Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

Marzo 2012

LA QUARTA CROCIATA

La flotta salpò da Venezia l’8 novembre del 1202. In due giorni fu a Zara che dopo un breve assedio ed un assalto venne conquistata e saccheggiata (15 novembre) con crociati e veneziani che vennero alle mani per la spartizione del bottino. Poiché si entrava nell’inverno, si decise di svenare a Zara e fu qui che, al principio del 1203, arrivarono gli ambasciatori di Filippo di Svevia (anch’egli scomunicato ma in precedenza) e di Alessio con i quali fu firmata l’alleanza. Alessio, se l’avessero aiutato a salire al trono di Bisanzio, prometteva enormi somme di denaro per pagare Venezia e da distribuire tra i crociati, ogni facilitazione per le concessioni commerciali a Venezia, la pace religiosa con Roma attraverso la sottomissione di Bisanzio e ogni sostegno alla prosecuzione della Crociata, compreso un contingente di 10 mila uomini dell’esercito imperiale ed il sostegno delle spese per mantenere in pianta stabile un contingente di 500 uomini in Terra Santa. Queste offerte furono comunicate ai nobili crociati e quasi tutti le accettarono poiché non veniva meno il fine che aveva mosso tutti infatti la Crociata sarebbe proseguita dopo, con l’importante sostegno di Bisanzio. I pochi che rifiutarono, partirono per la Palestina imbarcandosi individualmente o lasciarono l’impresa. Agli altri era stato fatto credere che Bisanzio aveva sempre osteggiato le precedenti Crociate, tradendo la cristianità, e quindi era giusto riportare all’ovile gli scismatici greci. I più scaltri avevano capito che si trattava di arricchirsi e, tra essi, Bonifacio che capì subito che le ricchezze di Bisanzio non sarebbero mai state uguagliate da un qualunque feudo in Palestina. Il Papa, informato, fece anche qui, un gesto di dissenso di facciata ma fu felicissimo delll’accordo che prevedeva la sottomissione della Chiesa greco-ortodossa a Roma. A Zara, Alessio si unì ai crociati il 25 aprile del 1203, a Corfù, fu firmato l’accordo relativo alla deviazione della spedizione verso Bisanzio. Il 24 giugno la flotta crociata era sotto le mura di Bisanzio dopo aver saccheggiato i campi della Tracia.

La rotta della Quarta Crociata

         Alessio III non aveva preparato alcuna difesa anche perché non aveva più un esercito affidabile e gli alleati di un tempo non confidavano per nulla in lui. I crociati non ebbero indugi ed iniziarono subito ad attaccare, iniziando con Calcedonia e Crisopoli, sulla costa asiatica del Bosforo, e quindi sbarcando a Galatea, oltre il Corno d’oro.

Il Corno d’Oro di Bisanzio con, a destra, Galata. Il braccio di mare a sinistra porta al Mar di Marmara e quindi al Mar Egeo, quello in basso a destra porta al Mar Nero, quello al centro finisce come rappresentato.

         Da Galata riuscirono a spezzare un’enorme catena che impediva l’accesso alla città alla navi. Il giovane Alessio aveva assicurato che la popolazione della città avrebbe accolto con entusiasmo i crociati. Ma non fu così, anzi, la presenza di latini infastidiva molto tutti. Le porte della città erano sbarrate e delle guardie sulla mura apparivano minacciose. Vi fu l’attacco ed iniziarono combattimenti che durarono fino al 17 luglio, quando i crociati riuscirono ad aprirsi una breccia  e ad entrare. Alessio III, poco prima dell’apertura della breccia, prese con sé sua figlia ed una borsa carica di pietre preziose e gioielli e scappò in Tracia. I notabili del governo della città cercarono di salvarsi liberando il cieco Isacco II e rimettendolo sul trono e comunicando a Dandolo che, poiché era stata ripristinata la legalità, non vi era ragione che continuassero le ostilità. I comandanti crociati accettarono a patto che il giovane Alessio fosse riconosciuto come coimperatore con il nome di Alessio IV e, soprattutto, che quest’ultimo avesse rispettato le molte promesse fatte.  Isacco per parte sua fu d’accordo ed il 1° agosto fu incoronato Alessio IV come coimperatore.

         A questo punto doveva mantenere le promesse ed i crociati, particolarmente i veneziani, non potevano accontentarsi dei ricchi doni ricevuti nei primi giorni di regno. Il clero greco si irritò molto quando Alessio chiese la soggezione a Roma. Il tesoro dell’Impero non era sufficiente a pagare i debiti con i veneziani. Per far fronte agli impegni Alessio impose nuove tasse e fece razzia di ori ed argenti ecclesiastici da fondere per pagare i debiti. La Chiesa si imbestialì. Improvvisamente Alessio IV si trovò stretto tra due fuochi: da un parte le pretese sempre più pressanti di crociati e veneziani che non avrebbero desistito e dall’altra l’ira dei greci che non sopportavano i latini e le imposizioni di Alessio IV che quei latini aveva portato a farla da padroni in città. Alla fine di gennaio del 1204 scoppiò una rivolta contro Alessio IV che oltre al trono perse la vita (fu strangolato in un sotterraneo). Suo padre, di nuovo in prigione, vi morì in breve tempo. Al trono salì Alessio V Ducas Murzuflo, genero di Alessio III e marito di quella Eudocia che era stata moglie del sovrano serbo Stefano. Ma questi erano affari interni di Bisanzio che per nulla riguardavano i mal sopportati ospiti che ancora non erano stati soddisfatti in nulla. Il 6 aprile 1204 iniziò l’attacco dei crociati e dei veneziani alla città che riuscì a resistere ed a respingere gli attaccanti. Sei gironi dopo vi fu una altro attacco che riuscì ad aprire una breccia nelle mura ma i bizantini continuarono a resistere finché un incendio scoppiato forse per un tradimento pagato dai veneziani non li intrappolò costringendo i bizantini alla resa. Alessio V e la moglie scapparono. Il giorno successivo Dandolo ed i capi crociati avevano preso possesso del Palazzo reale concedendo ai soldati di saccheggiare la città. Scrive Runciman:

