Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

I SEGRETI DELL’ALCHIMIA

        Ho già parlato della cosa qua e là ma l’argomento merita una trattazione particolare. In gran misura credo si sia capito cosa è l’alchimia ma a lato di essa occorre capire gli alchimisti. Oltre quelli che davvero aspiravano alla conoscenza ed alla perfezione attraverso di essa, vi erano anche delle persone e direi che dovevano essere la maggioranza, che con l’alchimia ci vivevano. Si trattava delle vere e proprie botteghe che dispensavano servigi e che, data la peculiarità del prodotto, non potevano farlo conoscere in giro. La cosa è comprensibile. Se ci riferiamo, ad esempio, ad un qualcosa che poteva essere argomento dell’alchimia medica, alla cura di un mal di testa, diventa chiaro che chi conosceva il rimedio ed il processo per realizzarlo non lo avrebbe mai detto proprio per non danneggiare la sua bottega. Nel Rosarium Philosophorum  si dice:

Notate bene che, nell’arte del nostro magistero, niente è nascosto ai Filosofi, eccetto il segreto dell’arte, che non è legittimo rivelare ad alcun uomo, perché chi lo facesse sarebbe maledetto, ed incorrerebbe nell’indignazione del Signore e morirebbe con la paralisi.

E fin qui siamo nell’ambito di quelli che oggi chiameremmo brevetti. Ma il clima generale, soprattutto per quell’aura di mistero che circondava il sapere in ogni civiltà, tanto che diventava proprietà segreta di caste sacerdotali, questo clima appunto era pieno di soprannaturale. Ogni credenza, a partire da quella propriamente religiosa, passando per astrologia, ermetismo, magia, … si basava (ed è ancora così oggi) su rituali tanto più ammirati quanto più misteriosi, tanto più ricercati quanto meno compresi. L’oscurità, la nebbia, la penombra, gli incensi, le formule magiche, le preghiere, … sono abili condimenti da aggiungere a coronamento della banale richiesta di qualcosa a cui si tiene. Chi deve esaudire questo sa che un banale scambio miracolo-denaro non soddisfa il cliente ma solo il prestatore d’opera. Ed allora si deve costruire tutto quell’armamentario scenografico e dialettico che incornicia la prestazione.

        Abbiamo già visto dei simboli grafici che avevano una notevole potenza esplicativa come quelli dei 4 elementi. Quei triangoli verso l’alto o verso il basso ci spiegavano bene chi saliva e chi scendeva e quei triangoli barrati ci raccontavano di peso maggiore rispetto a quelli senza barra e quindi di chi saliva meno o scendeva di più. E fin qui la cosa è chiaramente razionalizzabile. Vi sono poi altri simboli che si dipartono da questi sempre più elaborati che sempre più scavano nella suggestione e nel sogno. Non si sottovaluti la capacità astrattiva ed evocativa di una immagine perché è la chiave che avvicina alla comprensione di cose complesse delle mente semplici. Se è lecito il paragone è ciò che accade anche in manifestazioni che dovrebbero essere eminentemente spirituali, come la religione, e che invece si servono di immagini e di statue che sono ciò che rappresentano sulla terra ciò che non si riesce ad immaginare come presenza spirituale in un preteso cielo.

        A partire dai simboli dei 4 elementi proseguiamo complicando il simbolo per addizione di oggetti e concetti. Troviamo subito i due principi zolfo e mercurio e quindi il terzo, il sale. Poi il maschile e femminile. Quindi la tinta che ci cambia gli elementi. Infine gli elementi stessi da coniugare con i corpi celesti. Iniziamo con uno schema a riportare i primi simboli alchemici delle cose ricordate.

Ed in un altro schema l’insieme dei vari elementi presi in considerazione dagli alchimisti, anche in epoche differenti. 

Da : Nicasius Le Febure, A Compleat Body of Chymistry, Londra 1664

Simbolo del flogisto, mancante nella tavola precedente

        In linea di massima si nota il fatto che i vari simboli che sono stati elaborati successivamente seguono una certa linea logica. Lo zolfo è infatti rappresentato da un triangolo con la punta rivolta verso l’alto con una piccola croce disposta sotto la sua base. Se ricordiamo, lo zolfo è inteso come materiale che brucia e quindi è prossimo al fuoco. Per questo è rappresentato da un simbolo che è un’elaborazione di quello del fuoco. Analogamente per il flogisto(1), una sorta di terra infiammabile. Anch’esso è rappresentato dal triangolo con il vertice verso l’alto e con una elaborazione differente (un circoletto ad ogni vertice in aggiunta alla piccola croce sotto la base). A questo tentativo di spiegazione si può aggiungere un altro elemento, quello dell’intersezione tra alchimia ed astrologia. I pianeti (ed alcuni fenomeni astronomici) noti avevano loro rappresentazioni e, conseguentemente, la più volte ricordata corrispondenza tra pianeti ed elementi terrestri portava a rappresentare questi ultimi con simboli analoghi se non identici ai primi(2).

Rappresentazione simbolica di pianeti noti ed eventi astronomici

        A questi simboli se ne associano altri che derivano da affinità o somiglianze come il Sole che con la sua brillantezza e grado di nobiltà può essere associato all’oro o come la Luna che con la sua luce può essere assimilata all’argento, e che quindi condividono stessi simboli. Il simbolo dell’argento vivo (mercurio) è lo stesso del pianeta Mercurio che discende dal caduceo (bastone con i serpenti intrecciati) del dio Mercurio (che sarà poi il simbolo della medicina di Esculapio):

Caduceo di Mercurio (da una antica monetazione di Roma)

Caduceo ermetico e alchemico

                                                           Mercurio con il caduceo

Il simbolo del ferro è riportato a Marte che fa la guerra con la spada che è di ferro. Il fatto che Saturno si muovesse lentamente nel cielo era associato alla pesantezza e quindi al piombo; il fatto poi che Saturno fosse il dio della morte, lo  si associava alla putrefazione (il nero alchemico), alla falce ed alla clessidra; è quindi il dio che causa malinconia e visioni demoniache. La sua rappresentazione simbolica è quindi un simbolo che ricorda la falce saturno o la lettera iniziale di Kronos il dio del tempo http://www.fisicamente.net/SCI_FED/saturno_kronos.gif.  Lo stagno è invece splendente e, nel cielo, il pianeta più splendente è Giove; inoltre se si piega una lamina di stagno si sente uno rumore associabile a quello del fulmine che è arma di Giove e quel pianeta è il quarto pianeta del sistema aristotelico-tolemaico; in tal modo si ha un simbolo che rappresenta lo stagno che è assimilabile ad un 4, ad un fulmine o alla lettera greca iniziale di Giove (Zeus): giove.

        Insomma si procedeva così e, nel tempo, si stilizzavano sempre più i simboli di modo che, alcuni, da un certo punto, non si riconoscevano più nelle loro intenzioni originali.

        Così come gli elementi anche gli strumenti utilizzati dagli alchimisti trovavano una rappresentazione simbolica, come si può osservare nella tavola precedente. Una difficoltà per chi tenta la lettura dei testi antichi resta comunque la non uniformità del linguaggio e del simbolismo (la cosa l’ho già detta ma vale la pena ricordarla).

            Altra difficoltà nasceva dalla vera e propria manìa di molti alchimisti di inventarsi formule oscure, anagrammi, acrostici, strani alfabeti, una matematica definibile demente ma rispondente alla numerologia, una geometria simbolica con molteplici significati, … oltre alle allegorie mitologiche con strani animali anch’essi simboleggianti concetti, fenomeni e processi. Tanto per esemplificare riporto un brano dell’alchimista scozzese del Seicento che si nascondeva dietro lo pseudonimo di Eireneo Filalete, brano in cui il mercurio filosofico viene così definito:

“… nostro portinaio, nostro balsamo, nostro miele, olio, rugiada di maggio, madre, uovo, segreta fornace, fuoco vero, dragone velenoso, vino ardente, leone verde, uccello di Ermete, oca di Ermogene, spade affilate in mano al cherubino che custodisce l’Albero della Vita … è la nostra verità, il vaso segreto, il giardino dei Saggi nel quale il Sole sorge e tramonta”.

        In ogni caso, come vedremo più oltre in un capitolo apposito, nel procedere su queste strade esoteriche si sviluppava un lavoro di sgrossamento nella comprensione delle sostanze e si scoprivano vari processi e strumenti che sarebbero poi stati utilissimi alla nascita della chimica, dopo ché saranno stati sviluppati metodi quantitativi e strumenti affidabili di misura.

IL MITO DELLA FUSIONE

        Nelle trasformazioni alla ricerca della perfezione, la fusione è una parte molto importante. La fusione perfetta era simboleggiata dall’amore fra Ermes e Afrodite, dal quale nacque Ermafrodito. Nel simbolismo alchemico il Sole e la Luna sono le due entità fondamentali che rappresentano rispettivamente il sesso maschile e quello femminile. Dalla loro congiunzione carnale deve nascere un Ermafrodito che deve però maturare mediante procedimenti alchemici. L’Ermafrodito nasce morto, nello stato di putrefazione nero. Da qui successivi processi alchemici lo portano a successivi stati sempre più vicini alla perfezione fino ad arrivare alla resurrezione di Cristo. Vediamo come il Rosarium Philosophorum, opera di un anonimo (forse Arnaldo di Villanova – 1235-1315) alchimista del XIII secolo, descrive quanto ho detto, avvertendo che questa è una possibile interpretazione e che ve ne possono essere delle altre altrettanto valide. Inizio con il riportare le illustrazioni che compaiono in questa opera:


                   
         
     
  
                  

             
       

        Il processo inizia con l’indispensabile fonte mercuriale, origine di ogni trasformazione (raffigurazione del mondo interiore dell’anima dell’uomo). Vengono poi i due opposti (Sole e Luna, maschile e femminile,  ….) che, dopo essersi mostrati vestiti (con il cielo favorevole come mostra la colomba che discende da una stella), si denudano (lasciando cadere i veli della consapevolezza) per passare al lavacro. E da qui iniziano due successive trasformazioni. A questo punto vi è la prima coniunctio (che vede l’uomo sopra la donna per indicare che ora sono attive le forze maschili e passive quelle femminili), la fusione, il rapporto carnale che dà origine ad una pietra bianca (4 lati per i 4 elementi) e ad un ermafrodito, ad un androgeno rappresentato da un unico corpo con due teste, una maschile, una femminile. Siamo però nello stadio della putrefazione: l’ermafrodito non può evolvere se non subisce altre trasformazioni. Dal corpo in putrefazione si eleva l’anima maschile lasciando il corpo alla passività femminile; questa anima va ad impregnarsi, ad essere vivificata, nell’alto del cielo. Vi è ora il lavaggio spirituale o la purificazione attraverso l’acqua che permette all’anima maschile impregnata dallo Spirito di ritornare al corpo dell’ermafrodito (gioia dell’anima o nascita o sublimazione). E’ a questo punto che nasce a vita completa l’ermafrodito che ha le ali che mostrano volatilità. E’ la nascita della pietra lunare bianca.

        Si passa ora al secondo processo che inizia invertendo i ruoli maschile e femminile. Passati ad uno stato superiore di purificazione è ora la donna attiva e l’uomo passivo in una nuova fusione (fermentazione). Un disco solare alato discende ora nel vaso della trasformazione che contiene il mercurio vivente (la didascalia dice: Qui il Sole muore ancora ed è coperto dal Mercurio dei Filosofi). L’anima femminile che va a vivificarsi rappresenta la solidificazione e la pioggia la moltiplicazione. Il ritorno dell’anima è la resurrezione. E così, si è arrivati alla nuova nascita dell’ermafrodito a livello ancora più perfetto. E’ da notare il gabbiano sullo sfondo che, beccandosi il petto fa uscire il suo sangue rosso che rappresenta la riuscita della fusione alchemica (il leone che si intravede è altro simbolo solare). L’ermafrodito staziona su un serpente a tre teste, l’una che mangia l’altra simboleggiando la riunificazione di Spirito, Corpo ed Anima.

        Passiamo ora alla conclusione che inizia con un leone verde che divora il Sole. La simbologia dice che abbiamo a che fare con il mercurio filosofico degli alchimisti. Solo questo mercurio è in grado di penetrare in tutti i corpi e li eleva. Se si mescola con un altro corpo lo anima, lo illumina e modifica le sue proprietà. Quel Sole è tutto ciò che con le precedenti trasformazioni e fusioni ha fino ad ora ottenuto l’alchimista che viene modificato con l’Aqua Regia, l’acido verdastro che solo può dissolvere l’oro (il vitriol o vetriolo del quale parlerò oltre). Si passa ora al riconoscimento del buon conseguimento dell’Opus dell’alchimista che riceve una corona dal Padre (corpo), dal Figlio (anima) e dallo Spirito Santo. Non manca che l’ultima e più possente resurrezione, quella del Cristo. Il fine del processo è lo stesso che si proponevano gli asceti del cristianesimo primitivo: liberare i principi che animano l’essere umano tramite fermentazione e fusione dei corpi sottili.

        Da questa opera alchemica prese spunto C. G. Jung per sviluppare le sue fantasie psicanalitiche.

IL V.I.T.R.I.O.L.

        Ho già parlato delle strane formule utilizzate dagli alchimisti ed ho già nella Parte 1, fatto vedere l’immagine della formula del Cancro, la più antica a noi nota. Oltre a quella vi sono altre formule che hanno avuto, in tempi diversi, notevole importanza. E’ il caso dell’acronimo V.I.T.R.I.O.L. al quale a volte si aggiungevano le due lettere V.M.. Le iniziali suddettestanno per: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem (Veram Medicinam), che vuol dire “Visita l’interno della terra, e rettificando (con successive purificazioni, ndr) troverai la pietra nascosta (che è la vera medicina)”.  Dietro VITRIOL (a volte rappresentato dal re Duenech) vi è da un lato il procedimento per arrivare al completamento dell’Opus che non può che partire dal minerale che si trova all’interno della Terra. D’altro canto vi è una sorta di invito a indagare la propria anima ed il proprio spirito per purificarsi che è un processo parallelo a quello della produzione della pietra filosofale. Ritornando al significato letterale vi è ancora dell’altro da osservare. In epoca rinascimentale vi era un mito molto diffuso che riguardava la scoperta di qualcosa di ignoto che avesse significati profondi. Una di tali ambite scoperte era quella di una qualche tomba  che contenesse dei manoscritti. Alcune di queste cose accaddero davvero, altre dettero origine a leggende e a pure e semplici invenzioni che nel campo dell’alchimia occorre sempre tenere presenti. Vi è ad esempio il caso del famoso alchimista Basilio Valentino del quale si scoprì un manoscritto nell’altare della chiesa diErfurt; ma ve ne sono altri che ora non è il caso di indagare. Quanto detto mi serve per introdurre la leggenda della scoperta della tomba di Ermete Trismegisto da parte di Apollonio di Tiana. In questo sepolcro, che altrove era stato descritto con una lapide di smeraldo, Apollonio avrebbe trovato un vecchio seduto su un trono che teneva in mano le famose Tavole smeraldine ed un libro che spiegava i segreti della creazione e della trasmutazione fino ad arrivare alla Pietra Filosofale. Queste storie quindi sarebbero legate allo scavare la terra per trovare la tomba nella quale si trova il grande Hermes, maestro di ogni conoscenza ermetica ed alchemica. Ed è proprio scavando la terra, con simbolismi che si intrecciano tra loro (cosa eccelsa per gli alchimisti) che si trova la materia prima dalla quale partire per realizzare l’Opus Magnum.

Uno dei simboli del V.I.T.R.I.O.L. , uno degli acronimi più in auge e più temuti dagli alchimisti. Da Daniel Stolcius von Stolcenberg, Viridarium Chymicum , Francfort 1624

Altro simbolo del V.I.T.R.I.O.L. Da Basilio Valentino, Azoth, Francfort 1613

        Il VITRIOL è poi anche un sale (ora diremmo acido) che è in grado di sciogliere l’oro (quel leone verde). E’ quindi un potente elemento in grado di provocare le trasformazioni più elevate, quella, ad esempio, che abbiamo visto nella fusione precedere appena il momento della resurrezione di Cristo. Più in dettaglio, riferendoci al primo disegno, troviamo in alto la fusione del Sole (maschio) con la Luna (femmina) dentro una coppa (acqua), cioè quella dello zolfo e del mercurio filosofici, sotto l’influsso dei pianeti Marte, Saturno (di color nero come la putrefazione), Venere, Giove e Mercurio (il quale ultimo ha particolare importanza perché è messo al centro, proprio sotto la coppa nella quale avviene la fusione di Sole e Luna; il Mercurio è l’Ermafrodita). Al centro di tutto vi è un cerchio che dovrebbe rappresentare la pietra filosofale originata anche dai  4 elementi: coppa (acqua), fuoco (leone), aria (aquila a due teste), terra (la stella a sette punte). Immediatamente più in basso vi è un globo sormontato da una croce: si tratta del simbolo delvitriol che penetra nell’interno della terra dove avviene il lavoro di purificazione.In basso, a sinistra della stella, vi è un cerchio nel quale vi sono 7 piccoli oggetti; essi possono rappresentare i cinque metalli generati dai semi primi che sono i soliti zolfo e mercurio. In basso, a destra della stella vi è un altro cerchio nel quale vi sono due anelli intrecciati; essi potrebbero aver riferimento al mito di Ouroboros o re serpente (da ouro che in copto vuol dire re e ob che in ebraico vuol dire serpente), il serpente(3) che si mangia la coda (che simbolizza varie cose: la seconda solidificazione che segue la putrefazione; lo spirito universale che anima tutto, che ammazza tutto e che assume tutte le forme della natura, ciò che è tutto e niente; il mercurio poiché sia il mercurio che il serpente si trascinano una coda che gli serve per mantenere equilibrio; il passare degli anni ed il ritorno all’origine; origine della tintura filosofica bianca della Luna e di quella rossa del Sole; il ciclo della natura; il limite dell’oceano nella cosmogonia gnostica; …). Alla destra ed alla sinistra dei vari simboli vi sono delle mani benedicenti che indicano la necessità dell’approvazione divina all’Opus Magnum.

        Vediamo ora il secondo disegno. Partendo dall’esterno, il quadrato rappresenta i quattro elementi. Sullo spigolo in basso a sinistra di esso vi è la terra ed a destra l’acqua; in alto a sinistra vi è il fuoco (la salamandra) ed in alto a destra l’aria (l’uccello). Il triangolo dovrebbe rappresentare la terra che ha nei suoi tre vertici le tre componenti dell’uomo: anima, spirito e corpo. I piedi del corpo dell’alchimista sono piantati uno nella terra e l’altro nell’acqua mentre una sua mano sostiene una torcia (fuoco) e l’altra delle vesciche piene d’aria. Nella parte più alta del grande cerchio che rappresenta l’insieme delle trasformazioni, vi sono un paio di ali dispiegate che rappresentano la quintessenza. Naturalmente il corpo è nello spigolo diretto verso il basso mirato sul cubo della terra e verso il basso è diretta anche una punta della stella a sette punte, quella nera, della putrefazione, di Saturno. Le altre sei punte della stella riportano gli altri sei corpi celesti. Vi è una numerazione che indica la successiva maturazione della coscienza, il cammino verso la perfezione. Tra le punte della stella vi sono sette circoli, dentro ai quali sono rappresentate le trasformazioni alchemiche necessarie all’Opus che è al centro del disegno, il volto del Cristo che nelle intenzioni dovrebbe essere un alchimista. La prima trasformazione è quella della putrefazione che poi, attraverso i processi già più volte discussi (circolando in verso orario), portano alla resurrezione (osservo che l’unicorno, che non abbiamo mai incontrato, è uno dei modi per simboleggiare lo zolfo, il principio mascolino).

LA SCALA DEI FILOSOFI

        Agli inizi del 1600, l’alchimista francese Andrea Libavio (che sembra sia stato tra i primi a seguire metodologie chimiche) si cimentò nello spiegare alcuni dei disegni più oscuri presentati da suoi colleghi dei secoli precedenti, al fine di costruire il primo manuale sistematico dei lavori alchimistici. Nel far ciò attaccò duramente Paracelso accusandolo di essere blasfemo e di praticare la magia nera. Uno dei disegni oscuri del passato, noto come La scala dei filosofi, è quello riportato di seguito. Vediamone la spiegazione dopo aver osservato che una immagine simile apparve anche nella posteriore Philosophia Reformata di Jean Daniel Mylius  (1622).   

Da A. Libavio, Commentariorum Alchymia, Tractatus quartus, De Lapide Philosophorum, Francfort 1606

Da Jean Daniel Mylius, Philosophia Reformata, 1622

        Nella parte bassa del disegno, indicato con A, vi sono due leoni mercuriali (che dalla didascalia apprendiamo essere verdi) con una sola testa che vomitano il solvente verde (mercurio filosofico) che darà inizio al processo di fabbricazione della quintessenza. E’ il simbolo della prima materia estratta dalla miniera che originerà la Pietra Filosofale. Sui sette gradini della scala di Salomone vi sono 5 leoni per lato (B) che indicano la comune origine dei 5 metalli. I leoni di sinistra sono solari e quelli di destra lunari. I metalli, mediante le 7 trasformazioni, si trasferiscono nel Sole (C) e nella Luna (D). In E vi sono un re (zolfo) ed una regina (mercurio) in un bagno chimico o fontana dei filosofi (il solvente nel quale vengono uniti lo Zolfo ed il Mercurio filosofici). Tale bagno è una specie di letto dal quale si genera la stirpe reale. Il re (F) e la regina sono nudi per indicare la purezza primitiva della materia necessaria per completare l’Opus. Un poco più in alto vi è un giardino (il mitico giardino delle Esperidi) con un albero che produce frutti d’oro, l’albero del sole o albero della vita. Coronano il tutto delle stelle d’oro (G) che simboleggiano i metalli bruciati, la moltiplicazione e l’aumento fino alla proiezione.

LE FIGURE DI ABRAMO

        Uno dei primi alchimisti europei fu un tal Nicolas Flamel (1330-1419?)(4). Il personaggio e/o quanto si è costruito su di lui meriterebbero uno spazio molto maggiore dei cenni che vi dedico io. Occorre una premessa prima di passare ad una qualche sua opera, con la solita avvertenza che è difficile se non impossibile separare storia da leggenda. Egli nacque in Francia da modesta famiglia che lo fece studiare ed operò tra Francia e Spagna. Era un mistico e persona devotissima. Vi è una leggenda che egli stesso scrive e che è in completo accordo con la tendenza, già citata, degli alchimisti di rintracciare cose segrete in tombe o, scavando, in strani luoghi.

Nicolas Flamel

Flamel racconta l’episodio seguente (del quale aveva avuto una premonizione da un angelo in sogno):

Era capitato nelle mie mani, per due fiorini, un libro molto antico e di grande formato; non era di carta, né di pergamena, come gli altri libri, ma (così mi parve) di sottile scorza di giovane arbusto. La sua copertina era di rame sottile ed ornata di strane lettere e figure incise. lo non lo sapevo decifrare, ma supponevo che fossero caratteri greci o di qualche altra lingua antica. I fogli di corteccia dell’interno erano coperti di bei caratteri latini molto chiari che erano stati incisi con una punta d’acciaio e poi colorati. Il volume conteneva tre volte sette fogli perché così erano numerati in testa al foglio, il settimo sempre senza scrittura, ma, invece, nel primo settimo foglio, erano raffigurati due serpenti avvinti insieme intorno ad una verga; nel secondo, una croce sulla quale era crocifisso un serpente; nell’ultimo settimo foglio c’era dipinto un deserto in mezzo al quale zampillavano belle fontane dalle quali uscivano molti serpenti che strisciavano qua e là. Sul primo foglio era scritto in grandi lettere maiuscole in oro: «Abraham giudeo, principe, sacerdote, levita, astrologo e filosofo, alla Nazione giudaica, dall’ira di Dio dispersa fra i Gentili, invia salute». Dopo di ciò la pagina era piena di grandi maledizioni ed imprecazioni (ricorrendo sovente la parola maranatha) contro chiunque avesse gettato lo sguardo su quelle pagine, eccetto che non fosse scriba o levita.

Ed ecco che si è creato un alone fantastico che invoglia subito a saperne di più. Nel libro vi era un qualcosa di difficile da comprendere ma Flamel capì che si trattava di qualcosa di molto importante, come trasformare la materia volgare in oro e come far emergere lo spirito dal corpo (sembra si trattasse dell’antica ricetta che, a dire di Flamel, permetteva agli ebrei di fabbricare oro per pagare il tributo agli imperatori romani). Per comprendere davvero di cosa si trattava occorreva conoscere l’ebraico perché il libro era in quella lingua ed anche i libri ermetici e la cabala. Ma di ebrei in Francia non ve n’erano quasi più perché, a seguito di persecuzioni, si erano rifugiati in Spagna. Fu per questo che Flamel fu tra i pellegrini che si incamminarono sulla via di Santiago (San Giacomo) di Compostela per farvi voto. Trovò, dopo lunghe ricerche, un tal Maestro Chances che lo seguì a Parigi per aiutarlo anche perché entusiasmato dalla vista di quel libro, l’Asch Mezareph di Rabbi Abraham, che, a suo dire, era scomparso da una cinquantina d’anni. Seguì un gran lavoro e, si racconta, il 17 gennaio 1382 tramutò mezzo chilo di piombo in argento ed il 25 aprile ripeté il processo ottenendo oro. Divenne ricchissimo e dette tutti i suoi beni in beneficenza (ospizi, ospedali, cappelle, donazioni a  sette chiese, restauri di chiese,  …). Questa è la leggenda nella quale vi è anche il fatto che Flamel avrebbe regalato alla chiesa del cimitero degli innocenti il bassorilievo illustrato nella figura che segue:

        Veniamo ora alle illustrazioni dell’opera di Flamel, Le livre des figures hierogliphiques d’Abrahm Juif (Parigi)(5), che dovrebbero discendere dal libro comprato per due fiorini e che hanno una evidente somiglianza con quelle del portale del cimitero.

        L’immagine riprodotta nel libro di Flamel è composta da alcune figure centrali contornate da un’ogiva che è a sua volta contornata da vari riquadri con differenti immagini. Iniziando dalla striscia più in basso (e non seguendo l’ordine che Flamel racconta di aver trovato nel libro), al centro vi sono tre immagini che rappresentano la strage degli innocenti: un Re che con una spada sguainata in mano (fig. 3 della serie che segue) dà ordine ai suoi soldati di uccidere dei bambini il cui sangue (spirito minerale dei metalli) finisce in una tinozza nella quale si bagnano il Sole e la Luna (fig. 1). Nell’immagine centrale si vedono una donna che supplica un soldato (fig. 2). A sinistra vi è una piccola immagine (fig. 4) a fianco della quale vi è il nome di Flamel e quello della sua amata moglie (alcuni credono che dietro questa presunta moglie vi sia un qualche mistero da risolvere). L’immagine dovrebbe rappresentare un forno alchemico del quale si vede la griglia in basso. Su tale griglia si dispongono il matraccio e la scodella per la cottura dell’uovo filosofico. A proposito di questo disegno, scrive Flamel:

Questo Vaso di terra, in questa forma, è chiamato dai Filosofi, il loro triplo Vaso, perché al suo interno si trova nel mezzo uno stadio, o un piano, e sopra di esso un piatto o lastra, piena di tiepide ceneri, all’interno delle quali è posto l’Uovo Filosofale, che è una fiala di vetro piena di confezioni delle Arti (come del fumo del mar rosso, ed il grasso del vento mercuriale) che tu vedi dipinto nella forma di una Penna e di un Calamaio. Ora questo Vaso di terra è aperto sopra per porre nel piatto e la fiala, sotto la quale per mezzo del passaggio aperto, è posto il fuoco Filosofico, come tu sai. Così tu hai tre vasi; ed il vaso a tre pieghe: L’invidioso ha nominato un Alambicco, un fuoco, escrementi, Balneum Marie, una Fornace, una Sfera, il Leone verde, una prigione, una tomba, un orinale, una fiala, e la testa di un bullone: io stesso nel mio Sommario o Compendio di Filosofia, che ho composto quattro anni e due mesi fa, alla fine di esso ho perciò indicato questo vaso come causa prima e l’abitazione del piccolo Pollo, e le ceneri del Piatto grande, la paglia del piccolo Pollo. Il nome comune è un Forno, che io non avrei mai trovato se Abramo l’Ebreo non lo avesse dipinto, insieme con il fuoco proporzionabile, ove è racchiusa una gran parte del segreto. Perché esso è come fosse la pancia, o il seno, contenente il vero calore naturale per animare il nostro giovane Re: se non sarà misurata con attenzione la temperatura del fuoco, dice Calid il Persiano, figlio di Iasichus; se esso non sarà reso docile con una spada, dice Pitagora; se tu darai fuoco al Vaso, dice Morien, e gli farai sentire il calore del fuoco; esso ti offrirà una cassetta sulla cura, e brucerà i suoi fiori prima che siano sollevati dalle profondità del suo Midollo, facendoli diventare rossi, piuttosto che bianchi, e quindi il tuo lavoro sarà rovinato; ed anche se farai un fuoco troppo tenue, per questo non ne vedrai mai la fine, per via della freddezza delle nature, che non avrà sufficiente forza per assimilarle insieme. Il calore quindi del tuo fuoco in questo vaso sarà (come hanno detto Hermes e Rofinus) secondo l’Inverno, o piuttosto, come dice Diomede, secondo il calore di un Uccello che comincia a volare così dolcemente dal segno dell’Ariete a quello del Cancro: per sapere che l’Infante all’inizio è pieno di calda flemma e di latte, e che un calore troppo veemente è nemico del freddo e della mistura del nostro Embrione, e che i due nemici, così si deve dire, o due elementi di freddo e caldo non si uniranno mai perfettamente l’uno all’altro, ma a poco a poco, avendo prima a lungo dimorato assieme, nel mezzo del calore della temperatura del loro bagno, ed essendo modificati a seguito di lunga cottura, in Zolfo incombustibile Governa dunque dolcemente con eguaglianza e proporzione, il tuo orgoglio e le altezzose nature, affinché tu non favorisca l’uno più che l’altro, poiché, in questo caso, loro che sono naturalmente nemici, cresceranno furiosi contro di te, animati dalla gelosia, e disseccheranno irascibili, e ti faranno sospirare per molto tempo dopo. Oltre a ciò, tu dovrai mantenerli perpetuamente a questo calore temperato, il che significa, notte e giorno, fino al tempo in cui l’Inverno, il tempo della mistura degli elementi, sarà passato; poiché loro faranno la loro pace, e uniranno le mani per essere riscaldati insieme, ma se dovessero queste nature trovarsi anche una sola mezz’ora senza fuoco, diverrebbero per sempre irreconciliabili. Vedi perciò la ragione per cui è stato detto nel Libro dei settanta precetti: Guarda che il loro calore continui infaticabilmente senza mai diminuire, e che nessuno dei loro giorni sia dimenticato. E Rafis, la fretta, dice egli, che sia portata con troppo fuoco, è sempre seguita dal Duello e dall’Errore. Quando l’Uccello dorato, dice Diomede, diventerà prossimo al Cancro, e da là correrà verso la Libra, allora tu dovrai aumentare un poco il fuoco. E in modo simile, quando questo giusto Uccello, volerà dalla Libra verso il Capricorno, che è il desiderato Autunno, il tempo del raccolto, indicherà che i frutti sono ormai maturi.

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        Passando alla striscia superiore, alla base dell’ogiva, troviamo 5 immagini rettangolari.

        La prima (fig. 5) riporta due dragoni (di colori giallastro, blu e nero su fondo blu e nero) avvinghiati (i veri principi della filosofia). Quello che sta sotto, senza ali, è il maschile, il solido. Quello con le ali, che sta sopra, è il femminile nero ed oscuro, il volatile. Il primo rappresenta lo Zolfo (o Caldo e Secco) e l’ultimo Argento Vivo (o Freddo ed Umido). Sono il Sole e la Luna (o Sorgente Mercuriale ed Origine Solforosa) che mediante il fuoco continuo si adornano di abiti reali per vincere ogni cosa metallica, solida, dura e forte quando saranno uniti insieme e trasformati in Quintessenza. I dragoni sono quelli che gli antichi disegnavano come serpenti che si mangiano la coda e che sono a guardia del giardino delle Esperidi, il giardino delle Vergini, che fornisce frutti d’oro. Sono i serpenti avvinghiati nel caduceo di Mercurio che hanno proprietà di guarire ma anche di far trasformare Mercurio in ciò che vuole. Sono i serpenti che Ercole ha dovuto uccidere per dare inizio alla sua Opera. I dragoni non si lasciano mai (se il freddo non l’impedisce) e si potranno solo uccidere tra loro con il loro morso velenoso dal quale potrà ricominciare il processo di purificazione, a partire dalla corruzione e putrefazione.

        La seconda (fig. 6) mostra un uomo ed una donna vestiti color arancio su un fondo azzurro e blu con uno striscione. Si tratta di Flamel e sua moglie (Perrenelle) qui a significare il maschile ed il femminile. Questi corpi sono pronti per la fusione (l’unione carnale) che darà origine all’ermafrodito che dovrà essere curato per poter trasformarsi in Quintessenza e le cure saranno proprio date dai due personaggi che si sono uniti. Nello striscione dell’uomo è scritto: L’uomo andrà al giudizio di Dio; ed in quello della donna: Certo e quel giorno sarà terribile.  E vi è qui l’annuncio della resurrezione, l’arrivo al colore della perfezione per arrivare al quale occorre essere puliti da ogni macchia nera e divenire spirituali.

        Segue la figura 17 in cui è rappresentato San Paolo con un manto bianco arancio bordato d’oro ed avente una spada nella mano. Ai suoi piedi vi è un uomo inginocchiato con un manto arancio, bianco e nero. Lo striscione che ha nella mano recita: Cancella il male che ho fatto che vuol dire “toglimi il nero da dosso”. La spada nuda è anche splendente e rappresenta la Pietra Bianca (molti alchimisti la rappresentano in tal modo) mentre la cinta arrotolata intorno alla spada rappresenta le varie operazioni per arrivare a raggiungerla. Vi è qui un labirinto di trasformazioni mescolate: vi è la fermentazione, lo sbiancamento, la coagulazione, il dissolvimento (la N che si nota in alto è l’iniziale di Nicolas).

        La figura 7 (che nell’ogiva è disposta sotto la 18) rappresenta, su campo verde, due uomini ed una donna che risorgono purificati da un bagno e vestiti di biano. Il fondo è verde perché a questo punto dell’opera la materia è verde. I tre personaggi che risorgono rappresentano il Corpo, l’Anima e lo Spirito della nostra Pietra Bianca. E così come Corpo, Anima e Spirito formano un uomo solo, vi è una sola Pietra Bianca che ha le caratteristiche cercate (e qui vi sono tante cose che si potrebbero dire ma solo a quelli di animo puro e veri credenti, i cosiddetti iniziati). La simbologia prevede la resurrezione di Sole, Luna e Mercurio. Levando la testa in alto si vede (fig. 18) venire il re coronato e resuscitato (che ha vinto la morte) sorretto da due angeli. E’ l’elisir bianco che da questo momento unirà a sé inseparabilmente ogni natura metallica pura tramutandola nella sua natura argentata e raffinata e scacciando l’impurezza e l’eterogeneità. Lodato sia Dio per questo regalo e per poter considerare questo bianco scintillante, più perfetto di ogni altra cosa dopo l’anima immortale; lodato sia per la Quintessenza, un Argento purissimo passato nel crogiolo e raffinato sette volte (dice il Profeta David).

        La figura 8 riporta due angeli, di color arancio su fondo violetto e blu, che portano uno striscione su cui è scritto: Risuscitate morti, venite al  giudizio di Dio mio Signore. Si inizia il passaggio dalla Pietra Bianca a quella Rossa e ricominciano le variazioni cromatiche a partire dal verde e dal blu e non più dal nero. Ora vi sono le ali perché la materia è volatile e punterà alla perfezione del cielo. E’ pura spiritualità quella che originerà la tintura finale. Si debbono ora fare le trasformazioni di sublimazione e calcinazione con del mercurio arancio e queste operazioni saranno permesse solo a chi Dio avrà permesso di conoscere quelle proprietà che sono nel segno della Bilancia quando è illuminata dal Sole e da Mercurio nel mese di ottobre.

        La figura 19 mostra San Pietro, con una tunica rosso arancio, che ha una chiave nella mano destra e che tiene l’altra mano su una donna vestita di arancio che è in ginocchio ai suoi piedi. Nello striscione è scritto: Cristo, vi prego, siate misericordioso. Si tratta della Pietra (la donna(6)) che chiede due cose al Mercurio solare dei filosofi (Pietro), la scoperta della Moltiplicazione ed un abito più ricco (che divenga rosso). E Pietro glielo accorda (la F che si nota in alto è l’iniziale di Flamel).

        La figura 9, su campo violetto scuro, presenta un uomo vestito di rosso vermiglione che tiene una zampa di un leone alato color rosso lacca con atteggiamento di rapire e portarsi via l’uomo. I colori mostrano che Pietro ha esaudito la donna, i suoi vestiti sono cambiati di colore e sono diventati rossi. Ella è ora come un leone alato che divora ogni natura metallica cambiandola nella sua vera sostanza, nell’oro più fino che le miniere possano fornire. Questo Leone prende l’uomo e lo solleva definitivamente da terra liberandolo da ogni bisogno.

        Restano solo da discutere le figure dalla 10 alla 15, alle quali ed a questo punto, siamo più avvezzi.

        La figura 10 rappresenta il serpente di bronzo che Mosè inchiodò sulla croce perché fosse visibile da tutto il popolo per liberarlo dalla piaga che soffriva. E’ simbolo della forza curativa dell’elisir mercuriale o del Cristo crocifisso. Il serpente, come già accennato, è considerato come il potente re naturale che cura il mondo intero come un balsamo salino. Ma affinché faccia effetto, il suo corpo primario e velenoso deve essere fatto a pezzi e lo spirito volatile fissato con un chiodo d’oro (da A. Eleazar, Uraltes chemisches Werk, Leipzig 1760). Nella figura seguente vi è un probabile disegno del libro originale di Abramo trovato da Flamel:

        La figura 11 rappresenta Mercurio con il caduceo nella mano attaccato da Saturno (ha una clessidra in testa) con una falce nella mano, come quella della morte, per tagliare le gambe a Mercurio. Simbolicamente è questo il processo di coppellazione (mettere in un crogiolo) del piombo (Saturno) argentifero dove le impurità sono assorbite dal crogiolo poroso e viene liberato l’argento (chiamato mercurio filosofico, puro ed inalterabile) contenuto nel piombo. Nella figura seguente vi è un probabile disegno del libro originale di Abramo trovato da Flamel:

        La figura 12 rappresenta una collina sulla quale cresce una pianta scossa dal vento del nord (vento della dissoluzione) che ha tronco blu, fiori rossi e bianchi(7)  ( i successivi stadi bianco e rosso dell’Opera) e foglie lucenti come l’oro. Attorno ad esso vi sono i nidi di di dragoni (mercurio filosofico) e grifoni del nord (un ibrido tra aquila e leone cioè tra materia voltile e materia solida). Nella figura seguente vi è un probabile disegno del libro originale di Abramo trovato da Flamel:

        La figura 13 raffigura un giardino nel mezzo del quale vi è un roseto in fiore che s’intreccia ad una quercia con il tronco scavato. Ai piedi della quercia sgorga una fontana da cui sgorga acqua purissima che molti cercavano senza vederla perché non erano preparati a farlo. Solo uno la vede perché ha tenuto conto del peso. L’acqua che fluisce via dalla fontana rappresenta il flusso ermetico, descritto dagli alchimisti come acqua pesante o acqua che non bagna le mani (caratteristica dell’ordinario mercurio, ndr). Nella figura seguente vi è un probabile disegno del libro originale di Abramo trovato da Flamel:

        La figura 14 rappresenta (di nuovo) la strage degli innocenti con il sangue dei bambini (principio minerale) che viene versato in una tinozza per dare alimento al Sole (Zolfo) ed alla Luna (Mercurio). Le figure in ginocchio sono delle madri piangenti ed imploranti. Nelle figure seguenti vi sono due probabili disegni dello stesso episodio tratte dal libro originale di Abramo trovato da Flamel:

        La figura 15 rappresenta due serpenti (il mascolino ed il femminino) che si divorano mutuamente vicino ad una verga. I serpenti rappresentano la rotazione ciclica della distillazione e condensazione e la verga è quella che , con i due serpenti, costituisce il caduceo di Mercurio. Quando i due serpenti si sono divorati mutuamente, mediante la putrefazione, perdono il loro aspetto naturale per acquisirne uno più nobile.

        La figura 16 rappresenta dei serpenti che vagano in una collina deserta dalla quale scende, biforcandosi, un corso d’acqua lunare pura, antica materia all’origine di tutte le cose. Si tratta della pericolosa via secca che parte dal caos primordiale; a questa via occorre sostituire la via umida che parte dalle zolle di terra nera, pesante e bianca. I serpenti (mercurio) che si trovano sulla via secca sono velenosi ma quando, dopo aver attraversato i corsi d’acqua, saranno saliti varie volte (le diverse trasformazioni) in cima alla collina (che rappresenta un alambicco dentro cui si compiono le varie trasformazioni) diventeranno fiori medicinali. Nelle figure seguenti vi sono due probabili disegni dello stesso episodio tratte dal libro originale di Abramo trovato da Flamel:

UN ALCHIMISTA MITICO MA SCONOSCIUTO

        Ho già detto dell’uso degli alchimisti di creare del mistero intorno alle loro opere ed alle loro persone. E’ il caso di Basilio Valentino, un alchimista di circa due secoli posteriore a Flamel. Il nome di tale alchimista è uno pseudonimo che significa Re potente dietro al quale non sappiamo chi ci fosse. Di certo era un frate benedettino vissuto probabilmente tra la fine del XIV secolo e gli inizi del XV che operava in Germania nella confraternita di San Pietro di Erfurt. Secondo racconti degli inizi del XVIII secolo (J.J. Manget nell’opera Bibliotheca Chemica Curiosa del 1702) i suoi libri sarebbero stati scoperti casualmente nel XVI secolo quando un fulmine aprì una breccia in una colonna della Chiesa di Erfurt. Ed anche qui si è costruita la leggenda che fa scoprire segreti nascosti. Come Flamel, anche Basilio fece pellegrinaggio a Santiago de Compostela e viaggiò in Belgio ed Inghilterra. Le sue opere iniziarono ad essere pubblicate nel 1599 (Eisleben) e, a lato della classica alchimia, si intravedono conoscenze metallurgiche e chimiche(8) (questo aspetto che tratta dei rapporti tra alchimia e chimica lo tratterò in un capitolo a parte). Ma qui vi furono nefaste interferenze e manipolazioni dell’editore, Johann Thölde di Hesse, denunciate addirittura da Leibniz. Da notare che Valentino fu, precursore di Paracelso, l’alchimista che introdusse il Sale come terzo principio a lato di Zolfo e Mercurio.

        Una delle opere alchemiche più famose di Valentino è Le dodici chiavi della filosofia che ebbe varie edizioni, che differiscono tra loro per delle manipolazioni che tendevano a semplificare alcuni disegni(9).Nel 1618 Michael Maier ne presentò una versione latina che incluse nel suo Tripus Aureus e che corredò con delle incisioni attribuite a Mérian.La versione latina di Maier venne poi ristampata nel 1678, inserita nella seconda edizione del Musaeum Hermeticum ed in seguito nella Biblioteca di Manget del 1702. Riporto di seguito i disegni delle dodici chiavi (1618) e passerò poi ad illustrarli.

         La chiave 1 mostra la coppia fondamentale dell’alchimia nel suo simbolismo noto: il principio femminile o mercurio (che ha nella mano destra un mazzo con tre fiori ed a sinistra un piumino fatto con una coda di pavone) ed il principio maschile o zolfo (che porta  nella mano destra un bastone). In primo piano a sinistra vi è un lupo che salta sopra un crogiolo (la via secca); a destra un vecchio con una falce che minacciosamente si avvicina ad un uovo che è sul fuoco. Il mazzo di fiori che ha nella mano il mercurio femminile rappresenta la calce che è indispensabile per ottenere il mercurio filosofico; la falce rappresenta la lira d’Orfeo che tranquillizza e calma gli animi selvaggi (riferimento all’attenzione che si deve avere per il grado di calore del fuoco). In definitiva il tutto simbolizza la produzione di mercurio attraverso il solfuro d’antimonio.

        La chiave 2 mostra il Mercurio alato (volatile) con due caducei che deve essere ridotto. Allo scopo la falce gli farà perdere le ali. La cosa ha anche altra lettura. Lo sposo, l’oro, si purifica attraverso due materiali antagonisti (i due duellanti). Il duellante di destra, che ha un’aquila nella spada, rappresenta il sale di ammoniaca e quello di sinistra, con il serpente nella spada, rappresenta il nitrato. Il mercurio filosofico che sta al centro (Mercurio con i due caducei) simbolizza il prodotto della distillazione di ambedue (sale di ammoniaca e nitrato), il bagno minerale nel quale si dissolverà la sposa durante gli sponsali.

        Nella chiave 3, in primo piano vi è un dragone alato che probabilmente simbolizza il solfuro d’antimonio, una delle materie prime. La volpe ed il gallo simbolizzano il fisso ed il volatile che agiscono nella terza fase del processo. Il castello in fondo rappresenta il forno che ha nel bosco la materia prima. Basilio Valentino dice che si tratta di ritirare al re (l’oro) la sua anima, il suo zolfo. Questo zolfo è la volpe che ha fissato la gallina mercuriale ed è volatilizzato dal gallo che la divora.

        La chiave 4 rappresenta la putrefazione, cioè la dissoluzione dei corpi nel bagno degli astri (Mercurio filosofico) ottenuto per la via secca. Lo scheletro ricorda il fatto che la cenere di ossa (nero animale) è necessaria per preparare la crema di tartaro. Non vi può essere resurrezione se prima non si passa attraverso la morte con il fuoco (la candela) e nella cenere si trova il sale della gloria (la croce sul “cubo” della bara rappresentano il sale di tartaro) che porta una nuova vita (il tronco d’albero che dovrebbe essere in fiore, così dice Valentino). Il pavone sul campanile della chiesa annuncia la fase della policromia.

        La chiave 5 rappresenta il momento in cui occorre passare al forno per la via secca (circa 1300 °C) e far sviluppare l’Embrione (lo Zolfo filosofico). Il principio femminile porta sulle spalle una grande bisaccia molto carica che ha la stessa forma del piumino fatto con una coda di pavone che ha in mano il principio femminile della chiave 1. Il mazzo di fiori (albero solare) s’è moltiplicato, simbolo del prossimo avvicinamento dello Zolfo alla resina dell’oro. I fiori sono ora sette ed hanno come radice un cuore (anima della pietra). Il giovanetto (Cupido), bendato a simbolo della cecità dell’amore, che è nell’atteggiamento di lanciare la freccia d’argento simbolizza la velocità con la quale occorre fare il primo intervento, se i principi dell’Opus sono vicini alla congiunzione. Sembra l’allegoria della formazione dell’ottone (materia composta da oro ed argento crudi, volatili e pieni del nero della putrefazione, chiamato anche Ventre di Saturno, da cui Venere fu generata).

        La chiave 6 è il matrimonio reale tra la umida regina Mercurio ed il secco Re Zolfo, celebrato da un vescovo che rappresenta il sale del fuoco. L’arcobaleno indica che la materia va seccandosi ed anche che iniziano a cambiare i colori. Sulla destra, Nettuno (che simbolizza l’acqua) prepara il bagno mercuriale nuziale. L’acqua si aggiunge alla miscela per ottenere la crema di tartaro.

        Nella chiave 7 entriamo nel regno dell’allegoria del regno del fuoco (spada e bilancia). E’ necessario che l’alambicco sia ermeticamente sigillato perché non esca fuori acqua spirituale rappresentata come un triangolo di fuoco inscritto nel quadrato del Sale. Il Sale dei saggi si ottiene estraendo dal sale del corpo lo zolfo coagulante in modo che la sua parte interna divenga esterna. La figura sottende anche il simbolo dei pesi della natura (la bilancia) ma anche quello della giustizia e quindi di Giove. La spada invece rappresenta il primo agente, quello che permette di ottenere l’umido radicale metallico. La parola CHAOS che è scritta nella corona circolare può essere interpretata in due modi: caos iniziale e cioè materia prima allo stato confuso o secondo caos, quello che segue la dissoluzione dei corpi (putrefazione). Le quattro stagioni scritte intorno al quadrato simbolizzano i gradi delle temperature di regime. L’acqua è inscritta nel simbolo del fuoco traducendo il doppio carattere di acqua ignea o di fuoco che non bagna le mani: è il leone verde o dissolvente universale.

        Nella chiave 8 la croce ed il quadrato del sepolcro 

 formano il simbolo del sale tartarico. dell’acido tartarico il cui spirito sublima tutti i metalli. Le croci in secondo piano indicano la fermentazione del mercurio con il proprio zolfo 

. Così si arriva alla fine all’oro 

. In ultimo piano vi sono degli arcieri che si esercitano su un bersaglio; essi ci ricordano l’attività di setacciare i corpi al fine di separare le parti più grossolane. In un piano intermedio vi è l’uscita dalla tomba insieme ad un cespuglio molto rigoglioso: è la fase dell’accrescimento e della moltiplicazione. In primo piano, a sinistra, il personaggio simbolizza la semina metallica o resina d’oro. A destra vi è l’angelo dell’annunciazione che, per tradizione, simbolizza sempre l’animazione del Mercurio. Al centro il simbolo di Venere rovesciato, rappresenta la terra (allumino, silice) allo stesso modo che il trisolfuro d’antimonio. Quanto alle croci disseminate esse simbolizzano, come già accennato, lo Zolfo Vivo. Tornando al bersaglio, esso è colpito da sette frecce che simbolizzano i metalli e di queste frecce solo una ha centrato il bersaglio. La chiave situata sul bersaglio agisce solo quando l’alchimista, mediante la sua arte, arriva a capire il meccanismo che gli permetterà di aprire la famosa entrata al palazzo del re.

        La chiave 9 è un simbolo piuttosto complesso e comunque diverso da quanto più o meno ordinariamente si può associare e capire. Il disegno rappresenta la fase cromatica dell’Opus, che è anche chiamata coda di pavone. Ha luogo sotto l’influenza di Venere nel segno della Bilancia e dice che la materia passa lentamente allo stato secco. Il triplo Ouroboros rappresenta le tre materie primordiali (Mercurio, Zolfo, Sale) e le tre principali fasi dell’Opus. L’insieme della figura (un cerchio in basso ed una croce su di esso) vuole indicare l’antimonite http://www.fisicamente.net/SCI_FED/stibine.gif della prima materia cosmica. Si ha cioè la coppia Zolfo-Mercurio e la ridistillazione filosofica che corrisponde al progressivo arricchimento in Zolfo del principio femminile durante la Grande cottura. Si notino una fenice, un cigno ed un corvo: l’ultimo è sinonimo di putrefazione; la fenice è sinonimo di germinazione e corrisponde al rendere di nuovo crudo un materiale; il cigno corrisponde invece al leone verde. Vi è infine il pavone sotto i piedi della figura femminile che rappresenta, come accennato, il simbolo dell’inizio della fase cromatica. Nel suo insieme questa è la fase della rotazione dei composti. Leggendo direttamente da Basilio Valentino, troviamo qui una vera ricetta di preparazione chimica: Prendi due parti di Antimonio Ungherese[solfuro di antimonio, ndr] e una parte di ferro, fondili in un crogiolo simile a quello in cui l’orefice  raffina l’oro, con quattro parti di tartaro bruciato [carbonato di potassio, ndr]. Raffredda, tira fuori il Regolo [antimonio metallico, ndr], liberalo dalle impurità e dalle scorie, polverizzalo finemente, aggiungi, dopo averlo pesato, tre volte e più del suo peso di tartaro bruciato e ponilo come prima nel crogiolo. Ripeti queste operazioni tre volte, il Regolo [il piccolo Re, ndr] diventerà brillante e molto puro. La Stella è ben formata, come se l’avesse fata un disegnatore con un compasso.

        Arriviamo alla complessa chiave 10. Vi è di nuovo il simbolo dell’acqua dentro il quale è inscritta una corona circolare. Ai tre angoli del triangolo vi sono i simboli dello Zolfo, della Luna e del Mercurio. L’iscrizione che si trova ai bordi esterni dice: Sono nato da Ermogene. Iperion mi ha scelto. Senza Iamshup sono costretto a morire. Ermogene è uno strano nome che dovrebbe significare generato da Mercurio ma che può semplicemente essere il Mercurio. Iperion, padre del Sole, ha relazione con lo Zolfo rosso o tintura: è lo Zolfo che torna allo stato primitivo a diventare oro alchemico.  Il nome Iamsuph è invece ancora un rebus che forse può essere risolto alla luce delle singole lettere ebraiche(10). Una semplice soluzione è quella di dividere la parola in due Iam Suph. In tal caso, in ebraico, si ha il significato letterale di Mare Rosso o, meglio, Mare di Rose o meglio ancora Dragone Rosso e quindi Mercurio da cui si inizia l’Opus, come dice il resto della frase che accompagna il nome Iam Suph (ma vi sono ance molti significati ricavati dalla Bibbia: Mosè che lascia l’Egitto è la fase nera; poi piano piano, per assonanza con ciò che accade, si ritrovano le varie fari del processo alchemico. Insomma siamo alle solite con superstizione e religione che si intrecciano facendo perdere di vista i dati della natura). Il testo ebraico che si trova al di sopra dei simboli dei pianeti probabilmente è la trascrizione dei segni dello zodiaco e di combinazioni numeriche (sotto il simbolo del Sole 

 potrebbe esservi il numero dei giorni dell’anno; sotto il simbolo della Luna 

 vi è il numero dei segni dello Zodiaco; sotto il simbolo di Mercurio 

 vi è il numero dei giorni del mese lunare; all’interno della corona circolare potrebbero esservi alcuni segni zodiacali e corpi celesti riconoscibili da ciascuna lettera: Hét = cancro  , , Bét = Luna-Saturno, Ayin = Capricorno , Tét = Leone .

        La fase 11 raffigura il combattimento tra il leone rosso ed il leone verde. Sembra si abbia un passaggio per transizione successiva dal Leone verde al rosso. Quasi si voglia indicare il cambiamento della forma di una sostanza, come ad esempio la trasformazione in cristallina di una sostanza amorfa. A sinistra vi è il leone maschio ed a destra quello femmina. In un piano posteriore vi è un cavaliere che è pronto, al momento opportuno, a colpire con la spada, quasi a togliere l’allegria. Si tratta di togliere le incrostazioni dal dragone impuro in modo da riportarlo alla sua origine di pietra bianca (ecco come viene fuori l’opera della pirite vetriolica, segreto del dragone babilonese). Qui risiede il vero Sale dei filosofi sotto la materia doppia dove la stella ed il fiore compaiono e scompaiono alternativamente, nascondendo, con il loro ritmo nell’alternarsi, la prossima nascita di questo cuore di leone situato nel cielo nella costellazione del Leone: è il piccolo re dell’Opus, detto anche  Baσiλεuς (leggi: Basileus, che è poi il nome  di Basilio Valentino che trova il modo di firmarsi in questa penultima chiave). Con le parole di Lull (altro alchimista medioevale) possiamo descrivere questa chiave:

Bisogna capire che il Mercurio non è che un Misto formato da un corpo fornito di un’Anima che si presenta all’inizio vestito in modo poco glorioso di stracci sordidi; in un primo tempo questa Anima, amorfa sia in senso proprio che figurato del termine, deve essere depurata, operazione che si realizza nel solvente. E questa depurazione esige la dissoluzione che si effettua sotto l’effetto del primo agente (il cavaliere che brandisce la spada). A questo stadio dell’Opus, le materie formano un Misto, le loro nature sono intimamente legate ed uno non saprebbe distinguere il maschile e femminile, dove nasce tale ambiguità, dove si trova l’Anima, dove vengono fuori successivamente il Sole e la Luna

        La chiave 12 è un disegno che ho già riportato nella prima parte ma che qui assume significati più pregnanti. Quando si uniscono il leone (Sole) ed il serpente (Luna), la pietra raggiunge la sua perfezione. Nonostante ciò, per potersi riprodurre e portare i frutti del mercurio 

 deve essere scaldata in un crogiolo con tre parti di oro purificato e farla fermentare. La botte in fiamme simbolizza il tartaro a partire dal quale si fabbrica la crema di tartaro. Questa crema dovrà essere idratata prima di essere messa in un contenitore per la fusione con del salnitro, prima di arrivare al sale bianco del potassio puro. La calce, simbolizzata per il vaso con i due fiori, servirà allora per la formazione della potassa caustica. Il Sole e la Luna potranno allora subire la prova del bagno di astri. L’ultimo mistero è la bilancia simbolo della conoscenza dei pesi di natura. Quanto ai recipienti sistemati sulla mensola, essi simbolizzano i quattro elementi (da destra a sinistra: terra, acqua, fuoco, aria). La botte rappresenta la fornace dei filosofi e l’origine di uno dei costituenti del fuoco segreto per la via secca(11) e per una delle possibilità di ottenere l’arcano duplicato (ma si possono scegliere altre strade). 
 

        Ho portato a termine le dodici chiavi di Basilio Valentino con molta fatica e sono convinto che la comprensione dello scritto, qua e là sia del tutto manchevole. Certamente lo è stata per me. Alcune cose sono di un certo autore e l’idea di cogliere ogni significato rasenta l’impossibilità. Tanto più, come ho accennato nell’ultima chiave, ogni simbolo era legato ad una operazione di combinazione chimica con tutti i problemi legati alle quantità relative, ai tempi ed alle temperature. Chiaro che tutto questo non si mette facilmente in geroglifici ed altrettanto facilmente si possa sperare di capire di cosa si tratta. Coloro che hanno dedicato la vita a capire tali simboli, ne escono con quasi un cammino a ritroso partendo da alcuni dati della chimica moderna. ma spesso, anche loro, alla fine dell’interpretazione dicono che si tratta di sole ipotesi. E’ utile, per capire le gravi difficoltà in cui ci si dibatte, riportare una frase dello stesso Basilio Valentino:

Tutto questo sembrerà incomprensibile a molti e certamente porrà parecchi interrogativi alla mente degli uomini … Poiché la sostanza è alla portata di tutti ed è solo questo il modo per conservare la differenza voluta da Dio tra ricco e povero.

Chiaro, no ? Lo stesso Valentino si era reso conto di essere andato troppo in là con i suoi segreti, indovinelli, simbolismi, allegorie, fantasie. Ed ognuno aveva le sue di fantasie così che la ricostruzione non può avere una ricostruzione razionale di pensiero e, se non è possibile rendere ripetibile una qualunque manipolazione, la cosa non rientra in ambiti scientifici. Ciò che si tenta a posteriori di fare è ricercare quali pratiche sono poi servite o sono state utilizzate per lo sviluppo della chimica ed è quello che farò in un prossimo capitolo non prima però di aver trattato in breve dei rapporti tra alchimia e religione, cosa che farò nel prossimo capitolo.


NOTE

(1) La teoria del flogisto fu elaborata dall’alchimista medico tedesco Johann Joachim Becher (1635-1682) nella sua Physica subterranea (1667). Secondo Becher, l’aristotelica terra era distinguibile in tre terre distinte: la vetrificabile o fusibile o petrosa, la infiammabile o pingue e la mercuriale o fluida, approssimabili ai tre principi di Paracelso, sale (proprietà della solidità), zolfo (proprietà dell’infiammabilità), mercurio (proprietà della fluidità). La teoria di Becher fu sviluppata dal suo allievo Georg Ernst Sthal (1660-1734).

Il flogisto era ritenuto responsabile della combustione e della calcinazione. Ogni sostanza combustibile doveva essere composta da flogisto e cenere; mentre ogni sostanza ossidabile o calcinabile, come i metalli, doveva essere costituita da flogisto e calce o ossido. In questo ultimo caso, durante la calcinazione (ossidazione) si libera il flogisto volatile e rimane la calce fissa. Analogamente, durante la combustione, si libera il flogisto, rimanendo la cenere. Sembra chiaro che il flogisto è inteso come una sostanza e quindi dotata delle proprietà materiali delle sostanze tra cui il peso. Occorreranno i lavori di Lavoisier (conservazione della massa) per mostrare l’erroneità di tale teoria: pesando un materiale e poi lo stesso scaldato il peso non varia.

(2) Vi è anche un’altra particolare considerazione da fare relativamente, ad esempio, a Giove e Saturno; se si osservano i rispettivi simboli si scoprirà che somigliano ai numeri 4 e 5 della numerazione araba che veniva introdotta in Occidente, che sono proprio i pianeti 4 e 5 del sistema aristotelico-tolemaico. I pianeti furono comunque sempre rappresentati con le immagini delle divinità di cui portavano il nome, accanto alle quali si usava però collocare lo strumento distintivo della loro potenza; così Giove è raffigurato con l’aquila giove (la rappresentazione è dubbia e qualcuno nel simbolo vede un fulmine e qualcun altro la lettera greca zeta iniziale del nome greco di Giove, cioè Zeus), Saturno con la falce saturno, Marte con lo scudo e la lancia marte (ma anche con una simbologia fallica), Mercurio col caduceo mercurio e Venere con lo specchiovenere (ma anche con il simbolo della croce egizia che indica la divisione tra il basso Egitto – sotto la barra trasversale – e l’alto Egitto – sopra la barra – che è zona del delta del Nilo, zona estremamente fertile).

(Alcune notizie sono tratte da: Guido Horn d’Arturo – Numeri arabici e simboli celesti,   www.bo.astro.it/~biblio/Horn/Horn_page/arabi.html).

Riporto di seguito l’elenco di vari simboli alchemici perché indicativamente aiutino a capire alcune

(3) Il serpente ha per secoli rappresentato un simbolo alla base di molte culture del passato. Ad esempio, il serpente di Mosè rappresenta tutti i poteri magici. In una lamina di un codice greco del secolo XI il serpente è alla base della fabbricazione dell’oro da parte di una alchimista di nome Cleopatra del secolo IV d.C.:

In basso a sinistra si vede Ouroboros ed in alto a sinistra, nei cerchi concentrici si legge: L’Uno è il tutto, tutto sta in lui, tutto è per lui. Il serpente è l’Uno; possiede due simboli, quello del bene e quello del male. Vale forse la pena dire qualcosa in più rispetto a quanto accennato: nell’antichità l’Alchimia era condannata sia dal potere civile che da quello religioso poiché si era diffusa la credenza che essa fosse stata insegnata all’uomo dagli angeli caduti dal cielo.

Questi simboli sono così suggestivi che anime semplici li usano per riempire il nulla che è sedimentato in esse. Faccio un solo esempio (oltre a quelli noti dei cultori della Cabala ebraica e della massonerie). Nel 1875, a New York, una immigrata russa, Helena P. Blavatsky (1831-1891) fondò una società che chiamò Teosofica e che ebbe un discreto successo. Nei piani della signora vi era di mettere insieme scienza, filosofia e religione, come antesignana della New Age. Non mi interessa molto dire di più su questa società ma è utile vedere quale era il suo simbolo:

       Qui abbiamo una vera e propria marmellata fatta da: un Ouroboro occidentale che racchiude il tutto mediante il sigillo di una svastica orientale (in India, ad esempio, la svastica, che differisce da quella tragicamente nota per il verso di rotazione, è un simbolo di pace ed amore; ndr). Al centro campeggia la stella a sei punte di di David in cui è iscritta la croce egiziana che indica l’unione tra il basso e l’alto Egitto.

        La cosa non è del tutto inventata se simboli analoghi furono costruiti nell’antichità:

Da A. J. Kirchwegwr, Annulus Paltonis (Aurea Catena Homeri), 1781

        Riguardo al ritorno della Stella di David su fatti esoterici la cosa è dovuta al fatto che una parte importante della cultura ebraica è esoterica. Mi ripropongo in futuro di scrivere qualcosa a proposito della Cabala che è altro esoterismo di matrice ebraica. Riporto una sola figura dove si può intuire l’importanza della Cabala ed il suo mescolarsi con ogni esoterismo:

Da S. Michelspacher, Cabala, Augsburg 1616

(4) Notizie su Flamel si trovano in: http://www.duepassinelmistero.com/Nicolas%20Flamel.htm

(5) Il libro viene attribuito a Flamel ma alcuni studiosi lo postdatano di duecento anni. Ad esempio, Claude Gagnon nel suo “Flamel sous investigation” (Editions le Loup de Gouthiers, Quebec, 1994) ha creduto di scoprire che in realtà il libro, ritenuto del XIV secolo, sia da postdatare al  XVII. Il Libro delle figure geroglifiche, redatto da Arnauld de Cabalerie fu infatti scritto da Beroalde de Verville nel 1612 (i nomi sono degli anagrammi imperfetti  l’uno dell’altro).  Chi volesse può approfondire in www.duepassinelmistero.com/Nicolas%20Flamel.htm. Insomma vi sono molte fantasie su questo mitico alchimista del quale però si conoscono molte cose certe: dove è situata la sua casa, alcuni graffiti sulle sue pareti, la sua tomba (che fu trovata vuota), … Di tutto questo si parla in :http://hdelboy.club.fr/fig_hier.htm#PREMI%C8RE+FIGURE

(6) E’ interessante capire perché è una donna a chiedere qualcosa a Pietro. In linea di principio a questo punto uomo, donna, angelo sono tutti equivalenti perché ora siamo alla completa spiritualità. Ma dice Flamel che la donna è più appropriata perché il desiderio della Moltiplicazione è più proprio a lei.

(7) I colori possono essere quelli reali ma anche quelli che indicano a quale fase del Processo ci si trova. Inoltre possono indicare la temperatura del forno: calor rosso (bassa temperatura) calor bianco (alta temperatura).

(8) Usò per primo l’antimonio come medicamento e scrisse un’opera intitolata Il carro trionfale dell’antimonio in cui, oltre a illustrare la storia di questo elemento, spiega come preparare lo spirito di sale (acido cloridrico), come ottenere l’acquavite distillando il vino o la birra e come estrarre il rame dal suo solfuro. Anche l’Alografia, o Trattato sui sali, parla di molti interessanti fenomeni chimici.

(9) Come esempio riporto la chiave n° 10 nell’edizione del 1618 e nell’edizione del 1677:

Edizione 1618

Edizione 1677

(10) Non tento neppure di risolvere il mistero ma indico un link dove è discusso (in francese): http://hdelboy.club.fr/emblemes.htm

(11) Esiste l’Ars brevis e l’Ars longa, comunemente definiti via breve e via lunga, oppure via secca e via umida. Tuttavia, nella simbologia ermetica, con via secca e via umida vengono anche indicati altri due procedimenti che sono propri della via lunga. E  si riferiscono al tipo d’illuminazione fornito dallo Spirito Santo. Dio procura la saggezza a chi gli sembra opportuno e la trasmette mediante lo Spirito Santo, Luce del mondo. Questa è la via secca, cioè senza particolari rivelazioni affidata solo al laboratorio, alle fornaci, alle temperature, ad alambicchi, a crogioli, a tempi. E’quella seguita da quasi tuttigli alchimisti.La via umida, invece, comprende la rivelazione totale, cioè sia il campo spirituale sia fisico. Essa opera, praticamente, a basse temperature in vasi e utensili di vetro resistente al fuoco, usando oro e mercurio e con tempi lunghissimi e ininterrotti, secondo i sette regimi. La trasparenza del vaso permette all’artista di poter seguire le molteplici trasformazioni e le variazioni della gamma cromatica del magma: nel matraccio, mantenuto a temperatura costante e moderata, si susseguono le fasi di intense colorazioni: il nero, il bianco, il giallo … la coda di pavone … il rosso della maturazione… Vi è comunque un altro modo di definire le differenti vie: la via metallica, alla ricerca della Pietra filosofale sarebbe la via secca; la via che ricercava la Quintessenza o gli Elisir era chiamata via umida.

        Fino ad ora abbiamo visto praticamente solo la via secca. Riporto una sola immagine allegorica della via umida perché molti alchimisti lavorarono su questa strada mistica.

Da S. Trismosin, Splendor Solis, Londra Secolo XVI. Riporto una sola delle varie allegorie dell’autore. Qui siamo al momento in cui la materia ha subito tre sublimazioni esi trova nello stato gassoso, come mostra l’uccello a tre teste. E’ il momento in cui interviene Marte (in alto). La lancia e lo scudo rappresentano il fuoco che deve essere riattizzato per rigenerare l’elisir, per condensare la materia e per separare ciò che è puro da ciò che è impuro.


BIBLIOGRAFIA

1) A. Pichot – La nascita della scienza – Dedalo 1993

2) John Read – Dall’alchimia alla chimica – Longanesi 1960

3) Alexander Roob – Alchimia & Mistica – Taschen 1997

4) Ruggero Bacone – La scienza sperimentale. Lettera a Clemente IV. I segreti dell’arte e della natura – Rusconi 1990

5) Serge Hutin – L’alchimia – Dellavalle 1971

6) Walter Scott (a cura di) – Hermes Trismegisto: Corpus Hermeticum – EDAF Madrid 1998

7) Paracelso – Paragrano – Laterza 1973

8) Alexander Koyré – Misticos, espirituales y alquimistas del siglo XVI aleman – Akal Madrid 1981

9) Charles Webster – Magia e scienza da Paracelso a Newton – il Mulino 1984

10) Paolo Rossi (a cura di) – Il pensiero di Francis Bacon – Loescher 1974

11) http://hdelboy.club.fr/bibliot_phil_chim.html (Una raccolta importante di testi ed immagini alchemiche in francese)

12) Michele Giua – Storia della chimica in Storia delle Scienze a cura di Nicola Abbagnano – UTET 1965

13) E. John Holmyard – Storia dell’alchimia – Sansoni 1959

14) Alcuni siti di grande interesse, soprattutto quelli in lingua francese ed inglese: http://www.levity.com/alchemy/flamel.html;www.duepassinelmistero.comhttp://hdelboy.club.fr/fig_hier.htm#PREMI%C8RE+FIGURE;http://perso.orange.fr/chrysopee/somalc.htmhttp://perso.orange.fr/chrysopee/somsymb.htm;http://www.centrostudilaruna.it/simboli.htmlhttp://www.esonet.org/biblio/ebooks/Rosarium%20Philosophorum.pdfhttp://www.montesion.it/_montesion/Montesion.htmlwww.alchemywebsite.com/bookshop/prints_series…;http://hdelboy.club.fr/gravures.html#XXVIIIhttp://www.esopedia.it/index.php?title=Grande_Operahttp://www.esonet.it/News-file-print-sid-459.html#5http://hdelboy.club.fr/bibliot_phil_chim.htmlhttp://hdelboy.club.fr/origine_alchimie.htm;http://www.ndonio.it/Alchimia.htmhttp://alchemicalpsychology.com/new/picmenu.htm;http://www.levity.com/alchemy/italian_section.html

Roberto Renzetti

      INTRODUZIONE

    Leggo da André Pichot(1):

        L’apprensione del mondo era, nell’alta antichità, essenzialmente mitica e magica; l’uomo partecipava direttamente al mondo attraverso i suoi atti e i suoi riti; persino tecniche molto specializzate, come la metallurgia, si accompagnavano a rituali magico-mistici e avevano i loro modelli nella mitologia (gli dèi fabbri, come Efesto – ma anche gli dèi vasai che creano partendo dal fango ecc.). Una tale apprensione del mondo non passa dal linguaggio, è direttamente vissuta; il linguaggio si limita a tentare di darne ragione attraverso l’elaborazione di favole mitiche le quali, spesso in modo analogico, spiegano questa esperienza vissuta ricorrendo a dèi ed eroi le cui avventure (in un passato indeterminato ma sempre attivato, e dunque sempre operante) sono i paradigmi dell’esperienza umana o dei fenomeni naturali.


 
   In mancanza di documenti precisi le origini dell’alchimia, come quelli della magia, dell’astrologia e della religione si possono solo supporre. L’uomo tenta di comprendere e controllare la natura che si mostra certamente avversa e spesso nemica. Si affida a simboli e segni che gli sembra di aver colto per poter controllare ciò che ritiene possibile. Non distingue le varie cose e mescola ogni sua conoscenza. Non vi è un qualcosa che nasce con una certa data ed un’altra cosa con un’altra. Ma vi sono tutte le cose che nascono insieme e pian piano acquistano ambiti diversi e peculiarità proprie. Non vi è una scrittura per dare memoria e per tramandare delle cose e così non si dispone di documenti ma solo di racconti postumi e mitici. Il mito è una spiegazione del mondo in cui i partecipanti ad un gruppo sociale ricostruiscono origini comuni dalle quali trarre insegnamenti. In nome del mito si fanno ricostruzioni pseudostoriche che servono a ricostruire cronologie ed analogie utili ai riti perché costruiscono archetipi lontani nel tempo, anzi in tempi indefiniti, fondativi del gruppo ma inteso storicamente, come un archetipo di riferimento per il gruppo medesimo. E’ la nascita dei libri sacri, delle bibbie, di ogni religione e magia.

        Riportando il discorso ad un ambito più ristretto occorre dire che, nelle società primitive, lavorare materiali, sviluppare tecniche legate ad ogni manipolazione della materia non è un mero sapere pratico slegato da ogni altro sapere. Le pratiche di lavoro sono sempre associate ad alcuni riti che quantomeno reclamano un universo propizio e l’aiuto di divinità favorevoli. All’inizio si può pensare a qualcosa di spontaneo ma pian piano si deve immaginare una codifica dei riti che probabilmente si sviluppano in analogia alla vera e propria attività manuale. A questo punto è facile immaginare l’invocazione di dei o demoni. La magia, la richiesta dell’aiuto di forze ignote è parte integrante del processo di manipolazione della materia, soprattutto in quelle dove compare il fuoco.

        Una avvertenza è necessaria. Quanto più si studia l’alchimia in ogni suo risvolto, tanto più essa risulta confusa, complessa ed a volte contraddittoria. In realtà era una immenso intreccio tra pratiche di trasformazione delle sostanze con antiche religioni, con superstizioni e tradizioni popolari, con mitologia, astrologia, magia, filosofia, teosofia, e con tutti gli altri vasti campi dell’immaginazione e della pratica lavorativa dell’uomo.

        Quanto detto è il motivo per il quale non è quella che segue una storia dell’alchimia. L’impresa sarebbe troppo grande e non so davvero se ne sarei capace. Come dice Giua,

quando lo storico cerca di raggiungere una visione unitaria del periodo alchimistico urta contro difficoltà insormontabili, in parte dovute alla durata di esso per oltre un millennio, nel qual periodo varie civiltà si eclissarono e altre si formarono in Oriente e in Europa, ma derivate in parte maggiore dalla complessità dei problemi chimici che vengono preannunciati anche se non risolti. Certo, se si considera come caratteristica del periodo alchimistico la ricerca affannosa, spesso spasmodica, della pietra filosofale e quindi si attribuisce ai suoi adepti il solo scopo della trasmutazione dei metalli vili in metalli nobili, il compito dello storico si semplifica di molto, ma nello stesso tempo la visione diventa più limitata. Nel millennio a partire dal sec. IV dell’era volgare non è soltanto la pratica della creazione dell’oro, della ricerca dell’ elixir di lunga vita e del solvente universale che affatica gli alchimisti nelle loro ricerche. Vi sono altri compiti, oltre quello più attraente della creazione della ricchezza di Mida, che s’impongono ai ricercatori, ed è per questo che durante il periodo alchimistico le cognizioni sui processi di preparazione si allargano, che vari procedimenti relativi ai prodotti più richiesti passano dall’ambito angusto della fucina alchimistica ai tavoli e alle fornaci di vere officine. Il commercio con i paesi orientali fa conoscere in Europa non solo i prodotti dell’agricoltura, ma quelli dell’attività tecnica e così l’attenzione viene richiamata sugli oggetti di vetro, di ceramica, di porcellana, sui magnifici colori e tessuti dell’Estremo Oriente, sui fuochi artificiali che impressionavano l’immaginazione popolare e che nascondevano uno dei ritrovati che ebbe maggior influenza sulle sorti dei popoli durante una parte di quel lungo periodo, e cioè la polvere pirica.

        Lo storico che voglia quindi offrire una visione unitaria del periodo alchimistico deve tener conto di tutti questi fattori e particolarmente deve inserire lo sviluppo della conoscenza chimica nella storia generale dei diversi paesi.

        Di seguito mi occuperò propriamente di molti e vari aspetti dell’alchimia non fornendo i dettagli dei preparati chimici che si ottenevano nei differenti processi. Alla fine di queste discussioni darò un quadro sintetico delle elaborazioni chimiche che si sono ottenute nelle pratiche alchimistiche e che, in qualche modo, furono il lascito dell’alchimia alla chimica.

DOVE NASCE L’ALCHIMIA

        Per quanto si voglia far risalire ogni pratica magica, ogni superstizione o mistero all’antico Egitto(2), e per quanto anche con l’Alchimia succeda lo stesso con una discendenza da tal Hermes Trismegisto che, secondo la leggenda, sarebbe  il dio Toth (vedi “Religione, Magia e Scienza nel Rinascimento italiano“), i primi testi manoscritti di carattere alchimistico provengono da Alessandria, sono redatti in greco e si possono situare tra il 2° ed il 5° secolo d.C., agli inizi dell’era cristiana.  

        Naturalmente le pratiche artigiane alla base degli sviluppi dell’alchimia hanno certamente più di 5000 anni. Le arti dei vasai di terracotta hanno originato il mito del dio forgiatore dall’argilla i primi fabbri hanno creato i miti degli dei forgiatori di ferro (Efesto). Ogni pratica lavorativa era, da una parte, mantenuta segreta per ragioni di sopravvivenza. Dall’altra le supposte meraviglie prodotte da tali pratiche creavano aloni magici intorno ad esse fino ad arrivare addirittura alla invenzione di dei. Così alla primitiva alchimia che altro non era che la lavorazione di materiali si è sovrapposta una pratica che doveva avere dentro di sé la facoltà di farci avvicinare a Dio. E così le applicazioni pratiche diventavano sempre più marginali per lasciar posto alle manipolazioni finalizzate a realizzare effetti di tipo soprannaturale. Una esemplificazione di come le prime pratiche metallurgiche fossero in sé ritenute come dei riti sacri e quindi per nulla disgiunte dal sacro, dall’avvicinamento agli dei è in una tavoletta proveniente dalla biblioteca di Assurbanipal (VII secolo a.C.). Leggiamo:

“Se tu vuoi porre le fondamenta di un forno da minerale, scegli un giorno appropriato in un mese favorevole e posa le fondamenta del forno. Non appena si è orientato il forno e tu ti sei messo all’opera, metti gli embrioni divini [gli ingredienti della fusione, n.d.r.] nella camera del forno, – nessun crogiolo deve entrarvi, nessuna cosa impura deve essere posta davanti ad essi, – cospargi davanti ad essi il sacrificio consueto. Se tu vuoi mettere il minerale nel forno, offri un sacrificio davanti agli embrioni divini, metti un brucia profumi con del cipresso, cospargi la bevanda fermentata, accendi il fuoco sotto il forno, e poi introduci il minerale nel forno. Le persone che ammetterai vicino al forno devono prima purificarsi, e solo dopo potrai lasciare che si avvicinino al forno. Il legno che tu brucerai nel forno sarà un grosso gelso, un tronco scorticato, che non abbia fatto parte di una zattera, e che sia stato tagliato nel mese di ab [luglio-agosto, n.d.r.]; è questo legno che va impiegato nel tuo forno.”

        Questa è un poco la vicenda di tutte le superstizioni, anche della stessa astrologia. Lì si parte da osservazioni astronomiche legate alla misura del tempo, alla semina, al raccolto,… e poi da quel primitivo impegno a cui dobbiamo essere enormemente grati sono venute fuori le sciocche degenerazioni che conosciamo.

        In tal senso l’alchimia si colloca su di un piano più propizio al ciarlatano di quanto non lo sia l’astrologia. Qui si può intervenire sulla persona. Si può manipolare. Con gli astri vi è un determinismo che può essere modificato solo dalle parole del ciarlatano medesimo. Ma gli astri hanno tale valenza che anche l’alchimia riesce a metterli dentro i vari rituali come momenti propizi, quindi un a priori, a fare determinati rituali. Il tutto nasce sempre da questioni legate principalmente alla salute e quindi al desiderio d’amore. Ma la salute, il benessere di un figlio, queste vicende sono i ventri in cui crescono queste male piante. Compresa ogni superstizione, la magia e perfino la religione.

         Vi sono altri elementi correlati più propriamente alla metafisica quando si tenta di rintracciare l’origine dell’alchimia. E’ l’osservazione empirica del ciclo vitale fatta proprio nell’antico Egitto. La fertile terra alle rive del Nilo era il prodotto della macerazione di piante ed animali morti. Essa produceva piante in abbondanza che venivano mangiate da animali erbivori che, a loro volta, alimentavano i carnivori. Questi ultimi ed i resti dei primi quando morivano tornavano cibo nella decomposizione. A questo ciclo apparteneva anche l’uomo che però doveva esservi sottratto (religione). Per farlo occorreva isolare il suo corpo dopo la morte mediante l’imbalsamazione che impediva la decomposizione e quindi occorreva sistemarlo in tombe chiuse in modo ermetico (da Hermes Trismegisto).

        Più in generale l’alchimia primitiva si è occupata di trasformazioni e particolarmente della purificazione dei metalli con simbolismi in analogia alle vicende esoteriche del corpo umano.

Disegni trovati su dei sigilli assiri e babilonesi che rappresentano delle fornaci (circa 3000 a.C.)

Minatori greci (da un vaso in terracotta, Corinto, VI secolo a.C.)

         Fu durante l’epoca della cultura classica che l’Alchimia assunse un ruolo più colto in connessione con lo sviluppo del pensiero filosofico ed in particolare con la teoria della costituzione del mondo basata sui quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco) organizzati gerarchicamente secondo i gradi di una intrinseca nobiltà in modo da avere quelli più nobili più in alto. E’ l’attrito della sfera della Luna che mette in moto violento l’aria che sta di sotto provocando un mescolamento tra i quattro elementi che conosciamo noi sulla Terra che è il mondo della generazione, della corruzione, della crescita e della diminuzione. Sopra il cielo della Luna osserviamo invece l’immutabilità. Tutto uguale, perfetto, immutabile. Quella parte di universo deve essere costituita di una sostanza diversa, anch’essa perfetta. Fu così che nacque la quinta essenza, il quinto elemento quello che garantiva la perfezione e l’immutabilità dell’universo al di sopra del cielo della Luna.

        L’abilità nella chimica applicata degli egizi e la conoscenza teorica dei greci originarono una fusione che non fu del tutto positiva perché la chimica egizia si esprimeva soprattutto con l’imbalsamazione dei morti e con i riti religiosi così che la cultura greca si impregnò di misticismo ostacolandone il successivo sviluppo. La khemeia così legata alla religione incuteva timore come i suoi adepti, che assunsero sempre più un ruolo di “maghi” più che di scienziati. Questa condizione fu poi ulteriormente incoraggiata con l’uso di simboli e pratiche sempre più misteriose che accresceva l’alone di mistero che circondava questa pratica. Questa situazione portò la khemeia a mescolarsi con astrologia, magia ed astronomia, così i sette metalli conosciuti diventarono legati agli astri conosciuti e sette era anche il numero sacro tramandato da Pitagora:

Oro – sole

Argento – luna

Rame – venere

Stagno – giove

Piombo – saturno

Mercurio – mercurio

Ferro – marte

ed in questo modo sparì la netta separazione tra scienza e religione operata dai greci.

I QUATTRO ELEMENTI

        La teoria degli elementi costituenti il mondo è antica come lo stesso pensiero classico greco. La sua sintesi ed ultima elaborazione fu di Aristotele nel V secolo a.C. I quattro elementi (da Empedocle) sono quelli che empiricamente osserviamo intorno a noi: terra, acqua, aria, fuoco. L’ordine non è indifferente perché gli elementi hanno dignità diverse. La terra che sta più in basso (cade al fondo nell’acqua e cade attraverso l’aria) è l’elemento più volgare. L’acqua sta sopra la terra ma cade nell’aria e quindi sta più su della terra. Ancora più su vi è l’aria che sale dall’acqua verso l’alto ed ancora più degno è il fuoco che s’innalza addirittura nell’aria. Il mescolamento in varie proporzioni di questi quattro elementi crea il mondo volgare che si trova sotto la Luna (il cielo della Luna). Si capisce subito come questa base di pensiero sia fondante per una alchimia colta. Ma la teoria dei quattro elementi prevede dell’altro.

        I quattro elementi devono essere dotati di quelle che Aristotele chiama qualità primarie. Devono essere:

– sensibili al tatto;

– essere suscettibili di causare cambiamenti qualitativi;

– devono formare coppie di opposti:

        caldo-freddo;

        secco-umido;

        pesante-leggero;

        denso-raro;

        ruvido-liscio;

        duro-soffice;

        resistente-fragile.

            Gli elementi non sono immutabili. Ciascuno di essi può essere trasformato in un qualsiasi altro attraverso il mutamento di una qualità (o ambedue) fondamentale nel suo opposto. La TERRA è freddo-secco; il FUOCO è caldo-secco; l’ARIA è umido-caldo; l’ACQUA è freddo-umido. Le trasformazioni più facili sono tra elementi che hanno una qualità in comune e, viste le qualità di ciascun elemento, la trasformazione di acqua in aria (o viceversa) è altrettanto facile che quella da aria a fuoco (eccetera). Risulta difficile la trasformazione da aria in terra (o viceversa). Oltre alle trasformazioni dette si possono avere anche unioni tra elementi che si scambiano le loro qualità in modo da produrne altri due. Ad esempio: acqua (freddo – umido) + fuoco (caldo – secco) può originare terra (freddo – secco) + aria (caldo – umido) e per capire a cosa si riferisce Aristotele, basta pensare ad un fuoco che si spegne con dell’acqua.

        Altre qualità, sensazioni e colori, dei quattro elementi (anche assegnate ad essi successivamente ad Aristotele) sono:

TERRA: solido e nero;

FUOCO: luce e rosso;

ARIA: gas e bianco;

ACQUA: liquido e blu.

        Ai due elementi fluidi (aria ed acqua) viene assegnata la proprietà di trasferire calore (fluido oscuro) e luce (fluido luminoso) ma anche gli influssi (Energheia) dell’intero universo che muovono l’aria (venti) ed il mare e originano i fulmini fecondatori della terra.

        I quattro elementi non esistono mai allo stato puro:

– la terra domina negli oggetti pesanti;

– l’aria domina negli oggetti leggeri;

– i metalli devono essere composti anche da acqua per poter spiegare la fusione;

– il fumo è costituito da fuoco e da terra;

– gli oggetti che galleggiano hanno una percentuale d’aria maggiore di quella di terra.

        I quattro elementi avevano un simbolismo associato, e la parte iconografica assume sempre un potere evocatorio importante in ogni arte magica:

FUOCO Triangolo rivolto verso l’alto per indicare la proprietà di salire verso il cielo

ACQUA Triangolo rivolto verso il basso per indicare la proprietà di discendere verso la terra tagliato da un segmento, per indicare la capacità di estensione

ARIA Triangolo rivolto verso l’alto tagliato da un segmento, per indicare la capacità di estensione

TERRA Triangolo rivolto verso il basso per indicare la capacità di cadere verso il basso.(3)

I quattro elementi rappresentati da D. Stolcius von Stolcenberg, Viridarium chymicum, Francoforte 1624

        Al di sopra del cielo della Luna, come accennato, vi è un universo perfetto, eterno, immutabile che non può essere costituito degli stessi materiali che costituiscono il mondo che cambia, quello dove le cose si generano, si corrompono e si modificano. E’ qui che nasce l’altro elemento costituente l’universo, quello che Aristotele chiama etere e che propriamente sarà chiamato il quinto elemento o meglio la quinta essenza.

        Questa visione, mai disgiunta dalla parte metafisica che riguardava l’uomo ed il suo raggiungimento della perfezione, attraverso varie trasformazioni che tendevano proprio a quella, fu fatta propria dall’alchimia araba. Quel quinto elemento aristotelico poteva essere sfuggito da qualche parte e ritrovarsi anche nel mondo sublunare. La sua ricerca per il suo mescolamento a determinati miscugli caratterizzò un’epoca. E’ la storia della ricerca della pietra filosofale (o elisir), quella che unita a metalli volgari li avrebbe trasformati in oro. Ma in questa metafora vi è tutta la potenza della ricerca di un ente metafisico che avrebbe permesso il raggiungimento di quel fine auspicato sia nel mondo minerale che in quello animale (l’uomo): la perfezione. Attraverso questa pietra, che avrebbe curato ogni male, si sarebbe raggiunta addirittura l’immortalità (teorie attribuite all’alchimista Geber o Abu Musa Jabir Ibn Hayyan). In ogni caso, quantomeno, la sapienza totale.

Quella cosa che muta i metalli in oro possiede altre virtù straordinarie: come, ad esempio, conservare la salute umana integra sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se non dopo due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse usare potrebbe rendersi immortale. (Jan Amos Komenesky, da Labirinto del mondo e paradiso del cuore del 1631)

        Non poteva mancare la mistica del cristianesimo in questa ricerca della perfezione ed infatti molti pensatori cristiani si inserirono nel mondo dell’alchimia (in un primo tempo avversandola ma poi abbracciandola).

        Ma mettiamo un poco di ordine.

LE VARIE ALCHIMIE

        A seconda di dove si sviluppò, l’alchimia storica, quella che ci ha fatto pervenire documenti, assunse caratteri peculiari che in breve occorre distinguere. In linea di massima occorre far riferimento a tre diverse alchimie che rappresentano anche l’evoluzione storica dell’alchimia in senso lato:

L’alchimia greco-egiziana o alessandrina (dall’inizio dell’era cristiana a circa il VII secolo) che codificò i primi fondamenti (almeno quelli che sono giunti a noi) fondendo gli antichi saperi empirici alchemici egizi con la teoria dei quattro elementi e della loro trasmutabilità elaborata in Grecia; in tale filone vi sono i primi indizi del misticismo(4) legati alla crescente richiesta di oro a seguito dell’esaurimento delle miniere note e dell’aumento degli scambi. Gli egizi pensavano di aver trovato un sistema di trasformazione di rame in oro attraverso l’avvicinamento di una piccola quantità di quest’ultimo ad una grande massa del primo. Perché la cosa riuscisse serviva l’intermediazione di un qualche dio in un particolare periodo dell’anno e quindi sotto l’influenza di un qualche pianeta. Si determina quindi la coesistenza tra alchimia, influssi magici degli dei ed astrologia.         È da notare che proviene dall’Egitto una delle leggende che più caratterizzò la ricerca dell’alchimista. Hermes Trismegisto, al quale ho accennato, sarebbe stato sepolto sotto una lapide di smeraldo che aveva le seguenti parole incise:

“Come tutte le cose furono mediante la contemplazione di una sola, così tutte le cose nacquero da quest’unica mediante un singolo atto di adattamento. Padre di essa è il Sole, madre è la Luna. Il Vento la portò nel suo grembo, la Terra è la sua nutrice. Essa è la generatrice di tutte le opere prodigiose in ogni luogo del mondo. Il suo potere è perfetto.”

La trascrizione di questa lapide avrebbe dato origine alle Tavole Smeraldine, fondamentale testo alchemico, vera bibbia dell’alchimista (Tabula Smaragdina inserita nella sua versione latina in Chrysogonus Polydorus De Alchimia, Nuremberg 1541). 
. Da esse si trae con grande chiarezza in cosa consiste la ricerca dell’ alchimista: questa unica cosa che è generatrice di ogni bene e perfezione. Nelle Tavole, che si ritengono comunque molto antiche ed originariamente scritte in siriaco mentre noi le conosciamo solo nella versione latina medioevale, sono riportati i 13 precetti alla base degli iniziati alchimisti (e non i ciarlatani in cerca di solo oro). Leggiamoli:

 1 Io non parlo di cose immaginarie, ma di ciò che è certo e vero.

2 Le cose inferiori sono uguali a quelle superiori, quelle superiori a quelle inferiori: così si compie il miracolo dell’unità.

3 E come tutte le cose sono state create da una sola parola di un solo Essere, così tutte le cose sono prodotte da una sola per derivazione.

 4 Il Sole è suo padre, la Luna sua madre; il Vento la porta con sé nel suo ventre, sua nutrice è la Terra.

5 È il padre della perfezione in tutto il mondo.

6 La forza è vigorosa se può essere trasformata in terra.

7 Separate la terra dal fuoco, il fine dal grossolano, agendo con prudenza e con giudizio.

8 Salite forniti di una grandissima saggezza dalla terra al cielo e poi di nuovo scendete in terra e unite insieme la forza delle cose celesti e di quelle terrestri. In questo modo potrete ottenere la gloria di tutto l’universo e l’oscurità sparirà da voi.

9 Questi ha più forza della forza stessa poiché vince ogni cosa sottile e può penetrare in ogni solido.

10 Così venne formato il mondo.

11 Da questo derivano le meraviglie che si trovano qui da tempo.

12 Per questa ragione io sono chiamato Ermete Trismegisto, perché ho le tre parti della filosofia di tutto il mondo.

13 Quello che avevo da dire sull’azione del Sole è stato detto.

Il testo sembra oscuro ma è la summa del pensiero alchemico. I punti 2 e 3 affermano l’unitarietà delle cose. Il punto 4 afferma il principio del maschile e femminile e dei 4 elementi di Aristotele. Il punto 5 è l’idea greca della via alla perfezione. Il punto 7 si riferisce all’arte del separare, tipica dell’alchimia.  Il punto 8 fa riferimento allo scambio delle materie finalmente purificate per la successiva produzione del Grande Lavoro, quello che produce la pietra filosofale.

Le tavole smeraldine (la lapide sulla tomba di Hermes Trismegisto) nell’immaginazione dell’alchimista Heinrich Khunrath. Da Amphitheatrum sapientiae aeternae, Hannover 1606.

L’alchimia araba. Nel VII secolo d. C. gli arabi conquistarono l’Egitto e si impadronirono delle conoscenze alchemiche qui sviluppate. Trasferirono tali conoscenze nei Paesi che via via conquistavano sviluppando in modo particolare un’alchimia che possiamo chiamare farmaceutica, distillati e preparazione di medicamenti attraverso estratti vegetali. E’ caratteristica di questo periodo (molto lungo perché va dal VII al XIII secolo) la conoscenza più particolare dei lavori di diversi alchimisti attraverso i loro scritti. Ogni alchimista condivide poco con l’altro. Intanto per la questione accennata del mistero che circondava le ricerche di ognuno (le stesse ricette mediche che vari autori riportano sono incomprensibili per il linguaggio ermetico utilizzato) e poi perché il campo di operazioni è talmente vasto che le sovrapposizioni di argomenti per eventuali confronti sono davvero poche. Occorrerebbe qui studiare alchimista per alchimista per comprendere meglio il contributo di ciascuno e per situarlo nell’epoca in cui è stato sviluppato. E’ da notare che anche qui si mantiene e si rafforza il mito mistico dell’oro come metallo al vertice della perfezione tra i metalli. E’ in questa epoca che nasceranno i miti, dei quali mi occuperò più oltre, della pietra filosofale per raggiungere la perfezione tra i metalli e dell’elisir di lunga vita per raggiungere la perfezione tra gli esseri viventi.

L’alchimia occidentale. Gli arabi (con il successivo arricchimento attraverso l’Islam) insediatisi nella penisola iberica, in parte dell’Europa orientale e nel Sud d’Italia ebbero il grande merito di farci riscoprire la cultura classica (greca, romana, alessandrina ma anche orientale) attraverso i testi, che in Occidente erano andati perduti per la volontà distruttiva dell’Impero della Chiesa, e che erano stati invece conservati nelle Biblioteche di Bisanzio, di Damasco e dei grandi centri culturali dell’intero Medio Oriente. Trasferirono anche molte abilità pratiche e, in questo ambito, non potevano non esservi le conoscenze alchemiche che ebbero subito una grande diffusione (a partire dal XII secolo) ed un gran numero di praticanti soprattutto per quella cosa della pietra filosofale (sempre descritta in modo ermetico con aloni di misticismo) ma anche per la ricerca di conoscenze mediche e farmacologiche.

Il primo testo alchemico pubblicato in occidente è dovuto all’inglese Roberto Chester ed è del 1144. Anche in Occidente l’alchimia mantiene il suo carattere mistico (con pratiche magiche ed astrologiche a lato) e segreto. Anche qui la ricerca degli alchimisti è sul doppio fronte della trasmutazione della materia e del perfezionamento dello spirito. In particolare l’Europa medioevale favorì molto lo sviluppo dell’alchimia, per la brama di arricchimento che le varie piccole corti avevano. Tutti i potenti pagarono con ogni disponibilità alchimisti di corte con il fine di poter aumentare il loro potere (attraverso la scoperta di quella pietra, e di quell’elisir). In questo ambito, in Occidente più che altrove, ebbero buon gioco i ciarlatani ed i truffatori.

 L’alchimia, fino a Rinascimento inoltrato e financo nell’età barocca, tra le varie pratiche magiche, esoteriche e mistiche, era certamente quella i cui cultori custodivano più gelosamente i suoi segreti. Questo è uno dei motivi per cui si sa molto poco delle pratiche magiche ed alchemiche. Solo pochi, pure sapienze elette, gli iniziati, potevano avere le facoltà per operare in tali campi. Per essere iniziati non bastava una scuola; occorreva avere delle proprietà particolari, essere dotati da Dio di particolari poteri, in modo che si può anche sostenere che il mago, l’alchimista, è un poco un eletto da Dio, una specie di Santo. In questo senso la magia non temeva smentite. Il linguaggio criptico conteneva in sé sempre una affermazione ed il suo contrario ed il mago era inattaccabile. Se delle cose non andavano poi come dovevano era perché il ‘paziente’ non aveva fatto esattamente, non si era attenuto, non era stato casto, non è nelle condizioni favorevoli ad accogliere le potenze benefiche del cielo, non … In questo senso solo l’astrologia risultava quasi completamente aperta. Ma l’alchimia aveva una proprietà che la rendeva più “potente” rispetto all’astrologia. In quest’ultimo caso si trattava solo di descrivere le posizioni degli astri senza avere alcuna possibilità di intervento. L’alchimia con le sue manipolazioni permetteva di pensare che si lavorasse per un prodotto che si adattasse ad un dato scopo (per questo il ‘mago’ ricorreva quasi sempre all’alchimia).

        In quanto vedremo di seguito occorre una fondamentale precisazione, ad evitare equivoci. Un elemento come oggi lo conosciamo non è mai quell’elemento. Per intenderci lo Zolfo non è lo zolfo che conosciamo. Per Paracelso, ad esempio, esso rappresenterà l’anima e poi qualche altra cosa, mai definita, con un linguaggio sempre sfuggente e mai puntuale. Lo stesso operare dell’alchimista non combina elementi ma li accoppia. È un universo di morti, anime, spiriti, esalazione, male e bene, trasmutazioni, sangue, maschile e femminile, unioni carnali,…. Nessuno pensi ad un qualche seppur minimo rapporto tra alchimia e chimica (anche pensando a quella di Dalton o Lavoisier), anche se, con il loro armamentare, gli alchimisti scoprirono alcuni elementi ed alcune proprietà delle sostanze.

LE TEORIE ALCHIMISTICHE

        In linea del tutto generale si può dire che le teorie alchimistiche avevano qualche fondamento comune, alcune concezioni dalle quali partivano in modo deduttivo. Intanto la materia doveva essere in origine una sola e solo in seguito ad una qualche evoluzione erano nate le diverse forme della materia che conosciamo. Vi doveva poi essere una data entità, un agente che permetteva le trasmutazioni da una materia ad un’altra. Tale agente era la pietra filosofale una medicina dei metalli capace di curare le malattie dei metalli vili nobilitandoli con le loro trasformazioni fino ai livelli dell’argento e dell’oro. Il fatto poi che la materia fosse una sola convinse gli alchimisti che se un dato agente, la pietra filosofale, ha così benefici effetti sui metalli vili, deve esistere una pietra filosofale che riguardi anche le trasformazioni dell’uomo e quindi in grado di curare le malattie dell’uomo con conseguente prolungamento della sua vita. Fu così che la pietra filosofale per l’uomo divenne l’elisir di lunga vita. Ancora partendo dall’unitarietà della materia, l’anima eterna deve appartenere a tale materia, mentre il corpo, la forma, è quella che cambia e si trasforma (si genera e si corrompe).

        Le trasmutazioni erano poi quelle indicate dalla teoria dei quattro elementi che prevedevano il cambio di alcune qualità per passare da un elemento ad un altro. In particolare si credeva fosse possibile imporre dall’esterno il colore e lo stato (come diremmo oggi) di aggregazione. Ecco allora che vi era una facile conseguenza da tale premessa. Il rame differisce dall’oro per il colore. Deve essere possibile trasferire il colore dell’oro al rame per ottenere oro. Tal cosa sembra sia stata tentata fin dal XIII secolo a. C. e ne abbiamo un qualche riscontro in alcuni scritti di epoca alessandrina (III secolo d.C.) di Zosimo di Panopoli, uno dei primi alchimisti che conosciamo(5) e che ci ha fornito una formula (formula del Cancro) che sarebbe alla base, appunto, della trasformazione di rame in oro. La riporto nella figura seguente avvertendo che nessuno l’ha mai saputa interpretare (i numeri sovrapposti indicherebbero i vari passaggi).

Formula del Cancro di Zosimo, tratta da J. Read, pag. 36.

        Da parte loro gli aristotelici, custodi della teoria dei quattro elementi, non ebbero molto da obiettare perché, in definitiva, tutto si poteva accordare con la teoria originale che prevedeva il raggiungimento della perfezione. Anche i platonici erano soddisfatti perché la perfezione è l’ultimo grado a cui l’uomo aspira (si trattava solo di ammettere che l’oro fosse la perfezione per i metalli). L’introduzione poi di pietra filosofale e di elisir di lunga vita è probabilmente una estensione che era nelle premesse e che si rafforzò all’interno della magia che veniva sviluppata nel mondo arabo.

        Secondo Aristotele, come accennato, il cielo della Luna divide il mondo in due zone: quella sotto tale cielo che è soggetta a generazione e corruzione ed in generale a cambiamento e caos; quella sopra che è eterna, immutabile e costituita di una essenza perfetta come l’etere (la quintessenza, che era chiamata così in quanto si aggiungeva ai quattro elementi: terra, acqua, aria, fuoco). La ricerca sotto il cielo della Luna di questa sostanza (l’etere) era compito principale dell’alchimista. Tale essenza, mescolata ad altre sostanze le avrebbe rese perfette e, ad esempio (ma questo è solo un aspetto marginale dell’alchimia e riguardava appunto ingordi e ciarlatani), avrebbe potuto tramutare il piombo ed altri metalli vili in oro o argento. Altra versione voleva tutti i metalli costituiti da un miscuglio di mercurio e zolfo (con caratteristiche non reali ma filosofali) e quando la proporzione tra i due era perfetta, il metallo risultante sarebbe stato l’oro. Più in generale, in questa ricerca l’alchimista studiava le varie sostanze e ne cercava le proprietà. Tentava miscugli, distillava (introducendo nel suo lavoro fornelli ed alambicchi che si riveleranno utilissimi per la ricerca chimica come la intendiamo oggi), catalogava, operava, in modo che oggi giudicheremmo rozzo, come un chimico (si tenga conto che nel Cinquecento la scoperta di procedimenti chimici legati alla tecnica, ad esempio estrattiva, dette inizio alla separazione dell’alchimia che assunse caratteristiche se possibile più segrete, con quella che sempre più si affermerà come chimica). L’impossibilità di produrre qualcosa che potesse poi essere in qualche modo raccolta in un testo e fare da base per ulteriori studi nasceva da quel segreto cui accennavo e soprattutto dall’approccio che si aveva allo studio delle sostanze medesime. Quali erano le caratteristiche che determinavano le differenze tra le sostanze ? Quelle qualitative. Il colore, ad esempio, rivestiva una importanza fondamentale: il nero era associato alla morte mentre il verde ad un buon raccolto nei campi, il ‘vitriol’ (abbreviazione del latino: visita interiora terrae rectificando invenies occultum lapidem che vuol dire “vai a cercare all’interno della terra e con corrette operazioni troverai la pietra nascosta”) indicava sostanze con caratteristiche di brillantezza e cristallinità. Poi vi era il sapore, … Ma ciò che legava strettamente alchimia ed astrologia era la corrispondenza tra sette metalli con i sette astri allora noti: Sole-Oro, Luna-Argento, Marte-Ferro, Venere-Rame o Bronzo, Mercurio-Argento vivo(6), Saturno-Piombo, Giove-Stagno. E, come vedremo, analoghe corrispondenze si costruiranno in medicina tra astri, metalli e parti del corpo.  

        Dice Read:

La pietra filosofale venne spesso descritta come una polvere rossa e certamente qualche volta fu confusa con il cinabro che è un minerale rosso; si presenta con questo aspetto il solfuro di mercurio nativo, per riscaldamento del quale si ottengono il mercurio metallico (l’argento vivo liquido) e vapori solforosi (anidride solforosa) identici a quelli che si hanno bruciando lo zolfo nativo. Probabilmente questi esperimenti spinsero gli alchimisti musulmani a formulare la cosiddetta «teoria zolfo-Mercurio» sull’origine dei metalli. Questa teoria è stata spesso associata al nome di Jabir ibn Hayyan, il più famoso degli alchimisti musulmani, vissuto probabilmente nell’ottavo secolo a.C., noto nel mondo occidentale sotto il nome di Geber; a lui si attribuiscono molti trattati di alchimia che furono senza dubbio scritti dopo la sua morte.

Seguirò ora a descrivere alcune delle teorie sviluppate dagli alchimisti ed alcune pratiche da loro utilizzate. Non è per questo fine possibile seguire una stretta cronologia. Situerò per quanto possibile i singoli personaggi ma non vi sono da situare teorie che falsificano le precedenti. Ognuna vale allo stesso modo in epoche diverse ed è questo che qualifica ciò che arranca con grande fatica e non è scienza rispetto al duro metodo sperimentale che inaugurerà Galileo.

LA TEORIA ZOLFO – MERCURIO 
 

        Si tratta di una modificazione importante da parte araba della teoria dei quattro elementi. I due elementi contrapposti di quella teoria (fuoco ed acqua) ora

La teoria zolfo-mercurio per i metalli. Tratta da M. Mayer, Symbola aureae mensae duodecim nationum, Francoforte 1617. Lo zolfo con il suo simbolo (un triangolo sovrapposto ad una croce) è a sinistra ed il mercurio con il suo simbolo (una circonferenza sovrapposta ad una croce) è a destra.

 

sono lo zolfo (in luogo del fuoco) ed il mercurio (in luogo dell’acqua). Ricordo qui quanto già detto: non si pensi agli elementi a noi oggi noti come zolfo e mercurio (argento vivo). Lo zolfo (detto anche zolfo filosofico o zolfo nostro) è una sostanza calda e secca che simboleggiava la capacità di bruciare (quindi un qualcosa affine al fuoco) mentre il mercurio (detto anche mercurio filosofico omercurio nostro) è una sostanza fredda e umida che simboleggiava il fatto che i metalli potevano fondere e quindi diventare liquidi (quindi un qualcosa affine all’acqua).

        Un prolifico alchimista, mago ed astrologo medioevale, Ruggero Bacone(7), ci descrive il processo zolfo-mercurio.

I costituenti principali dei minerali sono Argent Vive e Sulphur. Tutti i minerali e tutti i metalli, indipendentemente dal loro aspetto, sono da questi due generati: ma io vi dico che sempre la natura si sforza di raggiungere la perfezione dell’oro, se non che molte cause intervengono nella trasformazione dei metalli … secondo il grado di purezza dei due principi prima ricordati, Argent Vive e Sulphur, si possono ottenere metalli puri ed impuri.

        Questo sunto appare molto chiaro (ma la cosa è anche raccontata negli scritti latini di Geber(8)). Vi sono solo due metalli che sono i principi primi da cui provengono tutti gli altri. E’ il grado di purezza con cui si mescolano questi due principi che origina tutti gli altri metalli con differente grado di viltà (facile alterabilità dovuta al maggior contenuto di zolfo ed alla purezza di quest’ultimo) o nobiltà (resistenza, lucentezza e malleabilità proprietà che si ottiene se la percentuale di mercurio è più alta ed è più elevata la sua purezza-). La purezza assoluta dei due principi può originare la pietra filosofale (entità più pura dell’oro) una piccolissima quantità della quale può trasformare (più appropriato sarebbe il verbo tingere) i metalli vili in oro che è il più nobile tra i metalli. Non vi è certezza in tali trasformazioni solo perché sono condizionate da particolari eventi astronomici e dall’intervento di dei o demoni che favoriscano il processo. La figura precedente racconta di tali principi che esalando dalla terra, originano nel loro mescolarsi sotto terra, i vari metalli che noi troviamo ordinariamente. E’ l’alchimista, quello che si trova sul monte, che accelera i processi che la natura realizza lentamente. E’ utile osservare a proposito della figura che la parte iconografica aveva significati importanti proprio per poter rappresentare i vari simbolismi associati ai vari elementi e/o processi e/o eventi e/o influssi. Vedremo in seguito alcuni esempi proprio a partire dallo zolfo e dal mercurio filosofici. Questi due principi attivi vennero chiamati, in differenti contesti, culture, da differenti alchimisti, nei modi riportati in tabella (ma anche in altri). Ad esempio il mercurio era anche rappresentato come un dragone sia con che senza ali. In tale dragone si nasconderebbe Saturno. Il dragone si morde anche la coda con i suoi denti velenosi ed affilati e proprio come i filosofi (gli alchimisti) di cui è alleato, è difficile da vincere (Maier).

Zolfo Mercurio
OsirideIside
SoleLuna
FratelloSorella
Genere maschileGenere femminile
Principio attivoPrincipio passivo
DonatoreAccettore
SolidoGassoso
Leone senza aliLeonessa alata
LeoneAquila
LeoneSerpente

        Ad esempio il mercurio era anche rappresentato come un dragone sia con che senza ali. A volte però il dragone era inteso come il solvente delle varie combinazioni. In tale dragone si nasconderebbe Saturno. Il dragone si morde anche la coda con i suoi denti velenosi ed affilati e proprio come i filosofi (gli alchimisti) di cui è alleato, è difficile da vincere. Oltre agli animali citati ve ne erano moltissimi altri compresi quelli fantastici. Ciascuno come simbolo dei prodotti intermedi delle varie trasformazioni.      

 Vediamo ora le rappresentazioni che vari alchimisti davano dei nomi di tabella.

Da Michael Maier, Symbola aureae mensae, 1617. Rappresentazione di Hermes Trismegisto con il Sole e la Luna. “Il Sole è il padre del suo sposo e la bianca Luna segue come terzo il governatore Fuoco“.

Il leone e la leonessa alata da Michael Maier, Atalanta fugiens, Oppenheim 1618. “Unisci al leone una leonessa alata, affinché essi possono vivere all’aria. Ma egli si mantiene immobile e rimane sulla terra. Questa immagine ti mostra il cammino che segue la natura“.

Da Michael Maier, Atalanta fugiens, Oppenheim 1618. Il dragone non muore fin quando non è ucciso da suo fratello (il sole) e sua sorella (la luna) insieme. Dal dragone (a volte inteso come il liquido solvente) si estraggono gli esseri dotati di corpo, anima e spirito.

Questa immagine è tratta da un manoscritto proveniente dagli ambienti Rosa-Croce. Ha per titolo Materia Prima Lapidis Philosophorum (Materia prima della pietra dei filosofi) che è poi la pietra filosofale. E’ degli inizi del XVIII secolo. In esso vi è tutto il simbolismo possibile, a partire dal caos che regna in basso fino alla perfezione del cielo in cui vi è cristianesimo (in hoc signo vinces) e l’iscrizione ebraica che denota dio. La vita è organizzata da uomo e donna (zolfo e mercurio insufflati dai vapori provenienti dall’interno della terra e con ogni simbolo che può rappresentarli) che generano un bimbo, il loro figlio imperiale (la tintura di mercurio) dal battesimo dell’alambicco (il bimbo sarebbe poi la medesima pietra filosofale). Il monte verde è quello della materia prima; i simboli degli elementi che la compongono sono ordinati nel quadrato numerico magico di Saturno.

Da Stolcenberg, Viridarium chymicum, Francoforte 1624. L’unione del leone (sole) e del serpente (luna) permette alla pietra filosofale di raggiungere la sua perfezione. Il processo avrà successo e potrà ripetersi, se nel fornello saranno fatte scaldare e poi fermentare tre parti di oro puro con una di mercurio.

E’ questo l’emblema del laboratorio spagirico, quello che tentava la trasformazione dei vegetali per la produzione di medicamenti (da Alexander von Bernus, Alchymie und Heilkunst, 1936).

Da Le dodici chiavi della filosofia di Basilio Valentino, monaco benedettino (fine XIV, inizi XV secolo). L’insieme delle operazioni per la realizzazione della Grande Opera.

Da Le dodici chiavi della filosofia di Basilio Valentino, monaco benedettino (fine XIV, inizi XV secolo).  “Se questi colori di genere diverso risultano mutati e questo Eroe diventa rosso, sarà il Figlio onnipotente che non ha pari nel Mondo, poiché avrà le forze del Sole e della Luna e sarà il vincitore di tutto l’Oro rosso“.

Tratto da Les Douze Clefs. . . de. . . Basile Valentin. .. Plus l’Azoth . . . Paris, 1624. In questo disegno vi sono tutti i possibili simboli alchemici ed in particolare alcuni che saranno poi ripresi dalla Massoneria.

        E di queste rappresentazioni, in cui il simbolismo predomina, si mescolano tutti i motivi che sono alla base della vita dell’uomo. In particolare vi è la natura da una parte e il filosofo (l’alchimista) che tenta di carpire i suoi segreti al fine di raggiungere la perfezione che è poi legata alla nota metafisica cristiana ed ebraica. Tutto in un ordine ascendente per rappresentare proprio la salita verso l’alto, luogo in cui risiederebbe la perfezione. Nelle diverse mitologie vi era addirittura quella della semina di oro, al solito, sotto particolari condizioni.

Seminate l’oro nella bianca terra concimata che è la terza terra che serve all’oro; essa tinge l’elisir e l’elisir fa la sua parte con essa“. Da Aurora consurgens, fine del secolo XIV. Naturalmente il processo alla fine sarebbe risultato attivo: più oro raccolto di quanto seminato (in teoria …).

        Un episodio non certamente trascendente ma interessante ci proviene dall’Italia del nono o decimo secolo. Le continue manipolazioni avevano permesso ad un ignoto alchimista di scoprire l’alcool puro dalla distillazione del vino(9). Il risultato era un’acqua (cioè un liquido) con la proprietà di andare a fuoco che entusiasmò il mondo dell’alchimia per l’essere riusciti a chiudere il circolo dell’alchimia (acqua che diventa fuoco). Questa sostanza venne chiamata aqua vitae (acqua della vita) e venne ritenuta il solvente adeguato per ottenere la pietra filosofale. Qualche coraggioso, un tale autonominatosi Lully, che aveva provato il sapore dell’aqua vitae (la nostra acquavite o grappa) disse: “Il gusto di questo liquido è superiore a qualsiasi altro sapore ed il suo profumo a tutti gli altri odori”.  A Lully risultava evidente che, in conseguenza di ciò, era vicina la fine del mondo.

L’unione di acqua con fuoco (tratto da un’opera tantrica) rappresenta l’unione di principi opposti, considerato alla base di ogni cosa. Con la scoperta dell’aqua vitae si realizza questa unione.

        Altro aspetto, questo di interesse, è relativo all’alchimizzazione della mitologia classica ed anche della Bibbia. Vari simboli alchemici sono associati agli dei ed ai miti classici ma anche a vari episodi della Bibbia.

Cristo al centro dello zodiaco (Italia del Nord, Secolo XI), al centro cioè dell’astrologia (qualcuno dice che la simbologia sia legata alla padronanza del tempo da parte di Gesù). Nei 4 medaglioni esterni, le 4 stagioni. E’ lo stesso Messori, cantore della Chiesa, che dice: “la nascita di Gesù è stata annunciata dai profeti, ma anche dagli astrologi. Nel Vangelo di Matteo si racconta dell’arrivo di tre Magi che altro non erano se non sapienti astrologi della Mesopotamia“. E ne conclude che l’astrologia è una cosa seria.

I nomi delle bestie dell’Apocalisse sono inscritti nella 4 sfere intersecantesi e rappresentano le 4 forze primarie dell’universo: Urthona è l’immaginazione; Luvah è la passione; Urizen è la ragione; Tharmas è il corpo. Il mondo a forma di uovo (l’uovo cosmico che torna spesso nelle simbologie alchemiche) di Urthona si gonfia a partire dal vortice che, nel centro del caos, crea l’illusione dello spazio tridimensionale delimitato dall’opacità (Satana) e dalla densità (Adamo), impedendo così all’uomo di vedere le cose come sono, eterne ed infinite. Da William Blake, Milton, 1804-1808.

Da: Aurora Conseguens, inizi del secolo XV. “Nel Padre c’è l’eternità, nel Figlio l’identità e nello Spirito Santo la partecipazione all’eternità ed all’identità … ed i tre sono uno, cioè corpo, spirito ed anima; quindi nel numero 3 vi è ogni perfezione“. La triade è rappresentata dai tre uccelli dai tre colori dell’Opera (l’Opera è quella che porta alla realizzazione della pietra filosofale). Lo Spirito Santo è associato all’acqua mercuriale, che rende le cose terrestri 7 volte celesti ed ha un effetto vivificatore, purificatore e fecondo.

Dopo molte sofferenze e pene varie, sono risuscitato pulito e senza macchia“. “La tua pietra, alchimista, non è niente; la pietra fondamentale della quale parlo è il mio color oro e pietra filosofale“. Da Angelus  Silesius, Cherubinischer Wandersmann, 1657.

Nelle immagini del Rosarium Philosophorum troviamo inoltre un disco solare alato che discende nel vaso della trasformazione contenente il mercurio vivente. 


Qui il Sole muore ancora ed è coperto dal Mercurio dei Filosofi”.

L’anima ardente nel suo stato naturale – rappresentata dal cuore rovesciato – si trova dentro il fuoco dell’ira che è la qualità del padre. Ma mediante il sacramento del battesimo in nome di Javè, il nome di Gesù si rende accessibile e l’anima riceve il fuoco d’amore del figlio: “Il Padre battezza con il fuoco, il Figlio con la luce“. Il suo sangue celeste trasforma l’ira in amore. Da Jacob Boehme, Theosophische Werke, Amsterdam 1682.

PARACELSO E L’ALCHIMIA MEDICA

        Per molti anni non vi furono novità degne di particolare nota nelle elaborazioni degli alchimisti fino ai lavori dello svizzero Theophrastus Philipp Aureolus Bombast von Hohenheim, autochiamatosi Paracelso (1493-1541) per essere considerato “Oltre Celso”, la massima autorità medica del I secolo d.C., quello che scrisse Il vero discorso contro i cristiani.

        Ricordo in breve (semplificando molto e senza tener conto della scuola d’Ippocrate e di quella di Galeno) cosa era la medicina a quell’epoca. La tradizione greca, che durava da millenni, era dominante. Secondo tale tradizione ogni malattia del corpo nasce da uno squilibrio dei quattro umori che lo costituiscono: la flemma, l’irascibilità, la malinconia ed il sangue. Fatto d’interesse è che, se c’era disequilibrio, la cosa riguardava l’intero corpo e sull’intero corpo s’interveniva per la cura che consisteva in salassi, provocare vomito o sudore.

        Paracelso, che muoveva da un antiaristotelismo coniugato con il neoplatonismo panteista di Plotino, si ispirava ai lavori di Raimond Lull (1232-1315), del cardinal Cusano (1401-1464), di Pico della Mirandola (1463-1494), di Marsilio Ficino (1433-1439). Egli è il più noto rappresentante della parte dell’alchimia che va sotto il nome di arte spagirica (dal greco spao che vuol dire separare e agheiro che vuol dire raccogliere); si trattava di separare alcune sostanze, sottoponendole a trasmutazioni, per poi riunirle in preparati con proprietà medicamentose più efficaci di quelle tradizionali, di concezione ippocratica, galenica, araba. Notevole è il suo rigetto dell’occultismo, delle tradizioni gnostiche e delle teorie magiche. Secondo il nostro le sostanze naturali devono contenere delle virtù con caratteristiche eterne e delle sostanze divine, in accordo con il pensiero di fondo dell’alchimia che assumeva una sostanziale unità di materia e spirito. L’universo era un complesso magico regolato dal grande mago Dio. In questo mondo vi erano molti segreti nascosti che era compito del medico tirare fuori ed utilizzare. Queste sue concezioni lo portarono a pensare che le infermità provenivano dal di fuori del corpo e non riguardavano l’intero corpo ma parti di esso.  Come conseguenza, egli cercò rimedi specifici abbandonando quelli generali accennati. E, nell’ambito dei rimedi specifici, l’alchimia entrò con forza (inizia la iatrochimica) con una modifica di fondo rispetto a quella dello zolfo e mercurio fino ad ora vista. La cura sarebbe stata possibile intervenendo con medicamenti minerali piuttosto che organici. Dice Paracelso (Paragrano. Terzo trattato: dell’alchimia):

Grande è l’importanza che ha per la medicina la conoscenza dell’alchimia, essa è la causa delle grandi virtù nascoste le quali sono intrinseche alle cose della natura e a nessuno sono manifeste, a meno che l’alchimia non le renda tali e non le produca. Del resto, è come se qualcuno, d’inverno, vedesse un albero, senza però conoscere e sapere che cosa si nasconde in esso; finché poi giunge l’estate che gli rende successivamente manifesto quel che è nascosto. Ora i piccoli germogli, ora i bocci, ora i fiori e quel che v’è dentro. Similmente sono nascoste per l’uomo, a meno che egli non le venga a conoscere mediante l’alchimista come mediante l’estate, se questo non avviene, gli è impossibile conoscerle. 
Dal momento, dunque, che l’alchimista porta alla luce quel che è occulto nella natura, sappiate che ci sono forze diverse nelle gemme, nelle foglie, nei bocci, , nei frutti acerbi, nei frutti maturi; ed è una cosa assolutamente prodigiosa che l’ultimo frutto sia diversissimo dal primo, sia per quanto concerne la forma che riguardo alle sue virtù; si deve quindi rivolgere la propria attenzione dal primo germoglio sopravvenuto, all’ultimo, giacché così è la natura. Nel suo manifestarsi la natura si comporta non meno prodigiosamente dell’alchimista che opera nelle cose in cui essa cessa di agire.

        Paracelso introdusse nell’alchimia un terzo principio attivo, quello del sale, cioè il principio di non infiammabilità e di stabilità. A questo punto vi sono tre primi elementi (zolfo, mercurio, sale: i tria prima) ed il tre inizia a giocare un ruolo particolare. La numerologia vede nel tre un numero particolarmente favorito, vi è poi il richiamo alla Trinità attraverso l’energia spirituale che i tre elementi, interpretabili anche in senso materiale, avevano sul corpo, riflesso della trinità medesima.

Sappiate allora che tutti i sette metalli sono generati da una triplice materia … il Mercurio è lo spirito, la Zolfo l’anima e il Sale il corpo … l’anima che si identifica can lo Zolfo… unisce questi due contrari, il corpo e lo spirito, e li trasforma in un solo essere

        Lo Zolfo è quindi un mediatore tra corpo e spirito per produrre le differenti sostanze che costituiscono il corpo. Il ruolo dell’anima’ in questo modo di vedere le cose, è spirituale e simile a quello materiale che il liquido solvente esercita quando unisce zolfo e mercurio per realizzare la pietra filosofale. Il simbolismo rappresentava questo con due pesci che nuotano nel mare, dove il mare è il corpo ed i pesci sono lo spirito e l’anima:

De Lapide Philosophorum, 1625       

        In un altro suo lavoro, l’Opus Paramirum (1531) egli specifica ulteriormente il ruolo dei tria prima che costituiscono tutti i corpi.

Tre cose costituiscono la sostanza e forniscono a una cosa specifica il suo corpo, cioè ogni corpo particolare è in tre cose. I nomi di queste tre cose sono: Zolfo, Mercurio e Sale. Quando quest’ultimi sono posti insieme allora assumono il nome di Corpo, e vengono loro aggiunte la vita e le sue connessioni. Così quando hai in mano un Corpo, hai tre sostanze invisibili sotto una forma. Di queste tre sostanze si può dire soltanto che sono tre sostanze in una forma e che forniscono e costituiscono la salute

        E la cosa diventa complessa quando Paracelso afferma che la conoscenza del corpo è la conoscenza di quanto Zolfo, Sale e Mercurio esso contiene. Si tratta qui di capire con complicate metodologie come stanno le cose. Ed egli fornisce dei metodi di separazione degli elementi che è d’interesse riportare, osservando tra l’altro che non era pratica di Paracelso il tenere nascosti i procedimenti:

        Notate che gli elementi, mediante la separazione, risultano formalmente uguali agli elementi essenziali. L’aria appare come aria, e quest’aria non può essere racchiusa, come ritengono erroneamente alcuni, perché al momento della separazione si innalza, prorompe come il vento, ascende con l’acqua, con la terra e con il fuoco.
        Nell’aria vi è una meravigliosa forza di ascensione. La separazione dell’aria dall’elemento essenziale dall’acqua avviene mediante ebollizione. Quando inizia l’ebollizione, l’aria si separa dall’acqua, porta con sé la parte più leggera dell’acqua e via via che l’acqua diminuisce, anche l’aria diminuisce nella stessa proporzione. Si deve notare che nessun elemento può essere ottenuto senza aria, sebbene possa essere concepito senza aria. Non dobbiamo separare l’aria perché essa è negli altri tre elementi come la vita in un corpo. Quando la vita è separata dal corpo, tutte le cose periscono. … 

       Parleremo più chiaramente delle separazioni … Qui devono essere considerati quattro metodi. Uno riguarda i corpi umidi, cioè le erbe che forniscono più acqua che qualsiasi altro elemento. L’altro metodo riguarda i corpi combustibili, cioè i legni, gli oli, le resine, le radici che contengono più fuoco di qualsiasi altra sostanza. Il terzo metodo riguarda i corpi terrosi, ovvero le pietre, i ciottoli e le terre. Il quarto riguarda ciò che è aeriforme: comprende tutte le specie prima menzionate perché l’aria è presente in tutte. E’ chiaro ora quali sono gli elementi e come devono essere separati. La prima separazione che incontriamo è la separazione degli elementi dai metalli. Negli elementi dei metalli vi sono virtù predestinate inesistenti negli altri elementi. … 

       Si deve ora considerare il duplice metodo della separazione. Uno consiste nel separare gli elementi gli uni dagli altri: ciascun elemento viene separato mediante un particolare recipiente, senza distruggere le sue forze. L’altro metodo consiste nel separare purum ab impuro secondo queste modalità. Dopo aver separato gli elementi in una forma grossolana, si effettua un’altra separazione sugli elementi separati. 

       Per comprendere pienamente la pratica della separazione si tenga presente che la quintessenza delle cose deve essere ottenuta, perché gli elementi ottenuti dai corpi possono essere dominati o abbandonati nella natura della quintessenza che tinge più o meno gli elementi. Si deve comprendere che i quattro elementi non perdono le loro virtù quando l’elemento predestinato, cioè la quintessenza, è estratto. La quintessenza è elementare e può essere separata in relazione alla sua forma elementare e non riguardo alle diverse nature. Attraverso queste separazioni tutte le malattie elementari possono essere curate con semplicità (da:Archidoxae medicinae libri, 1524).
 

        Lo schema che segue, riassume le proprietà dei tria prima (proprietà delle quali non entro in spiegazioni) che hanno anche loro rappresentazioni simboliche come quella di figura.

MercurioZolfoSale
Metallo, liquidoInfiammabileNon infiammabile
Integra l’unione tra zolfo e saleHa la caratteristica di i espandersiHa la caratteristica di contrarsi
Ha associate la circolazione e l’equilibrio dinamicoHa associate la dissoluzione e l’evaporazioneHa associate la cristallizzazione e la condensazione
Volatile, ma non trasformabile in fuocoVolatile e trasformabile in fuocoTrovato nella cenere
SpiritoAnimaCorpo
AcquaAria e FuocoTerra
FlemmaGrassoCenere

        Lo Zolfo è quindi un mediatore tra corpo e spirito per produrre

Triangolo alchimistico

        Si noti che vengono qui modificate alcune proprietà della teoria zolfo-mercurio precedente. In quella infatti lo zolfo era considerato stabile ed il mercurio volatile. Ora invece i due principi sono entrambi volatili (in alchimia di queste incongruenze ve ne sono in quantità).

        Paracelso pensava, mediante distillazioni particolari di metalli ridotti ad olii con acqua forte, di estrarne la parte attiva, vigorosa e pura, quasi lo spirito di quella sostanza, la sua energia sottile, che chiama quintessenza del corpo (Archidoxae medicinae libri, 1524):

La quintessenza è una materia che si estrae fisicamente da tutte le cose e da tutte le cose in cui si trovi vita, separata da tutte le impurità e da tutto ciò che è mortale, resa sottile e purificata da tutto, separata da tutti gli elementi. Ora si deve capire che la quintessenza da sola è la natura, potenza, bontà e medicina che è racchiusa in tutte le cose senza incorporazioni estranee, inoltre può essere il colore, la vita e la proprietà della cosa, ed è uno spirito, come lo spirito di vita, con questa differenza che lo spirito di vita della cosa è permanente e lo spirito di vita dell’uomo è mortale.

Ma ancora di più della quintessenza potevano gli arcani:

Quello solo è un arcanum che è incorporeo ed immortale, possiede vita eterna, e supera la comprensione della natura e la conoscenza dell’uomo. Essi hanno il potere di alterare, cambiare e rinnovare, restaurare, come gli arcani di Dio, secondo il loro giudizio.

        Ci sono quattro arcani: quello della prima materia, che rinnova la giovinezza, quello della pietra dei filosofi, che muta il corpo umano come il fuoco pulisce quello della salamandra, il mercurius vitae che fa ricrescere denti e capelli, e la tinctura che fa oro dall’argento e leva la corruzione dall’uomo.

        E’ utile ritornare a sottolineare che l’alchimia da sola non è considerata da Paracelso risolvente i problemi della cura delle malattie.  Vi sono sempre da dover considerare molti altri influssi, tra i quali quelli astrologici:

E giacché la medicina non può senza il cielo produrre effetto veruno, essa deve agire per tramite del cielo medesimo, salvo quello di portarle via la terra, poiché, non governando il cielo su di essa, occorre sia rescissa dalla medicina. Se tu dunque hai operato questa separazione la medicina soggiacerà al volere degli astri, sarà dagli astri condotta e guidata. Ciò che quindi appartiene al cervello, sarà condotto al cervello dalla Luna, quel che appartiene alla milza, sarà condotto alla milza da Saturno, quel che appartiene al cuore, sarà condotto al cuore dal Sole, e così i reni da Venere, il fegato da Giove, mentre sotto il dominio di Marte si troverà la bile. Così stanno le cose, non soltanto per questi organi, ma anche per tutti gli altri infiniti a dirsi. 

Prendi inoltre nota di ciò: quale mai valore ha la medicina da te prescritta per l’utero delle donne, se Venere non ti è di guida nel ritrovarla? Che sarebbe la medicina per il cervello, se non ti conducesse ad essa la Luna? E così è per le altre medicine; esse sono restate tutte nello stomaco e sono fuoruscite passando per i visceri e non hanno avuto effetto alcuno. La causa di ciò sta nel fatto che non 
approdi a nulla, se il cielo non ti è propizio e non vuole guidare la tua arte medica. È il cielo che deve guidartela. Perciò l’arte esige, a questo punto, che tu non dica: la melissa è un matricale, la maiorana va bene per la testa; così discorrono gli insipienti. La ragione sta invece nella potenza di Venere e della Luna.

        In ogni caso, da Paracelso abbiamo una interessante presa di posizione:

Lo scopo dell’alchimia non è … fare oro o argento, ma dare arcani e dirigerli contro le malattie: questo è il risultato, ed è anche la base.

e non isolata perché egli si batté sempre contro gli avidi alchimisti imbroglioni che spillavano solo denaro alla gente, sia che operassero nel campo dell’alchimia minerale sia in quello dell’alchimia medica(10).

LA PIETRA FILOSOFALE

        Ho accennato qua e là alla pietra filosofale senza entrare in qualche dettaglio. Conviene ora soffermarsi un poco su questo concetto cardine dell’intera alchimia. Di cosa si tratti ce lo dice un medico, astrologo, filosofo, teologo ed alchimista medioevale (tra l’altro maestro di Raimond Lull), Arnaldo da Villanova (1235-1315):

Vi è in natura una certa sostanza pura che, una volta scoperta e resa perfetta dall’Arte, è capace di rendere paragonabile a sé tutti i corpi imperfetti che tocca

e può trasformare in oro cento parti di un metallo impuro (per Ruggero Bacone le parti diventavano centomila e Lull affermava che se il mare fosse di mercurio lo tingerebbe tutto: Mare tingerem, si mercurius esset!).

        L’origine della pietra (lapis philosophorum) è però molto più antica e davvero non si sa dove localizzarla, probabilmente ad Alessandria, nei primi secoli cristiani. Già al punto 5 delle Tavole smeraldine abbiamo visto che, questo lapis, è il padre della perfezione in tutto il mondo. Raimond Lull la chiama carbunculus. Paracelso afferma che si tratta di un corpo solido color rubino, trasparente e flessibile che si rompe come il vetro. L’alchimista musulmano Kalid la definisce nel modo seguente:

Questa pietra riunisce in sé tutti i colori. E’ bianca, rossa, gialla, azzurra, verde (Trattato delle tre Parole)

       Altri affermano che si tratti di una polvere pesante e splendente  con odore intenso e piacevole. Tale polvere era anche detta di proiezione ed aveva la capacità di trasformarsi in oro se era rossa ed in argento se era bianca.  Tutti concordavano nella sua proprietà di tingere e quindi di cambiare il colore originale dell’oggetto con il quale veniva in contatto.

COME SI PREPARA LA PIETRA FILOSOFALE

        Quella pietra doveva essere proprio filosofale se molti alchimisti sostenevano che essa era di difficilissima preparazione pur essendo dappertutto e solo a chi non sa osservare essa non si fa vedere. Nel Gloria Mundi, seu Tabula Paradisi

Frontespizio del Museo Ermetico

 (1526), uno degli scritti tradotti dal tedesco in latino e raccolti nel Musaeum Hermeticum (1678), si dice che la pietra filosofale:

è familiare a tutti gli uomini, sia ai giovani sia ai vecchi. Si trova nelle campagne, nei villaggi, nelle città, in tutte le cose create da Dio, ma è disprezzata da tutti. Ricchi e poveri la toccano ogni giorno, le domestiche la buttano via, i bambini ci giocano. Non ha prezzo, sebbene, come l’anima umana, sia la cosa più bella e più preziosa sulla terra e abbia la forza di destituire re e principi. Malgrado ciò è considerata la più vile e spregevole delle cose terrestri

e cioè che non è cosa per poveri di spirito. Si tratta appunto di un lavoro per iniziati che debbono combinare insieme, oltre alle vere e proprie trasformazioni di tipo alchimistico, tante altre cose e disposizioni. Le Tavole Smeraldine sarebbero servite da guida a chi mostrava di saperle leggere. Più che un processo di fabbricazione si tratta di vari processi che è complesso raccontare, anche per quella cosa del segreto, dei simbolismi, di molte oscurità che ci raccontano tali processi. Gli stessi alchimisti lo definivano l’Opus Magnum, la Grande Opera.

        Si partiva da alcuni materiali che si ritenevano di base (i migliori erano l’oro e l’argento) e si lavorava per la loro purificazione completa con procedimenti che oggi chiameremmo chimici. L’oro e l’argento purificati producevano Zolfo e Mercurio filosofici. In un contenitore di vetro (vaso di Ermete o vaso dei filosofi o uovo filosofale, uovo come simbolo di creazione e di fertilità) si mescolavano i principi filosofici (Zolfo e Mercurio); si chiudeva poi ermeticamente questo vaso mediante il fuoco (si fondeva cioè il vetro della bocca del vaso in modo che si chiudesse il vaso stesso) e si passava al vero e proprio Opus. A volte si aggiungeva un terzo principio, il Sale filosofico (ottenuto dall’argento vivo, cioè dal mercurio) che aveva il pregio di chiudere a tre i principi attivi e molte volte, gli alchimisti più incolti, lavoravano con i più diversi materiali in interminabili prove eminentemente empiriche. Per operare le diverse trasformazioni si usavano degli strumenti e, particolarmente importanti erano i forni. Da un testo, Geberi Philosophiae ac Alchimistae (1531), che riporta vari lavori di Geber, riprendo alcune immagini che illustrano i vari tipi di fornaci:

Frontespizio di Geberi Philosophiae ac Alchimistae,  Strasburgo 1531


 

Tratto da: The Works of Geber Englished by Richard Russell, London, 1678.
 

        Gli strumenti e particolarmente i forni o le fornaci (il prolungato e controllato riscaldamento dei materiali purificati) sono fondamentali per ogni lavoro alchemico, tanto che un forno è simbolo dell’alchimia, il forno Athanor, nome che proviene dal greco come parola composta da thanatos, che vuol dire morte, ed una a privativa davanti, che vuol quindi dire complessivamente immortalità (secondo un’altra versione Athanor deriverebbe dall’arabo al tannur che significa il forno per ottenere la fusione).

Athanor (da: J. C. Barchusen, Elementa Chemiae, Leyden 1718)

        Ma il forno doveva avere significati bel più profondi e rapportabili completamente all’uomo se uomo e forno vengono rappresentati con medesime sembianze:

Alla sinistra è rappresentato un forno antropomorfo (da: G. Dorn, Aurora, Basilea 1577). Alla destra un forno a forma di generatrice o matriz (da: Andreas Libavius, Alchimi, Francfort 1606). Da alcuni alchimisti cristiani l’Uomo venne considerato per analogia il “Forno filosofico” in cui si compie l’elaborazione del pensiero capace di scoprire le capacità di trasmutazione che conducono alla purezza. 
 

        Preparati opportunamente gli ingredienti con il riscaldamento di cui dicevo nel forno alchemico e nel vaso di Ermete chiuso ermeticamente, si passava al processo di moltiplicazione. In questa fase la quantità di materia prima che l’alchimista ha già trasmutato può venire moltiplicata a volontà per semplice contatto con la pietra moltiplicatrice nell’ultimo passaggio della Grande Opera che è chiamato proiezione.

        Anche sulle operazioni necessarie per il raggiungimento dello scopo finale vi è disaccordo tra alchimisti. Per Paracelso le operazioni dovevano essere sette mentre, ad esempio, per Antoine-Joseph Pernety (1716-1796) dovevano essere le dodici di seguito elencate (messe anche in relazione con i segni dello Zodiaco):

I processi alchemici

        Tento qualche spiegazione dei processi elencati. aiutandomi con il Read(12). La «calcinazione», o riscaldamento all’aria, portava al «fissaggio» dei metalli fusibili, ed in tal modo essi assumevano una forma solida permanente o «calce» che resisteva a ogni ulteriore cambiamento. La «distillazione» fu spesso immaginata come un processo a due stadi, l’ascendente e il discendente, simbolicamente rappresentati da uccelli che volavano verso l’alto e verso il basso. Allo stesso modo, cigni, colombi o altri uccelli che volavano verso l’alto, simboleggiavano la «sublimazione». Si pensava che sublimando più volte una stessa sostanza, si potesse arrivare alla sua quintessenza. Con il termine «putrefazione» o «mortificazione» veniva indicata la «morte di un metallo» causata generalmente dal calore (ossidazione); il processo inverso di «ritorno alla vita» o «risurrezione» (riduzione) era interpretato dagli alchimisti come il ritorno dell’anima di un metallo nel suo corpo. Si supponeva che questi due processi si manifestassero con la comparsa dei colori nero e bianco. Secondo un’idea molto diffusa, anche l’oro, il metallo perfetto, doveva subire la mortificazione per permettere al suo «seme» di germogliare o crescere quando si fosse trovato in un mezzo adatto. «Il grano e gli altri semi dei vegetali, gettati nel terreno, prima di poter germogliare devono decomporsi», scrisse Paracelso riferendosi a una diffusa anche se errata concezione medioevale. Il processo di «congiunzione» era considerato come l’unione del maschio con la femmina, del Sole con la Luna, dello zolfo con il mercurio, del solido con il volatile, del rospo con l’aquila e così via. Nella «nutrizione» il recipiente per la reazione era riempito di materiali preparati al momento. La «circolazione» era una forma continua di distillazione in vaso chiuso; questo processo fu spesso condotto in un vaso a due braccia, l’alchimistico pellicano (già incontrato), o in un doppio vaso. 
        La «nutrizione» fu anche riferita alla leggenda del pellicano che nutre i propri figli con il sangue che esce dal suo petto(11). Due nomi di questi processi erano di

Pellicano alchimistico

grande importanza perché venivano usati per indicare le ultime due operazioni culminanti nella trasmutazione. Un principio fondamentale dell’alchimia affermava che, una volta ottenuta la pietra o polvere per la «proiezione» nella sua forma grezza, si poteva aumentare enormemente la sua forza con un processo di «moltiplicazione». A questo punto può nascere di nuovo un po’ di confusione: infatti i fabbricanti d’oro indicavano con lo stesso termine l’aumento della quantità iniziale d’oro usata come massa iniziale nelle loro trasmutazioni. Alcuni sostennero che la medicina (la pietra) poteva venir moltiplicata «all’infinito» con il mercurio. Nella operazione finale, chiamata «proiezione» una piccolissima quantità della preziosa polvere, avvolta di solito nella carta o chiusa nella cera, veniva gettata in un crogiolo rovente contenente mercurio, piombo fuso o altre sostanze che dovevano subire la trasmutazione.

        Il fuoco giocava quindi un ruolo importante. L’uovo filosofale, contenente il pulcino (pietra filosofale) veniva aperto con il fuoco (simbolicamente rappresentato da una spada) che era il calore della cova e quindi un calore dosato con estrema cura, ed infatti, come accennato, era proprio il dosaggio del calore uno dei problemi più grandi degli alchimisti.

La rottura dell’uovo filosofale (il vaso di Ermete) con la spada (fuoco) originerà il pulcino (pietra filosofale).
 

        La cura dell’uovo è sempre presente ed in tal senso non deve turbare il fatto che nella precedente figura compaia una spada. L’operazione di apertura dell’uovo è sempre qualcosa di delicato, come mostrano le immagini che seguono, le quali fanno esplicito riferimento alla delicatezza necessaria con l’uovo filosofale.

Da Arthur Henkel, Albrecht Schone, Emblemata, ristampa, Stoccarda 1967. Dal frontespizio di un monumentale commentario biblico di un monaco del XVII secolo dove si riportano Glossae medievali di Strabone e di Nicola di Lyra. A partire dal 2° volume, i successivi cinque tomi portano sul frontespizio un’immagine mitologica, con la scritta noctu incubando diuque. Si allude al significato dell’Opus di Dio, consistente nell’operare la trasformazione della vita, la nascita di una creatura nuova, come il pulcino nasce dalla gallina che lo cova. Il “noctu diuque” indica, inoltre, come il processo spirituale non deve avere soluzione di continuità.

Il Forno Filosofico e la gallina che cova (Speculum veritatis, XVII s.: Biblioteca Apostolica Vaticana, Cod. lat. 7286)

         E’ d’interesse osservare che l’uovo è simbolo utilizzato anche da uno dei massimi pittori del Cinquecento, Piero della Francesca. Si osservi questa sua Madonna dell’uovo:

Piero della Francesca, Madonna dell’uovo (1472-1474)

Piero della Francesca, Madonna dell’uovo (particolare)

        I problemi si ponevano per controllare i gradi di calore forniti dai fuochi (oggi si direbbe: la temperatura). Non si poteva sbagliare di troppo perché i processi che avvenivano dentro l’uovo erano di tipo incubazione ed era il tempo insieme al grado di calore che giocava un ruolo importante. Per alcuni processi si immaginavano addirittura cento anni di fuoco di modo che Maier poté dire (1617) che il tempo che la Natura ha a disposizione è estremamente lungo … Il tempo a disposizione dell’Arte è [invece] molto brevecosì che, per ingannare il tempo della Natura fu creato il mese dei filosofi che aveva la durata di 40 giorni!

        Come già detto gli astri giocavano ruoli fondamentali ma non tutti erano d’accordo su quali fossero gli astri favorevoli a determinati processi. L’alchimista Norton, ad esempio, sostenne (1447) che la Grande Opera doveva iniziare con il Sole nel Sagittario e la Luna nell’Ariete e doveva terminare con il congiunto influsso di Sole e Luna nel segno del Leone.

        Altra complicazione per l’alchimista era il colore (ho dato un qualche cenno qua e là). Occorreva seguire l’Opus nel suo complesso attraverso i differenti colori che le varie sostanze assumevano via via durante i processi. Anche qui vi erano colorazioni a priori che, per quello che rappresentavano nelle analogie, dovevano essere preferite. Si doveva partire dal nero per passare al bianco, poi al giallo e quindi al rosso e questo in analogia sia con i gradi di nobiltà dei quattro elementi che con quella dei quattro umori del corpo:

COLORIELEMENTIUMORI
NeroTerraBile nera
BiancoAcquaFlemma
GialloAriaBile
RossoFuocoSangue

Nel passaggio da un colore all’altro occorreva vedere i colori della coda del pavone; e se ciò accadeva voleva dire che tutto andava bene (Carnock, 1574). Il nero aveva il significato di completa putrefazione mentre il rosso si doveva ottenere dopo il nero, altrimenti tutto il processo era fallito. Il raggiungimento del rosso era un successo importante, un preparato in grado di moltiplicarsi (Ripley, XV secolo).

        Ed i colori, proprio per la loro  importanza al fine della buona riuscita dell’Opus, assumono importanti significati anche in relazione allo stato di salute dell’uomo che, lo ricordo, è determinato (fori della teoria di Paracelso)dall’equilibrio dei quattro umori: flemma, irascibilità, malinconia e sangue. La cosa ci viene descritta dal mago ed alchimista tedesco Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim (1485-1535) nel suo De occulta philosophia (1533). Egli dice (Capitolo XILX):

Gli elementi hanno i loro colori, mediante i quali i medici analizzano la complessione ed il carattere di un corpo. Il colore della terra, quando è fredda e secca, è scuro e nero ed indica un carattere malinconico [ciò si capisce meglio ricordando che in latino malinconia si dice atra bilis che vuol dire bile nera, ndr] e saturniano. Il celeste chiaro denota che uno ha catarro, poiché il freddo rende bianco l’umido e annerisce il secco. Il colore rosso indica sangue, fuoco che accende l’ira, la quale, per la sua propria inconsistenza, si mescola facilmente con tutti e origina diversi colori: se si mescola con il sangue, il rosso è il colore dominante; se domina l’ira, diventa rosato e se la mescola è in parti uguali, diventa rossiccio. Se l’ira è accesa con il sangue, diventa grigia: rossa quando domina il sangue, rosata quando domina l’ira. Se si mescola con l’umore malinconico, diventa nero, ma mescolato con la malinconia e la flemma in proporzioni uguali diventa grigio; se domina la flemma, giallo scuro, e se domina la malinconia, verde chiaro. Se si mescola solo con la flemma in proporzioni uguali, diventa color cetrino; se vi è maggiore quantità dell’altro, diventa pallido. Non vi è dubbio che tutti i colori hanno maggiore virtù quando abbiamo a che fare con sete, metalli, cose trasparenti, pietre preziose ed oggetti simili ai corpi celesti.

        Da ultimo anche la musica aveva la sua importanza. Questo era un elemento di provenienza pitagorica, le armonie delle note musicali con le loro proporzioni aiutano della Grande Opera ed indicano le proporzioni tra i principi attivi (Norton, 1477).

        Infine non poteva mancare la preghiera, la purezza di cuore e l’assenza di peccato e l’imperativo dell’alchimista era:

Prega, leggi, leggi, leggi, rileggi, lavora ed alla fine troverai quel che cerchi (Mutus Liber, XIV Tavola).

NOTE

(1) A. Pichot – La nascita della scienza – Dedalo 1993

(2) Vi è, come accennato, una grande incertezza a situare le origini dell’alchimia. Certamente essa ha avuto a che fare con le abilità dei vasai, dei metallurgisti e dei forgiatori che operavano principalmente in Mesopotamia. Questa parte estremamente evoluta del mondo avrebbe poi esportato le conoscenze sia verso Occidente, l’ Egitto e la Grecia, sia verso Oriente, Cina ed India. Le conoscenze via via accumulate furono poi sistematizzate in Egitto durante il periodo ellenistico. Nei primi secoli del cristianesimo, con forti influenze neopitagoriche e neoplatoniche, si ebbero le prime opere scritte di alchimia.

Il nome alchimia, usato probabilmente per la prima volta da tal Giulio Firmico contemporaneo di Costantino per indicare una particolare scienza appresa dagli arabi,è derivato propriamente dall’arabo al khem con al articolo e khem sostantivo. E khem è l’antico nome dell’Egitto che derivava dal colore delle sue terre fertili sulle rive del Nilo, terre nere oppure dal fatto che l’Egitto fosse la terra del cammello. Altre derivazioni possono essere dall’ebraico qamû e dal greco kaiô che hanno il significato di arderebruciare. Altre ancora fanno discendere alchimia dall’arabo al e chema che vuol dire il segreto o sempre da al e dal greco chemeia che vuol dire la fusione. In definitiva alchimia è il nome dal quale si riteneva discendesse l’arte delle trasformazioni della materia. Ed è certamente vero che in Egitto si fosse esperti in alcune tecniche che in qualche modo sono legate ai primordi dell’alchimia, come la colorazione del vetro, la tintura dei tessuti, la fabbricazione di smalti, la lavorazione dei metalli tra cui assumerà un valore simbolico importante l’oro.

(3) A questo punto si inseriscono tutta una serie di speculazioni che portano ad associare altri simboli, come quello della Stella di David. Vediamo come (tratto da: Alessandro E.M. Pisani, Scritti alchemici e curiosihttp://www.freemasons-freemasonry.com/alchimia_3.html).

        In ebraico l’alchimia ha preso il nome di chokhmat ha-tzeruf: letteralmente “scienza della trasformazione”. Lo stesso verbo TS-R-PH denota l’attività di trasposizione delle lettere (permutazione gematriaca) grazie alla quale una parola può andare incontro a innumerevoli metamorfosi. Applicando il calcolo gematriaco al termine stesso di TS-R-PH si ottiene un valore pari a 370, valore identico a quello del verbo SH-L-M che significa “essere compiuto, terminato” e “vivere in pace, avere pace”. A questa stessa forma è legato il nome di Salomone, il re di Israele la cui figura è connessa da significativi legami alla pratica alchemica. Viene tramandato, infatti, che egli usò il verme Shamir allo scopo di tagliare le pietre da utilizzare per la costruzione del primo tempio. La tradizione vuole anche che egli abbia ricevuto la pietra filosofale dalla regina di Saba. Ancor più significativo, però, è che al suo nome sia associato il nome di quel sigillo che sarà poi meglio conosciuto come maggen David o, in Occidente, “Stella di David”. Questa stella a sei punte  è formata dalla sovrapposizione di un triangolo equilatero rovesciato su un altro, sintetizzando così nella figura ottenuta i simboli dei quattro elementi : il triangolo con la punta rivolta verso l’alto che rappresenta il fuoco D, quello con la punta verso il basso l’acqua  Ñ, quello del fuoco troncato dalla base di quello dell’acqua che rappresenta l’aria, mentre quello dell’acqua troncato dalla base di quello del fuoco che rappresenta la terra. Come ricorda il  Dictionnaire des Symboles di Chevalier e Gheerbrant (t. IV, p. 160):




“Se si considerano le quattro punte laterali della stella, alle quali si associano le quattro proprietà fondamentali della materia [da sinistra in alto, in senso orario, rispettivamente : caldo, secco, freddo, umido; nda]  si può vedere la manifestazione delle corrispondenze tra i quattro elementi  e le proprietà opposte a due a due. Il fuoco combina il caldo e il secco, l’acqua l’umido e il freddo, la terra il freddo e il secco, l’aria l’umido e il caldo. La variazione di queste combinazioni produce la varietà degli esseri materiali. Il sigillo di Salomone appare allora come la sintesi degli opposti e  l’espressione dell’unità cosmica”.




Nel sigillo di Salomone si rappresenterebbe allora la finalità ultima della ricerca alchemica, quella che Paracelso (Aureolus Philippus Theophrastus Bombastus von Hohenheim) nel suo commento alla cosiddetta Rivelazione di Ermete definisce “la perfetta equazione degli elementi”. E’ opportuno ricordare, inoltre, che la tradizione ermetica associa a ognuno dei sei vertici (dall’alto in senso orario) i metalli di base e i pianeti corrispettivi (argento-Luna, rame-Venere, mercurio-Mercurio, piombo-Saturno, stagno-Giove, ferro-Marte) riservando a oro-Sole l’esagono centrale. In questa rappresentazione simbolica si può anche individuare l’espressione di quelle leggi naturali che fanno sì che la forma esagonale sia di gran lunga la preferita quando forze diverse cerchino un equilibrio, una simmetria e dunque un’equa ripartizione del piano o dello spazio :

“le simmetrie quadrate ed esagonali si impongono giacché i soli poligoni regolari che possono ‘riempire’ il piano (senza interstizi) sono il quadrato, il triangolo equilatero e l’esagono […] Due poliedri semiregolari permettono pure la equa ripartizione dello spazio : sono il prisma regolare esagonale e il semipoliedro (archimedeo) di lord Kelvin (8 facce esagonali, 6 facce quadrate, 24 vertici, 36 raggi uguali).” [Ghyka 1959: 36, nota 2].

Seguendo questa interpretazione, si può dire allora che il sole-oro alchemico rappresenta quello stato della materia in cui giungono a perfetto equilibrio le diverse e discordanti forze associate a ognuno degli altri metalli, così come l’esagono centrale del sigillo di Salomone è l’unico “luogo” in cui possono unirsi e fondersi i sei vertici, l’unico “luogo” in cui, a completamento dell’Opera, è possibile ripristinare l’equilibrio dell’Inizio. Del tutto opportunamente in questo esagono centrale viene talvolta inserito il Tetragramma, il nome dell’Uno che creò la sostanza basilare, essenziale, dalla quale per via di diversi e molteplici livelli di degradazione si pervenne al molteplice, il quale a sua volta grazie alle pratiche dellachokhmat ha-tzeruf potrà essere ricondotto alla perfetta unità originale. E’ opportuno ricordare che il sigillo di Salomone deve essere anche visto come il simbolo della creazione in sei giorni. L’esagono centrale indicherebbe allora il settimo giorno, quello del riposo, della stabilità, del perfetto equilibrio.

(4) Non stupisca l’accostamento della ricerca dell’oro con misticismo. In una scala di intrinseca nobiltà, l’oro era il metallo perfetto. E ricercare oro era ricercare la perfezione. In analogia, la ricerca della perfezione dell’uomo era operazione di carattere mistico.

(5) Zosimo nato a Panopoli (nome greco dell’egiziana Akhmi’n), città del medio Egitto, e vissuto ad Alessandria di cultura greca, è il primo grande scrittore di alchimia in lingua greca. Fu uno scrittore prolifico che avrebbe scritto ben 28 libri. Di lui è rimasto un ampiocorpus di scritti, dedicati agli aspetti più tecnici dell’alchimia, titoli e frammenti.

(6) L’elemento mercurio era chiamato argento vivo. Tra l’altro si credeva che se solo quell’argento vivo si fosse solidificato, sarebbe diventato l’ordinario argento.

(7) Ruggero Bacone è personaggio di cui non si sa molto. Anche il suo nome non è certo perché in quell’epoca si tendeva a dare a dei lavori i nomi di persone illustri al fine di avere subito fama. Non si è quindi sicuri che tutte le opere attribuite a Ruggero Bacone (Opus Minus, Opus Major, Alchimia Major, Trattato di Filosofia) siano della stessa persona. Sembra sia nato intorno al 1210 nella contea di Sommerseti, in Inghilterra, trascorse la maggior parte della sua vita in prigione. Studiò presso l’università di Oxford, quindi in quella di Parigi fino al 1250, in questo stesso periodo rientrò in Inghilterra per vestire l’abito dell’ordine Francescano. Sorpreso dai frati nel suo laboratorio alchemico venne denunciato dal generale dell’Ordine, San Bonaventura, condannato a lasciare Oxford ed imprigionato a Parigi nel convento dei Francescani. Tutto ciò che si sa sulla sua vita si può trovare in bibliografia 4. Sembra sia morto nel 1294.

(8) Giabir ibn-Hayyan è un alchimista arabo, noto in occidente con il nome di Geber, vissuto probabilmente tra il nono e decimo secolo (760-815). Anche per Geber è probabile che molti scritti a lui attribuiti (De alchemiaSumma perfectionis magisterijLiber de septuaginta, …) non siano suoi. Ma vi è di più. Secondo recenti ricerche Geber  non avrebbe mai scritto la Summa. Quest’opera sarebbe di un francescano, Paolo di Taranto, del XIII secolo e lettore presso il monastero di Assisi. Per compiere la trasmutazione di un metallo in un altro è necessario, secondo la teoria di Geber, utilizzare due diversi composti medici, uno in grado di trasformare i metalli vili in oro (la pietra filosofale o il grandeelisir) e l’altro di trasmutarli in argento (il piccolo elisir). Le prescrizioni per ottenere queste medicine sono però date in un linguaggio ermetico, cosi da riuscire incomprensibili.

(9) La scoperta dell’alcol giocherà un suo piccolo ruolo nel confutare le dottrine aristoteliche. Esso risulta umido e caldo anziché umido e freddo, come avrebbe dovuto essere nella teoria di Aristotele.

(10) Francis Bacon (1561-1620) in Temporis partus masculus (1602) darà il seguente giudizio su Paracelso:

Scorgo da un’altra parte il gruppo degli alchimisti, alla testa dei quali fa mostra di sé Paracelso che, per la sua audacia, merita di essere affrontato separatamente dagli altri. Gli altri infatti che sopra abbiamo poc’anzi rimproverato sono esempi di menzogna, tu sei un mostro. Quali oracoli di Bacco tu, emulo di Epicuro, vai attingendo per noi nelle metéore? A questo proposito, mentre quello sembra enunciare le sue opinioni a caso, come un uomo mezzo addormentato e che sta facendo tutt’altro, tu, più stolto del caso, sei pronto a giurare sulle parole della più assurda menzogna. Esaminiamo ora il resto di ciò che ti riguarda. Quali imitazioni dei prodotti dei tuoi elementi, quali corrispondenze, quali parallelismi vai sognando, o fanatico accoppiatore di fantasmi? Tu hai fatto dell’uomo una specie di pantomimo, e quanto sono ammirevoli quelle tue sottili distinzioni (concetti tuoi senza dubbio) con le quali hai tentato di spezzare l’unità della natura! Per questo sopporto più volentieri Galeno che pondera i suoi elementi, piuttosto che te che vai celebrando i tuoi sogni. Galeno infatti si occupa delle qualità occulte delle cose, mentre tu ti occupi delle qualità comuni e volgari. Quanto siamo miseri noi, condannati a vivere in mezzo a tante odiose vuotaggini. Quanto è fastidioso vedere un uomo, abilissimo nell’impostura, inculcare negli spiriti una triade di principi, vale a dire una concezione non completamente inutile e che ha un certo contatto con la realtà! Ora ascolta l’enumerazione dei delitti più gravi. Tu, confondendo le cose divine con quelli naturali, il profano con il sacro, le eresie con le favole, hai profanato, o sacrilego impostore, sia le verità umane sia quelle divine. Tu non soltanto, come i Sofisti, hai oscurato la luce della natura (il cui santissimo nome la tua impura bocca pronuncia tante volte), ma lo hai spento addirittura. Essi disertarono l’esperienza, tu l’hai tradita. Subordinando a una contemplazione prescritta l’evidenza materiale e palpabile delle cose e cercando la materialità delle sostanze invece del calcolo dei movimenti, hai tentato di corrompere le fonti della scienza e di impoverire lo spirito umano. Alle difficoltà e alle oscurità degli esperimenti, ai quali i Sofisti sono avversi e di fronte ai quali gli empirici sono impari, hai aggiunto ostacoli nuovi ed estranei. Tanto ti sei allontanato dal seguire o dal riconoscere un’esperienza vivente! Per quanto ti era possibile, hai accresciuto l’ingordigia dei maghi comprimendo i pensieri importuni con la speranza, e la speranza con vane promesse: sei insieme un artefice e un prodotto dell’impostura […] Ma a questa sentenza portata contro Paracelso mi sembra di vedere tutti gli altri alchimisti colpiti da stupore. Senza dubbio essi riconoscono qui i loro propri decreti, quei decreti che Paracelso si è più preoccupato di promulgare che di fondare e che (allontanandosi dalla disciplina antica) egli ha rafforzato prudentemente con la sua arroganza. Costoro infatti vanno d’accordo fra loro in base a un’infinita serie di reciproche menzogne e ostentano in ogni caso le più vaste speranze; e, vagando per le vie dell’esperienza, talvolta per caso, e non per metodo, capita loro di incontrarsi con qualcosa di utile. Nelle loro teorie essi non si allontanano, da fedeli allievi delle fornaci quali sono, dall’arte di Paracelso.

(11) L’immagine del pellicano che dona il sangue ai propri figli, ricorrente nella simbologia cristiana, si può forse far risalire al “Fisiologo”, un bestiario redatto in ambienti gnostici alessandrini intorno al II secolo d.C. da un anonimo. Il libro traccia un parallelo tra caratteristiche immaginarie attribuite a vari animali e virtù cristiane. C’è da notare anche che il processo di moltiplicazione alchemico ha dei riferimenti chiari alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Osservo di passaggio che la Moltiplicazione e la Trasmutazione si differenziano tra loro per gli scopi che raggiungono anche se sono entrambe operazioni filosofiche: 
– la Trasmutazione (che ha l’influsso della Terra) ha come scopo finale quello di “trasmutare” cioè di trasformare tutto in argento o oro. 
– la Moltiplicazione (che ha l’influsso della Luna) ha come obiettivo di agire su ogni regno della Natura e permette di identificare la pietra semplice (che esiste e si può reperire in natura anche se deve essere poi elaborata) e la pietra moltiplicatrice che sono ben diverse tra loro.

