Fisicamente

di Roberto Renzetti

Non tutti sanno che Newton scrisse un Trattato sull’Apocalisse in cui fornisce la sua visione di cristiano tradizionalista se non fondamentalista: occorre conoscere le profezie per salvarsi; vi sono regole per interpretare e metodizzare parole e linguaggio delle Scritture; esiste una corrispondenza tra il mondo e le Scritture. Serve un nuovo ritorno di Cristo poiché la Bestia con dieci corna (il mondo pagano) ha vinto sulla Chiesa; la Bestia con due corna (la grande apostasia) si è impossessata della Chiesa; la Bestia si presenta a noi come grande Meretrice o come falso Profeta ma queste due immagini non sono altro che facce diverse del Dragone (Satana); il mistero che si trova scritto sulla fronte della Meretrice è quello della Trinità (Newton rifiutava questa ‘complicazione’); Cristo non era venuto per fondare una nuova religione ma per riportarla all’antica purezza (qui è echeggiato espressamente un tema ermetico ripreso anche da Giordano Bruno, anche nello stesso linguaggio della Bestia che in Bruno, con l’aggettivo di Trionfante è la Chiesa, mentre il Papa è la “sua santa asinità”). Newton era un mistico, un ascetico che studiava con grande passione questioni di teologia e già nel 1672, all’età di 29 anni, aveva fatto domanda di ordinazione alla Chiesa Anglicana e voti di celibato. Nello stesso 1672, Newton scrisse del figlio di Dio e del Dio padre. Negò la Trinità, schierandosi, in questo, con l’eresia di Ario. Egli basava le sue convinzioni da studi approfonditi della Bibbia dove aveva, tra l’altro, trovato alcune affermazioni sia in Timoteo che in Luca. Ancora in ambito teologico, mescolato alla numerologia cabalistica. Sono state trovate delle pagine inedite di Newton(14) in cui egli gioca con i numeri dell’Antico Testamento attraverso la sua lettura del difficile Libro di Daniele.  Da suoi calcoli e studi di matematica applicati alla Bibbia, egli profetizzò che il mondo doveva avere fine nel 2060 cioè 1.260 anni dopo l’800 d. C., data in cui venne restaurato il Sacro Romano Impero. Il totale degli anni del mondo sarebbe stato di 4000, dopodiché, in concomitanza con la seconda venuta di Cristo, vi sarebbe stata la fine di tutto.

          Sull’alchimia poi Newton scrisse migliaia di pagine sempre muovendosi in un ambito di segreto assoluto, come richiesto ad ogni adepto. Tra l’altro scrisse anche in proposito della tomba del famoso alchimista Flamel (del quale ho parlato ne I difficili percorsi del pensiero dal misticismo alla scienza. Storia laica dell’Alchimia. Tempesta editore, 2017). Per quanto se ne sa la gran mole degli scritti alchemici e religiosi di Newton lo impegnarono per la metà del suo tempo. Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, fu l’alchimia, ad aiutare Newton sulla strada della filosofia meccanica o quantomeno Newton integrò la sua alchimia con la meccanica. Per altri versi, allo stesso modo dei suoi studi teologici, Newton poteva essere affascinato da una pratica che sembrava risalisse a tempi remoti, quando ancora l’uomo non si era corrotto, pratica che sembrava intersecare la purezza della religione primitiva. Tanto era interessato all’Alchimia che, anche dopo la pubblicazione della prima edizione dei Principia, Newton continuò per 7 anni a fare ricerche alchemiche e a scrivere mezzo milione di parole sull’argomento. Da credente, era convinto che l’uomo dovesse imitare, per quanto possibile, la natura nei processi vitali che certamente riguardano piante ed animali ma anche i metalli. La chimica che egli chiamava volgare si occupa di imitare i volgari processi meccanici e tale chimica o come si voglia chiamare non serve a capire, studiare, indurre i processi vitali. Per studiare e produrre tali processi serve avere doti particolari, segrete, perché, in caso di successo, si sarebbe reso simile a Dio inoltrandosi in un sentiero sacro. Ecco quindi la necessità del segreto da mantenere rispetto ai chimici volgari. Newton doveva essere convinto che gli alchimisti seri dovevano muoversi su ispirazione divina alla ricerca proprio dei processi vitali. Egli considerava Dio come un grande alchimista che dal caos, con una qualche pietra filosofale, aveva creato l’ordine. Scriveva Newton nel 1685:

Come il mondo fu creato dall’oscuro caos per separazione del firmamento d’etere e dell’acqua dalla terra, così il nostro lavoro produce gli inizi dal nero caos e la prima materia, tramite la separazione degli elementi e l’illuminazione della materia [citato da Fischer].

