Fisicamente

di Roberto Renzetti

(segue giornata terza)

SIMP. Ma quali esorbitanze sono nella costituzione tolemaica, che maggiori non ne sieno in questa copernicana?

SALV. Sono in Tolomeo le infermità, e nel Copernico i medicamenti loro. E prima, non chiameranno tutte le sette de i filosofi grande sconvenevolezza che un corpo naturalmente mobile in giro si muova irregolarmente sopra il proprio centro, e regolarmente sopra un altro punto? e pur di tali movimenti difformi sono nella fabbrica di Tolomeo; ma nel Copernico tutti sono equabili intorno al proprio centro. In Tolomeo bisogna assegnare a i corpi celesti movimenti contrarii, e far che tutti si muovano da levante a ponente ed insieme insieme da ponente verso levante; che nel Copernico son tutte le revoluzion celesti per un sol verso, da occidente in oriente. Ma che diremo noi dell’apparente movimento de i pianeti, tanto difforme che non solamente ora vanno veloci ed ora piú tardi, ma talvolta del tutto si fermano, ed anco dopo per molto spazio ritornano in dietro? per la quale apparenza salvare introdusse Tolomeo grandissimi epicicli, adattandone un per uno a ciaschedun pianeta, con alcune regole di moti incongruenti, li quali tutti con un semplicissimo moto della Terra si tolgono via. E non chiamereste voi, signor Simplicio, grandissimo assurdo se nella costruzion di Tolomeo, dove a ciascun pianeta sono assegnati proprii orbi, l’uno superior all’altro, bisognasse bene spesso dire che Marte, costituito sopra la sfera del Sole, calasse tanto che, rompendo l’orbe solare, sotto a quello scendesse, ed alla Terra piú che il corpo solare si avvicinasse, e poco appresso sopra il medesimo smisuratamente si alzasse? e pur questa ed altre esorbitanze dal solo e semplicissimo movimento annuo della Terra vengono medicate.

SAGR. Queste stazioni, regressi e direzioni, che sempre mi son parse grandi improbabilità, vorrei io meglio intendere come procedano nel sistema Copernicano.

SALV. Voi, signor Sagredo, le vedrete proceder talmente, che questa sola coniettura dovrebbe esser bastante, a chi non fusse più che protervo o indisciplinabile, a farlo prestar l’assenso a tutto il rimanente di tal dottrina. Vi dico dunque che, nulla mutato nel movimento di Saturno di 30 anni, in quel di Giove di 12, in quel di Marte di 2, in quel di Venere di 9 mesi, e in quel di Mercurio di 80 giorni incirca, il solo movimento annuo della Terra tra Marte e Venere  cagiona le apparenti inegualità ne’ moti di tutte le 5 stelle nominate: e per facile e piena intelligenza del tutto ne voglio descriver la sua figura. Per tanto supponete nel centro O esser collocato il Sole, intorno al quale noteremo l’orbe descritto dalla Terra co ‘l movimento annuo B G M, ed il cerchio descritto, verbigrazia, da Giove intorno al Sole in 12 anni sia questo b g m, e nella sfera stellata intendiamo il zodiaco y u s; in oltre nell’orbe annuo della Terra prenderemo alcuni archi eguali BC, CD, DE, EF, FG, GH, HI, IK, KL, LM, e nel cerchio di Giove noteremo altri archi passati ne’ medesimi tempi ne’ quali la Terra passa i suoi, che sieno bc, cd, de, ef, fg, gh, hi, ik, kl, lm, che saranno a proporzione ciascheduno minor di quelli notati nell’orbe della Terra, sí come il movimento di Giove sotto il zodiaco è piú tardo dell’annuo. Supponendo ora, che quando la Terra è in B, Giove sia in b, ci apparirà a noi nel zodiaco essere in p, tirando la linea retta B b p: intendasi ora la Terra mossa da B in C, e Giove da b in c nell’istesso tempo; ci apparirà Giove esser venuto nel zodiaco in q, e mosso direttamente secondo l’ordine de’ segni p, q: passando poi la Terra in D, e Giove in d, si vedrà nel zodiaco in r; e da E, Giove arrivato in e apparirà nel zodiaco in s, mosso pur sempre direttamente. Ma cominciando poi la Terra a interporsi piú dirittamente tra Giove e ‘l Sole, venuta che ella sia in F, e Giove in f, ci apparirà in t già aver cominciato a ritornare apparentemente in dietro sotto il zodiaco; ed in quel tempo che la Terra averà passato l’arco E F, Giove si sarà trattenuto dentro a i punti s, t, e mostrandosi a noi quasi fermo e stazionario. Venuta poi la Terra in G, e Giove in g all’opposizion del Sole, si vedrà nel zodiaco in u, e grandemente ritornato in dietro per tutto l’arco del zodiaco tu, ancor che egli, seguendo sempre il suo corso uniforme, sia veramente andato innanzi non solo nel suo cerchio, ma nel zodiaco ancora, rispetto al centro di esso zodiaco ed al Sole, in quello collocato; continuando poi e la Terra e Giove i movimenti loro, venuta che sia la Terra in H e Giove in h, si vedrà grandemente tornato indietro nel zodiaco per tutto l’arco u x: venuta la Terra in I e Giove in i, nel zodiaco si sarà apparentemente mosso per il piccolo spazio x y, ed ivi apparirà stazionario. Quando poi conseguentemente la Terra sarà venuta in K e Giove in k, nel zodiaco avrà passato l’arco y n con moto diretto; e seguendo il corso suo, la Terra da L vedrà Giove in l nel punto z: e finalmente Giove in m si vedrà dalla Terra M passato in a, con moto pur diretto; e tutta la sua apparente retrogradazione nel zodiaco sarà quanto è l’arco sy, fatta da Giove mentre che egli nel proprio cerchio passa l’arco e i e la Terra nel suo l’arco E I. E questo che si è detto di Giove, intendasi di Saturno e di Marte ancora, ed in Saturno tali regressi esser alquanto piú frequenti che in Giove, per esser il moto suo piú tardo di quel di Giove, sí che la Terra in piú breve spazio di tempo lo raggiugne; in Marte poi son piú rari, per essere il moto suo piú veloce che quel di Giove, onde la Terra piú tempo spende in racquistarlo. Quanto poi a Venere ed a Mercurio, i cerchi de i quali son compresi da quel della Terra, appariscono pur le loro stazioni e regressi cagionati non da i moti di quelli, che realmente sien tali, ma dal moto annuo di essa Terra, come acutamente dimostra il Copernico con Apollonio Pergeo, nel libro 5 delle sue Revoluzioni al cap. 35.

Voi vedete, Signori, con quanta agevolezza e simplicità il moto annuo, quando fusse della Terra, si accomoda a render ragione delle apparenti esorbitanze che si osservano ne i movimenti de i cinque pianeti, Saturno, Giove, Marte, Venere e Mercurio, levandole via tutte e riducendole a moti equabili e regolari; e di questo maraviglioso effetto è stato Niccolò Copernico il primo che ci ha resa manifesta la cagione. Ma di un altro, non men di questo ammirando e che con nodo forse di piú difficile scioglimento strigne l’intelletto umano ad ammetter questa annua conversione e lasciarla al nostro globo terrestre, nuova ed inopinata coniettura ce n’arreca il Sole stesso, il quale mostra di non aver voluto esso solo sfuggir l’attestazione di una conclusione tanto insigne, anzi, come testimonio maggior di ogni eccezione, ci è voluto essere a parte. Sentite dunque l’alta e nuova maraviglia.

Fu il primo scopritore ed osservatore delle macchie solari, sí come di tutte l’altre novità celesti, il nostro Academico Linceo; e queste scopers’egli l’anno 1610, trovandosi ancora alla lettura delle Matematiche nello Studio di Padova, e quivi ed in Venezia ne parlò con diversi, de i quali alcuni vivono ancora: ed un anno doppo le fece vedere in Roma a molti Signori, come egli asserisce nella prima delle sue Lettere al signor Marco Velsero, Duumviro d’Augusta. Esso fu il primo che, contro alle opinioni de i troppo timidi e troppo gelosi dell’inalterabilità del cielo, affermò tali macchie esser materie che in tempi brevi si producevano e si dissolvevano; che, quanto al luogo, erano contigue al corpo del Sole, e che intorno a quello si rigiravano, o vero, portate dall’istesso globo solare, che in se stesso circa il proprio centro nello spazio quasi di un mese si rivolgesse, finivano loro conversioni: il qual moto giudicò sul principio farsi dal Sole intorno ad un asse eretto al piano dell’eclittica, atteso che gli archi descritti da esse macchie sopra il disco del Sole apparivano all’occhio nostro linee rette ed al piano dell’eclittica parallele; le quali però venivano alterate in parte di alcuni movimenti accidentarii, vaganti ed irregolari, a i quali elleno son sottoposte, e per i quali tumultuariamente e senza ordine alcuno si vanno tra di loro mutando di sito, ora accozzandosi molte insieme, ora disseparandosi, ed alcuna in piú dividendosi, e grandemente mutandosi di figure, per lo piú molto stravaganti. E benché tali incostanti mutazioni alterassero in parte il periodico primario corso di esse macchie, non fecero però mutar pensiero all’amico nostro, sí che ei credesse che di tali deviazioni fusse alcuna cagione essenziale e ferma, ma continuò di credere che tutta l’apparente alterazione derivasse da quelle accidentarie mutazioni; in quella guisa appunto che accaderebbe a chi da lontane regioni osservasse il moto delle nostre nugole, le quali si scorgerebbero muoversi di moto velocissimo, grande e costante, portate dalla vertigine diurna della Terra (quando tal moto fusse suo) in ventiquattr’ore per cerchi paralleli all’equinoziale, ma però alterati in parte da i movimenti accidentarii cagionatigli da i venti, li quali verso diverse parti del mondo casualmente le spingono. Occorse in questo tempo che il signor Velsero gli mandò alcune lettere scritte da certo finto Apelle in materia di queste macchie, ricercandolo con instanza che gli volesse liberamente dire il suo parere sopra tali lettere, e di piú significargli qual fusse l’opinion sua circa l’essenza di tali macchie: al che egli sodisfece con tre Lettere, mostrando prima quanto fussero vani i pensieri di Apelle, e scoprendogli secondariamente le proprie opinioni, con predirgli appresso che assolutamente Apelle, consigliatosi meglio col tempo, era per venire nella sua opinione, sí come poi seguí. E perché parve al nostro Academico (sí come parve anco ad altri intelligenti delle cose della natura) d’avere investigato e dimostrato nelle dette tre Lettere se non quanto si poteva dalla curiosità umana desiderare e ricercare, almeno quanto si poteva per umani discorsi conseguire in cotal materia, intermesse per alcun tempo (occupato in altri studii) le continuate osservazioni, e solo per compiacere a qualche amico, faceva seco tal volta alcuna osservazione alla spezzata; sin che incontratosi meco, doppo alcuni anni, essendo noi nella mia villa delle Selve, in una delle solari macchie solitaria, assai grande e densa, invitati anco da una chiarissima e continuata serenità di cielo, si fecero a mia richiesta osservazioni di tutto il transito di quella, appuntando diligentemente sopra la carta i luoghi di giorno in giorno, nell’ora che il Sole si trovava nel meridiano; ed accortici come il viaggio suo non era altrimenti per linea retta, ma alquanto incurvata, venimmo in pensiero di fare altre osservazioni di tempo in tempo: alla quale impresa gagliardamente ci stimulò un concetto che repentinamente cascò in mente all’ospite mio, e con tali parole mel conferí: «Filippo, a gran conseguenza mi par che ci si apra la strada. Imperocché, se l’asse intorno al quale si rivolge il Sole non è eretto perpendicolarmente al piano dell’eclittica, ma sopra di quello è inclinato, come il pur ora osservato passaggio incurvato mi accenna, tal coniettura avremo degli stati del Sole e della Terra, quale né sí ferma né sí concludente da verun altro rincontro non ne è sin qui stata somministrata». Io, risvegliato da sí alta promessa, gli feci instanza acciò apertamente mi scoprisse il suo concetto. Ed egli: «Quando il moto annuo sia della Terra per l’eclittica intorno al Sole, e che il Sole sia costituito nel centro di essa eclittica, ed in quello si volga in se stesso non intorno all’asse di essa eclittica (che sarebbe l’asse del movimento annuo della Terra), ma sopra uno inclinato, strane mutazioni converrà che a noi si rappresentino ne i movimenti apparenti delle macchie solari, quando ben si ponga tale asse del Sole persister perpetuamente ed immutabilmente nella medesima inclinazione ed in una medesima direzione verso l’istesso punto dell’universo. Imperocché, camminandogli intorno il globo terrestre al moto annuo, primieramente converrà che a noi, portati da quello, i passaggi delle macchie ben talvolta appariscano fatti per linee rette, ma questo due volte l’anno solamente, ed in tutti gli altri tempi si mostreranno fatti per archi sensibilmente incurvati. Secondariamente, la curvità di tali archi per una metà dell’anno ci apparirà inclinata al contrario di quello che si scorgerà nell’altra metà; cioè per sei mesi il convesso de gli archi sarà verso la parte superiore del disco solare, e per gli altri 6 mesi verso l’inferiore. Terzo, cominciando ad apparire, e, per cosí dire, a nascere, all’occhio nostro le macchie dalla parte sinistra del disco solare, ed andando ad occultarsi e a tramontare nella parte destra, i termini orientali, cioè delle prime comparite, per sei mesi saranno piú bassi de i termini opposti delle occultazioni, e per altri sei mesi accaderà per l’opposito, cioè che nascendo esse macchie da punti piú elevati e da quelli descendendo, ne i corsi loro verranno ad ascondersi in punti piú bassi, e per due giorni soli di tutto l’anno saranno tali termini, de gli orti e de gli occasi, equilibrati; doppo i quali libramenti cominciando pian piano l’inclinazione de i viaggi delle macchie, e di giorno in giorno facendosi maggiore, in tre mesi giugnerà alla somma obbliquità, e di lí cominciando a diminuirsi, in altrettanto tempo si ridurrà all’altro equilibrio. Accaderà, per la quarta maraviglia, che il giorno della massima obbliquità sarà l’istesso che quello del passaggio fatto per linea retta, e nel giorno della librazione apparirà l’arco del viaggio piú che mai incurvato: ne gli altri tempi poi, secondo che la pendenza si andrà diminuendo e incamminandosi verso l’equilibrio, l’incurvazione de gli archi de i passaggi, per l’opposito, si andrà agumentando».

SAGR. Io, signor Salviati mio, conosco che l’interrompervi il discorso è mala creanza; ma non men cattiva stimo che sia il lasciarvi diffonder piú lungamente in parole, mentre elle vengano, come si dice, buttate al vento. Imperocché, a dirla liberamente, io non mi so formar concetto alcuno distinto pur di una delle conclusioni che avete pronunziate: ma perché, apprese cosí in generale ed in confuso, mi si rappresentano cose di ammirabili conseguenze, vorrei pure in qualche maniera esserne fatto capace.

SALV. L’istesso che accade a voi, avvenne a me ancora, mentre con nude parole mi furon portate dal mio ospite; il quale mi agevolò poi l’intelligenza col figurarmi il fatto sopra uno strumento materiale, che non fu altro che una semplice sfera, servendosi di alcuni de’ suoi cerchi, ma in altro uso di quello al quale comunemente sono ordinati. Ora, in difetto della sfera, supplirò con farne disegni in carta, secondo che bisognerà. E per rappresentare il primo accidente da me proposto, il quale fu che i passaggi delle macchie due volte l’anno solamente potevano apparir fatti per linee rette, figuriamoci questo punto O esser centro dell’orbe magno, o vogliam dire dell’eclittica, e parimente ancora del globo dell’istesso Sole, del quale, mediante la gran distanza che è tra esso e la Terra, possiamo suppor noi terreni di vederne la metà; però descriveremo questo cerchio A B C D intorno al medesimo centro O, il quale ci rappresenti il termine estremo che divide e separa l’emisferio del Sole a noi apparente dall’altro occulto. E perché l’occhio nostro, non meno che ‘l centro della Terra, s’intende esser nel piano dell’eclittica, nel quale è parimente il centro del Sole, però, se ci rappresenteremo il corpo solare esser segato dal detto piano, la sezione all’occhio nostro apparirà una linea retta, quale sia la B O D;

e posta sopra di essa la perpendicolare A O C, sarà l’asse di essa eclittica e del moto annuo del globo terrestre. Intendiamo ora il corpo solare (senza mutar centro) rivolgersi in se stesso, non già intorno all’asse A O C (che è l’eretto al piano dell’eclittica), ma intorno ad uno alquanto inclinato, qual sia questo E O I, il quale asse fisso ed immutabile si mantenga perpetuamente nella medesima inclinazione e direzione verso i medesimi punti del firmamento e dell’universo; e perché nelle revoluzioni del solar globo ciaschedun punto della sua superficie (trattone i poli) descrive la circonferenza d’un cerchio, o maggiore o minore secondo ch’e’ si ritrova piú o men remoto da essi poli, preso il punto F egualmente distante da quelli, segniamo il diametro F O G, che sarà perpendicolare all’asse E I e sarà diametro del cerchio massimo descritto intorno a i poli E, I. Posto ora che la Terra, e noi con lei, sia in tal luogo dell’eclittica che l’emisferio del Sole a noi apparente venga terminato dal cerchio A B C D, il quale, passando (come sempre fa) per i poli A, C, passi ancora per li E, I, è manifesto che il cerchio massimo il cui diametro è F G, sarà eretto al cerchio A B C D; al quale è perpendicolare il raggio che dall’occhio nostro casca sopra il centro O; onde il medesimo raggio cade nel piano del cerchio il cui diametro è F G, e però la sua circonferenza ci apparirà una linea retta, e l’istessa che F G: per lo che qualunque volta nel punto F fusse una macchia, venendo poi portata dalla solar conversione, segnerebbe sopra la superficie del Sole la circonferenza di quel cerchio che a noi appare una linea retta. Retto dunque apparirà il suo passaggio; e retti ancora appariranno i movimenti di altre macchie le quali nell’istessa revoluzione descrivessero minor cerchi, per esser tutti paralleli al massimo, e l’occhio nostro posto in distanza immensa da quelli. Ora, se voi considererete come, doppo che avrà scorso la Terra in sei mesi la metà dell’orbe magno e si sarà costituita incontro all’emisferio del Sole che ora ci è occulto, sí che il terminator della parte che allor sarà veduta sia l’istesso cerchio A B C D, che pur passerà per li poli E, I, intenderete che l’istesso accaderà de i viaggi delle macchie, cioè che tutti appariranno fatti per linee rette: ma perché tale accidente non ha luogo se non quando il terminator passa per i poli E, I, ed esso terminatore di momento in momento, mediante il moto annuo della Terra, si va mutando, però momentaneo è il suo passar per i poli fissi E, I, ed in conseguenza momentaneo è il tempo dell’apparir diritti i moti di esse macchie. Da questo che sin qui si è detto, si viene a comprendere ancora come, essendo l’apparizione e principio del moto delle macchie dalla parte F, procedendo verso G, i passaggi loro sono dalla sinistra, ascendendo verso la destra; ma posta la Terra nella parte diametralmente opposta, la comparsa delle macchie intorno a G sarà bene alla sinistra del riguardante, ma il passaggio sarà descendente verso la destra F. Figuriamoci ora la Terra esser situata per una quarta lontana dal presente stato, e segniamo in quest’altra figura il terminatore A B C D e l’asse, come prima, A C, per il quale passerebbe il piano del nostro meridiano, nel qual piano sarebbe ancora l’asse della revoluzion del Sole, con i suoi poli, uno verso di noi, cioè nell’emisferio apparente, il qual polo rappresenteremo col punto E, e l’altro caderà nell’emisferio occulto, e lo noto I. Inclinando dunque l’asse E I con la superior parte E verso noi, il cerchio massimo descritto dalla conversion del Sole sarà questo B F D G, la cui metà da noi veduta, cioè B F D, non piú ci apparirà una linea retta, per non esser i poli E, I nella circonferenza A B C D, ma si mostrerà incurvata e col suo convesso verso la parte inferiore C; ed è manifesto che l’istesso apparirà di tutti i cerchi minori paralleli al massimo B F D. Intendesi ancora, che quando la Terra sarà diametralmente opposta a questo stato, sí che vegga l’altro emisferio del Sole, il quale ora è occulto, vedrà del medesimo cerchio massimo la parte D G B incurvata col suo convesso verso la parte superiore A; e i corsi delle macchie in queste costituzioni saranno prima per l’arco B F D e poi per l’altro D G B, e le lor prime apparizioni e l’ultime occultazioni, fatte intorno a i punti B, D, saranno equilibrate, e non quelle piú o meno elevate di queste.

Ma se noi porremo la Terra in tal luogo dell’eclittica, che né il finitore A B C D né il meridiano AC passi per i poli dell’asse E I, come adesso vi mostro disegnando questa terza figura, dove il polo apparente E casca tra l’arco del terminatore A B e la sezione del meridiano A C, il diametro del cerchio massimo sarà F O G ed il semicerchio apparente F N G, e l’occulto G S F: quello, incurvato col suo convesso N verso la parte inferiore; e questo, piegato col suo colmo S verso la parte superiore del Sole: gl’ingressi e l’uscite delle macchie, cioè i termini F, G, non saranno librati, come i passati B, D, ma l’F piú basso e ‘l G piú alto, ma ben con minor differenza che nella prima figura; l’arco ancora F N G sarà incurvato, ma non tanto quanto il precedente B F D: onde in tal costituzione i passaggi delle macchie saranno ascendenti dalla parte sinistra F verso la destra G, e saranno fatti per linee curve. Ed intendendo la Terra esser collocata nel sito diametralmente opposto, sí che l’emisferio del Sole adesso occulto sia il veduto, e dal medesimo finitore A B C D terminato, manifestamente si scorge che il corso delle macchie sarà per l’arco G S F, cominciando dal punto sublime G, che pur sarà dalla sinistra del riguardante, ed andando a terminare, descendendo verso la destra, nel punto F. Inteso quanto sin qui ho esposto, non credo che resti difficultà veruna in comprender come dal passare il terminatore dei solari emisferi per i poli della conversion del Sole o a quelli vicino o lontano, nascono tutte le diversità ne gli apparenti viaggi delle macchie, sí che quanto piú essi poli saranno lontani da esso terminatore, tanto piú i detti viaggi saranno incurvati e meno obbliqui; onde nella massima lontananza, che è quando detti poli sono nella sezion del meridiano, la curvità è ridotta al sommo, ma l’obbliquità al minimo, cioè all’equilibrio, come dimostra la seconda figura; all’incontro, quando i poli sono nel terminatore, come mostra la prima figura, l’inclinazione è massima, ma la curvità è minima e ridotta alla rettitudine; partendosi il terminator da i poli, comincia la curvità a farsi sensibile, con andar sempre crescendo, e l’obbliquità e inclinazione si va facendo minore.

