Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

Marzo 2012

PARTE QUINTA

IN ATTESA DELLA QUINTA CROCIATA. LA CROCIATA DEI POVERI

         In Palestina, ormai si viveva sapendo che occorreva fare da soli. Ed alla fine fu un beneficio che garantì almeno 10 anni di pace con una tregua con al-Adil che scadeva nel 2010. Il Regno di Gerusalemme aveva come reggente Giovanni di Ibelin perché la Regina Maria di Gerusalemme era ancora nella minore età. Nel 1208 la giovane Maria compiva 17 anni ed era ora di trovarle un marito per avere un Re nel Regno di Gerusalemme. Furono inviati ambasciatori in Francia, Florent, vescovo di Acri, ed Aimaro, signore di Cesarea, per chiedere al Re Filippo se avesse qualche candidato da proporre.  Dopo un’attesa di due anni arrivò il nome di Giovanni di Brienne , un cavaliere della corte di Champagne, che non possedeva nulla ed aveva 60 anni. Giovanni e Maria si sposarono, il 14 settembre 2010, il giorno dopo l’arrivo di questi ad Acri, e furono incoronati a Tiro il 1° ottobre.

Intanto, a luglio, era scaduta la tregua con i musulmani e Giovanni di Ibelin avrebbe voluto prorogarla, allo stesso modo che al-Adil. D’accordo per la tregua erano gli Ospitalieri ed i Teutonici, mentre i Templari non volevano affermando che avrebbe dovuto decidere il nuovo Re. Così al-Adil mise in allerta il suo esercito ed inviò suo figlio al-Muazzam sul Monte Tabor con un contingente che servisse da monito. Vi furono sporadici e poco significativi scontri finché,  nell’estate del 1211, il nuovo Re Giovanni non firmò con al-Adil una nuova tregua di 5 anni. Contemporaneamente Giovanni inviò messaggi a Roma per chiedere una nuova Crociata da realizzarsi alla fine della tregua. Nello stesso 2011 morì la Regina Maria lasciando un figlia nata da poco di nome Isabella (come la nonna) ma nota come Jolanda.

Questa morte rese precaria la situazione del Re Giovanni che aveva legittimità solo in quanto sposo di Maria. Fu comunque accettato come reggente in quanto padre della piccola Jolanda. Qualche anno dopo, nel 1214, si risposò con la principessa Stefania d’Armenia, figlia di Leone II. Costei fu una pessima matrigna che fu ammazzata a percosse da Giovanni nel 1220 perché stava avvelenando la piccola Jolanda.

         Mentre accadevano queste cose, in Europa accadevano fatti mai ben chiariti e comunque male interpretati per quel poco che se ne sa. Cerco di spiegare di cosa si tratta. In latino pauper vuol dire povero, mentre puer vuol dire fanciullo. Qualcuno, in passato scambiò le due parole ed una crociata dei poveri divenne una crociata dei fanciulli. Questa strana crociata risale al 1212 e solo recentemente si è capito quanto ho ora detto (Peter Raedts, “The Children’s Crusade of 1212″; Journal of Medieval History 3, 1977). Lo stesso Runciman, che pure è un conoscitore eccellente di ogni cosa riguardante le crociate, nella sua opera scritta nel 1951 riporta la versione di crociata dei fanciulli pur avendo disponibile già uno studio che metteva in dubbio i fatti normalmente accettati.  Io mi riferirò agli studi moderni.

         Nel 1212 si crearono, in Germania e Francia, due movimenti di persone povere (pastori, contadini) che reclamarono ai potenti la liberazione della Terra Santa. La similitudine tra i due movimenti li fece accomunare in uno solo. Il primo di essi nacque in Germania ad opera di Nikolaus, un pastore della Renania, che aveva grandissime abilità oratorie e che con esse convinse molti disperati, di tutte le età, ad unirsi a lui per tentare di raggiungere la Terra Santa. Naturalmente era stato lo stesso Gesù ad apparirgli e ad indicargli la strada. La sua predicazione si estese in molte città tedesche e coloro che aderirono si radunarono a Colonia. Il viaggio iniziò nella primavera del 1212 con i crociati che si divisero in due gruppi per l’attraversamento delle Alpi. Si trattava di arrivare al mare perché poi esso si sarebbe aperto per far passare tutti questi crociati fino alla Terra Santa. Arrivati a destinazione non si dovevano combattere i musulmani ma convertirli. Intanto, durante il viaggio in condizioni miserabili, due ogni tre crociati morirono mentre molti altri ritornarono a casa. Nonostante ciò, in 7 mila arrivarono a Genova alla fine di agosto, tutti protesi a cercare il porto per assistere al miracolo dell’apertura del mare. La delusione fu enorme perché il mare non si apriva. Molti accusarono Nikolaus di aver mentito, molti altri invece continuarono ad aspettare il momento in cui Dio si fosse deciso ad aprire il mare, altri decisero di andare a vedere se kil mare si apriva a Marsiglia dove furono catturati e venduti come schiavi. Le autorità genovesi, furono invece impressionate dalla fede di costoro, sfamarono queste persone per qualche giorno offrendo poi loro la possibilità di restare in città. Molti aderirono all’offerta, ma non Nikolaus che andò via con gli ultimi seguaci dirigendosi verso Pisa. Anche lì il mare si rifiutò di aprirsi ed allora si diresse a Roma dove fu ricevuto con simpatia dal Papa Innocenzo III che raccomandò loro di tornarsene a casa. Nikolaus sembra sia morto sulle Alpi sulla via del ritorno ed egli provocò anche la vendetta dei parenti dei molti morti nella spedizione: suo padre fu arrestato ed impiccato per questo. Qualche superstite tra i più esaltati di questa crociata, si raccontò, vagarono per molto tempo tra Ancona e Brindisi.

         L’altro movimento nacque in Francia ad opera, qui sì, di un bambino di 12 anni, di nome Stefano. Egli proveniva dalla cittadina di Cloyes-sur-le-Loir, nell’Orléans francese, e si presentò alla corte di Re Filippo II di Francia affermando, anche lui, di avere avuto una conversazione con Gesù che gli era apparso, sotto le spoglie di un mendicante che diceva essere di ritorno dalla Palestina, mentre era al pascolo con le pecore e che gli aveva detto di intraprendere una crociata. Gesù avrebbe dato al ragazzo anche una lettera da consegnare al Re. Il Re non lo prese sul serio anche se al seguito del ragazzo si era formata una massa di circa 30 mila persone per lo più giovani attirati tutti da leggende costruite su Stefano che, si diceva, a Saint-Denise, avrebbe fatto miracoli. Fu consigliato loro di demordere dall’impresa ma non ci fu nulla da fare, almeno per i circa la metà che restarono al seguito di Stefano. Si radunarono e partirono da Vendôme diretti verso Marsiglia dove sopravvissero elemosinando per poi tornare a casa. Lungo il cammino furono aggrediti, fatti oggetto di lascivia, picchiati e derubati, molti morirono di fame, altri si trovarono con i piedi rovinati dalla lunga marcia attraverso il sud della Francia. Secondo cronache, probabilmente fantastiche, dell’epoca, coloro che arrivarono a Marsiglia furono imbarcati in sette navi di mercanti della città dirette verso il sud del Mediterraneo. Due navi naufragarono vicino l’isola di San Pietro, in  Sardegna, e tutti morirono. Le altre cinque arrivarono in Africa, vicino Algeri, dove tutti furono venduti come schiavi. In ogni caso nessun crociato riuscì a mettere piede in Terra Santa.

         Ma torniamo agli avvenimenti in Palestina occupandoci degli altri regni cristiani che vivevano situazioni meno felici del regno di Gerusalemme.

         A Cipro, Ugo di 10 anni regnava con un reggente che risultò incapace. Fece una disastrosa guerra con i turchi e rubò denaro pubblico, per cui fu esiliato nel 1210. Ugo, a 15 anni, sposò la sorellastra, Alice di Gerusalemme, della quale Maria Comnena era la nonna, secondo accordi avuti tra i genitori.

         Ad Antiochia, come sempre, la situazione era più agitata. Ricordo che Boemondo di Tripoli, divenuto Boemondo IV, regnava dal 1201 usurpando il posto che sarebbe dovuto essere di Raimondo-Rupen. Vi erano poi le dure controversi di Leone d’Armenia con i Templari per la fortezza di Baghras che i Templari rivolevano indietro. Mentre l’Ordine degli Ospitalieri e az-Zahir di Aleppo erano schierati con Leone, i Turchi selgiuchidi intervenivano a sostegno di Boemondo. E questa situazione poneva al-Adil in contrasto con Boemondo. Ma questa situazione era resa più grave da problemi religiosi. Nell’interesse del movimento crociato era indispensabile risolvere il problema della legittimità del sovrano di Antiochia ed a tal fine Papa Innocenzo III inviò due suoi legati, Sofred di Saint-Praxedis e Pietro di San Marcello. Questi iniziarono a scontrarsi con Leone  che rifiutava, come ordinava il Papa, di restituire la fortezza ai Templari. Vi era poi Boemondo che non voleva saperne delle interferenze papali in questioni feudali e vi era il Patriarca di Antiochia che aveva rotto i rapporti con Boemondo per schierarsi dalla parte di Leone arrivando, per questo motivo, a litigare con il legato papale Pietro di San Marcello. Vi erano poi dei gravi problemi sorti nella contea di Tripoli che si era ribellata a Boemondo anche con il sostegno di Amalrico. Quando Boemondo tentò di intervenire a Tripoli con il suo esercito, Leone avanzò con le sue truppe su Antiochia per poi ritirarsi a seguito del movimento di truppe degli alleati di Boemondo. Morto Amalrico, cessò il sostegno del successore, Giovanni di Ibelin, alla rivolta. Boemondo sconfisse i ribelli e, per non avere più a che fare con il Papa, fece sapere che egli dipendeva dall’Imperatore di Costantinopoli (quando ancora era greca). E, nel 1206, depose il Patriarca di rito latino per nominarne uno, Simone II, di rito greco. Questa scelta era sostenuta dalla popolazione che era sempre stata ostile agli armeni che si professavano latini, preferendo ad essi i greci. Ma, ironia della sorte volle che tutto ciò accadesse mentre Bisanzio diventava latina e quando il Papa dette al Patriarca latino cacciato da Boemondo, il potere della scomunica. Naturalmente sia Boemondo che l’intero comune di Antiochia furono scomunicati. La popolazione reagì disertando le Chiese latine ed affollando quelle greche. La cosa risultò insopportabile al Patriarca Pietro che tentò di impadronirsi della città introducendo di notte alcuni cavalieri. La reazione fu durissima: i cavalieri furono ricacciati e Pietro fu gettato in una galera dove non gli vennero dati né pane né acqua finché, disperato, Pietro non bevve l’olio della lucerna morendo tra orrendi spasimi.

         Innocenzo III si vide impotente di fronte a questi eventi ed allora decise di affidarne la soluzione al Patriarca di Gerusalemme. Le vicende da lì a subito dopo sono piene di scontri incrociati con tutti gli attori in campo, tra cui turchi selgiuchidi, musulmani, armeni, cristiani di rito latino e di rito greco. Boemondo arrivò ad accettare di nuovo un patriarca latino, Pietro di Locedio, facendo infuriare Leone che abbandonò l’obbedienza a Roma per scegliere di rivolgersi all’Imperatore greco di Nicea accettando un Patriarca greco (il Simeone, ex Patriarca greco di Antiochia), espropriando le terre della Chiesa latina per assegnarle  quella greca ed infine riconsegnando alcuni castelli ai cavalieri dell’Ordine Teutonico.

         Nel 1213 vi fu una incursione degli Assassini a Tortosa dove, nella cattedrale, uccisero Raimondo, figlio maggiore di Boemondo. Lavoravano per incarico degli Ospitalieri ed uccisero, l’anno seguente anche il Patriarca Alberto di Gerusalemme. Boemondo cercò la vendetta andando ad assediare il castello Khawabi degli Assassini. Ma qui intervenne al-Adil su sollecitazione di az-Zahir. L’insieme di questi fatti rompeva alcune alleanze e, soprattutto, permetteva la riunificazione musulmana sotto la guida di al-Adil per insistenti voci di una nuova Crociata. Intanto Leone, attraverso il nuovo Patriarca di Gerusalemme, Rodolfo, cercò di riappacificarsi con Roma e la cosa gli fu concessa dal papa a patto che sostenesse la nuova crociata. Allo scopo servì il matrimonio tra Giovanni di Brienne con la figlia di Leone, Stefania, che sigillò un’alleanza tra Armenia ed Acri. E Leone si fece più intraprendente perché, nel 1216, approfittando di un’assenza di Boemondo che si trovava a Tripoli, con la complicità del Patriarca Pietro riuscì ad introdurre suoi cavalieri in Antiochia e a conquistare senza colpo ferire la città. Naturalmente Boemondo fu destituito e fu consacrato Principe Raimondo-Rupen. A questo punto la fortezza di Baghras fu restituita ai Templari e le terre della Chiesa latina in Armenia furono restituite. Il prezzo che Leone pagò fu la perdita di alcune sue fortezze ad ovest ed oltre la catena montuosa del Tauro, conquistati in questi frangenti, dai Turchi selgiuchidi guidati da Kaikaus I di Konya.

         Innocenzo III aveva sistemato in tempo, per la nuova crociata, la questione di Antiochia. Nel frattempo si era occupato della lotta contro l’eresia nel Sud della Francia, aveva promosso ed attivamente sostenuto la crociata europea contro i cristiani Albigesi (aveva promesso ai crociati assassini delle popolazioni europee gli stessi benefici che ai crociati in Terra Santa), aveva dato impulso alla Reconquista di Spagna con la sconfitta musulmana di Navas de Tolosa del 1212.  Tutto a posto meno che gli sforzi per la Terra Santa. Qui nessuno sembrava voler andare a parte quei poveracci che nel 1212 fecero quella brutta fine di cui ho detto. Il Papa decise allora di convocare a Roma per il 1215 un grande Concilio che risolvesse tutti i problemi in sospeso per la cristianità, compresa l’integrazione con Roma della Chiesa greca. Ma soprattutto affermasse e bandisse la nuova crociata per la quale già da due anni si era fatto promotore con ambascerie in moto per tutta l’Europa. E’ d’interesse osservare che il legato pontificio che doveva raccogliere adesioni in Francia aveva avuto ordine di non essere troppo puntiglioso nella scelta delle adesioni … E così si radunò il peggio della società: ladri, assassini, stupratori, prostitute, .. tanto che qualche persona per bene ebbe da ridire e rifiutava di partecipare in tale compagnia. Il legato fu allora frenato nelle sue iscrizioni alla crociata. Ma arriviamo al momento clou, a quando la crociata stessa fu bandita nel Concilio Laterano IV del 1215 (il dodicesimo Concilio ecumenico della Chiesa), anche per capire quali argomenti venivano discussi insieme ad essa.