L’abbandono delle ricerche alchemiche deve aver prodotto in Newton un grande dolore, di fronte ai suoi incredibili successi, sperimentava un fallimento (non era riuscito a produrre gli spiriti vitali che rendono simili a Dio) che deve essergli pesato enormemente tanto da contribuire ad una forte depressione. Neppure poteva contare più su sua madre, Anna Ayscough, scomparsa nel 1679, che per quanto gli fosse stata ostile era l’unico riferimento. Si consolava con la fede. Si recava molto spesso in chiesa per pregare ed in una di queste sue uscite notturne per andare in chiesa, il suo amatissimo cane, Diamante, gli procurò un grave danno. Newton aveva lasciato la candela accesa sulla sua scrivania e la candela come il resto poggiava su una tovaglia i cui bordi penzolavano. Diamante, giocando con la tovaglia, trascinò la candela a terra provocando un incendio. Risultarono bruciate tutte le carte che si trovavano sulla scrivania che raccoglievano tutte le sue ricerche chimiche degli ultimi anni, una vera tragedia che portò Newton ad avere gravi problemi comportamentali e mentali, come ci racconta il suo amico Biot (preoccupato anche perché questo grande ingegno non produceva più pur essendo al massimo delle sue facoltà fisiche e mentali). Altro motivo di consolazione, per Newton, oltre alla fede, fu l’amicizia che strinse con un matematico svizzero, Nicolas Fatio de Duiller. Ma anche qui le cose non andarono per il verso giusto. Lo storico Westfall, nel suo libro Newton, racconta che i rapporti tra i due erano diventati molto stretti e che Newton si preoccupava molto e della sua salute e delle sue disponibilità economiche. Quando Fatio si trovava a Londra si prese un raffreddore che però fece diventare un qualcosa di molto grave da comunicare a Newton che si trovava a Cambridge. Inoltre Fatio aveva adombrato un suo ritorno in Svizzera. Fu allora che Newton scrisse al suo amico (dicembre 1692) dicendogli: desidererei molto che tornaste intanto qui da me per ristabilirvi e risparmiare spese fino alla vostra completa guarigione. Quando starete bene, potrete decidere con miglior cognizione di causa se tornare a casa o restare in Inghilterra. A questa lettera Fatio rispose (30 gennaio 1693) che se voi desiderate che io venga costì per altre ragioni che non siano semplicemente quelle relative alla mia salute ed al risparmio delle spese, sono pronto a farlo; ma in tal caso vorrei che me lo diceste schiettamente nella vostra prossima lettera. Newton rispose a marzo ma continuò a parlare di salute e spese (intanto gli aveva inviato una somma enorme!), senza rispondere al quesito più importante postogli da Fatio. Finalmente, dopo altre lettere, la risposta di Newton venne in aprile. In essa si diceva: vorrei, signore, trascorrere insieme a voi tutta la vita, o la maggior parte della mia vita, se mi fosse possibile; e sarò sempre lieto di tutte le occasioni che mi saranno offerte per realizzare tale mio desiderio, purché non siano troppo dispendiose per voi e troppo onerose per il vostro patrimonio e per la vostra famiglia. Per poi concludere con un riferimento a Locke che gli avrebbe proposto di andare a vivere insieme ma solo se con Newton ci fosse stato anche Fatio.

          A partire da maggio la corrispondenza si concentrò sull’alchimia e Newton si recò almeno due volte a Londra a trovare il suo amico che aveva conosciuto un altro amico. Poi improvvisamente l’amicizia, durata 4 anni, si interruppe e noi non sappiamo più nulla. Per certo l’ultimo anno e mezzo fu di gran tensione tra i due e per i due. Sembra proprio vi sia stato un impetuoso innamoramento tra i due, ambedue profondamente religiosi e forse timorosi di peccare. A parte indirette e vaghe notizie, Fatio sparì dalla vita di Newton lavorando come precettore di figli di nobili e ricchi.