Queste sono le stravaganti mutazioni che mi diceva l’ospite mio che sarebbero apparse di tempo in tempo ne i progressi delle macchie solari, tuttavolta che fusse stato vero che il movimento annuo fusse della Terra, e che il Sole, costituito nel centro dell’eclittica, si fusse girato in se stesso sopra un asse non eretto, ma inclinato, al piano di essa eclittica.

SAGR. Io resto assai ben capace di queste conseguenze, e meglio credo che me l’imprimerò nella fantasia nell’andarle riscontrando con accomodar un globo con tale inclinazione, riguardandolo poi da diverse bande. Resta ora che ci diciate quello che di poi seguí circa gli eventi delle immaginate conseguenze.

SALV. Seguinne, che continuando noi per molti e molti mesi a far diligentissime osservazioni, notando con somma accuratezza i passaggi di varie macchie in diversi tempi dell’anno, si trovarono gli eventi puntualmente rispondere alle predizioni.

SAGR. Signor Simplicio, come questo che dice il signor Salviati sia vero (né già conviene por dubbio sopra le sue parole), di saldi argomenti e di gran conietture e di fermissime esperienze aranno bisogno i Tolemaici e gli Aristotelici per bilanciare un incontro di tanto peso, e far sí che la loro opinione non dia l’ultimo tracollo.

SIMP. Piano, signor mio, che forse voi non sete ancora dove per avventura vi persuadete d’essere pervenuto: imperocché io, se ben non mi sono interamente impadronito della materia del discorso fatto dal signor Salviati, non trovo che la mia logica, mentre riguardo alla forma, m’insegni che tal maniera d’argomentare m’induca necessità veruna di concludere a favor dell’ipotesi Copernicana, cioè della stabilità del Sole nel centro del zodiaco e della mobilità della Terra sotto la di lui circonferenza. Perché, se bene è vero che posta la tal conversion del Sole e la tal circuizion della Terra si debban necessariamente scorger nelle macchie solari le tali e tali stravaganze, non però ne séguita che, argomentando per il converso, dallo scorgersi nelle macchie tali stravaganze si debba necessariamente concludere, la Terra muoversi per la circonferenza e ‘l Sole esser posto nel centro del zodiaco: imperocché chi m’assicura che simili stravaganze non possano anco esser vedute nel Sole mobile per l’eclittica da gli abitatori della Terra stabile nel centro di quella? Se voi non mi dimostrate prima che di tale apparenza non si possa render ragione quando si faccia mobile il Sole e stabile la Terra, io non mi rimoverò dalla mia opinione e dal credere che ‘l Sole si muova e la Terra stia immobile.

SAGR. Strenuamente si porta il signor Simplicio, e molto acutamente s’oppone e sostiene la parte d’Aristotile e di Tolomeo; e, s’io debbo dire il vero, mi par che la conversazione del signor Salviati, ancor che sia stata di tempo breve, l’abbia addestrato assai nel discorrer concludentemente, effetto che intendo essere stato cagionato in altri ancora. Quanto poi all’investigare e giudicare se delle apparenti esorbitanze ne i movimenti delle macchie solari si possa render competente ragione lasciando la Terra immobile e mantenendo mobile il Sole, aspetterò che ‘l signor Salviati ci manifesti il suo pensiero; ché ben è credibile che egli v’abbia fatto sopra reflessione e ritrattone quanto in tal proposito si può produrre.

SALV. Io ci ho piú volte pensato, ed anco discorsone con l’amico ed ospite mio: e circa quello che siano per produrre i filosofi e gli astronomi in mantenimento dell’antico sistema, per una parte siamo sicuri, sicuri dico, che i veri e puri Peripatetici, ridendosi di chi s’impiega in tali, al gusto loro, insipide sciocchezze, spaccieranno tutte queste apparenze per vane illusioni de’ cristalli, ed in questa maniera con poca fatica si libereranno dall’obbligo di pensar piú oltre; quanto poi a i filosofi astronomi, doppo aver noi con qualche attenzione specolato ciò che si potesse addurre in mezo, non abbiamo investigato ripiego che basti per sodisfare unitamente al corso delle macchie ed al discorso della mente. Io vi esporrò quello che ci è sovvenuto, e voi ne farete quel capitale che il giudizio vostro vi detterà.

Posto che gli apparenti movimenti delle macchie solari siano quali di sopra si è dichiarato, e posta la Terra immobile nel centro dell’eclittica, nella cui circonferenza sia collocato il centro del Sole, è necessario che di tutte le diversità che si scorgono in essi movimenti le cagioni riseggano in moti che siano nel corpo solare: il quale primieramente converrà che in se stesso si rivolga portando seco le macchie, le quali si è supposto, anzi pur dimostrato, essere aderenti alla solar superficie. Bisognerà, secondariamente, dire che l’asse della solar conversione non sia parallelo all’asse dell’eclittica, che è quanto a dire che non sia eretto perpendicolarmente sopra ‘l piano dell’eclittica, perché, se fusse tale, i passaggi di esse macchie ci apparirebber fatti per linee rette e parallele all’eclittica: è dunque tale asse inclinato, poiché i passaggi per lo piú appariscon fatti per linee curve. Sarà, nel terzo luogo, necessario dire che l’inclinazion di questo asse non sia fissa e riguardante di continuo verso il medesimo punto dell’universo, anzi che di momento in momento vadia mutando direzione; perché, quando la pendenza riguardasse continuamente verso l’istesso punto, i passaggi delle macchie non cangerebbero già mai apparenza, ma, retti o curvi, piegati in su o in giú, ascendenti o descendenti, che apparissero una volta, tali apparirebber sempre. È forza dunque dire, tale asse esser convertibile, e talora trovarsi nel piano del cerchio estremo terminator dell’emisferio apparente, allora, dico, quando i passaggi delle macchie appariscono fatti per linee rette e piú che mai pendenti, il che accade due volte l’anno; altre volte poi trovarsi nel piano del meridiano del riguardante, in modo tale che l’uno de’ suoi poli caschi nel solare emisferio apparente e l’altro nell’occulto, ed amendue lontani da i punti estremi, o vogliam dire da i poli, d’un altro asse del Sole, il quale sia parallelo all’asse dell’eclittica (il qual secondo asse converrà necessariamente assegnare al globo del Sole), lontani, dico, tanto quanto importa l’inclinazione dell’asse della revoluzione delle macchie; e di piú, che il polo cadente nell’emisferio apparente una volta sia nella parte superiore e l’altra nell’inferiore, perché del cosí accadere necessario argomento ce ne danno i passaggi quando sono equilibrati e nelle lor massime curvità, ora col convesso loro verso la parte inferiore, ed altra volta verso la superiore del disco solare. E perché tali stati si vanno continuamente mutando, facendosi le inclinazioni e le incurvazioni or maggiori ed or minori, e talora riducendosi quelle all’equilibrio perfetto e queste alla perfetta dirittezza, convien necessariamente porre, l’istesso asse della revoluzione mestrua delle macchie avere una sua propria conversione, per la quale i suoi poli descrivano due cerchi intorno a i poli d’un altro asse, il quale per ciò conviene (come ho detto) assegnare al Sole, il semidiametro de i quali cerchi risponda alla quantità dell’inclinazione del medesimo asse; ed è necessario che il tempo del suo periodo sia d’un anno, avvengaché tale è il tempo nel quale si restituiscono tutte l’apparenze e diversità ne i passaggi delle macchie: e del farsi la conversione di questo asse sopra i poli dell’altro asse parallelo a quel dell’eclittica, e non intorno ad altri punti, ne son manifesto indizio le massime inclinazioni e le massime incurvazioni, le quali son sempre della medesima grandezza. Talché, finalmente, per mantener la Terra stabile nel centro, sarà necessario attribuire al Sole due movimenti intorno al proprio centro, sopra due differenti assi, l’uno de i quali finisca la sua conversione in un anno, e l’altro la sua in manco di un mese: il quale assunto all’intelletto mio si rappresenta molto duro e quasi impossibile; e questo depende dal doversi attribuire all’istesso corpo solare du’ altri movimenti intorno alla Terra sopra diversi assi, descrivendo con l’uno l’eclittica in un anno, e con l’altro formando spire o cerchi paralleli all’equinoziale uno per giorno; onde quel terzo movimento, il qual si debbe assegnare al globo del Sole in se stesso (non parlo di quello quasi mestruo che conduce le macchie, ma dico dell’altro che deve trasferir l’asse ed i poli di questo mestruo), non si vede ragion nessuna per la quale ei debba finire il suo periodo piú tosto in un anno, come dependente dal moto annuo per l’eclittica, che in ventiquatt’ore, come dependente dal moto diurno sopra i poli dell’equinoziale. So che questo che dico, al presente è assai oscuro, ma vi si farà manifesto quando parleremo del terzo moto annuo assegnato dal Copernico alla Terra. Ora, quando questi quattro moti, tanto tra di loro incongruenti (li quali tutti per necessità converrebbe attribuire all’istesso corpo del Sole), si possano ridurre a un solo e semplicissimo, assegnato al Sole sopra un asse non mai alterabile, e che, senza innovar cosa veruna ne i movimenti per tanti altri rincontri assegnati al globo terrestre, si possa cosí agevolmente salvar tante stravaganti apparenze ne i movimenti delle macchie solari, par veramente che il partito non sia da recusarsi.

Questo, signor Simplicio, è quanto sin ora è sovvenuto all’amico nostro ed a me da potersi produrre, in esplicazion di questa apparenza, da i Copernicani e da i Tolemaici per mantenimento delle loro opinioni. Voi fatene quel capitale che il giudizio vostro vi persuade.

SIMP. Io mi conosco inabile a potermi intromettere in una decisione tanto importante; e quanto al concetto mio, me ne starò neutrale, con isperanza però che sia per venir tempo che, illuminati da piú alte contemplazioni che non sono questi nostri umani discorsi, ci debba essere svelata la mente, e tolta via quella caligine che ora ce la tiene offuscata.

SAGR. Ottimo e santo è il consiglio al quale si attiene il signor Simplicio, e degno d’esser da tutti ricevuto e seguito, come quello che, derivando dalla somma sapienza e suprema autorità, solo può con sicurezza essere abbracciato. Ma per quanto è permesso di penetrare al discorso umano, contenendomi dentro a i termini delle conietture e delle ragioni probabili, dirò bene, un poco piú resolutamente che non fa il signor Simplicio, non aver, tra quante sottigliezze io mai mi abbia sentite, incontrato mai cosa di maggior maraviglia al mio intelletto, né che piú strettamente m’abbia allacciata la mente (trattone le pure geometriche ed aritmetiche dimostrazioni), di queste due conietture, prese l’una dalle stazioni e retrogradazioni de i cinque pianeti, e l’altra da queste stravaganze de i movimenti delle macchie solari: e perché mi pare che elleno tanto facilmente e lucidamente rendan la vera cagione di apparenze tanto stravaganti, mostrando come un solo semplice moto, mescolato con tanti altri pur semplici, ma tra di loro differenti, senza introdur difficultà alcuna, anzi con levar tutte quelle ch’accompagnano l’altra posizione […] vo meco medesimo concludendo, necessariamente bisognare che quelli che restano contumaci contro a questa dottrina, o non abbian sentite o non abbiano intese queste tanto manifestamente concludenti ragioni.

SALV. Io non gli attribuirò titolo né di concludenti né di non concludenti, attesoché, come altre volte ho detto, l’intenzion mia non è stata di risolver cosa veruna sopra cosí alta quistione, ma solo di proporre quelle ragioni naturali ed astronomiche le quali per l’una e per l’altra posizione possono da me addursi, lasciando ad altri la determinazione: la quale non dovrà in ultimo esser ambigua, attesoché, convenendo una delle due costituzioni esser necessariamente vera e l’altra necessariamente falsa, impossibil cosa è che (stando però tra i termini delle dottrine umane) le ragioni addotte per la parte vera non si manifestino altrettanto concludenti, quanto le in contrario vane ed inefficaci.

SAGR. Sarà dunque tempo che sentiamo le opposizioni del libretto delle conclusioni o disquisizioni, che il signor Simplicio ha riportato.

SIMP. Ecco il libro; ed ecco il luogo dove l’autore prima brevemente descrive il sistema mondano conforme alla posizion del Copernico, dicendo: Terram igitur una cum Luna totoque hoc elementari mundo Copernicus, etc. ([1])

SALV. Fermate un poco, signor Simplicio, ché mi pare che questo autore in questo primo ingresso si dichiari molto poco intelligente della posizione la quale egli intraprende a voler confutare, mentre dice che il Copernico fa che la Terra insieme con la Luna va descrivendo in un anno l’orbe magno, movendosi da oriente verso occidente; cosa che, sí come è falsa ed impossibile, cosí non fu mai profferita da quello; ma ben la fa egli andare al contrario, dico da occidente verso oriente, cioè secondo l’ordine de i segni, onde tale apparisce poi esser il moto annuo del Sole, costituito immobile nel centro del zodiaco. Vedete troppa ardita confidenza di uno! mettersi alla confutazione della dottrina di un altro, ed ignorare i suoi primi fondamenti, sopra i quali s’appoggia la maggiore e più importante parte di tutta la fabrica. Questo è un cattivo principio per guadagnarsi credito appresso il lettore. Ma seguitiamo piú avanti.

SIMP. Esplicato l’universal sistema, comincia a propor sue instanze contro a questo movimento annuo: e le prime son queste, ch’e’ profferisce ironicamente ed in derisione del Copernico e de’ suoi seguaci, scrivendo che in questa fantastica costituzione del mondo convien dir solennissime sciocchezze; cioè che ‘l Sole, Venere e Mercurio son sotto alla Terra, e che le materie gravi vanno naturalmente all’in su e le leggiere all’in giú, e che Cristo, nostro Signore e Redentore, salí a gli inferi e scese in cielo, quando s’avvicinò al Sole, e che quando Iosuè comandò al Sole che si fermasse, la Terra si fermò o vero il Sole si mosse al contrario della Terra, e che quando il Sole è in Cancro, la Terra scorre per il Capricorno, e che i segni iemali fanno la state e gli estivali il verno, e che non le stelle alla Terra, ma la Terra alle stelle nasce e tramonta, e che l’oriente comincia in occidente e l’occidente in oriente, ed in somma che quasi tutto ‘l corso del mondo si travolge.

SALV. Ogni cosa mi piace, fuor che l’aver mescolati luoghi della Sacra Scrittura, sempre veneranda e tremenda, tra queste puerizie pur troppo scurrili, e volsuto ferire con cose sacrosante chi, per ischerzo e da burla filosofando, non afferma né nega, ma, fatti alcuni presupposti o ipotesi, familiarmente ragiona.

SIMP. Veramente ha scandalezato me ancora e non poco, e massime co ‘l soggiugner poi, che se bene i Copernichisti rispondono, benché assai stravoltamente, a queste e simili altre ragioni, non però potranno sodisfare e rispondere alle cose che seguono.

SALV. Quest’è poi peggio di tutto, perché mostra d’aver cose piú efficaci e concludenti che le autorità delle Sacre Lettere. Ma, di grazia, riveriamo queste, e passiamo a i discorsi naturali ed umani: anzi pure, quando e’ non produca tra le ragioni naturali cose di miglior senso che queste sin qui addotte, potremo lasciar da banda tutta questa impresa, perché io sicuramente non son per spender parola in rispondere a inezzie cosí scempie; e quello che egli dice, che i Copernichisti rispondono a queste instanze, è falsissimo, né si può credere che uomo alcuno si mettesse a consumar il tempo tanto inutilmente.

SIMP. Concorro io ancora nell’istesso giudizio: però sentiamo l’altre instanze, che egli arreca per molto piú gagliarde. Ed ecco qui, come voi vedete, egli con calcoli esattissimi conclude, che quando l’orbe magno della Terra, nel quale il Copernico fa che ella scorra in un anno intorno al Sole, fusse come insensibile rispetto all’immensità della sfera stellata, secondo che l’istesso Copernico dice che bisogna porlo, converrebbe di necessità dire e confermare che le stelle fisse fussero per una distanza inimmaginabile lontane da noi, e che le minori di loro fussero piú grandi che non è tutto l’istesso orbe magno, ed alcune altre maggiori assai di tutta la sfera di Saturno; moli veramente pur troppo vaste, ed incomprensibili ed incredibili.

SALV. Io già ho veduto una cosa simile portata da Ticone contro al Copernico, e non è ora che ho scoperta la fallacia, o per dir meglio le fallacie, di questo discorso, fabbricato sopra ipotesi falsissime e sopra un pronunziato del medesimo Copernico preso da i suoi contradittori con una puntualissima strettezza, come fanno quei litiganti che, avendo il torto nel merito principale della causa, si attaccano a una sola paroluzza incidentemente profferita dalla parte, e su quella strepitano senza prender sosta. E per vostra piú chiara intelligenza, avendo il Copernico dichiarato quelle mirabili conseguenze che derivano dal movimento annuo della Terra ne gli altri pianeti, cioè le direzioni e retrogradazioni de i tre superiori in particolare, soggiunse che questa apparente mutazione (che piú in Marte che in Giove, per esser Giove piú lontano, e meno ancora in Saturno, per esser piú lontano di Giove, si scorgeva) nelle stelle fisse restava insensibile, per la loro immensa lontananza da noi in comparazion della distanza di Giove o di Saturno. Qui si levano su gli avversarii di questa opinione, e presa quella nominata insensibilità del Copernico come posta da lui per cosa che realmente ed assolutamente sia nulla, e soggiugnendo che una stella fissa anco delle minori è pur sensibile, poiché ella cade sotto il senso della vista, vengono calcolando, con l’intervento di altri falsi assunti, e concludendo, bisognare in dottrina del Copernico ammettere che una stella fissa sia maggiore assai che tutto l’orbe magno. Ora io, per discoprir la vanità di tutto questo progresso, mostrerò che dal porre che una stella fissa della sesta grandezza non sia maggior del Sole, si conclude con dimostrazion verace che la distanza di esse stelle fisse da noi viene ad esser tanta, che basta per far che in esse non apparisca notabile il movimento annuo della Terra, che ne i pianeti cagiona sí grandi ed osservabili variazioni; ed insieme partitamente mostrerò le gran fallacie ne gli assunti de gli avversarii del Copernico.

E prima, suppongo con l’istesso Copernico, e concordemente con gli avversarii, che il semidiametro dell’orbe magno, ch’è la distanza della Terra al Sole, contenga 1208 semidiametri di essa Terra; secondariamente pongo, con l’assenso de i medesimi e con la verità, il diametro apparente del Sole, nella sua mediocre distanza esser circa un mezo grado, cioè minuti primi 30, che sono 1800 secondi, cioè 108.000 terzi. E perché il diametro apparente d’una stella fissa della prima grandezza non è piú di 5 secondi, cioè 300 terzi, ed il diametro di una fissa della sesta grandezza 50 terzi (e qui è il massimo errore de gli avversarii del Copernico), adunque il diametro del Sole contiene il diametro d’una fissa della sesta grandezza 2160 volte; e però quando si ponesse, una fissa della sesta grandezza esser realmente eguale al Sole, e non maggiore, che è il medesimo che dire, quando si allontanasse il Sole tanto che il suo diametro si mostrasse una delle 2160 parti di quello che ci si mostra adesso, la distanza sua converrebbe esser 2160 volte maggiore di quello che è ora in effetto; che è quanto dire che la distanza delle fisse della sesta grandezza sia 2160 semidiametri dell’orbe magno. E perché la distanza del Sole dalla Terra contiene di comune assenso 1208 semidiametri di essa Terra, e la distanza delle fisse (come si è detto) 2160 semidiametri dell’orbe magno, adunque molto maggiore (cioè quasi il doppio) è il semidiametro della Terra in comparazione dell’orbe magno, che ‘l semidiametro dell’orbe magno in relazione alla distanza della sfera stellata; e per ciò la diversità di aspetto nelle fisse, cagionata dal diametro dell’orbe magno, poco piú osservabile può esser di quella che si osserva nel Sole, derivante dal semidiametro della Terra.

SAGR. Questa, per il primo scalino, fa un gran calare.

SALV. Fallo veramente; poi che una stella fissa della sesta grandezza, che al computo di questo autore bisognava, per mantenimento del detto del Copernico, che fusse grande quanto tutto l’orbe magno, co ‘l porla solamente eguale al Sole, il qual Sole è minore assai della diecimilionesima parte di esso orbe magno, rende la sfera stellata tanto grande e alta, che basta per rimuovere l’instanza fatta contro esso Copernico.

SAGR. Fatemi, di grazia, questo computo.

SALV. Il computo è facile e brevissimo. Il diametro del Sole è undici semidiametri della Terra, ed il diametro dell’orbe magno contiene, de i medesimi, 2416, per detto comune delle parti; talché il diametro dell’orbe contiene quel del Sole 220 volte prossimamente: e perché le sfere sono tra di loro come i cubi de i lor diametri, facciamo il cubo di 220, che è 10.648.000, ed averemo l’orbe magno maggior del Sole dieci milioni seicentoquarant’ottomila volte; al qual orbe magno diceva quest’autore dover essere eguale una stella della sesta grandezza.

