Fisicamente

di Roberto Renzetti

I CRISTIANI SULLA VIA DELL’INFERNO

di ELENA BELLOMO

Protagonisti dell’epopea crociata nei suoi vizi e nella sua grandezza, i chierici soldati degli ordini militari sono tuttora presenti fra noi grazie soprattutto alla loro presunta eredità leggendaria, che ne ha fatto interpreti privilegiati dell’aura di mistero che circonda l’Oriente e, quindi, anche la crociata.
Una delle più originali creazioni del fenomeno crociato sono infatti gli ordini monastico-militari, che incarnano la più alta espressione del tentativo di permeare di valori cristiani il ceto cavalleresco. Nel 1118-9 a Gerusalemme un piccolo gruppo di crociati professò di vivere come i canonici, osservando i voti di castità, povertà ed obbedienza. Essi non avrebbero tuttavia abbandonato la professione delle armi, impegnandosi anzi a difendere le strade di Palestina ed i pellegrini che vi transitavano, oltre che a combattere per il regno contro gli infedeli.
Era questo il primo nucleo dell’ordine dei Templari, il cui nome derivava dal fatto che la loro sede fosse posta nei pressi di quello che era creduto l’antico tempio di Salomone.

Nel 1128 essi ottennero l’approvazione della propria regola e san Bernardo, loro protettore, affermava: “Esito a chiamarli monaci o cavalieri. Come meglio designarli che attribuendo loro entrambi questi nomi contemporaneamente, dal momento che non manca loro né la mitezza del monaco, né il coraggio del cavaliere?” Come tali essi devono condurre “un duplice combattimento, al contempo contro la carne e contro gli spiriti maligni diffusi nell’aria”. Ben diversa era la loro vocazione, e quindi anche il loro aspetto, se comparati a quelli dei combattenti del secolo, dice ancora Bernardo: “Voi appesantite i vostri cavalli con tessuti di seta, coprite le vostre cotte di maglia con chissà quali stoffe, dipingete le vostre lance, i vostri scudi, le vostre selle, tempestate d’oro, d’argento e di pietre preziose i finimenti dei vostri cavalli. Vi adornate sontuosamente per la morte e correte alla vostra perdizione con una furia senza vergogna ed un’insolenza sfrontata. Gli orpelli sono degni dell’abito di un cavaliere oppure della vanità di una donna?”

MONACI DA COMBATTIMENTO

Invece, “… veramente senza paura e senza macchia è il cavaliere che protegge la sua anima con l’armatura della fede, così come copre il corpo con una cotta di maglia. Doppiamente armato, non teme né i demoni né gli uomini. Certamente colui che aspira alla morte non la teme e come potrebbe temere di morire o di vivere colui per il quale la vita è Cristo e la morte una ricompensa?” Secondo Bernardo, nel Tempio si realizza quindi la vera perfezione angelica nell’umiltà e nel sacrificio, nella concordia e nell’abnegazione.
Ben presto ai templari si affiancarono gli ospitalieri, nati dalla riorganizzazione in chiave militare di un’istituzione assistenziale gerosolimitana, fondata nell’XI secolo dagli amalfitani.

La funzione bellica di questi ordini, cui si aggiunse poi anche quello teutonico, si rivelò ben presto fondamentale per il regno di Gerusalemme. Costantemente a corto di effettivi, l’esercito gerosolimitano necessitava infatti del continuo sostegno dei monaci cavalieri, che costituivano un corpo militare ben addestrato ed efficiente. Ad essi inoltre appartenevano fortezze dislocate in posizioni strategiche per la difesa degli stati crociati.
Essendo l’unica forza organizzata del Paese, questi ordini esercitarono un’influenza crescente nella vita politica oltremarina. Proprio per questo, però, divennero sempre più frequentemente bersaglio di attacchi e critiche. Se infatti soffrivano sempre le perdite maggiori in combattimento, parallelamente impiegavano enormi somme di denaro per le proprie necessità logistiche. Spesso, inoltre, i complessi rapporti tra i diversi ordini militari e la mancanza di una politica comune, sia sul versante interno che su quello estero, avrebbero creato ulteriori tensioni, proponendo il Tempio, l’Ospedale ed i loro omologhi come principali responsabili delle sconfitte crociate. Infatti, dopo il successo della prima spedizione oltremarina che aveva conquistato Gerusalemme, le crociate successive erano invece destinate al fallimento.
Nel 1145 Eugenio III aveva bandito un nuova spedizione per riconquistare la contea di Edessa caduta in mano ai Turchi. San Bernardo l’aveva predicata con la propria superba eloquenza in tutta Europa e due sovrani avevano quindi preso la croce: Luigi VII di Francia e Corrado III di Germania.