Il sacco di Costantinopoli non ha paralleli nella storia. Per nove secoli la grande città era stata la capitale della civiltà cristiana. Era piena d’opere d’arte lasciate dall’antica Grecia e di capolavori dei suoi propri eccellenti artigiani. I veneziani effettivamente conoscevano il valore di tali oggetti e, dovunque poterono, si impadronirono dei tesori asportandoli per adornarne le piazze, le chiese ed i palazzi della loro città. Ma ì francesi e i fiamminghi erano pieni di bramosia di distruzione. Si precipitavano furiosi ed urlanti per le strade e per le case, strappando tutte ciò che luccicava e distruggendo ogni cosa che non potessero trasportare, fermandosi soltanto per assassinare o violentare, o per spalancare le cantine e dissetarsi con vino. Non risparmiarono né monasteri, né chiese, né biblioteche. Nella stessa Santa Sofia si potevano vedere soldati ubriachi strappare le tappezzerie e spezzare la grande iconostasi d’argento calpestando i sacri libri e le icone. Mentre bevevano allegramente dal vasellame dell’altare una prostituta si sedette sul trono del patriarca e cominciò a cantare un’oscena canzone francese. Molte monache furono violentate nei loro conventi. Palazzi e tuguri furono ugualmente forzati e rovinati. Donne e bambini feriti, giacevano morenti per le strade. Per tre giorni continuarono le orrende scene di saccheggio e spargimento di sangue, finché l’immensa e magnifica città fu ridotta a un macello. Perfino i saraceni sarebbero stati più misericordiosi, esclamò lo storico Niceta, e con ragione.

Alla fine i comandanti latini si resero conto che una cosi grande distruzione non recava vantaggio ad alcuno. Quando i soldati furono esausti per i loro eccessi, l’ordine venne ristabilito. Chiunque aveva rubato un oggetto prezioso fu obbligato a consegnarlo ai nobili franchi; e sfortunati cittadini furono torturati per costringerli a consegnare i beni che erano riusciti a nascondere. Perfino dopo che tanti tesori erano stati stoltamente distrutti, la quantità del bottino era impressionante. Nessuno, scrisse Villehardouin, avrebbe potuto valutare l’oro e l’argento, il vasellame e i gioielli, lo sciamito, le sete, le pellicce di vaio e di ermellino; ed aggiunse, fondandosi sulla propria dotta autorità, che mai, dalla creazione del mondo, era stato preso tanto bottino in una sola città. Tutto fu diviso secondo il trattato: tre ottavi ai crociati, tre ottavi ai veneziani ed un quarto messo da parte per il futuro imperatore.

La Quadriga marciana, uno dei tesori saccheggiati da Venezia a Bisanzio. Adorna, oggi in copia, la facciata della Basilica di San Marco.

Al resoconto di Runciman se ne aggiunge un altro, più drammatico, quello di Deschner:

Il fatto che l’opera di depredazione e omicidio cadesse proprio nella settimana santa sembrò mettere le ali all’attività dei cavalieri di Cristo – del resto, anche in occasione della presa di Gerusalemme nel 1099, la missione di guerra cattolica culminò di venerdì, nell’ora in cui “il nostro Signore Gesù Cristo accettò di sopportare per noi la morte sulla croce”. A Costantinopoli però i cristiani infierirono contro i cristiani molto più di quanto avrebbero fatto i turchi duecentocinquanta anni dopo, nel 145l.

Allora, nel 1204, le cosiddette dimore del signore, le chiese cristiane, andarono in fiamme o furono trasformate in stalle […] Gli abitanti cristiani furono derubati e massacrati, soltanto i coloni uccisero per vendetta circa “duemila persone di ogni sesso ed età”… Ragazze e monache furono violentate, i ragazzi venduti come schiavi. Quasi tutto l’occidente cattolico prese parte a queste “splendide gesta”, come furono definite di lì a poco: “veneziani, pisani, genovesi e molti altri provenienti da tutta l’Italia, dall’Ungheria, da Germania, Gallia e Spagna vennero loro di nuovo in aiuto” …

Il manuale di storia della chiesa in quattro volumi riserva a tutte le “splendide gesta”, “ai saccheggi e agli spargimenti di sangue” della Quarta crociata esattamente quattro righe! E il Lexikonfùr Theologie und Kirche (1997), anch’esso in quattro volumi, scrive nel suo resoconto sulle crociate e sul relativo movimento, sulla “conquista di Costantinopoli” e sulla Quarta crociata, addirittura solo una riga e mezza, limitandosi a comunicare che in essa si fu “sviati dallo scopo dichiarato”. Che storiografia riguardosa!