SAGR. L’error dunque di costoro consiste nell’ingannarsi sommamente nel prender il diametro apparente delle stelle fisse.

SALV. Cotesto è l’errore, ma non è solo: e veramente io resto grandemente ammirato come tanti astronomi, e pur di gran nome, quali sono Alfagrano, Albategno, Tebizio, e piú modernamente i Ticoni, i Clavii, ed in somma tutti i predecessori al nostro Accademico, si sien cosí altamente ingannati nel determinar le grandezze di tutte le stelle, tanto fisse quanto mobili, trattine i dua luminarii, né abbiano posto cura alla irradiazione avventizia, che ingannevolmente le mostra cento e piú volte maggiori che quando si veggono senza crini. E non si può scusare questa loro inavvertenza, perché era in lor potestà il vederle a lor piacimento senza i crini, ché basta guardarle nella lor prima apparizion della sera o ultima occultazion dell’aurora; e se non altro, Venere, che pure spesse volte si vede di mezo giorno cosí piccola che ben bisogna aguzzar la vista, e che pur poi nella seguente notte comparisce una grandissima fiaccola, gli doveva fare accorti della lor fallacia: che non crederò già che eglino stimassero, il vero disco esser quello che si mostra nelle profonde tenebre, e non quello che si scorge nell’ambiente luminoso, perché i nostri lumi, che veduti la notte di lontano appariscon grandi, e da vicino mostrano la lor vera fiammella terminata e piccola, potevano a sufficienza fargli cauti. Anzi, s’io devo liberamente dire il mio parere, credo assolutamente che nessun di costoro, né anco Ticone stesso, tanto accurato nel maneggiare strumenti astronomici, e che tanto grandi ed esatti, senza rispiarmo di spese grandissime, ne fabbricò, si sieno messi mai a voler prendere e misurare l’apparente diametro d’alcuna stella, trattone il Sole e la Luna; ma penso che arbitrariamente, e come si dice a occhio, uno di loro de i piú antichi pronunziasse la cosa esser cosí, e che i seguaci poi senza altro riscontro se ne sieno stati al primo detto: ché quando alcuno di loro si fusse applicato al farne qualche riprova, si sarebbe senza dubbio accorto dell’inganno.

SAGR. Ma se eglino mancavano del telescopio, e voi di già avete detto che l’amico nostro con tale strumento è venuto in cognizione della verità, devono gli altri restare scusati, e non accusati di negligenza.

SALV. Questo seguirebbe, quando senza ‘l telescopio non si potesse ottenere l’intento. È vero che tale strumento, co ‘l mostrar il disco della stella nudo ed ingrandito cento e mille volte, rende l’operazione piú facile assai, ma si può anco senza lo strumento conseguir, se ben non cosí esattamente, l’istesso; ed io piú volte l’ho fatto, e ‘l modo che ho tenuto è questo. Ho fatto pendere una cordicella verso qualche stella, ed io mi son servito della Lira, che nasce tra settentrione e greco, e poi con l’appressarmi e slontanarmi da essa corda, traposta tra me e la stella, ho trovato il posto dal quale la grossezza della corda puntualmente mi nasconde la stella; fatto questo, ho preso la lontananza dall’occhio alla corda, che viene a esser un de’ lati che comprendon l’angolo che si forma nell’occhio e che insiste sopra la grossezza della corda, e che è simile, anzi l’istesso, che l’angolo che nella sfera stellata insiste sopra il diametro della stella, e dalla proporzione della grossezza della corda alla distanza dall’occhio alla corda, con la tavola de gli archi e corde, ho immediatamente trovata la quantità dell’angolo; usando però la solita cautela che si osserva nel prendere angoli cosí acuti, di non formare il concorso de’ raggi visuali nel centro dell’occhio, dove non vanno se non refratti, ma oltre all’occhio, dove realmente la grandezza della pupilla gli manda a concorrere.

SAGR. Capisco questa cautela, se ben vi ho un non so che di dubbio; ma quel che mi dà piú fastidio è che in questa operazione, quando si faccia nelle tenebre della notte, mi par che si misuri il diametro del disco irraggiato, e non il vero e nudo della stella.

SALV. Signor no, perché la corda nel coprir il nudo corpicello della stella leva via i capelli, che non son suoi ma del nostro occhio, de i quali riman privo subito che se gli nasconde il vero disco; e voi, nel far l’osservazione, vedrete come inaspettatamente vi si cuopre da una sottil cordicella quella assai gran fiaccola che pareva non doversi nascondere se non doppo ostacolo assai maggiore. Per misurar poi esattissimamente e ritrovar quante di tali grossezze di corda entrino nella distanza dell’occhio, piglio non un solo diametro della corda, ma accoppiando molti pezzi della medesima sopra una tavola, sí che si tocchino, prendo con un compasso tutto lo spazio occupato da 15 o 20 di loro, e con tal misura misuro la lontananza, già con altro piú sottil filo presa, dalla corda al concorso de’ raggi visuali. E con questa assai esatta operazione trovo, il diametro apparente d’una fissa della prima grandezza, stimato comunemente 2 minuti primi, ed anco 3 minuti prima da Ticone nelle sue Lettere Astronomiche, fac. 167, non esser piú di 5 secondi, che è una delle 24 o delle 36 parti di quello che essi han creduto: or vedete sopra che gravi errori son fondate le lor dottrine.

SAGR. Veggo e comprendo benissimo; ma prima che passar piú oltre, vorrei proporre il dubbio che mi nasce nel ritrovare il concorso de’ raggi visuali oltre all’occhio, quando si rimirano oggetti compresi sotto angoli molto acuti. E la difficultà mia procede dal parermi che tal concorso possa essere or piú lontano ed or meno, e questo non tanto mediante la maggiore o minor grandezza dell’oggetto che si riguarda, quanto che nel riguardare oggetti dell’istessa grandezza mi pare che ‘l concorso de’ raggi per certo altro rispetto deva farsi piú e meno remoto dall’occhio.

SALV. Già veggo dove tende la perspicacità del signor Sagredo, diligentissimo osservatore delle cose della natura: e farei ben qualsivoglia scommessa, che tra mille che hanno osservato ne’ gatti strignersi ed allargarsi assaissimo la pupilla dell’occhio, non ve ne sono due, né forse uno, che abbia osservato, un simile effetto farsi dalle pupille de gli uomini nel guardare, mentre il mezo sia molto o poco illuminato, e che nella aperta luce il cerchietto della pupilla si diminuisce assai; sí che nel riguardare il disco del Sole si riduce a una piccolezza minore di un grano di panico, che nel mirare oggetti non risplendenti, e dentro a mezo men chiaro, si allarga alla grandezza di una lente o piú; ed in somma questo allargamento e strignimento si diversifica piú assai che in decupla proporzione: dal che è manifesto che quando la pupilla è dilatata molto, è necessario che l’angolo del concorso de’ raggi sia piú remoto dall’occhio; il che accade nel riguardare gli oggetti poco luminosi. Dottrina somministratami nuovamente dal signor Sagredo: per la quale, quando si abbia a fare un’osservazione esattissima e di gran conseguenza, venghiamo avvertiti a dover fare l’investigazione di tal concorso nell’atto dell’istessa o di molto simile operazione: ma in questa, per manifestar l’errore de gli astronomi, non vi è necessaria tanta accuratezza, perché, quando anco a favor della parte noi supponessimo tal concorso farsi sopra l’istessa pupilla, poco importerebbe, per esser la fallacia loro tanto grande. Non so, signor Sagredo, se questo voleva essere il vostro motivo.

SAGR. Quest’è per appunto, ed ho caro che non sia stato irragionevole, come m’assicura l’essermi incontrato con voi; ma ben con questa occasione sentirei volentieri in che modo si possa investigare la distanza del concorso de’ raggi visuali.

SALV. Il modo è assai facile, ed è tale. Lo piglio due strisce di carta, una nera e l’altra bianca, e fo la nera larga per la metà della bianca; attacco poi la bianca in un muro, e lontana da essa fermo l’altra sopra una bacchetta o altro sostegno, in distanza di 15 o 20 braccia: e allontanandomi da questa seconda per altrettanto spazio per la medesima dirittura, chiara cosa è che in tal lontananza concorrerebbono le linee rette che, partendosi da i termini della larghezza della bianca, passassero toccando la larghezza dell’altra striscia posta in mezo: onde ne séguita, che quando in tal concorso si ponesse l’occhio, la striscia nera di mezo asconderebbe precisamente la bianca opposta, quando la vista si facesse in un sol punto; ma se noi troveremo che l’estremità della striscia bianca apparisca scoperta, sarà necessario argomento che non da un punto solo escono i raggi visuali. E per far che la striscia bianca resti occultata dalla nera, bisognerà avvicinar l’occhio: accostatolo, dunque, tanto che la striscia di mezo occupi la remota, e notato quanto è bisognato avvicinarsi, sarà la quantità di tale avvicinamento misura certa di quanto il vero concorso de’ raggi visuali si fa remoto dall’occhio in tale operazione, ed averemo di piú il diametro della pupilla, o vero di quel foro onde escono i raggi visuali; imperocché tal parte sarà egli della larghezza della carta nera, qual è la distanza dal concorso delle linee che si produssero per l’estremità delle carte al luogo dove stette l’occhio quando prima vedde occultarsi la carta remota dall’intermedia, qual è, dico, tal distanza della lontananza tra le due carte. E però, quando volessimo con esquisitezza misurare il diametro apparente d’una stella, fatta l’osservazione nel modo sopradetto, bisognerebbe far paragone del diametro della corda co ‘l diametro della pupilla; e trovato, verbigrazia, il diametro della corda esser quadruplo di quel della pupilla, e la distanza dell’occhio alla corda esser, per esempio, 30 braccia, diremo il vero concorso delle linee prodotte da i termini del diametro della stella per i termini del diametro della corda andare a concorrer lontane dalla corda 40 braccia: ché cosí sarà osservata come si deve la proporzione tra la distanza della corda al concorso delle dette linee e la distanza da tal concorso e ‘l luogo dell’occhio, che debbe esser la medesima che cade tra ‘l diametro della corda e ‘l diametro della pupilla.

SAGR. Ho inteso benissimo; e però sentiamo quel che adduce il signor Simplicio in difesa de gli avversarii del Copernico.

SIMP. Ancorché quello inconveniente massimo e del tutto incredibile, indotto da questi avversarii del Copernico, sia per il discorso del signor Salviati modificato assai, non però mi par tolto via in maniera, che non gli rimanga ancora tanto di vigore che basti per atterrar cotal opinione: perché, se ho ben capito la somma ed ultima conclusione, quando si ponesse le stelle della sesta grandezza esser grandi quanto il Sole (che pur mi par gran cosa a credersi), tuttavia resterebbe vero che l’orbe magno avesse a cagionar nella sfera stellata mutazione e diversità tale qual è quella che il semidiametro della Terra produce nel Sole, che pure è osservabile; onde, non si scorgendo né una tale né tampoco una minore nelle fisse, parmi che per questo il movimento annuo della Terra resti pur desolato e distrutto.

SALV. Voi ben concludereste, signor Simplicio, quando non ci fusse altro da produr per la parte del Copernico; ma molt’altre cose ci restano ancora. E quanto alla replica fatta da voi, nessuna cosa ci osta che noi non possiamo suppor la lontananza delle fisse esser ancor molto maggiore di quello che si è fatto; e voi stesso, e chi si sia altro che non voglia derogare alle proposizioni ammesse da i seguaci di Tolomeo, bisognerà che ammetta per convenientissima cosa il por la sfera stellata assaissimo maggiore ancora di quello che pur ora abbiamo detto doversi stimare. Imperocché, convenendo tutti gli astronomi che della maggior tardanza delle conversioni de’ pianeti ne sia cagione la maggioranza delle loro sfere, e che per ciò Saturno sia piú tardo di Giove, e Giove del Sole, perché quello ha a descriver cerchio maggiore di questo, e questo di quest’altro, etc.; considerando che Saturno, verbigrazia, l’altezza del cui orbe è nove volte maggiore che quella del Sole, e che per ciò il tempo di una revoluzione di Saturno è 30 volte piú lungo che quello di una conversion del Sole; essendo che nella dottrina di Tolomeo una conversion della sfera stellata si finisca in 36.000 anni, dove quella di Saturno si fornisce in 30, e quella del Sole in uno; argumentando con simile proporzione, e dicendo: Se l’orbe di Saturno, per esser 9 volte maggiore dell’orbe del Sole, si rivolge in tempo 30 volte maggiore, per la ragione eversa quanto doverà esser grande quell’orbe che si rivolge 36.000 volte piú tardo?; si troverà, la distanza della sfera stellata dovere esser 10.800 semidiametri dell’orbe magno, che sarebbe 5 volte appunto maggiore di quello che poco fa la calcolammo dovere esser quando una fissa della sesta grandezza fusse quanto è il Sole. Or vedete quanto minore ancora dovrebbe, per tal rispetto, esser la diversità cagionata in esse dal movimento annuo della Terra. E quando con simil relazione noi volessimo argumentar la lontananza della sfera stellata da Giove e da Marte, quello ce la darebbe 15.000, e questo 27.000, semidiametri dell’orbe magno, cioè ancora maggior, quello 7 e questo 12 volte, che non ce la dava la grandezza della fissa supposta eguale al Sole.

SIMP. Mi par che a questo si potrebbe rispondere che ‘l moto della sfera stellata si è doppo Tolomeo osservato non esser cosí tardo come esso lo stimò; anzi mi pare avere inteso che l’istesso Copernico è stato l’osservatore.

SALV. Voi dite benissimo, ma non producete cosa che favorisca punto la causa de i Tolemaici, li quali non hanno mai recusato il moto de i 36.000 anni nella sfera stellata, perché tanta tardità la facesse troppo vasta ed immensa; ché se tal immensità non era da concedersi in natura, dovevano prima che ora negare una conversione tanto tarda, che non potesse con buona proporzione adattarsi se non ad una sfera di grandezza intollerabile.

SAGR. Di grazia, signor Salviati, non perdiam piú tempo in proceder per via di tali proporzioni con gente che sono accomodate ad ammetter cose sproporzionatissime, talché assolutamente con loro per questa strada non è possibile guadagnar nulla. E qual piú sproporzionata proporzione si può immaginare di quella che questi tali trapassano ed ammettono, mentre che, scrivendo non ci esser piú conveniente modo di ordinar le celesti sfere che ‘l regolarsi con le diversità de’ tempi de’ periodi loro, mettendo di grado in grado le piú tarde sopra le piú veloci, costituita che hanno altissima la sfera stellata, come tardissima piú di tutte, glie ne costituiscono una superiore, e per ciò maggiore, e la fanno muovere in ventiquattr’ore, mentre che la sua inferiore si muove in 36.000 anni? Ma di queste sproporzionalità se ne parlò a bastanza il giorno passato.

SALV. Vorrei, signor Simplicio, che sospesa per un poco l’affezione che voi portate a i seguaci della vostra opinione, mi diceste sinceramente se voi credete che essi nella mente loro comprendano quella grandezza che dipoi giudicano non poter, per la sua immensità, attribuirsi all’universo; perché io, quanto a me, credo di no, e mi pare che, sí come nell’apprension de’ numeri, come si comincia a passar quelle migliaia di milioni, l’immaginazion si confonde né può piú formar concetto, cosí avvenga ancora nell’apprender grandezze e distanze immense; sí che intervenga al discorso effetto simile a quello che accade al senso, che mentre nella notte serena io guardo verso le stelle, giudico al senso la lontananza loro esser di poche miglia, né esser le stelle fisse punto piú remote di Giove o di Saturno, anzi pur né della Luna. Ma, senza piú, considerate le controversie passate tra gli astronomi ed i filosofi peripatetici per cagione della lontananza delle stelle nuove di Cassiopea e del Sagittario, riponendole quelli tra le fisse, e questi credendole piú basse della Luna: tanto è impotente il nostro senso a distinguere le distanze grandi dalle grandissime, ancor che queste in fatto siano molte migliaia di volte maggiori di quelle. E finalmente io ti domando, oh uomo sciocco: Comprendi tu con l’immaginazione quella grandezza dell’universo, la quale tu giudichi poi essere troppo vasta? se la comprendi, vorrai tu stimar che la tua apprensione si estenda piú che la potenza divina, vorrai tu dir d’immaginarti cose maggiori di quelle che Dio possa operare? ma se non la comprendi, perché vuoi apportar giudizio delle cose da te non capite?

SIMP. Questi discorsi camminan tutti benissimo, e non si nega che ‘l cielo non possa superare di grandezza la nostra immaginazione, come anco l’aver potuto Dio crearlo mille volte maggiore di quello che è: ma non deviamo ammettere, nessuna cosa esser stata creata in vano ed esser oziosa nell’universo; ora, mentre che noi veggiamo questo bell’ordine di pianeti, disposti intorno alla Terra in distanze proporzionate al produrre sopra di quella suoi effetti per benefizio nostro, a che fine interpor di poi tra l’orbe supremo di Saturno e la sfera stellata uno spazio vastissimo senza stella alcuna, superfluo e vano? a che fine? per comodo ed utile di chi?

SALV. Troppo mi par che ci arroghiamo, signor Simplicio, mentre vogliamo che la sola cura di noi sia l’opera adequata ed il termine oltre al quale la divina sapienza e potenza niuna altra cosa faccia o disponga: ma io non vorrei che noi abbreviassimo tanto la sua mano, ma ci contentassimo di esser certi che Iddio e la natura talmente si occupa al governo delle cose umane, che piú applicar non ci si potrebbe quando altra cura non avesse che la sola del genere umano; il che mi pare con un accomodatissimo e nobilissimo esempio poter dichiarare, preso dall’operazione del lume del Sole, il quale, mentre attrae quei vapori o riscalda quella pianta, gli attrae e la riscalda in modo, come se altro non avesse che fare; anzi nel maturar quel grappolo d’uva, anzi pur quel granello solo, vi si applica che piú efficacemente applicar non vi si potrebbe quando il termine di tutti i suoi affari fusse la sola maturazione di quel grano. Ora, se questo grano riceve dal Sole tutto quello che ricever si può, né gli viene usurpato un minimo che dal produrre il Sole nell’istesso tempo mille e mill’altri effetti, d’invidia o di stoltizia sarebbe da incolpar quel grano, quando e’ credesse o chiedesse che nel suo pro solamente si impiegasse l’azione de’ raggi solari. Son certo che niente si lascia indietro dalla divina Providenza di quello che si aspetta al governo delle cose umane; ma che non possano essere altre cose nell’universo dependenti dall’infinita sua sapienza, non potrei per me stesso, per quanto mi detta il mio discorso, accomodarmi a crederlo: tuttavia, quando pure il fatto stesse in altra maniera, nessuna renitenza sarebbe in me di credere alle ragioni che da piú alta intelligenza mi venissero addotte. In tanto, quando mi vien detto che sarebbe inutile e vano un immenso spazio intraposto tra gli orbi de i pianeti e la sfera stellata, privo di stelle ed ozioso, come anco superflua tanta immensità, per ricetto delle stelle fisse, che superi ogni nostra apprensione, dico che è temerità voler far giudice il nostro debolissimo discorso delle opere di Dio, e chiamar vano o superfluo tutto quello dell’universo che non serve per noi.

SAGR. Dite pure, e credo che direte meglio, che noi non sappiamo che serva per noi: ed io stimo una delle maggiori arroganze, anzi pazzie, che introdur si possano, il dire «Perch’io non so a quel che mi serva Giove o Saturno, adunque questi son superflui, anzi non sono in natura»; mentre che, oh stoltissimo uomo, io non so né anco a quel che mi servano le arterie, le cartilagini, la milza o il fele, anzi né saprei d’avere il fele, la milza o i reni, se in molti cadaveri tagliati non mi fussero stati mostrati, ed allora solamente potrei intender quello che operi in me la milza, quando ella mi fusse levata. Per intender quali cose operi in me questo o quel corpo celeste (già che tu vuoi che ogni loro operazione sia indrizzata a noi), bisognerebbe per qualche tempo rimuover quel tal corpo, e quell’effetto, ch’io sentissi mancare in me, dire che dependeva da quella stella. Di piú, chi vorrà dire che lo spazio che costoro chiamano troppo vasto ed inutile, tra Saturno e le stelle fisse, sia privo d’altri corpi mondani? forse perché non gli vediamo? adunque i quattro pianeti Medicei e i compagni di Saturno vennero in cielo quando noi cominciammo a vedergli, e non prima? e cosí le altre innumerabili stelle fisse non vi erano avanti che gli uomini le vedessero? le nebulose erano prima solamente piazzette albicanti, ma poi noi co ‘l telescopio l’aviamo fatte diventare drappelli di molte stelle lucide e bellissime? Prosuntuosa, anzi temeraria, ignoranza de gli uomini!