Per comprendere pienamente la differenza tra pietra semplice e moltiplicatrice si deve pensare alla caratterizzazione del mondo secondo l’alchimia: vi sono in gioco 5 nature (generativa, crescente e agente, decrescente e dolorante). Compito dell’alchimista che ricerca la Pietra Filosofale è lavorare prima con e poi contro Natura. Ci sono due percorsi (ascendente e discendente), che solo nel loro insieme danno luogo alla perfezione alchemica, all’uomo d’oro, alla trasmutazione. La pietra moltiplicatrice è il punto di partenza del percorso generativo e ascendente, perché fa crescere i 4 elementi e i 3 principi della chiave del 3; la moltiplicazione riguarda anche le operazioni alchemiche, che si accrescono e acquistano forza. Durante la fase discendente la pietra semplice permette al misto di conservarsi nel suo stato di salute: si ha così una fissazione del misto che, invece di morire ed essere riciclato, si trova fuso nella pietra semplice stessa. 
Questi 2 percorsi trovano la loro perfezione nella trasmutazione della Pietra filosofale, che riunisce in un unico processo le operazioni.

Differenza fondamentale tra pietra semplice (di colore verde) e pietra filosofale è che la prima ha un solo possibile uso: una volta utilizzata perde tutti i suoi poteri di trasformare i metalli vili in oro. E’ comunque possibile lavorare al forno per del tempo (a volte anche centinaia di anni) la pietra semplice per ottenere la pietra moltiplicatrice (colore viola). E’ il colore che darà la certezza dell’avvenuta trasmutazione.

Una volta ottenuto dell’oro con la pietra semplice, sarà possibile moltiplicarlo con la pietra moltiplicatrice.

(12)  John Read – Dall’alchimia alla chimica – Longanesi 1960, pagg. 56-58 
 


BIBLIOGRAFIA

1) A. Pichot – La nascita della scienza – Dedalo 1993

2) John Read – Dall’alchimia alla chimica – Longanesi 1960

3) Alexander Roob – Alchimia & Mistica – Taschen 1997

4) Ruggero Bacone – La scienza sperimentale. Lettera a Clemente IV. I segreti dell’arte e della natura – Rusconi 1990

5) Serge Hutin – L’alchimia – Dellavalle 1971

6) Walter Scott (a cura di) – Hermes Trismegisto: Corpus Hermeticum – EDAF Madrid 1998

7) Paracelso – Paragrano – Laterza 1973

8) Alexander Koyré – Misticos, espirituales y alquimistas del siglo XVI aleman – Akal Madrid 1981

9) Charles Webster – Magia e scienza da Paracelso a Newton – il Mulino 1984

10) Paolo Rossi(a cura di) – Il pensiero di Francis Bacon – Loescher 1974

11) http://hdelboy.club.fr/bibliot_phil_chim.html (Una raccolta importante di testi ed immagini alchemiche in francese)

12) Michele Giua – Storia della chimica in Storia delle Scienze a cura di Nicola Abbagnano – UTET 1965

13) Enrico Cornelio Agrippa – La filosofia occulta o la magia – Edizioni Mediterranee 1972


da http://www.storicamente.org/05_dossier.htm

            Se si dà una figura che, per antonomasia, ha identificato nella cultura occidentale il nemico, questa è certamente quella dell’anticristo: non un qualsiasi avversario, bensì l’antagonista dello scontro decisivo che si consumerà nei tempi finali della vicenda di questo mondo. Da una tale identificazione si è ingenerata una delle retoriche più efficaci e perciò sfruttate nel corso dei secoli per la caratterizzazione ultimativa del nemico che di volta in volta ci si trovava a combattere, fosse l’impero o l’imperatore, il papa o Lutero, lo zar o il dittatore di turno. Non è quindi senza significato, per lo scopo che ci si prefigge qui, cercare di cogliere come e quando abbia preso forma per la prima volta un simile strumento per l’individuazione e la costruzione di una tale figura.

Al proposito, la corrente storiografica prevalente e consolidata considera che in essa confluisca tutta una serie di precedenti tradizioni e idee, riconducibili ad un mito cosmico-escatologico che affermava l’incombenza e l’ineluttabilità dello scontro finale contro un nemico di origine sovrumana (il drago del mito babilonese). In questa luce, l’anticristo dei cristiani non sarebbe altro se non l’ultima e più articolata declinazione di una tale vicenda, variamente espressa nell’Antico e soprattutto nel Nuovo Testamento, nelle sezioni apocalittiche dei vangeli sinottici, nella seconda lettera ai Tessalonicesi e in special modo nell’Apocalisse[1].

Se però si abbandona una tale precomprensione e non si dà per scontata l’esistenza di una generica “idea dell’anticristo” nelle grandi tradizioni religiose e in quella biblica in particolare, bensì si resta saldamente ancorati ai testi degli autori cristiani dei primi secoli in cui il termine “anticristo” effettivamente compare, si potrà osservare come la creazione dell’“anticristo” non si comprenda al di fuori del formidabile conflitto ermeneutico che nel corso del II secolo oppose i giudei ai cristiani e divise gli stessi cristiani – tra cui vanno ricompresi anche gli gnostici e i seguaci di Marcione, che solo dopo l’affermazione della chiesa episcopale potranno essere derubricati a «eretici» – riguardo a fondamentali questioni tanto cristologiche, quanto escatologiche: la natura del Regno annunziato da Cristo, il significato della sua attesa e i tempi della sua venuta, il ritardo della parusia e gli avvenimenti destinati a precederla.

In questo senso, allora, l’ “anticristo” si viene delineando in un preciso tornante storico tra la fine del II e l’inizio del III secolo, al crocevia di conflitti interni ed esterni vissuti dalle comunità cristiane. Il dato qui più interessante è che alla soluzione di tali conflitti abbia contribuito la costruzione della figura di un “nemico”, la cui collocazione è però dislocata in un futuro tutt’altro che prossimo; per i cristiani sottoposti ora alle persecuzioni del potere imperiale ora a conflitti scismatici ed eresiologici, la retorica dell’anticristo rappresentò paradossalmente un sostegno fondamentale: sapere che i mali con cui essi avevano a che fare erano i medesimi che gli eletti avrebbero dovuto affrontare contro l’ultimo nemico, in vista della imminente e definitiva liberazione, non poteva che essere motivo di consolazione e di resistenza di fronte all’infuriare della tribolazione.

Se infatti ci si muove in una prospettiva scevra da precomprensioni testuali, si vede come l’“anticristo” di cui si parla nelle lettere di Giovanni (unico luogo del Nuovo Testamento in cui compaia il termine) non sia una generica figura antimessianica, analoga o riassuntiva di quelle presenti nella letteratura precedente o coeva, ma indichi specificamente chi si oppone alla esatta comprensione della persona storica di Gesù Cristo e alla fede a ciò connessa; se davvero, come vorrebbe la linea interpretativa predominante[2], l’autore della prima lettera di Giovanni avesse condiviso l’idea, largamente diffusa, della figura escatologica antimessianica non si vede perché avrebbe dovuto ricorrere al conio di un termine così peculiare. Viceversa, se testi più o meno coevi come la Didaché, oppure di poco posteriori come il Dialogo di Giustino, davvero si riferissero (implicitamente) al medesimo concetto e rimontassero ad un sostrato comune, risulterebbe ben strana l’assenza in essi della benché minima traccia del termine anticristo, che compare solo ad opera di Ireneo, cioè nella seconda metà del II secolo. In realtà, l’unico altro scritto in cui il termine è presente, immediatamente posteriore all’epistolario giovanneo e da questo con ogni probabilità dipendente, la lettera ai Filippesi di Policarpo di Smirne, non ne mostra alcuna implicazione escatologica, e anzi lo lega ancora una volta ad una specifica polemica dottrinale, del tutto in continuità con l’interpretazione che viene qui avanzata dell’epistolario giovanneo.

Al momento della sua comparsa, dunque, il termine “anticristo” non pare avere alcuna connotazione escatologica né essere direttamente riconducibile alla vasta congerie di temi, tradizioni e testi che si agitavano nel mondo ebraico, o più generalmente mediorientale, in relazione alle speculazioni escatologiche o messianiche. Ancora alla coscienza di autori della prima parte del III secolo era ben presente il preciso significato eresiologico del termine “anticristo” dell’epistolario giovanneo, come confermano due passi del trattato di Tertulliano Sulla prescrizione degli eretici[3], datato al 200-202, di cui il secondo costituisce un vero e proprio catalogo delle eresie correnti all’epoca apostolica. Pure Origene, redigendo tra il 240 e il 250 il suo commento al Vangelo di Matteo (nella parte che qui interessa giuntoci grazie ad una traduzione latina, nota come Commentariorum series in Matthaeum), si limita ancora ad associare il significato dell’espressione ad alcune specifiche eresie[4], estendendolo più in generale ad ogni interpretazione deviante ed ereticale della Scrittura.

E’ del tutto evidente, però, come questa originaria linea di utilizzo del termine “anticristo” sia risultata residuale a partire proprio dal terzo secolo, per essere progressivamente marginalizzata da un uso del termine che individuava invece una precisa figura escatologica che si opponeva alla venuta di Cristo alla fine dei tempi, quella appunto dell’“anticristo”. Decisivo diventa dunque individuare quando e perché – e se possibile ad opera di chi – sia stata operata la sovrapposizione della tematica escatologica ad un termine che, invece, nasce e persiste con tutt’altra connotazione.

A parere di chi scrive, è stato Ireneo, vescovo di Lione nelle Gallie negli ultimi decenni del secondo secolo, ad elaborare i tratti della sua figura anticristica in stretta correlazione con la polemica cristologica da lui condotta contro lo gnosticismo e il marcionismo in particolare, e per questa via giunse ad utilizzarla anche per la costruzione di un’escatologia in competizione con quella giudaica.

Dal punto di vista della cronologia, la discontinuità segnata da Ireneo può essere confermata dall’esame della testimonianza di Celso che, all’incirca nei medesimi anni della stesura dell’opera ireneana, compose un articolato e ben informato scritto polemico contro i cristiani (il Discorso vero), da cui si può cogliere come a quell’altezza di tempo l’avversario trascendente cui si riferivano i cristiani fosse del tutto genericamente il Satana della tradizione biblica, non invece una specifica figura antimessianica, né quindi tantomeno l’Anticristo. Curioso indagatore di giudaismo e cristianesimo, buon conoscitore degli scritti e delle diverse articolazioni dei due mondi religiosi, Celso ne coglie il rapporto di derivazione e, sul punto che qui interessa, sostiene la provenienza dell’avversario del Figlio di Dio di cui parlano i cristiani dal concetto giudaico del Satana. Sul fondamento poi del discorso escatologico di Gesù (Ev. Matth. 24 e paralleli), destinato a diventare centrale in tutta la speculazione cristiana sull’Anticristo, Celso lega la genesi dell’idea che sta criticando alle effettive persecuzioni subite dai cristiani: essi, ammoniti e così turlupinati in anticipo da Gesù, attribuiscono a Satana le persecuzioni da cui sono afflitti al momento presente. A sua volta, il satana/diavolo biblico nascerebbe da una maldestra interpretazione dei più antichi, e perciò più autorevoli, miti teogonici della tradizione greca, tra cui spicca quello dei Titani. Il riferimento a questo e ad altri combattimenti celesti della tradizione teogonica mostra come Celso fosse consapevole delle implicazioni apocalittiche che i cristiani assegnavano al conflitto di Gesù e dei cristiani contro Satana; se solo avesse avuto sentore dell’esistenza di un “anticristo” in questo specifico contesto ben difficilmente ne avrebbe taciuto, dato che la sua argomentazione ne sarebbe uscita rafforzata e Gesù ben più ridicolizzato. In ogni caso, in nessun modo si può trarre da questo passo di Celso la conferma dell’esistenza di un mito anticristico, in quanto risulta univoca l’identificazione da parte di Celso dell’avversario di Cristo con Satana. Nella sua risposta di circa settant’anni posteriore, Origene gli obietterà di lasciare da parte la dottrina dell’anticristo; e in effetti Celso non solo non la conosceva, ma neppure poteva conoscerla.

Trascorrendo dal “quando” al “perché” della comparsa della figura dell’Anticristo, è possibile seguirne la progressiva genesi nel corso dei cinque libri della vasta opera di Ireneo, che inizia quale confutazione delle false dottrine gnostiche, come dichiarato dal titolo, per risolversi nella prima esposizione sistematica della teologia cristiana, al cui culmine si colloca l’escatologia delineata negli ultimi capitoli dello scritto.

Pure in Ireneo persistono consistenti tracce della funzione eresiologica del termine anticristo; ancora nel mezzo del terzo libro[5], polemizzando come già Policarpo contro le posizioni docetiste, che ritenevano soltanto apparenti le sofferenze di Cristo sulla croce, Ireneo ricorre alla definizione di anticristo delle lettere di Giovanni per bollarne i sostenitori e mettere in guardia il proprio gregge. Questo terzo libro è consacrato alla confutazione delle dottrine gnostiche e marcionite, e consiste in una sistematica esposizione dei luoghi, tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento, che sostengono le obiezioni mosse da Ireneo, che risulta così il primo autore cristiano a porre in organica connessione le due parti della Scrittura.

Quasi incidentalmente, a III 6,5-7,2 Ireneo viene a contestare l’interpretazione che da parte ereticale veniva data di alcuni luoghi paolini, in particolare della seconda lettera ai Tessalonicesi; è in questo contesto che si opera la prima, esplicita identificazione dell’Anticristo con «l’empio» che si oppone a Dio e si innalza sopra ogni altra realtà, figura che a sua volta Paolo riprendeva dalla tradizione apocalittica del libro di Daniele. Grazie alla testimonianza di Tertulliano (Tert., Adv. Marc. V 16,4-7), possiamo arguire che il passo di II Ep. Thess. 2,8 s., veniva utilizzato da Marcione per sostenere che il Demiurgo, cioè il dio cattivo dell’Antico Testamento avverso al Dio buono annunciato da Gesù, ingelositosi del vero Cristo apparso sulla terra, ne avrebbe inviato uno proprio caratterizzato dal potere satanico. Ireneo propone una lettura di questo passo imperniata sulla considerazione del modo di scrivere proprio dell’apostolo, che lo porta a fornire, a suo dire,  la vera interpretazione di questo, come di altri passi. Ireneo è il primo autore cattolico di cui possediamo una citazione della seconda ai Tessalonicesi, in un contesto di esplicita polemica antimarcionita e antignostica; da ciò e dalla ricordata testimonianza di Tertulliano possiamo dedurre che gli gnostici e i marcioniti dovevano far uso di questo testo paolino per sostenere volta a volta l’esistenza di più dèi sopra cui si sarebbe innalzato l’empio (II Ep. Thess. 2,4) o la futura comparsa di un inviato del demiurgo in opposizione allo stesso Cristo. In un simile quadro, mentre rivendica l’interpretazione ortodossa del testo paolino, Ireneo compie di fatto due operazioni gravide di conseguenze: da un lato, riconduce una figura sin lì problematica del pensiero paolino, quella appunto dell’oppositore di II Ep. Thess., ad un’altra, specifica categoria di uso corrente nel dibattito eresiologico, l’anticristo giovanneo, cui avrebbe fatto ricorso ancora pochi paragrafi dopo; dall’altro, distingue la generica azione di Satana contro Cristo e i suoi fedeli dalla specifica opposizione del soggetto satanico di II Ep. Thess. così ridefinito, la cui azione si colloca ancora, come in Paolo, in un contesto non ben precisato tra presente e futuro. Come Ireneo sia giunto a questa sovrapposizione, che costituisce una soluzione ad uno specifico problema esegetico posto da un’istanza esterna, l’interpretazione gnostico-marcionita di Paolo, rappresenta un interrogativo che è possibile sciogliere alla luce del contesto storico in cui il vescovo di Lione si trovò ad operare e di cui troviamo una traccia decisiva nel primo libro della sua opera, laddove si viene a parlare di Marco Mago, allievo dello gnostico Valentino, la cui setta era attiva proprio nelle Gallie in quel periodo. Il passo di I 13,1,  ci è conservato anche nell’originale greco, oltreché nella versione latina che ci ha trasmesso l’intera opera ireneana; vi si definisce Marco «quasi un vero precursore dell’anticristo»; ma una tale definizione non ha origine da Ireneo, che la trae da uno scritto polemico in versi contro il medesimo Marco Mago, opera di un non meglio precisato «divino vecchio e araldo della verità», esponente di quella tradizione profetico-presbiterale cui si rifà Ireneo per legittimare le proprie posizioni teologiche. Poco più avanti[6], infatti, Ireneo riporta il passo in questione, che suona: «O Marco, fabbricatore di idoli e esaminatore di prodigi, esperto di astrologia e di arte magica, con cui sostieni gli insegnamenti del tuo inganno, mostrando prodigi a quelli che sono ingannati da te, opere di una forza che conduce all’apostasia, che sempre ti consente di compiere il padre tuo satana, grazie alla potenza angelica di Azazel, trovando in te un precursore della nequizia avversa a Dio». E’ evidente nelle parole del «divino vecchio» la presenza simultanea di elementi della tradizione apocalittica giudaica, sino alla potenza angelica di Azazel, e di tratti più squisitamente cristiani; ma decisivo è osservare come, in un contesto connotato da elementi che saranno poi costantemente declinati in chiave escatologica (le azioni magiche, i prodigi e gli inganni, l’apostasia provocata da Satana, il ruolo precorritore), il composto che indica opposizione sia il generico antitheos (lett. «antidio»), laddove tutto parrebbe indicare che ci sia ogni condizione perché vi compaia il termine Anticristo; se ciò non accade, se ne deve dedurre che al tempo del «divino vecchio» (il cui attacco a Marco è posteriore alla metà del II secolo e quindi non molto lontano dall’epoca di composizione degli scritti di Celso e di Ireneo),l’anticristo escatologico non esisteva ancora, e la stessa teoria dell’opposizione satanica a Dio, legata a prodigi magici e produttrice d’apostasia, presentava caratteri escatologici alquanto confusi, se pure li presentava, nel caso specifico fortemente giudaizzanti per la menzione di Azazel. E’ dunque Ireneo che modifica l’espressione utilizzata dal «divino vecchio», riconducendola da una generica opposizione a Dio ad una specifica a Cristo, in linea con la tradizione giovannea e con gli intenti specifici della propria opera (un trattato antiereticale), senza caricarne il significato in senso escatologico. Se dunque dovesse ad altri la propria dottrina dell’Anticristo escatologico, Ireneo non l’avrebbe comunque tratta da quella tradizione dei presbiteri profeti cui appartiene anche il «divino vecchio» e a cui il vescovo di Lione sistematicamente riconduce i tratti più impegnativi delle proprie dottrine; ma allora, piuttosto che postulare una derivazione di cui non si riescono ad individuare le tracce, è decisamente più logico affermarne una genesi interna alla stessa riflessione ireneana[7].

Il ripensamento esegetico di cui abbiamo traccia nel terzo libro, pur accompagnandosi ancora alla persistenza dell’uso eresiologico, apre la strada per una nuova caratterizzazione del termine “anticristo”. Uno degli assi portanti della costitutiva forza dell’impresa dottrinale di Ireneo è, come detto, rappresentato dalla sistematica connessione istituita tra Antico e Nuovo Testamento, per cui il primo trova la sua piena realizzazione e la sua completa esplicazione nel secondo. Viene così a comporsi il disegno di quella «economia divina» che dalla creazione e dalla caduta si snoda attraverso la vicenda del mondo creato sino alla salvezza e alla definitiva ricapitolazione di ogni realtà in Cristo. In questo quadro, risultava imprescindibile per Ireneo il mostrare come tutte le profezie veterotestamentarie avessero trovato compimento o esplicazione nell’opera e nel messaggio di Cristo: come già negli scritti di Paolo, il dilazionarsi del ritorno di Cristo e della conseguente instaurazione del regno costituiva un elemento di problematicità, se non una vera e propria debolezza, del discorso cristiano a questo proposito. Come era infatti possibile affermare che il messia fosse giunto, se mancava ogni visibile segno della sua signoria? E’ questo il punto al centro del dibattito messo in scena alla metà del secondo secolo da Giustino nel suo Dialogo con il giudeo Trifone; ai capitoli 80 e 81 vi si afferma che tra i cristiani risultava aperto il dibattito se l’instaurazione del regno messianico di Cristo avrebbe coinciso con l’inizio di un millennio in cui gli eletti avrebbero regnato con lui in una Gerusalemme rinnovata, godendo di ogni bene della terra, secondo una dottrina propria di alcune correnti apocalittiche del giudaismo, nota appunto come millenarismo o chiliasmo, secondo il termine greco per indicare il numero mille. E’ chiaro, come del resto già rilevava Giustino, che non accogliere una tale dottrina eliminava in radice un elemento di problematicità, permettendo di collocare in una dimensione più spirituale e trascendente il segno della presenza di Cristo tra i suoi fedeli. E’ questa la strada seguita dal vangelo e dall’epistolario giovannei, e da autori come Clemente e Origene. Ma laddove non si volesse rinunciare alla visibilità del regno e della nuova Gerusalemme, il nervo risultava inevitabilmente scoperto. Non è un caso che l’Anticristo escatologico abbia la sua culla in un autore, come Ireneo, che del chiliasmo si fa aperto propugnatore, ponendo la celebrazione del millennio a conclusione della propria opera.

Se infatti Giustino si limitava a legare la seconda venuta di Cristo alla comparsa di «un uomo dell’apostasia»[8] che si sarebbe rivelato persecutore dei cristiani e bestemmiatore di Dio, Ireneo nel quinto libro istituisce una serie di sistematiche corrispondenze tra la figura e le azioni dell’Anticristo e alcune profezie, in specie quelle del libro di Daniele, che nella tradizione giudaica erano strettamente legate ai tempi della venuta messianica. In questo modo, Ireneo, come già Giustino, poteva assegnare la manifestazione gloriosa della messianicità di Cristo alla sua seconda venuta, e altresì contestare ai giudei la mancata comprensione dell’esatto significato delle profezie escatologiche, che li avrebbe condotti all’erronea identificazione del messia con colui che ne sarebbe stato invece l’oppositore e il mistificatore.

L’identificazione escatologica dell’Anticristo era stata anticipata da Ireneo ancora in conclusione del terzo libro, laddove, illustrando la dottrina di Cristo nuovo Adamo che in quanto tale redime l’uomo dal suo destino di morte, viene operata una cursoria identificazione dell’Anticristo con la terza bestia menzionata dal salmo 90,13: «Camminerai sull’aspide e sul basilisco e conculcherai il leone e il drago». Nell’ambito della sua dottrina della ricapitolazione di tutte le realtà in Cristo, Ireneo utilizza il passo per connettere il serpente genesiaco e quello citato in alcuni luoghi del vangelo di Luca (Ev. Luc. 10,19) e dell’apocalisse giovannea (Apoc. 12,9 e 20,2): si tratta ovviamente del diavolo, destinato ad essere incatenato per mille anni; aspide e basilisco sono per Ireneo figura del peccato e della morte prodotti dalla caduta genesiaca: l’esegesi può essere completata proprio con l’identificazione dell’Anticristo nel leone, che permette di creare una coerente catena che lega il libro della Genesi, il salmo 90, il vangelo e l’Apocalisse. Ma è oltremodo significativo che al di fuori di questo passo l’interpretazione anticristologica del salmo 90 non abbia avuto alcun seguito, così come l’uso escatologico del vocabolo Anticristo non sia mai supportato dalla citazione delle lettere di Giovanni, sostituite invece come testi di riferimento dall’Apocalisse e dalla seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi e, tra le profezie veterotestamentarie, da quelle del libro di Daniele; in altri termini, Ireneo pare essere giunto solo per strappi successivi ad una compiuta delineazione della figura escatologica dell’Anticristo, forgiandola per la contemporanea spinta, da un lato, del dibattito cristologico ed esegetico che lo vedeva opposto a gnostici e marcioniti e, dall’altro, del conflitto con il giudaismo per l’appropriazione dell’escatologia millenarista e per la sua regolamentazione nell’ambito cristiano. E’infatti questo l’ultimo snodo fondamentale che va chiarito per comprendere la logica e le motivazioni con cui Ireneo costruisce la sua anticristologia.

Sempre nella seconda metà del secondo secolo, infatti, si assiste ad una drammatica accelerazione delle attese escatologiche da parte di alcune correnti cristiane, tra cui spicca soprattutto il movimento promosso dal profeta frigio Montano (e per questo definito montanismo, nuova profezia o setta dei catafrigi), che predicava l’imminente fine del mondo e la discesa sulla terra della nuova Gerusalemme celeste, sulla scorta di una interpretazione letteralista dell’Apocalisse e di precisi debiti contratti verso l’escatologia giudaica. Sempre Celso sbeffeggia questo genere di profeti, che un po’ in tutto l’oriente «proclamano di essere Dio o il Figlio di Dio o uno spirito divino: annunciano la rovina del mondo, la perdizione degli increduli, la salvezza per chi crede loro, il loro ritorno con potenza celeste»[9], facendo uso di espressioni estatiche e oscure. A fondamento di questa impazienza apocalittico-escatologica veniva posta la speculazione su alcune indicazioni cronologiche presenti nell’Apocalisse (i milleduecentosessanta giorni di Apoc. 12) e soprattutto nel libro di Daniele (le settanta settimane di Dan. 9), da cui con ogni probabilità li aveva derivati anche l’autore dell’Apocalisse. Il libro di Daniele, poi, offriva anche l’occasione per ulteriori speculazioni, in quanto conteneva nel secondo capitolo la celebre visione di Nabucodonosor della statua le cui diverse parti e la cui caduta venivano interpretate ad indicare la successione dei grandi imperi universali e la distruzione finale dell’ultimo di essi, identificato con l’impero romano. La recrudescenza dell’attività persecutoria, su scala locale o generale, costituiva la scintilla che periodicamente accendeva una tale frenesia escatologica.

Al 202 risale lo scritto di un non meglio noto Giuda, che – ci informa di Eusebio di Cesarea – «nella sua trattazione sulle settanta settimane di Daniele termina la Cronografia al decimo anno del regno di Severo: egli riteneva che allora fosse già imminente anche la venuta dell’Anticristo, della quale si faceva un gran parlare. Con tale violenza l’incalzare della persecuzione, allora scatenata contro di noi, aveva sconvolto le menti dei più!»[10]. Sempre in quegli anni, Ippolito compone un vero e proprio commento esegetico al libro di Daniele, in cui tra l’altro irride la vicenda di due vescovi siriaci che si erano recati con il loro intero gregge nel deserto per attendervi il ritorno di Cristo e che si erano salvati solo grazie alla moglie del governatore che, cristiana, aveva interceduto presso il marito che si accingeva a sterminarli tutti, avendoli scambiati per una banda di briganti[11].