A seguito del suo travagliato rapporto con Fatio, l’incendio dei suoi ultimi lavori, i fallimenti e la fine degli studi alchemici, l’avvelenamento da mercurio utilizzato nei suoi esperimenti alchemici (come hanno mostrato le analisi chimiche effettuate nel 1979 su alcune sue ciocche di capelli, e questo perché Newton era solito assaggiare i suoi preparati ed egli stesso ci informa di averlo fatto almeno 108 volte), a seguito di questo accavallarsi di circostanze Newton subì il violento esaurimento nervoso, al quale ho accennato, che sembrò renderlo pazzo e che, iniziato nel 1692, durò per circa 18 mesi fino al 1693 quando fu chiuso nelle sue stanze e sottoposto a cure forzate (?) da parte dei suoi amici, finché non fu in grado di nuovo di leggere e comprendere quanto aveva scritto nei suoi Principia. Su questa profonda depressione di Newton e su quanto ora detto le informazioni sono ricavate da una lettera di Huygens ad un suo amico. Scriveva Huygens:

Il 29 maggio 1694, M. Colm [un laureato al primo livello, ndr], scozzese, mi ha raccontato che l’illustre geometra Isaac Newton è caduto da 18 mesi in una sorta di demenza (in phrenitin), sia come conseguenza del suo eccessivo lavoro, sia per il dolore che ha provato nell’aver visto distrutto da un incendio il suo laboratorio di chimica e vari importanti manoscritti. M. Colm ha aggiunto che, come conseguenza di questo incidente, essendosi presentati i suoi amici in casa dell’arcivescovo di Cambridge, ed avendo discusso del fatto che egli mostrava un’alienazione della sua intelligenza, si impadronirono della sua persona, iniziarono a curarlo, ed avendolo tenuto segregato nella sua abitazione, gli somministrarono, volente o nolente, rimedi per mezzo dei quali ha recuperato la salute, di modo che attualmente torna a ricominciare a comprendere il suo libro, i Principia.

Un grande ammiratore di Newton, il fisico e suo biografo David Brewster (1781-1868), nel suo Memoirs of the Life, Writings and Discoveries of Sir Isaac Newton del 1855, tentò di dimostrare che mai Newton perse il lume della ragione e, per farlo, pubblicò alcune lettere di Newton al suo amico John Locke (1632-1704). Questi aveva scritto il Saggio sull’intelletto umano (1690), opera che aveva indignato la gran parte dei teologi inglesi che si erano sollevati contro di lui (stessi teologi che non avevano profferito verbo riguardo al Locke che si era arricchito investendo in azioni della Royal African Company che commerciava in schiavi, pratica che egli medesimo tollerava come Consigliere al commercio delle colonia nel governo liberale). Newton aveva invece sostenuto le ragioni del suo amico, ancora nel 1693 in occasione della seconda edizione della sua opera, invocando la libertà di espressione. Ma nel leggere una lettera di Newton a Locke, suo carissimo amico con cui aveva condiviso gli interessi alchemici, di poco successiva (16 settembre 1693), sembra che Newton si sia pentito del suo sostegno precedente perché troviamo scritto:

Signore.

Avendo creduto che voi aveste cercato di irretirmi con donne ed altri mezzi ne, sono stato così colpito che quando mi è stato detto che stavate infermo e non avreste riacquistato la salute, dissi che meglio sarebbe stato se foste morto. Vi supplico di perdonare questa mia mancanza di carità; perché ora sono convinto che vi siete comportato in modo onesto, e vi chiedo perdono per aver avuto cattivi pensieri su di voi, ed aver supposto che avevate attentato alle radici della morale in un principio che avevate sostenuto nel vostro libro sulle idee, e che avevate il progetto di estendere in un altro libro, come anche di avermi considerato come sostenitore di Hobbes. Vi chiedo anche perdono per aver detto o pensato che vi fosse in voi l’intenzione di vendermi una carica pubblica o di mettermi nei guai.

Sono il vostro umilissimo e sfortunatissimo servitore.                  

La lettera è quantomeno strana e deve aver sorpreso Locke che comunque rispose il 5 ottobre seguente confermandogli la sua amicizia ed offrendogli di recarsi accanto a lui per aiutarlo. Lo stesso giorno rispose Newton:

Signore.

