo aperto rischiava di provocare una disfatta irreparabile. Dopo 8 giorni infatti Saladino, che aveva tentato di farsi attaccare, si ritirò oltre il Giordano e Guido, di ritorno a Gerusalemme, ebbe un litigio con Baldovino alla fine del quale fu destituito dalla reggenza. Baldovino IV nominò allora come erede suo nipote Baldovino V, figlio di primo letto di sua sorella Sibilla con Guglielmo Lungaspada, che aveva 6 anni (23 marzo 1183). Baldovino IV riprese la sua funzione di Re e si riappropriò di Giaffa mentre non riuscì a farlo con Ascalona perché da questa città Guido lo sfidò. In questa occasione Baldovino inviò una ambasceria presso i regnanti d’Europa per invocare la necessità di una nuova crociata (gli ambasciatori furono ascoltati con attenzione da Federico, Luigi ed Enrico ognuno dei quali spiegò per quale motivo non poteva mandare uomini in Terra Santa).

       Intanto era giunta a scadenza una promessa del 1180 fatta da Baldovino IV ad Homfroy II (quest’ultimo era stato ferito mortalmente per salvare il Re nella battaglia di Banyas del 1157 contro Nurradin): la figlia di Amalrico I e sorellastra di Baldovino IV, Isabella di Gerusalemme, avrebbe sposato Homfroy IV nipote di Homfroy II (figlio di Stefania di Transgiordania e figliastro di Rinaldo di Chatillon). Le nozze furono celebrate nel 1183 quando lo sposo aveva 17 anni e la sposa 11 e con questo matrimonio Stefania e Rinaldo, genitori di Homfrey, riuscivano ad allontanare Isabella dall’influenza della madre Maria Comnena e dal patrigno Baliano di Ibelin (dopo le nozze proibirono ad Isabella di vedere la madre). Rinaldo fece le cose in grande nel suo castello di Kerak, quello dal quale Rinaldo controllava i passaggi di carovane, che, proprio la notte delle nozze, fu attaccato ed assediato da Saladino che cercava la vendetta su Rinaldo.

       Mentre la festa andava avanti, la città fortezza era attaccata con mangani che scagliavano pietre (dovunque meno che nella torre dove si trovavano gli sposi per una cortesia che Saladino aveva fatto alla madre dello sposo che le aveva inviato delle pietanze). Le mura non venivano però intaccate dai continui lanci. Messaggeri furono inviati a Gerusalemme per chiedere aiuto. Re Baldovino IV mandò i suoi uomini al comando di Raimondo ma volle partecipare anche lui in lettiga. All’arrivo di questo esercito Saladino, il 4 dicembre, si ritirò. Stesso attacco fu tentato da Saladino nell’autunno del 1184 ma ancora una volta le mura di Kerak resistevano e l’esercito in arrivo da Gerusalemme lo fece desistere dall’assedio ma non dal razziare l’intera Galilea.

  Sempre in autunno il Guido che occupava Ascalona fece di nuovo infuriare il Re. Quest’ultimo, quando strappò la città ai musulmani, permise ai beduini di pascolare liberamente le loro greggi dietro pagamento di un piccolo tributo. Poiché il tributo era pagato a Gerusalemme, Guido attaccò gli indifesi beduini, li massacrò uno ad uno e razziò le loro greggi. Ma il Re lebbroso era vicino alla morte e agli inizi del 1185 convocò un’assemblea per esprimere le sue volontà: il suo erede sarebbe stato il piccolo nipote Baldovino V; Guido non doveva avere la reggenza che doveva essere di Raimondo di Tripoli che avrebbe avuto Beirut come ricompensa. Ma Raimondo, conoscendo l’ambiente cristiano, rifiutò la reggenza perché il piccolo Baldovino V era molto debole e fragile e, se per qualche malanno fosse morto, la colpa sarebbe ricaduta su di lui. L’assemblea decise però diversamente: se Baldovino V (che aveva 5 anni) fosse morto prima di avere 10 anni, Raimondo avrebbe conservato la Reggenza fino a quando i quattro grandi di Occidente (Papa, Re di Francia, Re d’Inghilterra, Re di Germania) non avessero scelto tra le pretendenti principesse Sibilla ed Isabella. Nel frattempo la cura della persona di Baldovino V su affidata a Joscelin de Courtenay che, da quel momento, si legò con cordiale amicizia a Raimondo.

  Dopo qualche settimana, nel marzo 1185, Baldovino IV moriva a 24 anni dopo un regno segnato dagli intrighi, dalla malvagia madre, dalla sciocca sorella per non dire di Guido e soprattutto Rinaldo. Insomma: un Regno Cristiano.