SALV. Non occorre, signor Sagredo, distendersi piú in queste infruttuose esagerazioni: seguitiamo il nostro instituto, che è di esaminare i momenti delle ragioni portate dall’una e dall’altra parte, senza determinar cosa alcuna, rimettendone poi il giudizio a chi ne sa piú di noi. E tornando su i nostri discorsi naturali ed umani, dico che questo grande, piccolo, immenso, minimo, etc., son termini non assoluti, ma relativi, sí che la medesima cosa, paragonata a diverse, potrà ora chiamarsi immensa, e tal ora insensibile, non che piccola. Stante questo, io domando in relazione a chi la sfera stellata del Copernico si può chiamare troppo vasta. Questa, per mio parere, non può paragonarsi né dirsi tale se non in relazione a qualche altra cosa del medesimo genere: or pigliamo la minima del medesimo genere, che sarà l’orbe lunare; e se l’orbe stellato si deve sentenziare per troppo vasto rispetto a quel della Luna, ogn’altra grandezza che con simile o maggior proporzione ecceda un’altra del medesimo genere, doverà dirsi troppo vasta, ed anco, per questa ragione, negarsi che ella si ritrovi al mondo: e cosí gli elefanti e le balene saranno senz’altro chimere e poetiche immaginazioni, perché quelli, come troppo vasti in relazione alle formiche, le quali sono animali terrestri, e quelle rispetto alle spillancole, che sono pesci, e veggonsi di sicuro essere in rerum natura, sarebbono troppo smisurati, perché assolutamente l’elefante e la balena superano la formica e la spillancola con assai maggior proporzione che non fa la sfera stellata quella della Luna, figurandoci noi detta sfera tanto grande quanto basta per accomodarsi al sistema Copernicano. Di piú, quanto è grande la sfera di Giove, quanto quella di Saturno, assegnate per recettacolo di una stella sola, e ben piccola, in comparazione di una fissa? certo che se a ciascuna fissa si dovesse consegnar per suo ricetto tal parte dello spazio mondano, bisognerebbe far l’orbe, dove stanzia l’innumerabil moltitudine di quelle, molte e molte migliaia di volte maggiore di quello che basta per il bisogno del Copernico. In oltre, non chiamate voi una stella fissa, piccolissima, dico anco delle piú apparenti, non che di quelle che fuggono la nostra vista? e le chiamiamo cosí in comparazione dello spazio circonfuso. Ora, quando tutta la sfera stellata fusse un corpo solo risplendente, chi è che non capisca che nello spazio infinito si può assegnare una distanza tanto grande, dalla quale tale sfera lucida apparisse cosí piccola ed anco minore di questo che dalla Terra ci pare adesso una stella fissa? di lí dunque giudicheremmo allora piccola quella medesima cosa, che ora di qui chiamiamo smisuratamente grande.

SAGR. Grandissima mi par l’inezzia di coloro che vorrebbero che Iddio avesse fatto l’universo piú proporzionato alla piccola capacità del loro discorso, che all’immensa, anzi infinita, Sua potenza.

SIMP. Tutto questo che voi dite va bene; ma quello sopra di che la parte fa instanza, è l’avere a concedere che una stella fissa abbia ad esser non pure eguale, ma tanto maggiore del Sole, che pure amendue sono corpi particolari situati dentro all’orbe stellato. E ben parmi che molto a proposito interroghi quest’autore e domandi: «A che fine ed a benefizio di chi sono macchine tanto vaste? prodotte forse per la Terra, cioè per un piccolissimo punto? e perché tanto remote, acciocché appariscano tantine e niente assolutamente possano operare in Terra? a che proposito una spropositata immensa voragine tra esse e Saturno? frustratorie sono tutte quelle cose che da ragioni probabili non son sostenute».

SALV. Dall’interrogazioni che fa quest’uomo mi par che si possa raccorre, che quando si lasci stare il cielo, le stelle e le distanze, della quantità e grandezze ch’egli ha sin ora creduto (benché nissuna comprensibil grandezza egli già mai non se ne sia sicuramente figurata), ei penetri benissimo e resti capace de i benefizii che da esse provengano sopra la Terra, la quale non piú sia una cosetta minima, né che esse sien piú tanto remote che appariscano cosí piccoline, ma tanto grandi quanto basta per potere operare in Terra, e che la distanza tra esse e Saturno sia proporzionata benissimo, e che egli di tutte queste cose abbia molto probabili ragioni, delle quali ne averei volentieri sentito qualcuna; ma il vedere che egli in queste poche parole si confonde e si contraddice, mi fa credere ch’e’ sia molto penurioso e scarso di queste probabili ragioni, e che quelle che ei chiama ragioni, sieno piú tosto fallacie, anzi ombre di vane immaginazioni. Imperocché io domando adesso a lui, se questi corpi celesti operano veramente sopra la Terra, e se per tale effetto sono stati prodotti delle tali e tali grandezze, ed in tali e tali distanze disposti, o pure se non hanno che fare con le cose terrene. Se non han che fare con la Terra, sciocchezza grande è il voler noi terreni esser arbitri delle grandezze, e regolatori delle loro locali disposizioni, mentre siamo ignorantissimi di tutti i loro affari e interessi: ma se dirà che operano e che a questo fine siano indrizzati, viene ad affermare quello che per un altro verso egli medesimo nega ed a laudar quello che pur ora ha dannato, mentre diceva che i corpi celesti, locati in tanta lontananza che dalla Terra appariscan tantini, non possono in lei operar cosa alcuna. Ma, uomo mio, nella sfera stellata, già stabilita nella distanza che ella si trova e che da voi vien giudicata per ben proporzionata per gl’influssi in queste cose terrene, moltissime stelle appariscono piccolissime, e cento volte tante ve ne sono del tutto a noi invisibili (che è un apparire ancor minori che tantine): adunque bisogna che voi (contradicendo a voi medesimo) neghiate ora la loro operazione in Terra; o vero che (contradicendo pure a voi stesso) concediate che l’apparir tantine non detrae della loro operazione; o sí veramente (e questa sarà piú sincera e modesta concessione) concediate e liberamente confessiate che ‘l giudicar nostro circa le loro grandezze e distanze sia una vanità, per non dir prosunzione o temerità.

SIMP. Veramente veddi ancor io subito, nel legger questo luogo, la contradizion manifesta, nel dir che le stelle, per cosí dire, del Copernico, apparendo tanto piccoline, non potrebbero operare in Terra, e non si accorgere d’aver conceduto l’azione sopra la Terra a quelle di Tolomeo e sue, che appariscono non pur tantine, ma sono la maggior parte invisibili.

SALV. Ma vengo ad un altro punto. Sopra che fondamento dice egli che le stelle appariscano cosí piccole? forse perché tali le veggiamo noi? e non sa egli che questo viene dallo strumento che noi adoperiamo in riguardarle, cioè dall’occhio nostro? E che ciò sia vero, mutando strumento le vedremo maggiori e maggiori, quanto ne piacerà: e chi sa che alla Terra, che le rimira senza occhi, elle non si mostrino grandissime e quali realmente elle sono? Ma è tempo che, lasciate queste leggerezze, venghiamo a cose di piú momento: e però, avendo io già dimostrato queste due cose prima, quanto basti por lontano il firmamento sí che in lui il diametro dell’orbe magno non faccia maggior diversità di quella che fa l’orbe terrestre nella lontananza del Sole, e poi dimostrato parimente come per far che una stella del firmamento ci apparisca della grandezza che noi la veggiamo, non è necessario porla maggiore del Sole, vorrei saper se Ticone o alcuno de’ suoi aderenti ha tentato mai di investigare in qualche modo se nella sfera stellata si scorga veruna apparenza per la quale si possa piú resolutamente negare o ammettere il moto annuo della Terra.

SAGR. Io per loro risponderei di no, né tampoco averne avuto bisogno; già che il Copernico stesso è che dice, tal diversità non vi essere, ed essi, argomentando ad hominem, glie l’ammettono, e sopra questo assunto mostrano l’improbabilità che ne segue, cioè che sarebbe necessario far la sfera tanto immensa, che una stella fissa, per apparirci grande come ci apparisce, converrebbe che in realtà fusse una mole cosí immensa che eccedesse la grandezza di tutto l’orbe magno: cosa che è poi, come essi dicono, del tutto incredibile.

SALV. Io son del medesimo parere, e credo appunto ch’egli argomentino contro all’uomo piú per difesa d’un altro uomo, che per brama di venire in cognizion del vero; e non solamente non credo che alcun di loro si sia applicato al far tal osservazione, ma non son sicuro ancora se alcuno di essi sappia quale diversità dovesse produr nelle fisse il movimento annuo della Terra, quando la sfera stellata non fusse in tanta distanza che in esse tal diversità per la sua piccolezza svanisse: perché il cessare da tal inquisizione e rimettersi al semplice detto del Copernico, può ben bastare a convincer l’uomo, ma non già a chiarirsi del fatto, potendo esser che la diversità ci sia, ma non cercata, o, per la sua piccolezza o per mancamento di strumenti esatti, non compresa dal Copernico; che non sarebbe questa la prima cosa che egli, per mancanza di strumenti o per altro difetto, non ha saputa, e pur, fondato sopra altre saldissime conietture, affermò quello a cui parevano contrariare le cose non comprese da lui: ché, come già si disse, senza il telescopio né Marte poteva comprendersi crescer 60 volte, e Venere 40, piú in quella che in questa positura, anzi le differenze loro appariscono minori assai del vero; tuttavia si è poi venuto in certezza, tali mutazioni esservi a capello quali ricercava il sistema copernicano. Or cosí sarebbe ben fatto ricercare, con quella esquisitezza che si potesse maggiore, se una tal mutazione che dovrebbe scorgersi nelle fisse, posto il moto annuo della Terra, effettivamente si osservasse; cosa che assolutamente credo non esser sin ora stata fatta da alcuno, e non solamente fatta, ma forse (come ho detto) né anco da molti ben inteso quel che cercar si dovrebbe. Né mi muovo a caso a dir cosí; perché già veddi certa scrittura a penna di uno di questi anticopernicani, che diceva, necessariamente dover seguire, quando tal opinion fusse vera, un continuo alzamento ed abbassamento del polo di 6 mesi in 6 mesi, secondo che la Terra in tanto tempo, per tanto spazio quant’è il diametro dell’orbe magno, si ritira or verso settentrione or verso austro; e pur gli pareva ragionevole, anzi necessario, che seguendo noi la Terra, quando fussimo verso settentrione, dovessimo avere il polo piú elevato che quando siamo verso il mezo giorno. In questo medesimo errore incorse uno per altro assai intelligente matematico, pur seguace del Copernico, secondo che riferisce Ticone ne’ suoi Proginnasmi a fac. 684, il quale diceva aver osservato mutarsi l’altezza polare ed esser diversa la state dal verno: e perché Ticone nega il merito della causa, ma non danna l’ordine, cioè nega il vedersi mutazione nell’altezza polare, ma non condanna tale inquisizione come non accomodata a conseguir quel che si cerca, viene a dichiararsi che egli ancora stima, l’altezza polare, variata o non variata di 6 mesi in 6 mesi, esser buona riprova per escludere o introdurre il movimento annuo della Terra.

SIMP. Veramente, signor Salviati, che a me ancora par che dovesse seguir l’istesso. Imperocché io non credo che voi mi negherete, che se noi camminiamo solamente 60 miglia verso tramontana, il polo ci si alzerà un grado, ed accostandosi parimente per altre 60 miglia al settentrione, ci si alzerà il polo un altro grado, etc.: ora, se l’accostarsi e di scostarsi 60 miglia solamente fa sí notabil mutazione nell’altezze polari, che doverà fare il trasportarvi la Terra, e noi insieme, non dirò 60 miglia, ma 60 migliaia?

SALV. Doverà fare (se si deve seguir cotesta proporzione) che il polo ci si alzerà mille gradi. Vedete, signor Simplicio, quanto può un’inveterata impressione! Voi, per esservi fissato nella fantasia per tanti anni che il cielo sia quello che si rivolga in ventiquattr’ore, e non la Terra, e che in conseguenza i poli di tal revoluzione siano nel cielo e non nel globo terrestre, non potete né anco per un’ora spogliarvi quest’abito e mascherarvi del contrario, figurandovi che la Terra sia quella che si muova solamente per tanto tempo quanto basta per concepir quello che ne seguirebbe quando questa bugia fusse vera. Se la Terra, signor Simplicio, è quella che si muove in se stessa in ventiquattr’ore, in lei sono i poli, in lei è l’asse, in lei è l’equinoziale, cioè il cerchio massimo descritto dal punto egualmente distante da i poli, in lei sono gli infiniti paralleli, maggiori e minori, descritti da i punti della sua superficie piú e meno distanti da i poli; in lei sono tutte queste cose, e non nella sfera stellata, che, per essere immobile, manca di tutte, e solo con l’imaginazione vi si possono figurare, prolungando l’asse della Terra sin là dove terminando segnerà due punti sopraposti a i nostri poli, ed il piano dell’equinoziale disteso figurerà in cielo un cerchio a sé corrispondente. Ora, se il vero asse, i veri poli, il vero equinoziale terrestri non si mutano in Terra tuttavolta che voi ancora resterete nel medesimo luogo in Terra, trasportate pure la Terra dove vi piace, che voi già mai non cangerete abitudine né a i poli né a i cerchi né ad altra cosa terrena; e questo, per esser cotal trasportamento comune a voi ed a tutte le cose terrestri, ed il moto, dove è comune, è come se non vi fusse: e sí come voi non muterete abitudine a i poli terreni (abitudine, dico, sí che vi si alzino o vi s’abbassino), cosí parimente non la muterete a i poli figurati in cielo, tuttavoltaché per poli celesti intenderemo (come già si è definito) quei due punti che dall’asse terrestre, prolungato sin là, vi vengono segnati. È vero che si mutano tali punti nel cielo, quando il trasportamento della Terra vien fatto in tal modo, che il suo asse vadia a ferire in altri ed altri punti della sfera celeste immobile; ma non si muta la nostra abitudine ad essi, sí che il secondo ci si elevi piú che il primo. Chi vuole che de i punti del firmamento, rispondenti a i poli della Terra, l’uno se gli alzi e l’altro se gli abbassi, bisogna camminare in Terra verso l’uno, allontanandosi dall’altro; ché il trasportar la Terra, e con lei noi medesimi (come ho già detto), non opera niente.

SAGR. Concedetemi in grazia, signor Salviati, ch’io spiani assai chiaramente questo negozio con un esempio, se ben grossolano, altrettanto però accomodato a questo proposito. Figuratevi, signor Simplicio, d’essere in una galera, e che stando in poppa abbiate drizzato un quadrante o altro strumento astronomico alla sommità dell’albero del trinchetto, come se voi voleste prender la sua elevazione, la quale fusse, verbigrazia, 40 gradi: non è dubbio, che camminando voi per corsía verso l’albero 25 o 30 passi, tornando a drizzare il medesimo strumento alla medesima sommità dell’albero, troverete la sua elevazione esser maggiore, ed esser cresciuta, verbigrazia, 10 gradi; ma se in cambio di camminar i detti 25 o 30 passi verso l’albero, voi, restando fermo in poppa, faceste muover tutta la galera verso quella parte, credereste voi che, mediante il viaggio che ella avesse fatto de i 25 o 30 passi, l’elevazion del trinchetto vi si mostrasse di 10 gradi accresciuta?

SIMP. Credo ed intendo che ella non si vantaggierebbe né anco un sol capello per il viaggio di mille né di centomila miglia, non che di 30 passi; ma credo bene che, se traguardando la sommità del trinchetto si fusse incontrato una stella fissa ad esser nella medesima dirittura, credo, dico, che tenendo fermo il quadrante, doppo aver navigato verso la stella 60 miglia, la mira batterebbe bene alla punta del trinchetto come prima, ma non già piú alla stella, la quale mi si sarebbe elevata un grado

SAGR. Ma voi non credete già che ‘l traguardo non battesse a quel punto della sfera stellata che risponde alla dirittura della sommità del trinchetto?

SIMP. Questo no, ma il punto sarebbe variato, e rimarrebbe sotto alla stella prima osservata.

SAGR. Cosí sta per appunto. Ma sí come quello che in quest’esempio risponde all’elevazion della sommità dell’albero non è la stella, ma il punto del firmamento che si trova nella dirittura dell’occhio e della cima dell’albero, cosí nel caso esemplificato quello che nel firmamento risponde al polo della Terra, non è una stella o altra cosa fissa del firmamento, ma è quel punto nel quale va a terminar l’asse terrestre dirittamente prolungato sin là, il qual punto non è fisso, ma ubbidisce alle mutazioni che facesse il polo terreno: e però Ticone o altri, che avevano portato questa instanza dovevano dire che a tal movimento della Terra, quando vero fusse, si dovrebbe conoscere ed osservar qualche diversità nell’alzamento ed abbassamento non del polo, ma di alcuna stella fissa verso quella parte che risponde al nostro polo.

SIMP. Già intendo benissimo l’equivoco preso da costoro, ma non però mi si toglie la forza, che mi par grandissima, dell’argomento portato in contrario, quando si riferisca alla mutazion delle stelle, e non piú del polo: atteso che, se il movimento della galera, di 60 miglia solamente, mi fa alzarsi una stella fissa per un grado, come non potrà molto piú venirmi una simil mutazione, ed anco maggiore assaissimo, quando la galera si trasportasse verso la medesima stella per tanto spazio quant’è il diametro dell’orbe magno, che voi dite esser il doppio di quello che è dalla Terra al Sole?

SAGR. Qui, signor Simplicio, ci è un altro equivoco, il quale veramente voi intendete, ma non vi sovviene l’intenderlo; ed io cercherò di ricordarvelo. Però ditemi: Se quando, doppo avere aggiustato il quadrante a una stella fissa, e trovato, verbigrazia, la sua elevazione esser 40 gradi, voi, senza muovervi di luogo inclinaste il lato del quadrante, sí che la stella rimanesse elevata sopra quella dirittura, direte voi perciò la stella aver acquistato maggior elevazione?

SIMP. Certo no, perché la mutazione si è fatta nello strumento, e non nell’osservatore, che abbia mutato luogo movendosi verso quella.

SAGR. Ma quando voi navigate o camminate sopra la superficie della Terra, direste voi che nel medesimo quadrante non si facesse mutazione alcuna, ma si conservasse sempre la medesima elevazione rispetto al cielo, tuttavolta che voi stesso non l’inclinaste, ma lo lasciaste stare nella prima costituzione?

SIMP. Lasciate ch’io ci pensi un poco. Direi senz’altro che non la conservasse, per esser, il viaggio ch’io fo, non in piano, ma sopra la circunferenza del globo terrestre, la quale di passo in passo muta inclinazione rispetto al cielo, ed in conseguenza la fa mutare allo strumento che sopra di lei la conserva.

SAGR. Voi benissimo dite; ed anco intendete, che quanto maggiore e maggiore fusse quel cerchio sopra il quale voi vi moveste, tante piú miglia bisognerebbe camminare per far che quella stella vi si alzasse quel grado di piú, e che finalmente, quando il moto verso la stella fusse per linea retta, piú ancora converrebbe muoversi che per la circonferenza di qualsivoglia grandissimo cerchio.

SALV. Sí, perché finalmente la circonferenza del cerchio infinito e una linea retta sono l’istessa cosa.

SAGR. Oh questo non intendo io, né credo che l’intenda anco il signor Simplicio; e bisogna che ci sia sotto qualche misterio ascosto, perché sappiamo che il signor Salviati non parla mai a caso, né mette in campo paradosso che non riesca in qualche concetto non punto triviale: però a luogo e tempo vi ricorderò la dichiarazion di questo esser la linea retta l’istesso che la circonferenza del cerchio infinito, ché per adesso non voglio che interrompiamo il discorso che aviam per le mani. E tornando al caso, metto in considerazione al signor Simplicio come l’accostamento e discostamento che fa la Terra a quella stella fissa che è vicina al polo, si fa come per una linea retta, che è il diametro dell’orbe magno; talché il voler regolare l’alzamento ed abbassamento della stella polare co ‘l moto per tal diametro come pe ‘l moto sopra il cerchio piccolissimo della Terra, è gran segno di poca intelligenza.

SIMP. Ma pur restiamo ancora nelle medesime difficultà, già che né anco quella poca diversità che esser vi dovrebbe, si scorge esservi; e se questa è nulla, nullo ancora bisogna confessar che sia il moto annuo per l’orbe magno, attribuito alla Terra.

SAGR. Or qui lascio seguire al signor Salviati: il quale mi par che non trapassava per nullo l’alzamento o abbassamento della stella polare o di altra delle fisse, ancorché non compreso da alcuno, e dall’istesso Copernico posto non dirò per nullo, ma per inosservabile per la sua piccolezza.

SALV. Già ho detto di sopra, che non credo che alcuno si sia messo ad osservare se ne i diversi tempi dell’anno si scorga mutazione alcuna nelle fisse, che possa dependere dal movimento annuo della Terra; e soggiunto di piú, che ho dubbio se forse alcuno abbia bene inteso, quali sieno le mutazioni, e tra quali stelle debbano apparire: però è bene che andiamo con diligenza esaminando questo punto. L’aver trovato scritto solamente in genere, non si dovere ammettere il movimento annuo della Terra nell’orbe magno, perché non ha del verisimile che per esso non si vedesse alcuna apparente mutazione nelle stelle fisse, e il non sentir poi dire quali dovessero esser in particolare cotali apparenti mutazioni ed in quali stelle, mi fa molto ragionevolmente stimare che costoro che su quel generico pronunziato si fermano, non abbiano inteso, né anco forse cercato di intendere, come cammini il negozio di queste mutazioni, né che cose siano quelle che dicono che veder si dovrebbero; ed a cosí giudicare mi muove il sapere, che il movimento annuo attribuito dal Copernico alla Terra quando debba farsi sensibile nella sfera stellata, non rispetto a tutte le stelle egualmente ha da farsi apparente mutazione, ma tale apparenza in alcune deve farsi maggiore, in altre minore, in altre ancor minore, e finalmente in altre assolutamente nulla, per grandissimo che si ponesse il cerchio di questo moto annuo. Le mutazioni poi, che veder si dovrebbero, sono di due generi: l’uno è il mutar esse stelle l’apparente grandezza, e l’altro il variar altezze nel meridiano; che si tira poi in conseguenza il mutar gli orti e gli occasi, e le distanze dal vertice, etc.