         Nei canoni o deliberazioni del Concilio vi sono questioni per noi ora banali come il comportamento delle gerarchie, questioni di fede, come il ribadire il Credo niceno con quanto era stato in seguito specificato nella secolare lotta contro le eresie:

Crediamo fermamente e confessiamo semplicemente che uno solo è il vero Dio, eterno e immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile, Padre, Figlio e Spirito Santo, tre persone, ma una sola essenza, sostanza o natura semplicissima. Il Padre (non deriva) da alcuno, il Figlio dal solo Padre, lo Spirito Santo dall’uno e dall’altro, ugualmente, sempre senza inizio e senza fine. Il Padre genera, il Figlio nasce, lo Spirito Santo procede. Sono consostanziali e coeguali, coonnipotenti e coeterni, principio unico di tutto, creatore di tutte le cose visibili e invisibili, spirituali e materiali. Con la sua onnipotente potenza fin dal principio del tempo creò dal nulla l’uno e l’altro ordine di creature: quello spirituale e quello materiale, cioè gli angeli e il mondo, e poi l’uomo, quasi partecipe dell’uno e dell’altro, composto di anima e di corpo. Il diavolo infatti, e gli altri demoni, da Dio sono stati creati buoni per natura, ma sono diventati malvagi da sé stessi. E l’uomo ha peccato per suggestione del demonio. Questa santa Trinità, una, secondo la comune essenza, distinta secondo le proprietà delle persone, ha rivelato al genere umano, per mezzo di Mosè, dei santi profeti e degli altri suoi servi la dottrina di salvezza, secondo una sapientissima disposizione dei tempi. E finalmente il Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo, incarnatosi per opera comune della Trinità, concepito da Maria sempre vergine con la cooperazione dello Spirito Santo, divenuto vero uomo, composto di anima razionale e di carne umana, una sola persona in due nature, manifestò più chiaramente la via della vita. Immortale e impassibile secondo la divinità, Egli si fece passibile e mortale secondo l’umanità; anzi, dopo aver sofferto sul legno della croce ed esser morto per la salvezza del genere umano, discese negli inferi, risorse dai morti e salì al cielo; ma discese con l’anima, risorse con la carne, salì con l’uno e l’altro; e verrà alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti e per compensare ciascuno secondo le sue opere, i cattivi come i buoni. Tutti risorgeranno coi propri corpi di cui ora sono rivestiti, per ricevere un compenso secondo i meriti, buoni o cattivi che siano stati: quelli con il diavolo riceveranno la pena eterna, questi col Cristo la gloria eterna.

Una, inoltre, è la chiesa universale dei fedeli, fuori della quale nessuno assolutamente si salva. In essa lo stesso Gesù Cristo è sacerdote e vittima, il suo corpo e il suo sangue sono contenuti realmente nel sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del vino, transustanziati il pane nel corpo, il sangue nel vino per divino potere; cosicché per adempiere il mistero dell’unità, noi riceviamo da lui ciò che egli ha ricevuto da noi.

Vi era poi un canone contro le eresie:

Scomunichiamo e anatematizziamo ogni eresia che si erge contro la santa, ortodossa e cattolica fede, come l’abbiamo esposta sopra. Condanniamo tutti gli eretici, sotto qualunque nome; essi hanno facce diverse, male loro code sono strettamente unite l’una all’altra (14), perché convergono tutti in un punto: sulla vanità. Gli eretici condannati siano abbandonati alle potestà secolari o ai loro balivi per essere puniti con pene adeguate. I chierici siano prima degradati della loro dignità; i beni di questi condannati, se si tratta di laici, siano confiscati; se fossero chierici, siano attribuiti alla chiesa, dalla quale ricevono lo stipendio.

Quelli che fossero solo sospetti, a meno che non abbiano dimostrato la propria innocenza con prove che valgono a giustificarli, siano colpiti con la scomunica, e siano evitati da tutti fino a che non abbiano degnamente soddisfatto. Se perseverano per un anno nella scomunica, dopo quel tempo siano condannati come eretici. Siano poi ammonite e, se necessario, costrette con censura le autorità civili, di qualsiasi grado, perché, se desiderano essere stimati e creduti fedeli, prestino giuramento di difendere pubblicamente la fede: che essi, cioè, cercheranno coscienziosamente, nei limiti delle loro possibilità, di scacciare dalle loro terre tutti quegli eretici che siano stati dichiarati tali dalla chiesa. D’ora innanzi, chi sia assunto ad un ufficio spirituale o temporale, sia tenuto a confermare con giuramento, il contenuto di questo capitolo.

Se poi un principe temporale, richiesto e ammonito dalla. chiesa, trascurasse di liberare la sua terra da questa eretica infezione, sia colpito dal metropolita e dagli altri vescovi della stessa provincia con la scomunica; se poi entro un anno trascurasse di fare il suo dovere, sia informato di ciò il sommo pontefice, perché sciolga i suoi vassalli dall’obbligo di fedeltà e lasci che la sua terra sia occupata dai cattolici, i quali, scacciati gli eretici, possano averne il possesso senza alcuna opposizione e conservarla nella purezza della fede, salvo, naturalmente il diritto del signore principale, purché questi, non ponga ostacoli in ciò, né impedimenti.

Lo stesso procedimento si dovrà osservare con quelli che non abbiano dei signori sopra di sé.

I cattolici che, presa la croce, si armeranno per allontanare gli eretici, godano delle indulgenze e dei santi privilegi, che sono concessi a quelli che vanno in aiuto della Terra Santa. Decretiamo, inoltre, che quelli che prestano fede agli eretici, li ricevono, li difendono, li aiutano, siano soggetti alla scomunica; e stabiliamo con ogni fermezza che chi fosse stato colpito dalla scomunica, e avesse trascurato di dare soddisfazione entro un anno, da allora in poi sia ipso facto colpito da infamia, e non sia ammesso né ai pubblici uffici o consigli, né ad eleggere altri a queste stesse cariche, né a far da testimone. Sia anche “intestabile”, cioè privato della facoltà di fare testamento e della capacità di succedere nell’eredità. Nessuno, inoltre, sia obbligato a rispondergli su qualsiasi argomento; egli, invece, sia obbligato a rispondere agli altri. Se egli fosse un giudice, la sua sentenza non abbia alcun valore, e nessuna causa gli venga sottoposta. Se fosse un avvocato, non gli venga affidata la difesa; se fosse un notaio, i documenti da lui compilati, siano senza valore, anzi siano condannati col loro condannato autore. Lo stesso comandiamo che venga osservato in casi simili a questi.

Se poi si tratta di un chierico, sia deposto dall’ufficio e dal beneficio: infatti chi ha una colpa maggiore, sia punito con una pena più grave. Chi trascurasse di evitarli, dopo la dichiarazione di scomunica da parte della chiesa, sia colpito dalla scomunica fino a che non abbia dato la debita soddisfazione.

I chierici non amministrino a questi uomini pestilenziali i sacramenti della chiesa; né osino dare ad essi sepoltura cristiana; non accettino le loro elemosine o le loro offerte. Diversamente, siano privati del loro ufficio, e non tornino mai più in suo possesso, senza un indulto speciale della sede apostolica. La stessa disposizione va applicata a qualsiasi religioso, senza tener conto dei loro privilegi in quella diocesi, in cui avessero avuto l’ardire di provocare tali eccessi.

Ma poiché alcuni, sotto l’apparenza della pietà, negano però (come dice l’Apostolo) la sua essenza (II Tm 3, 5), e si attribuiscono la facoltà di predicare, mentre lo stesso Apostolo dice: Come potranno predicare, se non sono mandati? (Rm 10, 15), tutti quelli cui sia stato proibito, o che senza essere stati mandati dalla sede apostolica o dal vescovo cattolico del luogo, presumessero di usurpare in pubblico o in privato l’ufficio di predicare, siano scomunicati, e, qualora non si ravvedessero al più presto, siano puniti con altra pena proporzionata.

Inoltre ciascun arcivescovo o vescovo deve personalmente o per mezzo dell’arcidiacono o di persone capaci e oneste, visitare due o almeno una volta all’anno, la sua diocesi se vi è notizia della presenza di eretici, ed ivi costringa tre o anche più uomini di buona fama, o addirittura, se sembrerà opportuno, tutti gli abitanti dei dintorni, a giurare se vi sono degli eretici, o gente che tiene riunioni segrete, o che si al- lontana nella vita e nei costumi dal comune modo di comportarsi dei fedeli. Il vescovo convochi gli accusati alla sua presenza; e se questi non si saranno giustificati dalla colpa loro imputata, o, se dopo l’espiazione ricadranno nella loro primitiva perfidia, siano puniti secondo i canoni. Chi rifiutasse il carattere sacro del giuramento e con riprovevole ostinazione non volesse giurare, per questo stesso motivo sia considerato eretico.

Vogliamo, dunque, e ordiniamo, e comandiamo rigorosa- mente in virtù di santa obbedienza, che i vescovi vigilino diligentemente nelle loro diocesi all’efficace esecuzione di queste norme, se vogliono evitare le pene canoniche. Se qualche vescovo, infatti, si mostrerà negligente o troppo lento nel liberare la sua diocesi dai fermenti ereticali quando la loro presenza fosse certa, sia deposto dall’ufficio episcopale e sia sostituito da un uomo adatto, il quale voglia e sappia confondere la malvagità degli eretici.

E, avvicinandoci a quanto stiamo trattando sulle Crociate, un canone era dedicato ai rapporti della Chiesa Greca con quella latina, risolto, secondo lui, dalla conquista di Bisanzio:

Quantunque sia nostra intenzione favorire e onorare i Greci che in questi nostri tempi sono ritornati all’obbedienza della sede apostolica, rispettando i loro costumi e i loro riti per quanto possiamo farlo nel Signore, non vogliamo tuttavia e non possiamo essere remissivi di fronte a usi che importano un pericolo per le anime e detraggono all’onore della chiesa. Da quando, la chiesa Greca con alcuni suoi complici e fautori si è sottratta all’obbedienza della sede apostolica, i Greci hanno cominciato a disprezzare talmente i Latini che, tra le altre cose che compivano ampiamente per offenderli, quando i sacerdoti Latini celebravano sui loro altari essi si rifiutavano di celebrare su di essi il santo sacrificio, se prima non erano stati lavati, quasi fossero stati contaminati. Inoltre osavano ribattezzare temerariamente quelli che erano già stati battezzati dai Latini, cosa che alcuni, a quanto abbiamo sentito dire, fanno ancora oggi senza alcun riguardo.

Volendo, quindi, toglier dalla chiesa di Dio così grave scandalo, secondo il parere del sacro concilio comandiamo loro severamente che cessino di agire in tal modo, confermandosi come figli obbedienti della sacrosanta Romana chiesa, loro madre, perché vi sia un solo ovile ed un solo pastore (Gv 10, 16).

Se qualcuno osasse fare ancora qualche cosa di simile, colpito dalla scomunica, sia deposto da ogni ufficio e beneficio ecclesiastico.

Infine vi era il forte appello alla nuova Crociata del 14 dicembre 1215:

Desiderando ardentemente liberare la Terra Santa dalle mani degli empi, col consiglio di uomini prudenti, che conoscono perfettamente le circostanze di tempo e di luogo, e con l’approvazione del santo concilio, stabiliamo che i crociati si preparino in modo che quelli che intendono fare il viaggio per mare, il primo giugno dell’anno prossimo si radunino nel regno di Sicilia: alcuni, a seconda della necessità e della opportunità, a Brindisi, altri a Messina, e dintorni. Qui abbiamo pensato di venire personalmente, allora, anche noi, se Dio vorrà, perché col nostro consiglio e col nostro aiuto l’esercito cristiano venga salutarmente ordinato e possa partire con la benedizione divina ed apostolica.

Per quella data, cerchino di prepararsi anche quelli che hanno stabilito di partire per terra; ma intanto ce ne vogliano informare, perché possiamo conceder loro un legato a latere, che li consigli e li aiuti.

I sacerdoti e gli altri chierici che faranno parte dell’esercito cristiano, sia inferiori che prelati, attendano con diligenza alla preghiera e alla predicazione, insegnando con la parola e con l’esempio, affinché i crociati abbiano sempre dinanzi agli occhi il timore e l’amore di Dio e non dicano e facciano cosa alcuna che offenda la divina maestà. Se qualche volta cadessero nel peccato, risorgano subito con la vera penitenza; siano umili nel cuore e nel corpo; sia nel modo di vivere che nel vestirsi conservino la giusta moderazione; evitino assolutamente i dissensi e le invidie; allontanino da sé ogni rancore e ogni livore di modo che, muniti delle armi spirituali e materiali, più sicuramente possano lottare contro i nemici della fede, senza far affidamento sulla propria forza ma sperando nell’aiuto di Dio.

A questi stessi chierici concediamo che per un triennio possano percepire completamente il frutto dei loro benefici, come se risiedessero nelle loro chiese, e, se fosse necessario, che per tutto quel tempo possano ipotecarli con un pegno.

Perché non succeda che questo santo proposito venga impedito o ritardato, ordiniamo severamente a tutti i superiori delle chiese che, ciascuno nella propria giurisdizione, ammoniscano con diligenza e inducano quelli che hanno deposto il segno della Croce a riprenderlo e, sia loro che gli altri che possano in seguito fregiarsi di questo se-no, ad adempiere il loro voto al Signore. Se sarà necessario, li costringano con sentenze di scomunica contro le persone e di interdetto contro le loro terre, senza tergiversare in nessun modo; siano eccettuati soltanto quelli che hanno un impedimento tale, per cui, secondo le concessioni della sede apostolica, il loro voto possa essere giustamente commutato o differito.

E perché in questa causa che riguarda Gesù Cristo non sia trascurato nulla di ciò che si può fare, desideriamo e comandiamo che i patriarchi, gli arcivescovi, i vescovi, gli abati e gli altri che sono in cura d’anime, con grande zelo propongano a quelli che sono loro affidati la parola della Croce, scongiurando re, duchi, principi, marchesi, conti e baroni, e gli altri nobili, e le comunità cittadine, dei villaggi e dei paesi per amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo un solo, vero, eterno Dio, che quelli che non si recano personalmente in aiuto della Terra Santa, forniscano un conveniente numero di soldati e le spese per tre anni secondo le loro possibilità, in remissione dei loro peccati, come è stato già detto espressamente nelle lettere encicliche, e come, per maggior cautela, verrà detto più oltre.

Di questa remissione vogliamo che siano partecipi non solo quelli che offrono le proprie navi, ma anche quelli che ne fabbricheranno a questo scopo.

Quanto a quelli che si rifiutano – se vi sarà qualcuno, per caso, cosi ingrato verso il Signore Dio nostro – protestiamo vivamente in virtù del nostro ufficio apostolico, perché sappiano che essi dovranno risponderne nell’ultimo giorno nel- l’esame dinanzi al tremendo giudice; prima però vogliamo che considerino con quale coscienza o con quale sicurezza potranno comparire dinanzi all’unigenito Figlio di Dio Gesù Cristo, a cui Dio ha dato in mano ogni cosa (Gv 13, 3; Cfr. Gv 3, 35), se avranno rifiutato di servirlo in questa causa, sua nel vero senso della parola, lui che è stato crocifisso per i peccatori, per la cui benevolenza essi vivono, per il cui beneficio si sostengono, e dal cui sangue, soprattutto, sono stati redenti (Cfr. I Pt 1, 18-19).

E perché non sembri che poniamo sulle spalle degli altri pesi gravi e insopportabili, che noi, però, non vogliamo toccare neppure con un dito, proprio come quelli che dicono, ma non fanno (Cfr. Mt 23, 3-4), noi da quanto abbiamo potuto sottrarre alle nostre necessità e alle modeste spese, destiniamo a questo scopo e doniamo trentamila lire, oltre al naviglio che raduniamo da Roma e dintorni per i crociati, pronti, tuttavia, ad assegnare a questo stesso scopo tremila marche d’argento, rimaste presso di noi dalle elemosine di alcuni fedeli, dopo aver distribuito scrupolosamente le altre per i bisogni e l’utilità della Terra Santa, per mezzo dell’abate patriarca di Gerusalemme, di felice memoria, e dei maestri del Tempio e dell’Ospedale.

Volendo poi che anche gli altri prelati e tutti i chierici siano partecipi e associati alla nostra sorte nel merito e nel premio, stabiliamo con l’approvazione unanime del concilio, che assolutamente tutti i chierici, inferiori e superiori, versino per un triennio la ventesima parte delle rendite ecclesiastiche in aiuto della Terra Santa, attraverso le persone che saranno deputate della sede apostolica, eccetto solo pochi religiosi, da ritenersi giustamente esenti da questa tassa, e quelli che o hanno assunto o assumeranno il santo segno della Croce e che prenderanno parte personalmente all’impresa.

