Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

Marzo 2012

PARTE QUARTA

VERSO LA QUARTA CROCIATA ED OLTRE

 Il 2 e 3 settembre 1192 fu firmata la pace tra Saladino e Riccardo detto Cuor di Leone, pace che sarebbe dovuta durare solo 5 anni. Ufficialmente si chiudeva la Terza Crociata. Per 5 anni Riccardo combatté in terra di Francia fino a quando una freccia vagante lanciata da un castello ribelle a Limousin pose fine alla sua vita, il 26 marzo 1199. Intanto il 4 marzo del 1193, a 55 anni, stanco, stremato, ammalato, morirà a Damasco Saladino, il più grande ed il più nobile eroe dell’Islam. Un altro attore crociato, Federico Barbarossa, era morto annegato mentre si recava baldanzoso alla conquista della Terra Santa nel 1190. Alla sua morte salì al trono il figlio, Enrico VI che sopravvisse pochissimo al padre. Morì infatti nel 1197 lasciando come erede il figlio, Federico II, di soli 3 anni. Fu necessario che la madre, Costanza d’Altavilla, assumesse la tutela del piccolo mentre era impegnata anche al governo non facile della Sicilia dove vi erano lotte tra fazioni normanne e tedesche. La reggenza di Costanza durò un anno perché nel 1198 Costanza morì avendo comunque già rese operative le volontà di Enrico VI che aveva fatto molte concessioni alla Chiesa (signoria feudale sulla Sicilia e riduzione dei diritti di nomina dei vescovi all’autorità civile) in cambio dell’incoronazione del figlio Federico II. Costanza, prima di morire, affidò la custodia e la tutela del piccolo Federico II al nuovo Papa, Innocenzo III (1198-1216).

Alla fine della Terza Crociata restava solo qualche piccolo regno cristiano latino lungo la costa della Palestina ed il Regno di Cipro (comprato nel 1192 da Guido l’ex Re di Gerusalemme ai Templari che lo avevano comprato da Riccardo che lo aveva conquistato a Isacco II, l’Imperatore bizantino). Era la fine di un’illusione e, soprattutto, la fine dell’impegno più o meno interessato di vari principi e re nella riconquista della Terra Santa. Ma i Papi avevano trovato il modo per distrarre l’attenzione dalle vergogne che alimentavano, dalla simonia, dalla corruzione, dal nepotismo, dal crimine organizzato che li vedeva capi indiscussi. E la fine di una Crociata diventava immediata occasione per il nuovo Papa di bandirne un’altra. E la cosa vedeva dei crescendo da paura che così descrive Deschner:

 Nel tredicesimo secolo cominciò la grande epoca delle crociate dei cristiani contro i cristiani: contro i cristiani greci (1203-1204), contro gli albigesi (1209-1229), contro i Serbi (1227 -1234), contro i contadini di Steding (1234). C’erano già state in precedenza piccole crociate contro cristiani, per esempio nel caso della crociata contro i Vendi nel 1147, quando si attaccarono soprattutto i sobborghi di Dobin, Demmin, Stettino, anche se Stettino era già cristiana. Ed è quasi ovvio che, secondo I ”’idea fondamentale delle crociate”, si dovesse giungere ad altre crociate contro gli “infedeli”, contro “la mezzaluna, che profanava ignominiosamente quanto vi era di più sacro e opprimeva crudelmente i cristiani”.  

Dietro tutto questo stava il papato, una forza che spinse instancabilmente e inesorabilmente alla guerra, appoggiò intensamente tutti i conflitti e, non da ultimo, li finanziò in misura decisiva. […]

[Questa volta il Papa fu Innocenzo III che] non solo spinse fin dall’inizio e per tutto il suo pontificato a portare la crociata verso tutte le direzioni, ma inserì anche l’idea della crociata in modo straordinariamente chiaro e pregnante “nell’edificio dottrinale e filosofico ufficiale della chiesa”. Egli reclamò non solo, come di consueto, il bando, la vera e propria chiamata alla guerra, ma anche la sua guida complessiva. Nella sua smisurata brama di potere voleva avere tutto nelle sue mani e, da un punto di vista concreto, cancellare il paganesimo del nordest, l ”’eresia” della Francia meridionale, l’islamismo dalla Spagna e voleva soprattutto ricostruire l’impero latino di Gerusalemme, crollato nel 1187 e restaurato assai poveramente nel 1192. Ma il superbo  Papa, con tutte le sue crociate, ottenne “solo insuccessi o successi apparenti”.

Ma seguiamo lo svolgersi degli avvenimenti a cominciare da Roma e dintorni.

Innocenzo III, il Papa, fin dalla sua elezione nel 1198, mirò  a riaffermare la supremazia del papato sulle autorità laiche, e a riunire intorno alla Chiesa di Roma tutta la cristianità che doveva essere ricondotta ai miti consigli che Roma dettava. Dovevano finire le lotte tra regnanti cristiani (che invece seguirono con la Chiesa pesantemente parte in causa), doveva essere posta fine alla presenza musulmana in Europa, dovevano essere stroncate tutte le eresie, doveva essere ripresa Gerusalemme perché, fino a quando era nella mani degli infedeli, era Cristo in esilio, Cristo prigioniero di malvagi miscredenti.

      Nei primi anni di regno di Innocenzo, accaddero varie cose che devono essere ricordate. Gli arabi di Spagna furono sconfitti in una grande battaglia a Navas de Tolosa (1212). Nel 1204 si era conclusa la Quarta Crociata che aveva visto Innocenzo tra i maggiori fautori a partire dalla bolla Post Miserabile del 15 agosto 1198 che la reclamava rivolgendosi ai cavalieri e ai nobili d’Europa tralasciando i re che avevano fatto una pessima figura nella Terza Crociata (naturalmente tutto questo sarà approfondito più oltre). Ma proprio qui iniziò un modo diverso di porsi di fronte alle questioni religiose che iniziarono a diventare fortemente conservatrici rispetto ad una società che evolveva con un disincanto sempre maggiore che portava, anche se ancora in modo molto limitato, verso la secolarizzazione della società. Oltre a ciò vi era il montare delle eresie tra i cristiani. Ciò vuol dire semplicemente che, mentre andavano avanti tutti i comportamenti criminali delle gerarchie ecclesiastiche in combutta con ogni potere, vi erano dei fedeli, dei credenti che ripudiavano tutto ciò per praticare la loro fede verso il Cristianesimo delle origini, essenzialmente basato sulla povertà e sulla disponibilità ad alleviare le sofferenze del prossimo (valori questi due ultimi completamente dimenticati dalle gerarchie della Chiesa: Papi, Cardinali, Vescovi, ma anche molto clero). Stavano nascendo in quegli anni molti movimenti pauperistici con il fine, appunto, di riportare la fede alle origini e tali movimenti, di per sé, erano una dura condanna ai comportamenti della Chiesa che quest’ultima avrebbe voluto far scomparire. Tra questi movimenti ve ne erano alcuni che erano stati a suo tempo alleati della Chiesa e difesi da essa come i Patarini, gli Umiliati, gli Spirituali, i Gioachimiti. Ora lo scontro con le degenerazioni ed il malcostume del potere ecclesiastico in combutta con quello laico era totale. Seguendo una tradizione ben forte nella Chiesa e nei regnanti ad essa soggetti, nel 1199 Innocenzo III  emanò una decretale, la Vergentis in senium. In essa Innocenzo III aveva accostato l’eresia alla laesa maiestas ‒ il reato che il diritto romano puniva più severamente ‒ configurandola addirittura come ipotesi aggravata perché lesiva di una maiestasaeterna, superiore a quella temporale difesa dalle leggi civili. Era una chiara indicazione sul come si intendeva procedere contro l’eresia. Una opportunità per tacitare i movimenti ereticali venne offerta proprio ad Innocenzo da Francesco di Assisi che nel 1209, avendo intorno a sé 12 compagni, si recò dal Papa per ottenere il riconoscimento della sua regola di vita nella povertà. Il Papa era molto guardingo su queste cose perché parlare di povertà nella Chiesa sarebbe stato dirompente ed equivalente alla sua distruzione. Ma dopo poco tempo Innocenzo riconobbe la regola di Francesco ed il suo Ordine di Frati Minori, Ordo fratum minorum. E perché questo riconoscimento andò a questi predicatori della povertà ? Perché questa povertà era solo per Francesco ed il suo ordine, perché egli non contestava nulla della struttura ecclesiastica e del suo potere, anzi la Chiesa per Francesco era Madre alla quale occorre dare sincera obbedienza. Era evidente il successo di tale riconoscimento soprattutto per il Papa che da ora poteva dire di ammettere nel seno della Chiesa ogni istanza di povertà, i ceti più umili e lontani. Ogni altro che avesse discusso il potere della Chiesa entrava direttamente nell’eresia (tanta fu la fiducia dei Papi nell’ordine francescano che, poco oltre, ad esso fu dato il privilegio dell’Inquisizione che condivise con i Domenicani). Ma Innocenzo non capì nulla delle nuove eresie e le confuse con quelle dei primi secoli. Qui non si discutevano i dogmi come la Trinità e la natura di Cristo come secoli addietro ma solo le liturgie e le vergogne che discendevano dal Papato criminale. E mentre il Papa riconosceva l’ordine del Giullare di Dio, Francesco, metteva in moto la più feroce e cruenta delle Crociate, quella in Europa non contro infedeli ma contro cristiani. Fu Innocenzo che nel 1208 scatenò la Crociata contro gli Albigesi nel Sud della Francia. E’ comunque opportuno seguire queste vicende con un qualche ordine.

