Fisicamente

di Roberto Renzetti

PRELUDIO ALLA SETTIMA CROCIATA

         Mentre accadeva tutto ciò, giunse al termine il trattato che prevedeva la tregua tra cristiani e musulmani, trattato stipulato da Federico II ed al-Kamil. In vista di questo evento il Papa, nell’estate del 1239, aveva iniziato ad inviare suoi agenti sia in Francia che in Inghilterra a predicare una nuova crociata, la settima. I Re interpellati non si sentivano pronti ad una crociata ma incoraggiarono i predicatori, anche facendo campagna per la crociata tra i loro nobili. In tempi brevi, ancora in estate una scelta compagnia di nobili era già pronta per partire. A capo vi era Tibaldo di Champagne, Re di Navarra, nipote di Enrico di Champagne e cugino del Re di Francia, d’Inghilterra e di Cipro. Vi era poi Ugo IV, duca di Borgogna; Pietro Mauclerc, conte di Bretagna; e molti altri conti e nobili minori. La spedizione era come raccontano imponente ma il numero dei fanti era inferiore alle attese, visto l’alto rango della nobiltà presente.

         Tibaldo avrebbe voluto una partenza da Brindisi ma Federico II non l’avrebbe mai permesso: una crociata in una terra di cui era il Re era del tutto inammissibile se non guidata da lui stesso. Inoltre quei crociati sarebbero arrivati in Palestina e lì avrebbero collaborato con i suoi nemici, i baroni di quei regni cristiani. I crociati si dovettero allora imbarcare ad Aigues-Mortes e a Marsiglia. Dopo una traversata che disperse delle navi (alcune arrivarono a Cipro ed altre furono sospinte verso la Sicilia), Tibaldo giunse ad Acri il 1° settembre 1939 e nei giorni seguenti si raccolse in questa città un esercito di circa mille cavalieri. Si fecero subito incontri con i baroni per capire cosa fare. Ci sarebbe stata la possibilità di sfruttare diplomaticamente le profonde divisioni esistenti in campo musulmano ma i crociati erano venuti per menar le mani e non volevano proprio fare la brutta figura di Federico II. I locali raccomandarono una spedizione contro l’Egitto perché così non si sarebbero irritati gli immediati vicini. Altri sostenevano un attacco a Damasco. Tibaldo pensò invece che occorreva attaccare gli avamposti egiziani di Ascalona e Gaza, quindi avrebbe dovuto attaccare Damasco. I musulmani ayubiti, informati di questi piani, si scambiarono rapidamente messaggi per giungere ad un immediato armistizio e concentrarsi alla difesa contro i cristiani.

         Il 2 novembre iniziò la marcia crociata verso il sud. Alcuni esploratori avvertirono Pietro di Bretagna che una grande carovana musulmana risaliva il Giordano. Pietro e duecento cavalieri andarono verso di essa, la attaccarono e misero in fuga i musulmani catturando un grande gregge di bovini e pecore. Con questi viveri, estremamente utili, tornarono al grosso dell’esercito che già si trovava a Giaffa. Ma quella carovana era di an-Nasir di Kerak e questi divenne un nemico di questi crociati. Intanto dal delta del Nilo, conosciute le intenzioni dei crociati, il sultano Ayub(6), figlio di al-Kamil, aveva inviato verso Gaza un esercito al comando del mamelucco(5) Rukn ad-Din. Saputo che l’esercito egiziano era in moto, con una notizia che dava in soli mille uomini il contingente, Enrico di Bar, invidioso del successo avuto da Pietro di Bretagna, pensò di attaccarlo per avere l’intero merito del bottino. Con alcuni complici, 500 cavalieri e mille fanti, si preparò ad attaccare nella notte del 12 novembre. Quando lo seppe il comandante Tibaldo insieme ai tre gran maestri degli Ordini tentarono di convincerlo a non andare ma Enrico si inalberò dando loro dei codardi. Enrico partì comunque nella notte diretto verso Gaza. Tibaldo, che temeva una maggiore entità dell’esercito egiziano, da Giaffa spostò il suo campo presso le mura di Ascalona per essere più vicino nel caso servisse aiuto. Arrivato presso Gaza, Enrico fece riposare i suoi in un avallamento fra le dune. L’esercito egiziano, molto più numeroso di quanto si credeva, con i suoi esploratori seppe di questa sosta e Rukn ad-Din non riusciva a rendersi conto dell’idiozia dei suoi avversari. Mandò gli arcieri ad accerchiare il campo cristiano dall’alto delle dune. Gualtiero di Giaffa per primo si rese conto di cosa accadeva e consigliò una rapidissima ritirata prima che l’accerchiamento fosse completato. Molti baroni si ritirarono con lui ed Enrico decise di rimanere con i suoi fanti e la sua cavalleria che, carichi di armi ed armature, non riuscivano a muoversi in mezzo alla sabbia. Fu una carneficina che vide più di mille morti tra i franchi, tra cui lo stesso Enrico, ed oltre 600 prigionieri portati in Egitto, tra cui il figlio del macellaio degli Albigesi, il conte di Monfort.  Appena Tibaldo fu informato dai superstiti cercò di partire in soccorso almeno dei prigionieri. Ma fu fermato dai baroni indigeni perché la spedizione avrebbe solo prodotto l’uccisione di tutti i prigionieri senza alcuna garanzia di vincere la battaglia in territori non ben conosciuti.

         Tibaldo era adirato con i suoi ospiti ma decise di rientrare ad Acri mentre an-Nasir di Kerak marciava su Gerusalemme cercando vendetta per l’assalto ed il saccheggio alla sua carovana. La città, lasciata senza difese importanti da Filangieri che si trovava a Tiro, fu subito presa. Dopo una resistenza di 27 giorni, il 7 dicembre, cadde anche la cittadella. Dopo aver distrutto ogni fortificazione e la Torre di David, an-Nasir tornò a Kerak.

         Mentre Tibaldo cercava di capire cosa fare, spostandosi verso Tripoli e poi tornando ad Acri, Ayub conquistava l’intero Egitto dando il via ad una guerra con Ismail di Damasco. Questo inizio di guerra civile poteva essere utile ai crociati e Tibaldo lo capì. Spostò subito il suo esercito verso sud, in Galilea, in attesa di eventi. All’inizio dell’estate del 1240, Ismail, temendo fortemente un’invasione congiunta di Ayub e an-Nasir su Damasco, propose ai franchi una alleanza difensiva: i franchi avrebbero dovuto controllare la frontiera sud con l’Egitto ed in cambio avrebbero avuto alcune fortezze strategiche, Beaufort e Safed (e quest’ultima sarebbe andata ai Templari, coloro che fecero la trattativa). L’alleanza si fece ma i musulmani si indignarono molto per queste trattative con gli invasori e le autorità religiose di Damasco lasciarono la città per chiedere asilo al Cairo. Anche gli Ospitalieri si indignarono per quella cessione ai Templari e mentre Tibaldo univa le forze con Ismail essi aprirono trattative con Ayub. Inoltre molti musulmani di Ismail passarono con Ayub riuscendo così a rompere l’alleanza che si era creata. Ayub offrì ai franchi, in cambio della loro neutralità, il rilascio dei prigionieri fatti a Gaza e la città di Ascalona che avrebbero potuto fortificare. Tibaldo appoggiò gli Ospitalieri perché avrebbe rivisto i suoi amici, tra cui Amalrico di Montfort. Ma questo accordo e la violazione del precedente con Damasco scandalizzò i cristiani perché il sultano di Damasco era sempre stato un fedele alleato dei cristiani fin dai tempi di Saladino. In definitiva Tibaldo divenne del tutto impopolare tanto da decidere di tornarsene in Europa, salpando alla fine di settembre 1240 da Acri, insieme a quasi tutti i suoi compagni d’avventura, esclusi il duca di Borgogna  ed il conte di Nevers.

         Appena partito Tibaldo, l’11 ottobre, arrivò in Palestina un personaggio d’alto rango, Riccardo conte di Cornovaglia, fratello del Re Enrico III d’Inghilterra, la cui sorella Isabella aveva sposato l’Imperatore Federico II (dopo la morte di Jolanda di Brienne). Egli veniva con l’approvazione di Federico II per capire la situazione. Riccardo, che era persona intelligente e saggia, rimase inorridito dal regime di completa anarchia che vi era in quelle terre. Tutti erano contro tutti. Iniziò un paziente lavoro di ricucitura tra i cristiani e di trattative con Ismail da un lato ed Ayub dall’altro. Il suo intervento ebbe un gran  successo: il Regno di Gerusalemme recuperò quasi tutte le terre che aveva ad occidente del Giordano e. a sud, fino a Giaffa (con l’esclusione di Nablus e Samaria).

         Nel maggio del 1241 Riccardo ritornò in Europa con la soddisfazione di Federico. Ma poco dopo ricominciò l’anarchia con lotte intestine che arrivarono anche a vere e proprie battaglie in armi. Gli scontri riguardarono anche le varie componenti musulmane tra loro e tra musulmani e cristiani. Attacchi continui con saccheggi da una parte e dall’altra. Tra tutti emerse Ayub come capo. Egli estese il suo potere dall’Egitto a Damasco, battendo anche i cristiani a Gaza (1244), sconfitta che costò loro tutto quanto si era ottenuto con la diplomazia negli ultimi 10 anni. Furono riconquistate da Ayub ai musulmani: Tiberiade, Monte Tabor, castello di Belvoir, Ascalona (15 ottobre 1247). A questo punto Ayub si ritirò a Damasco per l’inverno del 1248 e la primavera del 1249, omaggiato da tutti i principi musulmani.

         Fatti rilevanti tra i cristiani si possono riassumere nel modo seguente: quando Corrado IV, figlio dell’imperatrice Jolanda (morta nel 1228) e di Federico II, raggiunse la maggiore età, Tommaso di Novara fece dichiarare Federico decaduto dai suoi diritti di reggenza a favore di Corrado, il Re legittimo: i guelfi, cioè i baroni che avevano costituito il comune di Tiro, s’impadronirono quindi della città in nome di Corrado (1242). L’Alta Corte del Regno, in attesa della venuta di Corrado, aveva assegnato la reggenza alla regina di Cipro, Alice di Champagne. Si configurò quindi un sistema di governo in cui Alice e i suoi discendenti, i re di Cipro Enrico, Ugo II e Ugo III, erano riconosciuti come signori del Regno. Morta Alice nel 1246, la reggenza del Regno di Gerusalemme passò all’erede successivo di Alice che era Enrico di Cipro. Ma Enrico preferì nominare un suo rappresentante per la reggenza, Baliano di Ibelin, confermando Filippo di Monfort al governo di Tiro. Nel 1247, alla morte di Baliano gli successe il fratello Giovanni di Arsuf e come signore di Beirut suo figlio, un altro Giovanni.

         Ad Antiochia Boemondo V continuava con la politica abituale di Antiochia: il tenersi fuori da ogni controversia che sorgesse intorno.

         A Roma, intanto, era morto il Papa Gregorio IX ed era stato eletto Papa Innocenzo IV.  E’ da notare che dopo la morte di Gregorio IX, non si riusciva a decidere chi fare Papa ed il senatore che guidava il Comune di Roma, Matteo Rosso, rinchiuse i solo 10 cardinali rimasti a decidere (gli altri erano prigionieri di Federico II) in un piccolo monastero e non li avrebbe fatti uscire finché non avessero eletto il Papa. Poiché questa eventualità non era stata preparata, dopo un poco le condizioni igieniche ed il fetore da escrementi divenne tale che uno dei cardinali morì. I nove rimasti non riuscivano comunque a decidere. Fu allora che il senatore minacciò di disseppellire Gregorio IX e mostrarlo ai romani come nuovo Papa. Questa minaccia li fece decidere per un Papa che durasse poco, un cardinale super malandato che durò solo 17 giorni, Papa Celestino IV (1241). L’interesse di questa storia sta nel fatto che si era iniziato ad utilizzare un Conclave per eleggere il Papa.

        Seguì, dopo due anni di sede vacante e sempre eletto da complessivi 10 cardinali (due erano stati rilasciati da Federico), Papa Innocenzo IV (1243-1254). Con lui ricominciarono le durissime lotte con Federico che, alla fine, in un Concilio che si tenne a Lione nel 1245, fu addirittura deposto come Imperatore (intanto, nel 1244, Gerusalemme era stata di nuovo ripresa dai musulmani)(7). Costui reagì chiamando Innocenzo il nuovo Anticristo e così via con il deja vu fino alla sua morte nel 1250 che venne salutata dal Papa con gioia manifestata in lettere a tutti i sovrani d’Europa, un vero comportamento cristiano. Ma ad un nemico morto ne nacquero due vivi: da una parte Corrado IV erede di Federico che reclamava l’elezione a Imperatore, dall’altra, al Sud, Manfredi di Svevia o di Hohenstaufen(8) che gestiva il Regno del Sud d’Italia in attesa di essere incorporato all’Impero sotto Corrado. Il Papa si rese conto di non poter gestire questi eventi da solo e che non aveva forze per rivendicare la Sicilia alla quale la Chiesa teneva moltissimo. Fu allora che cambiò radicalmente alleanze accordandosi con il Re Enrico III d’Inghilterra il cui figlio di nove anni, Edmondo, sarebbe stato investito al comando del feudo siciliano (1253). Naturalmente Corrado IV veniva scomunicato (1254) anche se la scomunica durò solo 11 giorni poiché la morte colse Corrado a soli 26 anni.  A questo punto il Papa ripensò l’accordo con il Re d’Inghilterra poiché disponeva di un’arma migliore, il tutoraggio del figlio di Corrado IV, il piccolo Corradino di Svevia di soli 2 anni. Si accordò con Manfredi per il riconoscimento di Corradino come Imperatore al raggiungimento della maggiore età e Manfredi stesso accettò la sottomissione al Papa accettando di divenire vicario pontificio al Sud.

I MONGOLI

         Prima di entrare nel merito della Settima Crociata occorre dire qualcosa su un nuovo attore sulla scena mondiale, quello proveniente dalla Mongolia, dal centro dell’Asia, che si espande rapidamente in tutte le direzioni e particolarmente, per ciò che noi interessa, verso l’Anatolia, premendo su l’Impero musulmano, e verso l’Europa. Ho già fatto cenno a Gengis Khan, nome che indica una carica onorifica assegnata a Temujin, il più noto tra i condottieri mongoli, che durante il XIII secolo riuscì ad unificare una miriade di tribù nomadi in un potente esercito con un unico capo e con l’aspirazione ad un unico Regno. In una ventina d’anni (1206-1227) Gengis Khan costruì un impero che andava dall’Oceano Pacifico al Mar Caspio. Alla sua morte nel 1227, dopo una reggenza di due anni di suo figlio Tolui, fu eletto l’altro figlio Ogotai come Gran Khan per succedere a Gengis  Khan e per continuare la conquista che si estese fino a minacciare il cuore dell’Europa. A partire dal 1236, con un esercito di 150 mila uomini, vennero conquistate la Bulgaria, la Russia meridionale (dove instaurarono un potere locale chiamato Khanato o Impero dell’Orda d’Oro) Polonia, la Boemia, la Moravia, l’Ungheria, la Croazia, la Dalmazia, l’odierna Albania le cui popolazioni vengono fatte oggetto di violenze e devastazioni furibonde. Nel 1241 i Mongoli sconfissero la cavalleria tedesco-polacca, che contava nelle sue fila i Cavalieri Teutonici, a Liegnitz (Polonia) e gli ungheresi a Mohi sul fiume Sajó, poi presero Pest: una colonna raggiunse i dintorni di Vienna, un’altra si spinse in Friuli fino ad Udine. Il tutto fu fermato dalla morte di Ogotai in quello stesso anno proprio quando Federico II invocava una crociata contro gli invasori. L’esercito mongolo si ritirò infatti verso le terre di origine perché tutti dovevano essere presenti ai funerali di Ogotai. Seguì una reggenza di 5 anni della madre Töregene Khatun (1241-1246) quindi venne eletto come Gran Khan il figlio di Ogotai, Guyuk. Ma questa elezione non venne accettata da Batu Khan, il grande condottiero dell’esercito mongolo che aveva invaso l’Europa mentre Ogotai occupava la Cina settentrionale e la Persia. Batu marciò sulla Mongolia per prendere per sé il Gran Khanato. Non vi fu lo scontro civile solo perché Guyuk morì nel 1248 ai suoi 42 anni (di alcolismo, piaga che aveva afflitto Gengis Khan e tutti i suoi figli).

L’Impero di Gengis Khan

            Comunque per una nuova elezione, questa volta non contestata, non vinse Batu ma Munke, figlio di Tolui e quindi nipote di Gengis Khan. Con Munke gli obiettivi di conquista cambiarono. Da una parte vi fu l’espansione mongola verso est e la Cina e dall’altra, a partire dal 1255, quella al comando del fratello di Munke, Hulagu, verso il Medio Oriente musulmano. Sotto il suo comando i Mongoli annientarono il califfato degli Abbasidi e si insediarono a Baghdad dopo aver annientato il Luristan (sud dell’attuale Iran) ed i possedimenti della setta degli Assassini. Quindi, dopo aver conquistato gli emirati ayubiti in Siria, passò ad attaccare i mamelucchi d’Egitto.

         Quanto accadeva, particolarmente da quando Ogotai aveva lasciato improvvisamente l’invasione dell’Europa, era visto in Occidente come il segnale di un avversario invincibile alle spalle dei musulmani. I Mongoli potevano non essere cristiani ma si sperava fortemente in un loro sostegno ai cristiani  contro le forze dell’Islam e magari in  una loro conversione al Cristianesimo (invece i Mongoli dell’Orda d’Oro, alla fine del XIII secolo, si convertirono all’Islam). La presenza di questa immensa forza che non arretrava di fronte alle armate musulmane fece subito sperare che un altro attacco da parte cristiana i musulmani sarebbe stato vincente. I tempi furono ritenuti maturi per una nuova crociata, anche perché in Francia era comparso un fervente crociato.

LA SETTIMA CROCIATA

         Luigi IX, Re di Francia, all’età di 30 anni, nel dicembre 1944, cadde molto malato di infezione malarica(9). Poiché era molto grave, fece voto di partire per la Terra Santa in una crociata se fosse guarito. Naturalmente guarì ed appena fu in grado di farlo iniziò i preparativi per la crociata confortato dalle deliberazioni del Concilio di Lione del 1245. Il Papa Innocenzo IV, dopo aver ascoltato una relazione sullo stato della Terra Santa ad opera di del vescovo di Beirut, Galerano, inviato dal Patriarca di Gerusalemme, Roberto, si fece sempre più convinto della necessità di inviare rinforzi in quella terra perché il rischio paventato era di perderla per sempre. Saputo del voto di Luigi, Innocenzo sostenne il voto di Luigi ed inviò in Francia il cardinale Oddone a predicare la nuova crociata.

         Luigi impiegò tre anni in preparativi con l’imposizione di forti tasse che fecero indignare lo stesso clero, questa volta, non esentato. La reggenza venne affidata alla madre di Luigi, Bianca. Si dovettero risolvere preliminarmente alcuni problemi. Il primo chiedere una pace al Re d’Inghilterra per tutto il periodo della crociata. Il secondo, più delicato, riguardava i rapporti con Federico II. Era questo il momento di maggior tensione di Federico con il Papa, tanto che Federico progettò di attaccarlo quando il Papa era in visita a Lione nel 1247 e Luigi dovette fare almeno il gesto di intervenire in difesa del Papa. Quindi vi era una qualche tensione stemperata però dalla neutralità sempre mostrata da Luigi nelle violente contese tra Imperatore e Papa. Inoltre Federico era il padre del Re di Gerusalemme, Corrado, e sarebbe stato estremamente indelicato partire per la Palestina senza l’accordo con Federico stesso. Anche qui però vi era un clima abbastanza disteso perché Luigi aveva suoi inviati presso Federico che lo mettevano costantemente al corrente di ogni mossa in preparazione di quella crociata. Federico ne era soddisfatto anche perché passava tutte queste informazioni alla corte egiziana. Il problema delle navi fu risolto con Marsiglia e Genova che fornirono ciò che occorreva. Ciò adirò i veneziani che si posero in posizione contraria alla crociata, perché un intervento da quelle parti avrebbe certamente interrotto gli ottimi rapporti commerciali che avevano con l’Egitto.

         Il 25 agosto del 1248 Luigi si imbarcò da Aigues-Mortes con direzione Cipro. Con lui si imbarcarono: la Regina, Margherita di Provenza; i suoi due fratelli Roberto, conte di Artois, e Carlo, conte di Angiò; i suoi cugini Ugo, duca di Borgogna, Pietro, conte di Bretagna (già crociati nel 1239), Ugo X di Lusignano, conte di La Marche (che aveva partecipato alla V crociata), Guglielmo di Dampierre, conte di Fiandra, Guido III conte di Saint Paul (i cui padri avevano partecipato alla III e IV crociata) e Giovanni, conte di Sarrebruck. Oltre a questi vi erano molti altri nobili di minore rango. Gli imbarchi avvennero o ad Aigues-Mortes o a Marsiglia. Vi fu un piccolo distaccamento inglese al comando di Guglielmo, conte di Salisbury, ed altri che avrebbero voluto partecipare, furono impediti dal Re, Enrico III, che non voleva privarsi dei loro servigi (anzi, tentò di boicottare l’intera crociata intervenendo presso il Papa). La flotta guidata dal Re attraccò a Limassol il 17 settembre e via via arrivarono tutti gli altri che furono raggiunti dal sostituto del gran maestro degli Ospitalieri, Giovanni di Ronay, proveniente da Acri, ed il gran maestro dei Templari. Tutti furono ricevuti con estrema cordialità da Re Enrico di Cipro.

