Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

PREMESSA

        In una sorta di ansia economicista, nel raccontare alcune storie di scienza si risparmia sulle storie laterali, certamente poco note ma spesso in grado di tenere viva e portare ad esito felice o distruggere l’intera vicenda. Mi riferisco a quanto sia stata e sia importante la storia esterna per capire alcuni sviluppi della ricerca scientifica. Credo fermamente che sono le condizioni economiche, politiche, sociali, e religiose che possono o meno determinare alcuni sviluppi. Intendo qui occuparmi proprio delle condizioni al contorno della ricerca scientifica che, per quel che riguarda le mie competenze, sono gli sviluppi della tecnologia in connessione con lo sviluppo economico, la presenza di un ambiente religioso, gli investimenti pubblici o privati in istituzioni scientifiche.

        Nel portare avanti le mie argomentazioni farò riferimento, dove occorre, ad altri articoli da me scritti ed inseriti in Fisicamente ai quali rimanderò. In questo primo lavoro inizierò ad occuparmi del Seicento, Settecento ed inizi dell’Ottocento a partire dal ruolo che la religione ebbe (ed ha) soprattutto in Italia.

LA DECADENZA DELLA RICERCA IN ITALIA FINO ALLA META’ DEL SETTECENTO

        E’ utile avere per riferimento questa carta dello Stato Pontificio per capire meglio la situazione culturale in Italia dal processo a Galileo fino all’Unità.

        Le note vicende della condanna di Galileo allontanarono dall’Italia la ricerca e, salvo qualche caso sporadico, essa è stata quasi del tutto assente fino a che, con i bersaglieri a Porta Pia, non si è rinchiusa la Chiesa dentro le mura leonine. Tutto questo sembrerebbe non meritare commento, tanto è risaputo. Ma con le gerarchie ecclesiastiche che minano continuamente la storia con il dubbio che instillano negli uomini di fede, occorre entrare in spiegazioni anche su cose apparentemente ovvie.. Mi riferisco allora a degli studi importanti fatti da Ugo Baldini e Pietro Redondi per la Storia d’Italia (Annali 3, Scienza e Tecnica), da Fernand Braudel (Dalla caduta dell’Impero Romano al Secolo XVIII) e da Stuart J. Woolf (Dal primo Settecento all’Unità) della Einaudi.

        Baldini discute dell’attività scientifica in Italia nel primo Settecento. Divide il Paese in zone ed un ampio spazio è dedicato a Roma e lo Stato Pontificio. In questa parte d’Italia vi è una differenza tra le zone emiliane evolute rispetto al resto. 

Un’analisi non pregiudiziale può esordire osservando che la struttura universitaria dello Stato era comparativamente densa, essendo stati mantenuti Studi d’origine comunale e signorile; quelli a sud di Bologna, però, e in parte la stessa Sapienza di Roma, avevano una didattica scientifica ristretta, funzionale al carattere più arretrato del tessuto sociale e con più vive pregiudiziali speculative verso lo sperimentalismo, e rilievi analoghi sono da farsi per le numerose scuole religiose, popolari e nobiliari. Tuttavia Roma era un fenomeno culturale per certi aspetti privo di paragoni, con gruppi intellettuali connessi alla curia e alle case generalizie degli ordini e con i giuristi e tecnici richiesti dall’amministrazione dello Stato e dei numerosi patrimoni delle casate nobili, alcune delle quali provviste di vere e proprie corti con la relativa dimensione mecenatistica. Nel complesso questi gruppi rientravano in una strutturazione tradizionale della cultura, ma non erano schierati compattamente su posizioni chiuse; inoltre il suo ruolo ecumenico faceva convergere a Roma personalità portatrici di temi e impostazioni eccedenti di molto i limiti della cultura ufficiale. I caratteri dell’attività scientifica vanno così intesi in base a quest’intreccio di fattori,

fattori tra i quali s’inserì Galileo che in qualche modo coagulò intorno alle sue ricerche degli studiosi attraverso il suo amico Benedetto Castelli che teneva dei corsi di matematica alla Sapienza ed attraverso l’Accademia dei Lincei inizialmente diretta dall’altro amico Federico Cesi. Vi erano spazi per le ricerche che potevano

Roma: Palazzo Cesi in Via della Maschera d’Oro dove ebbe la prima sede l’Accademia dei Lincei

porsi come alternative (la nuova scienza) all’unico centro evoluto della Chiesa, il Collegio romano. Questo nucleo di studiosi intorno al 1640 si disperse restando un solo labile collegamento tra Roma e Firenze nella persona evoluta e colta di Michelangelo Ricci (un letterato e non scienziato). Nelle nobili e papaline accademie che sorsero furono pochissimi i veri ricercatori e tutti provenienti da fuori. Veniva proprio a mancare quel tessuto di raccordo tra ricerca e botteghe artigiane che era stato il motore propulsore per i lavori di Galileo.

        Riassumendo molto, si può dire che in qualche settore si mantenne un livello di dignità ma in tutti quelli che sarebbero diventati trainanti per la possente avanzata scientifica del Nord Europa, vi fu il quasi buio totale e la cosa coinvolse rapidamente il resto d’Italia per la grande forza di ricatto che lo Stato della Chiesa esercitava. Il caso della Toscana è emblematico. Nel 1651 viene creata l’Accademia del Cimento (diventerà operativa nel 1657) dal Granduca Ferdinando de’ Medici e da suo fratello Leopoldo. Viene attrezzato un ottimo laboratorio nel quale opereranno Lorenzo Magalotti, Vincenzo Viviani, Giovanni Alfonso Borelli, Carlo Renaldini, Francesco Redi, Alessandro Segni, Carlo Roberto Dati, i fratelli Candido e Paolo del Buono, Alessandro Marsili, Steno, Magalotti, Cassini, grandi scienziati formatisi nello spirito entusiasta delle ricerche e scoperte dei primi decenni del secolo. Ma … solo 10 anni dopo, nel 1667, verrà chiusa d’autorità come prezzo per la nomina di Leopoldo a cardinale ed uno dei membri dell’Accademia, Antonio Oliva, fu arrestato dall’Inquisizione e per evitare la tortura si suicidò. 

        Vi erano poi i diretti allievi di Galileo, come il citato Viviani, Bonaventura Cavalieri, Giovanni Battista Baliani, Evangelista Torricelli … ma alla loro scomparsa non ci furono ricambi. E questo anche nell’ambito della tecnica dove, come dice Braudel, poiché la tecnica non muore dall’oggi al domani, 

su questo piano essenziale l’Italia continua a proporre all’Europa i propri ingegneri, che sono indubbiamente i migliori del tempo. Essi sono all’opera al tempo del gigantesco assedio di Anversa del 1585, agli ordini di Alessandro Farnese; sono ancora all’opera nel corso dell’assedio, non meno gigantesco, della Rochelle, da parte di Richelieu nel 1628; lo sono ancora ai tempi di Vauban. E i trattati di meccanica italiani sono fra i più belli che conosciamo, destinati ad essere spesso utilizzati ancora nel secolo XVIII: così il libro di Agostino Ramelli, pubblicato a Parigi nel 1588, così le opere di Fausto Veranzio (1617), di Vittorio Zonca, Novo teatro di machine et edificii (Padova 1624), di Benedetto Castelli, Delle misure dell’acque correnti (1628).

E Braudel prosegue facendo sue le tesi di G. Gusdorf:

La decadenza italiana è un processo quasi esclusivamente culturale, e culturali sono i sintomi e le cause di questa decadenza: il concilio di Trento (1545-63), l’istituzione dell’Indice da parte di papa Paolo IV nel 1557, il processo postumo a Copernico (morto nel 1543) nel 1616, il processo di Galileo e la sua condanna (che sarebbe stata certamente più grave senza la protezione medicea) nel 1633. L’intolleranza religiosa soffoca progressivamente il pensiero scientifico, e in generale il pensiero in tutte le sue forme. L’Italia, nel cuore della Controriforma, paga per contraccolpo gli enormi successi che la Chiesa riporta, con l’aiuto spagnolo, nell’opera di ricattolicizzazione dell’Europa, quella riconquista che sbocca sul duplice limes del Reno e del Danubio, dove Roma, ancora una volta, si insedia e si arresta di nuovo. In questa violenta lotta ideologica, si verificò un irrigidimento di Roma e, oltre Roma, di tutta l’Italia. […] Si pensi, poi, ai roghi su cui sono arsi i libri condannati. Il primo viene acceso nel 1524 a Venezia, nel giorno dei santi Pietro e Paolo (29 giugno), e questo giorno resterà in seguito il giorno stabilito per questo triste rito, che avviene regolarmente sul Ponte di Rialto. Le altre città seguono l’esempio, che dura oltre la fine del secolo. Nel 1600 a Ferrara, ritornata in possesso del papa, vengono bruciati i libri eretici della biblioteca di Renata di Francia, moglie di Ercole d’Este (1510-75). 

        Quello che si perde in Italia non è solo il primato culturale, a questa perdita si accompagna evidentemente anche la perdita di un certo predominio economico. E alla decadenza italiana si accompagna l’ascesa dei Paesi del Nord Europa: le province Unite (Paesi Bassi), la Francia e l’Inghilterra. In questi Paesi si recherà la gran parte degli ultimi scienziati rimasti in Italia, iniziando esodi che si ripeteranno nella Storia d’Italia.

LA RIFORMA PROTESTANTE

        Vediamo invece cosa accadde al di fuori d’Italia, dove aveva vinto la Rivoluzione protestante, sia luterana che calvinista. Uno studio importante su questo aspetto della storia che ha influenzato grandemente la ricerca scientifica, si può trovare sull’ottima storia della scienza di Mason. Tale indagine sarà di riferimento in tutto ciò che scriverò in questo paragrafo.

        Lo studio si basa su alcuni dati raccolti da differenti scienziati  relativi alla loro provenienza religiosa. Iniziamo con quelli offerti dal botanico svizzero francese Alphonse de Candolle (1806-1893), nella sua “Histoire des sciences et des savants depuis deux siècles” del 1873. Egli studiò l’affiliazione religiosa dei membri stranieri delle Accademie di Francia e di Gran Bretagna durante la rivoluzione scientifica e dimostrò che in ambedue le accademie vi era una maggiore rappresentanza di protestanti che di cattolici confrontata con la maggiore percentuale di cattolici rispetto ai protestanti tra la popolazione. Nell’Accademia di Parigi, dal 1666 e per 200 anni, si potevano contare 71 protestanti, 16 cattolici, 5 ebrei e di credenza indeterminata. Mettendo queste cifre a confronto con le rispettive popolazioni religiose al di fuori della Francia (107 milioni di cattolici e 68 milioni di protestanti), Condolle mostrò che gli scienziati protestanti tanto eminenti al di fuori della Francia da meritare l’elezione all’Accademia di Francia erano 6 volte più numerosi dei cattolici. La stessa indagine fatta sulla Royal Society di Londra in due periodi, 1829 e 1869, mostrò che i membri stranieri cattolici erano in circa ugual numero dei protestanti con la differenza che al di fuori dell’Inghilterra vi erano 139 milioni di cattolici contro 44 milioni di protestanti. Insomma sembrava proprio che gli scienziati di fama nell’Europa dell’epoca fossero in maggior numero protestanti.

        Simili indagini sono state fatte ancora negli anni successivi. Si possono citare quelle del sociologo statunitense (di provenienza Est Europa) R.K. Merton, Science and Technology in the 17th Century England, pubblicata su Osiris (IV, p. 360) del 1938 e dello storico statunitense David Landes, The Wealth and Poverty of Nations: Why Some Are So Rich and Some So Poor, (W.W. Norton, New York, USA) del1999 che hanno confermato e fortificato i risultati di Candolle.

        Mason non si limita a fornire questi dati ma cerca i motivi, almeno i più significativi, per i quali la scienza è alla sua base un’impresa più attraente per un protestante che non per un cattolico. E questi motivi sono almeno tre: una certa conformità tra l’etica protestante degli inizi con l’atteggiamento scientifico; l’individuazione della scienza come strumento utile al fine di raggiungere finalità religiose; una specie di concordanza tra i valori della cosmologia protestante con quelli delle prime teorie scientifiche moderne.

        La prima motivazione è evidente se si rileggono le cose sostenute dai primi riformatori protestanti, siano essi luterani tedeschi che calvinisti svizzeri. L’uomo si doveva liberare dalla pretesa autorità dei preti cattolici e doveva cercare la verità spirituale nella propria esperienza religiosa. La Sacra Scrittura non doveva essere spiegata da una qualche autorità ma ogni credente poteva leggerla ed interpretarla per conto suo (sparirono i commenti e le note che ancora oggi imperversano nelle Bibbie cattoliche). In tal modo l’autorità costituita spariva, non c’era nessuno che poteva dire cosa e come comportarsi. Il riferimento era la sola Bibbia che ognuno si interpretava da sé. Ebbene i primi riformatori della scienza si mossero allo stesso modo. Non solo la Bibbia diventava un’autorità la cui interpretazione era intesa in senso molto lato ed il cui significato era pensato come metaforico e discorsivo per un popolo che non era colto, ma anche l’autorità dei filosofi e saggi del passato era discussa e comunque non accettata acriticamente. Si abbandonarono i sistemi filosofici degli antichi e, quand’anche fossero conosciute, si abbandonarono le elaborazioni della scolastica del Medioevo. La propria esperienza, all’inizio empirica, doveva essere la guida dello scienziato per lo studio della natura. Questi concetti vennero espressi con estrema chiarezza proprio durante il Seicento dal calvinista inglese Thomas Sprat (1635-1713), nella sua History of Royal Society of London (1667). Per Sprat, Chiesa riformata e Royal Society si muovevano all’unisono:

L’una e l’altra possono con egual diritto rivendicare la parola Riforma: l’una l’ha attuata nella Religione, l’altra la indica come lo scopo della Filosofia. Tutt’e due hanno seguito una via simile per giungervi: ciascuna di esse ha lasciato da parte le copie corrotte e ha fatto riferimento per la propria istruzione agli Originali perfetti: l’una alla Scrittura, l’altra all’immenso Libro delle Creature. Entrambe vengono ingiustamente accusate dai loro nemici di avere commesso gli stessi crimini, di avere abbandonato le Tradizioni Antiche e di essersi avventurate sulla via della Novità. Entrambe suppongono similmente che i loro antenati possano avere commesso errori; e tuttavia continuano a nutrire un sufficiente rispetto per essi. Entrambe seguono il grande Precetto dell’Apostolo, di sottoporre tutto a prova. Tale è l’armonia tra i loro interessi e le loro nature.

        Non solo, comunque, i calvinisti avevano questo atteggiamento verso la scienza. Altrettanto si può dire per i luterani se solo si pensa ai contributi alla teoria copernicana del matematico ed astronomo austriaco Gioacchino Retico (1514-1574) e del matematico ed astronomo tedesco Erasmus Reinhold (1511-1553), di tradizione luterana ed operanti all’università di Wittenberg, cuore della chiesa riformata tedesca.

        Il secondo motivo, accennato, che ebbe peso nella prevalenza di protestanti, soprattutto calvinisti in questo caso, nella ricerca scientifica fu quello che vedeva l’utilizzazione della scienza a fini religiosi. Questi puritani inglesi, alle origini antiautoritari e forti di un individualismo empirico, erano mossi dal credo che loro compito era fare opere buone delle quali potesse avvantaggiarsi l’umanità (un qualcosa di analogo, in campo scientifico, all’ideale baconiano di contribuire al miglioramento delle condizioni dell’uomo). Per la verità Lutero e Calvino si erano disinteressati delle opere di bene occupandosi il primo di avere fede interiore ed il secondo di essere tra i pochi eletti da Dio destinati alla salvezza. Poiché sfuggiva il criterio di salvezza, intorno alla metà del Seicento, si realizzarono, tra l’altro, modifiche della dottrina ed in Paesi come l’Olanda, la Scozia e l’Inghilterra, si impose il criterio di dover fare opere buone per ottenere la salvezza. E la scienza era tra le opere buone. Questo aspetto è descritto nel Commentaries on Ecclesiastes and the Song of Solomon  (1654) di John Cotton (1585-1652), puritano emigrato in America, che addirittura poneva la conoscenza della scienza era un dovere per un cristiano:

Studiare la natura e il corso e l’uso di tutte le opere di Dio è un dovere imposto da Dio a tutti gli uomini indistintamente dal re che siede sul trono fino all’artigiano …
Prima ragione. La gloria di Dio che si manifesta nelle creature …
Seconda ragione. Il nostro beneficio personale, sia. quello del corpo grazie alla salute, come nella conoscenza di molte cose medicamentose; sia quello dell’anima in virtù dell’istruzione, che ci può venire dallo studio delle creature; e quello del nostro patrimonio attraverso il guadagno, quando conosciamo il valore e l’uso di ogni cosa …
Studiare la natura di tutte le cose, che gli uomini possono imparare gli uni dagli altri attraverso l’osservazione e il colloquio, apre i nostri cuori a Dio e accresce la nostra capacità di essere utili a noi stessi e agli altri …
Ebbene, non vanno scusati qui quegli studiosi che si applicano soltanto allo studio di qualche causa e proprietà generale delle creature, come i principi dei corpi naturali, il loro movimento, tempo, spazio, e misura, ecc., ma trascurano di applicare i loro studi alla natura e all’uso di tutte le cose sotto il cielo.

        Questo secondo motivo sembra aver avuto maggior peso del precedente ed a sostegno di ciò si individua la medesima esigenza da parte dei luterani che però erano frustrati nei Paesi nei quali operavano. In quella metà del Seicento vi fu infatti una migrazione massiccia dai Paesi cattolici, come l’Italia, ma anche da Paesi luterani, come la Germania, verso Paesi calvinisti come l’Inghilterra puritana con la sua Chiesa  Anglicana riformata, l’Olanda con il proliferare di sette calviniste e la Francia degli Ugonotti e dei Giansenisti (una specie di calvinisti cattolici). Tutti questi Paesi ebbero uno sviluppo scientifico imponente per almeno 150 anni (un poco meno l’Olanda del Settecento per motivi politici). L’Italia sparì riapparendo un poco nell’Ottocento, secolo in cui iniziò ed avanzò impetuosamente la scienza tedesca.

        Il terzo motivo accennato, la concordanza tra i valori della cosmologia protestante con quelli delle prime teorie scientifiche moderne, è meno intuitivo perché anche Lutero e soprattutto Calvino erano degli avversari feroci della nuova cosmologia perché negava quanto era scritto nella Bibbia. Lo si comprende appieno se si ricorda che ciò contro cui i riformatori lottavano era la concezione medioevale dell’universo che vedeva una intersezione indissolubile tra teologia (in realtà filosofia che era diventata solo teologia) e filosofia naturale che descriveva il mondo. In questa visione il mondo naturale era organizzato gerarchicamente e la gerarchia era quella di Aristotele (cristianizzato da San Tommaso) che aveva affermato  l’intrinseca nobiltà ed ordine gerarchico dei 4 elementi: più in basso vi era la terra, poi l’acqua, quindi l’aria, ed infine il fuoco. Sopra a questi elementi materiali che fanno parte del mondo corruttibile, vi era l’etere eterno e divino. Tutto organizzato in sfere concentriche con quelle più in alto che distribuivano il moto a quelle più in basso. Una gerarchia che era ricreata non solo simbolicamente nella gerarchia che dominava la Chiesa di Roma. Dante ha bel descritto questo mondo che vede in esso la gerarchia tra persone: nell’ultimo cielo Dio, nei cieli più in basso tutte le altre divinità, gli angeli secondo i vari gradi stabiliti nel V secolo da Pseudo Dionigi e mantenuti da San Tommaso, poi la Terra di coloro che sono in prova ed in cui il Purgatorio si elevava a collina verso il cielo mentre l’inferno si abbassa fino alle frustate della coda di Lucifero. La gerarchia era poi anche spirituale e riguardava i gradi dell’anima. Ciò era fatto per ammettere naturalmente chi era destinato al comando e chi a servire, senza alcuna confusione di ruoli e quindi senza possibili aspirazioni. La Chiesa di Roma era al vertice della catena di comando e non permetteva a nessuno di interferire, né in questioni teologiche, né in questioni materiali. Ebbene vi fu una sorta di concordanza tra scienziati della Riforma e teologi della Riforma nell’abbattere questa struttura opprimente, ognuno per la parte che lo riguardava. Gli attacchi non furono coordinati ma si svilupparono, da un lato, per negare ogni autorità ad una organizzazione del mondo che non risponde ai dati empirici e deve essere così solo per ubbidire ad una qualche autorità per giunta religiosa e, dall’altro, per attaccare le gerarchie della Chiesa di Roma che avevano completamente disatteso il messaggio di Cristo con simonia, corruzione, lascivia, crapule di vario genere. Lo stesso Calvino scrisse:

Al governo cosi costituito alcuni diedero il nome di Gerarchia, un termine che, a mio parere, è improprio, e che certamente non viene impiegato dalla Scritttura. Infatti lo Spirito Santo ha avuto il disegno dI provvedere a che nessuno sognasse di supremazia o di predominio per quanto riguarda il governo della Chiesa.

