Fisicamente

di Roberto Renzetti

GIORNATA TERZA

SAGR. Il desiderio grande con che sono stato aspettando la venuta di Vostra Signoria, per sentir le novità de i pensieri intorno alla conversione annua di questo nostro globo, mi ha fatto parer lunghissime le ore notturne passate, ed anco queste della mattina, benché non oziosamente trascorse ,anzi buona parte vegliate in riandar con la mente i ragionamenti di ieri, ponderando le ragioni addotte dalle parti a favor delle due contrarie posizioni, quella d’Aristotile e Tolomeo, e questa di Aristarco e del Copernico. E veramente parmi, che qualunque di questi si è ingannato, sia degno di scusa; tali sono in apparenza le ragioni che gli possono aver persuasi, tuttavolta però che noi ci fermassimo sopra le prodotte da essi primi autori gravissimi: ma, come che l’opinione peripatetica per la sua antichità ha auti molti seguaci e cultori, e l’altra pochissimi, prima per l’oscurità e poi per la novità, mi pare scorgerne tra quei molti, ed in particolare tra i moderni, esserne alcuni che per sostentamento dell’oppinione da essi stimata vera abbiano introdotte altre ragioni assai puerili, per non dir ridicole.

SALV. L’istesso è occorso a me, e tanto piú che a Vossignoria, quanto io ne ho sentite produrre di tali, che mi vergognerei a ridirle, non dirò per non denigrare la fama de i loro autori, i nomi de i quali si posson sempre tacere, ma per non avvilir tanto l’onore del genere umano. Dove io finalmente, osservando, mi sono accertato esser tra gli uomini alcuni i quali, preposteramente discorrendo, prima si stabiliscono nel cervello la conclusione, e quella, o perché sia propria loro o di persona ad essi molto accreditata, sí fissamente s’imprimono, che del tutto è impossibile l’eradicarla giammai; ed a quelle ragioni che a lor medesimi sovvengono o che da altri sentono addurre in confermazione dello stabilito concetto, per semplici ed insulse che elle siano, prestano subito assenso ed applauso, ed all’incontro, quelle che lor vengono opposte in contrario, quantunque ingegnose e concludenti, non pur ricevono con nausea, ma con isdegno ed ira acerbissima: e taluno di costoro, spinto dal furore non sarebbe anco, lontano dal tentar qualsivoglia machina per supprimere e far tacer l’avversario; ed io ne ho veduta qualche esperienza.

SAGR. Questi dunque non deducono la conclusione dalle premesse, né la stabiliscono per le ragioni, ma accomodano o per dir meglio scomodano, e travolgon, le premesse e le ragioni alle loro già stabilite e inchiodate conclusioni. Non è ben adunque cimentarsi con simili, e tanto meno, quanto la pratica loro è non solamente ingioconda, ma pericolosa ancora. Per tanto seguiteremo col nostro signor Simplicio, conosciuto da me di lunga mano per uomo di somma ingenuità e spogliato in tutto e per tutto di malignità: oltre che è assai pratico nella peripatetica dottrina, sí che io posso assicurarmi che quello che non sovverrà ad esso per sostentamento dell’opinione d’Aristotile, non potrà facilmente sovvenire ad altri. Ma eccolo appunto tutto anelante, il quale questo giorno si è fatto desiderare un gran pezzo. Stavamo appunto dicendo mal di voi.

SIMP. Bisogna non accusar me, ma incolpar Nettunno, di questa mia cosí lunga dimora, che nel reflusso di questa mattina ha in maniera ritirate l’acque, che la gondola che mi conduceva, entrata non molto lontano di qui in certo canale dove non son fondamenta, è restata in secco, e mi è bisognato tardar lí piú d’una grossa ora in aspettare il ritorno del mare. E quivi stando cosí senza potere smontar di barca, che quasi repentinamente arrenò, sono andato osservando un particolare che mi è parso assai maraviglioso: ed è che nel calar l’acque, si vedevan fuggir via molto velocemente per diversi rivoletti, sendo già il fango in piú parti scoperto; e mentre io attendo a considerar quest’effetto, veggo in un tratto cessar questo moto, e senza intervallo alcuno di tempo cominciar a tornar la medesima acqua in dietro, e di retrogrado farsi il mar diretto, senza restar pure un momento stazionario: effetto, che per tutto il tempo che ho praticato Venezia, non mi è incontrato il vederlo altra volta.

SAGR. Non vi debbe anco esser molte volte accaduto il restar cosí in secco tra piccolissimi rivoletti, per li quali, per aver pochissima declività, l’abbassamento o alzamento solo di quanto è grossa una carta, che faccia la superficie del mare aperto, è assai per fare scorrere e ricorrer l’acqua per tali rivoletti per ben lunghi spazii; sí come in alcune spiagge marine l’alzamento del mare di 4 o 6 braccia solamente fa sparger l’acqua per quelle pianure per molte centinaia e migliaia di pertiche.

SIMP. Questo intendo benissimo, ma avrei creduto che tra l’ultimo termine dell’abbassamento e primo principio dell’alzamento dovesse interceder qualche notabile intervallo di quiete.

SAGR. Questo vi si rappresenterà quando voi porrete mente alle mura o a i pali dove queste mutazioni si fanno a perpendicolo; ma non è che veramente vi sia stato di quiete.

SIMP. Mi pareva, che per esser questi due moti contrarii, dovesse tra di loro esser in mezo qualche quiete; conforme anco alla dottrina d’Aristotile, che dimostra che in puncto regressus mediat quies.([1])

SAGR. Mi ricordo benissimo di cotesto luogo, ma mi ricordo ancora che quando studiavo filosofia, non restai persuaso della dimostrazione d’Aristotile, anzi che avevo molte esperienze in contrario; le quali vi potrei anco addurre, ma non voglio che entriamo in altri pelaghi, essendo convenuti qui per discorrer della materia nostra, se sarà possibile, senza interromperla, come abbiamo fatto quest’altri giorni passati.

SIMP. E pur converrà, se non interromperla, almanco prolungarla assai, perché, ritornato iersera a casa, mi messi a rileggere il libretto delle conclusioni, dove trovo dimostrazioni contro a questo movimento annuo, attribuito alla Terra, molto concludenti; e perché non mi fidavo di poterle cosí puntualmente riferire, ho voluto riportar meco il libro.

SAGR. Avete fatto bene: ma se noi vogliamo ripigliare i ragionamenti conforme all’appuntamento di ieri, converrà sentir prima ciò che avrà da riferirci il signor Salviati intorno al libro delle stelle nuove, e poi senz’altri interrompimenti verremo al moto annuo. Ora, che dice il signor Salviati in proposito di tali stelle? son ellen veramente state traportate di cielo in queste piú basse regioni in virtú de’ calcoli dell’autore prodotto dal signor Simplicio?

SALV. Io mi messi iersera a legger i suoi progressi, e questa mattina ancora gli ho data un’altra scorsa, per veder pure se quel che mi pareva aver letto la sera, vi era scritto veramente, o se erano state mie larve e imaginazioni fantastiche della notte: ed in somma trovo con mio gran cordoglio esservi veramente scritto e stampato quello che per riputazion di questo filosofo non avrei voluto. Che e’ non conosca la vanità della sua impresa, non mi par possibile, sí perché l’è troppo scoperta, sí perché mi ricordo averlo sentito nominar con laude dall’Accademico amico nostro; parmi anco cosa troppo inverisimile che egli a compiacenza di altri si possa esser indotto ad aver in cosí poca stima la sua riputazione, ch’e’ si sia indotto a far pubblica un’opera, della quale non poteva attenderne altro che biasimo appresso gl’intelligenti.

SAGR. Soggiugnete che saranno assai manco che un per cento, a ragguaglio di quelli che lo celebrerranno ed esalteranno sopra tutti i maggiori intelligenti che sieno o sieno stati già mai. Uno che abbia saputo sostener la peripatetica inalterabilità del cielo contro a una schiera d’astronomi, e che, per lor maggior vergogna, gli abbia atterrati con le lor proprie armi! E che volete che possano quattro o sei per provincia, che scorgano le sue leggierezze, contro a gl’innumerabili che, non sendo atti a poterle scoprire né comprendere, se ne vanno presi alle grida, e tanto piú gli applaudono quanto manco l’intendono? Aggiugnete che anco quei pochi che intendono, si asterranno di dar risposta a scritture tanto basse e nulla concludenti; e ciò con gran ragione, perché per gl’intendenti non ce n’è bisogno, e per quelli che non intendono è fatica buttata via.

SALV. Il piú proporzionato gastigo al lor demerito sarebbe veramente il silenzio, se non fusser altre ragioni per le quali è forse quasi necessario il risentirsi: l’una delle quali è, che noi altri Italiani ci facciamo spacciar tutti per ignoranti e diamo da ridere a gli oltramontani, e massime a quelli che son separati dalla nostra religione; ed io potrei mostrarvene di tali assai famosi, che si burlano del nostro Accademico e di quanti matematici sono in Italia, per aver lasciato uscire in luce e mantenervisi senza contradizione le sciocchezze di un tal Lorenzini contro gli astronomi. Ma questo pur anco si potrebbe passare, rispetto ad altra maggior occasione di risa che si potesse porger loro, dependente dalla dissimulazione de gl’intelligenti intorno alle leggerezze di questi simili oppositori alle dottrine da loro non intese.

SAGR. Io non voglio maggior esempio della petulanzia di costoro e dell’infelicità d’un pari del Copernico, sottoposto ad esser impugnato da chi non intende né anco la primaria sua posizione, per la quale gli è mossa la guerra.

SALV. Voi non meno resterete maravigliato della maniera del confutar gli astronomi che affermano, le stelle nuove essere state superiori a gli orbi de’ pianeti, e per avventura nel firmamento stesso.

SAGR. Ma come potete voi in sí breve tempo aver esaminato tutto cotesto libro, che pure è un gran volume, ed è forza che le dimostrazioni sieno in gran numero?

SALV. Io mi son fermato su queste prime confutazioni sue, nelle quali con dodici dimostrazioni, fondate sopra le osservazioni di dodici astronomi, che tutti stimarono che la stella nuova del 72, apparsa in Cassiopea, fusse nel firmamento, prova per l’opposito lei essere stata sullunare, conferendo a due a due l’altezze meridiane prese da diversi osservatori in luoghi di differente latitudine, procedendo nella maniera che appresso intenderete: e perché mi par, nell’esaminar questo primo suo progresso, d’avere scoperto in quest’autore una gran lontananza dal poter concluder nulla contro a gli astronomi, in favor de’ filosofi peripatetici, e che molto e molto piú concludentemente si confermi l’opinion loro, non ho volsuto applicarmi con una simil pazienza nell’esaminar gli altri suo’ metodi, ma gli ho dato una scorsa assai superficiale, sicuro che quella inefficacia che è in queste prime impugnazioni, sia parimente nell’altre: e sí come vedrete in fatto, pochissime parole bastano a confutar tutta quest’opera, benché construtta con tanti e tanti laboriosi calcoli, come voi vedete. Però sentite il mio progresso. Piglia quest’autore, per trafigger, come dico, gli avversarii con le lor proprie armi, un numero grande d’osservazioni fatte da lor medesimi, che pur sono da 12 o 13 autori in numero, e sopra una parte di quelle fa suoi calcoli, e conclude tali stelle essere state inferiori alla Luna. Ora, perché il proceder per interrogazioni mi piace assai, già che non ci è l’autore stesso, rispondami il signor Simplicio, alle domande ch’io farò, quel ch’e’ crederà che fusse per rispondere esso. E supponendo di trattar della già detta stella del 72, apparsa in Cassiopea, ditemi, signor Simplicio, se voi credete che ella potesse esser nell’istesso tempo collocata in diversi luoghi, cioè esser tra gli elementi, ed anco tra gli orbi de’ pianeti, ed anco sopra questi e tra le stelle fisse, ed anco infinitamente piú alta.

SIMP. Non è dubbio che bisogna dire che ella fusse in un sol luogo, ed in una sola e determinata distanza dalla Terra.

SALV. Adunque, quando le osservazioni fatte da gli astronomi fusser giuste, e che i calcoli fatti da questo autore non fussero errati, bisognerebbe necessariamente che da tutte quelle e da tutti questi se ne raccogliesse la medesima lontananza sempre per appunto: non è vero?

SIMP. Sin qua arriva a ‘ntendere il mio discorso, che bisognerebbe che fusse cosí di necessità; né credo che l’autore contradicesse.

SALV. Ma quando de’ molti e molti computi fatti non ne riuscissero pur due solamente che s’accordassero, che giudizio ne fareste?

SIMP. Giudicherei che tutti fussero fallaci, o per colpa del computista o per difetto de gli osservatori; ed al piú che si potesse dire, direi che un solo, e non piú, fusse giusto, ma non saprei già elegger quale.

SALV. Vorreste voi dunque da fondamenti falsi dedurre e stabilir per vera una conclusione dubbia? certo no. Ora i calcoli di questo autore son tali, che nessuno confronta con un altro; vedete dunque quant’è da prestar lor fede.

SIMP. Veramente, come la cosa sia cosí, questo è un mancamento notabile.

SAGR. Voglio pure aiutare il signor Simplicio e l’autore, con dire al signor Salviati che il suo motivo concluderebbe ben necessariamente, quando l’autore avesse intrapreso a voler determinatamente ritrovare quanta fusse la lontananza della stella dalla Terra; il che non credo che sia stato il suo intento, ma solo di dimostrare che da quelle osservazioni si traeva, la stella essere stata sullunare; talché, se dalle dette osservazioni e da tutti i computi fatti sopra di esse si raccoglie l’altezza della stella sempre minor di quella della Luna, tanto basta all’autore per convincer d’una crassissima ignoranza tutti quelli astronomi che, per difetto di geometria o d’aritmetica, non avevano saputo dalle lor medesime osservazioni dedurre vere conclusioni.

SALV. Sarà dunque conveniente ch’io mi volga a voi, signor Sagredo, che tanto accortamente sostenete la dottrina di questo autore. E per veder di fare che anco il signor Simplicio, benché inesperto di calcoli e dimostrazioni, resti capace almeno della non concludenza delle dimostrazioni di questo autore, prima metto in considerazione come ed esso e gli astronomi tutti con i quali egli è in controversia convengono che la stella nuova fusse priva di moto proprio, e solo andasse in giro al moto diurno del primo mobile; ma dissentono circa il luogo, ponendola quelli nella region celeste, cioè sopra la Luna, e per avventura tra le stelle fisse, e questi giudicandola vicina alla Terra, cioè sotto al concavo dell’orbe lunare. E perché il sito della stella nuova, della quale si parla, fu verso settentrione e non in gran lontananza dal polo, in modo che a noi settentrionali ella non tramontava mai, fu agevol cosa il poter prendere con istrumenti astronomici le sue altezze meridiane, tanto le minime sotto il polo, quanto le massime sopra; dalla conferenza delle quali altezze, fatte da diversi luoghi della Terra posti in varie distanze dal settentrione, cioè tra di loro differenti quanto all’altezze polari, si poteva argomentare la lontananza della stella. Imperocché, quando ella fusse stata nel firmamento tra le altre fisse, le sue altezze meridiane prese in diverse elevazioni di polo conveniva che fussero tra di loro differenti con le medesime differenze che tra esse elevazioni si ritrovavano; cioè, per esempio, se l’elevazione della stella sopra l’orizonte era 30 gradi, presa nel luogo dove l’altezza polare era, verbigrazia, gradi 45, conveniva che l’elevazione della medesima stella fusse cresciuta 4 o 5 gradi in quei paesi piú settentrionali ne’ quali il polo fusse piú alto gli stessi 4 o 5 gradi: ma quando la lontananza della stella dalla Terra fusse assai piccola in comparazion di quella del firmamento, le altezze sue meridiane convien che, accostandoci al settentrione, crescano notabilmente piú che l’altezze polari; e da quel maggiore accrescimento, cioè dall’eccesso dell’accrescimento dell’elevazion della stella sopra l’accrescimento dell’altezza polare (che si chiama differenza di parallasse), si calcola prontamente, con metodo chiaro e sicuro, la lontananza della stella dal centro della Terra. Ora, questo autore piglia le osservazioni fatte da 13 astronomi in diverse elevazioni di polo, e conferendo una particella di quelle a sua elezione, calcola, con dodici accoppiamenti, l’altezza della stella nuova essere stata sempre sotto la Luna; ma ciò conseguisce egli con promettersi tanto crassa ignoranza in tutti quelli alle mani de’ quali potesse pervenire il suo libro, che veramente m’ha fatto nausea: ed io sto a vedere come gli altri astronomi ed in particolare il Keplero, contro al quale principalmente inveisce quest’autore, si contenga in silenzio, che pur non gli suol morir la lingua in bocca, se già egli non ha stimato tale impresa troppo bassa. Ora, per farne avvertiti voi, ho trascritte sopra questo foglio le conclusioni che e’ raccoglie dalle sue 12 indagini. Delle quali la prima è delle due osservazioni

1a, del Maurolico e dell’Hainzelio; onde si raccoglie, la stella essere stata lontana dal centro manco di 3 semidiametri terrestri, essendo la differenza di parallasse gr. 4.42 m.p. e 30 sec. …………….      3      semidiametri;
2a, e calculata dall’osservazioni dell’Hainzelio e dello Schulero, con parallasse 8 m.p. e 30 sec.; e si raccoglie la sua lontananza dal centro più di ………25semidiametri;
3a, e sopra le osservazioni di Ticone e dell’Hainzelio, con parallasse di 10 m.p.; e si raccoglie la distanza dal centro poco meno di ……………19semidiametri,
4a, e sopra l’osservazioni di Ticone e del Landgravio, con parallasse di 14 m.p.; e rende la distanza dal centro circa ……………………….10semidiametri;
5a, e sopra l’osservazioni dell’Hainzelio e di Gemma, con parallasse di 42 m.p. e 30 sec.; per la quale si raccoglie la distanza circa ………………4semidiametri;
6a, e sopra l’osservazioni del Landgravio e del Camerario, con parallasse di 8 m.p.; e si ritrae la distanza circa ……………………………..4semidiametri;
7a, e sopra l’osservazioni di Ticone e dell’Hagecio, con parallasse di 6 m.p.; e si raccoglie la distanza …..32semidiametri;
8a, e con l’osservazioni dell’Hagecio e dell’Ursino, con parallasse di 43 m.p.; e rende la distanza della stella dalla superficie della Terra ………………..1/2semidiametri;
9a, e sopra le osservazioni del Landgravio e del Buschio, con parallasse di 15 m.p.; e rende la distanza dalla superficie della Terra ………………..1/48semidiametri;
10a, e sopra l’osservazioni del Maurolico e del Munosio, con parallasse di 4 gr. e 30 m.p.; e rende la distanza dalla superficie della Terra …………..1/5semidiametri;
11a, e con le osservazioni del Munosio e di Gemma, con parallasse di 55 m.p.; e rendono la distanza dal centro circa ……………………………..13semidiametri;
12a, e con le osservazioni del Munosio e dell’Ursino, con parallasse di gr. 1 e 36 m.p.; e si ritrae la distanza dal centro meno di ………………..7semidiametri.