  Rinaldo nella sua veste di reggente, informò l’assemblea dei nobili che una carestia stava affamando l’intero regno e che, in queste condizioni, era impensabile pensare ad una qualunque guerra. Propose ed ottenne dall’assemblea di richiedere a Saladino una tregua di 4 anni. Per parte sua Saladino fu d’accordo per il solito motivo di dover sistemare alcune questioni con feudatari recalcitranti al Nord. Si ripresero così i commerci tra Stati cristiani e musulmani ed un arrivo di un grande carico di grano dall’Oriente salvò la Palestina dalla fame.

  Nell’aprile del 1185 Saladino si mise in marcia verso il Nord. Attraversò l’Eufrate a Birejik dove venne raggiunto da Muzaffar al-Din Kukburi suo vassallo di Harran, da inviati dei vassalli di Izz ed-Din, dai signori di Jezireh e di Arbil o Irbil.

Izz ed-Din signore di Mosul sentendosi minacciato mandò ambasciate ai sovrani selgiuchidi alleati di Konya o Iconium (città capitale del sultanato di Rum o di Iconio) e di Persamenia. La risposta dei due sovrani fu molto blanda perché mentre quello di Persarmenia mandò alcune truppe per sostenere Mosul, quello di Konya inviò un messaggio minaccioso a Saladino senza poi fare nessuna azione per aiutare Mosul. A giugno Saladino era sotto le mura della città ed a nulla valsero le offerte di Izz ed-Din per farlo desistere. Saladino aveva comunque davanti una città troppo ben fortificata per poter azzardare un attacco anche per il caldo torrido che iniziava a far ammalare i suoi soldati. Ma, ad agosto, arrivò una notizia molto importante: era morto il sultano selgiuchida di Persarmenia, Soqman II(4).

A questo punto Saladino cambiò i suoi piani immediati e si mise in marcia per conquistare le città vassalle del sultano Diyarbakır e Mayyafaraqin aiutato dal fatto che queste città si trovavano al fresco dell’altopiano. Durante il trasferimento anche Saladino si ammalò e, quasi moribondo, si diresse a cavallo ad Harran, dal suo amico Kukburi, dove accorse suo fratello al-Adil, governatore di Aleppo, con una schiera di medici. Sembrava non vi fosse nulla da fare e Saladino già aveva dato le direttive per la successione ai figli (mentre già erano iniziate le furibonde lotte per la spartizione dei suoi possedimenti) ma poi cominciò a migliorare fino ad essere fuori pericolo nel gennaio 1186. Approfittò della situazione Izz ed-Din che inviò un’ambasceria per stabilire una qualche tregua. Il 3 marzo fu firmato un accordo in cui si prevedeva che Izz ed-Din diveniva vassalo di Saladino cedendo alcune città (tra cui Arbil e Shahrzur) ad emiri nominati dal medesimo Saladino. Saladino si spostò poi ad Homs dove l’emiro Nasr ed-Din, suo genero e figlio di Shirkuh, aveva complottato durante la sua malattia. Nasr ed-Din fu trovato morto nel suo letto ed al suo posto Saladino nominò il figlio di Nasr ed-Din, il dodicenne Shirkuh II. Dopo di ciò tornò a Damasco con ormai un Impero che andava dall’Egitto ai confini della Persia.

Intanto si manteneva la tregua tra musulmani e cristiani con grande vantaggi per le due economie che avevano ripreso a funzionare con commerci attraverso i porti di Acri e di Tiro. Nei nobili di Gerusalemme si manteneva la speranza che, in questo intervallo di tempo, un qualche esercito arrivasse dall’Europa in Terra Santa per dar loro sicurezza. Le cose però politicamente si aggravarono quando alla fine di agosto del 1186 Baldovino V morì ad Acri prima di aver compiuto 9 anni. Il reggente Raimondo doveva dar seguito alle volontà di Baldovino IV ed a tal fine fu convinto dal suo capo dell’esercito Joscelin di recarsi a Tiberiade, lontano dai complotti del Patriarca Eraclio, in un incontro con gli altri notabili per accordarsi sulla transizione. Raimondo partì e Joscelin, con sue truppe scelte, ne approfittò subito per occupare Beirut e Tiro e, da Acri, per proclamare Sibilla di Gerusalemme (sorella di Baldovino IV e madre di Baldovino V) regina di Gerusalemme. Convocò quindi Sibilla e Guido da Lusignano da Ascalona a Gerusalemme per farli partecipare ai funerali del piccolo Re. Alla comitiva si unì pure Rinaldo di Chatillon. Raimondo capì subito la situazione e a Nablus, nel castello di Baliano di Ibelin, convocò tutti i nobili che erano con lui che si affrettarono ad accorrere. Mentre erano a Nablus arrivò l’invito di Sibilla alla sua incoronazione. La risposta fu l’invio di due monaci che le comunicarono il dovere di rispettare le volontà di Baldovino IV e le decisioni dell’assemblea dei nobili. Ma Sibilla ed i congiurati avevano in mano ogni leva di potere: i porti che avevano occupato; l’esercito comandato ora da Amalrico, fratello di Guido da Lusignano; il Patriarca che era stato amante della madre di Sibilla, Agnese di Courtenay; con il Patriarca, tutta la Chiesa; i Templari, sempre pronti ad infilarsi in ogni intrigo; … Solo il Gran Maestro dei Gerosolimitani rimase fedele al giuramento fatto (in nome del Dio cristiano) a Baldovino IV. Dopo aver messo Gerusalemme in stato di difesa con tutte le porte chiuse, Eraclio incoronò Sibilla ma non volle farlo con il marito Guido perché troppo impopolare, chiedendo a Sibilla di farlo lei.