 L’inverno passato, dormendo molto spesso vicino al camino, sono riuscito a creare disordine nelle me abitudini di sonno; ed una malattia che, l’estate passata fu qui epidemica, ha creato questo scompiglio al punto che, quando vi ho scritto, non avevo dormito neppure un’ora in quindici giorni e neppure un minuto negli ultimi cinque giorni. Ricordo che vi scrissi ma non ricordo niente di ciò che avevo detto del vostro libro. Se volete inviarmi copia di questo passaggio, cercherò di spiegarvelo, se posso.

Sono il vostro molto umile servitore.

Siamo di fronte alla confessione di Newton che afferma di aver perso, per un certo tempo, la sua memoria e a delle lettere che testimoniano del suo disordine mentale.  E con questo è tutto sulla sua profonda depressione. Sta di fatto che, a partire dal 1693 Newton non si impegnò più in ricerche di una certa importanza. Non aveva perso le sue eccellenti facoltà mentali ma aveva terminato la sua fase creativa. Da questo momento in poi passò il suo tempo (ancora34 anni) a rielaborare i suoi precedenti lavori, impegnandosi soprattutto nella teologia e nell’attività amministrativa della Zecca.


           Resta da discutere della famosa e miracolosa mela caduta in testa a Newton. Ho trovato in proposito documenti precisi e commenti adeguati. Dell’episodio parla uno dei primi biografi di Newton, il suo contemporaneo William Stukeley (1687-1765). Stukeley era un antiquario, uno dei fondatori della scienza archeologica (studiò a fondo Stonehenge), che nel corso della sua vita conobbe e divenne amico di Newton. Del grande fisico egli raccolse le memorie, Memoirs of Sir Isaac Newton’s Life, che pubblicò nel 1752. All’interno di queste memorie, alla pagina numerata con 15 del manoscritto, è riportato l’episodio della mela che sarebbe stato raccontato a William Stukeley durante una conversazione con Newton. 

Leggiamo il breve passo:

Dopo cena andammo a bere un thea in giardino, sotto un melo, ed egli mi disse che era proprio in una situazione analoga quando, molto tempo addietro, la nozione di gravitazione gli era balenata nella mente. La cosa era stata originata dalla caduta di una mela mentre era seduto e stava riflettendo. Perché avviene che le mele cadono sempre perpendicolarmente a terra? egli pensò tra sé e sé. Perché non cadono a zig zag o non vanno verso l’alto ma costantemente verso il centro della Terra? La ragione risiede certamente nell’attrazione della Terra. Ci deve essere una forza attrattiva nella materia [Memoirs of Sir Isaac Newton’s Life, Editor Hastings White, 1936, pp. 19-20].  

Si può facilmente osservare che la mela è assolutamente marginale. L’episodio che veniva ricordato era distante nel tempo e Newton tentava di spiegare in un modo didatticamente efficace come gli era venuto di pensare al fatto che la Terra attrae gli oggetti. Tra l’altro non è improbabile che l’episodio sia stato inventato da Newton a tanti anni di distanza dopo aver avuto molte esperienze che lo avevano costretto a spiegare la gravitazione ad un differente pubblico. Tralasciando alcune spiegazioni che si sono avute legate alla profonda religiosità di Newton e secondo le quali la mela serviva al suo racconto come una sorta di parabola che riportava all’albero biblico della conoscenza, resta il fatto che sembra davvero esagerato parlare dell’episodio della mela come dirimente epistemologicamente sulla scelta di una teoria.

Ma a proposito della mela ed in relazione ad essa vi è qualcosa di molto maggior interesse da discutere. La forza attrattiva tra due masse Fg ad una data distanza (Sole e Terra ad esempio), risulta proporzionale al prodotto delle masse di Terra e Sole ed inversamente proporzionale alla distanza tra i centri delle masse medesime, risolvendo uno di quei dubbi che probabilmente lo aveva fermato anni prima. Con questo in mano, insieme ai dati sperimentali e le misure che venivano effettuate (Picard) ed ai risultati teorico-sperimentali di Huygens sulla forza centrifuga, Newton riuscì finalmente a confrontare la forza di gravità terrestre con quella che tiene legata la Luna alla Terra ed a trovare la loro identità. Da questo momento era stabilita un’attrazione universale, un qualcosa che valeva per quella mela come per la Luna, come per il Sole e tutto lo spazio.