Queste sono 12 investigazioni fatte dall’autore a sua elezione, tra moltissime che, come egli dice, potevano farsi con le combinazioni delle osservazioni di questi 13 osservatori; le quali 12 è credibile che sieno le piú favorevoli per provare il suo intento.

SAGR. Ma io vorrei sapere se tra le altre tante indagini pretermesse dall’autore ve ne sono di quelle che fussero in suo disfavore, cioè dalle quali calcolando si raccogliesse, la stella nuova essere stata sopra la Luna, sí come mi par, cosí a prima fronte, di poter ragionevolmente dubitare, mentre io veggo queste prodotte esser tanto tra di loro differenti, che alcune mi danno la lontananza della stella nuova da Terra 4, 6, 10, 100, e mille, e millecinquecento volte maggiore l’una che l’altra; talché posso ben sospettare che tra le non calcolate ve ne fusse qualcuna in favor della parte avversa, e tanto piú mi pare di poter creder ciò, quanto io non penso che quelli astronomi osservatori mancassero della intelligenza e pratica di questi computi, che non penso che dependano dalle piú astruse cose del mondo. E ben mi parrà cosa piú che miracolosa se, mentre in queste 12 sole indagini ce ne sono di quelle che rendono la stella vicina alla Terra a poche miglia, ed altre che per piccolissimo intervallo la rendono inferiore alla Luna, non se ne trovi alcuna che, a favor della parte avversa, la renda almanco per 20 braccia sopra l’orbe lunare, e, quel che sarà poi piú stravagante, che tutti quelli astronomi siano stati cosí ciechi, che non abbiano scorta una lor fallacia tanto patente.

SALV. Cominciate ora a prepararvi l’orecchie a sentir con infinita ammirazione a quali eccessi di confidenza della propria autorità e dell’altrui balordaggine trasporta il desiderio di contradire e mostrarsi piú intelligente de gli altri. Tra le indagini tralasciate dall’autore ce ne sono di quelle che rendono la stella nuova non pur sopra la Luna, ma sopra le stelle fisse ancora; e queste non son poche, ma la maggior parte, come vedrete in quest’altro foglio, dove io l’ho registrate.

SAGR. Ma che dice l’autore di queste? forse non le ha considerate?

SALV. Le ha considerate pur troppo, ma dice che le osservazioni sopra le quali i calcoli rendon la stella infinitamente lontana, sono errate, e che non possono tra di loro combinarsi.

SIMP. Oh questa mi par bene una ritirata debole, perché la parte potrà con altrettanta ragione dire che errate siano quelle onde egli sottrae, la stella essere stata nella regione elementare.

SALV. Oh, signor Simplicio, se mi succedesse di farvi restar capace dell’artifizio, benché non gran cosa artifizioso, di questo autore, vorrei destarvi meraviglia ed anco sdegno, mentre scorgeste come egli, palliando la sua sagacità co ‘l velo della vostra semplicità e de gli altri puri filosofi, si vuole insinuare nella vostra grazia co ‘l grattarvi le orecchie e co ‘l gonfiar la vostra ambizione, mostrando d’aver convinti e resi muti questi astronometti che hanno voluto assalire l’inespugnabile inalterabilità del cielo peripatetico, e, quel che è piú, ammutitigli e convinti con le lor proprie armi. Io ne voglio fare ogni sforzo; ed intanto il signor Sagredo condoni al signor Simplicio ed a me il tediarlo forse un po’ troppo, mentre con soverchio circuito di parole (soverchio dico, alla sua velocissima apprensiva) anderò cercando di far palese cosa, che è bene che non gli resti ascosa e incognita.

SAGR. Io, non solo senza tedio, ma con gusto, sentirò i vostri discorsi; e cosí ci potessero intervenire tutti i filosofi peripatetici, acciò potessero comprendere quanto devano restar obbligati a questo lor protettore.

SALV. Ditemi, signor Simplicio, se voi sete ben restato capace, come, sendo la stella nuova collocata nel cerchio meridiano là verso settentrione, a uno che da mezzo giorno camminasse verso tramontana tanto se gli andrebbe elevando sopra l’orizonte l’istessa stella nuova quanto il polo, tuttavolta che ella fusse veramente collocata tra le stelle fisse; ma che quando ella fusse notabilmente piú bassa, cioè piú vicina a Terra, ella apparirebbe elevarsi piú del medesimo polo, e sempre piú quanto la vicinanza fusse maggiore?

SIMP. Parmi d’esserne capacissimo, in segno di che mi proverò a farne una figura matematica: ed in questo cerchio grande noterò il polo P, e in questi due cerchi piú bassi noterò due stelle vedute da un punto in Terra, che sia A, e le due stelle sieno queste B, C, vedute per la medesima linea A B C incontro a una stella fissa D; camminando poi in Terra sino al termine E, le due stelle mi appariranno separate

dalla fissa D e avvicinatesi al polo P, e piú la piú bassa B, che mi apparirà in G, e manco la C, che apparirà in F; ma la fissa D averà mantenuta la medesima lontananza dal polo.

SALV. Veggo che voi intendete benissimo. Credo che voi comprendiate ancora, come, per esser la stella B piú bassa della C, l’angolo che vien costituito da i raggi della vista che partendosi da i due luoghi A, E si congiungono in C, cioè quest’angolo A C E, è piú stretto, o vogliam dir piú acuto, dell’angolo costituito in B da i raggi A B, E B.

SIMP. Si vede al senso benissimo.

SALV. Ed anco, per esser la Terra piccolissima e quasi insensibile rispetto al firmamento, ed in conseguenza per esser brevissimo lo spazio A E, che si può camminare in Terra, in comparazion dell’immensa lunghezza delle linee E G, E F da Terra sino al firmamento, venite a intendere che la stella C si potrebbe alzare e allontanar tanto e tanto dalla Terra, che l’angolo costituito in essa da i raggi che partono da i medesimi punti A, E divenisse acutissimo e come assolutamente insensibile e nullo.

SIMP. E questo ancora intendo io perfettamente.

SALV. Ora sappiate, signor Simplicio, che gli astronomi e matematici hanno trovate regole infallibili per via di geometria e d’aritmetica, da potere, mercé della quantità di questi angoli B, C e delle loro differenze, congiugnendovi la notizia della distanza de i due luoghi A, E, ritrovare a un palmo la lontananza delle cose sublimi, tuttavolta però che detta distanza e detti angoli siano presi giusti.

SIMP. Talché, se le regole dependenti dalla geometria e dall’aritmetica son giuste, tutte le fallacie ed errori che s’incontrassero nel volere investigar tali altezze di stelle nuove o di comete o di altro, convien che dependano dalla distanza A E e da gli angoli B, C, non ben misurati. E cosí tutte quelle diversità che si veggono in queste 12 indagini, dependono non da difetti delle regole de i calcoli, ma da errori commessi nell’investigar tali angoli e tali distanze per mezo delle osservazioni istrumentali.

SALV. Cosí è, né di questo casca difficultà veruna. Ora convien che attentamente notiate, come nell’allontanar la stella da B in C, onde l’angolo si fa sempre piú acuto, il raggio E B G si va continuamente allontanando dal raggio A B D dalla parte di sotto l’angolo, come mostra la linea E C F, la cui parte inferiore E C è piú remota dalla parte A C che non è la E B: ma non può già mai accadere che, per qualunque immenso allontanamento, le linee A D, E F totalmente si disgiunghino, dovendosi finalmente andare a congiugner nella stella; e solamente si potrebbe dire che le si separassero e si riducessero ad esser parallele, quando l’allontanamento fusse infinito, il qual caso non si può dare. Ma perché (notate bene) la lontananza del firmamento, in relazione alla piccolezza della Terra, come già s’è detto, si reputa come infinita, però l’angolo contenuto da i raggi che tirati da i punti A, E andassero a terminare in una stella fissa, si stima come nullo, ed essi raggi come due linee parallele; e però si conclude, che allora solamente si potrà affermare, la stella nuova essere stata nel firmamento, quando dalla collazione delle osservazioni fatte in diversi luoghi si raccolga co ‘l calcolo, l’angolo detto esser insensibile e le linee come parallele. Ma quando l’angolo sia di notabil quantità, convien necessariamente la stella nuova esser piú bassa delle fisse, ed anco della Luna, quando però l’angolo A B E fusse maggiore di quello che si costituirebbe nel centro della Luna.

SIMP. Adunque la lontananza della Luna non è tanto grande che un simil angolo in lei resti insensibile?

SALV. Signor no; anzi è egli sensibile non solo nella Luna, ma nel Sole ancora.

SIMP. Ma se questo è, potrà anco essere che tale angolo sia osservabile nella stella nuova senza che ella sia inferiore al Sole, non che alla Luna.

SALV. Cotesto può essere, ed è anco ne i presenti casi, come vedrete a suo luogo, cioè quando averò spianata la strada in maniera, che voi ancora, benché non intelligente di calcoli astronomici, possiate restar capace e toccar con mano quanto quest’autore ha avuto piú la mira di scrivere a compiacenza de i Peripatetici, co ‘l palliare e dissimular varie cose, che a stabilimento del vero, co ‘l portarle con nuda sincerità. Però seguiamo oltre. Dalle cose dichiarate sin qui credo che voi restiate capacissimo come la lontananza della stella nuova non si può mai far tanto immensa, che ‘l piú volte nominato angolo interamente svanisca e che li due raggi de gli osservatori da i luoghi A, E divengano linee parallele; e venite in conseguenza a comprender perfettamente, che quando il calcolo ritraesse dalle osservazioni, tal angolo esser totalmente nullo o le linee esser veramente parallele, saremmo sicuri l’osservazioni esser, almeno in qualche minimo che, errate; ma quando il calcolo ci desse, le medesime linee essersi disseparate non solamente sino all’equidistanza, cioè sino all’esser parallele, ma aver trapassato oltre al termine, ed essersi allargate piú ad alto che a basso, allora bisogna risolutamente concludere, le osservazioni essere state fatte con meno accuratezza, ed in somma essere errate, come quelle che ci conducono ad un manifesto impossibile. Bisogna poi che voi mi crediate, e supponghiate per cosa verissima, che due linee rette che si partono da due punti segnati sopra un’altra retta, allora son piú larghe in alto che a basso, quando gli angoli compresi dentro di esse sopra quella retta son maggiori di due angoli retti; e quando questi fussero eguali a due retti, esse linee sarebbero parallele; ma se fussero minori di due retti, le linee sarebbero concorrenti, e prolungate serrerebbero il triangolo indubitabilmente.

SIMP. Io, senza prestarvi fede, ne ho scienza, e non son tanto nudo di geometria, ch’io non sappia una proposizione che mille volte ho avuto occasione di leggere in Aristotile, cioè che i tre angoli d’ogni triangolo sono eguali a due retti: talché, s’io piglio nella mia figura il triangolo A B E, posto che la linea E A fusse retta, comprendo benissimo come i suoi tre angoli A, E, B sono eguali a due retti, e che in conseguenza li due soli E, A son minori di due retti tanto quanto è l’angolo B; onde allargando le linee A B, E B (ritenendole però ferme ne’ punti A, E) sin che l’angolo contenuto da esse verso le parti B svanisca, li due da basso resteranno eguali a due retti, ed esse linee saranno ridotte all’esser parallele; e se si seguitasse di slargarle piú, gli angoli a i punti E, A diverrebbero maggiori di due retti.

SALV. Voi sete un Archimede, e mi avete liberato dallo spender piú parole in dichiararvi, come tuttavolta che da i calcoli si cavasse li due angoli A, E esser maggiori di due retti, l’osservazioni senz’altro vengono ad essere errate. Quest’è quel tanto ch’io desideravo che voi capiste perfettamente, e ch’io dubitavo di non aver a poter dichiarar in modo che un puro filosofo peripatetico ne acquistasse sicura intelligenza. Ora seguitiamo quel che resta. E ripigliando quello che poco fa mi concedeste, cioè, che non potendo esser la stella nuova in piú luoghi, ma in un solo, tuttavoltaché i calcoli fatti sopra le osservazioni di questi astronomi non ce la rendono nel medesimo luogo, è forza che sia errore nelle osservazioni, cioè o nel prender l’altezze polari, o nel prender l’elevazioni della stella, o nell’una e nell’altra operazione; ora, perché nelle molte indagini, fatte con le combinazioni a due a due dell’osservazioni, pochissime sono che si rincontrino a render la stella nel medesimo sito, adunque queste pochissime sole potrebbero esser le non errate, ma le altre tutte sono assolutamente errate.

SAGR. Bisognerà dunque credere a queste pochissime sole piú che a tutte l’altre insieme; e perché voi dite che queste che si concordano son pochissime, ed io tra queste 12 ne veggo due che rendon la distanza della stella dal centro della Terra amendue 4 semidiametri, che sono questa quinta e la sesta, adunque piú probabile è che la stella nuova sia stata elementare che celeste.

SALV. Non sta cosí: perché, se voi notate bene, non ci è scritto la distanza essere stata puntualmente 4 semidiametri, ma circa 4 semidiametri; ma però voi vedrete che tali due distanze differivano tra di loro per molte centinaia di miglia. Eccovele qui: vedete che questa quinta, che è 13389 miglia, supera la sesta, che è miglia 13100, quasi di 300 miglia.

SAGR. Quali son dunque queste poche che s’accordano in por la stella nel medesimo luogo?

SALV. Son, per disgrazia di questo autore, cinque indagini, che tutte la ripongono nel firmamento, come voi vedrete in quest’altra nota, dove io registro molte altre combinazioni. Ma io voglio concedere all’autore piú di quello che per avventura mi domanderebbe, che è insomma che in ciascuna combinazione delle osservazioni sia qualche errore: il che credo che assolutamente sia necessario; perché, sendo 4 in numero le osservazioni che servono per una indagine, cioè due diverse altezze di polo e due diverse elevazioni di stella, fatte da diversi osservatori, in diversi luoghi e con diversi strumenti, chiunque abbia qualche cognizione di tal pratica dirà non potere essere che tra tutte 4 non sia caduto qualche errore, e massime mentre che noi veggiamo che nel prender una sola altezza di polo, co ‘l medesimo strumento, nel medesimo luogo e dal medesimo osservatore, che l’ha potuta far mille volte, tuttavia si va titubando di qualche minuto, e spesso anco di molti, come in questo medesimo libro potete vedere in diversi luoghi. Supposte queste cose, io vi domando, signor Simplicio, se voi credete che questo autore tenga i 13 osservatori in concetto d’uomini accorti, intelligenti e destri nel maneggiare tali strumenti, o pur per uomini grossolani e inesperti.

SIMP. Non può esser ch’e’ gli reputi se non molto cauti ed intelligenti; perché quando e’ gli stimasse inetti a tal esercizio, potrebbe dar bando al suo stesso libro, come nulla concludente, per esser fondato sopra supposizioni piene di errori; e per troppo semplici spaccerebbe noi, mentre e’ credesse con l’inesperienza di quelli persuaderci per vera una sua falsa proposizione.

SALV. Adunque, come questi osservatori sien tali, e che pur con tutto ciò abbiano errato e però convenga emendar loro errori, per poter dalle loro osservazioni ritrar quel piú di notizia che sia possibile, conveniente cosa è che noi gli applichiamo le minori e piú vicine emende e correzioni che si possa, purch’elle bastino a ritirar l’osservazioni dall’impossibilità alla possibilità; sí che, verbigrazia, se si può temperar un manifesto errore ed un patente impossibile di una loro osservazione con l’aggiugnere o detrar 2 o ver 3 minuti, e con tale emenda ridurlo al possibile, non si deva volerlo aggiustare con la giunta o suttrazione del 15 o 20 o 50.

SIMP. Non credo che l’autore contradicesse a questo; perché, conceduto che e’ siano uomini giudiziosi ed esperti, si deve creder piú presto che egli abbiano errato di poco che d’assai.

SALV. Or notate appresso. De i luoghi dove collocar la stella nuova, alcuni son manifestamente impossibili, ed altri possibili. Impossibile assolutamente è che ella fusse per infinito intervallo superiore alle stelle fisse, perché un tal sito non è al mondo, e quando fusse, la stella posta là a noi sarebbe stata invisibile; è anco impossibile che ella andasse serpendo sopra la superficie della Terra, e molto piú che ella fusse dentro all’istesso globo terreno. Luoghi possibili sono questi de’ quali si è in controversia, non repugnando al nostro intelletto che un oggetto visibile, in aspetto di stella, potesse esser sopra la Luna, non men che sotto. Ora, mentre si va cercando di ritrar per via d’osservazioni e di calcoli, fatti con quella sicurezza alla quale la diligenza umana può arrivare, qual veramente fusse il suo luogo, si trova che la maggior parte di essi calcoli la rendon piú che per infinito intervallo superiore al firmamento, altri la rendon prossima alla superficie della Terra, ed alcuni anco sotto tal superficie, e de gli altri, che la ripongono in luoghi non impossibili, nissuni si concordano tra di loro, dimodoché convien dire, tutte le osservazioni esser necessariamente fallaci; talché, se noi vogliamo pur da tante fatiche ritrar qualche frutto, bisogna ridursi alle correzioni, emendando tutte l’osservazioni.