SCONFITTA INASPETTATA

Essi avevano radunato il più grande esercito mai arrivato in Oriente ed il favore divino li avrebbe certamente sostenuti nella loro opera di liberazione. Invece Corrado venne sconfitto a Dorileo, in quella medesima località dove cinquanta anni prima i crociati si erano aperti la strada verso Gerusalemme. Anche Luigi veniva battuto dai Turchi ad Adalia, ma non tutto comunque era perduto. Essi avevano ancora la possibilità di agire con successo, riunendo le loro forze. Sospetti e gelosie avvelenavano però i rapporti tra i due sovrani, demoralizzati dai precedenti fallimenti.

Si decise di porre l’assedio a Damasco, forse l’unico principato musulmano relativamente pacifico nei confronti dei cristiani latini, ma dopo soli tre giorni i crociati abbandonarono l’impresa, spaventati dalla notizia del sopraggiungere dell’esercito turco. La seconda crociata si concludeva quindi nel segno della rinuncia, se non della viltà.
Questa amara lezione avrebbe dovuto insegnare ai re di Gerusalemme a diffidare degli aiuti europei, ma troppo forte era la necessità di ausilio e rinforzi perché ogni sovrano della Città Santa non rivolgesse speranzoso il proprio sguardo ad occidente, in attesa di scorgere quella formidabile armata che avrebbe definitivamente annientato l’Islam.

Troppo tardi però i monarchi europei avrebbero deciso di accorrere in aiuto dei Luoghi Santi. Solo la notizia della caduta di Gerusalemme li avrebbe distolti dalle loro dispute per richiamarli al proprio dovere di devoti cristiani. “Guardate i Franchi! Guardate con quale accanimento essi si battono per la loro religione, mentre noi musulmani non mostriamo alcun ardore nel condurre la guerra santa.”
Con queste parole SALADINO rimproverava i propri correligionari per lo scarso impegno nella lotta contro i cristiani. Egli stesso avrebbe comunque provveduto a dare nuovo impulso alla guerra santa, perseguendo con zelo ed intelligenza l’obiettivo della riconquista di Gerusalemme e della cacciata dei franchi. Dopo una rapida e brillante ascesa al potere egli si era infatti ritrovato capo indiscusso del mondo musulmano, dotato delle forze militari e delle risorse morali necessarie a combattere con efficacia i cristiani che avevano occupato la fascia litoranea di Siria e Palestina.

MUSULMANI ALLA RISCOSSA

Un cronista racconta che così disse Saladino ad un amico: “Ho in animo, quando Iddio mi conceda la conquista del resto del litorale, di far la divisione dei miei territori, far testamento e dettare le mie volontà, e poi mettermi per questo mare sino alle sue terre lontane, e inseguire i franchi sin là, sì da non lasciare sulla faccia della terra chi non creda in Dio, o morire.” In realtà nella determinazione di Saladino alla guerra santa non vi era la fanatica intolleranza dei crociati occidentali, ma anzi un cavalleresco rispetto per il nemico valoroso ed una pietà per le vittime della guerra che difficilmente sarebbe stato possibile trovare nel campo cristiano.
Ad esempio, assediando la fortezza di Kerak dove si era appena sposata la principessa Isabella di Gerusalemme, egli evitò di bombardare la torre dove risiedevano i novelli sposi. Durante l’assedio di Gerusalemme permise al nobile pullano Baliano d’Ibelin di entrare in città per condurre via la moglie e i figli che qui erano rimasti e vedendo poi allontanarsi quei fanciulli, depositari di una tanto triste eredità, si commosse. Non che questo comportamento stemperasse i toni dell’opposizione tra cristiani e musulmani. Dopo la decisiva battaglia di Hattin, che gli aveva aperto la via per la vittoria finale, egli non aveva risparmiato i templari suoi prigionieri e di propria mano aveva ucciso Rinaldo di Chatillon, un nobile franco che più volte aveva violato la parola data ed aveva assalito le carovane di pellegrini musulmani.