LA CROCIATA CONTRO GLI ALBIGESI

          Dopo la scomunica dei catari nel Concilio di Tolosa del 1119 con Papa Callisto II, già vi erano stati tentativi di fermare l’eresia catara in Linguadoca e Provenza con l’invio nel 1145, da parte di Papa Eugenio III, del cistercense San Bernardo di Chiaravalle (l’ordine cistercense fu riconosciuto proprio da Callisto). Questo tentativo insieme ad altri Concili (Lione 1163, Verona 1184) che si sommavano a richieste del Re di Francia Luigi VII al Papa Alessandro III di fermare l’espandersi dell’eresia, non portarono a risultati. Restò il fatto che dal 1184 dovevano essere i vescovi ad individuare gli eretici per portarli a giudizio presso le autorità civili (nasceva l’inquisizione vescovile). Papa Innocenzo III, nel 1204, affidò ai frati cistercensi guidati da Pietro di Castelnau il compito di combattere l’eresia in Francia ed in Italia. L’eresia doveva essere punita per il bene spirituale dell’individuo e per la conservazione della Chiesa. E si iniziò con l’espulsione dei manichei dai possedimenti della Chiesa. E tra gli eretici, come no ?, venivano annoverati subdolamente anche gli Ebrei accusati esplicitamente  dei peggiori crimini. Nella sua bolla Etzi non displaceat indirizzata al Re di Francia nel 1205, Innocenzo faceva una lista di accuse agli Ebrei che è davvero degna di nota: usura, bestemmia, arroganza, arruolamento di schiavi cristiani e altro. Il Re era sollecitato a porre fine a tali malvagità. Ma la zona di maggior diffusione dell’eresia, quella che più turbava la Chiesa, era il Sud della Francia, la Linguadoca, che era anche una zona indipendente ma contesa dai regni di Francia, Inghilterra ed Aragon. Ed era proprio l’indipendenza da potenze politiche cristiane che alimentava l’indipendenza religiosa. Furono fatti tentativi di missioni che tentassero di sistemare le cose con i dissidenti religiosi ma su questa strada non si ottenne nulla e furono esercitate pressioni sui conti di Tolosa che gestivano quelle terre riuscendo a convincere qualche signorotto ad espellere i religiosi sospetti (1204-1206).  Domingo  Guzmán de Calaruega (poi divenuto San Domenico), facente parte di una missione diplomatica spagnola che passava di lì nel 1203, fu colpito dalla profonda intensità di fede e di decisione degli eretici e chiese di poter restare lì perché riteneva di saperli combattere meglio dei cistercensi. Si convinse presto che per combattere gli eretici si doveva mettere al loro livello di povertà ma, anche con questo non riuscì a risolvere nulla (osservo a margine che per iniziativa di frate Domingo, nel 1220 nacque a Bologna l’ordine dei frati predicatori chiamato successivamente dei domenicani o frati neri o cani da guardia di Dio). E mentre l’eresia si rafforzava in quelle terre e si estendeva, iniziarono varie scomuniche, assassini, intimidazioni, … finché il Papa nel 1204 e poi nel 1205 non chiese al Re di Francia Filippo Augusto di sostenere la lotta per estirpare l’eresia nella Linguadoca ed in Provenza. Ma il Re non aderì a questa richiesta anche perché impegnato nella guerra contro l’Inghilterra. Fu allora che il Papa nel novembre del 1207, propose al Re di fare una Crociata contro gli eretici in modo da potergli concedere le stesse indulgenze che erano state concesse ai crociati che erano andati in Terra Santa. E, per vie contorte, che davano prima libertà ai vassalli della corona di partecipare e poi con il comando dato al figlio Luigi, il Re diede il via alla Crociata contro gli albigesi inviando tra i 10 mila ed i 50 mila uomini armati. Da più parti si marciò contro le città degli eretici e la prima ad essere assaltata (luglio 1209) fu Béziers che, a fronte di circa 500 catari, vide il massacro dei 20 mila abitanti. Si passò poi (agosto) a Carcassonne i cui abitanti furono cacciati dalla città nudi. Dopo Carcassonne il comando dei crociati passò da Arnaud de Amaury a Simone di Montfort. Via via molte città caddero ed i crociati avanzavano mentre alcune delle città precedentemente arrese, si ribellarono di nuovo. Quando le città venivano prese ai catari veniva data possibilità di conversione. Quelli che non accettavano, ed erano molti, venivano bruciati. Nel 1212 intervenne la corona di Aragon alleandosi con il conte Raimondo VI che da Tolosa resisteva contro i crociati. La corona di Aragon estendeva il suo potere su alcune zone del Sud della Francia come l’Occitania che era legata attraverso i Pirenei alla Catalogna fino all’Ebro. L’intervento francese in quelle zone spaventava il Re di Aragona per il tentativo francese di impossessarsi di quei territori. La richiesta fatta al Papa e non accettata era che quell’esercito fosse dirottato contro i mori di Al Andalus (più o meno l’odierna Andalusia) per liberare la Spagna. Lo scontro (12 settembre 1213 a Muret) vide la sconfitta della corona di Aragon ed anche ogni speranza di poter estendere il potere su quelle terre che da allora passarono sotto influenza francese. Con il 1214 la prima parte di questa Crociata si concluse. E’ utile ricordare che alla lotta implacabile contro l’eresia si era aggiunto Federico II (1194-1250), chiamato Stupor Mundi e Puer Apuliae, nipote di Barbarossa, Imperatore del Sacro Romano Impero, re di Sicilia, re di Gerusalemme, imperatore dei Romani, re d’Italia e re di Germania che già al momento della sua incoronazione in Roma (1220) emanò un documento (poi formalizzato con decreti del 1220 e del 1227) con il quale si affermava che quando si fosse individuato un eretico nei territori sotto la sua sovranità doveva essere espropriato e consegnato alle autorità civili per essere messo immediatamente al rogo.

        Nel 1215 si aprì a Roma il Quarto Concilio Laterano che discusse in modo approfondito i problemi connessi con l’eresia. Si decise che la fede che doveva essere accettata (attenzione si dice che si doveva accettare) era quella definita da quel Concilio che stabilì 70 canoni, che entrarono in blocco nel Corpus Iuris Canonici, e che chi rifiutava doveva essere scomunicato dalla Chiesa e consegnato alle autorità civili o secolari per essere punito, con confisca dei beni. Si iniziò a porre un problema che assumerà valenza legale. Non era credibile chi negava di essere eretico davanti al potere dell’autorità e quindi occorreva trovare un qualche sistema. Il primo fu quello delle testimonianze di amici o conoscenti a discarico che dovevano essere date entro un anno, altrimenti il sospetto diventava un eretico in piena regola. Poiché poi le norme stabilite dovevano essere fatte rispettare dall’autorità civile, si obbligarono i sovrani a giurare in tal senso. Tra i primi ad essere colpiti furono i seguaci della Congregazione di Gioacchino da Fiore morto nel 1202 e che era già venerato nel monastero di San Giovanni in Fiore. La condanna riguardava la profezia secondo cui il genere umano avrebbe avuto una terza età (la prima delle quali era quella prima di Cristo e la seconda quella vissuta del dopo Cristo) nella quale sarebbero scomparse Chiesa e Stato e i credenti avrebbero vissuto in una società umile di uguali. Ultima delibera del Concilio riguardò il lancio di una nuova Crociata, la Quinta, per il 1217 che, questa volta, sarebbe dovuta partire sotto la diretta direzione della Chiesa ad evitare fenomeni come quelli organizzati dalla Repubblica di Venezia nella Quarta Crociata.

        Intanto Simone di Montfort continuava la repressione di catari in Linguadoca accendendo migliaia di roghi. Nel 1222 alla morte di Raimondo VI di Tolosa, il potere (il poco potere restante) passò al figlio Raimondo VII che nel 1229 firmò un trattato con il Re di Francia Luigi IX con il quale il primo s’impegnava a cedere la sua autonomia alla Francia, a difendere gli interessi della Chiesa in quelle terre e a combattere l’eresia. In quello stesso anno con il Sinodo di Tolosa, su una decisione del concilio di Avignone del 1200, la Chiesa organizzò in ogni parrocchia una commissione costituita da un prete e da due o tre laici che doveva scoprire gli eretici. Nel Sinodo si stabilì che la casa abitata dall’eretico doveva essere rasa al suolo; che il padrone di quella casa doveva essere espropriato di ogni bene e sottoposto a pene corporali; che l’eretico pentito doveva avere due croci cucite sull’abito senza potere assumere nessun incarico pubblico e senza aver diritto di ricorrere alla giustizia. Infine vi è il seguente straordinario divieto: I laici non possono possedere i libri del Vecchio e del Nuovo Testamento; possono avere solo il Salterio ed il breviario o anche i calendari mariani, e nemmeno questi libri, per altro, devono essere tradotti nella lingua nazionale [citato da Deschner]. Quindi la Bibbia non si poteva avere né in latino né nelle lingue nazionali. In pratica questa procedura risultò complessa e non produsse ciò che si voleva, anche perché serviva un minimo di preparazione teologica che né preti né laici, nella loro generalità, avevano.