SIMP. Ma l’autore dirà, che delle osservazioni che rendono la stella in luoghi impossibili, non si deve far capitale alcuno, come quelle che infinitamente sono errate e fallaci; e solo si debbono accettar quelle che la costituiscono in luoghi non impossibili, e tra queste solamente andar ricercando, per via de i piú probabili e piú numerosi rincontri, se non il sito particolare e giusto, cioè la sua vera distanza dal centro della Terra, almeno di venire in cognizione se ella fu tra gli elementi o pur tra i corpi celesti.

SALV. Il discorso che fate voi adesso, è quell’istesso che ha fatto l’autore a favor della causa sua, ma con troppo irragionevol disavvantaggio della parte; e quest’è quel punto principale che mi ha fatto sopramodo maravigliare della troppa confidenza ch’e’ si è presa, non men della propria autorità, che della cecità ed inavvertenza de gli astronomi: per i quali io parlerò, e voi risponderete per l’autore. E prima io vi domando, se gli astronomi nell’osservare con loro strumenti, e cercar, verbigrazia, quanta sia l’elevazione d’una stella sopra l’orizonte, possono deviar dal vero tanto nel piú quanto nel meno, cioè ritrar con errore che ella sia talvolta piú alta del vero e talvolta piú bassa, o pure se l’errore non può mai esser se non d’un genere, cioè che, errando, sempre pecchino nel soverchio e non mai nel meno, o sempre nel meno né già mai nel soverchio.

SIMP. Io non ho dubbio che sia egualmente pronto l’errare nell’uno che nell’altro modo.

SALV. Credo che l’autore risponderebbe il medesimo. Ora, di questi due generi d’errori, che son contrarii e ne quali possono essere egualmente incorsi gli osservatori della stella nuova, applicati al calcolo, l’un genere renderà la stella piú alta del vero, e l’altro piú bassa: e perché già noi convenghiamo che tutte le osservazioni son errate, per qual ragione vuol quest’autore che noi accettiamo per piú congruenti co ‘l vero quelle che mostrano la stella essere stata vicina, che l’altre che la mostrano soverchiamente lontana?

SIMP. Per quel che mi pare aver ritratto dalle cose dette sin qui, io non veggo che l’autore ricusi quelle osservazioni ed indagini che potesser render la stella lontana piú che la Luna ed anco piú del Sole, ma solamente quelle che la fanno remota (come voi stesso avete detto) piú che per un infinito intervallo; la qual distanza perché voi ancora recusate come impossibile, però egli trapassa, come per infinitamente convinte di falsità e di impossibilità, cotali osservazioni. Parmi dunque, che se voi volete convincer l’autore, voi debbiate produrre indagini piú esatte, o piú in numero, o di piú diligenti osservatori, le quali costituiscano la stella in tanta e tanta lontananza sopra la Luna o sopra al Sole, in luogo insomma possibile ad esservi, sí come egli produce queste 12 che tutte rendono la stella sotto la Luna, in luoghi che sono al mondo e dove ella poteva essere.

SALV. Maaa, signor Simplicio, qui consiste l’equivoco vostro e dell’autore; vostro per un rispetto, e dell’autore per un altro. Io scorgo dal vostro parlare, che voi vi sete formato concetto che l’esorbitanze che si commettono nello stabilir la lontananza della stella, vadano crescendo secondo la proporzione de gli errori che si fanno sopra lo strumento nel far l’osservazioni, e che, per il converso, dalla grandezza delle esorbitanze si possa argomentar la grandezza de gli errori, e che però, sentendo dire, ritrarsi dalla tale osservazione la lontananza della stella esser infinita, sia necessario l’error nell’osservare essere stato infinito, e perciò inemendabile e come tale recusabile: ma il negozio, signor Simplicio mio, non cammina cosí; e del non aver compreso come stia questo fatto, ne scuso voi, come inesperto di tali maneggi, ma non posso già sotto simil mantello palliar l’error dell’autore, il quale, dissimulando l’intelligenza di questo, che si è persuaso che noi veramente non fussimo per intendere, ha sperato servirsi della nostra ignoranza per accreditar maggiormente la sua dottrina appresso la moltitudine de i poco intelligenti. Però, per avvertimento di quelli che son piú creduli che intendenti, e per trar voi d’errore, sappiate che può essere (e che il piú delle volte accaderà) che una osservazione la quale vi dia la stella, per esempio, nella lontananza di Saturno, con l’accrescere o detrarre un sol minuto dall’elevazione presa con lo strumento la farà divenir in distanza infinita, e però di possibile impossibile; e per il converso, quei calcoli che fabbricati sopra tali osservazioni vi rendono la stella infinitamente lontana, molte volte può essere che con l’aggiugnere o scemare un sol minuto la ritirino in sito possibile: e questo ch’io dico d’un minuto, può accadere ancora con la correzione d’un mezo, e d’un sesto, e di manco. Ora fissatevi ben nella mente, che nelle distanze altissime qual è, verbigrazia, l’altezza di Saturno o quella delle stelle fisse, minimissimi errori fatti dall’osservatore sopra lo strumento rendono il sito di terminato e possibile, infinito ed impossibile. Ciò non cosí avviene delle distanze sublunari e vicine alla Terra, dove può accadere che l’osservazione dalla quale si sia raccolto, la stella esser lontana, verbigrazia, 4 semidiametri terrestri, si potrà crescere o diminuire non solamente d’un minuto, ma di dieci e di cento e di assai piú, senza che il calcolo la renda non pur infinitamente remota, ma né anco superiore alla Luna. Comprendete da questo, che la grandezza de gli errori, per cosí dire, strumentali non si ha da stimare dall’esito del calcolo, ma dalla quantità stessa de i gradi e de’ minuti che si numerano sopra lo strumento; e quelle osservazioni s’hanno a chiamar piú giuste o men errate, le quali con la giunta o suttrazione di manco minuti restituiscono la stella in luogo possibile; e tra i luoghi possibili, il vero sito convien credere che fusse quello intorno al quale concorre numero maggiore delle distanze, sopra le piú giuste osservazioni calcolate.

SIMP. Io non resto ben capace di questo che voi dite, né so per me stesso comprendere come possa essere che nelle distanze massime maggior esorbitanza possa nascere dall’error d’un sol minuto, che nelle piccole da 10 o da 100; e però arei caro di intenderlo.

SALV. Voi, se non per teorica almeno per pratica, lo vedrete da questo breve sunto ch’io ho fatto di tutte le combinazioni e di parte delle indagini tralasciate dall’autore, le quali io ho calcolate, e notate sopra questo medesimo foglio.

SAGR. Convien dunque che voi da ieri in qua, che pur non son passate piú di 18 ore, non abbiate fatto altro che calcolare, senza prender né cibo né sonno.

SALV. Anzi ho io preso l’uno e l’altro ristoro: ma io fo simili calcoli con gran brevità; e s’io debbo dire il vero, mi son maravigliato non poco che quest’autore vadia cosí per la lunga ed interponendo tante computazioni non punto necessarie al quesito che si cerca. E per piena intelligenza di questo, ed anco acciò speditamente si possa conoscer quanto dalle osservazioni de gli astronomi, de i quali si serve l’autore, piú probabilmente si raccolga, la stella nuova potere essere stata superiore alla Luna ed anco a tutti i pianeti, e tra le stelle fisse e piú alta ancora, ho trascritte sopra questa carta tutte l’osservazioni registrate dal medesimo autore che furon fatte da 13 astronomi, dove son notate le elevazioni polari e le altezze della stella nel meridiano, tanto le minime sotto il polo, quanto le massime e superiori: e son queste.

 Ticone.   
Altezza del pologr.55.58m.p.
Altezza della *gr.84.0la massima;
  27.57m.p. la minima.
E queste sono del primo  scritto; ma del secondo la minima è27.45m. p.
    
 
 Ainzelio.   
Altezza polaregr.48.22m.p.
Altezza della *gr.76.34m.p.
  76.33m.p. e 45 sec.
  76.35m.p.
  20.9m.p. e 40 sec.
  20.9m.p. e 30 sec.
  20.9m.p. e 20 sec.

_______________________________________________

Peucero e Sculero.  Landgravio.
Altezza polare51.54 m.p.Altezza polare51.18 m.p.
Altezza della stella79.56 m.p.Altezza della stella79.30 m.p.
 23.33 m.p.  
Camerario.  
Altezza polaregr.52.24 m.p.
della stella 80.30 m.p.
  80.27 m.p.
  80.26 m.p.
  24.28 m.p.
  24.20 m.p.
  24.17 m p.
Agecio.  Ursino.
Altezza polaregr.48.22 m.p.Altezza polare49.24 m.p.
della stella 20.15 m.p.Stella79.
Munosio.   22.
 Maurolico.
Altezza polare39.30 m p. 
Stella67.30 m.p.Altezza polaregr.38.30 m.p.
 11.30 m.p.della stella 62
Gemma.  Buschio.
Altezza polare50.50 m p.Altezza polare51.10 m.p.
Stella79.45 m p.Stella79.20 m.p.
   22.40 m.p.
Reinoldo.
Altezza polare51.18 m.p.
Stella79.30 m.p.
 23.02 m.p.

Ora, per veder tutto il mio progresso, potremo cominciar da questi calcoli, che son 5 trapassati dall’autore forse perché fanno contro di lui, atteso che costituiscono la stella sopra la Luna per molti semidiametri terrestri. Il primo de’ quali è questo, calcolato sopra l’osservazioni del Landgravio d’Assia e di Ticone, che sono, anco per concession dell’autore, de i piú esquisiti osservatori: ed in questo primo dichiarerò l’ordine che tengo nell’investigazione, la qual notizia vi servirà per tutti gli altri, atteso che vanno con la medesima regola, non variando in altro che nella quantità del dato, cioè ne i numeri de i gradi dell’altezze polari e delle elevazioni sopra l’orizonte della stella nuova, della quale si cerca la distanza dal centro della Terra in proporzione al semidiametro del globo terrestre; del quale in questo caso niente importa il saper quante miglia sia, onde il risolver quello e la distanza de’ luoghi dove furon fatte l’osservazioni, come fa quest’autore, è fatica e tempo gettato via, né so perché l’abbia fatto, e massime che in ultimo e’ torna a riconvertir le miglia trovate in semidiametri del globo terrestre.

SIMP. Forse fa questo per ritrovar, con tali misure piú piccole e con le loro frazioni, la distanza della stella determinata sino a 4 dita; perché noi altri, che non intendiamo le vostre regole aritmetiche, restiamo stupefatti nel sentir le conclusioni, mentre leggiamo, verbigrazia: «Adunque la cometa, o la stella nuova, era lontana dal centro della Terra trecento settantatremila ottocentosette miglia, e piú dugent’undici quattromilanovantasettesimi 373807 211/4097», e sopra queste tanto precise puntualità, dove si registrano tali minuzie, formiamo concetto che sia impossibil cosa che voi, che ne’ vostri calcoli tenete conto d’un dito, poteste in ultimo ingannarci di 100 miglia.

SALV. Questa vostra ragione e scusa sarebbe accettabile, quando in una distanza di migliaia di miglia un braccio di piú o di meno fusse di gran rilievo, e quando le supposizioni che noi pigliamo per vere fusser cosí certe, che ci assicurassero che noi fussimo per ritrarre in ultimo un’indubitabil verità: ma qui voi vedete, nelle 12 indagini dell’autore le lontananze della stella, che da esse si raccolgono, esser differenti l’una dall’altra (e però lontane dal vero) di molte centinaia e migliaia di miglia; ora, mentre io sia piú che sicuro che quel ch’io cerco deve necessariamente differir dal giusto di centinaia di miglia, a che proposito affannarsi nel calcolo, per la gelosia di non ismagliar d’un dito? Ma venghiamo finalmente all’operazione, la qual io risolvo in tal modo. Ticone, come si vede nella nota, osservò la stella nell’altezza polare di gr. 55.58 m.p.; e l’altezza polare del Landgravio fu 51.18 m.p.: l’altezza della stella nel meridiano, presa da Ticone, fu gr. 27.45 m.p.; il Landgravio la trovò alta gr. 23.03 m.p.: le quali altezze son queste notate qui appresso, corne vedete:

  TiconePolo55.58 m.p. stella    27.45 m p.
  LandgravioPolo51.18 m.p. stella    23.03 m.p.

Fatto questo, sottraggo le minori dalle maggiori, e restano queste differenze qui sotto:

    4.40m.p. 4.42 m.p.
   Parallasse2 m.p.  

dove la differenza dell’altezze polari, 4.40 m.p., è minore della differenza dell’altezze della, 4.42 m.p., e però c’è differenza di parallasse gr. 0. 2 m.p. Trovate queste cose, piglio l’istessa figura dell’autore, cioè questa, nella quale il punto B è il luogo del Landgravio, D il luogo di Ticone, C luogo della, A centro della Terra, A B E linea verticale del Landgravio, A D F di Ticone, e l’angolo B C D differenza di parallasse.

Ang. BAD4.40 m.p. Corda sua 8142 parti di quali il semid. AB è 100000 
BDF92.20 m.p.   
      
      
   58426578142    
    8142     
    85314     
    170628_     
    42657__     
    341256___     
     59      
    58347313294     
     571      
     5      

E perché l’angolo B A D, compreso tra le verticali, è eguale alla differenza dell’altezze polari, sarà gr. 4.40 m.p., e lo noto qui da parte; e di esso trovo la corda, dalla tavola de gli archi e corde, e la noto appresso, che è 8142 parti di quali il semidiametro A B è 100000. Trovo poi l’angolo B D C facilmente: imperocché la metà dell’angolo B A D, che è 2.20 m.p., giunta a un retto dà l’angolo B D F 92.20 m.p., al quale giugnendo l’angolo C D F, che è la distanza dal vertice della maggiore altezza della stella, che qui è 62.15 m.p., ci dà la quantità dell’angolo BDC 154.45 m.p.; il quale noto insieme co ‘l suo sino, preso dalla tavola, il quale è 42.657, e sotto questo noto l’angolo della parallasse B C D 0.2 m.p., co ‘l suo sino 58. E perché nel triangolo B C D il lato D B al lato B C è come il sino dell’angolo opposto B C D al sino dell’angolo opposto B D C, adunque quando la linea B D fusse 58, B C sarebbe 42.657; e perché la corda DB è 8142 di quali il semidiametro BA è 100000, e noi cerchiamo di sapere quante delle medesime parti sia B C, però diremo, per la regola aurea: Se quando BD è 58, BC è 42.657, quando la medesima DB fusse 8.142, quanto sarebbe la BC? Però multiplico il secondo termine per il terzo; mi viene 347.313.294, il quale si deve dividere per il primo, cioè per 58, ed il quoziente sarebbe il numero delle parti della linea B C di quali il semidiametro A B è 100.000: e per sapere quanti semidiametri B A contenesse la medesima linea B C, bisognerebbe di nuovo dividere il medesimo quoziente trovato per 100.000, ed aremmo il numero de’ semidiametri compresi in B C. Ora, il numero 347.313.294 diviso per 58 dà 5.988.160 1/4 come si vede qui:

 59881601/4
58347313294 
 5717941 
 543 
e questo diviso per 100000 ci dà 59 88160/100000
 
1 | 00000 | 59 | 88160

Ma noi possiamo abbreviare assai l’operazione, dividendo il primo prodotto trovato, cioè 347313294, per il prodotto della multiplicazione delli due numeri 58 e 100000, che è

  59 
5800000347313294
  571 
  5 

 e ne vien parimente 59 5113294/5800000.

E tanti semidiametri son contenuti nella linea B C, a i quali aggiuntone uno per la linea A B, averemo poco meno che 61 semidiametri per le due linee A B C, e però la distanza retta dal centro A alla stella C sarà piú di 60 semidiametri; adunque viene ad esser superiore alla Luna, secondo Tolomeo piú di 27 semidiametri, e secondo il Copernico piú di 8, posto che la lontananza della Luna dal centro della Terra in via di esso Copernico sia, qual dice l’autore, semidiametri 52.

Con questa simile indagine trovo, dall’osservazioni del Camerario e del Munosio, la stella tornar situata in una simil lontananza, cioè essa ancora piú di 60 semidiametri: e queste sono le osservazioni, e questo appresso il calcolo.

Altezza polare delCamerario Munosio52.24 m p. 39.30 m.p.altezza della stella24.28 m.p. 11.30   
   12.54 m p.   
 Differenza di parallasse0.04 m.p.ed angolo BCD  
       
AngoliBAD BDC BCD12.54 m.p. 161.59 m.p. 0.04 m.p.;    e la sua corda   sini22466 30930 116  
Regola aurea
  22466  
 1163093022466 
  673980  
  202194  
  67398  
  59distanza BC semidiametri 59 e quasi 60.
 116694873380 
  1144  
  10  

La indagine appresso è fatta sopra due osservazioni di Ticone e del Munosio; dalle quali si calcola, la stella essere stata lontana dal centro della Terra semidiametri 478 e piú.

Altezze polari diTicone55.58 m.p.altezza della *84.00 m.p. 
  Munosio39.30 m.p.  67.30 m.p. 
Differenza dell’altezze polari  16.28 m.p. 16.30 m.p. differenza dell’altezze della *
   16.28 m.p. 
Differenza di parallasse0.02 m.p.ed angolo BCD.
AngoliBAD BDC BCD16.28 m.p. 104.14 m.p. 0.02 m.p.;    e la sua corda   sini28640 96930 58 
                                                      Regola aurea
 589693028640 
  28640  
  3877200  
  58158  
  77544  
  19386  
  478  
 582776075200  
  4506  
  53  

Quest’indagine che segue, dà la stella remota dal centro piú di 358 semidiametri.

Altezze polariPeucero Munosio51.54 m.p. 39.30 m.p.altezza della stella79.56 m.p. 67,30 m.p. 
 12.24 m.p. 12.26 m.p. 
   12.24 m.p. 
   0.02 m.p. 
AngoliBAD BDC BCD12.24 m.p. 106.16 m.p. 0.02 m.p.;    e la sua corda   sini21600 95996 58 
Regola aurea
  589599621600 
   21600  
   57597600  
   95996  
   191992  
   357  
 582073513600  
 3339   
 42   

Da quest’altra indagine la stella si ritrova esser lontana dal centro piú di 716 semidiametri.