        Credo convenga dire le cose in modo più particolare e semplice. Il fatto che i pianeti ed il Sole nello spazio potessero essere assimilati a punti materiali, poteva essere accettato senza troppa fatica date le enormi distanze. La cosa che turbava era una mela che cadeva a due metri dal suolo. Come è possibile qui fare le approssimazioni planetarie? L’idea geniale di Newton è quella di affermare che la mela non si trova a due metri dalla superficie della Terra ma a circa 7000 Km dal suo centro! Vedi in proposito la seconda delle figure precedenti dove Fg è la forza attrattiva, mm è la massa della mela, Me è la massa della Terra, r è la distanza tra centro della mela e centro della Terra, G è una costante di proporzionalità. Insomma la Terra si assimila ad una massa concentrata nel suo centro. Quando si va a fare il conto della forza centrifuga della mela la distanza da considerare non è 2 metri ma circa 7 milioni di metri. Questo è il succo della stupenda intuizione di Newton che egli tratta nei Principia.

          In relazione a questa scoperta di enorme importanza, Newton riesce ad immaginare qualcosa di altrettanto evocativo da destare profonda emozione, perfino artistica. Egli ci presenta un esempio clamoroso del dove si può arrivare immaginando anche senza sperimentazione, un poco come Galileo che si diceva certo che anche senza esperienze le cose sarebbero andate in quel modo. Newton sta discutendo dei satelliti. Ed immagina un satellite artificiale per la Terra. Come metterlo in orbita? La figura che Newton ci offre spiega benissimo cosa egli pensi. 

Vediamo il ragionamento aiutandoci con la figura utilizzata dallo stesso Newton, con quell’enorme potenza evocativa di cui dicevo che, per chi sa leggere la scienza, è una vera imponente opera d’arte. Se ci sistemiamo sulla cima di una montagna V e lanciamo un sasso o spariamo un proiettile, esso cadrà in D, in E, in F o in G a seconda della spinta che gli forniamo. Se la spinta è più grande? Allora il proiettile continuerà a cadere … senza mai incontrare la Terra sotto di sé. Questa caduta continua è quella che sperimenta un satellite messo in orbita ed è quella che sperimenta la Luna che cade continuamente intorno alla Terra. Newton fece anche dei conti utilizzando tre dati: il periodo di rivoluzione della Luna intorno alla Terra, la distanza Terra-Luna, il raggio della Terra. Trovò alla fine il valore dell’accelerazione di gravità. Tutto questo a partire da un pregiudizio, da una ipotesi: il fenomeno di caduta è lo stesso per una mela, per un proiettile, per un satellite. La gravità unifica i tre fenomeni. E questa conclusione, che rappresenta uno dei primi tentativi di riportare la spiegazione dei fenomeni naturali a concetti generali, è fondamentale nell’epoca di Newton ed è permessa solo dalla matematica. Infatti, se Newton avesse sostenuto l’identità dei tre fenomeni con dei meri ragionamenti, non si sarebbe sottratto all’accusa di ricercare cause occulte.

        Con in mano la gravitazione universale, con tutta la meccanica costruita a lato, si apriva letteralmente un mondo di indagini e di formalizzazioni. Newton si buttò a capofitto dentro tali elaborazioni anche dimenticando i pasti ed il sonno (come ha raccontato il suo compagno di stanza a Cambridge, il suo omonimo Humphrey Newton), dividendo tale lavoro solo con le sue ricerche alchemiche.