La città probabilmente più grande e più ricca del mondo, da secoli il centro della cultura cristiana, era ricolma di opere d’arte dell’antichità classica, dell’era bizantina, e anche di reliquie dell’epoca del vecchio e del nuovo testamento. Quali rarità vi si trovavano! Pezzi da esposizione veramente sensazionali della storia sacra: il bastone di Mosè, per esempio, il tavolo di Salomone, il calamaio di Pilato. Secondo quanto riferisce il cronista Roberto di Clari, cavaliere e testimone piccardo che nel 1205 ritornò a casa verosimilmente carico di reliquie, in una “fonte estremamente preziosa, di grande «human interest»” …, c’erano: “pezzi della vera croce, spessi come la gamba di un uomo e lunghi mezza tesa; c’era il ferro della lancia con cui fu trapassato il fianco di Nostro Signore, e c’erano i due chiodi che gli furono infilati attraverso le mani e i piedi [ .. .]”. Il conte Baldovino di Fiandra riuscì perfino a portare nelle vicinanze del suo castello di Gand alcune gocce del sangue di Cristo. C’erano ritratti di Cristo e di Maria, “non fatti da mano umana” (Acheropita), l’immagine non dipinta da mano umana di Gesù …, la cintura della madre di Dio (la sua veste, la più importante reliquia di Costantinopoli, che con le sue numerose chiese dedicate alla madonna era “la città della madre di Dio”.

La “Cronaca di Novgorod”, opera di un russo che a quel tempo si trovò a passare pec Costantinopoli, dà un’idea del comportamento, ispirato tanto da devozione quanto da sensibilità artistica, dei Franchi nella Hagia Sofia, la grande basilica di Giustiniano per la quale pare che l’imperatore avesse speso a suo tempo centosessanta tonnellate d’oro. Essi distrussero e rubarono tutto ciò che gli parve desiderabile: dodici colonne d’argento del coro, dodici croci d’altare, quaranta calici, un prezioso tavolo pieno di pietre preziose, in più innumerevoli candelabri d’argento, pale d’altare adorne di icone, un paliotto, un messale, “quaranta vasi d’oro per l’incenso e tutto quello che trovarono d’oro e d’argento, anche vasi di valore inestimabile, negli armadi, alle pareti e nei luoghi dove erano conservati, tanto che sarebbe impossibile contarli. Tutto questo solo nella chiesa di Santa Sofia; ma saccheggiarono anche la chiesa di Santa Maria di Blachernes […] e molti altri edifici dentro e fuori le mura, e conventi il cui numero non possiamo indicare e la cui bellezza non possiamo descrivere”.

Il cronista Gunther di Parigi, un cistercense incaricato da papa Innocenzo di predicare nel 1202 a favore della Quarta crociata, riferisce nella sua “Historia Constantipolitana” a proposito del suo abate Martino e della sua sete di reliquie: “Vi affondò entrambe le mani con fretta e bramosia e, dotato com’era di un robusto grembiule, riempì lo sbuffo della tonaca con il sacro bottino della chiesa”. Il religioso ladrone portò ridendo la sua preda sulla nave, e aveva tutti i motivi per essere contento, “poiché il bottino comprendeva una traccia del sangue del Signore, un pezzo della vera croce di Cristo, una parte non piccola di San Giovanni, un braccio di San Giacomo, un piede di San Cosma, un dente di San Laurenzio, reliquie di altri ventotto santi e otto sante nonché resti, per lo più frammenti di pietra, di sedici luoghi sacri”.

Simili sacri devotionalia erano naturalmente per la quasi totalità veri e propri imbrogli, ma passavano indiscutibilmente per autentici e venivano assai venerati, erano per così dire oggetti preziosi unici e, non da ultimo, incredibili calamite per l’industria del pellegrinaggio e già per questo rappresentavano un’intollerabile concorrenza per quanto riguarda il culto. Ma che si trattasse di arte o di religione, tutto fu consegnato, per dirla elegantemente, allo “smantellamento culturale” …, fu distrutto furiosamente e in brevissimo tempo, smerciato per enormi somme o trascinato nelle dimore di signori laici o religiosi dell’ occidente; “non furono risparmiate chiese né conventi, e nemmeno le biblioteche” … I più pregiati manoscritti furono vittima dei briganti dell’occidente, solo pochi drammi di Sofocle ed Euripide sopravvissero. Le “bande di soldati” franchi … distrussero la città “in modo più brutale di quanto avessero mai infierito i califfi o i turchi in oriente; Costantinopoli e l’Impero bizantino non si sono mai più riavuti da questo colpo” … Furono i veneziani a portare via in modo sistematico quanto vi era di più prezioso nelle chiese e nei palazzi, arricchendosi in modo quasi inimmaginabile, ma ogni uomo di rango appena elevato guadagnò un patrimonio.