        Quel 1229 segnò una breve pausa nella Crociata che proseguì, guidata da Amalrico, figlio di Simone di Montfort, con ferocia per molti anni fino alla caduta dell’ultima fortezza, quella di Montsegur, il 16 marzo 1244, con un rogo sotto le mura di 200 catari. Da questo momento terminò la Crociata ed iniziò la repressione casa per casa che durò fino a che la Chiesa non decise che l’eresia era estirpata, agli inizi del XIV secolo. Naturalmente l’odio verso la Chiesa, anche da chi cataro non era, ma era convissuto amabilmente con loro, crebbe in quei territori e dette vita a risentimenti duraturi che aprirono a culti pagani e superstizioni che, successivamente vedranno l’altra ondata di massacri in nome di Dio denominati caccia alle streghe.

         Sull’operato criminale di Innocenzo III, resta il duro e fermo giudizio di Gregorovius:

Con romana fermezza Innocenzo ingaggiò la lotta contro l’eresia che ordinò di estirpare col ferro e col fuoco; per secoli la sua severità diede un esempio e una guida all’intolleranza della Chiesa. Effetto dell’autorità assoluta di Innocenza III fu la distruzione degli Albigesi che avvenne con la prima guerra combattuta contro gli eretici. Essa, nella quale tanti e così ignobili crimini vennero perpetrati, ha lasciato tracce profonde nella memoria degli uomini: dolore per la distruzione di una bella terra ricca di reminiscenze dell’antica civiltà, simpatie cavalleresche e romantiche, un’ammirazione forse eccessiva per la lirica d”amore provenzale e infine un sentimento di incontenibile sdegno per la violazione della libertà e dei diritti umani, hanno circonfuso di gloria imperitura la fine degli Albigesi e punito Innocenzo con una sentenza indelebile. Benché nella vita dei popoli debba accadere che molti esseri umani cadano sacrificati alla necessità storica, pure non è degna di invidia la sorte di coloro che sono chiamati ad esserne i carnefici. In verità. non è difficile rispondere alla domanda: quale aspetto avrebbe assunto la nostra civiltà se nel XIII secolo fosse stata data libertà assoluta all’eresia e alle sue degenerazioni manichee ?  Il principio della libertà di coscienza, bene sublime del consorzio umano, non appariva a quei secoli impuri come qualcosa di evidente, fissato una volta per sempre, ma si sprigionò vittorioso proprio dai roghi di coloro che perirono assassinati dal’Inquisizione, terribile custode dell’unità della Chiesa e strumento di terrore nato nel momento stesso in cui la potestà pontificia di Innocenzo III toccava il suo apogeo.

        Insomma con Innocenzo III si definisce l’immagine dei Papi del futuro: quelli del potere spirituale e temporale insieme con la santa giustificazione che Cristo aveva posto Pietro come capo indiscusso del cielo e della terra, di Re e Nazioni. Autoritarismo fino all’assassinio non certo per la gloria di Gesù ma per il mantenimento indiscusso del potere. Il crimine diventerà pratica quotidiana per le gerarchie ecclesiastiche. Si preparava il crimine dei crimini: l’Inquisizione (sulla nascita dell’Inquisizione si veda http://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-1841.htm).             

         Iniziamo ora con il descrivere la situazione  esistente in Terra Santa nell’intervallo di tempo tra la Terza e l’inizio della Quarta Crociata.

IN PALESTINA, TRA TERZA E QUARTA CROCIATA

Abbiamo già osservato che, alla fine della Terza Crociata, restava molto poco ai Re cristiani in Terra Santa, una striscia di terra larga al massimo una dozzina di chilometri e lunga circa 100 chilometri che andava da Giaffa a Tiro. Boemondo che era stato neutrale manteneva Antiochia e poca terra intorno fino al porto di San Simeone. Il figlio di Boemondo governava Tripoli  che aveva sotto la sua sovranità il Krak des Chevaliers gestito dall’Ordine degli Ospitalieri, e Tortosa gestita dai Templari.

Una carta delle zone interessate alle crociate per individuare i luoghi citati

         Poiché tutti erano stanchi di guerre sanguinose e Saladino era ormai malato e debilitato, quella poca terra rimasta, chiamata Regno di Gerusalemme, anche se Gerusalemme era tornata musulmana, era abbastanza sicura per un motivo che Runciman descrive con chiarezza. Saladino aveva continuato l’opera iniziata da Nurradin di unificazione dei popoli islamici ma con la sua scomparsa non vi erano persone in grado di seguire quella politica per la mancanza di istituzioni permanenti nell’Islam che, anche dopo la morte di un capo che si affermava per la sua forza e per la sua personalità, continuassero delle politiche di interesse comune. In quel momento un qualunque capo dei popoli islamici avrebbe potuto sbarazzarsi di quei regni cristiani in pochissimo tempo. Invece Saldino aveva una numerosa prole che cercò subito di dividersi quanto il padre aveva unito. Il maggiore dei figli, al-Afdal di 22 anni, si insediò a capo della famiglia ayubita a Damasco; il secondo, al-Aziz di 21 anni, già governatore d’Egitto, si proclamò sultano indipendente; un terzo, az-Zahir, governava Aleppo e non si volle sottomettere al fratello maggiore; un quarto, Khidr, che possedeva lo Huran, restò lì riconoscendo la sovranità di al-Afdal. E questo per ciò che riguarda la discendenza diretta. Vi erano poi ancora due fratelli di Saladino che avevano possedimenti qua e là, in particolare al-Adil (di cui Saladino diffidava) che aveva come feudo le terre che erano state dei crociati franchi in Transgiordania e nello Jezireh, vicino ad Edessa. Vi erano ancora nipoti e cugini che si dividevano le spoglie dell’impero di Saladino in piccoli e piccolissimi feudi. Infine vi era qualche generale  a cui Saladino, per meriti sul campo, aveva affidato delle terre e tra questi il più importante era Bektimur dell’emirato di Akhlat (sulla riva nord del lago di Van).

         Alla morte di Saladino nel 1193, l’impero islamico cominciò a sgretolarsi nei mille rivoli indicati con in più l’inserimento di rivendicazioni territoriali e di potere di gruppi, famiglie e dinastie che Saladino aveva soggiogato. In particolare nel nord-est, a Mosul, con il sostegno di Bektimur, si tentò di ripristinare il potere di Izz ed-Din, ora vassallo di Damasco. Il complotto fu fermato dall’accortezza di al-Adil e dalla morte quasi simultanea di Izz ed-Din e di Bektimur (tanto che si pensò che furono fatti assassinare). I figli e successori dei due ribelli capirono e restarono, almeno per il momento, ubbidienti a al-Adil. Al-Afdal risultò invece un vero debosciato dedito ad ogni vizio. Arrivò a licenziare tutti i ministri  e consiglieri del padre che furono ricevuti invece con gioia da al-Aziz, sultano del Cairo. Costoro, nel 1194 consigliarono ad al-Aziz di attaccare la Siria. Al-Aziz lo fece ed arrivò in breve fino alle porte di Damasco. Al-Afdal spaventato chiese aiuto allo zio al-Adil che accorse per negoziare. Damasco fu risparmiata ma al-Afdal dovette cedere la Giudea ad al-Aziz e Lattakieh e Jabala ad az-Zahir di Aleppo (anche se i due si impegnarono a riconoscere la sovranità del fratello maggiore). Un anno dopo si ripeterono i fatti ma, questa volta, gli emiri iniziarono ad abbandonare al-Aziz permettendo ad al-Afdal di respingerlo in Egitto con il progetto di marciare sul Cairo. Questa volta al-Adil intimò ad al-Afdal di ritirarsi subito, altrimenti sarebbe intervenuto appoggiando al-Aziz. Questi ed altri episodi convinsero al-Adil che al-Afdal non era adatto al governo della Siria e che la famiglia ayubita  non doveva essere denigrata in tal modo dai comportamenti irresponsabili del sovrano. Nel luglio 1196, alleato con al-Aziz, si impadronì di Damasco, cacciò al-Afdal e insediò al-Aziz quale sultano supremo della dinastia.