E concluse che a Dio non servono intermediari per operare tanto più che ha tutto preordinato e predeterminato fin dalla Creazione. Spariva, insieme agli angeli, la necessità della Chiesa di Roma e della sua gerarchia perché Dio non aveva intermediari ed agiva direttamente su chi voleva e quando voleva secondo leggi che egli stesso aveva creato fin dall’origine del mondo. Tutto predeterminato quindi, anche le leggi della natura ed il mondo si avviava ad essere descritto in questo modo che prefigura il meccanicismo.

        La posizione dei riformatori nella filosofia della natura è immediata ed è già nel cattolico Copernico ma diventa espressa con chiarezza nel protestante Retico:

Nell’ipotesi del mio maestro [Copernico] la sfera di ciascun pIaneta si muove uniformemente col movimento assegnatole dalla natura, e compie il suo periodo senza essere costretta dalla forza di una sfera superiore a manifestare qualche ineguaglianza.

        Tale messa in discussione dell’ordine del Cosmo lo si ritrova anche nelle metafore utilizzate per descrivere le varia autorità civili. Se prima i re erano paragonati al cielo più prestigioso, il Primum mobile, poi iniziarono ad essere paragonati al Sole con una simbologia che inizia con Copernico e trova il suo compimento in Kepler. In tal modo le due precedenti gerarchie erano messe fuori gioco. Per completare l’opera serviva mettere d’accordo i riformatori su che valenza dare a ciò che la Bibbia scriveva(1).

         Su questa base, gradualmente, si sviluppò in Inghilterra un movimento riformatore che riuscì ad appianare la controversia tra teologi e scienziati sul punto dolente dell’interpretazione letterale della Bibbia. Il movimento era guidato da un prete puritano, John Wilkins (1614-1672), precedentemente un agnostico rispetto alla cosmologia poi, dal 1640, un convinto copernicano ed un convinto sostenitore di un Dio che non ha bisogno di intermediari. L’opera di Wilkins che più convinse il pubblico colto ad abbracciare la teoria copernicana, e quindi a rendersi disponibile alle novità in campo scientifico, fu il Discours concerning a new Planet del 1640. Sia in campo teologico che in quello cosmologico egli sosteneva che Dio fa tutto nel modo più semplice, non si serve mai di nessun mezzo difficile o complicato per eseguire ciò che può benissimo essere compiuto con mezzi più semplici e più facili. Frase che, riportata nel mondo scientifico, adombra i vari principi di minimo (Fermat, Leibniz, Maupertuis, …) che iniziarono ad essere elaborati. Più in generale la breccia era aperta in modo da rendere possibile quel moto sincrono a sostegno alla concezione newtoniana del mondo, sostegno che fu definitivo e certo solo quando Newton ebbe aggiunto, in una edizione successiva della sua opera, i Principia, il riconoscimento del Dio onnipotente che tutto quel mondo aveva creato e regolava con continuità fornendogli le energie necessarie perché si mantenesse in moto (altro che l’abiura di Galileo!). Ed ancora non a caso, vi era un analogo modo di sostegno degli scienziati inglesi alla religione riformata tanto da poterli definire credenti fino al limite di essere veri bigotti, come appunto lo stesso Newton.

        Tutto bene dunque con la condizione non scritta di assicurare la diversità delle specie organiche come era stata stabilita dal Signore alle origini, allo stesso modo di un mondo che da allora funzionava meccanicamente per conto suo. Fu proprio questo il motivo della rottura tra Chiesa riformata e scienziati, quando nel corso del XIX secolo si affermarono le teorie evoluzionistiche. Anche la teologia protestante risultava incompatibile con la scienza.

LE SOCIETA’ SCIENTIFICHE

        Le università nacquero, come movimento che interessò l’intera Europa, intorno al 1200 per rispondere all’inadeguatezza di insegnamenti impartiti solo sotto l’egida della Chiesa. In questi luoghi si studiava dibattendo, il pensiero di Aristotele e non mancava l’influenza di dotti ecclesiastici che, d’altra parte, come membri dell’organizzazione della Chiesa, erano gli unici ad avere accesso alla cultura. Si era però fatto impellente il desiderio di istruzione privo da troppo forti condizionamenti. Ma la Chiesa ammise queste istituzioni esterne ad essa anche perché gli insegnamenti erano quasi tutti impartiti da ecclesiastici. Le altre scuole, quelle per nobili e soprattutto nobildonne ed in genere ricchi, organizzate in collegi, erano stupendamente gestite da Gesuiti che impartivano lezioni di galateo, di danza, di scherma, di lingue. Era il criterio della separatezza e del controllo secondo il quale chi studiava, solo i ricchi e potenti, non poteva mescolarsi con le arti meccaniche ed i saperi volgari. L’autonomia delle università durò comunque poco e presto le autorità politiche imposero su di esse il loro controllo. Dopo un iniziale scontro si giunse alla normalizzazione che vide la Chiesa assumere il controllo di tutte le università, attraverso suoi diversi ordini religiosi, facendole diventare centri di preparazione per  proficue carriere ecclesiastiche. E così fino al Seicento quando ormai le università, o in Paesi cattolici o protestanti, erano completamente estranee ad ogni attività scientifica, ad ogni rinnovamento e non solo in ambito scientifico. E poiché quelli erano diventati centri che garantivano una ferrea trasmissione del potere all’interno della Chiesa, in essi si ebbe la maggiore opposizione alla scienza che stava nascendo, considerata una grande minaccia sia per la vera filosofia (quella Tomista) che per la religione sostenuta dalla Chiesa di Roma, opposizione condita con argomentazioni dotte, e non solo teologiche, che solo loro potevano fornire. Insomma la Rivoluzione Scientifica poté nascere ed affermarsi completamente al di fuori delle università e con esse temibili avversarie. In alcuni luoghi (ma già in epoca nella quale si era aperto un qualche spiraglio), fu possibile ad uno scienziato occupare una cattedra di filosofia naturale, come Newton a Cambridge ma quella università non ebbe nulla a che vedere con lo sviluppo della sua opera e la sua pubblicazione patrocinata dalla Royal Society. Anche Galileo aveva insegnato a Padova negli anni più fecondi della sua vita scientifica, ma le sue opere nacquero altrove, sotto il patrocinio dei Medici, con il sostegno dell’Accademia del Cimento.

        Ed è proprio il ruolo delle Accademie scientifiche che occorre cogliere e comprendere.

        La prima di esse nacque in Italia nel 1603, a Roma, ed assunse il nome di Accademia dei Lincei, di coloro che hanno l’acutezza e penetrazione della vista della lince. Era un cenacolo di amici di opinioni simili che dibatteva di questioni di filosofia naturale e, soprattutto, scambiava informazioni attraverso lezioni che gli accademici si scambiavano dopo aver studiato alcune questioni che si imponevano. Fu fondata dal principe Federico Cesi e ad essa fu associato Galileo come accademico nel 1611. Per mostrare quanto dicevo a proposito delle università assenti alla promozione della cultura, questa Accademia promosse la pubblicazione di due opere di Galileo, l’Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari del 1613 ed il Saggiatore del 1623 ed ebbe un ruolo importante nella difesa di Galileo dagli attacchi che riceveva da curati ed accademici. Fu chiusa nel 1630 con la morte del fondatore senza che nessuno tentò di proseguirne l’attività considerata l’ostilità palese e gli atteggiamenti di censura preventiva della Chiesa. Ad imitazione di questa Accademia nacque a Napoli, nel 1650 (data in cui vi fu la prima riunione), l’Accademia degli Investiganti, dall’accentuato carattere antiaristotelico che propugnava, a fianco del rinnovamento delle scienze, un parallelo rinnovamento della vita civile, sulla strada della filosofia della natura aperta da Bernardino Telesio. Essa fu disciolta, a causa della peste, nel 1656 e fu ricostituita nel 1662. Altra Accademia, ad imitazione dei Lincei, nacque a Firenze nel 1657, per iniziativa di Leopoldo dei Medici: l’Accademia del Cimento. Era un’Accademia di corte che raccoglieva eminentissimi scienziati (Evangelista Torricelli, Vincenzo Viviani, Francesco Redi, Alfonso Borelli, Lorenzo Magalotti, Giandomenico Cassini, …) e che esplicava la sua attività in continue conferenze alle quali partecipava il granduca. Si era data come fine la sperimentazione dalla quale doveva essere esclusa ogni speculazione teorica. All’Accademia si deve la pubblicazione dei  Saggi di naturali esperienze fatte nell’Accademia del Cimento (1657), in cui sono raccolte le esperienze eseguite negli incontri periodici dell’Accademia su: suono, magnetismo, luce, liquidi, oscillazione del pendolo, … Proprio questo rigido sperimentalismo impedì che l’Accademia acquistasse i caratteri di una moderna istituzione scientifica. In ogni caso, quando Leopoldo fu elevato alla porpora cardinalizia nel 1667, l’Accademia fu chiusa, aveva esaurito il suo ruolo mediatico a sostegno del granduca. 

        Tra le grandi accademie straniere, sorte a imitazione dei modelli italiani ma profondamente diverse per storia politica e filosofica dei Paesi in cui nascevano e quindi con cammini profondamente differenti, hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia della scienza quella francese e quella inglese. La Royal Society di Londra fu fondata nel 1660 da dodici scienziati che desideravano diffondere lo spirito di Francis Bacon e quindi si erano dati lo scopo di promozione della cultura fisico-matematica e dell’ approccio sperimentale. Tra coloro che la fondarono vi erano nientemeno che Robert Boyle, Robert Hooke, William Petty, John Wallis e Sir Christopher Wren. Notevole il fatto che a questi scienziati si era inserito il prete puritano John Wilkins che abbiamo incontrato come mediatore delle esigenze teologiche con quelle scientifiche e che divenne un sostenitore dell’applicazione della scienza alla soluzione di problemi di arti ed industrie (contrariamente a quanto si era fatto fino ad allora con la scienza utilizzata soprattutto per i problemi di navigazione e dei commerci). La segreteria della Society fu affidata al commerciante Henry Oldenburg (amico di molti scienziati e filosofi, tra cui Spinoza) ed allo stesso John Wilkins. Molto più tardi, nel 1799, fu fondata la Royal Institution of Great Britain che raccolse i più grandi scienziati del tempo (Faraday, Davy, Rumford, Cavendish, …). L’Académie des Sciences (nel 1699 promossa ad Académie Royale des Sciences) di Parigi fu fondata nel 1666 da Luigi XIV, sotto il grande impulso di Jean Baptiste Colbert. Fu quella che dispose di cospicui finanziamenti che permisero imprese a scienziati singoli impossibili (misurazione di un minuto dell’arco di meridiano, spedizioni in oltremare per misurare la distanza di Marte, …). Ad essa erano chiamati solo gli scienziati di tutta Europa che godessero di chiara fama, contrariamente alla Society di Londra che era invece aperta a tutti coloro che si interessavano di scienza (con la conseguenza che in pochi anni rischiò di chiudere). Fu sotto gli auspici di tale Accademia che furono pubblicate opere fondamentali: Hooke, Newton, Boyle, … Altra Accademia di grande rilievo sorgerà vari anni dopo in Prussia. Si tratta della Societas Regia Scientiarum fondata nel 1700 per fattivo interessamento di Leibniz che voleva con essa promuovere ed estendere gli ideali di Bacone. L’Accademia nel 1711 venne riconosciuta ed ebbe il sostegno di Federico I il Grande di Brandeburgo-Prussia. Nel 1744 fu riorganizzata sotto gli auspici di Federico II che, su suggerimento di Voltaire, chiamò a dirigerla nel 1746, Pierre-Louis Moreau de Maupertuis. Da allora acquisì il nome di Accademia Reale Prussiana delle Scienze. E’ da notare che l’influenza ed il prestigio di Leibniz  convinsero Pietro il Grande a fondare, nel 1724, l’Accademia di Pietroburgo che annovererà all’inizio soprattutto scienziati svizzeri, peronalità come Nicolas Bernouilli, Daniel Bernouilli e Leonhard Euler.

        Fino alla nascita di tali accademie la comunicazione tra scienziati avveniva in lunghissimi epistolari che, se erano utilissimi tra i corrispondenti, impedivano ad un pubblico più vasto di conoscere gli argomenti che si dibattevano. A questo grave inconveniente fecero fronte le accademie che iniziarono la pubblicazione di loro riviste che portavano a conoscenza di un pubblico sempre più esteso i contenuti delle sedute e via via i contributi provenienti da varie parti(2). Iniziò nel 1665 l’Académie des Sciences con il Journal des Sçavans (divenuto poi Journal des Savants). Seguì nello stesso anno la Royal Society con la pubblicazione delle Philosophical Transactions dirette da Henry Oldenburg, quindi nel 1682, sotto gli auspici del Collegium Gellianum a Lipsia, iniziarono la pubblicazione gli Acta Eruditorum (in lingua latina), periodico che acquistò subito grande prestigio (basti pensare che tra gli articoli del numero uno vi erano firme del livello di Boyle, Leibniz e Johann Bernoulli).

LA TECNICA

 

        A questo punto è necessario tornare ancora a John Wilkins e ad una sua opera del 1648, Mathematical Magic. In essa, occupandosi di macchine e dei principi che le presiedono, Wilkins sostenne che da esse si possono imparare molti benefici concreti; soprattutto da parte di coloro che investono le loro fortune nelle costose imprese di prosciugare le miniere ed i pozzi di carbone, i quali possono apprendere da qui i fondamenti e la natura delle macchine. Questa frase è importante perché lega a teologia e scienza anche il suo uso pratico. Si afferma l’uso pratico della scienza e quindi che si possono ricavare degli utili investendo su di essa. Ciò è molto importante in un Paese in cui l’Accademia nasce ed è finanziata esclusivamente dall’iniziativa privata. L’arrivo dei soldi, investiti da altri privati, permetterà alla Royal Society di attrezzarsi con laboratori sempre più ricchi di strumentazione tra la quale assume un ruolo importante la parte relativa agli strumenti di misura. Si instaurava un virtuoso circuito che vedrà l’intersezione tra scienza, tecnica e tecnologia con l’ausilio non solo della parte teorica ma di quella sperimentale. Era la messa in pratica di un ideale puritano che si intersecava con l’utilitarismo baconiano: fine dell’uomo è l’azione e fine della conoscenza è l’utile. Il regno dell’uomo è il mondo fisico che Dio gli ha donato; l’uomo deve impadronirsi di esso attraverso la scienze della natura che danno conoscenza, cioè forza per sottometterlo e per soddisfare i propri bisogni. Uso pratico, anche qui, della scienza per migliorare le condizioni di vita dell’uomo ed i molteplici mutamenti economici e sociali avvenuti in connessione con la rivoluzione scientifica hanno visto la tecnologia assumere un ruolo primario con legami sempre più stretti con la scienza della natura. Tra l’altro tra il Seicento ed il Settecento avviene una mutazione nella produzione degli oggetti della tecnologia. Mentre precedentemente erano una realizzazione degli artigiani che facevano un tutt’uno con essi (un Paese che avesse voluto introdurre una nuova tecnica non poteva farlo se non importava anche l’artigiano che l’aveva realizzata e l’artigiano diventava insostituibile e per questo manteneva un rigido segreto sul suo modo di produrre) ora gradualmente si passava dall’empirismo alla scienza come base della tecnologia. Una tecnica progettata scientificamente diventava di per sé d’uso per chiunque avesse solo pagato i relativi diritti. Fu così possibile passare alla pubblicazione, e quindi ad una conoscenza molto più diffusa, dei prodotti della scienza e della tecnica in riviste specializzate. Un ruolo importante nell’evoluzione della tecnologia empirica verso quella scientifica lo svolse la Royal Society. Essa, oltre a mettere insieme un nucleo di persone con interessi per la scienza e per le sue applicazioni tecniche ed aver promosso un uso effettivo di tali applicazioni con la realizzazione di molti strumenti, pubblicò molti lavori in cui si riprendevano tecnologie artigiane del Seicento che per la prima volta venivano interpretate in chiave scientifica. Nel citato lavoro, History of Royal Society of London del 1667, Sprat esalta uno dei soci della Società, Christopher Wren, sia per la sua modestia sia per essersi occupato di scienza pura ed applicata. Secondo Sprat le opere di Wren comprendevano:

Una dottrina del moto … uno strumento per riprodurre ogni sorta di impulsi reciproci tra due corpi a forma di globo, di uguali o diverse dimensioni a velocità, che si inseguono o s’incontrano, oppure uno in movimento e l’altro in riposo … di tutto ciò egli ha dimostrato la vera teoria … Una storia delle stagioni … poiché la difficoltà di una costante osservazione dell’aria di giorno e di notte sembrava insormontabile, egli ideò un orologio a pendolo da applicarsi a una ventola, la quale moveva una rotella coperta di carta su cui il pendolo a sua volta faceva scorrere una matita di grafite nera, cosi che l’osservatore interpretando i segni della matita sulla carta poteva dire con certezza quali venti avevano soffiato in sua assenza durante dodici ore. Allo stesso modo egli inventò un termometro capace di autoregistrarsi … Egli ideò uno strumento per misurare le precipitazioni piovose … molti ingegnosi sistemi per trovare con maggiore facilità il peso dell’atmosfera, i gradi di siccità e umidità … nuove scoperte a proposito del pendolo… svariati modi per rendere le osservazioni astronomiche più facili e accurate …
Egli ha tentato di fabbricare lenti di forme diverse da quelle sferiche. Altre opere riguardano: la teoria della rifrazione e la diottrica, osservazioni su Saturno, selenografia, esperimenti magnetici, studi sulla geometria del movimento dei remi, sulle incisioni a secco, sulla correzione delle opere idrauliche, l’invenzione di strumenti di respirazione per filtrare l’aria pura da vapori fuligginosi e costatare se l’aria cosi purificata può ancora essere utilizzata; lampade di grande durata e regolatori per forni capaci di mantenere una temperatura costante, adatti quindi a vari usi tra cui la covatura delle uova; gli insetti, la raccolta di fossili e minerali, il modo di mantenere costante il movimento degli orologi per usi astronomici e nautici, e infiniti altri benefici; l’iniezione di liquidi nelle vene degli animali … la trasfusione del sangue.

Più in generale una gran mole di strumenti, secondo Sprat, è nato sotto l’auspicio ed in seno alla Royal Society:

Strumenti astronomici.
Orologi fissi e portatili.
Strumenti per comprimere e rarefare l’aria.
Barometri.
Bilance a gravità.
Bilance magnetiche.
Strumenti topografici.
Trivelle geologiche.
Strumenti per misurare la velocità di movimento di oggetti nell’acqua.
Apparecchiature per immersione, una campana da palombaro, mezzi per rifornire d’aria i palombari.
Apparecchio per misurare la velocità del vento.
Pompa per acqua a pale rotanti.
Termometri.
Macchine per piantare il grano.
Igroscopi.
Analizzatori d’acqua.
Macchine per determinare la forza della polvere da sparo con pesi, molle, ecc.
Macchine per misurare il rinculo e altre proprietà dei cannoni.
Strumenti vari per migliorare l’udito.
Diversi carri per il moto progressivo.
Uno strumento da applicarsi a carri o carrozze per mIsurare con esattezza la distanza percorsa.
Uno strumento per fabbricare viti con grande rapidità.
Un metodo per conservare perfettamente l’impronta di sigilli, sculture o medaglie.
Uno strumento per levigare le lenti di vetro.
Molti eccellenti telescopi, tra cui uno lungo 18 metri circa, muniti di un efficiente dispositivo per la loro manovra.

Oltre a questa raccolta di realizzazioni pratiche,davvero impressionante, fatta da Sprat, vi fu un’opera di divulgazione della Società sugli accennati studi scientifici relativi alle attività artigiane. Le Storie della natura, delle arti o delle opere, che la Royal Society curava, comprendevano:

Storie delle miniere e dei minerali inglesi … della fabbricazione del ferro, della lignite fossile, dello zafferano, dell’alchermes, del verderame, dell’imbianchimento della cera, del freddo, dei colori, della fluidità e stabilità. Storie dei processi di raffinazione, dell’estrazione del rame, della preparazione dell’allume, del salnitro, della raffinazione dell’oro, della produzione della potassa, della biacca e dell’ottone, della pittura e della miniatura, della calcografia, della smaltatura, della verniciatura, della tintura.
Storie della fabbricazione delle stoffe, dei cardatori, dei follatori, dei conciatori, storie della lavorazione del cuoio, degli artigiani del guanto e dell’abbigliamento in cuoio, della fabbricazione della pergamena di pecora o di vitello e di come si ottiene la pergamena trasparente, della fabbricazione della carta e dei cartoni, storia dei cappellai, degli stiratori.
Storie della panificazione, del malto, della fabbricazione della birra di malto e luppolo o di solo malto in diverse località, della pesca della balena, del tempo atmosferico nel corso di numerosi anni, dei mulini a vento e altri mulini in Olanda, della costruzione in muratura, della pece e del catrame, del mais, dei vinai, dell’arte del tiro a fuoco, della fabbricazione della polvere da sparo comune e di altra venti volte più potente di quella per pistola.

         Tutto ciò, unitamente ad una politica lungimirante sui brevetti, pose le basi per intersecare i prodotti della scienza con i prodotti della tecnologia  ed i risultati vanno ricercati nei settori che indicava Wilkins a cominciare dal commercio. Ma qui, prima che andare ad indagare in ambito scientifico, occorre accennare a quello politico. Dopo il periodo elisabettiano, che vide la nascita dell’Inghilterra come potenza europea con la sconfitta dell’ Invincibile Spagna, la conquista di vari mercati, il fiorire di commerci, iniziarono lotte politiche che, in somma sintesi, vedevano lo scontro tra la conservazione di antichi privilegi e la richiesta di aperture. La profonda insoddisfazione per lo stato dell’economia e delle libertà era di due ceti, da una parte i possidenti a difesa della proprietà, contro le tasse arbitrarie della corona, contro i benefici delle rendite feudali per un’etica protestante. Dall’altra chi avrebbe voluto proprietà comune, democrazia nelle istituzioni e nella giustizia, abolizione della Chiesa di Stato(3). Vinsero i possidenti con la loro ideologia ampiamente rappresentata in Parlamento. Ma una crisi finanziaria ed economica profonda, che si sovrapponeva a continue lotte religiose, investì il Paese tra il 1620 ed il 1650 proprio quando esso era in mano prima a Giacomo I, figlio della cattolica Maria Stuart, che si manifestò imbelle ed in grado di scontentare tutte le fazioni, e quindi a suo figlio Carlo I, che esercitò un potere autoritario e vessatorio tanto da provocare sollevazioni dovunque. Tutto questo finì con il Parlamento che si autoconvocò nel 1640 facendo decadere tutte le leggi liberticide, affermando che solo il medesimo Parlamento avrebbe avuto l’autorità di legiferare e con la decapitazione dello stesso sovrano nel 1649. Ma non finì qui, vi furono nuovi rivolgimenti, si passò alla Repubblica, poi fu restaurata la monarchia con vendette di ogni tipo, finché ancora il Parlamento non chiese a Guglielmo d’Orange, non impelagato con i cattolici e di sicura fede protestante, di insediarsi al trono facendo decadere la casa Stuart (1688), vera calamità. Era la Rivoluzione Gloriosa dell’Inghilterra, ormai divenuta Gran Bretagna (occorre avvertire che questa Rivoluzione borghese non si chiuse con questi eventi ma proseguì con continui cambiamenti per i successivi 200 anni).

        La fine delle molte restrizioni e barriere aprì un’epoca di grande sviluppo dominata dai possidenti, da una borghesia imprenditoriale molto attiva. Si ebbe uno sviluppo senza precedenti dell’industria, della navigazione e dei commerci con l’enorme vantaggio di essere arrivati primi a questi cambiamenti strutturali che rendevano la Gran Bretagna sola sul mercato, senza concorrenti. Ed un’industria in espansione richiedeva continue invenzioni in grado di risolvere i problemi che via via si presentavano. Ed in questa impresa si seppe coniugare con successo l’attività imprenditoriale con quella della ricerca scientifica ma anche (e per un certo periodo, soprattutto) dare impulso alla ricerca tecnologica.

        Il principale  problema sul tappeto che richiedeva soluzioni rapide era quello del sollevamento dell’acqua sia per l’approvvigionamento di acqua potabile di grandi insediamenti abitativi sia per eliminarla dalle miniere, soprattutto di carbone. Le miniere di carbone, nel 1700, scendevano a profondità di circa 120 metri che diventarono 190 nel 1750. L’acqua che le inondava impediva il loro sfruttamento ed un imprenditore del ramo impiegava, nel 1700, 500 cavalli per azionare le pompe necessarie.

        Un altro problema assillava un Paese in cui la navigazione era diventata un elemento fondamentale di dominio militare e commerciale, quello della determinazione della longitudine in mare. Su questo rompicapo si erano scontrati scienziati di primo piano senza venirne a capo: Galileo, Cassini, Huygens, Newton, Halley. Anche i migliori navigatori, una volta in mare perdevano l’orientamento. Non conoscendo la longitudine le lunghe traversate si allungavano di molto con il pericolo, sempre in agguato, dello scorbuto. Quando non finivano in tragedia come accadde, ed è un solo esempio, alla flotta britannica al comando dell’ammiraglio Clowdisley nella notte nebbiosa del 22 ottobre 1707. Un calcolo errato della longitudine aveva portato la flotta ad infrangersi sulle isole Scilly, piatte come i lastroni di pietra che pavimentano le strade, a 20 miglia dall’estremità sud occidentale dell’Inghilterra. Duemila furono i morti e due soli si salvarono ed uno di essi era l’ammiraglio che fu però ucciso da una isolana per rubargli l’anello. I disastri come questi erano ordinari tanto che nel 1717 la corona inglese offrì una ricompensa di ventimila sterline in oro (10 milioni di euro di oggi) a chi avesse risolto il problema(4).

        Altri problemi erano relativi: alla modernizzare delle macchine per per la fiorentissima tessitura che da artigiana passava a diventare industriale. E questa richiesta proveniva da molti settori industriali in sviluppo. Tutto era in moto e servivano navi mercantili di concezioni diverse, porti, strade, altiforni, laminatoi, … E, se si riflette un solo istante, si capisce che tutto era comunque riportato al primo problema letto in modo più ampio: si richiedevano fonti di energia e macchine in grado di trasformarla. Ed a questa impresa non bastava ormai più l’artigiano competente e pieno di iniziativa. Occorreva misurare, comparare, controllare i rendimenti, i costi, … serviva insomma sottoporre a trattamento teorico i dati dell’esperienza empirica. Fu una problematica che gli ingegneri affrontarono nello sviluppo del vapore da Newcomen fino a Watt fornendo macchine che cambiarono il mondo contribuendo a creare enormi conflitti sociali per la grande disoccupazione che creavano (non ritornerò agli sviluppi della macchina a vapore che ho trattato altrove). A lato del nuovo modo di produzione nasceva una nuova ideologia, il liberalismo economico, teorizzato in Sulla ricchezza delle nazioni di Adam Smith (1776). Questo lavoro non prendeva però in considerazione le condizioni delle grandi masse di persone espulse dalla produzione, non offriva soluzioni neppure consolatorie, nessuno stupore quindi se vi furono rivolte anche contro le macchine che culminarono nel 1663, nel 1710, 1753, 1767 e nel 1768 e 1779 nella loro distruzione, nell’incendio della fabbriche ed addirittura delle dimore dei padroni. Vi è un giudizio impietoso dello storico inglese Trevelyan sugli economisti liberali. Egli scriveva:

L’effettiva politica economica che, in questo periodo [primi dell’Ottocento, ndr], guidava l’azione del Parlamento, dei giudici di pace,, dei nuovi industriali tessili e dei proprietari terrieri “recintori” [le terre comunali prima libere alla coltivazione ed al pascolo ed in uso di contadini poveri, erano state recintate per l’uso dei grandi proprietari terrieri, ndr] era costituita da quelle idee (scelte da varie fonti ed esagerate) di Adam Smith, di Maltus e di Ricardo che favorivano l’arricchimento dei già ricchi, e lasciava da parte, in una quiete ignorata, le altre dottrine di quegli eminenti economisti. […] Nessuno di [tali economisti] insegnava sul serio quel dogma disperante dell’impossibilità di migliorare le condizioni degli operai che si supponeva rappresentasse la loro dottrina, comoda ai ricchi.

        Alle prime rivolte cui accennavo si ispirò il movimento clandestino luddista che si sviluppò in Inghilterra ai primi dell’Ottocernto e che prendeva il nome da Ned Ludd, un operaio che distrusse un telaio nella rivolta del 1779. Le prime violente contraddizione dell’economia capitalista venivano drammaticamente alla luce. Niente, comunque, riuscì a fermare l’impetuoso sviluppo delle macchine a vapore e del loro uso che vide ancora la Gran Bretagna mettersi alla testa della rivoluzione industriale che ne conseguì. Mentre accadeva questo, l’entusiasmo per i poteri messianici della scienza applicata, tra i tecnologi, cresceva ed uno dei personaggi più significativo in tal senso è certamente il conte Rumford, del quale ho ampiamente discusso altrove. Si può essere d’accordo con quanto sostiene Ashton che cioè fu di grande importanza per la rivoluzione industriale la collaborazione tra uomini di scienza ed industriali in società tra lo scientifiche e letterarie come la Literary and Philosophical Society di Manchester e la Lunar Society di Birmingham. In società di questo tipo si svolgevano spesso incontri con scambi di idee che andavano dal problema scientifico dentro il problema tecnico. Inoltre in esse si svolgevano lezioni a pagamento, impartite da insegnanti vaganti per tutta la Gran Bretagna, destinate principalmente alla preparazione tecnica degli operai.

        Il problema della longitudine, al quale accennavo e che vide svariati membri occuparsene per diverso tempo, fu affrontato dal Consiglio della Royal Society con la seguente dichiarazione del 1663 (riaffermata nel 1685): le questioni concernenti la navigazione, essendo un affare di Stato, non è opportuno che vengano trattate in seno alla Società. Il Consiglio nel parlare di affare di Stato si riferiva evidentemente alla flotta militare. E poiché i militari avevano grande interesse alla soluzione del problema, nacque allo scopo un apposito Comitato statale  che nel 1675 consultò l’astronomo Flamsteed per sapere se era possibile sviluppare un metodo astronomico che riconoscesse la posizione della Luna tra le stelle fisse, metodo ideato dall’astronomo sassone Peter Benewitz, latinizzato in Petrus Apianus (1501-1552), Flamsteed scoraggiò l’impresa perché, disse, i cataloghi che riportavano sia le posizioni delle stelle che quelle della Luna erano molto imprecisi. Immediatamente, potenza degli interessi militari, Carlo II nominò Flamsteed astronomo reale e finanziò abbondantemente l’Osservatorio di Grenwich perché si rifacessero cataloghi più precisi ed affidabili. L’eccellente lavoro di Flamsteed vide la luce postumo nel 1725 ma, per quanto le misurazioni fossero molto più accurate delle precedenti, non erano in grado di risolvere il problema della longitudine.

        Anche la Francia nel 1716 bandì un concorso offrendo addirittura 100 mila sterline (50 milioni di euro di oggi) per una soluzione completa e definitiva della longitudine.

        L’Inghilterra assegnò il premio all’astronomo tedesco Tobias Mayer, direttore dell’Osservatorio di Gottinga per la pubblicazione nel 1753 delle sue tavole delle posizioni di Luna e stelle che permettevano misure con accettabile approssimazione. Occorre però osservare che questo metodo, da chiunque fosse stato messo in grado di funzionare, aveva due gravi difetti: non funzionava di giorno e nelle notti nebbiose o nuvolose. Inoltre richiedeva molte ore di calcoli, tante da renderlo praticamente inutilizzabile. Il problema venne risolto dall’abilissimo orologiaio Harrison che nell’arco di 40 anni realizzò cronometri di grandissima precisione in grado di risolvere il problema della longitudine per confronto tra l’ora locale e quella di Londra(4). Sulla stessa strada di costruzione di orologi ad altissima precisione si muoveva in Francia Pierre Le Roy (1717-1785) con la differenza che mentre quest’ultimo tentava la soluzione dei problemi andando a ricercare il miglioramento dei principi teorici su cui l’orologio era costruito, Harrison li risolveva per pura abilità meccanica. Era il confronto tra un approccio scientifico ed uno di carattere artigianale ed empirico. In ogni caso, a questo punto, il problema della longitudine in mare era risolto, restando solo la questione della produzione di tali orologi in grande serie. Navigazione e commercio, da questo punto di vista, risultavano grandemente avvantaggiati.

        La Spagna era fuori gioco, con una economia fallimentare legata all’oro delle Americhe (che servì per arricchire altri Paesi), da quando era stata umiliata dalla sconfitta con l’Inghilterra. Un Paese con monarchia imbelle, legata a filo doppio con la Chiesa, in cui non vi fu alcuno sviluppo economico e politico.  Come del resto l’Italia, insignificante espressione geografica soggetta ai voleri della Chiesa di Roma (dell’Italia mi occuperò in un successivo paragrafo). La Germania ancora non si era costituita come Stato ed era impegnata nell’impresa di ridurre ad unità politica e religiosa la pletora di statarelli che la costituivano, impresa che sfociò nella guerra dei Trent’anni. Sulla Germania pesava il letargo sopravvenuto dopo Kepler, una estraneità ed un disinteresse per il meccanicismo che produceva teorie naturalistiche peculiari, legate allo spirito e ad i suoi movimenti interiori del tutto estranei a materia in movimento come fenomeno esterno all’uomo medesimo. Quella parte di razionalismo che era penetrato, era spostato dal pensiero e dal sapere verso il costume ed il dovere morale. La Francia, la più grande potenza politica e culturale d’Europa che rispetto agli altri Paesi godeva però di una compattezza territoriale, era diventata (a partire dal 1715) più arretrata economicamente della Gran Bretagna. Dopo le drammatiche lacerazioni religiose culminate in guerre civili e massacri, la monarchia divenne il punto unificante del Paese con lo Stato che si identificò con il Re. In questo Paese la ricerca era ad altissimi livelli con scienziati di primissimo piano ma la situazione politica era tale da non poter permettere balzi in avanti. Una ottusa monarchia assoluta era al potere ed anche la scienza risentiva di questo. Le ricerche finanziate erano di prestigio e non avevano quel fine utilitaristico che abbiamo visto esservi in Inghilterra. Vediamo alcune realizzazioni della Francia in riferimento a quanto accadeva in Inghilterra.

LA TECNOLOGIA IN FRANCIA ED INGHILTERRA

          Per discutere dell’argomento, non si tratta di fare un brutale elenco di scoperte ed applicazioni pratiche di ricerche scientifiche. Occorre piuttosto cercare di cogliere le linee guida di pensiero e sviluppo dei rapporti tra scienza e tecnologia. Alcune cose importanti le ho dette relativamente alla Gran Bretagna ed ora le riassumo in breve integrando con ciò che ho tralasciato.

        Ho già parlato della soluzione del problema della richiesta di macchine per sollevare acqua e per muovere telai. Vi è dietro tutta la storia delle macchine a vapore fino a Watt che riuscì a farne di piccole (anche 2 cavalli) e quindi utili non più solo alla grande industria ma anche a piccole aziende a conduzione familiare (e qui siamo ancora a tecnologia trainante per la scienza). Lo sviluppo della macchina a vapore comportò conseguenze di enorme portata. In poco tempo aumentò enormemente la quantità di materiale estratto dalle miniere con evidenti ricadute sia nella disponibilità di energia, per le grandi quantità di carbone che si immettevano sul mercato, sia altre produzioni particolarmente quella della lavorazione del ferro. L’alimentazione degli altiforni con coke (carbone minerale) in luogo del carbone a legna elevò le temperature con cui lavorare ed il mantice alimentato a vapore fece il resto. Processi successivi, sulla base di lavori di Faraday, portarono all’estrazione del carbonio dal ferro fuso per la produzione di acciai in grandi quantità (occorrerà però aspettare il 1856 per trattare gli acciai, quando sarà realizzato il convertitore Bessemer con il quale si eliminava il carbonio dalla ghisa scaldandola ad alta temperatura in presenza dell’ossigeno dell’aria: in questo modo il carbonio in eccesso della ghisa brucia e nel forno rimane l’acciaio). Con la maggiore facilità di lavorazione del ferro e poi dell’acciaio si riuscirono gradualmente a realizzare macchine utensili ed operatrici sempre più perfezionate e più piccole con la rivoluzionaria novità dei pezzi di ricambio (la prima industria che li utilizzò fu però negli USA, la Colt). E’ da notare in proposito che la possibilità di macchine e strumenti di precisione aumentò di molto il rendimento delle macchine a vapore. Mediante trapani e frese di precisione si riuscirono a realizzare cilindri e pistoni con minime perdite. Ed è qui che nasce l’industria che costituirà il nerbo del capitalismo: grandi macchine a vapore alimentano non uno ma molti telai in serie. Nasce l’edificio in cui si raccolgono molte macchine e quindi molti operai. Con la produzione tessile che cresce si incrementa l’agricoltura per la richiesta di cotone (si creano anche dei problemi di riconversione e di adattamento dei suoli alle nuove colture). L’aumento dell’uso del cotone sarà un forte incentivo per gli sviluppi della chimica con la produzione di acido solforico e soda (decolorazione e candeggio) che divennero importanti economicamente come il carbone (a questi composti si aggiunse presto un’industria dei coloranti per far fronte al problema della tintoria) Tutti questi minerali e prodotti richiedevano che fossero trasportati nei luoghi d’uso e ciò comportò una richiesta di mezzi di trasporto sempre più efficienti anche per via terra (all’inizio del XIX secolo si ebbe l’applicazione del vapore al trasporto ferroviario) e quindi di strade, ponti e canali oltre che di porti (il tutto basato su progettazioni scientifiche e non più sull’esperienza e, come visto, di strumenti per la misura della longitudine in mare. Ancora in quanto fin qui detto è l’esperienza, l’empirismo, che muove i processi. Ed era duro il sostenere che serviva il passaggio ad una fase più elevata della produzione di tecnologia de anche un sovrano come Federico il Grande (1712-1786) di Prussia se ne faceva beffe in una lettera a Voltaire del 1778 [citazioni da Klemm]:

Gli inglesi possiedono navi costruite con la sezione maestra più vantaggiosa, in base al giudizio di Newton; i loro ammiragli mi hanno però assicurato che alla lunga tali navi non tengono poi il mare così bene come quelle costruite in base alle regole dell’esperienza. Nel mio giardino volevo far costruire una fontana; Eulero calcolò la potenza delle ruote che dovevano sollevar l’acqua in un serbatoio, affinché essa poi avesse a risalire in alto nella fontana, essendovi condotta da opportuni canali. Questo mio dispositivo di sollevamento è stato eseguito in base ai calcoli matematici, ma tuttavia esso non è riuscito a sollevare una sola goccia d’acqua fino a cinquanta passi dal serbatoio! Vanità delle vanità! Vanità della matematica!

Questo giudizio è molto superficiale (Newton che  dà giudizi a distanza ed il matematico Eulero che fa i conti senza parlare con l’idraulico) ma descrive una difficoltà vera. La sola matematica non risolve i problemi scientifici applicativi. Su un problema reale di matematici in gravi difficoltà (T. Le Seur, F. Jacquier dell’Ordine dei Minimi, e R.G. Boscovich gesuita, noti come “i tre Mattematici”) si urtò quando fu loro affidato il compito di risolvere la stabilità in pericolo della Cupola di San Pietro (Benedetto XIV, negli anni 1742-1743). Fecero molti conti applicando la matematica a questioni di statica ma non furono in grado di fornire indicazioni su come risolvere il problema. Il Papa affidò allora la soluzione del problema al matematico, ma anche e soprattutto fisico ed ingegnere, Giovanni Poleni (1685-1761, dal 1710 membro della Royal Society) che, insieme all’architetto Luigi Vanvitelli, lo risolse brillantemente. Dove si dimostra che per applicare la scienza alla tecnologia serve un tecnico possibilmente del mestiere che usi la matematica, quindi almeno un ingegnere. La Francia capì per prima l’esistenza di tali problemi e, pur tra le difficoltà frapposte soprattutto dagli operatori sulla base della pratica ed esperienza, riuscì gradualmente ad imporre questa strada che alla lunga sarà quella vincente. E’ l’esperienza delle Scuole Politecniche francesi nate prima della Rivoluzione ed anche di personalità scientifiche come il fisico ed ingegnere Charles Augustin Coulomb (1736-1806) del Genio Militare, con i suoi lavori, precedenti a quelli con argomento elettricità, Essai sur une application des règles de maximis et de minimis à quelques problèmes de Statique relatifs à l’Architecture del 1773, Théorie des machines simples, en ayant égard au frottement de leurs parties et à la roideur des cordages del 1781 e Recherches théoriques et expérimentales sur la force de torsion et sur l’élasticité des fils de metal del 1784, che lavorarono ad un rapporto sempre più stretto tra progetto teorico e realizzazione pratica (in questi lavori citati si utilizza il calcolo differenziale per calcolare le travi e la loro torsione, sulla quale baserà successivamente la sua bilancia di torsione).  L’editore della seconda edizione del lavoro del 1781 così lo introduceva:

Nello sviluppo dello spirito umano, tutto è collegato. Se le scienze progrediscono, si perfezionano anche le arti e le industrie. Ciò si è potuto osservare in Francia, particolarmente nell’ultimo trentennio. E Coulomb ha straordinariamente contribuito a questo miglioramento mediante i trattati in cui ha esposto le sue ricerche. Si trovano in essi numerosi esperimenti, descritti in tutte le loro particolarità, per persuadere dell’esattezza dei risultati ottenuti, e generalmente presentati nella loro elaborazione analitica. Quest’ultima, per essere compresa, richiede conoscenze di matematica. Ma gli artisti, che non sono versati nelle scienze matematiche, possono sempre studiare con profitto l’intera parte sperimentale.
Proprio attraverso lo studio delle opere dei grandi possiamo pervenire a sviluppare le nostre conoscenze. Chi trascura questo studio e lo tiene in conto di poco utile, non arriverà ad impadronirsi della teoria dell’arte da lui esercitata. E se alcuni per talento, felice disposizione e circostanze favorevoli si elevano con i propri mezzi sopra i loro compagni di mestiere, vorrà dire che questi saranno riusciti solo dopo molti brancolamenti a trovare da soli una teoria che, si può dire a loro insaputa, li guida. Tutti questi inconvenienti non esistono per l’artista che si sia abituato a leggere e studiare le opere degli scienziati che hanno trattato delle arti. Proprio per questa classe di artisti le trattazioni di Coulomb … possono riuscire di grande vantaggio. In esse troveranno rappresentati i modi ingegnosi scoperti dall’autore per dotare le sue ricerche di quella esattezza massima che è possibile raggiungere. In esse riconosceranno anche le precauzioni che egli ha preso nel corso dei suoi esperimenti, per evitare quelle sciagure che avrebbero potuto colpire gli uomini che lavoravano sotto di lui.

        E Coulomb corredava i suoi lavori con veri e propri progetti che, ad esempio, prevedevano disegni come il seguente:

Teoria della spinta della terra su un muro di sostegno. Schizzo di Coulomb del 1776 [fa Klemm].

e Coulomb non scrisse solo ma operò anche attivamente in opere di fortificazione e nella costruzione di porti e canali.

        La pratica di unire scienza e tecnologia, come accennato, fu sviluppata in Francia nell’ École Polytechnique fondata nel 1794-1795 per sviluppare tecniche belliche per la Rivoluzione con grande impegno di Lazare Carnot e Gsspard Monge, il primo dei quali fu considerato artefice della vittoria contro i controrivoluzionari. A questa scuola erano accettati i migliori studenti di Francia, indipendentemente dal censo, solo per le loro capcità mostrate in duriddime prove di ammissione.  Gli studenti senza disponibilità economiche venivano mantenuti dallo Stato. In queste scuole insegnavano i più grandi scienziati di Francia con un obbligo importante: dovevano scrivere il contenuto delle lezioni giornaliere per poi raccoglierle in dispense per gli studenti. Era proprio nei piani della scuola lo sviluppo della tecnica su basi scientifiche. Il chimico A.F. de Fourcroy (1755-1809) elencò nel 1794 le specializzazioni ingegneristiche che la scuola avrebbe fornito:

Ci occorrono: 1) ingegneri militari, per la costruzione ed il mantenimento degli impianti di fortificazione, per l’assalto e la difesa di luoghi e accampamenti, per la costruzione ed il mantenimento di edifici militari, come caserme, arsenali, ecc.; 2) ingegneri civili, per la costruzione e la manutenzione delle vie di comunicazione terrestri e per acqua, come strade, ponti, canali, chiuse,· porti di mare, dighe, fari, edifici per la marina; 3) ingegneri topografi, per la riproduzione di carte terrestri e marine generali e particolari; 4) ingegneri minerari, per la ricerca e l’utilizzazione dei minerali, per il trattamento dei metalli e per il perfezionamento dei processi di fonderia; 5) ingegneri navali, per la marina, che dirigano la costruzione di tutti i natanti, che diano alle navi le caratteristiche più opportune per i loro particolari servizi, e che controllino l’approvvigionamento dei porti con legname da costruzione e ogni genere di materiali.

        A questa scuola di enorme prestigio si ispirarono le scuole di specializzazione tedesche, che saranno altrettanto prestigiose e che videro la luce nel 1825. E, come in Francia e contrariamente alla Gran Bretagna le imprese scientifiche erano emanazioni dello Stato, quindi pubbliche. Qualcosa di analogo accadde per il processo di industrializzazione che mentre in Gran Bretagna era completamente affidato all’iniziativa privata, in Francia e Germania fu condotto dallo Stato che si pose inizialmente due obiettivi: l’istruzione per elevare il livello culturale della popolazione al fine di incrementare i suoi bisogni materiali e spirituali; la formazione di tecnici in grado di operare al massimo livello nell’industria. Il raggiungimento di tali obiettivi avrebbe innescato un processo in cui sarebbe sorta l’iniziativa privata.

        Il paragone della scuola francese con la britannica è demoralizzante per quest’ultima. Qui si avevano scienziati anche eccellenti che come privati si riunivano nelle Società. Vi erano le due università di Oxford e Cambridge che erano esangui, senza un numero accettabile di studenti, aperte solo a pochi eletti, con regolamenti arcaici. In Gran Bretagna, come afferma Cardwell, il progresso della scienza e della tecnologia era una faccenda di singole persone e avanzava per i tentativi di tanti dilettanti. Con questo potenziale, si chiede Cardwell, come è possibile che la Rivoluzione Industriale si facesse in Gran Bretagna ? Ecco la risposta a questo quesito non è banale e mostra che la scienza con tutto il contorno che si vuole, da sola, non basta per creare industria. Occorrono anche condizioni favorevoli (politiche, economiche, sociali, geologiche, temporali, …), ciò che si chiama il contesto.

        Nell’Ottocento si raccolsero molti frutti della semina del Settecento ed altri ne nacquero (non mi occuperò qui degli sviluppi dell’elettricità da Volta fino alla produzione di corrente alternata passando per alternatori e dinamo, come non mi occuperò degli sviluppi della termodinamica fino ai motori a combustione interna). Innanzitutto iniziarono a funzionare le ferrovie con locomotive a vapore (Gran Bretagna). Ebbero grande sviluppo le navi a vapore che sia Gran Bretagna che Francia avevano in cantiere da vari anni. Queste due fondamentali innovazioni resero possibile lo spostamento rapido delle merci e degli approvvigionamenti di carbone e di minerale. L’estrazione del carbone aumentò molto per l’utilizzazione di altri ritrovati. Intanto il trasporto sotterraneo di materiale che passò ad essere realizzato con carrelli su rotaie prima di legno e poi di ferro (il traino era di cavalli). Vi fu poi la fondamentale invenzione di H. Davy (1778-1829) del 1815, la lampada di sicurezza per minatori: la fiamma delle lampade non era più libera ma chiusa da una retina in modo da evitare contatti con il micidiale gas che si sprigionava in miniera che era causa di esplosioni con stragi continue di minatori (il 6 dicembre 1907 nella miniera di Monongah negli USA persero la vita 956 minatori; a Courrières in Francia, il 10 marzo 1907, le vittime furono 1099; a Marcinelle nel Belgio, l’8 agosto 1956, si ebbero 262 morti; …).

La lampada di Davy per minatori. La fiamma si sviluppava all’interno della retina metallica ed un vetro impedendo il suo contatto con il gas grisou che si sprigiona in miniere di carbone ed è altamente esplosivo

Una caricatura dell’epoca. Il giovane Davy, con il soffietto in mano, si diverte nel fare alcuni esperimenti con il gas illuminante. Si noti, sulla destra in piedi, il conte Rumford.

Lo stesso Davy vittima di un malore a seguito di una intossicazione con il gas illuminante (monossido di azoto, NO).

        Queste invenzioni permisero di moltiplicare la produzione di carbone (anche se la sicurezza migliorò pochissimo). Le conseguenze a catena già le ho descritte ma vi sono ora delle novità che discendono da scoperte recenti. Da una parte la scoperta della pila da parte di Volta (caspita, un italiano !) rese possibile la comunicazione a distanza tramite il sistema telegrafico, dall’altra il processo di produzione di coke per distillazione dalla litantrace, liberava gas che, opportunamente purificato, rese possibile l’illuminazione notturna (anche di grandi ambienti ed  a prezzi ragionevoli), prima di fabbriche, poi di strade e quindi di abitazioni. Fu così reso possibile il lavoro notturno che, per alcune produzioni, era ed è importante. Ed anche quello serale che richiedeva molta luce per poter operare. Inoltre si poteva operare su turni in modo da ammortizzare meglio il costo delle macchine. Questi progressi anziché liberare l’uomo dalla fatica lo costrinsero a giornate lavorative di 16 ore, salari infimi, case malsane, lavoro precario, nessuna assistenza, lavoro notturno, … Iniziarono a formarsi organizzazioni operaie, sindacati, lotte, scioperi, distruzione di macchine … fino alla formazione di partiti dei lavoratori ed a loro teorici (Marx). Il Parlamento liberale inglese comminava la pena di morte a chiunque avesse distrutto una macchina. Lo stesso Parlamento che permetteva lo sfruttamento dei bambini nelle fabbriche  soprattutto nelle miniere. Ci volle il 1842 per avere una legge (non sperate in molto) che vietasse nelle miniere il lavoro di bambini con meno di 10 (dieci) anni e delle donne. Ed occorse arrivare al 1833 per l’abolizione della schiavitù nelle colonie.

        Un industriale tedesco, Friedrich Harkort (1793-1880), fondatore di importanti officine meccaniche nella Ruhr che dettero grande impulso alla costruzione del sistema ferroviario tedesco, era disgustato di quanto i suoi colleghi facevano sulla pelle degli operai e, nel suo Sugli ostacoli della civilizzazione e sull’emancipazione delle classi inferiori del 1844 così scriveva:

I grandi capitali sono sorti soprattutto attraverso le colpe delle amministrazioni, dei monopoli, dei debiti pubblici e del deprecato traffico della carta moneta. Essi sono alla base dei giganteschi impianti, conducono alla truffa che va oltre il bisogno, ed opprimono le piccole officine, mediante le quali, prima, anche chi non era dotato di mezzi poteva farsi una strada con la propria diligenza, con una giudiziosa tendenza all’agiatezza. Con l’introduzione delle macchine, con la suddivisione del lavoro che, come ci mostra Babbage, viene spinta fino all’inverosimile (ad esempio nell’industria degli orologi esistono 102 rami diversi, ai quali vengono indirizzati i vari apprendisti), sono necessarie soltanto una forza limitata ed assai poca intelligenza, e· con la concorrenza il salario deve esser limitato al minimo indispensabile per restare in vita.
Se appena si verificano quelle crisi di sovraproduzione, che sempre si ripetono a breve distanza, le paghe scendono subito al disotto dei limiti minimi; spesso il lavoro cessa completamente per qualche tempo, e poiché, per effetto della cattiva educazione sociale, il guadagno dei tempi buoni viene dissipato, ecco che una massa di miseri viene abbandonata alla fame ed a tutte le pene dell’indigenza.
I lavoratori, spinti dalla necessità di sopravvivere, hanno già tentato spesso, specialmente in Inghilterra, dove la situazione è peggiore che in altri luoghi, di tener testa al capitale, riuscendo a stipulare un accordo in base al quale non si lavorerà al disotto di una determinata paga minima.
Fatica inutile! Il capitale può facilmente trovare impiego altrove e può durare più a lungo, mentre il lavoratore viene costretto dai bisogni della vita ad arrendersi a qualsiasi paga. I limiti della sua cultura e della sua pratica non gli permettono di passare ad un’altra occupazione, in condizioni diverse. Soprattutto le grandi città sono la culla di queste industrie, che rendono più ricco lo Stato ma più poveri gli uomini. Esse fanno crescere una generazione che, allontanata dalla chiesa e dalla scuola, privata di ogni educazione e di ogni costume, dissipa oggi senza considerazione nelle taverne quanto aveva guadagnato ieri, stringe legami irregolari o vive in concubinato, correndo sconsideratamente verso la miseria. Così si è verificato il fatto atroce che dopo la carta di Villeneuve-Bargemont [uomo politico francese che nel 1841 presentò al Parlamento la legge che proteggeva il lavoro dei bambini, ndr] i più civili popoli d’Europa portano i più neri colori del pauperismo! …
Una generazione già resa malsana non si può trasformare; la riforma deve partire dalle radici, cominciare dalla gioventù. Dallo Stato noi esigiamo che non intervenga solo per comandare, ma anche per aiutare e per sollecitare.
Inoltre il governo deve controllare e far osservare con tutto rigore che nessun fanciullo venga impiegato nelle fabbriche prima di aver adempiuto l’obbligo scolastico.
Ai genitori dev’essere assolutamente tolto il diritto di vendere i propri figli all’industria come schiavi… Così come stanno ora le cose, i fanciulli vengono impiegati soltanto per deprimere le paghe agli adulti; se i minorenni verranno eliminati dalla cerchia di coloro che possono lavorare, i più anziani troveranno migliori compensi per il lavoro delle loro mani. Anch’io appartengo alla categoria dei padroni d’industria, ma disprezzo di tutto cuore la creazione di qualsiasi valore e ricchezza che si faccia a spese della dignità umana, ed abbassi la classe dei lavoratori. Il compito della macchina è di sollevare l’uomo dalla servitù animalesca, non quello di creare ulteriori schiavitù …
Così come la legge prescrive la domenica per il riposo, essa può stabilire che la sera resti libera dal lavoro …

  Ma leggiamo cosa diceva il matematico e meccanico inglese Babbage:

Nessuno porrà in discussione l’affermazione che il tempo necessario per apprendere un mestiere qualsiasi dipende dalla difficoltà che lo stesso lavoro presenta, e che l’apprendista ha bisogno, per imparare, di tanto più tempo quanto più numerosi sono i diversi processi dell’attività da svolgere. In molti mestieri è necessario un tempo di cinque o anche sette anni prima che l’apprendista abbia compreso abbastanza il suo lavoro per poter ricompensare il maestro, nell’ultimo periodo del suo apprendistato, delle spese che gli ha cagionato. Se però egli, anziché apprendere, ad esempio, tutti i processi relativi alla fabbricazione degli aghi, si limiterà ad un processo, il periodo “sterile” del suo apprendistato sarà assai breve, e tutto il tempo restante sarà fruttuoso per il maestro …
Ogni apprendista impiega senza alcun utile, oppure rovina, una certa quantità di materiale; quando egli passa ad un altro processo, la cosa si ripete con la materia prima o con l’articolo già elaborato. Ora, però, la perdita sarà assai maggiore se ciascuno dovrà imparare tutti i processi l’uno dopo l’altro, che non se ciascuno ne dovrà apprendere uno soltanto; anche per questo motivo la ripartizione delle lavorazioni contribuisce alla riduzione dei prezzi.
Un altro vantaggio che deriva dalla suddivisione del lavoro è il risparmio di tempo: poiché in ogni passaggio da una lavorazione ad un’altra un certo tempo va perduto. Quando la mano e la testa si sono abituate per un certo tempo ad una determinata specie di lavoro, se questa cambia, mano e testa non possono assumere subito la stessa destrezza che avevano raggiunto prima …
L’uso di attrezzi diversi in ciascuna lavorazione causa pure una perdita di tempo nel passare da un lavoro ad un altro. Naturalmente la perdita di tempo è limitata quando gli attrezzi sono semplici e i cambiamenti non sono molti …

        Chi si è occupato appena un poco di organizzazione del lavoro può riconoscere in questo brano del 1832 un’anticipazione di quanto teorizzerà F. W. Taylor (1856-1915) in The Principles of Scientific Management del 1911,  con la parcellizazione del lavoro nella catena di montaggio di Ford. Tralascio varie altre posizioni, particolarmente quella che si levò più forte a difesa del lavoro e condizione operaia (Marx), per tornare a discutere dei rapporti tra scienza e tecnica dando un’occhiata a cosa accade in Germania oltre a quanto già accennato.   

        Con la fondazione delle scuole politecniche tedesche (a cominciare da quella di Karlsruhe del 1825), ad imitazione di quella francese, il governo tedesco iniziò quell’opera di acculturazione della società che riteneva indispensabile per aprire la popolazione ai consumi che avrebbero reso i privati più interessati a sviluppare l’industria. A sostegno di questa politica si schierò molta borghesia tedesca presso la quale si andava diffondendo uno spirito liberale e patriottico favorevole al progresso tecnico che influenzò la crescita della scuola stessa. Questo tipo di scuola si diffuse nel resto della Germania ed anche in Austria se ne fondarono.

        Il modo di operare almeno della prima scuola alla quale via via seguirono le altre discendeva dal corso di costruzione di macchine. Le macchine erano trattate teoricamente in modo eminentemente tecnico evitando l’eccessivo uso della matematica dei francesi (uso che era stato criticato anche da D’Alembert). Il tentativo era quello di legare la tecnica avanzata con la pratica. Quindi, a lato della teoria tecnica, non si doveva trascurare la parte costruttiva delle macchine medesime e si doveva cercare di formare, oltre ai professionisti nel ramo, anche dei cittadini informati dell’industria. Allo scopo si ripresero i lavori di Monge e si introdusse il disegno tecnico negli insegnamenti (geometria proiettiva e disegno di macchine).

        Con la produzione di precisione grandi passi avanti fece la meccanica e l’ottica (Joseph von Fraunhofer). L’applicazione della scienza alla tecnica aveva permesso gran parte di ciò. Iniziava ora il processo inverso, l’uso fatto dalla scienza di strumenti sempre più precisi per osservazioni più affidabili.

        Un esempio può dare l’idea di cosa si faceva. Per la misura del cielo da tempi remoti ci si serviva di quadranti che dovevano essere graduati con grande precisione. Questa operazione era estremamente complessa e quasi sempre portava ad errori magari piccoli ma che estesi alle distanze di una stella davano valori angolari sballati. Suddivisioni meccaniche accurate iniziarono ad essere fatte verso la metà del Settecento quando all’operazione fu applicato il metodo utilizzato per tracciare la posizione dei denti degli ingranaggi degli orologi. A portare a termine tale operazione furono nel 1760 il francese Duca di Chaulnes e l’inglese Jesse Ramsden che nel 1780 ideò una macchina per dividere basata sul principio della vite senza fine.

Quadrante di George Graham (1742) [da Singer]

Macchina circolare per dividere di Ramsden (1777). La lastra da dividere è avvitata al grande cerchio dentato (CC). La punta che incide è applicata al carrello scorrevole (DD). Il cerchio è girato di un arco determinato coll’abbassare il pedale (R), che, per mezzo di una corda ed un dispositivo d’arresto, fa ruotare l’abero che porta una vite senza fine, visibile in alto (Q), che ingrana con il cerchio. Un segno della punta tracciante a seguito di ciascun movimento del pedale produce una serie di tracce sulla lastra ad intervalli esatti [da Singer].

IL SETTECENTO IN ITALIA (CON UN’INCURSIONE NELL’OTTOCENTO)

        Abbiamo lasciato l’Italia e la sua ricerca morente a poco prima della metà del Seicento. Per una qualche ripresa, molto marginale, occorrerà attendere la metà del Settecento quando, sull’onda dell’Illuminismo, qualcosa si mosse non senza dure resistenze dal solito mondo ecclesiastico, giansenisti e gesuiti (si, proprio loro, ora intransigenti difensori dell’ortodossia). Ma anche i cattolici illuminati, in Italia, restavano convinti che alla Chiesa si dovesse ubbidienza. Fu comunque in questo periodo che in Italia iniziò a porsi il problema della laicità, dell’ateismo, del dubbio religioso, del protestantesimo, … di tutto ciò che con il tempo avrebbe formato le generazioni del Risorgimento e della presa di Roma. Ed in quanto dirò non inganni il riferimento alla Chiesa di Roma. le nefandezze che avvenivano non erano prerogativa dello Stato Pontificio soltanto. Mediante la pratica dei Concordati con gli statarelli costituenti l’Italia, la Chiesa estende il suo potere dovunque. Dove non interveniva direttamente vigeva l’autocensura. Comunque, dice Woolf, 

La censura ecclesiastica e l’Inquisizione rimanevano minacce assai serie, specialmente nel decennio 1730-40, quando i principi, messi in difficoltà dalla crisi che scuoteva l’Italia, ritirarono parzialmente la loro protezione. Ancora nel 1739 il poeta toscano Tommaso Crudeli, membro della massoneria, poté essere arrestato dall’Inquisizione, …, e costretto ad abiurare. Solo durante il lungo pontificato di un uomo dalla mente aperta, Benedetto XIV (1740-58), quando ormai l’influenza dei gesuiti era in declino, la critica e l’opposizione poterono essere espresse più liberamente. Ma anche allora furono il giurisdizionalismo e la protezione del principe ad offrire un paravento alle nuove idee e a dare impulso alle riforme, sia in campo giuridico ed economico, sia pedagogiche (…).
Dopo il 1740 la nuova mentalità scientifica, cioè la fiducia nell’utilità pratica della scienza, rese più saldo il convincimento che le riforme fossero non solo desiderabili, ma realizzabili concretamente. Le tradizioni scientifiche non si erano mai interamente spente in Italia, soprattutto nei centri dove più forte era stata l’influenza del Galilei e del Pomponazzi, come Pisa, Padova, Bologna e Napoli. Verso la fine del Seicento gli scienziati italiani erano molto aperti ai progressi del pensiero scientifico europeo. Fardella, Malpighi, Sorelli, Redi, Viviani, Ramazzini, Di Capua, Marchetti guardavano a Descartes e a Gassendi, oltre che a Galileo, nell’esplorare i nuovi orizzonti aperti dal metodo sperimentale fondato su un’intuizione matematica della realtà. 

        E là dove fino a 100 anni prima era in tutta Europa che si insegnava Galileo, ora in Italia si fanno lezioni su Cartesio, su Leibniz, su Locke (le cui opere vennero sequestrate dalla solerte inquisizione che aveva il terrore di quei principi liberali contro i quali si scaglieranno molto più avanti gli anatemi di Pio IX), su Newton, con l’Inquisizione che continua inesorabilmente a colpire. Ma Woolf continua:

Nel 1748 … Muratori scriveva amaramente: «Mettendo in paragone l’Italia con la Francia, Inghilterra, Fiandra, Olanda e con qualche paese della Germania, buona parte dell’Italia resta inferiore nell’industria e commercio a i suddetti ultramontani». Dal punto di vista intellettuale ed economico, l’Italia era rimasta indietro rispetto ai progressi delle altre nazioni europee.
Con il progressivo sviluppo del movimento riformatore, gli intellettuali italiani si resero conto in modo sempre più chiaro del loro debito verso la cultura straniera, specialmente francese. Montesquieu, Helvétìus, Buffon, Diderot, D’Alembert, Hume, Rousseau furono gli ispiratori dell’opera di Beccaria Dei delitti e delle pene (1764), come l’autore dichiarò apertamente al Morellet. All’epoca in cui scrisse La scienza della legislazione (1780), Filangieri — oltre che ad alcuni philosophes ormai classici, come D’Alembert e Helvétius — faceva riferimento ad illuministi più tardi e più radicali, a fisiocratici e a filosofi della storia come Mably, Boulanger, D’Holbach, Chastellux, Linguet, Raynal, Robertson, Hume, Blackstone, Mercier de la Rivière, Schmidt d’Auenstein, ma era in grado anche di richiamarsi ad autori italiani, come Genovesi e Pietro Verri. L’illuminismo italiano era ormai diventato adulto; gli scrittori e i riformatori italiani avevano dato un positivo contributo allo sviluppo del movimento, un contributo di portata internazionale. Già nel 1767 il Paradisi era pronto a confutare le opinioni denigratorie del Deleyre sul panorama culturale italiano, facendo appello a nomi come quelli del Beccaria, del Frisi, del Della Torre, del Fontana, dello Spallanzani. Negli anni fra il 1775 e il 1780, davanti alla crisi del movimento riformatore in Francia, i continui progressi realizzati in Italia rafforzarono la coscienza dei risultati raggiunti, senza che, per ciò, ne fossero indeboliti i legami con la cultura straniera.
L’importanza del metodo empirico, della nuova «filosofia sperimentale», derivava dalla fiducia che questo metodo offrisse dei criteri già elaborati ed applicati con successo nel campo delle scienze sperimentali e suscettibili di essere estesi ad ogni aspetto dell’umana attività. Vi era la ferma persuasione dei successi raggiunti dal metodo scientifico, che risaliva alle invenzioni e alle scoperte degli umanisti e si identificava nei nomi di Bacone, Galileo, Newton e Locke; ma vi era anche la convinzione che queste conoscenze scientifiche, questi «lumi», fossero legati strettamente al progresso economico e civile di alcune nazioni come l’Inghilterra, la Francia e l’Olanda. Il nuovo metodo poteva essere compreso da ogni persona colta che avesse fatto uso della propria ragione e poteva essere applicato per il bene della società. In ciò esso era diverso, anzi decisamente superiore, ad ogni generica accettazione del valore della ragione o, ancor peggio, di qualche «sistema», e in particolare di quello cartesiano. Per questo motivo l’Algarotti (Newtonianesimo per le dame, ndr), come Voltaire nelle Lettres philosophiques, si propose di spiegare la nuova «filosofia sperimentale» a un largo pubblico, con fini deliberatamente divulgativi. L’erudizione onnicomprensiva, la cultura scientifica a vasto raggio dèi primi decenni del secolo si restringe e si concentra, di proposito, su quegli elementi che appaiono «utili» all’uomo e alla società. L’ottimismo, la fiducia nella capacità dell’uomo di assicurarsi, nella pace, un’esistenza più civile ed umana, furono i tratti caratteristici della nuova mentalità illuministica. 

        La lunga citazione, oltre a darci importanti informazioni, è servita, se ce ne fosse ancora bisogno, a citare dei nomi di personaggi stranieri che dicono tutto di per sé se confrontati con qualche coraggioso nostro isolato studioso. Questo significa la decadenza italiana. Non siamo più trainanti culturalmente dall’esaurirsi delle persone che avevano vissuto nello spirito di Galileo.

        Nelle scienze particolari la grande tradizione geometrica italiana, a cui erano legati molti progressi in astronomia, ottica e meccanica, tende a sparire per lasciar posto (Bologna e Roma) alla più innocua algebra in gran parte di provenienza straniera. Un calo notevolissimo si ebbe negli studi di ottica fisica, acustica, termologia, barometria e parzialmente idraulica (che si sviluppò nell’area padana per motivi pratici). In pratica tutta la fisica teorica e sperimentale era sparita(5).

        In quali campi si fece qualcosa che ebbe valore assoluto ? In quelle discipline che non erano direttamente implicate nella rivoluzione di Galileo: botanica, zoologia, mineralogia, vulcanologia, matematica (nel senso detto prima), … I maggiori successi li abbiamo avuti in anatomia ed in fisiologia con Malpighi, con Redi, Guglielmini, Borelli, Morgagni. Ma sono fatti isolati non inseriti in contesti o scuole.

        Un esempio di grandissimo spessore del come era stata ridotta la fisica ed il suo insegnamento nello Stato della Chiesa lo abbiamo raccontando le vicende della Cattedra di Fisica Sacra alla Sapienza di Roma. Proprio la liberazione di Roma ed il disastro lì trovato nell’insegnamento della fisica (ma anche della matematica e della biologia) presso l’Università la Sapienza (ed in tutte le università pontificie), può far rendere conto dello stato in cui ci trovavamo. La cosa fu denunciata con toni allarmati dagli ispettori del Ministero della Pubblica Istruzione dell’Italia Unita, Matteucci e Brioschi nel 1870 i quali aggiunsero che tutti gli insegnamenti erano influenzati dalla tradizione aristotelica nelle scienze naturali (e la cosa avveniva anche nei seminari arcivescovili). Gli stessi ispettori apprezzarono l’osservatorio del Collegio Romano, e la medicina insegnata nella Scuola degli ingegneri.

        Dopo aver represso duramente ogni cosa si muovesse intorno a Copernico e Galileo per circa duecento anni (!), nella prima metà del XIX secolo la Chiesa si propose di tentare un aggiornamento culturale stimolato in vario modo dalla crisi dei valori politici, culturali ed istituzionali provocata dall’occupazione napoleonica. Il periodo precedente era stato caratterizzato da un clima di pesante restaurazione politica e culturale, soprattutto nelle università dove si esercitava un rigido controllo ideologico sui docenti scientifici (la cosa proveniva dall’Enciclica del 1824 di Leone XII, Quod divina sapientia, che prevedeva la costituzione di vere e proprie commissioni di controllo per combattere infiltrazioni di Illuminismo). Ci fu allora questo tentativo di aprirsi alle scienze con un fine (neppure recondito) apologetico (c’è da notare che nel 1825, in occasione del Giubileo, lo stesso Leone XII fece togliere dall’Indice alcune opere di Galileo che erano restate in quel luogo infame per ben 187 anni). Questo compito fu affidato, come no?, ai gesuiti, con il fine di raccordare di nuovo la fede con la scienza che discendeva dalla visione positivista. La Chiesa coglieva così la grande opportunità che il Positivismo le offriva: superare il materialismo illuminista per tentare di far penetrare la teologia cattolica nel pensiero della società industriale che stava esplodendo con grande fiducia nelle scienze positive (e si tenga ben presente questo quando si agita il positivismo come papà dello scientismo, chi dice questo non conosce neppure la storia della Chiesa. Chi fa scienza sa invece che il Positivismo è proprio la metafisica della scienza ed in questo ben si accorda con la religione). Come ci racconta (1886) l’abate Stoppani, la Chiesa voleva combattere scienza con scienza e per farlo occorreva impadronirsi delle conoscenze scientifiche del tempo per usarle in modo spregiudicato contro le conseguenze filosofiche di tale scienza giudicate (ancora!) empie.

        Nel 1816 il cardinale Consalvi affidava all’abate Scarpellini la cattedra di “fisica sacra” al fine di rimettere a posto le conoscenze “segnatamente nel tempo presente, in cui si abbusa dei progressi delle scienze naturali, o delle nuove cognizioni, per introdurre degli errori a danno della religione cattolica“. C’è dietro la paura della Rivoluzione francese e l’esempio negativo dell’Encyclopédie che aveva permesso la diffusione di un sapere scientifico di massa, diffusione con la quale si poteva trasmettere l’idea di progresso sociale, culturale e politico aborrito dalla Chiesa.             

        Nel 1837, il matematico S. Proja, nel “Giornale accademico di scienze, lettere ed arti” (nº 74, pagg. 106-110), così descrive la cattedra di Fisica sacra di Scarpellini alla Sapienza di Roma(6):  

“In un ramo della pubblica istruzione, che ha per oggetto l’applicazione delle scienze naturali alla considerazione di Dio, non può immaginarsi sistema né più ordinato né più sublime di quello, che la stessa divina sapienza ne tratteggiò laonde con saggio divisamento dal primo libro della Genesi desunse la nostra cattedra l’ordine e la distribuzione delle materie, nonché l’appellazione di FISICA MOSAICA, FISICA SACRA, COSMOLOGIA TEOLOGICA. Pertanto in sei grandi trattati se ne divise l’ampio argomento, essendoché in sei giorni divise Mosè l’opera divina della creazione, ed a ciascun trattato serve di tema ciò che creò Iddio nella corrispondente giornata. Quindi è che il I si occupa della creazione del mondo, o piuttosto della creazione delle sostanze elementari; il II del firmamento, o sia dell’aria, e della divisione delle acque sopra la Terra divisa in continenti e mari; il III della produzione dei vegetabili; il IV dei corpi celesti, e de’ loro uffici; il V della produzione dei pesci e dei volatili; il VI finalmente della produzione degli altri animali e della formazione dell’uomo … Sebbene il genere di istruzione che questa facoltà si propone richieggia che sian cognite agli uditori le generali teorie delle scienze, nondimeno basando sopra di questo il più bello e il più sublime dell’applicazione, che dee farsene con bene intesa maestria vi si sviluppano a minuto, e persino con apposite dimostrazioni sperimentali, le principali non meno che le più recenti dottrine della fisico-chimica, dell’ottica, della geologia, dell’astronomia, della storia naturale. Né questo è già un uscire di via, come talvolta la maledicenza andò divulgando e cornando per diminuire alla nostra cattedra il credito a cui in breve pervenne; … Sapea bene egli quel supremo padre e pastore della cattolica Chiesa che d’ordinario gli allievi delle scuole ove colali scienze si apparano, sono sapienti del secolo, e giganti che assalir vorrebbono il Ciclo; per cui con assai provvido consiglio dispose che i giovani ecclesiastici dalla nuova cattedra le apparassero, e così eglino pure sapienti addivenissero, ma di quella sapienza che da Dio scaturendo a Dio conduce”.

        La cattedra di Scarpellini durò fino al 1840, ma il suo spirito restò. Esso andava sotto il nome di “concordismo”, il mettere sempre d’accordo Bibbia con fatti scientifici. Osserva Redondi che:

Dall’ordinamento della materia d’insegnamento che abbiamo prima citato risulta chiaro che le difficoltà di questo reciproco adattamento erano notevolissime. Per esempio, gli esegeti scientifici cattolici e protestanti facevano ricorso alla cosmologia di Laplace e all’ipotesi della nebulosa originaria per spiegare la creazione della luce prima degli astri. La creazione del sole e della luna dopo quella delle piante veniva fatta corrispondere al dissolversi, con le precipitazioni, di densi strati di vapore. Ma è anche evidente che questo sforzo esegetico per adattare il testo biblico alle nuove ipotesi scientifiche e viceversa si rivelò ben presto, agli occhi della stessa cultura cattolica, un progetto illusorio e controproducente. Gli entusiasmi e anche i successi iniziali di questa apologetica in chiave scientifica si infransero irrimediabilmente, alla metà del secolo, di fronte al darwinismo e alla sua inconciliabilità con la rivelazione. 

        E così le scienze restavano in grandissima parte insegnate in modo aristotelico, con inutili e superficiali classificazioni. Anche quei pochi scienziati (astronomi gesuiti) che tentarono ricerche (Secchi, Pianciani, De Vecchi) dovettero abbandonare Roma nel 1848, a seguito dell’allontanamento della Compagnia di Gesù, per recarsi in Inghilterra e poi negli Stati Uniti. Allo stesso modo l’altro scienziato in tonaca, Schiapparelli, non ebbe vita facile. Vi fu un barlume di libertà e laicità proprio l’anno dopo la cacciata dei gesuiti: la Repubblica Romana che cito solo perché fu l’occasione per conoscere documenti vaticani sui processi di vari eretici o comunque condannati dall’Inquisizione tra cui Giordano Bruno e Galileo. In particolare l’aver avuto accesso ai documenti del Processo a Galileo da parte di Silvestro Gherardi (che scoprì i documenti che convinsero gli studiosi – Gherardi, Wohlwill, Cantor, Scartazzini, Banfi, De Santillana – che il Precetto del 1616 era un falso) fece si che il Vaticano si decidesse a pubblicarli nel 1868 (in realtà non sappiamo e non sapremo mai quanti di questi documenti continuano a giacere negli Archivi. Ogni tanto, a propri fini, ne viene fatto filtrare qualcuno).

        E poco prima che i bersaglieri entrassero in Roma, anche il darwinismo veniva a dare altri colpi al concordismo.

        Non serve aggiungere altro se non l’indignazione che prende ogni spirito libero che guarda oggi l’Italia e la rivede piccina e destinata a diventare sempre più insignificante per i medesimi motivi: una Chiesa padrona ed un potere politico sempre servile.

CHIESA ED ILLUMINISMO

        Le vicende francesi sono state centrali in Europa per un lungo periodo. Come accennato, la Francia godeva della compattezza del territorio e di una monarchia solida che godeva della perdita di potere e prestigio della Spagna e degli Asburgo. Il Paese era anche più popolato d’Europa, escludendo la Russia, con 20 milioni di abitanti (Gran Bretagna 5, Spagna 7, Impero degli Asburgo 8)(7). L’85% di essi era occupato nell’agricoltura che era anche la voce principale per le esportazioni. L’industria era quasi esclusivamente tessile per la produzione di tessuti di bassa qualità ed occupava pochi addetti. Vi era poi la ricchezza di nobili, ecclesiastici (signorie ecclesiastiche, ordini religiosi, vescovati, …) e borghesi. Sia nobiltà che clero erano esentati da molte tasse (versavano a loro discrezione degli oboli volontari allo Stato), le più odiose e pesanti che gravavano durissimamente, anche con odiose vessazioni degli incaricati alla riscossione, sulla popolazione. L’economia dl Paese era ancora nel 1614 al disastro. Fu allora che le redini politiche del Paese furono date ad Armand Jean du Plessis duca di Richelieu, vescovo di Luçon, che nel 1642, con la sua morte, permise la successione al suo protetto Mazarino (ambedue fatti cardinali per meriti politici). Ambedue lavorarono per accrescere il potere della monarchia, aiutandosi anche con giustizia sommaria, processi e condanne a morte. Per sistemare il bilancio occorse l’opera di Jean-Baptiste Colbert, ministro delle finanze sotto il regno di Luigi XIV. L’idea guida di Colbert, che ebbe ance un ruolo importante nella promozione culturale, nella fondazione dell’Académie des Sciences e nell’attrarre in Francia molti scienziati d’Europa, era che non è possibile migliorare le finanze del Paese se non migliora l’economia del Paese. Bisognava quindi incrementare le esportazioni perché il mercato interno non poteva assorbire di più, viste le ristrettezze economiche della popolazione che per di più era vessata dalle tasse. Inaugurò quindi da una parte una politica di protezionismo ferreo e dall’altra quella di far nascere l’industria del lusso (seterie, merletti, arazzi, porcellane, …) priva di concorrenti, anche come industria di Stato. Incrementò le attività delle Compagnie operanti nelle Colonie e dette vita ad importanti opere pubbliche.

        Tutto quanto visto si coniugò con una politica religiosa  fortemente accentratrice e totalmente intollerante. A partire dal 1661 si colpì duramente la minoranza protestante degli Ugonotti, già vittima della Strage di San Bartolomeo del 1572, fino ad arrivare nel 1685 alla revoca dell’Editto di Nantes (1596) che garantiva la libertà di culto con la conseguenza della loro migrazione di massa principalmente nei Paesi protestanti e tolleranti vicini. La persecuzione contro gli Ugonotti iniziò con pressioni che venivano fatte per convincerli alla conversione con soldi, minacce, privazione dei figli sottratti e portati ad essere educati in istituti cattolici (sappiamo bene che questa è una pratica ben nota alla Chiesa di Roma, anche se la Chiesa di Francia era molto svincolata da Roma per propria posizione politica). Si passò poi alla fase decisiva che consisteva in aggressioni contro le loro comunità, obbligo di conversione con l’accettazione dei sacramenti cattolici e, in caso di rifiuto, eliminazione fisica degli eretici. La Francia divenne così con la violenza tutta cattolica. Analoga cacciata di protestanti vi fu in Polonia nel 1711. Persecuzioni contro i cattolici vi furono invece in Irlanda del Nord. Oltre allo sdegno per queste politiche, c’è da sottolineare che con gli Ugonotti andarono via dalla Francia molti cervelli e molte competenze che solo loro avevano, come quella della lavorazione del lino e la tessitura della seta, e che furono importate soprattutto in Inghilterra ed in Irlanda del Nord. Alcuni Ugonotti non si rassegnarono ed iniziarono una lotta che oggi si chiamerebbe guerriglia. Si trattava del primo movimento che lottava contro la monarchia e che pian piano crebbe aggregando molti contadini e sfruttati, indipendentemente dalla fede religiosa.

        Intanto, con la monarchia assoluta, era intervenuto un cambiamento radicale nelle cose di fede. Mentre prima era la Chiesa che individuava e puniva l’eresia, ora era lo Stato ed il Re che si assumevano il compito di cacciare le eresie con la conseguenza che entrarono nell’eresia anche questioni relative alla semplice libertà di pensiero e paradossalmente anche quanto la Chiesa stessa sosteneva se non era in linea con la politica del sovrano. Come esempio si può portare la persecuzione della corona contro il giansenismo (corrente cattolica riformatrice che auspicava rigore morale e che essendo individualista era potenzialmente contraria all’ordine costituito) che non c’entrava nulla con l’eresia ma era una spina nel fianco del Re. Ed anche l’avversione per i Gesuiti, che furono espulsi dal Paese, per la loro maggiore fedeltà al Papa di Roma che alla corona di Francia (alimentavano uno Stato nello Stato). Stessa sorte i gesuiti ebbero in molte monarchie cattoliche (una nave piena di gesuiti vagò per tutti i porti del Mediterraneo senza poter attraccare)tanto che, su particolare pressione della Francia, l’ordine fu sciolto (Clemente XIV, 1773). Nonostante ciò possa essere considerata come una violenza, occorre dire che ha un risvolto molto importante: uno Stato cattolico, per la prima volta, non solo stabilisce che non accetta interferenze religiose sulla sua politica ma è esso stesso ad interferire nella vita religiosa. Alla Chiesa, che accettava di buon grado, si offrivano i benefici economici concessi a tutta l’aristocrazia in cambio di sottomissione. Più radicale con la Chiesa cattolica fu l’Austria degli Asburgo: ordini religiosi e nomine di vescovi controllati dallo Stato, matrimonio civile, controllo sulle attività pastorali e su come è organizzata la Chiesa medesima, nessuna agevolazione sui patrimoni, …

        L’essere il Re diventato un Dio in Terra, creava un naturale contrasto con la Chiesa che aveva una simile liturgia e gerarchia di presunta volontà divina. Se il controllo sull’eresia passava alla corona, ad essa andava anche quello sulla cultura del Paese. Come accennato più su, si cominciava ad avere un qualche timore dell’opinione pubblica ed era quindi necessario informarla di ciò che faceva comodo inventando degli eventi che avrebbero portato prestigio. E’ da questo presupposto che nascono le Accademie che danno lustro al Paese che le fonda attraendo in esse le migliori e più conosciute menti d’Europa.  E, come visto, sarà Colbert ad esserne il primo formidabile promotore. Ma la cosa non si fermò ad un mero fatto di prestigio se molti tra i pensatori delle Accademie iniziarono ad entrare nell’amministrazioni dello Stato sostituendo i vecchi burocrati. Qui vi è un altro salto evolutivo che viene compiuto, così ben scritto da Prosperi e Viola:

Fra gli intellettuali e la politica si apri una delle stagioni, rare nella storia, di proficua collaborazione; e addirittura i sovrani arrivarono a scegliere ministri e ambasciatori fra gli uomini di cultura, anziché nella grande aristocrazia o fra i funzionari e i giuristi degli apparati burocratici di governo. Allo stesso tempo il rapporto fra potere e produzione del sapere divenne un legame di dipendenza. La cultura cessò di essere centrata sulla teologia, cioè il sapere di Dio; e cominciò a ruotare intorno ai due grandi ordini mentali del potere civile: le scienze e le arti, il sapere de re. Anche gli artisti non furono più convocati soltanto a allietare e decorare la vita di corte, o a raffigurare e celebrare il monarca e la sua famiglia, ma a dirigere la produzione di cultura. Orchestre e compagnie teatrali diventarono istituzioni pubbliche; le esposizioni di pittura diventarono normali appuntamenti di pubblica utilità. Per la prima volta dalla fine dell’antichità, il potere politico diventava il principale laboratorio della produzione intellettuale; perfino in negativo, poiché definiva gli spazi di quel poco di cultura d’opposizione che riusciva ad esprimersi.

        E tutto ciò durò fino alla seconda metà del Settecento, quando l’assolutismo giunse al suo apogeo quando nel frattempo maturavano tra gli intellettuali più avanzati idee che avrebbero minato alla base i Re divinità con tutte le loro corti di nobiltà e clero. Al suo culmine l’assolutismo (e non solo in Francia ma anche in altri Paesi con sovrani illuminati) si propose di realizzare alcune riforme ormai improcrastinabili: giustizia più equa, abolizione di privilegi, ridimensionamento dei poteri della Chiesa. Tale programma risultò troppo ambizioso e trovò sulla sua strada la ferma opposizione di nobiltà e clero e, in modo imprevedibile per la corona, quella dell’opinione pubblica, dei cittadini che per la prima volta facevano sentire quali erano le loro condizioni attraverso miriadi di associazioni. Per questi ultimi non bastava una verniciata ad una struttura vecchia ma se si doveva parlare di fine di privilegi si doveva anche ammettere il concetto non ben definito di libertà (di associazione, religiosa, dalle tasse, del mercato, di espressione, di organizzazione, …). Ai primi la messa in moto di rivendicazioni così puntuali  e diffuse, anche se disordinate, dette motivo per rialzare la testa e mettere in discussione la politica del sovrano.

        Potrebbe risultare poco garbato ma va detto che andava verificandosi la profezia evangelica di Giovanni: La luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno ricevuta. La Chiesa di Roma, che era stata per secoli la luce per l’Europa, andava spegnendosi e metaforicamente si spegneva anche la luce dei Sovrani discendenti dal Sole. Occorreva nuova luce e questa, nei decenni centrali del Settecento, fu data dai Lumi, un movimento d’opinione che trovò il suo centro di prima aggregazione in una grandiosa impresa editoriale, L’Encyclopédie (la Bibbia satanica per i gesuiti), che fu realizzata tra il 1751 ed il 1765 a Parigi. Le finalità di quest’opera sono descritte con chiarezza dal suo direttore, Diderot (1713-1784), Che i nostri nipoti, diventando più istruiti, diventino, allo stesso tempo, più virtuosi e più felici. L’opera passò con qualche difficoltà la censura regia perché era un manifesto di tutto il sapere che con fatica riusciva ad emergere. Si discuteva addirittura la funzione e la filosofia di Descartes che le università già avevano inglobato e fatto loro perché utile al mantenimento della scolastica. Grande spazio aveva la tecnica le cui voci erano state elaborate da Diderot che visitò fabbriche e manifatture per descrivere nei dettagli ogni macchina e strumento che vi erano utilizzati. con conseguenze importanti nell’impulso alla produzione industriale. Le nuove idee erano state a lungo perseguitate come sovversive ed ora, proprio per questo, si presentavano con una importante carica rivoluzionaria. Il 23 gennaio 1759 fu richiesto alla Suprema Corte di Francia di annullare il privilegio di stampa. Il che avvenne subito. L’Encyclopédie fu abbandonata dagli autori, tranne che da Diderot il quale con una serie di stratagemmi riuscì a portare a termine l’impresa. La Chiesa capì subito che quel manifesto era una minaccia gravissima contro i suoi dogmi, anche perché spariva la figura di Dio come creatore e reggitore del mondo, ed in settembre sopravvenne la condanna di Papa Clemente VIII. E, nel 1763, Voltaire, ancora sotto l’emozione dell’orrore che aveva suscitato l’ultimo processo per eresia avvenuto in Francia nel 1762, scriveva in chiusura del suo Trattato sulla tolleranza una Preghiera a Dio, Prière a Dieu, che vale la pena leggere:

Tu non ci hai dato un cuore perché noi ci odiassimo, né delle mani perché ci strozziamo. Fa che ci aiutiamo l’un l’altro a sopportare il fardello d’una esistenza penosa e passeggera: [ … ] che tutte le piccole sfumature che distinguono questi atomi chiamati uomini, non siano segnale di odio e di persecuzione; che coloro i quali accendono ceri in pieno mezzogiorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro i quali coprono la veste loro d’una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa portando un mantello di lana nera; che sia eguale adorarti in un gergo proveniente da una lingua morta, o in un gergo più nuovo […]
Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli! ch’essi abbiano in orrore la tirannide esercitata sugli animi, così come esecrano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’industria pacifica! Se i flagelli della guerra sono inevitabili, non odiamoci però, non laceriamoci a vicenda quando regna la pace, e impieghiamo l’istante della nostra esistenza per benedire egualmente, in mille lingue diverse, dal Siam sino alla California, la tua bontà che questo istante ci ha dato.

        L’Illuminismo ed i suoi ideali si diffusero subito per l’intera Europa generando aggregazioni e speranze di cambiamenti radicali.   Esso si ispirava alla filosofia di Newton e di Locke e che aveva nel primo un riferimento costante come rappresentante della ragione scientifica (osservazioni sperimentali e conseguenti elaborazioni teoriche, con la matematica, delle medesime) contro ogni metafisica, si svolse essenzialmente su tre grandi linee-guida:

1) La ragione è in grado di spiegare tutti i più grandi problemi dell’uomo. Lo spirito
scientifico ha il primato su ogni forma di oscurantismo.
2) L’uomo illuminato ha il dovere di difendere la cultura. Occorre che i filosofi naturali, essi stessi, facciano i divulgatori dello spirito scientifico. L’operazione di divulgazione porta con sé il superamento delle vecchie credenze che sono ancora alla base della diffusione, e quindi del potere, della religione.
3) La condizione umana può essere radicalmente migliorata proprio dall’abbattimento di miti, pregiudizi, superstizioni. L’uomo che si è impadronito dello spirito scientifico può progredire.

         Questa grande fiducia nelle possibilità dell’uomo nasceva certamente dai grandi successi che, nel secolo precedente, la filosofia naturale aveva conseguito. Ed il massimo sintetizzatore di quei successi e di quella filosofia naturale era proprio Newton che ora si ergeva a modello da imitare. Con l’uso dei metodi scientifici indicati da Newton e con i principi filosofici enunciati da Locke sarebbe stato possibile sbarazzarsi dei residui scolastici e metafisici presenti in Descartes ed in Leibniz. D’altra parte le filosofie cartesiana e leibniziana rispondevano bene agli interessi di chi manteneva vecchi privilegi e pertanto, da questi ultimi, erano state accettate e rese funzionali al loro sistema di potere. La lotta quindi contro il cartesianesimo ed il leibnizianesimo, per l’affermazione della filosofia di Newton, aveva in sé una grande carica rivoluzionaria e si configurava come lotta di potere con l’illusione che, di per sé, l’affermazione del newtonianesimo avrebbe comportato quella di nuove classi sociali (la borghesia). Fu certamente il grande impegno di un uomo come Voltaire (1694-1778) che riuscì a far conoscere al grande pubblico francese l’opera di Newton. Furono poi i lavori di Condillac, Helvetius, Diderot, D’Alembert e molti altri fino a Laplace che imposero la filosofia di Newton nel continente. Ma questo passaggio dall’Inghilterra al resto d’Europa avverrà con notevoli cambiamenti della stessa.

         Dunque il movimento illuminista, in Francia, si staccò sempre più radicalmente dal razionalismo aprioristico di tipo cartesiano per abbracciare un nuovo tipo di razionalismo fondato su fatti empirici. In definitiva si lavora sempre più per risolvere problemi concreti piuttosto che occuparsi di concezioni del mondo. Le questioni tecniche, nel secolo precedente affidate in gran parte alla pratica del lavoro artigianale, vengono sempre più sottomesse a trattamento teorico e questo fatto comporterà un progressivo avvicinamento tra scienza e tecnica (anche se per tutto il XVIII secolo almeno, sarà la tecnica ad avere il primato delle conquiste più originali e feconde). Anche qui con i dovuti distinguo. Mentre infatti in Inghilterra, ancora per lungo tempo, il fatto tecnico potrà evolvere autonomamente e con grande e riconosciuta dignità come conseguenza della scelta, fatta dalla cultura inglese, di prendere a modello lo sperimentalismo dell’ 0ptics di Newton per avvicinarsi alla comprensione dei fenomeni, ben altrimenti le cose si svolgeranno in Francia. In questo paese il modello metodologico cui i filosofi della natura si ispirano è quello matematico dei Principia e, non a caso proprio in Francia, la Meccanica diventerà Meccanica Razionale, Meccanica cioè che partendo dal fatto concreto, nel suo svolgersi, sempre più perde di vista il punto di partenza per passare ad elaborazioni in cui la matematica assume un ruolo determinante e che sempre di più usa di metodi propri della matematica stessa.  E questa sarà una costante nella Francia del Settecento, si privilegerà la scienza teorica pura, mentre in Inghilterra la scienza sperimentale ed applicativa (solo nei primi anni dell’Ottocento questo dato si invertirà ed, in particolare, in Francia ci si occuperà di problemi applicativi soprattutto al fine di sostenere le necessità degli eserciti di Napoleone). In ogni caso, quanto abbiamo detto sull’accettazione della filosofia di Newton da parte degli illuministi francesi, non deve far intendere che non permanessero fortissimi influssi cartesiani che si compenetravano via via sempre di più con alcune problematiche leibniziane. Ed a proposito degli influssi di Leibniz sul Settecento francese, si osservi, con Cassirer, che “D’Alembert, pur combattendo anche lui i principi della metafisica leibniziana, manifestava sempre la più grande ammirazione per il genio filosofico e matematico di Leibniz; e l’articolo di Diderot su Leibniz nell’Encyclopedie ne tesse un elogio entusiastico.

         Anche in questo secolo quindi non c’è l’egemonia incontrastata di una sola filosofia, ma l’intrecciarsi di varie tematiche e problematiche che certamente vedranno il prevalere, per un lungo periodo, della filosofia di Newton ma che, allo stesso tempo, alimenteranno e nutriranno quelle correnti di pensiero che, prendendo le mosse essenzialmente da Leibniz, confluiranno, agli inizi del secolo seguente, in un’aspra critica del meccanicismo stesso (senza più alcuna distinzione sul tipo di meccanicismo).

        Riguardo all’influenza politica dell’Illuminismo, scrivono Prosperi e Viola:

A portare avanti queste complesse battaglie, di libertà intellettuale e di efficacia riformatrice, tra filosofia e politica, fu la nuova figura del philosophe. Il quale non era uno specialista di questo o quel sapere, ma una specie di generalista del pensiero razionale e del metodo scientifico, in grado di pronunciarsi autorevolmente sui rapporti fra l’uomo e la natura, fra il cittadino e la società, fra chi governa e chi è governato. Un secolo più tardi, questi generalisti si sarebbero chiamati «intellettuali».
In un’Europa normalizzata dall’equilibrato gioco degli interessi e delle aree d’influenza, ormai sostanzialmente indifferente alle contese religiose, la cultura laica dei philosophes introduceva un nuovo principio di valutazione ideale ed etica della sfera pubblica. Questo principio superiore creava un forte sentimento di appartenenza e forniva agli uomini di cultura una bandiera per la quale battersi. Perciò gli enciclopedisti furono in un certo senso un partito; anzi, secondo i loro avversari, una setta, la quale, rivendicando libertà per l’opinione pubblica, avrebbe delegittimato i propri avversari culturali.
Non si trattava naturalmente di ,un partito centralizzato o organizzato; ma gli enciclopedisti furono in qualche modo gli inventori di una componente fondamentale della politica moderna: la passione civile laica che anima la contesa per il governo, non in difesa di interessi di parte, ma in nome del progresso e dell’interesse generale. I grandi partiti politico-religiosi del Seicento avevano lasciato il campo a parti politiche che raggruppavano clientele e rappresentanze di alleanze internazionali, di fazioni, di gruppi di potere, di interessi specifici. La cultura dei Lumi restituì alla politica la sua dimensione ideale, per la prima volta al di fuori del pensiero religioso. Senza l’Illuminismo dei philosophes, gli europei non avrebbero probabilmente mai preso coscienza di quello che stavano facendo con la tratta negriera; non si sarebbero posti alcun problema universale dei diritti dell’uomo; non avrebbero inventato la democrazia; non avrebbero trovato la sintesi di libertà e uguaglianza; non avrebbero immaginato di rovesciare la gerarchia della sovranità, fondandola sul popolo, anziché sulla legittimità divina.
Il «partito» dei Lumi ebbe un rapporto ambivalente col potere delle monarchie assolute: le appoggiò nella loro azione riformatrice e razionalizzatrice, ma le contrastò, caratterizzandosi come un pensiero d’opposizione, sul tema della libertà e dello sviluppo dell’ opinione pubblica. […] La politica degli illuministi fu dunque sempre in bilico fra un appoggio critico al dispotismo riformatore e l’intransigente difesa, dall’opposizione, della libertà di pensiero. […]
L’Illuminismo ha propugnato alcuni concetti basilari, profondamente innovativi nel panorama culturale, che hanno rappresentato la bandiera politica del «partito» dei Lumi: la ragione, prima di ogni altro, e poi la felicità, la libertà, la tolleranza.
La ragione, che nel secolo precedente era stata protagonista di una vera e propria rivoluzione del pensiero scientifico, fu adottata dalla generazione dei Lumi come criterio di valutazione universale, al posto dell’ abbandono alle verità della fede. La ricerca della felicità diventava lo scopo della vita, sia individuale sia collettiva, degli uomini sulla terra, da non rinviare ad un’ipotetica vita ultraterrena. La libertà non era più intesa come la capacità tradizionale di ogni comunità di difendere i propri privilegi attraverso un’élite naturale, ma come diritto di ogni persona di manifestare il suo pensiero e di essere tutelata dalle leggi. La tolleranza, infine, era affermata come capacità di accettare, considerandole legittime, le opinioni degli altri. La propria verità, fosse anche personalmente considerata indiscutibile, non avrebbe più potuto essere imposta dal potere politico a chi non la condivideva. Al contrario, il punto di vista dell’altro poteva eventualmente rivelarsi altrettanto valido, e comunque un arricchimento. In ogni caso un diritto imprescindibile di ciascuno.
Per la legge si apriva un capitolo totalmente nuovo; poiché cessava di essere la traduzione in consuetudine della rivelazione divina, destinata ad imporsi come volontà superiore ai destini individuali. Si affermava invece come una costruzione umana e contrattuale, a tutela dei diritti di ciascuno. Questo capitolo della storia del diritto era iniziato anch’esso nel secolo precedente in Inghilterra e in Olanda, e prendeva il nome di «giusnaturalismo». Come per la costruzione dell’opinione pubblica e la diffusione della stampa periodica, come per la svolta razionalista, anche da questo punto di vista dunque l’Illuminismo era teoricamente figlio delle innovazioni seicentesche. Ma aggiungeva un elemento fondamentale: la combattività culturale, la forza di penetrazione, la capacità di organizzarsi per cambiare il mondo.
La legge superiore, di riferimento, era ormai «il codice della natura», anziché quello divino; ed era in grado di imporsi a tutti con la sua indiscutibilità razionale: una legge naturale dall’alto della quale le piccole contese fra i punti di vista umani apparivano risibili. La ricerca della felicità, la libertà di questa ricerca apparivano iscritte nella natura, per gli uomini in quanto esseri viventi, qualunque fosse la loro cultura, o appartenenza, o posizione sociale. Il rispetto per la risposta che ciascuno intendeva dare a questa ricerca ne discendeva razionalmente, e completava la coerenza della costruzione intellettuale dei Lumi. Il partito dei philosophes si caratterizzava così come uno schieramento politico agguerrito perché capace del linguaggio più universale, direttamente valido per tutti gli umani in quanto tali, senza alcun bisogno di adesione personale o di conversione.

        Tutto questo aveva odore di zolfo per tutte le Chiese cristiane ed esse divennero subito ed apertamente antilluministe(8) e, poiché la Repubblica risulterà figlia di tanto padre, la Chiesa diventerà irremovibilmente antirepubblicana. Le monarchie europee non furono tutte contrarie all’Illuminismo, alcune di esse assunsero il ruolo di illuminate e tentarono quelle riforme di cui dicevo ma con una carica autoritaria che escludeva sempre i presunti destinatari delle riforme da ogni possibile discussione. Era totalmente indigeribile per la monarchia il concetto di libertà per i sudditi perché di essi non ci si fidava. Di modo che il dispotismo riformatore era una successiva fase della monarchia assoluta. E questo, la appena nata opinione pubblica lo capì e crebbe politicamente e culturalmente fino a porsi come antagonista rispetto al potere in una esplosione rivoluzionaria senza precedenti.

RIVOLUZIONE FRANCESE, SCUOLA E SCIENZA

       La Rivoluzione Francese ebbe il merito di iniziare un’opera di modernizzazione dell’Europa tirandola fuori da un Regime spartitorio di ogni cosa, e prima di tutto dell’individualità della persona, di Monarchie assolute e Chiesa. Due regimi corrotti che da secoli lavoravano insieme per affermare quovis modo il loro potere sulla enorme massa dei cittadini che non erano neppure tali ma solo carne da lavoro e da macello. I Paesi che riuscirono a seguire lo spirito della Rivoluzione piano  piano si andarono liberando delle palle al piede di nobiltà e clero per avanzare sui terreni civili e sociali. Altri continuarono a subire ogni angheria per qualche decennio, in alcuni Paesi fino ad oggi e non si sa fino a quando ancora.

        Come ogni momento creativo e, poiché investe grandi masse di persone, sacro, dell’attività dell’uomo la Rivoluzione francese ebbe momenti di degenerazione, di profittatori, di voltagabbana, di veri e propri maniaci. Ma ciò non toglie all’intera avventura il profondo merito che annunciavo e per il quale non smetterò, e nessuno dovrebbe mai smettere, di essere grato a questa impresa collettiva.

        I termidoriani segnarono un lungo periodo della Rivoluzione. Per entrare nell’argomento che ho l’intenzione di cominciare a trattare, l’impulso alla ricerca scientifica che venne dalla Rivoluzione, inizio proprio da qui riportando un passo del lavoro di Furet e Richet, che si occupa della base indispensabile per ogni progresso, la scuola:

I Termidoriani non sono soltanto – e del resto non tutti – uomini avidi di denaro e di piacere, e nutrono anzi due. profonde passioni politiche, l’odio per i nobili e l’anticlericalismo. Tutto il loro passato lo dice chiaramente, ed anche il loro presente. Contro i nobili ricorrono ai cannoni anche a dispetto della Costituzione che hanno varato, e contro i preti credono nella forza dell’istruzione, come tutto il XVIII secolo: il popolo è prigioniero dei suoi vecchi pregiudizi perché è ignorante e abbandonato agli uomini della superstizione. Bisogna dunque repubblicanizzare l’insegnamento, fondando un’istruzione pubblica che diffonda i Lumi.

Al vertice delle nuove istituzioni destinate a formare e gestire lo spirito pubblico, c’è l’Istituto di Francia, creato durante l’ultima seduta della Convenzione con la grande legge del 3 brumaio anno IV (25 ottobre 1795). Questo grande corpo scientifico,che deve la propria esistenza alla Costituzione, come il Direttorio e i Consigli, rappresenta per così dire una specie di terzo potere spirituale. […]

L’Istituto diviso in tre classi che coronano l’intero corpo delle discipline – scienze fisiche e matematiche, letteratura e belle arti e, grande novità, scienze morali e politiche – ha quindi un’importante ruolo culturale e politico, come dimostrerà l’organizzazione del 18 brumaio. Tempo addietro, nei pochi mesi che Bonaparte ha trascorso a Parigi fra l’Italia e l’Egitto, ci si meravigliava «di vederlo cosi timido, inoperoso e circospetto, sempre all’Istituto e tutto preso da sua moglie, dalle carte geografiche e dalle poesie di Ossian». Ma la sua frequenza all’Istituto è soltanto uno scaltro pellegrinaggio. Eletto nel 1797 dai suoi colleghi, i grandi baroni della scienza e della Repubblica, al posto di Carnot, escluso, egli diventa un eroe di statura antica; non è più soltanto una spada, ma anche una mente, e del resto non perde occasione per dire «La mia religione è quella dell’Istituto». Il fatto è che, riunendo l’élite intellettuale dell’epoca, l’Istituto dà il cambio alle accademie del XVIII secolo, e diventa in certo modo il conservatorio della tradizione illuminista, cristallizzata in una comune visione del mondo, quella degli «ideologi». Tutti medici, filosofi o letterati, raramente costoro sono uomini di genio; ma i più eminenti […] formano una pleiade di spiriti curiosi dell’ignoto e del nuovo. Tutti seguaci di Condillac, essi respingono le «idee innate» di Descartes, rifiutano qualunque spiegazione metafisica della conoscenza umana, e vogliono fondare una scienza della formazione delle idee partendo dalle sensazioni, donde il loro nome, estendendo questo razionalismo sperimentale a quella ch’essi considerano la scienza del costume e del comportamento umano […].

L’ottimismo di questi precursori del positivismo si fonda sul progresso delle scienze liberate da qualsiasi «presupposto» metafisico. A coloro che nel 1796 lo accusano di spiegare il «sistema del mondo» escludendo l’intervento della provvidenza, Laplace ribatte che quest’ipotesi non gli è stata necessaria. I grandi scienziati dell’epoca – matematici come Lagrange e Monge, chimici come Berthollet, Chaptal, Fourcroy e Darcet, naturalisti come Lamarck, Cuvier e Geoffroy Saint-Hilaire, medici come Pinel e Bichat – non sono tutti necessariamente materialisti, ma i loro studi e le loro scoperte suffragano e divulgano una concezione dell’universo troppo nuova per non riuscire sospetta alla religione e alla tradizione. […]

L’idea di un’istruzione pubblica destinata a liberare il popolo dalla superstizione risale alla Convenzione, ai programmi di Condorcet e di Le Peletier e a una legge del 30 frimaio anno II (20 dicembre 1793) sulle «prime scuole» quelle cioè che oggi chiameremmo scuole elementari. Ma le sue più importanti articolazioni furono approvate dopo la caduta di Robespierre e applicate sotto il Direttorio ed è quindi ai Termidoriani che ne spetta la paternità.

I principi cui si ispira sono molto semplici. Il nuovo insegnamento è pubblico e laico, ed esclude perciò sia l’antico monopolio della Chiesa sia il carattere confessionale dell’istruzione impartita. La Chiesa naturalmente è libera di mantenere i propri istituti scolastici, ma le scuole della Repubblica accessibili a tutti i cittadini e agnostiche, godono dell’inestimabile sostegno dello Stato. Quali scuole? Mentre le leggi dei Montagnardi riguardavano soprattutto l’insegnamento primario, l’orientamento termidoriano è più borghese, più destinato a formare i rampolli dei possidenti che a dirozzare la popolazione contadina, ed è condizionato inoltre da ragioni economiche che, poiché non si può fare tutto in una volta danno la priorità all’istruzione delle élites.

La grande legge è la stessa che il 3 brumaio anno IV crea l’Istituto: rimangiandosi in parte le sue vecchie promesse troppo democratiche e troppo costose, la Convenzione prevede soltanto una scuola ogni due o più Comuni, e soprattutto non è lo Stato che stipendia l’insegnante, costretto a vivere del contributo pagato dagli allievi e di un’eventuale indennità del Comune. Nulla si dice dell’obbligo scolastico, sottolineato nel 1793. La Convenzione termidoriana, al contrario, organizza accuratamente l’insegnamento secondario e superiore. Questi due termini presi dal vocabolario moderno sono peraltro assai poco adeguati alle concezioni dell’epoca, giacché le «scuole centrali» previste dalla legge del 24 febbraio 1795 al posto dei collegi dei Gesuiti e degli Oratoriani dell’Ancien Régime, in ragione di una per ciascun dipartimento, sono in realtà una via di mezzo fra le scuole secondarie e quelle superiori del giorno d’oggi. I corsi scolastici previsti dalla legge sono suddivisi in tre sezioni successive: la prima, dai dodici ai quattordici anni, comprende disegno, scienze naturali e lingue antiche e moderne; la seconda, dai quattordici ai sedici anni, scienze (matematica, fisica e chimica); la terza, infine, dai sedici anni in poi, ciò che il testo di legge definisce «grammatica generale» fondata su una teoria del linguaggio e una logica ispirate alla psicologia sensistica degli ideologi, ossia lettere, storia (in cui è sempre compresa la geografia) e diritto. I corsi sono facoltativi e generalmente a carico del dipartimento, e i professori vengono scelti fra i candidati abilitati da una giuria d’istruzione. Molto liberale, e anzi forse anche troppo, questo sistema ammirevolmente innovatore sanziona molte delle rivendicazioni culturali del secolo, quali la laicità, la promozione delle scienze, la supremazia della lingua francese sulle lingue morte, la filosofia.

Salendo ancora, v’è tutto un sistema di istituti superiori, creati anch’essi dalla Convenzione termidoriana, destinati alla formazione degli specialisti e all’incentivazione della ricerca: il Conservatorio delle arti e mestieri, la Scuola dei servizi pubblici per l’esercito, la marina e il genio civile, che diventerà l’odierna Ecole polytechnique; tre scuole di medicina – a Parigi, Lione e Montpellier -, la Scuola normale superiore destinata a formare i professori, la Scuola di lingue orientali il Conservatorio di musica, il Museo e l’Osservatorio. Questo sistema, coronato dall’Istituto di Francia, è indubbiamente troppo concentrato a Parigi e insieme incompleto, giacché dopo le scuole centrali nulla è previsto per le lettere e per diverse scienze. L’avvenire di molti istituti superiori, creati nel 1794-95 dimostrerà comunque ampiamente l’importanza dell’opera dei Termidoriani. 

Divenuti direttoriali, i Termidoriani dovettero d’altronde applicare le leggi varate. Lo sviluppo dell’insegnamento primario fu compromesso dalle loro stesse reticenze. Mal retribuiti dal contributo degli scolari o dal Comune i maestri scarseggiano e sono spesso mediocri, e la mancanza dell’obbligo scolastico li pone in certo modo alla mercè dei genitori, che generalmente, da bravi contadini, decidono di «fare come si è sempre fatto», ossia di destinare i propri figli ai lavori agricoli. A che serve del resto un maestro che non insegna il catechismo e la religione e che non prepara i ragazzi alla prima comunione? La scuola privata, spesso tuttora, esistente, ha dalla sua il vantaggio della tradizione. Cosi, per mancanza di denaro, di tempo e di convinzione il tentativo del Direttorio cozza contro la diffusa indifferenza del pubblico, e otterrà qualche risultato solo dopo il 18 fruttidoro, quando il regime comincerà a contrastare localmente la concorrenza, della scuola privata. […]

In ciascun dipartimento furono invece create le «scuole centrali» previste dalla legge. […]  Queste scuole ebbero spesso maestri illustri […] Il sistema si rivelò però eccessivamente liberale e ambizioso; molti allievi frequentavano un solo corso, e quasi tutti, invece di seguire la trafila, enciclopedica dei sei anni ripartiti in tre corsi successivi, si suddivisero fra lettere e scienze, segnando cosi sin d’allora la profonda divisione moderna. D’altra parte il livello dell’insegnamento era spesso troppo elevato per quell’uditorio troppo libero e cosi inegualmente preparato. I Consigli del Direttorio cercarono pertanto di restituire alle scuole centrali il loro vero carattere di scuole secondarie, suggerendo la creazione, al livello successivo, di cinque licei e di alcune scuole di medicina che avrebbero favorito il decentramento dell’insegnamento superiore. Come in molti altri settori, essi spianarono cosi la strada alle riforme del Consolato e dell’Impero.

Una buona parte della gioventù borghese – e soprattutto le ragazze – continuerà però a frequentare le scuole secondarie private o ad essere affidata alle cure di precettori benpensanti, giacché molti capifamiglia della buona società, anche se leggono Voltaire, per i propri figli e le proprie mogli preferiscono affidarsi al sostegno morale delle certezze religiose, il che conferisce alla riforma scolastica termidoriana un carattere ancora più rivoluzionario. Il fatto che questo sistema educativo largamente aperto alla ricerca più moderna, pur abolendo a vantaggio dello Stato il monopolio clericale e lasciando il più ampio spazio alle scienze e allo spirito scientifico non abbia raggiunto i suoi obiettivi più immediati né salvato il regime ha un’importanza molto relativa, giacché ha fornito alla Francia borghese delle basi ben altrimenti durevoli.

     Con tutti i limiti qui descritti, la politica scolastica, l’allargamento dei fruitori dell’istruzione, la progressiva conquista della laicità contro le spiegazioni irrazionali e metafisiche dei fatti naturali, a fianco di nuove condizioni economiche, saranno alla base della grande fioritura scientifica francese nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione.

        Agli alti livelli dell’elaborazione scientifica il Settecento aveva rappresentato l’accettazione dell’immagine scientifica del mondo elaborata da Newton. Gli scienziati avevano lavorato per ampliare quell’immagine e per conciliarla con quanto di nuovo veniva scoperto sperimentalmente. Dal punto di vista della produzione scientifica non si ottenne quanto l’esaltazione della scienza avrebbe fatto sperare ma si gettarono le basi per l’esplosione dell’Ottocento.  Anche se vi fu un’epoca di dittatura della matematica, esercitata da D’Alembert, Lagrange e Laplace, se nacque la chimica moderna con Lavoisier, se con Buffon, Lamarck e Diderot iniziò a definirsi l’ambito della biologia e dell’evoluzione organica. A tale proposito afferma Bernal:

Il confluire di diversi aspetti dell’evoluzione sociale e tecnico-scientifica non può evidentemente essere attribuito a una causa unica. Quanto più da vicino esaminiamo i fili che legano scienza, tecnica, economia e politica, tanto più intricati essi ci appaiono nel quadro del processo generale di trasformazione della civiltà. È questo un periodo cruciale nella storia dell’umanità: è ora – e solo ora – che si ha una svolta decisiva nel dominio dell’uomo sulla natura, con la duplice sostituzione della macchina multipla al posto della mano dell’uomo, e della forza del vapore al posto della forza umana e animale e delle forze incostanti e localizzate del vento e dell’acqua. E le due trasformazioni fondamentali avvenute nei secoli XVI e XVII – presupposti essenziali di quelle del XVIII – erano state la nascita di una scienza sperimentale quantitativa e dei metodi capitalistici di produzione, fenomeni originariamente separati. Le maggiori applicazioni pratiche della scienza e lo stimolo più forte al progresso scientifico si erano avuti nel campo della navigazione, che era un complemento indispensabile dell’attività e del progresso commerciale, ma che era solo indirettamente legata con la produzione. Minore utilità pratica immediata per il miglioramento della manifattura era derivata dal grande sforzo degli scienziati del XVII secolo, riuniti nelle loro società e accademie. La fine del XVIII secolo fu invece caratterizzata dal confluire delle innovazioni scientifiche e capitalistiche, dalla cui interazione si liberarono forze che più tardi avrebbero trasformato sia il capitalismo che la scienza, e insieme il corso stesso dell’umanità.

       Le premesse all’innovazione nell’ambito della ricerca in Francia, si erano avute con le Scuole Militari in cui fu possibile realizzare una feconda intersezione tra scienza e tecnica con il grande impegno di Coulomb e Lazare Carnot che imposero nei loro insegnamenti elevati standard di precisione. Si seguiva qui una sorta di cammino alla rovescia di quanto avvenuto in  Gran Bretagna dove la scienza era al seguito dei ritrovati tecnici. Ora, dalle elaborazioni teoriche della meccanica razionale, si tentava un avvicinamento alle realizzazioni pratiche. Ed il fenomeno non nasceva per qualche elaborazione a tavolino ma per la spinta di una sempre più intraprendente borghesia che guardava oltre Manica e si sentiva ingabbiata da regole troppo antiquate e paralizzanti. E le scuole politecniche avevano proprio questa funzione, quella di preparare tecnici e scienziati di prim’ordine (tra i quali vi furono personalità come Henri-Louis le Chatelier, Émile Clapeyron, Auguste Comte, Michel Chasles, Sadi Carnot, Gustave Coriolis, Augustin Louis Cauchy, Augustin Fresnel, François Arago, Claude-Louis Navier, Siméon-Denis Poisson, Joseph-Louis Gay-Lussac, Étienne-Louis Malus, Jean-Baptiste Biot). In queste scuole erano stati reclutati come insegnanti gli scienziati più prestigiosi di cui la Francia disponeva (all’École, tra gli altri: Monge, Berthollet, Lagrange, Laplace, Ampère) ed il loro era un ruolo di servizio allo Stato, erano i primi scienziati che diventavano dei professionisti a cui oltre all’obbligo di istruire era delegato quello di scrivere libri e trattati e rendiconti delle lezioni.

IL PERIODO NAPOLEONICO

        La Rivoluzione francese che aveva goduto di molte simpatie popolari in tutta Europa, fu esportata dalle armate di Napoleone. Ciò provocò una reazione che strinse i popoli intorno ai sovrani per la difesa dell’indipendenza nazionale e gli ideali della Rivoluzione diventarono presto aborriti lasciando spazio alla Restaurazione (in politica il nazionalismo prendeva il posto del cosmopolitismo ed in filosofia avanzava il Romanticismo come movimento innanzitutto  antilluminista). Oltre a ciò, la Rivoluzione che sfocia nell’Impero di Napoleone ha caratteri di rilievo che vengono ben descritti da Baracca e Livi:

La società napoleonica si configura come vera e propria società tecnocratica, che valorizza la funzione sociale e produttiva dell’attività scientifica, inquadrandola organicamente nelle strutture statali dell’educazione. Gli scienziati, divenuti ormai professionisti, funzionari statali, sono tenuti in grande onore e assumono cariche importanti. La loro situazione non è assolutamente confrontabile con quella degli scienziati inglesi dell’epoca, spesso ridotti in miseria e senza protezione statale. Alla centralizzazione della ricerca scientifica nel quadro dell’alta burocrazia creata da Napoleone, e concentrata a Parigi, corrisponde una più accentuata divisione del lavoro. Nasce la specializzazione scientifica. L’unità filosofica illuministica si frantuma di fronte a nuove esigenze di integrazione della scienza nel processi produttivi e nel corpo sociale. Le branche scientifiche si rendono autonome […] nascono la pura matematica, la pura analisi, la pura geometria; la fisica-matematica si separa dalla matematica, la chimica dalla fisica cosi come viene riconosciuta l’autonomia della termodinamica (da Fourier e Sadi Carnot) e dell’elettrodinamica (da Ampère). […] Si configura cosi un rapporto di tipo nuovo tra la scienza e l’attività produttiva, che va ben al di là dell’ideologia illuministica. La scienza deve ora attestarsi su canoni metodologici che ne legittimino la ricerca di nuovi standards di esattezza e di rigore, sia manuali che teorici,  giustificando lo studio delle leggi naturali e delle loro applicazione non più in base all’illusione illuministica di essere direttamente uno stimolo per la produzione, ma piuttosto asserendo l’autonomia e la necessità di tale ricerca in quanto valida in sé e destinata pertanto ad avere prima o poi delle applicazioni utili. L’ispirazione diretta ai problemi che nascono nel mondo della produzione viene anzi sistematicamente rivendicata dai fisici dell’École. La filosofia funzionale a questi sviluppi sarà quella del positivismo, che si instaura di fatto come atteggiamento generale e come metodo di lavoro nell’ambito dell’École, prima che i suoi canoni vengano ufficialmente enunciati da Comte, anch’egli appartenente non a caso al medesimo ambiente.

        Il positivismo, con il culto del fatto scientifico, lo studio dei fatti sperimentali e la ricerca delle loro leggi matematiche, traduce l’esigenza di staccarsi definitivamente dalle ipotesi metafisiche del passato, la richiesta di obiettività e di rigore imposta dalla diffusione delle conquiste tecniche e di un modo di produzione che fa di esse un cardine del suo funzionamento.

        Malgrado la specializzazione delle nuove branche, però, la meccanica – pur cessando di delineare l’intero orizzonte della «filosofia naturale» – rimane un quadro di riferimento necessario per la conoscenza razionale e pratica della realtà. La limitazione alle sole azioni rettilinee di forze centrali agenti a distanza (che è così esplicita, ad esempio, nei fondatori francesi dell’elettrodinamica) non è vista in alcun modo come un’ipotesi, poiché un suo uso in tal senso sarebbe anzi incompatibile con l’esigenza positivistica di attenersi ai fatti; tale limitazione costituisce piuttosto uno schema «a priori», in senso kantiano, una proprietà inerente ai fenomeni naturali, che garantisce la possibilità stessa di impostare degli esperimenti e di estrarne correttamente i risultati in modo rigoroso, assicurando cosi uno stretto legame tra le due fasi del lavoro scientifico come si vedrà ad esempio con particolare chiarezza nell’opera di Ampère.

        E’ da osservare che questi caratteri saranno mantenuti anche dopo la caduta di Napoleone, durante la Restaurazione, almeno fino al 1830.  La spinta iniziale era stata così imponente che per vari anni ancora si conseguirono risultati molto brillanti. Era però venuto meno lo slancio che la borghesia aveva impresso, relativo all’uso di quanto la scienza realizzava ed una traccia evidente di ciò la possiamo ritrovare nei lavori di Sadi Carnot che rimasero praticamente ignorati in Francia. Ma vi è anche un altro aspetto, sottolineato da altri autori, secondo il quale la politica, gli affari ed anche il fare i letterati, era diventato più attraente per il successo sociale che non il fare lo scienziato. A ciò si può certamente aggiungere che il forte accentramento unito all’insopportabile burocrazia creò delle rigidità che non misero gli scienziati in grado di evolvere come i rapidi progressi nei vari campi della ricerca scientifica richiedevano.

Roberto Renzetti


NOTE

(1) Sull’autorità della Bibbia vi è un episodio riportato da Westfall che merita di essere raccontato. Nella corrispondenza di Newton con Thomas Burnettè è stato trovato un passo che riveste un grande interesse. Newton, in una risposta al suo corrispondente, scrisse un breve racconto della Creazione basandolo su prove scientifiche al fine di confermare l’affidabilità della Genesi. Si richiamava cioè l’autorità della scienza per dare credibilità ad un racconto biblico. Confrontando ciò con quanto aveva fatto Lutero che contestava punto per punto Copernico basandosi sulla Bibbia, ci si può rendere conto di come le cose erano radicalmente ribaltate. Nasceva da più parti un movimento di critica biblica che non dava più tutto per scontato.

(2) Per comprendere appieno cosa significava questa diffusione di informazioni occorre pensare che a lato, nei Paesi in cui dominava il cattolicesimo (Spagna, Italia e Portogallo), vigeva una ferrea censura ecclesiastica con un Index librorum prohibitorum accompagnata dai tribunali dell’Inquisizione in continua e feroce attività. Tra i libri proibiti considerati eretici vi erano quelli scientifici che richiamavano il copernicanesimo, cioè tutti i libri che trattavano gli argomenti scientifici più evoluti. L’elenco di tali libri fatto da Clemente VIII nel 1596 riportava 2100 titoli che con Clemente XI nel 1711 divennero 11000, con un incremento superiore a quanto veniva edito e con l’inclusione anche di riviste scientifiche come gli Acta Eruditorum (qui vi fu maggiore tolleranza perché il carattere degli articoli era chiaramente per sole persone colte, cioè benestanti). Quando si esaurirono le capacità repressive della Chiesa (metà del Seicento) furono i governi degli Stati, con le loro monarchie assolute, ad operare la censura. Ciò comportò una conseguenza che alla lunga sarà visibile a tutti. Con la sola repressione lo Stato non riusciva a vincere. Occorreva in parallelo un’informazione positiva sulla bontà di ciò che il monarca faceva, insinuando nei sudditi idee ed informazioni in grado di formare una opinione pubblica a sostegno del potere.

(3) Nel 1534 Enrico VIII d’Inghilterra, a seguito di una controversia con Papa Clemente VII che non voleva sciogliere il suo matrimonio con la cattolica spagnola Caterina d’Aragon per il forte legame della Chiesa con la Spagna, emanò l’Act of Supremacy con il quale operò la scissione della Chiesa d’Inghilterra (anglicana) da quella di Roma. Le gerarchie ecclesiastiche presenti nel territorio non furono toccate, ciò che cambiò fu che il Re si sostituiva al Papa. Conseguenza immediata di ciò fu la confisca di tutti i beni della Chiesa (monasteri, abbazie, terre) che passarono prima alla corona e quindi venduti alla borghesia emergente con introiti favolosi per le casse dello Stato e con la felicità dei sudditi che non erano costretti a pagare tasse per sostenere le necessità della corona.

(4) Qui, come d’uso nel Settecento, il problema venne risolto da un artigiano con evolutissime conoscenze tecniche. Un orologiaio di nome John Harrison (1663-1776) capì che la soluzione del problema risiedeva nell’avere orologi di grandissima precisione che segnassero sempre l’ora locale e l’ora di Londra. Dal confronto delle due si risaliva facilmente alla longitudine. Questa era l’idea ma la realizzazione passava per una macchina molto grande (nella pratica era un orologio) che doveva essere resa stabile nel cuore della nave e che doveva avere tutti i suoi organi statici ed in movimento in grado di non alterarsi per le variazioni di temperatura. Di seguito le successive realizzazioni di Harrison con la sua ricerca, oltre che di precisione, anche di miniaturizzazione.

Il primo esemplare di orologio di Harrison, l’H1, ricostruito da Sinclair Harding. I particolari dei differenti meccanismi sono in: http://www.clockmakers.com/john_harrison_sea_clocks/h1_tour.htm L’orologio fu realizzato tra il 1730 ed il 1735 con la consulenza di Halley e dell’orologiaio George Graham. I dati erano: peso = 75 lbs; dimensioni = 4′ X 4′ X 4′.

Il secondo esemplare di orologio di Harrison, l’H2, realizzato tra il 1737 ed il 1739. Rispetto all’H1 in questo esemplare Harrison aggiunse un meccanismo (remontoire) che manteneva la costanza della forza agente sullo scappamento. Inoltre era più piccolo dell’H1 pur restando ingombrante e pesante. I dati erano: peso = 86 lbs; dimensioni ~ H 4.5′ X L 2′
 

Il terzo esemplare di orologio di Harrison, l’H3, realizzato tra il 1740 ed il 1757. I dati erano: peso = 60 lbs; dimensioni = H 2′ X  L 1′.


Il quarto esemplare di orologio di Harrison, l’H4, finito di realizzare nel 1769 dopo un viaggio di prova verso Giamaica nel 1761 e 1762 ed uno del 1764 verso le Barbados. I dati sono: peso = 3 lbs; dimensioni = 5 pollici di diametro. Nel 1785 la Commissione giudicatrice gli assegna la prima metà del premio. Questo orologio aveva una precisione del 99,9999%, cioè una imprecisione di 15 secondi su sei mesi di viaggio in mare.

Il quinto esemplare di orologio di Harrison, l’H5, finito di realizzare tra il 1767 ed il 1771. Era l’H4 perfezionato. Lo stesso Re Giorgio III  lo provò nel 1772 dandone un eccellente giudizio. La Commissione rifiutò di prendere in considerazione questo giudizio e non assegnò a Harrison quanto ancora dovutogli. Harrison fece ricorso al parlamento che con un suo Act del 1773 assegnò ad Harrison 8750 sterline. Finalmente nel 1775 con un Act di Giorgio III fu completamente liquidato con 4,315 sterline (in totale ebbe 23165 sterline, più di quanto bandito) e riconosciuto senza dubbi come vincitore del concorso.

(5) Pubblicazioni superficiali a gestione cattolica, come Arte, scienza e cultura in Roma cristiana, accreditano risultati importanti per il nostro Paese ed elencano pure i nomi dei nostri grandi scienziati che è utile riportare. Matematici e fisici: Antonio Santini di Lucca, Vitale Giordani di Bitonto, Carlo Maria Quarantotti di Roma, Francesco Maria Gaudio ligure; oltre a questi vi sono i sacerdoti scienziati dei vari collegi religiosi: Gregorio Fontana, Paolo Chelucci, Paolo Casati di Piacenza, Daniello Bartoli di Ferrara, Atanasio Kircher di Fulda (quasi un mago la cui opera spaventa un poco perché sembra scritta sotto l’effetto di droghe pesanti), Gaspare Schott, Francesco Lana, Giuseppe Calandrelli di Zagarolo, … Tutti eccelsi nomi noti in tutto il mondo, come Newton, Boyle, Huygens, Halley, Hooke, Muschenbroek, ‘s Gravesande, i Bernouilli, …

(6) I tentativi di riformare la Sapienza erano antichi. Riporto ill più corposo e serio nelle intenzioni, quello del bolognese Benedetto XIV Lambertini (1740-1758) con le bolle Inter cospicuos ordines (1744) e Quanta rei pubblicae obveniant (1748). Le nuove norme che disciplinavano l’ordinamento dell’università erano le seguenti [riprendo da Arte, scienza e cultura in Roma cristiana] :

 a) la riforma delle cattedre, con l’istituzione di due insegnamenti nuovi: quello di matematica sublime (comprendente, oltre al calcolo differenziale e integrale, anche elementi di astronomia e di meccanica) e quello di istituzioni ed esperimenti chimici di cui fu primo lettore Luigi Filippo Geraldi di Ferrara; va inoltre segnalato lo sdoppiamento dell’insegnamento di botanica in botanica teorica abbinata alla mineralogia da tenersi alla Sapienza e affidata, per primo, a Francesco Aurelio Ginnaneschi, e in botanica pratica da tenersi all’Orto Botanico da parte del direttore e cioè, per primo, da Francesco Maratti, studioso illustre della flora romana; b) la riduzione delle cattedre con soppressione di doppioni o frazionamenti inutili, spesso provocati da favoritismi personali, con il diritto però per il titolare in carica di terminare la carriera; c) l’assegnazione delle cattedre vacanti soltanto per concorso, onde reprimere l’abuso delle chiamate: solo al pontefice restava il diritto di chiamare docenti particolarmente illustri (“per chiara fama”); d) la conferma del divieto, già stabilito da Leone X, di cumulare le cariche e il divieto di passaggio dalla cattedra vinta per concorso ad un’altra; e) la giubilazione ossia la collocazione in pensione dopo almeno venti anni di onorato servizio; t) lo stipendio commisurato all’anzianità di servizio.

A questo Papa sono dovute altre iniziative di un certo rilievo. Rese più semplice la lettura della Bibbia da parte dei fedeli, lettura precedentemente proibita; diminuì le moltissime festività religiose;  rese più blanda la censura ecclesiastica; rivide l’Indice dei libri proibiti; eliminò la proibizione dei testi di Copernico e Galileo; riconobbe la libertà di ricerca; la finì con il vergognoso fenomeno del nepotismo. Era in contatto con i massimi pensatori illuministi e lo stesso Voltaire gli espresse stima.

(7)  Queste dati li conosciamo per una scienza che proprio nel Seicento nasceva ad opera del giurista tedesco Hermann Corning, la statistica. E, come scienza, trovava immediatamente degli strenui oppositori nella fervida religiosità ebraico-cristiana che, come affermano Prosperi e Viola, invitava a riposare sulla Provvidenza di Dio e a non ammettere  che qualcuno diverso da Dio fosse il padrone della vita dei popoli (la Bibbia racconta che Davide, re degli Ebrei, aveva fatto contare gli uomini idonei al servizio militare ma era stato punito duramente da Dio).

(8) Per ciò che riguarda la situazione degli ebrei, riporto il brano che tratta l’argomento da Ulrich Im Holf:

Un caso del tutto particolare è quello rappresentato dall’emancipazione ebraica. Qui si trattava di una doppia emancipazione: una esterna, legata alla convivenza con un mondo dominante differente, di tradizione cristiano-medioevale, ed un’altra interna, nei confronti dell’ortodossia delle comunità ebraiche. Epoche di persecuzione si succedevano ad epoche di coesistenza pacifica. Agli inizi del XVIII secolo gli ebrei seguitavano ad essere ancora nella situazione che si era originata nel Medioevo: distribuiti in modo ineguale nei paesi del Mediterraneo e nel resto d’Europa, rinchiusi nei ghetti, dove erano anche parzialmente protetti, o facendo la vita isolata dei venditori ambulanti. In genere venivano disprezzati, temuti ed odiati: del resto avevano ucciso Cristo, e poi erano così bravi nel commercio e così intelligenti, talmente diversi dal mondo che li circondava. Eppure seguitavano ad essere indispensabili per il piccolo ed il grande commercio, in ambito monetario, per le finanze dello Stato e le forniture degli eserciti. La vita comunitaria ebraica si era particolarmente ben conservata in Europa orientale, dove aveva potuto mantenere le proprie usanze e i propri costumi arcaici, tuttavia in una condizione di isolamento e separazione. Perfino a Vienna, città imperiale, non era loro possibile vivere la propria vita nemmeno in un ghetto. Dovevano sottostare ad un pedaggio particolare per poter passare le porte della città, versando alte somme per venirvi tollerati. Avevano l’obbligo di indossare abiti particolari, con un segno di riconoscimento giallo, e potevano abitare solo nelle case che venivano loro assegnate. In occasione delle festività cristìane dovevano restare chiusi in casa, né era loro consentito di guardare dalle finestre le processioni che passavano. Era loro vietato entrare nei locali pubblici, frequentare i teatri e le sale da concerto. Restrizioni di questo genere, con qualche variante, erano loro imposte quasi ovunque. Poiché in genere non era loro consentito possedere la terra, erano stati costretti, a ricorrere ad altre attività.
Nell’Europa occidentale gli ebrei avevano maggiore libertà di movimento, anche se erano pur sempre sottoposti ad una normativa speciale. Quelli che erano stati scacciati dalla Spagna a partire dal XV secolo, si erano potuti stabilire nei Paesi Bassi, in Inghilterra ed in varie città commerciali. Tipica, in proposito, è una constatazione di Pilati, un italiano di idee moderne e illuminate: «Soltanto gli ebrei portoghesi sono al tempo stesso industriosi e onesti, e quindi procurano molti vantaggi alla società, senza danno alcuno. Ma sono troppo prudenti per stabilirsi altrove che in Olanda e Inghilterra». In questi due paesi – e in particolare in Olanda, classica terra della libertà – si poté sviluppare un’alta borghesia ebraica.
L’atmosfera aperta e cosmopolita delle città mercantili dell’Occidente non mancò di avere effetti sulle chiuse comunità ebraiche. Le tendenze generali non si limitavano più a sfiorarle. Varie tendenze mistiche – paragonabili al pietismo – posero le comunità di fronte al problema della lacerazione interna. Alcuni singoli iniziarono ad uscire dalla comunità. Il razionalismo degli intellettuali illuministi non dava loro tregua. La loro tradizione teologica, adusa all’interpretazione della parola, era assai adatta – come avveniva nel caso del protestantesimo – ad unirsi al razionalismo dell’epoca. L’evasione dalla comunità ebraica fu segnalata sin dal XVII secolo dal Tractatus theologico-politicus di Baruch Spinoza, rampollo di una famiglia emigrata nei Paesi Bassi dal Portogallo. Spinoza si rifaceva a Cartesio, ma sviluppava un sistema di interpretazione del mondo più radicale, psicologico-razionale, che gli guadagnò fama di ateo, una fama di cui fu liberato soltanto in seguito dall’Illuminismo. Spinoza non era un estraneo soltanto per l’Illuminismo, allora ai suoi albori, ma lo fu naturalmente anche per gli ebrei, venendo escluso dalla loro comunità. I suoi postulati di libertà, uguaglianza, tolleranza ed etica erano isolati.
L’emancipazione intellettuale avvenne soltanto con l’avvento della seconda metà del XVIII secolo. L’alta borghesia ebraica era ormai divenuta matura, dal punto di vista dell’istruzione, per l’accettazione del movimento illuminista, ove fossero esistiti i necessari presupposti. Questi furono approntati da Moses Mendelssohn, proveniente da una famiglia di insegnanti ebrei ed accolto come filosofo di rango nel mondo degli scrittori e accademici illuministi di Berlino, divenuta città di grande apertura. Egli riteneva che anche gli ebrei dovessero far parte di un mondo oramai sottomesso al diritto naturale: «La vera religione divina non abbisogna per essere praticata né di braccia né di dita, ma è tutta spirito e cuore». Mendelssohn non rompe con le tradizioni ebraiche, ma vuole semplificarle e purificarle. Rimane un ebreo religioso e praticante. I più ortodossi però non vogliono capirlo e Mendelssohn rappresenta per essi ciò che i teologi liberali significano per le due Chiese cristiane.
Per gli illuministi di Berlino questo ebreo fu naturalmente il benvenuto. Ecco che si aveva perfino un ebreo come sostegno e compagno di fede, intellettualmente di pari, se non superiore valore, pieno di spirito ed ironia. Inoltre era un uomo da prendersi a modello per la semplicità e la modestia della sua condotta di vita. Non già un presuntuoso arrampicatore sociale dell’alta borghesia, bensì un modesto piccolo commerciante, che tale sarebbe rimasto per tutta la sua vita, come tanti altri pubblicisti di quel tempo: Mendelssohn fu raggiante, quando l’attore Iffland interpretò il ruolo dell’ebreo Nathan nel Nathan il saggio di Lessing.
La Berlino mendelssohniana è divenuta il modello della emancipazione intellettuale ebraica, e si irradiò non soltanto in Germania e verso oriente. Le comunità ebraiche iniziarono ad ammodernare le loro scuole, i rabbini si fecero portatori di idee moderne. Spesso però l’ebreo illuminista si convertiva al cristianesimo, poiché solo questo rendeva possibile una piena integrazione. Molti restarono tuttavia fedeli alla sinagoga, dove l’interpretazione delle scritture si fece più rispondente ai tempi mentre (com’era avvenuto presso i calvinisti) vi veniva introdotto il suono dell’organo. Ebree colte, emancipate come donne ed amanti delle conversazioni filosofiche – come Rahel Varnhageri. e Henriette Herz – aprirono i loro salotti. Gli ebrei illuministi erano dei virtuosi nell’utilizzare due strumenti: l’apertura nei confronti del mondo borghese, la ricettività della mentalità ìlluminista e, nello stesso tempo, il sentirsi di casa nella vecchia comunità, il mantenersi ancora solidali con le vaste diramazioni del mondo ebraico. Un ebreo tedesco poteva così venire sempre accolto calorosamente sia nelle comunità della Francia meridionale sia, ad esempio, in quelle polacche.
Nel 1781 Christian Wilhelm Dohm pubblicò – ispirato da Mendelssohn – il saggio Sull’emancipazione civile degli ebrei. La questione era divenuta pubblica, diveniva un postulato politico.
Era stato però John Toland a pubblicare in Inghilterra, già 67 anni prima di Dohm, il suo trattato intitolato Reasons for Naturalising the Jews in Great Britain and Ireland, sui motivi che consigliavano la naturalizzazione degli ebrei in quei paesi. Bisognava dare loro uno stato civile, anche se non la piena parità dei diritti. Progressivamente, senza particolari difficoltà, in Inghilterra si giunse alla liberazione, cui poi fece seguito, nel XIX secolo, il sanzionamento giuridico. Nelle colonie, britanniche dell’ America settentrionale, gli ebrei poterono ottenere la cittadinanza sin dal 1740. Entro il 1820 la parificazione aveva avuto luogo in tutti gli Stati dell’Unione. Nelle monarchie continentali – tra le quali Federico II si mostrò molto moderato – fu la normativa riformista di Giuseppe II d’Austria a dare l’avvio, in Austria e nei territori dipendenti, all’emancipazione giuridica. Fu una rottura con l’atteggiamento. antisemita avuto da sua madre, l’imperatrice Maria Teresa, e andò a colpire un’opinione-pubblica che vi era ovunque ben poca preparata. Poco dopo fu la Rivoluzione francese a trarre le conseguenze politiche. Ne1 1787 l’abate Grégoire pubblicò il suo Essai sur la régéneration physique, morale et politique des juifs, mentre Mirabeau dava alle stampe Sur Moses Mendelssohn [et} sur la réforme politique des juijs. Mendelssahn poteva costituire un modella anche per la Francia! Negli anni successivi, là dove era la Francia a determinare gli eventi, gli ebrei ottennero una piena liberazione. Anche in questa caso, tuttavia, la Restaurazione provocò un regresso. La storia delle sofferenze non era ancora terminata. L’emancipazione seguitò ad essere un postulato. NèI 1823 Heine scriveva: «Qual è […] il grande compito dei nostri tempi ? L’emancipazione. Non solo quella degli irlandesi, dei greci, degli ebrei di Francoforte, dei neri delle Indie occidentali e degli altri popoli in simili condizioni d’oppressione, bensì l’emancipazione del monda intero, e particolarmente dell’Europa, che è divenuta maggiorenne».
 


BIBLIOGRAFIA

(1) – U. Forti – Storia della scienza – Dall’Oglio 1968

(2) – René Taton (diretta da) – Storia generale delle scienze –  Casini 1964

(3) – S. F. Mason – Storia delle scienze della natura – Feltrinelli 1971

(4) – Nicola Abbagnano (coordinata da) – Storia delle scienze – UTET 1965

(5) – Articoli di Enrico Bellone in Paolo Rossi (diretta da) – Storia della scienza – UTET 1988

(6) – AA. VV. – Storia d’Italia, Annali 3, Scienza e Tecnica – Einaudi, 1980

(7) – AA.VV. – Storia d’Italia – Einaudi, 1974

(8) – AA. VV. – La storia delle scienze – Bramante, 1989

(9) – AA. VV. – Arte, scienza e cultura in Roma cristiana – Cappelli, 1971

(10) – Owen Gingerich – L’affare Galileo – Le Scienze 170, Ottobre 1982

(11) – Dava Sobel – Longitudine – BUR 1999

(12) – A. Prosperi e P. Viola – Dalla Rivoluzione inglese alla Rivoluzione francese – Einaudi 2000

(13) E. Cassirer – La filosofia dell’illuminismo – La Nuova Italia, 1973.

(14) J. D. Bernal – Storia della scienza – Editori Riuniti 1965.

(15) F. Furet, D. Richet – La Rivoluzione Francese – Laterza 2003.

(16) D. Carpanetto, G. Recuperati – L’Italia del Settecento – Laterza 1986.

(17) Ulrich Im Hof – L’Europa dell’Illuminismo – Laterza 1993.

(18) D’Alembert, Diderot – La filosofia dell’Encyclopédie – Laterza 1966.

(19) A.Baracca, R. Livi – Natura e storia: fisica e sviluppo del capitalismo
nell’0ttocento
 – D’Anna, 1976.

(20) Charles Singer (a cura di) – Storia della tecnologia (vol.4) – Boringhieri 1964 [in questa opera vi è l’articolo: Il passaggio dall’empirismo alla scienza come base della tecnologia di A.R.J.P. Ubbelhode].

(21) F. Klemm – Storia della tecnica – Feltrinelli 1966

(22) A.E. Musson, E. Robinson – Scienza e tecnologia nella rivoluzione industriale – il Mulino 1974

(23) G. M. Trevelyan – Storia dell’Inghilterra nel secolo XIX – Il Saggiatore 1973

(24) Donald S.L. Cardwell – Tecnologia, scienza e storia – il Mulino 1976

(25) Thomas S. Ashton – La rivoluzione industriale – Laterza 1998
 

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