La furia dei saccheggi assunse, alla fine, proporzioni tali che i comandanti dell’ esercito ordinarono di ammassare il bottino – con il quale si dovevano pagare anche i debiti ai veneziani – in tre chiese e un’abbazia. E mai fino a quel momento, osserva Roberto di Clari, il semplice cavaliere e testimone oculare, nel suo energico resoconto in francese antico “La Conquête de Constantinople”, “mai, da quando questo mondo fu creato furono visti o conquistati tanti beni così splendidi e ricchi, né ai tempi di Alessandro né di Carlo Magno, né in precedenza né in seguito”. Le quaranta città più ricche del mondo, assicura il cronista, non contenevano tante ricchezze quante Bisanzio da sola. E nel rubare e saccheggiare, pone l’accento Roberto di Clari, proprio i comandanti e i sorveglianti furono alla testa per dare il cattivo esempio; essi presero “i gioielli d’oro e quel che volevano […] e ognuno dei ricchi prese o gioielli d’oro o stoffe di seta, e portando via quello che più gli piaceva […] e alla maggioranza dell’esercito non si dava niente, né ai cavalieri poveri né ai fanti che avevano aiutato a conquistarle […]” . E non è stato sempre così attraverso i secoli, quando si è trattato di denaro, di profitto? E non è così ancora oggi?

I crociati, cavalieri francesi e tedeschi, distrussero centinaia di opere d’arte insostituibili. Rubarono i più splendidi tesori d’oro, argento, pietre preziose. Vestirono per scherzo se stessi e i loro cavalli con vesti bizantine, trasformarono perfino immagini di Gesù e dei santi in poltrone e sgabelli per loro comodità. Molti trascinavano in giro come trofei le donne greche da loro violentate, bevevano e mangiavano per intere giornate. Una sera incendiarono la città orientale e le fiamme consumarono completamente la parte vicina al mare – come pure altri quartieri, alte chiese, splendidi palazzi, le strade degli affari mondani; donne, uomini, bambini perirono nel fuoco, fu una fantastica luminaria e il terzo grande incendio della città a opera dei pellegrini, una tempesta di fiamme che mandò in cenere più case “di quante ne contassero le tre più grandi città della Francia”. Ma quando ci si avvicinò con le croci e le icone di Cristo, quando i cristiani si appellarono in questo modo ai cristiani, allora i cavalieri del Signore caddero preda del furore: scaraventarono via icone e reliquie, gettarono – scrive Niceta Coniate, il testimone oculare che in quest’occasione perse il suo patrimonio, ma riuscì a salvare la famiglia grazie a dei mercanti veneziani – il corpo e il sangue di Cristo nella polvere, rubarono cavalli, oro, fecero a pezzi e spartirono l’intero tesoro della chiesa, portarono via sui muli l’oro e l’argento e scannarono dentro la cattedrale animali che cercavano di fuggire, mentre una prostituta, “un letamaio di vizi”, sbraitava parole oscene seduta sul trono dei patriarchi che era stato del santo e dottore della chiesa Giovanni Crisostomo.

La rovina di Costantinopoli, che scioccò il mondo e si riflette perfino nei libri di storia dei Cinesi, erompe forse nel modo più impressionante nel grido di Niceta, gran logoteta, segretario, guardasigilli dell’imperatore, storico e teologo (morto nel 1217). la cui eccellente opera storiografica è la fonte più importante per il dodicesimo secolo e l’inizio del tredicesimo: “La sventura si abbatté su ogni capo. Nei vicoli si udivano pianti, le strade erano colme di lamenti e gemiti, dalle chiese risuonavano grida di dolore, gli uomini singhiozzavano, le donne urlavano, ovunque le persone erano trascinate, schiavizzate […] Presero tutto a tutti, denaro e averi, case e vestiti, e non permisero ai legittimi proprietari neanche di utilizzare le loro cose. Erano gli uomini dal collo d’acciaio, l’animo vanaglorioso, il sopracciglio inarcato, la guancia sempre rasata e liscia come fanciulli, con la destra assetata di sangue, il naso tremante d’ira, l’occhio sollevato per l’orgoglio, le mascelle insaziabili […] erano gli uomini che, cosa ancora più grave, indossavano la croce, che avevano spesso pronunciato su questa croce e sulle Sacre Scritture il falso giuramento secondo cui avrebbero attraversato i paesi cristiani senza spargimento di sangue, non avrebbero deviato a sinistra né piegato a destra, poiché avevano armato la loro mano solo contro i saraceni e volevano tingere la loro spada solo del sangue dei distruttori di Gerusalemme; erano gli uomini che avevano promesso di non toccare una donna finché avessero indossato la croce, poiché come schiera consacrata a Dio erano al servizio dell’Onnipotente! […] Oh mia città, mia cara città, pupilla di tutte le città! Città famosa nel mondo, ultraterrena, sublime! Nutrice della chiesa, antenata della fede, maestra della giusta dottrina, tutrice delle scienze, dimora della bellezza!”