         Il nuovo sultano durò due anni fino a quando non morì in una battuta di caccia cadendo da cavallo. I ministri di al-Aziz furono spaventati dalla possibilità che ascendesse al trono al-Adil e si affrettarono a chiamare dall’esilio al-Afdal perché divenisse reggente dell’Egitto, cosa che si realizzò nel gennaio del 1199, mentre al-Adil era impegnato al nord contro territori che non volevano accettare il vassallaggio ayubita. Proprio questa difficoltà del potente zio, spinse all’alleanza i due fratelli al-Afdal e az-Zahir per conquistare Damasco, ed all’impresa si unirono molti altri familiari. Ma lo zio accorse subito dal nord e riuscì a respingere e contrastare i due nipoti con i loro eserciti. Con la diplomazia portò dalla sua parte vari alleati dei due arrivando alla vittoria finale quando suo figlio, al-Kamil, lasciato a combattere al nord, arrivò a Damasco vittorioso con il grosso dell’esercito (gennaio 1200). I due fratelli si ritirarono ciascuno nei propri possedimenti. Al-Adil attaccò al-Afdal in Egitto e lo sconfisse ed al-Afdal si ritirò di nuovo in esilio. Al-Adil assunse la reggenza dell’Egitto anche se aveva ancora in sospeso az-Zahir. Quest’ultimo, mentre al-Adil era ancora in Egitto, convinse al-Afdal ad allearsi con lui ed attaccò Damasco. Di nuovo al-Adil accorse e riuscì a dividere i due fratelli promettendo ad al-Afdal regni al nord. Molti emiri fedeli ad az-Zahir iniziarono ad abbandonarlo e costui fu costretto a fare la pace con lo zio riconoscendo la sua sovranità. Così, alla fine del 1201, al-Adil, che prese il titolo di sultno, aveva di nuovo in mano l’impero che era stato di Saladino. Al-Mansur d’Egitto ebbe la città di Edessa; al-Muzzafar, quartogenito di al-Adil ebbe la città che era stata promessa ad al-Afdal; il figlio maggiore al-Kamil governò l’Egitto insieme al padre; il secondo figlio al-Muazzam governò Damasco in nome del padre; il terzo figlio, al-Ashraf governò le terre dello Jezireh. Agli altri figli, mano a mano che raggiungevano la maggiore età, vennero assegnati altri territori ma sempre sotto la ferrea sorveglianza del padre.

         Oltre otto anni di guerre intestine sono qui riassunte. Con la situazione descritta vi era l’impossibilità di riprendere le terre ai cristiani e la cosa sarebbe stata facilissima soprattutto perché dall’Europa non sarebbe venuto aiuto e tantomeno da Bisanzio, alleata ormai con i musulmani dai tempi di Saladino.

         Nella Terra Santa in mano ai cristiani franchi le cose erano complesse per le solite liti, gelosie ed invidie che anche qui abbondavano. Era stato il nipote di Riccardo d’Inghilterra, Enrico di Champagne con la strana funzione di rappresentante dei Re di Gerusalemme (in quanto marito dell’erede legittima), a fare, con molta fatica, un poco d’ordine. Ricordo in breve che Enrico aveva sposato Isabella di Gerusalemme che era figlia di Maria Comnena e di Amalrico I e sorellastra di Baldovino IV. Isabella, che aveva una figlia, Maria, sua erede, era erede legittima al trono di Gerusalemme ed in passato, per garantire un Re bene accetto da tutti i nobili al regno, era stata fatta divorziare da Honfroi de Toron per sposare Corrado del Monferrato. Assassinato quest’ultimo, nel 1192, da due ignoti a Tiro, fu fatta sposare con Enrico di Champagne.  Quindi Enrico di Champagne era un personaggio che aveva molto ascendente, era sposo di una erede legittima e, ancora oggi, non si capisce come mai non fu proclamato Re. Ed il non essere Re lo rendeva debole, soprattutto rispetto alla Chiesa. Quest’ultima, dopo la morte di Eraclio nel 1191, aveva avuto un paio di patriarchi, ora non più di Gerusalemme ma di San Giovanni d’Acri, oscuri e durati poco (Radulfo morto nel 1192; quindi Michele di Corbeil fino al 1194 quando fu mosso ad altro incarico; poi Aimaro, soprannominato il Monaco (dei Corbizzi), arcivescovo di Cesarea, fino alla sua morte nel 1202; poi ancora Soffredo Errico Gaetani fino alle sue dimissioni nel 1204 ed infine, per il periodo che ora ci riguarda, Alberto Avogadro fino al 1214 quando fu assassinato). Nel 1194, i canonici del Santo Sepolcro non avevano consultato Enrico per designare Aimaro ed Enrico reagì facendoli arrestare. Ma egli non era il Re e quindi non aveva un tale diritto. Il cancelliere Giosia, arcivescovo di Tiro, lo convinse a recedere da questa posizione ed a calmare le ire della Chiesa rilasciando i canonici e regalando al nipote del nuovo patriarca un feudo vicino Acri. Enrico aveva anche il problema di Guido da Lusignano che da Cipro guardava ancora con interesse il suo vecchio regno, in questo incoraggiato dai pisani che volevano godere dei favori che Enrico aveva concesso ai genovesi. Nel maggio del 1193, Enrico scoprì che i pisani della colonia di Tiro progettavano di impadronirsi della città per consegnarla a Guido. Enrico fece arrestare tutti i capi ed ordinò che quella colonia di pisani non dovesse superare le trenta persone, togliendo loro molte concessioni e cacciandoli anche da Acri.  Ma Guido aveva ancora nel regno di Gerusalemme suo fratello Amalrico II di Lusignano, sposato con Eschiva di Ibelin nipote di Baliano e figlia dello stesso Guido, che dal 1179 era un comandante dell’esercito e figura di rilievo della corte. Amalrico, che puntava a diventare Re di Gerusalemme, non intervenne direttamente ma mise in moto una serie di azioni (centrate soprattutto su patriarchi e vescovi amici) per screditare Enrico ed accreditare Guido. Voleva insomma una condanna più dura da parte del Papa verso Enrico per il suo comportamento con i canonici, al fine di screditarlo ed aprire la strada al fratello. Il problema si risolse naturalmente con la morte di Guido nel 1194, morte che rendeva Enrico privo di rivali per l’ambita nomina e che faceva ereditare ad Amalrico il regno di Cipro del quale si fece incoronare sovrano nel 1195.

         Ma vi era un altro problema, quello del Principato di Antiochia dove Boemondo III aveva avuto ed aveva una posizione molto ambigua. Non aveva appoggiato la Terza Crociata ed aveva intrattenuto buoni rapporti con Saladino, rapporti che gli avevano permesso il mantenimento del principato. Inoltre Boemondo amministrava anche Tripoli, in nome del figlio minorenne, e questa città era stata salvata solo grazie all’intervento della flotta siciliana. Anche rispetto al sostegno alle varie fazioni che si formavano in Palestina era ondivago e, di volta in volta, sceglieva l’alleato che più gli faceva comodo. In particolare gli occorreva un re debole alla sua frontiera meridionale perché aveva problemi al nord con il principe armeno Leone II, fratello ed erede di Rupen III. Costui si era alleato in un recente passato (1179) con Baldovino Re di Gerusalemme e agli inizi del 1181 era venuto a Gerusalemme a rafforzare tale alleanza sposando Isabella di Toron, sorella di Honfroi IV di Toron e figlia di Stefania di Transgiordania. Ma con Boemondo vi erano stati furibondi contrasti. Giunto al potere nel 1186, Leone aveva cercato di riavvicinarsi a Boemondo riconoscendone la sovranità. La cosa sembrò funzionare tanto è vero che i due si trovarono alleati nel 1187 per respingere un’invasione di turcomanna. Inoltre Leone sposò una nipote di Sibilla, moglie di Boemondo, e fece un grosso prestito in denaro a Boemondo. Ciò segnò la fine della tregua tra i due. Poiché i soldi non tornavano indietro Leone reagì non intervenendo quando nel 1192 Saladino minacciò Antiochia distruggendo la fortezza templare di Baghras. Quando Saladino si ritirò, la fortezza venne presa da Leone che non la volle restituire ai templari come Boemondo aveva chiesto. Di fronte al rifiuto di Leone, Boemondo chiese aiuto a Saladino che però aveva altri problemi altrove e non intervenne. Anche se Saladino non intervenne, la sua chiamata da parte di Boemondo fece infuriare Leone. Nella vicenda intervenne anche Sibilla che non voleva contrasti perché sperava nell’aiuto di Leone al momento di assicurare il principato di Antiochia per il figlio. Per risolvere il tutto, nel 1193 Leone invitò Boemondo e Sibilla, insieme a molti dignitari di corte, nel castello di Baghras restaurato. Gli ospiti arrivarono ma, appena messo piede nel castello furono fatti arrestare da Leone che li avrebbe liberati solo con la cessione a se medesimo del Principato di Antiochia. Boemondo molto a malincuore accettò e Leone con un drappello di armeni si diresse ad Antiochia per prendere possesso del principato. Qui scoppiò una rivolta e gli armeni si ritirarono. I nobili della città si riunirono, decisero di costituirsi in comune e che, finché non fosse stato liberato Boemondo, il reggente sarebbe stato il figlio maggiore, Raimondo. Allo stesso tempo furono inviati messaggeri ad Enrico di Champagne e al fratello, Boemondo di Tripoli, perché intervenissero in aiuto di Antiochia. L’ostilità di Antiochia verso gli armeni sembra sia stata originata dai mercanti italiani che temevano che quella popolazione, considerata barbara,  potesse ostacolare i loro commerci e l’influenza di tali commercianti sembra essere provata proprio dalla costituzione in un comune, idea italiana e certamente non francese.