Di fronte a questo fatto alcuni nobili manifestarono l’idea di tornare in Europa ma Raimondo propose di incoronare Isabella di Gerusalemme, la figlia di Amalrico I e sorellastra di Baldovino IV, e suo marito Honfroy IV di Toron. Una volta incoronati questi Re sarebbero stati condotti a Gerusalemme con gli eserciti riuniti di tutti i nobili (meno Rinaldo di Chatillon) ed il sostegno dei Gerosolimitani. Su questo fu trovato l’accordo anche se si sapeva di andare incontro ad una guerra civile. Il piano fu mandato all’aria dalla paura che prese Honfroy IV. Andò via dalla riunione per recarsi a Gerusalemme ad inchinarsi a Sibilla e Guido.

I nobili si rassegnarono ed andarono a sottomettersi ai nuovi Re, meno Baldovino, fratello di Baliano di Ibelin, (che se ne andò ad Antiochia mettendosi agli ordini di Boemondo come, un poco alla volta, fecero vari altri nobili) e Raimondo che se ne andò nel suo feudo in Galilea (al quale per punizione Guido sottrasse Beirut) convincendosi che, al punto in cui si era, l’unico degno del trono era egli stesso. Tutti questi intrighi e giochi di potere, fatti ben inteso in nome della cristianità, erano permessi dalla tregua con i musulmani. Guido la rispettava ed ancor più l’avrebbe rispettata Raimondo ma nel partito che aveva preso il potere vi era quel delinquente di Rinaldo di Chatillon che poteva ora agire con le sue scorribande piratesche su ricchissime carovane che avevano ripreso i loro viaggi. Alla fine del 1186 una ricca carovana proveniente dal Cairo passava a vista del suo castello di Kerak. Mentre essa era a Moab, Rinaldo la attaccò, trucidando la piccola scorta di difesa dai predoni beduini, prendendo prigionieri i mercanti con le famiglie, rapinando l’intera mercanzia. Venuto a conoscenza di questa grave violazione della tregua, Saladino mandò a chiedere a Rinaldo ogni possibile risarcimento. Rinaldo non volle ricevere gli inviati che proseguirono verso Gerusalemme per protestare con Guido. Guido si rivolse a Rinaldo per chiedergli di fare ciò che richiedeva Saladino ma Guido non si curò di ciò e Guido non insistette.

La guerra era inevitabile ma questa volta non tutti i territori cristiani erano da una medesima parte. Appena saputo cosa accadeva, Boemondo di Antiochia chiese ed ottenne di rinnovare la tregua con Saladino e Raimondo di Tripoli stipulò una tregua per la propria contea pregando Saladino, che accettò, di estenderla al principato di sua moglie in Galilea. Guido fu informato di ciò e, in attesa dell’attacco di Saladino, inviò truppe al Nord, per sottomettere la Galilea. Fu Baliano di Ibelin che fermò Guido presentandogli la situazione di grave pericolo perché, tra l’altro, Raimondo aveva più forze dell’intero regno di Gerusalemme e, vista la tregua appena concordata, avrebbe anche avuto l’aiuto dei musulmani. Era più saggio inviare una delegazione per trattare con Raimondo. La delegazione partì da Gerusalemme il 29 aprile 1187 quando, appena il giorno dopo, arrivò da Raimondo una delegazione di Saladino che chiedeva il passaggio nella sua contea ed in Galilea di un contingente di 7000 mamelucchi, guidata dal figlio di Saladino al-Afdal, per fare una ricognizione in Palestina. Raimondo fu molto imbarazzato per la richiesta e chiese che il passaggio non avrebbe dovuto fare alcun danno a cose o persone e la richiesta fu accettata. Raimondo inviò quindi suoi emissari ad avvertire tutta la popolazione di questo passaggio invitando tutti a strasene in casa per un giorno intero. Fece anche sapere (sera del 30 aprile) ai Templari ed ai Gerosolimitani, riuniti nel castello di Le Fève, vicino Nablus, della ricognizione musulmana in Galilea. Quando il Gran Maestro dei Templari Gerardo di Ridford, nemico del conte Raimondo che aveva impedito all’Ordine vari loschi affari, apprese la notizia, mobilitò i circa 140 Cavalieri delle vicine guarnigioni di Qaqun e al-Fulah (a Sud di Acri) e con loro mosse contro la colonna militare islamica. Subito dopo questi fatti, arrivò a Raimondo notizia dell’arrivo dell’ambasceria da Gerusalemme guidata da Baliano.