Altezze polariLandgravio Ainzelio51.18 m.p. 48.22 m.p.altezza della stella79.30 m.p. 76.33 m.p. e 45 sec 
   2.56 m.p.  2.56 m.p. e 15 sec. 
      2.56 m.p. 
      0.00 m.p. e 15 sec 
        
        
AngoliBAD BDC BCD2.56 m.p. 101.58 m.p. 0.00 m.p. 15 se     corda   sini5120 97845 7  
Regola aurea
 7978455120 
  5120  
  1956900  
  97845  
  489225  
  715   
 7500966400 
  134   

Queste, come vedete, son cinque indagini le quali rendon la stella assai superiore alla Luna: dove voglio che voi facciate considerazione sopra quel particolare che poco fa vi dissi, cioè che nelle distanze grandi la mutazione, o vogliam dir correzione, di pochissimi minuti, rimuove la stella per grandissimi spazii; come, per esempio, nella prima di queste indagini, dove il calcolo rese la stella 60 semidiametri remota dal centro, con la parallasse di 2 minuti, chi volesse sostenere che ella fusse nel firmamento, non ha a corregger nelle osservazioni altro che 2 minuti e anco meno, perché allora cessa la parallasse, o divien cosí piccola che rende la stella in lontananza immensa, quale si riceve da tutti esser quella del firmamento. Nella seconda indagine l’emenda di manco di 4 m.p. fa l’istesso. Nella terza e nella quarta, pur come nella prima, due minuti soli ripongon la stella anco sopra le fisse. Nella precedente un quarto d’un minuto, cioè 15 secondi, ci danno l’istesso. Ma non cosí avverrà nelle altezze sublunari: imperocché figuratevi pure qual lontananza piú vi piace, e fate prova di voler corregger le indagini fatte dall’autore ed aggiustarle sí che tutte rispondano nella medesima determinata lontananza; voi vedrete quanto maggiori emende vi bisognerà fare.

SAGR. Non sarà se non bene, per nostra piena intelligenza, veder qualche esempio di questo che dite.

SALV. Stabilite voi a vostro beneplacito qual si sia determinata lontananza sublunare, dove costituir la stella; ché con poca briga potremo assicurarci se correzioni simili a queste, che abbiamo veduto bastar per ridurla tra le fisse, la ridurranno nel luogo da voi stabilito.

SAGR. Per pigliare la piú favorevole distanza per l’autore, porremo che sia quella che è la maggiore di tutte le investigate da esso nelle sue 12 indagini; imperocché, mentre si è in controversia tra gli astronomi ed esso, e che quelli dicono la stella essere stata superiore alla Luna, e questo inferiore, ogni poco spazio che e’ la provi essere stata sotto, gli dà la vittoria.

SALV. Pigliamo dunque la settima indagine, fatta sopra le osservazioni di Ticone e di Taddeo Agecio, per le quali trova l’autore la stella essere stata lontana dal centro 32 semidiametri, il qual sito è il piú favorevole per la parte sua; e per dargli ogni vantaggio, voglio che, oltre a questo, la ponghiamo nella piú disfavorevole lontananza per gli astronomi, qual è il collocarla anco sopra il firmamento. Posto dunque ciò, andiam ricercando quali correzioni sarebber necessarie applicare all’altre sue 11 indagini, acciò sublimassero la stella sino alla distanza di 32 semidiametri; e cominciamo dalla prima, calcolata sopra l’osservazioni dell’Ainzelio e del Maurolico, nella quale l’autore trova la distanza dal centro circa 3 semidiametri, con la parallasse di gr. 4.42 m.p. e 30 sec.: veggiamo ora se co ‘l ritirarla a 20 m.p. solamente, si eleva sino alli 32 semidiametri. Ecco l’operazione, brevissima e giusta: multiplico il sino dell’angolo B D C per la corda B D, e parto l’avvenimento, detrattone le 5 ultime figure, per il sino della parallasse; ne viene 28 semidiametri e mezo: talché né anco per la correzione di gr. 4.22 m.p. e 30 secondi, tolti da gr. 4.42 m.p. e 30 secondi, si eleva la stella sino all’altezza di 32 semidiametri; la qual correzione, per intelligenza del signor Simplicio, è di m.p. 262 e mezo.

AinzelioPol.48.22*76.34m.p. e 30 sec.  
MaurolicoPol.38.30*62   
  9.52 14.34m.p. e 30 sec.  
    9.52   
Parallasse 4.42m.p. e 30 sec.  
AngoliBAD BDC BCD9.52 m.p. 108.12 m.p. e 30 sec 0.20 m.p.     corda sino sino17200 94910 582 
  94910  
  17200  
  18982000  
  66437  
  9491  
  28  
 5821632452000  
  4688   
  2   

Nella seconda operazione, fatta sopra l’osservazioni dell’Ainzelio e dello Sculero, con parallasse di gr. 0. 8 m.p. e 30 sec., trovasi la stella in altezza di 25 semidiametri in circa, come si vede nella seguente operazione.

BDcorda6166  97987
BDCsini97987  6166
BCD   247  587922
     587922
     97987
     587922
     24 
    247604187842
     1103 
     11 

E ritirando la parallasse 0.8 m.p. e 30 sec. a 7 m.p., il cui sino è 204, si eleva la stella a 30 semidiametri in circa: non basta dunque la correzione di 1 m.p. e 30 sec.

  29  
 204604187842 
  1965  
  12  
AngoliBAD BDC BCD7.36 m.p. 155.52 m.p. 0.10 m.p.     corda sino sino13254 40886 291 
   13254  
   40886  
   79524  
   106032  
   106032  
   53016  
   18  30
  291541903044 1755419
   2501  16
   18   

Or veggiamo qual correzione bisogna per la terza indagine, fatta su l’osservazioni dell’Ainzelio e di Ticone, la qual rende la stella alta circa 19 semidiametri, con la parallasse 10 m.p. Gli angoli soliti e lor sini e corda, trovati dall’autore, son questi; e rendono (come anco nell’operazione dell’autore) la stella lontana circa 19 semidiametri; bisogna dunque, per alzarla, scemar la parallasse, conforme alla regola che egli ancora osserva nella nona indagine: ponghiamo per tanto la parallasse esser 6 m.p., il cui sino è 175; e fatta la divisione, si trova ancor meno di 31 semidiametri per la distanza della stella. È dunque la correzione di 4 m.p. poca per il bisogno dell’autore.

Venghiamo alla quarta indagine ed alle rimanenti con la medesima regola, e con le corde e sini ritrovati dall’autor medesimo. In questa la parallasse è 14 m.p., e l’altezza trovata manco di 10 semidiametri; e diminuendo la parallasse da 14 m.p. a 4 m.p., ad ogni modo vedete come la stella non si eleva né anco sino a 31 semidiametri: non basta dunque la correzione di 10 m.p. sopra 14 m.p.

BDcorda8142  43235
BDCsino43235  8142
BCDsino407  86470
     172940
     43235
     345880
     30
    116352019370
     4 

Nella quinta operazione dell’autore abbiamo i sini e la corda come vedete:

BDcorda4034  97998
BDCsino97998  4034
BCDsino1236  391992
     293994
     391992
     27
    145395323932
     1058 
     3 

e la parallasse è 0.42 m.p. e 30 sec., la quale rende l’altezza della stessa circa 4 semidiametri; e correggendo la parallasse, con ridurla da i 42 m.p. e 30 sec. a 5 m.p. solamente non basta per alzarla, né anche sino a 28 semidiametri: l’emendazione dunque di 37 m.p. e 30 sec. è poca.

Nella sesta operazione la corda, i sini e la parallasse son tali

BD corda1920  40248
BDC sino40248  1920
BCD8 m.p.sino233  804960
      362232
      40248
      26
     2977276160
      198 
      1 

e la stella si trova esser alta circa 4 semidiametri: vegghiamo dove la si riduce calando la parallasse da 8 a un solo m.p. Ecco l’operazione, e la stella non piú alzata che sino a 27 semidiametri in circa: non basta dunque la correzione di 7 m.p. sopra 8 m.p.

Nell’ottava operazione la corda, i sini e la parallasse, come vedete, son tali:

BDcorda1804  36643
BDCsino36643  1804
BCDsino29  146572
     293144
     36643
     22
    2966103972
     83 
     2 

e di qui calcola l’autore l’altezza della stella semidiametri 1 e mezo, con la parallasse di 43 m.p.; la quale ridotta a 1 m.p. dà tuttavia la stella lontana manco di 24 semidiametri: la correzion dunque di 42 m.p. non basta.

Veggiamo ora la nona. Ecco la corda, i sini e la parallasse, che è 15 m.p.: onde l’autor calcola, la lontananza della stella dalla superficie della Terra esser manco di un quarantasettesimo di semidiametro. Ma questo è con error del calcolo; imperocché la vien veramente, come noi vedremo qui adesso, piú di un quinto: ecco che vengono circa 90/436 che son piú di un quinto.

BDcorda232  39046
BDCsino39046  232
BCDsino436  78092
     117138
     78092
    4369058672

Quello che soggiugne poi l’autore in emenda delle osservazioni, cioè che non basta ritirar la differenza della parallasse né a un sol minuto, né anco all’ottava parte di 1 m.p., è vero. Ma io dico che né meno la decima parte di 1 m.p. ridurrà l’altezza della stella a 32 semidiametri: imperocché il sino della decima parte di 1 m.p., cioè di 6 secondi, è 3, per il quale se nella nostra regola noi divideremo 90, o vogliam dire se noi divideremo per 300000, 9058672, ne verrà 30 58672/100000, cioè poco piú di 30 semidiametri e mezo.

La decima dà l’altezza della stella un quinto di semidiametro, con quest’angolo, sini e parallasse, che è gr. 4.30 m.p.: la quale veggo che ridotta da gr. 4.30 m.p. a 2 m.p., ad ogni modo non promuove la stella sino a 29 semidiametri.

BD corda1746 1746
BDC sino92050  92050
BCD4.30 m.p.sino7846  87300
      3492
      15714
      27
     58160719300
      441 
      4 

L’undecima rende la stella all’autore remota circa 13 semidiametri, con la parallasse di 55 m.p.: veggiamo, riducendola a 20 m.p., dove innalzerà la stella. Ecco il calcolo: l’eleva a poco meno di 33 semidiametri: la correzione dunque è di 35, poco meno, sopra 55 m.p.

BD corda19748  96166 
BDC sino96166  19748 
BCDm.p. 0.55sino1600  769328 
      384664 
      673162 
      865494 
      96166 
      32 
     5821890086168 
      1536  
      36  

La duodecima, con la parallasse di gr. 1.36 m.p., rende la stella alta meno di 6 semidiametri: ritirando la parallasse a 20 m.p., conduce la stella a meno di 30 semidiametri di lontananza: non basta dunque la correzione di gr. 1.16 m.p.

BD corda17258  17258
BDC sino96150  96150
BCD1.36 m.p.sino2792  862900
      17258
      103548
      155322
      28 
     5821659356700
      4957 
      29 

Queste sono le correzioni delle parallasse delle 10 indagini dell’autore, per ridur la stella in altezza di 32 semidiametri:

Gr.III Gr.III 
4.22m.p. e 30 sec.……sopra4.42.30 
 4……………sopra0.10  
 10……………sopra0.14  
 37……………sopra0.42.30 
 7……………sopra0.8  
 42……………sopra0.43  
 14….e 50 sec.…..sopra0.15  
4.28……………sopra4.30  
 35……………sopra0.55  
1.16……………sopra1.36  
216  296 60
540  540 9
 756   836 540

Di qui si vede come per ridur la stella all’altezza di 32 semidiametri, bisogna dalla somma delle parallassi 836 detrarne 756 e ridurle a 80, né anco basta tal correzione.

Di qui si vede (sí come ho notato qua dreto) che quando l’autore stabilisse di voler ricever per vero sito della stella nuova la distanza di 32 semidiametri, la correzione dell’altre sue 10 indagini (e dico 10, perché la seconda, essendo assai ben alta, si riduce all’altezza di 32 semidiametri con 2 m.p. di correzione), per far che tutte restituissero detta stella in tal distanza, ricercherebbe un ritiramento di parallassi tale, che tra tutte le suttrazioni importerebbero piú di 756 m.p.: dove che nelle 5 calcolate da me, che rendono la stella sopra la Luna, per correggerle sí che la costituiscano nel firmamento, basta la correzione di minuti 10 e un quarto solamente. Ora aggiugnete a queste, altre 5 indagini che rendono la stella precisamente nel firmamento senza bisogno di veruna correzione, ed avremo 10 indagini concordi a costituirla nel firmamento, con la sola correzione di 5 di loro (come s’è veduto) di minuti 10 e un quarto: dove che per la correzione dell’altre 10 dell’autore, per ridurla in altezza di 32 semidiametri, vi bisogneranno l’emendazioni di minuti 756 sopra minuti 836; cioè bisogna che dalla somma di 836 se ne detraggano 756, a voler che la stella si elevi all’altezza di 32 semidiametri, ed anco tal correzione non basta.

Le indagini poi, che immediatamente senz’altra correzione rendon la stella senza parallasse, e perciò nel firmamento ed anco nelle piú remote parti di esso, ed in somma alta quanto l’istesso polo, son queste 5 notate qui:

CamerarioAltezze polariGr. 52.24m.p.Altezze della *80.26 
Peucero   Gr. 51.54    79.56 
  0.30  0.30 
LandgravioAltezze polariGr. 51.18 Altezze della *79.30 
Ainzeglio   Gr. 48.22    76.34 
  2.56  2.56 
TiconeAltezze polariGr. 55.58  Altezze della *84.00 
Peucero   Gr. 51.54     79.56 
  4.04  4.04 
ReinoldoAltezze polariGr. 51.18 Altezze della *79.30 
Ainzeglio   Gr. 48.22    76.34 
  2.56  2.56 
CamerarioAltezze polariGr. 52.24  Altezze della *24.17 
Agecio   Gr. 48.22     20.15 
  4.02  4.02 

Del resto de gli accoppiamenti che si posson fare delle osservazioni di tutti questi astronomi, quelli che rendon la stella per infinito spazio sublime son molti piú in numero, cioè circa 30 di piú, che gli altri che danno, calcolando, la stella sotto la Luna; e perché (sí come siam convenuti) è da credere che gli osservatori abbiano errato piú presto di poco che d’assai, manifesta cosa è che le correzioni da applicarsi all’osservazioni che danno la stella alta in infinito, nel ritirarla a basso, prima e con emenda minore la condurranno nel firmamento che sotto la Luna: talché tutte queste applaudono all’opinione di quelli che la mettono tra le fisse. Aggiugnete che le correzioni che si ricercano per tali emende, sono assai minori che quelle per le quali la stella dall’inverisimil vicinità si può ridurre all’altezza piú favorevole per questo autore, come per gli esempi passati si è veduto: tra le quali impossibili vicinità ce ne son 3 che par che rimuovano la stella dal centro della Terra per manco distanza d’un semidiametro, facendola in certo modo andar in volta sotto Terra; e queste son quelle combinazioni nelle quali, essendo l’altezza polare d’uno de gli osservatori maggiore dell’altezza polare dell’altro, l’elevazion della stella presa da quello è minore dell’elevazione della stella di questo. E sono tali combinazioni le notate qui appresso.

Questa prima è del Landgravio con Gemma: dove l’altezza polare del Landgravio, 51.18 m.p., è maggiore dell’altezza polare di Gemma, che è 50.50 m.p.; ma l’altezza della stella del Landgravio, 79.30 m.p., è minore di quella della stella di Gemma, 79.45 m.p.

LandgravioAltezza polare51.18Altezze della * 79.30 
Gemma  50.50   79.45 

Le altre due sono queste di sotto:

Buschio GemmaAltezza polare51.10 50.50Altezze della * 79.20 79.45 
Reinoldo GemmaAltezza polare51.18 50.50Altezze della * 79.30 79.45 

Da quello che sin qui v’ho mostrato, potete comprendere quanto questa prima maniera d’investigar la distanza della stella e provarla sublunare, introdotta dall’autore, sia disfavorevole per la causa sua, e quanto piú probabilmente e chiaramente si raccolga, la lontananza di quella esser stata tra le piú remote stelle fisse.

SIMP. Sino a questa parte mi par che assai manifestamente sia scoperta la poca efficacia delle dimostrazioni dell’autore; ma io veggo che tutto questo vien compreso in non molte carte del libro, e potrebb’esser che altre sue ragioni fusser piú concludenti che non son queste prime.

SALV. Anzi non posson esser se non men valide, se vogliamo che le passate ci siano esempio per le rimanenti; attesoché (sí come è manifesto) l’incertezza e poca concludenza di quelle chiaramente si comprende derivar da gli errori commessi nelle osservazioni strumentali, dalle quali si è creduto le altezze polari e della stella essere state prese giustamente, essendo in effetto errate facilmente tutte; e pur per trovar l’altezze del polo hanno avuto gli astronomi secoli di tempo da impiegarvisi a lor agio, e le altezze meridiane della stella sono le piú agevoli da osservarsi, come quelle che sono terminatissime e concedono qualche spazio all’osservatore di poterle continuare, come quelle che non si mutano sensibilmente in tempo brevissimo, come fanno le remote dal meridiano: e se questo è, sí come è, verissimo, qual fede vorrem noi prestare a calcoli fondati sopra osservazioni piú in numero, piú difficili a farsi, piú momentanee nel variarsi, con la giunta appresso di strumenti piú incomodi e piú fallaci? Per una semplice occhiata che ho data alle dimostrazioni seguenti, i computi son fatti sopra altezze della stella prese in diversi cerchi verticali, che chiamano con voce arabica azimutti: nelle quali osservazioni si adoprano strumenti mobili non solo ne i cerchi verticali, ma nell’orizonte ancora nel medesimo tempo; in modo che convien, nell’istesso momento che si prende l’altezza, aver nell’orizonte osservata la distanza del verticale, nel qual è la stella, dal meridiano; in oltre dopo notabile intervallo di tempo convien reiterar l’operazione, e tener minuto conto del tempo decorso, fidandosi o d’oriuoli o d’altre osservazioni di stelle: una tal matassa di osservazioni va poi conferendo con un’altra simile, fatta da un altro osservatore, in un altro paese, con diverso strumento ed in diverso tempo; e da questa cerca l’autore di ritrar quali sarebbono state l’altezze della stella e le latitudini orizontali accadute nel tempo ed ora dell’altre prime osservazioni, e sopra un tale aggiustamento fabbrica in ultimo il suo calcolo. Lascio ora giudicar a voi quanto sia da prestar fede a ciò che da simili indagini si ritrae. Oltre che io non dubito punto che quando altri si volesse martirizare sopra tali lunghissimi computi, si troverebbe, sí come ne i passati, esser piú quelli che favorissero la parte avversa, che l’autore: ma non mi par che metta conto prendersi una tal fatica per cosa che non è tra le primarie intese da noi.