         La discussione sul cosa fare trovò tutti d’accordo nell’iniziare dall’Egitto perché era la parte meno difesa di tutto il territorio musulmano. Stabilito questo piano, Luigi volle iniziare subito ma i baroni locali ed i gran maestri lo dissuasero perché era l’epoca delle tempeste che sconsigliava l’avvicinamento al delta del Nilo, a quelle terre sabbiose che erano estremamente insidiose. Ma i locali speravano anche che l’approccio potesse essere quello di intervenire nelle violente dispute tra i vari capi musulmani ed alcune trattative con il sultano Ayub (per aiutarlo contro an-Nasir, erano già in corso da parte dei Templari. Luigi però non volle saperne di trattare perché era venuto per combattere gli infedeli e non per trattare con loro. Ordinò quindi ai templari di chiudere ogni trattativa. Ed a proposito del trattare Luigi, come detto, non trattava con gli infedeli ma lo faceva con i Mongoli, in quanto non infedeli ma solo pagani e questa era anche la posizione del Papa Innocenzo IV che, proprio nel 1245, aveva inviato delle ambascerie alla corte del Gran Khan (arrivate nell’agosto del 1246, proprio quando veniva eletto Guyuk). Naturalmente il Papa credeva di poter offendere chicchessia e la sua lettera, portata dagli  ambasciatori, chiedeva al Gran Khan di convertirsi al Cristianesimo. Guyuk rispose semplicemente che ordinava al Papa e a tutti i regnanti di occidente di riconoscere la sua sovranità e di venire a rendergli omaggio. Un’altra ambasceria incontrò invece il generale mongolo Baichu che operava a Tabriz, proprio alle spalle dei musulmani (1247). Fu avanzata una proposta di alleanza contro i musulmani. Una crociata avrebbe interessato i Mongoli perché avrebbe occupato i musulmani mentre venivano attaccati a Bagdad. I Mongoli inviarono anche degli ambasciatori a Roma (1248) ma tra i cristiani vi fu disappunto perché in un anno non si era addivenuti a nessun accordo concreto. Anche da Cipro vi furono tentativi di approccio con il Gran Khan. Quando gli ambasciatori di Luigi, partiti nel 1249 da Cipro, arrivarono alla sua corte, Guyuk era morto e furono ricevuti dal reggente che li considerò come vassalli che portavano doni (il reggente disse che ogni anno avrebbero aspettato doni dai cristiani). Su questo settore di intervento il fallimento fu totale ma Luigi non perse le speranze.

         Nel maggio del 1249 fu possibile alla crociata salpare da Cipro in direzione dell’Egitto, dopo un lungo periodo in cui si cercarono le navi tra pisani e genovesi (i veneziani erano contrari alla crociata e non furono neppure consultati) che però erano in guerra tra loro. Giovanni di Ibelin riuscì ad ottenere una tregua di tre anni che permise la partenza. Era il 13 maggio 1249 quando una flotta di 120 grandi navi da carico e molti vascelli minori iniziò ad imbarcare soldati a Limassol. Una tempesta disperse subito le navi ed il Re riuscì ad imbarcarsi il 30 maggio soltanto con un quarto del suo esercito mentre gli altri andarono separatamente verso l’Egitto. La squadra reale arrivò davanti a Damietta il 4 giugno.

         Il sultano Ayub, molto ammalato di tubercolosi, si trovava a Damasco dove seguiva l’assedio di Homs sperando in una conquista della città prima dell’attacco dei franchi che comunque egli aspettava in territorio siriano. Quando scoprì che l’attacco era in Egitto mosse subito i suoi eserciti, al comando del suo fedele Fakhr ad-Din, verso l’Egitto, togliendo l’assedio a d Homs.

         Luigi non volle sentire i consigli dei franchi locali e decise di sbarcare senza attendere che tutta la flotta i fosse riunita. Lo sbarcò iniziò il 5 giugno in quella terra fangosa e sabbiosa riuscendo a sconfiggere la resistenza del contingente egiziano che difendeva quel territorio. I musulmani si ritirarono ed ebbero l’ordine di evacuare anche la città di Damietta che i cristiani trovarono deserta. Visto che si avvicinava la stagione delle inondazioni del Nilo, Luigi decise di stabilirsi a Damietta aspettando il momento utile per avanzare ed in quella città i franchi passarono l’intera estate aspettando rinforzi, facendo arrivare da Acri la Regina e ricevendo un vecchio esule della Bisanzio latina, Baldovino II(10). La città prese vita commerciale con pisani e genovesi subito ricompensati e con veneziani che, pentiti, vollero entrare nell’affare chiedendo perdono al Re, perdono dato. Ma il lungo periodo passato in quel clima caldo ed umido prostrò i soldati, fece quasi terminare le provviste alimentari, provocò l’inizio di malattie.

         Ayub che sapeva quanto contava Damietta per gli egiziani, dopo aver punito i difensori della città con la pena di morte ed allontanato Fakhr ad-Din dal comando, propose a Luigi lo scambio tra Damietta e Gerusalemme. Luigi non accettò perché, come sappiamo, non trattava con infedeli ma solo con pagani. Ma Fakhr ad-Din restava legato ad Ayub e riuscì ad impedire un complotto di palazzo contro Ayub e, per questo motivo, fu reintegrato al comando. L’esercito venne concentrato ed organizzato nella città di al-Mansura, costruita dal sultano al-Kmil nel luogo dove i cristiani furono sconfitti nelle quinta crociata (al-Mansura = la vittoriosa). Intanto truppe beduine sparse per il territorio intorno a Damietta uccidevano ogni franco che vagasse, tanto che Luigi dovette costruire difese per il suo campo e fossati dovunque.  

         Finalmente, a fine ottobre, le acque del Nilo calarono proprio quando, il 24 ottobre, giunse dalla Francia il fratello del Re, Alfonso di Poitou. con i rinforzi richiesti. Era arrivato il momento di marciare sul Cairo. Anche qui vi furono i consigli dei franchi indigeni che avrebbero puntato alla conquista di Alessandria. In tal modo le uscite del Nilo sul Mediterraneo sarebbe state tutte in mano cristiana e Ayub, che una tale mossa non si sarebbe aspettato, sarebbe stato costretto a trattare. Intervenne un altro fratello del Re, Roberto di Artois, che rifiutò veementemente questo suggerimento trovando l’immediato sostegno del Re. Ed il 20 novembre, dopo aver lasciato la Regina ed il Patriarca di Gerusalemme a Damietta con una guarnigione appropriata, l’esercito cristiano si mise in marcia verso il Cairo con prima tappa al-Mansura. E tutto sembrava andare nel migliore dei modi perché, mentre la marcia era in corso, arrivò notizia della morte di Ayub (23 novembre). Per i musulmani sembrava l’inizio di un disastro militare gigantesco perché mancava una guida autorevole in quanto il figlio di Ayub, Turanshah, erede designato, si trovava nel lontano Jezireh a fare il viceré. Fu la moglie di Ayub, l’armena Shajar ad-Durr, che salvò l’Egitto. Con la complicità di Jamal ad-Din Mohsen, che controllava il palazzo, e di Fakhr ad-Din, che controllava l’esercito, non fece sapere che il sultano era morto e, falsificò un documento in cui il sultano ordinava che Fakhr ad-Din fosse il viceré ed il comandante in capo dell’esercito mentre Turanshah era l’erede designato. Quando si seppe che Ayub era morto ormai la sultana e Fakhr ad-Din avevano ormai consolidato la loro posizione di potere e Turanshah era in viaggio verso l’Egitto. Anche i franchi seppero di quanto accaduto e ne trassero buoni auspici: una vedova ed un vecchio generale contro la potenza dei cristiani !

         Nella loro avanzata i cristiani avevano il grave problema degli innumerevoli canali da attraversare tra i quali il più largo era quello di Bahr as-Saghir (che abbiamo già incontrato parlando della quinta crociata) che tagliava, insieme ad altri canali più piccoli ed al lago di Manzaleh, Damietta ed il territorio circostante rendendoli come un’isola. Fakhr ad-Din mantenne l’esercito egiziano oltre il Bahr as-Saghir, più verso il Cairo, facendo però attaccare da piccoli distaccamenti l’esercito cristiano ad ogni attraversamento di canale. Nei giorni successivi vi fu qualche battaglia di poco conto finché, il 14 dicembre, i cristiani non arrivarono a Baramun ed il 21 accamparono sulle sponde del Bahr as-Saghir, proprio di fronte ad al-Mansura.

Da Wikipedia

         Per sei settimane i due eserciti si fronteggiarono sulle opposte rive del canale finché, al principio di febbraio del 1250, un cristiano copto di Salamun non si recò di nascosto al campo cristiano rivelando, in cambio di denaro, l’esistenza di un guado nel canale di Bahr as-Saghir. Il duca di Borgogna fu lasciato con una guarnigione al campo mentre il Re ed un’avanguardia guidata da suo fratello, Roberto di Artois, guadarono il canale. Il Re mandò avanti suo fratello per capire le cose come stavano nel campo egiziano ma con l’ordine preciso di non attaccare se non al suo arrivo che sarebbe avvenuto subito dopo il guado dell’intero esercito cristiano. Roberto capì che se volevano sfruttare l’elemento sorpresa dovevano attaccare subito. I cristiani indigeni, ancora una volta, gli ricordarono gli ordini del Re. Ma Roberto volle attaccare e tutto sembrò andare bene perché i musulmani stavano occupati in normali faccende quotidiane, preparavano da mangiare, erano nei bagni, quasi tutti senza armature … L’attacco a sorpresa disperse i musulmani, molti furono uccisi tra cui Fakhr ad-Din, la gran parte trovò rifugio nella città di al-Mansura. Roberto era padrone del campo e non volle sentire le ragioni del maestro dei Templari che gli raccomandava di attendere il Re. Dopo le solite accuse di codardia a chi gli consigliava prudenza, egli decise di attaccare per conquistare al-Mansura e distruggere l’esercito musulmano. Si pose quindi all’inseguimento dei fuggitivi che furono rapidamente riorganizzati dai comandanti mamelucchi e dal più abile di loro, Rukd ad-Din Baibars, che assunse il comando. Questi, entrato in città dispose i suoi uomini in punti strategici ed attese l’arrivo della cavalleria franca (e dei Templari al seguito). Questa arrivò fin sotto le mura della città e, in posizione dove non poteva manovrare, fu attaccata lateralmente e dai balestrieri sulle mura. Vi fu grande scompiglio ed i cavalli spaventati ne crearono di più tra coloro che erano a piedi. Molti furono uccisi, molti fuggirono, alcuni riuscendoci a cavallo, altri gettandosi nel Nilo dove, con le armature indosso, morirono affogati. Tra i Templari solo 5 su 290 si salvarono dopo aver combattuto nelle vie della città. Roberto di Artois, con i suoi fidi, si barricò in una casa nella quale i musulmani fecero irruzione uccidendo tutti. Da notare che il conte di Salisbury e quasi l’intero contingente inglese morì in questa battaglia che vide morire anche i conti di Coucy e di Brienne mentre Pietro di Bretagna riuscì a fuggire anche se gravemente ferito alla testa ed arrivò dal Re per avvertirlo.

         Luigi, dopo aver dato ordine di costruire un ponte di barche (per permettere al resto dell’esercito, ed in particolare agli arcieri, di raggiungerlo rapidamente) preparò subito le prime linee dell’esercito per un attacco che sarebbe presto arrivato. Ed infatti i mamelucchi si lanciarono all’attacco contro le sue file. Luigi riuscì a contenere l’impeto iniziale e a respingere i mamelucchi ma questi si riorganizzarono subito e caricarono di nuovo mentre alcuni reparti ostacolavano la costruzione del ponte. I cristiani riuscirono comunque, verso sera, a terminare il ponte che permise l’attraversamento degli arcieri del Re che erano precedentemente restati al di là del canale. Questo arrivo diede la vittoria al Re ed i musulmani si ritirarono ancora in città mentre i cristiani si accamparono dove era il campo musulmano (a circa 2 chilometri da al-Mansura). Una vera vittoria di Pirro perché ora si stava ripetendo quanto accaduto nella quinta crociata: prima era stata conquistata Damietta e poi l’esercito cristiano era stato bloccato nei pantani del Delta del Nilo.

         Luigi aveva capito che era incastrato ed allora fece fortificare il campo e rese più stabile il ponte di barche per preparare una eventuale fuga. Infatti i musulmani, che avevano ricevuto rinforzi, l’11 febbraio attaccarono con un accanimento impressionante, più e più volte, finché non desistettero per la stanchezza ritirandosi in città. E mentre Luigi era bloccato nel suo campo, il 28 febbraio arrivò ad al-Mansura l’atteso erede, il nuovo sultano Turanshah. Gli egiziani rinnovarono le loro energie. Turanshah fece costruire in fretta molti battelli leggeri che furono portati a dorso di cammello più a valle e varati nel Nilo. Con essi si iniziarono ad intercettare ed a catturare i vascelli che, provenienti da Damietta, alimentavano di viveri ed armi il campo cristiano. In breve tempo furono catturati circa un  centinaio di vascelli e ciò comportò per i crociati fame, malattie, dissenteria, tifo. Agli inzi di aprile Luigi capì che occorreva ritirarsi da quell’accampamento per tornare a Damietta. Fu allora e solo allora che il pio e scaltro Re chiese di trattare con gli infedeli (quando si dice che una persona ha idee salde ed irremovibili !) offrendo Damietta in cambio di Gerusalemme. Evidentemente gli egiziani respinsero in malo modo l’offerta di chi era in gravissime difficoltà. Si decise allora per la ritirata che iniziò il 5 aprile 1250 ed i mamelucchi, vista l’operazione, si lanciarono all’inseguimento dell’esercito cristiano che aveva già attraversato il ponte di barche ma senza fare in tempo a distruggerlo. Quel giorno gli attacchi, che provenivano da ogni lato, furono respinti. Durante la notte il Re si ammalò ed il giorno seguente riuscì a malapena a salire a cavallo. In questo giorno i musulmani circondarono l’esercito cristiano e lo attaccarono con tutte le loro forze. I cristiani, in grandissima parte ammalati e stanchi, non ce la fecero a resistere. Alcuni nobili francesi si presero cura del Re ricoverandolo in una piccola casa in un villaggio poco a nord di Sharimshah mentre gli altri ritenevano disonorevole chiedere la resa. La situazione fu presa in mano dai baroni indigeni che presero il comando inviando Filippo di Montfort a trattare con il nemico. I baroni avevano quasi ottenuto dai generali egiziani che l’esercito cristiano fosse lasciato andare indisturbato in cambio di Damietta. Ma un sergente di nome Marcello, sembra corrotto dagli egiziani, si mise a cavalcare in mezzo ai cristiani gridando che il Re era disposto alla resa senza condizioni. E così si fece: una resa onorevole divenne senza condizioni.

         Questa resa fu tragica, molto tragica. L’enorme numero di prigionieri divenne completamente ingestibile per gli egiziani e così uccisero subito tutti i malati, i feriti ed i deboli. Quindi, per una settimana, decapitarono 300 persone al giorno per ordine preciso del sultano. Re Luigi fu catturato, incatenato e portato in prigione ad al-Mansura. Gli altri nobili e tutti coloro in grado di pagare un riscatto, furono imprigionati. Incredibilmente la fama di Federico II come Imperatore miscredente fece migliorare la situazione dei crociati. Il 28 aprile venne stabilito il riscatto per tutti i nobili in una cifra da capogiro e la cosa fu accettata. Damietta sarebbe stata riconsegnata come parte del riscatto per il Re due giorni dopo la sua liberazione, cioè il 30 aprile.

         Vi furono vari gravi problemi legati all’evacuazione di Damietta. Innanzitutto la Regina aveva dato alla luce un figlio proprio lì ed era ancora sofferente. Quindi, tutti se ne stavano andando perché erano finiti i viveri. La Regina implorò tutti a restare ma solo gli italiani si convinsero a procrastinare la partenza dietro l’acquisto, fatto dalla Regina a carissimo prezzo, di tutti i viveri disponibili in città. E così si riuscì a partire il 6 maggio. Intanto in campo musulmano vi erano stati altri problemi molto gravi. Il nuovo sultano Turanshah aveva tentato di sbarazzarsi dei mamelucchi che non erano una sua creazione ma del sultano morto, Ayub. Inoltre aveva tentato di derubare la moglie di Ayub, la sua matrigna, quella che aveva salvato la situazione alla morte di Ayub. I mamelucchi si ribellarono a questo e, dopo  un’incursione ad un banchetto in cui Turanshah festeggiava con i suoi fedelissimi dello Jezireh, lo inseguirono e lo uccisero mentre tentava di salvarsi a nuoto nel Nilo. Furono i mamelucchi che da questo momento pretesero il pagamento del riscatto. Il 6 maggio, il giorno della riconsegna di Damietta, il Re tentò di trovare il denaro per pagare il riscatto ma riuscì a pagare solo una parte della prima rata. Fu allora deciso che sarebbe stat trattenuto come ostaggio il fratello del Re, Alfonso di Poitou, finché non si fosse avuta l’intera somma. E questa somma venne trovata, sotto minaccia delle armi, dai Templari che notoriamente avevano sempre enormi disponibilità. E così la sera stessa del 6 maggio il Re con tutti i baroni fecero vela da Dasmietta ad Acri. Furono lasciati i feriti ed i malati che, nonostante le promesse in senso contrario, furono ammazzati tutti.

         Tornato ad Acri, dopo un consulto con i suoi vassalli ed avere letto una lettera della madre che gli scriveva per comunicargli l’intenzione di Enrico III d’Inghilterra di muovere guerra alla Francia e quindi per pregarlo di tornare al più presto, Luigi decise di restare in Palestina perché sentiva su di sé il peso di quella grave sconfitta che era costata molte migliaia di morti. Il 3 luglio comunicò la sua decisione lasciando liberi tutti coloro che lo volessero di tornare in Francia. Luigi divenne il sovrano nei fatti perché quello legittimo, Corrado di Germania, non si era mai fatto vedere e perché l’attuale reggenza di Enrico di Cipro cedette volentieri la reggenza al Re di Francia. Ma ora egli disponeva di poco denaro raccolto tra tutti i suoi vassalli e di soli 1400 uomini.

         Come al solito gravin problemi vi erano in campo musulmano ed ancora per problemi di successione. Appena saputo della morte di Turanshah, an-Nasir Yusuf di Aleppo invase la Siria occupando Damasco (9 luglio 1250). Iniziò quindi una grossa rivalità tra Damasco e Cairo ed ambedue i contendenti avrebbero voluto allearsi con i franchi di Palestina per mantenersi un fianco coperto. Il primo a fare offerte su an-Nasir ma Luigi non poté accettare perché pensava ai molti prigionieri (cavalieri e soldati semplici)  ancora in mano egiziana. Anche senza accordi an-Nasir attaccò l’Egitto il 2 febbraio del 1251. Questa guerra non produsse vincitori definitivi ma solo un’alleanza dei cristiani di Palestina con i mamelucchi d’Egitto (guidati da Aibek) che, anche senza esigere il pagamento di rate successive del riscatto, rilasciarono tutti i prigionieri cristiani alla fine di marzo del 1252. La promessa dei mamelucchi andava molto più in là perché avevano garantito che, una volta sconfitto definitivamente an-Nasir, avrebbero riconsegnato ai cristiani tutte le terre che avevano al termine della prima crociata. Ma queste promesse non ebbero esito perché dopo lunghe trattative, con la mediazione del sultano di Bagdad, si arrivò a mantenere la situazione di divisione del potere tra Damasco e Cairo.

         In campo cristiano molti principi, conti, re e baroni morivano per morte naturale e piano piano vi furono nuovi attori ad emergere sulla scena di Palestina. Ma innanzitutto nel dicembre 1250 moriva Federico II di Germania che cambiava di molto la situazione sullo scacchiere europeo e sulle alleanze possibili, con ricadute anche in Palestina. Nel gennaio 1252 moriva Boemondo V che lasciò il suo dominio al figlio Boemondo VI, ancora tredicenne, e quindi con un reggente. Il 18 gennaio 1253 moriva Enrico di Cipro lasciando un figlio, Ugo II, di pochi mesi. Anche qui vi fu un problema contestato di reggenza. In Europa Enrico III aveva manifesto di voler intraprendere una nuova crociata ma, come era costume reale, nella primavera del 1250 aveva pregato il Papa di soprassedere perché era impegnato in altre faccende. Quindi sia dalla Germania con problemi di successione, anche gravi, sia dall’Inghilterra non vi erano speranze di qualche aiuto alla Terra Santa. Dalla Francia meno che mai perché erano tutti indignati per quanto accaduto e soprattutto per l’enormità in tasse che avevano dovuto pagare. Ma in Francia accadde di più.