Mentre Baliano ed i suoi andavano verso Tiberiade per discutere con Raimondo, incontrarono un templare che gli correva incontro ferito ed insanguinato il quale raccontò cosa era accaduto. Erano stati informati di un esercito musulmano in terra di Galilea e, nonostante l’opposizione dei Gerolomitani, i Templari avevano deciso di attaccarlo nei pressi delle sorgenti di Cresson, dove i musulmani stavano abbeverando i cavalli, ma erano stati sterminati (solo due Cavalieri Templari e il Gran Maestro Gerardo di Ridford sopravvissero). Contemporaneamente, a Tiberiade, Raimondo vedeva tornare tranquillamente i mamelucchi che avevano mantenuto il tempo di ricognizione. Ma quando si avvicinarono notò che portavano sulle lance delle teste infilzate di cavalieri templari. Intanto Baliano arrivava a Tiberiade e trovò Raimondo terrorizzato e conscio di una situazione da lui stesso creata. Si decise a rompere il trattato con Saladino e a recarsi a Gerusalemme in segno di sottomissione che fu amorevolmente accettata (alla fine aderì anche Boemondo di Antiochia, commosso dalle richieste urgenti di aiuto di Guido, che inviò un contingente al comando di Baldovino di Ibelin). Si era ricostituita una unità in un momento in cui arrivarono notizie di Saladino che ammassava truppe nell’Hauran, al di là della frontiera in corrispondenza del Mar di Galilea. Ed anche ad Acri, per la fine di giugno si radunarono le forze cristiane accorse dopo la chiamata a tutti i vassalli, valvassori, Templari, Gerosolimitani: 1200 cavalieri armati completamente, oltre 12000 cavalieri locali armati alla leggera (chiamati turcopoli, cavalieri di sangue misto), circa 10 mila fanti. Fu chiesto al Patriarca Eraclio di venire con la reliquia della Vera Croce ma il poverino, indisposto ma in realtà occupato con una delle sue amanti di nome Paschia, inviò il Priore perché consegnasse la reliquia al Vescovo di Acri.

L’armamento leggero dei Turcopoli. Da Graphic Firing Table

Il 26 giugno Saladino si mise in marcia dall’Hauran. Egli comandava il centro dell’imponente esercito (che comunque non era molto più numeroso di quello cristiano), suo nipote Taki ed-Din l’ala destra e Kukburi l’ala sinistra. Marciò fino all’estremo Sud del Mar di Galilea dove si fermò 5 giorni, per dare il tempo ai suoi esploratori di riferirgli ogni mossa dell’esercito cristiano. Il 1° luglio attraversò il Giordano a Sennabra ed il 2 si accampò a Kafr Sebt mentre le altre sue truppe attaccavano Tiberiade che cadde dopo un’ora di combattimenti (la contessa Eschiva, moglie di Raimondo, riuscì ad informarlo di quanto accadeva rinchiusa nella fortezza della città con una piccola guarnigione). I cristiani, informati dell’attraversamento del Giordano da parte di Saladino discussero la strategia da seguire. Raimondo consigliò di non attaccare e di aspettare il loro attacco perché, con il caldo soffocante che vi era, risultavano svantaggiati gli attaccanti inoltre il tempo dell’attesa sarebbe servito all’arrivo dei rinforzi da Antiochia. Quasi tutti i nobili sembravano essere d’accordo con Raimondo ma Rinaldo di Chatillon e il Gran Maestro Templare accusarono Raimondo di vigliaccheria e proposero l’attacco. Il Re tentenna che, come dice Runciman, dava sempre ragione all’ultimo che parlava, si schierò con questa posizione ed ordinò all’esercito di marciare su Tiberiade.

La Galilea sul finire del XII secolo (da Runciman)

       Il pomeriggio del 2 luglio i cristiani si accamparono a Seforia posto eccellente per attendere un attacco perché ricco d’acqua e di pascoli per i cavalli. Si sarebbe potuto ripetere qui quanto accadde a dicembre del 1183 agli Stagni di Golia, quando Saladino fu costretto a ritirarsi. Fu in questo momento che arrivò all’accampamento il messaggero di Eschiva da Tiberiade e tutti sembravano convinti dall’idea di andare a difendere la povera donna. Fu di nuovo Raimondo che disse che sarebbe stata una follia e parlava della sua città e di sua moglie. Questo discorso convinse i nobili che per il momento decisero di non attaccare e restare a Seforia. Ma, nottetempo, il Gran Maestro templare entrò nella tenda del Re e, di nuovo, lo convinse ad attaccare con argomenti come: la dubbia nomea di Raimondo, lo spreco del denaro del re d’Inghilterra usato per assoldare mercenari, l’onore che imponeva a dei cavalieri di salvare una dama in pericolo, il sostegno dell’Ordine alla sua elezione a Re. Il Re Guido fece comunicare all’esercito di tenersi pronto a mettersi in marcia verso Tiberiade all’alba del 3 luglio. La strada migliore per raggiungere Tiberiade prevedeva di andare verso Nord superando le colline della Galilea e ridiscendere verso il lago avendo superato Tiberiade di circa un miglio a Nord (l’altra strada passava per Sennabra ma Saladino era accampato a Kafr Sebt che si trovava lungo questa strada). E’ possibile che qualche traditore cristiano abbia informato Saladino, fatto sta che egli condusse, con anticipo rispetto a quello cristiano, il suo esercito per 5 miglia fino ad Hattin, proprio dove inizia la discesa verso il lago, e qui raggiunto dalla parte del suo esercito che assediava la fortezza di Tiberiade (meno alcuni uomini che dovevano continuare a bloccarla) attese l’esercito cristiano.