          Altre vicende poco note riguardanti Newton sono legate a questioni di carattere economico. Un altro suo amico, Charles de Montagu, conte di Halifax e Cancelliere dello scacchiere, per distrarlo ad uscire definitivamente dalla depressione e quindi aiutarlo ulteriormente, nel 1695 gli offrì il posto di Controllore della Zecca Reale, poi (1699) divenuto di Direttore. Newton accettò e, come suo costume, prese quel nuovo impegno molto sul serio e lo mantenne per 30 anni. La Zecca era un ente con moltissimi problemi e la sua nomina non doveva essere che onorifica. Ma Newton sapeva delle difficoltà dell’istituzione impegnata al momento a realizzare una nuova monetazione, fondamentale per frenare il debito pubblico creato in gran parte per sostenere la politica liberale del nuovo sovrano (1689) Guglielmo d’Orange ed il suo esercito nel continente per frenare l’espansionismo francese di Luigi XIV. La nuova monetazione iniziò nel 1696 e fu terminata al conio nel 1698, fu caratterizzata da molte innovazioni sostenute dallo stesso Newton. La principale era la sostituzione del vecchio sistema di battitura a mano con il conio a macchina. Inoltre le precedenti monete erano un miscuglio di leghe mai certo e quindi rendevano inaffidabile il cambio fisso con la cartamoneta. C’è chi sostiene che senza queste nuove monete non sarebbe potuta nascere la Banca d’Inghilterra con il capitalismo e l’imperialismo inglese che ne conseguirono. Il nuovo metodo di conio introduceva monete costituite dal solo metallo oro (gold standard), in sostituzione delle precedenti che erano bimetalliche d’oro ed argento. Inoltre dette grandi contributi alla lotta contro la contraffazione, uno dei reati puniti con pene tremende (squartamento, annegamento, impiccagione), introducendo tra l’altro l’incisione di lettere sui bordi delle monete, al fine di evitare che i tosatori sottraessero dell’oro dalle singole monete limandole. Ma tra il 1693 ed il 1696, in una precedente nuova monetazione rispetto a quella iniziata nel 1696, erano entrate in circolazione nuove monete senza che fossero ritirate le vecchie e ciò creò un gran caos senza che si risolvessero i problemi in ballo perché nessuno cedeva una nuova moneta per una vecchia, perché la vecchia continuava ad essere tosata,  perché molti falsari aumentarono la loro attività sulla vecchia moneta e perché all’estero non erano più accettate monete inglesi. In definitiva le nuove monete erano trattenute da chi ne entrava in possesso e circolavano nel Paese solo vecchie monete. Nel 1696 il governo decise di iniziare ancora un nuovo conio che questa volta sarebbe stato seguito in modo ferreo dalle autorità, a cominciare dal fatto che le vecchie monete battute a mano non sarebbero state più accettate al loro valore nominale. Quindi con la nuova monetazione si ritiravano le vecchie monete in circolazione; e si scoprì che tra le monete ritirate vi era solo il 54% del valore nominale dell’argento ed il 20% erano false. In definitiva si può dire che Newton fece un eccellente lavoro alla Zecca e rese un importante servizio alla Corona. Ma come avveniva il trasferimento dalle vecchie monete alle nuove? Con il sistema, mai venuto meno, di far pagare i costi alle classi popolari. Leggiamo cosa scrive in proposito Westfall nel suo Newton:

La coniazione non prevedeva alcun meccanismo mediante il quale le masse popolari potessero cambiare direttamente le vecchie monete con le nuove. La nuova moneta entrò in circolazione per il tramite dei pagamenti effettuati dal governo, il quale sottrasse la vecchia moneta attraverso le imposte e i prestiti. Solo coloro che pagavano le imposte dirette o prestavano denaro al governo (cioè i ricchi) potevano servirsi per tali scopi delle monete tosate, secondo il loro valore nominale. I poveri dovevano arrangiarsi: per lo più, essi furono costretti a vendere come metallo in verghe le loro monete, con una perdita di circa il 50 per cento. Dai documenti dell’epoca risulta che solo la metà del circolante entrò nelle casse dello Scacchiere prima del termine stabilito: il resto la Zecca lo ricevette in lingotti.

Per completezza va detto che a queste indegne decisioni Newton non partecipò perché furono precedenti alla sua assunzione.

Il solerte Newton passò invece mesi interi a girare per taverne e luoghi malfamati per sentire conversazioni, per informarsi sulle bande di falsari in circolazione ed il suo lavoro come infiltrato tra la delinquenza ebbe importanti successi.

          Ma il Newton in qualche modo legato all’economia ebbe anche gravi delusioni e perdite di denaro. Nel 1720 comprò per investimento le azioni della Compagnia dei Mari del Sud, fondata anni prima dallo scrittore Daniel Defoe, quello di Robinson Crusoe. Tali azioni erano vendute in aperta concorrenza della Banca d’Inghilterra dando interessi del 6%. Era un modo che la Banca aveva escogitato per non essere gravata dall’ingente spesa pubblica per le continue guerre. In cambio la Compagnia ebbe un corrispettivo dalla Corona molto vantaggioso: il monopolio del commercio di schiavi con il Sudamerica. Questa operazione, insieme a vari imbrogli tipici della finanza (azioni comprate dalla Compagnia stessa) fece schizzare il valore della Compagnia. Newton riuscì facilmente a vendere a 300 sterline quello che aveva comprato un mese prima a 150 sterline. Subito però si pentì perché le azioni continuavano a salire. Si convinse a ricomprarle investendo tutto il suo denaro, 680 sterline che in breve tempo divennero (nominalmente) 1050 sterline. Come ogni buon ludopata Newton si fregava le mani senza vendere. Arrivò la notizia del fallimento di un’analoga impresa, la Compagnie du Mississippi e si decise a vendere una minima parte delle sue azioni. Vi fu poi il crollo della Compagnia in cui aveva investito recuperando un centinaio di sterline. Newton era rovinato avendo perso il corrispettivo attuale di circa 4 milioni di euro e sembra abbia sommessamente detto: Posso calcolare il movimento delle stelle, ma non la follia degli uomini.