LA CROCIATA DEI PASTORELLI

         Appena giunse in Francia la notizia del Re caduto prigioniero dei musulmani, la reggente sua madre Bianca di Castiglia cercò di mettere insieme un esercito per portare aiuto ai suoi figli ed al resto della crociata. Nobiltà e clero fecero finta di non udire i richiami della reggente. Fu allora che si sollevò una massa di contadini e pastori (pastouraux) arringati (siamo alle solite !) da un anziano ex monaco cistercense d’origine ungherese (e quindi Maestro d’Ungheria) e di nome Jacob. Costui, nelle sue infiammate prediche per tutta la Francia, a partire dal nord, dalle Fiandre e dalla Piccardia, incolpava il Papa ed il clero di avere abbandonato in mani infedeli un Re cristiano. Riuscì a mettere insieme una moltitudine di giovani diseredati valutata fino a 100 mila persone. Erano ben accolti dalla popolazione per gli ideali che venivano predicati e perché si proponevano di liberare i cristiani in mani musulmane e l’intera Terra Santa. Jacob, come ogni ciarlatano di ieri e di oggi sosteneva di aver avuto una lettera direttamente da Maria Vergine nella quale era scritto che mai i ricchi e potenti, che con la loro superbia avevano offeso Dio, avrebbero potuto liberare il Santo Sepolcro perché questo era il compito degli umili, i diseredati, i pastori. Mano a mano che marciavano verso il Sud, possibilmente per arrivare ad imbarcarsi in qualche porto, si ingrossavano ed iniziarono ad avere tra loro banditi di ogni risma. Iniziarono così ad assaltare i conventi, assaltando e depredando (come no ?) le case degli ebrei, saccheggiando le proprietà dei ricchi avendo il sostegno ed il plauso della popolazione. Probabilmente questa manifestazione di rabbia, in altre circostanze, sarebbe stata motivo per il Papa per chiedere una nuova crociata ma questa voltas non fu così perché, udite udite, venivano saccheggiati i beni della Chiesa la quale è sempre stata abbastanza tollerante in varie cose ma sui beni materiali non ha mai ceduto nulla. Fu lo stesso Papa Innocenzo IV a scomunicarli ed a convincere la reggente Bianca di Castiglia a mettere fine a quello scandalo. Fu l’esercito di Francia che andò contro queste persone che, dopo un tentativo di fuga e di impossibile difesa nella cittadina di Bourges, furono attaccati e sterminati insieme al loro condottiero, il Maestro d’Ungheria. Coloro che si salvarono dagli scontri diretti furono fatti prigionieri ed impiccati uno ad uno. Al di là della Crociata la nascita in poco tempo di così grande masse di persone con un ribellismo anche violento che li guidava, mostra che i tempi feudali terminavano per avanzare in società almeno un poco più avanzate.

L’OTTAVA CROCIATA

         Bianca di Castiglia, madre di Luigi, morì nel novembre del 1252 lasciando gravi problemi con la corona d’Inghilterra che creava continui fastidi. Inoltre nella stessa Francia erano iniziati problemi con i tentativi di secessione delle Fiandre. Fu richiamato Luigi che non poté far altro che tornare, imbarcandosi ad Acri il 24 aprile 1254 e lasciando come suo rappresentante e siniscalco del regno, Goffredo di Sargines. Il suo vice era invece Giovanni di Ibelin, conte di Giaffa, succeduto alla carica che era di suo cugino, conte di Arsuf. Prima di partire Luigi aveva firmato con Damasco una tregua di 2 anni e circa 7 mesi (a partire dal 21 febbraio del 1254). An-Nasir aveva volentieri firmato perché era incombente il pericolo mongolo. Nel 1255 i baroni cristiani riuscirono a firmare con Aibek d’Egitto una tregua decennale. Intanto nel 1254 era morto Corrado di Germania, il Re legittimo del Regno di Gerusalemme, ed a lui era succeduto suo figlio Corradino di 2 anni (detronizzato successivamente nel 1259 dal figlio illegittimo di Federico, Manfredi

         Mentre in Terra Santa continua un’alternanza di potere tra i baroni locali con i soliti problemi legati alla successione ed alle reggenze, Luigi dalla Francia continuava ad inviare periodicamente del denaro per mantenere il contingente di soldati lasciato al suo uomo di fiducia, Goffredo di Sargines senza mai smettere di pensare ad una nuova crociata. La cosa fu realizzabile solo nel 1270 quando ormai egli era vecchio ed ammalato.

         E’ utile capire i motivi di questo ritardo. Quando fu detronizzato Corradino da Manfredi, il Papa cercò subito il nome di un principe fidato da sistemare al suo posto perché, lo ricordo, il papato aveva sempre avuto grandi interessi al trono di Sicilia e Manfredi non era affidabile. Nel 1261 il Patriarca di Gerusalemme Giacomo Pantaleon divenne Papa Urbano IV. Questi persuase subito Re Luigi della necessità di sbarazzarsi della casata degli Hohenstaufen dalla Sicilia perché, in tal modo, si sarebbe costruita la base preliminare per intraprendere una nuova crociata. Il principe da insediare in Sicilia sarebbe stato il fratello di Luigi, Carlo d’Angiò. Poi Urbano morì nel 1264 ma medesima politica fu del successore Clemente IV, sempre francese. Carlo d’Angiò scese in Italia, si scontrò con Manfredi uccidendolo nella battaglia di Benevento nel 1265. Il sedicenne Corradino tentò nel 1268 di riprendere possesso dei suoi diritti dinastici e si scontrò con le truppe di d’Angiò vicino Tagliacozzo (Abruzzo) dove fu sconfitto, fatto prigioniero e successivamente decapitato. A questo punto Carlo d’Angiò fu preso da  un delirio di potenza che lo rese, agli occhi del Papa, simile alla famiglia che aveva finalmente detronizzato. Il Papa tentava di porre rimedio a quanto aveva egli stesso evocato quando, nel 1268, morì. Ma Carlo aveva influenze sui cardinali e riuscì a bloccare per tre anni l’elezione di un nuovo Papa. Fu questo motivo di ambizione che richiedeva armi e denari a fermare l’idea di Luigi di una nuova crociata che, inevitabilmente, avrebbe dissipato soldati e denari in un luogo che ormai non interessava più a nessuno. Almeno la Crociata avrebbe dovuto essere diretta verso la Bisanzio ripresa dai greci (si veda nota 10), perché nei sogni di grandezza di Carlo vi era appunto una sorta di dominazione dell’intero Mediterraneo. Carlo riuscì comunque a deviare i piani originali di Crociata di Luigi. Carlo era stato offeso da un emiro tunisino della costa africana affacciata alla Sicilia, poiché aveva dato asilo ad alcuni ribelli siciliani. Convinse Luigi che questo emiro si sarebbe convertito al Cristianesimo se solo vi fosse stata una piccola dimostrazione di forza. Ciò avrebbe aggiunto un’importante fetta di territorio alla cristianità oltre a fornire agli eserciti crociati una base estremamente importante. E così, il giorno 1 luglio del 1270 Luigi si imbarcò con una formidabile spedizione da Aigues-Mortes con direzione la Tunisia. La flotta arrivò a Cartagine il 18 luglio nel caldo torrido dell’estate africana. L’emiro di Tunisi non pensava neppure alla conversione e rafforzò ogni difesa. E non ebbe nemmeno bisogno di combattere perché si incaricò di tutto il clima. In brevissimo tempo tutti si ammalarono di peste, tifo e dissenteria e lo stesso Luigi fu tra i primi ad essere colpito dall’epidemia. Quando arrivò Carlo d’Angiò con i rinforzi, seppe che il Re Luigi era morto il 25 agosto. L’erede al trono di Francia, Filippo, era gravemente ammalato, il piccolo Giovanni Tristano (il figlio del Re nato a Damietta) stava morendo. Carlo si assunse il compito di riportare indietro la spedizione con un rimborso spese che l’emiro gli concesse purché i francesi sparissero dal suo territorio.

         Quando si sparse la notizia, i musulmani furono sollevati ed i cristiani si abbatterono ancora di più fino alla prostrazione. Da allora mai più un re cristiano pensò di andare in soccorso dei franchi in Palestina. Dicono che Luigi, morendo, abbia sussurrato Gerusalemme, Gerusalemme, il nome di quella città che non aveva neppure mai visto.

PRELUDIO ALLA NONA CROCIATA

         E questa invocazione di Luigi ebbe un seguito nella crociata che seguì che alcuni storici contano come nona ed altri come prosecuzione dell’ottava. Per comodità e non perché io abbia elementi in un senso o in un altro mi riferirò a questa crociata come alla nona.

         Mentre si svolgevano i fatti ora raccontati in Egitto (settima crociata) ed in Tunisia (ottava crociata), come già accennato, i Mongoli avanzavano verso l’Impero musulmano dell’Asia Occidentale, sotto la guida del comandante Hulagu che dominava già la Persia. Hulagu aveva ricevuto ordine dal Gran Khan Munke (nipote di Gengis Khan e suo fratello), che risiedeva nella capitale imperiale Karakorum, di conquistare Bagdad e di distruggere il potere del califfato. A margine di questo obiettivo generale, era stato promesso (1254) all’ambasciatore cristiano Hethum, Re di Armenia, (si ricorderà che altri ambasciatori presso il Gran Khan aveva inviato Re Luigi) che si era prostrato come vassallo(11), che i cristiani, se avessero aiutato i Mongoli nelle loro conquiste di terre musulmane, sarebbero stati esonerati dal pagamento di tasse e avrebbero avuto la città di Gerusalemme, appena fosse stata conquistata. Hethum dsi fece portatore di questo accordo con Munke che creò però dei problemi. Con i musulmani, attraverso accordi, sarebbe stato possibile mantenere una individualità, con i Mongoli ciò sarebbe stato impossibile perché qualunque comunità costruita e riconosciuta sarebbe potuta esistere solo in regime di vassallaggio alle dipendenze del potere centrale del Gran Khan. Le condizione dei Mongoli potevano forse soddisfare le monarchie cristiane europee ed anche di Palestina ma erano risultate del tutto indigeribili per i cristiani di Asia, quelli che conoscevano bene il comportamento dei Mongoli.

         L’invasione di Hulagu, con il suo gigantesco esercito, prese il via nel gennaio del 1256. Dal punto di vista religioso Hulagu aderiva allo sciamanesimo(12) anche se era affascinato dal buddismo ma aveva la moglie principale, Dokuz Katun, che oltre ad essere persona colta e di straordinarie qualità era anche di religione cristiano nestoriana che non aveva alcuna simpatia per l’Islam mentre era tendenzialmente favorevole al Cristianesimo di qualsiasi setta si trattasse (da sottolineare che anche il generale più fidato di Hulagu, Kitbuqa, era nestoriano ed un esercito al suo comando era penetrato anni prima nel territorio degli Assassini(13) occupandone aree strategiche). Può sembrare poco comprensibile ma il primo obiettivo di Hulagu era proprio la distruzione della setta degli Assassini perché, riteneva, finché non fossero stati eliminati non si sarebbe potuto fare nulla con tranquillità in quelle terre (ma vi era un motivo più pregnante: una persona di questa setta aveva ucciso Jagatai, secondo figlio di Gengis Khan). Nei piani di Hulagu dopo l’obiettivo ora indicato vi era Bagdad e quindi la Siria. Sul finire del 1257 gli Assassini di Persia erano stati distrutti e quelli di Siria, fino ad ora fuori portata mongola, si aspettavano uguale sorte. Ma Hulagu, per ragioni geografiche, trovò sulla sua strada prima Bagdad governata dal califfo della dinastia abasside al-Mustasim, personaggio imbelle, gaudente e corrotto. Nonostante ciò, Bagdad era fortificata in modo eccellente ed il califfo disponeva di un gigantesco esercito che contava su 120 mila cavalieri. La stupida gestione politica del califfo fece ridurre il numero dei soldati del suo esercito per poter avere il denaro per pagare un tributo volontario ad Hulagu. E ciò poteva forse funzionare con nemici ordinari ma non con i mongoli che volevano sempre o sottomissione volontaria completa o la totale distruzione del nemico. Comunque Hulagu fu titubante ad attaccare la città perché gli oroscopi non erano favorevoli. Comunque Hulagu mosse verso Bagdad e l’esercito di Bagdad avanzò guidato dal segretario del Califfo, Aibeg. L’11 gennaio del 1258, con abili manovre anche attraverso la rottura delle dighe sull’Eufrate, Hulagu sterminò l’esercito nemico del quale solo qualcuno si salvò (tra cui Aibeg) rifugiandosi a Bagdad. Hulagu avanzò subito su Bagdad attaccandola da tutti i lati (22 gennaio). Il 10 febbraio il califfo e tutta la sua corte si presentarono ad Hulagu per arrendersi. Hulagu chiese la consegna delle armi, alla fine della quale vi fu il massacro di tutti. Il califfo fu risparmiato perché serviva per avere tutte le informazioni sul nascondiglio dei suoi tesori (cinque secoli di accumuli fantastici). Dopodiché, il 15 febbraio, anche lui fu ammazzato. Iniziò allora, dentro la città, il massacro metodico di tutti gli abitanti. In quaranta giorni furono trucidati ottantamila cittadini e distrutta l’intera città. Si salvò qualcuno che riuscì a ben nascondersi, giovani e valenti ragazzi e ragazze utili per il mercato degli schiavi, e la comunità cristiana che si raccolse nelle chiese e fu risparmiata per esplicito ordine di Dokuz Katun. Scrive Runciman che, alla fine di marzo era tale in città il fetore dei cadaveri in decomposizione che Hulagu ritirò le sue truppe per paura di una pestilenza.

         La notizia della distruzione di Bagdad fece un’enorme impressione in tutta l’Asia. I cristiani d’Asia si rallegrarono per la caduta della Seconda Babilonia. I musulmani si spaventarono: sembrava l’inizio della loro fine. Spariva la capitale guida dell’Islam e non vi era all’orizzonte un’autorità che potesse sostituirsi e candidarsi moralmente. Hulagu aveva ora di fronte il suo terzo obiettivo: la Siria ed i rimasugli degli Assassini. I sultanati ed emirati musulmani vicini a Bagdad mandarono subito importanti delegazioni ad Hulago per sottomettersi, per chiedere perdono di vecchi torti … avevano una grande paura. Hulagu non ebbe pietà ed avanzò non tenendo conto di nessuna proposta o promessa: avanzava tra massacri e massacri, salvando solo i cristiani. Al principio del 1260, Hulagu arrivò ad assediare Aleppo che non si arrese. Il 18 gennaio la città fu conquistata con i soliti massacri di tutti i cittadini, meno i cristiani, mentre il sultano an-Nasir Yussuf si trovava a Damasco. Solo alcuni riuscirono a rinchiudersi nella cittadella sotto il comando di Turanshah e resistettero per quattro settimane. Quando questa resistenza fu battuta, per la prima volta Hulagu si mostrò clemente risparmiando la vita a tutti i difensori della cittadella. Il governo della città fu affidato all’ex emiro di Homs, al-Ashraf, uno che era andato a sottomettersi da Hulagu qualche mese prima. Intanto, per mettere insieme un esercito che potesse far fronte all’invasore, il sultano si rivolse ai mamelucchi d’Egitto arrivando addirittura ad accettare la loro sovranità se lo avessero aiutato. I mamelucchi accettarono ma … senza fretta. Chiese aiuto ai suoi parenti e fedeli e mise insieme un esercito sotto le mura di Damasco per partire a liberare Aleppo. Ma proprio in questo momento scoprì che alcuni Turchi selgiuchidi stavano organizzando un complotto per detronizzarlo. An-Nasir riuscì a scoprire e fermare il complotto ma i Turchi fuggirono in Egitto insieme alle loro truppe lasciando l’esercito non più in grado di attaccare Aleppo.

         Dopo la caduta di qualche altra fortezza che aveva rifiutato di rendergli omaggio, Hulagu arrivò alla frontiera di Antiochia. Il Re d’Armenia, Hethum, si era in passato recato da Hulagu per aiutarlo contro i musulmani e la cosa fu riconosciuta a lui ed al suo genero Boemondo, principe di Antiochia. Ambedue furono ricompensati con la restituzione di terre che erano state loro sottratte dai selgiuchidi (per l’Armenia) e dai musulmani (per Antiochia). Ebbero inoltre parte del bottino di Aleppo. Hulagu pretese però, forse per una qualche promessa fatta all’Imperatore di Bisanzio, che il Patriarca di Antiochia fosse un greco e non un latino. Di fronte all’approssimarsi dei Mongoli  ed all’umiliazione della Chiesa latina imposta, il governo di Acri iniziò a cercare un qualche protettore. Poiché erano ben note le mire espansionistiche di Carlo d’Angiò nel Mediterraneo, nel 1260 gli inviarono una lettera in cui gli si chiedeva di intervenire. E la lettera partì quando i Mongoli stavano prendendo Damasco senza resistenza da parte di an-Nasir Yusuf che, all’arrivo dei Mongoli, fuggì verso l’Egitto. Lungo la via dei mamelucchi, an-Nasir cambiò idea e fece per tornare ma fu catturato dai Mongoli. Il 1° marzo 1260 l’esercito mongolo, guidato dal generale Kitbuqa che era cristiano, entrava in Damasco con il Re d’Armenia ed il Principe d’Antiochia. Tre cristiani che entravano in Damasco vincitori ! Sembrava che ormai fosse segnata la fine dell’Islam in Asia. Durante l’estate Kitbuqa inviò distaccamenti ad occupare Gaza e Nablus. In tal modo i franchi di Palestina si trovarono completamente circondati da Mongoli ma senza intenzioni ostili se vi fosse stata la sottomissione. Prevaleva quindi tra i cristiani la prudenza ma vi è sempre qualche sciocco che vuole risolvere tutto con la testa calda e tale fu Giuliano, signore di Beaufort e Sidone (nipote di Rinaldo). Costui credette di poter approfittare della guerra tra mongoli e musulmani per fare scorrerie ed arricchirsi, ma in una serie di scontri e reazioni successive, con i Templari che approfittarono a loro volta per impadronirsi di Beaufort e Sidone, fece intervenire i Mongoli con durezza anche se non in modo definitivo. I Mongoli erano fermi nella loro avanzata per la morte del Gran Khan Munke (11 agosto 1259).  Hulagu, che era il fratello di Monke, non si recò a  Karakorum restando vicino alla frontiera orientale pronto però ad intervenire se qualcosa si fosse complicato in Mongolia. E tra le varie tribù mongole iniziarono i problemi di successione tra due tra i figli di Munke, Arig Bek e Kublai.  Nel 1264 si impose Kublai Khan dopo una lunga guerra civile (Kublai era il Gran Khan presso la cui corte si recò Marco Polo). Il risultato che si ottenne sul gigantesco Impero, fu la sua suddivisione in quattro Khanati tra cui l’Ilkhanato che governava l’Asia sud-occidentale con Khan Hulagu, e il Kypchaki, meglio noto come Impero dell’Orda d’Oro, che governava l’Asia centro-occidentale (tra cui una grossa fetta di Europa) con Khan Berke. E’ proprio lo scontro tra questi due Khan che determinò le sorti dell’invasione dei territori musulmani nell’Asia sud-occidentale fino all’Egitto. Il khanato di Berke confinava con quello di Hulagu nella zona del Caucaso e mentre Berke era musulmano (aveva giurato che la distruzione di Bagdad sarebbe stata pagata da Hulagu), Hulagu era filo cristiano. Questa differenza di posizioni ma soprattutto la volontà di affermare la propria superiorità portò allo scontro militare che ebbe luogo nel Caucaso con una dura sconfitta di Hulagu nel 1263(13).

         Gli eventi qui molto succintamente raccontati fermarono i piani di Hulagu che fu costretto a mettersi a capo di una parte considerevole del suo esercito e mettersi in marcia verso il Caucaso. Il comando della Siria restò a Kitbuqa. La situazione era favorevole ai mamelucchi che, da questo momento, erano in condizione di accettare lo scontro.

         I mamelucchi in Egitto erano guidati dal mamelucco Aibek che per acquisire la legittimità ad essere sultano, aveva sposato la moglie del precedente sultano, l’ultimo sultano ayubita, al-Sālih Ayyūb. Vi furono violenti litigi in famiglia finché la moglie, Shajar al-Durr, non fece assassinare il marito. Ella stessa fu poi ammazzata di botte dai mamelucchi il 2 maggio 1257 e fu fatto sultano suo figlio, l’erede legittimo, il quindicenne al-Mu’azzam Turānshāh. Quest’ultimo fu deposto nel dicembre del 1259 da uno degli uomini di fiducia di suo padre, Saif ad-Din Qutuz, che si proclamò sultano d’Egitto. Questo evento fece tornare in Egitto molti mamelucchi che, per dissidi con Aibek, se ne erano andati a Damasco e tra essi il mamelucco Baibars.