Quanto a noi e ai nostri fratelli cardinali della santa chiesa Romana adempiremo alla decima. E sappiano tutti di essere obbligati ad osservare fedelmente questa disposizione sotto pena di scomunica: cosicché quelli che commettessero una frode a questo riguardo incorrerebbero nella sentenza di scomunica.

Inoltre, poiché è giusto che quelli che saggiamente attendono all’onore dovuto al re celeste, debbano godere di speciali prerogative, dato che la partenza è fissata tra poco più di un anno, i crociati siano immuni da imposte, tasse e da altri aggravi, una volta assunta la Croce, mentre assumiamo sotto la protezione del beato Pietro e nostra le loro persone e i loro beni.

Stabiliamo perciò, che siano presi sotto la difesa degli arcivescovi dei vescovi e di tutti i prelati della chiesa, senza che si manchi per questo di assegnare ad essi dei propri protettori addetti particolarmente a questo scopo, di modo che, fino a quando non si sappia con certezza del loro ritorno o della loro morte, i loro beni rimangano intatti e tranquilli. Chi poi intendesse agire in contrario, sia punito con la censura ecclesiastica.

Se qualcuno di quelli che partono si fosse obbligato a pagare degli interessi, comandiamo che i loro creditori siano costretti sotto la stessa minaccia di scomunica a scioglierli dal giuramento prestato e ad astenersi dal riscuotere gli interessi. Che se qualcuno dei ereditari li costringesse a pagarli, comandiamo che vengano costretti alla loro restituzione con una simile pena. Quanto ai Giudei in particolare, ordiniamo che vengano obbligati dal potere secolare a condonare gli interessi, e che, fino a quando non li abbiano condonati, sia negata ad essi da tutti i fedeli cristiani in qualsiasi modo ogni comunanza di vita sotto pena di scomunica. Quanto a quelli che non potessero, al presente, pagare i debiti ai Giudei, i principi secolari con opportuna dilazione provvedano in modo tale, che intrapreso il viaggio in Terra Santa non debbano risentire del peso degli interessi fino a che non si sappia con certezza del loro ritorno o della loro morte; e i Giudei siano costretti ad aggiungere al capitale i proventi dei pegni che intanto avessero percepito, detratte, naturalmente, le spese necessarie. Questa agevolazione, infatti, non sembra comportare molta perdita, per il fatto che rimanda il pagamento in modo da non annullare il debito.

Sappiano, inoltre, quei superiori di chiese che si mostrassero negligenti nel procurare la giustizia dei crociati e delle loro famiglie, che saranno gravemente puniti.

D’altra parte, poiché i corsari e i pirati ostacolano gli aiuti alla Terra Santa, catturando e spogliando quanti vanno o vengono da essa, noi colpiamo con speciale scomunica i loro complici e fautori, proibendo sotto minaccia di anatema, che nessuno scientemente faccia con essi un contratto di compra- vendita, e imponendo ai reggitori delle città e dei territori dove essi vivono, che vogliano richiamarli da questa iniquità e reprimerli. Diversamente, poiché non perseguire i malvagi equivale a favorirli, e non può fuggire il sospetto di occulta connivenza, chi non si cura di rimediare ad una manifesta azione delittuosa, vogliamo e comandiamo che i capi delle chiese usino contro le loro persone e le loro terre il peso della severità ecclesiastica.

Scomunichiamo, inoltre, e anatematizziamo quei falsi ed empi cristiani che contro Cristo stesso e il suo popolo forniscono ai Saraceni armi, ferro, e legname per le galere. E disponiamo anche che chi vende loro galere e navi, chi pilota le navi pirate dei Saraceni, o lavora alle macchine, o in qualsiasi altra cosa presta consiglio o aiuto che torni a danno della Terra Santa, sia punito con la privazione dei beni e diventi schiavo di chi lo cattura. E comandiamo che nei giorni di domenica e nei giorni festivi venga ripubblicata questa disposizione, in tutte le città marittime e che chi si comporta Così non sia riammesso nella chiesa, se prima non ha erogato a favore della Terra Santa tutto quello che ha percepito da una attività così dannata, e altrettanto dai propri beni, perché, con giusto giudizio, siano puniti proprio in ciò, in cui hanno mancato. Che se per caso essi non fossero in grado di pagare, la loro colpa sia punita in tal modo che la loro pena impedisca agli altri di osare audacemente simili azioni.

Proibiamo, inoltre, e vietiamo espressamente a tutti i cristiani, sotto pena di scomunica, di mandare o condurre navi, per quattro anni, nelle terre dei Saraceni d’oriente; così mentre vi sarà una maggior quantità di navi a disposizione di quelli che volessero passare il mare in aiuto della Terra Santa, sarà sottratto ai Saraceni l’aiuto che proveniva loro da ciò.

Quantunque i tornei siano stati proibiti in generale in diversi concili con pene determinate, poiché, tuttavia, in questa circostanza l’impresa della Crociata verrebbe ad avere in essi un impedimento non trascurabile, proibiamo assolutamente, sotto pena di scomunica, che essi possano aver luogo durante tre anni.

E poiché al felice compimento dell’impresa è somma- mente necessario che i principi cristiani mantengano scambievolmente la pace, col consiglio del santo concilio universale stabiliamo che almeno per quattro anni si conservi una pace generale in tutto il mondo cristiano; i capi delle chiese inducano quanti sono in discordia ad una piena pace o ad una tregua da osservarsi ad ogni costo. Quelli poi che non volessero sottostare a queste prescrizioni siano energicamente costretti con la scomunica alle persone e l’interdetto alle loro terre, a meno che la gravità delle offese sia tale che gli offensori non debbano godere della pace. Se costoro non temessero la censura ecclesiastica, dovranno temere che l’autorità della chiesa metta in moto contro di essi, come perturbatori di questa crociata il braccio secolare.

Noi, quindi, confidando nella misericordia di Dio Onnipotente e nell’autorità dei beati apostoli Pietro e Paolo, in forza di quella potestà di legare e di sciogliere che Dio, benché indegni, ci ha concesso (Cfr. Mt 16, 19; 18, 18), concediamo pienamente a tutti quelli che personalmente e a proprie spese affronteranno il disagio dell’impresa il perdono dei loro peccati, dei quali siano sinceramente pentiti col cuore e confessati con la bocca, e promettiamo o nella retribuzione dei giusti la pienezza della vita eterna; concediamo il perdono plenario dei loro peccati a quelli che invece, non parteciperanno personalmente, ma manderanno a loro spese solo persone adatte, a seconda delle loro possibilità e del loro stato, ed a quelli che, anche se a spese di altri, andranno personalmente.

Vogliamo e concediamo che di questa remissione in proporzione dell’aiuto prestato e dell’intensità della loro devozione siano partecipi anche tutti quelli che sovvenzioneranno la Terra Santa con i loro beni, o abbiano contribuito con utili consigli e con aiuti. A tutti quelli finalmente, che piamente prenderanno parte a questa comune impresa il concilio universale accorda i suoi suffragi, perché giovi alla loro salvezza.

In chiusura del documento, subito prima del canone LXXI ora riportato e relativo alla Crociata, ve ne erano diversi contro gli ebrei che mostrano la violenza, l’intolleranza ed il razzismo della Chiesa di Roma. Riporto tutti questi canoni in nota (1).

A seguito di questo fortissima chiamata per la Crociata che avrebbe dovuto partire dalla Sicilia o dalla Puglia il 1° giugno 1217, la Chiesa inviò nuovi messaggeri ovunque per l’Europa e le risposte sembravano favorevoli. Ma ciò che più animava il Papa era che stavano terminando i 666 anni assegnati alla Bestia nell’Apocalisse, infatti erano trascorsi sei secoli e mezzo dalla nascita di Maometto e della cosa scrisse ad al-Adil informandolo dell’ira divina che stava per abbattersi su di loro, ira che potevano evitare solo riconsegnando pacificamente Gerusalemme. Mentre però scriveva queste cose suoi informatori gli dissero che mentre il popolo si faceva crociato, altrettanto non accadeva con i nobili di Borgogna e Lorena. Inoltre gli veniva consigliato di mantenere separate le crociate francesi e tedesche perché i due eserciti non sarebbero andati d’accordo. A maggio del 1216 Innocenzo si recò a Perugia per dirimere le controversie esistenti tra Genova e Pisa al fine di avere l’appoggio alla Crociata delle due città. Il 16 luglio Innocenzo morì e due giorni dopo fu eletto Papa l’anziano Onorio III. Costui, descritto da certa storiografia come il mite Onorio, seguì con foga la strada del predecessore per la crociata o meglio per le crociate. Chiamò alla lotta ed alla sottomissione dei Prussiani pagani; incoraggiò con ogni mezzo le crociate per la conquista e la cristianizzazione di Livonia (regione baltica tra Estonia e Lettonia, intorno al Golfo di Riga) ed Estonia; sostenne il minacciato Impero di Bisanzio retto da quella cricca di assassini che lo aveva attaccato con orrende stragi; intensificò la crociata in terra di Spagna contro i Mori; continuò la criminale crociata contro gli Albigesi (un esercito crociato voluto dal Papa espugnò la cittadina di Marmande e, su consiglio dei vescovi, uccise 5 mila tra uomini, donne e bambini mentre il cardinale Bertrand ripeteva ossesso che la morte e la spada dovevano accompagnare sempre l’esercito crociato e che ogni vita doveva essere cancellata) …. e comunque era il mite Onorio.

 Riguardo alla crociata in Terra Santa della quale ci occupiamo, Onorio scrisse di nuovo a tutti i sovrani per chiedere di nuovo la loro partecipazione ed a Giovanni di Gerusalemme per informarlo della Crociata in arrivo e Giovanni era molto preoccupato perché l’anno successivo sarebbe scaduta la tregua con al-Adil e non sapeva cosa sarebbe accaduto. I suoi sforzi gli fecero avere l’adesione alla Crociata di Ingi II di Norvegia che però morì la primavera successiva con il risultato che i crociati norvegesi furono ben poca cosa. Aderì ancora il Re d’Ungheria, Andrea II, che era stato precedentemente esonerato per una guerra civile che si disputava nelle sue terre. Ora la sua adesione era motivata da una qualche speranza di futuri interessi. Sua moglie era la nipote dell’Imperatore latino di Bisanzio, Enrico il quale non aveva figli. In caso di sua morte …. Ma quando Enrico morì nel giugno del 1216 fu scelto Pietro di Courtenay e l’adesione di Andrea scemò pur  accettando di far trovare pronto il suo esercito per l’estate successiva.

Le notizie che arrivavano dalla Palestina, inviate al papa dal da poco inviato vescovo di Acri, Giacomo di Vitry, erano del tutto demoralizzanti. I cristiani non latini che si trovavano in quelle terre, preferivano il dominio musulmano mentre i cristiani latini facevano una vita indolente, lussuosa, immorale ed avevano assunto costumi orientali. Il clero era del tutto corrotto e quindi assolutamente inaffidabile. Solo gli Ordini erano affidabili e gli italiani di Pisa, Genova e Venezia che avevano però il grave limite che non avrebbero mai operato insieme. Indagando ancora il vescovo Giacomo scoprì che i cristiani latini di Terra Santa non volevano proprio una nuova crociata. Nei 20 anni dalla morte di Saladino vi era stata una pace che aveva alimentato commerci e che aveva elevato il livello di vita e la prosperità di tutti. Anche gli italiani erano tranquilli avendo tutti trovato basi da cui partire per i loro ricchi commerci con i musulmani. Tutto ciò si sarebbe mantenuto solo se si manteneva la pace.

Ma il mite Onorio pensava diversamente e già sperava in un imbarco dalla Sicilia per la data fissata in precedenza. Ma coloro che, nell’estate del 1217, erano arrivati in Sicilia per imbarcarsi, soprattutto francesi, non trovarono navi. Altri si erano recati altrove all’imbarco, come l’esercito di Andrea d’Ungheria e quello del duca Leopoldo d’Austria, che si ritrovarono in agosto a Spalato, in Dalmazia.  La flotta di Frisia (regione dei Paesi Bassi) si ritrovò a luglio in Portogallo; parte di essa si fermò a Lisbona  mentre l’altra parte arrivò a Gaeta in ottobre, e qui svernò essendo troppo tardi per dirigersi in Terra Santa. Il Papa ordinava di partire verso Cipro ai crociati raccoltisi in Italia ma non si sapeva come visto che le navi non c’erano. Da Spalato il duca Leopoldo partì con una sola nave verso Acri. Re Andrea lo seguì due settimane dopo con due navi. Coloro che fortunosamente erano arrivati a Cipro, da ui furono portati ad Acri da Re Ugo. Sul finire di ottobre si erano raccolti ad Acri tutti i crociati che avevano potuto e, poiché vi era stata una carestia e vi era poco immagazzinato per dare da mangiare per un certo tempo ad un esercito, Giovanni di Brienne insisté per iniziare subito la campagna.

LA QUINTA CROCIATA

Il 3 novembre l’esercito crociato era in marcia verso il sud della Palestina. Al-Adil non si aspettava una mobilitazione così repentina e cercò di mettere insieme un suo esercito per difendere Damasco, inviando nel frattempo il figlio al-Muazzam a difendere Gerusalemme. Al-Adil comunque sopravvalutava la situazione perché quell’esercito era completamente disorganizzato. E’ vero che alla testa vi era Giovanni di Brienne ma ogni pezzo di esercito ubbidiva solo agli ordini del suo Re, o Principe, o Duca o capo militare. Questa spedizione portò l’esercito ad occupare e saccheggiare la cittadina di Beisan. Dopo questa impresa che servì solo a raccogliere reliquie, in gran quantità false (Re Andrea andava orgoglioso di aver conquistato una delle anfore utilizzate nelle nozze di Cana), tornò ad Acri.

Si continuò così con attacchi disordinati e mai congiunti verso questo o quell’obiettivo ma si raccolsero sconfitte anche da parte di una nevicata che ammazzò un contingente ungherese che era uscito, intorno ai primi giorni di gennaio 1218, per una incursione estemporanea nella valle della Bekaa. Nel frattempo non si poteva rinunciare alle mondanità. Re Andrea si recò a Tripoli con Ugo di Cipro per assistere al nuovo matrimonio di Boemondo IV (ormai spodestato da Antiochia). Era morta sua moglie Plaisance di Jebail ed egli si risposava con al sorellastra di Ugo, Melisenda. A Tripoli Ugo morì lasciando il regno di Cipro al figlio di otto mesi, Enrico, sotto la reggenza della vedova, Alice di Gerusalemme. Re Andrea se ne tornò ad Acri annunciando il suo ritorno in Europa soddisfatto di aver adempiuto al suo voto e soprattutto di avere aggiunto alle sue reliquie la testa di Santo Stefano. Partì quindi con il suo esercito via terra verso Bisanzio con un salvacondotto dei Turchi selgiuchidi.

L’inverno ed il restante periodo di tranquillità fu utilizzato da ambo i fronti per fortificare i castelli e smantellare quelli che non si ritenevano strategici. In attesa del grosso dei crociati. Alla fine di aprile arrivò ad Acri la prima metà della flotta della Frisia, raggiunta dalla seconda metà (quella fermatasi a Lisbona) quindici giorni dopo. I francesi che si trovavano in Sicilia, si sperava, sarebbero arrivati presto. Giovanni studiava come attaccare i musulmani non dimenticando quanto aveva detto Riccardo Cuor di leone nell’andare via dalla Terra Santa: il punto più vulnerabile dei musulmani è l’Egitto (argomento ripreso anche dal Concilio Laterano). Se si riusciva a ricacciare i musulmani dalla valle del Nilo si ottenevano varie cose simultaneamente: i musulmani perdevano le ricche terre di approvvigionamento del delta del Nilo; perdevano la possibilità di avere una flotta nel Mediterraneo e una flotta che difendesse Gerusalemme dal mare; Gerusalemme si sarebbe potuta attaccare da nord (Acri) e da sud (Suez). Si decise subito, disponendo ora della navi di Frisia, di attaccare il porto sul Nilo di Damietta.