SAGR. Io son dalla vostra in questa parte; ma sendo questo negozio circondato da tante confusioni incertezze ed errori, sopra qual confidenza hanno tanti astronomi asseverantemente pronunziato, la nuova stella essere stata altissima?

SALV. Sopra due sorte di osservazioni, semplicissime facilissime e verissime, una sola delle quali è piú che a bastanza per assicurarne dell’essere stata locata nel firmamento, o almeno per lunghissimo tratto superiore alla Luna: una delle quali è presa dall’egualità o poco differente inegualità delle sue lontananze dal polo, tanto mentre ell’era nell’infima parte del meridiano, quanto nella suprema; l’altra è l’aver lei conservato perpetuamente le medesime distanze da alcune stelle fisse, sue circonvicine, ed in particolare dall’undecima di Cassiopea, non piú da essa remota di gradi I e mezo: dalli quali due capi indubitabilmente si raccoglie o l’assoluta mancanza di parallasse, o una piccolezza tale, che ne assicura con calcoli speditissimi della sua gran lontananza dalla Terra.

SAGR. Ma queste cose non sono state comprese da questo autore? e se egli le ha vedute, in che modo se ne difende?

SALV. Noi sogliamo dire che quando altri, non trovando ripiego che vaglia contro a i suoi falli, produce frivolissime scuse, cerca di attaccarsi alle funi del cielo; ma quest’autore ricorre non alle corde, ma alle fila de’ ragnateli del cielo, come apertamente vedrete nell’andare esaminando questi due punti pur ora accennativi. E prima, quello che ci mostrino le distanze polari ad uno ad uno de gli osservatori, l’ho io notato in questi brevi calcoli; per piena intelligenza de’ quali devo primamente avvertirvi, come, tuttavolta che la stella nuova o altro fenomeno sia vicino a Terra, girando al moto diurno intorno al polo, piú distante si mostrerà da esso mentre si trovi nella parte di sotto nel meridiano, che quando è nella superiore, come in questa figura si vede: nella quale il punto T denota il centro della Terra, O il luogo dell’osservatore, il firmamento l’arco V P C, il polo P; il fenomeno, muovendosi per il cerchio F S, vedesi or sotto il

polo, per il raggio OFC, ed or sopra, secondo il raggio O S D, sí che i luoghi veduti nel firmamento siano D, C; ma i veri, rispetto al centro T, sono B, A, lontani egualmente dal polo: dove già è manifesto, il luogo apparente del fenomeno S, cioè il punto D, esser piú vicino al polo che non è l’altro apparente luogo C, veduto per il raggio O F C; che è la prima cosa da notarsi. Conviene che nel secondo luogo voi notiate, come l’eccesso della apparente inferior distanza dal polo sopra l’apparente superiore distanza, pur dal polo, è maggiore che non è la parallasse inferiore del fenomeno; cioè dico che l’eccesso dell’arco C P (distanza inferiore apparente) sopra l’arco P D (distanza apparente superiore) è maggiore dell’arco C A (che è la parallasse inferiore). Il che si raccoglie facilmente: imperocché di piú eccede l’arco C P il P D che il P B, essendo P B maggiore di P D; ma P B è eguale a P A, e l’eccesso di C P sopra P A è l’arco C A; adunque l’eccesso dell’arco C P sopra l’arco P D è maggiore dell’arco C A, che è la parallasse del fenomeno posto in F: che è quel che bisognava sapere. E per dar tutti i vantaggi all’autore, voglio che supponghiamo, la parallasse della stella in F esser tutto l’eccesso dell’arco C P (cioè della distanza inferiore dal polo) sopra l’arco P D (distanza superiore). Vengo adesso ad esaminare quel che ci danno le osservazioni di tutti gli astronomi prodotti dall’autore: tra le quali non ce n’è pur una che non gli sia in disfavore e contraria al suo intento. E facciamo principio da queste del Buschio, il quale trovò la distanza della stella dal polo, quando gli era superiore, esser gr. 28.10 m.p., e la inferiore esser gr. 28.30 m.p., sí che l’eccesso è gr. 0.20 m.p., il quale voglio che prendiamo (a favor dell’autore) come se tutto fusse parallasse della stella in F, cioè l’angolo T F O; la distanza poi dal vertice, cioè l’arco C V, è gr. 67.20 m.p. Trovate queste due cose, prolunghisi la linea C O, e sopra essa caschi la perpendicolare T I, e consideriamo il triangolo T O I, del quale l’angolo I è retto, e l’I O T noto, per esser alla cima dell’angolo V O C, distanza della stella dal vertice; inoltre nel triangolo T I F, pur rettangolo, è noto l’angolo F, preso per la parallasse: notinsi dunque da parte li due angoli I O T, I F T, e di essi si prendano i sini, che sono come si vede notato. E perché nel triangolo I O T di quali parti il sino tutto T O è 100.000, di tali il sino T I è 92.276, e di piú nel triangolo I F T di quali il sino tutto TF è 100.000, di tali il sino T I è 582, per ritrovar quante parti sia T F di quelle che T O è 100.000, diremo per la regola aurea: Quando T I è 582, T F è 100.000; ma quando T I fusse 92.276, quanto sarebbe T F? Multiplichiamo 92.276 per 100.000; ne viene 9.227.600.000: e questo si deve partire per 582; ne viene, come si vede, 15854982: e tante parti saranno in T F di quelle che in T O sono 100.000. Onde per voler sapere quante linee T O sono in T F, divideremo 15.854.982 per 100.000; ne verrà 158 e mezo prossimamente: e tanti semidiametri sarà la distanza della stella F dal centro T. E per abbreviar l’operazione, vedendo noi come il prodotto del multiplicato di 92.276 per 100.000 si deve divider prima per 582 e poi il quoziente per 100.000, potremo, senza la multiplicazione di 92.276 per 100.000 e con una sola divisione del sino 92.276 per il sino 582, conseguir subito l’istesso, come si vede lì sotto; dove 92.276 diviso per 582 ci dà l’istesso 158 e mezo in circa. Tenghiamo dunque memoria, come la sola divisione del sino T I come sino dell’angolo T O I, diviso per il sino T I, come sino dell’angolo I F T, ci dà la distanza cercata T F in tanti semidiametri T O.

AngoliIOT IFT67.20 m.p. 0.20 m.p.  sini92276 582   58215854982 9227600000
      3407002246
TITFTITF  49297867
582100000922760  325414
     10000015854982
       158
      58292276
       34070
       492
       3

Vedete ora quel che ci danno le osservazioni del Peucero: del quale la distanza inferior dal polo è gr. 28.21 m.p., e la superiore gr. 28.2 m.p., la differenza gr. 0.19 m.p., e la distanza dal vertice gr. 66.27 m.p.; dalle quali cose si raccoglie la distanza della stella dal centro quasi 166 semidiametri.

AngoliIAC IEC66.27 m.p. 0.19 m.p.  sini91672 553   553165 91672427/553
      36397 
      312 
      4 

Ecco quel che ci mostra l’osservazione di Ticone, presa la piú favorevole per l’avversario: cioè, la distanza inferiore dal polo, gr. 28.13 m.p.; e la superiore, 28.2 m.p., lasciando la differenza, che è 0.11 m.p., come se tutta fusse parallasse; la distanza dal vertice, gr. 62.15 m.p. Ecco qui sotto l’operazione, e la lontananza della stella dal centro ritrovata semidiametri 276 9/16

AngoliIAC
IEC
62.15 m.p. 0.11 m.p.  sini88500 320   320276 885009/16
      2418 
      21 

L’osservazione del Reinoldo, ch’è la seguente, ci rende la distanza della stella dal centro semidiametri 793.

AngoliIAC
IEC
66.58 m.p. 0.04 m.p.  sini92026 116   116793 9202638/116
      10888 
      33 

Dalla seguente osservazion del Landgravio si ritrae la distanza della stella dal centro semidiametri 1057.

AngoliIAC
IEC
66.57 m.p. 0.03 m.p.  sini92012 87   871057 9201253/87
      5663 
      5 

Prese dal Camerario due delle sue osservazioni piú favorevoli per l’autore, si trova la lontananza della stella dal centro semidiametri 3143.

AngoliIAC
IEC
65.43 m.p. 0.01 m.p.  sini91152 29   293143 91152 
      4295 
      1 

L’osservazione del Munosio non dà parallasse, e però rende la stella nuova tra le fisse altissime: quella dell’Ainzelio ce la dà remota per infinito spazio, ma con emendazion di un mezo minuto primo la ripon tra le fisse: e l’istesso si ritrae dall’Ursino con la correzione di 12 m.p. De gli altri astronomi non ci sono le distanze sopra e sotto il polo, onde non si può ritrar cosa veruna. Or vedete come tutte le osservazioni di tutti convengono, in disfavor dell’autore, in collocar la stella nelle regioni celesti e altissime.

SAGR. Ma che difesa trov’egli contro a sí patenti contrarietà?

SALV. Uno di quei debolissimi fili: dicendo che le parallassi vengono diminuite mercè delle refrazioni, le quali, operando contrariamente, sublimano il fenomeno, dove le parallassi l’abbassano. Ora, quanto vaglia questo miserabil refugio, giudicatelo da questo, che quando quest’effetto delle refrazioni fusse di quella efficacia che da non molto tempo in qua alcuni astronomi hanno introdotto, al piú che potesse operar circa l’elevar piú del vero un fenomeno sopra l’orizonte, mentre egli sia di già alto 23 o 24 gradi, sarebbe il diminuirgli circa 3 minuti di parallasse; il qual temperamento è scarsissimo per ritrar la stella sotto la Luna, ed in alcuni casi è minore che non è il vantaggio conceduto da noi nell’ammetter che l’eccesso della distanza inferior dal polo sopra la superiore sia tutto parallasse, il qual vantaggio è cosa assai piú chiara e palpabile che l’effetto della refrazione, della grandezza del quale io dubito, e non senza ragione. Ma piú, io domando quest’autore s’ei crede che quelli astronomi, delle osservazioni de i quali egli si serve, avessero cognizione di questi effetti delle refrazioni e vi facessero sopra considerazione, o no: se gli conobbero e considerarono, è ragionevol credere che di essi tenesser conto nell’assegnare le vere elevazioni della stella, facendo a quei gradi di altezze, che sopra gli strumenti si scorgevano, quelle tare che erano convenienti mercé dell’alterazioni delle refrazioni, immodo che le distanze pronunziate da loro fussero poi le corrette e giuste, e non le apparenti e false; ma s’ei crede che tali autori non facessero reflessione sopra le dette refrazioni, convien confessare che eglino abbiano parimente errato in determinar tutte quelle cose le quali non si possono perfettamente aggiustare senza la modificazione delle refrazioni: tra le quali cose una è l’investigazione precisa delle altezze polari, le quali comunemente si prendono dalle due altezze meridiane di alcuna delle stelle fisse sempre apparenti, le quali altezze verranno alterate dalla refrazione, nell’istesso modo appunto che quelle della stella nuova; talché l’altezza polare, che da esse si deduce, verrà difettosa, e partecipe dell’istesso mancamento che quest’autore ascrive alle altezze assegnate alla stella nuova, cioè e quella e queste poste, con pari errore, piú sublimi del vero. Ma tale errore, per quanto appartiene al nostro presente negozio, non progiudica punto, perché non avendo noi bisogno di saper altro che la differenza tra le due distanze della stella nuova dal polo, mentre ella gli fu inferiore e poi superiore, chiara cosa è che tali distanze saran l’istesse posta l’alterazion della refrazione comunemente per la stella e per il polo, ch’è comunemente emendata per questo e per quella. Arebbe qualche momento, benché debolissimo, l’argomento dell’autore, se egli ci avesse assicurati che l’altezza del polo fusse stata assegnata precisa e emendata dall’error dependente dalla refrazione, dal quale non si fussero poi guardati i medesimi astronomi nell’assegnarci l’altezze della stella nuova; ma egli di ciò non ci ha fatti sicuri, né forse ce ne poteva fare, e forse (e questo è piú credibile) tal cautela è stata tralasciata da gli osservatori.

SAGR. Parmi soprabbondantemente annullata questa instanza; però ditemi in qual maniera e’ si libera poi da quell’aver mantenuta sempre la medesima distanza dalle stelle fisse sue circonvicine.

SALV. Apprendendosi similmente a due fili ancor piú deboli dell’altro, l’uno de’ quali è pur legato alla refrazione, ma tanto men saldamente, quanto e’ dice che, pur la refrazione operando nella stella nuova e sublimandola sopra il vero sito, rende incerte le distanze vedute dalle vere, comparate alle stelle fisse sue vicine; né posso a bastanza maravigliarmi come e’ dissimuli d’accorgersi che la medesima refrazione lavorerà nell’istesso modo nella stella nuova che nell’antica, sua vicina, sublimando amendue egualmente, onde da tale accidente l’intervallo tra esse resti inalterato. L’altro refugio è ancora piú infelice e tiene assai del ridicolo, fondandosi sopra l’errore che può nascere nell’operazione stessa strumentale, mentre che l’osservatore, non potendo costituire il centro della pupilla dell’occhio nel centro del sestante (strumento adoprato nell’osservare gl’intervalli tra due stelle), ma tenendolo elevato sopra detto centro quant’è la distanza di essa pupilla da non so che osso della gota, dove s’appoggia il capo dello strumento, si viene a formar nell’occhio un angolo piú acuto di quello che si forma da i lati del sestante: il qual angolo de’ raggi differisce anco da se stesso, mentre si riguardano stelle poco elevate sopra l’orizonte e le medesime poi poste in grande altura. Si fa, dice, tal angolo differente, mentre si vadia elevando lo strumento, tenendo ferma la testa: ma se nell’alzar il sestante si piegasse il collo indietro e si andasse elevando la testa insieme con lo strumento, l’angolo allora si conserverebbe l’istesso: suppone dunque la risposta dell’autore che gli osservatori, nell’uso dello strumento, non abbiano alzato la testa conforme al bisogno, cosa che non ha del verisimile. Ma posto anco che cosí fusse seguito, lascio giudicare a voi qual differenza può essere tra due angoli acuti di due triangoli equicruri, i lati dell’uno de i quali triangoli siano lunghi ciascuno quattro braccia, e quelli dell’altro quattro braccia meno quant’è il diametro d’una lente; ché assolutamente non maggiore può essere la differenza tra la lunghezza delli due raggi visivi mentre la linea vien tirata perpendicolarmente dal centro della pupilla sopra il piano dell’aste del sestante (la qual linea non è maggiore che la grossezza del pollice), e la lunghezza de i medesimi raggi mentre, elevandosi il sestante senza alzar insieme la testa, tal linea non cade piú a perpendicolo sopra detto piano, ma inclina, facendo l’angolo verso la circonferenza alquanto acuto. Ma per liberare in tutto e per tutto questo autore da queste infelicissime mendicità, sappia (già che si vede che egli non ha molta pratica nell’uso de gli strumenti astronomici) che ne i lati del sestante o quadrante si accomodano due traguardi, uno nel centro e l’altro nell’estremità opposta, i quali sono elevati un dito o piú dal piano dell’aste e per le sommità di tali traguardi si fa passar il raggio dell’occhio, il quale occhio si tiene anco remoto dallo strumento un palmo o due o piú ancora; talché né pupilla, né osso di gota, né di tutta la persona, tocca né si appoggia allo strumento; il quale strumento né meno si sostiene o si eleva a braccia, e massime se saranno di quei grandi, come si costuma, li quali, pesando le decine e le centinaia ed anco le migliaia delle libbre, si sostengono sopra basi saldissime: talché tutta l’instanza svanisce. Questi sono i sutterfugii di questo autore, i quali, quando ben fussero tutto acciaio, non lo potrebbero sollevare d’un centesimo di minuto: e con questi si persuade di darci a credere d’aver compensata quella differenza che importa piú di cento minuti, dico del non si esser osservata notabil diversità nelle distanze tra una fissa e la nuova stella in tutta la lor circolazione, che, quando ella fusse stata prossima alla Luna, doveva farsi grandemente cospicua anco alla semplice vista, senza strumento veruno, e massime paragonandola con l’undecima di Cassiopea, sua vicina a gr. 1 e mezo; che di piú di due diametri della Luna doveva variarsi, come ben avvertirono i piú intelligenti astronomi di quei tempi.

SAGR. Mi par di vedere quell’infelice agricoltore, che dopo l’essergli state battute e destrutte dalla tempesta tutte le sue aspettate ricolte, va con faccia languida e china raggranellando reliquie cosí tenui, che non son per bastargli a nutrir né anco un pulcino per un sol giorno.

SALV. Veramente che con troppo scarsa provisione d’arme s’è levato quest’autore contro a gl’impugnatori della inalterabilità del cielo, e con troppo fragili catene ha tentato di ritirar dalle regioni altissime la stella nuova di Cassiopea in queste basse ed elementari. E perché mi pare che assai chiaramente si sia dimostrata la differenza grande che è tra i motivi di quelli astronomi e di questo loro oppugnatore, sarà bene che, lasciata questa parte, torniamo alla nostra principal materia; nella quale segue la considerazione del movimento annuo comunemente attribuito al Sole, ma poi, da Aristarco Samio  in prima, e dopo dal Copernico, levato dal Sole e trasferito nella Terra; contro alla qual posizione sento venir gagliardamente provisto il signor Simplicio, ed in particolare con lo stocco e con lo scudo del libretto delle conclusioni o disquisizioni matematiche, l’oppugnazioni del quale sarà bene cominciare a proporre.

SIMP. Voglio, quando cosí vi piaccia, riserbarle in ultimo, come quelle che sono le ultime ritrovate.