         Boemondo di Tripoli accorse subito e, prima che arrivasse, Leone si era ritirato a Sis, sua capitale, portandosi dietro i prigionieri. Boemondo non era in grado di attaccare il regno armeno ed attese Enrico che aspettò la primavera per mettersi in marcia. Lungo il cammino incontrò degli ambasciatori degli Assassini che volevano riappacificarsi con i cristiani. Invitarono Enrico al castello dove, morto il vecchio capo della setta, il nuovo, dopo essersi ampiamente scusato per l’assassinio di Corrado, fece del tutto per rendere grato il soggiorno agli ospiti mostrandogli anche come i suoi sudditi si ammazzavano tra loro o si suicidavano dietro suo ordine, Questo stupendo spettacolo terminò quando Enrico lo chiese. Al momento della partenza gli Assassini assicurarono il loro aiuto per qualsiasi persona fosse grato ad Enrico venisse uccisa.

         Finalmente Enrico arrivò in Armenia e sotto le mura di Sis iniziò una trattativa con Leone. Veniva deciso che Boemondo sarebbe stato liberato senza riscatto; che Baghras diventava armena; che nessuno dei due sovrani sarebbe stato soggetto all’altro; che il figlio maggiore di Boemondo, Raimondo, avrebbe sposato la figlia ed erede di Leone, Alice. Vi era il solo piccolo problema che Alice era già sposata ma esso venne risolto in brevissimo tempo con l’assassinio del marito. La situazione era gradita perché, finalmente, sembrava che al nord si fosse arrivati alla pace. Anche Enrico era felice perché il suo prestigio era cresciuto, soprattutto nei regni cristiani, come abile negoziatore. Ma Leone restava insoddisfatto perché, così come stava facendo Amalrico di Cipro, ambiva ad essere incoronato come Re e la cosa la avrebbe potuta fare solo un potente imperatore. Leone scelse Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, re di Germania, di Puglia e di Sicilia ed imperatore del Sacro Romano Impero, salito al trono nel 1191, alla morte di suo padre mentre si recava in Terra Santa per la Terza Crociata. Enrico VI promise che avrebbe incoronato Leone ma questi avrebbe dovuto riconoscersi suo suddito. Leone accettò. Ma Enrico VI non riuscì mai ad andare in Oriente perché morì il 28 settembre del 1197 ma aveva già dato incarico al suo cancelliere ed al legato papale, Corrado di Magonza, di rispettare i patti. Costoro si recarono a Sis ed incoronarono Leone. Poco prima anche l’Imperatore di Bisanzio, Alessio Angelo, aveva inviato una corona a Leone ed anche con quella fu incoronato (c’è solo da dire che Leone non si era rivolto direttamente a Bisanzio per essere incoronato, perché quell’Impero non aveva più il prestigio di un tempo). Il viaggio del cancelliere di Enrico e del legato papale in Terra Santa, con un grande contingente militare, era iniziato prima della morte di Enrico VI ed era finalizzato a preparare il terreno per una nuova crociata che riscattasse l’onore tedesco dopo la brutta figura della Terza Crociata.

         Enrico di Champagne non fu felice di avere nei territori di Acri da lui controllati delle truppe tedesche che ne attendevano altre. Ormai i cristiani in Terra Santa avevano capito che non si dovevano provocare guerre e vivere in pace con i musulmani cercando di ottenere risultati attraverso mediazioni, ambascerie, sottili inganni per mettere gli uni contro gli altri i figli di Saladino. Ma i tedeschi erano venuti per combattere e, senza consultare i governanti cristiani locali, si misero in marcia verso la Galilea attaccando i possedimenti musulmani. Al-Adil inviò un messaggio a tutti i suoi vassalli che chiedeva di dimenticare i rancori per unirsi tutti contro gli invasori. I tedeschi furono informati dell’arrivo di un esercito musulmano guidato da al-Adil e, senza neppure sapere di quanti combattenti era composto, furono presi dal panico e si dettero alla fuga, con la cavalleria che dimenticò dietro di sé la fanteria. A questo punto anche Enrico fu costretto ad intervenire associando le sue truppe a quelle della fanteria tedesca, più coraggiosa della cavalleria. Al-Adil che prima marciava su Acri, non desiderando scontri troppo impegnativi, deviò verso Giaffa tenuta da una piccola guarnigione che Enrico non era in grado di difendere. Enrico tentò di interessare alla difesa di Giaffa Amalrico di Lusignano, ora Re di Cipro, promettendogli la reggenza di Giaffa se l’avesse difesa. Amalrico delegò un suo debosciato rappresentante ed alla fine fu lo stesso Enrico a dover decidere di andare a soccorrere Giaffa. il 10  settembre del 1197 passò in rivista le truppe dall’alto del balcone che dava sul cortile del castello. In quel momento entrarono nel salone dove si trovava il balcone alcuni invitati pisani. Enrico si voltò per salutarli poi, nel fare qualche passo indietro andò ad appoggiarsi alla ringhiera che cedette. Il nano di corte tentò di fermare la caduta verso il cortile ma ambedue si schiantarono al suolo. Enrico era morto e questo avvenimento creò costernazione nell’intero regno perché tutti convennero che si era perso un abile condottiero, bravo nel trattare, intelligente e fermo nelle sue scelte. Ma non vi era il tempo di piangere perché era urgente nominare un nuovo capo per affrontare i due temi sul tappeto: la guerra con i saraceni e la crociata tedesca.

         Chi aveva la legittimità del trono era Isabella, la moglie del defunto, i figli sia di secondo che di ultimo letto erano tutti in tenera età. Sembrò chiaro che l’addolorata vedova dovesse risposarsi in fretta. I nobili discussero animatamente per giorni, mentre Giaffa cadeva senza resister, ma senza accordo. Finalmente intervenne il legato papale Corrado che indicò il nome di Amalrico di Lusignano (la cui moglie era morta di recente) e nessuno osò opporsi (lo fece solo, ma isolato anche dal suo clero, il patriarca Aimaro il Monaco). La designazione piacque pure al Papa Innocenzo III. A gennaio del 1198, Amalrico si recò ad Acri, sposò Isabella (che era, ancora giovane, già al quarto matrimonio), già vedova di Corrado di Monferrato e di Enrico di Champagne  fatta separare da Honfroi de Turon, e quando il Patriarca li incoronò come Re e Regina di Gerusalemme, alla corona di Cipro egli unì quella di Gerusalemme. Ma Amalrico volle mantenere separate le due corone perché Cipro gli serviva per assicurare l’incoronazione a suo figlio Ugo, mentre Gerusalemme restava saldamente in mano di Isabelle ed eventualmente di sua figlia Maria di Monferrato.

         Amalrico si mostrò abile nel condurre gli affari di Stato ed a lui si deve la riunificazione dei regni cristiani spezzati da territori in mano musulmana. Insieme ad Enrico conte di Brabante (che era arrivato in Terra Santa al seguito della Terza Crociata) e a truppe tedesche, approfittando della concentrazione di truppe musulmane a Giaffa, attaccò e riconquistò Sidone e Beirut, riportando i regni cristiani a confinare di nuovo con la Contea di Tripoli (Jebail era già stata riconquistata). Questo successo fece pensare ai tedeschi che ormai erano in grado di riprendere Gerusalemme, anche se tutti i notabili della zona sconsigliavano vivamente azioni di questo tipo. Ma i tedeschi, guidati dal cancelliere, Corrado di Hildesheim, non vollero sentire nessuno e nel novembre del 1197 avanzarono verso la Galilea assediando il castello di Toron. Al primo assalto le difese del castello caddero ed i musulmani, in cambio della loro vita, avrebbero ceduto il castello ed i 500 prigionieri cristiani detenuti. L’arcivescovo voleva invece una resa senza condizioni e ciò comportò che la resistenza del castello seguì mentre al-Adil chiedeva e stava per ricevere rinforzi dall’Egitto di al-Aziz. Arrivò in questo frangente la notizia di una guerra civile iniziata in Germania e molti dei capi tedeschi iniziarono a desiderare tornare. Si avvicinava però l’esercito egiziano e occorreva dar battaglia. Ma l’arcivescovo, Corrado di Magonza, il cancelliere, Corrado vescovo di Hildesheim, e tutti i capi si erano dati alla fuga. Così l’intero esercito cercò scampo dentro la città di Acri da dove si imbarcò per tornare in patria. Altra brutta figura tedesca sul fronte della Terra Santa che, a fronte della riconquista di Beirut e Sidone, doveva annoverare la perdita di Giaffa e la sistemazione in Terra Santa di un nuovo Ordine, che si aggiungeva a Templari ed Ospitalieri, quello dei Cavalieri teutonici che si era formato, a partire dalla Terza Crociata, intorno ad un ospizio realizzato ad Acri per curare i crociati tedeschi (l’Ordine venne poi riconosciuto nel 1198 come monastico-militare ed ospedaliero, sia dal Re che dal Papa) e che spesso complicò le vicende politiche palestinesi.