         Per parte sua il vecchio al-Adil che aveva sperato di morire in pace, si trovò ora di fronte a questa nuova minaccia che si sommava a quella rappresentata al nord dai selgiuchidi di Konya guidati da Kaikhaus. Approfittando di queste difficoltà, della morte (1216) di az-Zahir di Aleppo e della pretesa alla successione di al-Afdal (fratello di az-Zahir e figlio maggiore di Saladino), i selgiuchidi, forti della richiesta di aiuto di al-Afdal, attaccarono al nord (inizi 1218) il territorio di Aleppo (governato dall’eunuco reggente Toghril). Toghril sapendo che al-Adil era occupato con la crociata chiese aiuto ad al-Ashraf, terzo figlio di figlio di al-Adil e cugino dello scomparso az-Zahir, che governava l’Iraq. Costui intervenne e sbaragliò gi invasori ma Toghril dovette riconoscere la sovranità di al-Ashraf che cresceva di peso iniziando a diventare una minaccia per i suoi fratelli che governavano il meridione della Siria e l’Egitto. Intanto, almeno per un altro anno, fino alla sua morte, incombeva la minaccia del sovrano selgiuchida.

         La speranza di pace era anche di al-Kamil, figlio di al-Adil, che governava l’Egitto anche perché in quella terra vi erano non meno di tremila mercanti europei tra cui primeggiavano i veneziani che avevano importanti trattati commerciali in essere. Ed il vagabondare dell’ultima crociata non sembrava far temere un qualche attacco. Ma il 24 maggio del 1218 la navi salparono da Acri ed il 27 ancorarono al largo di Damietta in attesa del concentramento di tutte le forze e di qualche comandante che desse ordini. Fu il vescovo di Nicosia, Eustorgio, che il 29 maggio persuase le truppe ad accettare il comando di Simone II di Sarrebruck ed a sbarcare sulla sponda occidentale della foce del Nilo. Vi fu lo sbarcò, non vi fu resistenza alcuna e proprio allora si aggiunse il grosso della flotta crociata proveniente da Acri, con i comandanti, che partecipò allo sbarco. C’era da attaccare una torre che difendeva l’ingresso del canale (chiamata chiave dell’Egitto) e quindi rompere una catena, posta tra la torre medesima ed una simile contrapposta, che lo bloccava.

Attacco crociato alla torre di Damietta

         Resisi conto che la crociata puntava sull’Egitto, al-Adil cercò di radunare un esercito in Siria, mentre al-Kamil avanzava con il suo dal Cairo, accampandosi ad al-Adiliya, a qualche chilometro da Damietta. Intanto i cristiani attaccavano una prima volta la torre ed il forte risultando respinti (fine giugno). Il 24 agosto un secondo furibondo attacco ebbe successo con la guarnigione del forte che ridotta a pochi uomini si arrese. I crociati, che trovarono un gigantesco bottino da razziare, ruppero poi la catena e riuscirono a risalire il Nilo fino alla città di Damietta (dove un ponte di barche bloccava l’avanzata), che dal forte distava circa due chilometri, assediandola senza attaccarla. L’assedio di Damietta arrivò a Damasco e al-Adil non resse al colpo, morì il 31 agosto a circa 75 anni. Egli lasciò al comando del suo Impero, il figlio al-Muazzam in Siria ed il figlio al-Kamil in Egitto. Damietta era impreparata ad un assedio e se fosse stata subito attaccata sarebbe certamente caduta. Ma i crociati vollero attendere l’arrivo degli altri crociati che risultavano essere già partiti non dalla Sicilia ma da Brindisi (dove Onorio aveva noleggiato una flotta al prezzo di 20 mila marchi d’argento ed aveva messo al suo comando il cardinale spagnolo Pelagio Galvao di Santa Lucia). Altri crociati ancora, francesi ed inglesi con tanti vescovi e conti, erano in arrivo, essendo partiti da Genova, su navi noleggiate da due nobili francesi (il Papa nominò una guida spirituale a questa spedizione nella persona del cardinale Courçon). A questo punto la flotta di Frisia se ne tornò a casa e, dicono che, fu punita per questo, infatti una violenta inondazione spazzò via la Frisia all’indomani del loro arrivo.

         A metà settembre arrivarono i crociati sotto la guida di Pelagio che volle subito imporre il suo comando in luogo di quello ormai riconosciuto di Giovanni di Brienne. Pelagio portò pure una notizia di grande importanza: il giovane Imperatore di Germania, Federico II, aveva promesso di venire in Terra Santa con l’esercito dell’Impero. A questo punto il comando sarebbe passato a lui.

         In ottobre al-Malik aveva ricevuto dei rinforzi e, con una piccola flotta che ridiscese il fiume, tentò un attacco ai cristiani, attacco che fu respinto. Vi furono vari scontri con attacchi da una parte e dall’altra ma non accadde nulla di rilevante. A fine ottobre arrivò l’intero contingente franco-inglese ed iniziò una lunga pausa nei combattimenti. Da una parte al-Kamil attendeva i rinforzi dal fratello al-Muazzam poiché la morte del padre aveva fermato la sua iniziativa di mettere insieme l’esercito. Dall’altra parte i crociati scavavano un canale per poter andare dal mare al Nilo, scavalcando il ponte di barche. Finito il canale non si riuscì a riempirlo. Inoltre vi fu una violenta mareggiata che inondò il campo cristiano distruggendo le tende, facendo perdere molte provviste nei magazzini, distruggendo alcune barche, spingendone altre verso i musulmani, facendo annegare alcuni cavalli. Sembra che i molti pesci ritrovati dopo che le acque si furono ritirate risultarono graditi. L’unico risultato importante della mareggiata fu il riempimento del canale. Furono intrapresi lavori sia per costruire una diga che salvaguardasse il campo da future mareggiate, sia per riparare il campo. Ma i guai non erano finiti perché una grave epidemia (febbri molto alte e annerimento della pelle) ammazzò un sesto dei soldati rendendo deboli e depressi gli altri. In aggiunta vi fu un inverno estremamente rigido con l’unica consolazione che epidemia ed inverno colpirono anche i musulmani. Ai primi di febbraio, per ridare un poco di slancio ai soldati, Pelagio ordinò di attaccare il campo musulmano ma la cosa fu impedita da una pioggia torrenziale che obbligò le truppe a tornare al campo. Una settimana dopo arrivò al campo cristiano la notizia che i musulmani avevano sgomberato il loro campo ad al-Adiliya. I crociati si affrettarono verso di esso, respingendo una sortita dalla città di Damietta, e lo trovarono sgombero. Il campo fu occupato con il risultato che ora Damietta era isolata. Il motivo per cui al-Kamil era andato via risiedeva nella scoperta di un complotto da parte di uno dei suoi emiri che prevedeva il suo assassinio e la salita al trono di al-Faiz. Al-Kamil sapeva chi era l’organizzatore ma non sapeva quanti erano implicati e per questo pensò di fuggire nello Yemen che era governato da suo figlio al-Masud. Per sua fortuna arrivò suo fratello al-Muazzam con il suo esercito e si riuscì a sventare l’intero complotto. Ma tutto questo costà Damietta ed anche l’impossibilità di attaccare, nonostante l’attuale superiorità numerica, per le grandi difficoltà di movimento in un terreno pieno di canali, con il fiume ed i laghi. Al-Kamil stabilì il suo campo a Fariskur e per tutta la primavera del 1219 vi furono scontri senza importanza a parte un paio molto violenti intorno a Pasqua, mentre a maggio il duca Leopoldo ed altri crociati tornarono a casa.  

         A questo punto, in previsione della necessità di consegnare Gerusalemme ai cristiani, al-Muazzam decise di smantellare ogni difesa e della città e dei castelli della Galilea oltre a Toron, Safed e Banyas. Iniziarono con lena questi lavori ma simultaneamente i due sultani chiesero aiuto all’intero mondo musulmano. Intanto per tutta la caldissima estate si susseguivano attacchi contro Damietta sempre respinti. Iniziarono poi le durissime controversie tra Giovanni di Brienne e Pelagio: il primo voleva stringere maggiormente lì’assedio a Damietta mentre il secondo voleva attaccare il campo musulmano. I soldati semplici si stancarono della pigrizia dei loro capi ed il 29 agosto attaccarono il campo dei musulmani. Questi ultimi utilizzarono la solita tattica: finsero di ritirarsi per poi attaccare. Vi fu una fuga generalizzata a cominciare dagli italiani ed il tutto non si risolse in un completo disastro solo perché Giovanni, gli altri comandanti franco-inglesi e quelli degli Ordini riuscirono a salvare i superstiti difendendo il campo.

         Si inserisce a questo punto l’episodio, molto discusso in tutte le agiografie, della visita di San Francesco ai crociati che incontriamo proprio come spettatore di questa battaglia. Dopo di essa Francesco chiese ed ottenne da Pelagio di avere il permesso di andare ad incontrare al-Malik. Il sultano lo ricevette, lo ascoltò ma poi lo rimandò indietro ricoprendolo di doni che Francesco non accettò. Non ho elementi per discutere di questo viaggio ma a me pare che non potesse che essere di sostegno alla Crociata altrimenti, invece di andare a parlare con al-Malik, avrebbe dovuto parlare con Onorio III. E’ invece interessante riportare il passo relativo all’episodio che riporta Deschner:

Giacomo, eletto vescovo di Acri un anno prima dell’inizio della Quinta crociata dalla città di Damietta (1217 -1221), racconta il suo viaggio fino al teatro dell’azione, dove dinanzi a Damietta incontrò anche san Francesco: egli era così attratto dalla sua vita semplice che aveva preso alloggio in una nave nuovissima e costosa che non era mai stata in mare. Per se stesso, “eccellente testimone del risveglio religioso interno alla chiesa”, in quell’epoca, “sia in oriente che in occidente” (Lexikon fùr Theologie und Kirche), e per i suoi aveva riservato un quarto del castello superiore, per potervi – nei momenti di mare calmo – mangiare, leggere e godersi la “libertà”, ossia la vastità e l’aria di mare. “Ho affittato una stanza per potervi dormire la notte con i miei accompagnatori, un’ altra per sistemarvi i miei vestiti e conservarvi le provviste necessarie per la settimana; ho affittato poi un’altra stanza in cui i miei servi possono dormire e preparare i miei pasti; un altro posto per i miei cavalli, che porto con me. Nella sentina della nave ho fatto ammassare infine il mio pane, i biscotti, la carne e altre cose che basteranno come provviste per tre mesi” [Lexikon der Mittelalters, München/Zürich 1980-1998, pp. 294 sg; Lexikon fùr Theologie und Kirche, 1993-2001, pp.732 sg; R. Pernoud, Die Kreuzzüge in Augenzeugenberrichten, 1961, pp.272 sg; H. E. Mayer, Geschichte der Kreuzzüge, 1995, p. 202].

Ed a ciò non ho nulla da aggiungere né da commentare.

         In realtà chi sperava nella pace era soprattutto al-Malik anche perché, visto che il Nilo era straripato molto poco, aspettava una carestia per l’Egitto. Viste le difficoltà che continuavano nel nord della Siria, al-Muazzam pensava di tornare e quindi si faceva realtà l’ipotesi inizialmente avanzata, quella dell’offerta di Gerusalemme in cambio della pace. La proposta fu fatta ma Pelagio non la accettò: secondo il nostro grande stratega, inviato dal papa, i musulmani dovevano essere distrutti in battaglia. Si addivenne solo ad una tregua che servì ai due eserciti per riparare le proprie difese e a molti crociati, imbarcatisi, il 14 settembre 1219, in 12 navi cariche, per tornarsene a casa. Per somma fortuna una settimana dopo arrivarono 10 galere genovesi noleggiate dal nobile francese Sauvary di Mauléon e costoro furono molto utili nella difesa da un attacco musulmano sferrato il 26 settembre.

         Ma al-Kamil desiderava la pace tanto che, alla fine di ottobre, fece ai comandanti cristiani la sua offerta definitiva: in cambio dell’evacuazione dell’Egitto egli cedeva la Vera Croce, Gerusalemme, l’intera Palestina centrale e la Galilea; ai musulmani sarebbero restati solo i castelli della Transgiordania ma per essi avrebbero pagato un tributo. Re Giovanni consigliò di accettare questa offerta sensazionale che ridava alla cristianità tutto ciò per cui avevano combattuto per molti anni. Con lui si schierarono i suoi baroni e tutti quelli di Francia, Inghilterra e Germania. Ma Pelagio ed il Patriarca di Gerusalemme non vollero sentire ragioni perché non si tratta con gli infedeli. Gli Ordini si schierarono con i rappresentanti della Chiesa e con loro si schierarono gli italiani ai quali bastava avere Damietta per i loro commerci. Le due fazioni ebbero aspri scontri ma poi vinse la posizione di Pelagio. Pochi giorni dopo questa decisione esploratori cristiani avvertirono il campo che Damietta sembrava sguarnita. Il 5 novembre i cristiani si avvicinarono ed entrarono senza incontrare resistenza. Nella città erano rimaste 3 mila persone malate ed incapaci anche di seppellire i loro morti. Furono scelti 300 ostaggi; i bambini piccoli furono battezzati e consegnati al clero perché li utilizzasse per loro funzioni; gli altri furono venduti come schiavi. Furono trovati tesori in quantità che furono trafugati dalle truppe.

         Si poneva ora il problema di come amministrare la città conquistata. Giovanni sostenne che la città doveva essere annessa al Regno di Gerusalemme, in questo sostenuto dagli Ordini. Ma Pelagio sostenne che quella città era della Chiesa. Giovanni minacciò di tornarsene ad Acri ed allora si addivenne ad un compromesso: la città sarebbe stata amministrata da Re Giovanni finché non fosse arrivato in Terra Santa Federico II di Germania. Nel frattempo parte dell’esercito crociato era stato inviato ad occupare la città di Tanis, sul Nilo, a sud-est di Damietta. La città, quando si seppe che i cristiani si avvicinavano, fu abbandonata. Nacque un nuovo saccheggio ripartito in modo disuguale tanto che gli italiani protestarono rumorosamente. E così l’inverno passò con il malcontento serpeggiante tra le truppe. Ma Pelagio sognava di conquistare tutto l’Egitto e subito dopo di sbarazzarsi dell’intero Islam. Allo scopo avrebbe aiutato il sovrano cristiano di Georgia, Re Giorgio. Ma Pelagio era evidentemente fuori di sé ed a ricordarglielo entrò un nuovo temibile attore che sconfisse duramente Re Giorgio in quel 1220 ai confini dell’Azerbaigian. Si tratta del capo mongolo Gengis Khan che distrusse la potenza militare che la regina Tamara di Georgia aveva creato. Ma, per ora, Gengis Khan non aveva alcuna intenzione di attaccare l’Impero ayubita.

         Federico II, per parte sua, aveva promesso di andare crociato ma ritardava perché voleva farlo dopo aver sistemato le sue questioni pendenti in Germania e per farlo voleva prima essere incoronato dal Papa come Imperatore. Onorio III, era troppo sempliciotto per capire queste cose e credeva a Federico sulla parola. La crociata in Egitto attendeva senza muoversi e, mentre un attacco al Cairo subito dopo Damietta avrebbe avuto grandi possibilità di successo per tutti i gravi problemi che aveva al-Kamil, con il passare del tempo il sultano si era accampato a Talkha, ancora più a sud rispetto al vecchio campo, ed aveva realizzato potenti fortificazioni sulle due sponde del Nilo in attesa di un attacco che non venne mai.