All’assedio e alla conquista di Costantinopoli, in cui morirono molte migliaia di greci, presero parte attiva oltre ai cavalieri dell’occidente anche vescovi, abati e monaci cattolici, tra cui il vescovo di Halberstadt Corrado di Krosigk, che nel 1208 lasciò alla sua cattedrale, “madre e maestra della diocesi”, con tanto di relativi documenti – perché ogni cosa deve essere legalmente regolata, accuratamente ordinata – il suo bottino costituito da reliquie e analoghe rarità. O l’abate cistercense Martino dell’ Alsazia, che fu “ugualmente presente alla conquista e portò nella sua patria una parte assai grande della vivifica croce e altre reliquie del Signore insieme a molte reliquie di altro genere, ornate di oro, argento e pietre preziose, nobilitando così oltre misura l’Alsazia e tutta la Germania”. La rapina nobilita, questo è chiaro; deve solo essere abbastanza grande!

         Credo sia abbastanza per capire la grave tragedia per tutta l’umanità che fu quella distruzione. E non sono io a dover dire quale tragedia imperitura fu per la Chiesa e per i cristiani TUTTI, quel massacro in nome della fede e di un Papa criminale che aizzava ad imprese così banditesche. Inutile anche aggiungere che da questo momento si chiuse ogni porta alla riunificazione tra le Chiese

         La storia di quelle bestialità cristiane continua e, dopo i saccheggi seguì la scelta del nuovo Imperatore, naturalmente latino. In prima fila sperava molto Bonifacio che per avere più titoli aveva liberato dalla prigione la sposa di Isacco II Angelo, Margherita d’Ungheria, e l’aveva rapidamente sposata (cosa non può la fede !). Ma i veneziani, i veri padroni della situazione, non lo volevano ed imposero una personalità di minore spicco, Baldovino IX conte di Fiandra e di Hainault. Egli doveva amministrare il territorio conquistato con l’eccezione di quello che il Doge aveva preteso per Venezia. Baldovino avrebbe amministrato parte della Tracia, la Bitinia, la Misia fino al Monte Olimpo, oltre ad isole dell’Egeo come Samotracia, Lesbo, Chio, Samo e Coo. Bisanzio doveva comunque risultare divisa perché i tre ottavi della città furono presi dai veneziani i quali pretesero l parte di città in cui vi era la basilica di Sant Sofia in cui fecero installare il Patriarca di Venezia, Tommaso Morosini. Oltre a questa parte di Bisanzio, i veneziani pretesero quelle parti della costa che sarebbero loro servite per i loro commerci: le coste occidentali della Grecia continentale, il Peloponneso, Nasso, Andro, l’Eubea, Gallipoli, Adrianopoli ed i porti della Tracia sul Mar di Marmara. Altri capi crociati presero per sé vari feudi. Bonifacio fece varie trattative e poi pretese per sé la Macedonia e Tessalonica convincendo i veneziani con la vendita a loro fatta dell’isola di Creta. La pretesa fu accolta ma Bonifacio accettò di essere vassallo di Bisanzio.

Due mappe che mostrano la suddivisione dell’Impero bizantino dopo il 1204

         Il 16 maggio Baldovino fu incoronato e già il 1° ottobre dovette intervenire contro Bonifacio che voleva l’indipendenza (bonifaccio comunque, riuscì ad impadronirsi di gran parte della Grecia continentale sistemando suoi vassalli in luoghi strategici). Comunque l’Impero così nato, che i latini chiamarono Romània, iniziò a darsi leggi farraginose ed incomprensibili oltreché inapplicabili. Dopo la suddivisione in feudi, oltre 600, il potere in mano all’Imperatore era quasi nullo. Inoltre molte province assegnate non erano mai state conquistate e non lo furono mai. Ma i greci, che avevano perso la loro capitale, dopo un periodo di sbandamento, riuscirono a riorganizzarsi con tutta l’energia che era ed è sempre stata loro. Nell’arco di due anni riuscirono a riorganizzarsi in tre Stati, retti da discendenti di imperatori deposti: ad Oriente l’Impero di Trebisonda retto da due nipoti dell’Imperatore Andronico, Alessio e Davide Comneno (con la protezione e l’aiuto della importante regina Tamara di Georgia). Dei due, Davide fu ucciso nel 1206 in combattimenti per estendersi verso il Bosforo, mentre Alessio fondò una dinastia che durò due secoli e mezzo. In Occidente, un erede bastardo degli Angelo si proclamò despota dell’Epiro fondando una dinastia che in seguito avrebbe annientato il regno di Tesasalonica. Il terzo Stato greco, quello più potente, fu l’Impero di Nicea, fondato dalla figlia di Alessio III, Anna e dal suo sposo Teodoro Lascaris. Qui si rifugiarono tutti gli esuli di Bisanzio ed il Patriarca greco, che era fuggito in Tracia, rinunziò alla sua carica affinché un prete di Nicea, Michele Autoretano, fosse eletto Patriarca.