Hattin ed i suoi Corni. Dietro la colina vi è una discesa che porta al Lago di Tiberiade.

       Partiti all’alba del 3 i cristiani, che avevano previsto di raggiungere Tiberiade in un giorno e quindi non avevano riserve d’acqua, dopo 6 ore di marcia passarono vicini al Monte Tur’an dove vi erano delle sorgenti. Guido per non ritardare la marcia ordinò di continuare senza permettere la sosta necessaria a bere e rifocillarsi. Intanto l’esercito cristiano, soprattutto l’avanguardia e la retroguardia, era attaccato dalle frecce di cavalieri musulmani riforniti da settanta cammelli, frecce che si appuntavano sulle maglie di ferro dei cristiani(5) ma che uccidevano i cavalli. Dopo altre 2 ore di marcia, a mezzogiorno e sempre con i soldati musulmani che attaccavano e poi fuggivano, l’esercito cristiano si trovò in una zona desertica senza avere acqua e sfiniti anche dalle corazze arroventate dal sole. A questo punto Raimondo decise di deviare per andare in un luogo dove vi erano delle sorgenti che si trovava su un’altura rocciosa con due cime, alta una trentina di metri, detta Corni di Hattin, presso la quale i soldati si sarebbero potuti dissetare e accampare per la notte.  Dopo alte 4 ore arrivarono vicini ai Corni di Hattin, sfiancati per il caldo, e qui si resero conto di avere la strada bloccata alle sorgenti dall’esercito di Saladino. Raimondo intendeva rompere il blocco per raggiungere Hattin, attaccando l’ala destra dell’esercito musulmano, guidato da Taqi al-Din. Ma Guido, ancora in disaccordo con Raimondo e su consiglio dei Templari che si fecero portavoce di vari comandanti (non era il caso di proseguire per quel giorno, non era possibile affrontare una battaglia in quelle condizioni, vi era bisogno di riposo), ordinò di fermarsi e stabilire un campo. Raimondo fu costretto ad accamparsi tra Meskenah e Nimrin. La notte fu straziata dalla sete, mentre le truppe di Saladino ostentatamente acqua nella sabbia e si esibivano in grida, canti e tamburi per impedire ai cristiani di riposare. Per rendere ancora più intollerabile quella notte i musulmani incendiarono i secchi arbusti che si trovavano sulla collina ed il fumo acre insieme al calore sviluppato rese ancora più intollerabile quella notte.

 La Battaglia di Hattin, da Graphic Firing Table (modificata). La linea nera è il tragitto che era stato previsto per arrivare a Tiberiade. Quella rossa è la deviazione fatta per cercare acqua ad Hattin.

       Saladino, che attendeva in basso dall’altra parte della collina in una pianura verdeggiante, durante la notte piano piano, mosse i suoi uomini in modo che all’alba del 4 luglio l’esercito cristiano si trovò circondato e, appena vi furono le prime luci del giorno, attaccò. I cristiani avevano solo in mente l’acqua che si vedeva lì giù nel lago. Corsero verso quel miraggio senza badare ad altro ed iniziò uno dei maggiori massacri della storia. Molti cristiani vennero trucidati all’istante, molti fatti prigionieri per alimentare il mercato degli schiavi. Erano così numerosi che il mercato di schiavi subì inflazione con un cristiano che si vendeva a pochissimo tanto che si scambiava con un paio di sandali. Riporto alcuni racconti di cronisti dell’epoca. Scriveva  Imad ad-Din, segretario di Saladino:  

“Cercarono rifugio sulla collina di Hattin con la speranza che li riparasse dalla marea della disfatta, e Hattin venne circondata dai vessilli dello sterminio. Le lame delle spade succhiarono loro vita e li dispersero al di là della collina, le frecce li trafissero, un aspro destino di morte li sfigurò, la sventura li calpestò, la disfatta li spazzò via … Vidi teste volare e occhi diventare vitrei; li vidi giacere ignudi o in vesti stracciate, con ossa spaccate e gole tagliate, con tendini lacerati e arti smembrati, con occhi cavati dalle orbite e corpi sfilacciati, con labbra screpolate e con la fronte scheggiata. Come pietre tra le pietre giacevano quei corpi, come mai ancora si erano visti”.