         In altro luogo, molto più a nord, nell’estate del 1219 era morto Leone II d’Armenia che lasciva due figlie, la maggiore, Stefania, era la moglie di Giovanni di Brienne, l’altra, Isabella, aveva solo 4 anni. Leone aveva promesso la successione a Raimondo-Rupen di Antiochia ma in punto di morte dette la successione ad Isabella. Giovanni non accettò tale decisione perché avrebbe dovuto essere sua moglie la legittima erede e subito dopo il loro figlioletto. Per risolvere la questione chiese ed ottenne (febbraio 1220) il permesso dal Papa di lasciare la crociata. Tra l’altro mentre quel viaggio liberava Giovanni dai rapporti ormai divenuti intollerabili con Pelagio, quest’ultimo assumeva il comando supremo della crociata. Mentre Giovanni si preparava a salpare per l’Armenia sua moglie, Stefania d’Armenia, la figlia di Leone, morì. Si diceva che era stata percossa da Giovanni quando questi si era accorto che Stefania stava avvelenando sua figlia Jolanda, figliastra di Stefania. Poche settimane dopo morì anche il figlioletto ed in tal modo perse ogni diritto al trono armeno ma non ritornò a Damietta. Intanto al-Muazzam aveva attaccato Cesarea e varie roccaforti cristiane prima di ritirarsi a Damasco. Sul fronte egiziano, in marzo arrivarono cospicue forze guidate dall’arcivescovo di Milano che si portava dietro anche una compagnia di prelati. Con Pelagio si decise che era ora di attaccare. Ma i baroni non furono d’accordo perché dissero che l’unico comandante in grado di guidarli sarebbe stato Giovanni. In luglio arrivarono altri rinforzi su otto galere guidate da Matteo, conte delle Puglie ed inviate da Federico. Anche ora Pelagio incitò all’attacco ed anche ora non ci fu nulla da fare. Gli stessi mercenari italiani, chiamati ad attaccare separatamente i musulmani si rifiutarono di farlo.

         Al-Kamil invece aveva riorganizzato il suo esercito, costruito navi e rafforzato le difese. Nell’estate del 1220 fece discendere le navi lungo il Nilo e quindi attraverso il ramo di Rosetta. Uscite in mare aperto le navi si diressero verso Cipro. Lungo la rotta incrociarono una flotta cristiana ancorata a Limassol. Parte della flotta fu distrutta e parte catturata con migliaia di prigionieri. Pelagio era stato avvertito di cosa faceva al-Kamil ma non tenne conto di quanto gli era riferito. In settembre altri crociati si imbarcarono per tornare a casa ma a fine anno arrivò la buona notizia: Federico era venuto a Roma in novembre ed era stato incoronato insieme alla moglie Costanza. Nell’occasione Federico aveva promesso solennemente che nella primavera del 1221 sarebbe partito per la Terra Santa. E all’inizio della primavera del 1221 inviò come avanguardia un forte contingente guidato da Luigi, duca di Baviera. Pelagio seppe di questa partenza dall’Italia e, quando in giugno arrivarono altre proposte di pace da parte di al-Kamil che continuava ad offrire quanto già detto oltre ad una tregua trentennale e all’indennizzo per lo smantella mento delle difese di Gerusalemme, Pelagio rispose tassativamente che non c’era da trattare con gli infedeli. Poco dopo arrivò Luigi di Baviera con l’ordine di Federico di non intraprendere alcuna azione prima che egli stesso non fosse arrivato in Terra Santa.

         Passarono cinque settimane ed ancora non si aveva notizia della partenza di Federico.Luigi era impaziente e con Pelagio decise che era ora di attaccare, prima delle inondazioni del Nilo e prima che terminassero le risorse economiche di Pelagio che ormai erano agli sgoccioli. Da queste argomentazioni i capi crociati si lasciarono convincere chiedendo solo di convocare Giovanni. Da Cipro arrivavano notizie di un grande esercito che al-Muazzam stava mettendo insieme e questo fu un altro motivo ve spingeva Pelagio ad attaccare subito anche perché stava per scadere il temine che nell’Apocalisse si dava alla Bestia, naturalmente musulmana (i famosi 666 anni dalla nascita di Maometto).

         Il 6 luglio ritornò Giovanni con i cavalieri del suo regno perché non voleva farsi accusare di codardia. Il 12 luglio l’imponente esercito crociato (630 navi di varie dimensioni, 5 mila cavalieri, 4 mila arcieri, 40 mila fanti  ed un’orda di pellegrini che dovevano fare servizi di vettovagliamento) si mise in marcia verso Fariskur. L’esercito musulmano avanzò per incontrarlo ma poi, viste le dimensioni, preferì ritirarsi oltre il Bah ras-Saghir che scorre tra il ramo del Nilo che sfocia dopo Damietta e il lago Manzaleh. Il 20 luglio i crociati avevano occupato la città di Sharimshak. Giovanni pregò tutti i fermarsi lì perché stavano iniziando le inondazioni del Nilo e stava arrivando l’esercito siriano. Ma Pelagio ordinò di avanzare. Proprio  sud di Sharimshak un canale proveniente da un altro braccio del Nilo si gettava nel fiume. I crociati, nella fretta d’avanzare non lasciarono nessuna nave di guardia alla foce, forse perché pensavano che il canale non fosse navigabile. Finalmente il 24 luglio l’intero esercito cristiano si trovò lungo il Bah ras-Saghir, di fronte all’esercito musulmano.

         Il livello del Nilo era cresciuto ed il canale era pieno d’acqua quindi facile da difendere ma i soldati di al-Kamil avevano attraversato il canale, vicino al lago, prima che l’acqua crescesse troppo, ed erano schierati tra i crociati e Damietta. Appena vi fu abbastanza acqua nel canale, l flotta di al-Kamil discese rapidamente il fiume e tagliò la ritirata alla flotta cristiana. Verso la metà di agosto Pelagio si rese conto che ora si trovava in inferiorità numerica e completamente accerchiato dai musulmani e con viveri sufficienti solo per 20 giorni. I bavaresi conclusero che l’unica possibilità di salvezza era una rapidissima ritirata che iniziò nella notte del 26 agosto. I cavalieri Teutonici, stupidamente, diedero fuoco alle provviste per non lasciarle al nemico ma così facendo lo avvertirono della fuga. Il Nilo continuava a crescere ed i cristiani avrebbero dovuto attraversare le terre basse, quelle che furono inondate appena arrivati. Al-Kamil fece allora aprire delle chiuse e l’acqua si riversò in queste terre basse. Re Giovanni riuscì a riuscirono a battere sia la cavalleria turca che li inseguiva, sia gli arcieri della Nubia ma vi fu un’ecatombe di cristiani: a migliaia morirono. La nave sulla quale si trovava Pelagio venne trascinata via dalle acque del Nilo fino in mare aperto. Così si salvò ma questo fu un disastro per tutti gli altri crociati perché in quella nave vi erano le medicine e le provviste. Poche altre navi si salvarono e molte furono catturate.

         Sabato 28 agosto, Pelagio mandò un messaggero al sultano chiedendo la pace. Come al solito i musulmani, che a quel punto potevano fare ciò che volevano dei resti dell’esercito crociato, furono generosi: i cristiani avrebbero abbandonato Damietta ed osservato una tregua di otto anni confermata dall’Imperatore Federico; vi sarebbe stato uno scambio di prigionieri; il sultano avrebbe restituito la Vera Croce; la crociata avrebbe lasciato i suoi capi come ostaggi fino alla resa di Damietta; in cambio egli inviò come ostaggio in mano crociate uno dei suoi figli, uno dei suoi fratelli ed alcuni emiri. Dopo un tentativo i rifiuto alla resa da parte dei cristiani a Damietta, l’8 settembre, gli ostaggi furono scambievolmente restituiti ed i cristiani crociati rialirono sulle navi scampate per ritornarsene a casa.

         La Quinta Crociata era finita nel completo discredito ed anche l’Apocalisse non ci ha fatto una bella figura perché la Bestia sopravive oltre il 666. E poteva finire ben diversamente con un capo militare unico e rispettato … ma avere al comando un incapace come Pelagio che però, si badi bene, aveva dietro di sé il papa, portò ai risultati ora visti che furono tutti negativi:  la paura verso i cristiani d’Occidente provocò una nuova ondata di fanatismo nell’Islam. In Egitto furono imposte ai cristiani di differenti sétte limitazioni alla libertà e molte tasse. Furono requisite o saccheggiate chiese da soldati musulmani inferociti. I mercanti italiani non poterono più riprendere il loro posto privilegiato poiché da questo momento nessuno più confidava in loro. E, per somma sconfitta crociata, la Vera Croce non si riuscì ad avere perché, al momento della sua riconsegna, non si riuscì a trovare.

FEDERICO II  ED IL PAPA

         Il Papa Onorio III uscì sconfitto dalla Quinta Crociata ma indicò il colpevole in Federico II, nel suo continuo rinviare che aveva sfiancato coloro che erano partiti ed aspettavano. Senza un comando fermo, unico, di prestigio non vi sarebbe stata Crociata vincente e fu proprio questo che mancò alla Crociata appena conclusa. Ma Federico era stato bravo a prendersi gioco di Onorio perché, di fronte ad ogni richiamo e sollecito, sapeva sempre trovare l’adeguato motivo ed era in grado ogni volta di rassicurare il mite Onorio che presto si sarebbe recato in Terra Santa con il suo esercito. Il problema politico sotteso alle continue schermaglie tra Imperatore e Pontefice era però un altro. Federico, per parte sua, tendeva all’unione dell’Impero con la Sicilia. Questa situazione geopolitica avrebbe creato una sorta di tenaglia che avrebbe gradualmente schiacciato l’Italia settentrionale e centrale dove risiedevano i territori della Chiesa. La Chiesa, vista questa situazione, agiva di conseguenza tentando di distrarre le truppe di Federico verso altre terre  in modo che non vi fossero pericolose concentrazioni in Italia. E gli scontri più o meno aspri vi furono non solo nel pontificato di Onorio III ma in quello seguente, di Gregorio IX, ed in quello ancora successivo di Innocenzo IV.

         Federico II(2) , regnante dal 1212 e dal Papa incornato Imperatore a Roma nel 1220, aveva interrotto la grande stagione degli scontri tra Impero e Papato, scontri che erano stati di suo nonno Federico Barbarossa e di suo padre Enrico VI di Hohenstaufen. Federico era invece stato il candidato della curia alla sovranità imperiale. E fino ad un certo punto la cosa era durata ma poi gli attriti erano sempre più cresciuti. La rottura non c’era stata perché le due istituzioni a confronto avevano bisogno l’una dell’altra: Federico aveva bisogno del Papa per essere incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero ed il Papa aveva bisogno dell’esercito di Federico per assicurare una difesa ai territori della Chiesa, per avere ogni esenzione fiscale, per il riconoscimento di ogni diritto di autonomia e di rendita finanziaria; per mettere in piedi una dura repressione contro gli eretici e, aspetto fondamentale, per le crociate. Federico aveva già preso l’impegno di organizzare e partecipare alla crociata (si diceva: prendere la croce) e, di nuovo, prese la croce dopo l’incoronazione ad Imperatore nel 1221 dalle mani del cardinale Ugo da Ostia, il futuro Papa Gregorio IX, che già predicava la futura crociata. Ma l’impegno vero alla crociata non veniva perché tutte le sue energie erano rivolte alla repressione al sud d’Italia, alla deportazione dei saraceni che vi abitavano, alla sottomissione dei piccoli e grandi nobili con l’espropriazione delle loro terre e con l’imposizione di tasse insostenibili.

         La crociata era continuamente rimandata anche se il papa la continua a ricordare. In occasione della morte nel 1222 della moglie di Federico, Costanza d’Aragona, sposata nel 1209 (quando Federico aveva 15 anni e Costanza 25), il Papa fece pressioni perché Federico si risposasse con Jolanda (nota come) Isabella II di Brienne, regina di Gerusalemme(3). Il matrimonio si celebrò nel novembre del 1225 a Brindisi quando Isabella aveva 14 anni e Federico 31 e fu solo d’interesse, per quel titolo di Re di Gerusalemme che, in termini di potere, non significava nulla ma, in termini di prestigio, molto. Questo matrimonio si realizzò per accordi intercorsi nell’estate del 1225 tra Papa Onorio III e Federico (Patti di San Germano) ed in tali accordi, tra l’altro, Federico si impegnava a organizzare e partire per la Sesta Crociata entro l’estate del 1227. In caso non avesse ottemperato a questa promessa la pena sarebbe stata la scomunica ed una penale esorbitante in oro. Ma il 1227 fu l’anno della morte di Onorio III e dell’elezione di Papa Gregorio IX.

         In Palestina nel frattempo vi erano stati molti cambiamenti dovuti a morti, a successioni, a liti, … In particolare, dopo varie vicende, Boemondo di Tripoli riuscì a riprendersi Antiochia dopo la morte di Raimondo-Rupen. A Cipro il reggente del Re bambino, Enrico I, era suo zio, Filippo di Ibelin mentre la reggente ufficiale, la madre Alice di Gerusalemme, adirata con Filippo per alcune scelte politiche, se ne era andata a Tripoli dove aveva sposato il figlio maggiore di Boemondo, il futuro Boemondo V. Quando nel 1227 morì Filippo, fu designato reggente, con l’accordo della madre, il fratello di Filippo, Giovanni di Ibelin, signore di Beirut. Prima di questa scelta, Alice aveva proposto come reggente Amalrico di Barlais ma i baroni avevano rifiutato. A questo rifiuto Barlais rispose autoesiliandosi a Tripoli come aveva fatto Alice. Giovanni di Brienne, nel Regno di Gerusalemme, riuscì invece a mantenere quella tregua di 8 anni che era stata garantita da al-Kamil e  ridare slancio alle esauste casse dello Stato con la ripresa dei commerci con i musulmani. Nel 1222, quando aveva circa 70 anni, si imbarcò ad Acri (insieme a Pelagio e ad altri notabili) per il desiderio di tornare almeno per un poco di tempo in Occidente, per avere occasione di discutere con il Papa del futuro del Regno di Gerusalemme e per cercare di trovare uno sposo per sua figlia Jolanda o Isabella che aveva allora 11 anni. Giovanni fece visita al Papa e quindi si recò in Francia a visitare il Re Filippo Augusto. Fu in quest’epoca che maturò l’idea del matrimonio tra Jolanda e Federico e quando la proposta arrivò a Giovanni egli accettò a patto che avesse potuto mantenere la reggenza del Regno fino alla sua morte (e la cosa fu accettata). Questo matrimonio così combinato dispiacque invece al Re di Francia perché fino allora le richieste di marito per le principesse di Gerusalemme erano sempre passate prima per la Francia e Filippo ricordò a Giovanni che egli era stato designato a quel posto di Re proprio per un matrimonio organizzato dallo stesso Filippo.  Dopo questo incontro che comunque fu cordiale, Giovanni si trattenne a corte ed ebbe modo di essere presente alla morte di Filippo (al quale successe il figlio Luigi VIII) che avvenne nell’estate del 1223. Poi partì in pellegrinaggio a Santiago de Compostela e per un viaggio in Castiglia dove conobbe e sposò la sorella, Berengaria, di Ferdinando III di Castiglia. Quindi tornò in Italia nel 1224.

         Nell’estate dell’anno successivo arrivarono 14 galere imperiali, guidate dal conte Enrico di Malta, per prendere ed accompagnare in Italia Jolanda. Ma prima la giovane fu sposata per procura con Federico nella chiesa della Santa Croce. Dopo la cerimonia Jolanda si recò a Tiro dove fu incoronata Regina di Gerusalemme. Dopo i giorni di festeggiamento, Jolanda si imbarcò per Brindisi dove Federico e suo padre Giovanni l’aspettavano per celebrare una seconda cerimonia nuziale (novembre 1225). Federico si comportò con la giovane sposa in modo crudele perché dopo la prima notte di nozze passò ostentatamente le altre con una cugina procace di Jolanda. Quest’ultima si disperò per questo e lo raccontò al padre. Giovanni andò a protestare con Federico il quale lo trattò malissimo: gli disse che non avevano scritto nulla in proposito della sua reggenza a Gerusalemme e quindi non era più tale da quando sua figlia aveva sposato lui e gli fece sottrarre la grossa somma che il Re di Francia gli aveva lasciato in eredità. Giovanni andò a lamentarsene con il Papa il quale si adirò ma lo pregò di non indispettire l’Imperatore e lo ricompensò offrendogli un posto di prestigio e ben remunerato nella Corte papale (amministratore dei beni papali in Toscana). Ma la carriera del vecchio Giovanni non era finita lì perché, a parte una proposta dal Regno d’Inghilterra, nel 1228, l’Imperatore bambino di Bisanzio, Baldovino II, ebbe bisogno di un reggente e Giovanni, ormai vicino agli 80 anni, accettò con entusiasmo (Giovanni aveva una figlia di 4 anni che in seguito sposerà Baldovino II di Bisanzio). Restò reggente di Bisanzio fino alla morte che avvenne nel 1237.

LA SESTA CROCIATA

         Arrivati all’estate del 1227 Federico passava in rivista sue truppe in Puglia mentre un gruppo di crociati francesi ed inglesi era già partito per l’Oriente agli ordini dei vescovi di Exeter e di Winchester. In Puglia vi fu una epidemia di malaria tra i soldati che li indebolì. Alcuni non poterono partire ma alcune migliaia di crociati lo fecero ad agosto, imbarcandosi a Brindisi agli ordini di Enrico IV, duca di Limburgo. Federico II si imbarcò invece l’8 settembre. Ma, appena salpati, il suo compagno Luigi, Langravio di Turingia, cadde gravemente ammalato tanto da dirottare la nave verso Otranto dove il langravio morì Federico si contagiò. Federico dette l’ordine alla flotta di partire comunque agli ordini del Patriarca di Gerusalemme, Geroldo di Losanna, ed egli andò a curarsi alle terme di Pozzuoli. non prima di aver inviato un messo a Papa Gregorio, che si trovava ad Anagni, per spiegargli i motivi del suo ritardo. Il Papa non credette a quanto gli diceva e lo scomunicò subito, scomunica che ripeté in San Pietro, appena tornato a Roma in novembre. Federico cercò di rimediare organizzando una partenza ma il Papa lo avvertì che, nella situazione di scomunicato, non poteva essere l’alfiere della cristianità. Nonostante questi ammonimenti, dopo aver inviato una lettera ai principi d’Europa per denunciare le pretese papali, Federico si imbarcò da Brindisi il 28 giugno 1228. La sua situazione era però cambiata in questo anno di attesa: era morta la moglie Isabella o Jolanda e quindi egli non era più Re di Gerusalemme in quanto marito della regina, ma era solo tutore del figlio Corrado che era il legittimo infante Re di Gerusalemme. I baroni di Palestina, se avessero voluto, sarebbero stati autorizzati a negargli la reggenza.

         In Palestina, dopo che Giovanni di Brienne non era più sulla scena per le vicende alle quali ho accennato, il personaggio di maggior rilievo era Giovanni di Ibelin: era ricco ed accorto, intelligente e rispettato, ottimo conoscitore sia delle leggi e tradizione dei franchi in Palestina sia delle popolazioni musulmane, era il parente maschio più prossimo al Re di Cipro ed alla regina Jolanda, aveva la città di Beirut e sua moglie Melisenda era l’erede della città di Arsuf, vicina a Giaffa. Rappresentava però un modo del tutto differente di intendere il potere rispetto all’autoritario, depositario di potere e leggi, ed autocrate Federico, il quale ultimo capì subito che il suo massimo rivale sarebbe proprio stato Giovanni di Ibelin.

         Federico arrivò a Limassol il 21 luglio 1228 atteso da Barlais che lo consigliò subito di convocare Giovanni di Ibelin ed i suoi figli. Giovanni fu avvertito dei livelli di perfidia, scorrettezza e malvagità di Federico ma andò lo stesso all’incontro a testa alta. Federico gli offrì una suntuosa festa durante la quale entrarono i soldati con le spade sguainate dietro ogni ospite. Federico impose a Giovanni di rinunziare al feudo di Beirut e di consegnargli tutte le rendite di Cipro incassate dalla morte di Re Ugo. Giovanni rispose che il feudo di Beirut gli era stato dato dalla Regina Isabella, sua sorella, ma comunque era disposto a rimettere la questione all’alta corte di Gerusalemme. Le rendite di Cipro, invece, erano state consegnate, come di dovere, alla reggente, la Regina Alice.  Federico urlò e minacciò ma Giovanni rimase fermo nelle sue posizioni. D’altra parte, al momento, Federico aveva un massimo di 4 mila soldati e non poteva rischiare una rottura così immediata. Si addivenne ad un accordo: furono dati una ventina di ostaggi a Federico, tra cui due figli di Giovanni ed il piccolo Re, e lo stesso Giovanni avrebbe seguito Federico in Palestina. In cambio Giovanni avrebbe riconosciuto Federico come sovrano di Cipro, ma non come reggente perché la reggente ufficiale era sua madre, la Regina Alice. Inoltre Federico sarebbe stato riconosciuto come reggente di Gerusalemme e non come Re perché, dalla morte di Jolanda, il Re era il piccolo Corrado, loro figlio.

         Federico convocò poi a Cipro tutti gli altri nobili e pretese da loro il riconoscimento di obbedienza. Provò anche con Boemondo di Tripoli ed Antiochia la stessa operazione tentata con Giovanni di Ibelin (la cessione del principato di Antiochia e della contea di Tripoli) ma Boemondo finse un collasso nervoso per poi svignarsela di nascosto. Giovanni di Ibelin, per parte sua, come reggente aveva diritto, secondo la legge feudale di ritirarsi in un castello da dove nessuno poteva obbligarlo ad andare via. Così, con tutta la sua famiglia, si ritirò nel castello di Dieu d’Amour. Intanto, con le truppe portate da tutti gli altri nobili che gli avevano fatto giuramento di vassallaggio, Federico arrivò ad Acri. E Giovanni accorse a Beirut per prevenire un eventuale attacco di Federico. Quindi si recò ad Acri per l’eventuale sua difesa davanti all’alta corte. Ma per ora Federico non aveva fretta di passare all’azione soprattutto perché aveva avuto notizia di una nuova scomunica papale per il suo essere partito in difesa della cristianità da scomunicato. Queste notizie mettevano, tra l’altro, in dubbio la validità dei giuramenti di vassallaggio e molti personaggi di Chiesa iniziarono a rifiutargli la collaborazione, allo stesso modo degli Ordini, sia Templari che Ospitalieri. Solo i Teutonici il cui maestro, Ermanno di Salza, era suo amico, si misero a disposizione di Federico. In definitiva Federico disponeva di pochi uomini anche perché le avanguardie partite con il  duca di Limburgo nel 1227, in gran parte se ne erano tornate a casa per impazienza o per la paura di offendere la Chiesa. Inoltre dall’Italia gli arrivavano brutte notizie: da una parte il suo esercito era stato sconfitto nell’attacco alla marca di Ancona e dall’altra il Papa stava ammassando truppe per attaccare il suo regno in Italia. In definitiva l’ambita grande campagna in Oriente che chiudesse definitivamente con i musulmani si era trasformata in una campagna diplomatica.

         I problemi, in campo musulmano, si erano aggravati perché i dissapori tra al-Kamil (con una qualche alleanza con il fratello al-Ashraf) e suo fratello al-Muazzam erano diventati aperta ostilità tanto che quest’ultimo nel 1226 si era rivolto ad una potenza esterna, quella di Jedal ad-Din, signore di Bagdad (con un regno che spaziava dall’Azerbaigian all’Indo), per stringere un’alleanza ripagata con il riconoscimento di sovranità. A ciò aveva risposto lo spaventato al-Kamil con emissari in Sicilia, guidati dal fido emiro Fakhr ad-Din, per chiedere l’appoggio di Federico II (si ricordi che in Sicilia vi erano molti musulmani ed una lunga tradizione di loro insediamenti nell’isola). Federico, pur non avendo fatto promesse aveva risposto amichevolmente. Al-Kamil, per parte sua, faceva capire che era disposto a cedere Gerusalemme anche se la città era sotto il dominio del fratello rivale al-Muazzam che mostrava di non volere la pace e quindi la cessione di Gerusalemme. Quando Federico si imbarcò per la Palestina, vi era questo retroterra di amicizia con al-Karim con una novità rispetto a quanto detto: al-Muazzam era morto  nel novembre 1227 ed aveva lasciato i suoi domini al giovane figlio an-Nasir Dawud. Data la debolezza e l’inesperienza di questo giovane, al-Kalim si preparò ad annettersi il regno di al-Muazzam ed invase subito la Palestina conquistando Gerusalemme e Nablus. An-Nasir chiese l’aiuto di al-Ashraf che intervenne per accordarsi ma con al-Kalim per la spartizione dei domini di al-Muazzam. A tal fine, insieme assediarono Damasco, ove si era asserragliato an-Nasir, verso la fine del 1228.

         Ma questo assedio non poteva impegnare tutte le forze di al-Kamil, proprio ora che Federico minacciava la Palestina. Federico per parte sua non aveva tutte le forze che avrebbe voluto, così iniziò una lunga trattativa tra gli ambasciatori dei due fatta di reciproci inganni ed ammirazione. Ma quando Federico chiese la restituzione di tutta la Palestina, al-Kamil rispose che non poteva offendere il suo popolo fino a questo punto. Federico allora riunì il suo esercito e lo fece marciare fino a Giaffa iniziando a ricostruire fortificazioni (novembre 1228). Dopo un seguito di trattative influenzate da cosa accadeva, particolarmente nell’assedio di Damasco, l’11 febbraio 1229 il sultano fece conoscere le ultime sue proposte che Federico accettò. Così, il 18 febbraio fu firmato un trattato di pace tra i due che prevedeva: le città di Gerusalemme e Betlemme sarebbero tornate al Regno di Gerusalemme, con un corridoio che da queste città portava fino a Giaffa; inoltre venivano concesse la città di Nazaret e la Galilea occidentale, incluse le fortezze di Monfort e Toron. Ma, in Geruslemme, l’area del Tempio, con la cupola della Roccia e la moschea di al-Aqsa, dovevano restare dei musulmani con il diritto di accesso e libertà di culto. Vi era poi lo scambio di tutti i prigionieri insieme ad una tregua decennale che non si estendeva però ad Antiochia e Tripoli.

         Questi accordi ebbero una generale riprovazione, sia da parte musulmana che da parte cristiana. I musulmani erano indignati per questa cessione praticamente gratuita mentre i cristiani lamentavano che la riconquista di Gerusalemme non fosse avvenuta con la spada anche perché, in queste condizioni precarie, non sarebbe stato possibile difendere la città di Gerusalemme. I Templari erano furibondi perché il Tempio restava ai musulmani. Il Patriarca Geroldo proclamò invece l’interdetto contro la città santa se questa avesse accolto Federico. Tutti i nobili erano indignati per l’assurdità delle nuove frontiere e l’indignazione crebbe quando Federico annunciò che sarebbe andato a Gerusalemme per farsi incoronare Re. Questa era una vera provocazione perché Federico non poteva essere Re di una terra che già aveva un Re, suo figlio Corrado. Il 17 marzo, con un piccolo corteo di suoi fedeli, Federico entrò in Gerusalemme che si fece trovare deserta. L’emissario di al-Kamil gli consegnò le chiavi della città e Federico scelse come residenza il vecchio edificio dell’Ospedale. I cristiani in particolare non si aspettavano nulla di buono dai latini in città e le preoccupazioni crebbero quando si seppe che l’arcivescovo Pietro di Cesarea era in marcia per mettere la città sotto l’interdetto. Il 18 andò nella chiesa del Santo Sepolcro per la messa ma non vi era nessun officiante. Egli allora fece deporre la corona sull’altare poi la prese e se la mise sul capo.

         Il giorno 19 arrivò l’arcivescovo per lanciare l’interdetto. Federico ne fu offeso e se ne andò verso Acri, dove arrivò il 23. La città era ribollente di malcontento per le violazioni della Costituzione da parte di Federico che a questo punto era null’altro che un arrogante usurpatore (si arrivò anche a scontri armati tra i nobili ed i soldati di Federico). Federico mise in atto una violenta prova di forza con i suoi soldati che praticamente occuparono la città con il fine di fare prigionieri i notabili, con alla testa Giovanni di Ibelin, per inviarli in Puglia. Arrivarono però notizie drammatiche dall’Italia: suo suocero Giovanni di Brienne, alla testa di un esercito papale, era in marcia nei suoi territori italiani. Federico doveva tornare in Italia e quindi addivenne a più miti consigli lasciando come suoi rappresentanti del Regno, Baliano di Sidone (un moderato la cui madre era una Ibelin) e Garnier il tedesco (che era stato luogotenente di Giovanni di Brienne). Risultava sconfitto l’arrogante imperatore e scappava per evitare anche scene umilianti. Si imbarcò infatti il 1° maggio all’alba quando sperava che nessuno lo avrebbe visto. Invece si sparse la voce e dalle finestre lo insultarono lanciandogli sterco e budella di animali. Dopo una breve sosta a Cipro, si diresse in Puglia, sbarcando a Brindisi il 10 giugno 1229. Era così finita la sesta Crociata in attesa della successiva.

LA CRIMINALE INQUISIZIONE DI GREGORIO IX

        Fu ancora Papa Gregorio IX ad avviare le pratiche che fondarono l’Inquisizione. Nel 1231 furono emanati una costituzione ed uno statuto antiereticale noti come Statuti della Santa Sede. In tali statuti vi erano delle Regole  poi pubblicate dal senatore Annibaldo degli Annibaldi e sarà proprio nei Capitula Anibaldo Senatoris  che sarà codificato il termine Inquisitore. Le regole prevedevano che il medesimo senatore gettasse in prigione chiunque fosse denunciato come eretico da un inquisitore o da un buon cattolico (la sentenza doveva essere esecutiva in 8 giorni). In tal modo il senatore diventava un inquisitore delegato pontificio che serviva da contrapporre ai giudici laici (lo scontro era con Federico II). La casa che avesse dato ospitalità ad un blasfemo doveva essere rasa al suolo ed il terreno doveva essere trasformato in un letamaio. I beni dell’eretico venivano confiscati e così ripartiti: un terzo a chi denunciava, un terzo ad Annibaldo, un terzo per la manutenzione delle mura della città. Ogni persona che non denunziasse un eretico subiva una multa enorme di 20 lire ed il senatore che non procedesse contro persona eretica subiva una multa di  duecento marchi e non poteva più avere cariche pubbliche. Le Regole sommariamente descritte furono inviate a tutti i principi e gli arcivescovi affinché fossero rigorosamente applicate.

        Nello stesso periodo vi era stato il conte di Tolosa, Raimondo VII, quello che era addivenuto a vergognosi patti con la Chiesa, che nel 1232 fece diventare legge le delibere del Sinodo di Tolosa del 1229 con ogni felicitazione di Gregorio IX(4).

        Il 20 aprile del 1233 Gregorio IX emanò una Bolla che affidava ai domenicani lo sradicamento dell’eresia. Era la fondazione del Tribunale dell’Inquisizione. In questa lettera, Illae humani generis, del 20 aprile diretta ai domenicani Gregorio IX diceva:

Perciò voi […] avete il potere […] di privare i clerici dei loro benefici per sempre, e di procedere contro di loro e contro tutti gli altri, senza appello, chiedendo l’aiuto del braccio secolare, ove necessario. [citato da Baigent e Leigh]

In questa lettera, che assegnava ai domenicani il privilegio dell’Inquisizione (negotium fidei), si ordinava a quei frati di designare i religiosi che avrebbero predicato contro l’eresia ed ai quali sarebbe stata affidata la causa della fede. Quindi il potere inquisitorio era sia dei vescovi che dei domenicani con una sorta di ruolo superiore ai vescovi. Pochissimo tempo dopo, lo stesso Papa associò  ai domenicani i frati Minori (gli utili francescani di Francesco, vero giullare di Dio. Quale miglior alibi per la Chiesa di Roma quello di affidare l’Inquisizione ai seguaci di un poverello che predicava la povertà per sé e non per tutta la Chiesa!) e queste missioni erano estese a tutta la cristianità. La cosa fu ufficializzata con una Bolla del 1246 di Papa Innocenzo IV.

        Nello stesso anno Gregorio IX avviò la santificazione di Domingo che era morto nel 1222, santificazione che ottenne in tempi, per l’epoca, record. Domingo divenne San Domenico nel 1234. In una lettera del medesimo 20 aprile diretta ai vescovi, così scriveva Gregorio IX:

Noi, vedendovi presi dal vortice delle preoccupazioni e quasi soffocati sotto la pressione delle sempre maggiori ansietà, pensiamo bene di suddividere il vostro carico in modo che possiate sopportarlo meglio. Abbiamo perciò determinato di mandare dei frati a predicare contro gli eretici di Francia e delle province vicine, e vi preghiamo, vi mettiamo in guardia, vi esortiamo, ordinandovi […] di riceverli gentilmente e di trattarli bene, dando loro […] appoggio, affinché possano assolvere i loro compiti. [citato da Baigent e Leigh]

        Papa Innocenzo IV, con la sua bolla Ad extirpanda del 15 maggio 1252, ufficializzò l’uso della tortura, una pratica in uso fin dal 1234. Erano esonerati da questa pratica solo coloro che rischiavano di morire o che fosse loro causata una qualche amputazione. La tortura fu confermata il 27 aprile 1260 da Papa Alessandro IV, che tolse la limitazione di Innocenzo IV, e riaffermata prima da Papa Urbano IV il 4 agosto 1262 e poi da Papa Clemente IV nel 1265. Rimase sempre il feroce, sciocco, ipocrita ed offensivo senza spargimento di sangue che faceva evitare strumenti appuntiti o con lame; andavano invece bene, ad esempio, la ruota e lo schiacciapollici che se facevano uscire sangue era considerato incidentale. In teoria le tenaglie per strappare unghie o carne non erano ammesse per quella ipocrisia dello spargimento di sangue. Ma se si arroventavano fino al rosso o bianco, lo strappare era simultaneo al cauterizzare e quindi erano ammesse anche quelle. Anche i tempi erano aggirati. Non era possibile torturare più di trenta minuti una sola volta. Poi i successivi trenta minuti erano una nuova sola volta e così via. Se poi le accuse erano più di una, per ognuna si torturava quei 30 minuti. E’ interessante osservare il ruolo democratizzatore delle leggi ecclesiastiche rispetto a quelle civili. Queste ultime infatti esoneravano dalla tortura medici, cavalieri, soldati e nobili. La Chiesa rese il dolore un bene per tutti, indipendentemente da sesso, età, stato sociale. La pena di morte mediante il rogo (pena nuova e purificatrice di fronte all’idra eretica e sacrilega) era stata ufficialmente introdotta in Spagna nel 1194, quindi in Italia, Germania, Francia ed Inghilterra (1401). Ed era ben accetta anche da supposti pensatori e santi, anche per questo, della Chiesa come Tommaso d’Aquino, il doctor angelicus, il dottore della Chiesa, l’ispiratore di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che nella Summa Theologica, un’opera ispirata dallo Spirito Santo e considerata come una Bibbia durante il Concilio di Trento, sosteneva:

«Per quanto riguarda gli eretici, essi si sono resi colpevoli di un peccato che giustifica che non solo siano espulsi dalla Chiesa con l’interdetto. ma anche che vengano allontanati da questo mondo con la pena di morte. E’ davvero un delitto molto più grave falsificare la fede, che è la vita dell’anima, che falsificare il denaro, che serve alla vita mondana. Se dunque falsari e altri malfattori vengono subito portati dalla vita alla morte legalmente ad opera dei prìncipi laici, con quanto maggior diritto gli eretici, immediatamente dopo la loro incriminazione per eresia, non soltanto possono essere cacciati dalla comunità ecclesiale, ma anche a buon diritto giustiziati!» [citato daDeschener 1998].

        A partire dal 1235 furono i vescovi che in concili provinciali ristretti iniziarono piano piano a stabilire le procedure che i tribunali dell’inquisizione dovevano avere e la giurisprudenza. Ciò comportò disparità importanti da Tribunale a Tribunale. C’è da osservare che da una parte i vescovi venivano mantenuti nei loro compiti di sradicamento dell’eresia e dall’altra compiti superiori venivano assegnati ai frati sia domenicani che francescani. I vescovi mal digerivano l’ingerenza di Roma sulla loro autonomia e non condividevano l’intromissione di estranei in zone e territori con abitanti che loro conoscevano bene. L’intervento dei frati era del tutto spropositato e non era in grado di fare giustizia ma solo enormi ingiustizie. Questo era il motivo della sfiducia che il Papa aveva verso i vescovi: secondo Roma la tendenza era a soprassedere e perdonare. Più affidabili i laici che, per arricchirsi con le regalie che spettavano loro, erano ubbidienti esecutori, ma solo esecutori perché loro non potevano decidere sull’eresia di una persona. Per ovviare alle disparità di giudizio tra differenti tribunali, iniziarono a veder la luce dei manuali redatti da chierici che raccontavano come combattere l’eresia ed avevano indicata l’intera procedura con formule per le lettere di citazioni, con le domande da fare, con le abiure, le penitenze, le sentenze, con i formulari, le possibili risposte e le possibili obiezioni. Tra i manuali il più noto, Practica Inquisitionis haereticae praviatis, è quello di un notissimo ed altrettanto feroce inquisitore (dal 1307 fino alla morte nel 1331), il domenicano Bernard Gui nel primo quarto del XIV secolo. L’abate Mollat che ripubblicò la Practica di Gui, così la descrive:

«E’ divisa in cinque parti. La prima contiene 38 formule riguardanti la citazione e la cattura degli eretici, la comparizione di tutte le persone che potevano intervenire, qualunque ne fosse la veste, ad un processo di inquisizione.

«Nella seconda parte figurano 56 atti di grazia, o di commutazione di pena fatti durante e all’infuori dei sermoni generali pronunziati dagli inquisitori.
«La terza parte raccoglie 47 formule di sentenze fatte, in occasione o alI’infuori di questi stessi sermoni.

«La quarta consiste in una «breve ed utile istruzione» concernente i poteri degli inquisitori, la loro entità, il loro esercizio, e i loro fondamenti. Questo piccolo trattato venne compilato su modello degli scritti scolastici e giuridici del tempo, e cioè, è arruffato di divisioni e suddivisioni, ed il testo affoga in una massa di riassunti di editti imperiali, di consultazioni di giuristi, di costituzioni apostoliche passate o no nel Corpus juris canonici.
«La quinta parte costituisce il caposaldo dell’opera di Bernard Gui. E’ intitolata «Metodo, arte, e procedura per la ricerca e l’interrogatorio degli eretici, dei Credenti e dei complici loro». Vi si trova un esposto metodico delle dottrine e dei riti in voga presso i Catari, i Valdesi, i Pseudo-Apostoli, i Beghini e le Beghine ed esempi di interrogatori. L’autore non dedica che brevi pagine agli Ebrei convertiti che ritornano alla loro religione, agli stregoni, agli invocatori di demoni, agli indovini. Dà pure copia degli atti di procedura relativi a queste diverse specie di eretici».

        L’altro famoso manuale, il più metodico e meglio composto, è il Directorium inquisitorum (1376) dell’altro domenicano Nicolau Eimeric (arricchito ed ampliato nel 1578 da commenti e note di Francisco Peña) inquisitore tra il 1357 ed il 1397 nel nord della Spagna e malvisto dai sovrani del luogo per il suo essere tropo zelante e quindi passato al seguito del Papa Gregorio XI come cappellano e del Papa Clemente VII prima ad Avignone poi a Roma. Il manuale è diviso in tre parti: la prima espone cosa sia la fede cattolica; la seconda è conseguenza della prima perché descrive le differenti eresie in relazione ai doveri dell’Inquisizione; la terza parte è quella operativa dove si enumerano le istruzioni per gli inquisitori, le regole, le procedure, le pene. Da questi manuali, da bolle, da atti di concili, da regole e decreti è possibile ricostruire un processo dell’Inquisizione.

I POSTUMI DELLA SESTA CROCIATA

         Gerusalemme era tornata ai cristiani ma in una situazione di completa indifendibilità. Vi furono infatti incursioni di razziatori musulmani che richiesero di aumentare i soldati della guarnigione. Il Patriarca dette una mano togliendo l’interdetto e recandosi per certi periodi a risiedere in città. Ma i danni provocati da Federico continuavano a dare i loro frutti perché egli lasciò, sia a Cipro che a Gerusalemme, i semi di una guerra civile. A Cipro tra i fiduciari rappresentanti che aveva lasciato e gli Ibelin che aveva espulso. Il Regno di Gerusalemme invece sembrava andare bene sotto l’amministrazione dei due incaricati da Federico finché non intervenne ad Acri Alice di Cipro a rivendicare per sé la corona. Ella, che aveva lasciato la reggenza di Cipro ed aveva divorziato per motivi di consanguineità con Boemondo di Antiochia, si appellava alla costituzione che il Regno di Gerusalemme si era data. Risultava vero che l’erede legittimo era il figlio di Federico, Corrado ma costui avrebbe dovuto presentarsi in Palestina in un tempo determinato, cosa che non fece. Ab questo punto decadeva ed il trono poteva essere preteso da chi ne aveva maggiore diritto. L’alta corte respinse la sua richiesta perché Corrado era ancora un bambino ma mandò una delegazione in Sicilia a chiedere che entro un anno Corrado fosse portato a Gerusalemme. Federico rispose da par suo che avrebbe fatto ciò che gli pareva meglio. E Federico era tornato forte per la pace che il 23 luglio 1230 aveva fatto con il Papa nel Trattato di San Germano. In Italia aveva vinto e gli costarono poco alcune concessioni al Papa nelle sue terre. Ma il suo potere nel Regno di Gerusalemme era cresciuto soprattutto da quando gli era stata tolta la scomunica. Ora gli ecclesiastici del Regno avevano tolto il sostegno ai baroni locali e Federico pensava alla vendetta. Nell’autunno del 1231 inviò in Palestina un forte contingente su 32 galee al comando del maresciallo, il napoletano Riccardo Filangieri, nominato suo legato. Giovanni di Ibelin che si trovava ad Acri, informato dell’arrivo di questa flotta, temette un attacco a Cipro e si recò nell’isola per difendere il piccolo Re Enrico nella città di Kiti. Nell’isola c’era già Baliano di Ibelin che invece difendeva Limassol. Filangieri, arrivato a Limassol, inviò un messaggio al Re Enrico intimandogli di esiliare gli Ibelin. Enrico rispose che non avrebbe mai fatto ciò che gli era richiesto. Quando questa risposta arrivò, Filangieri decise di dirigere subito la flotta su Beirut che riuscì a prendere subito perché era priva degli uomini che si erano recati a Cipro per difenderla. Subito dopo assediò il castello e occupò Sidone e Tiro arrivando fino ad Acri. Qui fece vedere ai nobili le lettere di Federico e mise sotto sequestro i beni degli Ibelin. I baroni protestarono perché non erano possibile confische senza l’autorizzazione dell’alta corte che doveva dare al proprietario la facoltà di difendersi. Filangieri disse che se ne infischiava della loro costituzione in quanto inviato dell’Imperatore. Questa violenza e violazione grossolana della costituzione indignò anche i più moderati e tutti si schierarono con Giovanni di Ibelin, compresi i mercanti di Acri. Dall’altra parte vi era il forte contingente di Filangieri (tra cui primeggiavano i lombardi), l’appoggio dei Teutonici e dei pisani. Sembravano invece neutrali i Templari, gli Ospitalieri ed il clero che non capiva più bene se Federico fosse un amico o un nemico.

         Appena giunse a Cipro notizia dell’attacco a Beirut, Giovanni di Ibelin organizzò la partenza da Cipro per il giorno di Natale del 1231 chiedendo anche l’aiuto del Re Enrico che gli mise subito a disposizione l’intero esercito di Cipro. Ma il mare in tempesta non permise la partenza fino al 25 febbraio del 1232. Per sicurezza si portò dietro l’uomo di fiducia di Federico nell’isola, Barlais, con i suoi amici. Dopo varie difficoltà, tra cui la fuga di Barlais, Giovanni riuscì ad arrivare a Beirut, entrò in città con la forza ed arrivò al castello ancora assediato chiedendo ai baroni l’aiuto per liberarlo dall’assedio. Molti aderirono e Baliano di Sidone tentò una mediazione con Filangieri il quale fu irremovibile: nessuna proprietà doveva restare agli Ibelin. Giovanni si recò a Tiro dove ebbe molta solidarietà e provò anche a mandare un’ambasciata a Tripoli dove però trovò Boemondo molto freddo. Nel frattempo Filangieri che si trovava a Tiro, sentendosi insicuro, ordinò agli assedianti di Beirut di raggiungerlo a Tiro lasciando l’assedio. Barlais invece, con il sostegno di truppe lombarde, invadeva Cipro impadronendosi di tutti i castelli eccetto il Dieu d’Amour ed il Buffavento (il più inespugnabile) in cui si era rifugiata l’intera famiglia del Re. Baliano di Ibelin seppe di questa invasione mentre si trovava a Tripoli ed i genovesi gli offrirono aiuto ma avevano le navi sequestrate da Boemondo. Alla fine di aprile i genovesi, in cambio di alcune concessioni commerciali che ebbero a Cipro, decisero di aiutare Giovanni attaccando Filangieri a Tiro. Lungo il cammino incontrarono il Patriarca di Antiochia, Alberto di Rezzato, che disse di aver incontrato Filangieri a Tiro il quale aveva offerto nuove condizioni. Poiché la trattativa doveva essere decisa dall’alta corte, Giovanni, insieme al Patriarca, lasciò parte del suo esercito accampato per recarsi ad Acri dall’alta corte. Durante la notte del 2 maggio, Filangieri che era probabilmente d’accordo con il Patriarca, fece una sortita da Tiro ed attaccò il campo dei fedeli di Giovanni, conquistandolo. I superstiti trovarono scampo nelle colline circostanti ed il Re Enrico fu portato in salvo fortunosamente ad Acri. Quando seppe del disastro Giovanni tentò di rimediare dirigendosi verso il campo ma intanto Filangieri, dopo essere tornato a Tiro, era salpato verso Cipro per dare una mano a Barlais. Giovanni allora confiscò tutte le navi presenti nel porto e, dopo aver avuto vari sostegni da parte di baroni e genovesi, in cambio di denaro offerto da alcuni baroni ed in cambio di esenzione di tasse per i commerci dei genovesi, partì verso Cipro il 30 maggio. Con uno strattagemma riuscì a sbarcare vicino Famagosta e riuscì anche a spaventare i contingenti lì presenti mediante urla che fecero sembrare gli attaccanti molti di più di quelli che erano (circa 250 contro i circa 2000 di Filangieri e Barlais). Le truppe lombarde di Filangieri presenti a Famagosta lasciarono la città senza combattere e, per somma precauzione, incendiarono tutte le loro navi. Da Famagosta Giovanni intraprese la marcia verso Nicosia inseguendo i lombardi odiati dai ciprioti per la loro barbarie, brutalità e per avere loro incendiato i granai ed i campi. I lombardi non si fermarono a Nicosia ma tentarono di ricongiungersi con Filangieri che assediava il castello Dieu d’Amour e che era ormai allo stremo e stava per arrendersi. Ciò avrebbe messo Filangieri in una posizione di forza perché la famiglia del Re sarebbe caduta nelle sue mani.