         Appena presa Damasco, Hulagu inviò un ambasciatore al Cairo per chiedere la sottomissione ma, in questo frangente, arrivò notizia della morte di Munke. Il nuovo sultano Qutuz mise a morte l’ambasciatore di Hulagu preparandosi alla guerra con i Mongoli che stavano già spostando le loro truppe da Damasco verso altri obiettivi per la guerra civile subito scoppiata in Mongolia. A questo punto le forze mamelucche, alle quali si erano aggiunti vari spezzoni di eserciti di Paesi conquistati dai Mongoli, erano preponderanti rispetto a quelle mongole restate al comando di Kitbuqa. Ed il 26 luglio 1260 l’esercito egiziano, al comando di Baibars, varcò la frontiera dirigendosi su Gaza subito ripresa ai Mongoli. Kitbuqa non poté intervenire perché fermato da sollevazioni musulmane a Damasco (erano state incendiate delle chiese e delle case cristiane). Qutuz diede ordine al suo esercito di risalire la costa di Palestina per poter tagliare a nord la via dei rifornimenti ai Mongoli di Damasco. Chiese il permesso di passaggio ad Acri che fu concesso. Mentre l’esercito egiziano era accampato nei dintorni di Acri, giunse notizia a Qutuz che Kitbuqa, più a sud, aveva attraversato il Giordano e stava penetrando nella Galilea meridionale. Qutuz mosse subito il suo esercito che, il 2 settembre 1260 ad Ain Jalud (Stagni di Golia), sconfisse duramente quello di Kitbuqa (quest’ultimo non disponeva di esploratori e non sapeva della superiorità numerica degli egiziani). Mentre molti Mongoli riuscirono ad aprirsi un varco e fuggire, lo stesso Kitbuqa fu catturato e decapitato. La vittoria egiziano mamelucca di Ain Jalud fu chiave per la salvezza dell’Islam e per i futuri assetti del Medio Oriente, dei cristiani e dell’Africa del Nord. Solo un immediato intervento dell’intero esercito mongolo avrebbe potuto rovesciare la situazione ma, come accennato, altre contingenze avevano impedito che ciò accadesse. Con Ain Jalud il sultanato mamelucco d’Egitto diventerà per i successivi due secoli, la principale potenza del Vicino Oriente, fin quando non sarà scalzata dall’Impero Ottomano.

         Cinque giorni dopo la vittoria di Ain Jalud i mamelucchi entrarono a Damasco e riconquistarono in brevissimo tempo tutti i territori siriani, Aleppo ed altri territori che in precedenza erano stati conquistati dai Mongoli. Baibars chiese di essere nominato governatore di Aleppo ma il diffidente Qutuz rifiutò. Baibars si vendicò di lui qualche tempo dopo, quando erano di ritorno al Cairo. Gli tese un tranello e lo ammazzò con la sua spada. Tornato al campo Baibars fu fatto immediatamente sultano dagli altri notabili mamelucchi (23 ottobre 1260). Iniziò subito con il risolvere il problema di un altro mamelucco che si era autonominato sultano di Damasco che sconfisse il 17 gennaio 1261. Quindi si sbarazzò degli ultimi ayubiti (alcuni con accordi, altri con le armi) di Hama, Homs e Kerak. Passò poi a regolare i conti con i cristiani che avevano aiutato i Mongoli e, particolarmente contro Hethum d’Armenia e Boemondo d’Antiochia. Fece una gran quantità di incursioni nei loro teritori saccheggiando qua e là ma ancora non attaccò definitivamente perché i Mongoli in quei territori erano ancora abbastanza forti. Intanto il Khan Berke aveva iniziato ad inviare truppe per aiutare i turchi selgiuchidi ed i musulmani che soffrivano l’occupazione dei Mongoli di Hulagu. I cristiani di Terra Santa speravano che Baibars non tenesse conto dei favori fatti ai Mongoli, concedendo il passaggio per il territorio di Acri. Ma non fu completamente così. Si iniziò una trattativa per la restituzione reciproca di prigionieri e, mentre Baibars aveva ac consentito a riconsegnare i cristiani, da parte cristiana gli Ordini Ospedalieri e Templari non vollero privarsi dei loro schiavi musulmani perché erano ottimi artigiani che facevano fare loro ingenti guadagni. Baibars si indignò e, dopo aver occupato e saccheggiato Nazaret, distrutto la chiesa della Vergine , diresse improvvisamente il suo esercito contro Acri (4 aprile 1263). Durò poco perché, dopo aspri combattimenti, Baibars decise che non era ancora giunto il momento dell’attacco definitivo e si ritirò. Si continuò comunque per molto tempo con incursioni reciproche finché al principio del 1265 Baibars non partì dall’Egitto con un  esercito formidabile. L’idea iniziale era quella di andare verso i Mongoli che creavano difficoltà in Siria. Quando si venne a sapere che i musulmani locali li avevano fermati,  Baibars deviò l’esercito verso la Palestina occupando e quindi distruggendo Cesarea, Airsuf, Haifa, attaccando poi le fortezze dei Templari e degli Ospitalieri. Ora restava Acri che però aveva avuto recenti rinforzi provenienti da Cipro al comando di Ugo di Antiochia. Di nuovo Baibars si fermò ma ora la frontiera con i cristiani era a vista di Acri. Intanto l’8 febbraio 1265 moriva Hulagu con il risultato che i Mongoli della Siria e dell’Anatolia risultarono molto indeboliti. A giugno successe a Hulagu suio figlio Abaqa che si trovò vari mesi impelagato nella nuova suddivisione dei feudi e con la minaccia continua dei suoi cugini che governavano l’Impero dell’Orda d’Oro che effettivamente invasero suoi territori nella primavera del 1266. Questa situazione impediva l’invio in Siria di forze mongole e favoriva i piani di Baibars. E proprio al principio dell’estate del 1266, mentre le truppe di Abaqa erano occupate contro quelle di Berke, Baibars partì dall’Egitto con due eserciti. Uno di essi dopo trattative e tradimenti riuscì ad espugnare la fortezza templare di Safed dalla quale si dominava l’intera Galilea. Tutti gli occupanti furono decapitati. Subito dopo attaccò Toron che cadde senza resistere. Dilagò poi in differenti villaggi cristiani situati tra Homs e Damasco uccidendo tutti i cristiani che capitavano tra le sue mani. Vi fu anche uno scontro con i cristiani di Acri che erano usciti per vendicare i loro morti, scontro nel quale i cristiani ebbro la peggio essendo costretti a rifugiarsi in città. Il secondo esercito, al comando di Qalawun, si era concentrato ad Homs da dove, dopo una rapida azione su Tripoli con la conquista dei porti di Qulaiat e di Halba e la città di Arqa, che dominavano l’accesso a Tripoli, si diresse verso Hama per ricongiungersi con le forze di al-Mansur. Insieme marciarono su Aleppo conquistando in breve tempo l’intera Cilicia dopo la battaglia decisiva del 24 agosto 1266. Andarono via, dopo aver saccheggiato tutto e massacrato migliaia di persone, con oltre 40 mila prigionieri. Dopo aver eliminato dalla scena gli ameni Baibars inviò altre truppe ad attaccare Antiochia. Poiché i suoi generali erano sazi e stanchi si fecero corrompere dai donativi di Boemondo e del comune di Antiochia senza attaccare la città ed occuparla. I cristiani di Acri tentarono di chiedere una tregua a Baibars che li ricevette nel castello di Safed circondato dai teschi dei cristiani che erano stai ammazzati. Intanto nella stessa Acri erano iniziate lotte intestine tra veneziani e genovesi per il controllo del porto che sfociarono in vere e proprie battaglie navali.

         All’inizio del 1268 Baibars riprese l’iniziativa andando a conquistare gli ultimi due territori cristiani a sud di Acri, il castello templare di Athlit e la città di Giaffa fino ad allora salvaguardata per il rispetto che i musulmani avevano per il suo signore, Giovanni di Ibelin. Ma quest’ultimo era morto nella primavera del 1266 e quindi la città era ormai disponibile alla conquista. Dopo la conquista di Giaffa cadde il castello templare di Beaufort con tutti gli uomini ridotti in schiavitù. Dopo un’incursione rapida su Tripoli che non fu portata oltre, Baibars diresse l’esercito verso Antiochia che raggiunse il 14 maggio. L’esercito fu suddiviso in tre tronconi: il primo andò a conquistare il porto di San Simeone per bloccare l’accesso al mare della città; il secondo andò a bloccare le Porte Siriane affinché fosse chiusa la strada a qualche aiuto; il terzo, il più numeroso, puntò sulla città. Boemondo si trovava a Tripoli e la città era governata dal suo uomo di fiducia, Simone Mansel, che quando si accorse che la città stava per essere circondata tentò una sortita con i pochi uomini a sua disposizione. Finì molto male ed egli stesso fu catturato. Iniziarono gli attacchi alla città che si conclusero il 18 maggio con la sua conquista e con una carneficina che scandalizzò gli stessi cronisti maomettani: vennero chiuse le porte della città perché nessuno potesse fuggire e, con metodo, uno ad uno furono uccisi tutti gli abitanti. A coloro che avevano cercato rifugio nella cittadella fu risparmiata la vita ma vennero suddivisi come schiavi. Iniziò il saccheggio e la distribuzione dell’ingente bottino. Era la fine del primo stato cristiano in Terra Santa. Era durato 171 anni ed ora era finito. Il colpo fu durissimo per il prestigio cristiano e segnò la fine del Cristianesimo nella Siria del nord. Era il prezzo pagato per sostenere i Mongoli. Ne seguì una totale decadenza con i centri commerciali che si spostarono lungo l’Eufrate ed anche con le Chiese ortodosse e giacobite che trasmigrarono lasciando quella città un deserto in rovina.

         Visto l’accaduto anche i Templari decisero di sloggiare da loro fortezze in quei territori, non erano più difendibili. Del principato restava solo Lattakieh e qualche castello inoffensivo perché i governanti si erano sottomessi ai musulmani.

         Dopo queste importanti conquiste, Baibars decise di riposare anche perché sarebbero servite energie in caso in cui i Mongoli avessero ripreso le ostilità e perché correva voce che Luigi IX stava per intraprendere una nuova crociata (quella che abbiamo visto, l’Ottava). Fu firmata una tregua tra Baibars ed  Ugo III di Cipro (divenuto poi Re di Gerusalemme e quindi della sola Acri) e nella tregua riuscì ad infilarsi anche Boemondo, ora non più principe di Antiochia ma solo conte di Tripoli. Ugo III di Cipro fu incoronato Re di Gerusalemme il 24 settembre del 1269 per designazione dell’alta corte di Gerusalemme ma questa designazione venne contestata da Maria, la figlia di Boemondo IV di Antiochia e di sua moglie Melisanda da Lusignano. Secondo Maria di Antiochia i suoi diritti di successione erano maggiori di quelli di Ugo e si imbarcò per l’Italia per andarli a rivendicare davanti al Papa. Quando arrivò a Roma dovette attendere l’elezione nel 1271 del nuovo Papa, Gregorio X. Costui ricevette Maria e le promise che avrebbe sollevato al questione al Concilio di Lione del 1274. Ma si presentarono inviati da Acri che sostennero al legittimità di Ugo.  La questione fu lasciata cadere dal Papa che comunque, prima che egli morisse nel 1276, fece vendere i diritti di successione a Carlo d’Angiò.

LA NONA CROCIATA

         In Terra Santa in quel periodo, da una parte si temevano le mire espansioniste di Carlo d’Angiò e, dall’altra, si sperava nella crociata di Luigi IX. Sappiamo però come finì: Carlo d’Angiò la deviò per suoi interessi in Tunisia e lo stesso Carlo morì. Ormai non vi era più da sperare in nessuno ferma restando l’incognita d’Angiò che era in buoni rapporti con Bairbas e personalmente ostile ad Ugo contro il quale sosteneva le pretese di Maria di Antiochia su Gerusalemme e di Ugo di Brienne su Cipro.  Inoltre Carlo d’Angiò aveva un fine fin troppo chiaro, impadronirsi di Bisanzio e del suo Impero. Qualche residua speranza poteva però risiedere nell’Oriente mongolo, nella persona di Abaqa. La nestoriana sua madre era morta ma egli si era sposato con la principessa bizantina Maria Paleologa, figlia di Michele VIII Paleologo, Imperatore di Bisanzio (l’altra figlia di Michele, Eufrosina, era stata data in sposa nel 1263 al Khan Berke dell’Impero dell’Orda d’Oro). Purtroppo per le speranze dei cristiani di Palestina, Abaqa era impegnato nella guerra prima con Berke, quindi con il successore Nogai. Si impegnò comunque con Luigi IX a fornirgli aiuto quando la sua crociata fosse arrivata in Terra Santa. Ma Luigi non arrivò in Terra Santa e quindi Abaqa non poté aiutarlo. Mentre la crociata di Luigi sbarcava in Tunisia, Bairbas se ne restò in Egitto eventualmente aspettandola lì. Passò il tempo facendo ammazzare a Tiro, dagli Assassini, Filippo di Monfort un autorevolissimo nobile cristiano. Quando seppe del naufragio della crociata a Tunisi, Baibars marciò di nuovo in Palestina e conquistò uno dopo l’altro i castelli rimasti in possesso degli Ordini. L’8 aprile del 1271 conquistò quello più importante in mano agli Ospedalieri, il Krak dei Cavalieri. Anche qui tutti i cavalieri furono ammazzati mentre le truppe indigene furono fatte prigioniere. Ormai Baibars aveva completamente aperto l’accesso a Tripoli.

         A questo punto Baibars volle tornarsene in Egitto ma prima firmò una tregua di 10 anni con Boemondo di Tripoli alla sola condizione che non avrebbe attaccato le sue recenti conquiste. Durante il ritorno dalla Palestina gli giunse notizia che Re Ugo III era partito da Cipro per Acri. Approfittò subito dell’evento per inviare una squadra di 17 navi a conquistare l’isola. Ma, per un errore di manovra 11 navi si incagliarono vicino LImassol e tutti gli occupanti furono fatti prigionieri dai ciprioti.

                                         I mamelucchi di Baibars in giallo; i mongoli in rosso; gli inglesi di Edoardo con i franchi in verde (da Wikipedia).

         Baibars era stato generoso con Boemondo perché era giunta notizia di una nuova crociata guidata dal figlio, Edoardo, di Enrico III d’Inghilterra (ormai anziano). Appena udì della caduta di Antiochia Edoardo abbracciò la crociata preparandola con cura e metodo. Molti nobili inglesi che avevano precedentemente dato la loro disponibilità alla partenza all’ultimo momento si ritirarono di modo ché, nell’estate del 1270, Edoardo partì solo con qualche fedelissimo (successivamente ebbe rinforzi dal fratello, Edmondo di Lancaster). La sua idea era quella di congiungere le sue forze con quelle di Luigi IX per poi marciare insieme verso la Terra Santa ma, arrivato in Africa, si rese conto di quanto accaduto e si ritirò subito in Sicilia dove svernò con Carlo d’Angiò. La primavera seguente (1271) partì con direzione Cipro e quindi Acri dove sbarcò il 9 maggio 1271 e dove fu raggiunto da Re Ugo e da Boemondo.

         Come altri importanti notabili di Occidente, Edoardo fu scandalizzato dalla situazione interna dei cristiani di Palestina. Trovò veneziani che fornivano al sultano i materiali con cui egli costruiva armi e genovesi che, in attesa di inserirsi nei fiorenti commerci con il sultano, si dedicavano al commercio di schiavi egiziani. Quando protestò con questi italiani ebbe in visione i permesse dell’alta corte di Acri. Edoardo sperava poi di mettere insieme il suo esercito con quello dei locali ma, ad esempio, la cavalleria di Cipro non volle muoversi. Da Abaqa ebbe aiuti (ottobre 1271) ma non quanti si sarebbe aspettato. Arrivarono 10 mila cavalieri Mongoli che sconfissero i turcomanni che proteggevano Aleppo, mettendo in fuga i musulmani. Baibars che si trovava a Damasco mise insieme il suo esercito, fece arrivare rinforzi dall’Egitto ed il 12 novembre si mise in marcia verso il nord. I Mongoli non avevano forze sufficienti e si ritirarono, carichi di bottino, oltre l’Eufrate.

         Edoardo tentò qualche sortita mentre Baibars era occupato con i Mongoli ma nella primavera del 1272 si rese conto che con i pochi soldati di cui disponeva non avrebbe mai potuto concludere nulla. Gli restava il chiedere una tregua a Baibars sperando che durante essa arrivassero rinforzi. Baibars accettò la tregua perché voleva prima di tutto chiudere con i Mongoli. Solo dopo si sarebbe occupato dei cristiani ormai alla sua mercé. Intanto occorreva anche evitare ogni intervento dell’Occidente e per raggiungere questo obiettivo occorreva avere ottimi rapporti con Carlo d’Angiò. Carlo, per parte sua, aveva come obiettivo Bisanzio e per il momento la Palestina doveva restarsene tranquilla, solo dopo se ne sarebbe occupato. Per assecondarlo Baibars firmò un trattato di pace con Acri della durata di 10 anni (22 maggio 1272) mentre Tripoli era già protetta dalla tregua firmata nel 1271. Ma Baibars sapeva che Edoardo progettava un ritorno con un esercito più grande ed allora tentò di farlo assassinare. Fu ferito e fu costretto ad una lunga convalescenza. Appena rimesso, poiché suo padre era morente e poiché non aveva cosa fare in Palestina, il 22 settembre 1272 si imbarcò ad Acri per tornare in Inghilterra (i suoi erano già partiti) dove la morte di Enrico III lo consacrava Re. Uno degli accompagnatori di Edoardo in Terra Santa era stato l’arcivescovo di Liegi, Teobaldo Visconti, che era ripartito per l’Italia l’inverno del 1271 quando gli era giunta notizia di essere stato eletto Papa (Gregorio X a cui ho già accennato).  Questo Papa si fece banditore di una nuova crociata per liberare la Terra Santa. Si fece scrivere varie relazioni sulla Palestina e sulle disponibilità dei Re cristiani d’Occidente quindi bandì la crociata dal pulpito del Concilio di Lione del 1274. Ma nessuno, proprio nessuno, si fece avanti per sostenere le invocazioni del Papa. Furono necessarie forti insistenze da parte del Papa e, finalmente, nel 1275 Filippo III di Francia si impegnò per la nuova crociata. Poco dopo anche Rodolfo di Asburgo si disse favorevole alla crociata. Il Papa insisteva ed insisteva ma, quando morì nel 1276, niente era davvero stato fatto in preparativi di qualunque tipo.

         In Palestina Ugo III aveva vari problemi. Nel 1273 perse, per motivi di successione, il controllo del feudo di Beirut. Nel 1275 ebbe una grande delusione con la contea di Tripoli. Alla morte di Boemondo VI la reggenza che sarebbe spettata a lui la pretese la principessa madre Sibilla d’Armenia per poi passarla a Bartolomeo, vescovo di Tolosa. Solo a Lattakieh, ultimo rimasuglio del principato di Antiochia, che però era esclusa da tregue e trattati di pace Ugo, era reclamato. Baibars  stava avvicinandosi a questa città e rinunciò solo dietro pagamento di un tributo annuo da parte di Ugo. Pian piano anche Acri divenne ostile con Ugo. A ciò si deve aggiungere che fu eletto come gran maestro dei Templari Guglielmo di Beaujeu che era cugino di Carlo d’Angiò e quindi ostile a Re Ugo. Di fronte a queste e molte altre difficoltà Ugo decise di lasciar perdere con il Regno di Gerusalemme e di ritirarsi a Cipro. Su insistenza di Giovanni di Monfort nominò come suo vice Baliano di Ibelin, quindi si ritirò a Cipro.

         Nel 1277 Carlo d’Angiò decise di rendere effettivo il titolo di legittimo successore del Regno di Gerusalemme e quindi sulla città di Acri, titolo acquistato da Maria di Antiochia. Carlo assunse subito il titolo acquistato di Re di Gerusalemme ed inviò ad Acri il suo fido Ruggero di San Severino con un forte contingente armato per prendere possesso della città come suo rappresentante. Ruggero fu aiutato dai Templari e dai veneziani quando presentò i documenti a Baliano, documenti che mostravano la sua legittimità. Baliano consegnò la città al rappresentante di d’Angiò e questi proclamò Carlo Re di Gerusalemme. A questo punto Ruggero pretese che tutti i nobili gli rendessero omaggio e chi non lo avesse fatto avrebbe avuto il sequestro dei beni. I baroni locale si sottomisero a Ruggero che intanto aveva messo in posti chiavi solo dei francesi di sua esclusiva fiducia. Questi eventi erano guardati con favore da Baibars che li vedeva come lontani da una ipotetica crociata. Poté così avventurarsi ad attaccare i Mongoli in Anatolia e dopo un iniziale successo (18 aprile 1277), subì una sconfitta da parte di un esercito mongolo condotto dallo stesso Abaqa che recuperò tutti i territori precedentemente perduti. Baibars non sopravisse molto alla delusione anatolica e morì il 1° luglio 1277. Non era riuscito a togliere di mezzo i residui dei regni cristiani in Terra Santa ma aveva reso simbolica la presenza cristiana nella zona. Era ormai inevitabile la scomparsa di questi rimasugli.