         I latini governarono come un elefante in una cristalleria. Pieni di sé cercano di imporre le loro usanze, i loro credo, la loro Chiesa a tutti gli altri facendo danni irreparabili, anche a se medesimi. La vicenda più eclatante riguardò i rapporti con i popoli balcanici, in particolare con l’Impero valacco-bulgaro. Questo Impero nato dalla rivolta dei fratelli Asen (rivolta nata dalle tasse imposte da Isacco II Angelo per pagare il suo matrimonio con la figlia del Re d’Ungheria), era da molti anni in guerra con l’Impero bizantino e, per questo motivo, si coltivava odio verso i greci. Avrebbero fatto volentieri alleanze con i latini proprio per sbarazzarsi definitivamente degli antichi dominatori. Di fronte ad alcune terre dell’Impero valacco-bulgaro, che erano state occupate dallo zar bulgaro Kaloyan, terzo dei fratelli Asen, durante la guerra per la liberazione dai bizantini, l’Imperatore latino a Bisanzio rivendicò quelle terre per sé e, ciò che è molto più grave, il Patriarca latino di Bisanzio, con il pieno appoggio di Innocenzo III, volle affermare la propria autorità sulla Chiesa ortodossa bulgara. Ciò spinse ad una alleanza del tutto innaturale dei bulgari e dei valacchi con i greci che portò ad una dura sconfitta dell’esercito latino di Romània nella battaglia di Adrianopoli del 1205.  In questa occasione fu catturato lo stesso Imperatore latino Baldovino e portato a morire in un castello dei Balcani. L’impero di Romània passò al fratello, Enrico, di Baldovino. Fu questo un sovrano abile ed intelligente che riuscì a mantenere il neonato Impero per  10 anni al di fuori di lotte e conflitti e a salvarlo dalla distruzione immediata, pur essendo circondato non propriamente da amici.

         In definitiva quella clamorosa ed infame conquista risultò vacua ed effimera. Ma il Papa era felice e lo manifestò in una lettera a Baldovino, prima che costui fosse fatto fuori. Per il Papa integrare alla Chiesa di Roma significava conquistare un popolo. Distrutte le tradizioni, le cose più care e più intime di un popolo, violentate le donne, scannati gli uomini, rubato ogni avere … ebbene tutto questo per quel signore in gonnella significava che i greci avevano ormai accettato la Chiesa di Roma. Quella conquista, per il Papa, era un miracolo compiuto da Dio ed Innocenzo si rallegrava nel Signore e dava la sua approvazione senza riserve. E se il papa si rallegrava, in Occidente era una gran festa ed il maggiore giubilo era per l’arrivo di quelle patacche, anche di tipo necrofilo, chiamate reliquie. Si elevarono lodi e cantarono inni per la caduta della grande ed empia città. Ci si illudeva poi che il dominio su Bisanzio avrebbe reso più semplice la futura riconquista di Gerusalemme. Alcuni musulmani si allarmarono per quanto era accaduto: sembrava che quella conquista dovesse presto sfociare in altre guerre in terre dell’Islam. Di questo allarme il Papa, ancora !, si rallegrò. Poi arrivarono notizie più particolareggiate ed il papa provò orrore. E già, perché il Papa credeva che i crociati ed i veneziani erano arrivati a Bisanzio, avevano bussato e chiesto che tutti si assoggettassero e questi tuti avevano accettato ringraziando. Se esprimeva il suo orrore in buona fede, doveva essere mentalmente tarato. Dal punto di vista delle sue immediate incombenze, Innocenzo apprese con disgusto (ma non risultano provvedimenti) che il suo legato, Pietro di San Marcello, aveva emanato un decreto con il quale assolveva tutti i crociati dall’obbligo di continuare il viaggio fino alla Terra Santa. La Quarta Crociata era dunque stata una spedizione criminale solo contro i cristiani, prima a Zara e poi a Bisanzio ed al solo fine di arricchirsi a qualunque costo.

         Intanto in Palestina (proprio in Terra Santa !) si erano resi conto che nessuno sarebbe arrivato dalle loro parti. I più responsabili tra i cristiani di Palestina capivano i danni che quell’Impero latino avrebbe fatto loro. Infatti vari nobili che avevano perso le loro terre riconquistate dai musulmani, anche rispondendo ad appelli di Baldovino di Romània, si trasferirono dalla Terra Santa a qualche ricco feudo concesso presso Bisanzio, sul Bosforo, in Grecia, … Anche cavalieri che prima puntavano ad andare, magari individualmente, in Terra Santa per trovare lì un qualche feudo, ora puntavano a Bisanzio dove il feudo sarebbe stato più facile e più ricco. A questo proposito conclude Runciman:

Di rado fu commesso contro l’umanità un delitto maggiore della quarta crociata. Non soltanto essa causò la distruzione o la dispersione di tutti i tesori del passato che erano stati accuratamente raccolti da Bisanzio ed inferse un colpo mortale a una civiltà ancora grande ed attiva, ma fu anche un gesto di madornale insipienza politica. Infatti non soltanto non recò nessun aiuto ai cristiani di Palestina anzi sottrasse loro possibili aiuti, ma sconvolse l’intero sistema di difesa della cristianità. Se i latini fossero stati in condizione di occupare tutto l’Impero bizantino come esso era al tempo di Manuele, avrebbero potuto fornire un forte impulso al movimento crociato, sebbene Bisanzio, governata secondo gli interessi della Siria latina, difficilmente avrebbe potuto prosperare a lungo. Ma fin dalla morte di Manuele, Bisanzio aveva perduto molti territori in Anatolia ed i latini non poterono nemmeno conquistare tutto ciò che ne era rimasto, mentre i loro attacchi contro i greci rafforzavano ancor più i turchi. Uno dei risultati della quarta crociata fu che la strada dall’Europa alla Siria diventò più difficile, a causa della diffidenza dei greci di Nicea e dell’ostilità dei turchi verso i viaggiatori. Nessun gruppo armato tentò mai più di compiere il viaggio dall’Occidente attraverso l’Anatolia. Nemmeno la via del mare era diventata più facile: infatti le navi italiane preferivano ora trasportare passeggeri alle isole greche o al Bosforo piuttosto che ad Acri o ai porti della Siria.