Tra i prigionieri barcollanti per la fatica, per la sete, per le ferite, per la disfatta, … vi era il Re Guido di Lusignano, il Gran Maestro dei Templari Gerardo di Ridford, Honfroi di Toron e molti altri nobili tra cui Rinaldo di Chatillon. A quest’ultimo, per un giuramento fatto, Saladino staccò la testa personalmente. Vennero decapitati oltre 200 cavalieri tra Templari e Gerosolimitani. Solo al Gran Maestro dei Templari venne salvata la vita (i delinquenti che hanno potere vengono sempre risparmiati). Imad ad-Din scriveva a proposito dei soldati degli Ordini:

“Saladino promise cinquanta denari a chiunque portasse un templare o un ospitaliero prigioniero. Subito i soldati ne portarono centinaia, ed egli li fece decapitare perché preferì ucciderli piuttosto che ridurli in schiavitù. Era circondato da un gruppo di dottori della legge e di mistici, e da un certo numero di persone consacrate alla castità e all’ascetismo. Ognuno di essi chiese il favore di uccidere un prigioniero, sguainò la spada e scoprì l’avambraccio. Il Sultano stava seduto con la faccia sorridente … Le truppe erano schierate, con gli emiri su due file. Fra i religiosi, alcuni diedero un taglio netto ed ebbero ringraziamenti; la spada di altri esitò e rimbalzò: furono scusati; altri ancora furono derisi e sostituiti. Io ero presente e osservavo il Sultano che sorrideva al massacro, scorsi in lui l’uomo di parola e d’azione. Quante promesse non adempì! Quante lodi non si meritò! Quante ricompense durature a motivo del sangue da lui versato! … quante opere pie non compivano con le gole che trafiggevano!”.

Tutti i nobili invece, a parte il decapitato, ebbero salva la vita e furono inviati in prigioni convenienti a Damasco.

Una delle prede musulmane fu quella reliquia della Vera Croce  che cadde come il suo portatore, il vescovo di Acri, che sostituiva nella morte del puttaniere Eraclio. Continua Imad ad-Din:

“L’avevano incastrata in una teca d’oro, e coronata di perle e di gemme, e la tenevan preparata per la festività della passione, per la solennità della ricorrente lor festa. Quando i preti la cavavan fuori, e le teste (dei portatori) la trasportavano, tutti accorrevano e si precipitavano verso di lei, né ad alcuno era lecito rimanere indietro, né chi si attardasse a seguirla poteva più disporre di sé. La sua cattura fu per loro più grave che la cattura del Re, e costituì il maggior colpo che subirono in quella battaglia.

Costoro credono effettivamente che essa sia composta del legno a cui, così almeno ritengono, venne crocifisso colui che essi adorano … Pare che, appena ebbero appreso della perdita di codesta croce, nessuno volesse sopravvivere al loro giorno fatale: così finirono nella morte o nella prigionia … “(6).

Prima della completa disfatta, il Re chiese a Raimondo e ai suoi cavalieri di tentare una estrema carica contro i musulmani per aprire un varco. Raimondo si lanciò con la foga della disperazione contro le truppe comandate da Taki ed-Din che rispose con un comportamento inaspettato: fece aprire i suoi in modo da far passare la cavalleria che attaccava e poi fece richiudere le file in modo da non far rientrare nel campo di battaglia Raimondo. Tutti costoro si ritirarono mestamente dirigendosi verso Tripoli. Stessa sorte ebbero Baliano di Ibelin e Rinaldo di Sidone che riuscirono ad aprirsi un varco. Ultimi superstiti delle circa 6 ore di battaglia, dalle 9 del mattino alle 3 del pomeriggio, che videro la fine dell’esercito cristiano.