SALV. Sarà dunque necessario che voi, conforme al modo tenuto sin qui, andiate ordinatamente proponendo le ragioni in contrario, sí d’Aristotile come di altri antichi, il che son per far io ancora, acciò non resti nulla indietro senza esser attentamente considerato ed esaminato; e parimente il signor Sagredo con la vivacità del suo ingegno, secondoché si sentirà svegliare, produrrà in mezo i suoi pensieri.

SAGR. Lo farò con la mia solita libertà; e perché voi cosí comandate, sarete anco in obbligo di scusarla.

SALV. Il favore obbligherà a ringraziarvi, e non a scusarvi. Ma cominci or mai il signor Simplicio a promuover quelle difficultà che lo respingono dal poter credere che la Terra, a guisa de gli altri pianeti, si possa muover in giro intorno ad un centro stabile.

SIMP. La prima e massima difficultà è la repugnanza ed incompatibilità che è tra l’esser nel centro e l’esserne lontano: perché, quando il globo terrestre si abbia a muover in un anno per la circonferenza di un cerchio, cioè sotto il zodiaco, è impossibile che nell’istesso tempo e’ sia nel centro del zodiaco; ma che la Terra sia in tal centro, è in molti modi provato da Aristotile, da Tolomeo e da altri.

SALV. Molto bene discorrete; e non è dubbio alcuno che chi vorrà far muover la Terra per la circonferenza di un cerchio, bisogna prima che e’ provi che ella non sia nel centro di quel tal cerchio. Séguita dunque ora che noi vegghiamo se la Terra sia o non sia in quel centro, intorno al quale io dico che ella si gira, e voi dite ch’ell’è collocata; e prima che questo, è necessario ancora che ci dichiariamo se di questo tal centro abbiamo voi ed io l’istesso concetto o no. Però dite quale e dove è questo vostro inteso centro.

SIMP. Intendo per centro quello dell’universo, quello del mondo, quello della sfera stellata, quel del cielo.

SALV. Ancorché molto ragionevolmente io potessi mettervi in controversia, se in natura sia un tal centro, essendo che né voi né altri ha mai provato se il mondo sia finito e figurato, o pure infinito e interminato; tuttavia, concedendovi per ora che ei sia finito e di figura sferica terminato, e che per ciò abbia il suo centro, converrà vedere quanto sia credibile che la Terra, e non piú tosto altro corpo, si ritrovi in esso centro.

SIMP. Che il mondo sia finito e terminato e sferico, lo prova Aristotile con cento dimostrazioni.

SALV. Le quali si riducono poi tutte ad una sola, e quella sola al niente; perché se io gli negherò il suo assunto, cioè che l’universo sia mobile, tutte le sue dimostrazioni cascano, perché e’ non prova esser finito e terminato se non quello dell’universo che è mobile. Ma per non multiplicar le dispute, concedasi per ora che il mondo sia finito, sferico, ed abbia il suo centro: e già che tal figura e centro si è argomentato dalla mobilità, non sarà se non molto ragionevole se da gl’istessi movimenti circolari de’ corpi mondani noi andremo alla particolar investigazione del sito proprio di tal centro; anzi Aristotile medesimo ha egli pur nell’istessa maniera discorso e determinato, facendo centro dell’universo quell’istesso intorno al quale tutte le celesti sfere si girano e nel quale ha creduto venir collocato il globo terrestre. Ora ditemi, signor Simplicio: quando Aristotile si trovasse costretto da evidentissime esperienze a permutar in parte questa sua disposizione ed ordine dell’universo, ed a confessare d’essersi ingannato in una di queste due proposizioni, cioè o nel por la Terra nel centro, o nel dir che le sfere celesti si movessero intorno a cotal centro, qual delle due confessioni credete voi ch’egli eleggesse?

SIMP. Credo che quando il caso accadesse, i Peripatetici…

SALV. Non domando de i Peripatetici, domando d’Aristotile medesimo; ché quanto a quelli so benissimo ciò che risponderebbero. Essi, come reverentissimi ed umilissimi mancipii d’Aristotile, negherebbero tutte l’esperienze e tutte l’osservazioni del mondo, e recuserebbero anco di vederle, per non le avere a confessare, e direbbero che il mondo sta come scrisse Aristotile, e non come vuol la natura; perché, toltogli l’appoggio di quell’autorità, con che vorreste che comparissero in campo? E però ditemi pure quel che voi stimate che fusse per far Aristotile medesimo.

SIMP. Veramente non mi saprei risolvere, qual de’ due inconvenienti e’ fusse per reputar minore.

SALV. Non usate, di grazia, questo termine di chiamar inconveniente quel che potrebb’esser necessario che fusse cosí. Inconveniente fu il voler por la Terra nel centro delle celesti revoluzioni. Ma già che voi non sapete in qual parte e’ fusse per inclinare, stimandolo io uomo di grand’ingegno, andiamo esaminando qual delle due elezioni sia la piú ragionevole, e quella reputiamo che fusse la ricevuta da Aristotile. Ripigliando dunque il nostro ragionamento da principio, e posto, in grazia d’Aristotile, che il mondo (della grandezza del quale non abbiamo sensata notizia oltre alle stelle fisse), come quello che è di figura sferica e circolarmente si muove, abbia necessariamente, e rispetto alla figura e rispetto al moto, un centro, ed essendo noi oltre a ciò sicuri che dentro alla sfera stellata sono molti orbi, l’uno dentro all’altro, con loro stelle, che pur circolarmente si muovono, si cerca quel che sia piú ragionevol credere e dire, che questi orbi contenuti si muovano intorno all’istesso centro del mondo, o pure intorno ad altro assai lontano da quello. Dite ora, signor Simplicio, il parer vostro circa questo particolare.

SIMP. Quando noi potessimo fermarci sopra questo solo presupposto, e che fussimo sicuri di non poter incontrar qualche altra cosa che ci disturbasse, io direi che molto piú ragionevol fusse il dire che il continente e le parti contenute si movesser tutte circa un comun centro, che sopra diversi.

SALV. Ora, quando sia vero che ‘l centro del mondo sia l’istesso che quello intorno al quale si muovono gli orbi de i corpi mondani, cioè de’ pianeti, certissima cosa è che non la Terra, ma piú tosto il Sole, si trova collocato nel centro del mondo; talché, quanto a questa prima semplice e generale apprensione, il luogo di mezo è del Sole, e la Terra si trova tanto remota dal centro, quanto dall’istesso Sole.

SIMP. Ma da che argumentate voi che non la Terra, ma il Sole, sia nel centro delle conversioni de’ pianeti?

SALV. Concludesi da evidentissime, e perciò necessariamente concludenti, osservazioni; delle quali le piú palpabili, per escluder la Terra da cotal centro e collocarvi il Sole, sono il ritrovarsi tutti i pianeti ora piú vicini ed ora piú lontani dalla Terra, con differenze tanto grandi, che, verbigrazia, Venere lontanissima si trova sei volte piú remota da noi che quando ell’è vicinissima, e Marte si inalza quasi otto volte piú in uno che in un altro stato. Vedete intanto se Aristotile s’ingannò di qualche poco in creder che e’ fussero sempre egualmente remoti da noi.

SIMP. Quali poi sono gl’indizii che i movimenti loro sieno intorno al Sole?

SALV. Si argomenta ne i tre pianeti superiori, Marte Giove e Saturno, dal trovarsi sempre vicinissimi alla Terra quando sono all’opposizion del Sole, e lontanissimi quando sono verso la congiunzione; e questo avvicinamento ed allontanamento importa tanto, che Marte vicino si vede ben 60 volte maggiore che quando è lontanissimo. Di Venere poi e di Mercurio si ha certezza del rivolgersi intorno al Sole dal non si allontanar mai molto da lui e dal vedersegli or sopra ed or sotto, come la mutazion di figure in Venere  conclude necessariamente. Della Luna è vero che ella non si può in verun modo separar dalla Terra, per le ragioni che piú distintamente nel progresso si produrranno.

SAGR. Io mi aspetto d’aver a sentir cose ancor piú meravigliose, dependenti da questo movimento annuo della Terra, che non sono state le dependenti dalla conversione diurna.

SALV. Voi non v’ingannate punto: perché, quanto all’operar il moto diurno ne’ corpi celesti, non fu né potette esser altro che il farci apparir l’universo precipitosamente scorrer in contrario; ma questo moto annuo, mescolandosi con i moti particolari di tutti i pianeti, produce moltissime stravaganze, le quali hanno fatto sin ora perder la scherma a tutti i maggiori uomini del mondo. Ma ritornando alle prime apprensioni generali, replico che il centro delle celesti conversioni de i cinque pianeti, Saturno, Giove, Marte, Venere e Mercurio, è il Sole; e sarà del moto della Terra ancora, se ci succederà di metterla in cielo. Quanto poi alla Luna, questa ha un moto circolare intorno alla Terra, dalla quale (come ho già detto) in modo alcuno non si può separare; ma non però resta ella d’andare intorno al Sole insieme con la Terra co ‘l movimento annuo.

SIMP. Io non resto ancora ben capace di questa struttura; e forse co ‘l farne un poco di disegno s’intenderà meglio, e piú agevolmente si potrà discorrere intorno ad essa.

SALV. E cosí sia: anzi, per vostra maggior sodisfazione e meraviglia insieme, voglio che voi stesso la disegniate, e veggiate come, non credendo d’intenderla, ottimamente la capite; e solo co ‘l risponder alle mie interrogazioni la descriverrete puntualmente. Pigliate dunque un foglio e le seste: e sia questa carta bianca l’immensa espansione dell’universo, nella quale voi avete a distribuire ed ordinar le sue parti conforme a che la ragione vi detterà. E prima, essendo che senza mio insegnamento voi tenete per fermo la Terra esser collocata in questo universo, però notate un punto a vostro beneplacito, intorno al quale voi intendete ella esser collocata, e contrassegnatelo con qualche carattere.

SIMP. Sia questo, segnato A, il luogo del globo terrestre.

SALV. Bene sta. So, secondariamente, che voi sapete benissimo che essa Terra non è dentro al corpo solare, né meno a quello contigua, ma per certo spazio distante; e però assegnate al Sole qual altro luogo piú vi piace, remoto dalla Terra a vostro beneplacito, e questo ancora contrassegnate.

SIMP. Ecco fatto: sia il luogo del corpo solare questo, segnato O.

SALV. Stabiliti questi due, voglio che pensiamo di accomodar il corpo di Venere in tal maniera, che lo stato e movimento suo possa sodisfar a ciò che di essi ci mostrano le sensate apparenze; e però riducetevi a memoria quello che, o per i discorsi passati o per vostre proprie osservazioni, avete compreso accadere in tale stella; e poi assegnatele quello stato che vi parrà convenirsele.

SIMP. Posto che sieno vere le apparenze narrate da voi, e che ho lette ancora nel libretto delle conclusioni, cioè che tale stella non si discosti mai dal Sole oltre a certo determinato intervallo di 40 e tanti gradi, sí che ella già mai non arrivi non solamente all’opposizion del Sole, ma né anco al quadrato, né tampoco all’aspetto sestile; e piú, che ella si mostri in un tempo quasi 40 volte maggiore che in altro tempo, cioè grandissima quando, sendo retrograda, va alla congiunzion vespertina del Sole, e piccolissima quando con movimento diretto va alla congiunzion mattutina; e di piú, sendo vero che quando ella appar grandissima, si mostri di figura cornicolata, e quando appar piccolissima, si vegga rotonda perfettamente; sendo, dico, vere cotali apparenze, non veggo che si possa sfuggire di affermare, tale stella raggirarsi in un cerchio intorno al Sole, poiché tal cerchio in niuna maniera si può dire che abbracci e dentro di sé contenga la Terra, né meno che sia inferiore al Sole, cioè tra esso e la Terra, né anco superior al Sole. Non può tal cerchio abbracciar la Terra, perché Venere verrebbe talvolta all’opposizion del Sole; non può esser inferiore, perché Venere circa l’una e l’altra congiunzione co ‘l Sole si mostrerebbe falcata; né può esser superiore, perché si mostrerebbe sempre rotonda, né mai cornicolata. E però per il ricetto di lei segnerò il cerchio C H intorno al Sole, senza che egli abbracci la Terra.

SALV. Accomodata Venere, è bene che pensiate a Mercurio, il quale, come sapete, trattenendosi sempre intorno al Sole, molto meno da lui si allontana che Venere; però considerate qual luogo convenga assegnargli.

SIMP. Non è dubbio che, immitando egli Venere, accomodatissima stanza sarà per lui un minor cerchio dentro a questo di Venere, e pure intorno al Sole, essendo, massime della sua vicinità al Sole, argomento ed indizio assai concludente la vivacità del suo splendore sopra quello di Venere e de gli altri pianeti: potremo dunque con tal fondamento segnare il suo cerchio, notandolo con li caratteri B G.

SALV. Marte poi dove lo metteremo?

SIMP. Marte, perché viene all’opposizion del Sole, è necessario che co ‘l suo cerchio abbracci la Terra: ma veggo ch’e’ bisogna per necessità ch’egli abbracci il Sole ancora; imperocché, venendo alla congiunzion co ‘l Sole, se e’ non gli passasse di sopra, ma gli fusse inferiore, apparirebbe cornicolato, come fa Venere e la Luna; ma egli si mostra sempre rotondo; adunque è necessario che egli includa dentro al suo cerchio non meno il Sole che la Terra. E perché mi sovviene che voi abbiate detto che quando esso è all’opposizion del Sole si mostra 60 volte maggiore che quando è verso la congiunzione, parmi che molto bene si accomoderà a queste apparenze un cerchio intorno al centro del Sole e che abbracci la Terra, quale io noto adesso e contrassegno D I: dove Marte nel punto D è vicinissimo alla Terra, ed è opposto al Sole; ma quando è nel punto I, è alla congiunzion co ‘l Sole, ma lontanissimo dalla Terra. E perché l’istesse apparenze si osservano in Giove ed in Saturno, se ben con assai minor diversità in Giove che in Marte, e con minor ancora in Saturno che in Giove, mi par comprendere che molto acconciamente sodisfaremo anco a questi due pianeti con due cerchi pur intorno al Sole, e questo primo per Giove segnandolo E L, ed un altro superiore per Saturno notato F M.

SALV. Voi sin qui vi sete portato egregiamente. E perché (come vedete) l’appressamento e discostamento de’ tre superiori vien misurato dal doppio della distanza tra la Terra e ‘l Sole, questa fa maggior diversità in Marte che in Giove, per essere il cerchio D I di Marte minore del cerchio E L di Giove; e similmente perché questo E L è minore del cerchio F M di Saturno, la medesima diversità è ancor minore in Saturno che in Giove: e ciò puntualmente risponde all’apparenze. Resta ora che pensiate di assegnare il luogo alla Luna.

SIMP. Seguendo l’istesso metodo, che mi par concludentissimo, poiché veggiamo che la Luna viene alla congiunzione ed all’opposizione del Sole, è necessario dire che il suo cerchio abbracci la Terra; ma non bisogna già che egli abbracci il Sole, perché quando ella fusse verso la congiunzione, non si mostrerebbe falcata, ma sempre rotonda e piena di lume; oltre che già mai non potrebbe ella farci, come spesse volte fa, l’eclisse del Sole, con l’interporsi tra esso e noi. È dunque necessario assegnarle un cerchio intorno alla Terra, qual sarebbe questo N P, sí che costituita in P ci apparisca dalla Terra A congiunta co ‘l Sole, onde possa talora eclissarlo, e posta in N si vegga opposta al Sole, ed in tale stato possa cadere nell’ombra della Terra ed oscurarsi.

SALV. Ora che faremo, signor Simplicio, delle stelle fisse? Vogliamole por disseminate per gl’immensi abissi dell’universo, in diverse lontananze da qualsivoglia determinato punto, o pur collocate in una superficie sfericamente distesa intorno a un suo centro, sí che ciascheduna di loro sia dal medesimo centro egualmente distante?

SIMP. Piú tosto torrei una strada di mezo, e gli assegnerei un orbe descritto intorno a un determinato centro e compreso dentro a due superficie sferiche, cioè una altissima concava e l’altra inferiore convessa, tra le quali costituirei l’innumerabil moltitudine delle stelle, ma però in diverse altezze; e questa si potrebbe chiamar la sfera dell’universo, continente dentro di sé gli orbi de i pianeti, già da noi disegnati.

SALV. Adunque già aviamo noi, signor Simplicio, sin qui ordinati i corpi mondani giusto secondo la distribuzion del Copernico, e ciò si è fatto di propria mano vostra: e di piú a tutti avete voi assegnati movimenti proprii, eccettuatone il Sole, la Terra e la sfera stellata; ed a Mercurio con Venere avete attribuito il moto circolare intorno al Sole, senza abbracciar la Terra: intorno al medesimo Sole fate muover li tre superiori, Marte, Giove e Saturno, comprendendo la Terra dentro a i cerchi loro; la Luna poi non può muoversi in altra maniera che intorno alla Terra, senza abbracciar il Sole: e pure in questi moti convenite voi ancora co ‘l medesimo Copernico. Restano ora da decidere, tra il Sole, la Terra e la sfera stellata, tre cose: cioè la quiete, che apparisce esser della Terra; il movimento annuo sotto il zodiaco, che apparisce esser del Sole; e il movimento diurno, che apparisce esser della sfera stellata, con participarlo a tutto il resto dell’universo, eccettuatone la Terra. Ed essendo vero che tutti gli orbi de’ pianeti, dico di Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, si muovono intorno al Sole, come centro loro, di esso Sole par tanto piú ragionevole che sia la quiete che della Terra, quanto di sfere mobili è piú ragionevole che il centro stia fermo, che alcun altro luogo da esso centro remoto: alla Terra, dunque, la qual resta costituita in mezo a parti mobili, dico tra Venere e Marte, che l’una fa la sua revoluzione in nove mesi e l’altro in due anni, molto acconciamente si può attribuire il movimento d’un anno, lasciando la quiete al Sole. E quando ciò sia, segue per necessaria conseguenza che anco il moto diurno sia della Terra: imperocché se, stando fermo il Sole, la Terra non si rivolgesse in se stessa, ma solo avesse il movimento annuo intorno al Sole, il nostro anno non sarebbe altro che un giorno ed una notte, cioè sei mesi di giorno e sei mesi di notte, com’altra volta s’è detto. Vedete poi quanto acconciamente vien levato dall’universo il precipitosissimo moto delle 24 ore, e come le stelle fisse, che sono tanti Soli, conforme al nostro Sole godono una perpetua quiete. Vedete in oltre quanta agevolezza si trovi in questo primo abbozzamento, per render le ragioni di apparenze tanto grandi ne’ corpi celesti.