LA CADUTA DI ACRI

         La morte di Baibars fu salutata con gioia dai cristiani di Terra Santa. Gli successe il figlio maggiore Baraqa che non risultò all’altezza. Nel 1279 l’emiro delle truppe siriane, Qalawun, si ribellò marciando sul Cairo. Baraqa abdicò lasciando il sultanato a suo fratello diciassettenne di modo ché Qalawun divenne reggente. Qualche mese dopo spodestò il giovane e si fece nominare sultano. All’inizio vi fu il governatore di Damasco che non accettò questo sultanato ma l’esercito egiziano in marcia verso Damasco mise in ordine tutte le cose.

         Sarebbe stata una buona occasione per riprendere qualche posizione in Palestina ma non si fece nulla perché gli interessi di tutte le forze che contavano erano del tutto divergenti. Abaqa e Leone III d’Armenia sollecitavano una coalizione per una nuova crociata. Carlo d’Angiò, che odiava Bisanzio ed i suoi alleati genovesi, ordinò al suo rappresentante Ruggero di San Severino di attenersi ad una politica di alleanze con veneziani, Templari e corte mamelucca. Il Papa, poiché Michele VIII Imperatore di Bisanzio gli aveva promesso sottomissione, lavorava per distogliere Carlo d’Angiò da Bisanzio e spingerlo contro la Siria. Il Re d’Inghilterra  Edoardo I mostrava interesse per quanto sosteneva Abaqa ma era troppo distante e non aveva disponibilità economiche per allearsi in una crociata. In Palestina, Boemondo VII era propenso ad allearsi con Leone III ma era in cattivi rapporti con i Templari ed aveva rotto i rapporti con il più potente dei suoi vassalli, Guido di Jebail. Inoltre in quei territori continuavano problemi infiniti di successione, di intrighi, di matrimoni d’interesse, di ricerca di reggenze, di rivalità, di invidie a fini di un potere che ormai governava ben poco. Ancora Boemondo si impegnò in una guerra aperta con i Templari guidati da Guido di Jebail che terminò con una sua dura sconfitta ed una tregua. La quale tregua non fu rispettata dai Templari che attaccarono di nuovo Boemondo nel 1278. Vi furono anche le relative (minime) flotte interessate con danneggiamenti di rispettivi possedimenti. Poi si arrivò ad una nuova tregua richiesta dal gran maestro degli Ospedalieri. Ma Guido voleva prendere a tutti i costi Tripoli e nel gennaio 1282 tentò una cospirazione (in accordo con molti genovesi) che Boemondo scoprì. Tutti i seguaci di Guido furono presi ed accecati. Guido ed i suoi parenti furono gettati in una fossa dove furono fatti morire di fame. Ciò fece inorridire i nobili cristiani e Giovanni di Monfort, alleato dei genovesi progettò di partire da Tiro per vendicare i suoi amici. Non se ne fece nulla. Ad Acri le cose erano ugualmente complicate. Ruggero era mal tollerato dai nobili locali. Ritornò in gioco Ugo che sbarcò a Tiro (1279) con la speranza di raccogliere i nobili insoddisfatti intorno a sé ma nessuno si mosse a parte Giovanni di Monfort. Dietro l’insuccesso vi erano i Templari e per questo Ugo tornò a Cipro e confiscò le loro proprietà. L’Ordine si lamentò di ciò con il Papa che ordinò ad Ugo di restituire il confiscato, cosa che Ugo non fece.

         I Mongoli erano impazienti di attaccare i mamelucchi finché si manteneva la divisione tra Egitto e Siria e agirono da soli alla fine di settembre del 1280 attraversando l’Eufrate ed arrivando ad attaccare e saccheggiare Aleppo. Approfittarono di ciò gli Ospitalieri che attaccarono territori musulmani. Ma i Mongoli non erano abbastanza forti da tenere Aleppo e, quando Qalawun radunò il suo esercito a Damasco, tornarono indietro oltre l’Eufrate. Qalawun non li inseguì, accontentandosi di dare una lezione agli Ospitalieri che invece sconfissero il distaccamento inviato da Qalawun.

         Circa nello stesso tempo arrivò ad Acri un ambasciatore di Abaqa che annunciò l’arrivo di un esercito di 100 mila uomini per la primavera seguente e chiese l’integrazione con esso di uomini e mezzi locali. Gli Ospitalieri fecero giungere il messaggio a Re Edoardo ma da Acri non vi furono reazioni. Queste notizie spaventarono Qalawun che in fretta sistemò i dissidi con il suo rivale di Damasco, Sanqor, offrendogli i feudi di Antiochia e di Apamea. Contemporaneamente chiese una tregua decennale agli Ordini visto che già esisteva la tregua con Acri. Alcuni emiri egiziani consigliarono ai franchi di non fare accordi con Qalawun perché presto sarebbe stato detronizzato. Ruggero di San Severino, fece arrivare questa notizia a Qalawun che stroncò la cospirazione. Gli Ordini e Boemondo firmarono la tregua ed in questo modo Qalawun era libero di pensare solo agli eventuali attacchi dei Mongoli.

         E l’attacco dei Mongoli vi fu nel settembre del 1281. Al loro fianco vi erano Leone III d’Armenia e gli Ospitalieri che non si sentirono vincolati dalla tregua firmata dal gran maestro ad Acri. I due eserciti si scontrarono  il 30 ottobre. Solo l’ala cristiana (armeni ed Ospitalieri) che attaccò l’ala musulmana guidata dall’ex ribelle Sanqor riuscì a vincere inseguendo Sanqor fino ad Homs. Il resto dell’esercito mongolo venne sconfitto e si ritirò oltre l’Eufrate ma Qalawun aveva avuto perdite tali che non gli consentirono l’inseguimento. Rinunciò anche a vendicarsi degli armeni. Arrivata la notizia della sconfitta dei Mongoli, Carlo d’Angiò inviò un messaggio di felicitazioni a Qalawun mentre Edoardo d’Inghilterra si infuriò con Ugo e Boemondo che non erano intervenuti a sostegno dei Mongoli. Insomma un vero esempio di cristianità unita negli stessi fini e per maggior gloria di Dio.

         La sera del 30 marzo 1282, nel periodo in cui d’Angiò trasferiva la capitale del regno da Palermo a Napoli, in Sicilia scoppiò una violenta rivolta contro Carlo d’Angiò (i Vespri) per i suoi metodi arroganti e tutti i francesi dell’isola furono ammazzati dalla sana ira popolare. I Vespri non devono essere però pensati come un fatto locale perché essi influirono su tutta la politica angioina facendo capire al mondo che era costruita sulla carta e che tutte le aspirazioni dei d’Angiò sul Mediterraneo erano fantasticherie. Poco dopo il Regno di Napoli cessò di essere una potenza mondiale. Il papato, con il miserabile Papa francese Martino IV eletto per gli intrighi di d’Angiò, ebbe violente ripercussioni negative per essere stato al fianco di d’Angiò inoltre si svenò per tentare di mantenere al potere quella infame casata fino all’assurdo di bandire una crociata contro Pietro III d’Aragona che avrebbe tratto vantaggi dalla rivolta. Ogni progetto di espansione angioina sui Balcani dovette essere abbandonato. Ed a Bisanzio Si fece un grande sospiro di sollievo perché sapevano bene che Carlo d’Angiò puntava su quell’Impero. Inoltre tutta la catena di conseguenze dei Vespri rendevano Bisanzio non più necessitata dell’aiuto del Papa e quindi cadeva la sottomissione che prima serviva a far calmare d’Angiò per intervento papale rispetto alle sue pretese su Bisanzio. Carlo provò a vendicarsi sulla Sicilia attaccando con ingenti forze Messina ma fu sbaragliato ed umiliato davanti al mondo da una ferma ed eroica resistenza popolare. Questi eventi apriranno la strada alla cacciata francese ed all’avvento spagnolo, a partire dal citato Pietro III d’Aragona. Si deve notare che dietro la rivolta vi fu la preparazione politica fatta, oltreché dai principali esponenti della nobiltà siciliana, dallo stesso Pietro III, dai ghibellini cacciati ed oppressi nell’isola e, soprattutto, da Michele VIII Paleologo, Imperatore di Bisanzio, che, in questo modo, allontanava l’attenzione di Carlo d’Angiò dal suo Impero.

         Le ripercussioni in Palestina furono immediate perché Ruggero di San Severino si trovò isolato e privo di qualsiasi appoggio. Carlo d’Angiò lo richiamò in Italia ed gli partì verso la fine del 1282 lasciando come suo rappresentante Oddone Poilechien. I mamelucchi d’Egitto accolsero la notizia con sollievo: Carlo li impensieriva e le sue gravissime difficoltà lasciavano la Palestina in loro balìa. Comunque Qulawun aveva al momento altre preoccupazioni ed offrì ad Oddone una tregua decennale che Oddone accettò subito (giugno 1283). Ugo per parte sua tentò di riprendere il Regno e fece varie operazioni che ebbero un qualche successo solo perché vi furono le morti dei principali possibili oppositori: Boemondo, Giovanni di Monfort, Honfroi. Egli stesso morì il 4 marzo 1284. Gli successe il figlio Giovanni di 17 anni che fu incoronato re di Cipro a Nicosia e re di Gerusalemme a Tiro. In realtà aveva una qualche influenza solo su Tiro e Beirut. Il giovane re morì un anno dopo, il 20 maggio 1285. Gli successe suo fratello Enrico II di 14 anni che fu incoronato solo re di Cipro. Ma Qalawun si preparava ad attaccare qui franchi che non erano più protetti da tregua. Iniziò con la fortezza degli Ospitalieri di Marqab in aprile del 1285 ed essa, dopo una lunga resistenza, capitolò il 25 maggio. I cittadini di Acri si spaventarono perché questa notizia arrivava insieme a quella della morte di Carlo d’Angiò e dell’impegno del suo erede Carlo II di Napoli in guerre in Europa. In Terra Santa nessuno sarebbe intervenuto a loro difesa e, quanto meno, era indispensabile un capo. Enrico II, consigliato dagli Ospitalieri, mandò ad Acri un suo inviato, Giuliano le Jaune per trattare sulla autorità regale del medesimo Enrico II. Tutti furono d’accordo meno Oddone sostenuto dal contingente francese. Enrico giunse ad Acri e l’incoronazione tardò per l’opposizione di Oddone che poi fu convinto dall’ira generalizzata contro di lui. Il 15 agosto Enrico fu incoronato ad Acri Re di Gerusalemme. Dopo i festeggiamenti Enrico tornò a Cipro lasciando come suo rappresentante suo zio Baldovino di Ibelin.

         Qalawun non si decideva a chiudere le vicende della Palestina togliendo di mezzo i cristiani perché vi era sempre la sottile minaccia mongola ma la notizia che Abaqa era morto il 1° aprile 1282, lo spinse subito ad agire anche perché l’erede di Abaqa, Tekuder, si era ufficialmente convertito all’Islam assumendo il nome di Ahmed ed il titolo di sultano ed inviando ambascerie al Cairo per fare un trattato d’amicizia con Qalawun. La cosa durò poco perché Tekuder venne cacciato ed assassinato mentre il potere passava all’altro figlio di Abaqa, Arghun che si mosse come suo padre da filo cristiano. Arghun sapeva che senza un accordo con l’Occidente non si sarebbe potuto far nulla ed allo scopo inviò un suo colto ambasciatore cristiano in Europa. Egli visitò Napoli dove si rese conto di guerre in corso tra aragonesi e napoletani. Passò a Roma dove parlò con i 12 cardinali che avrebbero dovuto eleggere il nuovo Papa dopo la morte di Onorio IV e rimase scandalizzato dalla loro ignoranza e piccineria: invece di parlargli della politica in Terra Santa lo interrogavano su questioni di fede e basta. Passò a Genova dove fu accolto molto bene, quindi in Francia da Filippo III che gli riservò una eccellente accoglienza e disponibilità per una alleanza, infine a Bordeaux dove risiedeva nei suoi territori francesi, Edoardo d’Inghilterra, anch’egli molto ben disposto ad una alleanza. Tutti però, quando si trattò di fissare date, tergiversarono. Tornando verso la sua terra, l’ambasciatore mongolo ripassò per Roma dove era stato eletto Papa nel febbraio 1288 Niccolò IV che tra i suoi primi atti volle riceverlo dimostrandosi molto ben disposto verso di lui anche se non poteva dargli una qualche data per una nuova crociata. L’ambasciatore si era reso conto che dall’Europa non ci si poteva più aspettare nulla perché su di essa aleggiava il sinistro spettro di d’Angiò e lo spirito di vendetta del papato. Lo spirito crociato, la liberazione della Terra Santa dagli infedeli, il trionfo della cristianità, … tutto ciò  moriva per interessi, soprattutto dei papi, molto più terreni. L’ambasciatore riferì con cura ad Arghun quanto osservato. Arghun restò stupito dai cristiani che dopo infinite dichiarazioni contro gli infedeli non facevano nulla contro di essi. Inviò allora un nuovo messo, il genovese Buscarello di Gisolfo, da lungo tempo stabilitosi nelle terre di Arghun, per comunicare a Filippo, Edoardo e Niccolò che sarebbe partito con un esercito contro la Siria nel gennaio del 1291. La spedizione avrebbe avuto successo solo se i cristiani d’Occidente avessero fornito sostegno materiale. Di fronte alle elusive risposte o non risposte, Arghun inviò ancora un’ambasciata, anch’essa però fallita. Intanto era morto Arghun.

         In Terra Santa continuavano più che mai le lotte intestine ora arricchite da vere battaglie navali tra pisani e genovesi. Qalawun si riprese Lattakieh, al di fuori di ogni tregua, perché serviva come porto musulmano. Alcuni cristiani, forse veneziani, fecero sapere a Qalawun che i genovesi puntavano ad impadronirsi di Tripoli e che se ciò fosse avvenuto avrebbero dominato tutti i commerci del Levante oscurando altri porti come quello di Alessandria. Costoro invitarono il sultano ad intervenire. Questa sollecitazione di intervento permise a Qalawun di rompere la tregua con Tripoli di preparare un grande esercito che si mise in marcia senza rivelare la meta. Verso la fine di marzo del 1289 lo sterminato esercito di Qalawun si presentò sotto le mura di Tripoli. L’evento drammatico, finalmente fece unire tutte le differenti fazioni. Iniziò l’attacco con una gran quantità di macchine che bombardarono le mura incessantemente e, quando la città stava per cadere, i veneziani caricarono tutte le loro merci sulle navi e scapparono. I genovesi seguirono subito dopo ed i cristiani restarono impauriti. Il 26 aprile 1289 le truppe mamelucche entrarono in città. Ogni uomo che non si fosse salvato fuggendo su navi di fortuna fu ucciso all’istante mentre le donne ed i bambini furono presi in schiavitù. La città fu saccheggiata e Qalawun subito dopo ordinò di raderla al suolo per evitare che i franchi con la loro superiorità in mare la potessero riprendere. La contea di Tripoli era finita.

         La caduta di Tripoli impressionò molto l’Occidente ed il papato ipocrita ma ancora di più Acri che ormai si aspettava medesima sorte perché la tregua poteva essere violata e solo qualche cristiano fosse andato a dire al sultano che si ordiva un qualche complotto contro di lui. Insomma la situazione era estremamente critica e pericolosa. Il Papa, e come no !, scrisse a tutti i Re cristiani per implorarli ad intervenire. Mentre Genova, che con la caduta di Tripoli aveva perso moltissimo, attaccò per rappresaglia una nave musulmana e la cittadina di Tineh sul delta del Nilo. Qalawun impedì allora l’ingresso alle navi genovesi al porto di Alessandria. I genovesi allora si affrettarono a far la pace con il sultano.  Agli appelli disperati del Papa intanto rispondeva solo il nord d’Italia e non il nord dei nobili ma quello dei disperati, dei poveri, di coloro che speravano di tirare fuori un qualche bottino. Una discreta massa di persone era disponibile ed il Papa, in assenza di meglio, mise questa massa al comando del vescovo di Tripoli, profugo a Roma. A costoro si associarono i veneziani che erano felici della cacciata dei genovesi da Tripoli ma temevano che qualcosa di analogo accadesse anche a loro ad Acri. Il Papa contribuì dando una somma in denaro. Appena la piccola flotta salpò in direzione di Tripoli  si aggiunse un piccolo contingente del Re Giacomo d’Aragona che voleva partecipare anche se era in guerra con il papato e con Venezia.

         Acri aveva ripreso la sua vita e soprattutto i floridi commerci con Damasco. Tutto marciava bene finché, nell’agosto del 1290, non arrivarono i crociati italiani che crearono subito problemi con il loro essere disordinati, ubriaconi, corrotti e non soggetti ad alcuna disciplina. Iniziarono ad attaccare come infedeli i pacifici mercanti e contadini musulmani. A seguito di una rissa tra italiani ubriachi e musulmani si arrivò ad ammazzare tutti i musulmani che si incontravano per strada, individuandoli per la barba con la conseguenza che furono ammazzati anche molti cristiani indigeni. Questa notizia arrivò al sultano che, prima, chiese gli fossero consegnati i responsabili, quindi, visto il diniego in tal senso, decise fosse venuto il momento di sbarazzarsi dei cristiani in Palestina. L’accaduto era una violazione della tregua e Qalawun decise di preparare l’esercito egiziano in segreto ordinando a quello siriano di avanzare verso la costa della Palestina comunicando però che avevano per destinazione l’Africa.

         I cristiani di Palestina ebbero però motivo per essere felici: il 10 novembre 1290 Qalawun era morto ! Ma in punto di morte fece giurare a suo figlio, il valido erede al-Ashraf Khalil, di continuare la campagna contro i cristiani di Palestina. Ma la stagione era troppo avanzata perché fosse continuata la campagna che fu rimandata alla primavera del 1291. Il governo di Acri, avuta ormai certezza di piani dei mamelucchi inviarono un’ambasceria al Cairo per chiedere una tregua. Khalil non volle riceverla e gettò tutti i suoi membri in prigione dove non sopravvissero a lungo.

         A marzo del 1291 l’esercito mamelucco, carico di macchine d’assedio, si mise in marcia verso Acri dal Cairo, da Damasco e dal Krak. Il 5 aprile i mamelucchi erano sotto la doppia cinta di mura di Acri. Nella città erano stati tutti mobilitati ma il numero totale era comunque molto inferiore a quello degli attaccanti. Le donne ed i bambini furono imbarcate ed inviate a Cipro. Il 6 aprile iniziò l’assedio con un bombardamento continuo delle mura. Oltre alle grandi pietre scagliate dai mangani e dalle catapulte, vennero impiegate anche delle terracotte piene di miscela esplosiva.  Gli arcieri non smisero di inviare nugoli di frecce dentro la città. I genieri iniziavano l’opera di scavo delle mura e sotto di esse. La città disponeva della uscita in mare da cui arrivavano rifornimenti, anche se non sufficienti in armi.

Acri nel 1291


         Si tentarono delle sortite ma tutto finiva in grandi disastri con morti in quantità. Alcuni rinforzi furono portati con 40 navi da Re Enrico il 4 maggio. Il Re inviò ambasciatori per chiedere una tregua. Il sultano chiese solo se avevano portato le chiavi della città. Il 18 maggio fu aperta una breccia nelle mura ed i mamelucchi su incitamento del sultano sciamarono dentro Acri. Vi furono combattimenti violentissimi ma ormai ogni speranza era perduta. Vi furono alcuni cristiani che da questa tragedia trassero guadagni. Si facevano pagare quantità enormi di denaro a coloro che cercavano salvezza sulle navi presenti nel porto. In particolare vi fu il templare catalano Roger de Flor, un valoroso combattente, che costruì la sua fortuna chiedendo somme esorbitanti alle nobildonne di Acri che volevano salvarsi sulla sua galea. Vi furono stragi inenarrabili di ogni abitante trovato per strada, molti furono tratti in schiavitù, molti altri furono gettati in galera essendo rilasciati solo dopo una decina d’anni. Appena la città fu in potere di Khalil (il 28 maggio cadde l’ultimo residuo di resistenza, la fortificata torre del Tempio), fu fatta distruggere affinché non potesse mai più essere una testa di ponte per attaccare le zone interne.

         Presa Acri caddero subito tutte le altre città franche, Tiro, Sidone, Beirut, Haifa, Tiortosa e Athlit. Furono incendiati i monasteri del Monte Carmelo e per alcuni mesi le truppe del sultano percorsero in  lungo ed in largo tutta la costa distruggendo tutto ciò che sarebbe potuto risultare di una qualche utilità per i franchi. Furono abbattuti i frutteti, distrutti i sistemi di irrigazione. L’antica , compiacente tolleranza dell’Islam verso il Cristinesimo era finita. I profughi scampati a Cipro ebbero anch’essi vita grama come dei miserabili profughi indesiderati verso i uali la simpatia diminuiva sempre più con il passare del tempo.