SAGR. Mi par di vedermi apparecchiare una matassa di questi rivolgimenti, che Dio voglia ch’io me ne sia per poter distrigar mai; perché, a confessare il mio difetto al signor Salviati, io ci ho tal volta pensato, né mai ne ho potuto ritrovare il bandolo, e non dico tanto di questo che appartiene alle stelle fisse, quanto di un’altra piú terribil faccenda, che voi mi avete fatta sovvenire co ‘l ricordar queste altezze meridiane, latitudini ortive e distanze dal vertice, etc.: e ‘l mio ravvolgimento di cervello nasce da quello ch’io vi dirò adesso. Il Copernico pone la sfera stellata immobile, ed il Sole nel centro di essa, parimente immobile; adunque ogni mutazione che a noi apparisca farsi nel Sole o nelle stelle fisse, è necessario che sia della Terra, cioè nostra: ma il Sole si alza e si abbassa nel nostro meridiano per un arco grandissimo, quasi di 47 gradi, e per archi ancora maggiori e maggiori varia le sue larghezze ortive ed occidue ne gli orizonti obliqui: or come può mai la Terra inclinarsi e rilevarsi tanto notabilmente al Sole, e nulla alle stelle fisse, o per sí poco che sia cosa impercettibile? Questo è quel nodo che non è possuto mai passare al mio pettine; e se voi me lo scioglierete, vi stimerò piú che un Alessandro.

SALV. Queste sono difficultà degne dell’ingegno del signor Sagredo: ed è tale il dubbio, che sino l’istesso Copernico diffidò quasi di poterlo dichiarare in maniera che lo rendesse intelligibile, il che si vede sí dal confessare egli stesso la sua oscurità, sí dal rimettersi due volte in due diverse maniere per dichiararlo: ed io ingenuamente confesso di non avere capita la sua spiegatura se non doppo che con altro diverso modo, assai piano e chiaro, lo resi intelligibile, ma non però senza una lunga e laboriosa applicazion di mente.

SIMP. Aristotile vedde la difficultà medesima e se ne serví per redarguir alcuni antichi i quali volevano che la Terra fusse un pianeta: contro a i quali argomenta, che se ciò fusse, converrebbe che essa parimente, come gli altri pianeti, avesse piú di un movimento, dal che ne seguirebbe questa variazione ne gli orti ed occasi delle stelle fisse, e nell’altezze meridiane parimente. E poiché ei promosse la difficultà e non la risolvette, è forza che ella sia, se non d’impossibile, almeno di difficile scioglimento.

SALV. La grandezza e forza dell’annodamento rende lo scioglimento piú bello e ammirando; ma io non ve lo prometto per oggi, e vi prego a dispensarmi sino a domani, e per ora andremo considerando e dichiarando quelle mutazioni e diversità che per il movimento annuo dovriano scorgersi nelle stelle fisse, sí come pur ora dicevamo, nell’esplicazion delle quali vengono a proporsi alcuni punti preparatorii per lo scioglimento della massima difficultà. Ora, ripigliando i due movimenti attribuiti alla Terra (e dico due, perché il terzo non è altrimenti un moto, come a suo luogo dichiarerò), cioè l’annuo ed il diurno, quello si deve intendere fatto dal centro della Terra nella circonferenza dell’orbe magno, cioè di un cerchio massimo descritto nel piano dell’eclittica, fissa ed immutabile; l’altro, cioè il diurno, è fatto dal globo della Terra in se stesso circa il proprio centro e proprio asse, non eretto, ma inclinato al piano dell’eclittica, con inclinazione di gradi 23 e mezo in circa, la quale inclinazione si mantiene per tutto l’anno e, quello che sommamente si deve notare, si conserva sempre verso la medesima parte del cielo, talmenteché l’asse del moto diurno si mantien perpetuamente parallelo a se stesso: sí che, se noi ci immagineremo tale asse prolungato sino alle stelle fisse, mentre che il centro della Terra circonda in un anno tutta l’eclittica, l’istesso asse descrive la superficie di un cilindro obliquo, che ha per una delle sue basi il detto cerchio annuo, e per l’altra un simil cerchio imaginariamente descritto dalla sua estremità, o vogliamo dir polo, tra le stelle fisse; ed è tal cilindro obliquo al piano dell’eclittica secondo l’inclinazion dell’asse che lo descrive, che aviamo detto esser gradi 23 e mezo, la quale, conservandosi perpetuamente l’istessa (se non quanto in molte migliaia di anni fa qualche piccolissima mutazione, che al presente negozio niente importa), fa che ‘l globo terrestre né piú s’inclina già mai né si solleva, ma immutabile si conserva: dal che ne séguita che, per quanto appartiene alle mutazioni da osservarsi nelle fisse, dependenti dal solo movimento annuo, l’istesso accaderà a qualsivoglia punto della superficie terrena, che all’istesso centro della Terra; e però nelle presenti esplicazioni ci serviremo del centro, come di qualsivoglia punto della superficie. E per piú facile intelligenza del tutto, ne disegneremo le figure lineari: e prima segniamo nel piano dell’eclittica il cerchio ANBO, ed intendiamo i punti A, B essere gli estremi verso borea e verso austro, cioè il principio di Cancro e di Capricorno, ed il diametro A B prolunghiamolo indeterminatamente per D e C verso la sfera stellata:

dico ora, primieramente, che niuna delle stelle fisse poste nell’eclittica, per qualsivoglia mutazion fatta dalla Terra per esso piano dell’eclittica, varierà mai elevazione, ma sempre si scorgerà nella medesima superficie; ma bene se gli avvicinerà ed allontanerà la Terra per tanto spazio quanto è il diametro dell’orbe magno. Il che sensatamente si vede nella figura: imperocché, sia la Terra nel punto A o sia in B, sempre la stella C si vede per la medesima linea A B C; ma bene la lontananza B C si è fatta minore della C A per tutto il diametro B A: il piú dunque che si possa scorgere nella stella C, ed in qualsivoglia altra posta nell’eclittica, è la accresciuta o diminuita apparente grandezza, per l’avvicinamento o allontanamento della Terra.

SAGR. Fermate un poco, in cortesia, perché sento non so che scrupolo che mi dà fastidio, ed è questo. Che la stella C venga veduta per la medesima linea A B C tanto quando la Terra sia in A quanto se ella sia in B, l’intendo benissimo; come anco di piú capisco che l’istesso avverrebbe da tutti i punti della linea A B, mentre che la Terra passasse da A in B per essa linea; ma passandovi, come si suppone per l’arco A N B, è manifesta cosa che quando ella sarà nel punto N, ed in qualunque altro fuori che li due A, B, non piú per la linea A B, ma per altre ed altre, si scorgerà: talché se il mostrarsi sotto diverse linee deve cagionar apparente mutazione, qualche diversità converrà che si scorga. Anzi piú dirò, con quella libertà filosofica che tra i filosofi amici debbe esser permessa, parermi che voi, contrariando a voi stesso, neghiate ora quello che pur oggi ci avete, con nostra maraviglia, dichiarato esser cosa verissima e grande: dico di quello che accade ne i pianeti ed in particolare ne i tre superiori, che ritrovandosi continuamente nell’eclittica o a quella vicinissimi, non solamente si mostrano ora a noi propinqui ed ora remotissimi ma tanto, nei regolati lor movimenti, difformi, che talvolta immobili, e tal ora, per molti gradi, retrogradi, ci si rappresentano; e tutto non per altra cagione, che per il movimento annuo della Terra.

SALV. Ancorché per mille riscontri io sia stato fatto certo dell’accortezza del signor Sagredo, pur ho voluto con quest’altro cimento assicurarmi maggiormente di quanto io possa promettermi dell’ingegno suo; e tutto per util mio, ché quando le mie proposizioni potranno star salde al martello o alla coppella del suo giudizio, potrò star sicuro che elle sien di lega buona a tutto paragone. Dico per tanto, che a bello studio avevo dissimulata cotesta obiezzione, ma non però con animo di ingannarvi e di persuadervi alcuna falsità, come sarebbe potuto accadere quando l’instanza da me dissimulata, e da voi trapassata, fusse stata tale in effetto quale in apparenza si mostra, cioè veramente gagliarda e concludente; ma ella non è tale, anzi dubito io adesso che voi, per tentar me, finghiate di non conoscer la sua nullità. Ma voglio in questo particolare esser piú malizioso di voi, co ‘l cavarvi a forza di bocca quello che artifiziosamente volevi nasconderci: e però ditemi, che cosa è quella onde voi conoscete la stazione e retrogradazione de’ pianeti derivante dal moto annuo, e che è cosí grande che pure almeno qualche vestigio di simile effetto dovrebbe vedersi nelle stelle dell’eclittica.

SAGR. Due quesiti contien questa vostra domanda, a i quali convien ch’io risponda: il primo riguarda l’imputazione, che mi date, di simulatore; l’altro è di quello che possa apparir nelle stelle, etc. Quanto al primo, dirò con vostra pace che non è vero ch’io abbia simulato di non intender la nullità di quella instanza; e per assicurarvi di ciò, vi dic’ora che benissimo capisco tal nullità.

SALV. Ma non capisco già io come possa essere che voi non parlaste simulatamente, quando dicevi di non intender quella tal fallacia, la quale confessate ora di intender benissimo.

SAGR. La confessione stessa d’intenderla può assicurarvi ch’io non simulavo, mentre dicevo di non l’intendere; perché quando io avessi voluto e volessi simulare, chi potria tenermi ch’io non continuassi nella medesima simulazione, negando tuttavia di intender la fallacia? Dico dunque che non l’intendevo allora, ma che ben la capisco al presente, mercé dell’avermi voi destato l’intelletto, prima co ‘l dirmi risolutamente che ella non è nulla, e poi co ‘l cominciare a interrogarmi cosí alla larga, che cosa fusse quella per la quale io conosceva la stazione e retrogradazione de’ pianeti: e perché questo si conosce dalla conferenza che si fa di essi con le stelle fisse, in relazion delle quali si veggono variare lor movimenti or verso occidente ed or verso oriente e tal ora restar come immobili, e perché sopra la sfera stellata non ve n’è altra immensamente piú remota, ed a noi visibile, con la quale possiamo conferir le nostre stelle fisse, però vestigio niuno possiamo noi scorger nelle fisse, che risponda a quello che ci apparisce ne’ pianeti. Questo penso io che sia quel tanto che voi mi volevi cavar di bocca.

SALV. Questo è, con la giunta da vantaggio della vostra sottilissima arguzia. E se io con un piccol motto vi apersi la mente, voi con un altro fate sovvenire a me, non esser del tutto impossibile che qualche cosa in qualche tempo si trovasse osservabile tra le fisse, per la quale comprender si potesse in chi risegga l’annua conversione, talché esse ancora, non men de i pianeti e del Sole stesso, volesser comparire in giudizio a render testimonianza di tal moto a favor della Terra: perch’io non credo che le stelle siano sparse in una sferica superficie, egualmente distanti da un centro, ma stimo che le loro lontananze da noi siano talmente varie, che alcune ve ne possano esser 2 e 3 volte piú remote di alcune altre; talché, quando si trovasse co ‘l telescopio qualche piccolissima stella vicinissima ad alcuna delle maggiori, e che però quella fusse altissima, potrebbe accadere che qualche sensibil mutazione succedesse tra di loro, rispondente a quella de i pianeti superiori. E tanto sia detto per ora circa il particolare delle stelle poste nell’eclittica: venghiamo ora alle fisse poste fuora dell’eclittica, ed intendiamo un cerchio massimo eretto al piano di quella, e sia, per esempio, un cerchio che nella sfera stellata risponda al coluro de’ solstizii, e segniamolo C E H, che verrà insieme ad esser un meridiano, ed in esso pigliamo una stella fuori dell’eclittica, qual sarebbe la E. Or questa al movimento della Terra varierà bene elevazione; perché dalla Terra in A sarà veduta secondo il raggio A E, con l’elevazione dell’angolo E A C; ma dalla Terra posta in B si vedrà ella per il raggio B E, con elevazione dell’angolo E B C, maggiore dell’altro E A C, per esser quello esterno, e questo interno ed opposto, nel triangolo EAB: vedrassi dunque mutata la distanza della stella E dall’eclittica; ed anco la sua altezza nel meridiano sarà fatta maggiore nello stato B che nel luogo A, secondo che l’angolo E B C supera l’angolo E A C, che è la quantità dell’angolo A E B: imperocché, essendo del triangolo E A B prolungato il lato A B in C, l’esteriore angolo E B C (per esser eguale alli due interiori ed opposti E, A) supera esso A per la quantità dell’angolo E. E se noi piglieremo un’altra stella nel medesimo meridiano, piú remota dall’eclittica, qual sarebbe, verbigrazia, la stella H, maggiore anco sarà in essa la diversità dall’esser vista dalli due luoghi A, B, secondo che l’angolo A H B si fa maggiore dell’altro E: il quale angolo anderà sempre crescendo, secondo che la stella osservata

piú sarà lontana dall’eclittica, sin che finalmente la massima mutazione apparirà in quella stella che fusse posta nell’istesso polo dell’eclittica come, per totale intelligenza, potremo dimostrar cosí: Sia il diametro dell’orbe magno A B, il cui centro G, ed intendasi prolungato sino alla sfera stellata ne i punti D, C; e sia dal centro G eretto l’asse dell’eclittica G F sino alla medesima sfera, nella quale s’intenda descritto un meridiano D F C, che sarà eretto al piano dell’eclittica; e presi nell’arco FC qualsivoglino punti H, E, come luoghi di stelle fisse, congiungansi le linee F A, F B, A H, H G, H B, A E, G E, B E, sí che l’angolo della diversità o vogliàn dire la parallasse della stella posta nel polo F sia A F B, quello della stella posta in H sia l’angolo A H B, e della stella in E sia l’angolo A E B: dico l’angolo della diversità della stella polare F essere il massimo, e de gli altri il piú vicino al massimo esser maggiore del piú remoto, cioè l’angolo F esser maggiore dell’angolo H, e questo maggiore dell’angolo E. Intendasi intorno al triangolo F A B descritto un cerchio; e perché l’angolo F è acuto (per esser la sua base A B minore del diametro D C del mezo cerchio D F C), sarà posto nella porzione maggiore del circoscritto cerchio tagliata dalla base A B; e perché essa A B è divisa in mezo ed ad angoli retti dalla F G, sarà il centro del cerchio circoscritto nella linea F G: sia il punto I. E perché delle linee tirate dal punto G, che non è centro, sino alla circonferenza del cerchio circoscritto, la massima è quella che passa per il centro, sarà la G F maggiore di ogn’altra che dal punto G si tiri sino alla circonferenza del medesimo cerchio; e però tal circonferenza taglierà la linea G H (che è eguale alla linea G F), e tagliando la G H taglierà ancora la A H: taglila in L, e congiungasi la linea L B: saranno dunque li due angoli A F B, A L B eguali, per esser nella medesima porzione del cerchio circoscritto: ma A L B, esterno, è maggiore dell’interno H: adunque l’angolo F è maggiore dell’angolo H. E con l’istesso metodo dimostreremo, l’angolo H esser maggiore dell’angolo E, perché del cerchio descritto intorno al triangolo A H B il centro è nella perpendicolare G F, al quale la linea G H è piú vicina della G E, e però la circonferenza di esso taglia la G E ed anco la A E: onde è manifesto il proposito. Concludiamo per tanto, che la diversità di apparenza (la quale con termine proprio dell’arte potremo chiamar parallasse delle stelle fisse) è maggiore e minore secondo che le stelle osservate sono piú o meno vicine al polo dell’eclittica; sí che finalmente delle stelle che sono nell’eclittica stessa, tal diversità si riduce a nulla.

Quanto poi all’avvicinarsi o allontanarsi per tal moto la Terra alle stelle, a quelle che sono nell’eclittica si avvicina ella e si discosta per quanto è tutto il diametro dell’orbe magno, come pur ora vedemmo; ma alle stelle intorno al polo dell’eclittica tale accostamento o allontanamento è quasi nullo, ed all’altre questa diversità si fa maggiore secondo che elle sono piú vicine all’eclittica. Possiamo, nel terzo luogo, intendere, come quella diversità d’aspetto si fa maggiore o minore, secondo che la stella osservata fusse a noi piú vicina o piú remota; perché, se noi segneremo un altro meridiano men lontano dalla Terra, qual sarebbe questo D F I, una stella posta in F e veduta per il medesimo raggio A F E, stante la Terra in A, quando poi si osservasse dalla Terra in B, si scorgerebbe secondo il raggio B F, e farebbe l’angolo della diversità, cioè B F A, maggiore dell’altro primo A E B, essendo esteriore del triangolo BFE.

SAGR. Con gran gusto, ed anco profitto, ho sentito il vostro discorso; e per assicurarmi s’io ben l’abbia capito, dirò la somma delle conclusioni sotto brevi parole. Parmi che voi ci abbiate spiegato, due sorte di diverse apparenze esser quelle che mediante il moto annuo della Terra possiamo noi osservare nelle stelle fisse: l’una è delle lor variate grandezze apparenti, secondo che noi, portati dalla Terra, a quelle ci avviciniamo o ci allontaniamo; l’altra (che pur depende dal medesimo allontanamento o avvicinamento) è il mostrarcisi nel medesimo meridiano ora piú elevate ed ora meno. Di piú, voi ci dite (ed io benissimo l’intendo) che l’una e l’altra di tali mutazioni non si fa egualmente in tutte le stelle, ma in altre maggiore ed in altre minore ed in altre niente. L’appressamento e discostamento per il quale la medesima stella ci debba apparire or piú grande ed or piú piccola, è insensibile e quasi nullo nelle stelle vicine al polo dell’eclittica, ma è massimo nelle stelle poste in essa eclittica, mediocre nelle intermedie; il contrario accade dell’altra diversità, cioè che nullo è l’alzamento o abbassamento nelle stelle poste nell’eclittica, massimo nelle circonvicine al polo di essa eclittica, mediocre nelle intermedie. Oltre di ciò, amendue queste diversità sono piú sensibili nelle stelle che fussero piú vicine, nelle piú lontane son sensibili meno, e finalmente nelle estremamente lontane svanirebbero. Questo è quanto alla parte mia; resta ora, per quel ch’io mi avviso, di sodisfare al signor Simplicio, il quale non credo che facilmente si accomoderà a passar come cose insensibili cotali diversità, derivanti da un movimento della Terra tanto vasto e da una mutazione che trasporti la Terra in luoghi tra di loro distanti per due volte tanto quanto è da noi al Sole.

SIMP. In vero io, liberamente parlando, sento gran repugnanza nell’avere a conceder, la distanza delle fisse dovere esser tanta, che in esse le dichiarate diversità devano esser del tutto impercettibili.

SALV. Non vi gettate del tutto al disperato, signor Simplicio, ché forse ci è ancora qualche temperamento per le vostre difficultà. E prima, che l’apparente grandezza delle stelle non si vegga alterar sensibilmente, non vi deve parer punto improbabile, mentre che voi vedete l’estimativa de gli uomini in cotal fatto tanto altamente ingannarsi, e massime nel riguardare oggetti risplendenti: e voi stesso rimirando, verbigrazia, una torcia accesa dalla distanza di 200 passi, nell’appressarvisi ella 3 o 4 braccia, credereste di accorgervene, perché maggiore vi si mostrasse? Io per me non me ne accorgerei sicuramente, quando ben mi se n’avvicinasse 20 o 30: anzi tal volta mi sono incontrato a vedere un simil lume in una tal lontananza, né sapermi risolvere se e’ veniva verso me o pur si allontanava, mentre egli realmente mi si avvicinava. Ma che? se il medesimo appressamento e allontanamento (dico del doppio della distanza dal Sole a noi) nella stella di Saturno è quasi totalmente impercettibile, ed in Giove poco osservabile, che doverà essere nelle stelle fisse, che non credo che voi foste renitente a porle piú lontane il doppio di Saturno? In Marte, che per avvicinarsi a noi…

SIMP. Vossignoria non si affatichi piú in questo particolare, ché già resto capace, poter benissimo accadere quanto si è detto circa la non alterata apparente grandezza delle stelle fisse; ma che diremo dell’altra difficultà, che nasce da non si scorger variazione alcuna nella mutazion di aspetto?

SALV. Diremo cosa per avventura da potervi quietare anco in questa parte. E per venire alle brevi, non sareste voi sodisfatto quando realmente si scorgesser nelle stelle quelle mutazioni che vi par necessario che scorger vi si dovessero quando il movimento annuo fusse della Terra?

SIMP. Sarei senza dubbio, per quanto appartiene a questo particolare.

SALV. Vorrei che voi diceste, che quando una tal diversità si scorgesse, niuna cosa resterebbe piú che potesse render dubbia la mobilità della Terra, atteso che a cotal apparenza nissun altro ripiego assegnar si potrebbe. Ma quando bene anco ciò sensibilmente non apparisse, non però la mobilità si rimuove, né la immobilità necessariamente si conclude, potendo esser (come afferma il Copernico) che l’immensa lontananza della sfera stellata renda inosservabili cotali minime apparenze; le quali, come già si è detto, può esser che sin ora non sieno state né anco ricercate, o, se pur ricercate, non ricercate nella maniera che si deve, cioè con quella esattezza che a cosí minute puntualità sarebbe necessaria; la quale esattezza è difficile a conseguirsi, sí per difetto de gli strumenti astronomici, suggetti a molte alterazioni, sí ancora per colpa di quelli che gli maneggiano con minor diligenza di quello che sarebbe necessario. Argomento necessariamente concludente di quanto poco sia da fidarsi di tali osservazioni, siane la diversità che noi troviamo tra gli astronomi nell’assegnare i luoghi, non dirò delle stelle nuove e delle comete, ma delle stelle fisse medesime, sino anco all’altezze polari, nelle quali il piú delle volte per molti minuti si trovano tra di loro discordanti. E per vero dire, chi vuole in un quadrante o sestante, che al piú averà il lato di 3 o 4 braccia di lunghezza, assicurarsi nell’incidenza del perpendicolo o nel taglio della diottra di non si ingannare di dua o tre minuti, che nella sua circonferenza non saranno maggiori della larghezza di un grano di miglio? oltre all’esser quasi impossibile che lo strumento sia con assoluta giustezza fabbricato e conservato. Tolomeo mostra diffidenza di un strumento armillare fabbricato dall’istesso Archimede per prender l’ingresso del Sole nell’equinoziale.