         Appena partiti i tedeschi Amalrico e al-Adil si incontrarono per trattare una tregua perché ambedue non avevano voglia di imbarcarsi in guerre con i tanti problemi che ciascuno aveva. Per i successivi 5 anni, ai musulmani sarebbe andata Giaffa e ai cristiani Beirut e Jebail, mentre Sidone fu divisa in due. Il compromesso risultò subito utile ad al-Adil perché, alla morte di al-Aziz in un incidente di caccia (1198), egli fu libero di inviare truppe per annettersi l’Egitto. Ed anche Amalrico fu libero di occuparsi dei nuovi problemi provenienti da Antiochia.

 Questo Principato doveva vivere in pace con gli armeni attraverso il figlio di Boemondo, Raimondo, sposo della principessa armena Alice, figlia di Leone. Ma Raimondo era morto improvvisamente nel 1197 lasciando un figlioletto, Raimondo-Rupen, legittimo erede ma troppo piccolo per poter assumere il potere. Per parte sua Boemondo era già avanti negli anni (ne aveva 60) e non sperava di vivere fino a che il piccolo arrivasse alla maggiore età per prendere in mano la gestione del potere. Il pericolo era una reggenza armena. Sulla questione intervenne il legato papale, Corrado di Magonza, che aveva la speranza, in caso di reggenza armena, di insediare in Antiochia un suo vassallo. Egli, nei giorni dell’incoronazione di Leone, si trovava a Sis e da lì si recò ad Antiochia dove costrinse Boemondo a far giurare i suoi baroni che, in caso di morte, la successione sarebbe stata di Raimondo-Rupen.

         Chi si oppose a questa imposizione fu Boemondo di Tripoli, secondogenito di Boemondo III di Antiochia, che puntava alla successione in Antiochia. Ma, da solo, non avrebbe potuto nulla. Si alleò però con i Templari che erano furiosi con Leone che ancora non aveva restituito loro il castello di Baghras. Gli Ospitalieri contribuirono in denaro mentre i pisani ed i genovesi avrebbero avuto in cambio concessioni commerciali. Con questo sostegno a cui si univa l’ostilità della popolazione di Antiochia contro agli armeni, Boemondo di Tripoli si presentò ad Antiochia  alla fine del 1198, destituendo suo padre ed inducendo il comune a giurargli fedeltà.

         Evidentemente Leone non poteva accettare tutto ciò e chiese aiuto al Papa Innocenzo III che era interessato al vassallaggio, promesso da Leone, della Chiesa armena anche se di altro rito, per avere una base in quelle terre. Boemondo di Tripoli fu convinto ad andarsene da Antiochia nella quale però tornò, insediandosi al potere, nell’aprile del 1201 quando suo padre, Boemondo III, morì. Non tutti i nobili della città accettarono il dato di fatto perché si sentivano legati ai patti con Leone e decisero di trasferirsi alla corte di Sis. Leone, al momento della morte di Boemondo III, non fu in grado di prendere iniziative perché stava subendo un attacco da parte dei turchi selgiuchidi. Questi ultimi passavano attraverso un lungo periodo di guerre civili tra i figli eredi del grande sultano selgiuchida Kilij Arslan II e, quando vi era una qualche pausa tra le loro guerre, attaccavano i Paesi confinanti. Comunque le crisi di Antiochia e dell’intera zona di Palestina e Siria potevano sfogarsi senza pericoli esterni proprio perché gli ayubiti di al-Adil ed i selgiuchidi erano occupati in altre faccende. Presto, quando i selgiuchidi saranno stati riuniti da Rukn ad-Din Suleiman di Tokar, le cose cambieranno.

         Ed erano questi i problemi riguardanti Antiochia che aveva Amalrico, problemi perché restava un fondo di paura che in un modo o in un altro Antiochia provocasse uno scontro con al-Adil. Anche se iniziavano a circolare voci di una grande crociata in preparazione in Europa, Amalrico avrebbe lavorato per la pace in Terra Santa fino a quel momento.

         Intanto iniziavano ad arrivare ad Acri avamposti della Crociata. Prima una flotta fiamminga al comando di Giovanni di Nesle, poi un’altra da Marsiglia al comando del vescovo Gualtiero di Autun e del conte di Forez. Successivamente arrivarono altri cavalieri francesi, tra cui Stefano di Perche, Roberto di Monfort e Rinaldo II conte di Dampierre, trasportati da navi veneziane. Si trattava di non più di un centinaio di uomini che anticipavano il grande esercito in partenza dalla Dalmazia. Come tutti i neofiti, i francesi appena sbarcati volevano partire a fare la guerra ai musulmani e, di fronte alla richiesta di pazienza da parte di Amalrico, Rinaldo di Dampierre lo insultò come codardo. Costui si autonominò capo e convinse tutti i cavalieri a trasferirsi al servizio di Boemondo di Tripoli. In viaggio verso Antiochia dovevano attraversare terre in mano a musulmani e, mentre l’emiro di Jabala non pose difficoltà, avvertì i crociati che per attraversare il territorio di Lattakieh sarebbe stato necessario il salvacondotto di az-Zahir di Aleppo. Rinaldo ed i suoi non vollero attendere e si misero in marcia. L’emiro della città tese loro un’imboscata prendendone molti prigionieri e massacrando gli altri. Da questo momento iniziarono scontri locali qua e là, con attacchi da una e dall’altra parte, senza che gli episodi si trasformassero in scontro generalizzato. Ed ancora, nel settembre del 1204, fu firmata una tregua per 6 anni tra Amalrico e al-Adil. Quest’ultimo desiderava che si aprissero di nuovo le rotte commerciali con la Siria e, al momento, le cose erano impedite dalla superiorità cristiana sul mare e dalla maggiore disponibilità di porti. Percciò fu disposto a concedere ad Amalrico molto di più di quanto potesse sperare: la cessione di Sidone, Giaffa e Ramleh oltre alla semplificazione delle procedure per i pellegrini che si recavano a Gerusalemme e Nazaret. Ma il quasi cinquantenne Amalrico non poté godere di questo successo perché morì il 1° aprile 1205 per una indigestione di pesce.

         Come da volontà espresse in precedenza, la morte di Amalrico comportò la separazione del regno di Cipro da quello di Gerusalemme. Il primo  andò al figlio suo e di Eschiva d’Ibelin,  Ugo I di 6 anni con la reggenza affidata al marito di sua sorella Burgundia, Gualtiero di Montbéliard. Il regno di Gerusalemme invece sarebbe dovuto andare ad Isabella probabilmente con l’imposizione di un quinto matrimonio … ma di Isabella improvvisamente non si sa più nulla oltre al fatto che, probabilmente, morì anch’essa nel 1205, a soli 33 anni. Doveva essere, con Runciman, persona tanto bella quanto scialba perché in tutti quegli anni e con tanti re al fianco non risultano sue iniziative. Al trono di Gerusalemme salì quindi Maria di Monferrato che aveva 13 anni mentre a Giovanni di Ibelin, signore di Beirut, maggiore tra i fratellastri di Isabella e figlio di un uomo di grande prestigio come Baliano, fu affidata la reggenza.

Torniamo ora alla preparazione della Crociata in Occidente. In chiusura del precedente capitolo avevo detto che Innocenzo III fu tra i massimi fautori della Quarta Crociata, vediamo quale fu il suo operato.

LA CAMPAGNA DI INNOCENZO III PER LA CROCIATA

         Subito dopo la sua elezione al pontificato, nel gennaio 1198, Innocenzo III si occupò di rilanciare la crociata verso la Terra Santa. Era infatti recentissima la fine della Terza Crociata che aveva visto la disfatta di ambiziosissimi eserciti guidati dai massimi regnanti europei.