         Era finita l’esistenza dei cristiani in Terra Santa.

INTANTO A ROMA …

         Abbiamo lasciato le vicende del papato a quando il Papa Innocenzo IV si accorda con Manfredi che fa il gesto della sottomissione. Vediamo qual è il seguito delle vicende in seno alla stessa Chiesa.

         Dopo che Manfredi si era sottomesso, il Papa dominava su quasi l’intera Italia, dalla Toscana alla Sicilia. Ma Manfredi organizzava al Sud tumulti ritrovando alleanze con i saraceni ed il Papa inviò il suo esercito che fu sonoramente sconfitto a Foggia (1254). Appena avuta la notizia Innocenzo IV morì. Fu subito eletto Papa un nipote di Gregorio IX, con il nome di Alessandro IV (1254-1261) del quale Gregorovius scrive: “Un papa che non si curava di guerre, un signore corpacciuto e bonario, giusto e timoroso di Dio e però amante del denaro e debole”. Insomma ci capiva poco della tela di problemi da affrontare. Sapeva però qual era il metodo usato dai predecessori e quindi scomunicò subito Manfredi. Poi cercò alleanze in tutta Europa saltando sconclusionatamente da un regno ad un altro, promettendo elezioni ad imperatore a questo ed a quello (e per fare ciò aveva dovuto ripudiare il figlioccio Corradino), fino ad un’altro scontro armato con Manfredi, perso di nuovo disastrosamente. In poco tempo perse tutto ciò che i predecessori avevano accumulato. Manfredi era tornato potente al Sud, dove aveva esteso i territori che governava a danno di quelli della Chiesa. La stessa Roma era governata nell’interesse del popolo da un senatore, Brancaleone degli Andalò, che marciava per suo conto indifferente alle indicazioni della Chiesa e a trame organizzate da nobili seguaci del Papa. Nel 1260 i Comuni guelfi fedeli alla Chiesa furono sconfitti nella battaglia di Montaperti (Toscana). Insomma un vero disastro per la Chiesa che vide questo inutile incompetente chiudere la sua vita nel 1261. Ma prima di morire doveva colpire ancora scrivendo una bolla in cui certificava che le stimmate di San Francesco erano vere e chi lo avesse negato sarebbe stato scomunicato.

        Il successore è il francese di umili origini, Papa Adriano IV (1261-1264) che dovrà operare fuori di Roma, città ormai sfuggita di mano ai Papi, anche se con due fazioni in lotta ormai definibili guelfa e ghibellina. Seguendo una delle tante indicazioni di Alessandro, il nuovo Papa cercò accordi con il francese Carlo d’Angiò, fratello del Re. A costui offrì la corona di Sicilia e la carica di senatore a Roma (un modo per dire: se liberi questi luoghi li puoi gestire). La manovra riuscì e Roma passò in mano guelfa anche se il Papa non si azzardava a mettervi piede, cosa che avrebbe fatto solo quando Carlo si fosse deciso a venire in città per prendere possesso della sua carica senatoriale. Ma prima che ciò avvenisse Adriano morì non senza aver operato una riforma della liturgia del Corpus Domini secondo le visioni straordinarie dell’invasata Giuliana di Liegi. Gli inni per la funzione furono incaricati a Tommaso d’Aquino (1225-1274).

        Un altro francese fu eletto dopo Adriano, Papa Clemente IV (1265-1268). Subito si impegnò a realizzare quanto lasciato in sospeso dal predecessore. Carlo d’Angiò scese a Roma dove assunse la carica di senatore e si apprestò alla riconquista della Sicilia. Per farlo occorreva un esercito che fu finanziato con le elemosine della Chiesa e con prestiti usurai che fecero scendere il suo prestigio, per essere scesa a tali mercanteggiamenti non consoni all’evangelica dignità. Finalmente fu messo insieme un esercito di 30 mila uomini, in gran parte delinquenti in attesa di fare razzie e violenze varie, comunque insigniti come crociati dal Papa, che permise l’incoronazione a Roma, da parte di cardinali delegati, di Carlo Re di Sicilia (1266). Manfredi fu sconfitto a Benevento, morì in battaglia e fu fatto seppellire sotto un cumulo di pietre. Ma il santo Padre, vero spirito cristiano vicino al messaggio evangelico, lo fece disseppellire, portare al di fuori del regno ed abbandonare privo di sepoltura perché, ahimé, scomunicato. Carlo d’Angiò entrò vincitore a Napoli infischiandosene dell’aiuto promesso al Papa per il rientro a Roma. Senza mezzi economici, iniziò al Sud una politica di rapina gravando oltremodo di tasse le popolazioni, depredando anche, e ciò è buono, le terre del pontefice il quale strillava da Perugia sul non rispetto dei patti. In realtà Carlo d’Angiò non era diverso da altri regnanti e se possibile era molto più avido. Ma il Papa non osava di più perché era entrato nella maggiore età il figlioccio misconosciuto del Papa, Corradino di Svevia che si era autoproclamato Re di Sicilia con il sostegno dei principi tedeschi. Tra l’altro Corradino si era alleato con Enrico di Castiglia, fratello di  Alfonso di Castiglia  pretendente al trono di Germania. Iniziò un periodo turbolento di lotte e guerre che vide gli schieramenti cambiare  a seconda delle circostanze e delle opportunità. Il Papa dovette sostenere il suo amichetto Carlo d’Angiò addirittura offrendogli la signoria delle terre della Chiesa in Toscana pur di difendersi dallo scomunicato (sic!) Corradino che era invocato da tutti i ghibellini d’Italia ed acclamato Re in moltissime rivolte scoppiate in Puglia e Sicilia. Roma era andata in mano ad Enrico di Castiglia e, nonostante i tentativi di far insorgere la popolazione, non vi fu nulla da fare mentre Corradino marciava su Roma a tappe forzate (1267) accolto con giubilo da tutte le popolazioni incontrate dalle quali Carlo d’Angiò era scappato. Lo scontro tra i due eserciti avvenne vicino a Tagliacozzo e Corradino fu sconfitto (1268). Tentò la fuga ma fu catturato da un Frangipane che lo consegnò a Carlo che lo fece giustiziare in mezzo alla piazza centrale di Napoli per lesa maestà. Il Papa, sempre da buon cristiano, negherà la sepoltura ai giustiziati da Carlo. Questo santo Padre moriva un mese dopo, nel 1268. In compenso si impegnò per far partire una Ottava Crociata per riprendere Gerusalemme. A questa ennesima avventura si interessò solo il Re di Francia Luigi IX ed il fratello Carlo d’Angiò. Con Clemente finiva un pontificato sfacciatamente orientato verso il Paese d’origine del pontefice. Una degradazione totale della Chiesa ridotta a  mercato di influenze con Carlo d’Angiò che si occupò solo degli affari propri. La Chiesa risultava in stato di completo abbandono ed il fratello del Re di Francia giocava ad essere sovrano di un regno, compresa Roma, che un Papa gli aveva graziosamente regalato.

         Seguirono dei Papi meno importanti che continuarono esattamente come i predecessori barcamenandosi tra Carlo d’Angiò, il Regno di Francia, l’Impero tedesco (ogni tanto Sacro Romano), i nobili romani sempre più con ganasce possenti, vari e differenti rapporti con Paesi stranieri come la Spagna e l’Inghilterra ma anche con l’Impero d’Oriente, ormai ridotto a molto poco. Sul francese Martino IV (1281-1285) vi è qualcosa da dire. Il potere di d’Angiò, con lui, crebbe a dismisura e con d’Angiò avanzò il partito guelfo. Ogni posto importante e di responsabilità in Italia fu occupato da francesi ad esclusione della Romagna in mano al ghibellino Guido da Montefeltro. Una ventata di liberazione vi fu in Sicilia con i Vespri Siciliani (31 marzo 1282), provocati da Michele VIII Paleologo, Imperatore di Bisanzio per distogliere l’attenzione di d’Angiò su Bisanzio, che videro la sollevazione dell’isola contro il Re bandito francese. Lo sciocco Martino avrebbe potuto approfittare per riportare la Sicilia sotto il suo dominio ma l’essere francese ebbe il sopravvento sull’essere Papa e si schierò con il bandito d’Angiò scomunicando (non viene da ridere ?) i siciliani. E le scomuniche crebbero ed investirono anche Pietro d’Aragona che i siciliani avevano scelto come loro sovrano. Alla sua accettazione dell’offerta, Martino bandì una crociata contro la Sicilia (anche qui occorre rendersi conto delle idiozie cui arrivarono i Papi). L’altra sciocchezza di tanto Papa si ebbe quando offrì a Carlo di Valois, figlio del Re di Francia, il Regno d’Aragona come feudo (1284). Costui, per prendere possesso di questo feudo, andò in guerra e la flotta francese subì una sonora sconfitta da parte di quella aragonese al comando di Ruggero di  Lauria, il quale Lauria aveva già sconfitto i francesi di d’Angiò catturando il figlio di Carlo. La conseguenza drammatica di ciò, drammatica per Carlo, fu che, alla sua morte nel gennaio del 1285, si ritrovò senza eredi. Intanto l’Inquisizione operava in tutta Europa e Niccolò IV (1288-1292) emanò la decretale Ad extirpanda, in cui vennero definite le competenze e l’ambito d’azione degli inquisitori, svincolati dalle giurisdizioni diocesane e direttamente sottoposti all’autorità papale (ammettendo, per la prima volta, anche l’uso della tortura).

        Alla morte di Niccolò IV, ripresero le lotte tra famiglie a Roma per l’elezione del successore. Le famiglie emergenti erano gli Orsini ed i Caetani (discendenti da Papa Gelasio II che avevano accumulato per questo un’enorme quantità di terre e mezzi finanziari a non finire), resta potente quella dei Colonna. Gli Orsini avevano legami con i Caetani, ambedue erano acerrimi nemici dei Colonna. Non ci fu modo di accordarsi per oltre due anni. Finalmente a Benedetto Caetani venne in mente di eleggere un santo uomo, Pietro Angelieri detto da Morrone, un eremita che non aveva nulla a che fare con il mondo depravato delle gerarchie. Questo personaggio aveva iniziato come benedettino ma aveva poi avuto inclinazioni mistiche ed ascetiche non conciliabili con il mondo della regola di San Benedetto. Aveva quindi chiesto a Papa Gregorio X di poter operare come ramo dell’ordine benedettino (i celestini). Ottenuto il permesso si era ritirato con i suoi seguaci sulle pendici del Monte Morrone vicino Sulmona da dove venne ripescato, sembra, per manovre messe in atto dal cardinale Benedetto Caetani. La riunione dei cardinali che doveva eleggere il Papa votò per questo eremita che era all’oscuro di tutto e che fu informato da una delegazione di tre vescovi che si arrampicarono verso l’eremo per comunicargli che era stato eletto Papa.  Tralascio ogni descrizione della sorpresa e dico solo due cose su un pezzo della storia che è ancora molto emozionante. Pietro da Morrone, appena eletto  ma ancora non consacrato, assunse il nome di Papa Celestino V (1294). Accorsero nell’eremo Carlo II d’Angiò(8) (figlio del più volte citato Carlo d’Angiò) e suo figlio Carlo Martello che Celestino aveva fatto chiamare per essere guidato. I cardinali elettori convocarono il nuovo Papa a Perugia per la consacrazione ma egli decise (insieme a Carlo II) di essere consacrato all’Aquila. Celestino si avviò a tale cerimonia vestito di cenci e su un asino che era tenuto per le briglie da un Re, Carlo II, ed un Principe, Carlo Martello, con un seguito di frati e povera gente festante. Nella fantasia popolare e non solo sembrò un volo nel passato, a quasi 1300 anni prima quando Gesù entrò in Gerusalemme.

        Le poche cose che decise Celestino (ripristino dell’elezione del Papa secondo quanto stabilito da Gregorio X, accordo con la casa di Aragona per la restituzione ai d’Angiò della Sicilia, nomina di cardinali in maggioranza francesi, trasferimento della curia a Napoli) furono dettate da Carlo II. Forse gli bastò questo a Celestino per capire che non poteva fare il Papa dove la dirittura morale non contava nulla e dove, soprattutto, non vi era posto per il Vangelo. Decise di andarsene trovando il sostengo giuridico, e non solo, di Benedetto Caetani. Volle tornarsene nel suo eremo ed all’inizio vi riuscì. Poi il Caetani fu eletto, con simonia, come Papa Bonifacio VIII (1294-1303) e cominciarono i problemi del povero eremita. Bonifacio intuiva che la sua elezione poteva essere invalidata dagli avversari ed allora fece ricercare, imprigionare nella sua fortezza di Fumone (vicina ad Alatri, Ferentino ed Anagni), e quindi (secondo vari storici) avvelenare il povero Celestino che da persona per bene osò diventare Papa senza immaginare che quello è un ufficio per delinquenti come Bonifacio.

        Il giudizio su Bonifacio, nonostante l’ultimo aggettivo, è ancor oggi in predicato perché su di lui si scatenò ogni malvagità da un Papa successore al servizio del Re di Francia, Filippo il Bello. Si può quindi dire che la fonte della denigrazione, fondata o no che sia, resta comunque di un altro Papa.

        Il primo atto di Bonifacio fu il riportare la sede papale da Napoli a Roma anche per sottrarre il papato dall’influenza dei d’Angiò. Quindi dichiarò nulle tutte le decisioni di Celestino. Iniziò poi una vera crociata per stabilire una volta per tutte che il primato del potere temporale e spirituale era solo della Chiesa. La sovranità del Papa è plenitudo potestatis e nessuno può condizionarla. Questa concezione, che Rendina definisce a ragione medioevale, fu portata avanti da un insieme di Bolle a cominciare dalla Clericis laicos del 1296 in cui si scomunicava chi avesse chiesto tasse ai chierici senza il consenso della Chiesa e si minacciava l’interdetto al Paese che l’avesse fatto. Stessa pensa di scomunica ai chierici che avessero pagato tasse ad un potere civile (cos’è cambiato 700 anni dopo ?). Seguirono altre bolle ma iniziò, particolarmente in Francia, una fortissima ostilità verso queste decisioni. Iniziarono a circolare libelli contro Bonifacio in cui si iniziava a considerarlo eretico riguardo al suo preteso non credere all’immortalità dell’anima. Un primo rimedio per calmare i francesi fu trovato da Bonifacio nel canonizzare (sic !) Luigi IX, nonno di Filippo il Bello, e permettere alla Francia di riscuotere le loro tasse anche ai chierici (1297). Ma la cosa durò poco. In Italia i Colonna che speravano in Filippo il Bello (per ora accontentato), che erano rappresentati da due cardinali, erano scatenati contro Bonifacio affermando pubblicamente che la sua elezione era nulla perché le dimissioni di Celestino non avevano alcun senso giuridico e facendo sottoscrivere a vari ecclesiastici un documento (manifesto di Lunghezza) in cui il Papa si dichiarava decaduto. Il Papa reagì non cristianamente destituendo i due cardinali Colonna con una bolla che inveiva contro la loro dannata stirpe e dannato sangue che dall’alto del suo soglio egli avrebbe voluto sterminare per non avere più a che fare con la loro superbia e disprezzo. Seguirono violenze incrociate con il Papa che fece sequestrare tutti i beni dei Colonna e distruggere tutti i loro castelli e fortezze. Naturalmente vi fu anche la scomunica agli ex cardinali che si rifugiarono in Francia alla corte di Filippo. Bonifacio usciva però mal messo dalle concessioni a Filippo il Bello proprio perché a tanta richiesta di primato seguiva un cedimento così grande ad un Re laico.

        Intervenne a questo punto una invenzione geniale che doveva servire e servì a distrarre l’attenzione dei popoli e che riportò sostegno ad una Chiesa che traballava sotto i colpi dei differenti poteri temporali. Bonifacio VIII inventò l’Anno Santo, il Giubileo. Esso fu indetto per l’anno 1300 con la Bolla Antiquorum habet fidem. Si dava indulgenza plenaria a chiunque in quell’anno o in ogni centesimo anno avesse visitato le Basiliche di San Pietro e San Paolo a Roma. Roma si riempì di pellegrini che versarono oboli in gran quantità alle casse della Chiesa sempre più bisognose e Bonifacio riacquistò credibilità e rispetto almeno per quell’anno, finito il quale ricominciò la dura lotta con la Francia. Filippo il Bello era l’immagine speculare laica di Bonifacio, anch’egli credeva che sopra al suo potere non ve ne fosse un altro. Vi furono lotte furibonde che ebbero un momento culminante nel tentativo di arrestare Bonifacio da parte di un inviato di Filippo il Bello, Guglielmo di Nogaret. Costui, insieme ad un Colonna, si recò alla residenza papale ad Anagni e qui sembra abbia schiaffeggiato il Papa con il suo guanto di ferro. Nogaret voleva incatenare Bonifacio e portarlo in Francia, l’altro voleva ammazzarlo seduta stante. La mancanza di accordo salvò la vita al Papa.

        In ogni caso quell’affronto, per di più da un Re straniero, sollevò il popolo che assaltò il castello dove Bonifacio era tenuto prigioniero e lo liberò. Protetto dagli Orsini tornò a Roma, la città nella quale aveva fondato l’Università della Sapienza (Studium Urbis) nel 1303 anno in cui morì, secondo un cronista dell’epoca, impazzito (Carlo d’Angiò, quando fu senatore della città nel 1265, era in procinto di fondare una Università a Roma, lo Studium generale, richiamandosi ad un decreto di Innocenzo IV che prevedeva però solo un Scuola Palatina al seguito degli spostamenti dei Papi. Nello Studium, laico da non confondersi con quello domenicano in cui insegnò teologia Tommaso d’Aquino, dovevano essere insegnate arti, diritto civile e canonico). Scrive di lui Gregorovius:

Rare volte un papa ha avuto intorno a sé tanti nemici e tanti amici, e raramente è accaduto che su altri pontefici i contemporanei ed i posteri i siano pronunciati con tanta veemenza. Sebbene le passini partigiane abbiano alquanto deformato i diversi giudizi, tuttavia si può dire che nel complesso rimane fermo questo: Bonifacio VIII fu uomo dotato di molte qulità, tutte proprie di un despota. Gli mancò ogni autentica virtù dello spirito: ebbe indole collerica, autoritaria, senza lealtà né coscienza. Amante del lusso e dei tesori del mondo, fu altero ed avido di dominio. […] Fu l’ultimo papa a concepire l’idea della Chiesa gerarchica dominatrice del mondo con l’arditezza che aveva informato il pensiero di Gregorio VII e di Innocenzo III. Di costoro però Bonifacio non fu che una triste reminescenza: egli non portò a compimento nulla di grande e i suoi sforzi ambiziosi invece che ammirazione suscitano in noi un ironico sorriso.

        Rendina chiosa ricordando la sua narcisistica idolatria:

Nessun Papa prima di lui si fece immortalare ancor vivo in un così gran numero di statue di marmo e bronzo, tuttora visibili ad Orvieto, Bologna, Firenze, Anagni e nel Laterano, senza contare l’affresco di Giotto che lo tramandò ai posteri mentre leggeva dalla loggia di San Giovanni la bolla di proclamazione del Giubileo. Questa mania non costituisce un semplice peccato di debolezza, nel segno di una smodata ambizione della fama postuma; è boria e superbia in un’autentica divinizzazione della propria persona. La colpa più grave in cui potesse incorrere colui che in effetti avrebbe dovuto essere, secondo le parole di San Gregorio Magno, servus servorum Dei.

LA DELINQUENZA DEI PAPI FRANCESI

        Per l’elezione del successore di Bonifacio si mobilitarono gli eserciti di mezza Europa che confluirono a Roma. I cardinali nominarono in fretta il nuovo Papa Benedetto XI (1303-1304) prima che vi fossero influenze esterne e scontri militari. Iniziò lo smantellamento delle bolle di Bonifacio contro Filippo ma anche la pubblicazione (1304) di una bolla che scomunicava Nogaret per l’offesa al Papa e che faceva intendere che il mandante era Filippo. La cosa non piacque a quest’ultimo che approfittò della golosità del Papa per i fichi per (probabilmente) avvelenarlo appena un mese dopo dalla bolla.

        Seguì un conclave diviso in due fazioni che impiegò oltre un anno a scegliere un successore. La vinse Filippo il Bello che nominò un suo uomo, un vero Papa al guinzaglio: il francese Clemente V (1305-1314).

        Basta poco per dire di questo personaggio che lavorava esclusivamente per il Re di Francia. Intanto trasferì il trono di Pietro, assegnato al vescovo di Roma, in Francia (Lione, Cluny, Poitiers, Bordeaux) dove vi rimase per 70 anni. Quindi abrogò ogni norma e scomunica che riguardasse il Re di Francia ed i suoi collaboratori. Creò gran quantità di cardinali francesi in modo da avere sempre la maggioranza nel collegio dei Cardinali. Infine lavorò in quanto ho accennato qualche riga più su: screditare ogni azione ed ogni atto di Bonifacio VIII. E già che c’era lavorò anche per sé e la famiglia:  almeno cinque suoi familiari entrarono tra i cardinali, molti ebbero episcopati di prestigio ed i rimanenti ricchi benefici. La politica a sostegno di Filippo il Bello emerge in modo particolare nelle azioni di questo servo docile contro l’Ordine dei Templari. Quest’Ordine, molto in breve, era stato costituito,  con una regola scritta da Bernardo di Chiaravalle, durante le Crociate che ormai erano finite. I Templari erano la banca, la cassaforte delle Crociate. Ogni offerta, ogni denaro che, almeno in linea di principio, fosse servito per la Crociata confluiva nei loro forzieri. Era un Ordine ricchissimo che disponeva, soprattutto in Francia, di una gran quantità di edifici, di conventi, che traboccavano di ricchezze provenienti anche dalla Terra Santa. Inoltre con l’inizio dei commerci tra il Levante e l’Occidente i Templari, che erano conosciuti dalle due sponde ed avevano molte conoscenze e facilitazioni, avevano iniziato un’attività commerciale estremamente redditizia che li vedeva principalmente come una sorta di banchieri di tali commerci. Ma queste ricchezze facevano gola a Filippo il Bello che spinse il Papa a sciogliere l’Ordine. Poiché Clemente aveva paura ad avviare un processo contro Bonifacio VIII e tergiversava, Filippo ebbe buon gioco a barattare le ricchezze dei Templari con la rinuncia al processo.

        Gli strumenti usati da questo Papa, criminale tra i criminali, per carpire ogni cosa ai Templari furono Commissioni collegate all’Inquisizione che dovevano fare attente ispezioni in ogni convento per stabilire i beni di cui l’Ordine disponeva. I commissari e gli inquisitori furono scelti da Filippo e costoro, mediante tortura, estorsero ai massimi rappresentanti dell’Ordine confessioni di eresia che li mandarono tutti al rogo. La decisione definitiva sull’Ordine dei Templari  fu rimandata ad un Concilio che si tenne nel 1311 a Vienne. Testimoni furono gli inquisitori e la sentenza la si conosceva già. Il Papa la scrisse sulla bolla Vox in excelso con lo scioglimento dell’Ordine perché non serviva più e perché molti suoi membri erano eretici. Tutti i beni e le ricchezze dei Templari passarono agli Ordini degli Ospedalieri e dei Giovanniti ma tutti sapevano e sanno che Filippo il Bello prese quasi tutto per sé andando addirittura a vivere nella Torre che i Templari avevano a Parigi. In compenso (anche se la cosa non ha senso) non si fece il processo a Bonifacio ma ormai non serviva perché lo scopo era raggiunto: era stato diffamato a fondo come eretico e simoniaco dallo stesso Papa. Altra perla criminale di questo Papa fu la messa al rogo nel 1307 di Fra Dolcino insieme alla sua compagna Margherita, una storia di crudeltà inenarrabile.

        Il conclave seguente, anche se in terra francese, non fu differente dalle vergogne del passato. Litigi furibondi, nessun accordo, irruzione nella sala delle riunioni di bande armate di guasconi guidate dal nipote del Papa morto. I cardinali italiani (solo 6 su 23, in gran maggioranza francesi) dovettero scappare. Dopo un paio d’anni le fazioni non trovavano accordo anche se un tentativo era venuto da Luigi X (primogenito di Filippo il Bello). Ci riuscì invece Filippo V alla morte di Luigi X, suo fratello. Rinchiuse i cardinali in un convento domenicano a Lione e questi elessero il nuovo Papa, il francese Giovanni XXII (1316-1344). Fu un altro Papa francese, cioè sciovinista e quindi al servizio dei voleri del Regno di Francia, che ai suoi 70 anni fu eletto perché si sperava in una sua celere dipartita. Ma anche in questo tradì chi aveva avuto fiducia in questo evento perché visse fino a 90 anni.

L’ANNIENTAMENTO DEI TEMPLARI

        Alla morte di Papa Benedetto XI nel 1304, il sovrano Francese, Filippo IV detto il Bello, manovrò opportunamente per far eleggere un Papa amico, l’arcivescovo di Bordeaux che divenne Clemente V, un pupazzo in mano a Filippo. Nel 1309 il papato si trasferì ad Avignone per le mire di Filippo che aveva brame smodate di potere. Uno dei problemi che il pupazzo affrontò, su impellente sollecitazione di Filippo, fu quello dei Cavalieri Templari che ci voleva molta fantasia per giudicare eretici. I termini della questione sono chiaramente descritti da Baigent e Leigh:

All’inizio della “cattività avignonese”, con Clemente V, l’Inquisizione si trovò di fronte a una minaccia del tutto nuova: nel passato si era sempre occupata di dare la caccia agli eretici, mentre ora si trovava a dover contrastare la più potente istituzione della cristianità del tempo, i cavalieri templari. I templari si erano originariamente stabiliti in Terra Santa all’inizio del XII secolo, poco dopo la conquista di Gerusalemme, durante la Prima crociata. Già nel 1300 erano diventati una vasta congregazione, con ramificazioni in tutti i paesi: una vera e propria struttura di potere, seconda per ricchezza e influenza solo allo stesso papato. Se, all’inizio, raccoglieva esclusivamente cavalieri e uomini d’armi, oramai poteva contare su un numero anche maggiore di amministratori, burocrati, operai e braccianti. L’ordine usufruiva di immense proprietà terriere, sparse in tutto il mondo cristiano, non solo nell’ orbita della Chiesa di Roma, ma anche di quella greco-ortodossa di Costantinopoli, dalle quali ricavava legname, prodotti della terra, cavalli, bestiame e prodotti d’allevamento. Possedeva anche un certo numero di navi, che servivano per commerciare lana e generi di prima necessità, e per trasportare i pellegrini dalla Terra Santa.

I templari disponevano della più avanzata tecnologia militare del tempo: le loro risorse in fatto di competenza, materiali e numero di uomini ben addestrati superavano quelle di qualunque altro organismo europeo. Inoltre, erano i più grandi banchieri d’Europa, esperti nei trasferimenti di denaro in (e da) ogni paese e nelle complicate transazioni finanziarie per conto di re, ecclesiastici, nobili e mercanti. A essi si ricorreva per le missioni diplomatiche, per la loro capacità di porsi al di sopra delle parti contendenti. Le loro ambasciate non avevano come meta soltanto i potentati cattolici, ma anche la Chiesa bizantina e i rappresentanti militari, politici e religiosi dell’Islam.

Data questa posizione di preminenza, non sorprende che i templari cominciassero a ispirare un sentimento crescente di invidia e di sospetto. Oltretutto, una certa loro alterigia, una buona dose di dispotica arroganza e di superba presunzione davano adito à più di qualche ostilità. Esistevano, poi, ragioni ben più serie di antipatia nei loro confronti, per lo meno da parte della Chiesa. Fin dall’inizio del Duecento, all’avvio della Crociata albigese, papa Innocenzo III aveva duramente criticato l’Ordine templare, avanzando l’accusa di eccessi e persino di apostasia. Oltre a essere sospettati di rituali misteriosi, si diceva che i templari accogliessero tra le loro fila i cavalieri colpiti da scomunica che, in conseguenza di ciò, riacquistavano il perduto diritto di ricevere sepoltura in terra consacrata. Avevano fama di riservare un trattamento irrispettoso ai messi papali e parevano mostrare una sconveniente tolleranza nei confronti di musulmani ed ebrei. Su di loro gravava anche il sospetto di avere, nel corso della Crociata albigese, messo in salvo un gran numero di eretici, iscrivendoli nel loro ordine; anzi, correva voce che addirittura alcuni dei Gran Maestri templari provenissero da autorevoli famiglie catare.

 All’inizio del XIV secolo re Filippo IV di Francia aveva molte buone ragioni per detestare il loro ordine, senza dover aggiungere che ne desiderava ardentemente le ricchezze, perché il bisogno di denaro non gli dava tregua. Già nel 1291 aveva ordinato l’arresto di tutti i mercanti e di tutti i banchieri italiani residenti in Francia, e ne aveva confiscato le proprietà. Nel 1306 aveva scacciato gli ebrei e sequestrato tutti i loro averi. Era quasi inevitabile che finisse per rivolgere la sua attenzione ai templari, come nuova fonte di reddito.

 Ma Filippo IV aveva anche fondati motivi per temerli. Dopo la rioccupazione, nel 1291, della Terra Santa da parte dei musulmani, i templari si erano ritrovati senza casa madre e senza quartier generale. Per un certo periodo si erano stabiliti a Cipro, ma l’isola si era dimostrata insufficiente per le loro grandiose ambizioni. Invidiavano i cavalieri teutonici, un ordine affine al loro che aveva fondato un principato autonomo tra la Prussia e il Baltico, all’estremo Nordest europeo, ben oltre la portata di qualunque imposizione papale. I templari sognavano di creare anch’essi un piccolo dominio, ma più vicino al cuore dell’Europa. Le loro mire si concentravano sulla Linguadoca, che non si era ancora riavuta dalle devastazioni provocate dalla Crociata albigese. La prospettiva di uno stato templare autonomo, indipendente e autosufficiente così vicino al suo regno non deve aver lasciato dormire sonni molto tranquilli al sovrano francese.

 Perciò Filippo aveva più di una scusa plausibile, e persino qualcuna obiettivamente valida, per muovere contro di loro, e per farlo in modo da potere neutralizzare la minaccia che rappresentavano e contemporaneamente impadronirsi delle loro ricchezze. Naturalmente, il fatto di poter contare sull’appoggio del papa gli tornava utile. Non meno utile gli fu l’avere come confessore personale e intimo amico l’inquisitore di Francia, Guglielmo di Parigi. C’erano evidentemente tutti i presupposti per un conflitto e perché Filippo potesse procedere con una patente di inoppugnabile legalità.
Qualche tempo prima, uno dei ministri del re aveva prodotto contro i templari una raccolta di prove, conservate dai domenicani a Corbeil, dalle quali risultava evidente che l’accusa più appropriata, e forse non del tutto infondata, da muovere contro l’ordine sarebbe stata quella di eresia. Il 14 settembre del 1307 vennero recapitate ai funzionari reali di tutta la Francia alcune lettere nelle quali si ordinava di arrestare, il successivo venerdì 13 ottobre, tutti i templari delle relative giurisdizioni. I membri dell’ordine dovevano essere tenuti sotto stretta sorveglianza e in isolamento, e poi portati uno a uno davanti ai giudici dell’Inquisizione. A ciascuno sarebbero stati letti formalmente i capi d’accusa, e a ciascuno sarebbe stato promesso il perdono se avesse riconosciuto le sue colpe e fosse tornato in seno alla Chiesa. Se un templare si fosse rifiutato di confessare, sarebbe stato inviato immediatamente dal re. Nel frattempo, tutte le proprietà dell’ordine dovevano essere requisite e si doveva compilare un inventario completo di tutti i suoi beni mobili e immobili. Anche se emanati dal re, questi decreti erano ufficialmente promulgati sotto l’autorità dell’inquisitore. In questo modo Filippo IV poteva sostenere di agire unicamente per conto dell’Inquisizione e negare qualunque interesse personale nella faccenda. Per completare ancor meglio la trappola, l’inquisitore in persona, Guglielmo di Parigi, inviò ai suoi referenti in tutto il regno un elenco dei crimini di cui erano accusati i templari e le istruzioni per i loro interrogatori.

 Nei mesi che seguirono gli inquisitori dell’intera Francia furono meticolosamente occupati a interrogare centinaia di templari. Molti di quegli sventurati morirono nel corso del procedimento, trentasei nella sola Parigi, altri venticinque a Sens. La maggior parte degli arrestati era o molto giovane e priva di esperienza, oppure anziana, perché un gran numero di appartenenti all’ordine, avvertiti per tempo, riuscirono a salvarsi, e del presunto “tesoro” dei templari che Filippo aveva sperato di espropriare, non fu trovato nulla. O non era mai esistito, o fu messo in salvo di nascosto.
Seguirono sette anni di interrogatori, torture ed esecuzioni, intervallati da processi e ritrattazioni. Nel 1310 quasi seicento templari francesi minacciarono di ritirare le loro confessioni e di difendere il loro ordine di fronte al papa. Quasi settantacinque di loro furono bruciati dall’Inquisizione come eretici abiuri. Alla fine, nel 1312, l’Ordine del Tempio fu ufficialmente sciolto dal papa e, il 19 marzo 1314, due dei più alti dignitari templari, Jacques de Molay, il Gran Maestro, e Geoffroi de Charnay, suo immediato sottoposto, furono bruciati a fuoco lento su un’isola della Senna.
Negli anni che precedettero questo raccapricciante epilogo, le azioni contro i templari furono più assidue nelle zone dove il potere dell’Inquisizione era più forte: in Francia, in Italia, in alcune parti dell’Austria e della Germania. In altre zone la persecuzione dell’ordine fu molto più marginale. In Inghilterra, per esempio, dove l’Inquisizione non aveva mai operato in precedenza, nessuno volle assumersi l’incarico di attuarla. Dunque Filippo IV scrisse a suo genero, l’appena incoronato Edoardo II, e lo esortò a procedere contro i templari. Il re inglese fu contrariato da quell’invito, tanto da scrivere ai sovrani di Portogallo, Castiglia, Aragona e Sicilia, invitandoli a ignorare le pressioni a cui Filippo li stava sottoponendo. Edoardo chiese ai colleghi governanti di non prestare orecchio alle calunnie di uomini di brutto carattere, animati come noi crediamo non dallo zelo della rettitudine, ma da uno spirito di cupidigia e di invidia.

 Pressato dalle ostinate insistenze di Filippo, Edoardo alla fine cedette e, nel gennaio del 1308, compì il gesto simbolico dell’arresto di dieci templari. Non fu fatto nulla per tenerli sotto custodia, al contrario, fu loro permesso di andarsene in giro in abiti secolari e di entrare e uscire liberamente dalle fortezze nelle quali dovevano essere imprigionati.

 Filippo, naturalmente, non rimase soddisfatto. A metà settembre del 1309, quasi due anni dopo i primi arresti in Francia, l’Inquisizione mise piede per la prima volta in Inghilterra, con il proposito specifico di perseguitare i templari, ma il benvenuto che ricevette non fu per nulla entusiastico; Edoardo, inoltre, proibì agli inquisitori di fare uso della tortura, il solo mezzo con il quale potevano sperare di estorcere le confessioni che bramavano. Contrariati, gli inquisitori si lamentarono con il re di Francia e con il papa. Sotto le pressioni di questi due poteri, Edoardo in dicembre acconsentì con riluttanza a sanzionare una tortura “limitata”, ma i carcerieri inglesi non mostrarono per questa pratica la benché minima inclinazione e gli inquisitori continuarono a sentirsi frustrati.

 Nella loro insoddisfazione proposero alcune alternative: i templari avrebbero potuto venire gradualmente privati del cibo, fino a sostentarsi solo di acqua. O forse potevano essere trasferiti in Francia, dove uomini con l’esperienza e l’attitudine adatte avrebbero potuto applicare la tortura in modo adeguato. Edoardo continuò a essere di ostacolo. Solo a metà del 1310, per le rinnovate insistenze del papa, autorizzò controvoglia che venisse usata qualche tortura della intensità richiesta. Alla fine, comunque, in Inghilterra furono arrestati meno di cento templari e si ottennero solo tre confessioni. I tre rei confessi non furono bruciati, ma costretti a fare pubblica confessione dei loro “peccati”, dopo di che vennero assolti dalla Chiesa e mandati in un monastero. In Inghilterra ogni altra accusa mossa contro i templari cadde. Quando l’ordine fu sciolto, quelli che erano rimasti in prigione furono dispersi nei vari monasteri, con un vitalizio per il resto dei loro giorni. Ma, ancor prima, un certo numero di templari inglesi, come già era avvenuto per i francesi, era fuggito in Scozia, che in quel periodo era sotto interdizione papale e il cui re, Robert Bruce, era stato scomunicato. Di conseguenza, le leggi papali non avevano autorità in quel paese e i cavalieri fuggiaschi potevano sperare di trovarvi un rifugio appropriato.

Quel potente ordine cristiano fu così distrutto. Non rimase nulla se non leggende alimentate dalla Chiesa medesima. L’Inquisizione era diventata uno strumento di potere al servizio di sovrani e papi.

NOTE

(1)  LXVII

Circa l’usura dei Giudei

Più la religione cristiana frena l’esercizio dell’usura, tanto più gravemente prende piede in ciò la malvagità dei Giudei, così che in breve le ricchezze dei cristiani saranno esaurite. Volendo, pertanto aiutare i cristiani a sfuggire ai Giudei, stabiliamo con questo decreto sinodale che se in seguito i Giudei, sotto qualsiasi pretesto, estorcessero ai cristiani interessi gravi e smodati, sia proibito ogni loro commercio con i cristiani, fino a che non abbiano convenientemente riparato.

Così pure i cristiani, se fosse necessario, siano obbligati, senza possibilità di appello, con minaccia di censura ecclesiastica, ad astenersi dal commercio con essi.

Ingiungiamo poi ai principi di risparmiare a questo riguardo i cristiani, cercando piuttosto di impedire ai Giudei di commettere ingiustizie tanto gravi.

Sotto minaccia della stessa pena, stabiliamo che i Giudei siano costretti a fare il loro dovere verso le chiese per quanto riguarda le decime e le offerte dovute, che erano solite ricevere dai cristiani per le case ed altri possessi, prima che a qualsiasi titolo passassero ai Giudei, in modo che le chiese non ne abbiano alcun danno.

LXVIII

I Giudei devono distinguersi dai cristiani per il modo di vestire

In alcune province i Giudei o Saraceni si distinguono dai cristiani per il diverso modo di vestire; ma in alcune altre ha preso piede una tale confusione per cui nulla li distingue. Perciò succede talvolta che per errore dei cristiani si uniscano a donne giudee o saracene, o questi a donne cristiane.

Perché unioni tanto riprovevoli non possano invocare la scusa dell’errore, a causa del vestito stabiliamo che questa gente dell’uno e dell’altro sesso in tutte le province cristiane e per sempre debbano distinguersi in pubblico per il loro modo di vestire dal resto della popolazione, come fu disposto d’altronde anche da Mosè (Cfr. Lv 19, 19; Dt 22, 5 e 11).

Nei giorni delle lamentazioni e nella domenica di Passione essi non osino comparire in pubblico, dato che alcuni di loro in questi giorni non si vergognano di girare più ornati del solito e si prendono gioco dei cristiani, che a ricordo della passione santissima del Signore mostrano i segni del loro lutto. Questo, poi, proibiamo severissimamente che essi osino danzare di gioia per oltraggio al Redentore.

E poiché non dobbiamo tacere di fronte all’insulto verso chi ha cancellato i nostri peccati, comandiamo che questi presuntuosi siano repressi dai principi secolari con una giusta punizione, perché non credano di poter bestemmiare colui che è stato crocifisso per noi.

LXIX

I Giudei non devono rivestire pubblici uffici

Poiché è cosa assurda che chi bestemmia Cristo debba esercitare un potere sui cristiani, quello che su questo argomento il concilio Toletano (Concilio di Toledo, 589, c. 10) ha provvidamente stabilito, noi, per rintuzzare l’audacia dei trasgressori, lo rinnovano ora e proibiamo, quindi, che i Giudei rivestano pubblici uffici, poiché proprio per questo riescono assai molesti ai cristiani.

Se qualcuno perciò affida ad essi un tale ufficio sia punito come merita – premessa naturalmente l’ammonizione – dal concilio provinciale che comandiamo debba celebrarsi ogni anno. L’officiale ebreo sia separato dai cristiani nei commerci e nelle altre relazioni sociali; e ciò, fino a che tutto quello che egli ha percepito dai cristiani, in occasione di tale ufficio, non sia devoluto a beneficio dei poveri cristiani, a giudizio del vescovo diocesano. Rinunzi, inoltre, con sua vergogna, alla carica che ha assunto così insolentemente. Estendiamo questa stessa disposizione anche ai pagani.

LXX

I Giudei convertiti non devono tornare ai riti antichi

Abbiamo saputo che alcuni, ricevuta spontaneamente l’acqua del santo battesimo, non depongono del tutto l’uomo vecchio, per rivestire perfettamente l’uomo nuovo (Cfr. Col 3, 9), ma, conservando vestigia del giudaismo offuscano, con tale confusione, la bellezza della religione cristiana.

Ma poiché sta scritto: maledetto l’uomo che s’inoltra nel cammino per due vie (sir 2, 14), e non deve indossarsi una veste fatta di lino e di lana (Dt 22, 11), stabiliamo che i superiori delle chiese li allontanino in ogni modo dall’osservanza delle loro vecchie pratiche, affinché quelli che la scelta della loro libera volontà ha portato alla religione cristiana, siano poi indotti ad osservarla. E’ infatti minor male non conoscere la via del Signore, che abbandonarla dopo averla conosciuta (Cfr II Pt 2, 21).

(2) Occorre ricordare che tra Enrico VI e Federico II vi fu un periodo, dal 1201 al 1211, in cui l’Impero fu di Ottone IV di Brunswick, incoronato dal Papa Innocenzo III nel 1209 (ma regnante dal 1198) e dallo stesso Papa scomunicato nel 1210 e quindi fatto decadere nel 1211. Gli scontri di cui parlo nel testo riguardarono anche Ottone IV che, non a caso, fu scomunicato.