Nell’ ampio quadro della storia mondiale le conseguenze furono assolutamente disastrose. Fin dall’origine del suo Impero, Bisanzio era stata il baluardo dell’Europa contro l’Oriente infedele e il barbaro Settentrione: li aveva fronteggiati con i suoi eserciti e domati con la sua civiltà; aveva trascorso molti periodi difficili quando pareva che il suo fato fosse segnato, ma era riuscita a superarli. Alla fine del secolo XII stava affrontando una lunga crisi, poiché il danno che le conquiste turche in Anatolia del secolo precedente avevano inferto al suo potenziale umano ed alla sua economia, cominciavano soltanto allora ad avere pieno effetto, accresciuto dall’energica concorrenza delle città mercantili italiane. Ma l’impeto avrebbe potuto molto bene mostrare ancora una volta la propria capacità di ricupero e riconquistare i Balcani e buona parte dell’Anatolia; la sua cultura poteva continuare ad esercitare senza interruzione la propria influenza sui paesi circostanti. Perfino i turchi selgiuchidi avrebbero potuto cadere sotto il suo dominio ed essere alla fine assorbiti, ringiovanendo l’Impero. La storia dell’Impero di Nicea dimostra che i bizantini non avevano perduto la loro energia, però, con la perdita di Costantinopoli, era stata spezzata l’unità del mondo bizantino che non poté più rinnovarsi nemmeno quando la capitale stessa fu riconquistata. L’aver tenuto a freno i Selgiuchidi fa parte dei successi ottenuti dai niceni, ma quando apparve una nuova, più vigorosa tribù turca, sotto la direzione dell’audace casata di Osman, il mondo cristiano d’Oriente era troppo profondamente diviso per opporre una resistenza efficace. […]

… Fra la cristianità orientale e quella occidentale era stato seminato l’odio; le tiepide speranze di papa Innocenzo e le compiaciute vanterie dei crociati di aver posto fine allo scisma e riunito la Chiesa, non divennero mai una realtà. Al contrario, la loro crudeltà lasciò un ricordo che non sarebbe più stato perdonato. Più tardi i potentati dell’Oriente cristiano avrebbero perorato l’unione con Roma nell’appassionata speranza che l’unione conducesse a un fronte unico contro i turchi, ma la loro gente non li volle seguire: non potevano dimenticare la quarta crociata. Forse era inevitabile che la Chiesa di Roma e le grandi Chiese d’Oriente seguissero vie diverse, ma tutto il movimento crociato aveva inasprito i loro rapporti e da allora in poi, quali che fossero i tentativi di alcuni pochi principi, nei cuori dei cristiani d’Oriente lo scisma fu completo, irrimediabile, definitivo.

Relativamente a questioni più immediatamente ecclesiastiche, così conclude Deschner sulla Quarta Crociata:

… Il Signore medesimo – fece sapere Innocenzo nel mese di novembre 1204 all’Imperatore Baldovino – aveva affidato il regno dei superbi, disobbedienti, scismatici Greci ai devoti, ubbidienti, cattolici Latini. E Teodoro I Lascaris, che, fuggito in Asia Minore, realizzò a Nicea in qualità di imperatore bizantino (1205-1221) uno stato ereditario bizantino riconosciuto infine anche dall’imperatore latino Enrico, il 17 marzo 1208 dovette sentir dire che i Greci erano stati puniti per decreto divino. Avevano giustamente perduto il loro impero a favore dei Franchi perché si erano opposti all’unione e al sostegno alla Terra Santa. Per la verità neanche i crociati erano stati del tutto immuni da colpe, ma accadeva spesso che Dio punisse i malvagi attraverso la mano di uomini ancora più malvagi.

Veramente: le vie del Signore erano di nuovo imperscrutabili. Ma secondo un antico costume, Roma, responsabile com’è, non lascia mai solamente al Signore cose tanto importanti. L’interesse principale della curia nella Bisanzio latinizzata era piuttosto quello di trasformare i sacerdoti greci “in arrendevoli strumenti del dominio di Roma, quasi in funzionari dell’impero”… .

Ma solo la parte minore di questi sacerdoti contribuì. Gli altri, nel caso non se ne fossero andati spontaneamente, furono licenziati, cacciati e sostituiti da ecclesiastici occidentali. Neanche uno dei soprintendenti delle chiese principali si fece conquistare da Roma; ovunque si insediarono uomini di Roma che poi, incoraggiati dal papa, fecero di tutto per sottomettere i vescovi, abati, sacerdoti ortodossi. Se questi obbedivano dovevano, contrariamente alla prassi comune in occidente, prestare un doppio giuramento, uno al loro superiore latino, l’altro al papa. E anche se questi – ovviamente “solo per ragioni politiche” … – non voleva ottenere con la forza né l’ obbedienza, né il rito romano – solo dopo ripetute insistenze, solo in caso di emergenza i ribelli dovevano, secondo le direttive papali, essere colpiti da destituzione e scomunica – all’atto pratico la coercizione non era poi così rara (particolarmente frequente era nell’Italia meridionale, molto più vicina a Roma) […].