SIMP. Ma se gli strumenti son cosí sospetti e le osservazioni tanto dubbiose, come potremo noi già mai costituirci in sicurezza e liberarci dalle fallacie? Io avevo sentito predicare gran cose de gli strumenti di Ticone, fatti con immense spese, e della sua singolar diligenza nelle osservazioni.

SALV Tutto questo vi ammetto; ma né quelli né questa bastano per assicurarci in un negozio di tanta importanza. Io voglio che ci serviamo di strumenti maggiori assai assai di quelli di Ticone, esattissimi e fatti con pochissima spesa, il lato de i quali sia di 4, 6, 20, 30 e 50 miglia, sì che un grado sia largo un miglio, un minuto primo 50 braccia, un secondo poco meno di un braccio: ed in somma gli potremo avere, senza spender nulla, di qual grandezza piú ci piacerà. Io, stando in una mia villa vicino a Firenze, osservai manifestamente l’arrivo e la partita del Sole dal solstizio estivo, mentre che una sera nel suo tramontare si addopò a una rupe delle montagne di Pietrapana, lontana circa 60 miglia, lasciando di sé scoperto un sottil filo verso tramontana, la cui larghezza non era la centesima parte del suo diametro, e la seguente sera in simil occaso mostrò pur di sé scoperta una simil parte, ma notabilmente piú sottile, argomento necessario dell’aver egli cominciato a discostarsi dal tropico; ed il regresso del Sole dalla prima alla seconda osservazione non importò sicuramente un minuto secondo nell’orizonte: l’osservazione poi fatta con telescopio esquisito, e che multiplica il disco del Sole piú di mille volte, riesce facile e insieme dilettevole. Ora, con simili strumenti voglio che facciamo le nostre osservazioni nelle stelle fisse, servendoci di alcuna di quelle nelle quali la mutazione dovrebbe esser piú cospicua, quali sono, come già si è dichiarato, le piú remote dall’eclittica, tra le quali la Lira, stella grandissima e vicina al polo dell’eclittica, sarebbe molto opportuna ne i paesi assai settentrionali, operando nella maniera che dirò appresso, ma co ‘l servirmi di altra stella; e già meco medesimo ho appostato un luogo assai accomodato per tale osservazione. Il luogo è un’aperta pianura, sopra la quale si alza verso tramontana una montagna molto eminente, nel vertice della quale è fabbricata una piccola chiesetta, situata da occidente verso oriente, sí che la schiena del suo coperto può segare ad angoli retti il meridiano di qualche abitazione posta nella pianura. Voglio fermare una travetta parallela alla detta schiena o colmo del tetto, e da esso distante un braccio in circa: fermata questa, cercherò nel piano il luogo dal quale una delle stelle del Carro, nel passar per il meridiano, venga ascondendosi doppo la trave già collocata; o vero, quando la trave non fusse tanto grossa che bastasse ad occultar la stella, troverò il posto di dove si vegga la medesima trave tagliare in mezo il disco di essa stella, effetto che con telescopio esquisito si discerne esquisitamente: e se nel luogo di dove tale accidente si scorgerà fusse qualche abitazione, sarà tanto piú comodo; quando che no, farò piantare un palo ben fermo in terra, con nota stabile per indice dove si debba ricostituir l’occhio qualunque volta si voglia reiterar l’osservazione: la prima delle quali osservazioni farò intorno al solstizio estivo, per continuar poi di mese in mese, o quando piú mi piacerà, sino all’altro solstizio; con la quale osservazione si potrà scoprir l’alzamento ed abbassamento della stella, per piccolo che egli sia. E se in tal operazione succederà il poter comprender mutazione alcuna, quale e quanto acquisto si farà in astronomia? poiché con tal mezo, oltre all’assicurarci del moto annuo, potremo venire in cognizione della grandezza e lontananza della medesima stella.

SAGR. Io comprendo benissimo tutto il progresso, e parmi l’operazione tanto facile e accomodata al bisogno, che molto ragionevolmente si potrebbe credere che dall’istesso Copernico o da altro astronomo fusse stata messa in atto.

SALV. A me par tutto l’opposito, perché non ha del verisimile che, se alcuno l’avesse sperimentata, non avesse fatto menzione dell’esito, se succedeva in favore di questa o di quella opinione; oltre che né per questo né per altro fine si trova che alcuno si sia valso di tal modo di osservare, il quale anco, senza telescopio esatto, malamente si potrebbe effettuare.

SAGR. Resto interamente quieto di quanto dite. Ma già che ci avanza gran tempo a notte, se voi desiderate ch’io possa trapassarla con quiete, non vi sia grave esplicarci quei problemi, la dichiarazione de i quali poco fa domandaste di poter differire a dimane; rendeteci in grazia il già conceduto indulto, e lasciati tutti gli altri ragionamenti da banda, venite dichiarandoci come, posti i movimenti che il Copernico attribuisce alla Terra, e ritenendo immobile il Sole e le stelle fisse, ne possano seguire quei medesimi accidenti circa gli alzamenti ed abbassamenti del Sole, circa le mutazioni delle stagioni e le disequalità de i giorni e delle notti etc., nel medesimo modo appunto che nel sistema Tolemaico assai facilmente si apprendono.

SALV Non si deve né si può negare cosa che sia ricercata dal signor Sagredo: e la proroga da me domandata non era ad altro effetto, che per aver tempo di riordinarmi nella fantasia quelle premesse che servono per una larga ed aperta dichiarazione del modo col quale i nominati accidenti seguono tanto nella posizione copernicana quanto nella tolemaica, anzi con assai maggiore agevolezza e semplicità in quella che in questa; onde manifestamente si comprenda, quella ipotesi altrettanto esser facile ad effettuarsi dalla natura, quanto difficile ad esser compresa dall’intelletto. Tuttavia spero, con servirmi d’altra spiegatura che dell’usata dal Copernico, rendere anco la sua apprensione assai meno oscura; per lo che fare proporrò alcune supposizioni per sé note e manifeste, e saranno le seguenti:

Prima. Posto che la Terra, corpo sferico, si volga circa ‘l proprio asse e poli, ciaschedun punto segnato nella sua superficie descrive la circonferenza di un cerchio, maggiore o minore secondo che il punto segnato sarà piú o meno lontano da i poli; e di questi cerchi, massimo è quello che vien disegnato da un punto egualmente lontano da essi poli: e tutti questi cerchi sono tra di loro paralleli; e paralleli, li chiameremo.

Seconda. Essendo la Terra di figura sferica e di sustanza opaca, vien continuamente illuminata dal Sole secondo la metà della sua superficie, restando l’altra metà tenebrosa: ed essendo il termine che distingue la parte illuminata dalla tenebrosa un cerchio massimo, lo chiameremo cerchio terminator della luce.

Terzo. Quando il cerchio terminator della luce passasse per i poli della Terra, taglierebbe (essendo cerchio massimo) tutti i paralleli in parti eguali; ma non passando per i poli, gli taglierà tutti in parti diseguali, trattone il solo cerchio di mezo, che, per esser massimo, vien pur segato in parti eguali.

Quarta. Volgendosi la Terra intorno a i proprii poli, le quantità de i giorni e delle notti vengono determinate da gli archi de i paralleli segati dal cerchio terminator della luce; e l’arco che resta nell’emisferio illuminato prescrive la lunghezza del giorno, e il rimanente è la quantità della notte.

Proposte queste cose, per piú chiara intelligenza di quello che resta da dirsi verremo a descriverne una figura: e prima segneremo la circonferenza di un cerchio, che ci rappresenterà quella dell’orbe magno, descritta nel piano dell’eclittica, e questa divideremo in quattro parti eguali con li due diametri, Capricorno, Granchio, Libra e Ariete, che nell’istesso tempo ci rappresenteranno i quattro punti cardinali, cioè li due solstizii e li due equinozii; e nel centro di tal cerchio noteremo il Sole O, fisso ed immobile. Segnamo ora circa i quattro punti Capricorno, Granchio, Libra e Ariete, come centri, quattro cerchi eguali, li quali ci rappresentino la Terra, in essi in diversi tempi costituita, la quale co ‘l suo centro nello spazio di un anno cammini per tutta la circonferenza Capricorno Ariete Granchio e Libra, muovendosi da occidente verso oriente, cioè secondo l’ordine de’ segni. Già è manifesto che mentre la Terra sia in Capricorno, il Sole apparirà in Granchio, e movendosi la Terra per l’arco Capricorno e Ariete, il Sole apparirà muoversi per l’arco Granchio e Libra, ed in somma scorrere il zodiaco secondo l’ordine de i segni nello spazio di un anno; e con questo primo assunto vien senza controversia sodisfatto all’apparente movimento annuo del Sole sotto l’eclittica.

Ora venendo all’altro movimento, cioè al diurno della Terra in se stessa, bisogna stabilire i suoi poli ed il suo asse, il quale si ha da intendere esser non eretto a perpendicolo sopra il piano dell’eclittica, cioè non parallelo all’asse dell’orbe magno, ma declinante dall’angolo retto gradi 23 e mezo in circa, co ‘l suo polo boreale verso l’asse dell’orbe magno, stante il centro della Terra nel punto solstiziale di Capricorno. Intendendo dunque il globo terrestre avere il suo centro nel punto Capricorno, segneremo i poli ed il suo asse A B, inclinato dal perpendicolo sopra ‘l diametro Capricorno e Granchio gradi 23 e mezo, sí che l’angolo A Capricorno e Granchio venga ad essere il complimento di una quarta, cioè gradi 66 e mezo, e tale inclinazione bisogna intendere esser immutabile; ed il polo superiore A intenderemo essere il boreale, e l’altro B l’australe. Immaginandoci ora la Terra rivolgersi in se stessa circa l’asse A B in ore ventiquattro, pur da occidente verso oriente, verranno da tutti i punti notati nella sua superficie descritti cerchi tra di loro paralleli: segneremo, in questo primo posto della Terra, il massimo C D e li due da esso lontani gradi 23 e mezo, E F sopra e G N sotto, e gli altri due estremi I K, L M, lontani per simile intervallo da i poli A, B; e sí come aviamo notati questi cinque, cosí ne possiamo intendere altri innumerabili, paralleli a questi, descritti da gl’innumerabili punti della terrestre superficie. Intendiamo ora la Terra, co ‘l moto annuo del suo centro trasferirsi ne gli altri luoghi già notati, ma passarvi con tal legge: che il proprio asse A B non solamente non muti inclinazione sopra il piano dell’eclittica, ma non varii anco già mai direzzione, sí che, mantenendosi sempre parallelo a se stesso, riguardi continuamente verso le medesime parti dell’universo o vogliamo dire del firmamento; dove se noi l’intendessimo prolungato, verrebbe co ‘l suo altissimo termine a disegnare un cerchio parallelo ed eguale all’orbe magno Libra Capricorno Ariete e Granchio, come base superiore di un cilindro descritto da se medesimo nel moto annuo sopra l’inferior base Libra Capricorno Ariete e Granchio: e però, stante questa immutabilità d’inclinazione, segneremo quest’altre tre figure intorno a i centri Ariete, Granchio e Libra, simili in tutto e per tutto alla descritta prima intorno al centro Capricorno.

Consideriamo adesso la prima figura della Terra: nella quale, per esser l’asse A B declinante dal perpendicolo sopra il diametro Capricorno Granchio gradi 23 e mezo verso il Sole O, ed essendo l’arco A I pur gradi 23 e mezo, l’illuminazion del Sole illustrerà l’emisferio del globo terrestre esposto verso il Sole (del quale qui se ne vede la metà), diviso dalla parte tenebrosa per il terminator della luce I M; dal quale il parallelo C D, per esser cerchio massimo, verrà diviso in parti eguali, ma gli altri tutti in parti diseguali, essendo che il terminator della luce I M non passa per i lor poli A, B; ed il parallelo I K, insieme con tutti gli altri descritti dentro di esso e piú vicini al polo A, resteranno interi nella parte illuminata, come, all’incontro, gli opposti verso il polo B, contenuti dentro al parallelo L M, resteranno nelle tenebre. Oltre a ciò, per esser l’arco A I eguale all’arco F D e l’arco A F comune, saranno li due I K F, A F D eguali, e ciascheduno una quarta; e perché tutto l’arco I F M è mezo cerchio, sarà l’arco M F una quarta, ed eguale all’altra F K I: e però il Sole O sarà, in questo stato della Terra, verticale a chi fusse nel punto F. Ma per la revoluzione diurna intorno all’asse stabile A B tutti i punti del parallelo E F passano per il medesimo punto F; e però in tal giorno il Sole nel mezo dí sarà verticale a tutti gli abitatori del parallelo E F, e gli sembrerà descriver nel suo moto apparente il cerchio che noi chiamiamo il tropico di Cancro; ma a gli abitatori di tutti i paralleli che sono sopra ‘l parallelo E F, verso il polo boreale A, il Sole declina dal lor vertice verso austro; ed all’incontro, tutti gli abitatori de i paralleli che sono sotto l’E F, verso l’equinoziale C D e ‘l polo austrino B, il Sole meridiano è elevato oltre al lor vertice verso ‘l polo boreale A. Vedesi appresso, come di tutti i paralleli il solo massimo C D è tagliato in parti eguali dal terminator della luce I M; ma gli altri, che sono sotto e sopra il detto massimo, son tutti tagliati in parti diseguali: e de i superiori, gli archi semidiurni, che sono quelli della parte della superficie terrestre illustrata dal Sole, son maggiori de i seminotturni, che restano nelle tenebre; ed il contrario accade de i rimanenti, che sono sotto il massimo C D verso il polo B, de i quali gli archi semidiurni son minori de i seminotturni. Vedesi ancora manifestamente, che le differenze di essi archi si vanno agumentando secondo che i paralleli son piú vicini a i poli, sin tanto che il parallelo I K resta tutto intero nella parte illuminata, e gli abitatori di esso hanno un giorno di ventiquattr’ore senza notte, ed all’incontro il parallelo L M, restando tutto nelle tenebre, ha una notte di ventiquattr’ore senza giorno.

Venghiamo ora alla terza figura della Terra, posta co ‘l suo centro nel punto Granchio, di dove il Sole apparisce essere nel primo punto di Capricorno: già manifestamente si vede, come per non aver l’asse A B mutata inclinazione, ma per essersi conservato parallelo a se stesso, l’aspetto e situazion della Terra è l’istesso a capello che quel della prima figura, salvo che quell’emisferio che nella prima era illuminato dal Sole, in questa resta nelle tenebre, e viene illuminato quello che nel primo posto era tenebroso; onde quello che accadeva prima circa le differenze de i giorni e delle notti, circa l’esser quelli maggiori o minori di queste, ora accade il contrario. E prima si vede, che dove nella prima figura il cerchio I K era tutto nella luce, ora è tutto nelle tenebre, e l’opposto L M ora è tutto nella luce, che prima era tutto tenebroso: dei paralleli tra ‘l cerchio massimo C D e ‘l polo A, sono ora gli archi semidiurni minori de i seminotturni, che prima erano il contrario: de gli altri parimente verso il polo B, sono ora gli archi semidiurni maggiori de i seminotturni, l’opposto di che accadeva nell’altro stato della Terra: vedesi ora il Sole fatto verticale a gli abitatori del tropico G N, ed essersi abbassato verso austro a quelli del parallelo E F per tutto l’arco E C G, cioè gradi 47, ed essere in somma passato dall’uno all’altro tropico traversando l’equinoziale, con alzarsi ed abbassarsi ne’ meridiani il detto spazio di gradi 47: e tutta questa mutazione deriva non dall’inclinarsi o elevarsi la Terra, ma all’incontro dal non si inclinare o elevar già mai, ed in somma dal conservarsi ella sempre nella medesima costituzione rispetto all’universo, solo co ‘l circondare il Sole, situato nel mezo dell’istesso piano nel quale circolarmente se gli muove ella intorno co ‘l movimento annuo. E qui è da notare un accidente maraviglioso, che è, che sí come il conservar l’asse della Terra la medesima direzione verso l’universo, o vogliamo dire verso la sfera altissima delle stelle fisse, fa che il Sole ci appare elevarsi ed inclinarsi per tanto spazio, cioè per gradi 47, e niente inclinarsi o elevarsi le stelle fisse, cosí all’incontro, quando il medesimo asse della Terra si mantenesse continuamente con la medesima inclinazione verso il Sole, o vogliam dire verso l’asse del zodiaco, nissuna mutazione apparirebbe farsi nel Sole circa l’alzarsi e abbassarsi, onde gli abitatori dell’istesso luogo sempre avrebbero le medesime diversità de i giorni e delle notti e la medesima costituzione di stagioni, cioè altri sempre inverno, altri sempre state, altri primavera etc., ma all’incontro grandissima apparirebbe la mutazione nelle stelle fisse circa l’elevarsi ed inclinarsi a noi, che importerebbe i medesimi 47 gradi. Per intelligenza di che, torniamo a considerar lo stato della Terra nella prima figura, dove si vede l’asse A B co ‘l polo superiore A inclinare verso il Sole; ma nella terza figura, avendo il medesimo asse conservata l’istessa direzione verso la sfera altissima, co ‘l mantenersi parallelo a se stesso, non piú inclina verso ‘l Sole co ‘l polo superiore A, ma all’incontro reclina dal primiero stato gradi 47 ed inclina verso la parte opposta: sí che, per restituir la medesima inclinazione dell’istesso polo A verso ‘l Sole, bisognerebbe, co ‘l girar il globo terrestre secondo la circonferenza A C B D, trasportarlo verso E i medesimi 47 gradi; e per tanti gradi qualsivoglia stella fissa osservata nel meridiano apparirebbe essersi elevata o inclinata.

Venghiamo adesso all’esplicazione di quel che resta, e consideriamo la Terra collocata nella quarta figura, cioè co ‘l suo centro nel punto primo della Libra, onde il Sole apparirà nel principio dell’Ariete: e perché l’asse della Terra, che nella prima figura s’intende esser inclinato sopra il diametro Capricorno Granchio, e però esser nel medesimo piano che, segando il piano dell’orbe magno secondo la linea Capricorno Granchio, a quello fusse eretto perpendicolare, trasportato nella quarta figura, e mantenuto, come sempre si è detto, parallelo a se stesso, verrà ad esser in un piano pur eretto alla superficie dell’orbe magno e parallelo al piano che ad angoli retti sega la medesima superficie secondo ‘l diametro Capricorno Granchio, e però la linea che dal centro del Sole va al centro della Terra, quale è la O Libra, sarà perpendicolare all’asse B A: ma la medesima linea che dal centro del Sole va al centro della Terra è sempre perpendicolare ancora al cerchio terminator della luce: però questo medesimo cerchio passerà per i poli A, B nella quarta figura, e nel suo piano sarà l’asse A B. Ma il cerchio massimo passando per i poli de i paralleli, gli divide tutti in parti eguali; adunque gli archi I K, E F, C D, G N, L M saranno tutti mezi cerchi, e l’emisferio illuminato sarà questo che riguarda verso noi e ‘l Sole, e ‘l terminator della luce sarà l’istesso cerchio A C B D, e stante la Terra in questo luogo, farà l’equinozio a tutti li suoi abitatori. E ‘l medesimo accade nella seconda figura, dove la Terra, avendo l’emisferio suo illuminato verso il Sole, mostra a noi l’altro oscuro con li suoi archi notturni, che pur son tutti mezi cerchi; ed in conseguenza qui ancora si fa l’equinozio. E finalmente, essendo che la linea prodotta dal centro del Sole al centro della Terra è perpendicolare all’asse A B, al quale è parimente eretto il cerchio massimo de i paralleli C D, passerà la medesima linea O Libra necessariamente per l’istesso piano del parallelo C D, segando la sua circonferenza nel mezo dell’arco diurno C D; e però il Sole sarà verticale a quello che in tal segamento si trovasse: ma vi passano, portati dalla diurna conversion della Terra, tutti gli abitatori di tal parallelo: adunque tutti questi in tal giorno averanno il Sole meridiano sopra il vertice loro, ed il Sole intanto a tutti gli abitatori della Terra apparirà descrivere il massimo parallelo, detto equinoziale. In oltre, essendo che, stante la Terra in amendue i punti solstiziali, de i cerchi polari I K, L M l’uno resta intero nella luce e l’altro nelle tenebre; ma quando la Terra è ne i punti equinoziali, la metà de i medesimi cerchi polari si trovano nella luce, restando il rimanente nelle tenebre; non doverà esser difficile a intendersi, come passando la Terra, verbigrazia, dal Granchio (dove il parallelo I K è tutto nelle tenebre) nel Leone, cominci una parte del parallelo I K verso il punto I a entrar nella luce, e che il terminator della luce I M cominci a ritirarsi verso i poli A, B, segando il cerchio A C B D non piú in I, M, ma in due altri punti cadenti tra i termini I, A, M, B, de gli archi I A, M B, onde gli abitatori del cerchio I K comincino a goder del lume, e gli altri abitatori del cerchio L M a sentir della notte. Ed ecco, con due semplicissimi movimenti, fatti dentro a tempi proporzionati alle grandezze loro e tra sé non contrarianti, anzi fatti, come tutti gli altri de’ corpi mondani mobili, da occidente verso oriente, assegnati al globo terrestre, rese adequate ragioni di tutte quelle medesime apparenze, per le quali salvare con la stabilità della Terra è necessario (renunziando a quella simmetria che si vede tra le velocità e le grandezze de i mobili) attribuire ad una sfera vastissima sopra tutte le altre una celerità incomprensibile, mentre le altre minori sfere si muovono lentissimamente, e piú far tal moto contrario al movimento di quelle, e, per accrescere l’improbabilità, far che da quella superiore sfera sieno, contro alla propria inclinazione, rapite tutte le inferiori. E qui rimetto al vostro parere il giudicar quello che abbia piú del verisimile.