Narra infatti un cronista musulmano: “Il Sultano fece cercare dei prigionieri Templari e Ospitalieri, e disse: ‘Purificherò la terra di queste razze impure’. (…) Egli ordinò che fossero decapitati, preferendo l’ucciderli al farli schiavi. C’era presso di lui tutta una schiera di dottori e un certo numero di devoti ed asceti: ognuno chiese di poterne ammazzare uno, e sguainò la spada e si rimboccò la manica. Il sultano era assiso con lieto viso…”.

SALADINO, FEROCIA E PIETÀ

” (…). Vidi lì chi sghignazzava ed ammazzava, chi diceva e faceva: quante promesse adempì, quante lodi acquistò, e premi perpetui col sangue fatto versare, e opere pie si aggiudicò con un collo da lui troncato.” Al momento della conquista di Gerusalemme, tuttavia, Saladino fu capace di dare una lezione di clemenza ed umanità ai cristiani sconfitti, in netto contrasto con l’insensata furia dei conquistatori europei del secolo precedente. Il sultano infatti proibì le violenze contro i latini, lasciò liberi innumerevoli prigionieri ed altrettanti ne riscattarono i suoi emiri. Moltissimi però non avevano il denaro necessario per essere liberati ed in loro aiuto non venne nemmeno il patriarca di Gerusalemme, che, pagati i dieci dinar per la propria libertà, li abbandonò al loro destino, portandosi via il tesoro del Santo Sepolcro. Tanti erano i prigionieri fatti dai musulmani nella loro vittoriosa avanzata che uno schiavo sul mercato di Damasco poteva costare quanto un paio di sandali.

Incredulità e costernazione per la caduta di Gerusalemme dominavano l’Oltremare, il mondo musulmano gioiva invece del proprio trionfo. Racconta un testimone arabo:
“Quando i musulmani furono entrati in città, alcuni di essi scalarono la cupola per togliere la croce. Giunti in cima, un unico grido si levò in città e fuori tra i musulmani ed i franchi: gli uni invocando: “Allah akbar!” per la gioia, gli altri urlando per il dolore e lo sgomento. E così’ alte furono le grida, che ne tremò la terra”.

I loro echi sarebbero presto giunti fino in Europa. Molte volte gli emissari del Tempio e dell’Ospedale, insieme agli ambasciatori di Gerusalemme, si erano recati oltremare per sollecitare l’aiuto dell’Occidente, Erano sempre tornati carichi di assicurazioni e belle promesse, senza alcun vero ausilio. Solo ora si comprendeva che ben reali erano i timori dei pullani e le loro richieste per nulla vane. La colpevole dimenticanza dell’Occidente aveva causato quell’immane sciagura, giusta punizione per i peccati della Cristianità. Davanti a tanta sciagura i sovrani europei non esitarono a prendere la croce. Luigi Filippo di Francia, Riccardo Cuor di Leone e Federico Barbarossa decisero di recarsi con i loro eserciti in Terrasanta.

LE COLPE DEI CRISTIANI

Tali sarebbero state la loro forza e dedizione alla causa cristiana che nessun nemico avrebbe potuto loro resistere. Invece Federico morì improvvisamente, affogato in un fiume della Cilicia che stava guadando a cavallo; la rivalità tra Riccardo e Filippo e le incomprensioni tra nobiltà pullana ed il re di Gerusalemme avrebbero annichilito lo slancio iniziale della crociata, fossilizzatasi nell’assedio di Acri. Dopo che tanti sforzi erano stati fatti, che tanto sangue e denaro (la famosa decima di Saladino riscossa per allestire l’esercito crociato) erano stati spesi, il risultato della spedizione fu la possibilità accordata da Saladino stesso ai cristiani latini di mantenere il proprio clero in Gerusalemme e di recarvisi liberamente in pellegrinaggio.