SAGR. Io la scorgo benissimo; ma sí come voi da questa simplicità raccogliete gran probabilità per la verità di cotal sistema, altri forse per l’opposito ne potrebbe far contrarie deduzioni, dubitando, non senza ragione, come, essendo tal costituzione antichissima de’ Pittagorici e tanto bene accomodata all’apparenze, abbia poi nel progresso di migliaia d’anni auto cosí pochi seguaci, e sia sin da Aristotile medesimo stata rifiutata, e doppo l’istesso Copernico vadia continuando nell’istessa fortuna.

SALV. Se voi, signor Sagredo, vi foste alcuna volta abbattuto, sí com’io molte e molte volte incontrato mi sono, a sentir quali sorte di scempiezze bastano a render contumace ed impersuasibile il vulgo al prestar l’orecchio, non che l’assenso, a queste novità, credo che assai in voi si diminuirebbe la meraviglia del trovarsi cosí pochi seguaci di tale opinione; ma poca stima, per mio parere, si deve fare di cervelli a i quali, per confermargli e fissamente ritenergli nell’immobilità della Terra, concludentissima dimostrazione è il vedere come stamani non saranno a desinar in Costantinopoli né stasera a cena nel Giappone, e che son certi che la Terra, come gravissima, non può montar su sopra il Sole e poi a rompicollo calare a basso. Di questi tali, il numero de’ quali è infinito, non bisogna tener conto né registrar le loro sciocchezze e cercar di fare acquisto d’uomini nella cui difinizione entra solo il genere e manca la differenza, per avergli per compagni nelle opinioni sottilissime e delicatissime. In oltre, qual guadagno credereste voi di poter mai fare con tutte le dimostrazioni del mondo in cervelli tanto stolidi, che non sono per se stessi bastanti a conoscer le lor cosí estreme pazzie? Ma la mia, signor Sagredo, è molto differente dalla vostra meraviglia: voi vi maravigliate che cosí pochi siano seguaci della opinione de’ Pitagorici; ed io stupisco come si sia mai sin qui trovato alcuno che l’abbia abbracciata e seguita, né posso a bastanza ammirare l’eminenza dell’ingegno di quelli che l’hanno ricevuta e stimata vera, ed hanno con la vivacità dell’intelletto loro fatto forza tale a i proprii sensi, che abbiano possuto antepor quello che il discorso gli dettava, a quello che le sensate esperienze gli mostravano apertissimamente in contrario. Che le ragioni contro alla vertigine diurna della Terra, già esaminate da voi, abbiano grandissima apparenza, già l’abbiamo veduto, e l’averle ricevute per concludentissime i Tolemaici, gli Aristotelici e tutti i lor seguaci, è ben grandissimo argomento della loro efficacia; ma quelle esperienze che apertamente contrariano al movimento annuo, son ben di tanto piú apparente repugnanza, che (lo torno a dire) non posso trovar termine all’ammirazion mia, come abbia possuto in Aristarco e nel Copernico far la ragion tanta violenza al senso, che contro a questo ella si sia fatta padrona della loro credulità.

SAGR. Adunque siamo per avere altri contrasti gagliardi contro a questo movimento annuo ancora?

SALV. Siamo; e tanto evidenti e sensati, che se senso superiore e piú eccellente de i comuni e naturali  non si accompagnava con la ragione, dubito grandemente che io ancora sarei stato assai piú ritroso contro al sistema Copernicano, di quello che stato non sono doppo che piú chiara lampada che la consueta mi ha fatto lume.

SAGR. Or dunque, signor Salviati, vegnamo, come si dice, alle strette, ché ogni parola che si spende in altro mi par gettata via.

SALV. Eccomi a servirvi.

[SIMP. Di grazia, signori, permettetemi che io riduca a tranquillità la mia mente, che ora mi ritrovo molto fluttuante per certo particolare pur ora tocco dal signor Salviati, acciò che io possa poi, spianate che siano l’onde, piú distintamente ricever le vostre specolazioni: imperò che non ben s’imprimano le spezie nello speccio ondeggiante, come il Poeta latino graziosamente ci espresse dicendo: … nuper me in littore vidi cum placidum ventis staret mare. <«al lido or ora mi vidi, | placido essendo il mare di venti» (Virgilio, Bucoliche, ecloga II, 25-26)>

SALV. Voi avete molto ben ragione, e però dite i vostri dubbii.

SIMP Voi avete ultimamente spacciati per egualmente d’ingegno ottuso quelli che negano alla Terra il moto diurno, perché non si veggono da quello trasportare in Persia o nel Giappone, e quelli che son contrarianti al moto annuo per la repugnanza che sentono nel dovere ammettere che la vastissima e gravissima mole del globo terrestre possa sollevarsi in alto e quindi calare abasso, come converrebbe che facesse quando intorno al Sole con tal movimento si rigirasse: ed io, non prendendo rossore d’essere annumerato tra questi sciocchi, sento l’istessa repugnanza nel mio cervello, quanto però a questo secondo punto che oppone al moto annuo, e massimamente mentre veggo quanta resistenza faccia all’esser mossa anco per piano, non dirò una montagna ma una pietra che piccola parte sia d’una rupe alpestre. Però, non disprezzando affatto simili instanze, vi prego a risolverle, e non solo per me, quanto per altri, a i quali sembrano concludentissime; perché ho per assai difficile che alcuno, per semplice che sia, conosca e confessi la sua semplicità, mosso dal solo sentirsi reputare per tale.

SAGR. Anzi, quanto piú semplice, tanto piú sarà egli impersuasibile del suo difetto. E con questa occasione vo considerando come non solamente per sodisfare al signor Simplicio, ma per altro rispetto ancora, non meno importante, è bene risolver questa ed altre instanze di simil sorte; poiché si vede che non mancano uomini, nella comune filosofia ed in altre scienze versatissimi, che, per mancamento o dell’astronomia o delle matematiche o di qual altra facoltà si sia che acuisce l’ingegno alla penetrazion del vero, restano persuasi da discorsi tanto vani: per lo che mi par degna di commiserazione la condizione del povero Copernico, il quale non si può tener sicuro che la censura delle sue dottrine non possa per avventura cadere in mano di persone, che non sendo abili a restar capaci delle sue ragioni sottilissime e per ciò difficili ad esser comprese ma ben di già persuasi da simili vane apparenze della falsità di quelle, per false e per erronee le vadano predicando. Per lo che, quando non si potessero render capaci di quelle piú astruse, è bene procurare che conoscano la nullità di queste altre, dalla qual cognizione venga moderato il giudizio e la condanna della dottrina che ora tengano per erronea. Recherò dunque due altre obiezzioni, ma contro al moto diurno, le quali non è molto che sentii produrre da persone di gran litteratura, e poi verremo al moto annuo. La prima fu, che quando fusse vero che non il Sole e l’altre stelle si sollevassero sopra l’orizonte orientale, ma che la parte orientale della Terra se gli abbassasse sotto, restando quelle immobili, bisognerebbe che di lí a poche ore le montagne situate a levante declinando in giú mediante la conversion del globo terrestre, si riducessero in tale stato, che dove poco fa per ascendere al lor giogo conveniva caminare all’erta, convenisse di poi, per condursi lassú, scendere alla china. L’altra fu, che quando il moto diurno fusse della Terra, doverebbe esser tanto veloce, che uno costituito nel fondo di un pozzo non potrebbe se non per un momento di tempo vedere una stella che gli fusse sopra ‘l vertice, non la potendo egli vedere se non quel brevissimo tempo nel quale passa 2 o 3 braccia della circonferenza della Terra, ché tanta sarà la larghezza del pozzo: tutta via si vede per esperienza che il passaggio apparente di tale stella, nel traversare il pozzo, consuma assai lungo tempo; argomento necessario che la bocca del pozzo non si muove altramente con quella furia che converrebbe alla diurna conversione, e, per consequenza, che la Terra è immobile.

SIMP. Di questi 2 argomenti, il secondo veramente mi pare assai concludente: ma quanto al primo, crederei di potermi da per me stesso disbrigare, mentre considero che l’istesso è che il globo terrestre, rivolgendosi intorno al proprio centro, porti una montagna verso levante, che se, stando fermo il globo, la montagna, svelta dalla radice, fusse strascicata sopra la Terra; ed il portare il monte sopra la superficie della Terra non veggo che sia differente operazione dal condurre una nave per la superficie del mare: onde, tuttavolta che l’instanza del monte valesse, ne seguirebbe parimente che, continuando la nave il suo viaggio, discostata che ella si fusse da i nostri porti per molti gradi, ci convenisse per andare sopra ‘l suo albero non piú salire, ma muoversi per la piana e poi ancora scendere; il che non accade, né io ho mai sentito alcun marinaro, etiam di quelli che hanno circondato tutto ‘l globo, che ponga differenza veruna circa tale operazione, né intorno ad alcun altro ministerio che si faccia in nave, per ritrovarsi il vassello piú in questa che in qualsivoglia altra parte.

SALV. Voi molto ben discorrete: e se all’autore di quella instanza fusse mai caduto in mente di considerare che la sua vicina montagna, postagli a levante, quando il globo terrestre girasse, di lí a 2 ore per tal moto si troverebbe condotta colà dove ora si trova, verbigrazia, il monte Olimpo o ‘l Carmelo, arebbe compreso come dal suo proprio modo di argomentare si costrigneva a credere e confessare che per andare nel vertice di detti monti, de facto conviene sciendere. Questi sono di quei cervelli atti a negar gli antipodi, atteso che non si può caminare col capo all’ingiú e coi piedi attaccati al palco; questi da concetti veri, ed anco perfettamente intesi da loro, non sanno poi dedur soluzioni facilissime a i lor dubbi: voglio dire che benissimo intendono che il gravitare e lo sciendere è tendere verso ‘l centro del globo terrestre, e che ‘l salire è il discostarsene; si perdono poi nell’intendere che gli antipodi nostri per sostenersi e caminare non hanno difficoltà veruna, perché fanno giusto come noi, cioè tengono le piante de’ piedi verso ‘l centro della Terra e ‘l capo verso ‘l cielo.

SAGR. E pur sappiamo, uomini in altre dottrine di subblimi ingegni essersi abbagliati in tali cognizioni; dal che tanto maggiormente vien confermato quello che pur ora dicevo, cioè che è bene rimuover tutte le obbiezzioni, ancor che debolissime: e però rispondasi pur ancora a quei del pozzo.

SALV Questo secondo argomento ha bene in apparenza un non so che piú del concludente; tutta via io tengo per fermo che quando si potesse interrogare quell’istesso a chi e’ sovvenne, acciò meglio si spiegasse con dichiarare qual sia precisamente l’effetto che dovrebbe seguire, e che gli par che non segua, posta la conversion diurna esser della Terra, credo, dico, che egli si avvilupperebbe nell’espor la sua difficoltà con le sue conseguenze, forse non meno di quel ch’e’ farebbe nello svilupparsene col pensarvi.

SIMP. S’io debbo dire ‘l vero, stimo certo che cosí accaderebbe, imperò che io ancora di presente mi trovo nella medesima confusione: perché mi pare che l’argomento stringa, quanto alla prima apprensione; ma all’incontro veggo come per nebbia che se il discorso procedesse rettamente, quella immensa rapidità di corso che si dovrebbe scorger nella stella quando il moto fusse della Terra, si doverebbe ancora, anzi molto piú, scorger nella medesima quando il moto fusse suo, dovendo esser molte migliaia di volte piú veloce nella stella che nella Terra. All’incontro poi, l’aversi a perder la vista della stella per il solo trapasso della bocca del pozzo, che sarà poi 2 o tre braccia di diametro, mentre il pozzo con la Terra ne trapassano assai piú di 2.000.000 in un’ora, par ben che abbia da esser cosa tanto momentanea, che né anco possa esser compresa; e pur dal fondo del medesimo pozzo per assai lungo spazio di tempo vien ella veduta. Però vengo in desiderio d’esser ridotto in chiaro di questo negozio.

SALV. Ora mi confermo io maggiormente nel credere la confusione dell’autor dell’instanza, mentre veggo che voi ancora, signor Simplicio, adombrate, né ben possedete, quello che dir vorreste: il che raccolgo io principalmente dal tralasciar voi una distinzione, che è un punto principalissimo in questa faccenda. Però ditemi se nel far questa esperienza, dico di questo trapasso di stella sopra la bocca del pozzo, voi fate differenza veruna dall’essere il pozzo piú o men profondo, cioè dall’esser quello che osserva piú o men distante dalla bocca; perché non vi ho sentito far caso sopra ciò.

SIMP. Veramente non ci ho applicato il pensiero, ma ben la vostra interrogazione mi sveglia la mente, e mi accenna, tal distinzione dovere esser necessariissima; e già comincio a comprendere che per determinare il tempo di tal passaggio, la profondità del pozzo può per avventura arrecar diversità non minore che la larghezza.

SALV. Anzi pur vo io dubitando che la larghezza non ci abbia che far niente, o pochissimo.

SIMP. E pur mi pare che dovendo scorrer 10 braccia di larghezza ricerchi dieci volte piú tempo che il trapasso di un braccio: e son sicuro che una barchetta lunga 10 braccia prima mi trapasserà innanzi alla vista, che una galera lunga cento.

SALV. E pur persistiamo ancora in quello inveterato concetto, di non ci muover se non tanto quanto le nostre gambe ci portano. Questo che voi dite, signor Simplicio mio, è vero quando l’oggetto veduto si muove stando voi fermo a osservarlo; ma se voi sarete nel pozzo quando il pozzo e voi insieme siate portati dalla terrestre conversione, non vedete voi che né in un’ora né in mille né in eterno sarete trapassato dalla bocca del pozzo? Quello che in tal caso operi in voi il muoversi o non muoversi la Terra, non può riconoscersi nella bocca del pozzo, ma in altro oggetto separato e che non partecipi della medesima condizione, dico di moto o di quiete.

SIMP. Tutto sta bene: ma posto che io, stando nel pozzo, sia portato di conserva con esso dal moto diurno, e che la stella da me veduta sia immobile, non essendo l’apertura del pozzo, che sola dà il passaggio alla mia vista, piú di tre braccia de i tanti milioni di braccia del resto della superficie terrestre, che la vista m’impedisce, come potrà essere il tempo della veduta sensibil parte di quello dell’occultazione?

SALV. E pur ricadete nel medesimo equivoco: ed in effetto sete bisognoso di chi v’aiuti a uscirne. Non è, signor Simplicio, la larghezza del pozzo quella che misura il tempo dell’apparizion della stella, perché cosí la vedreste perpetuamente, essendo che perpetuamente la bocca del pozzo dà il transito alla vostra vista; ma tal misura si deve prendere dalla quantità del cielo immobile, che per l’apertura del pozzo vi resta visibile.

SIMP. Ma quello che mi si scuopre del cielo non è egli tal parte di tutta la sfera celeste, quale è la bocca del pozzo di tutta la terrestre?

SALV. Voglio che vi rispondiate da voi medesimo; però ditemi, se la bocca del medesimo pozzo è sempre la medesima parte della superficie terrena.

SIMP. È senza dubbio la medesima sempre.

SALV. E la parte del cielo veduta da quello che è nel pozzo, è ella sempre la medesima quantità di tutta la sfera celeste?

SIMP. Ora comincio a disottenebrarmi la mente e a intender quello che poco fa mi accennaste, e che la profondità del pozzo ha che fare assai nel presente negozio; perché non è dubbio che quanto piú si allontanerà l’occhio dalla bocca del pozzo, minor parte del cielo si scoprirà, la qual poi, in consequenza, piú presto verrà trapassata e persa di vista da colui che dal profondo del pozzo la rimirerà

SALV. Ma èvv’egli luogo alcuno nel pozzo dal quale si scoprisse tal parte appunto della celeste sfera, quale è la bocca del pozzo della superficie terrena?

SIMP. Parmi che quando si profondasse il pozzo sino al centro della Terra, forse di là si scoprirebbe una parte di cielo, che sarebbe di lui quale è il pozzo della Terra. Ma discostandosi dal centro e salendo verso la superficie, si vien sempre scoprendo parte maggiore di esso cielo.

