DIAMANTE, IL CANE DI NEWTON

Roberto Renzetti

L’abbandono delle ricerche alchemiche deve aver prodotto in Newton un grande dolore, di fronte ai suoi incredibili successi, sperimentava un fallimento (non era riuscito a produrre gli spiriti vitali che rendono simili a Dio) che deve essergli pesato enormemente tanto da contribuire ad una forte depressione. Neppure poteva contare più su sua madre, Anna Ayscough, scomparsa nel 1679, che per quanto gli fosse stata ostile era l’unico riferimento. Si consolava con la fede. Si recava molto spesso in chiesa per pregare ed in una di queste sue uscite notturne per andare in chiesa, il suo amatissimo cane, Diamante, gli procurò un grave danno. Newton aveva lasciato la candela accesa sulla sua scrivania e la candela come il resto poggiava su una tovaglia i cui bordi penzolavano. Diamante, giocando con la tovaglia, trascinò la candela a terra provocando un incendio. Risultarono bruciate tutte le carte che si trovavano sulla scrivania che raccoglievano tutte le sue ricerche chimiche degli ultimi anni, una vera tragedia che portò Newton ad avere gravi problemi comportamentali e mentali, come ci racconta il suo amico Biot (preoccupato anche perché questo grande ingegno non produceva più pur essendo al massimo delle sue facoltà fisiche e mentali). Altro motivo di consolazione, per Newton, oltre alla fede, fu l’amicizia che strinse con un matematico svizzero, Nicolas Fatio de Duiller. Ma anche qui le cose non andarono per il verso giusto. Lo storico Westfall, nel suo libro Newton, racconta che i rapporti tra i due erano diventati molto stretti e che Newton si preoccupava molto e della sua salute e delle sue disponibilità economiche. Quando Fatio si trovava a Londra si prese un raffreddore che però fece diventare un qualcosa di molto grave da comunicare a Newton che si trovava a Cambridge. Inoltre Fatio aveva adombrato un suo ritorno in Svizzera. Fu allora che Newton scrisse al suo amico (dicembre 1692) dicendogli: desidererei molto che tornaste intanto qui da me per ristabilirvi e risparmiare spese fino alla vostra completa guarigione. Quando starete bene, potrete decidere con miglior cognizione di causa se tornare a casa o restare in Inghilterra. A questa lettera Fatio rispose (30 gennaio 1693) che se voi desiderate che io venga costì per altre ragioni che non siano semplicemente quelle relative alla mia salute ed al risparmio delle spese, sono pronto a farlo; ma in tal caso vorrei che me lo diceste schiettamente nella vostra prossima lettera. Newton rispose a marzo ma continuò a parlare di salute e spese (intanto gli aveva inviato una somma enorme!), senza rispondere al quesito più importante postogli da Fatio. Finalmente, dopo altre lettere, la risposta di Newton venne in aprile. In essa si diceva: vorrei, signore, trascorrere insieme a voi tutta la vita, o la maggior parte della mia vita, se mi fosse possibile; e sarò sempre lieto di tutte le occasioni che mi saranno offerte per realizzare tale mio desiderio, purché non siano troppo dispendiose per voi e troppo onerose per il vostro patrimonio e per la vostra famiglia. Per poi concludere con un riferimento a Locke che gli avrebbe proposto di andare a vivere insieme ma solo se con Newton ci fosse stato anche Fatio.

          A partire da maggio la corrispondenza si concentrò sull’alchimia e Newton si recò almeno due volte a Londra a trovare il suo amico che aveva conosciuto un altro amico. Poi improvvisamente l’amicizia, durata 4 anni, si interruppe e noi non sappiamo più nulla. Per certo l’ultimo anno e mezzo fu di gran tensione tra i due e per i due. Sembra proprio vi sia stato un impetuoso innamoramento tra i due, ambedue profondamente religiosi e forse timorosi di peccare. A parte indirette e vaghe notizie, Fatio sparì dalla vita di Newton lavorando come precettore di figli di nobili e ricchi.

A seguito del suo travagliato rapporto con Fatio, l’incendio dei suoi ultimi lavori, i fallimenti e la fine degli studi alchemici, l’avvelenamento da mercurio utilizzato nei suoi esperimenti alchemici (come hanno mostrato le analisi chimiche effettuate nel 1979 su alcune sue ciocche di capelli, e questo perché Newton era solito assaggiare i suoi preparati ed egli stesso ci informa di averlo fatto almeno 108 volte), a seguito di questo accavallarsi di circostanze Newton subì il violento esaurimento nervoso, al quale ho accennato, che sembrò renderlo pazzo e che, iniziato nel 1692, durò per circa 18 mesi fino al 1693 quando fu chiuso nelle sue stanze e sottoposto a cure forzate (?) da parte dei suoi amici, finché non fu in grado di nuovo di leggere e comprendere quanto aveva scritto nei suoi Principia. Su questa profonda depressione di Newton e su quanto ora detto le informazioni sono ricavate da una lettera di Huygens ad un suo amico. Scriveva Huygens:

Il 29 maggio 1694, M. Colm [un laureato al primo livello, ndr], scozzese, mi ha raccontato che l’illustre geometra Isaac Newton è caduto da 18 mesi in una sorta di demenza (in phrenitin), sia come conseguenza del suo eccessivo lavoro, sia per il dolore che ha provato nell’aver visto distrutto da un incendio il suo laboratorio di chimica e vari importanti manoscritti. M. Colm ha aggiunto che, come conseguenza di questo incidente, essendosi presentati i suoi amici in casa dell’arcivescovo di Cambridge, ed avendo discusso del fatto che egli mostrava un’alienazione della sua intelligenza, si impadronirono della sua persona, iniziarono a curarlo, ed avendolo tenuto segregato nella sua abitazione, gli somministrarono, volente o nolente, rimedi per mezzo dei quali ha recuperato la salute, di modo che attualmente torna a ricominciare a comprendere il suo libro, i Principia.

Un grande ammiratore di Newton, il fisico e suo biografo David Brewster (1781-1868), nel suo Memoirs of the Life, Writings and Discoveries of Sir Isaac Newton del 1855, tentò di dimostrare che mai Newton perse il lume della ragione e, per farlo, pubblicò alcune lettere di Newton al suo amico John Locke (1632-1704). Questi aveva scritto il Saggio sull’intelletto umano (1690), opera che aveva indignato la gran parte dei teologi inglesi che si erano sollevati contro di lui (stessi teologi che non avevano profferito verbo riguardo al Locke che si era arricchito investendo in azioni della Royal African Company che commerciava in schiavi, pratica che egli medesimo tollerava come Consigliere al commercio delle colonia nel governo liberale). Newton aveva invece sostenuto le ragioni del suo amico, ancora nel 1693 in occasione della seconda edizione della sua opera, invocando la libertà di espressione. Ma nel leggere una lettera di Newton a Locke, suo carissimo amico con cui aveva condiviso gli interessi alchemici, di poco successiva (16 settembre 1693), sembra che Newton si sia pentito del suo sostegno precedente perché troviamo scritto:

Signore.

Avendo creduto che voi aveste cercato di irretirmi con donne ed altri mezzi ne, sono stato così colpito che quando mi è stato detto che stavate infermo e non avreste riacquistato la salute, dissi che meglio sarebbe stato se foste morto. Vi supplico di perdonare questa mia mancanza di carità; perché ora sono convinto che vi siete comportato in modo onesto, e vi chiedo perdono per aver avuto cattivi pensieri su di voi, ed aver supposto che avevate attentato alle radici della morale in un principio che avevate sostenuto nel vostro libro sulle idee, e che avevate il progetto di estendere in un altro libro, come anche di avermi considerato come sostenitore di Hobbes. Vi chiedo anche perdono per aver detto o pensato che vi fosse in voi l’intenzione di vendermi una carica pubblica o di mettermi nei guai.

Sono il vostro umilissimo e sfortunatissimo servitore.                  

La lettera è quantomeno strana e deve aver sorpreso Locke che comunque rispose il 5 ottobre seguente confermandogli la sua amicizia ed offrendogli di recarsi accanto a lui per aiutarlo. Lo stesso giorno rispose Newton:

Signore.

 L’inverno passato, dormendo molto spesso vicino al camino, sono riuscito a creare disordine nelle me abitudini di sonno; ed una malattia che, l’estate passata fu qui epidemica, ha creato questo scompiglio al punto che, quando vi ho scritto, non avevo dormito neppure un’ora in quindici giorni e neppure un minuto negli ultimi cinque giorni. Ricordo che vi scrissi ma non ricordo niente di ciò che avevo detto del vostro libro. Se volete inviarmi copia di questo passaggio, cercherò di spiegarvelo, se posso.

Sono il vostro molto umile servitore.

Siamo di fronte alla confessione di Newton che afferma di aver perso, per un certo tempo, la sua memoria e a delle lettere che testimoniano del suo disordine mentale.  E con questo è tutto sulla sua profonda depressione. Sta di fatto che, a partire dal 1693 Newton non si impegnò più in ricerche di una certa importanza. Non aveva perso le sue eccellenti facoltà mentali ma aveva terminato la sua fase creativa. Da questo momento in poi passò il suo tempo (ancora34 anni) a rielaborare i suoi precedenti lavori, impegnandosi soprattutto nella teologia e nell’attività amministrativa della Zecca.



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