         Innocenzo III si presentava come un mistico che si interessava della liberazione dell’umanità dal male e che inaugurò la tradizione di dotarsi di uno stemma papale che stava ad indicare la sua paesana nobiltà (era per via di padre conte di Segni, un paesino tra Roma e la Ciociaria, e soprattutto nipote di Papa Clemente III). Il male erano naturalmente tutti coloro che non riconoscevano la Chiesa di Roma considerata centro del mondo, sia come potere spirituale che temporale. Iniziò il 15 agosto del 1198 con l’enciclica Post Miserabile che chiamava tutti alla Crociata e con una lettera indirizzata a tutti i regnanti e potenti dell’Occidente cristiano al fine di liberare la Terra Santa dagli infedeli. Naturalmente venivano promesse indulgenze plenarie (cose dello spirito) ma vi era anche, tra i privilegi accordati a coloro che avrebbero preso  parte alla crociata, la protezione delle loro proprietà mentre erano fuori, inclusa la sospensione del pagamento e degli interessi sui loro debiti contratti con gli Ebrei (cose temporali). Si trattava, udite udite, di una questione di cuore. Così scriveva Innocenzo: Come può l’uomo che ama, secondo il precetto divino, il suo prossimo come se stesso, sapendo che i suoi fratelli di fede e di nome sono tenuti al confino più stretto dai perfidi musulmani e gravati della servitù più pesante, non dedicarsi al compito di liberarli? […] Forse non sapete che molte migliaia di cristiani sono avvinte in ceppi ed imprigionate dai musulmani, torturate con tormenti innumerabili ? E, rivolgendosi ai Templari, così declamava: Voi traducete in atti le parole del Vangelo, secondo cui non c’è amore più grande di quello dell’uomo che offre la sua vita in cambio di quella dei suoi cari. Anche qui dietro l’idea di questa nuova crociata vi era il desiderio di ricomporre lo Scisma d’Oriente del 1054, la voglia cioè di rimettere insieme le tradizioni cristiane, quella latina (la sua) e quella greca (d’Oriente). Poiché la discussione verteva e verte su dogmi non vi era possibile conciliazione ma solo la capitolazione di una posizione rispetto all’altra. Come conciliare il pluralismo delle chiese con la richiesta del primato di Roma ? Come mettersi d’accordo su quella secolare questione del Credo niceno al quale fu aggiunto il figlio ? Nessuno sarebbe riuscito a convincere l’altro ma la mente di Innocenzo non sapeva pensare ad una riconciliazione per riconoscimento di differenze ma solo ad una sottomissione dei greci al Credo dei latini ed al riconoscimento, sempre dei greci, del primato di Roma su Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme. La Crociata sarebbe servita anche a questo, a mostrare la decisione di Roma di ricondurre tutto a sé e di riuscire in imprese complesse proprio in un momento in cui Bisanzio, una delle roccaforti dell’ortodossia orientale, era molto debole politicamente e militarmente. Ma negli anni in cui Innocenzo chiedeva impegni alla cristianità, supposta unita, continuavano le guerre tra i principali esponenti dei regni cristiani. La Francia e l’Inghilterra non smettevano di azzannarsi mentre in Germania vi era aperta ostilità verso la Chiesa ed il papato, con la Chiesa che interferiva pesantemente nella guerra civile in atto, imponendo, pena la scomunica, la parte guelfa. Le ricche potenze emergenti, le Repubbliche marinare italiane, avevano invece il problema di non turbare i loro interessi commerciali con l’Oriente. Solo il Re di Ungheria rispose all’accorato appello. Ma in fondo la non presenza di Re, e la guida della Crociata da parte di un legato papale, sarebbe stata salutare per la Crociata stessa perché avrebbe evitato le rivalità così deleterie nelle due precedenti. La Prima, che non aveva dei Re al seguito, fu l’unica ad avere successo. Inoltre le difficoltà dei reali cristiani europei in sempiterne guerre tra loro, avrebbe impedito in questo momento qualunque interdizione all’impresa: Enrico VIHohenstaufen, il principale avversario della Chiesa ed il più potente Imperatore europeo, era morto nel settembre del 1197, probabilmente avvelenato dalla moglie, Costanza d’Altavilla (figlia di Ruggero II di Sicilia e zia di Guglielmo II di Sicilia), per le sanguinose repressioni, esecuzioni di massa, torture che Enrico aveva ordinato fin dal 1196 in Sicilia, terra di Costanza, a seguito di un presunto complotto contro la sua persona. E la stessa Costanza, subito dopo la morte del consorte, aveva affidato il proprio regno in Sicilia ed il figlioletto Federico alla cure papali. Ma questa morte improvvisa iniziò a generare una guerra intestina. Filippo di Svevia, fratello di Enrico VI e zio del piccolo Federico, si impossessò del potere in  Germania reclamando per sé l’Impero ma un’altra casa rivendicava la stessa cosa, quella di Welf che opponeva il suo candidato, Ottone di Brunswick.

         Per i suoi continui e ripetuti incitamenti alla guerra, Innocenzo si servì del suo legato, il cardinale Pietro Capuano (noto per aver riportato ad Amalfi le reliquie di qualche disgraziato spacciato per l’apostolo Andrea), e, ad imitazione degli straccioni della Prima Crociata, di Folco di Neully, un predicatore che, veste lunga, barba incolta, un cappellaccio in capo, affascinava le folle derelitte che addirittura lo consideravano santo. A costui il Papa chiese di farsi predicatore itinerante soprattutto tra i contadini da convincere a seguire i loro padroni nella Crociata. Un altro predicatore, Martino di Pairis, si mosse per l’intera Germania. Nessuno dei due predicatori, comunque, raggiunse le vette di Pietro l’Eremita, l’eroe dei pezzenti della Prima Crociata. Nell’Italia meridionale Innocenzo III affidò la predicazione all’abate Luca di Sambucina e al vescovo Lorenzo di Siracusa. Il vescovo di Liddo-Ramlah fu destinato alla predicazione in Sicilia. Oltre a questi predicatori, in ogni provincia ecclesiastica fu costituita una commissione di prelati addetti ai problemi organizzativi e giurisdizionali connessi con la crociata, come la riscossione delle offerte, che dovevano affluire a Roma. Il papa concedeva ai crociati l’indulgenza plenaria e il vantaggio delle preghiere quotidiane in tutte le chiese d’Europa, ossia la persona, i possessi e la famiglia del crociato erano sotto la protezione della chiesa fino al ritorno della crociata. Ma Innocenzo non si fermò ai suoi predicatori. Scrisse (1199) al patriarca Aimaro di Gerusalemme per avere notizie sui regni cristiani. Era in realtà preoccupato per le interferenze di Enrico VI di Germania perché, con l’incoronazione dei Re di Cipro e di Armenia, aveva reso suoi vassalli coloro che erano in precedenza vassalli della Chiesa. Inoltre e non a caso, Enrico aveva organizzato un’avanguardia di Crociata in Terra Santa, con i primi reparti giunti ad Acri nell’agosto del 1197, poco prima della sua morte (di questa impresa era informato il Papa Celestino III che non mosse un dito). E questa avanguardia, partita da Bari, doveva essere solo la premessa all’arrivo di un grande esercito che si preparava in Sicilia. Era un volersi affermare come Re dei Re che assumeva la difesa dei canoni del Cristianesimo occidentale indipendentemente da ogni intervento papale.

Gli sforzi di Innocenzo, ormai libero da intralci, si concretizzarono solo a novembre del 1199, in occasione di un torneo tra nobili in Francia, nel castello di Ecri sull’Aisne, di proprietà di Tibaldo di Champagne, nipote di Riccardo Cuor di Leone e di Filippo Augusto di Francia ma, soprattutto, fratello di Enrico di Champagne che aveva regnato in Palestina. Nei salotti che seguirono le giostre, si parlò di crociate e per saperne di più fu invitato proprio il predicatore Folco di Neully. Costui infiammò il suo uditorio che si convertì alla Crociata inviando al Papa la decisione presa in tal senso. E proprio nel senso di una crociata che partiva dal basso questo annuncio fu una buona notizia per Innocenzo. Come azione preliminare Innocenzo scrisse all’Imperatore bizantino, Alessio III Angelo, per offrire la riunificazione delle Chiese e chiedergli, di passaggio, aiuto ed assistenza per i futuri crociati.