In una tale situazione, Ireneo, che pure non si occupa di Montano e condivide con lui la credenza chiliasta, aveva dunque già costruito, una trentina d’anni prima di Giuda e di Ippolito, un’interpretazione congiunta della profezie di Daniele e dell’Apocalisse che ne proiettava molto più in là l’effettivo compimento, in un futuro alquanto indeterminato ma sicuramente non incombente[12]. Ippolito, nello specifico trattato sull’Anticristo e nel quarto libro del commento a Daniele darà sostanza a questa linea interpretativa, che si proponeva chiaramente di smorzare le istanze profetico-apocalittiche presenti nelle comunità cristiane, proponendo una visione escatologica coerente e dilazionata nel tempo. In essa anche la figura dell’Anticristo, delineata da Ireneo, assume contorni sempre più precisi e, soprattutto, diviene il soggetto grazie a cui può risultare giustificato il ritardo nell’instaurazione del regno di Cristo; c’è infatti, come adombrato da Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi, qualcuno che ne ritarda la venuta, e costui ora, grazie ad Ireneo, ha un nome, Anticristo. Ma la sua comparsa è rinviata ad un momento sufficientemente lontano per depotenziare, ad un tempo, le obiezioni messianiche di parte ebraica e le inquietudini delle comunità cristiane, stabilizzandole sotto la guida dei vescovi.

Che la costruzione dell’Anticristo si collochi al crocevia di eresie cristologiche – in specie marcionite – e di addensamenti escatologici è confermato poi dagli scritti e dalla vicenda di Tertulliano. Questi non tratta esplicitamente dell’anticristo, ma gli accenni che compaiono in alcune sue opere, soprattutto in relazione ad alcuni passi neotestamentari e a temi specifici, permettono di cogliere un’evoluzione di estremo interesse, se si prova ad incrociare la cronologia delle opere con il tornante biografico della adesione al montanismo da parte di Tertulliano. Infatti, nel De praescriptione haereticorum, opera riconducibile alla fase iniziale della sua produzione (probabilmente tra il 200 e il 202), e comunque di certo anteriore alla scelta montanista, “anticristo” appare utilizzato nei capitoli 4 e 33 come mero connotatore di alcuni specifici eresiarchi, senza alcuna valenza escatologica, in ciò in linea con le lettere di Giovanni e di Policarpo. Cosippure Marcione è definito anticristo in questa accezione nel primo libro del Contra Marcionem (I 22,1). Il quadro muta proprio nel corso della composizione di quest’opera, che, ci informa Tertulliano stesso, ha conosciuto varie e travagliate fasi: dapprima, una stesura in un solo libro, pubblicata ma a noi non pervenuta; in seguito, intorno al 205-206, ne redigette una versione accresciuta a due libri, ma essa gli venne sottratta da un confratello poi apostata, che la mise in circolazione dopo averla adulterata; Tertulliano, quindi, ne approntò una terza versione (nell’anno 207-208), aumentandola a tre libri, grazie a una suddivisione del primo dei due che costituivano la stesura sottrattagli e soprattutto con l’aggiunta di frasi e di passaggi che mostrano, tra l’altro, il suo accostamento al montanismo. Tuttavia ancora a questo punto, e in specie a III 8, l’uso linguistico non pare mutato, sia pure con un significativo cambiamento nell’esegesi delle lettere di Giovanni[13]. E’ però con l’esplicita adesione al montanismo e alla sua escatologia chiliastica che l’anticristo tertullianeo assume un deciso connotato escatologico: nel De resurrectione mortuorum, anteriore al quinto e ultimo libro del Contra Marcionem (databile intorno al 212), appare pienamente sviluppata la cronologia escatologica che vede nell’anticristo un attore decisivo, in base ad un dossier testuale che Tertulliano condivide con Ippolito (anche se il difficile problema dell’identificazione di quest’ultimo e della datazione delle sue opere impedisce univoche conclusioni di dipendenza); a tale dossier Tertulliano apporta delle limitate ma significative nuances  ermeneutiche. Così, anche la definizione ireneana di Marco Mago quale praecursor viene utilizzata per reinterpretare ex post la figura degli anticristi dell’epistola di Giovanni; e però, non potendo per ovvi motivi cronologici definirli sic et simpliciter precursori dell’anticristo, Tertulliano li trasforma in precursori dello spirito di questo (V 16,4), in ciò forzando la lettera del testo giovanneo per giustificare l’ormai avvenuta escatologizzazione della figura anticristica.

All’incirca nel medesimo torno di anni, Ippolito, probabilmente un vescovo dell’Asia Minore, dedicherà all’anticristo un ampio trattato, in cui la figura escatologica assumerà una compiuta morfologia esegetica e teologica; da quel momento in poi, sempre più esso diventerà un potente strumento retorico di individuazione e di delegittimazione del “nemico” di volta in volta individuato, che accompagnerà la storia del cristianesimo nel corso dei secoli. Ma questa sarà già un’altra storia.

Note Quanto qui presentato è argomentato e documentato con maggior ampiezza e precisione nel volume L’anticristo. Testi dai secoli II-IV, a cura di G.L. Potestà e M. Rizzi, attualmente in corso di stampa per la Fondazione Lorenzo Valla – Mondadori, cui si rimanda anche per ogni ulteriore ragguaglio bibliografico, qui limitato a quanto strettamente necessario. [1] Fondamentali studi in questa direzione sono quelli di H. Gunkel, Schöpfung und Chaos in Urzeit und Endzeit, Vandenhoeck und Ruprecht, Göttingen 1895; e W. Bousset, Der Antichrist in der Überlieferung des Judentums, des neuen Testaments und der alten Kirche. Ein Beitrag zur Auslegung der Apocalypse, Vandenhoeck und Ruprecht, Göttingen 1895; per la storiografia recente, nonché per un aggiornato ragguaglio bibliografico, si vedano B. McGinn, L’Anticristo, trad. it., Corbaccio, Milano 1996 (ed. orig. 1994); C. Badilita, Les métamorphoses de l’Antichrist chez les Pères de l’Église, Beauchesne, Paris 2004. [2] Cf. p.e. Brown, Le lettere di Giovanni, trad. it., Cittadella Editrice, Assisi 1986 (ed. orig. 1982), p. 462; L.J. Lietard Peerbolte, The Antecedents of Antichrist. A Traditio-Historical Study of the Earliest Christian Views on Eschatological Opponents, Brill, Leiden 1996, pp. 101, 109, 113. [3] Tert., De praes.4,4 e 33,11. [4] Orig., Comm. ser. 33. [5] Iren, Adv. haer. III 16,5-8. [6] Iren. Adv. haer. I 15,6; anche di questo passo possediamo il testo greco. [7] Parrebbe opporsi a questa linea interpretativa il passo di Adv. haer. IV 29,1, dove Ireneo riferisce all’Anticristo l’espressione di II Ep. Thess. 2,10-12, nell’ambito di una lunga trattazione esegetica che afferma di aver udito un tempo da un «presbitero», a sua volta uditore degli apostoli; ma è impossibile determinare se il termine sia stato introdotto da Ireneo o appartenesse già al discorso da lui un tempo udito (e sempre ammesso che non si tratti di un sermo fictus). Al contrario, nel caso del «divino vecchio» citato letteralmente è possibile stabilire con certezza l’assenza del termine e la sua introduzione ad opera di Ireneo. [8] Giust., Dial. 32,3 s.; 110,2. [9] Celso in Origene, Contra Celsum VII 9. [10] Eus., Hist. Eccl. VI 7. Il decimo anno dell’impero di Settimio Severo è appunto il 202-203. [11] Ipp., In Dan. IV 18. [12] E’ importante osservare come invece la divergente linea interpretativa che fa capo a Clemente e Origene ottenga il medesimo risultato di depotenziamento delle profezie danieliche attraverso l’individuazione del loro avvenuto compimento in fatti storici ben precisi; quanto all’Apocalisse, esiste una forte corrente (cui appartengono ancora una volta Clemente e Origene) che la considera con estrema diffidenza, sino al rifiuto della sua canonicità e della paternità giovannea espresso dal romano Gaio, oggetto proprio su questo punto della polemica di Ippolito. [13] Citando II Ep. Io. 7, Tertulliano definisce gli “anticristi” lì menzionati « marcioniti in un certo senso precoci e abortiti». La notazione che distingue gli avversari di Giovanni da Marcione e dai marcioniti in senso stretto riveste un notevole interesse, perché nel De praescriptione haereticorum 33,11 gli «anticristi» presi di mira nell’epistolario giovanneo erano stati esplicitamente identificati da Tertulliano con Marcione ed Ebion: come visto, anche questo un indizio non pretermissibile dell’evoluzione, o quantomeno delle diverse accentuazioni che il termine «anticristo» viene ad assumere con lo svolgersi della produzione tertullianea. Del resto, subito dopo (par. 2) Marcione torna ad essere definito simpliciter anticristo, come già in I 22,1: se si tiene presente quanto detto circa le vicende della composizione dell’opera, non è da escludere che simili discrepanze derivino proprio dalle innovazioni e aggiunte che caratterizzano l’edizione a noi pervenuta, apposte da Tertulliano all’originaria stesura.  


Chi lo ha creato e a cosa serve?
(di Francesco Carbone – redazione www.razionalmente.net)

            Per la Chiesa Cattolica, il diavolo non è semplicemente un simbolo del male, ma un personaggio realmente esistente, dotato quindi di una sua personalità, di una sua volontà, quindi di libero arbitrio come gli esseri umani… ed è tanto tanto cattivo.

            Chi ha creato il diavolo? Ovviamente Dio. E perché lo ha creato?

            Bisogna dire che, secondo la dottrina cattolica, il diavolo in origine era un angelo buono e quest’angelo un bel giorno si ribellò a Dio. Divenne cattivo senza bisogno di un altro diavolo che lo tentasse.

            Ma perché mai Dio avrebbe creato questo angelo? Essendo onnisciente avrebbe dovuto sapere che si sarebbe trasformato in diavolo. Qual è quindi lo scopo del diavolo? L’unico scopo evidente è quello di tentare l’uomo spingendolo a commettere il male. L’utilità del diavolo è quindi quella di metterci alla prova, un test per vedere se siamo capaci di resistere alle tentazioni.

            Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, parte prima, sezione seconda, capitolo primo, articolo 1, paragrafo 7, comma secondo (La caduta degli angeli), è scritto:

Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c’è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, la quale, per invidia, li fa cadere nella morte. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo. La Chiesa insegna che all’inizio era un angelo buono, creato da Dio. “Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi” [Concilio Lateranense IV (1215)].

(Per quale motivo da buoni si sono trasformati in malvagi? Non c’è spiegazione. Non potevano essere tentati dal diavolo perché il diavolo non c’era ancora. Ma se una creatura dotata di libero arbitrio può fare il male senza bisogno di essere tentata dal diavolo, allora questo deve valere anche per l’uomo, quindi a cosa serve il diavolo?)

La Scrittura parla di un peccato di questi angeli. Tale “caduta” consiste nell’avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno.

(E chi glielo ha fatto fare? Non c’erano motivi di lucro o cose simili. Per invidia? Se era un angelo buono non poteva avere sentimenti negativi.  Com’è possibile per un angelo buono diventare d’un tratto malvagio?)

Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: “Diventerete come Dio” (Genesi 3,5). “Il diavolo è peccatore fin dal principio” (1Gv 3,8), “padre della menzogna” (Gv 8,44).

A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell’infinita misericordia divina. “Non c’è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta come non c’è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte” [San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 2, 4: PG 94, 877C]

(Dall’Inferno non si torna indietro per legge divina, ma perché non ci si potrebbe neppure pentire? E poi: a Dio non si può attribuire alcun difetto, è infinitamente buono… ma ha creato l’inferno, un luogo di pena eterna dal quale chi entra non esce più e scusate se è poco!!! Insomma Dio non ha creato il diavolo ma ha creato l’inferno, quindi tanto buono non è lo stesso.)

La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama “omicida fin dal principio” (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre [Cf Mt 4,1-11 ]. “Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo” (1Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l’uomo a disobbedire a Dio.

(E Gesù che era Dio poteva cadere in tentazione a causa del diavolo? Cosa sarebbe successo se Gesù, il figlio di Dio e Dio egli stesso avesse ceduto alla tentazione del diavolo? O forse il diavolo non sapeva che Gesù era Dio? E Gesù è venuto sulla Terra per combattere il diavolo e distruggere le sue opere? Per eliminare quindi la tentazione? Per aiutarci a vincerla?  O per eliminare la possessione diabolica? E Dio non faceva prima a distruggere direttamente il diavolo?)


La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l’edificazione del Regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo Regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina Provvidenza, la quale guida la storia dell’uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero, ma “noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28).

(La permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero? A me sembra solo una gran cavolata. Se il diavolo è utile, perché distruggere le sue opere? Se invece è inutile e dannoso, Dio che lo ha creato a fare? A me sembra che questa storia non stia in piedi neanche un po’. Non sta in piedi la questione della redenzione e quindi la venuta di Dio sulla Terra. Dalla narrazione biblica e dalle relative considerazioni contenute nel catechismo si deduce in modo evidente che l’uomo nel corso dei secoli ha cercato una spiegazione all’esistenza del male e nell’ambito delle varie religioni sono nate le più varie credenze.)

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Francesco Carbone
www.razionalmente.net

Non c’è nulla da fare, non cambiano. In Vaticano dicono idiozie ma è un loro diritto. I cattolici noti, come Scoppola, si genuflettono ed obbediscono diventando addirittura esegeti dei propalatori di idiozie ed è un loro diritto. I fedeli hanno fede e tanto basta per qualificarli: hanno diritto di aver fede e di votare Buttiglione. Quelli che non hanno fatto nulla siamo tutti noi che non hanno alcun dovere di sopportare il becerume quotidiano. Che qualcuno mi teorizzi il perché si discute di uomo e donna come entità separate. E se ne è capace mi dica quali sono le differenze in diritto. E se ci riesce costruisce l’unica categoria umana che costituisce un insieme separato (purtroppo non vuoto), quello degli imbecilli. Ha iniziato Ratzinger a riempire l’insieme (anche se, in realtà, vi è nato in quell’insieme). Scoppola aderisce. Chi si prenota ?

Roberto Renzetti

PS. Dimenticavo: Scoppola sarebbe uno storico cattolico (?). Risulta pure che è un margherito.

            Sabato 31 luglio il cardinale Joseph Ratzinger ha resa pubblica una sua “Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo“.

I commenti si sono concentrati per la gran parte sulle critiche portate da Ratzinger contro le recenti teorie femministe, in particolare contro la teoria del “genere”, che a suo giudizio cancella le differenze corporee tra i sessi ed esalta invece le diversità strettamente culturali, modellabili a piacimento.

            Ma oltre alle conseguenze antropologiche di tale teoria, vi sono anche le conseguenze teologiche, che intaccano non la periferia del dogma, ma i suoi elementi fondanti.

            Uno di questi è la maschilità di Cristo. C’è un libro famoso di Leo Steinberg, storico e critico dell’arte, uscito nel 1983 col titolo “The Sexuality of Christ in Renaissance Art and in Modern Oblivion“, che in italiano è purtroppo esaurito. Andrebbe riletto.

            In questa nota a commento della “Lettera” ratzingeriana, Pietro De Marco, docente alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale, ripropone con forza la lezione di Steinberg e la centralità irrinunciabile del Cristo maschio – in tutta la sua corporeità e sessualità – nella Rivelazione cristiana.


La Chiesa e la donna che entra nella storia
di PIETRO SCOPPOLA

            La Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo del cardinale Ratzinger ha un tale spessore culturale e riveste un tale interesse che credo valga la pena, anche a distanza di alcuni giorni dalla sua diffusione, tornare su di essa.

            Prima di tutto mi sembra vada sottolineata una novità di metodo nel documento che è anche novità profonda di sostanza. Il documento non si sviluppa sulla base di un richiamo al diritto naturale di cui la Chiesa rivendichi la corretta interpretazione, ma è tutto e solo fondato su una acuta lettura ed interpretazione della Bibbia.

            Vi è in questo una profonda innovazione rispetto ad una lunga, secolare tradizione, che neppure il Concilio Vaticano II aveva del tutto innovato. La Chiesa cattolica in sostanza, sui problemi sociali ed etici, si è posta per secoli come interprete e garante di un ordine naturale voluto da Dio; un ordine che la ragione umana era in grado di leggere purché non sviata dalle passioni e dagli interessi del secolo e tutelata in qualche modo dalla Chiesa stessa. Questo dava al suo insegnamento un carattere e una pretesa di universalità destinata a risolversi in una sorta di astoricità.

            La formula con la quale si apre il documento di Ratzinger – la Chiesa esperta in umanità – è quella usata per la prima volta da Paolo VI in un suo discorso all’Onu che segnò il primo superamento della tradizione di cui si diceva. Il superamento è ora pieno e consapevole nel documento di Ratzinger.

            Questioni da specialisti prive di interesse per il grande pubblico? Non direi se appena si sia consapevoli di quello che la Bibbia ha rappresentato nella cultura europea.

            E’ evidente anzitutto il respiro umano, la modernità di linguaggio che l’impostazione biblica conferisce al documento. E’ impossibile qui indulgere in citazioni ma si resta colpiti ad esempio da quell’invito ad accogliere “la testimonianza resa dalla vita delle donne come rivelazione di valori senza i quali l’umanità si chiuderebbe nell’autosufficienza, nei sogni di potere e nel dramma della violenza”.

            Ma al di là di ogni questione di linguaggio proprio quei problemi sui quali il documento è apparso ed è – in parte almeno – elusivo si pongono su basi nuove e in una luce nuova quando si passa da una prospettiva di razionalità naturale e di diritto canonico ad una prospettiva biblica. Penso ai discussi temi del sacerdozio femminile, dei sacramenti ai divorziati, delle convivenze prematrimoniali, e della stessa omosessualità. Non ci sono novità clamorose su questi temi ma mi sembra lecito prevedere che l’innovazione dell’apparato concettuale non potrà non incidere sui singoli giudizi di contenuto, come del resto è già avvenuto nelle chiese riformate che hanno fatto della Bibbia il cardine della loro identità.

            E infine un ultimo aspetto di rilevanza storica mi sembra vada sottolineato: non c’è dubbio che il confronto con l’Islam sia nel nostro futuro. Certe previsioni che si leggevano negli anni Settanta dello scorso secolo sulla inevitabile erosione e scomparsa del fattore religioso dalla storia umana a seguito dei processi di modernizzazione sono state clamorosamente smentite dalla realtà.

            Il fattore religioso è tornato a porsi nel bene e nel male come elemento decisivo nella storia umana: nel bene quando è fattore di pace e di convivenza; nel male quando assume le forme dei vari fondamentalismi che generano intolleranza e violenza.

            Ebbene il confronto con l’Islam ha proprio nella idea che si ha della donna, del suo ruolo, della sua dignità, uno dei suoi momenti critici. L’impostazione biblica del documento appare, a mio avviso, la più idonea a suscitare un confronto, ad aprire un dibattito. La riaffermazione da parte degli Stati come il nostro, che sono campo di immigrazione da paesi islamici, dei fondamentali principi costituzionali di uguaglianza e di pari dignità a prescindere da differenze di sesso e di religione, è fondamentale e irrinunciabile, ma è altrettanto importante e forse più importante ai fini della convivenza favorire un confronto che investa le radici stesse delle diverse culture.

             Non credo con queste mie poche osservazioni di aver dato la misura della importanza del documento e dei problemi che esso implica, ma vorrei avere, quanto meno, espresso l’esigenza che la laicità cui Repubblica si ispira è legittima preoccupazione di pluralismo e di distinzione di ruoli, ma non è disinteresse e tanto meno irrisione del fattore religioso.

(9 agosto 2004)

il manifesto  27 agosto 2004

LE DONNE DI RATZINGER
L’antico medicamento di una nuova ferita
Chiesa cattolica Una ferma risposta al «pericolo» del mutamento femminile
LEA MELANDRI

            Leggendo la Lettera sulla collaborazione dell’uomo e della donna del cardinal Ratzinger colpisce che un testo, inequivocabile quanto al senso e alle finalità che lo muovono, abbia potuto dare luogo a giudizi tra loro così contrastanti. C’è chi vi ha visto una Chiesa che finalmente «benedice la sessualità», chi, al contrario, una riconferma del suo assunto normalizzatore contro il rischio di un libero «polimorfismo sessuale»; chi un intervento utile a mettere fine al «caos» generato dal «veterofemminismo», chi invece, come Ida Domijanni e Luisa Muraro, un documento «nuovo» e «dirompente», che dimostrerebbe da parte della Chiesa un’inattesa capacità di ascolto rispetto «al cambiamento prodotto dalla rivoluzione femminista», in particolare nei confronti del «pensiero della differenza sessuale», che andrebbe così a riscuotere quel riconoscimento che ha atteso invano dalla sinistra (il Manifesto, 3 e 8 agosto 2004). A me sembra che «nuovo» sia essenzialmente il linguaggio, sapientemente modulato sull’idea del «dialogo», della «sincera ricerca della verità», così come insolito è anche l’imbarazzo là dove l’argomentazione mostra vistosamente la sua debolezza e contraddittorietà: un documento che nel titolo nomina l’uomo e la donna e che poi si occupa esclusivamente della «questione femminile», che invoca «valori», quali l’altruismo, l’amore, la pietà, riconoscendoli come «umani», salvo poi ricollocarli in quell’ umano-femmina che si vuole più «naturalmente» portato alla «cura» dell’altro. Per il resto, la Lettera appare come una «risposta» ferma a un pericolo, che non viene riscontrato, come ci si aspetterebbe, nei «sogni di potere» e nel «dramma della violenza» che oggi sconvolgono il mondo – il che avrebbe comportato l’analisi di una «maschilità» distruttiva -, ma proprio nei cambiamenti che hanno visto negli ultimi decenni molte donne diventare più consapevoli e più padrone della loro vita.

            Al di là della maggiore vicinanza o distanza da questa o quella corrente di pensiero femminista, ciò che inquieta, e che ritorna insistentemente nel testo, è il fatto che, per un’imprevista «presa di coscienza», oggi le donne vengano legittimando la possibilità di «esistere per se stesse», fosse anche solo per dare «liberamente» un segno positivo a quelle stesse condizioni per cui sono state inferiorizzate. Di questa «libertà», che io non considero tale e che chiamerei piuttosto un’«alienazione attiva», non vedo nella Lettera alcuna traccia. Così come non direi che vengano messe a tema l’arroganza della «ragione», che qui anzi si impone nella sua forma più assoluta, come «verità rivelata», e la rottura tra biologia e storia, dal momento che la differenza sessuale vi è affermata sulla base dell’ordine voluto dal Creatore. Come è detto chiaramente nell’Introduzione, la «risposta» a che cosa si debba intendere oggi per collaborazione tra i sessi, ha i suoi «presupposti», le sue «finalità genuine», nelle Sacre Scritture.

        Dal racconto della Genesi emergono «disposizioni originarie» riguardo all’uomo e alla donna che non possono essere «annullate», perché parte del disegno divino. Tra queste c’è la «complementarità», in cui è chiaro che la «prospettiva sponsale», valevole per entrambi gli sposi, attiene specificamente alla donna, in quanto «esistere per l’altro» sta nel suo «essere più profondo e originario». Nei paragrafi che seguono, l’alleanza tra l’uomo e la donna, compromessa dal peccato originale, va poi a collocarsi nella «promessa del Salvatore», cioè nei molti modi in cui , nel corso della storia, «Dio si rivela al suo popolo». E’ qui che il «vocabolario nuziale» prende la sua massima estensione, fino a quell’apogeo che è Maria, «eletta figlia di Sion», vergine e sposa perfetta. Ma è proprio su questo «simbolismo», considerato «indispensabile» per quanto «audace» nell’unire sacro e profano, che si avverte quasi una excusatio non petita, a cui segue immediatamente la precisazione che riporta al centro ancora una volta la gerarchia nota: prima Dio e poi gli uomini. I termini «sposo», «sposa» sono «molto più di semplici metafore», e i loro referenti reali, gli «sposi cristiani», sono soltanto «segni viventi» dell’amore di Cristo e della Chiesa.

            Analoga «disumanizzazione» è quella che Rossana Rossanda (il manifesto 22-8) ha rilevato a proposito di Maria, attraverso i dogmi dell’«immacolata concezione» e dell’«Assunta». Le differenze tra i sessi, così innestate nel disegno di Dio e poi nel «mistero pasquale», sono destinate a durare «oltre il tempo presente». E’ su questi «presupposti» astorici che si fondano anche le «nuove prospettive» riguardanti i «valori femminili» nella vita della società e della Chiesa. Non dovrebbe meravigliare perciò se la constatazione di un dato di fatto, la presenza oggi delle donne nella famiglia e nel lavoro, si accompagna alla preoccupazione che le donne, sviate dal desiderio di «vivere per se stesse», abbandonino quel ruolo, così indispensabile alla sopravvivenza della specie e all’«identità mistica» della Chiesa, che è la loro capacità di «essere per l’altro», estensione sul piano esistenziale, psicologico e spirituale della loro capacità biologica di dare la vita. «Nonostante il fatto che un certo discorso femminista rivendichi le esigenze ‘per se stessa’, la donna conserva l’intuizione profonda che il meglio della sua vita è fatto di attività orientate al risveglio dell’altro, alla sua crescita, alla sua protezione…Questa intuizione è collegata alla sua capacità fisica di dare la vita. Vissuta o potenziale, tale capacità è una realtà che struttura la personalità femminile in profondità». Non so come si sia potuto leggere in queste pagine uno svincolamento dal ruolo materno, una più libera concezione della sessualità, quando anche la rinuncia alla maternità biologica è posta sotto l’egida di una «verginità» sostanziata di sentimenti e pensieri materni, preferibile, in quanto non c’è di mezzo la «ferita» del peccato originale: la concupiscenza.

            Mi chiedo se a lusingare il femminismo che si richiama al «pensiero della differenza» non sia stata la funzione particolare che la Chiesa, da sempre del resto, riserva alla donna, e che qui è ripresa con toni alti e, dal punto di vista linguistico, «moderni». Le donne, la loro vita, i loro modi di essere, costituiscono una «ricchezza» e un «modello» per l’«umanizzazione» di una civiltà che sembra votata alla morte. Ma a patto che si lascino convertire «all’amore per l’altro». Il prezzo dunque di questo primato e di questa investitura salvifica, che il maschio è chiamato a riconoscere, ha come contropartita l’indifferenza ai cambiamenti della storia e delle coscienze, la sordità rispetto a quella «soggettività femminile» che oggi chiede, in modi liberi o meno liberi, di decidere della propria sorte.

            Non è casuale che la Lettera si chiuda con l’immagine di Maria, una femminilità fatta di «ubbidienza umile e amante», capace di «fedeltà» e resistenza al dolore, quelle stesse doti che il Pontefice invoca in una «nuova preghiera» scritta da lui: «vergine della speranza», «dimora santa del Verbo»,«umile serva del Signore», «donna del dolore», «Madre dei viventi»(Corsera, 15 agosto 2004). Dopo il peccato originale, sembra che sia il risveglio imprevisto della coscienza femminile la nuova «ferita» da guarire. E questa Lettera, con il suo medicamento antico, appare in questo senso effettivamente «aggiornata».