SAGR. A me, per quello che appartiene al mio senso, si rappresenta non piccola differenza tra la semplicità e facilità dell’operare effetti con i mezi assegnati in questa nuova constituzione, e la multiplicità confusione e difficultà che si trova nell’antica e comunemente ricevuta; ché quando secondo questa multiplicità fusse ordinato questo universo, bisognerebbe in filosofia rimuover molti assiomi comunemente ricevuti da tutti i filosofi, come che la natura non multiplica le cose senza necessità, e che ella si serve de’ mezi piú facili e semplici nel produrre i suoi effetti, e che ella non fa niente indarno, ed altri simili. Io confesso non aver sentita cosa piú ammirabile di questa, né posso credere che intelletto umano abbia mai penetrato in piú sottile speculazione. Non so quello che ne paia al signor Simplicio.

SIMP. Queste (se io devo dire il parer mio con libertà) mi paiono di quelle sottigliezze geometriche, le quali Aristotile riprende in Platone, mentre l’accusa che per troppo studio della geometria si scostava dal saldo filosofare: ed io ho conosciuti e sentiti grandissimi filosofi peripatetici sconsigliar suoi discepoli dallo studio delle matematiche, come quelle che rendono l’intelletto cavilloso ed inabile al ben filosofare; instituto diametralmente contra a quello di Platone, che non ammetteva alla filosofia se non chi prima [si] fusse impossessato della geometria.

SALV. Applaudo al consiglio di questi vostri Peripatetici, di distorre i loro scolari dallo studio della geometria, perché non ci è arte alcuna piú accomodata per scoprir le fallacie loro; ma vedete quanto cotesti sien differenti da i filosofi matematici, li quali assai piú volentieri trattano con quelli che ben son informati della comune filosofia peripatetica, che con quelli che mancano di tal notizia, li quali, per tal mancamento, non posson far parallelo tra dottrina e dottrina. Ma posto questo da banda, ditemi, di grazia, quali stravaganze o troppo sforzate sottigliezze vi rendon meno applausibile questa copernicana costituzione.

SIMP. Io invero non l’ho interamente capita, forse perché non ho né anco ben in pronto le ragioni che de i medesimi effetti vengon prodotte da Tolomeo, dico di quelle stazioni, retrogradazioni, accostamenti e allontanamenti de’ pianeti, accrescimenti e scorciamenti de’ giorni, mutazioni delle stagioni, etc.: ma, lasciate le conseguenze che dependono dalle prime supposizioni, sento nelle supposizioni stesse non piccole difficultà: le quali supposizioni quando vengon atterrate, si tiran dietro la rovina di tutta la fabbrica. Ora, perché tutta la machina del Copernico mi par che si fondi sopra instabili fondamenti, poiché si appoggia su la mobilità della Terra, quando questa sia rimossa, non accade passare ad altre disputazioni; e per rimuover questa parmi che l’assioma d’Aristotile sia sufficientissimo, che di un corpo semplice un solo moto semplice possa esser naturale; ma qui alla Terra, corpo semplice, vengono assegnati 3, se non 4, movimenti, e tra di loro molto differenti; poiché, oltre al moto retto, come grave, verso il centro, che non se gli può negare, se gli attribuisce un moto circolare in un gran cerchio intorno al Sole in un anno, ed una vertigine in se stessa in ventiquattr’ore, e, quello poi che è piú esorbitante e che forse per ciò voi lo tacevi, un’altra vertigine intorno al proprio centro, contraria alla prima delle ventiquattr’ore, e che si compie in un anno. A questo l’intelletto mio sente repugnanza grandissima.

SALV. Quanto al moto in giú, già s’è concluso non esser altrimenti del globo terrestre, che mai di tal movimento non s’è mosso né già mai s’è per muovere; ma è (se pure è) delle parti, per riunirsi al suo tutto. Quanto poi al movimento annuo ed al diurno, questi, essendo fatti per il medesimo verso, sono benissimo compatibili, in quella maniera che se noi lasciassimo andare una palla giú per una superficie declive, ella, nello scendere per quella spontaneamente, girerà in se stessa. Quanto poi al terzo moto attribuitole dai Copernico in se stessa in un anno, solamente per conservare il suo asse inclinato e diretto verso la medesima parte del firmamento, vi dirò cosa degna di grandissima considerazione; cioè, che tantum abest  che (benché fatto al contrario dell’altro annuo) in esso sia repugnanza o difficultà alcuna, che egli naturalissimamente e senza veruna causa motrice compete a qualsivoglia corpo sospeso e librato, il quale, se sarà portato in giro per la circonferenza di un cerchio, immediate per se stesso acquista una conversione circa ‘l proprio centro, contraria a quella che lo porta intorno, e tale in velocità, che amendue finiscono una conversione nell’istesso tempo precisamente. Potrete veder questa mirabile ed accomodata al nostro proposito esperienza, mettendo in un catino d’acqua una palla che vi galleggi, e tenendo il vaso in mano: se vi andrete rivolgendo sopra le piante de’ piedi, vedrete immediatamente cominciar la palla a rivolgersi in se stessa con moto contrario a quel del catino, e finir la sua revoluzione quando finirà quella del vaso. Ora, che altro è la Terra che un globo pensile e librato in aria tenue e cedente, il quale, portato in giro in un anno per la circonferenza di un gran cerchio, ben deve acquistar senz`altro motore una vertigine circa ‘l proprio centro, annua e contraria all’altro movimento pur annuo? Voi vedrete quest’effetto; ma se poi andrete piú accuratamente considerando, vi accorgerete quest’esser non cosa reale, ma una semplice apparenza, e quello che vi assembra un rivolgersi in se stesso, essere un non si muovere ed un conservarsi del tutto immutabile rispetto a tutto quello che fuor di voi e del vaso resta immobile: perché, se in quella palla segnerete qualche nota, e considererete verso qual parte del muro della stanza dove sete, o della campagna o del cielo, ella riguarda, vedrete tal nota, nel rivolgimento del vaso e vostro, riguardar sempre verso quella medesima parte; ma paragonandola al vaso ed a voi stesso, che sete mobili, ben apparirà ella andar mutando direzione, e con movimento contrario al vostro e del vaso andar ricercando tutti i punti del giro di quello; talché con maggior verità si può dire che voi ed il vaso giriate intorno alla palla immobile, che ch’essa si volga drento al vaso. In tal guisa la Terra, sospesa e librata nella circonferenza dell’orbe magno, e situata in tal modo che una delle sue note, qual sarebbe per esempio il suo polo boreale, riguardi verso una tale stella o altra parte del firmamento, verso la medesima si mantien sempre diretta, benché portata co ‘l moto annuo per la circonferenza di esso orbe magno. Questo solo è bastante a far cessare la maraviglia e rimuovere ogni difficultà: ma che dirà il signor Simplicio se a questa non indigenza di causa cooperante aggiugneremo una mirabile virtú intrinseca del globo terrestre, di riguardar con sue determinate parti verso determinate parti del firmamento? Parlo della virtú magnetica, participata costantissimamente da qualsivoglia pezzo di calamita. E se ogni minima particella di tal pietra ha in sé tal virtú, chi vorrà dubitare, la medesima piú altamente risedere in tutto questo globo terreno, abbondante di tal materia, e che forse egli stesso, quanto alla sua interna e primaria sustanza, altro non è che un’immensa mole di calamita?

SIMP. Adunque voi sete di quelli che aderiscono alla magnetica filosofia di Guglielmo Gilberto?

SALV. Sono per certo, e credo d’aver per compagni tutti quelli che attentamente avranno letto il suo libro e riscontrate le sue esperienze; né sarei fuor di speranza che quello che è intervenuto a me in questo caso, potesse accadere a voi ancora, tuttavolta che una curiosità simile alla mia ed un conoscere che infinite cose restano in natura incognite a gl’intelletti umani, con liberarvi dalla schiavitudine di questo o di quel particolare scrittore delle cose naturali, allentasse il freno al vostro discorso e rammorbidisse la contumacia e renitenza del vostro senso, sí che ei non negasse tal ora di dare orecchio a voci non piú sentite. Ma (siami permesso d’usar questo termine) la pusillanimità de gl’ingegni comuni è giunta a segno, che non solamente alla cieca fanno dono, anzi tributo, del proprio assenso a tutto quello che trovano scritto da quelli autori che nella prima infanzia de’ loro studii gli furono accreditati da i lor precettori, ma recusano di ascoltare, non che di esaminare, qual si sia nuova proposizione o problema, benché non solamente non sia stato confutato, ma né pure esaminato né considerato, da i loro autori: de’ quali uno è questo, di investigare qual sia la vera, propria, primaria, interna e general materia e sustanza di questo nostro globo terrestre; che, benché né ad Aristotile né ad altri, prima che al Gilberto, sia caduto in mente di pensare se possa esser calamita, non che né Aristotile né altri abbiano confutata una tale opinione, tuttavia mi son io incontrato in molti che al primo motto di questo, quasi cavallo che adombri, si sono ritirati in dietro e sfuggito di trattarne, spacciando un tal concetto per una vana chimera, anzi per una solenne pazzia; e forse il libro del Gilberto non mi sarebbe venuto nelle mani, se un filosofo peripatetico di gran nome, credo per assicurar la sua libreria dal contagio, non me n’avesse fatto dono.

SIMP. Io, che liberamente confesso essere stato uno de gl’ingegni comuni, e solamente da questi pochi giorni in qua, che mi è stato conceduto d’intervenire a i ragionamenti vostri, conosco di essermi alquanto sequestrato dalle strade trite e popolari, non però mi sento per ancora sollevato tanto, che le scabrosità di questa nuova fantastica opinione non mi sembrino molto ardue e difficili da superarsi.

SALV. Se quello che scrive il Gilberti è vero, non è opinione, ma suggetto di scienza; non è cosa nuova, ma antichissima quanto la Terra stessa; né potrà (essendo vera) esser aspra né difficile, ma piana ed agevolissima; ed io, quando vi piaccia, vi farò toccar con mano come voi da per voi stesso vi fate ombra, ed avete in orrore cosa che nulla tiene in sé di spaventoso, quasi piccolo fanciullo che ha paura della tregenda senza sapere di lei altro che il nome, come quella che oltre al nome non è nulla.

SIMP. Avrò piacere d’esser illuminato e tratto d’errore.

SALV. Rispondetemi dunque alle domande ch’io vi farò. E prima, ditemi se voi credete che questo nostro globo, che noi abitiamo e nominiamo Terra, consti di una sola e semplice materia, o pur sia un aggregato di materie diverse tra di loro.

SIMP. Io lo veggo composto di sustanze e corpi molto diversi; e prima, per le maggiori parti componenti, veggo l’acqua e la terra, sommamente tra di loro differenti.

SALV. Lasciamo da parte per ora i mari e l’altr’acque, e consideriamo le parti solide; e ditemi s’elle vi paiono tutte una cosa stessa, o pur cose diverse.

SIMP. Quanto all’apparenza, io le veggo diverse, trovandosi grandissime campagne di infeconda arena, ed altre di terreni fecondi e fruttiferi; veggonsi infinite montagne sterili ed alpestri, ripiene di duri sassi e pietre di diversissime sorte, come porfidi, alabastri, diaspri e mille e mill’altre sorte di marmi; ci sono le miniere vastissime de i metalli di tante spezie, ed in somma tante diversità di materie, che un giorno intero non basterebbe a numerarle solamente.

SALV. Ora, di tutte queste diverse materie, credete voi che nel compor questa gran massa concorrano porzioni eguali, o pur che tra tutte ce ne sia una parte che di gran lunga superi le altre e sia come materia e sustanza principale della vasta mole?

SIMP. Credo che le pietre, i marmi, i metalli, le gemme e l’altre tante materie diverse, sieno appunto come gioie ed ornamenti esteriori e superficiali del primario globo, che in mole penso che smisuratamente superi tutte quest’altre cose.

SALV. E questa principale e vasta mole, della quale le nominate cose son quasi escrescenze ed ornamenti, di che materia credete che sia composta?

SIMP. Penso che sia il semplice, o meno impuro, elemento della terra.

SALV. Ma per terra che cosa intendete voi? forse questa ch’è sparsa per le campagne, la quale si rompe con le vanghe e con gli aratri, dove si seminano i grani e si piantano i frutti, e dove spontaneamente nascono boscaglie grandissime, e che in somma è l’abitazione di tutti gli animali e la matrice di tutti i vegetabili?

SIMP. Cotesta direi io che fusse la primaria sustanza di questo nostro globo.

SALV. Oh questo non pare a me che sia ben detto; perché questa terra, che si rompe, si semina, e che è fruttifera, è una parte, e ben sottile, della superficie del globo, la quale non si profonda salvo che per breve spazio, in comparazione della distanza sino al centro: e l’esperienza ci mostra che non molto si cava al basso, che si trovano materie diverse assai da questa esterior corteccia, piú sode e non buone alle produzioni de i vegetabili; oltre che le parti piú interne, come premute da gravissimi pesi che a loro soprastanno, è credibile che siano costipate e dure quanto qualsivoglia durissimo scoglio. Aggiugnete a questo, che indarno sarebbe stata contribuita la fecondità a quelle materie che già mai non erano per produr frutto, ma per restare eternamente sepolte ne’ profondi e tenebrosi abissi della Terra.

SIMP. E chi ci assicura che le parti piú interne e vicine al centro siano infeconde? forse hanno esse ancora le lor produzioni di cose ignote a noi.

SALV. Voi, quanto qualsisia altri, potreste di ciò esser certo, come quello che ben potete comprendere, che se i corpi integranti dell’universo son prodotti solo per benefizio del genere umano, questo sopra tutti gli altri deve esser destinato a i soli comodi di noi abitatori suoi: ma qual benefizio potremo ritrarre da materie talmente a noi recondite e remote, che già mai non siamo per farcele trattabili? Non può dunque l’interna sustanza di questo nostro globo essere una materia frangibile dissipabile e nulla coerente, come questa superficiale che noi chiamiamo terra; ma convien che sia corpo densissimo e solidissimo, ed in somma una durissima pietra. E se ella pur debbe esser tale, qual ragione vi ha da far piú renitente al creder che ella sia una calamita, che un porfido, un diaspro o altro marmo duro? Forse quando il Gilberto avesse scritto che questo globo è interiormente fatto di pietra serena o di calcidonio, il paradosso vi sarebbe parso meno esorbitante?

SIMP. Che le parti di questo globo piú interne siano piú compresse, e per ciò piú costipate e solide, e piú e piú tali secondo che elle si profondan piú, lo concedo, e lo concede anco Aristotile; ma che elle degenerino, e sieno altro che terra della medesima sorta che questa delle parti superficiali, non sento cosa che mi necessiti a concederlo.

SALV. Io non ho intrapreso questo ragionamento a fine di concludervi demostrativamente che la primaria e real sustanza di questo nostro globo sia calamita, ma solamente per mostrarvi, niuna ragione ritrovarsi per la quale altri deva esser piú renitente a conceder che ei sia di calamita, che di qualche altra materia. E voi, se andrete ben considerando, troverete, non esser improbabile che un solo puro ed arbitrario nome abbia mossi gli uomini a creder che ei sia di terra; e questo è l’essersi serviti comunemente da principio di questo nome terra per significar tanto quella materia che si ara e si semina, quanto per nominar questo nostro globo; la denominazion del quale se si fusse presa dalla pietra, come non meno poteva prendersi da quella che dalla terra, il dir che la sustanza primaria di esso fusse pietra non arebbe sicuramente trovato renitenza o contradizione in alcuno: e questo ha tanto piú del probabile, quanto io tengo per fermo, che quando si potesse scortecciar questo gran globo, levandone un suolo grosso mille o duamila braccia, e separar poi le pietre dalla terra, molto e molto maggior sarebbe il cumulo de i sassi, che quello del terreno fecondo. Delle ragioni poi che concludentemente provino, de facto, questo nostro globo esser di calamita, io non ve ne ho prodotte nessuna, né questo è tempo di produrle, e massimo che con vostra comodità le potrete vedere nel Gilberto; solo, per inanimirvi a leggerlo, vi voglio esporre con certa mia similitudine il progresso che egli tiene nel suo filosofare. So che voi sapete benissimo quanto la cognizione de gli accidenti conferisca alla investigazione della sustanza ed essenza delle cose: però voglio che usiate diligenza di ben informarvi di molti accidenti e proprietà che singolarmente si trovano nella calamita, e non in altra pietra né in altro corpo, come sarebbe, per esempio, dell’attrarre il ferro, del conferirgli, solo con la sua presenza, la medesima virtú, di comunicargli parimente proprietà di riguardar verso i poli, sí come una tale ritiene ella in se medesima; ed oltre a questa, fate di veder per prova come in lei risiede virtú di conferire all’ago magnetico non solamente il drizzarsi sotto un meridiano verso i poli con moto orizontale (proprietà già piú tempo fa conosciuta), ma un nuovamente osservato accidente di declinare (stando bilanciato sotto il meridiano già segnato sopra una sferetta di calamita), declinar, dico, sino a’ determinati segni piú e meno, secondo che tal ago si terrà piú o meno vicino al polo, sin che sopra l’istesso polo si pianta eretto a perpendicolo, dove che sopra le parti di mezo sta parallelo all’asse. Di piú, proccurate di far prova, come risedendo la virtú di attrarre il ferro vigorosa assai piú verso i poli che circa le parti di mezo, tal forza è notabilmente piú gagliarda nell’uno che nell’altro polo, e questo in tutti i pezzi di calamita, il polo piú gagliardo de’ quali è quello che riguarda verso austro. Notate appresso, che in una piccola calamita questo polo australe, e piú valoroso dell’altro, diventa piú debile qualunque volta e’ deva sostenere il ferro alla presenza del polo boreale di un’altra calamita assai maggiore: e per non far lungo discorso, assicuratevi con l’esperienza di queste ed altre molte proprietà descritte dal Gilberto, le quali tutte sono talmente proprie della calamita, che nessuna di loro compete a veruna altra materia. Ditemi ora, signor Simplicio: quando vi fussero proposti mille pezzi di diverse materie, ma ciascheduno coperto e rinvolto in un panno sotto il quale ei si occultasse, e vi fusse domandato che, senza scoprirgli, voi faceste opera d’indovinare da segni esteriori la materia di ciascheduno, e che, nel tentare, voi vi incontraste in uno il quale mostrasse apertamente di aver tutte le proprietà da voi già conosciute risedere nella sola calamita e non in veruna altra materia, che giudizio fareste voi dell’essenza di tal corpo? direste voi che potesse essere un pezo d’ebano o di alabastro o di stagno?

SIMP. Direi, senza punto dubitare, che fusse un pezzo di calamita.

SALV. Quando ciò sia, dite pur risolutamente che sotto questa coverta e scorza, di terra, di pietre, di metalli, di acqua etc., si nasconde una gran calamita, poiché intorno ad essa si riconoscono, da chi di osservargli si prende cura, tutti quei medesimi accidenti che ad un verace e scoperto globo di calamita competer si scorgono: ché quando altro non si vedesse che quello dell’ago declinatorio, che, portato intorno alla Terra, piú e piú s’inclina con l’avvicinarsi al polo boreale, e meno declina verso l’equinoziale, sotto il quale si riduce finalmente all’equilibrio, dovrebbe bastare a persuadere ogni piú renitente giudizio. Taccio quell’altro mirabile effetto che sensatamente si vede in tutti i pezzi di calamita: de i quali a noi, abitatori dell’emisferio boreale, il polo meridionale di essa calamita è piú gagliardo dell’altro, e la differenza si scorge maggiore quanto piú altri si allontana dall’equinoziale; e sotto l’equinoziale amendue le parti sono di forze eguali, ma notabilmente piú deboli; ma nelle regioni meridionali, lontano dall’equinoziale, si cangia natura, e quella parte che a noi era piú debile, acquista vigore sopra l’altra: e tutto questo confronta con quello che veggiamo farsi da un piccol pezzetto di calamita alla presenza di un grande, la virtú del quale, prevalendo al minore, se lo rende obbediente, e secondo ch’e’ si terrà di qua o di là dall’equinoziale della grande, fa le mutazioni medesime che ho detto farsi da ogni calamita portata di qua o di là dall’equinozial della Terra.

SAGR. Io rimasi persuaso alla prima lettura del libro del Gilberto; ed avendo incontrato un pezzo di calamita eccellentissima, feci per lungo tempo molte osservazioni, e tutte degne d’estrema meraviglia; ma sopra a tutte a me pare stupenda quella dell’accrescergli tanto la facultà del sostenere un ferro, con l’armarla nel modo che ‘l medesimo autore insegna: ed io, con armare quel mio pezzo, gli multiplicai la forza in ottupla proporzione, e dove disarmata non sosteneva appena nove once di ferro, armata ne sosteneva piú di sei libbre; e forse voi arete veduto questo medesimo pezzo nella Galleria del Serenissimo Gran Duca vostro (al quale io la cedetti), sostenente due ancorette di ferro.

SALV. Io molte volte la veddi, e con gran meraviglia, sin che altro assai maggior stupore mi porse un piccolo pezzetto che si ritrova in mano del nostro Accademico; il quale, non essendo piú che once sei di peso, né sostenendo disarmato altro che once dua appena, armato ne sostiene 160, sí che viene a regger 80 volte piú armato che disarmato, ed a regger peso 26 volte maggiore del suo proprio: maraviglia assai maggiore di quello che aveva potuto incontrare il Gilberti, che scrive non aver potuto incontrar calamita che arrivi a sostenere il quadruplo del proprio peso.

SAGR. Gran campo di filosofare mi par che porga questa pietra a gl’intelletti umani: ed io l’ho ben mille volte meco medesimo specolato, come possa esser che ella porga a quel ferro, che l’arma, forza tanto superiore alla sua propria, e finalmente non trovo cosa che mi quieti; né molto costrutto cavo da quel che circa questo particolare scrive il Gilberto. Non so se l’istesso avvenga a voi.