A questo punto Saladino aveva sterminato il più grosso esercito che i regni cristiani avessero mai messo insieme. Gli restava solo di conquistare le singole fortezze per far ritornare la Terra Santa all’Islam. Già il giorno dopo, 5 luglio, la contessa Eschiva di Tripoli consegnò se stessa e Tiberiade a Saladino il quale la trattò con tutti gli onori rinviandola a Tripoli con l’intero suo seguito. In breve tempo seguì la presa di altre città fortificate. Il 10 Acri venne presa d’assalto. Il signore della città, Joscelin de Courtenay, pensando alla sua salvezza offrì la resa della città ma fu la popolazione che fece resistenza con Joscelin che impose con la forza il suo volere. Arrivarono poi le rese di molte città della Galilea e della Samaria. Sidone si arrese il 29 luglio, essendo il suo signore, Rinaldo, fuggito nel suo inespugnabile castello di Beaufort. A Nablus la guarnigione di Baliano resistette alcuni giorni poi si arrese. Stessa cosa a Toron. Beirut fu conquistata il 6 agosto e Ascalona il 4 settembre, dopo un assedio ed una resistenza accanita(7), cui seguì anche la resa di Gaza(8). Con Saladino chi si arrendeva veniva in qualche modo trattato bene. Non così con suo fratello al-Adil che, venuto dall’Egitto, assediò Giaffa e quando riuscì ad espugnarla fece tutti prigionieri da vendere al mercato degli schiavi o da distribuire agli harem di Aleppo. A parte qualche piccola sacca qua e là, e Tiro che resistette e fu lasciata da parte per il troppo impegno che avrebbero richiesto quelle fortificazioni, toccava ora a Gerusalemme e Saladino aveva convocato alcuni notabili della città per tentare di trattare la resa. Vi fu un netto rifiuto al quale Saladino si infuriò giurando di prendere la città con le armi. La città iniziò a prepararsi per l’assedio quando arrivò Baliano di Ibelin che si trovava a Tiro con i profughi di Hattin. Egli era potuto arrivare perché gli era stato concesso un salvacondotto da Saladino per andare a prendere a Gerusalemme la moglie Maria Comnena (vedova di Amalrico I) ed i figli e portarli a Tiro. Saladino lo concesse a patto che viaggiasse senza armi e restasse a Gerusalemme una sola notte. Poiché in città non vi era nessun capo riconoscibile ed esperto gli fu fatta pressante richiesta di prendere il comando. Baliano si trovò in estremo imbarazzo (Eraclio, il Patriarca puttaniere, lo tranquillizzò sul giuramento perché egli lo svincolava!) e fece comunicare a Saladino il motivo per cui si doveva trattenere. Saladino capì e perdonò Baliano mandando addirittura a prendere la sua famiglia per accompagnarla a Tiro e tenerla quindi al di fuori della futura battaglia.

       Il 20 settembre 1187 iniziò l’attacco alla città e per 5 giorni Saladino concentrò i suoi sforzi su una lato sbagliato delle mura, dove erano più resistenti. Il 26 cambiò lato d’attacco facendo lavorare degli scavatori sotto le torri della città in modo che, prive di fondamenta, venissero giù. I suoi 40 mangani non smettevano di lanciare pietre ed anche sabbia in modo da accecare i difensori. Finalmente fu aperta una breccia che gli assediati tamponarono resistendo accanitamente. Ma la cosa non sarebbe potuta continuare. Di fronte alla certezza di una incursione tragica nella città, Eraclio, che era ben lungi da voler diventare martire, spiegò ai cittadini che resistere avrebbe previsto che mogli e figli sarebbero diventati schiavi dei musulmani e, suo malgrado, Baliano si rese conto che resistere era una follia che avrebbe aggiunto cadaveri a cadaveri. Il 29 settembre Baliano si recò da Saladino e gli offrì la resa incondizionata (era l’unica possibilità per Saladino di venire meno al giuramento di prendere la città con le armi) e Saladino poté entrare in città il 2 ottobre.

Saladino offrì un riscatto per la libertà di ogni cittadino e dette 40 giorni di tempo perché fosse pagato. Poi trasformò il riscatto individuale in collettivo per aiutare i nullatenenti che si erano rifugiati in città. Mise poi l’esercito a guardia della città affinché nessuno compisse una violenza di qualsiasi genere. Scrive Runciman in proposito:

I vincitori si condussero in modo corretto e umano: dove ottantotto anni prima i franchi avevano sparso fiumi di sangue, nemmeno un edificio venne allora saccheggiato né una persona colpita. Alcune guardie pattugliavano le vie e le porte, per ordine di Saladino, per impedire qualsiasi atto d’oltraggio contro i cristiani. Nel frattempo tutti si sforzavano di trovare il denaro per il proprio riscatto e Baliano svuotava il tesoro per raccogliere i trentamila dinari promessi. L’Ospedale e il Tempio furono costretti con molta difficoltà a tirar fuori le loro ricchezze, mentre il patriarca e il suo capitolo si preoccuparono soltanto di se stessi. I musulmani furono scandalizzati nel vedere Eraclio pagare i dieci dinari del proprio riscatto e poi lasciare la città, curvo sotto il peso dell’oro che stava trasportando e seguito da carri carichi di tappeti e vasellame. I settemila poveri vennero liberati grazie a ciò che restava della donazione di Enrico II [d’Inghilterra, ndr], ma per molte altre migliaia poteva essere evitata la schiavitù soltanto se gli ordini e la Chiesa si fossero dimostrati più generosi. Ben presto si riversarono fuori dalle porte due correnti di cristiani, l’una formata da coloro che erano riusciti a pagare il riscatto, con i propri mezzi o grazie agli sforzi di Baliano, e l’altra da quelli che non avevano potuto raccogliere il denaro necessario e venivano condotti in schiavitù. La loro vista era cosi patetica che al-Adil si volse a suo fratello e gli chiese di concedergliene un migliaio in ricompensa dei suoi servizi: gli vennero consegnati ed egli li liberò immediatamente. Il patriarca Eraclio, molto soddisfatto di aver trovato la maniera di fare del bene con poca spesa, chiese di poter ottenere alcuni schiavi da rimettere in libertà; gliene vennero concessi settecento e altri cinquecento furono consegnati a Baliano. Poi Saladino in persona annunziò che avrebbe liberato tutti gli anziani, uomini e donne. Quando le signore franche che si erano riscattate vennero piangendo a chiedergli dove mai potevano andare, poiché i loro mariti o padri erano morti oppure schiavi, egli promise loro di liberare tutti i mariti prigionieri e alle vedove e agli orfani consegnò dei doni, prendendoli dal suo tesoro personale, a ciascuno secondo la sua condizione. La sua misericordia e gentilezza formavano uno strano contrasto con gli atti compiuti dai conquistatori cristiani della prima crociata.