(3) Si tratta della figlia di Giovanni di Brienne, Re di Gerusalemme, e figliastra di Stefania d’Armenia. Quest’ultima si dice che fu ammazzata a percosse da Giovanni nel 1220 proprio perché stava avvelenando la piccola Jolanda o Isabella. Isabella, lasciata languire da Federico nel suo harem palermitano e infinitamente triste per la vita felice in Palestina che aveva lasciato, morirà nel 1228 a soli 17 anni per i postumi del parto del figlio Corrado avuto con Federico. Fu ancora Gregorio IX, da gran ruffiano, a caldeggiare le nozze nel 1235 con un’altra Isabella, sorella di Enrico III d’Inghilterra, per consentire all’imperatore di avvicinarsi ai ricchi guelfi germanici che nemmeno lui riusciva a controllare ed ai potentati d’oltre manica.

(4) Nel 1222, alla morte di Raimondo VI di Tolosa, il potere (il poco potere restante) passò al figlio Raimondo VII che nel 1229 firmò un trattato con il Re di Francia, Luigi IX, con il quale il primo s’impegnava a cedere la sua autonomia alla Francia, a difendere gli interessi della Chiesa in quelle terre e a combattere l’eresia, a diventare cioè alleato della Chiesa nelle infinite stragi contro gli Albigesi. In quello stesso anno con il Sinodo di Tolosa, su una decisione del concilio di Avignone del 1200, la Chiesa organizzò in ogni parrocchia una commissione costituita da un prete e da due o tre laici che doveva scoprire gli eretici. Nel Sinodo si stabilì che la casa abitata dall’eretico doveva essere rasa al suolo; che il padrone di quella casa doveva essere espropriato di ogni bene e sottoposto a pene corporali; che l’eretico pentito doveva avere due croci cucite sull’abito senza potere assumere nessun incarico pubblico e senza aver diritto di ricorrere alla giustizia. Infine vi è il seguente straordinario divieto: I laici non possono possedere i libri del Vecchio e del Nuovo Testamento; possono avere solo il Salterio ed il breviario o anche i calendari mariani, e nemmeno questi libri, per altro, devono essere tradotti nella lingua nazionale [citato da Deschner 2000]. Quindi la Bibbia non si poteva avere né in latino né nelle lingue nazionali. In pratica questa procedura risultò complessa e non produsse ciò che si voleva, anche perché serviva un minimo di preparazione teologica che né preti né laici, nella loro generalità, avevano.

(5) Quando era ancora principe, il figlio di al-Kāmil, al-Dīn, aveva cominciato a comperare schiavi per farne soldati (Mamelucchi, dall’arabo mamlūk, “schiavo”) e ad arruolare sbandati del decaduto Impero Khwarezmid per potersene servire quando se ne fosse presentata l’occasione.

(6) Ad Ayub, il padre al-Kamil, nel 1232 assegnò un feudo nello Jezireh. Nel 1234 lo inviò a governare Damasco, rimuovendolo dalla successione al trono d’Egitto per il sospetto che egli stesse cospirando contro di lui grazie al gran numero di mamelucchi che s’era personalmente comprato. Lo zio Ismail, che governava Damasco, lo allontanò perché non voleva dividere il potere con altri. Tornato nello Jezireh arruolò sbandati del decaduto Impero Khwarezmid che, insieme ai mamelucchi, costituivano il suo esercito.  Dopo altre vicende, nel 1238, alla morte del padre, al-Kamil, Ayub non accettò la designazione a sultano d’Egitto di suo fratello minore al-Adil II e, nel 1240, riuscì a rovesciarlo assumendo il governo di quella regione.

(7) E’ utile leggere la cronaca di quel Concilio fatta da Deschner.

Il papa Innocenzo IV convocò il 24 giugno 1245 il concilio di Lione, che si riunì due giorni più tardi alla presenza di appena centocinquanta cardinali, la maggior parte provenienti dai paesi latini, cinque dall’Inghilterra, due dalla Germania (da Liegi e Praga); non si presentò nessuno dall’Ungheria, dalla Polonia, dai Paesi Baltici. E anche se molti ricoprirono l’avido papa di regali, potevano essere di più, pare che egli abbia affermato discretamente; i debiti contratti ammontavano infatti apparentemente a centocinquantamila denari di capitale e altrettanto di interessi.

Tra tutti gli argomenti che il concilio, secondo la finzione papale, esaminò – riforma interna della chiesa (tra l’altro l’amministrazione del patrimonio), scisma dei Greci, riconquista del Santo Sepolcro, difesa da nuove invasioni mongole – il tema dominante in tutte e tre le sedute fu la “questione tra la chiesa e l’imperatore”, la “persecutio” da parte del monarca, che era stato invitato dal papa in modo poco educato, durante una predica, ma non era venuto, non potendo comparire da accusato dinanzi a un tribunale di preti a lui per giunta ostile.

Solo poco tempo prima, Federico aveva devastato per due settimane la zona intorno a Viterbo, forse anche violato in misura insignificante il territorio della curia. Ma il rappresentante del papa rimasto in Italia, il cardinale Raniero di Viterbo, quel prete violento e litigioso che non voleva altro che guerra, guerra contro l’imperatore in ogni caso, trasformò quelle che erano state incursioni più che altro occasionali e invasioni piuttosto irrilevanti in affari di stato, terribili violazioni dei patti. Mandò ad Innocenzo, ai padri del concilio di Lione, relazioni smisuratamente esagerate e traboccanti d’odio; opuscoli colmi di veleno e di bile che rivelano la grande scuola del predecessore Gregorio, nei quali la figura dell’imperatore venne agghindata o meglio sfrondata da sua grazia Raniero Capocci fino a farne uno spauracchio, un precursore dell’anticristo se non l’anticristo stesso, un mostro, un Moloch. Il cardinale intessé le sue sfacciate deformazioni con tutte le smorfie di un terrore apocalittico, le visioni d’orrore, le profeezie di sventura; e il tutto risultò tanto più efficace in quanto l’anticristo era atteso per l’anno 1260.

Non risparmiò le menzogne, neanche le più folli; affermò che nelle colonie saracene dell’imperatore le donne cristiane – e le fanciulle preferibilmente – venivano stuprate dinanzi agli altari, che Federico aveva avvelenato le sue tre mogli. Dichiarò rabbiosamente che lo Hohenstaufen assaliva il Signore “con la testa alta dell’orgoglio e con le spalle larghe della ricchezza e del potere”, che sedeva nel tempio del Signore “come il Signore medesimo”, “come se fosse stato Dio egli stesso”, che “macellava gli uomini come agnelli” (e in questo c’era qualcosa di vero), che era più vile di Erode, più crudele di Nerone, più malvagio di Giuliano […]”, lui, “principe della tirannia, sovvertitore della fede e del culto ecclesiastici, distruttore del canone, maestro di crudeltà, trasformatore dei tempi, perturbatore del globo e martello della terra intera […] Non abbiate pietà di questo scellerato! Gettatelo a terra al cospetto dei re, così che possano vederlo e temere di seguirlo nelle sue azioni! Gettatelo fuori dal santuario di Dio, cosicché non regni più sul popolo cristiano! Distruggete il nome e il corpo, il seme e la discendenza di questo babilonese! La misericordia possa dimenticarsi di lui […] !”

I cardinali riuniti a Lione, ai quali erano destinate queste esternazioni schiumanti di rabbia, erano per la maggior parte ben disposti ad ascoltarle, tanto più che sapevano quanto dovevano essere gradite anche al papa. Federico mandò nel frattempo nuove proposte di pace sul Rodano, dove Taddeo da Suessa, il suo giudice di corte, lo difendeva con ardimento e abilità, ma inutilmente. L’imperatore, come era deciso fin dall’inizio, fu condannato dalla maggioranza come colpevole, fu accusato di spergiuro, sacrilegio, violazione della pace ed “eresia” e, il 17 luglio 1245, fu dichiarato deposto […]. Mentre i sacerdoti spegnevano a terra le loro fiaccole, Taddeo si batté il petto tra le lacrime e lasciò insieme ai compagni la cattedrale, con il Te Deum dei prelati che gli risuonava nelle orecchie.

Anche i sudditi di Federico furono sciolti dal giuramento di fedeltà, e i nobili tedeschi furono esortati a eleggere un nuovo re, senza che tuttavia, cosa che fu ampiamente criticata, una votazione avesse luogo. Innocenzo decideva da sovrano assoluto, e i sinodali si adattavano. Vere e proprie prove per le accuse papali non ce ne erano, e soprattutto mancava […] la dimostrazione di un comportamento colpevole; la sentenza papale non corrispondeva in nessun modo alle richieste che si devono porre a un verdetto giudiziario, “ci si può anzi chiedere se mai un documento di simile portata sia stato redatto in modo tanto superficiale, per non dire sventato”.

Ma il verdetto del papa non era solo un errore giudiziario, era anche una dichiarazione di guerra e più di questo. Perché con esso Roma aveva dato inizio allo scontro finale tra papa e imperatore. Adesso non si trattava più solo di rendere sicuro lo Stato Pontificio, ma di eliminare Federico e la sua casata in generale. Era l’inizio della fine della dinastia Hohenstaufen.

(8) Manfredi era uno dei tre figli nati da Federico e dalla contessa Bianca Lancia, che si fece sposare (in una data incerta tra il 1246 ed il 1250), sembra, in articulo mortis fingendosi molto malata. Isabella d’Inghilterra era già morta nel 1241 e da lei Federico aveva avuto il figlio Enrico detto Carlotto, morto in giovanissima età.

(9) Luigi IX, Re di Francia, fu santificato e non poteva essere altrimenti: aveva infatti dimostrato di essere un perfetto delinquente e la Chiesa sa riconoscere i suoi uomini. Così descrive il personaggio Deschner:

Luigi, al cui processo di canonizzazione peraltro la moglie non poté testimoniare – lo fece per lei il suo padre confessore Guglielmo di Saint-Pathus – imparò a brandire la spada presto ed energicamente, e a ventotto anni fondò “definitivamente la sua gloria militare” – una cosa notevole per un santo. Ma già la sua santa madre Bianca di Castiglia si era segnalata per un sano vigore cattolico. Aveva assunto per due volte il governo, aveva represso risolutamente, non senza l’aiuto della Santa Sede, numerose violente rivolte dei nobili, reso spaventosamente potente la santa inquisizione nel sud della Francia e allargato il potere dei Capetingi.

In modo simile, il santo Luigi condusse campagne vittoriose contro il conte de la Marche, Ugo di Lusignan. contro Enrico III d’Inghilterra, che mise in ginocchio i1 2 luglio 1242 presso Saintes. Rase al suolo fortezze, combatté battaglie e nel 1243 costrinse alla sottomissione anche il conte Raimondo VII di Tolosa. E infine fu d’accordo sul fatto che il fratello Carlo d’ Angiò si impadronisse dell’eredità siciliana degli Hohenstaufen. Del suo compito di sovrano “aveva un’alta concezione, e perciò provvedeva alla giustizia e all’ordine nel suo paese dando egli stesso il buon esempio”.

Faceva naturalmente parte del buon esempio, per il santo re, anche la persecuzione degli uomini di fede diversa e degli “eretici”. Così il principe “dallo sguardo angelico e dal volto mite”, il re “segnato da un profondo senso del diritto e da un’intima religiosità” combatté i Catari e introdusse la giurisdizione dell’inquisizione. Ordinò la cacciata degli “usurai” ebrei e nel 1242 fece distruggere il Talmud. Anche il 13 maggio 1248, a Parigi, ne scomparvero tra le fiamme in una sola volta quattordici carri, e in un’altra occasione altri sei. E nel 1255 il Santo ordinò nuovamente il rogo del Talmud e di tutti i libri generalmente blasfemi. Del resto, già nell’estate 1239 papa Gregorio IX aveva incaricato molti re europei, dalla Spagna e dal Portogallo all’Inghilterra, insieme ai loro vescovi, di portar via tutte le scritture agli ebrei mentre il sabato si trovavano nelle loro sinagoghe.

Ma sotto il Santo furono bruciati anche gli uomini; dopo la presa del principale caposaldo degli Albigesi, Montségur, da parte di un esercito del re, anche gli ultimi Catari, più di duecento, il 16 marzo 1244 finirono sul rogo ai piedi del monte. Dopo rutto, già suo padre Luigi VIII – costantemente incalzato da papa e vescovi – li aveva combattuti in diverse crociate interamente pagate dalla chiesa francese e, in frequenti processi agli “eretici”, aveva confiscato i beni della nobiltà, prima di morire nel 1226 o di dissenteria o per una pozione avvelenata.

Ma così come aveva fatto il padre anche il figlio stabilì “con mano vigorosa, quando doveva essere, la pace e la tranquillità nel paese” e divenne infine “il santo preferito del popolo francese e il modello della Francia cattolica”.

La mano vigorosa nel proprio paese non sarebbe però probabilmente bastata per tanta popolarità ed esemplarità nel regno dei Francesi, se non vi si fossero aggiunte anche imprese vaste e imponenti: due crociate insieme, laddove la santità non fu minimamente danneggiata dal fatto che entrambe finissero con un fiasco – nel XX secolo, [testi ufficiali di teologia della Chisa] elogiano nondimeno Luigi IX come “modello di sovrano cristiano”. E molti “storici profani” si uniscono a questo elogio.

Ancora prima che Innocenzo IV propagandasse al concilio di Lione con modesto successo la guerra santa, il re di Francia aveva preso la croce nel dicembre 1244, evidentemente con innegabile entusiasmo, benché, al tempo stesso, nel tentativo di sottrarsi alla forte influenza dell’energica santa madre, la quale spingeva avanti risolutamente e con grande efficacia l’espansione verso il sud. Per quanto riguarda la motivazione immediata di Luigi, è incerto se si trattasse del dolore per la caduta di Gerusalemme o  della gioia per la guarigione da una pericolosa diarrea. Ma da questo momento fino alla sua morte nel 1270, dunque per un quarto di secolo, egli – esortato indubbiamente anche da papa Innocenzo – non si liberò quasi più dal pensiero della crociata; esso fu presente in quasi tutti i suoi piani, dominò tutte le cosiddette funzioni di comando. La crociata fu per il Santo niente di meno che “la base della politica francese”, “la più importante di tutte le opere del re”. Se Luigi, nella seconda metà del suo regno, attuò in Europa una politica di pace costantemente salutata con giubilo, questo accadde solo perché egli potesse condurre altrove in modo tanto più promettente la guerra contro l’Islam, e cacciare i musulmani – parole sue – “come bovini.

Ma proprio il Santo Padre voleva distogliere ora il santo re, che insieme ai suoi fratelli si era armato per anni, da un’impresa tanto onorevole. Almeno, Salimbene da Parma – anch’egli a quel tempo a Lione e in rapporti amichevoli con Innocenzo IV – afferma: “Poiché allora il papa sapeva che Federico era il peggior persecutore della chiesa e che sprizzava con gioia il suo veleno per quanto poteva, e poiché cominciò a temere grandemente per la propria vita, mandò messaggeri presso il re di Francia con la preghiera che rimandasse la sua crociata finché egli avesse saputo che intenzioni avesse dunque Dio a proposito di Federico”. Ma il re santo fece dire al papa che rimettesse il destino di Federico al giudizio di Dio e “con animo ostinato, con inesorabile decisione e con spirito risoluto e pio, rimase dell’opinione di intraprendere la crociata e accorrere prima possibile in aiuto della terra santa”.

(10) Baldovino II era stato l’ultimo Re dell’Impero latino di Bisanzio. Dall’Impero di Nicea i greci avevano attaccato Bisanzio e nel 1261, l’Imperatore Michele VIII Paleologo riuscì a sconfiggere i latini guidati da Baldovino II. Si ricorderà che artefici della presa di Bisanzio da parte dei latini furono i veneziani che deviarono la IV crociata. Ora i genovesi, precedentemente esclusi dai commerci in quella zona strategica, saranno gli artefici della riconquista greca di Bisanzio, ricompensati con poti preminenti nei commerci con il Levante. Bisanzio continuò a sopravvivere ma i latini avevano rapinato e distrutto quella incredibile città, piena di storia e cultura per il mondo intero.

(11) Nel modo di pensare mongolo non esistevano alternative tra le due seguenti: o si accettava il loro potere e quindi si accettava il vassallaggio, oppure si era nemici da distruggere. Era inconcepibile che esistesse al mondo un altro potere che non fosse quello del Gran Khan.

(12) Lo sciamanesimo più che una religione ben determinata è una fase di passaggio di ogni fenomeno religioso primitivo. A. Donini, nella sua Breve Storia delle Religioni (Newton Compton, 1991) così descrive lo sciamanesimo:

Questa singolare prassi rituale non costituisce una delle religioni «naturali», propria soltanto di alcune popolazioni, ma rappresenta una fase comune nello sviluppo religioso dell’umanità. […] II nome deriva da shamàn, adattamento inglese dall’uro-finnico e tunguso samàn, che indica una «persona frenetica», e dal pali samàna, «prete buddista», entrato nelle lingue occidentali attraverso il russo. La sua specialità è quella di evocare gli spiriti, buoni o cattivi, grazie alla tecnica dell’estasi, per guarire gli ammalati, predire il futuro, denunciare i colpevoli, nell’interesse del singolo o della comunità. Tale capacità, che è posseduta solo da alcuni individui, dotati di speciali qualità psichiche, non di rado di origine nervosa o addirittura epilettica, permetterebbe loro di entrare in comunicazione con potenze superiori, divinità o semplici spiriti, e di identificarsi con esse. Il fenomeno è vastissimo e va dalla Siberia del nord all’Asia centrale e meridionale (eschimesi, tungusi, altaici, buriati, mongoli), all’Africa e all’ America settentrionale, specialmente tra gli indiani della California e delle regioni nordiche, dove dominava anche lo sciamanesimo femminile. Prima che nel deserto siberiano fossero penetrati il cristianesimo, il buddismo e l’islamismo, all’alba dell’età moderna, tali manifestazioni estatiche erano largamente generalizzate, anche se non si erano ancora del tutto differenziate dalla magia. La seduta sciamanica, caratterizzata da danze sfrenate e incontrollate, si effettua soltanto di sera o di notte. Di tutti gli spiriti di cui si ritiene animato l’universo, uno solo agisce attraverso lo sciamano: è il suo protettore personale, la potenza invisibile alla quale si ritiene vincolato e al limite asservito. Qualche volta lo spirito è del sesso opposto a quello dell’uomo o della donna che lo evocano e da cui sono posseduti: se si tratta di una donna, quasi sempre anziana, vuol dire che siamo già entrati nello stadio della società gentilizia matriarcale.

Nella storia delle religioni, il termine sciamanesimo viene esteso ormai a tutti i culti di tipo «animistico», che implicano l’intervento di guaritori e indovini, profeti ed esaltati di tutti i generi, verso i quali le popolazioni a livello etnologico, e oltre, nutrono un superstizioso terrore. Investito del «sacro», con il compito di assicurare i rapporti tra il mondo degli spiriti e l’uomo, lo sciamano non è altro che l’equivalente del mago iranico-babilonese, del cohen ebraico, della Pizia ellenica e dell’esorcista cristiano.

(13) Abbiamo più volte incontrato la Setta degli Assassini (o Nizariti) che aveva un territorio montagnoso e quasi inaccessibile alle spalle della Contea di Tripoli, nell’attuale Libano. Questa setta però era anche localizzata in differenti aree della Persia.

(14) Hulagu morì l’8 febbraio 1265 ed ebbe come successore suo figlio Abaqa. Berke morì nel 1266 ed il potere passò al pronipote di Berke, Nogai. Quest’ultimo sconfisse definitivamente l’esercito di Abaqa in una battaglia vicino al fiume Terek nel Caucaso.

BIBLIOGRAFIA

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(3) Claudio Rendina – I Papi, storia e segreti – Newton Compton 1999

(4 ) Ferdinand Gregorovius . Storia di Roma nel Medio Evo – Avanzini e Torraca, Roma 1967

(5) Ludovico Gatto – Le crociate – Newton & Compton 2005

(6) U. Harmann (a cura di) – Storia del mondo arabo – Einaudi 2010

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(10) G. Ostrogorsky – Storia dell’impero bizantino – Einaudi 1993

(11) S. Runciman – Storia delle Crociate – Einaudi 1993

(12) G. Ortalli (a cura di) – Storia d’Europa. Il Medioevo – Einaudi 1994

(13) P. Cortesi – Il libro nero del Medioevo – Newton & Compton 2005

(14) A. Demurger – I cavalieri di Cristo – Garzanti 2004

(15) Ludovico Gatto – Il Medioevo – Newton & Compton 2005

(16) O. Capitani – Storia dell’Italia medievale – Laterza 2009

(17) J. Le Goff – La civiltà dell’Occidente medievale – Einaudi 1999

(18) Claudio Rendina – I Papi, storia e segreti – Newton Compton 1999

(19) M. Baigent, R. Leigh – L’Inquisizione – Marco Tropea 2000

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