Ruderi del castello Dieu d’Amour o St. Hilarion

Ruderi del castello di Buffavento

         I lombardi che ormai avevano raggiunto l’alto del passo che portava al castello, videro come un piccolo e disprezzabile esercito quello dei soldati guidati da Giovanni e da altri baroni, tra cui suo fratello Ugo, Anselmo di Brie, il figlio Baldovino, Giovanni di Cesarea. Quindi li attaccarono subito scendendo al gran galoppo dall’alto. I franchi li fecero passare e costoro con la grossa spinta iniziale che avevano arrivarono fino al fondo della collina, sulla pianura. Giovanni ordinò di non inseguirli e quella cavalleria non cercò neppure di risalire per i ripidi pendii della collina. Un secondo squadrone cariò ma per un sentiero pieno di asperità e di rocce che disarcionarono molti cavalieri, impossibilitati poi a risalire per il gran peso delle armature che avevano. Gli uomini di Giovanni combattevano a piedi e, sebbene fossero in grave inferiorità numerica, sopraffecero il nemico. Filangieri aveva osservato tutto dall’alto e stava per andare in soccorso dei suoi in gravissima difficoltà ma Baliano di Ibelin, che era salito per un ripido sentiero con alcuni cavalieri, lo attaccò all’improvviso. Anche qui vi era una grande superiorità numerica degli uomini di Filangieri ma costui si spaventò ed ordinò di discendere rapidamente dalla collina e la cosa si realizzò nel massimo disordine. Il castello di Dieu d’Amour era così liberato ed i suoi assedianti erano in fuga nella pianura dove, al calar della notte, furono sorpresi e fatti prigionieri da un alleato di Giovanni, Filippo di Novara. Anche lo squadrone di cavalleria che aveva lanciato il primo attacco dall’alto della collina cadde nella mani degli uomini di Giovanni, il quale ultimo proseguiva l’avanzata per assediare Filangieri nella fortezza di Kyrenia che era il suo quartier generale e che si affacciava sul mare.

Il castello di Kyrenia

         L’assedio durò dieci mesi proprio perché la flotta di Filangieri riforniva il castello dal mare e perché una flotta non era nelle disponibilità di Giovanni finché con altre contrattazioni non si convinsero i genovesi a bloccare il castello dal mare. Prima del completamento del blocco, Filangieri ed alcuni notabili tra cui Barlais, riuscirono a fuggire. Filangieri si recò prima in Armenia per avere aiuti, ma nulla. Poi a Tiro dove non fu preso in considerazione, infine in Italia per riferire all’Imperatore Federico. Nell’aprile del 1233 Kyrenia si arrese ed ai difensori fu concesso di andare a Tiro con i loro beni, altri furono fatti prigionieri che furono scambiati con i prigionieri nella mani di Filangieri. Cipro tornò al suo Re e tutto tornò tranquillo a parte le intemperanze del clero latino contro quello greco che era attaccato brutalmente fino ad avere alcuni suoi rappresentanti arsi al rogo.

         In Palestina Filangeri manteneva ancora Tiro mentre non si sa bene chi vi fosse a Gerusalemme. Federico restava il sovrano che quando seppe del fallimento della spedizione di Filangieri lo destituì dal suo ruolo di legato imperiale nominando il nobile siriano Filippo di Maugastel. I baroni si sollevarono perché tutti sapevano delle intimità tra questo effeminato e lo stesso Filangeri. Vi furono aspre discussioni in proposito nel senso che qualunque nomina, comunque, sarebbe dovuta passare per l’alta corte. Maugastel si spaventò dei tentativi violenti della folla e scappò da Acri. Giovanni, nominato dai baroni governatore della città costituitasi in comune, fu, di fatto, il governatore del Regno ad esclusione di Tiro, restata ai fedeli dell’Imperatore. Ma l’alta corte non accettò Giovanni proprio perché serviva una qualche designazione dall’alto che poi loro avrebbero o meno ratificata. Gli inviati a Roma dell’alta corte al fine dia vere lumi dal Santo padre, furono impediti dal maestro dell’Ordine Teutonico, Ermanno di Salza, di incontrare il Papa. Quest’ultimo era ancora in buoni rapporti con Federico e desiderava si ristabilisse la sua autorità in Oriente. Provò a far imporre la volontà di Federico attraverso suoi inviati ma non si addivenne a nulla. Intanto i rapporti con Federico volgevano ancora al peggio. Nonostante ciò, nel febbraio del 1236, il Papa scrisse a Federico ed ai baroni dicendo che Filangieri doveva essere il legato imperiale fino a settembre quando sarebbe stato designato al suo posto Boemondo di Antiochia. Ribadiva il Papa che Federico e Corrado erano i sovrani legali e che i baroni avevano agito illegalmente ma, invece di subire il giudizio dell’alta corte, sarebbero stati tutti perdonati. Meno gli Ibelin che dovevano essere processati. Un vero testo di pretesca concezione.

         Le condizioni del Papa erano inaccettabili per i baroni e non ne tennero conto. Ma, in questa situazione di incertezza, per un caduta da cavallo, moriva nel 1236 Giovanni di Ibelin. Questo personaggio era stato un riferimento importantissimo ed un capo naturale per tutta la Palestina, la sua scomparsa lasciò quelle terre in una situazione di anarchia.

         Dei quattro figli di Giovanni, due rimasero sulla terraferma, Baliano che gli succedette a Birut e Giovanni che ereditò dalla madre il feudo di Arsuf, e due rilevarono i beni di famiglia a Cipro, Baldovino che fu nominato amministratore di giustizia e comandante militare e che sposò la sorella di Amalrico di Beisan, e Guido che fu nominato comandante della cavalleria e che sposò la figlia del ribelle filo-Federico Amalrico Barlais. Il nipote di Giovanni, un altro Giovanni, era il più importante avvocato dell’intero Regno. Un loro cugino, Baliano di Sidone, era ancora legato imperiale (insieme ad Oddone di Montbéliard) ma i suoi tentativi di mediazione falliti ne avevano sminuito l’autorità. Il più energico tra i baroni era un altro cugino, Filippo di Montfort, figlio di Helvis di Ibelin e del suo secondo marito Guido di Montfort, fratello di quel Simone di Monfort che da bravo macellaio aveva diretto la crociata contro gli Albigesi. Filippo aveva sposato la principessa armena Maria, figlia di Raimondo-Rupen ed erede di Toron. Un altro cugino, Giovanni di Cesarea, figlio di Margherita di Ibelin, completava il quadro familiare che in quel momento dominava la Palestina e Cipro. Da notare che tutti costoro erano stati educati dallo scomparso Giovanni a collaborare insieme in amicizia e, ancora insieme, ad odiare Filangieri, ancora al governo di Tiro.

         Spostandoci ad Antiochia e Tripoli, troviamo Boemondo IV che, moriva nel marzo1233. Costui aveva lavorato durante gli scontri tra Impero e baroni con molta flessibilità cambiando posizione quando necessario per trovarsi sempre dalla parte del vincitore. All’inizio aveva ben accolto Federico perché odiava gli Ibelin che gli avevano rifiutato la reggenza a Cipro. Temendo in seguito le ambizioni di Federico aveva cambiato politica e quando, per consanguineità, era stato sciolto il matrimonio di suo figlio Boemondo con Alice, aveva accettato la proposta dell’ex-odiato Giovanni di Ibelin di far sposare suo figlio minore Enrico con Isabella di Cipro, sorella maggiore di Re Enrico (questo matrimonio avrebbe aperto la strada all’Enrico figlio di Boemondo IV al trono di Cipro). Ma i successi militari di quel momento di Filangieri fecero tergiversare Boemondo IV ed il matrimonio fu celebrato solo dopo la sconfitta di Filangieri a Cipro. Nello stesso tempo, con le dovute concessioni, si riappacificò con gli Ospitalieri e si sottomise alla Chiesa ottenendo dal Papa, tramite il Patriarca Geroldo di Gerusalemme, l’abrogazione della sentenza di scomunica.

         Gli successe il figlio Boemondo V che non aveva la stessa tempra del padre. Costui era un buon figlio della Chiesa e fu il Papa a sceglierli la seconda moglie, Luciana di Segni, che, non a caso, era della famiglia del papa medesimo. Per quanto vedremo è utile ricordare che Boemondo V, forte dell’esperienza del padre, ottenne dalla Chiesa (1244) che una eventuale sua scomunica non potesse venire che dal Papa stesso. Dal punto di vista politico egli non era ben visto, come il padre, ad Antiochia perché la città era sostanzialmente greca ma egli era soprattutto latino. Inoltre l’amministrazione della città era vincolata dal comune che lasciava poco spazio ad iniziative personali del sovrano. L’Armenia era piuttosto ostile. Gli Ordini non erano disponibili ai suoi voleri. La presenza musulmana a Lattakieh gli divideva in due il Principato. La decadenza di Antiochia sembrava palpabile ed egli preferì dimorare a Tripoli.

         Serve ancora ricordare che Antiochia e Tripoli erano restate fuori dalla tregua firmata tra Federico e al-Kamil. Nonostante ciò Boemondo IV riuscì a mantenersi fuori da ogni guerra con i musulmani. Problemi furono creati dagli Ordini, sia Ospitalieri che Templari, i quali attaccarono spesso città e castelli tenuti da musulmani. Nonostante ciò, nella primavera del 1231 fu firmata una tregua di due anni tra musulmani e cristiani. Dopo questa tregua vi fu un ulteriore attacco degli Ospitalieri, aiutati da Boemondo V, contro un insediamento musulmano. Dopo alcune trattative si firmò una ulteriore tregua che fu, anche questa volta, interrotta nel 1237 da un attacco dei Templari ai Turcomanni di Aleppo. L’esercito di Aleppo attaccò per rappresaglia i Templari che furono aiutati ancora da Boemondo V il quale di nuovo contrattò una tregua. Ma essa fu di nuovo violata su istigazione del precettore dei Templari di Antiochia, Guglielmo del Monferrato. Questa volta intervenne di nuovo la cavalleria musulmana di Aleppo che sbaragliò i Templari, uccidendo lo stesso Guglielmo e facendo molti prigionieri. Ma i musulmani si fermarono qui e non sfruttarono fino in fondo la loro superiorità. Gli Ordini ne uscivano umiliati ed ebbero i denari per pagare i riscatti dallo stesso Papa. Si ottenne comunque una tregua, chiesta anche da Papa, di dieci anni.

         La moderazione musulmana era dovuta allo spirito che al-Kamil aveva infuso in tutta la sua gente. Con i cristiani, se si mantenevano nelle loro terre senza dare noia, non si doveva fare la guerra. Tra musulmani e cristiani vi erano poi floridi commerci ed i musulmani sapeva ben valutare l’utilità di quei porti che in Palestina erano a loro disposizione. Al-Kamil riuscì nella sua ambizione di ridare unità al mondo ayubita. Nel giugno 1229, suo fratello al-Ashraf riuscì a liberare Damasco dal loro nipote an-Nasir che ebbe come risarcimento il feudo di Kerak nella valle del Giordano, feudo sotto la sovranità di al-Kamil. Al-Ashraf si tenne invece Damasco, lasciando ad al-Kamil alcuni territori nello Jezireh e lungo il medio Eufrate, riconoscendo l’egemonia di al-Kamil. Quei territori erano stati voluti da al-Kamil perché erano i più delicati ed i più soggetti all’attacco di Jelal ad-Din, sultano dell’Impero Khwarezmid ed all’incognita mongola che premeva più ad Oriente (a Gengis Khan, morto nel 1227, era succeduto il figlio Ogodai che volse i suoi interessi verso l’Europa). I selgiuchidi, invece, con il loro sovrano Kaikobad, puntavano all’Anatolia verso Oriente. Al-Ashraf, di fronte ad un attacco di Jelal ad-Din, aveva chiesto l’appoggio dei Segiuchidi ed insieme lo avevano duramente sconfitto (1230). Jelal ad-Din, attaccato alle spalle anche dai mongoli, vide la decadenza del suo regno. L’anno successivo vi fu un’altra sconfitta infertagli dai musulmani ed egli si dette alla fuga, durante la quale fu assassinato da un contadino kurdo al quale Jelal ad-Din aveva assassinato molto tempo prima il fratello. Questa situazione scosse gli equilibri della zona perché i Selgiuchidi trovarono ampio spazio di espansione nell’Anatolia orientale mentre i mongoli poterono avanzare ormai liberamente verso occidente.

Impero Khwarezmian (da Wikipedia, en)

         Iniziò il sovrano selgiuchida Kaikobad ad attaccare le terre di al-Kamil nel medio Eufrate e la guerra seguì ininterrotta dal 1233 al 1235 con vari passaggi di città da regno a regno finché al-Kamil non ristabilì il suo predominio. Al-Asharf fu geloso dei successi di suo fratello e, per cercare di arginarlo e spodestarlo cercò ancora l’alleanza con Kaikobad. Stava per scoppiare una guerra civile quando Kaikobad, alla fine di agosto del 1237, morì e al-Ashraf si ammalò gravemente. La cospirazione finì ma il fratello minore di al-Ashraf, as-Salik Ismail, tentò di continuare. Al-Kamil, con l’aiuto del nipote an-Nasir di Kerak, marciò su Damasco nel gennaio del 1238 e la conquistò cacciando as-Salik che ebbe come risarcimento un appannaggio ed il feudo di Balbeck, nell’interno, ad est di Beirut. Fu l’ultima impresa coronata da successo di al-Kamil che due mesi dopo, l’8 marzo 1238, morì all’età di 60 anni. La scomparsa di questo grande capo musulmano aprì la strada alla guerra civile che così racconta Runciman:

Suo figlio maggiore as·Salih Ayub, la cui madre era una schiava sudanese, si trovava nel nord ma marciò subito su Damasco, dove uno dei nipoti di al-Kamil, al-Jawad, si era impadronito del potere. Con l’aiuto dei briganti khwarizmiani sloggiò suo cugino. Nel frattempo il suo fratello minore, al-Adil II, veniva insediato come sultano in Egitto. Ayub era deciso ad ottenere la più ricca delle province di suo padre, ma mentre partiva per invadere l’Egitto, un improvviso colpo di Stato a Damasco lo detronizzò a favore di suo zio as-Salih Ismail. Fuggendo verso sud, Ayub cadde nelle mani di an-Nasir di Kerak il quale, tuttavia, fece causa comune con lui e prestò le proprie truppe per l’invasione dell’Egitto. L’impresa non era difficile, perché al- Adil aveva offeso i suoi ministri affidando il governo a un giovane favorito negro. Un fortunato complotto lo depose nel giugno del 1240, e Ayub fu invitato a succedergli sul trono egiziano. An-Nasir fu ricompensato con la carica di governatore militare della Palestina. Ma Ismail rimaneva padrone di Damasco e per i successivi dieci anni il mondo ayubita fu lacerato dalla rivalità tra zio e nipote. Il nord cadde ben presto nel caos. Soldati khwarizmiani senza capi, ma nominalmente agli ordini di Ayub, vagavano per la Siria settentrionale dandosi al saccheggio. Nello Jezireh il principe ayubita di Mayyafaraqin, al-Muzaffar, deteneva un limitato potere. Il figlio di Ayub, Turanshah, tentò di mantenere unite le terre di suo nonno, ma molte città caddero nelle mani del sultano selgiuchida, Kaikhosrau II. Ad Aleppo, an-Nasir Yusuf, succeduto a suo fratello nel 1236, rimaneva sulla difensiva mentre i principi di Hama e di Homs erano interamente occupati a respingere i khwarizmiani.

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