Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

Non vi è dubbio che nelle comunità primitive non vi fosse distinzione alcuna tra lavoro intellettuale e lavoro manuale,  il pensare ed il lavorare. La separazione delle due cose era impensabile.

Al di là di alcune caste privilegiate che disdegnavano il lavoro ma non per questo si dedicavano al pensiero, fu solo nell’antica Grecia che si sviluppò una coscienza elaborativa, e comparve l’uomo teoretico. In generale la tecnica occupò nell’antica Grecia un posto in sottordine di fronte alla scienza pura. Il pensiero aveva il primato sul lavoro manuale Soprattutto il realismo platonico, per il quale la realtà non era costituita dalle singole cose di questo mondo, ma dal lontano ed immutabile regno delle idee, considerava il mondo delle cose come un puro riflesso delle idee e quindi come qualcosa di secondario. Da ciò si comprende anche come il metodo sperimentale non abbia avuto grande importanza per i greci. Era invece tenuta in grande considerazione la geometria, i cui concetti appartengono al mondo delle idee. I greci antichi riluttavano al passo dalla teoria alla applicazione pratica. L’uomo libero si dedicava allo Stato, alla scienza pura, all’arte. La creazione tecnica era, più o meno, considerata compito degli stranieri e degli schiavi, il cui numero in certi periodi, particolarmente in quello ellenico, fu in Grecia eccezionalmente alto.
La valutazione che allora si dava al lavoro artigianale e tecnico è ben riassunta dal seguente passo di Platone:

“Nel nostro stato ciascuno deve svolgere soltanto un’unica attività, e da questa ricavare i mezzi per vivere. I responsabili della cosa pubblica devono far osservare questa legge e punire con ogni sorta di onta e di vergogna quel cittadino che sia più incline a svolgere una qualsiasi attività manuale che non a curare le sue virtù interiori, finché non lo avranno riportato sulla retta via. E se uno straniero intraprenderà insieme due attività, lo si dovrà parimenti punire con la prigione, la multa ed il bando, costringendolo così ad essere un solo uomo, non molti”.

C’è da osservare che questa elaborazione era fondata sull’esistenza di schiavi. Già dal V secolo a. C. vi erano fabbriche che producevano con schiavi. Il relativo basso costo di questi (e la loro mobilità) rendeva antieconomico lo sviluppo e l’impiego di macchine. 

Anche Roma si servì abbondantemente di schiavi con i quali realizzò tutte le sue grandi opere (strade, acquedotti, edifici, …).

A partire però da un certo momento (essenzialmente alla caduta dell’Impero), in corrispondenza con lo spopolamento delle città e afflusso di persone verso le campagne, divenne sempre più difficile il mantenimento degli schiavi e, in epoca Medioevale, gradualmente si arrivò al superamento della schiavitù. Non va trascurata a questo proposito l’influenza di ordine morale esercitata dalla Chiesa. Paolo scriveva nella Lettera ai Calati (III, 28): 

Non c’è né ebreo né greco, non c’è né schiavo né uomo libero, non c’è né uomo né donna, ma siete tutti insieme uno solo in Cristo Gesù.”  

Ma si correggeva poi nella Lettera agli Efesini (VI, 5-8), affermando:

“Servi, ubbidite ai vostri signori secondo la carne, con timore e tremore, nella semplicità del cuor vostro, come a Cristo, non servendo all’occhio come per piacere agli uomini, ma, come servi di Cristo, facendo il voler di Dio d’animo; servendo con benevolenza, come se serviste il Signore e non gli uomini; sapendo che ognuno, quand’abbia fatto qualche bene, ne riceverà la retribuzione dal Signore, servo o libero che sia. “

  Il diminuire dell’offerta di schiavi dopo il tramonto dell’egemonia romana produsse una rivalutazione del lavoro manuale libero. Dalla fine del IV secolo si ebbe il passaggio dalla schiavitù alla servitù della gleba. Agostino vedeva la causa della schiavitù nel peccato. La schiavitù, nella sua concezione, era uno stato che, qualora il padrone si rifiutasse di concedere l’affrancamento, andava sopportato come immutabile. Leggiamo un brano del De Civitate Dei (XIX, 14-15) in cui si possono intravedere le stesse posizioni di comodo che ha oggi la Chiesa:


     “Quelli che assumono la cura di altri, a quelli comandano: così il marito alla moglie, il padre ai figli, il padrone agli schiavi. Ed ubbidiscono quelli di cui altri hanno cura: come le mogli ai mariti, i figli ai padri, gli schiavi ai padroni. Ma nella casa del giusto che vive nella fede e che non è che un pellegrino ancora separato dalla città celeste, anche coloro che comandano servono a quelli cui possono comandare. Poiché non comandano per desiderio di potere, ma per il loro ufficio di aver cura di quelli, e non per superbia di dominazione, ma per misericordia nel provvedere… 

        Dio volle che l’uomo razionale fatto ad immagine sua signoreggiasse sopra gli esseri privi di ragione: non l’uomo sopra l’uomo, ma l’uomo sopra le bestie. Per questo i primi giusti furono piuttosto fatti pastori di greggi che non re di uomini, acciocché anche così dimostrasse Iddio che cosa esige l’ordine delle creature, e che cosa [più tardi] ha meritato il peccato. Poiché la condizione di schiavo giustamente fu imposta al peccatore. In nessun luogo della Scrittura leggiamo di servi fino a quando Noè giusto non punì con questa parola il peccato del figliuolo suo (Gen. 9, 25). Sicché questo nome venne dalla colpa, non dalla natura. E l’origine del vocabolo “schiavo” (servus) si crede derivata nella lingua latina dal fatto che quelli che secondo il diritto di guerra potevano essere uccisi, quando i vincitori li solevano risparmiare [servare] diventavano schiavi [servi]. Ma anche ciò non succede senza colpa. Però che quando si fa giusta guerra, si combatte l’avversario per il suo peccato: ed ogni vittoria, anche se tocca al malvagio, per divino giudizio umilia i vinti, e ne emenda o punisce i peccati… Adunque la prima cagione della servitù è il peccato… E per conseguenza anche molti timorosi di Dio servono a signori iniqui, ma (malgrado la loro signoria) sono liberi…


        Nello stato naturale, in cui Dio creò dapprima l’uomo, nessuno era servo di un uomo, o del peccato. Ma anche la servitù imposta come pena, è soggetta a quella legge che comanda di osservare l’ordine naturale e vieta di turbarlo. Che
 se non si fosse mancato a quella legge, non si sarebbe costretti neppure per pena alla servitù. E quindi l’apostolo ammonisce anche gli schiavi, che siano soggetti ai loro signori, e che li servano con animo leggero e con buona volontà (Ephes. 6, 5). E se non possono ottenere di essere liberati dai loro padroni, trasformino essi stessi in libertà la loro schiavitù, servendo non con fraudolento timore, ma con fedele affezione, fino a quando non scompaia ogni iniquità e ogni principato e potestà umana, e sia Iddio ogni cosa in tutte le cose”.

In seguito le emancipazioni di schiavi da parte di istituzioni religiose o per  effetto dell’azione della Chiesa si fanno sempre più numerose. Leggiamo un documento del IX secolo:


Io, Heimrich, per timore di Dio e per la salvezza dell’anima mia, ho liberato la mia schiava Reginheid con i suoi figli Waldgelt e Folcheid. Ugualmente ho liberato un’altra schiava Zeizbirc, che il libero Albrich mi aveva affidato per l’emancipazione. Essi devono essere liberi, come se fossero partoriti e nati da genitori liberi. Essi non devono essere costretti contro la loro volontà a servire ad alcuno dei nostri eredi o degli eredi dei nostri eredi, ma soltanto a Dio, al quale tutto è soggetto. Le proprietà che essi hanno, o che in futuro riusciranno ad avere, dovranno possederle e goderle da sé. Essi dovranno vivere e lavorare per sé soltanto, e possedere ciò che con il lavoro guadagneranno. Questo sia loro concesso ed assicurato. Essi potranno trovare rifugio e riparo nel santo convento di Weissenburg, costruito sul Lauter in onore dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e di molti altri Santi e retto ora dal reverendo abate Grimald. Per questo dovranno pagare ogni anno a questo luogo di Santi, quale pia offerta del loro sopra nominato padrone, una tassa di due pfennig, o una quantità di cera del valore di due pfennig in onore di San Martino, il prete eletto e confessore. E cosi essi resteranno liberi come altre persone che devono pagare offerte e tributi, o come altri religiosi che sotto queste condizioni sono stati fatti liberi”.

Il progressivo affermarsi di questa pratica, rese sempre più urgente il lavoro manuale per la maggior parte dei cittadini. Il riconoscimento teorico della nobiltà del lavoro e del suo essere alla pari dell’attività di pensatore era stata fornita per la prima volta dallo svilupparsi e consolidarsi del monachesimo. Il lavoro manuale, a partire dall’epoca di Benedetto da Norcia (San Benedetto, con la sua formidabile regola dell’Ora et Labora, in cui per la prima volta da Platone le due pratiche del pensiero e del lavoro erano equiparate) fino all’epoca dei primi francescani, costituiva una parte essenziale delle regole degli ordini monastici. Così si cominciò ad attribuire al lavoro manuale la nobiltà e il significato religioso che gli era stato negato dall’antichità classica. 

Felice colui che si guadagna il pane con il lavoro delle proprie mani,” 

sentenziava Giovanni Crisostomo nella seconda metà del IV secolo d.C. (in Genesim homilia, L, 2). E Teofilo, un benedettino tedesco dell’XI secolo, invita a lavorare in silenzio con le proprie mani per la gloria di Dio e per il bene di coloro che soffrono.

Siamo nei monasteri, al di fuori delle gerarchie ecclesiastiche che ormai spadroneggiavano dovunque. Il forte accento posto dal primo monachesimo sul lavoro manuale fu attenuato drasticamente nelle epoche successive. Tommaso D’Aquino, nella  (Summa theologica), pose nel XIII secolo la domanda: 

Devono i monaci dei vari ordini compiere lavori manuali?” 

alla quale rispose in modo limitativo:

… Il lavoro manuale è indirizzato a quattro scopi: primo e principale, ad ottenere i mezzi per sostentarsi… secondo, a vincere l’ozio, che è colpevole di molti mali…, terzo, a imbrigliare i desideri, in quanto esso mortifica il corpo…, quarto infine, a fare delle opere di misericordia. Se uno potesse mantenersi in vita senza mangiare, non sarebbe tenuto a lavorare con le mani. Lo stesso discorso vale per coloro i quali da altre fonti hanno quanto occorre per poter vivere in modo lecito.
In quanto però il lavoro manuale ha per scopo di vincere l’ozio o di mortificare il corpo, esso di per sé non cade sotto l’obbligo del comandamento, in quanto oltre al lavoro manuale esistono molti altri modi di mortificare il corpo o di vincere l’ozio. Da ultimo, in quanto il lavoro ha per scopo le opere di misericordia, esso non cade sotto l’obbligo di comandamento se non, alla peggio, nel caso in cui uno sia tenuto per un qualche dovere a compiere delle opere di misericordia e non abbia nessun altro mezzo per aiutare i poveri.
Se quindi la regola dell’ordine non contiene particolari norme sul lavoro manuale, i religiosi non sono altrimenti obbligati al lavoro manuale che i laici
. 

E da qui, da Tommaso che viene promosso Dottore della Chiesa, nasce l’idiosincrasia dei preti per il lavoro manuale. Si prega … si prega … per maggior gloria del Signore. I salariati (spesso extracomunitari pagati in nero e comunque sempre molto poco) assolvono ai miseri lavori manuali necessari per mandare avanti le loro nobili funzioni.


BIBLIOGRAFIA

Friedrich Klemm – Storia della tecnica – Feltrinelli, 1966.

http://www.notiziarioanimalista.it/ Iniziative/84&85_comboniani_gesuiti.htm  

 La prima pagina del numero di gennaio del Notiziario Animalista era stata dedicata ad alcuni segnali molto positivi per gli animali che permettevano di intravedere la possibilità di un futuro “riconoscimento dei diritti degli animali” a pieno titolo anche da parte della religione cattolica. In particolare ci riferivamo alle affermazioni del prof. Paolo de Benedetti.

   Questa volta dobbiamo invece aprire con due segnali negativi: il primo – che conoscerete già – proviene da quelli che possiamo definire i nemici “storici” dei diritti degli animali, cioè i gesuiti; storici perché possiamo leggere come già nel 1907 il gesuita tomista Viktor Katherin scriveva in “La morale cattolica esposta nelle sue  premesse  e nelle  sue linee fondamentali”: 

Il bruto ( = animale ndr) non possiede diritti di sorta (…) L’uomo  non  solo non ha verso i bruti dei doveri giuridici ma nemmeno doveri di altro genere (…) Come dovremmo avere dei doveri verso creature che possiamo a nostro capriccio fare a pezzi, arrostire e  mangiare? Il motivo intrinseco è che l’animale non è  persona ossia non è  creatura ragionevole, sussistente per sé, ma semplice mezzo per il nostro fine. (citazione riportata nell’opera di Gino Ditadi, I filosofi e gli animali, Isonomia Editrice).

      Molti ricorderanno che dalla rivista dei gesuiti, Civiltà Cattolica, sono partiti in passato altri attacchi contro i difensori dei diritti degli animali e i vegetariani.    

        Occasione per il nuovo intervento è stata l’approvazione da parte della Camera dei Deputati  del progetto di legge sul nuovo articolo 727 relativo ai maltrattamenti agli animali che prevedeva la possibilità dell’arresto in determinati casi.

       Viene anche presa in considerazione la Dichiarazione universale dei diritti dell’animale approvata nella sede dell’Unesco a Bruxelles  il 27 gennaio 1978, definendo senza senso i due articoli in cui si afferma che tutti gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all’esistenza e che i diritti dell’animale devono essere difesi dalla legge come i diritti dell’uomo.   

     Ed è in particolare commentando il secondo che ritorna l’asserzione, seppure molto più addolcita, del nostro Viktor Katherin. Leggiamo:

in realtà, gli animali non  hanno diritti.  Il diritto è una prerogativa dell’essere spirituale. Il motivo profondo è che il diritto è una prerogativa della persona, in quanto essere spirituale, e non soltanto materiale (segue una precisa interpretazione ragionata). In conclusione, i diritti sono legati al carattere spirituale personale dell’uomo. Perciò gli animali, che non sono esseri spirituali personali, non hanno “diritti”. Non si può quindi parlare in assoluto di “diritti degli animali”.

    Cambia però adesso, rispetto al gesuita di cent’anni or sono, la considerazione degli animali. Leggiamo infatti nello stesso articolo:

Ciò però non può voler dire che gli animali siano, come pensava Cartesio, macchine senzienti né che siano, come i minerali e le piante, esseri di cui l’uomo possa disporre a suo piacere e suo vantaggio, senza tener conto che essi provano piacere e dolore, gioia e sofferenza, fatica e stanchezza.   

    Dato che l’uomo non è il padrone della creazione, ma il suo custode, non può esserne il distruttore, aggiungono; seguono poi la spiegazione sulla liceità della sperimentazione, la condanna dei cacciatori per divertimento e la contestazione  che vi siano prodotti costosissimi per alimentare e vestire gli animali, prendendo ad esempio la collezione Gucci Dog e affrontandola con i soliti stereotipi dei morti per fame ecc, ma dimenticando di segnalare con altrettanta veemenza che i prodotti di lusso ad uso umano comportano uno spreco molto ma molto maggiore.

   Quest’ultima argomentazione, come vedremo, ci ricollegherà ai padri comboniani; prima però notiamo con interesse come i gesuiti abbiano fatto metà del cammino: non possono più dire, nell’attuale contesto sociale, che gli animali sono creature che possiamo a nostro capriccio fare a pezzi, arrostire e  mangiarenon possiamo escludere che lo pensino ancora, ma sicuramente si vergognerebbero di dirlo

Passato, presente e futuro 

   Molti, nel leggere queste righe, avranno pensato che non ci sarà mai speranza di cambiamento nella Chiesa Cattolica nei confronti degli animali. Non è così. Vi sono tanti esempi di cambiamenti radicali da parte della Chiesa: oggi la Chiesa è contro la schiavitù e il razzismo, è per il rispetto dei diritti della donna, si dichiara contraria alla tortura ed alla pena di morte e negli ultimi decenni ha assunto una posizione di rispetto e dialogo nei confronti della cultura e della religione ebraiche (basti ricordare la “storica” visita di Giovanni Paolo II alla Sinagoga).

 Sugli schiavi e sulle donne…

   “Con gli schiavi” – Tutti coloro che sono sotto il giogo della  schiavitù stimino i loro padroni degni di ogni rispetto, affinché non si dica male del nome di Dio  né della sua dottrina. Quelli, invece, che hanno padroni cristiani, non pensino di poterli disprezzare con  il  pretesto  che sono fratelli, anzi, li servano con maggior  impegno,  proprio  perché sono credenti e cari a Dio.  Ecco le cose che devi insegnare e raccomandare.                  .
    La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia”. 
 
   Queste le belle cose da insegnare secondo San Paolo, uno dei pilastri spirituali della Chiesa, nella  prima lettera a Timoteo. Ve lo immaginate Giovanni Paolo II fare queste belle affermazioni durante la visita nel Sudafrica segregazionista o a un convegno di donne cattoliche?

..dalla pena di morte alla tortura..

    “Giordano del quondam Giouanni Bruni frate apostata da Nola di Regno”, questa la sentenza del 17 febbraio 1600, “eretico impenitente; il quale esortato da nostri fratelli con ogni carità a tutti chiamare due padri di san Domenico, due del Giesu, due della Chiesa Nuova e uno di san Girolamo, i quali con ogni affetto et con molta dottrina mostrandoli l’errore suo, finalmente stette sempre nella sua maledetta ostinatione, aggirandosi il ceruello e l’intelletto con mille errori e vanità, et ansi perseverò nella sua ostinatione che da ministri di giustitia fu condotto in Campo di Fiore e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo, acconpagniato sempre dalla nostra Compagnia cantando le letanie e li confortatori sino al ultimo punto confortandolo al lassar la sua ostinatione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita” (Italo Mereu, Storia dell’intolleranza in Europa. Sospettare e punire: l’inquisizione come modello di violenza legale, Milano, Bompiani, 1988).   

    Come vedete la pena di morte, seppure allietata dalla “compagnia cantante” era ben accetta alla Chiesa e nello stesso volume viene spiegato il “rigoroso esame” (tortura) cui gli inquisitori sottoponevano i malcapitati.  

… per finire all’ebraismo 

   Tempi lontani? Allora prendiamo ad esempio come in campo cattolico  veniva considerato l’ebraismo solo alcuni decenni addietro:

Continua, pur facendosi più rara, la difesa della cristianità dall’infezione talmudica. (…). In questi ultimi tempi si son fatti tentativi anche da parte cattolica, anzi ecclesiastica, per smussare e scolorire la fiera lotta di Papi concilii, vescovi, dottori eminenti nel clero contro l’immane pericolo dell’ebraismo rabbinico.

   Si noti che queste piacevoli affermazioni non sono il frutto di un qualche cristiano estremista, ma sono un piccolo estratto dell’opera in più volumi Storia sociale della Chiesa, edita dalla Vallardi e scritta da mons. Umberto Benigni nei primi tre decenni del ‘900, cioè solo alcuni decenni or sono. Ogni volume riporta l’imprimatur della Curia di Milano, per cui significa che ne riceveva la piena approvazione

   L’opera, pur condannando gli eccessi di violenza nei confronti dell’ebraismo, esprime innegabilmente un malcelato disprezzo nei suoi confronti: “infezione talmudica” e “immane pericolo dell’ebraismo rabbinico” sono definizioni molto espressive del pensiero dell’autore.  Eppure lentamente nel tempo la parte inizialmente minima della Chiesa favorevole alle donne, quella contro la schiavitù, contro la tortura e la pena di morte come quella per il  dialogo e il rispetto dell’ebraismo  è cresciuta ed è riuscita a scardinare e superare le posizioni dominanti da San Paolo a monsignor Benigni.  Ecco quindi un esempio chiaro e concreto del perché possiamo e dobbiamo continuare a lavorare per i diritti degli animali nella società: sicuramente un giorno anche la piccola minoranza esistente nella Chiesa a favore dei diritti degli animali riuscirà a prevalere e le dichiarazioni attuali dei gesuiti sugli animali risulteranno inaccettabili quanto lo sono oggi quelle “storiche” sopra riportate.

…. E COMBONIANI

UNO SPRECO ASSURDO?  IL CIBO PER ANIMALI, NATURALMENTE

E veniamo ora ai comboniani. I comboniani sono considerati i più “socialmente progressisti” tra gli esponenti del clero, essendo molto attivi nel contrastare la globalizzazione e per la difesa della pace, come padre Alex Zanotelli. Ma purtroppo, come vedremo, il loro pacifismo non raggiunge gli animali.   

     Il 20 giugno 2003 ricevo una e-mail che comincia così:

Un caldo abbraccio di Pace dai Missionari Comboniani. Vi scriviamo perchè crediamo nel costruire reti di solidarietà e di cammini per la giustizia e la pace. Vogliamo segnalarvi il nostro sito http://www.giovaniemissione.it, che rappresenta “on-line” quello che è il cammino del G.I.M. (Giovani Impegno Missionario), cammino di spiritualità missionaria che portiamo avanti per e con i giovani.

Si segnala anche una mostra

Tutti giù per terra – provocazioni per uno sviluppo sostenibile. I 14 pannelli a colori (1m x 70cm) presentano: Il nostro mondo oggi – Cambiare rotta – Un mondo diverso è possibile. Destinatari: scuole, biblioteche, parrocchie, centri culturali e associativi, ecc.

un visitatore di questa mostra mi scrisse perché rimase particolarmente sconcertato nelle leggere le voci in un pannello dedicato agli sprechi:

  • cosmetici negli USA
  • Gelati in Europa
  • profumi in Europa e USA
  • cibo per animali in Europa e USA
  • sigarette in Europa
  • alcolici in Europa
  • droga nel mondo
  • spese militari nel mondo
  • pubblicità negli USA

     In pratica eravamo al solito pregiudizio che chi dà cibo agli animali commette uno spreco riprovevole; ho allora risposto alla e-mail così, cercando di essere il più “dialogante” possibile:

   Vi ringrazio per la comunicazione; sono un attivista del movimento animalista, per lungo tempo nell’Associazione Vegetariana fondata  da Aldo Capitini, che ben conoscete a livello di messaggio pacifista.   

Ritengo anche che   quello che viene definito animalismo (in realtà biocentrismo) abbia senso solo se inteso come allargamento della sensibilità verso tutti gli esseri viventi, così come la pace – come diceva Capitini – può cominciare  anche dal cibo che mangiamo. In altre parole, la semplice tutela degli esseri non umani rischia di essere sterile se non soggetta da un’adeguata visione spirituale che veda umani e non umani degni di pieno rispetto in quanto espressioni di vita(…)   

La Vostra appare una delle sezioni più aperte della Chiesa. Per questo sono rimasto molto dispiaciuto per quanto ricevuto da un nostro socio relativamente alla Vostra mostra  “tutti giù per terra”,  che riporto sotto, in quanto condivido appieno la sua critica.    Prima però di segnalare quanto scrittomi dal socio a tutti gli altri attivisti, vorrei sapere da parte Vostra se avete nel frattempo modificato quanto da Voi inserito nella mostra in tema di “sprechi”. (…)   

Resto in attesa di un Vostro gradito riscontro e Vi saluto cordialmente.

caro amico Roberto…

 Dopo due mesi, sollecito risposta e scrive allora padre Dario:

    Caro amico Roberto, grazie per la sua provocazione. Condividiamo le sue idee riguardo al biocentrismo rispetto all’antropocentrismo. Siamo convinti che una corretta visione biblica metta al centro la Creazione e l’uomo come ‘custode’ e non ‘dominatore’ di essa. In questi tempi è un messaggio più che mai urgente ed è anche uno dei temi chiave della nostra mostra “Tutti giù per terra”.
   Riguardo alla vostra protesta relativa al riquadro che cita il ‘cibo per animali’, segnalo che si trova affiancato non solo alle spese per armi o droghe, ma anche per gelati, cosmetici e profumi.
   Insomma, è nostro interesse segnalare l’assurda ingiustizia dell’uso dei beni da parte della nostra società. Non condanniamo i gelati, e nemmeno i profumi (!)… ma ci sembrano spese assolutamente secondarie rispetto alle urgenze di un’umanità condannata alla fame. Altrettanto secondarie e assurde  ci sembrano le spese per “Cibo per animali”, dato che la natura stessa provvede ai cicli alimentari e una naturale convivenza tra il genere umano e quello animale non dovrebbe portare alla produzione di sofisticati cibi iperproteici in lattina per animali, ma educarci al riutilizzo delle risorse di cui disponiamo.
   Ho vissuto anni con cani e gatti e non ho mai sentito il bisogno di nutrirli con Kitekat, Wiskhas o Ciappi, che -tra l’altro- appartengono alla stessa multinazionale (Mars) che fattura più di diecimila miliardi annui. Non accettiamo di alimentare questo tipo di giri di denaro.
   Al di là di queste questioni, siamo convinti dell’importanza del cammino insieme a voi, che sostenete la centralità della difesa dell’ambiente e degli animali. Cerchiamo forme di collaborazione, per una creazione che viva in pienezza ed equilibrio!
   Grazie per la vostra attenzione e un abbraccio di pace, p. dàrio

dagli amici mi guardi Iddio?

 Caro Padre Dario,

 (…): il fatto di considerare la spesa per il cibo degli animali una spesa secondaria ed addirittura “assurda”  trasmette proprio  l’idea di una condanna morale.  Il messaggio che risulta dal  vostro cartello è che i soldi spesi per dare da mangiare agli animali sono un vergognoso spreco, come per gli altri componenti  e si giustifica perfettamente con la visione di esseri inferiori che la quasi totalità della Chiesa ha degli animali.
  In realtà chi spende i propri soldi per gelati, cosmetici ecc. lo fa solo per proprio egoismo, per la ricerca del proprio piacere, mentre  chi spende soldi per dare da mangiare agli animali lo fa per aiutare un essere vivente, cioè per una forma di altruismo. E’ chiara la differenza?
  Lei dice di “riutilizzare” le risorse di cui disponiamo, cioè – in parole più dirette – di dare agli animali “gli avanzi”, come ha fatto – lascia intendere – con i suoi cani e i suoi gatti. Questioni di punti di vista: una persona che gestisce correttamente le proprie risorse non deve creare “avanzi”, perché ogni avanzo di cibo è uno spreco, mentre se si riferisce agli avanzi di ristoranti, mense ecc., tenga conto che ci siamo battuti per anni per riuscire a riutilizzarli nei canili – e finalmente in parte si è riusciti – mentre  per gli avanzi cui appare riferirsi Lei  (quelli lasciati nel piatto) ci sono ostacoli di natura sanitaria per cui è vietato e chi contravviene lo fa  a proprio rischio e pericolo (a proposito, non sarebbe più adatta per il Vostro elenco la spesa enorme – e il relativo spreco – per banchetti, festeggiamenti di fine anno ecc?) .
   Per cortesia, si risparmi il discorso delle multinazionali, esistono tantissimi altri produttori di cibo per animali e chi vuole può benissimo acquistare altre marche (è stata proprio recentissimamente stilata una lista in tal senso );  lo spreco più vergognoso, che dovrebbe essere messo bene in evidenza nel vostro cartello, è la spesa per il cibo per gli animali da macello, pari a un terzo della produzione mondiale di cereali (fonte il Sole 24 ore). Quello sì è cibo sottratto agli umani, caro padre Dario. Se quindi voleste essere realmente coerenti con le Vostre critiche nei nostri confronti, dovreste convincere almeno gli esponenti del clero – a partire da Giovanni Paolo II – a praticare un rigoroso vegetarismo, spiegando pure che lo fate  solo per rispetto degli umani, a scanso di equivoci filoanimalisti. (…) 
    Su Famiglia Cristiana scrive don Angelo (9/2002): riusciremo un giorno a vergognarci di come trattiamo oggi gli animali, così come ci vergogniamo dello schiavismo, dell’oppressione delle donne e delle guerre (tutti comportamenti che abbiamo giustificato in nome della religione)? Me lo auguro ma il cammino è lungo.
    Vista la Sua risposta, direi che è lunghissimo…
   Lei auspica  forme di collaborazione, ma si  tratta di una collaborazione a senso unico, la cui premessa dev’essere l’accettazione da parte nostra di una visione squalificante degli esseri non umani, per i quali non si possono investire risorse.
    Noi invece  continueremo a sfamare e a lavorare anche per quelli che Voi considerate esseri inferiori e che noi invece consideriamo fratelli minori, certi che il Cristianesimo più vero e profondo sia quello illustrato dal prof. de Benedetti e da pochissimi esponenti del clero, messo in pratica da Don Nico Valeri (unico prete  presumiamo al mondo –  e se ne capisce il perché – a gestire un rifugio per persone umane e non umane).
(…) come può vedere sul sito www.progettopersona.org  abbiamo dimostrato che nella pratica si può colmare quel solco fra la solidarietà verso gli esseri  umani e quelli non umani, che invece cartelli come il Vostro allargano con forza. 
   Cordialmente.

   Nessuna risposta da padre Dario. 


http://www.ahimsa.it/ER_giuseppe.html

Cristianesimo e animali
Risposta alla lettera di Giuseppe da Bologna

(Sul rapporto tra religione e animali)


Londra, 25/06/01

Ho letto con grande attenzione la lettera di Giuseppe da Bologna. Una lettera chiara, onesta e rigorosa che non lascia spazi ad interpretazioni fuorvianti. Io sono un agnostico ma rispettoso delle varie fedi, però l’evidenza è quella che è: le religioni che emergono dall’ebraismo sono state per gli animali letali o micidialmente indifferenti.

Continuare a sostenere questa penosa interpretazione del Cristo “sub specie animalista” irrita e sfiora il grottesco. Davanti ad un’evidenza strabiliante di documenti che provano l’assoluta indifferenza del cristianesimo verso gli animali, è inutile continuare a menarla con la figura del Gesù che ama i suoi piccoli fratelli. L’evidenza del tempio, del sangue sparso delle vittime presso il Sancta Sanctorum, le ingiunzioni sugli olocausti, tutta la cornucopia tristissima dei miserandi detti dei Padri della Chiesa riguardo gli animali, indicano che il cristianesimo è una religione antropocentrica che non può, per la sua storia peculiare, trovare aperture verso il mondo degli animali, in quanto con la sua indifferenza e stupidità ne ha per secoli e secoli decretato lo sterminio producendo un flusso incontrollabile di sangue innocente. Un abominio perenne e permanente.

Jahvè, il padre di Gesù, se mi consentite, è il Dio dell’olocausto (Gen.4-3 e 8,20; Es. 10,25.ecc..). Levitico è chiarissimo: offerte di animali, piante, bevande, pane, farina ma soprattutto buoi, pecore, capre, tortore. Gesù non sfida il sistema degli olocausti, ma solo la corruzione della casta sacerdotale del tempio. Immaginate la scena: i sacerdoti del tempio, che sono “de facto” un’élite dominante nel mondo ebraico nei tempi di Gesù, aspergono con il sangue delle vittime l’altare di Jahvè, gli spruzzi del sangue raggiungono la tenda del Sancta Sanctorum. Il sangue dell’innocenza contamina le tende del Sancta Sanctorum. Il sangue di bestie innocenti è spruzzato sull’altare di Jahvè, il padre di Gesù, colui che avrebbe attivato il Big Bang, se mi è consentito chiarirlo. Il dio del fascio delle galassie e dei miliardi di stelle è quello che gode per l’odore di bestie innocenti bruciate. In soldoni: quello che ama l’odore delle bestie bruciate a migliaia è il padre di Gesù. Stessa sostanza. Figlio unigenito.

E Gesù non dice uno straccio di parola contro gli olocausti; almeno il Gesù che conosciamo noi, non quello dei susseguenti profeti. Immaginate carcasse di povere bestie divorate dalle fiamme. Neanche nate, queste povere creature, vengono gettate nel nulla. Perché voi sapete che nella logica delle religioni monoteiste l’anima ce l’ ha solamente il nazista egemone sull’orbe terracqueo: l’uomo. E le bestie l’ immortalità se la sognano. Le religioni monoteiste: Ebraismo, Cristianesimo ed Islam non la concedono. Di conseguenza le bestie uccise finiscono nel nulla. Continuate ad immaginare l’élite sacerdotale che vive di lussi, lavarsi, mondarsi con abluzioni e bagni rituali dalla contaminazione dell’orrore del macello. La casta sacerdotale del padre di Gesù era una corporazione di macellai. Ma nel Sancta Sanctorum c’è il Padre di Gesù (anche se le truppe di Tito non lo trovano durante la distruzione del tempio ), in quel luogo c’è il Dio che è un’unica sostanza, ripeto per evidenziarlo, con il figlio unigenito. Jahvè non è un Dio differente dall’Abba misericordioso di Gesù, ma è lo stesso Dio che trova gli odori degli olocausti piacevoli per le sue narici. Non si scappa. Non c’è via di uscita. Non c’è un Dio che si evolve dal demiurgo Jahvè al padre di Gesù. C’è un unico Dio perché questa intelligenza cosmica non si sviluppa, non evolve ma resta quella che è dall’inizio del tempo sino alla chiusura dei secoli. Semplicemente è nei tempi dei tempi.

Senofane di Colofone diceva che se i buoi potessero immaginarsi un loro dio, quel dio avrebbe le corna, i Traci se lo figurerebbero biondo, gli etiopi nero. Ogni specie egemone proietta le sue illusioni e le proietta oltre l’ orizzonte dello spazio – tempo. O semplicemente, e più vagamente, nell’alto dei cieli. La Genesi è chiara: nel momento dell’armonia edenica l’uomo non divora animali. Vive nel regno isaitico del fanciullo che abbraccia il leoncello. Dopo la caduta si pappa di tutto. Dopo la caduta il mondo diventa un luogo ove gli esseri si divorano, inghiottono, si masticano, si defecano a vicenda.

Gesù, quando fa saltare a calci i tavoli e le gabbie delle tortore, non lo fa per liberare gli animali ma per protesta contro la corruzione della casta sacerdotale del tempio. Masturbarsi mentalmente non è un’attività piacevole. Menarla in eterno con questo Gesù vegetariano è stressante, non regge intellettualmente, e scusatemi è anche offensivo per l’intelligenza. Dire che tutto quello che è riportato dai vangeli è falso mi sembra una cosa inverosimile vicino alla totale assurdità. Per il mondo ebraico le sacre scritture erano e sono la storia di Dio che rivela se stesso. Semplifichiamo: Gesù va molto bene per gli uomini ma non serve assolutamente per riscattare le bestie. Trovatevi qualcos’altro. Ci sono dei in abbondanza.

Un esempio: quando Manoach (Giudici 13-1,25 ) incontra l’angelo, l’angelo rifiuta la carne dell’agnello (perché, forse, per un messaggero iperuranico inghiottirsi pezzi di cadavere di un essere vivente è ripugnante) tuttavia invita Manoach a procedere con l’olocausto. Ed è come dire: io quell’orrore cadaverico non lo divoro, comunque Jahvè accetta il tuo sacrificio. E’ la struttura intellettuale del tempo giudaico che non concede compassione verso il non – umano. Gesù se ne fotteva degli animali come se ne fottono tuttora i palestinesi che fanno saltare gli asini con la dinamite nei cesti. E’ la loro cultura e la morale geografica: cristiani o musulmani non cambia. Un asino equivale ad una lattina vuota di birra, come Max il mio cane, ai loro occhi. Avete un’idea di cosa significava un cane nella Giudea del tempo di Gesù? Un cane era un nulla – impuro. Chiamare qualcuno “cane” era la peggiore delle offese che si poteva fare ad un uomo. E Gesù viveva in quel tempo ed era immerso in quella cultura. Ricordate come reagisce ai cagnolini, ai “kunaria” della Sirofenicia (Marco 7,28)?

Basta l’episodio saggiamente evidenziato da Giuseppe del fico maledetto per dimostrare l’indifferenza brutale verso la natura. Leggevo il brano giorni fa traducendolo dal greco. Nella mia ignoranza e per la mia labile memoria avevo dimenticato un particolare sbalorditivo: Gesù fulmina quel povero albero di fico perché, essendo fuori stagione, – ripeto essendo fuori stagione – non dava fichi. Scrive Marco: “gar en chairos sukon”: perché non era il tempo dei fichi. Il fico che sfama (Ger.5,17 – Ab 3,17), che guarisce (2 re 20,7 e Isaia 38,21) viene punito brutalmente per non dare frutti fuori stagione ! E non basta: il giorno dopo Pietro vede il povero albero e dice: guarda il fico che hai disseccato Rabbi…e Gesù se ne viene fuori con una tirata contorta sulla fede che smuove le montagne: se avrete fede potrete fulminare una pianura ricolma di alberi di fico. Non proprio così ma il significato è quello.

Ero giovanissimo quando lessi la spiegazione di Agostino riguardo la punizione del fico: mi sbellicai dalle risate, ma c’era da piangere. Agostino dice che Gesù non mostra di preoccuparsi per l’uccisione di animali e la distruzione di piante. Afferma, questo grande pensatore cristiano, che preoccuparsi per piante e animali è il massimo della superstizione. I porci posseduti dai demoni e il fico maledetto non avevano peccato, ma dal momento che non contano nulla non possono accampare diritti e possono essere impunemente distrutti. In soldoni: ciò che non ha un’anima immortale può essere massacrato o distrutto. Conta solo l’uomo. Sic et sempliciter.

Lucrezio che cerca di situare l’uomo (dove Heidegger cercherà di ubicarlo più tardi) non come l’epicentro del tutto, ma come parte del tutto è considerato da Calvino uno “sporco cane.” Paolo è chiarissimo quando spiega che Dio se ne strafotte dei buoi. La Chiesa, nella sua storia, è paurosamente distante dal problema della sofferenza animale. Leggere Tommaso d’Aquino riguardo il dolore delle bestie ferisce ed offende. E anche i pagani non scherzavano se si pensa che Tito, l’imperatore giusto – quello che cerca Jahvè nel Sancta Sanctorum, e non lo trova per l’ invisibilità di Dio – assiste nel circo al crudele massacro di 5000 animali. L’imperatore Giuliano l’Apostata, uno dei grandi imperatori – filosofi, colui che cercò di arginare l’avanzata del cristianesimo trionfante, era chiamato “il macellaio” per il grande numero di olocausti che offriva agli dei.

Gli animali pagano sempre per le follie dell’uomo. Ed anche il panteismo di Francesco va analizzato con freddezza: l’episodio di Gionata e la gamba di porco è spaventoso. E poi, mi chiedo, arrivò mai, il Santo di Assisi, a dire: mangiare la carne di fratello manzo è errato? Non mi risulta. Altri tempi dite voi? Eh no… I Catari vegetariani vennero massacrati senza che lui dicesse una sola parola. Chissà se non avesse trionfato il cristianesimo con la sua visione monoteista – trinitaria dove saremmo andati a parare. Forse si sarebbe sviluppata una religione – germoglio, nascente dal tronco del neo – platonismo, molto più attenta al problema della sofferenza animale. Una religione della luce, compassionevole, attenta verso il non – umano. Un buddhismo limato dal tempo senza dei e miracolismi. Porfirio (232- 304 d.C.) allievo di Plotino sosteneva che l’uomo dovesse consumare il minimo necessario sopravvivendo con una dieta di frutta. Celso, che attaccò il cristianesimo, affermava che tutto è stato “creato per gli uomini e per gli animali” mentre Origene, quello che non credeva in un inferno infinito, lo avversava dicendo che la Bibbia sosteneva che tutto era stato fatto per servire l’uomo. Le parole sono macigni. Giordano Bruno per avere intuito la verità fondamentale che siamo microbi persi nell’universo bruciò sul rogo.

Il razionalismo aristotelico è la base del rigetto: se qualcuno pensa che lo schiavo pur rimanendo un essere umano è un articolo di proprietà c’è poca speranza per gli animali. Esistevano capitani di vascelli delle navi schiaviste che, mentre portavano i poveri africani catturati dal regno di Benin verso l’Europa e l’America, avevano una cabina adibita a chiesa. Come il mafioso, catturato pochi mesi fa, gestivano la loro soggettività religiosa nell’orrore. Erano religiosissimi, pregavano e mortificavano la carne mentre nella stiva soffocavano gli schiavi.

Preso atto che il cristianesimo non serve agli animali, e paragonato al Jainismo o al Buddhismo è semplicemente fallimentare per ciò che riguarda il rapporto con il non – umano, cosa resta da fare? Inventarsi un nuovo Gesù.

Una via è quella di Stefano: tutte le scritture sono false. Gesù ha detto cose completamente differenti. Quindi la totale destrutturazione della Bibbia e del Vangelo salvando qualcosa di Isaia, Ezechiele, Geremia ecc.ecc.e sfoderando un nuovo profeta che capovolge completamente il messaggio antropocentrico evangelico offrendo un bellissimo annuncio di amore verso il non – umano: “La Bibbia é stata manipolata coscientemente per secoli e mischiata con i racconti delle caste sacerdotali. Non é più così semplice distinguere in essa cosa sia la vera parola di Dio, rivelata tramite i profeti, e cosa siano invece i racconti del tempo”.

Un’altra via è rimestare tra i vangeli gnostici ed uscirsene con un nuovo Gesù provato da qualcosa tremendamente improbabile come un manoscritto in aramaico del III sec d. C. o cose del genere. Da una parte abbiamo l’evidenza di 1310 pagine di sacre scritture dall’altra il vangelo esseno o qualche spezzone di vangelo gnostico. Quindi, si arriva ad un Gesù = esseno = vegetariano = amante degli animali travisato da apostoli e da evangelisti e tradito dalla Chiesa nascente e in particolare da Paolo.

Era un Esseno Gesù? Forse era stato influenzato dagli esseni, e come il Battista aveva assimilato idee essene ma elaborando una sua dottrina particolare. Bisogna avere un’idea chiara in testa: il movimento esseno era parte del “tourbillon” ebraico ed i monaci di Qumram, non erano il centro del movimento esseno, ma una scheggia di una realtà composita che si agitava nel turbine delle varie sette. Quindi, esisteva un grande movimento esseno con una setta dislocata a Qumram. Nella pentola ebraica che bolliva c’erano tanti movimenti che si lessavano come legumi per un passato di verdure messianico. C’era il movimento enochico, c’erano i farisei, i sadducei e gli esseni.ecc.ecc. C’era di tutto: le idee che bollivano nel calderone, come ho detto, erano molte e varie. Non esisteva un ebraismo monolitico ma un ebraismo frammentato. Quindi Gesù poteva essere stato influenzato dagli esseni senza essere un esseno, come un giovane di oggi può essere influenzato da Marx senza essere un marxista. Gli esseni rispettavano profondamente la legge mosaica, credevano in un dio creatore, nell’assoluta predestinazione, nell’immortalità dell’anima, vivevano da autentici comunisti seguendo codici minuziosi di purezza; nel tempo, assimilando idee gnostiche, assorbirono l’odio per la materia. Si astenevano dal vino e dalla carne come i Terapeuti d’Egitto, dei quali parla Filone Alessandrino, detestavano la corruzione del Tempio, pensavano che non ci fosse giustizia nel mondo e immaginavano – alla maniera platonica del soma – sema – che il corpo fosse una prigione. Parecchie idee di Gesù ma non tutte.

Ma questo non vuol dire che Gesù fosse un vegetariano. Non è possibile che ci sia stato un complotto secolare per tacere il suo amore degli animali per far contenti i macellai, i cacciatori e i francescani armati di doppiette o quelli che organizzano la cucina venatoria. Un complotto immenso e secolare per distruggere la dottrina fondamentale della compassione verso gli altri esseri? Ma nulla di nulla trapela: un silenzio assordante. Qualche sussulto in Isaia ed Ezechiele e nulla più.

Ma poi che importa crearsi nuovi profeti? Il movimento di Stefano fa del gran bene con la sua continua denuncia contro gli orrori perpetrati verso gli animali e le colpe della Chiesa. E’ la prima volta che dei cristiani, capovolgendo la dottrina ufficiale, si battono in difesa delle bestie creando santuari per i poveri animali e sono unici nel farlo. E se una freccia è rossa o nera poco importa se colpisce il bersaglio. Se qualcuno mi dicesse che c’è una torta di cioccolata con panna oltre l’ orizzonte che ha il potere di risolvere il problema della sofferenza animale ma pretende di essere adorata io mi metterei a carponi immediatamente e, semiateo – agnostico che sono, l’adorerei. Certo intellettualmente da fastidio venerare torte di cioccolata con crema e ciliegie e nel cristianesimo abbiamo una chiusura completa verso gli animali mentre in altre religioni esiste un’apertura totale.

E malgrado questo, alcuni continuano ad arrampicarsi sugli specchi cercando di salvare il salvabile. Le visioni del mondo antropocentriche saranno demolite nel terzo millennio poiché ciò che è incurabilmente limitato non sopravviverà, sarà trasceso e finirà nella pattumiera della storia come tutte le idee malsane. Paragoniamo Agostino, Tommaso d’Aquino, i gesuiti di Giuseppe da Bologna ai precetti della dottrina della Ahimsa del Jainismo. Si legga il testo janico del Ayramgasutta: “…tutti i santi..annunciano: non bisogna uccidere né maltrattare, né ingiuriare, né tormentare, né cacciare alcuna specie di esseri, né alcuna specie di creature ecco il puro precetto dei saggi che comprendono il mondo. Niente caccia, niente carne animale, niente violenza verso gli altri esseri, evitare di schiacciare insetti e le bestie che strisciano”.

Il fondatore del Jainismo è Nataputta Vardhamana detto Mahavira che insegna intorno al 500 a.C., è contemporaneo di Gotama Buddha, e vive nel momento magico della storia del mondo quando la terra ospita Senofane, Lao Tzu, Talete, Eraclito, Zaratustra, il secondo Isaia e Geremia. Stefano crede nella reincarnazione, nel karma e tira fuori Gesù che neanche le conosceva queste idee che appartengono ad altri mondi. Questo sorprende. Pensate al Buddhismo che vieta ai monaci di usare coperte di seta perché la lavorazione della seta causa la morte di innumerevoli esseri. Pensate ai precetti, continuamente, ossessivamente ripetuti che invitano il monaco ad “essere misericordioso, compassionevole e desideroso del bene di ogni creatura vivente..” Paragonate i precetti dei monaci taoisti a quello che scrivono i gesuiti di Giuseppe: “Non frusterai animali domestici, non schiaccerai insetti o formiche, non caccerai animali, non strapperai fiori o foglie, non abbatterai alberi.ecc.ecc..” Paragonate i precetti del Buddhismo mahayanico alle interviste allucinanti del prete cacciatore che fa uccidere esseri viventi per non far bestemmiare il suo gregge di cavernicoli – ammazza – passeri: “Che tutte le sofferenze degli esseri possano cessare..esulto al pensiero che tutti gli esseri saranno liberati dalla sofferenza del ciclo delle reincarnazioni”. Tutti gli esseri. Tutti. Paragonate i monaci denunciati dal movimento di Stefano che tengono un maiale in una gabbia di ferro di un metro per un metro, per tutta la sua povera vita, ai precetti dei Bodhisattva: ” la mia salvezza è inutile, prendo su di me il fardello del dolore di tutti gli esseri viventi..in verità è preferibile che io soffra ma che gli esseri tutti fuoriescano dal ciclo della reincarnazione.” La rinuncia al Nirvana per compassione verso le creature. Come dire: o ci entriamo tutti nella Luce Infinita o lasciamo perdere… Io, ad esempio, senza Max non ci andrei. Nichiren ( 1222 – 1282 ) dice che un giorno piante animali e minerali stessi sono destinati ad arrivare allo splendore del Buddha primigenio: alla Luce della Luce.

Con una sola frase di Gesù chissà quanto strazio sarebbe stato risparmiato. Ora Gesù parla attraverso la profetessa di Stefano? Ce ne ha messo di tempo per intervenire.. Pensate alle storie edificanti delle prime reincarnazioni del Buddha: in una di queste vite un giovane che diventerà in un’altra vita “l’Illuminato” decide di concedere il proprio corpo a una tigre affamata che sta per divorare i suoi piccoli. Leggende? Terreno minato, se si pensa che la resurrezione di Lazzaro è riportata da un solo evangelista: Giovanni. Un fatto epocale, unico nella storia del mondo e Luca, Marco e Matteo lo ignorano. Cosmogonie sballate dice Giuseppe da Bologna? Giusto: assolutamente ridicole… ma quale cosmogonia non è sbagliata: forse il sistema tolemaico – biblico era valido? Siamo alla scienza quantica è difficile misurarsi con elefanti che sostengono la terra.

Ha ragione Giuseppe: le ingiunzioni delle religioni orientali non fermano gli stermini, i tibetani soffocano dolorosamente, ostruendo bocca e le narici dei poveri animali, orrori inenarrabili avvengono in Oriente, ne sono consapevole, ma almeno il Buddhismo, il Jainismo ci provano. Ma per cambiare l’uomo ci vuole ben altro: l’orrore può essere limitato, contenuto, mai cancellato. E il cattolicesimo e gli animali? Ma da buttare via per intero, signori. Ha ragione Giuseppe. Bastano le scene grottesche riferite dall’amico di Bologna per bollarlo: il papa con l’agnello squartato, il prete che schiaccia l’insetto. E se mi permettete: il papa che cena con i cacciatori. Una religione che incita a mettere al mondo umani, e di conseguenza demolisce la terra, non è salvabile. Una religione che invita a procreare, in un mondo ove 800 milioni di uomini vivono nella più assoluta miseria e 15-20 bambini muoiono di fame ogni minuto, non può essere salvata. Una religione che invita alla proliferazione delle nascite mentre tre miliardi di umani vivono con due dollari al giorno, e il 23 % della popolazione mondiale con un solo dollaro al giorno non può sopravvivere. Scioglimento dei ghiacci, inquinamento, innalzamento dei mari, alluvione, minaccia alle riserve di acqua, aumento della desertificazione e il Papa invita a procreare. Il 40% della popolazione africana, il 39% di quella asiatica e il 30% di quella sudamericana vivono in zone disperatamente aride e Ratzinger imperversa con le sue ossessioni. La desertificazione minaccia 250 milioni di persone e in modo indiretto 1,2 di persone e loro insistono con le nascite. Una religione che incitando a procreare crea sacche di immensa miseria e grandi serbatoi umani per la prostituzione, il commercio degli organi e altre amenità di quel tipo non può salvarsi. Una religione che invita alla sfrenata riproduzione degli umani per ottuse, criminali, fissazioni dogmatiche non può sussistere.

L’equazione la conosciamo: più umani = più foreste distrutte, più animali massacrati, più inquinamento e avvelenamento del pianeta..ecc..ecc… Pàntote gar toùs prochiùs exete met’eauton…dice il Gesù di Marco: “I poveri li avete sempre con voi”. E anche gli incoscienti dogmatici che seminano l’orrore. Forse mettendo sul trono di Pietro Alex Zanotelli e al posto di Ratzinger il prete che benedice gli animali, don Canciani, qualcosa potrebbe cambiare; altrimenti la Chiesa non ha speranza a causa delle struttura basilarmente e inesorabilmente antropocentrica e assurdamente dogmatica.

Mi domando: ma perché qualcuno, con un po’ d’immaginazione, non ha tirato fuori una manifestazione divina, un’apparizione epifanica o angelica non legata a Cristo, a Geremia, a Buddha, a Maometto, a Isaia, a Ezechiele ma esclusivamente messa in atto dal Dio creatore dell’universo? Quello della pulsazione che proietta spazio – tempo – cose fuori dall’innominabile – se così si può dire – e sembra che resti fuori da tutto? Perché un mistico che medita sulla Luce originale, misericordiosa e infinita, senza intercessioni di alcun profeta, non se ne viene fuori con un incontro – tipo “cespuglio ardente” – ove il Dio della misericordia infinita – che non ha nulla a che fare con Jahvè – gli ingiunge un nuovo comandamento: “Ama tutti gli esseri viventi come te stesso”. Perché Stefano? Con tutte queste madonne piangenti nessuno ha mai pensato a questo? In un mondo ove un distinto signore inglese riempie i teatri per annunciare che il mondo è controllato da una razza di gigantesche lucertole che manipolano come birilli i potenti del mondo: Agnelli, Kissinger, Berlusconi, Bush, Blair, Prodi e D’Alema..tutto è possibile. Se dieci milioni di Mormoni si sono bevuti la rivelazione di John Smith e il Libro di Mormon c’è speranza per tutti. La conoscete la storia dell’angelo Moroni che visita, il 21 settembre del 1823, il povero Joe? Quasi, quasi ci proverei io a ricevere un’apparizione – cum – nuntius..ma sfortunatamente ho fede limitata….

Concludendo questa noiosa tirata io penso, umilmente, che si possano migliorare le cose solo attraverso la costituzione di una grande lobby animalista in grado di spostare politicamente i voti. A livello europeo e nazionale. I vegetariani tra Inghilterra e Germania raggiungono quasi il livello della popolazione della Grecia. Gli amanti degli animali quelli della Francia. Non è possibile, è umanamente offensivo che lobby morenti di 750.000 persone impongano ad una classe politica, nel proprio paese, l’accettazione della barbarie. Osservate la doppiezza dei politici: Berlusconi crea i circoli degli amici degli animali ma non appena vinte le elezioni si scatenano biancofiori e post – fascisti per migliorare i massacri dei cacciatori. Ma si. accoppiamo tutto quello che si muove… tanto… Sono circa 750.000, i cacciatori, ed erano due milioni dieci anni fa, ma riescono ad imporre il loro volere ad una classe politica degenere. Destra o sinistra non cambia. Perché? Perché si sanno organizzare. Ci sono grandi interessi economici dietro? Certo.ma anche nel mondo dei vegetariani e degli animalisti ci sono grandi interessi economici dietro. E come ! Dove vivo, in Inghilterra, c’è una prospera industria del cibo vegetariano. Un esempio: in Inghilterra i vegetariani sono aumentati quattro volte dal 1985. Il 45% della popolazione ha dichiarato di mangiare meno carne e il 25% invece di pensare seriamente di diventare vegetariano. Il 36% della popolazione della Gran Bretagna si è dichiarata contro gli esperimenti sugli animali anche qualora, tali esperimenti, fossero utili per migliorare le condizioni degli umani. I giovani li hanno condannati al 44% e 47% secondo le fasce di età. I vecchi al 25%. E questo fa pensare. Stefano mi scrisse che i vegetariani dopo “Mucca pazza” erano aumentati, in Germania, di due milioni di unità. Il potenziale politico di coloro che rispettano gli animali sta diventando grande.

Bisogna smetterla di ripulire ed aggiustare Gesù non serve a niente bisogna rendersi conto che senza un’autentica lotta politica nulla cambia. Cosa sarebbero i palestinesi senza l”Intifada”? Piangersi addosso non serve e neanche rovistare tra brani di vangeli gnostici, lottare politicamente a livello nazionale e europeo, si . Ero negli Stati uniti ed osservai lobby cambiare drammaticamente le cose attivandosi politicamente. Fu una grande lezione. I Gay, per esempio, dicevano: li volete i nostri voti? Allora fate così e funzionava. I voti andavano dove c’era comprensione e volontà di cambiare il sistema. E’ imponendosi politicamente che sopravvivono le lobby declinanti dei cacciatori nel mondo.

Un’ultima cosa: prima di lasciare l’Italia vidi anch’io i cattolici fanatici attaccare il presidente del ALF, quando scrissi la lettera contro il prete cacciatore furono i cattolici Verdi e del WWF a reagire, preti e cacciatori non risposero, incassarono; ma loro hanno i loro cani che abbaiano. Fu quel programma e la lotta che scaturì contro i cacciatori, dove vivevo, che mi convinse a lasciare l’Italia. Condivido: “Cattolicesimo vuol dire inferno in terra per gli animali”. E non c’è cosa peggiore dei cattolici al servizio dei cacciatori. Certo il presidente del “ALF” poteva essere più duro: con certi amici miei quella trasmissione sarebbe finita male. Sarebbero volati i riflettori e le poltroncine metalliche. Ma io penso che il pacifismo ha i suoi limiti e spesso va trasceso.

Un caro saluto.

Paolo Ricci.

Gran Bretagna – 09.2.2006

Schiavitù, mea culpa anglicano

La Chiesa anglicana si è ufficialmente scusata per aver tratto vantaggi materiali dalla schiavitù nel XVIII secolo. Lo ha annunciato ieri l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, a seguito dell’approvazione all’unanimità di un documento stilato dal Sinodo generale, riunitosi a Londra.

Ammissione di responsabilità. L’intento del Sinodo era quello di commemorare il ruolo svolto dagli anglicani a favore dell’abolizione del lavoro forzato nell’impero britannico, in vista del duecentesimo anniversario, che ricorre l’anno prossimo. L’arcivescovo di Canterbury, massima autorità religiosa della Chiesa d’Inghilterra, ha però capovolto i termini del dibattito. Non solo esaltare la figura di riformatori anglicani come William Wilberforce o John Newton, che nell’Ottocento condussero strenue battaglie contro il lavoro forzato, ma anche e soprattutto riconoscere la responsabilità della Chiesa nell’aver tratto profitto dalla schiavitù di centinaia di neri, prelevati dall’Africa e condannati a lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero.

La Società schiavista. La Corona inglese bandì ufficialmente la schiavitù nel 1807. Analogamente a quanto avvenuto per il Vaticano, resosi protagonista due anni fa di un mea culpa memorabile sull’antisemitismo e l’Inquisizione – o come gli stessi anglicani, che fecero ammenda per il loro coinvolgimento nelle Crociate – il Sinodo ha deliberato ieri all’unanimità una mozione di scuse ufficiali. La Società per la diffusione del Vangelo all’estero, ‘ala’ missionaria della Chiesa d’Inghilterra, gestita in buona parte da professori di teologia di Oxford e Cambridge, trasse enormi profitti dal lavoro degli schiavi, specialmente nella piantagione della canna da zuccchero di Codrington, la più grande delle isole Barbados. Stime del 1740 attestano che nella piantagione morivano di fatica o stenti quattro schiavi su 10, delle centinaia acquistati dalla Chiesa anglicana. Ciascuno di loro era marchiato a fuoco sul petto con la scritta ‘Società’, per ribadirne la proprietà. Nel 1764 uno schiavo costava 12 sterline, equivalenti a 110 galloni di rum (500 litri). Nel 1755, con 799 galloni di rum, due casse di carne e uno di maiale si compravano quattro uomini, tre donne, tre ragazze e un ragazzo di colore. Nell’estate del 1782, si verificò uno dei casi più eclatanti nel commercio di schiavi.

Stampa dell'epoca raffigurante la 'Zong'

La nave della vergogna. La nave negriera inglese ‘Zong’, stipata di schiavi ben oltre la capacità consentita, incappò in una tempesta durante il viaggio dall’Africa alla Giamaica, e 60 schiavi morirono di malattie e malnutrizione. Altri 132 furono buttati a mare. Temendo di aver perso tutti i profitti che avrebbero potuto derivare dalla vendita del cargo, il capitano, Luke Collingwood inventò una scusa per l’assicurazione: disse che non vi era acqua sufficiente per tutti. Se non fosse stato per il rimorso morale del suo vice, che denunciò come il natante fosse invece riuscito ad arrivare nel porto di Black River con ancora 420 galloni di acqua, la vicenda sarebbe passata sotto silenzio. Dopo una causa penale, il caso fu archiviato come ‘frode ai danni dell’assicurazione’. L’episodio scosse tuttavia le civili coscienze inglesi, e a 5 anni di distanza 12 uomini si riunirono nella stamperia di un quacchero, James Phillip. I due leader del gruppo, Granville Sharp e Thomas Clarkson, anglicani, giurarono da quel momento che avrebbero fatto qualcosa di rivoluzionario per l’epoca: abolire la schiavitù in tutto l’Impero britannico. A loro si unì William Wilberforce e  insieme fondarono la Società per l’abolizione della schiavitù. Wilberforce propose per 20 legislazioni di fila la legge sulla schiavitù, che fu finalmente emanata nel 1807. Solo nel 1838 vi fu l’effettiva fine della schiavitù nelle colonie inglesi. Un quarto di secolo dopo scoppiò la Guerra Civile americana e per un altro mezzo secolo la schiavitù continuo in Brasile (per 1.5 milioni di individui) e a Cuba (per 400mila).

La Società per l'abolizione della schiavitù

“Riconosciamo le nostre colpe”. I profitti della Chiesa anglicana nell’epoca dello schiavismo furono ingenti. A seguito della legge, nel 1833 il Parlamento inglese approvò una serie di risarcimenti – per i padroni ovviamente, non per gli schiavi – e gli anglicani ricevettero una somma equivalente a 500 mila sterline (attuali) per la perdita del lavoro forzato nella piantagione di Codrington. Ieri, assieme al riconoscimento e all’encomio per l’attività del riformista Wilberforce, anche l’ammissione della colpa: “Parlare di pentimento e di scuse non è pronunciare solo parole. Il corpo di Cristo è esistito nella storia – ha arringato ieri l’arcivescovo di Canterbury – e per questo motivo noi condividiamo anche peccati e mancanze dei nostri predecessori. Riconosciamo perciò che le colpe sono anche nostre, non solo di qualche distante loro“.

Luca Galassi


http://freeweb.dnet.it/dell/unesco/silence.htm

Alessandro Dell’Aira

Schiavitù: il silenzio del Concilio di Trento


Intervento al Congresso internazionale
«La schiavitù nel Mediterraneo in età moderna».
Palermo, 26-30 settembre 2000.

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La servitù coatta non rientrava tra le questioni da trattare nel concilio convocato a Mantova nel 1536 e apertosi a Trento nove anni più tardi, il 13 dicembre del 1545. Gli errori dottrinali, la riforma dei costumi, la pace tra i prìncipi, l’urgenza di un’altra crociata: ecco i temi più urgenti. Ma a quale di essi dare la precedenza?1 «Desiderato e procurato dagli uomini pii», come scrisse il Sarpi, «per riunire la chiesa che cominciava a dividersi»,2 quel concilio avrebbe privilegiato il risanamento e l’irrobustimento della Chiesa romana. L’idea di una Lega Santa contro i Turchi maturò poi come ostentazione dell’unità ritrovata. Invocando il rosario, papa Pio V dichiarò guerra agli infedeli e agli eretici che insidiavano la fede e seminavano la discordia in Europa: occorreva stringersi intorno alla croce, simbolo del martirio di Cristo. Eppure sembrava che il cielo avesse voluto risarcire Roma in anticipo per quella dimidiatio. I popoli delle Indie orientali e occidentali si erano rivolti a Roma con speranza. Nel 1521 lo aveva ricordato a Lutero il re d’Inghilterra Enrico VIII, ancora fedele al papa: «Si vera sunt quae ex India quoque huc veniunt, Indi etiam ipsi tot terrarum, tot marium, tot solitudinum plagis disiuncti, romano tamen se submittunt Pontifici».Un informatore portoghese dei padri conciliari, frei Gaspar dos Reis, riprese quel concetto ventisei anni dopo: «In occidentali India inventi sunt populi ad suscipiendam christianam fidem promptissimi, qui catervatim currunt ad baptismum».4 E gli africani deportati? L’attesa era grande. Nella Nuova Spagna c’erano tutte le ragioni per ritenere che in Italia si sarebbe discusso anche del ruolo delle diocesi delle Indie nella propagazione della fede cattolica. Informati dell’avvenuta convocazione del nuovo concilio, i vescovi d’America espressero il desiderio di essere presenti, e non solo rappresentati. Si pronunciò per primo il francescano osservante Juan de Zumárraga, allora vescovo e più tardi arcivescovo del Messico, testimone, nel 1531, del miracolo di Guadalupe: ai suoi piedi l’indio Juan Diego aveva deposto i fiori donatigli dalla Madonna, sciorinandoli dal mantello su cui la santa immagine si era prodigiosamente impressa. Sul momento Zumárraga dubitò di Juan Diego, ma poi credette al suo racconto. Quei fiori la Vergine li aveva dati in pegno all’umanità esotica: una sorta di rosario d’oltremare. Il 13 febbraio 1537 Zumárraga si appellò a Carlo V: «Humildemente suplico a Vuestra Majestad mande favorecer a mis procuradores, mucho más que si yo fuera, de manera que se alcance y se despache lo que ellos van a procurar en mi lugar, y a lo que yo fuera de buena voluntad; porque de aquí depende la cristiandad y la salvación destas gentes, y que el edificio espiritual vaya fundado como Vuestra Majestad lo desea».5 A più riprese, in seguito, il vescovo si rivolse all’imperatore e al Consiglio delle Indie, ma senza successo: gli venne impedita la partenza, e non fu consentito né a lui né agli altri vescovi di inviare procuratori.6 La ragione ufficiale del diniego fu che non si dovevano lasciare le sedi lontane, tanto più che il concilio rischiava di essere rinviato e che le novità sarebbero giunte per tempo attraverso i soliti canali.7 La promozione della cristiandad e l’obiettivo della salvación dell’umanità extraeuropea convivevano con la pratica dello schiavismo e rientravano negli auspici delle corone spagnola e portoghese, oltre che del papato. Questa attenzione riguardava sia gli indios sia i deportati dall’Africa, la cui sottomissione al pontefice giunse in modo simbolico molto più tardi.8 La tratta dei neri, messa in atto per la prima volta dai portoghesi verso la metà del secolo XV, prevedeva la somministrazione del battesimo a bordo o poco prima dell’imbarco, «…sola aspersione aquae cum ysopo…, sicut olim faciebant apostoli»,9 così da garantire il riscatto spirituale a chi non era stato catechizzato. Gli africani non percepivano il senso di quel rituale e lo intendevano come una forma di iniziazione alla schiavitù;10 tra coloro che li battezzavano, d’altra parte, alcuni facevano fatica a identificarsi con gli apostoli, dubitando dell’efficacia di un sacramento impartito a creature di Dio che non sapevano neppure cosa fosse lo Spirito Santo, come i discepoli efesini di San Paolo (Act. 19,2). Tra coloro che dubitavano c’era il frate minore osservante Francisco da Conceição, portoghese, coadiutore dell’arcivescovo di Braga, venuto in Italia per informare i padri conciliari riuniti nella sessione di Bologna.11

Gli Archivi Vaticani custodiscono due copie autografe dell’intervento di Francisco da Conceição, con brevi note sugli africani deportati, inserite, sotto il titolo «Apud Lusytanos […] De servis», nel corpo delle sue riflessioni sugli abusi nella somministrazione dei sacramenti. Non è chiaro se si tratti di un parere di complemento o di un contributo direttamente rivolto ai teologi conciliari. In un passaggio, quasi una divagazione tra battesimo ed eucaristia, il frate osserva che l’ignoranza degli schiavi in materia di fede dipende non tanto dai padroni e dai padrini di battesimo, quanto dall’incuria dei prelati. E poi depreca, «quod est contra fidem», il concubinaggio tra schiavi, che i padroni favoriscono per incrementare il proprio patrimonio; la marchiatura a fuoco, che spinge le madri all’aborto o all’infanticidio; l’abitudine di insultarli come canes Sarraceni, anche se convertiti, o di torturarli con tizzoni, cera e grasso bollente; la propensione a ledere, spesso in modo oltraggioso e violento, il loro diritto e desiderio di riscatto. Osserva Francisco da Conceição: i padroni cristiani vanno ammoniti; le loro angherie andrebbero proibite, «si videbitur». Prima di passare agli abusi nell’impartire l’eucaristia, auspica che i padri del concilio si pronuncino anche sulla compravendita e la detenzione di schiavi da parte dei cristiani, e mette in guardia i presenti, «quum enim multa sit apud christianos theologos de coacta servitute (etiam de illa, quam leges permittunt) dubitatio». Dai registri dei conti di Antonio Manelli relativi ai sussidi concessi agli intervenuti al concilio, risulta che fra Francisco da Conceição si fermò a Bologna dal luglio 1547 al febbraio 1548.12 Prima di lui, nessuno aveva toccato quell’argomento durante il concilio. Ma il suo auspicio fu vano. Né durante quei mesi, né dopo, le congregazioni generali si occuparono del suo deciso per quanto fugace accenno alla schiavitù, e ancor meno dei dubbi teologici evocati con l’esortazione a non sottacerli («Ad haec res est non levis aut sacri synodi indigna iudicio, quae circa comprehensionem et vectionem, emptionem et vendicionem ipsorum servorum fit…»).13 I risvolti politici e commerciali dello schiavismo non erano oggetto di contesa. Le due corone di Spagna e Portogallo, in concorrenza sullo scenario d’oltremare, convenivano sulla legittimità delle deportazioni. Gli schiavi erano visti come una grande risorsa per l’Europa, afflitta dalle pestilenze, dalle carestie e dagli scismi. Le raccomandazioni reali e papali riguardavano per lo più l’opportunità di evitare le conversioni forzate: erano ammonizioni, non proibizioni, e in ogni caso non tali da scongiurare il ricorso alla violenza gratuita.14 Il concilio era ormai alle ultime battute quando il corsaro e negriero inglese John Hawkins iniziò a fare concorrenza ai portoghesi sulla rotta atlantica, segnando l’inizio di una nuova e triste tappa nella storia della schiavitù.


Nel dicembre del 1545, a Trento, i lavori si erano aperti con il discorso ufficiale del vescovo di Bitonto Cornelio Musso, prodigo di elogi per il re portoghese, «cuius sancto nomini… a Deo datus est novus orbis».15 Musso si riferiva non solo alle Indie orientali e al Nuovo Mondo «al di qua» della linea di Tordesillas, ma anche al Niger, alla Guinea e all’Angola. Del «novus orbis» faceva parte anche l’isola di São Tomé, con le sue nuove piantagioni di canna da zucchero e le massicce deportazioni di neri dal vicino continente. Lì, a concilio ultimato e con l’assenso del papa, si sperimentò l’istruzione di sacerdoti neri da inviare anche in Africa.16 Lo stesso Francisco da Conceição sembra alludere a questa prospettiva all’inizio del suo excursus «Apud Lusytanos», prima di menzionare São Tomé e Calcutta come i centri da cui per lo più provenivano i deportati: «Sunt quaedam insulae… unde nunquam confirmationis ibi sacramentum ministratur neque ordinationes fiunt. Aut igitur tales in his locis ordinentur episcopi, qui per se ire aut suffraganeum suis expensis mittere velint et promittant, vel alia certe via, quae patribus visa fuerit, saluti animarum et ecclesiae commodo prospiciatur». Il caso di São Tomé fu eccezionale e circoscritto. I neri a quei tempi erano esclusi dal sacramento del sacerdozio. Fu così anche per fra Benedetto il Moro da San Fratello, nato in Sicilia da schiavi africani. I voti «irregolari» da lui presi sul Monte Pellegrino nella comunità eremitica di Gerolamo Lanza, sciolta in applicazione di un breve papale del 1562 quando il concilio tridentino si avviava a conclusione, non gli furono dati per validi nel convento dei frati minori osservanti di Palermo, né gliene vennero somministrati ex novo: Benedetto divenne guardiano e vicario del convento, ma restò un frate laico. Inoltre, nelle statue che lo effigiavano, destinate agli altari della penisola Iberica e del Nuovo Mondo già qualche decennio dopo la morte, la sua nerezza venne elaborata e «dosata» secondo i casi e secondo i luoghi. Dove più consistenti erano le confraternite di schiavi (Andalusia, Lisbona, Brasile), essa ne fu lo specchio iconografico. Dove la presenza di schiavi africani era contenuta, a causa anche della durezza del clima (ad esempio, nelle zone interne e alte dell’attuale Colombia, diversamente dalle zone costiere e temperate), la sua immagine venne alquanto schiarita. Il San Benito de Palermo al centro di un ricco altare barocco della chiesa dei francescani di Bogotá, identico agli altri altari databili tutti al secondo quarto del Seicento, è rappresentato con le fattezze di un bianco. Tutto ciò può spiegarsi in termini di osservanza di un canone figurativo tridentino, se consideriamo che il secondo decreto approvato nella venticinquesima e ultima sessione, tenutasi il 3 e il 4 dicembre del 1563 sotto papa Pio IV, De invocatione, veneratione et Reliquiis Sanctorum, et Sacris Imaginibus, a proposito di queste ultime disponeva: «Postremo tanta circa haec diligentia et cura ab episcopis adhibeatur, ut nihil inordinatum aut praepostere e tumultuarie accomodatum, nihil profanum nihilque inhonestum appareat, quum domum Dei deceat sanctitudo». Per la decenza della casa di Dio, la raffigurazione dei santi doveva rispecchiare la qualità spirituale della purezza. Nel caso di Benedetto, di pelle nera e aspirante alla santità, una statua di genere, bianca, in assenza di tradizione orale o di documenti, era più degna della casa di Dio se rifuggiva, in tutto o in parte, dalla rappresentazione di una qualità materiale inordinata e profana. Altrettanto inordinata, alla luce della lettura biblica e dell’argomentazione logica, fu ritenuta quella tesi del vescovo Las Casas che contraddiceva l’impianto generale della Historia de las Indias, e apertis verbis, nel silenzio all’epoca imperante, negava la legittimità della schiavitù e delle tratte di schiavi dall’Africa all’Europa e al Nuovo Mondo. Fra Bartolomé era stato consacrato vescovo del Chiapas nel convento domenicano di Siviglia, un anno e mezzo prima dell’apertura del Concilio di Trento. Prima di morire mise un veto di quarant’anni sulla pubblicazione della Historia de las Indias. La sua proposta di deportare gli africani per impiegarli al posto degli indios decimati non ebbe forte incidenza su una pratica già invalsa da tempo, o almeno non come la maledizione di Noé nei confronti della discendenza di Cam. Quell’argomento biblico, alcuni decenni dopo, avrebbe invece consentito al Santo Uffizio di condannare in blocco la Historia de las Indias, data alle stampe solo nel 1875.17 Nel valutare dunque l’esclusione dei vescovi americani dal Concilio di Trento e il silenzio dei convenuti sulla servitù coatta delle genti delle Indie e dell’Africa, si osservi anzitutto che, nei timori della Chiesa e dell’Impero, le questioni «locali» sollevate dai vescovi rischiavano di nuocere al processo di ricomposizione e di aprire nuovi fronti di discordia.18 Il controllo diretto dei rappresentanti imperiali e dei legati papali garantì questa linea nel corso di tutto il Concilio. In secondo luogo, si consideri che dietro tutto il non detto dai concili e dai papi di allora (e non solo di allora) in fatto di questioni controverse, si può ragionevolmente presumere che vi fosse: o l’ovvietà del quadro istituzionale -che non richiedeva pronunciamenti e mediazioni tra le parti-, o la rimozione di un tema delicato sotto l’aspetto etico e dottrinario, o il rigetto di questioni universali politicamente rischiose per l’Europa. In un tale contesto di cose taciute e non decretate, le parole e gli appunti autografi di Francisco da Coinceção non vanno percepiti come una sorta di interferenza, o la voce di una coscienza isolata,19 ma come la preziosa conferma dell’antichità e della consistenza, all’interno degli ordini religiosi del tempo, delle voci di protesta contro la liceità della tratta e della schiavitù delle genti d’Africa.


Bibliografia


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J. De Castro, Portugal no Concílio de Trento. 6 volumi. União Gráfica, Lisboa, 1944-46.
I. Rogger, Le nazioni al concilio di Trento nella sua epoca imperiale. Orbis Catholicus-Herder, Roma, 1952.
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D.B. Davis, The Problem of Slavery in Western Culture. Ithaka, Cornell University Press, 1966.
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A. Prosperi, Il Concilio di Trento e la controriforma. Edizione UCT, Trento 1999.
I. Gutiérrez Azopardo, La población negra en América. El Buho, Bogotá, 2000.


NOTE

1 A. Prosperi, Il concilio di Trento e la Controriforma. Edizione UCT, Trento, 1999, pp. 33-34.

2 P. Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino, a cura di C. Vivanti. Einaudi, Torino, 1974, vol. I, p. 6.

3 Concilium Tridentinum… ed. Societas Goerresiana. Friburgi Brisgoviae, 1904 ss, XII (Tract. I), 805-806. Cfr. P. de Leturia S.J., Perché la nascente Chiesa ispano-americana non fu rappresentata a Trento, «Il Concilio di Trento. Rivista commemorativa del IV centenario». Anno I,1, ottobre 1942, pp. 35-42.

4 Concilium...cit., Nova Collectio. Friburgi Brisgoviae, 1972, VI (Act. III,2) 188,9-10.

5 M. Cuevas, Documentos inéditos del siglo XVI para la historia de México. Editorial Porrúa, México, 1975. Cfr. P. de Leturia, Perché la Chiesa… cit., pp. 39-40.

6 Cfr. I. Rogger, Le nazioni al Concilio di Trento nella sua epoca imperiale. Orbis Catholicus-Herder, Roma, 1952, pp. 65-66. Sono grato a monsignor Rogger per la cortese revisione di questo scritto.

7 P. De Leturia, ibid., p. 41.

8 Ciò avvenne nel corso di una speciale missione diplomatica che giunse a Roma dal Congo nel 1608, dopo aver visitato il Brasile e la corte madrilena di Filippo III., quasi a sottolineare l’importanza di stabilire relazioni dirette con la sede apostolica. Cfr. A. Dell’Aira, Da San Fratello a Bahia. La rotta di San Benedetto il Moro. Magazzini di Arsenale, Trento, 1999, p. 13. Il primo papa a interessarsi alle sorti dei primi neofiti subsahariani, evangelizzati in Guinea dai missionari francescani e insidiati da altri africani convertiti, fu Pio II, che il 7 ottobre 1462 si rivolse al vescovo di Lanzarote chiedendogli di intervenire energicamente. Cfr. I. Gutiérrez Azopardo, La población negra en América. El Buho, Bogotá, 2000, pp. 154-165.

9 Frei Gaspar dos Reis, in Concilium...cit., ibidem (cfr. nota 4). 

10 M. Malowist, La schiavitù nel Medioevo e nell’età moderna. Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli-Roma, 1986, p. 67.

11 Crf. Arch. Vat. Conc. 16, 395r-398v. All’intervento di Francisco da Conceição accenna brevemente Hubert Jedin (Il Concilio di Trento. Morcelliana, Brescia, 1973. Vol 3, pp. 184-85), attribuendolo erroneamente a un domenicano e lasciando indefinita la data (estate del 1547). Dai diari di Angelo Massarello si desume tuttavia che esso fu pronunciato nel mese di agosto, probabilmente giovedì 11, nel corso di una congregatio theologorum minorum (cfr. Concilii Tridentini Diariorum Pars Prima, coll. S. Merkle. Friburgi Brisgoviae 1901, 681,5). La citazione dagli Atti degli Apostoli (Neque si Spiritus Sanctus est, audivimus) è dello stesso Francisco da Conceição. Per altre notizie su di lui rinvio a I. de Castro, Portugal no Concílio de Trento, Lisboa 1944, vol. II, pp. 335-339.

12 Concilium...cit., Nova Collectio. Friburgi Brisgoviae 1985, VI (Diar. III, Pars III,2), pp. 56-78.

13 Isácio Pérez Fernández, studioso di Bartolomé de las Casas, ha di recente datato agli anni 1545-1547 il costituirsi nell’ordine domenicano di una corrente ideologica che condannava la schiavitù dei neri (Bartolomé de las Casas ¿contra los negros? Mundo negro, Madrid, 1991). Cfr. I. Gutiérrez Azopardo, La población negra… cit., pp. 165-66.

14 Si ricordi tuttavia che, in tempi precedenti, la Real Cédula del 1500 e il testamento di Isabella la Cattolica tutelavano i diritti degli indios, e che tali diritti vennero ripresi negli anni di preparazione del Concilio di Trento dalla bolla Sublimis Deus di Paolo III, del 1537, contemporanea alle prime istanze che Juan de Zúmarraga rivolse a Carlo V dalla Nuova Spagna.

15 P. De Leturia, ibid., p. 37.

16 Ciò avvenne quasi certamente intorno al 1574, al tempo dei dissapori che opposero il vescovo al governatore. Cfr. M. Malowist, La schiavitù... cit., p. 69. In ossequio ai decreti del concilio tridentino, l’antico seminario di São Tomé funzionò dal 1571 al 1592 (cfr. A. Brásio, Monumenta Missionaria Africana, Vol. III, nn. 5,11,80). Devo questa informazione alla cortesia di monsignor Abílio Ribas, vescovo di São Tomé.

 Palermo

      Sevilla

   Bogotá 

17 B. Fra Molinero, La imagen de los negros en el teatro del Siglo del Oro. Siglo XXI, Madrid, 1995, p. 12. 18 Su mandato deI sinodi peruviani di Santa Fé (1556) e Popayán (1558), il vescovo Juan del Valle indirizzò al Concilio di Trento l’invito a pronunciarsi sulla legittimità della conquista spagnola del Perù. Il viceré Francisco de Toledo, allarmato dalla veemenza di alcuni predicatori, informò il re di Spagna che da qualche pulpito si rivendicava al papa il governo di tutte le Indie. 19 Cosi iniziano le Annotatiunculae aliquot di Francisco da Conceição: «Etiamsi oculatissime haec a Rmis DD. Meis collecta atque prudentissime sint digesta, ut iniuncto tamen ab eis mihi mandato et conscientiae meae faciam satis, paucula quaedam parvaque, mea vero sententia non praetereunda humiliter suggeram…»


http://www.cronologia.it/storia/a1901f.htm

L’AZIONE SOCIALE CATTOLICA

L’articolo si riferisce all’enciclica di Leone XIII (Graves de communi) che si esprimeva a favore dell’impegno sociale dei democratici cristiani, anche se rifiutava decisamente il progetto di costituzione di un partito politico autonomo cattolico. Tuttavia nell’enciclica c’è una cauta apertura verso il liberalismo come quello espresso da FILIPPO MEDA negli ambienti cattolici lombardi. Ndr.

“Con atti solenni della sua autorità suprema e con una diffusa, per quanto assai spesso contradditoria agitazione di tutti i suoi organi, la Chiesa cattolica è entrata nel movimento sociale contemporaneo e, affermando la propria esclusiva competenza in questo, così come in ogni altro campo della vita sociale, tende ad imprimere al problema sociale, un indirizzo ed una soluzione suoi. Prescindendo deliberatamente e completamente da ogni discussione sul dogma e sulla costituzione della Chiesa, io intendo chiarire brevemente questo concetto: che l’azione sociale cattolica non è tale che il proletariato le possa tranquillamente affidare le proprie sorti.
La fiducia incondizionata, che la Chiesa domanda al proletariato è resistita dall’ insegnainento di 19 secoli di storia, durante i quali o la Chiesa di proposito si è rifiutata di proscrivere le iniquità sociali o ne ha essa stessa approfittato, dividendo colle classi dirigenti laiche i profitti dello sfruttamento proletario. Ha rifiutato di intervenire a difesa degli oppressi proprio nella sua prima fase, la più gloriosa. Esclusivamente intenta alla salute delle anime nei primi tre secoli, essa sdegna non solo di alleviare le miserie sociali, ma le santifica e le consacra. Quando la società era divisa in liberi e schiavi, la Chiesa legittima la schiavitù; niente anzi di più falso di quanto è stato troppo spesso affermato e creduto, che alla Chiesa si debba la condanna e la abolizione di quell’orribile istituzione. San Paolo rimanda a Filemone lo schiavo fuggitivo Onesimo ed esorta alla obbedienza gli schiavi nelle lettere agli Efesii, a Tito, a Timoteo. Altrettanto San Pietro nella prima lettera cattolica. Nulla vi ha nella schiavitù che ripugni alla Chiesa. Salita dalle catacombe al trono dei Cesari, essa stessa diventa proprietaria di schiavi; la emancipazione anzi degli schiavi, favorita come atto umano dalle leggi romane, se si tratti di schiavi ecclesiastici è ostacolata dai Concilii, come quella che diminuisce il patrimonio della Chiesa. E si giunge a tanto, che mentre il giureconsulto pagano insegnava essere la schiavitù istituto del diritto delle genti, ma contro natura, il teologo San Tomaso nega ch’essa sia contro natura. Sulla base di tale insegnamento non è a far meraviglia che sotto gli auspici della Chiesa si introducesse prima la tratta dei negri nell’America Spagnola e che l’ultima tra le nazioni civili ad abolire la schiavitù, il Brasile, sia una nazione cattolica.
Dal giorno del suo trionfo, assunte nuove forme colla effettiva conquista del potere, la Chiesa approfitta dello sfruttamento proletario organizzato dalle e nelle varie costituzioni sociali, che si succedono da Costantino fino alla rivoluzione francese. Basta per convincersi di ciò aver riguardo a quel Medio Evo, che la Chiesa cattolica vorrebbe ora richiamare come esemplare di un nuovo assetto sociale. Durante quel lungo e tenebroso periodo la società europea si divide quasi intera in due classi, i servi e gli uomini d’arme: – la Chiesa sceglie il suo posto accanto a questi ultimi o tra di essi. Vi sono signori ecclesiastici e signori laici: gli uni e gli altri investiti degli stessi, molte volte obbrobriosi, diritti sovrani e semi-sovrani. E i vescovi e gli abati cavalcano non sempre la pacifica mula – bene spesso il caval da battaglia: “E dice il Magontino arcivescovo: Al canto
“Della mazza ferrala io porto l’olio santo.
“Ce n’è per tutti.”

Si può osservare e fu difatti osservato e ripetuto infinite volte, che la storia del Medio Evo si riassume nella contesa fra il papato e l’impero per il dominio del mondo.
Quanto sangue è corso nella lotta per le Investiture !!”


(01/06/2006)

 Con una campagna pubblicitaria si ricorda il supporto di tante chiese al razzismo del KKK, paragonato alla discriminazione di oggi verso i gay.

Da redazione Gay Tv.

A Indianapolis la parrocchia Jesus Metropolitan Community Church ha speso 55mila dollari per una campagna pubblicitaria che recita “Gesù ha sempre difeso gli esclusi per motivi sociali e religiosi. Ma oggi molte chiese si sono specializzate proprio nell’aggredire i diversi. C’è qualcosa di sbagliato in ciò”.


Una delle pubblicità mostra un gruppo di uomini del Ku Klux Klan con la classica croce incendiata della violenta congrega razzista americana, e proprio in riferimento all’uso del simbolo cristiano della croce, la quando un simbolo di amore era usato come strumento di odio? La Bibbia non dovrebbe mai essere usata per giustificare la discriminazione contro qualsiasi gruppo, compresi i  gay”.

Il Reverendo Miner, promotore dell’iniziativa, ricorda anche di quando la  Bibbia fu stata usata dalle chiese, cattolica in primis, per  supportare la schiavitù, opporsi al voto femminile e per impedire i matrimoni interrazziali. “Vogliamo aiutare i cristiani a collegare i punti del passato dove la Bibbia è stata usata per discriminare a quello che viene fatto oggi.”

Giorgio Lazzarini http://www.gay.tv/d@y/upl/d@y/album/orig/2006060113

http://atei.it/atei_finanze.htm

La Città del Vaticano si estende su 44 ettari di terreno. Ha 911 residenti di cui 532 cittadini, il cui reddito pro-capite ammonta a 407.095 euro. Non produce beni e i suoi servizi sono per lo più gratuiti. La sua economia (con i suoi profitti) si basa sugli investimenti, mobili e immobili, sul patrimonio esistente, le rendite e sulle rimesse delle diocesi sparse nel mondo; sono 4 649 riunite in 110 Conferenze Episcopali. Il bilancio di tutto questo è tenuto dall’Apsa (Amministrazione patrimonio sede apostolica) e la Prefettura per gli Affari economici, guidata dal cardinale Sergio Sebastiani, lo controlla. A quest’ultima è anche demandato il compito di controllare i bilanci dello Ior (l’Istituto per le opere religiose), la banca Vaticana. Ogni diocesi inoltre gestisce un patrimonio a sé. Fatto di immobili, titoli e offerte dei fedeli. La Città del Vaticano è composta da tre parti (a volte considerate personalità giuridiche altre no). Lo Stato, la Santa Sede e la Curia. Il primo è l’entità territoriale, la seconda è il vertice della Chiesa e la Curia è la struttura organizzativa. Tutte le istituzioni vaticane spesso rivendicano l’extraterritorialità e la non rispondenza alle leggi degli altri Stati-Nazione.

L’APSA

L’Apsa è in pratica la Banca Centrale della Città del Vaticano. Essa svolge funzioni di tesoreria e gestisce gli stipendi dello Stato. Fra i suoi compiti c’è anche quello di coniare moneta. Nel 1998 infatti, l’Ue ha autorizzato l’Apsa ad emettere 670 mila euro l’anno. Con la possibilità di emetterne altri 201mila in occasione di Concili ecumenici, Anni Santi o in occasione di un’apertura della Sede vacante. Secondo quanto riportato dai dati ufficiali della Prefettura per gli Affari Economici, per il 2002 il Vaticano e la Santa Sede sarebbero in deficit. 29,5 milioni di euro. Nel bilancio però non figurano strutture come le università pontificie, gli ospedali cattolici (Bambini Gesù di Roma, ad esempio), i santuari (Loreto, Pompei). Ma soprattutto non figura l’obolo. Una pratica che ha portato nel solo 2002 un gettito nelle casse della Città del Vaticano di 52,8 milioni di euro.

LO IOR (Istituto per le Opere Religiose)

E’ la banca della Città del Vaticano. Dopo le vicende legate al banco Ambrosiano, al crac e al cardinale Marcinkus, nel 1990 papa Giovanni Paolo II lo ha riformato. Ora la responsabilità è stata affidata a persone laiche ma di credenze cattoliche; lo presiede, infatti, Angelo Caloia, professore dell’università Cattolica di Milano, ex presidente del Medio Credito Lombardo e attualmente a capo di due società di Banca Intesa. Lo Ior ha sede unica in Vaticano. Non ha filiali in nessun altro luogo. Non ha accesso diretto ai circuiti finanziari internazionali. Non aderisce alle norme antiriciclaggio sulla trasparenza dei conti. Il riferimento è la segreteria di Stato vaticana di monsignor Angelo Sodano. Oggi lo Ior amministra un patrimonio di circa 5 miliardi di euro. Ai suoi clienti (dipendenti del Vaticano, membri della Santa Sede, ordini religiosi, benefattori) garantisce un tasso annuo del 12%. Poco si sa sulle attività della banca; dove investa, a chi dia crediti. Nel 2002 il dipartimento del Tesoro americano ha segnalato che il Vaticano ha 289 milioni di dollari in titoli Usa. L’advisor inglese Guthrie Group ha reso nota una joint venture tra Ior e partner americani per un valore di 273,6 milioni di euro. Ultimamente, si sa che le isole Cayman, il noto paradiso fiscale internazionale, sono passate dal controllo della diocesi giamaicana, guidata dal cardinale Adam Joseph Maida, membro del collegio di vigilanza dello Ior, a quello diretto del Vaticano.

QUANTO CI COSTA IL VATICANO SpA

di Romano Nobile (ARES)

Città del vaticano è il più piccolo stato del mondo ma anche il più rispettato. Si tratta di una monarchia assoluta elettiva.

Grazie al carisma del Papa, all’organizzazione piramidale e non democratica ed all’esercizio delle attività di apostolato e di beneficenza, la SantaSede amministra i suoi beni e le sue società in tutto il mondo. I suoi beni immobili (beni ecclesiastici)

situati in altri stati godono in numerose nazioni, tra le quali l’Italia, di regimi privilegiati ed in alcuni casi di extraterritorialità che consentono l’esonero da imposizione di tasse. Per questi regimi speciali, che valgono anche in temi di commerci, di contratti e di donazioni nonché per l’opacità della sua finanza,Città del Vaticano, pur con le debite differenze, è stato spesso paragonata alle ” giurisdizioni off shore” (paradisi artificiali).

In Italia in particolare si intrecciano proprietà immobiliari, attività bancarie, imprese industriali, finanziamenti diretti e indiretti a carico del bilancio dello Stato Italiano e di Enti Pubblici. Ciò crea una posizione di quasi monopolio del vasto mondo dell’assistenza, una presenza costante in tutte le iniziative a favore dei della gioventù,della gestione di cliniche. di enti ospedalieri. Con il condizionamento operato dalla chiesa sul parlamento nella produzione legislativa, necessaria a creare una indispensabile cornice istituzionale e strutturale e sopratutto un confacente regime di privilegio tributario.

Attraverso i Patti La teranensi del 1929 e successivo accordo,che hanno regolato i rapporti tra Stato Italiano e Chiesa, poi con la nascita della Repubblica e dei governi democristiani, lentamente l’Italia divenne la sede temporale del potere ecclesiastico, penetrato per delega nei governi, negli enti pubblici,nelle leggi, nella costituzione materiale. E con sola resistenza marginale. pagata a caro prezzo, di alcuni cattolici politicamente impegnati come De Gasperi e Moro. Per mantenere indenne il potere temporale della Chiesa, il Sacro Soglio e le sue propaggini diocesane, non scomunicarono mai le malversazioni e la pubblica corruttela che avveniva sotto gli occhi di tutti fino a diventare sistema di governo e sottogoverno.

Eugenio Scalfari da La Repubblica

“Non è mistero per nessuno ed anzi storicamente accertato che l’episcopato fu cieco e sordo di fronte al sistema della pubblica corruttela del quale era perfettamente consapevole e spesso direttamente beneficiario. Come accadde, tanto per ricordare un macroscopico esempio, in occasione del vero e proprio “sacco di Roma” che durò dagli anni cinquanta a tutti i settanta nel corso dei quali, appalti, piani regolatori, aree verdi o di destinazione estensiva furono manipolati per favorire Ordini religiosi, grandi famiglie papaline, dignitari della Santa Sede, società immobiliari e palazzinari, dentro una rete di compiacenza di marca vaticana che spolparono la città come si spolpano le ossa di un pollo” .

Cosi il vaticano ha potuto conservare e moltiplicare in Italia immense ricchezze. Gli innumerevoli immobili situati in tutto il territorio italiano e sopratutto a Roma, sono anch’essi favoriti da un regime fiscale che ha del ridicolo.

Le chiese sono semivuote ma le casse sono piene. Un fiume inesauribile di denaro affluisce in Vaticano dall’Italia e da tutte le nazioni e comunità dove vi sia una maggioranza cattolica: offerte, donazioni, eredità, quote di imposte.

Soltanto una ,piccola parte di tali ricchezze finisce in progetti umanitari. Il resto va alla catachesi nelle parrocchie, all’edilizia di culto, al sostegno del clero ( circa 40.000 preti in Italia), ma anche alle banche amiche, da qui la liquidità si ricicla e si moltiplica in investimenti, in titoli, in immobili, in businnes disinvolti, in azioni di industrie etc…

Non per niente spesso il Vaticano, sempre per quanto concerne lo Stato Italiano è rimasto implicato in vicende strane mai completamente chiarite, come il caso Calvi, il banchiere di Dio impiccato sotto un ponte di Londra, la vicenda del Banco Ambrosiano e dell’assassino di Marco Ambrosoli , il sinistro ruolo dello Ior attraverso il misterioso Marcinkus ed altri faccendieri di alto bordo tra i quali Michele Sindona.

KILLER IN PARADISO

Consulente finanziario del Vaticano e della mafia italo-americana, il finanziere siciliano Sindona negli anni 60 brucia le tappe e diviene un protagonista del mercato finanziario americano. Sospettato negli Usa di essere coinvolto nel traffico internazionale di stupefacenti e legato ad ambienti mafiosi, Italia può continuare a gestire i suoi sporchi affari grazie ai rapporti con la democrazia cristiana ed alle credenziali che gli derivano dal suo legame personale con Paolo VI.

Quest’ultimo lo incarica di eludere la legislazione fiscale sottraendo alla tassazione l’ingente patrimonio azionario vaticano (che esulava dai privilegi fissati dal Concordato). Sindona non tradisce le aspettative del Pontefice trasferendo gli investimenti nel mercato esentasse degli eurodollari tramite un rete di banche off-shore domiciliate nei paradisi fiscali. Non si sa se la chiesa abbia beneficiato del condono sul rientro di capitali dall’estero ideato da Tremonti.

Il Vaticano ebbe rapporti anche con la banda della Magliana , A questo riguardo assai strana e curiosa appare la vicenda di Enrico De Pedis appunto boss della famigerata banda. Dopo una vita costellata da una serie di gravi reati-quali, associazione per delinquere al traffico di stupefacenti, dalle rapine a mano armata agli omicidi- il due febbraio 1990 nella romana via del pellegrino viene ucciso da bande rivali. Il 9 luglio 1997 un’interrogazione parlamentare del leghista Borghezio invita il Ministro degli Interni ad accertare i motivi per i quali “il noto gangster Enrico De Pedis riposi nella cripta della Basilica si Sant’Apollinare, un privilegio che secondo il diritto canonico spetta soltanto al Sommo Pontefice, ai cardinali ed ai vescovi.

Si accerta che il nulla osta per la sepoltura era stato richiesto al Vaticano da monsignor Pier Vergari, rettore della Basilica, cioè lo stesso prelato che ai funerali aveva impartito l’estrema benedizione al boss di testaccio secondo il quotidiano l’Unità questo enigma imbarazzante ha una soluzione politica-religiosa.

In particolare per quanto riguarda l’omicidio Pecorelli del 1979, la procura di Perugia ha ipotizzato l’esistenza di contatti organici tra la banda della Magliana, cosa nostra e ambienti politici romani che facevano capo a Giulio Andreotti e Claudio Vitalone (poi usciti indenni dai processi a loro carico). Comunque Pecorelli secondo testimonianze di un pentito sarebbe stato ucciso da un commando composto da sicari della banda della Magliana e cosa nostra.

L’IMBROGLIO DELL’OTTO PER MILLE

Il finanziamento dello Stato Italiano alla Chiesa Cattolica, deciso con la revisione concordataria del 1984 fu sottoscritto da Craxi per acquisire benemerenze presso il Vaticano. E con l’imbroglio dell’otto per mille nella formulazione italiana, tale finanziamento non può che essere definito una colossale truffa. Infatti la percentuale dei contribuenti italiani che firmano in calce alla denuncia dei redditi l’otto per mille a favore della Chiesa cattolica è di circa il 45% che poi in sede di liquidazione dell’importo calcolato diventa come d’incanto il 90%.

OPERE DI BENE, MA NON SOLO

Il piatto vale ben oltre un miliardo di euro. La partita si gioca a sette, ogni anno, quando arriva il momento di presentare la dichiarazione dei redditi, quando gli italiani decidono a chi destinare l’otto per mille del loro imponibile: alla Chiesa cattolica? Alle altre cinque confessioni di minoranza ammesse alla spartizione? O allo Stato? Un dubbio che non tocca la stragrande maggioranza degli italiani, che hanno inequivocabilmente deciso di premiare la Santa Sede. Ma che si ripropone quando si fanno i conti finali, per vedere come e dove sono stati spesi i soldi dei contribuenti.

I numeri parlano chiaro e dicono che la Chiesa cattolica non ha rivali. Quest’anno per la prima volta ha superato il miliardo di euro di incasso è ha stabilito il record di preferenze: 87,17 per cento delle scelte contro l’86,58 del 2002 (anno nel quale lo Stato ha ottenuto l’11,04 per cento dei consensi e gli altri le briciole rimanenti). «I cittadini – dice Paolo Moscarino, direttore dell’ufficio promozione sostegno economico della Conferenza episcopale italiana – hanno capito che non si tratta solo di una firma ma della partecipazione consapevole alla missione della Chiesa».

La Cei ha illustrato nei giorni passati l’utilizzo della sua quota di otto per mille, a tredici anni dall’introduzione. Analizzando le cifre si scopre così che gli introiti, dal 1990 al 2003, si sono praticamente quintuplicati. Ma la distribuzione nei tre compiti istituzionalmente fissati dalla legge non si è mossa in modo omogeneo. 

È cresciuta notevolmente la voce «esigenze di culto e pastorale», che va dalla catechesi nelle parrocchie all’edilizia di culto: il fondo è passato da 38 a oltre 420 milioni di euro. Più modesto l’aumento delle somme spese per gli interventi caritativi (da 27 a 185 milioni di euro) e di quelle usate per il sostentamento del clero: (da 145 a 330 milioni di euro). «Sì, solo il 18 per cento del totale finisce direttamente in progetti umanitari», spiega ancora Moscarino. «Attenti però a non fare semplificazioni: la carità cammina sulle gambe degli uomini, che la Chiesa deve formare e sostenere, anche economicamente».

Ma è il meccanismo di attribuzione a far discutere. Soprattutto per quel che riguarda l’otto per mille di chi hanno scelto di non scegliere, lasciando in bianco la casella della dichiarazione dei redditi. Si tratta della maggioranza delle persone che pagano le tasse. In cifre: 22 milioni su 36 milioni di contribuenti del ’99 (che hanno determinato la spartizione dell’anno scorso). Ebbene, il loro otto per mille è stato diviso tra tutti i pretendenti in proporzione delle preferenze ottenute. 

In altre parole: l’87 per cento dell’otto per mille di chi non ha preso alcuna decisione è andato comunque alla Chiesa cattolica, il dieci allo Stato. E così via. «Il sistema non ci piace», dice Ignazio Barbuscia, tesoriere dell’unione delle chiese avventiste del settimo giorno. «Avevamo proposto che quei soldi andassero allo Stato, ma evidentemente hanno prevalso altre logiche».

Già, lo Stato. Anche sulla gestione del suo otto per mille non mancano le polemiche. 

Nel 2001 i tre quarti dei cento milioni di euro di sua competenza sono stati distolti, con un semplice decreto legge, dagli scopi prefissati. E sono stati impiegati per finanziare la missione in Albania (con i risvolti militari che ne conseguono). Nello stesso anno, appena 500 euro sono andati a progetti per combattere la fame nel mondo. La denuncia arriva dai consumatori dell’Aduc, che contro l’attuale sistema dell’otto per mille hanno lanciato una campagna che va avanti da anni. «Non solo lo Stato costringe i cittadini a finanziare le religioni altrui. Ma si rende protagonista di una vera beffa», spiega il presidente Vincenzo Donvito. «Se si va a vedere infatti il dettaglio delle spese dello Stato si scopre che, per esempio, nel 2002 un terzo dei cento milioni di euro che i cittadini hanno dato allo Stato sono serviti per ristrutturare beni culturali di proprietà, guarda caso, della Chiesa cattolica».
di Giancarlo Mola e Mario Reggio

COME PUÒ AVVENIRE 

QUESTO GIOCO DI PRESTIGIO ???

Il nuovo sistema di finanziamento è regolato da una legge di attuazione della revisione concordataria, e cioè dalla legge 222 del 20.05.1985.

L’entità dell’otto per mille dell’IRPEF (cioè del reddito denunciato come tassabile d’imposta) è attualmente di circa un miliardo di euro (2000 miliardi di lire) ma per un effetto dell’inflazione(e nei periodi di boom economico anche dell’aumento del reddito imponibile) è ovvio che la percentuale attribuibile alla Chiesa cattolica continuerà a lievitare. E continua a lievitare anche grazie a martellanti spot pubblicitari che invadono le televisioni alla vigilia di ogni pagamento di tasse.

Analizzandole cifre si scopre cosi che gli introiti, dal 1990 al 2003, si sono praticamente quintuplicati. Questo versamento effettuato da tutti i contribuenti può essere suddiviso mediante una scelta espressa fra lo Stato, la Chiesa cattolica e le altre piccole cinque confessioni religiose che hanno accettato di partecipare alla spartizione (i testimoni di Geova i più pericolosi concorrenti del Vaticano, sono da dieci anni in attesa di essere inseriti, ma inutilmente).

Il meccanismo perverso che favorisce la Chiesa Cattolica è il seguente: la quota dell’otto per mille di quei contribuenti (circa 22 milioni su 36 milioni) che, intendendo sottrarsi a tale invito, non firmano nessuna preferenza , loro malgrado sono quasi totalmente aggiunti alla quota riservata alla Chiesa cattolica. Ciò in virtù di uno stratagemma ideato per aggirare l’ostacolo dei non credenti e mantenere il più alto possibile l’introito per la Chiesa Cattolica. Il comma 3 dell’art. 21 della legge citata infatti prevede che in caso di scelta non espressa dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse. Quale che sia, cioè, la percentuale delle scelte espresse, anche la quota su cui non è stata effettuata nessuna scelta viene distribuita alla Chiesa Cattolica o allo Stato, in percentuale alle scelte in loro favore. A questa ulteriore spartizione le altre confessioni dignitosamente non hanno accettato di partecipare.

Insomma su cento cittadini 90 non si esprimono (per disinteresse) e solo 8 firmano per la Chiesa cattolica, l’80% della quota irpef stabilita andrà alla Chiesa cattolica. MA anche le somme accumulate per nella scelta a favore dello Stato (circa il 10%) sono convogliate per lo più ad opere assistenziali, in Italia quasi interamente in mano alla Chiesa cattolica. Questo meccanismo non rispetta in alcun modo la volontà di chi , non scegliendo o scegliendo lo Stato, ha ritenuto di sottrarsi all’obbligo di partecipare a questo tipo di referendum. Peraltro il sistema viola il diritto alla privacy, il che si aggrava ulteriormente da quando la legge consente ai lavoratori dipendenti di affidare al datore di lavoro la compilazione della denuncia dei redditi, con possibili rischi di rappresaglie sul posto di lavoro.

Ma anche sul 10% che affluisce allo Stato vi sono polemiche. Come denunciato dall’ADUC, che contro il sistema dell’8 per mille ha promosso una campagna che va avanti da anni, nel 2001 i tre quarti dei cento milioni di sua competenza sono stati distolti, con un semplice decreto legge, dagli scopi prefissati e sono andati a finanziare la missione in Albania (con i risvolti militari che ne conseguono). Sempre nel 2001 solo 500 euro sono andati a progetti per combattere la fame nel mondo. Come spiega il presidente dell’ADUC Vincenzo Dovuto: se si va a vedere il dettaglio delle spese dello Stato si scopre che per esempio, nel 2002 un terzo dei cento milioni di euro che i cittadini hanno dato allo Stato sono serviti per ristrutturare beni di proprietà guarda caso della Chiesa cattolica.

L’OBOLO ESENTASSE

C’è da dire che oltre l’8 per mille, affluisce nelle casse vaticane fino a mille euro (due milioni di vecchie lire) detraibile dalla denuncia dei redditi. L’art. 46 della legge di attuazione concordataria che prevede questa forma di erogazione, chiamata “obolo” è un contributo personale e facoltativo ma grava comunque sotto forma di minori introiti sulle esangui pubbliche finanze italiane. Occorre aggiungere che mentre gli esperti finanziari avevano previsto che da queste offerte scaturisse il più rilevante finanziamento della Chiesa, cosi non è stato. Il loro gettito è stato di circa 25 milioni di euro l’anno ed è attualmente in diminuzione. Il che dimostra in maniera clamorosa che il finanziamento complessivo dello Stato Vaticano non può essere chiamato in nessun modo “autofinanziamento” come vorrebbe qualche cardinale (il cardinale Ruini in testa).

I LIQUAMI DEL VATICANO

Tra i privilegiati che possono dissetarsi senza spendere un centesimo addossandone l’onere ai comuni cittadini è da segnalare la Città del Vaticano che in base all’art. 6 del concordato ha diritto a ricevere tutta l’acqua di cui ha bisogno (circa cinque milioni di metri cubi l’anno) senza versare un centesimo all’Acea. Ma la faccenda comincia a complicarsi quando la più recente normativa italiana include nella tariffa (la bolletta dell’acqua) anche il canone per le fognature e la depurazione. prima del 70 gli scarichi finivano direttamente sul Tevere. Successivamente si e invece cominciato e riversare gli scarichi ed i liquami in vasche e depuratori che hanno un costo per chi li gestisce e non rientrano nelle previsioni concordatarie.

Per il rispetto della santa Sede, l’Acea non aveva osato sollevare la questione, sino a che, bel 1999, quando la municipalizzata venne privatizzata ed entrò in borsa, il credito di alcuni miliardi di lire divenne difficile da nascondere facendoli pagare ai cittadini della capitale. Peraltro vi erano mugugni dei piccoli azionisti i quali reclamavano affinché il buco di bilancio fosse risanato da qualcuno, o dalla Santa Sede o dallo Stato Italiano. IL delicato dossier passò immediatamente al vaglio del Ministero degli Esteri, trattandosi di rapporti tra Stati.

La più imbarazzante vertenza che abbia mai diviso le due sponde del Tevere, da un lato la municipalizzata Acea che chiedeva 50 miliardi di vecchie lire quali arretrati di 20 anni di scarichi abusivi, dall’altra parte i prelati rappresentanti del Vaticano offesi per essere stati trattati come morosi qualsiasi e soprattutto per un fatto di liquami, è finita nel migliore dei modi. Nella finanziaria per il 2004 è comparsa una voce relativa ai 25 milioni di euro da versare all’Acea per i liquami arretrati e 4 milioni di euro a partire dal 2005.
Naturalmente il costo dei liquami del Vaticano si è riversato sui cittadini Romani.

UNA COSA È SICURA: LE FINANZE DI DIO
SONO DAVVERO INFINITE

(by atei.it)

L’ultima volta che se ne parlò fu alla fine degli anni Ottanta, quando si chiuse il caso del Banco Ambrosiano. Per uscire dal crac lo Ior, allora guidato da monsignor Paul Marcinkus, pagò 250 milioni di dollari ai liquidatori della ex banca di Roberto Calvi (meno di un quarto dei 1.159 milioni che, secondo il ministro del Tesoro dell’epoca, Beniamino Andreatta, doveva alle consociate estere dell’azienda di credito milanese). Da quegli anni nell’Istituto per le opere religiose molte cose sono cambiate, altre sono rimaste identiche. Giovanni Paolo II lo ha riformato nel 1990, affidandone la responsabilità a «laici cattolici competenti» e riservando ai prelati una funzione di vigilanza. Dal 1989 alla guida dell’istituto siede Angelo Caloia, professore dell’università Cattolica di Milano, ex presidente del Mediocredito Lombardo e oggi a capo di due società di Banca Intesa, una delle quali costituita in Lussemburgo. Identico rispetto a 20 anni fa, invece, è il riserbo che circonda le attività della banca vaticana. Lo Ior ha una sola sede, naturalmente dentro le mura della Città Stato. Non ha altri sportelli e dispone di un unico bancomat. All’estero, Italia compresa, non ha un ufficio, una rappresentanza, un punto d’appoggio fisico. E non ha neppure accesso diretto ai circuiti finanziari internazionali. Per operare in Europa si avvale di due grandi banche, una tedesca e una italiana. Si fa il nome di Banca Intesa, della quale lo Ior possiede il 3,37% insieme con la Banca Lombarda e la Mittel (il cosiddetto Gruppo bresciano dei soci), e di Deutsche Bank; ma nessuno lo conferma con certezza. E non aderisce alle norme antiriciclaggio sulla trasparenza dei conti.

Una banca strana, regolata dalla consegna del silenzio in nome del segreto di Stato.
Marina Marinetti per Economy

TUTTO SOTTO IL CONTROLLO DELLA SEGRETERIA 

Il riferimento è la Segreteria di Stato del cardinale Angelo Sodano. È stato lo stesso Caloia a spiegare l’essenza dello Ior in un documento inedito che Economy pubblica in esclusiva. In una dichiarazione scritta per la corte distrettuale della California e presentata attraverso Franzo Grande Stevens, da 15 anni avvocato dello Ior e membro nel consiglio di amministrazione di Ifil, la finanziaria che controlla Fiat, il presidente della banca vaticana ha rivelato che «i depositanti sono i dipendenti del Vaticano, i membri della Santa Sede, gli ordini religiosi e le persone che depositano denaro destinato, almeno in parte, a opere di beneficenza». Almeno in parte.

Caloia ha affermato che «nel mio ufficio è la norma fare riferimento al cardinale Angelo Sodano». E ha aggiunto: «Il segretario di Stato ha un notevole controllo sulla progettazione e l’esecuzione di tutte le nostre attività, compresi i budget e le operazioni».

Una lunga e illuminante dichiarazione, che termina sottolineando la peculiarità dell’Istituto: l’immunità che deriva dall’essere una banca di Stato, non sottomessa ad alcuna legislazione, né nazionale né internazionale. «Niente in questa dichiarazione» ha infatti ribadito Caloia, concludendo la sua testimonianza, «va inteso, né può essere preso come una sottomissione alla giurisdizione di questa Corte, o una rinuncia a qualsiasi diritto di immunità sovrana».

INTERESSI AL 12% ANNUO

Al suo arrivo allo Ior, 13 anni fa, Caloia trovò nei forzieri 5 mila miliardi di lire e titoli soprattutto esteri. Oggi lo Ior amministra un patrimonio stimato di 5 miliardi di euro e funziona come un fondo chiuso, come ha spiegato sempre Caloia. In pratica, ha rendimenti da hedge fund, visto che ai suoi clienti garantisce interessi medi annui superiori al 12%. Anche per depositi di lieve consistenza. Un esempio? La Jcma, un’associazione di medici cattolici giapponesi, nel 1998 ha depositato 35mila dollari presso la banca vaticana. A 4 anni di distanza si è ritrovata sul conto quasi 55mila dollari: il 56% in più. E se i clienti guadagnano il 12% medio annuo, vuol dire che i fondi dell’Istituto rendono ancora di più. Quanto, però, non è dato saperlo.

CAYMAN SOTTO IL CONTROLLO DEL VATICANO

Quindi lo Ior investe bene. Secondo un rapporto del giugno 2002 del Dipartimento del Tesoro americano, basato su stime della Fed, solo in titoli Usa il Vaticano ha 298milioni di dollari: 195 in azioni, 102 in obbligazioni a lungo termine (49milioni in bond societari, 36milioni in emissioni delle agenzie governative e 17milioni in titoli governativi) più 1milione di euro in obbligazioni a breve del Tesoro. E l’advisor inglese The Guthrie Group nei suoi tabulati segnala una joint venture da 273,6milioni di euro tra Ior e partner Usa. Di più è impossibile sapere. Soprattutto sulle società partecipate all’estero dall’istituto presieduto da Caloia.

Basta un esempio per capire dove i segreti vengono conservati: le Isole Cayman, il paradiso fiscale caraibico, spiritualmente guidato dal cardinale Adam Joseph Maida che, tra l’altro, siede nel collegio di vigilanza dello Ior. Le Cayman sono state sottratte al controllo della diocesi giamaicana di Kingston per essere proclamate Missio sui iuris, alle dipendenze dirette del Vaticano.

LE BEGHE DEI CONDOMINI DELLO IOR

E in Italia? Anche Oltretevere lo Ior mantiene il senso degli affari. I diritti di voto dei 45milioni di quote di Banca Intesa (per un valore in Borsa di circa 130milioni di euro) sono stati concessi alla Mittel di Giovanni Bazoli in cambio di un dividendo maggiorato rispetto a quello di competenza. E quando la Borsa tira, gli affari si moltiplicano. Un esempio? Nel 1998 non sfuggì a molti l’ottimo investimento (100miliardi di lire) deciso da Caloia nelle azioni della Banca popolare di Brescia: in meno di 12 mesi il capitale si quadruplicò, naturalmente molto prima del crollo del titolo Bipop. Ma il patrimonio dello Ior non è solo mobile. E dell’Istituto si parla anche in relazione alle beghe con gli inquilini di 4 condomini di Roma e Frascati che lo Ior, a cavallo fra il 2002 e il 2003, ha venduto alla società Marine Investimenti Sud, all’epoca di proprietà al 90% della Finnat Fiduciaria di Giampietro Nattino, uno dei laici della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, e oggi in mano alla lussemburghese Longueville. Gli inquilini, però, affermano di sentirsi chiedere il pagamento del canone di locazione ancora dallo Ior. Che nei documenti ufficiali compare anche come Ocrot: Officia pro caritatis religionisque operibus tutandis, con il codice fiscale italiano dell’istituto: 80206390587

QUELL’ASSEGNO DA 2,5 MILIONI
FIRMATO DAI CAVALIERI DI COLOMBO 

Per il 25esimo anniversario di pontificato, Giovanni Paolo II il 25 ottobre 2003 ha ricevuto un assegno da 2,5milioni di dollari, la rendita di un fondo d’investimento americano da 20milioni di dollari dedicato a lui, il Vicarius Christi Fund. Il denaro è gestito dall’ordine cavalleresco cattolico più grande del mondo: The Knights of Columbus, i Cavalieri di Colombo, che conta su 1,6milioni di membri tra Stati Uniti, Canada, Messico, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Filippine, Bahamas, Guatemala, Guam, Saipan e Isole Vergini. Alla Congregazione per le cause dei santi stanno vagliando la canonizzazione di Michael McGivney, che ha fondato l’ordine 122 anni fa nel Connecticut. Un omaggio a un’associazione che da anni vanta legami molto stretti con la Santa Sede.

Il suo cavaliere supremo, Virgil Dechant, è uno dei 9 consiglieri dello Stato Città del Vaticano e anche vicepresidente dello Ior. Mentre gli utili del Vicarius Christi Fund, nato nel 1981, sono consegnati ogni anno a Giovanni Paolo II nel corso di un’udienza riservata ai cavalieri americani. Con i 2,5milioni di dollari regalati a Karol Wojtyla il 9 ottobre 2003, il totale delle donazioni dell’ordine cavalleresco al vicario di Cristo ha superato i 35milioni di dollari. Nulla, in confronto ai 47miliardi di dollari del fondo assicurativo sulla vita gestito dai Cavalieri di Colombo, al quale Standard & Poor’s assegna da anni il rating più elevato.

L’ordine investe nei corporate bond emessi da più di 740 società statunitensi e canadesi e solo nel 2002, piazzando polizze sulla vita e servizi di assistenza domiciliare ai suoi iscritti attraverso 1.400 agenti, ha incassato 4,5 miliardi di dollari (il 3,4% in più rispetto al 2001). Una parte delle entrate, 128,5 milioni di dollari, è stata girata a diocesi, ordini religiosi, seminari, scuole cattoliche e, ovviamente, al Vaticano che nel 2002, tra la rendita del fondo del Papa, gli assegni alle nunziature apostoliche di Usa e Jugoslavia, il contributo alla Santa Sede nella sua missione di osservatore permanente all’Onu e quello per il restauro della basilica di san Pietro, ha ricevuto dai Cavalieri di Colombo 1,98milioni di dollari.
 

LE PROPRIETA’ IMMOBILIARI “CONOSCIUTE” DI DIO


Le Proprietà della Santa Sede, come concordato nei Patti Lateranensi del 1929 sono tutte con privilegio di extraterritorialità

Al di fuori della Città del Vaticano:


  • Basilica di San Giovanni in Laterano;
  • Palazzo del Laterano
  • Basilica di Santa Maria Maggiore;
  • Basilica di San Paolo fuori le mura, incluso il monastero;
  • Palazzo di San Callisto;
  • Immobili sul Colle del Gianicolo appartenenti al Sacro Collegio della Propaganda Fide;
  • Palazzo dei Santi Apostoli affiancato alla Basilica dei Santi Apostoli;
  • Palazzo contiguo alla Chiesa di San Carlo ai Catinari;
  • Palazzo del Datari presso il Palazzo del Quirinale;
  • Palazzo della Cancelleria tra Corso Vittorio Emanuele e Campo de’ Fiori;
  • Palazzo della Propaganda Fide a Piazza di Spagna.
  • Palazzo del Sant’Uffizio adiacente a Porta Cavalleggeri, accanto a piazza San Pietro;
  • Palazzo della Congregazione della Chiesa Orientale, già Palazzo dei Convertendi in Piazza Scossacavalli – ora non più in essere, e spostato ad un palazzo vicino;
  • Palazzo del Vicariato in Via Della Pigna, alla fine di Corso Vittorio Emanuele e vicino a Piazza del Gesù;
  • Università Gregoriana in Via Del Seminario, vicino alla Chiesa di Sant’Ignazio.
  • Università Gregoriana alla Pilotta, di fronte a Piazza di Pilotta;
  • Istituto Biblico in Piazza di Pilotta;
  • Istituto Archeologico, Istituto Orientale, Collegio Lombardo e Collegio Russo in Piazza Santa Maria Maggiore;
  • I due Palazzi di Sant’Apollinare tra Piazza Sant’Apollinare e Via della Serola;
  • La Casa di Riposo per il Clero dei Santi Giovanni e Paolo, compreso il Nympheum di Nerone, sul Colle Celio.


Proprietà della Santa Sede al di fuori di Roma:



  • Palazzo Pontificio e Villa Barberini nella città di Castel Gandolfo (vedi Castel Gandolfo (Palazzo Pontificio)).
  • Area di Santa Maria di Galeria, che ospita gli impianti della Radio vaticana. Questa superficie, concessa dall’Italia alla Santa Sede negli anni Cinquanta, è molto più estesa del territorio dello Stato (44 ettari).


Proprietà cedute alla Santa Sede e non extraterritoriali:


  • Basilica della Santa Casa a Loreto, in provincia di Ancona;
  • Basilica di San Francesco ad Assisi, in provincia di Perugia.
  • Basilica di Sant’Antonio di Padova a Padova.

VATICANO E I CONTRIBUTI STATALI ALLE SCUOLE PRIVATE
Angelo Quattrocchi e Francesca Santagata – “Il Pastore tedesco”


Con due successivi Decreti rispettivamente Direttoriale e Dirigenziale, emanati in data 25 settembre 2003 e 19 dicembre 2003, il MIUR rende noto l’elenco delle scuole secondarie di primo e di secondo grado – legalmente riconosciute, pareggiate o paritarie – ammesse per l’esercizio finanziario 2003 al finanziamento di progetti “miranti alla elevazione dei livelli di qualità ed efficacia delle attività formative.”

Mentre il Decreto direttoriale del 25 settembre individua un primo elenco delle scuole che hanno visto finanziati i propri progetti con le relative somme attribuite, quello successivo dirigenziale, a seguito di una ulteriore integrazione dei fondi disponibili, contiene un elenco di scuole e di finanziamenti aggiuntivi al primo.

Pertanto gli importi complessivi stanziati per l’esercizio finanziario 2003 è rappresentato dalla sommatoria dei due totali pari a 7.889.484 euro assegnati a fronte di curo 8.671.198 disponibili (cfr. circolare ministeriale n. 82 del 6 novembre 3003). “La parte del leone” nella acquisizione di questi fondi è svolta nell’ordine dalle scuole di Lombardia, Lazio e Veneto, alle quali il piano di ripartizione dei fondi 2003 assegna le quote più alte.
E’ noto come la maggior parte di queste scuole sia di gestione cattolica.


Le cifre dell’evasione (illegale o legalizzata)
 

L’Espresso n. 18 del 12 maggio 2005 ha riportato numerose cifre per la famigerata ICI (Imposta comunale sugli immobili) che i Comuni, dopo la famosa sentenza della Cassazione, avevano iniziato a pretendere, inviando la cartella esattoriale agli enti ecclesiastici che esercitavano anche attività commerciale o imprenditoriale.
Ora, prendendo come base di calcolo la cifra media di 80.000 € (che rappresenta una delle più basse citate) è possibile effettuare una simulazione dell’ammontare dell’ICI che complessivamente potrebbe essere recuperata dai Comuni italiani, qualora il blitz di Berlusconi non andasse in porto.
A tal fine abbiamo cercato di calcolare, sulla base della vecchia inchiesta dell’Europeo e di un comune elenco telefonico, quanti in concreto possano essere gli enti ecclesiastici in Italia, cominciando dalla capitale, Roma. A nostro parere infatti le statistiche ufficiali del Ministero dell’Interno che parlano di circa 32.000 enti. comprendendo soltanto gli enti ecclesiastici riconosciuti dallo Stato, appaiono limitative. Ignorano infatti gli enti e le associazioni religiose non n’conosciuti e non dotati di personalità giuridica anche se concretamente operanti sul territorio.

A Roma gli enti religiosi che non pagano tasse in base al Concordato ed alle leggi successive sono i seguenti:



ISTITUTI DI SUORE 400  (vedi pag. 2459 dell’attuale elenco telefonico)
PARROCCHIE  300  (vedi pag. 632)
SCUOLE CATTOLICHE  250   (vedi pag. 2325)
CHIESE NON PARR.  200   (vedi pag. 635)
CASE GENERALIZIE  200   (vedi pag. 545)
ISTITUTI RELIGIOSI  90    (vedi pag. 1397)
MISSIONI 50    (pag. 1724)
CASE DI CURA 55    (pag. 563)
COLLEGI 43    (pag. 700)
MONASTERI 30    (pag. 1736)
CASE DI RIPOSO 20    (pag. 546)
SEMINARI 20    (pag. 2341)
OSPEDALI 18    (pag. 1852)
CONVENTI 16    (pag. 744)
ORATORI 13    (pag. 1842)
CONFRATERNITE 10    (pag. 744)
CASE DI CURA 10     (pag. 546)
OSPIZI  6
  
TOTALE 1.731 (da arrotondare a 2.000 considerando il sommerso)



Da notare che fra i 2000 immobili sono ricompresi il vastissimo Ospedale Gemelli con annessa Università, nonché l’enorme complesso di Radio Vaticana attualmente sotto processo a causa dei danni elettromagnetici provocati dalle sue antenne di Cesano.

Tenendo presente l’incidenza della popolazione di Roma in relazione al totale della popolazione italiana, abbiamo quindi stimato approssimativamente in circa 50.000 il numero degli immobili ecclesiastici presenti in tutta Italia, cifra che è puramente indicativa ma che è certamente più vicina alla realtà della cifra data dal Ministero. Da rilevare soprattutto che ciascun ente ecclesiastico può essere titolare di più immobili.
Pur essendo arduo calcolare esattamente gli stabili irregolari in base alla sentenza di Cassazione citata, anche perché molti non risultano neanche censiti dal catasto, si è stimata una cifra sicuramente non lontana dalla realtà, di circa 30.000 stabili sparsi in tutta Italia, che hanno eluso illegittimamente l’ICI perché vi si esercitava un’attività commerciale.

Ebbene, l’ICI evasa dai 30.000 enti ecclesiastici che esercitavano ed esercitano anche altre attività di tipo commerciale o imprenditoriale risulterebbe di circa 2 miliardi e 400 milioni di euro, cifra media ottenuta moltiplicando gli 80.000 euro (richiesti da qualche Comune dopo la famigerata sentenza della Cassazione) per 130.000 stabili considerati.

MA NATURALMENTE NON C’È SOLTANTO L’ICI.

All’ICI bisognerebbe aggiungere l’ammontare dovuto per tutte le altre imposte evase legalmente, sia statali, che comunali (irpef, iva, imposta comunale incremento di valore aggiunto ecc.) nonché per tutte le altre deduzioni benevolmente concesse ad enti ecclesiastici riconosciuti e non riconosciuti.

Si precisa che in questo caso abbiamo tenuto conto della cifra di circa 40.000, inferiore a 50.000 che non riguardava il numero degli immobili. Certamente allora, la somma complessiva dell’evasione illegale e di quella legalizzata, considerando soltanto gli ultimi dieci anni, e per 4.000 euro ad istituto, non sarebbe inferiore a 3 miliardi e 600.000 milioni di euro (pari a circa 6.000 miliardi di lire).  


Ancora Vaticano

http://digilander.libero.it/infoprc/vaticano.html

Inganno, sfruttamento, caccia alle eredità
ed altro ancora

La Chiesa è sempre stata esperta in denaro. Kobert, un teologo cattolico, afferma riguardo al clero medievale che “a quel tempo venivano praticate tutte le forme possibili di usura senza freno”.(1)Ciò valeva in particolar modo per i conventi: durante le crociate essi armarono molti crociati e, come ricompensa, chiesero loro di lasciare le loro proprietà al convento. Se i “pellegrini armati” non facevano ritorno, le loro proprietà passavano al convento. (2) La Chiesa so-stenne anche la caccia alle eredità per i propri fini. Fin dai tempi più antichi, la Chiesa considerò immorale lasciare i propri beni privati in eredità ai propri figli. (3) Nel 1170, Papa Alessandro III dispose che un testamento non sarebbe stato valido se non fosse stato scritto in presenza di un sacerdote. (4)

Documenti falsificati

La Chiesa e i conventi si impadronirono di immensi appezzamenti falsificando documenti. Alcuni conventi erano veri e propri specialisti in questo tipo di falsificazioni (5). Disponevano di servi della gleba e di schiavi; “San Martino” di Tours ne aveva addirittura 20.000! I figli dei sacerdoti o illegittimi divenivano schiavi della Chiesa ed era vietato liberarli.

Persone messe al rogo,
patrimoni confiscati

La Chiesa confiscò anche gran parte dei beni di coloro che caddero vittime dell’inquisizione come “eretici” o “streghe”. Il resto veniva dato allo Stato, per motivarlo nella persecuzione delle persone che avevano una fede diversa. Le famiglie dei poveretti si ritrovavano così in strada e nessuno osava aiutarli, per paura di finire sotto le torture.La Chiesa confiscò anche gran parte dei beni di coloro che caddero vittime dell’inquisizione come “eretici” o “streghe”. Il resto veniva dato allo Stato, per motivarlo nella persecuzione delle persone che avevano una fede diversa. Le famiglie dei poveretti si ritrovavano così in strada e nessuno osava aiutarli, per paura di finire sotto le torture.

Oggi: contatti con la mafia
e omicidi mai chiariti

Altre fonti di guadagno erano le imposte sulle crociate, la vendita delle indulgenze, la vendita di cariche ecclesiastiche; esistevano addirittura bordelli papali. Il Vaticano dà prova della propria vena commerciale anche nel 20° secolo: milioni di lire sono fluiti nelle casse nere grazie ad affari di dubbia natura che hanno coinvolto anche persone collegate alla mafia, giungendo a casi di omicidio fino ad oggi mai chiariti completamente.

(1) Karlheinz Deschner,
Storia criminale del cristianesimo, Vol. 3, p. 73
(2) Will Durant,
Storia della cultura dell’umanità, Vol. 6, p. 455
(3) Deschner, loc. cit., p. 504
(4) Durant, loc. cit., p. 454
(5) Kammeier,
La falsificazione della storia tedesca, p. 23


ECONOMIA SELVAGGIA

Luigi Cipriani, La finanza vaticana in Italia. Dagli espropri del 1866 ai Patti lateranensi.

In Democrazia Proletaria n.2/1984.

” Con l’andata al potere del fascismo, la Chiesa diventa uno dei pilastri del potere, non solo religioso e politico ma economico, ponendo le basi per gli eventi dei nostri giorni.. Come in occasione della prima guerra mondiale, i finanzieri cattolici e il Vaticano si trovarono strettamente affiancati ai guerrafondai per trascinare l’Italia nel secondo conflitto mondiale. Questa volta, a fianco della Germania di Hitler. 

Le leggi che avrebbero dovuto porre fine al potere temporale della Chiesa e permettere alla borghesia italiana di mettere in moto lo sviluppo economico del Paese furono quelle del 7 luglio 1866 e del 15 agosto 1867. Con la legge del 1866, si tolse il riconoscimento nel territorio del Regno a tutti gli ordini, le corporazioni e le congregazioni regolari e secolari, i conservatori ed i ritiri di carattere ecclesiastico. Con quella del 1867, non furono più riconosciuti quali enti morali i capitoli delle chiese collegiate, le chiese ricettizie, le comunità e le cappellanie corali, i capitoli delle chiese cattedrali, eccetera.

Tutti i beni già appartenenti a quegli enti morali furono devoluti allo Stato “provvedendosi a iscrivere, a favore del fondo per il culto, una rendita del 5%”. Successivamente, con la legge dell’11 agosto 1870, si introdusse la conversione dei beni immobili di taluni enti rimasti esclusi e infine, nel 1873, la legislazione suddetta fu estesa alla provincia di Roma, con varianti dovute alla presenza del Vaticano.

Con queste leggi, tutte patrocinate dalla destra liberale, il nascente Stato italiano ed il Regno d’Italia intesero togliere prestigio e potere politico alla Chiesa, ma anche mettere in moto un’accumulazione primaria che, data la presenza degli Stati pontifici, vedeva l’Italia in ritardo rispetto agli altri Paesi europei. Oltre 700.000 ettari di terra appartenenti alla Chiesa vennero di fatto gettati sul mercato immobiliare e finirono, a prezzi stracciati, nelle mani della grande borghesia terriera italiana.

Il Vaticano non rimase inoperoso. Già dal 1859, il francese conte Montalembert aveva avuto l’incarico di potenziare l’ ‘Obolo di san Pietro’ al fine di raccogliere fondi presso i fedeli. All’entrata in vigore delle leggi di esproprio, l’Obolo aveva già raccolto fondi in quantità superiore ad ogni previsione, anche se ritenuti insufficienti per la necessità della Chiesa. Il 5 agosto 1871, con l’enciclica Saepe, venerables fratres, venne ufficialmente consacrata la nascita dell’ ‘Opera dell’Obolo’.

Il Vaticano ebbe tutto il tempo di cautelarsi, tant’è vero che molti terreni furono venduti prima dell’esproprio. In particolare nella provincia romana, a partire dal 1870, vi fu una colossale speculazione edilizia, che fece aumentare di valore i terreni di molti ordini religiosi i quali, dopo il 1873, furono riacquistati dal Vaticano utilizzando prestanomi. Parallelamente, numerosi nobili romani legati al Vaticano, nel giro di qualche anno, si trovarono a figurare a volte in proprio, a volte come fiduciari del Papa, nei consigli di amministrazione di società immobiliari e in numerose banche.

Nel dibattito del Parlamento italiano del 1873, dopo l’ ‘esproprio’ dei beni della Chiesa, il governo auspicò che quest’ultima reinvestisse i propri capitali nella nascente industria nazionale, abbandonando le speculazioni immobiliari. L’invito era rivolto, in particolare, alle banche controllate da fiduciari del Vaticano quali: Monte di pietà di Roma, Banco di santo spirito, Cassa di risparmio di Roma.

Il mutamento radicale nelle attività finanziarie da parte della Chiesa avvenne nel 1878, dopo la morte di Pio IX e l’avvento di papa Leone XIII. A questo proposito, lo storico Candeloro scrive: “Leone XIII volle che i clericali si sganciassero dalle vecchie pregiudiziali dinastiche, che non rimanessero troppo legati agli interessi dei gruppi aristocratici feudali, ma che si collegassero ai gruppi capitalistici nascenti. Il Vaticano, in tal modo, non solo si inseriva nella società capitalistica, ma tendeva a divenirne uno dei pilastri, come già lo era stato della società feudale. Comunque sarebbe un errore attribuire questa nuova funzione della Chiesa solo all’opera di Leone XIII, poiché essa nasceva da una tendenza spontanea delle forze cattoliche ad inserirsi nel sistema capitalistico. Nelle sue contraddizioni, però, Leone XIII seppe comprendere questa tendenza, stimolarla e dirigerla, se proprio non secondo un piano preciso, quantomeno secondo un indirizzo generale chiaro e coerente”.

Nelle speculazioni edilizie di Roma capitale ebbe, da allora, un posto centrale la Banca di santo spirito, fondata nel 1606 da Paolo Borghese e che, per secoli, era stata la banca principale del Vaticano e dell’aristocrazia romana. Abbandonata l’antica regola di non corrispondere interessi sui depositi, questa banca istituì una sezione di credito fondiario e si buttò a capofitto nella speculazione. Prosegue intanto la confluenza di notabili vaticani nei consigli di amministrazione delle banche (Banca romana, Credito mobiliare, Credito fondiario, Banca industriale e commerciale).

Nel 1980, su diretta ispirazione di Leone XIII, uomini strettamente legati al Vaticano fondarono il Banco di Roma, allo scopo di finanziare i vari organismi confessionali. Questa banca venne in seguito favorita nella gestione dei servizi pubblici per la città di Roma. Nel 1883, la società Anglo-romana per l’illuminazione a gas diede vita alla società elettrica Anglo-romana, e quindi alla Società impresa elettrica in Roma, e per l’alimentazione della rete tramviaria e delle ferrovie secondarie. A capo di queste società era Bernardo Blumensthil, noto fiduciario del Vaticano. Le società diedero cospicui utili, passando dalle 290.000 lire del 1875, a 1.613.000 del 1885. Il Vaticano controllava anche l’erogazione dell’acqua, avendo nel 1865 costituito la società dell’ ‘Acqua pia antica marcia di Roma’, presieduta dal principe Giustiniani Bandini. Le società passarono sotto il controllo del Banco di Roma il quale, nel 1882, divenne il principale azionista della ‘Società dei magazzini e molini generali’, l’attuale Pontenella. Nel 1985, il Banco di Roma prese il controllo della società romana di tramway e omnibus. Il Vaticano era presente anche nel settore immobiliare, con la ‘Società generale immobiliare’, per lavori di utilità pubblica ed agricola.

Per proteggere e consolidare il potere economico acquisito, i cattolici parteciparono più volte alle lotte politiche per il controllo dell’amministrazione capitolina. Vi riuscirono, e lo dimostrarono anche i contratti di favore ottenuti da parte del comune di Roma per le società facenti capo al Vaticano. A mano a mano che la nobiltà cattolica romana si andava insediando come fiduciaria del Vaticano a fianco della nuova borghesia italiana, si attenuavano i contrasti già esistenti tra la Chiesa e la borghesia liberale, e si poneva il problema della riconciliazione. Anche nel Norditalia si manifestava l’iniziativa economica dei cattolici, in modo evidente a partire dal 1880. Dapprima in Lombardia ed in seguito in Piemonte e in Veneto, vennero fondate dai cattolici le Banche popolari cooperative. Esse avevano lo scopo di fornire credito a basso tasso ai propri associati (artigiani, bottegai, piccoli industriali e anche operai).

Una delle prime Banche popolari fu infatti fondata nel 1865 dalla Associazione generale degli operai di Milano, i quali ne furono poi estromessi. Le Banche popolari rimasero nelle mani della borghesia urbana del nord, di orientamento popolare e democratico. Le iniziative finanziarie dei cattolici del nord si contrapponevano a quelle della nobiltà romana, reazionaria e parassitaria. Nelle campagne, i cattolici si buttarono nella costruzione delle Casse rurali, di orientamento confessionale rigido, sotto l’ala protettrice dei Gesuiti di ‘La civiltà cattolica’. Esse si contrapponevano all’orientamento aperto delle Banche popolari, per salvaguardare ‘il principio religioso fondamentale e sostanziale delle Casse rurali’. Queste ultime ebbero uno sviluppo rapido: erano circa 80 nel 1892, salirono a 513 nel 1896, tra le quali 327 nel Veneto, 84 in Lombardia, 52 in Piemonte e 50 nelle altre regioni. L’insieme delle Casse rurali diede vita ad una Banca centrale delle Casse rurali, con sede a Parma.

In Lombardia, in modo particolare, gli obiettivi dei cattolici non erano esclusivamente economici. Nel 1894 Filippo Meda (rappresentante dei giovani cattolici, intransigenti difensori della Chiesa, con una visione populista) a sostegno dei contadini e della piccola borghesia urbana, nel tentativo di sottrarli all’influenza dei socialisti, affermava: “I cattolici devono agire esplicitamente sul terreno della vita politica, con la mira finale, posto che il Papa un giorno lo permetta, di giungere alla conquista del potere politico”. Furono questi cattolici, appoggiati dal cardinal Ferrari, che spinsero il bresciano Giuseppe Tovini (fondatore nel 1888 del Banco di san Paolo di Brescia) a fondare nel 1896 il Banco ambrosiano a Milano.

Lo statuto dell’Ambrosiano dichiarava che la banca era costituita fra cattolici e che essa aveva per scopo di esercitare e promuovere lo sviluppo del credito commerciale ed agrario, a vantaggio dei soci e di terzi. Una parte degli utili della banca dovevano essere devoluti alle scuole cattoliche, così come il credito si sarebbe esercitato nei confronti di contadini, piccoli artigiani, bottegai, per poter essere appoggiati da una base sociale nel progetto della ‘presa del potere’, come auspicato dal Meda. Sull’onda dell’Ambrosiano, i cattolici facenti capo all’Opera dei congressi, la più intransigente ed integralista, dettero vita a molte banche: tra esse, il Piccolo credito bergamasco, il Credito romagnolo, che annoverava fra i suoi fondatori 120 preti, il cardinale di Bologna, Domenico Svampa e il vescovo di Cesena, monsignore Vespignani. Nel Credito romagnolo, molto più che nell’Ambrosiano, si realizzò la saldatura tra gerarchie ecclesiastiche e grandi proprietà terriere, in quanto tra i fondatori confluirono il marchese Alberici, i conti Barca, Regoli e numerosi altri.

Oltre alle banche e alle casse rurali, i cattolici avevano già nel passato prestato la loro attenzione alle Casse di risparmio. Fondate su iniziativa dell’imperial regio governo austroungarico, nel 1820 nel Lombardo-Veneto, esse operarono tra i proprietari terrieri e di immobili. Nella Cassa di Biella, ad esempio, uno dei cinque amministratori era nominato dal vescovo.

Dal compromesso all’alleanza colonialista fra grande borghesia e Vaticano.

A seguito di una crisi del mercato edilizio, nel 1894, il Banco di Roma dovette svalutare il capitale, rischiando il fallimento. Ai primi del 1900, il nuovo consiglio di amministrazione (nel quale figurava Ernesto Pacelli) decise di scovare nuovi mercati, appoggiando l’avventura coloniale italiana. Nel 1905, il Banco aprì una filiale ad Alessandria d’Egitto, Cairo, Beni Suez, Fayum, e diede vita a numerose iniziative industriali e commerciali, tra le quali una società per l’estrazione dei fosfati. Nel 1905, il Banco di Roma partecipò alla fondazione della banca di Adis Abeba ed alla società italiana della salina Eritrea. Nel 1906, prese parte alla fondazione della Banca di stato del Marocco e, nel 1907, passò alla Libia, aprendo filiali a Tripoli, Bengasi, Derma, Zuara, Misurata e Tobruk.

Nello stesso periodo, la banca del Vaticano promosse iniziative commerciali e industriali le più varie in Libia, fino alla costituzione, con fondi governativi, della linea di navigazione fra la Libia e l’Egitto. In seguito, aprì altre filiali in Palestina, Asia minore, Turchia e Spagna. Nel 1911, venne fondata la Società per la navigazione e il commercio nella Somalia italiana, nel 1912 l’ingegner Bernardino Nogara, amministratore delle proprietà del Vaticano, costituì con l’industriale Volpi le Società commerciali d’Oriente. Nel 1913, conclusa la guerra coloniale di Libia, il Banco di Roma, insieme alla Edison, diede vita alla Società elettrica coloniale italiana. La guerra coloniale fruttò parecchio al Banco di Roma, facendolo uscire dalle difficoltà, fu certamente in base a questi interessi che il Vaticano e i cattolici furono in prima linea, assieme ai nazionalisti italiani, per spingere Giolitti alla conquista militare della Libia.

Venticinque anni più tardi, il Banco non avrà perso il vizietto coloniale. Nel 1936, infatti, per appoggiare le imprese di Mussolini, stamperà un opuscolo propagandistico nel quale si leggerà: “Il nome di Roma torna sulle sponde africane, silenziosamente, con l’insegna della filiale di una banca, prima che con lo squillo delle fanfare militari. Non è la prima volta, nelle storia delle imprese coloniali, che i commercianti ed i banchieri aprono la strada alla marcia conquistatrice dei soldati”. Con l’estendersi e l’intrecciarsi degli interessi economici del Vaticano e dell’area cattolica con quelli dello Stato liberale, aumenta anche l’interventismo vaticano in politica. Con papa Pio X viene abolito il non expedit, per cui i cattolici cominciarono a mandare ufficialmente i propri deputati alla Camera e strinsero alleanze contro le sinistre storiche assieme ai deputati della destra, sino ad arrivare al governo con Giolitti e all’episodio Gentiloni.

Sempre per opera di Pio X, passa la normalizzazione anche nei settori della finanza cattolica popolare, cresciuti particolarmente al nord. Il Banco di Roma estende la propria influenza, mandando i propri rappresentanti nei consigli di amministrazione delle Casse rurali: nel Credito romagnolo, nella Banca cattolica vicentina e nelle banche cooperative lombarde, che furono trasformate in società anonime. La nobiltà pontificia entrava nell’Istituto di credito fondiario, nella società Acqua marcia e nella società dei trasporti urbani. A sancire l’avvenuta compenetrazione tra finanza vaticana e grande capitale finanziario laico, il senatore Carlo Esterle divenne presidente della ‘Romana tramways omnibus’, di proprietà del Vaticano. Questi era, già nel 1915, consigliere delegato della Edison e presidente di numerose società.

Tutto ciò serve a mettere in evidenza l’enorme concentrazione raggiunta dal sistema finanziario-industriale in Italia, nel periodo antecedente la prima guerra mondiale, e l’alto livello di intreccio fra Vaticano e grande borghesia liberale. Intreccio che andava oltre le società romane di servizi. Marco Basso, presidente della Società generale immobiliare del Vaticano, era altresì presidente della Società per lo sviluppo, della Società per l’utilizzazione delle forze idriche e della Società forni elettrici. Il senatore Esterle, a sua volta, era nel consiglio di amministrazione della Generale immobiliare. Attraverso le proprie finanziarie, Generale immobiliare, Pantenella e Acqua marcia, il Vaticano sino al 1915 estese le proprie partecipazioni in tutti i settori vitali dell’economia italiana: ferrovie, servizi pubblici, immobiliari, Toscana beni stabili, immobiliare Gianicolo, Simonetta Milano, Edile Roma, Molini e pastifici Biondi Firenze, zuccherificio Lebandy freres Ancona, Istituto nazionale medico farmacologico Roma, Società materiali laterizi, Società per le industrie estrattive e così via.

Nei consigli di amministrazione di queste società, figurano sempre personaggi del Banco di Roma e delle famiglie della cerchia pontificia: Colonna, Rebecchini, Cingolani, Campilli, Cremonesi i quali, di persona o per via discendente, figureranno nel secondo dopoguerra alla testa del partito cattolico, la Dc. Infine, le grandi famiglie della nobiltà pontificia figuravano nei consigli di amministrazione delle grandi finanziarie del capitale laico quali Bastogi, Montecatini, Fondiaria vita ed incendio, mentre il Banco ambrosiano si inserisce sempre più nel mondo delle grandi banche laiche del nord. Parallelamente all’integrazione economica, sempre più vengono emarginate, nel mondo cattolico, le posizioni popolari e genericamente di sinistra. Papa Pio X sciolse l’Opera dei congressi, legata alle Casse rurali, in seguito egemonizzata dalla Dc di sinistra di Romolo Muzzi.

Finanza cattolica e grande guerra.

Assieme al grande capitale laico, la finanza vaticana appoggiò l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale. Spinto dalla cupidigia delle commesse militari, dalla possibilità di espandere le proprie aree di influenza (si ricordi che il Banco di Roma fu la prima società italiana ad installarsi all’estero e nei territori coloniali d’Africa) e per ridurre l’influenza delle grandi banche germaniche, in modo particolare al nord, i finanzieri cattolici spinsero il Papa a schierarsi contro la cattolicissima Austria.

L’interventismo cattolico si consolidò anche sul piano politico, dopo la caduta del governo Salandra, a seguito dell’offensiva austriaca in Trentino; nel governo Boselli entrò anche il cattolico Filippo Meda, esponente della borghesia cattolica milanese consolidatasi intorno al Banco ambrosiano. La partecipazione di Meda al governo fu salutata con entusiasmo dai cattolici conservatori milanesi, l’episcopato lo sostenne validamente, come pure la stampa cattolica la quale lanciò una campagna per la sottoscrizione dei prestiti di guerra. L’arcivescovo di Milano mise a disposizione le sale del suo palazzo per i comitati di sostegno al prestito.

Il Banco ambrosiano fu attivissimo e raggiunse posizioni di rilievo nazionale nella raccolta delle sottoscrizioni; e cominciò ad annoverare tra i propri clienti non solo le istituzioni cattoliche, ma anche le grandi industrie belliche. Agli inizi e durante la guerra, si ebbe una forte estensione delle banche cattoliche. A Roma venne fondata una nuova banca da affiancare al Banco di Roma, il Credito nazionale. Vennero poi fondate la Società finanziaria regionale e la Banca regionale, il Credito emiliano a Parma, il Credito pavese e il Piccolo credito di Ferrara.

Nel 1919 venne fondata a Trieste la Banca Venezia Giulia, nel cui consiglio di amministrazione sedeva un prete, Carlo Macchia, nello stesso anno fu fondata la Banca del lavoro e del risparmio che ebbe come presidente l’avvocato Gioia del Banco di Roma e come consigliere Achille Grandi. Nel 1920 venne costituito il Credito padano a Mantova e venne acquistata la Banca commerciale triestina, mentre Filippo Meda si installava alla presidenza della Banca popolare di Milano.

Alla forte espansione delle banche cattoliche nel settentrione fecero riscontro le forti perdite del Banco di Roma, per le sue avventure africane, ridimensionate dalla guerra in Europa.

Dopo la fine della grande guerra il governo Giolitti, per ridurre la conflittualità sociale, ricercò l’appoggio dei socialisti, inserì nel proprio programma l’avocazione allo Stato dei superprofitti di guerra ed introdusse la nominatività dei titoli. Ancora una volta, la finanza cattolica si schierò dalla parte del grande capitale, opponendosi al programma Giolitti. Con molto impegno, i cattolici ottennero il loro obiettivo con il ministero Bonomi, succeduto a Giolitti, del quale essi erano entrati a far parte.

Finanza cattolica e fascismo

Il 10 novembre 1922, pochi giorni dopo la sua andata al potere, Mussolini abrogò la legge sulla nominatività dei titoli, già bloccata dal governo Bonomi, accogliendo una delle principali rivendicazioni del grande capitale cattolico.

Nel 1923, Mussolini rese un secondo favore al Vaticano. Il Banco di Roma aveva avuto notevoli perdite in Africa ed aveva in portafoglio molti titoli di industrie belliche entrate in crisi in tempo di pace (fallimento della Ansaldo dei fratelli Perrone di Genova e della Banca di sconto). Mussolini fece intervenire la Banca d’Italia, la quale si accollò le perdite del Banco, quantificate più tardi dal ministro del Tesoro fascista, Alberto Stefani, in 2.120.000 lire (corrispondenti a 1.600 miliardi attuali). Del resto, la volontà del governo fascista di accogliere le richieste del Vaticano, allo scopo di essere a sua volta aiutato a consolidare il proprio potere tra le masse, si manifestò con altri fatti.

Nel 1923, vennero aggravate le sanzioni contro le ‘offese alla religione cattolica e al clero’, vennero reistituiti i cappellani militari, fu introdotto l’insegnamento religioso obbligatorio nelle scuole elementari, favorita la scuola privata, finanziata la fondazione dell’Università cattolica a Milano, venne più che raddoppiato il contributo dello Stato per le congrue ai parroci, esteso il beneficio ai canonici delle cattedrali. I cattolici ripagarono Mussolini di tanta generosità: il 12 aprile 1923, alcuni parlamentari cattolici, fra essi il senatore Nava, presidente del Banco ambrosiano, votarono un ordine del giorno di solidarietà con il fascismo.

Quando i fascisti portarono in Parlamento la legge di modifica del sistema elettorale introducendo il maggioritario, Filippo Meda fu il primo a dichiararsi favorevole. Nel 1925, Mussolini istituì una Commissione che si occupasse di riordinare i rapporti con la Chiesa in materia di diritto ecclesiastico. Della Commissione vennero ufficialmente chiamati a fare parte tre dignitari del Vaticano. Nel 1926, la Commissione presentò al Papa il disegno di legge, ma Pio XI, avendo capito di poter ottenere molto di più da Mussolini, affermò che l’accordo non poteva raggiungersi “fin che duri l’iniqua condizione fatta alla Santa sede e al romano Pontefice”.

I rapporti economici tra Italia e Vaticano: i Patti lateranensi.

I Patti lateranensi, sottoscritti l’11 febbraio 1929 da Mussolini e dal segretario di Stato, cardinale Gaspari, riguardavano tre ordini di questioni: “la cessione da parte dell’Italia del territorio della Città del Vaticano, la regolamentazione delle questioni finanziarie, e rapporti generali tra Stato italiano e Città del Vaticano. Le diverse materie furono composte stipulando tre differenti documenti: il Trattato del Laterano, la Convenzione finanziaria ed il Concordato.

Non si è parlato abbastanza dei contenuti e delle conseguenze economiche dei tre Patti lateranensi, le cui conseguenze arrivano fino ai giorni nostri. Conviene quindi descrivere le principali norme finanziarie in essi contenute. Nel Trattato del Laterano, all’art.11, si afferma: “gli enti centrali della Chiesa sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano”.

L’art.13 dispone il trasferimento al Vaticano in piena proprietà delle basiliche di san Giovanni in Laterano, santa Maria maggiore e san Paolo con gli edifici annessi, come pure il trasferimento al Vaticano dei capitali che lo Stato annualmente versava, tramite ministero della Pubblica istruzione, alla basilica san Paolo. Con l’art.14, veniva ceduto al Vaticano un complesso di terreni e palazzi, tra i quali Castel Gandolfo. Tutti questi palazzi e terreni, compresi il sant’Uffizio e la propaganda Fida, godono delle immunità del diritto internazionale, non sono assoggettati a controlli o espropri e sono esenti da qualunque tributo. L’art.17 stabilisce che “le retribuzioni di qualsiasi natura, dovute dalla Santa sede agli altri enti centrali della Chiesa e dagli enti gestiti direttamente dalla Santa sede, anche fuori di Roma, a dignitari, impiegati e salariati saranno nel territorio italiano esenti, a decorrere dal gennaio 1929, da qualsiasi tributo verso lo Stato e qualunque altro ente. Venne quindi ricostituita la ‘mano morta’, mentre le esenzioni tributarie, atte a garantire forti profitti alla finanza cattolica, diedero il via alla collaborazione tra finanzieri laici e istituzioni economiche vaticane.

La Convenzione finanziaria stabiliva che, tenuto conto “dei danni ingenti subiti dalla Sede apostolica per la perdita del patrimonio di san Pietro, costituito dagli antichi stati pontifici, e dei bisogni sempre crescenti della Chiesa”, lo Stato italiano si impegnava a versare al Vaticano l’importo di 750 milioni di lire in contanti ed un miliardo di lire in titoli al 5%. Da parte sua, il Vaticano dichiarava definitivamente chiusa la questione romana. Venuto in possesso di una grande quantità di liquidi, si presentò per il Vaticano il problema di investirli proficuamente. A tale scopo, il 7 giugno 1929, papa Pio XI costituì l’Amministrazione speciale della Santa sede. A dirigere l’ente finanziario vaticano, venne chiamato l’ingegner Bernardino Nogara, parente dell’arcivescovo di Udine. Si tenga presente che, al valore attuale, il rimborso al Vaticano si aggirerebbe attorno ai 1.000 miliardi di lire (valore del 1984 ndr).

Per quanto riguarda il Concordato, l’art.2 stabilisce l’esenzione fiscale per tutte le pubblicazioni, affissioni, atti e documenti del Vaticano, l’art.6 stabiliva la non pignorabilità degli assegni degli ecclesiastici. Le concessioni più importanti da parte dello Stato italiano nei confronti del Vaticano sono contenute negli art.29,30, 31 del Concordato. Essi rappresentano una vera restaurazione delle leggi ‘eversive’ approvate dallo Stato dal 1840 al 1867. L’art.29 stabilisce che “ferma restando la personalità giuridica degli enti ecclesiastici finora riconosciuti dalle leggi italiane (Santa sede) tale personalità sarà riconosciuta anche alle chiese pubbliche aperte al pubblico, comprese quelle appartenenti agli enti ecclesiastici soppressi. Sarà riconosciuta personalità giuridica alle associazioni religiose approvate dalla Chiesa, nonché alle associazioni religiose aventi la casa madre all’estero, ecc…Inoltre sono ammesse le fondazioni religiose di qualunque specie. Gli atti compiuti finora da enti ecclesiastici senza l’osservanza delle leggi italiane, potranno essere regolarizzati dallo Stato italiano su richiesta. Infine, agli effetti tributari, le opere di religione e di culto vengono equiparate a quelle di beneficienza, e viene esclusa per l’avvenire l’istituzione di qualsiasi tributo speciale a carico dei beni della Chiesa”, essendo già stata esentata da quelli ordinari.

L’art.30 pone le basi per quello che sarebbe poi diventato lo Ior, affermando che “la gestione dei beni appartenuti a qualsiasi istituto ecclesiastico sarebbe avvenuta sotto la vigilanza ed il controllo della sola autorità della Chiesa, restandone escluso ogni intervento da parte dello Stato, e senza obbligo di assoggettare a conversione i beni immobili”. Nello stesso articolo, lo Stato riconosceva agli istituti ecclesiastici e alle associazioni religiose di acquisire beni, salvo le disposizioni delle leggi civili riguardanti gli enti morali.

Infine, l’art.31 stabilisce che l’erezione di nuovi enti ecclesiastici ed associazioni religiose sarà fatta dall’autorità ecclesiastica secondo le norme del diritto canonico. Successivamente le autorità civili daranno il loro benestare.

In definitiva, con l’andata al potere del fascismo, la Chiesa diventa uno dei pilastri del potere, non solo religioso, politico, morale, ma economico, ponendo le basi per gli eventi dei nostri giorni. Scriveva infatti Giovanni Grilli: “La notevole somma data da Mussolini al Vaticano ha permesso a questo di aumentare considerevolmente i mezzi di cui già disponeva e di entrare in misura maggiore di prima nel vivo della nostra economia. La personalità giuridica e la facoltà di possedere ogni specie di beni accordata a tutte le associazioni, ordini, congregazioni sulla base del solo diritto canonico, con l’obbligo dello Stato di riconoscerli, ha ricostituito, nel volgere di pochi anni, una immensa ‘mano morta’. L’enorme accumulo di mezzi impiegati in Italia e all’estero e la creazione di una fittissima rete di enti e di organizzazioni, a un tempo religiosi, morali ed economici, che penetrano e corrodono la vita del Paese, consentono al Vaticano di manovrare la politica italiana, in senso spesso contrario ai suoi stessi interessi e alle esigenze di sviluppo culturale e civile”.

Le conseguenze economiche dei Patti lateranensi.

A riconoscimento ufficiale del fatto che, oramai, numerosi finanzieri legati al Vaticano da anni partecipavano ai centri economici dirigenti dell’economia italiana, il conte Paolo Blumensthil, uno dei più conosciuti fiduciari della corte pontificia, fu chiamato a far parte del consiglio di amministrazione della Banca d’Italia.

Poco propensi all’investimento industriale diretto (lo sfruttamento dei lavoratori poco si addice alla morale cattolica) e dato che le leggi impedivano alle banche il credito a lungo termine, i finanzieri vaticani investirono i loro liquidi nella speculazione immobiliare e, per la prima volta in modo massiccio, entrarono nelle grandi finanziarie che, proprio in quel periodo, i grandi gruppi industriali stavano costituendo. Nel giro di pochi anni, dirigenti del Banco di Roma e del Santo spirito entrarono nelle finanziarie della Fiat, Pirelli, Italcementi, Edison, nell’Istituto di credito fondiario e nel Credito fondiario sardo, assieme a finanzieri liguri e lombardi.

L’ingegner Bernardino Nogara, nominato dal Papa amministratore speciale della Santa sede, entrò nel consiglio di amministrazione della più grande finanziaria industriale d’Italia, la Comofim, voluta dalla Comit (rivelatasi in seguito una colossale truffa ai danni dei risparmiatori) nella quale sedevano il presidente della Comit Toeplitz, il barone Avezzana, il senatore Crespi, il senatore Bocciardo, presidente dei siderurgici liguri.

Il Vaticano non si limitò a partecipare, ma dette vita ad iniziative proprie, come la Società romana di finanziamento e l’Istituto centrale di credito. Il 1 agosto 1929, insieme ad Agnelli, Pesenti, Feltrinelli, Benni, il Banco di Roma fondò la finanziaria per le imprese italiane all’estero. Il 4 giugno 1929 il senatore Cavazzoni, il senatore fascista Bevione, il conte Franco Ratti, nipote del Papa, il fascista Giovanni Marinelli, assassino di Matteotti, diedero vita alla società di assicurazione Praevidentia. Per quanto riguarda le società industriali, a partire dal 1929, gli uomini del Vaticano entrarono nei consigli della Breda, Dalmine, Reggiane, Ferrorotaie, Società elettriche Italia centrale, Società agricola lombarda di Milano. Nelle Marche, Francesco Pacelli divenne vicepresidente dell’Italgas, la quale forniva gas a quaranta grandi centri italiani, e fondò la prima società per la produzione di gas liquido.

La grande crisi degli anni Trenta è però alle porte anche in Italia. Le tre banche cattoliche, Banco di Roma, Banco di santo spirito e Credito sardo e le due laiche, Comit e Credito italiano, si trovarono coinvolte in un gigantesco crack, con titoli azzerati, crediti inesigibili, e non solvibili nei confronti dei depositari. Ancora una volta, l’intervento del regime fascista a favore delle banche vaticane fu particolarmente generoso. I titoli mobiliari da esse posseduti furono trasferiti al nascente Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), benché aventi valore nullo, con un prezzo addirittura superiore a quello di mercato, come afferma una relazione dell’Istituto: “Il valore che venne così accreditato alle banche era superiore, evidentemente, al valore attribuibile alle partite trasferite all’Iri; la differenza tra il valore riconosciuto e il valore delle posizioni trasferite costituì la perdita dell’operazione di risanamento addossata all’Istituto”.

Per la seconda volta dal 1923, ai lavoratori italiani venne addossata la perdita delle speculazioni vaticane, nel 1934 il carico attribuito all’Iri per questa operazione fu di 6 miliardi di lire, pari ad oltre 600 attuali. In cambio, la Chiesa rafforzò il proprio sostegno al regime di Mussolini. Anche negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, la finanza cattolica andò espandendosi velocemente; nel 1939 il conte Franco Ratti, nipote del Papa, entrò nella Banca nazionale dell’agricoltura e nell’Istituto italiano di credito fondiario; e, verso la fine del 1939, il conte fiduciario del Vaticano entrò nel monopolio nelle fibre, la Snia, del quale divenne vicepresidente un decennio dopo.

I buoni rapporti tra fascismo e Vaticano si manifestarono anche sul piano delle partecipazioni congiunte nella gestione di imprese industriali e finanziarie. Il più evidente fu quello delle partecipazioni del conte Adolasso, con il fascista conte Marinotti, al vertice della Snia viscosa. Nell’Istituto di credito fondiario due fiduciari del Papa, Cremonesi e Rosmini, operarono al fianco del senatore fascista Bevione. Nel Banco di Roma, dopo il salvataggio del 1934, entrò a dirigere la società di gestione delle rapine coloniali in Etiopia, assieme al cattolico principe Borghese, il fascista Antonio Marescalchi. In due società di assicurazione a Milano, l’Anonima vita e l’Istituto italiano di previdenza, si trovarono a fianco il quadrumviro Emilio De Bono e il conte Franco Ratti, nipote di Pio XI.

Come in occasione della prima guerra mondiale, i finanzieri cattolici e il Vaticano si trovarono strettamente affiancati ai guerrafondai per trascinare l’Italia nel secondo conflitto mondiale. Questa volta, a fianco della Germania di Hitler. Alla vigilia della seconda guerra, alla presidenza di industrie belliche (come, ad esempio, le officine meccaniche Reggiane, Compagnia navale aeronautica, gruppo Caproni) vi era l’onnipresente nipote del Papa, Franco Ratti, presidente al tempo stesso del Banco ambrosiano.


Il sostentamento del clero

La distinzione esistente nell’ordinamento statale tra le imposte e le tasse si riflette in campo ecclesiastico nella classificazione tra tributi generici (decime sacramentali, abolite nel 1887) e tributi specifici.

IL SOSTENTAMENTO DEL CLERO

Chi attende all’altare deve vivere dell’altare.

E’ questo un principio di antichissima origine in virtù del quale furono istituzionalizzati tributi speciali.

La distinzione esistente nell’ordinamento statale tra le imposte e le tasse si riflette in campo ecclesiastico nella classificazione tra tributi generici (decime sacramentali, abolite nel 1887) e tributi specifici.

La categoria delle entrate di origine ecclesiastica comprende, oltre ai tributi predetti, anche i cosiddetti “stipendi di messe”, le rendite patrimoniali e le liberalità fatte da privati, denominate genericamente “legati pii”.

Si tratta di una ingente massa di denaro la cui esatta consistenza è sempre stato difficoltoso accertare.

In occasione della stipulazione del Concordato del ’29, la Santa Sede riuscì ad ottenere dallo stato il pagamento di contributi economici (“assegni supplementari di congrua”).

Tali assegni, che venivano erogati da un apposito “Fondo per il culto”, servivano ad integrare i redditi beneficiari dei Vescovi, dei parroci e di altri ecclesiastici, per garantire a questi ultimi un determinato reddito annuo.

Senonchè, l’entrata in vigore del nuovo Codice di Diritto Canonico nel 1983 (che raccomanda la soppressione dell’antico sistema beneficiario e la sua sostituzione con altri sistemi) ha determinato la necessità della revisione delle norme concordatarie in materia di sostentamento del clero.

Questa riforma, entrata in vigore nel 1985, ha ingenerato aspre polemiche circa l’opportunità o meno di aggravare il già pesante deficit esistente nel bilancio dello Stato.

Il 30 settembre ’86 sono stati soppressi i benefici ecclesiastici e sono stati creati, in ogni diocesi o gruppo di diocesi, gli Istituti per il sostentamento del clero.

Con sede unica in Roma è stato creato anche l’Istituto Centrale per il sostentamento del clero.

Tutte le diocesi e le parrocchie (che erano collegate ai soppressi benefici) devono acquistare la personalità giuridica.

I patrimoni dei benefici soppressi sono stati trasferiti agli Istituti diocesani o interdiocesani, i quali dal 1° gennaio 1987 dovrebbero garantire un “congruo e dignitoso sostentamento” a tutti i sacerdoti che prestano servizio per la loro diocesi.

E’ la Conferenza Episcopale Italiana che dovrebbe stabilire l’esatta quantità della somma di denaro da corrispondere periodicamente a ciascun sacerdote, prendendo in opportuna considerazione il fatto che alcuni di essi godono eventualmente di altre entrate di natura ecclesiastica.

La legge n. 222 del 1985 ha dettato soluzioni provvisorie per il triennio 1987/89 ed ha stabilito che, a decorrere dal periodo d’imposta 1989, le entrate dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero siano costituite da:

a) libere offerte dei fedeli, ai quali è concessa ai fini del pagamento dell’IRPEF la possibilità di dedurre dal reddito lordo le somme di denaro elargite a favore dell’Istituto centrale predetto, fino ad un massimo di due milioni di lire;

b) una parte dell’IRPEF (fino ad un massimo dell’otto per mille) versata dal contribuente, dietro sua esplicita indicazione. In caso di mancata opzione, le somme corrispondenti all’otto per mille verranno suddivise proporzionalmente rispetto alle opzioni formulate.

In virtù di questo nuovo sistema una maggiore massa di denaro pubblico verrà sottratta alla Tesoreria dello Stato per essere convogliata ogni anno nelle casse della Conferenza Episcopale Italiana.

Negli ultimi anni sono stati versati dallo Stato alla Chiesa, a titolo di assegni supplementari di congrua, circa 300 miliardi l’anno.

Quale sarà, d’ora in avanti, l’ammontare complessivo del pubblico denaro che verrà sottratto all’Erario e che verrà dirottato verso l’Episcopato Italiano? E’ difficile prevederlo con esattezza. Secondo stime attendibili si tratta di una cifra teorica di duemila miliardi all’anno (per quanto riguarda l’otto per mille delle entrate IRPEF) e di venti mila miliardi all’anno per quanto riguarda le offerte di denaro deducibili dal reddito lordo.

Ai sensi dell’art. 47 della citata legge n. 222/85 le somme di denaro in questione dovrebbero essere suddivise in base ad un sistema alquanto singolare: in parte a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale, e in parte a scopi di carattere religioso a diretta gestione della chiesa cattolica, in proporzione delle scelte effettuate dai contribuenti.

Ancora una volta, pertanto, nei rapporti patrimoniali tra Stato e Chiesa sono stati inseriti artificiosi fattori di conflittualità fra contrapposti interessi.

Gli oneri finanziari a carico del bilancio statale, inoltre, resteranno talmente indeterminati da sfuggire a qualsiasi seria analisi e conseguente valutazione.

Quello delle entrate ecclesiastiche è sempre stato un tema scabroso, fonte di acri polemiche, focolaio di eresie e perfino di scismi.

Innumerevoli sono gli episodi traumatici che la storia ci presenta. Nel trecento i francescani intransigenti (gli “spirituali”) avversarono pontefici e vescovi per l’iniquo legame con le ricchezze di questo mondo , giungendo ad identificare Bonifacio VIII con l’Anticristo che avrebbe condotto la Chiesa alla rovina.

Alcuni di questi frati spirituali non esitarono a condannare la chiesa romana perché “opulenta e corrotta”.

Francesco d’Assisi aveva inchiodato la Gerarchia cattolica sullo spinoso contrasto tra ricchezza e povertà testimoniando nei fatti che solo quest’ultima può rendere autentica la fede e credibile il messaggio evangelico.

Nel Cinquecento lo scisma operato da Lutero faceva perno soprattutto sullo scandalo della “vendita delle indulgenze”.

Ancora oggi resiste la pessima consuetudine di effettuare la questua presso i fedeli durante la celebrazione della Messa.

Nel corso dei secoli certi sistemi di incetta di denaro sono stati, più di una volta, causa di scandalo.

Già nel quarto secolo la chiesa, dopo aver ottenuto il riconoscimento da parte dell’Impero Romano, vide radicalmente mutata la propria posizione economica in un rapido susseguirsi di eventi che culminarono con l’Editto di Teodosio nel 380 (creazione della Chiesa di Stato).

Le fu assicurato il diritto di possedere e la capacità di ereditare. Ricevette preziosissimi doni dagli imperatori e dai notabili, confiscò i beni degli eretici, venne esentata dall’obbligo di pagare le imposte.

Fu in quel periodo che ebbe inizio il possesso graduale di travisamento della sua originaria missione spirituale e venne instaurato quel potere temporale che solo apparentemente fu abbattuto il 20 settembre 1870 a Porta Pia.

Quel potere temporale è stato riattivato grazie ai privilegi stabiliti dai Patti Lateranensi del 1929.

Sembra opportuno citare due testimonianze, una antica e una recente, ma entrambe fatte da uomini di Chiesa.

L’inizio della “metamorfosi in peggio” della Chiesa fu efficacemente testimoniato da un vescovo del quarto secolo, S.Giovanni Crisostomo, in un’omelia rivolta ai fedeli:

<<Per colpa vostra e per la vostra disumanità (di egoisti), la Chiesa possiede terreni, case, rendite immobiliari, mezzi di trasporto. Questo tesoro della Chiesa dovrebbe essere vostro, mentre la sua rendita dovrebbe consistere nella vostra generosità; invece si verificano due assurdità: voi non acquistate alcun merito e i sacerdoti di Dio non si occupano di ciò che attiene al loro ministero. Le case e i terreni non avrebbero potuto rimanere in potere degli apostoli: Perché dunque erano venduti e se ne distribuiva il ricavato? Perché era meglio così. Ma i vostri padri, poiché voi siete così smaniosi fino alla follia di ammassare i beni materiali ma non di distribuirli, ebbero paura che morisse di fame la moltitudine di vedove, orfani e vergini; per questo furono costretti a regolarsi così…. Voi li avete costretti ad imitare l’attività di coloro che si occupano degli affari commerciali; perciò tutto è andato sottosopra. Se infatti voi e noi siamo presi dagli stessi affari, chi propizierà Dio? Perciò non ci è lecito aprire la bocca, in quanto la Chiesa non si trova affatto in una condizione migliore di quella degli uomini di questo mondo. Non sapete che gli apostoli non accettarono di distribuire le somme di denaro raccolte senza alcun lavoro? Ma ora, nella cura dei beni mondani, i nostri vescovi hanno superato gli amministratori e i mercanti, mentre dovrebbero preoccuparsi delle vostre anime. ….Questa disumanità ci rende oggetto di scherno poiché, avendo lasciato perdere le preghiere, l’insegnamento ed altri uffici sacri, siamo in continua lotta con i venditori di vino e con i mercanti di grano. A ciascun sacerdote vengono dati nomi che si addicono maggiormente ad affari temporali, mentre dovrebbero sostenere i poveri, difendere gli oppressi, aiutare i perseguitati, curare gli orfani, assistere le vedove. …Se ciascuno di noi desse un pane ad un povero, tutti sarebbero nell’abbondanza. Le parole “vendi i tuoi beni, danne il ricavato ai poveri e seguimi”, sarebbe opportuno dirle anche agli ecclesiastici riguardo ai beni della Chiesa. Ora però i sacerdoti di Dio si occupano di vendemmia, di mietitura, di commercio. ….Di qui ha origine una grande trascuratezza delle Scritture, la noncuranza delle preghiere. Non è possibile dividersi in entrambi i compiti con la dovuta sollecitudine>> (1). Da questa testimonianza possiamo desumere alcune considerazioni: in linea di principio Crisostomo sottintendeva pesanti critiche alle ricchezze della Chiesa, ma giustificava storicamente queste ricchezze con la necessità di porre un qualche rimedio all’egoismo disumano dei cristiani e alla sostanziale incuria dei poteri pubblici di fronte al problema dell’indigenza.

In effetti all’origine dell’impegno temporale della Chiesa ci fu la paura che molti poveri sarebbero morti di fame; essa quindi venne ad assumere una funzione di supplenza alle carenze dei fedeli.

Tutto ciò, comunque, determinava un gravissimo pericolo: la perdita di credibilità.

L’interesse per gli affari temporali , col passare del tempo, degenerava in forme di lusso che più volte il Crisostomo dovette denunciare.

E’ noto che, dopo la sua elezione all’episcopato di Costantinopoli, il suo primo atto fu quello di vendere gli oggetti preziosi che riempivano la sede vescovile e dissipare l’atmosfera di mondanità che aveva caratterizzato l’episcopato del predecessore Nettario.

Bisogna ribadire, “apertis verbis”, che la cura dei beni materiali è estranea alla missione della Chiesa, la cui ricchezza dovrebbe essere unicamente costituita dallo spirito di carità dei fedeli.

Gli apostoli avevano ben intravisto i pericoli di questo impegno materiale quando proposero l’istituzione dei diaconi per il servizio delle mense.

Balzando dal quarto al ventesimo secolo possiamo raccogliere una serie impressionante di denunce contro certi sistemi (poco edificanti) di sostentamento del clero.

Ma una testimonianza in particolare ci sembra meritevole di essere menzionata per la sincerità e l’ardore che la animano.

E’ riassunta in una pubblicazione del 1970 ed è offerta da un sacerdote di origine siciliana, Antonio Corsello. (2)

E’ un coraggioso documento di accusa contro un certo modo di vita all’interno di un ambiente (clericale), che travaglia quella parte della Chiesa che è “impregnata di clericalismo, di dogmatismo e di giuridismo”.

I brani che qui riproduciamo sono di un’efficacia sferzante e si commentano da soli.

<<Oggi l’ostacolo maggiore alla diffusione della fede è l’attaccamento del clero al denaro che in alcuni luoghi assume forme nauseanti e tiene tante anime dispettosamente lontane dalla chiesa…. Si è tanto esaltata l’eccellenza del celibato da farlo diventare l’essenza del cristianesimo e del sacerdozio. Un celibato imposto e non sempre rispettato, che dà origine a continui scandali mentre troppo spesso abbiamo un clero con eccessive preoccupazioni economiche, che usufruisce di troppi privilegi controproducenti, che troppo spesso è legato al denaro e che appunto per questo appare agli occhi del popolo come un mestierante qualsiasi. Per il conformismo che tanto spesso impera in mezzo a noi, per timore riverenziale ingiustificato ed ingiustificabile, pochi o quasi nessuno ha il coraggio di dire queste cose. Se si dicono queste cose con una certa libertà diventa difficile far carriera nell’ambiente ecclesiastico… Finché agli occhi dei fedeli il clero apparirà ricco e avido di denaro e incapace di realizzare un pò di giustizia e un pò di perequazione al suo interno, a ben poco approderanno le belle parole, la predicazione e le varie forme di apostolato. E’ veramente strano che in alcune zone il clero, attraverso gli introiti delle chiese-feudo riesca ad avere palazzi, ville, sigarette e sfarzo, mentre dagli stessi… feudi non riesce a cavare una sola lira per restaurare le chiese (di deve pensare il governo, dicono) e per finanziare le attività apostoliche. Si dice che il clero è povero. E’ diventato un luogo comune. Ma è veramente povero il clero? Nelle nostre zone, e in parecchie altre ancora, il popolo è convinto del contrario. E non mi pare che abbia tutti i torti. Scuola, congrua, messe e benedizioni, cappellanìe a cimiteri, ospedali , convitti e monasteri, assistenze, predicazioni, funerali, matrimoni, battesimi, feste, elemosine… non credo che ci si possa lamentare. Se poi a queste voci se ne aggiungono altre occulte ma non meno lucrose (commerci vari, terreni, case in affitto, etc.) dovremmo concludere che quando si dice che il clero è povero si fa un insulto alla Provvidenza e si dice una grossa bugia. In genere il nostro clero non sta male. Forse sta anche troppo bene. Le eccezioni non mancano e qualche sacerdote povero c’è. Ci sono dei parroci di montagna che vivono in un isolamento e in uno stato di vera povertà, per la quale gli altri sacerdoti dovrebbero vergognarsi. Lo stridente contrasto tra la loro povertà e la ricchezza di certi monsignori fa una penosa impressione nell’animo dei nostri fedeli così attenti nel verificare (e ne hanno il diritto!) se la Chiesa è seriamente impegnata nel praticare la carità e la giustizia oltre che nel predicarla…. Qualcuno ha fatto la proposta che i sacerdoti si dedichino ad un lavoro per trarre da esso i mezzi per vivere. Perché scandalizzarsene? Non è forse questo l’esempio che ci viene da S.Paolo il quale si gloriava di non essere stato di peso a nessuno e di aver tratto dal lavoro delle sue mani i mezzi per vivere? Mons. Illich è stato forse un pò ingeneroso nel giudicare il clero del passato, ma le modifiche da lui proposte dovrebbero essere attentamente vagliate e potrebbero anche essere realizzate. Il nostro clero, che esercita il ministero a tempo pieno e vive con i “frutti di stola”, offre troppo spesso lo spettacolo di avidità di denaro ed ha troppi privilegi che lo rendono staccato dal popolo…. Due novembre: tutti vanno al cimitero. All’entrata tutte le “S.Vincenzo” chiedono soldi. E passi: sono opere caritative. Ma lo sconcio che fa arrossire è quello dei sacerdoti e dei gruppetti di chierichetti e di orfanelli e seminaristi che si rincorrono affannosamente cantando, ad ogni richiesta dei fedeli e magari più volte sulla stessa tomba, il “Libera me Domine” con relative preghiere. Il tutto per la modica spesa (pardon, è offerta!) di £ 200. Che spettacolo umiliante! E siamo al 1969. E i superiori non si accorgono che, sottile, c’è della simonia e che la consuetudine offende il decoro della nostra santa religione? Uno spettacolo ugualmente deprimente sono i vari questuanti di ordini religiosi che vanno in giro per chiedere l’elemosina per i luoghi santi, per questo e quest’altro santo, per questo e quest’altro ordine. E’ questo il volto della Chiesa di Dio? Non sarebbe giusto tener conto delle mutate condizioni dei tempi? I documenti papali parlano chiaro e condannano questi abusi, ma da noi restano ancora lettera morta…. Il codice di diritto canonico proibisce giustamente ogni forma di commercio ai sacerdoti. Il sacerdote commerciante è veramente una stonatura. Ma ci sono delle forme di commercio…sacro, che ci consentiamo troppo facilmente senza avvertire la contraddizione. Alcuni anni fa, sollevò lo scandalo di qualche confratello il fatto che il nostro circolo operaio vendesse ai propri soci la pasta col meschino guadagno di tre lire al chilo. Qualche bambino, ignaro, veniva a cercare la pasta in convento ed era una cosa antipatica. Da qui le lamentele. Nessuna lamentela però per il sacro commercio delle spille di S.Rita, per le statuette e per le cinture che si vendono ad un prezzo maggiorato del 300%. Forse la materia di cui è composta la spilla o la statuetta è più nobile della farina? I Salesiani hanno avuto un lascito da parte del defunto On. Aldisio di circa cento ettari di ottimo terreno e dopo cinque anni non riescono ancora a rispettare la condizione posta nel testamento, di istituire cioè una scuola agraria. La gestione della tenuta è deficitaria, dicono. Se è così, si impone la rinunzia o qualunque altra soluzione consentita dalla legge purché sia rispettata la volontà del defunto. S.Agostino rifiutò un lascito per non incorrere nelle ire dei parenti del defunto. E’ un esempio molto elogiato ma poco imitato. Non sono in pochi a mormorare ed i Salesiani non possono ignorarlo…. Le tariffe meriterebbero un capitolo a parte. Mi limiterò ad alcuni accenni. Se un giovane desidera sposare fuori parrocchia, nella chiesa che piace di più a lui ed alla sposina, si concede il permesso, ma si pretende la Tassa proibitiva di ben ventimila lire: diecimila alla curia e diecimila alla parrocchia invece delle duemila stabilite dal Tassario ufficiale della regione siciliana. Per colmo d’ironia in calce al tassario è stata messa una postilla che dice testualmente “Ricordino i Rev.Parroci il prescritto del Can. 2408 C.I.C., che proibisce severamente qualsiasi aumento delle tasse prescritte, con l’obbligo della restituzione per quelli che violano tale disposizione”. Nello stesso tassario un’altra postilla dice: “Per i poveri le prestazioni sacerdotali siano gratuite”. Commovente questa delicata attenzione dei nostri vescovi! Ma quanta diversa la realtà!…. Che dire poi dei funerali? Una varietà di gusti e di… tariffe da far perdere la testa e questo anche dopo le tanto decantate disposizioni sulla classe unica. Funerali in nigris, funerali in cotta, funerali in mazzetta, funerali in cappa magna, funerali con uno, due e tre pedaggi: ad ogni variazione corrisponde una differente tariffa! C’era perfino una sopratassa di £ 5.000 se il corteo passava per il Corso. Ora tutti i cortei funebri passano per il Corso che è l’unica arteria che attraversa la città. La tariffa per il funerale variava perfino se il cadavere veniva posto in mezzo alla chiesa oppure sotto la cupola (onore che si concedeva a tutti quelli che sborsavano la relativa somma). E’ questo il volto della chiesa di Dio? Sera di festa. Ci sono da fare in chiesa cinque battesimi. Quattro uomini vogliono battesimi di lusso con tutto lo sfarzo della luce. Il quinto dice, tutto mortificato, che è povero e che vuole un battesimo…minimo. Si procede al battesimo dei primi due tra la gioia dei presenti. La chiesa era solennemente illuminata. Il battesimo del povero fu il terzo. Le luci rimasero accese. I presenti commentavano con soddisfazione la generosità del parroco e il suo buon cuore verso quel povero padre di famiglia. Ad un tratto però, nel bel mezzo della cerimonia, le luci furono spente, senza che il parroco protestasse. Il sacrestano aveva solo dimenticato di spegnere le luci, ma quando ricordò che si trattava del povero provvide a rimediare in quel modo. La Chiesa non poteva far festa nell’accogliere nel suo seno il figlio di un povero. La Chiesa dei poveri…. Ed è quanto meno mortificante che i fedeli si mostrino più sensibili dello stesso clero nel rilevare queste anomalie. Dov’è la tanto decantata delicatezza del prete? E’ questione anche di galateo. O che il “genus avarissimum”, affibbiato da Cicerone ai sacerdoti pagani, valga anche per quelli cattolici e spieghi ogni cosa?>>.

E’ evidente che questa appassionata testimonianza di Antonio Corsello non vuol essere un atto di accusa contro la Chiesa in genere ma contro una parte di essa, contro il falso ed ottuso cristianesimo di certa gente, “il clericalismo esasperato di certi confratelli”, contro un “curialismo che mortifica e opprime”.

<<Ho voluto far rilevare a quali errori ci porta inconsapevolmente il dogmatismo clericale; a quali ingiustizie possiamo essere indotti quando ci facciamo guidare dal giuridismo e non dalla carità. Le sopraffazioni più gravi sono quelle che si commettono in nome del diritto. Queste mie modeste pagine – puntualizza Corsello – hanno solo la pretesa di testimoniare la mia fede in Dio e il mio amore verso la Chiesa. Amore e devozione che non possono impedirmi di notare e registrare i non pochi torti che in nome di essa mi sono stati fatti>>.

Il dibattuto problema del sostentamento del clero chiama inevitabilmente in causa anche quelli relativi al deficit del bilancio statale, all’elevata pressione tributaria, all’incremento delle entrate, al taglio delle spese pubbliche superflue. La cultura laica deve affermare, senza mezzi termini, che l’erogazione da parte dello Stato di tanti miliardi l’anno per sostenere il clero cattolico è un tipico esempio di spesa da tagliare.

E’ in atto una vivace disputa sulle differenti modalità in cui si potrebbe condurre la lotta alle evasioni fiscali.

Sarebbe opportuno che da tale disputa cominci ad emergere la tesi secondo la quale il deficit del bilancio statale potrebbe essere alleggerito anche mediante l’eliminazione delle esenzioni, oltreché con la lotta alle evasioni fiscali.

Il tanto conclamato sistema del “redditometro”, sul quale si accendono di frequente aspre polemiche tra le forze sociali e politiche, potrebbe bene essere applicato anche alle rendite prodotte dai patrimoni degli Enti ecclesiastici, ponendo mano ad una organica riforma legislativa.

Sono sessant’anni ormai che lo Stato sostiene economicamente il clero cattolico: un fiume di miliardi annualmente versati dal Fondo per il culto nelle tasche di vescovi, parroci ed altri prelati (3).

Non sarebbe ora di fermare questa emorragia di pubblico denaro?

Si pretende forse, da parte dell’Episcopato, che siffatto sistema di “collaborazione” con lo stato perduri in eterno?

Sarebbe logico e giusto, invece, che il clero venga sostenuto solo dalle oblazioni dei fedeli e dalle rendite ricavate dai patrimoni ecclesiastici.

E se questi introiti dovessero essere ritenuti insufficienti dal nostro Episcopato si prenda pure in seria considerazione il saggio consiglio di S.Benedetto: “Ora et labora”!

Guadagnare denaro lavorando non è peccato.

Nemmeno per i sacerdoti.

Purché si tratti di attività oneste, estranee a qualsiasi forma di speculazione parassitaria.

C.G. SALLUSTIO SALVEMINI

______________

(1) ZINCONE V., Ricchezza e povertà nelle omelie di Giovanni Crisostomo, Ed. Japadre, L’Aquila 1973.

(2) CORSELLO A., Una Chiesa e un ambiente che opprimono, Roma 1970.

(3) <<…Come tutti sappiamo, le vicende del Banco Ambrosiano e dello I.O.R. hanno lasciato la Santa Sede con le ossa rotte: a parte la perdita economica (lo IOR ha versato 400 miliardi per riparare, almeno in parte, ai danni provocati) anche l’immagine del Vaticano si è molto offuscata per via delle conseguenti vicende giudiziarie e del mandato di cattura contro il “banchiere del Papa” cardinale Marcinkus. Attualmente l’azienda Chiesa, pur registrando un momento di vitale espansione (+7%) è in serie ristrettezze economiche. E’ la prima volta che questo accade. Per giunta, al crac dell’Ambrosiano ha fatto seguito l’applicazione del nuovo Concordato che prevede, fra l’altro, la soppressione del contributo dello Stato italiano (700 miliardi l’anno). Di conseguenza, entro il 1990 il Vaticano dovrà provvedere a se stesso in maniera autonoma>> (Arrigo Petacco “Magazine italiano” 21.9.1988).


CHIESA E TANGENTOPOLI.

L’arresto del fratello del Cardinal Sodano e del presidente della fondazione pontificia “Centesimus Annus” coinvolge direttamente il Vaticano.

La chiesa cattolica è, storicamente, sempre stata coinvolta in fatti di ‘tangente’. Basti pensare alla simonia, cioè alla compravendita di cariche ecclesiastiche e perfino della stessa carica pontificale, pratica diffusissima fin dai primi secoli dopo Cristo per cessare solo con la controriforma: per ogni parrocchia, abbazia, canonicato, vescovato, cappello cardinalizio c’era una tangente da versare.

Anche la salvezza eterna era soggetta a tangenti, infatti, approfittando dell’ingenuità popolare, la chiesa vendeva le indulgenze: la tariffa variava a seconda della gravità del peccato e della ricchezza del fedele.

L’ultima colossale “tangente” fu quella carpita dalla Chiesa allo Stato italiano nel 1929 con il Concordato: l’equivalente di 700 miliardi di oggi fu il prezzo (più mille altri privilegi) da pagare affinché la chiesa rinunciasse per sempre a rivendicare i territori del defunto stato pontificio. Nel dopoguerra la chiesa si invischia nel corrotto governo democristiano ma di questo coinvolgimento non emerge quasi nulla per colpa della commissione inquirente della Camera (che insabbia centinaia di procedimenti) e di settori della magistratura collusi con mafia e con poteri più o meno occulti.

Prima di tangentopoli solo in due casi emerge un coinvolgimento della chiesa: -la raccomandazione del cardinal Poletti ad Andreotti affinché nominasse il generale Lo Giudice, quello che poi sarà regista dello scandalo dei petroli, alla carica di comandante della Guardia di Finanza, – il caso IOR/Banco Ambrosiano, il cui processo è ancora in corso, ma sul quale sono già stati pubblicati vari libri (es: D.Yallop – In nome di Dio, Pironti 1992) che documentano l’attività criminosa del Vaticano.

Non dimentichiamo che comunque una sentenza del ’93 ha condannato a tre anni di carcere monsignor Pavel Hnilica, funzionario del Vaticano e confessore di Madre Teresa di Calcutta, per ricettazione della borsa di Calvi.

Ma veniamo allo scandalo di tangentopoli. Innanzitutto il 7/2/94 è stato arrestato Alessandro Sodano, fratello del cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato del Vaticano, con l’accusa di corruzione, abuso e falso per la lottizzazione di un’area industriale vicino ad Asti. Si tenga presente che la famiglia Sodano è a tal punto intima del Vaticano che perfino lo stesso papa ha visitato la loro fattoria nel corso di una visita ad Asti effettuata lo scorso settembre ’93.

Ancora più clamoroso è l’arresto del presidente della CARIPLO Roberto Mazzotta, ex altissimo esponente democristiano, presidente della fondazione “Centesimus Annus” incaricata di raccogliere i fondi per la beneficenza pontificia.

Di minore importanza, ma sempre molto significativo, è l’arresto dell’ex segretario nazionale dell’UNITALSI (Unione Nazionale Trasporto Ammalati a Lourdes e Altri Santuari Italiani) e di suo fratello, consultore della Prefettura degli affari ecclesiastici della santa sede, coinvolti in tangentopoli e sospettati di aver riciclato denaro sporco in Vaticano.

La verità è che negli anni di tangentopoli mai le gerarchie ecclesiastiche levarono la voce contro i farabutti che ci governavano ma, al contrario, parteciparono con buona lena alla divisione della torta (caso IOR-Enimont). Il bello è che la chiesa, lungi dal fare autocritica, continua ad ergersi a giudice morale dei corrotti, ma prima di assumere posizioni sulla moralità altrui farebbe bene a verificare la propria.

Pierino Marazzani


Criminalità religiosa organizzata

Il potente banchiere Michele Sindona (affiliato alla loggia massonica Propaganda 2 di solito abbreviata in P2) conobbe personalmente Paolo VI quando quest’ultimo era ancora Arcivescovo di Milano, una delle Diocesi più influenti in Italia. Sindona entrò nelle sue grazie costruendo un edificio per la Diocesi stessa. Paolo VI è stato il ponte di collegamento tra questo avido finanziere, l’Arcivescovo Marcinkus, Roberto Calvi (altro affiliato alla P2) presidente dell’Ambrosiano e di Licio Gelli (Gran Maestro della loggia P2). Questa associazione tra Massoneria-Vaticano-Mafia negli anni ’60 ha fatto incassare miliardi di lire al Vaticano stesso ed ai loro “business-priests”. Paul Marcinkus non è solo il presidente dello IOR (Istituto Opere Religiose), la Banca Vaticana; è l’eminenza grigia del PontificatoPer questo Papa Giovanni Paolo II, ha usato la sua carica isituzionale per proteggerlo. I Papi come i presidenti degli Stati Uniti, sono solo paraventi; è la politica dei maestri burattinai: “muovere i fili da dietro le quinte”. Paul Marcinkus è stato condannato per la vicenda dei “fondi neri” dello IOR e per il crollo della banca milanese di Roberto Calvi. La Cassazione nel ’87 ha annullato i mandati di cattura per “Sua Eminenza” e gli altri responsabili della banca Vaticana. Ma lasciamo che le dichiarazioni di Francesco Pazienza, pubblicate nel libro “La vera storia d’Italia” ci diano una maggiore quantità di elementi cui farci riflettere ed indagare: “Sempre durante il mio impegno presso i Servizi, ebbi la ventura di rintracciare, presso l’avvocato zurighese Peter Duft – il quale era stato consulente del cardinale Vagnozzi e depositario di molti documenti dello stesso – delle carte pericolosamente compromettenti per Mons. Paul Marcinkus. Occorre dire, al riguardo che il Gen. Santovito aveva ricevuto la richiesta da Mons. Luigi Celata, segretario particolare del Cardinale Casaroli, di rinvenire documenti compromettenti per Marcinkus, documenti i quali si trovavano tutti all’estero e, dunque, erano di difficile reperibilità. Tale richiesta si inquadrava nel contesto di uno scontro feroce, all’interno del Vaticano, tra due opposte fazioni: l’una denominata “Mafia di Faenza”, nella quale si iscrivevano, oltre al cardinale Casaroli, i Cardinali Samorè, Silvestrini e Pio Laghi; l’altra, facente capo per l’appunto al Marcinkus, alla quale appartenevano Mons. Virgilio Levi, vice direttore dell’ “Osservatorio Romano”, e Mons. Luigi Cheli, Nunzio pontificio presso l’ONU. La fazione capeggiata da Paul Marcinkus aveva grossa influenza su Papa Giovanni Paolo II: questi aveva dovuto, proprio all’inizio del suo pontificato, fronteggiare uno scandalo, esploso negli Stati Uniti, di cui era stato protagonista un ordine di Preti polacchi di Filadelfia, implicati in grosse truffe ai danni di banche, con risvolti piuttosto piccanti. Mons. Marcinkus si era opportunamente adoperato per mettere a tacere tale scandalo, officiando lo studio legale newyorkese “Finley – Casey & Associati” e coprendo, in qualche modo, gli ammanchi. L’ovvio beneficio che Marcinkus ne aveva tratto era dimesso fuori gioco: non a caso gli attacchi allo IOR e al Banco Ambrosiano si fecero estremamente virulenti e fatalmente insidiosi proprio dopo l’attentato, basti pensare alla coincidenza temporale di questi e l’arresto di Calvi. Anziché consegnare i documenti reperiti presso l’avvocato Duft al Gen. Santovito, che li avrebbe, a sua volta, consegnati al segretario del Cardinale Casaroli, senza che io ne trassi alcun vantaggio, mi rivolsi all’On. Piccoli, affinché mi reintroducesse presso Calvi: avrei potuto ripresentarmi a costui da solo, tuttavia, con il viatico del Segretario della Democrazia Cristiana la cosa prendeva un aspetto affato diverso. Fu per l’appunto a Roberto Calvi che consegnai la documentazione in mio possesso, che tra l’altro era soltanto una parte del fascicolo contro Marcinkus, senza farne neppure una fotocopia. A.D.R. Consegnai a Calvi la documentazione nei primissimi giorni del marzo 1981. Contestualmente erano usciti gli articoli dell’ “Espresso” e di “Panorama” sull’organizzazione del viaggio statunitense dell’On.Piccoli. Fu forse per tale ragione che Calvi mi invitò a collaborare con lui…”.
Le dichiarazioni di Francesco Pazienza sono ulteriormente convalidate dai “Millenaristi”, la terza forza che si muove all’interno delle sante mura dei “sette colli”. I “Millenaristi” sono una cellula di prelati all’interno del Vaticano, hanno scritto un libro, per denunciare le due fazioni opposte di cui parlava anche Pazienza. Questa cellula si dichiara disgustata dalla corruzione che giornalmente vede dilatarsi nel Tempio della Cristianità, denunciando molti loro colleghi ecclesiali come affiliati ai vari ordini massonici, alla Mafia siciliana o alla Camorra campana. I “Millenaristi”, inoltre, denunciano la dilagante omosessualità come costume consolidato nel Vaticano stesso, ed usata anche come via ad una facile promozione; e gli sperperi in acquisti di ville romane o palermitane, dove diversi prelati passano spensierate serate allietate dalle attenzioni di splendide donne. Il motto, di questa multinazionale religiosa e spirituale quanto la Microsoft o la Nestlè (adorano lo stesso dio-banconota del resto), non è il classico “soddisfatti o rimborsati”, ma è stato da sempre quello di “soddisfatti o messi al rogo”. Naturalmente ai giorni nostri si parla del moderno rogo, cioè il discredito attraverso i mass-media, ed in questo il loro onnipotente dio-banconota li ha generosamente dotati di strumenti mass-medianici. Il Vaticano, grazie alla congregazione dei Paolini, detiene il quarto gruppo mass-mediologico in Italia, dopo Mondadori, Rizzoli e Rusconi. Stampano giornali come Famiglia Cristiana, con il quale ogni settimana vendono milioni di copie. Ciò significa “plasmare” il pensiero di molte persone. Ma ci sono molti altri giornali e libri, tutti con delle vendite notevoli, giornali che usufruiscono di finanziamenti statali, cioè pagati da noi italiani. Ma nel momento in cui la nostra magistratura emette un mandato d’arresto a questi loschi prelati, prontamente il Vaticano si fa forte della sua Extraterritorialità in quanto Stato a se, proteggendo e lasciando completa libertà a questi preti senza scrupoli e senza Dio. E tutto il lavoro della nostra magistratura diventa inutile, con un ulteriore danno economico nei nostri riguardi (le indagine costano). Però per i finanziamenti e per l’otto per mille, l’Extraterritorialità non viene tenuta conto; due pesi e due misure…e due Dei nella Casa del Signore. Se non bastasse il Vaticano ha usato la Rizzoli con i suoi settimanali per fare propaganda e screditare chiunque minasse il prestigio o la popolarità (si fa per dire) della Chiesa. Guardate tutti gli articoli che sono apparsi contro i nuovi movimenti religiosi, la cosiddetta New Age. Quest’ultima, ai loro occhi, si è resa colpevole del reato di aver portato via potenziali acquirenti di prodotti teologici dell’industria cattolica. Subdolamente hanno etichettato la New Age come l’Opera di Lucifero, il solito vecchio metodo dello spauracchio per manipolare meglio la gente. Del resto, ciò è comprensibile, visto che la “parte sana” della New Age (assieme ad una moltitudine di studiosi, storici e ricercatori) ha denunciato la loro blasfema teologia e l’uso improprio della figura del Cristo perpetuata dalla Santa Chiesa Romano Apostolica e dal Cattolicesimo. L’escatologia dirottata in tirannici dogmi per sottomettere la sacralità dell’individuo ad una Chiesa che è di tutti tranne che di Dio. Ma quel povero diavolo di Lucifero cosa se ne fa della scomoda New Age, quando ha in mano lo stesso Vaticano che è di gran lunga più influente, profondamente corrotto e che gli dà già così tanta soddisfazione. Gli oscuri uomini dagli abiti porpora non si riposano mai. Attraverso i giornali boicottano perfino gli stigmatizzati in vita. Basti ricordare lo scomodo (per loro) Padre Pio, e la sua difficile vita a causa del Vaticano. Una volta morto, miracolosamente non lo era più, anzi s’era tramutato in un sant’uomo (se la gente lo ama anche senza l’approvazione della Chiesa, la Chiesa si addegua per poter tenere i fedeli, questa flessibilità ha portato sopravvivenza e potere da 2000 anni). I contestatori Mons. Milingo e lo stigmatizzato Giorgio Bongiovanni (direttore di Antimafia 2000) una volta morti saranno i prossimi paladini della Chiesa?
Secondo il ” Corriere della Sera “, l’immagine della Chiesa dedita agli aiuti umanitari è strumentalizzata e dell’otto per mille che gli italiani devolvono attraverso le tasse, solo il 46% degli introiti viene usato per opere di beneficienza, mentre il restante 54% viene usato per mantenere la fatiscente struttura pontificia. Per fortuna che Gesù predicò una vita in povertà. Ma non fatevi strane idee, loro sono in assoluta buona fede, è che purtroppo le orecchie sono organi così delicati e si danneggiano subito.
 Ma l’incredibile in casa Vaticano è all’ordine del giorno, pensate che la “Santa Sede” ha fatto di tutto per proteggere Noriega (uomo usato dalla amministrazione Reagan/Bush nel traffico degli stupefacenti della CIA), il dittatore e narcotrafficante panamense ricercato dalla DEA (Drug Enforcement Administration) americana. A Panama c’erano parecchie finanziarie di Marcinkus, Calvi e Sindona e gentilmente Noriega  le proteggeva dagli sguardi indiscreti. Lino Christ, l’abate della parrocchia di Rio de Janeiro e corriere della rete brasiliana del narcotraffico è stato arrestato in Svizzera, le sue valigie contenevano nove chili di cocaina pura per un valore superiore ad un miliardo di lire. E cosa dire dell’Opus Dei da molti criticata come una congrega finanziaria camuffata da opera religiosa. Purtroppo l’esecrabile esercito di corrotti e corruttori in seno alla Chiesa è un cancro dall’estensione mortale e unica del suo genere. Di certo il cristiano medio se non ha un buon prete nelle vicinanze (per fortuna ce ne sono ancora), farebbe meglio a pregare nel proprio tempio interiore e fare la carità di persona; evitando di interagire e colludere inconsapevolmente con una Chiesa (scusate l’eufemismo) che odora d’inganno e di morte. Ma le vie di questo dio-banconota, e di questi uomini senza religione e senza Dio, sono infinite ancora per quanto?


Opus Dei, governo ombra del Vaticano

Un potere occulto, si nasconde fra le stanze affrescate della Santa Sede. Le verità universali che dovrebero agire come catalizzatrici del cambiamento vengono coperte da logiche di sottomissione dettate da un codice religioso non “ispirtato” ma terreno

giudici più spietati, gli accusatori e gli assassini più crudeli, i vari Torquemada dell’Inquisizione, sono di nuovo fra noi? Sembrerebbe proprio di sì! La storia si ripete quando l’uomo non avanza sul piano dello Spirito, in termini di Amore. Oggi sono molti gli uomini e le donne di tutte le razze e ceti sociali che hanno già affrontato e riflettuto sull’evento definito “morte”. Superati i dogmi religiosi e le dispute teologiche, hanno interiorizzato il fatto che le anime, come in un continuo rifluire, tornano ripetutamente ad assumere spoglie umane in seno ai vari cicli di evoluzione. Tutta la vita, che sia Planetaria, Cosmica od Universale, mantiene quest’aspetto del continuo ed eterno flusso e riflusso. Tutte le forme di vita interagiscono fra di loro in un continuo evolversi in stati di coscienza sempre più estesi. Tutto è Uno: la morte non esiste! Se esistesse, così come spesso intesa dall’essere umano, non potrebbe esistere ciò che comunemente chiamiamo Dio. L’una o l’Altro: non possono coesistere entrambi. Tutti coloro che sono forti di queste Verità Universali, oggi agiscono e operano come “generatori di cambiamento” e si oppongono al potere occulto che vuole ancora sottomettere il genere umano strumentalizzando il terrore della “morte”, facendogli credere che sarà cancellato dalla vita, negando ad oltranza il proseguimento dell’esistenza dopo il trapasso. Il trapasso possiamo, invece, immaginarlo come un uomo che, attraversando un guado, si ritrovi senza il proprio corpo fisico sull’altra sponda del fiume. Va sottolineato che ogni qualvolta ognuno di noi abbandona il proprio corpo fisico, la nostra coscienza si arricchisce di un’esperienza unica e irripetibile.

Un inganno ammantato di fede

Accennavo sopra agli inquisitori, ai nemici dell’Amore Cristico. Chi sono, dove sono, dove si nascondono gli odierni Torquemada? Quali oscuri disegni dittatoriali occultano? Certamente l’Opus Dei ha tutte le caratteristiche di una “facciata” capace di nascondere ben altro che una semplice organizzazione religiosa. Per questo, in certi ambienti, la si definisce con il termine inglese Octopus, cioè: Piovra! Effettivamente, con il tempo, ha assunto quest’aspetto con i suoi tentacoli che si estendono un po’ ovunque, da quando il suo fondatore Josemarìa Escrivà de Balaguer la costituì nel 1928, appena ventiseienne. Questa organizzazione non ha nulla a che vedere con la fede Cristiana! Nel mondo cattolico molti si rifiutano di mostrarle il fianco. Non ha nulla a che fare con lo Spirito e l’Anima ma, nascondendosi sotto questo pretesto, si comporta come una setta, con tanto d’approvazione del cattolicesimo. La dottrina del suo fondatore recita: “Donami tutti i tuoi beni, io ti proteggerò e ti garantisco il Paradiso”. È opinione diffusa e ci sono riscontri da più fonti che l’Opus Dei, già da molto tempo, tenga in mano il Vaticano. Al cui interno, in stanze riservate, laici, sacerdoti ed alti prelati s’incontrano per decidere le operazioni a sostegno del Governo Ombra. Il Cattolicesimo, nella sua versione più conservatrice, quella che oggi si impone sulle altre, è uno dei pezzi forti del Governo Mondiale. L’Opus Dei è diventata un vero e proprio Governo occulto in tutto il Cattolicesimo. L’organizzazione dichiara di sostenersi finanziariamente con le donazioni ma, a partire dagli anni Settanta, essa inizia a creare associazioni, società amministrative, centri residenziali e beni immobiliari: oggi gestisce un giro d’affari che si aggira, mensilmente, intorno ai trenta milioni di dollari. Gli amici dell’Opus Dei sono persone note e molto influenti. La grande maggioranza della gerarchia cattolica non immagina neppure la metà dell’influenza di questa organizzazione su di un certo tipo di stabilità mondiale. Neppure il crimine rappresenta un ostacolo: essa ha una vera e propria rete di spionaggio, un esercito segreto che si serve della fede religiosa come leva di manipolazione. Alcuni anni fa, con lo scandalo dello IOR (Istituto delle Opere Religiose), emersero alcuni loro coinvolgimenti con Enti, Logge, Banche e, non ultimo, il fatto che la Chiesa di Roma contribuisse finanziariamente alla fabbricazione di armamenti! Dove sono il giusto e l’ingiusto, il vero e il falso? Che fare, che dire di tutte queste legittimazioni del crimine organizzato e dell’inganno che si ammanta di fede?

Da tempo si parla degli archivi segreti del Vaticano, archivi che custodiscono verità sconvolgenti per tutti noi che siamo stati ingannati. Un alto prelato dell’Opus Dei, non solo conosce l’accesso segreto a questi registri, ma anche le ragioni politiche di una quantità di canonizzazioni e i coinvolgimenti di uomini d’affari, in odor di Mafia, del Vaticano (lo stesso fondatore dell’Opus è stato canonizzato il 17 Maggio 1992). Conosce anche le menzogne dei primi Padri della Chiesa (vedi il Concilio di Costantinopoli nel 400 d.C.) e i tanti assassinii ordinati in nome di Dio. Partendo dalla sede di Roma, si scopre una vera e propria geografia dell’Opus Dei che si estende in Europa, America Centrale e Meridionale, Africa, Asia e Oceania: globalmente, l’Opus Dei conta su un organico di circa 1.500 sacerdoti e 79.000 laici. Anche un giornale del Quèbec, l'”Actualitè”, già dall’Aprile 1993 forniva dati significativi sull’organizzazione.

Il prodigio del Sole

Molti uomini, presi come sono dai loro problemi quotidiani, penseranno con meraviglia che tutto ciò sia come un fulmine a cielo sereno. Ma non è così! Leggiamo insieme un passo del terzo segreto di Fatima, l’avvertimento dettato dalla Madonna il 13 Ottobre 1917 a Lucia (una dei tre bambini coinvolti in una serie di apparizioni): “Non aver timore, cara piccola. Sono la Madre di Dio, che ti parla e ti domanda di rendere pubblico il presente messaggio al mondo intero. Ciò facendo, incontrerai forti resistenze. Ascolta bene e fa attenzione a quello che ti dico: gli uomini devono correggersi. Con umili suppliche devono chiedere perdono dei peccati commessi e che potranno commettere. Tu desideri che Io ti dia un segno, affinché ognuno accetti le Mie parole che pronuncio per mezzo tuo, al genere umano. Hai visto il Prodigio del Sole e tutti, credenti, miscredenti, contadini, cittadini, sapienti, giornalisti, laici, sacerdoti, tutti lo hanno visto. [ ] Ed ora proclama a Mio nome: Un grande castigo cadrà sull’intero genere umano, non oggi né domani ma nella seconda metà del XX secolo. Lo avevo già rivelato ai bambini Melania e Massimino a La Salette [ ] ed oggi lo ripeto a te, perché il genere umano ha peccato e calpestato il Dono che avevo fatto. In nessuna parte del mondo vi è ordine e Satana regna sui più alti posti, determinando l’andamento delle cose. Egli effettivamente riuscirà ad introdursi fino alla sommità della Chiesa; egli riuscirà a sedurre gli spiriti dei grandi scienziati che inventano le armi, con le quali sarà possibile distruggere in pochi minuti gran parte dell’umanità. Avrà in potere i potenti che governano i popoli e li aizzerà a fabbricare enormi quantità di quelle armi. E, se l’umanità non dovesse opporvisi, sarò obbligata a lasciar libero il braccio di Mio Figlio. Allora vedrai che Iddio castigherà gli uomini con maggiore severità di quanto non abbia fatto con il Diluvio (…) Anche per la Chiesa verrà il tempo per le sue più grandi prove. Cardinali si opporranno a Cardinali, Vescovi a Vescovi. Satana marcerà in mezzo alle loro file e a Roma ci saranno grandi cambiamenti. Ciò che è putrido cadrà e ciò che cadrà non si alzerà più. La Chiesa sarà offuscata e il mondo sconvolto dal terrore. Tempo verrà che nessun Re, Imperatore, Cardinale o Vescovo aspetterà Colui che tuttavia verrà ma per punire secondo i disegni del Padre mio (…)”

Il ritorno degli antichi inquisitori

In tutti i secoli la Luce ha sempre, con molto anticipo, indicato le grandi vie spirituali come punto di riferimento a chi cercava, a chi “sentiva”. Mai, in nessun contesto storico, ci sono stati fulmini a cielo sereno.Se così è sembrato a molti, è perché l’uomo di questo pianeta vive nell’illusione di essere “singolo”. Nel mondo non ci sono soltanto uomini con la coscienza torbida, uomini capaci di sostenere organizzazioni tipo Opus Dei, dove l’Ombra cerca di realizzare, con il loro aiuto, il disegno perverso di un Governo Mondiale per sottomettere tutta l’umanità. Oggi sul pianeta ci sono molti uomini che hanno imparato a camminare senza l’aiuto di “stampelle”, siano esse sotto forma di fede religiosa, ideologia politica o economica, centri di potere, nazionalismo, competizione di qualunque tipo e provocazione, ecc. Questi uomini, che possiamo chiamare generatori di cambiamento, hanno già fatto propria la Verità Cosmica che “Tutto è Uno”. Sono aiutati ed assistiti da molti fratelli provenienti da altre costellazioni e pianeti. Questi esseri liberi dello Spazio sono la testimonianza vivente che l’uomo può e deve spezzare le catene della schiavitù prodotta dall’ignoranza o, se preferite, dalla mancanza di Amore nel proprio intimo sentire ! Gli uomini che si sentono liberi su questo pianeta, i generatori di cambiamento, si stanno attivando per un’azione importante: riunire sotto lo stesso sole l’Oriente e l’Occidente. Non è forse vero che quando usiamo contemporaneamente le nostre due braccia abbiamo più forza? Sul nostro pianeta, durante il plenilunio di Maggio, si crea un campo di forza eccezionale: è il Wesak! Pochi sanno veramente cosa accade in quella circostanza. In Tibet e in tutto il mondo buddista il Wesak è considerato un omaggio, una festa che commemora la venuta e la dipartita del Buddha. Oggi, i grandi Maestri di saggezza e la Gerarchia della Luce di Shambhalla, che affiancano tutta l’umanità, spiegano a chi ha orecchie per intendere che, sulla scorta di grandi correnti cosmiche, al culmine del Wesak l’Illuminazione-Saggezza del Buddha e l’Amore Cristico si fondono. È un balsamo per il nostro pianeta che abbiamo ferito a morte. Questi due Grandi Esseri, figli dello stesso Sole, si offrono affinché nell’unificazione di queste Forze Spirituali-Energetiche, si produca un maggiore beneficio per “l’Entità Pianeta”, per il regno minerale, vegetale, animale e per tutti gli uomin

È anche un’azione concreta per ostacolare il disegno perverso dell’Ombra che vuole schiavizzare l’umanità. Da questi Grandi Esseri e dalle loro opere concertate nell’Amore Universale traggono ispirazione i novelli generatori di cambiamento. Anche se gli antichi inquisitori sono tornati, si vestono con pelli di agnello e si nascondono in organizzazioni come l’Opus Dei, troveranno comunque nuovi individui coraggiosi capaci di spegnere i loro roghi e di accendere, invece, la speranza e l’amore in tutte quelle creature pronte e desiderose di riceverli. Da sempre all’orizzonte si stagliano due figure di luce, se sapremo visualizzarle con cuore e mente aperta vedremo con chiarezza il Buddha e il Cristo che si tengono per mano, illuminando chi sente il bisogno di cambiare, non il mondo ma Se stesso! Rigenerandosi, risvegliandosi, riconciliandosi!
Questi Grandi Figli di Dio sono accompagnati da una schiera di Entità di Luce provenienti dallo spazio: altri Pianeti, altre Realtà Cosmiche.

La riunificazione dell’Occidente con l’Oriente

Quindi, è una nostra precisa responsabilità se vogliamo essere ancora succubi di chi ci vuole sottomettere. Se ci sentiamo indignati e troviamo la forza e la volontà di dire “basta!” allora facciamo silenzio ascoltando cosa ci suggerisce il nostro Sé, la parte Divina che ci ha sempre condotto per mano anche quando, con molta presunzione, ci siamo ribellati all’Amore. Unendoci ai fratelli di altri pianeti possiamo acquisire informazioni sulla Creazione che in questo momento ignoriamo totalmente. Se riusciremo, l’opera di riunificazione dell’Oriente con l’Occidente sarà come un battito di ciglia. Andiamo fiduciosi incontro a questi ambasciatori di Pace, Amore e Libertà: sono i nostri Fratelli Maggiori che ci hanno preceduto sulla scala dei cicli dell’evoluzione. Come sempre: a noi la scelta!
Beato colui che, nell’udire la voce del Padre Infinito, risponde: “Presente!”

di Armando Mattioni


l’Unità

8 per mille, tutti i numeri di un labirinto

Ecco come le confessioni religiose utilizzano la quota che i contribuenti destinano attraverso le tasse Opere di carità: i Valdesi investono il 96%, la Chiesa il 20%. Stato primo per mancanza di trasparenza

Fabio Amato

Trasparenza e chiarezza Parlando di otto per mille le due parole dovrebbero essere superflue. Ma, alla vigilia della presentazione delle dichiarazioni dei redditi, il miliardo di euro della ripartizione annuale della quota Irpef sancita dalla legge 222/85 diventa un montepremi da «controllare» con attenzione. Non sempre, infatti, l’utilizzo del denaro corrisponde alle motivazioni dei contribuenti e spesso l´informazione non è esaustiva.

Fin dall’istituzione della legge il principale beneficiario dei proventi dell’otto per mille, con una quota che nel 2005 è stata di 984 milioni di euro, è stato la chiesa cattolica. Grazie al meccanismo che prevede la ripartizione delle quote non dichiarate (il 65% dei contribuenti lascia la casella in bianco) sulla base di quelle espresse la Chiesa ottiene circa l’87% delle risorse complessive, pur avendo il 33% delle firme dei contribuenti. Al privilegio economico si somma quello cronologico. Delle sei confessioni religiose ammesse (più lo Stato), infatti, solo la chiesa cattolica gode di un sostanzioso anticipo sulle proprie quote. Anticipo che nel 2005 ha fruttato alla Conferenza episcopale italiana un assegno di 854 milioni di euro sull’anno in corso, mentre le altre confessioni ricevevano i soldi relativi ai redditi del 2001.

Ciononostante, in termini percentuali, la chiesa cattolica è quella che spende meno per opere di carità. Dei 984 milioni di euro “solo” 195 (meno del 20%) sono stati destinati a opere di carità in Italia o nel mondo. Di questi, 85 alle diocesi, 80 per interventi nel terzo mondo, e 30 per «esigenze caritative di livello nazionale». Il resto, 789 milioni di euro, serve a mantenere la “macchina”, diviso tra esigenze di culto (471,3 milioni) e sostentamento del clero (315 milioni). Cifre non ulteriormente specificate in nessuno dei siti afferenti alla Cei ( http://www.chiesacattolica.ithttp://www.8xmille.it, www.sovvenire.it), né nella campagna pubblicitaria per il 2006, ma che appaiono dissonanti rispetto alla scelta delle foto negli spot: grandi immagini di interventi caritativi (e piccole percentuali) e piccolo riquadri per il culto (ma con grandi somme).

Discorso diverso per l’unione delle chiese valdesi e metodiste. Dei 5 milioni e 208 mila euro di contributo ottenuti l’anno scorso dalla Tavola valdese – soldi relativi all’anno 2002 – non un euro è stato speso per il culto o per il mantenimento della struttura religiosa. Al contrario – e ogni spesa è dettagliatamente documentata – tutto l’importo, ad eccezione di 300mila euro (6%) destinati alla campagna pubblicitaria, è stato speso per progetti di assistenza o cura [….] 

L’illusionista tedesco Johan Lorbeer durante una delle sue performance nella città siberiana di Krasnoyarsk è rimasto attaccato per alcune ore con una mano a un muro. Centinaia gli spettatori che hanno assistito senza parole al singolare show: non è dato sapere, infatti, come l’illusionista riesca a sfidare spazio e gravità

[5 giugno 2006]