SALV. Io sommamente laudo ammiro ed invidio questo autore, per essergli caduto in mente concetto tanto stupendo circa a cosa maneggiata da infiniti ingegni sublimi, né da alcuno avvertita; parmi anco degno di grandissima laude per le molte nuove e vere osservazioni fatte da lui, in vergogna di tanti autori mendaci e vani, che scrivono non sol quel che sanno, ma tutto quello che senton dire dal vulgo sciocco, senza cercare di assicurarsene con esperienza, forse per non diminuire i lor libri: quello che avrei desiderato nel Gilberti, è che fusse stato un poco maggior matematico, ed in particolare ben fondato nella geometria, la pratica della quale l’avrebbe reso men risoluto nell’accettare per concludenti dimostrazioni quelle ragioni ch’ei produce per vere cause delle vere conclusioni da sé osservate; le quali ragioni (liberamente parlando) non annodano e stringono con quella forza che indubitabilmente debbon fare quelle che di conclusioni naturali, necessarie ed eterne, si possono addurre: e io non dubito che co ‘l progresso del tempo si abbia a perfezionar questa nuova scienza, con altre nuove osservazioni, e piú con vere e necessarie dimostrazioni. Né per ciò deve diminuirsi la gloria del primo osservatore; né io stimo meno, anzi ammiro piú assai, il primo inventor della lira (benché creder si debba che lo strumento fusse rozissimamente fabbricato, e piú rozamente sonato), che cent’altri artisti che nei i conseguenti secoli tal professione ridussero a grand’esquisitezza: e parmi che molto ragionevolmente l’antichità annumerasse tra gli Dei i primi inventori dell’arti nobili, già che noi veggiamo il comune de gl’ingegni umani esser di tanta poca curiosità, e cosí poco curanti delle cose pellegrine e gentili, che nel vederle e sentirle esercitar da professori esquisitamente non per ciò si muovono a desiderar d’apprenderle; or pensate se cervelli di questa sorta si sariano giamai applicati a volere investigar la fabbrica della lira o all’invenzion della musica, allettati dal sibilo de i nervi secchi di una testuggine o dalle percosse di quattro martelli. L’applicarsi a grandi invenzioni, mosso da piccolissimi principii, e giudicar sotto una prima e puerile apparenza potersi contenere arti maravigliose, non è da ingegni dozinali, ma son concetti e pensieri, di spiriti sopraumani. Ora, rispondendo alla vostra domanda, dico che io ancora lungamente ho pensato per ritrovar qual possa essere la cagione di questa cosí tenace e potente congiunzione che noi veggiamo farsi tra l’un ferro, che arma la calamita, e l’altro che a quello si congiugne: e prima mi sono assicurato che la virtú e forza della pietra non si agumenta punto per essere armata, per ciò che né attrae da maggior distanza, né meno sostiene piú validamente un ferro tra ‘l quale e l’armadura s’interponga una sottilissima carta, sino a una foglia d’oro battuto; anzi con tale interposizione piú ferro sostiene l’ignuda che l’armata: non ci è dunque mutazione nella virtú, e pure ci è innovazione nell’effetto: e perché è necessario che di nuovo effetto nuova sia la cagione, ricercando qual novità si introduca nell’atto del sostener con l’armadura, altra mutazione non si scorge che nel diverso toccamento, ché dove prima ferro toccava calamita, ora ferro tocca ferro; adunque bisogna necessariamente concludere, i diversi toccamenti esser causa della diversità de gli effetti. La diversità poi tra i contatti, non veggo che possa derivar da altro che dall’esser la sustanza del ferro di parti piú sottili, piú pure e piú costipate, che quelle della calamita, che son piú grosse, men pure e piú rare; dal che ne segue, che le superficie de’ due ferri che s’hanno da toccare, mentre sieno esquisitamente spianate forbite e lustrate, tanto esattamente si congiungono, che tutti gl’infiniti punti dell’una si incontrano con gl’infiniti dell’altra, sí che i filamenti (per cosí dire) che collegano i due ferri, sono molti piú di quelli che collegano calamita con ferro, per esser la sustanza della calamita piú porosa e men sincera, che fa che non tutti i punti e filamenti della superficie del ferro trovino nella superficie della calamita riscontri con chi unirsi. Che poi la sustanza del ferro (e massimo del ben purificato, qual è l’acciaio finissimo) sia di parti grandemente piú dense sottili e pure che la materia della calamita, si vede dal potersi ridurre il suo taglio ad una sottigliezza estrema, qual è il taglio del rasoio, alla quale mai non si condurrebbe a gran segno quel d’un pezzo di calamita. L’impurità poi della calamita, e l’esser mescolata con altre qualità di pietre, prima sensatamente si scorge dal colore di alcune macchiette, per lo piú biancheggianti, e poi dal presentargli un ago pendente da un filo, il quale sopra tali pietruzze non si può posare, ma, attratto dalle parti circonfuse, par che sfugga quelle e salti sopra la calamita contigua ad esse; e come alcune di tali parti eterogenee son per la grandezza loro molto visibili, cosí possiamo credere altre in gran copia, per la lor piccolezza incospicue, esserne disseminate per tutta la massa. Confermasi quanto io dico (cioè che la moltitudine de’ toccamenti che si fanno tra ferro e ferro è causa del tanto saldo congiugnimento) da una esperienza: la qual è, che se noi presenteremo l’aguzza punta d’un ago all’armatura della calamita, non piú validamente se gli attaccherà che alla medesima ignuda; il che da altro non può derivare che dall’esser i due toccamenti eguali, cioè amendue di un sol punto. Ma che piú? prendasi un ago e pongasi sopra la calamita sí che una delle sue estremità sporga alquanto infuori, ed a quella si appresenti un chiodo, al quale subito l’ago si attaccherà, in maniera che ritirando in dietro il chiodo, l’ago si ridurrà sospeso, ed attaccato con le sua estremità alla calamita ed al ferro, e ritirando ancora piú il chiodo, staccherà l’ago dalla calamita, se però la cruna dell’ago sarà unita al chiodo e la punta alla calamita; ma se la cruna sarà verso la calamita, nel rimuovere il chiodo l’ago resterà attaccato con la calamita, e questo (per mio giudizio) non per altro, se non che, per esser l’ago piú grosso verso la cruna, tocca in molti più punti che non fa l’acutissima punta.

SAGR. Tutto il discorso mi è parso molto concludente, e quest’esperienze dell’ago me lo rendon di poco inferiore a una dimostrazion matematica: ed ingenuamente confesso di non avere in tutta la filosofia magnetica sentito o letto altrettanto, che con simil efficacia renda ragione di alcun altro de’ suoi tanti maravigliosi accidenti; de i quali se avessimo le cause con tanta chiarezza spiegate, non so qual piú suave cibo potesse desiderare l’intelletto nostro.

SALV. Nell’investigar le ragioni delle conclusioni a noi ignote, bisogna aver ventura d’indirizzar da principio il discorso verso la strada del vero; per la quale quando altri si incammina, agevolmente accade che s’incontrino altre ed altre proposizioni conosciute per vere, o per discorsi o per esperienze, dalla certezza delle quali la verità della nostra acquisti forza ed evidenza, come appunto è accaduto a me del presente problema: del quale volendo io con qualche altro riscontro assicurarmi se la ragione da me investigata fusse vera, cioè che la sustanza della calamita fusse veramente assai men continuata che quella del ferro o dell’acciaio, feci, da quei maestri che lavorano nella Galleria del Gran Duca mio Signore, spianare una faccia di quel medesimo pezzo di calamita che già fu vostro, e poi quanto piú fu possibile pulire e lustrare; dove con mio contento toccai con mano quel ch’io cercavo. Imperocché si scopersero molte macchie di color diverso dal resto, ma splendide e lustre quanto qualsivoglia piú densa pietra dura; il resto del campo era pulito, ma al tatto solamente, non essendo punto lustrante, anzi come da caligine annebbiato: e questa era la sustanza della calamita; e la splendida, di altre pietre mescolate tra quella, sí come sensatamente si conosceva dall’accostar la faccia spianata sopra limatura di ferro, la quale in gran copia saltava alla calamita, ma né pure una sola stilla alle dette macchie; le quali erano molte; alcune, grandi quanto la quarta parte di un’ugna; altre, alquanto minori; moltissime poi le piccole; e le appena visibili, quasi che innumerabili. Onde io mi assicurai, verissimo essere stato il mio concetto, quando prima giudicai dover la sustanza della calamita esser non fissa e serrata, ma porosa o per meglio dire spugnosa, ma con questa differenza, che dove la spugna nelle sue cavità e cellule contiene aria o acqua, la calamita ha le sue ripiene di pietra durissima e grave, come ci dimostra l’esquisito lustro che esse ricevono: onde, come da principio dissi, applicando la superficie del ferro alla superficie della calamita, le minime particelle del ferro, benché continuatissime forse piú di quelle di qualsivoglia altro corpo (sí come ci mostra il lustrarsi egli piú di qualsivoglia altra materia), non tutte, anzi poche, incontrano sincera calamita, ed essendo pochi i contatti, debile è l’attaccamento; ma perché l’armadura della calamita, oltre al toccar gran parte della sua superficie, si veste anco della virtú delle parti vicine, ancorché non tocche, essendo esattamente spianata quella sua faccia alla quale si applica l’altra, pur similmente bene spianata, del ferro da esser sostenuto, il toccamento si fa di innumerabili minime particelle, se non forse de gl’infiniti punti di amendue le superficie, per lo che l’attaccamento ne riesce gagliardissimo. Questa osservazione, di spianar le superficie de i ferri che si hanno a toccare, non fu avvertita dal Gilberti; anzi egli fa i ferri colmi, sí che piccolo è il lor contatto, onde avviene che minor assai sia la tenacità con la quale essi ferri si attaccano.

SAGR. Resto dall’assegnata ragione, come dissi pur ora, poco meno appagato che se ella fusse una pura dimostrazion geometrica; e perché si tratta di problema fisico, stimo che anco il signor Simplicio si troverà sodisfatto, per quanto comporta la scienza naturale, nella quale ei sa che non si deve ricercar la geometrica evidenza.

SIMP. Parmi veramente che il signor Salviati con bel circuito di parole abbia sí chiaramente spiegata la causa di quest’effetto, che qualsivoglia mediocre ingegno, ancorché non scienziato, ne potrebbe restar capace: ma noi, contenendoci dentro a’ termini dell’arte, riduchiamo la causa di questi e simili altri effetti naturali alla simpatia, che è certa convenienza e scambievole appetito che nasce tra le cose che sono tra di loro simiglianti di qualità; sí come, all’incontro, quell’odio e nimicizia, per la quale altre cose naturalmente si fuggono e si hanno in orrore, noi addimandiamo antipatia.

SAGR. E cosí con questi due nomi si vengono a render ragioni di un numero grande di accidenti ed effetti, che noi veggiamo, non senza maraviglia, prodursi in natura. Ma questo modo di filosofare mi par che abbia gran simpatia con certa maniera di dipignere che aveva un amico mio, il quale sopra la tela scriveva con gesso: «Qui voglio che sia il fonte, con Diana e sue ninfe; qua, alcuni levrieri: in questo canto voglio che sia un cacciatore, con testa di cervio; il resto, campagna, bosco e collinette»; il rimanente poi lasciava con colori figurare al pittore: e cosí si persuadeva d’aver egli stesso dipinto il caso d’Atteone, non ci avendo messo di suo altro che i nomi. Ma dove ci siamo condotti con sí lunga digressione, contro alle nostre già stabilite costituzioni? Quasi mi è uscito di mente qual fusse la materia che trattavamo allora che deviammo in questo magnetico discorso; e pure avevo per la mente non so che da dire in quel proposito.

SALV Eramo su ‘l dimostrare, quel terzo moto attribuito dal Copernico alla Terra non esser altrimenti un movimento, ma una quiete, ed un mantenersi immutabilmente diretta con sue determinate parti verso le medesime e determinate parti dell’universo, cioè un conservar perpetuamente l’asse della sua diurna revoluzione parallelo a se stesso e riguardante verso tali stelle fisse: il qual costantissimo stato dicevamo competer naturalmente ad ogni corpo librato e sospeso in un mezo fluido e cedente, che, benché portato in volta, non mutava direzione rispetto alle cose esterne, ma pareva solamente girare in se stesso rispetto a quello che lo portava ed al vaso nel quale era portato. Aggiugnemmo poi, a questo semplice e naturale accidente, la virtú magnetica, per la quale il globo terrestre tanto piú saldamente poteva contenersi immutabile, etc.

SAGR. Già mi sovvien del tutto: e quel che allor mi passava per la mente, e che volevo produrre, era certa considerazione intorno alla difficultà e instanza del signor Simplicio, la quale egli promoveva contro alla mobilità della Terra, presa dalla multiplicità de’ moti, impossibile ad attribuirsi ad un corpo semplice, del quale, in dottrina d’Aristotile, un solo e semplice movimento può esser naturale; e quello ch’io volevo mettere in considerazione, era appunto la calamita, alla quale noi sensatamente veggiamo competer naturalmente tre movimenti: l’uno, verso il centro della Terra, come grave; il secondo è il moto circolare orizontale, per il quale restituisce e conserva il suo asse verso determinate parti dell’universo; il terzo è questo, nuovamente scoperto dal Gilberto, d’inclinar il suo asse, stante nel piano di un meridiano, verso la superficie della Terra, e questo piú e meno secondo che ella sarà distante dall’equinoziale, sotto ‘l quale resta parallelo all’asse della Terra. Oltre a questi tre, non è forse improbabile che possa averne un quarto, di rigirarsi intorno al proprio asse, qualunque volta ella fusse librata e sospesa in aria o altro mezo fluido e cedente, sí che tutti gli esterni ed accidentarii impedimenti fussero tolti via; ed a questo pensiero mostra di applaudere ancora l’istesso Gilberto. Talché, signor Simplicio, vedete quanto resti titubante l’assioma d’Aristotile.

SIMP. Questo non solo non va a ferire il pronunziato, ma né pure è drizzato alla sua volta, avvenga che egli parli d’un corpo semplice e di quello che ad esso possa naturalmente convenire, e voi opponete ciò che avviene ad un misto; né dite cosa nuova in dottrina d’Aristotile, perché egli ancora concede a i misti moto composto etc.

SAGR. Fermate un poco, signor Simplicio, e rispondetemi all’interrogazioni ch’io vi farò. Voi dite che la calamita non è corpo semplice, ma è un misto: ora io vi domando quali sono i corpi semplici che si mescolano nel compor la calamita.

SIMP. Io non vi saprò dire gl’ingredienti né la dose precisamente, ma basta che sono corpi elementari.

SAGR. Tanto basta a me ancora. E di questi corpi semplici elementari quali sono i moti loro naturali?

SIMP. Sono i due semplici retti, sursum et deorsum.

SAGR. Ditemi appresso: credete voi che ‘l moto che resterà naturale di tal corpo misto debba essere uno che possa risultare dal componimento de i due moti semplici naturali de i corpi semplici componenti, o pur che possa esser anco un moto impossibile a comporsi di quelli?

SIMP. Credo che si moverà del moto risultante dal componimento de’ moti de’ corpi semplici componenti, e che d’un moto impossibile a comporsi di questi impossibil sia che si possa muovere.

SAGR. Ma, signor Simplicio, con due moti retti semplici voi non comporrete mai un moto circolare, quali sono li due o i tre circolari diversi che ha la calamita. Vedete dunque in quali angustie conducono i mal fondati principii, o, per dir meglio, le mal tirate consequenze da principii buoni: che adesso sete costretto a dire che la calamita sia un misto composto di sustanze elementari e di celesti, se volete mantenere che ‘l moto retto sia solo de gli elementi, e ‘l circolare de’ corpi celesti. Però, se volete piú sicuramente filosofare, dite che de’ corpi integranti dell’universo, quelli che son per natura mobili, si muovon tutti circolarmente, e che però la calamita, come parte della verace primaria ed integral sustanza del nostro globo, ritien della medesima natura; ed accorgetevi con questa fallacia, che voi chiamate corpo misto la calamita, e corpo semplice il globo terrestre, il quale si vede sensatamente esser centomila volte piú composto, poiché, oltre il contenere mille e mille materie tra sé diversissime, contien egli gran copia di questa che voi chiamate mista, dico della calamita. Questo mi pare il medesimo, che se altri chiamasse il pane corpo misto, e corpo semplice l’ogliopotrida, nella quale entrasse anco non piccola quantità di pane, oltre a cento diversi companatici. Mirabil cosa mi sembra invero, tra l’altre, questa de i Peripatetici, li quali concedono (né posson negarlo) che il nostro globo terrestre sia de facto un composto di infinite materie diverse; concedono appresso, de i corpi composti il moto dovere esser composto; i moti che si posson comporre sono il retto e ‘l circolare, atteso che i due retti, per esser contrarii, sono incompatibili tra di loro; affermano, l’elemento puro della terra non si ritrovare; confessano che ella non si è mossa già mai di verun movimento locale: e poi voglion porre in natura quel corpo che non si trova, e farlo mobile di quel moto che mai non ha egli esercitato né mai è per esercitare; ed a quel corpo che è ed è stato sempre, negano quel moto che prima concedettero dovergli naturalmente convenire.

SALV. Di grazia, signor Sagredo, non ci affatichiam piú in questi particolari, e massime che voi sapete che il fin nostro non è stato di determinar risolutamente o accettar per vera questa o quella opinione, ma solo di propor per nostro gusto quelle ragioni e risposte che per l’una e per l’altra parte si possono addurre; e il signor Simplicio risponde questo in riscatto de’ suoi Peripatetici: però lasciamone il giudizio in pendente, e la determinazione in mano di chi ne sa piú di noi. E perché mi pare che assai a lungo si sia in questi tre giorni discorso circa il sistema dell’universo, sarà ormai tempo che venghiamo all’accidente massimo, dal quale presero origine i nostri ragionamenti; parlo del flusso e reflusso del mare, la cagione del quale pare che assai probabilmente si possa referire a i movimenti della Terra: ma ciò, quando vi piaccia, riserberemo al seguente giorno. In tanto, per non me lo scordare, voglio dirvi certo particolare, al quale non vorrei che il Gilberto avesse prestato orecchio; dico dell’ammettere che quando una piccola sferetta di calamita potesse esattamente librarsi, ella fusse per girare in se stessa: perché nissuna ragione vi è per la quale ella ciò far dovesse. Imperocché, se tutto il globo terrestre ha da natura di volgersi intorno al proprio centro in ventiquattr’ore, e ciò aver debbono ancora tutte le sue parti, dico di girare, insieme co ‘l suo tutto, intorno al centro di quello in ventiquattr’ore, già effettivamente l’hann’elleno mentre, stando sopra la Terra, vanno insieme con essa in volta; e l’assegnar loro un rivolgimento intorno al proprio centro sarebbe un attribuirgli un secondo movimento, molto diverso dal primo, perché cosí ne averebbero due, cioè il rivolgersi in ventiquattr’ore intorno al centro del suo tutto, ed il girare intorno al suo proprio: or questo secondo è arbitrario, né vi è ragione alcuna d’introdurlo. Se nello staccarsi un pezzo di calamita da tutta la massa naturale se gli togliesse il seguirla, come faceva mentre gli era congiunto, sí che cosí restasse privo del rigirare intorno al centro universale del globo terrestre, potrebbe per avventura con qualche maggior probabilità credere alcuno che quello fusse per appropriarsi una nuova vertigine circa ‘l suo particolar centro; ma se esso, non meno separato che congiunto, continua pur tuttavia il suo primo eterno e natural corso, a che volere addossargliene un altro nuovo?

SAGR. Intendo benissimo, e ciò mi fa sovvenire d’un discorso assai simile a questo, nell’esser vano, posto da certi scrittori di sfera, e credo, se ben mi ricordo, tra gli altri dal Sacrobosco: il quale, per dimostrar come l’elemento dell’acqua si figura, insieme con la Terra, di superficie sferica, onde di amendue si costituisce questo nostro globo, scrive, di ciò esser concludente argomento il veder le minute particelle dell’acqua figurarsi in forma rotonda, come nelle gocciole nella rugiada e sopra le foglie di molte erbe giornalmente si vede, e perché, conforme al trito assioma «La medesima ragione è del tutto che delle parti», appetendo le parti cotal figura, è necessario che la medesima sia propria di tutto l’elemento. Ed invero mi par cosa assai sconcia che questi tali non si accorgano di una pur troppo patente leggerezza, e non considerino che quando il discorso loro fusse retto, converrebbe che non solo le minute stille, ma che qualsivoglia maggior quantità d’acqua, separata da tutto l’elemento, si riducesse in una palla, il che non si vede altrimenti: ma ben si può veder co ‘l senso, e intender con l’intelletto, che amando l’elemento dell’acqua di figurarsi in forma sferica intorno al comun centro di gravità, al quale tendono tutti i gravi (che è il centro del globo terrestre), in ciò vien egli seguito da tutte le sue parti, conforme all’assioma; sí che tutte le superficie de i mari, de i laghi, de gli stagni, ed in somma di tutte le parti dell’acque contenute dentro a vasi, si distendono in figura sferica, ma di quella sfera che per centro ha il centro del globo terrestre, e non fanno sfere particolari di lor medesime.

SALV. L’errore è veramente puerile, e quando non fusse d’altri che del Sacrobosco, facilmente glie lo ammetterei; ma l’averlo a perdonare anco a suoi comentatori ed ad altri grand’uomini, e sino a Tolomeo stesso, non posso farlo senza qualche rossore per la reputazion loro. Ma è tempo di pigliar licenza, send’or mai l’ora tarda, per esser domani al solito per l’ultima conclusione di tutti i passati ragionamenti.


[1] «Copernico [trasportò] la Terra, insieme con la Luna e tutto questo mondo elementare…»

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