SALV. E finalmente, posto l’occhio nel piano della bocca del pozzo, si scuopre la metà del cielo o pochissimo meno, per la qual passare (dato che noi fussimo sotto l’equinoziale) ci vuol 12 ore di tempo.] Già vi ho disegnato la forma del sistema Copernicano: contro alla verità del quale muove prima fierissimo assalto Marte istesso, il quale, quando fusse vero che variasse tanto le sue distanze dalla Terra che dalla minima alla massima lontananza ci fusse differenza quanto è due volte dalla Terra al Sole, sarebbe necessario che quando è a noi vicinissimo si mostrasse il suo disco piú di 60 volte maggiore di quello che si mostra quando è lontanissimo; tuttavia tal diversità di apparente grandezza non ci si scorge, anzi nella opposizione al Sole, quando è vicino alla Terra, non si mostra né anco 4 o 5 volte piú grande che quando, verso la congiunzione, viene occultato sotto i raggi del Sole. Altra e maggior difficultà ci fa Venere, che se girando intorno al Sole, come afferma il Copernico, gli fusse ora sopra ed ora sotto, allontanandosi ed appressandosi a noi quanto verrebbe ad esser il diametro del cerchio da lei descritto, quando fusse sotto il Sole e a noi vicinissima, dovrebbe il suo disco mostrarcisi poco meno di 40 volte maggiore che quando è superiore al Sole, vicina all’altra sua congiunzione; tutta via la differenza è quasi impercettibile. Aggiugnesi un’altra difficultà: che quando il corpo di Venere sia per se stesso tenebroso, e solo risplenda, come la Luna, per l’illuminazion del Sole, come par ragionevole, quando ella si ritrova sotto il Sole, dovrebbe mostrarcisi falcata, come la Luna quando parimente ell’è vicina al Sole: accidente che in lei non apparisce; per lo che il Copernico pronunziò che ella o fusse lucida per se medesima, o che la sua materia fusse tale, che potesse imbeversi del lume solare e quello trasmettere per tutta la sua profondità, sí che potesse mostrarcisi sempre risplendente: ed in questo modo scusò il Copernico il non mutar figura in Venere; ma della poco variata grandezza di lei non disse cosa veruna, e di Marte assai meno del suo bisogno, credo per non poter a sua sodisfazion salvare un’apparenza tanto repugnante alla sua posizione: e pur, persuaso da tanti altri rincontri, ci si mantenne, e l’ebbe per vera. Oltre a queste cose, il far che tutti i pianeti, insieme con la Terra, si muovano intorno al Sole, come centro delle lor conversioni, e che la Luna sola perturbi cotale ordine, ed abbia il suo movimento proprio intorno alla Terra, e che insieme insieme ed essa e la Terra e tutta la sfera elementare si muova in un anno intorno al Sole, par che alteri in guisa l’ordine, che lo renda inverisimile e falso. Queste son quelle difficultà che mi fanno maravigliare come Aristarco e il Copernico, che non può esser che non l’abbiano osservate, non le avendo poi potute risolvere, ad ogni modo abbiano per altri mirabili riscontri confidato tanto in quello che la ragione gli dettava, che pur confidentemente abbiano affermato, non poter la struttura dell’universo avere altra forma che la da loro disegnata. Ci sono poi altre gravissime e bellissime difficultà, non cosí agevoli da esser risolute da gli ingegni mediocri, ma però penetrate e dichiarate dal Copernico, le quali noi rimetteremo piú di sotto, doppo che averemo risposto ad altre opposizioni di altri, che si mostrano contrarie a questa posizione. Ora venendo alle dichiarazioni e risposte alle tre addotte gravissime obiezioni, dico che le due prime non solamente non contrariano al sistema Copernicano, ma grandemente ed assolutamente lo favoriscono; perché e Marte e Venere si mostrano diseguali a se stessi, secondo le proporzioni assegnate, e Venere sotto il Sole si mostra falcata, e va puntualmente mutando sue figure nello stesso modo che fa la Luna.

SAGR. Ma com’è stato questo occulto al Copernico, e manifesto a voi?

SALV. Queste cose non possono esser comprese se non co ‘l senso della vista, il quale da natura non è stato conceduto a gli uomini tanto perfetto, che sia potuto arrivare a discerner tali differenze; anzi pur lo strumento stesso del vedere a se medesimo reca impedimento: ma doppo che all’età nostra è piaciuto a Dio di concedere all’umano ingegno tanto mirabil invenzion, di poter perfezionar la nostra vista co ‘l multiplicarla 4, 6, 10, 20, 30 e 40 volte, infiniti oggetti che, o per la loro lontananza o per la loro estrema piccolezza, ci erano invisibili, si sono co ‘l mezo del telescopio resi visibilissimi.

SAGR. Ma Venere e Marte non sono de gli oggetti invisibili per la lor lontananza o piccolezza, anzi pur gli comprendiamo noi con la semplice vista naturale: perché dunque non distinguiamo noi le differenze delle grandezze e figure loro?

SALV. In questo ci ha gran parte l’impedimento del nostro occhio stesso, come pur ora vi ho accennato, dal quale gli oggetti risplendenti e lontani non ci vengono rappresentati semplici e schietti; ma ce gli porge inghirlandati di raggi avventizii e stranieri, cosí lunghi e folti, che il lor nudo corpicello ci si mostra ingrandito 10, 20, 100 e mille volte piú di quello che ci si rappresenterebbe quando se gli levasse il capellizio radioso non suo.

SAGR. Ora mi sovviene d’aver letto non so che in questa materia, non so se nelle Lettere Solari o nel Saggiatore del nostro amico comune: ma non sarà se non bene, sí per ridurlo in memoria a me sí per intelligenza del signor Simplicio, che forse non ha viste tali scritture, dichiararci piú distintamente come sta questo negozio, la cui cognizione penso che sia molto necessaria per ben restar capace di quello che ora si tratta.

SIMP. A me veramente giugne nuovo tutto quello che di presente vien portato dal signor Salviati; ché, per dire il vero, non ho auto curiosità di legger cotesti libri, né ho sin qui prestato molta fede all’occhiale nuovamente introdotto, anzi, seguendo le pedate de gli altri filosofi peripatetici miei consorti, ho creduto esser fallacie e inganni de i cristalli quelle che altri hanno ammirate per operazioni stupende: e però, quando io sia sin qui stato in errore, mi sarà caro d’esserne cavato; e allettato dall’altre novità udite da voi, starò piú attentamente a sentire il resto.

SALV. La confidenza che hanno questi tali uomini del proprio loro accorgimento è non meno fuor di ragione di quel che sia la poca stima che fanno del giudizio altrui; ed è gran cosa che si stimino atti a poter giudicar meglio d’un tale strumento senza averlo mai sperimentato, che quelli che mille e mille esperienze ne hanno fatte e ne fanno ogni giorno. Ma lasciamo, di grazia, questa sorta di pervicaci, che non si possono né anco tassare senza onorargli piú che non meritano: e tornando al nostro proposito, dico che gli oggetti risplendenti, o sia che il loro lume si refranga nella umidità che è sopra le pupille, o si refletta ne gli orli delle palpebre, spargendo i suoi raggi reflessi sopra le medesime pupille, o sia pur per altra cagione, si mostrano all’occhio nostro circondati di nuovi raggi, e perciò maggiori assai di quello che ci si rappresenterebbero i corpi loro spogliati di tale irradiazione; e questo ingrandimento si fa con maggiore e maggior proporzione secondo che tali oggetti lucidi son minori e minori; in quella guisa appunto che se noi supponessimo che il ricrescimento de’ crini risplendenti fusse, verbigrazia, quattro dita, la qual giunta fatta intorno a un cerchio che avesse quattro dita di diametro accrescerebbe nove volte la sua apparente grandezza, ma…

SIMP. Dubito che voi abbiate voluto dir tre volte; perché aggiunto quattro dita di qua e quattro di là al diametro d’un cerchio che sia pur quattro dita, si viene a triplicar la sua quantità, e non a crescerla nove volte.

SALV. Un poco di geometria, signor Simplicio. È vero che ‘l diametro cresce tre volte, ma la superficie, che è quella della quale noi parliamo, cresce nove volte; perché, signor Simplicio, le superficie de i cerchi son fra di loro come i quadrati de i lor diametri, ed un cerchio che abbia quattro dita di diametro ad un altro che ne abbia dodici ha quella proporzione che ha il quadrato di quattro al quadrato di dodici, cioè che ha 16 a 144, e però sarà maggior di quello nove volte, e non tre: che sia per avvertimento al signor Simplicio. E seguendo avanti, se noi aggiugneremo la capellatura medesima di quattro dita a un cerchio che avesse due dita di diametro solamente, già il diametro della ghirlanda sarebbe dieci dita, e la piazza del cerchio all’area del nudo corpicello sarebbe come 100 a 4, ché tali sono i quadrati di 10 e di 2; l’ingrandimento dunque sarebbe di 25 volte tanto: e finalmente le 4 dita di crini aggiunte a un picciol cerchio d’un dito di diametro l’ingrandirebbero 81 volta: e cosí continuamente i ricrescimenti si fanno con maggior e maggior proporzione, secondo che gli oggetti reali, che si ricrescono, son minori e minori.

SAGR. La difficultà che ha dato fastidio al signor Simplicio, veramente non l’ha dato a me, ma son bene alcune altre cose delle quali io desidero piú chiara intelligenza; ed in particolare vorrei intendere sopra qual fondamento voi affermate che tale ricrescimento sia sempre eguale in tutti gli oggetti visibili.

SALV. Già mi son io in parte dichiarato, mentre ho detto ricrescer solamente gli oggetti lucidi, e non gli oscuri; ora aggiungo il rimanente: che degli oggetti risplendenti quelli che son di luce piú viva, maggior fanno e piú forte la reflessione sopra la nostra pupilla, onde molto piú mostrano d’ingrandirsi che i manco lucidi. E per non mi distender piú lungamente sopra questo particolare, venghiamo a quello che la vera maestra ci insegna. Guardiamo questa sera, quando l’aria sia bene scurita, la stella di Giove; noi la vedremo raggiante assai e molto grande: facciamo poi passar la vista nostra per un cannello, o anco per un piccolo spiraglio che, strignendo il pugno ed accostandocelo all’occhio, lasceremo tra la palma della mano e le dita, o veramente per un foro fatto con un sottile ago in una carta; vedremo il disco del medesimo Giove spogliato de i raggi, ma cosí piccolo che ben lo giudicheremo minore anco della sessantesima parte di quello che ci apparisce la sua gran fiaccola veduta con l’occhio libero: potremo doppo riguardare il Cane, stella bellissima e maggior di tutte l’altre fisse, la quale all’occhio libero si rappresenta non gran fatto minor di Giove; ma toltagli poi nel modo detto la capellatura, si vedrà il suo disco cosí piccolo, che ben non si giudicherà la ventesima parte di quel di Giove, anzi chi non è di vista perfettissima a gran fatica lo scorgerà: dal che si può ragionevolmente concludere che tale stella, come quella che è di un lume grandemente piú vivo che quel di Giove, fa la sua irradiazione maggiore che Giove la sua. L’irradiazion poi del Sole e della Luna è come nulla, mediante la grandezza loro, la quale occupa per sé sola tanto spazio nell’occhio nostro, che non lascia luogo per i raggi avventizii; tal che i dischi loro si veggono tosi e terminati. Potremo assicurarci della medesima verità con un’altra esperienza, da me piú volte fatta; assicurarci, dico, come i corpi splendenti di luce piú vivace si irraggiano assai piú che quelli che sono di luce piú languida. Io ho piú volte veduto Giove e Venere insieme, lontani dal Sole 25 o 30 gradi, ed essendo l’aria assai imbrunita, Venere pareva bene 8 ed anco 10 volte maggior di Giove, mentre però si riguardavono con l’occhio libero; ma guardati poi co ‘l telescopio, il disco di Giove si scorgeva veramente maggior quattro e piú volte di quel di Venere, ma la vivacità dello splendor di Venere era incomparabilmente maggiore della luce languidissima di Giove: il che da altro non procedeva che dall’esser Giove lontanissimo dal Sole e da noi, e Venere vicina a noi ed al Sole. Dichiarate queste cose, non sarà difficile a intender come possa esser che Marte, quand’è all’opposizion del Sole, e però vicino a Terra sette volte e piú che quando è verso la congiunzione, appena ci si mostri maggiore 4 o 5 volte in quello stato che in questo, mentre lo doveremmo vedere piú di 50 volte tanto: di che la sola irradiazione è causa; ché se noi lo spoglieremo de i raggi avventizii, lo troveremo precisamente ingrandito con la debita proporzione: per levargli poi la chioma, il telescopio è l’unico e l’ottimo mezo, il quale, ingrandendo il suo disco 900 o mille volte, ce lo fa veder nudo e terminato come quel della Luna, e differente da se stesso nelle due posizioni secondo la debita proporzione a capello. In Venere poi, che nella sua congiunzion vespertina, quando è sotto il Sole, si dovrebbe mostrar quasi 40 volte maggiore che nell’altra congiunzion mattutina, e pur non si vede né anco raddoppiata, accade, oltre all’effetto della irradiazione, ch’ell’è falcata, e le sue corna, oltre all’esser sottili, ricevono il lume del Sole obliquamente, e però assai languido, talché, per esser poco e debile, meno ampla e vivace si fa la sua irradiazione che quando si mostra a noi co ‘l suo emisferio tutto lucido; ma però il telescopio apertamente ci mostra le sue corna cosí terminate e distinte come quelle della Luna, e veggonsi come di un cerchio grandissimo, ed a proporzione maggiori quelle quasi 40 volte del suo medesimo disco, quando è superiore al Sole nell’ultima sua apparizion mattutina.

SAGR. Oh Niccolò Copernico, qual gusto sarebbe stato il tuo nel veder con sí chiare esperienze confermata questa parte del tuo sistema!

SALV. Sí; ma quanto minore la fama della sublimità del suo ingegno appresso a gl’intendenti! mentre si vede, come pur dissi dianzi, aver egli costantemente continuato nell’affermare, scorto dalle ragioni, quello di cui le sensate esperienze mostravano il contrario: che io non posso finir di stupire ch’egli abbia pur costantemente voluto persistere in dir che Venere giri intorno al Sole, ed a noi sia meglio di sei volte piú lontana una volta che un’altra, e pur sempre si mostri eguale a se stessa, quando ella dovrebbe mostrarsi quaranta volte maggiore.

SAGR. In Giove, in Saturno ed in Mercurio credo pur che si devano veder ancor le differenze delle lor grandezze apparenti puntualmente rispondere alle lor variate lontananze.

SALV. Ne’ due superiori le ho io precisamente osservate quasi ogni anno da ventidua anni in qua: in Mercurio non si può fare osservazione di momento, per non si lasciar egli vedere se non nelle sue massime digressioni dal Sole, nelle quali le sue distanze dalla Terra sono insensibilmente diseguali e però tali differenze inosservabili, come anco le mutazioni di figure, che assolutamente bisogna che seguano come in Venere; e quando lo vediamo, dovrebbe mostrarsi in figura di mezo cerchio, come fa Venere ancora nelle sue massime digressioni; ma il suo disco è tanto piccolo e ‘l suo splendore tanto vivace, per esser egli cosí vicino al Sole, che non basta la virtú del telescopio a radergli il crine, sí che egli apparisca tutto tosato. Restaci da rimuover quella che pareva grande sconvenevolezza nel moto della Terra, cioè che, volgendosi tutti i pianeti intorno al Sole, ella solamente non solitaria come gli altri, ma in compagnia della Luna, insieme con tutta la sfera elementare, andasse in un anno intorno al Sole, ed insieme insieme si movesse l’istessa Luna ogni mese intorno alla Terra. Qui è forza esclamar un’altra volta ed esaltare l’ammirabil perspicacità del Copernico ed insieme compiagner la sua disavventura, poiché egli non vive al nostro tempo, quando, per tòr via l’apparente assurdità del movimento in conserva della Terra e della Luna, vediamo Giove, quasi un’altra Terra, non in conserva di una Luna, ma accompagnato da quattro Lune, andare intorno al Sole in 12 anni, con tutto quello che può esser contenuto dentro a gli orbi delle quattro stelle Medicee.

SAGR. Per qual cagione chiamate voi Lune i quattro pianeti gioviali?

SALV. Tali si rappresentan elleno a chi stando in Giove le riguardasse. Imperocché esse per se stesse son tenebrose, e dal Sole ricevono il lume, il che è manifesto dal suo rimaner eclissate quando entrano nel cono dell’ombra di Giove; e perché di esse vien solamente illuminato l’emisferio che riguarda verso il Sole, a noi, che siamo fuor de i loro orbi e piú vicini al Sole, si mostrano sempre tutte lucide; ma a chi fusse in Giove si mostrerebbero tutte luminose quando fussero nelle parti superiori de i lor cerchi, ma nelle parti inferiori, cioè tra Giove e ‘l Sole, da Giove si scorgerebbon falcate: ed in somma farebbero a i Gioviali le mutazioni stesse di figure che a noi Terrestri fa la Luna. Vedete ora quanto mirabilmente si accordano co ‘l sistema Copernicano queste tre prime corde, che da principio parevan sí dissonanti. Di qui potrà intanto il signor Simplicio vedere con quanta probabilità si possa concludere che non la Terra, ma il Sole, sia nel centro delle conversioni de i pianeti: e poiché la Terra vien collocata tra i corpi mondani che indubitatamente si muovono intorno al Sole, cioè sopra Mercurio e Venere, e sotto a Saturno, Giove e Marte, come parimente non sarà probabilissimo e forse necessario concedere che essa ancora gli vadia intorno?

SIMP. Questi accidenti son tanto grandi e cospicui, che non è possibile che Tolomeo e gli altri suoi seguaci non ne abbiano avuto cognizione; ed avendol auta, è pur necessario che abbiano ancor trovata maniera di render di tali e cosí sensate apparenze sufficiente ragione, ed anco assai congrua e verisimile, poiché per sí lungo tempo è stata ricevuta da tanti e tanti.

SALV. Voi molto ben discorrete; ma sappiate che il principale scopo de i puri astronomi è il render solamente ragione delle apparenze ne i corpi celesti, ed ad esse ed a i movimenti delle stelle adattar tali strutture e composizioni di cerchi, che i moti secondo quelle calcolati rispondano alle medesime apparenze, poco curandosi di ammetter qualche esorbitanza che in fatto, per altri rispetti, avesse del difficile: e l’istesso Copernico scrive, aver egli ne’ primi suoi studii restaurata la scienza astronomica sopra le medesime supposizioni di Tolomeo, e in maniera ricorretti i movimenti de i pianeti, che molto aggiustatamente rispondevano i computi all’apparenze e l’apparenze a i calcoli, tuttavia però che si prendeva separatamente pianeta per pianeta; ma soggiugne che nel voler poi comporre insieme tutta la struttura delle fabbriche particolari, ne risultava un mostro ed una chimera composta di membra tra di loro sproporzionatissime e del tutto incompatibili, sí che, quantunque si sodisfacesse alla parte dell’astronomo puro calcolatore, non però ci era la sodisfazione e quiete dell’astronomo filosofo. E perché egli molto ben intendeva, che se con assunti falsi in natura si potevan salvar le apparenze celesti, molto meglio ciò si sarebbe potuto ottenere dalle vere supposizioni, si messe a ricercar diligentemente se alcuno tra gli antichi uomini segnalati avesse attribuita al mondo altra struttura che la comunemente ricevuta di Tolomeo; e trovando che alcuni Pitagorici avevano in particolare attribuito alla Terra la conversion diurna, ed altri il movimento annuo ancora, cominciò a rincontrar con queste due nuove supposizioni le apparenze e le particolarità de i moti de i pianeti, le quali tutte cose egli aveva prontamente alle mani, e vedendo il tutto con mirabil facilità corrisponder con le sue parti, abbracciò questa nuova costituzione ed in essa si quietò.


[1] «Nel punto del regresso intercorre quiete.

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