       Il comportamento impeccabile di Saladino non fu da esempio per i suoi che spesso si abbandonarono ad operazioni vili e criminali contro i cristiani.  Ma Saladino vegliò castigando durissimamente i responsabili di tali atti. Il problema grande si poneva per la grandissima quantità di profughi che non vennero quasi mai accettati dalle città cristiane perché erano bocche da sfamare inutili in un momento in cui si aspettavano assedi. Facevano eccezione gli uomini che potevano combattere. E così iniziò un pellegrinaggio di queste povere persone spesso derubate da signorotti cristiani e ricattate dai comandanti delle navi mercantili italiane (intervenne Saladino per farli trasportare gratis). Solo Antiochia, anche se malvolentieri, accolse molti di essi. Restarono 15 mila insolventi che subirono la schiavitù.

       Molti cristiani ortodossi, i greci, restarono a Gerusalemme, in teoria pagando una tassa ma nella pratica la gran parte ne fu esentata. Musulmani ed ebrei furono incoraggiati a stabilirsi a Gerusalemme acquistando le case lasciate dai franchi.

Appena conosciuta la notizia, l’Imperatore di Bisanzio, Alessio II, si congratulò con Saladino chiedendo ed ottenendo che i Luoghi Santi fossero restituiti ai cristiani ortodossi. Saladino riaprì subito ai pellegrinaggi la città senza limitazione alcuna. Stefania della Transgiordania chiese a Saladino di liberare suo figlio Honfroi di Toron. Saladino aderì alla richiesta in cambio della resa di due castelli sotto il dominio della nobildonna. Ma le fortezze richieste, Kerak e Montreal, non vollero consegnarsi. Stefania, non avendo potuto far fronte al patto, rinviò suo figlio da Saladino che apprezzò molto e, dopo qualche tempo, lo rimise in libertà. Le due fortezze assediate, si arresero alla fine del 1188 resistendo più di un anno in situazioni drammatiche per la fame. E così, gradualmente, tutte le fortezze caddero e Saladino si trasferì verso Tripoli ed Antiochia.

A Tripoli, Raimondo era morto di pleurite verso la fine del 1187 e poiché non aveva figli lasciò la contea a Raimondo, il figlio di Boemondo di Antiochia, con la clausola che se un membro della sua famiglia, “di Tolosa”, fosse venuto in Terra Santa, la contea doveva essere ceduta a lui. Boemondo di Antiochia sostituì al suo figlio Raimondo (che sarebbe stato suo erede ad Antiochia), l’altro figlio, Boemondo. Anche se di tale eredità presto non sarebbe rimasto che molto poco. Infatti Saladino stava occupando tutta la contea. Saladino non aveva attaccato il Krak dei cavalieri perché troppo ben difeso e Tripoli perché si era avvicinata la flotta siciliana. Ma egli proseguì verso nord occupando e saccheggiando, appunto, l’intera contea di Tripoli, a parte qualche piccola fortezza degli Ordini. Dopo questo forcing, l’esercito di Saladino era stanco e, quando Boemondo di Antiochia chiese una tregua in cambio del riconoscimento delle conquiste fatte, fu concessa volentieri anche perché ormai restavano da conquistare Antiochia, Tiro, Tripoli, il porto di San Simeone e un paio di castelli degli ordini. Questa operazione poteva svolgerla facilmente in qualsiasi momento. Tiro sarebbe stato un grande problema, come vedremo, e la mancata conquista della città a caldo fu un errore di Saladino. Nella città si era riunita tutta la nobiltà sopravvissuta ad Hattin. Il comando era di Rinaldo di Sidone al quale si aggiunse Corrado di Monferrato, giunto via nave. Corrado, che presto prese il comando, era figlio del marchese di Monferrato (Guglielmo V di Monferrato) prigioniero di Saladino e quest’ultimo ripeté l’operazione di minacciare di uccidere il padre se la città non si fosse arresa. La città non si arrese e Saladino risparmiò la vita al padre ritirandosi verso l’interno per poi smobilitare circa la metà dell’esercito.

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Le note e la bibliografia sono nella parte seconda di questo articolo

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