Nuovamente l’Europa era quindi chiamata ad interrogarsi sulle ragioni dell’insuccesso. La collera divina pareva sovrastare la cristianità impedendole il riscatto anche a prezzo del proprio sangue.
Malgrado la sconfitta, la riconquista di Gerusalemme rimaneva un’aspirazione costante della Cristianità. Ricorreva nelle preghiere dei pontefici e nelle speranze dei più umili, nei sogni di gloria dei sovrani e nelle ambizioni dei più smaliziati avventurieri. All’inizio del XIII secolo quindi si preparava una nuova crociata. Nella determinazione di non compiere gli errori del passato non vi furono coinvolti i monarchi europei, troppo incostanti e litigiosi, ma esponenti di quella stessa aristocrazia feudale che aveva conquistato Gerusalemme nel 1099. Lunghi e difficili furono i preparativi e quando la spedizione si fu radunata a Venezia, pronta a fare vela per l’Oriente, non tutto il denaro necessario per il passaggio sulle navi di San Marco era stato raccolto. La scaltrezza veneziana avrebbe però trovato una possibilità di accordo semplice e vantaggiosa. I crociati avrebbero dovuto aiutare i veneti a conquistare Zara e si sarebbero così guadagnati sul campo il biglietto per la Terrasanta. Non pochi si opposero alla proposta di combattere contro altri cristiani. Avevano scelto di lottare per la croce, non contro di essa.

CROCIATA SCOMUNICATA

Altri superarono le proprie perplessità: in fondo si trattava di una semplice digressione, finalizzata proprio a portarli in Palestina. Alcuni, forse fin dall’inizio, sapevano o avevano intuito che mai quella crociata avrebbe toccato il suolo della Terrasanta. Zara fu quindi conquistata con l’ausilio dei crociati e mentre il papa indignato scomunicava la spedizione, già una nuova possibilità di conquista si profilava all’orizzonte.
Alessio Angelo, pretendente al trono di Costantinopoli, chiedeva infatti l’aiuto dell’esercito latino a riconquistare Bisanzio. Poco mancò che la spedizione si sciogliesse davanti al dilemma di assediare un’altra città cristiana, ma in fondo i greci non si erano sempre mostrati infidi e traditori? Non erano scismatici e quindi poco meno che infedeli? Quante sante reliquie si sarebbero potute conquistare per la gloria della Chiesa romana, se si fosse espugnata Bisanzio! Strangolata da ipocrisie ed avidità, la crociata diveniva quindi un’arma puntata contro quegli stessi greci che Urbano II aveva sollecitato a liberare ed i crociati andavano a guadagnarsi la salvezza eterna uccidendo e spogliando i propri confratelli.
Insediato Alessio III sul trono di Bisanzio, l’esercito crociato attendeva impaziente la ricompensa pattuita. Con il passare del tempo, essa però diventava sempre più insufficiente davanti alle ricchezze racchiuse tra le mura di Costantinopoli. Si decise quindi di dare all’impero d’Oriente un sovrano latino, si stabilì un’accurata spartizione dei territori e del bottino, poi si diede nuovamente l’assalto alla città. Il sacco di Costantinopoli è una delle più grandi vergogne della storia della crociata. La cieca devozione, povero alibi della violenza dei conquistatori di Gerusalemme, qui era del tutto assente. Il saccheggio dei latini fu un atto criminale nella violenza e nella rapina, pura follia distruttiva nella sacrilega distruzione di tesori d’arte e cultura. Così descrive Villarduoin, un crociato francese, l’incendio che divorò parte della capitale greca: “Era un fuoco così grande ed orribile che nessuno riusciva a controllarlo o a spegnerlo; e quando i baroni dell’armata videro ciò (…) provarono grande pietà poiché videro le alte chiese e le grandi vie commerciali avvolte dalle fiamme (…) Il fuoco durò otto giorni poiché non poteva essere estinto da nessuno.”

di ELENA BELLOMO

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