A fianco di Tibaldo di Champagne, riconosciuto come capo della spedizione, vi erano Baldovino IX di Hainault, conte di Fiandra e suo fratello Enrico, Luigi  conte di Blois, Goffredo III di La Perche, Simone IV di Monfort (il futuro delinquente, massacratore ed assassino degli albigesi) che si portò dietro l’abate Guy de Vaux de Cerney, insieme ai loro fratelli, Enguerrando di Boves, Rinaldo di Dampierre e Goffredo di Villehardouin. Aderì anche il vescovo di Autun, il vescovo di Halberstadt ed il conte di Katznellenbogen. Anche i nobili italiani del Nord aderirono, a cominciare da Bonifacio, marchese del Monferrato (la cosa preoccupò Innocenzo perché i signori del Monferrato erano amici ed alleati della famiglia di Enrico VI di Germania). Le adesioni vi erano, non si sa bene quanto consistenti, ma ora occorreva passare alla fase organizzativa ed economica. Un primo grave problema era quello della disponibilità di navi perché il viaggio via terra, con Bisanzio ridotta a molto poco e con l’Anatolia in mano ai Selgiuchidi, era ormai impensabile.  Ma dei crociati solo i fiamminghi disponevano di flotta e la usarono per recarsi da soli verso la Terra Santa. Gli altri discutevano sul dove fosse più utile sbarcare e, seguendo un’indicazione che a suo tempo dette Riccardo Cuor di Leone secondo il quale era l’Egitto la parte più vulnerabile delle terre musulmane, decisero che la Crociata sarebbe stata diretta verso le coste egiziane. Passò l’intero anno 1200 in estenuanti trattative dietro le quali vi era la direzione nascosta di Innocenzo. Finché, nel marzo 1201, non morì Tibaldo di Champagne, subito sostituito al comando Da Bonifacio di Monferrato c he aveva una famiglia già impegnata in Terra Santa: suo padre Guglielmo era un membro della nobiltà della Palestina; suo fratello Guglielmo aveva sposato Sibilla di Gerusalemme divenendo padre del piccolo Re Baldovino V; suo fratello Ranieri aveva sposato la figlia dell’Imperatore di Bisanzio, Manuele, ed era stato assassinato proprio in quella città;  suo fratello Corrado era stato il salvatore di Tiro, aveva governato la Terra Santa ed era il padre dell’attuale principessa ereditaria, Maria di Monferrato. Niente da eccepire sulle referenze di Bonifacio a parte il fatto che la sua designazione toglieva l’influenza papale alla Crociata. Ed infatti, dopo una visita in Francia, Bonifacio si diresse in Germania per colloqui con il suo amico Filippo di Svevia, attuale regnante in attesa di corona, della Germania. Filippo, come tutto il resto della famiglia Hohenstaufen, provava profonda avversione per l’Impero bizantino che, a parte ogni altra considerazione, era l’unico che offuscava la potenza di quello germanico. L’altra considerazione riguarda il fatto che Filippo era sposato dal 1197 (e per amore) con Irene Angelo, la figlia dell’Imperatore bizantino Isacco II Angelo e vedova dello spodestato principe siciliano Ruggero III, morto nel 1192. Anche suo padre, l’Imperatore Isacco II Angelo, era stato spodestato, gettato in prigione ed accecato insieme a suo figlio Alessio, da suo fratello Alessio per la sua incapacità, per la corruzione dilagante tra i notabili di corte, per aver perso metà dell’Impero nei Balcani contro il regno valacco-bulgaro, per aver ceduto a pagamento (in contanti) agli italiani quasi ogni attività commerciale, per aver imposto tasse al fine di pagare gli enormi fasti delle sue nozze con Margherita d’Ungheria.  Le cose non migliorarono con il nuovo Imperatore Alessio III (che ritenendo la casata Angelo non prestigiosa, assunse il nome di Comneno), anzi. Crebbe corruzione e spesa allegra, alla quale si prodigò anche la moglie Eufrosina, mentre si tentava una pacificazione con il Papato sulla questione delle due Chiese separate perché Roma avrebbe potuto proteggere Bisanzio da un temuto attacco di Enrico VI. I problemi per Alessio III si aggravarono con la morte di Enrico VI e con l’ascesa al potere di Filippo che ora, aveva anche basi legali per pretendere quel trono (era lo sposo di Irene Angelo) anche per vendicare Isacco II.

Alla fine del 1201 il giovane Alessio riuscì a fuggire dalla prigione e, dopo un inutile incontro con il Papa che lo considerò unj essere spregevole, si recò in Germania presso la corte di Filippo e di sua sorella Irene. Filippo presentò Alessio a Bonifacio di Monferrato ed insieme pensarono che, in occasione della Crociata, sarebbe stato forse utile fare una capatina a Bisanzio per sistemare al trono il giovane Alessio.

Intanto i crociati agli inizi del 1201, ancora prima della morte di Tibaldo, avevano preso contatti con Venezia per il trasporto delle truppe. Si addivenne ad un accordo: in cambio di 85 mila marchi d’argento di Colonia, Venezia forniva navi da trasporto, viveri per un anno ed una partenza fissata per il 28 giugno 1202. Le navi dovevano servire per quattromilacinquecento cavalieri e relativi cavalli, novemila scudieri e ventimila fanti. A protezione del convoglio sarebbero state fornite cinquanta galee con il patto che metà di quanto la crociata avesse conquistato sarebbe stato venduto a Venezia. Ma qui cominciarono problemi e disaccordi. Molti crociati diffidavano di Venezia e si imbarcarono per loro conto per andare da Marsiglia direttamente in Siria, altri per recarsi ad Acri. La gran parte dei reclutati contadini non capivano perché occorreva passare per l’Egitto: loro volevano andare in Terra Sant a liberare il Santo Sepolcro, che c’entrava l’Egitto ? I veneziani per parte loro giocavano una sporca partita. Avevano contrattato con al-Adil importanti e floride basi commerciali in Egitto. Mentre Venezia era in trattative con i crociati lo era pure con emissari di al-Adil che assicurava non avrebbe mai trasportato truppe in Egitto. Inoltre, nella primavera del 1202 ambasciatori veneziani al Cairo firmavano con il viceré del sultano un trattato che dava ampie concessioni a Venezia.

I crociati erano comunque in mano a Venezia. Quella montagna di denaro non erano riuscii a raccoglierla e ai crociati ammassati in un’isola di Venezia, fin dal giugno del 1202, veniva negato l’imbarco. Restavano lì senza poter far nulla con i mercanti veneziani che li assillavano per riavere il denaro di piccoli prestiti necessari alla sopravvivenza e con la minaccia che Venezia smettesse di alimentarli. Finalmente, a settembre, con l’intervento di Bonifacio reduce da un incontro con il Papa (che allora come oggi era incapace di sborsare denaro), si addivenne ad un accordo con i veneziani. La crociata avrebbe deviato un poco verso la Dalmazia dove la sua città più importante era da poco caduta in mano degli ungheresi. Se i crociati avessero aiutato Venezia a riconquistare Zara, il pagamento per la Crociata avrebbe potuto essere dilazionato. E così fu anche se il Papa (nessuno sa quanto in buona fede perché vi erano stati quei preliminari incontri con Bonifacio) informato di questa transazione si disse contrario. I termini dello scambio erano stati contrattati tra Bonifacio ed il Doge di Venezia Enrico Dandolo che aveva dei rancori verso Bisanzio: circa trenta anni prima, quando faceva parte di un’ambasceria a Bisanzio, fu coinvolto in una rissa che gli fece perdere parzialmente l’uso della vista e, in tempi più recenti, ancora da Bisanzio, si era visto rifiutare da Alessio III il rinnovo di favorevoli accordi commerciali perché Alessio, affamato di denaro aveva venduto concessioni a Genova e a Pisa. Dandolo, al quale non interessava minimamente l’idea di liberare la Terra Santa, aveva capito che finché esisteva l’Impero bizantino non poteva essere sicuro di mantenere l’egemonia del commercio con l’Oriente. La sua idea era quella di utilizzare la Crociata per sbarazzarsi di questo ingombro e l’attacco a Bisanzio fu deciso con Bonifacio, mantenendo però nascosti agli altri crociati questi piani. Con Ostrogorsky, c’è da dire che con Venezia i bizantini avevano perso la supremazia sul mare ed ancora con Venezia avrebbero perso anche l’Impero.

Il fatto sensazionale è che questa Crociata, come quella contro gli Albigesi, era diretta contro i cristiani d’Ungheria, con il suo Re che aveva aderito alla Crociata, ed anche contro la più grande città cristiana esistente, Bisanzio. Un vero successo per le aspirazioni di Innocenzo III che non sapeva di avere a che fare con cristiani e con i loro modi di intendere la fede. Appena seppe dell’orrore dell’attacco a Zara il Papa (dicono che) inorridì. Scomunicò l’intera Crociata. Poi ci ripensò perché gli fecero notare (sveglio il Papa !) che si era avuto un ricatto. Ma, da irremovibile qual era, mantenne la scomunica ai veneziani. Ma siamo sempre alla politica dei Papi: da una parte fanno gli scandalizzati, dall’altro approvano in segreto e, anche in questo caso, dietro le proteste di facciata Innocenzo convenne con Bonifacio che era preferibile dissimulare i sentimenti in modo che la spedizione si compisse. I capi crociati compresero allora che un tale pontefice avrebbe sempre accettato la politica dei fatti compiuti. A questa seconda deviazione della Crociata aiutò molto la presa di contatto con i loro capi di ambasciatori di Filippo di Germania che spinsero perché la Crociata deviasse appunto verso Bisanzio per mettere sul trono il giovane Alessio. Bonifacio fu d’accordo per la sua avversione condivisa all’Impero di Bisanzio da un lato per la sua amicizia ed alleanza con la Germania e dall’altro per quel suo fratello, Ranieri, che aveva sposato la figlia dell’Imperatore di Bisanzio, Manuele, ed era stato ammazzato in quella città. Il Papa non vedeva questa scelta di buon’occhio ma non disse nulla emanando solo un ordine che vietava qualunque attacco ad altri cristiani che non si opponevano ai fini della Crociata. La debolezza dell’intervento papale convinse gli osservatori greci che Innocenzo era d’accordo con quanto accadeva.

Le note e la bibliografia sono nella parte seconda di questo articolo.

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