In aggiunta a ciò, numerosi legati del papa forzarono le trattative per la realizzazione dell’unione. Perché non solo l’impero greco doveva diventare latino, ma anche la fede greca doveva diventare romana. Il primo a comparire fu, nel 1205, il cardinale Benedetto che però – nonostante tutta la sua abilità e tutte le concessioni in materia di rito – non riuscì a procedere in modo efficace; tanto più che egli, insolitamente conciliante e misurato, si impegolò in dispute di fede con i vinti, i quali poi ogni volta reclamavano la vittoria e restavano della loro convinzione. In seguito il cardinale Pelagio di Albano, spagnolo di nascita, che nel 1213 avrebbe dovuto sottomettere definitivamente i Greci a Roma, ottenne ancora meno, benché – o proprio perché – egli semplicemente chiudesse le chiese dei ribelli, facesse sprangare le loro porte e immediatamente incatenare, incarcerare e anche minacciare di morte i fratelli in Cristo renitenti.

Nel frattempo, il clero greco oppresso ottenne l’appoggio dei principi latini, e particolarmente del secondo imperatore della “Romània” Enrico (1206-1216), fratello dello scomparso Baldovino, contro la loro stessa chiesa, il papa e i suoi vescovi – non del tutto disinteressatamente. Il nuovo stato crociato aveva confiscato ampie parti della proprietà terriera della chiesa ortodossa e, entro il 1210, quasi tutti i loro beni; ma i tributi  che in cambio dovevano essere pagati ai prelati latini, i principi preferivano tenerli per sé – una politica ecclesiastica caratterizzata da caparbietà, addirittura da insubordinazione, come l’occidente non aveva conosciuto più da tempo […]

Gli esacerbati Bizantini non avevano dimenticato le crudeltà degli occidentali. Gli uomini dell’ occidente erano particolarmente odiati. La parte prevalente del semplice clero negava a Roma l’obbedienza richiesta, e il popolo non voleva saperne di un’unione delle chiese e di un dominio papale.

Per quanto grande fosse (in apparenza) il successo, così grande non era, specie per quanto riguarda l’auspicata unione delle chiese. Perfino all’interno dell’Impera latino ci furono considerevoli deficit, dal momento che la maggior parte dei greci rimase scismatica o tornò ad esserlo. Questo vale in particolare per gli stati ereditari regionali bizantini, sorti rapidamente: Epiro, Nicea, Trapezunte. Tuttavia la roccaforte e capitale della chiesa orientale, Costantinopoli, da sempre rivale di Roma, i papi adesso la vedevano giacere dinanzi a loro nella polvere, umiliata, e Innocenzo non esitò ad affermare, a dispetto dei fatti che questo cambiamento era stato determinato non contro il volere del papato, ma solamente grazie ad esso.

Come vedremo nel seguito di questo lavoro che, lo ripeto, è quasi tutto fatto sulla splendida Storia delle Crociate di Runciman, Innocenzo riuscì a organizzare un’altra Crociata, la Quinta. Ma ormai le Crociate avevano perso il primitivo fascino dell’avventura che era la facciata di chi invece cercava di sistemarsi con qualche feudo. Ormai non vi erano più feudi e quindi non servivano più cavalieri crociati. Comunque si continuò con crociate sempre più indegne finché, ad un certo punto, i musulmani riuscirono a sbarazzarsi definitivamente degli invasori. Credo perciò che le altre crociate non meritino lo spazio che ho dedicato alle prime quattro e debbano essere trattate in un solo articolo.

BIBLIOGRAFIA

(1) Karlheinz Deschener – Storia criminale del Cristianesimo – Ariele 2000-2010

(2) Paolo Cammarosano – Storia dell’Italia Medievale. Dal VI all’XI secolo – Laterza 2001

(3) Claudio Rendina – I Papi, storia e segreti – Newton Compton 1999

(4 ) Ferdinand Gregorovius . Storia di Roma nel Medio Evo – Avanzini e Torraca, Roma 1967

(5) Ludovico Gatto – Le crociate – Newton & Compton 2005

(6) U. Harmann (a cura di) – Storia del mondo arabo – Einaudi 2010

(7) Georges Tate – L’Orient des Croisades – Gallimard – 1999

(8) Amin Maalouf – Les croisades, vues par les Arabes – J.C. Lattés, 1983

(9) G. Tabacco, G. G. Merlo – Il Medioevo – Il Mulino 1989

(10) G. Ostrogorsky – Storia dell’impero bizantino – Einaudi 1993

(11) S. Runciman – Storia delle Crociate – Einaudi 1993

(12) G. Ortalli (a cura di) – Storia d’Europa. Il Medioevo – Einaudi 1994

(13) P. Cortesi – Il libro nero del Medioevo – Newton & Compton 2005

(14) A. Demurger – I cavalieri di Cristo – Garzanti 2004

(15) Ludovico Gatto – Il Medioevo – Newton & Compton 2005

(16) O. Capitani – Storia dell’Italia medievale – Laterza 2009

(17) J. Le Goff – La civiltà dell’Occidente medievale – Einaudi 1999

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