Non posso chiudere questo capitolo senza fare un cenno alla gravitazione universale galante per signore. Un grande divulgatore scientifico, particolarmente dei lavori di Newton, il conte Francesco Algarotti (1712-1764), scrisse nel 1737 un libro famoso: Newtonianesimo per le dame in cui spiegava ad una marchesa i misteri della gravitazione ed in particolare della legge dell’inverso del quadrato della distanza tra i due corpi che si attraggono che la regola. Algarotti per vedere se la marchesa aveva capito la spiegazione le propone questo problema:

Data la distanza della Terra dal Sole, che sia uno, e la distanza di Giove dal Sole, che è circa cinque rispetto alla distanza della Terra, trovare quanto sarà diminuita la forza attrattiva del Sole alla distanza di Giove. Datemi, vi prego, soggiuns’ella con una certa impazienza, un po’ di tempo, poiché non si tratta d’una bagatella a dover risolvere un problema. Voi m’avete detto, che la forza attrattiva tanto è minore, quanto è maggiore il quadrato del numero, ch’esprime la disianza. II quadrato di uno, che è la distanza della Terra dal Sole è uno. E alla distanza uno, diss’io, si suppone, che la forza sia uno, c si cerca di quanto ella sarà diminuita, allorché sarà arrivata alla distanza cinque, che è la distanza di Giove dal Sole. Il quadrato di cinque, soggiuns’ella subito, è venticinque. Se la forza attrattiva del Sole deve esser tanto minore, quanto maggiore è quello quadrato, converrà, che in Giove ella sia venticinque volte minore dì quello che è nella Terra. Non è ella questa la soluzione del problema, e non poss’io andar gridando, come già ho udito di quell’antico Geometra: ho trovato, ho trovato?

Alla brillante risposta della marchesa, Algarotti insiste in modo sottilmente allusivo e provocatorio:

Voi il potreste, rispos’io, ma noi vorreste fare in quel medesimo abito, in cui uscendo precipitosamente del Bagno, il fece egli, I Matematici dovrebbon più torto, come già fece un altro dì loro per una verità trovata, guidar l’ecatombe per solennizzar questo giorno, in cui del vostro nome abbellir potranno, e rallegrare il loro Catalogo.

Ah, questo sì che è un bel vedere, un divulgatore che vuole vedere la marchesa uscire nuda dalla vasca da bagno e vuole che dello spettacolo godano tutti i matematici. Ma la marchesa risponde spingendo oltre il gioco:

Io credo, disse la Marchesa, riguardando alla facilità, con cui gli uomini lì scordano di quegli oggetti, che presenti hanno più degli altri nella mente, che anco nell’Amore si serbi questa proporzione de’ quadrati delle distanze de’ luoghi, o più tosto de’ tempi. Cosi dopo otto giorni di assenza, l’Amore è divenuto sessanta quattro volte minore di quel che fosse nel primo giorno, e la proporzione vuole, che l’abbiano quasi del tutto dimenticato, né credo si trovassero, massime a questi giorni, molte sperienze in contrario.

Il maestro può chiudere questa divagazione dicendo:

 Vi sono, rispos’io, perché io credo che tutti e due i sessi sieno compresi in questo Teorema, chi segue piuttosto la proporzione de’ cubi de’ tempi, la quale è certamente più comoda, e permette un’intiera dimenticanza dopo soli quattro giorni. Ma generalmente io credo, che la proporzione de’ quadrati possa stabilirsi senza scrupolo, poiché otto giorni sogliono comunemente guarire da ogni gran passione. Non v’à, che voi, che potreste rovesciar questo Teorema, e fare, che la memoria di voi, e con essa il desiderio in luogo di diminuire crescesse secondo i quadrati, o più tosto secondo i cubi de’ tempi

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: