Fisicamente

di Roberto Renzetti

Di fronte all’anomalo numero di morti tra i giovani soldati italiani e spagnoli impiegati nella ex Jugoslavia, il Ministero della Difesa ha affidato il compito di studiare il fenomeno ad una Commissione denominata Mandelli. La Commissione ha consegnato i suoi risultati nei quali si sosteneva che non vi era nulla di anormale. Il professore di statistica presso l’Università di Torino, Lucio Bertoli-Barsotti dimostrò rapidamente che la relazione era totalmente inattendibile perché affetta da gravi errori di calcolo. La Commissione si è riunita di nuovo e, senza neppure citare in bibliografia il professor Bertoli-Barsotti ha stabilito che un qualche sospetto vi poteva essere . Ad una successiva attenta analisi anche questa relazione era totalmente inattendibile. Il tutto nasceva dall’aver GONFIATO in modo truffaldino il numero dei soldati italiani inviati nella ex Jugoslavia. Pubblico di seguito, successivamente i vari documenti.


PRIMA RELAZIONE MANDELLI

 (vai all’articolo – relazione_mandelli – che è in PDF su: PAGINE => DOCUMENTI)


ERRORI NELLA RELAZIONE MANDELLI

Lucio Bertoli-Barsotti

(Professore Associato di Statistica – Università di Torino)

Sommario.

C’è un errore statistico nell’analisi operata da parte della Relazione Mandelli. In particolare questo errore non permette alla Commissione di rilevare l’effettiva “significatività statistica” del numero di casi di Linfoma di Hodgkin (cioè il fatto che tale numero è abnorme rispetto all’incidenza spontanea della malattia ed è ragionevolmente inspiegabile alla luce del solo effetto del caso) nel gruppo di militari considerato.

1. Presentazione. Faccio riferimento al testo della “Relazione preliminare” della Commissione guidata dal professor Franco Mandelli, istituita dal Ministero della Difesa per indagare sull’incidenza di neoplasie maligne tra i militari impiegati in Bosnia e Kossovo, e pubblicata sul sito del Ministero della Difesa Come forse e noto, si tratta di uno studio ancora in fase di evoluzione.

Tuttavia le conclusioni preliminari in merito ad una “non significatività statistica” del numero di casi per quel che concerne, in particolare, il “linfoma di Hodgkin”  – la forma tumorale che doveva aver destato maggior sospetto, per l’anomalo numero di casi osservati -, fra i militari, sono state acquisite agli atti e rese note all’opinione pubblica attraverso i media, giornali, radio e tv (insomma una sorta dì messaggio nella direzione del “cessato allarme”).

La Relazione della Commissione Mantelli (CM) presenta il numero di ‘”casi attesi” e di “casi osservati”, per ciascuna patologia tumorale, in due tabelle, la numero 8 e le numero 9. Esse si riferiscono rispettivamente a due possibili approcci al conteggio dei casi di patologia: il primo considera tutti i militari, mentre il secondo ne seleziona una parte, ipotizzando per la malattia un periodo di latenza di 12 mesi prima di manifestarsi. Ora, il fatto è che dai dati riportati nelle tabelle si evince che (la CM evidentemente non se ne avvede a causa di alcuni errori metodologici nell’elaborazione) per quanto concerne il LH sussiste un significativo eccesso di casi osservati, sia nel gruppo di tutti i militari, che nel sottogruppo che si ottiene ipotizzando il periodo di latenza della malattia (inutile aggiungere che la persistenza di tale esito di significatività è anch’essa “significativa”).

2. Si adottano le stesse ipotesi di lavoro della Commissione. Entrerò un poco più nel dettaglio cercando di non risultare troppo tecnicistico al lettore profano.

Il  caso in esame è talmente problematico che conviene partire da alcuni punti fermi comuni con l’impostazione della Relazione. In particolare:

1) si accoglie il principio di semplificazione ragionevolmente adottato dalla CM stessa per schematizzare l’analisi (in ordine per esempio all’ipotesi di indipendenza, alla rappresentatività e casualità del campione, ecc.), che oltre tutto, ovviamente, sopporta i vincoli dovuti al fatto di avere caratteristiche di tipo retrospettivo e osservazionale e non già di studio sperimentale vero e proprio;

2) si danno per buoni i dati storici e le inferenze in base alle quali sono stati determinati i numeri dei “casi attesi”  che individuano per la patologia lo stato di incidenza “spontanea” nella popolazione (è questo del resto il passaggio, particolarmente delicato, che comporta maggiormente il peso della competenza medica da parte della Commissione esaminatrice)

3. Significatività statistica del numero di casi di LH. Sulla base dì quanto si evince dalla tabella 8 (per la situazione descritta in tabella 9 il discorso è analogo) l’incidenza spontanea del LH è descritte da 3,81 casi (da rapportare al numero complessivo di anni persona da considerare) nella popolazione con caratteristiche fisiologiche simili a quelle dei militari in studio. Il problema statistico sta nello stabilire se i 9 casi che sono stati osservati in quel “campione” di militari in missione, tratto da quella popolazione, siano o meno da ritenere “significativamente” in eccesso rispetto a quanto ci si potesse aspettare. In termini non specialistici, si ricorda, la locuzione statisticamente significativo” può essere intesa, in senso lato, alla stregua di “non puramente casuale”. In questo tipo di paradigma inferenziale, la non-casualità è da assimilare – sempre parlando in termini volutamente ipersemplificati – alla improbabilità (rispetto a quanto saremmo stati disposti a prevedere a priori). Allora la domanda è: se mi aspetto 3,81 casi, 9 casi osservati costituiscono un risultato “improbabile”? Quanto improbabile? Per stabilire una linea di confine numerica al di sotto della quale il risultato viene interpretato come “improbabile”, il  ricercatore fissa un  “livello”,  cosiddetto livello di significatività. La CM sceglie (e la scelta è ragionevole) il livello del 5%.

Ora, fatti i calcoli, si trova che 9 corrisponde a quello che in gergo statistico si chiama “p-value” di circa 1,6%. E’ questo il numero che quantifica il “grado di improbabilità” di quanto osservato.

Poiché 1,6 è minore di 5, si conclude che in effetti c’è un eccesso statisticamente significativo nel numero di casi di LH.

Una analisi del tutto simile, con esito anche qui di significatività statistica per il LH, può effettuare per la che la CM considera (cfr. dati di Tab 9), ipotizzando un periodo di latenza di 12 mesi per la malattia. Anche per questo gruppo di soldati il numero di casi di LH osservato, cioè 6, risulta “significativamente” superiore a quello atteso, che è 2.24. Questo è ciò che si trae con il computo esatto delle probabilità.

4. Gli errori della Relazione. Ci si può chiedere allora quale è il motivo – tecnicamente – per il quale la CM non arriva a questi risultati? Gli errori della CM sono due. In particolare, il secondo è quello fondamentale, mentre il primo è sostanzialmente ininfluente in vista delle conclusioni (vedi tabella).

1º) La CM ignora l’informazione empirica della fattispecie di eccesso di casi (di LH) rilevati. C’è una evidenza empirica dì eccesso di casi che precede il momento del calcolo (e che motiva la preoccupazione e, dì conseguenza, l’istituzione stessa della Commissione): si potrebbe asserire che l’analisi statistica deve solo stabilire se tale eccesso è da imputare alla variabilità accidentale o se è talmente rimarcato da dover essere ritenuto indice di significatività. Ma che di “eccesso” si tratti questo è palese, è dato. Insomma, le alternative da prendere in considerazione dovrebbero essere: a) il numero di casi è sotto una certa soglia; b) il numero di casi è sopra tale soglia. La CM imposta invece quello che tecnicamente si definisce un test bidirezionale, prevedendo incomprensibilmente anche l’eventualità della osservazione fra i militari di un numero di casi, in particolare di LH, “eccessivamente basso” rispetto a quello atteso.

2º) La CM “approssima” la distribuzione di probabilità effettiva (che qui può esser correttamente ritenuta una Poisson) con la distribuzione normale, riportando – senza avvedersene – dei margini di errore altissimi per valori così piccoli di media come quelli in oggetto (3.81, 2,24, e addirittura al di sotto di 1 per la Leucemia Linfatica Acuta), con conseguente determinazione di probabilità errate, assolutamente inservibili per la discriminazione che si voleva operare. [Per dare une idea rozza ma efficace, è come se si volesse dirimere una questione riguardante un record mondiale in una gara dai 100 metri piani utilizzando una clessidra, invece del consueto cronometro elettronico collegato a una cellula fotoelettrica]. (*)

5. Tabella riassuntiva. Per comodità dei lettore si riassume il calcolo corretto nella seguente tabella, dove per completezza si riporta il calcolo anche per le versione bilaterale del test (come si vede, le conclusioni non cambiano).

APPENDICE TECNICA

1. Nota {*)

Per maglio dire, più precisamente, c’è un doppio ordine di “approssimazìone”: la CM determina una approssimazione (sostituendo una stima al posto dei parametri) di un intervallo di confidenza approssimato asintoticamente tramite il modello normale,

2. Probabilità esatte

A compendio dei calcoli che producono i valori di probabilità riportati nella tabella precedente si riportano le probabilità esatte del numero di casi per le patologie LH e LLA per i casi di Tabella 8 (tutti i militari) e Tabella 9 (solo i militari con periodo di latenza).

Valori delle probabilità esatte in riferimento al numero di casi dì LH-Tab.8

Numero di casi       0, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12
Probabilità
0.0221432, 0.0843846, 0.160753, 0.204156, 0.194458, 0.148177, 0.0940926,
0.0512132, 0.0243903, 0.0103252, 0.00393391, 0.00136256, 0.000432614

Valori delle probabilità esatte in riferimento al numero di casi di LH-Tab.9

Numero di casi           0, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9
Probabilità
0.106459, 0.238467, 0.267083, 0.199422, 0.111676, 0.050031, 0.0186782, 0.00597704,
0,00167357, 0.000416533

Valori delle probabilità esatte in riferimento al numero di casi di LLA-Tab.8

Numero di casi        0, 1, 2, 3, 4
Probabilità
0.486752, 0.350462, 0.126166, 0.0302799, 0.00545038

Valori delle probabilità esatte in riferimento al numero dì casi di LLA-Tab.9

Numero di casi        0, 1, 2, 3
Probabilità
0.657047, 0.27596, 0.0579515, 0.00811321

SECONDA RELAZIONE MANDELLI

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ERRORI NELLA SECONDA RELAZIONE MANDELLI

URANIO: ACCAME: LA RELAZIONE E’ INCOMPLETA, RITIRATELA
Per la Bosnia mancano dati su proiettili, ripartire da capo.

ROMA, 06/06/2001. La seconda relazione sull’uranio impoverito è basata su dati incompleti, che invalidano le sue conclusioni, “e’ pertanto deve essere ritirata”.

Lo afferma Falco Accame – presidente dell’Associazione familiari vittime delle Forze armate – che già aveva criticato il primo lavoro presentato dagli esperti guidati dall’ematologo Franco Mandelli.

“Almeno per quanto riguarda la Bosnia – spiega Accame – la relazione non puo’ essere considerata valida perche’ non prende in considerazione le posizioni e i tempi in cui si sono verificati gli impatti delle armi all’uranio. Di conseguenza – prosegue – non è possibile stabilire se nelle vicinanze hanno operato dei militari. Non si puo’, quindi, conoscere il numero dei militari potenzialmente esposti, perche’ non si possono stabilire le distanze dai punti di impatto”.

Secondo Accame, “serve una nuova relazione che riparta da zero e si basi sulle storie di esposizione di ogni singolo militare che ha partecipato alle operazioni, per stabilire la sua posizione nello spazio e nel tempo relativamente ai luoghi di impatto delle armi, stabilendo inoltre delle gradazioni di rischio in relazione alle distanze”.

ANSA


URANIO: 12 I NEONATI MALFORMATI; ALTRI 11 DA CIVILI



  (ANSA) – ROMA, 27 APRILE 2002 –

”Sono 12 i bambini nati con malformazioni genetiche da militari italiani che erano stati in missione all’estero. E a questi se ne aggiungono altri 11, figli di civili che vivono vicino ai poligoni militari italiani dove sono stati sperimentati i proiettili all’uranio impoverito”. Lo afferma Falco Accame, presidente dell’Anavafaf, l’associazione assistenza vittime arruolate nelle forze armate.   ”Perche’ – si chiede Accame – nessuno si preoccupa dei figli dei civili, civili che tra l’altro non possono adottare le misure di protezione previste per i militari? E perche’ non e’ il ministro della Salute, e non quello della Difesa, a ordinare un’inchiesta che riguarda la salute sia di militari sia di civili?”. Secondo Accame, ”se la prossima relazione Mandelli non prendera’ in considerazione anche i civili e le zone a rischio in Somalia e nei poligoni, sara’ priva di ogni rilevanza”.  Sale quindi a 23 il numero dei bambini nati con malformazioni genetiche che sarebbero legate all’uranio impoverito. Ieri la notizia dei 7 casi di malformazione tra i bambini di militari impiegati in missione all’estero. Oggi altri 16, tra cui anche 11 figli di persone che non hanno mai vestito la divisa ma che abitano vicino ai poligoni militari. 
Il ministro della Difesa sottolinea la sua ”massima attenzione” al problema, mentre l’indagine aperta tempo fa dalla procura militare di Roma si arrichisce di nuovi elementi. Non solo i militari, dunque, ma anche i civili. Secondo Falco Accame, presidente dell’Anavafaf, l’associazione assistenza
vittime arruolate nelle forze armate, l’inchiesta di Rai news 24, che parla di 7 neonati malformati, rende conto solo di una parte della verita’: ”I bambini nati con malformazioni genetiche da militari italiani che erano stati in missione all’estero – denuncia – sono 12. E a questi se ne aggiungono
altri 11, figli di civili che vivono vicino ai poligoni militari italiani dove sono stati sperimentati i proiettili all’uranio impoverito”.
L’attenzione e’ concentrata soprattutto sul poligono di Perdasdefogu, in Sardegna. Il ministero della Difesa ha disposto di recente un’indagine per controllare la zona. Non sono state trovate, per il momento, tracce di uranio; i campioni prelevati sono tuttora esaminati in laboratorio.  E l’Italia ha sempre negato che questo tipo di munizioni fosse stato utilizzato e sperimentato sul territorio nazionale. Ma le gente del posto non si accontenta. Proprio oggi si e’ costituito un comitato che chiede di ripetere i campionamenti.
Il ministro della Difesa, Antonio Martino, ricorda che finora non e’ stato trovato alcun nesso di causalita’ tra l’uranio e la cosiddetta sindrome dei Balcani. E annuncia che nei prossimi giorni sara’ pronta la nuova relazione della commissione Mandelli, il pool di esperti incaricato dalla Difesa di indagare sulla vicenda. L’ultima relazione aveva trovato un ”significativo eccesso” di linfomi di Hodgkin, rispetto alla media: 11 contro contro un valore atteso inferiore a 4. ”Un tasso superiore anche rispetto ai soldati degli altri Paesi presenti nei Balcani”, ha osservato ancora oggi Martino. ”Si tratta dunque di sapere – ha aggiunto – da che cosa e’ stato determinato”. Nulla, secondo il gruppo guidato da Mandelli, indica che la causa sia da ricercare proprio nell’uranio.
Ma c’e’ anche chi avanza riserve proprio sul metodo seguito dalla commissione: ”Se la prossima relazione Mandelli non prendera’ in considerazione anche i civili e le zone a rischio in Somalia e nei poligoni – afferma Accame – sara’ priva di ogni rilevanza”. La pensa allo stesso modo Giuseppe
Giulietti, deputato Ds, secondo cui la commissione Mandelli e le commissioni parlamentari ”devono acquisire immediatamente” i
documenti sui bambini nati con problemi genetici.
Sulla questione uranio, sono ancora in corso le indagini avviate tempo fa dalla procura militare di Roma. Nel fascicolo aperto da Antonino Intelisano trovano spazio diversi aspetti del problema: le morti segnalate nel corso degli anni, i risultati della commissione Mandelli, le regole di sicurezza seguite nelle missioni estere. Ora arriveranno anche i documenti sui bambini malformati. (ANSA).

Sindrome dei Balcani: terza relazione Mandelli


Tra poco dovrebbe essere resa pubblica la terza relazione della Commissione Mandelli che, secondo alcune indiscrezioni, confermerebbe la correlazione tra missioni dei militari italiani nei Balcani e casi di Linfoma di Hodgkin.



(25/06/2002)

di Paul Ricard, VITA (13.06.02), ripreso da Gevam Onlus (24.06.02).

Eccesso di linfomi di Hodgkin ”statisticamente significativo” per i militari italiani impegnati in Bosnia e in Kosovo. La terza relazione della cosiddetta Commissione Mandelli, incaricata dal ministro della Difesa di far luce sui tumori che hanno colpito i soldati italiani nei Balcani, avrebbe confermato – secondo quanto si apprende – i risultati dello studio precedente. Le patologie tumorali sarebbero complessivamente inferiori ai casi attesi; non così, però, i linfomi di Hodgkin. Inoltre, secondo indiscrezioni, non verrebbe confermato il nesso tra linfoma di Hodgkin e l’utilizzo di munizioni all’ uranio impoverito, ma non sarebbe stata individuata una precisa causa della patologia.
Il campione esaminato e’ stato esteso a circa 43.000 militari (rispetto ai 40.000 della precedente relazione); aumentati anche i morti e malati esaminati ed il periodo di osservazione, che e’ stato esteso a tutto il 2001. Secondo quanto si e’ appreso, il terzo dossier predisposto dalla Commissione scientifica istituita dal ministero della Difesa per far luce sulla cosiddetta ”Sindrome dei Balcani” è stato completato negli ultimi giorni e, presto, sarà sul tavolo del ministro Antonio Martino. Erano stati 35, tra morti (9) e malati, i casi esaminati nella seconda relazione della Commissione Mandelli, aggiornati al 30 aprile 2001. La prima relazione, che si era fermata alla fine di gennaio, era invece arrivata all’analisi di 28 casi. I militari ”osservati” erano stati 39.491, in gran parte dell’Esercito (33.361), poi carabinieri (2.987), Aeronautica (2.760), Marina (364) e 19 civili. Quasi tutti i casi di morti e malati esaminati, conseguentemente, appartenevano all’Esercito (29), 4 ai carabinieri e 2 all’Aeronautica. La seconda relazione, presentata a fine maggio 2001, era arrivata alla conclusione che ”esiste un eccesso, statisticamente significativo, di casi di Linfoma di Hodgkin”: ne erano stati infatti osservati 11 casi, mentre quelli ”attesi” – in base alla media nazionale di 12 registri tumori italiani – erano solo 3,69. La prima relazione aveva evidenziato 9 di questi linfomi, ma il dato – a quanto pare per un errore di metodo di calcolo – era stato considerato ”statisticamente non significativo”. Al di sotto della media attesa, invece, sempre nel secondo dossier, le altre patologie tumorali. In particolare, i casi di linfomi non Hodgkin, che sono stati 5 (i casi attesi erano 6,3), e i tumori solidi: 17, contro 55,02 casi attesi. Diverso il discorso per le leucemie linfatiche acute: 2 quelle riscontrate (i militari sono entrambi deceduti), mentre i casi attesi erano 0,82. Il doppio, ma per il basso numero assoluto non si parla, in questo caso, di eccesso ”statisticamente significativo”.
Nove, come detto, i morti: 5 per tumori solidi, 2 per linfomi non Hodgkin e 2 per leucemia. Nessuno per i linfomi di Hodgkin, una malattia dalla quale si riesce a guarire, se diagnosticata in tempo, nel 70 per cento dei casi ed oltre. Proprio l’eccesso di linfomi di Hodgkin aveva imposto la prosecuzione e l’ampliamento dell’indagine scientifica avviata, con un monitoraggio prolungato nel tempo, per avere una conferma dei risultati ottenuti, ma soprattutto per individuare le cause e i possibili fattori di rischio. Sulle cause, per quanto riguarda il linfoma di Hodgkin, la comunita’ scientifica internazionale non ha ancora molte certezze, anche se si tende a parlare di concause e non di un solo fattore scatenante la malattia. Lo stesso ministro della Difesa Martino, nelle settimane scorse, aveva sottolineato che trovare la causa dell’eccesso di linfomi di Hodgkin tra i militari italiani, non e’ soltanto ”un vantaggio per la Difesa”, ma sarebbe una scoperta di ”interesse scientifico mondiale”. Quello che e’ certo e’ che la patologia e’ una ”peculiarità tutta italiana”, come aveva ammesso lo stesso Mandelli presentando la sua seconda relazione, nel senso che questo eccesso e’ riscontrato solo tra i militari italiani impegnati in Bosnia e in Kosovo, e non anche tra quelli dei contingenti degli altri Paesi che hanno operato nello stesso periodo e nelle stesse zone dei Balcani. Riguardo all’uranio impoverito non e’ stato stabilito alcun nesso. La seconda relazione anzi lo escludeva, in base ai dati parziali in suo possesso. ”Dalle informazioni ad oggi disponibili non vi sono elementi che possano far ritenere che vi sia stata un’esposizione significativa ai composti dell’uranio”, si leggeva infatti nella seconda Relazione Mandelli, che però non aveva completato tutte le analisi sul campione preso in considerazione.
Secondo alcuni – uno schieramento trasversale, composto da parlamentari, associazioni di militari, medici e scienziati – la vera causa delle patologie starebbe nei vaccini: un mix di 35-40 vaccinazioni, tra facoltative e obbligatorie, in tempi strettissimi, che avrebbero gravemente indebolito le difese immunitarie dei soldati. Altri, invece, puntano l’indice contro inquinanti ”di vario genere” presenti nell’ambiente: si parla, in ordine sparso, di plutonio, benzene, radiazioni ionizzanti, contaminazioni legate alla natura degli obiettivi colpiti durante i bombardamenti. In attesa di certezze, comunque, i militari italiani ”fuori area”, e in particolare quelli impegnati nell’area balcanica, sono da tempo sottoposti a diversi test e controlli medici, il cosiddetto ”protocollo Mandelli”, con analisi periodiche per tenere sotto controllo la situazione. Sul versante retributivo, poi, una legge dell’agosto scorso e’ intervenuta a sanare una situazione incresciosa: diversi soldati affetti dalla presunta Sindrome dei Balcani, infatti, dopo un periodo massimo di convalescenza, avevano perso la retribuzione. La nuova normativa stabilisce invece che, finché non saranno conclusi gli accertamenti relativi al riconoscimento della dipendenza dalla causa di servizio, tutti riceveranno la paga. E per intero.


Alcuni documenti sull’argomento:

Dai Wiliams, Mystery Metal, Nightmare in Afghanistan?, gennaio 2002;

Federation of American Scientists, documenti vari sull’uranio impoverito;

UNEP, The Kosovo conflict: consequences for the Environment, 1999;

UNEP, The potential effects on human health and the environment arising from possible use of depleted uranium during the 1999 Kosovo conflict, 1999;

WHO, Depleted uranium, sources, exposure and health effects;

Rapporto Mandelli





La relazione Mandelli è da rifare

  • From: Marcao
  • Subject: La relazione Mandelli è da rifare
  • Date: Tue, 16 Jul 2002 07:42:40 -0700

DALLA NUOVA SARDEGNA DEL 13\07\2002 

“Gonfiato” il numero dei militari italiani inviati nei Balcani preso in esame dall’équipe nominata dal ministro della Difesa p.m. ROMA. Per il ministro della Difesa Antonio Martino è l’ennesima brutta figura. Per i vertici delle forze armate, invece, è qualcosa di più. E ancora una volta è l’uranio impoverito a creare imbarazzo e a confermare l’inquietante mancanza di trasparenza sugli effetti del “metallo del disonore” sui nostri militari, spediti in missione nei Balcani. La notizia, secca, è questa: le conclusioni della commissione presieduta dall’ematologo Franco Mandelli sono totalmente inattendibili, perché le valutazioni sono state fatte su dati non veritieri. In parole povere, lo studio ha un vizio di fondo. E cioè che i militari presi in esame dalla commissione medica sono 43mila, mentre i soldati italiani inviati nei Balcani sono stati solo 28mila. E’ del tutto evidente chel’incidenza statistica di patologie come il linfoma di Hodgkin è stata enormemente superiore, rispetto a quanto è stato indicato da Mandelli e dalla sua équipe. Che pure avevano dovuto rinoscere un numero di casi di tumore del sistema emolinfatico molto superiore alla media. Ma in questa storia c’è anche una crudele ironia. Sì, perché il giallo sui numeri nasce dalle stesse forze armate. Il dato che sono stati 28mila i soldati italiani inviati nel Balcani è infatti contenuto nel Libro Bianco della Difesa. A questo punto è importante sapere chi ha fornito i dati “gonfiati” al professor Mandelli. Quei quindicimila soldati inesistenti hanno infatti fatto precipitare l’incidenza statistica. Anche se non sono riusciti a cancellare l’anomalia che la commissione nominata dal ministero della Difesa non è comunque riuscita a spiegare. Per Mandelli è l’ennesima Caporetto. La sua prima, rassicurante, relazione era stata demolita da un docente di Statistica dell’università di Torino: i calcoli erano completamente sbagliati. Ci fu allora una correzione e l’annuncio di un nuovo studio. Siamo dunque alla terza relazione che, pur ammettendo un’incidenza di tumori superiore alla media, conclude dicendo che non è possibile trovare un rapporto di causa-effetto tra uranio impoverito e linfomi e leucemie. Ora, infine, si scopre che anche la terza relazione Mandelli è da cestinare, perché fondata su dati completamente errati. E si ricomincia tutto daccapo. Certo, a questo punto, però tutto cambia. L’équipe dell’ematologo non potrà infatti ignorare che i casi di tumore dovranno essere parametrati su un numero di un terzo inferiore rispetto a quello preso finora in considerazione. Che diranno, a questo punto, i vertici militari? Sarà per loro molto difficile ignorare la terribile verità che i nostri giovani in divisa sono stati esposti ad agenti micidiali, capaci di provocare tumori. Continueranno a dire che la causa non è l’uranio impoverito? Va bene, ma allora, a questo punto, dovranno spiegare di cosa si tratta. Certo non potranno tirare fuori dal cilindro la storiella dell’arsenico, come è stato fatto per la “sindrome di Quirra”. Perché non risulta che i Balcani siano pieni di miniere d’arsenico abbandonate. E dovranno anche spiegare perché è stato soprattutto il contingente italiano a essere colpito da terribili patologie come i linfomi e le leucemie. Intanto, l’ex presidente della Commissione Difesa della Camera, Falco Accame, mette il dito nella piaga e arriva subito a quello che sembra essere il vero nodo politico di questa tragedia. «Il problema – ha detto – è ora sapere chi ha fornito dati così diversi da quelli ufficialmente presentati nel Libro Bianco». E già. Perché il dato errato equivale a un inquinamento dei risultati. C’è stato dolo o solo superficialità? In entrambi i casi le responsabilità sono comunque gravissime. Ma Accame va anche oltre: «Per la verità, il numero di presenze da considerare è anche assai inferiore a quello di 28mila del Libro Bianco, perché il personale esposto ai rischi dell’uranio è soprattutto quello che è stato presente in Bosnia privo di protezione. Non si può infatti considerare personale a rischio quello in Albania e in Macedonia, perché lontanissimo dalle zone d’esplosione di armi all’uranio».


Le leucemie provocate dall’uranio

  • From: francesco iannuzzelli
  • Subject: Fwd: Le leucemie provocate dall’uranio
  • Date: Fri, 20 Dec 2002 14:48:57 -0800

“Le leucemie provocate dall’uranio” Una commissione scientifica smentisce la relazione Mandelli ROMA. La notizia non è ancora ufficiale, ma sembra che la prima tranche di analisi effettuate sulle cellule tumorali dei soldati italiani, ammalatisi dopo essere stati in missione nei Balcani, abbia dato un responso agghiacciante: ci sono tracce di metalli pesanti. Sarebbe la prova che la “sindrome dei Balcani” è provocata dall’uranio impoverito. La scoperta è stata fatta da un’équipe guidata dalla professoressa Maria Antonietta Gatti del dipartimento di neuroscienze dell’università di Modena e Reggio Emilia. Le cellule tumorali, prelevate dai militari ammalatisi di cancro dopo avere partecipato alle missioni nei Balcani, sono state esaminate con una tecnica innovativa: macroscopia elettronica a scansione e microanalisi a raggi x». Ebbene, i risultati sarebbero univoci. Cioé, sui tessuti esaminati il responso è stato sempre lo stesso. Dodici volte su dodici. L’indagine commissionata dall’Osservatorio per la tutela dei militari, presieduta dal maresciallo Domenico Leggiero, smentirebbe in modo clamoroso le conclusioni alle quali era arrivata la tanto contestata commissione Mandelli. Una commissione che, pur ammettendo l’alta incidenza di tumori del sistema emolinfatico tra i militari italiani nei Balcani, aveva sempre escluso un nesso con l’uranio impoverito. La percentuale statistica dei linfomi e delle leucemie riscontrata dall’équipe scientifica fa veramente paura. Si parla infatti di un aumento del 300% sulla media statistica nazionale. Ma a parlare sono soprattutto le analisi. Nelle sezioni dei linfonodi esaminati sono state infatti trovate tracce di silicio, sodio, magnesio, alluminio, rame e mercurio». In alcuni casi, sono state trovate anche tracce di uranio. «Tali detriti – scrivono gli scienziati – sono sicuramente di natura esogena». Cioé, sono elementi che portano a ipotizzare la vicinanza dei soldati a esplosioni che poi li hanno “condannati” alla malattia e, qualcuno, anche alla morte. Si legge ancora nella relazione: «Il microambiente bellico creato da armamenti che innescano un’alta temperatura d’esplosione è caratterizzato da detriti di nuove leghe, che sono il risultato di nuove fusioni tra elementi provenienti sia dall’armamento e sia dal bersaglio». Viene anche ipotizzato che questi elementi «inquinanti siano stati respirati, oppure ingeriti qualora siano stati mangiati ortaggi e frutta non debitamente detersi su cui tale polvere si era depositata». L’Osservatorio per la utela dei militari ha chiesto un risarcimento di cinque milioni di euro per ogni soldato colpito dall’uranio impoverito. «La relazione scientifica – ha dichiarato Leggiero – conferma le nostre teorie, ovvero che i nostri ragazzi si sono ammalati perché impiegati con superficialità e impreparazione dai vertici politici e militari». Forse, sulla questione dell’uranio, si è arrivati a una svolta.


COMMENTO E SINTESI DELLA PERIZIA DI PARTE DEL GRUPPO DI LAVORO AD HOC PER LO STUDIO DEL DU (URANIO IMPOVERITO), ESEGUITA SU RICHIESTA DEL TRIBUNALE ITALIANO CONTRO I CRIMINI DELLA NATO IN JUGOSLAVIA AL COMITATO “SCIENZIATE E SCIENZIATI CONTRO LA GUERRA”

Mauro Cristaldi – Dip. Biologia Animale e dell’Uomo, Univ. “La Sapienza” – Via A. Borelli 50, 00161 ROMA

<Mauro.Cristaldi@uniroma1.it>

La guerra contro la Jugoslavia, a tutt’oggi ancora in corso, non rappresenta che l’ultimo atto dello scenario geo-politico in cui il nostro paese si presenta ancora una volta alla storia recente come parte integrante degli interessi statunitensi nel mondo. Chi ha avuto un ruolo nel rendere concreta questa politica bellicista dovrà risponderne in giudizio; è per questo principio che il Tribunale Italiano contro i crimini della NATO in Jugoslavia (denominato Tribunale Ramsey Clark) si è impegnato a denunciare presso la Procura della Repubblica di Roma i gravi abusi anticostituzionali del governo D’Alema, che rappresentò per primo questa palese tendenza alla subordinazione atlantica, la quale portò l’Italia a contribuire all’attacco incondizionato ed illegale di un paese limitrofo mediante l’impatto distruttivo delle più moderne tecnologie. Oggi l’asse Bush-Berlusconi-Fini rappresenta l’emblema risolutivo di questa stessa tendenza, che deve essere obbligatoriamente resa reversibile nell’interesse della tutela della biosfera nella sua complessità per opera di un larghissimo fronte di opposizione, più incisivo e diffuso di quello che fronteggiò, a suo tempo, il nazismo.

            Il lavoro scientifico prodotto dal gruppo di lavoro, che vede come autori 8 partecipanti alla lista del Comitato “Scienziate e scienziati contro la guerra” ed un valente ematologo in pensione, mentre mette in evidenza le carenze esplicite e nascoste dei documenti ufficiali finora pubblicati sul DU, rappresenta lo spunto per procedere nel compito che ci siamo dati di riqualificazione scientifica delle istanze di tutto il movimento di opposizione; questo impegno dovrà continuare ancora nell’ambito della commissione scientifica del Tribunale Clark, che ci ha sostenuti.

            Il presente breve documento conclusivo riassume i principali punti fermi e le novità che la perizia di parte nel suo complesso mette in luce, proprio nello spirito del Comitato “Scienziate/i contro la guerra”, che ha sempre sostenuto le finalità di una ricerca che presupponga la critica del modo attuale di produrre scienza, per fare in modo che chiunque possa dotarsi di strumenti di intervento qualificato, sia sugli aspetti più generali, sia su quelli più specifici cui, ad es., la perizia di parte è legata. In bibliografia sono riportati i contributi del Comitato al problema del rischio da DU nelle aree contaminate (Marenco, 1999; Zucchetti, 2000; Del Bello, 2001).

Il gruppo di lavoro è composto da due medici (Pasquale Angeloni, Silvana Salerno), da una biologa citogenetista (Francesca Degrassi), da un informatico (Francesco Iannuzzelli), da un ingegnere nucleare (Massimo Zucchetti), da tre fisici (Andrea Martocchia, Luca Nencini, Carlo Pona) e dal sottoscritto come naturalista.

La competenza medica, per quanto riguarda le conseguenze dell’esposizione all’Uranio impoverito (DU = Depleted Uranium), è fondamentale: in tal modo un medico legale esperto di ematologia e di radioecologia ed una ricercatrice esperta in medicina del lavoro hanno saputo offrire un quadro di competenze capaci di coprire un largo settore applicativo riguardante le patologie, l’eziologia e la diagnosi delle cosiddette “sindrome del Golfo” e “sindrome dei Balcani” che tanti aspetti hanno in comune, in quanto in ambedue le sindromi sono implicate le conseguenze dell’uso bellico dei dispositivi al DU (Durakovic, 1999).

Le competenze di mutagenesi si sono rivelate indispensabili per la comprensione dei fenomeni che precocemente si manifestano nel materiale nucleare delle cellule a seguito dell’esposizione a DU, aspetti sovente sottaciuti e sottovalutati per la conseguente valutazione del rischio, accanto a quelli di carattere biochimico e biomolecolare, in quanto volutamente subordinati nella pratica radioprotezionistica agli aspetti fisici e chimici della contaminazione.

I tre fisici ricercatori, dal canto loro, hanno collaborato su diverse problematiche avvalendosi sempre di un solido bagaglio di fisica teorica: dalla fisica delle radiazioni, alle stime di dose, alla lettura critica di documenti spesso corposi quanto sovente incompleti. Uno di loro aveva contribuito tra i primi alla denuncia dell’uso del DU come arma di guerra (Pacilio & Pona in Marenco, 1999; Pona in Zucchetti, 2000) e partecipa tuttora ad iniziative di solidarietà nell’ambito di una OGN che opera in Iraq e in Jugoslavia.

Il prof. Zucchetti del Politecnico di Torino rappresenta una vera e propria autorità nel campo della modellistica e della sicurezza degli impianti nucleari ed aveva, di conseguenza, offerto la propria consulenza gratuita, più volte indebitamente respinta, nell’ambito della commissione Mandelli istituita dal Min. della Difesa del governo Amato per lo studio dell’incidenza di neoplasie maligne tra i militari italiani inviati in missione nei Balcani. La relazione tratta dalla tesi di laurea del suo allievo ing. Boschetti completa e chiarifica il contributo della perizia con un’ampia serie di allegati.

Il sottoscritto ha coordinato il lavoro degli altri coautori e soprattutto ha interagito con l’informatico di Peacelink, il quale ha fornito, con spiccato senso critico, una serie di relazioni e articoli di difficile reperimento: cito per tutti l’importante documento DPRSN (2001) della Missione Scientifica Portoghese in Kosovo e Bosnia-Erzegovina, di notevole interesse metodologico ma sfuggito all’attenzione degli organi di stampa. La decennale esperienza interdisciplinare nel monitoraggio dei Mammiferi selvatici come bioindicatori di contaminazione territoriale ha permesso al sottoscritto di interagire con tutte le altre competenze per preparare una relazione che servisse come spunto critico all’approfondimento del problema del DU, indicando anche le possibili direzioni su cui indirizzare le ricerche, in quanto tutto l’argomento del rischio da Uranio è stato volutamente tenuto a margine nella letteratura radiodosimetrica e radioecologica.

Con questo appunto, mentre rinnovo i ringraziamenti a tutti coloro che, citati e non, hanno fornito spunti alla compilazione della perizia di parte, fornendo documentazioni e spunti critici, procedo alla presentazione degli argomenti salienti affrontati in essa:

1)                             L’uso bellico dell’Uranio impoverito (DU = Depleted Uranium) rientra in un meccanismo di mercato che combina gli interessi dell’industria nucleare e di quella bellica, utilizzando illegalmente (cfr. risoluzione della Sottocommissione ONU per la Prevenzione delle Discriminazioni e per la Protezione delle Minoranze, 48° sessione del 30.8.1996) il vantaggio del basso costo di una scoria radioattiva ad elevata pericolosità, che andrebbe invece sottoposta a custodia protettiva passiva (Cristaldi et al., 2001).

2)                             La capacità del proiettile al DU di fondere metalli sviluppando temperature molto elevate porta alla formazione di una nube di polvere di ossidi insolubili di Uranio, che si deposita sul terreno aggiungendosi alla polvere di campi, sterrati e strade, già contenente Uranio naturale in quantità caratteristica per ogni tipo di suolo. La polvere risollevandosi diviene facilmente inalabile, anche nei tempi lunghi, da parte di potenziali gruppi a rischio (bambini, contadini, militari, volontari, addetti alla manutenzione stradale, pastori, ecc.). I frammenti residui dei proiettili al DU sono soggetti a solubilizzazione e complessazione per effetto degli agenti meteorici e delle sostanze chimiche del suolo, rimanendo essi nello strato superficiale del terreno e/o raggiungendo per percolazione le falde acquifere. Di conseguenza il DU viene diffuso nella rete trofica, costituendo altresì un fattore aggiuntivo di rischio alimentare (Ribera et al., 1996).

3)                             L’uso finalizzato al ricatto sulla salute di intere popolazioni esposte intenzionalmente al rischio da DU a partire da situazioni di guerra (Iraq, ex-Jugoslavia, Somalia, Palestina) e/o da poligoni sperimentali (solo negli USA Zajic, 1999, ne enumera 15) si combina con il rischio sulla salute volutamente indotto con modalità diverse.

4)                             L’attacco più massiccio della storia con dispositivi al DU è stato comminato all’Iraq ed al Kuwait durante la guerra del Golfo (1991) da parte delle forze aeree anglo-americane, determinando conseguenze epidemiologiche gravosissime ed ancora ampiamente da documentare (Intern. Action Center, 1997; Al-Jibouri, 2000). L’aggravante dell’imposizione di un lungo embargo internazionale contro l’Iraq, tuttora in corso, ha potenziato, per conseguenti carenze di alimentazione, profilassi e di cura, le patologie dirette ed accessorie (leucemie, linfomi, tumori solidi, malattie infettive e da immunodepressione) attribuibili al DU, come principale contaminante nella guerra del Golfo.

5)                             Vengono ricostruite le cause militari e politiche dell’uso preponderante del DU contro la regione del Kosovo durante la guerra NATO contro la Jugoslavia, aggressione accompagnata da altre distruzioni con agenti contaminanti provenienti dal bombardamento di industrie chimiche, che hanno soprattutto interessato la Serbia e la Vojvodina. Complessivamente il rischio conseguente di patologie combinate è mirato al confondimento delle cause primarie di contaminazione, anche per la vasta area coinvolta dalle conseguenze del fall-out chimico (Serbia, Romania, Moldavia, Ungheria, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Croazia, Grecia, Bulgaria), sottaciuta, per cause economiche e politiche contingenti, dalle stesse nazioni coinvolte nella contaminazione territoriale (Cristaldi et al., 1999).

6)                             A seguito degli accordi IAEA-WTO del 1959 riguardanti la disincentivazione delle ricerche riguardanti il rapporto tra salute pubblica e radiazioni, le pubblicazioni concernenti gli effetti del DU sono state premeditatamente sfavorite (Parsons, 2001), in modo che la pericolosità dell’Uranio – sia come emittente radioattivo, essenzialmente di tipo alfa, sia come metallo pesante, quindi con rischi combinati di tipo chimico e/o radioattivo per gli organismi viventi – venisse sottostimata; tale situazione ha determinato ulteriori carenze conoscitive parzialmente colmate dopo l’emergenza della “sindrome del Golfo” sui reduci anglosassoni (incertezza nell’eziologia e nei tempi di latenza dei fatti tumorali, teratologici e neurologici, rischi rilevati su esperienze dirette e non su basi sperimentali, composizione del metallo e diversa tossicità chimica e radioattiva). Scelte politiche recentemente effettuate in Italia hanno concorso alla stigmatizzazione delle carenze conoscitive sui bioindicatori di contaminazione territoriale (affidate dalla comm. Calzolaio del Min. dell’Ambiente alla genetista prof.ssa C. Tanzarella dell’Università di RomaTre, ma mai rese attuabili concretamente da parte ANPA) e sul rischio radiodosimetrico per i militari italiani in missione in Bosnia e Kosovo (non accettazione del prof. M. Zucchetti come componente della comm. Mandelli), portando a relazioni parziali ed omissive (UNEP, 2001; Mandelli, 2001) non esaurienti rispettivamente né per il danno biologico riscontrato in bioaccumulatori (e.g.: muschi e licheni), né per la correlazione causa-effetto tra dose e probabilità di rischio in soggetti umani.

7)                             La pericolosità radioattiva del metallo si espleta sia come DU da arricchimento (DU “pulito”), sia come DU da riprocessamento (DU “sporco”): in ambedue i casi, sia la presenza di nuclidi figli provenienti dal decadimento radioattivo (Th-234, Pa-234m), sia la presenza di ulteriori nuclidi estranei al DU pulito nel riprocessamento (U-236, Pu-239/240, Np-237), comportano un aumento del rischio radioattivo per la salute e per l’ambiente (Zucchetti, 2001).

8)                             Vengono indicati i principali organi bersaglio dell’Uranio finora individuati in letteratura (cfr.: Ribera et al., 1996; Durakovic, 1999; Zajic, 1999; WHO.INT, 2001): polmoni, linfonodi, ossa e midollo rosso, reni, fegato, sistemi nervoso e riproduttivo con conseguenze combinate di origine chimica e/o radioattiva di tipo mutagenetico, cancerogenetico, teratogenetico, neuropatie e miopatie con compromissione generalizzata delle difese immunitarie.

9)                             Vengono evidenziate le necessarie indagini di tipo autoptico, citotossicologico, biochimico, radiodosimetrico, epidemiologico ed ecotossicologico, sottolineando le carenze di indagini (ad esempio per il sistema genito-urinario femminile); ne viene criticata la parziale applicazione su soggetti esposti al DU in alcuni rapporti eseguiti su militari, commissionate da organi governativi (US Army Environ. Policy. Inst., 1995; The Royal Soc. for Radiol. Prot., 1998-2001; McDiarmid et al., 2000; UNEP, 2001; WTO.INT, 2001; The Royal Soc., 2001; DPRSN, 2001), nei quali si osserva una diffusa tendenza a far apparire come minimale il rischio effettivo (minimalizzazione del rischio come risposta di “trinceramento” sec. Collingridge, 1985): protocolli di indagine carenti per una o più analisi importanti, carenze di anamnesi su soggetti a rischio e su soggetti colpiti, discontinuità di alcuni risultati parzialmente negativi per esclusione dal computo di dati considerati troppo elevati (outliers). L’attuazione di una prevenzione basata sul monitoraggio del rischio (INTERSOS, 2001) non viene generalmente attuata, in attesa continua di prove che non vengono attivamente cercate e la cui risposta viene continuamente demandata ad un generico principio di precauzione, che, se applicato senza prove, ha il limite di una scelta politica ma non tecnica.

10)                         Si esegue una critica accurata del lavoro effettuato dalla commissione Mandelli (2001) del Min. della Difesa, recentemente riconfermata nel suo incarico, mettendo in evidenza il ruolo preliminare di quell’indagine, ma rilevando carenze nel conteggio dei malati, nella individuazione e nella valutazione critica degli esposti e delle modalità di esposizione, partendo dalla durata delle missioni e dalle mansioni svolte, dalla estrema imprecisione dei luoghi di missione, dal mescolamento delle coorti esposte in periodi diversi in Bosnia (1995-2001) e in Kosovo (1999-2001), facendo comunque rilevare che un’indagine di questo tipo, solo perché commissionata per i Balcani, non può prescindere dal considerare tutti i casi comparativi degni di validità per modello e quantità di esposizione, quale la contaminazione cronica determinata in Iraq ed in altre località colpite con dispositivi al DU. Seguendo questo approccio, il riscontrato “eccesso, statisticamente significativo, di Linfoma di Hodgkin”, riconosciuto nella seconda versione della relazione Mandelli (2001), è stato accompagnato nella nostra perizia da una nota sull’eziologia dei linfomi maligni, che permette di inserire il linfoma di Hodgkin tra le malattie degenerative causate da esposizione a DU a seguito di studi su esposti all’Uranio in ambiente di lavoro (Archer et al., 1973;  Checkoway et al., 1985; Gilbert et al., 1993a, 1993b; McGheorgegan & Binks, 2000). La discrepanza temporale di circa 5 mesi tra la fine della guerra in Kosovo (luglio 1999) e l’indicazione di sistemi di prevenzione e profilassi almeno tra i soldati (novembre 1999), porta, inoltre, a pensare ad una programmata omissione di informazioni, rese disponibili soltanto in maniera alterata ed a prove belliche occultate, a seguito dell’esposizione a DU delle maestranze (militari, civili, volontari) adibite alla rapida rimozione dei residuati come prova delle avvenute azioni belliche.

Si auspica che la perizia di parte del gruppo di lavoro ad hoc sul DU allegata all’esposto-denuncia alla Procura della commissione giuridica del Tribunale Clark, possa essere utile alla Magistratura come linea guida per l’approfondimento e la verifica di molti aspetti tecnici attualmente ancora poco chiari legati all’uso del DU, ma serva soprattutto come occasione per creare commissioni di indagine che abbiano il requisito di comprendere in maniera complessiva e non settoriale un argomento prettamente interdisciplinare come quello del DU e che, inoltre, siano capaci di cooperare per il raggiungimento di una oggettività scientifica che non rappresenti più il compromesso tra esigenze di mercato ed esigenze politiche di chi commissiona l’indagine: è per questo che l’inchiesta giudiziaria resta ancora la formula più congruente alle necessità di garanzia dell’oggettività scientifica.

Bibliografia

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Checkoway H., Mathew R.M., Shy C.M., Watson J.E., Tankersley W.G., Wolf S.H., Smith J.C. & Fry S.A., 1985. Radiation, work experience, and cause specific mortality among workers at an energy research laboratory. Br. J. Ind. Med., 42 (8): 525-533.

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Parsons R.J., 2001. Silenzi e menzogne sull’uranio impoverito. Le Monde Diplomatique – il manifesto, Febbraio 2001: 6-7.

Ribera D., Labrot F., Tisnerat G. & Narbonne J.-F., 1996. Uranium in the Environment: Occurrence, Transfer, and Biological Effects. Rev. Environ. Contam. Toxicol., 146: 53-89.

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Zajic V.S., 1999. Review of radioactivity, military use and health effects of DU:
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Zucchetti M. (a cura di), 2000. Contro le nuove guerre. Scienziate e scienziati contro la guerra. Atti del Convegno “Cultura, scienza e informazione di fronte alle nuove guerre” (Politecnico di Torino, 22-23 giu. 2000) ODRADEK, Roma.

Zucchetti M., 2001. Caratterizzazione dell’Uranio impoverito e pericolosità per inalazione. Giano, 36 (sett.-dic. 2000): 33-44.

Roma, 31.7.2001


OSSERVATORIO

Diritti-Tutela ff.aa. ff.pp. e Civili

DIREZIONE NAZIONALE

COMUNICATO STAMPA

E’ PROVATO SCIENTIFICAMENTE, NEI CORPI DEI MILITARI UCCISI: METALLI PESANTI!

E’ quanto emerso dalla perizia già depositata dall’OSSERVATORIO per ottenere il risarcimento del danno per i militari malati e deceduti dopo l’impiego nei territori balcanici. Il dramma è che la pagina più nera scritta nella storia delle Forze Armate, poteva essere evitata. Se si fossero fatti controlli adeguati tenendo in debita considerazione le direttive degli U.S.A. e della N.A.T.O. la tragedia poteva essere evitata o, nella peggiore delle ipotesi, contenuta. Non solo vi fu un tentativo di “occultare” il fenomeno, non solo l’OSSERVATORIO, già allora in possesso di documentazione “utile” ad affrontare il caso, fu forzatamente tenuto fuori dall’indagine avviata, gestita e condotta solo da una delle parti e proprio da quella imputata della strage, ma non fu presa nessuna contromisura al fenomeno che si è mostrato nella sua drammaticità solo a distanza di tempo. A due anni dall’inizio del caso, dopo la mobilitazione di tutte le poche risorse a disposizione dell’Osservatorio per trovare le prove al sospetto, dopo la mobilitazione dei potenti mezzi del potere, non ultimi patetici collegamenti televisivi con militari “addestrati” per ore prima della diretta, in servizio nei Balcani, la verità viene fuori in ogni suo terribile aspetto. L’Avv. Angelo Fiore TARTAGLIA, legale dell’OSSERVATORIO, ha quantificato il danno in 2 milioni e 500.000 Euro per ogni malato e/o erede dei deceduti. Alla vigilia dell’apertura di un nuovo teatro operativo bellico, alla vigilia della partenza per l’Afganistan dei nostri alpini, si rende necessario un momento di riflessione che ridoni fiducia alla truppa e saggezza al potere. La fiducia nella giustizia è totale ed incondizionata, la certezza di eliminare il pietoso velo di omertà steso sulla vicenda da parte di alcuni poteri forti, si concretizza con il passare del tempo, le ipocrisie di alcuni politici saranno scoperte con la pubblicazione di documenti scottanti all’atto dell’apertura dei procedimenti amministrativi.

Roma 19 dicembre ’02

                                                                                        L’OSSERVATORIO

                                                                                          Resp. Naz. FF.AA.

                                                                                      Domenico LEGGIERO


OSSERVATORIO

Diritti-Tutela ff.aa. ff.pp. e Civili

DIREZIONE NAZIONALE

COMUNICATO STAMPA

MILANO ANTONIO, 17° VITTIMA TRA I REDUCI DEL KOSOVO!

Aveva 23 anni, veniva da Cardito (NA) e, come tanti altri, partiva Volontario nell’Esercito Italiano per portare pace nel martoriato territorio Balcanico.

Dieci mesi fa la condanna: melanoma!

Oggi i funerali nel piccolo paesino alla periferia di Napoli che, per un giorno, diventa grande grazie al sacrificio di un suo figlio vittima per la pace.

Proprio ora che la terza RELAZIONE MANDELLI ha confermato la tragedia che da oltre un anno l’Osservatorio ha portato all’attenzione internazionale.

Proprio ora che, i ricorsi presentati dall’Avvocato TARTAGLIA, al T.A.R. del Lazio, stanno per essere discussi.

Proprio ora che con un rinato dialogo con le istituzioni ed i vertici militari si sta cercando di prevenire altre tragedie e riconoscere i danni ai tantissimi ragazzi ancora malati.

La tragedia di Antonio MILANO, se aggiunta ad un’altra morte sospetta avvenuta sempre nel napoletano circa 15 giorni fa, fa salire a 18 le vittime tra i militari reduci dai Balcani.

Ci si augura che il destino atroce già scritto per altri centinaia di ragazzi, bussi dopo la piccola grande soddisfazione che potrebbe arrivare dalle istituzioni nel riconoscere l’eroicità delle loro gesta e le colpe di chi ha sbagliato mandando allo sbaraglio giovani che credevano in ciò che hanno fatto.

L’Osservatorio non ha intenzione di sottacere o nascondere le tragedie che si stanno consumando sotto gli occhi di tutti nell’indifferenza degli organi d’informazione nazionali.

La stampa estera, sempre attenta a questa situazione, continua nel tetro conteggio dei morti e ne studia le cause, in Italia, sembra che il caso sia caduto in una offensiva indifferenza che rende ancor più dura una morte “sospetta” dovuta a colpe troppo grandi per essere scoperte.

L’Osservatorio chiede a gran voce trasparenza ed informazione al fine di rendere giustizia ai nostri ragazzi che, forse con troppa ambizione, pretendono di portare pace in un mondo che ha spazio solo per odio.

Roma 04 luglio 02.

                                                                                       OSSERVATORIO

                                                                              Il Resp. Naz. Per le FF.AA.                 

                                                                                  Domenico LEGGIERO


OSSERVATORIO

Diritti-Tutela ff.aa. ff.pp. e Civili

DIREZIONE NAZIONALE

COMUNICATO STAMPA

PARZIALE E LIMITATA LA TERZA RELAZIONE MANDELLI

Avevamo già riscontrato l’aumento di linfomi e da tempo stiamo sostenendo che non si potrà mai arrivare ad alcuna conclusione esaminando solo un aspetto delle possibili cause che hanno provocato la morte ed i tumori dei nostri militari impiegati nei Balcani.

Nella terza relazione “di parte” del Prof. MANDELLI, non emerge nulla di nuovo rispetto a quanto sostenuto da oltre un anno dall’Osservatorio.

Studi ed osservazioni che, se sono giustificabili dal punto di vista scientifico, non risolvono il problema e, soprattutto, non fanno chiarezza sulle misure di prevenzione che devono essere adottate per salvaguardare i nostri ragazzi.

Mentre la commissione di parte istituita dal Ministero per difendere se stesso dopo oltre un anno di lavoro non dice niente di nuovo di quanto già si sapesse, altre commissioni, istituite dall’Osservatorio, con professionisti della stessa valenza, sostengono il contrario documentando le tesi con fotografie e non con supposizioni e/o progetti di studio.

Sin dall’inizio del così detto “caso uranio” l’Osservatorio non ha mai fatto allarmismo anzi, ha sempre mantenuto toni realistici ma, evidentemente, 16 ragazzi già deceduti, altri in gravissime condizioni ed altri ancora  che sono condannati a vivere per sempre con una spada di damocle sulla testa, non possono essere ignorati.

Le denunce già presentate dall’Avvocato TARTAGLIA al T.A.R. Lazio, correlate delle perizie medico – legali, tendono ad ottenere un adeguato riconoscimento del danno subito.

L’Osservatorio fa tutela e non ricerca scientifica, ci auguriamo che la sensibilità verso questo aspetto ed il convincimento che le Forze Armate italiane sono cambiate e rappresentano di fatto la politica estera del nostro Paese, portino a valorizzare il ruolo dei nostri militari rendendo ad essi il giusto riconoscimento per i nuovi compiti loro assegnati che comportano grandi sacrifici e grandi rischi a favore di un unico ideale di pace universale.

L’Osservatorio, pur rispettando la professionalità del Prof. MANDELLI, non condivide i dati che sono stati forniti per lo studio e, preso atto che è stata negata la partecipazione alla Commissione così come previsto dalla Legge, proseguirà l’azione nelle aule giudiziarie dove, ne siamo certi, troveremo giustizia.

Roma 15 giugno ’02.

                                                                    OSSERVATORIO

                                                                   Il Resp. Naz. Per le FF.AA.

                    Domenico LEGGIERO


  CONSULENZA DI PARTE DI VARI SCIENZIATI

 (vai all’articolo – consulenzaDU – che è in PDF su: PAGINE => DOCUMENTI)


Uranio impoverito nelle armi utilizzate nella guerra del Kosovo: esiste un rischio di contaminazione radioattiva?

di Marco Durante, dip. di Scienze Fisiche dell’Universita’ di Napoli

La recente decisione del Pentagono di utilizzare gli aerei A-10 “Warthog” e gli elicotteri “Apache” nella guerra del Kosovo ha riportato in primo piano il problema dell’uso di armi contenenti materiale radioattivo. I Warthog (figura 1) e gli Apache sono equipaggiati con i cannoni GAU-8/A, in grado di sparare proiettili da 30 mm all’uranio impoverito (Depleted Uranium, DU). Queste armi erano già state utilizzate durante la guerra del Golfo contro l’Iraq nel 1991, e successivamente durante l’attacco NATO in Bosnia.

L’International Action Center (IAC), un’organizzazione politica indipendente di New York schierata contro la guerra, ha definito la decisione “un pericolo per la popolazione e l’ambiente di tutti i Balcani”. Lo IAC si era occupato del problema da molto tempo [1], sostenendo che i residui di Uranio impoverito rimasti in Iraq sono responsabili di numerosi casi di aborti, malformazioni in neonati, leucemie ed altri tumori nella zona di Bassora, Iraq meridionale. Lo IAC ha pure ipotizzato che l’uso di proiettili radioattivi abbia provocato la cosiddetta “Sindrome della Guerra nel Golfo” (Gulf War Syndrome, GWS), una patologia ancora misteriosa che si ritiene abbia colpito quasi 100.000 reduci inglesi e americani della guerra in Kuwait ed Iraq nel 1991. Sara Flounders, uno degli autori del libro [1], ha dichiarato che “con l’utilizzo dei Warthog la NATO trasformerà il Kosovo in un deserto radioattivo”.

La posizione dell’IAC e di altre fonti (principalmente irachene) è stata ripresa dalla stampa e dalle televisione in Europa con grande enfasi. I Serbi denunciano “bombardano tutto…..e riempiono il territorio di uranio impoverito con cui fabbricano queste nuove bombe potenti, le stesse che hanno provocato tra i soldati americani e la popolazione irachena tanti morti e tante malattie” (dichiarazione del Presidente della Confederazione Sindacale della Serbia Tomislav Banovic a “Il Manifesto” del 1/5/99). La replica degli americani, secondo Il Corriere della Sera (5/5/99) sarebbe “i militari americani replicano a queste accuse con analisi scientifiche sulla non pericolosità dell’uranio impoverito: “Ha la stessa radioattività dell’uranio naturale, che si trova in molte rocce, nei fiumi e in fondo agli oceani””. Quali sarebbero queste “analisi scientifiche” non è chiaro: l’uranio impoverito è meno radioattivo dell’uranio naturale (tabella I), ma naturalmente ciò non ne esclude la pericolosità, che dipende dalla concentrazione. In Italia, non sono mancati interventi in talk-show televisivi e radiofonici, con interviste a reduci della guerra del Golfo e pareri di “esperti” nazionali (i quali, palesemente, brancolavano nel buio). Lo scopo di questo breve articolo è quello di affrontare il problema in modo scientifico, basandosi sui dati reperibili in letteratura. Le ricerche nel campo degli effetti del DU si sono enormemente intensificate in relazione al problema della GWS. Come è noto, molti reduci dalla guerra del 1991 sono risultati affetti da stanchezza cronica, aumento delle malattie infettive, disturbi neurologici. Alcuni casi di cancro e di malformazioni ereditarie sono state denunciate come connesse alla GWS (ma non è stata provata finora un’incidenza maggiore fra i reduci rispetto alla popolazione). Non è ancora chiaro se la GWS sia in realtà una malattia già nota, che ha colpito i soldati in Kuwait ed Iraq con elevata frequenza, o se ci si trova davanti ad una patologia del tutto nuova. Il Dipartimento della Difesa USA ha nominato 8 commissioni indipendenti per investigare su questa sindrome. Le commissioni dovevano coprire 8 possibile cause della GWS: armi biologiche, armi chimiche, incendi nei pozzi petroliferi, pesticidi, vaccinazioni, malattie infettive, uranio impoverito e stress. Il presente articolo per il Bollettino SIRR è basato principalmente sul rapporto della Commissione 7 sull’Uranio impoverito [2], pubblicato nel 1999. Altre fonti sono citate nel testo. Le opinioni che esprimo nell’articolo sono strettamente personali, e non riflettono né quelle della SIRR, né quelle della Commissione nominata dal Dipartimento della Difesa USA.

1.Caratteristiche dell’uranio impoverito

L’Uranio è un metallo pesante che si trova in piccole quantità in rocce, suolo, aria, acqua e cibi. Nella sua forma naturale, l’uranio è costituito da 3 isotopi, con una netta prevalenza (99.2745%) dell’isotopo 238 (tabella I). Tutti gli isotopi dell’uranio sono radioattivi, e decadono emettendo una particella a in altri isotopi, ancora radioattivi: la catena di decadimento del 238U è mostrata in figura 2. A causa della sua grande vita media (4.468·109 anni), il 238U ha una attività molto bassa. Per utilizzarlo nei reattori nucleari, o nelle armi nucleari, è necessario arricchire l’uranio naturale con gli isotopi fissili 235U e 234U. Il materiale che ne deriva è noto come uranio arricchito, e la sua concentrazione di 235U in peso varia fra il 2% ed il 90%. Il materiale di scarto di questo processo è noto come uranio impoverito (DU), e contiene meno dello 0.7% di 235U. Per le applicazioni militari, viene utilizzato DU contenente lo 0.2% di 235U (tabella I). Il DU è meno radioattivo dell’uranio naturale di circa il 40%, e di circa un ordine di grandezza meno dell’uranio arricchito.

Con una attività di soli 14.8 mBq/mg, il DU è classificato nella fascia più bassa di rischio fra gli isotopi radioattivi. Per confronto, le attività specifiche dei due radioisotopi che maggiormente contribuiscono al fondo di radiazione ambientale, 40K e 222Rn, sono di circa 400 mBq/mg e 8 GBq/mg, rispettivamente.

Il DU possiede delle uniche proprietà fisiche quali la densità elevatissima (19 g/cm3, 1.7 volte maggiore della densità del piombo) ed una notevole duttilità. Inoltre, l’uranio è piroforico, e quindi delle piccole particelle prendono spontaneamente fuoco in aria. A causa di queste proprietà fisiche, viene utilizzato comunemente per applicazioni in medicina (schermi per le radiazioni), aviazione (contrappesi e zavorre), mineralogia (apparecchiature per le scavatrici nei pozzi petroliferi), ed applicazioni militari. Il DU è infatti particolarmente efficace come corazza o blindatura, e garantisce una maggiore penetrazione dei proiettili (figura 3), che sono in grado di

perforare le corazze dei mezzi blindati. Esso è utilizzato dalle forze armate in USA, Gran Bretagna, Russia, Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Tailandia, Israele e Francia.

I rischi legati all’utilizzo di DU sono però in primo luogo di tipo chimico. Come tutti i metalli pesanti, l’uranio è tossico, e gli organi maggiormente interessati sono i reni. I potenziali effetti nocivi, sia tossici che radioattivi, del DU sono legati alla sua incorporazione all’interno dell’organismo, che può avvenire generalmente in 2 modi: per ingestione o per inalazione. Nel caso militare, esiste una terza via per l’incorporazione dell’uranio: i frammenti di proiettile depositati all’interno dell’organismo. Per quanto riguarda l’inalazione, è la natura piroforica dell’uranio a renderla probabile: l’impatto di un proiettile di DU su di un blindato, o di un proiettile convenzionale su una corazza di DU, producono polveri e aerosol che prendono rapidamente fuoco in aria. Le alte temperature legate alla combustione ossidano l’uranio metallico generando diossido (UO2), triossido (UO3) e principalmente ottaossido (U3O8) di uranio. La percentuale di DU che passa allo stato aerosol-gassoso dipende da molti fattori: durezza del bersaglio, velocità e angolo di impatto, cammino all’interno del bersaglio. La durezza del bersaglio è particolarmente critica: un impatto di un proiettile DU con una corazza contenente DU produce ovviamente la massima percentuale di DU volatile (fino al 70%), mentre la percentuale diminuisce notevolmente nel caso di impatto con bersagli di basso peso specifico. Nel caso della Guerra del Golfo, la maggior parte dei proiettili attraversarono completamente la corazza dei blindati iracheni, e la percentuale di DU volatilizzato dal proiettile è stata stimata fra il 10% ed il 35%, e una frazione compresa fra il 60% ed il 70% dell’aerosol è abbastanza piccolo da poter essere inalato [3].

2.Metabolismo dell’uranio

L’uranio ingerito, inalato, o presente nei frammenti di proiettile incorporati può essere solubilizzato dall’organismo e depositarsi in diversi organi (figura 4). L’uranio è normalmente distribuito in tutti i tessuti dell’organismo, in quantità comprese fra i 2 ed i 62 mg.

L’uranio inalato, soprattutto le particelle di minori dimensioni (<10 mm), si depositano nei bronchi, ed in particolare negli alveoli. L’80% dell’uranio depositato viene però rimosso dai meccanismi mucociliari dei bronchi, e quindi ingoiato, passando nel tratto gastrointestinale, da dove viene rapidamente escreto. Circa l’1% dell’uranio inalato finisce nel sistema sanguigno, entrandovi dai polmoni, dai linfonodi, o dall’intestino. Per quanto riguarda l’uranio ingerito (per esempio, per deglutizione degli aerosol), una frazione compresa fra 0 e 2.5% viene assorbita dall’intestino, mentre il rimanente viene escreto.

Complessivamente, circa il 90% dell’uranio inalato o ingerito viene escreto con le urine nel giro di 3 giorni. In tempo di dimezzamento effettivo, ovvero il tempo necessario affinché la metà della quantità di radionuclide venga eliminato dall’organo, è quindi completamente dominato dal tempo di dimezzamento biologico, ed è dell’ordine di un giorno. A causa di questa efficiente eliminazione, l’analisi della concentrazione di uranio nelle urine costituisce una misura sensibile dell’esposizione al metallo. In condizioni normali, ogni individuo elimina dai 50 ai 500 ng di uranio al giorno con le urine.

L’uranio che non viene escreto si distribuisce in tutti gli altri organi, principalmente nelle ossa, nei reni, nel fegato, nei polmoni, nel grasso e nei muscoli. Intervalli dei valori di concentrazione misurati in individui normali residenti in diverse località sono riportati in tabella II [4].

Va notato che la solubilità dell’uranio dipende dalla sua forma chimica. I composti non ossidi, come UCl4, sono estremamente solubili, mentre l’ottaossido U3O8 è relativamente insolubile. Poiché nel caso militare sono gli ossidi ad essere inalati, la loro scarsa solubilità ne diminuisce il rischio di tossicità chimica, mentre ne esalta la pericolosità radiologica.

3.Tossicità chimica

I metalli pesanti presentano una notevole affinità chimica per le molecole biologiche contenenti gruppi fosfati (per esempio, fosfolipidi e acidi nucleici) o sulfidrilici (come la cisteina, il glutatione, gli ossianioni e molte proteine). Per questo motivo, i metalli pesanti non si trovano negli organismi nello stato di ione libero, ma sempre legati alle biomolecole. Nel caso dell’uranio, i composti più importanti sono gli ossianioni carbonati: il 47% dell’uranio nel sangue si trova nella forma di [UO2(CO3)2]2, che è stabile a pH neutro. Si decompone rapidamente, invece, a pH acido, per cui nelle urine si ritrova lo ione uranile.

Il principale organo interessato per la tossicità dell’uranio è il rene (figura 5). Il sito principale di interazione sono i tubuli prossimali, dove i composti carbonati vengono degradati, consentendo all’uranio di interagire con le membrane delle cellule apicali dell’epitelio tubulare.

Tabella II. Intervallo di concentrazioni di uranio in diversi tessuti riportati in letteratura, in mg di uranio per kg di tessuto. Le misure sono state effettuate in diversi soggetti normali residenti in diverse zone. Tabella adattata dalla ref. 4.

Come gli altri metalli pesanti, l’effetto dell’uranio sul rene è quello di deprimere la secrezione degli anioni organici ed il riassorbimento del glucosio e degli amminoacidi. Il risultato è una disfunzione renale, che provoca proteinuria e glucosuria e, a concentrazioni molto elevate, il blocco renale. Una dose massima ammissibile di 3 mg di uranio per g di rene viene raccomandata. Secondo la Health Physics Society [5], le dosi soglie di inalazione sono di 8 mg per effetti transienti sul rene, e 40 mg per danni permanenti. Questi limiti sono basati principalmente su studi sui lavoratori delle miniere di uranio o su animali, in cui però si utilizzavano composti solubili dell’uranio. Nei cani, per esempio, la soglia per l’induzione di blocco renale provocato da un’iniezione endovena di uranio è di 10 mg/kg.

Non esiste alcuno studio epidemiologico sull’uomo in grado di dimostrare effetti tossici degli ossidi di uranio. Si sono verificati però un certo numero di incidenti nelle centrali nucleari, a causa dell’esplosione di uranio metallico in aria mentre venivano maneggiati da lavoratori. In questi casi, è possibile avere aerosol con concentrazioni molto alte di uranio (decine di mg/m3 in aria), che sono chiaramente visibili. In un caso ben documentato [6], la concentrazione di uranio nelle urine il giorno dell’incidente era di 20 mg/l, e passò a circa 10 mg/l nel giro di una settimana. I lavoratori coinvolti in questi incidenti non hanno mai riportato disfunzioni renali o di altro genere, né tumori anche molti anni dopo l’esposizione.

Per quanto riguarda i reduci della Guerra nel Golfo, in nessun caso sono stati riscontrati segnali di disfunzioni renale, né acuti (durante la guerra) né cronici (dal follow-up dei reduci che continua ancora ora). Le analisi delle urine danno oggi valori nella norma, come è ovvio vista la velocità di escrezione dell’uranio, con l’eccezione dei reduci con frammenti di proiettile all’interno del corpo, di cui parleremo in seguito. Poiché il rene è l’organo più sensibile all’uranio, la mancanza di patologie renali suggerisce che i livelli di esposizione caratteristici nel caso militare siano talmente bassi da non risultare tossici. D’altra parte, è molto improbabile che l’esplosione di munizione al DU possano aver provocato concentrazione di uranio nell’ordine di mg/m3, anche per brevi periodi. All’esterno dei veicoli colpiti, il vento ed il successivo fall-out al suolo disperdono molto rapidamente i fumi di qualsiasi materiale. I vapori possono essere trasportati anche a km di distanza prima di depositarsi nel terreno dove il metallo potrebbe entrare nella catena alimentare o inquinare la falda acquifera. In questo caso, potrebbe esservi un pericolo di contaminazione per la popolazione residente in Iraq. Dalla precedente discussione, però, risulta chiaro che le concentrazioni di uranio volatile sono talmente basse da non poter apparentemente produrre alcuna nefrotossicità.

4.Irradiazione interna

Il rischio legato alla inalazione di radionuclidi è quello di cancro. L’uranio insolubile depositato nei bronchi emette particelle a che colpiscono le cellule basali. Esiste una letteratura molto ampia sui casi di cancro fra i lavoratori delle miniere di uranio, che in passato erano esposti a concentrazioni molto elevate di gas radioattivi. E’ stato comunque concluso che il responsabile è in questo caso il 222Rn, un gas di elevata attività che viene inalato ed emette particelle a nei bronchi. Il 222Rn fornisce peraltro circa i 2/3 della dose annuale equivalente alla popolazione, che è dell’ordine dei 3 mSv.

Come per tutti i casi di contaminazione interna, la dose equivalente legata all’inalazione di uranio è proporzionale alla sua attività, nonché all’energia ed al fattore di qualità delle particelle a emesse. Il fattore di conversione raccomandato dall’ICRP [7] per l’uranio è di 1 mSv per mg di uranio per anno per kg di polmone. Questo significa che occorrono circa 2 mg di uranio inalati per raggiungere la dose annuale normalmente somministrata dal 222Rn, e 50 mg per arrivare alla dose massima ammissibile annuale di 50 mSv. Per costituire un rischio radiologico, quindi, le quantità di uranio inalate dovrebbero essere talmente elevate da provocare gravi danni acuti al rene, e tale effetto non è mai stato osservato. Peraltro, come notato in precedenza, appare improbabile che nello scenario bellico si siano sviluppati fumi con concentrazioni di uranio dell’ordine dei mg/m3, e va tenuto presente che anche 10 mg/m3 di DU corrispondono a circa 150 Bq/m3, un’attività comune in molte abitazioni in Italia a causa del radon ed inferiore alla soglia di attenzione di 200 Bq/m3.

L’inalazione di DU appare quindi un rischio minimo per i soldati, ma la situazione potrebbe essere diversa nel caso della popolazione. L’uranio lasciato sul campo di battaglia viene lentamente trasportato dal vento e respirato, ed il fall-out può contaminare le falde acquifere ed entrare nella catena alimentare. Benché tale contaminazione comporterebbe concentrazioni di uranio molto basse, ben al di sotto di ogni effetto somatico, non tutto appare chiarito sugli effetti stocastici dell’uranio inalato o ingerito. L’esposizione della popolazione, inclusi i bambini, è sicuramente diversa da quella dei lavoratori delle centrali nucleari, dei minatori, e degli stessi soldati. Sotto questo punto di vista, gli effetti genetici sono quelli di maggiore preoccupazione. Benché si sia visto che la attività del DU è molto bassa, la maggior parte degli studi sul metabolismo riguardano composti solubili dell’uranio, laddove nello scenario di guerra si inalano principalmente ossidi insolubili, meno tossici dal punto di vista chimico, ma con tempi di permanenza più lunghi nei polmoni. La genotossicità dell’uranio è stata dimostrata in vitro misurando le aberrazioni cromosomiche in cellule di criceto cinese trattate con nitrato di uranile a diversa concentrazione [8], ed è caratteristica anche di altri metalli pesanti. Uno studio interessante sulla genotossicità in vivo è quello sui minatori della cava scoperta di uranio in Namibia [9]. È stato misurato un aumento significativo della frequenza di aberrazioni cromosomiche nei minatori rispetto ai controlli (tabella III). Gli autori dello studio, stimolato da notizie non confermate di una elevata incidenza di cancro fra i lavoratori della miniera, sembrano attribuire tale osservazione alle radiazioni emesse dall’uranio inalato. Va però notato che il livello di radioattività è stato accuratamente misurato nella zona, e si è concluso che la dose equivalente assorbita è di circa 1.8 mSv/anno. Il contributo del radon, gas fortemente volatile, dovrebbe essere piccolo, in quanto la cava è all’aperto. Non sembra si possa escludere un effetto legato alla genotossicità chimica (o combinata chimico-radioattiva) dei composti di uranio, i quali possono interagire con il DNA. Maggiori studi sulla genetossicità degli ossidi di uranio, e sulle aberrazioni cromosomiche nei reduci della guerra del Golfo o nelle popolazioni residenti in zone contaminate con residui di DU sarebbero necessari per chiarire il rischio alla popolazione generale.

Tabella III. Frequenza di aberrazioni nei cromosomi 1, 3 e 4 (misurate con la tecnica FISH) in linfociti periferici del sangue di minatori della Namibia. I minatori avevano lavorato un minimo di 15 anni all’estrazione di uranio. I minatori erano tutti in buona salute, non-fumatori, e non avevano ricevuto indagini radiologiche. Il confronto con i controlli evidenzia un aumento statisticamente significativo (adattato dalla ref. 9).

5.Irradiazione esterna

Benché l’uranio sia un emettitore alfa, i suoi prodotti di decadimento possono emettere radiazione gamma e beta (figura 2), rappresentando quindi un rischio anche per esposizione esterna. In particolare il 234Pa, che va rapidamente in equilibrio con il 238U ed il 234Th, dà il maggior contributo alla dose esterna con emissione di raggi gamma. Pertanto, tutte le armi contenenti DU vengono trasportate all’interno di opportuni contenitori schermati. Considerando l’attività del DU, è stato calcolato che per una sorgente non schermata tenuta a contatto con la pelle, il rateo di dose equivalente alla pelle è di circa 1.4 mSv/giorno per grammo di DU. La dose agli organi interni è ovviamente minore.

La dose esterna prodotta dal DU è stata accuratamente misurata nei carri armati Abrams M1 utilizzati nella Guerra del Golfo. Questi carri hanno una corazza in DU, e trasportano proiettili di DU. Essi rappresentano quindi il punto di massima esposizione a radiazione esterna da DU per i soldati durante la guerra. I risultati delle misure di rateo di dose sono riportati in tabella IV. Il valor medio in un carro armato normale è di 0.1 mSv/h, per cui i valori misurati all’interno degli M1 sono anche più di dieci volte maggiori. Anche per permanenze lunghe nel carro, comunque, la dose accumulata rimane al di sotto di quella massima ammissibile.

Il pericolo maggiore per la irradiazione esterna è però quello di contaminazione ambientale, vale a dire per le popolazioni residenti dell’Iraq o, adesso, del Kosovo. Come accennato nell’introduzione, fonti irachene hanno denunciato una elevata incidenza di leucemia nei bambini, malformazioni genetiche ed anemie nella popolazione di Bassora. Tali effetti sono stati attribuiti proprio al DU lasciato in Iraq.

La prima informazione necessaria è quella della quantità di DU che è attualmente depositata in Iraq. Un rapporto riservato dell’Agenzia Atomica Inglese, resa nota da fonti giornalistiche [10], parla di 14.000 proiettili utilizzati durante la Guerra del 1991. Secondo fonti irachene, sarebbero stati sparati invece circa 940.000 proiettili al DU. Assumendo questa ipotesi più pessimistica, e considerando che ogni proiettile pesa circa 300 g, nell’area bellica vi sarebbero ora 300 tonnellate di DU, in un’area compresa fra il Kuwait, l’Arabia Saudita, e l’Iraq meridionale. Considerando l’attività del DU e il fattore di conversione per la dose equivalente nel caso di irradiazione esterna, se ne deduce che, se supponiamo di raccogliere queste 300 tonnellate in unico punto e di avvicinarsi ad esso, il rateo di dose alla pelle sarebbe di circa 300 mSv/min. Una permanenza di circa 15 min risulterebbe quindi letale per l’ipotetico osservatore.

Naturalmente, si è fatta qui l’ipotesi assurda di concentrare tutto l’uranio in unico punto, e di porlo a contatto con il corpo. La situazione reale è quella di un grosso numero di proiettili di 300 g, disseminate in un’area enorme, generalmente desertica. Alcune testimonianze riportate dai media in Italia parlano di “bambini che giocavano con dei proiettili particolarmente pesanti e di colore simile al piombo a sud di Bassora…….un bambino del gruppo successivamente si ammalò di leucemia e morì” [11]. Va tenuto presente che il rateo di dose alla pelle da un proiettile non schermato è di circa 500 mSv/giorno, mentre la dose al midollo osseo sarà ridotta dall’attenuazione del corpo stesso e diminuisce allontanandosi dal proiettile. Considerando le stime di rischio di cancro da radiazione (dell’ordine del 5% Sv-1), un soggetto adulto dovrebbe tenere addosso il proiettile per oltre un anno per vedere la sua probabilità di avere una leucemia aumentare dell’1%. Naturalmente, il discorso potrebbe essere diverso se i proiettili fossero disseminati in zone altamente abitate, provocando un’esposizione cronica continua, in particolare ai bambini, ed anche rischi più elevati di ingestione o inalazione di uranio ossidato. Purtroppo, notizie precise sulla situazione nell’Iraq meridionale non sono disponibili.

Tabella IV. Valori misurati del rateo di dose in un carro armato della serie M1 con corazza in DU e caricato con proiettili al DU. Per confronto, il valore medio in un carro armato convenzionale è di 0.1 mSv/h (adattata da ref. 2).

6. Frammenti interni

I frammenti interni di DU (embedded fragments), così come le ferite contaminate con polveri di DU, rappresentano un problema del tutto nuovo rispetto a quello della inalazione/ingestione di uranio, ampiamente studiato in letteratura. Soprattutto dal punto di vista del rischio da radiazione il caso dei frammenti interni è molto diverso da quello precedente, ed in qualche modo si avvicina alla brachiterapia. In questo caso il rischio è legato alle particelle a, ma contrariamente a quanto avviene nel caso della inalazione o della ingestione le masse sono considerevoli e il DU non viene rapidamente espulso dall’organismo. Poiché le particelle a emesse hanno un range di soli 28 mm in tessuto, solo una piccolissima porzione di tessuto attorno al frammento verrebbe esposta.

Supponiamo di avere un frammento di 0.1 mm di uranio. A causa della auto-schermatura del proiettile, solo una corona circolare di circa 1 mm (circa 80 ng) attorno alla superficie emette particelle a in grado di irraggiare il tessuto. Il piccolo volume irraggiato (circa 10-6 cm3, pari a circa 2000 cellule) riceve un rateo di dose dell’ordine di 0.2 Sv/giorno. Le cellule attorno al frammento vengono quindi inattivate in circa un mese. A causa dei decadimenti beta e gamma, inoltre, porzioni molto più vaste degli organi interni vengono esposte a basse intensità di dose in modo cronico, con possibili effetti stocastici. Tale effetto è però trascurabile per frammenti piccoli: occorre quasi un grammo di uranio per raggiungere la dose massima ammissibile per esposizione interna.

Gli unici studi disponibili sono quelli relativi ai reduci della guerra nel Golfo, ed in particolare ad i soldati coinvolti in incidenti di “fuoco amico”, ovvero erroneamente colpiti dai loro stessi commilitoni. Durante la guerra del Golfo, 13 soldati sono rimasti uccisi a causa del “fuoco amico”, e molti di più feriti. Il numero esatto non è noto, ma in almeno 22 casi sono stati registrati radiograficamente dei frammenti di DU all’interno del corpo dopo l’incidente, e la circostanza annotata sulla cartella clinica personale

Gli effetti biologici e fisiologici di questi frammenti non sono chiari. Uno studio congiunto dell’AFRRI (Armed Forces Radiobiology Research Institute), ITRI (Inhalation Toxicology Research Institute) e dell’Università del New Mexico è stato finanziato dal governo federale per studiare questo nuovo fenomeno. La ricerca è attualmente in corso. Risultati preliminari sono stati comunicati in ratti nei quali sono stati impiantati frammenti di DU di peso e posizione differente [12]. Si è osservato un aumento della concentrazione di uranio nel rene, nelle urine e nelle ossa, ma non è stata riportato nefrotossicità. Sorprendentemente, una elevata concentrazione di uranio è stata misurata anche nell’ippocampo, benché non sia stata osservata neurotossicità.

L’AFRRI ha comunque raccomandato un attento follow-up medico dei soldati con frammenti incorporati. Il programma è iniziato nel 1993 al Baltimore VA Medical Center, su 33 reduci di cui 17 con frammenti di DU identificati radiograficamente, ed i rimanenti con ferite contaminate da polveri di DU o sospette inalazioni di grandi quantità di aerosol di DU [13]. Fra gli esami medici previsti per i partecipanti, rientravano tutti quelli relativi alla funzionalità renale (creatinina, urinalisi, microglobulina e proteina del retinolo), analisi del sangue, delle urine, endocrini, neurologici e radiologici.

Gli individui con frammenti di DU all’interno dell’organismo presentavano elevati livelli di uranio nelle urine ancora nel 1997, indicando che i frammenti non sono inerti, e l’uranio lentamente viene ossidato e solubilizzato. Concentrazioni elevate di uranio sono state misurate anche nello sperma di alcuni di questi soggetti: non è noto quale effetto ciò possa avere sulla riproduzione, ma finora tutti i figli dei partecipanti al programma sono risultati normali. I reduci senza frammenti interni hanno invece concentrazioni di uranio nelle urine entro i valori normali.

I partecipanti al programma del Baltimore Medical Center hanno diversi problemi di salute, la maggior parte dei quali legato alle ferite riportate durante la guerra. Nessun sintomo tipicamente legato alla esposizione a radiazione ionizzante è stato però riscontrato, né alterazioni nelle funzioni renali. I test psicologici previsti dal programma riguardano l’attenzione, la memoria e la capacità di risolvere i problemi. Nel loro insieme, il gruppo di reduci ha riportato risultati normali in questi test psicologici, ma è stata evidenziata una correlazione fra concentrazione di uranio nelle urine e risultati più bassi nei test psicologici. Confrontando questo dato con quelli ottenuti nei ratti all’AFRRI, si ha un’indicazione per un potenziale effetto dell’uranio a livello neurocognitivo, che rimane da investigare.

7. Conclusioni

Lo scopo di questo breve articolo era quello di affrontare in modo scientifico il problema della eventuale contaminazione radioattiva nei Balcani causata dall’uso di armi al DU da parte della NATO. Poiché le armi al DU sono state usate massicciamente durante la Guerra nel Golfo del 1991, appare naturale studiare quel caso per poter fare delle previsioni sullo scenario Balcanico. Due dati inquietanti di partenza vanno considerati: a) un grosso numero di reduci americani e inglesi della guerra nel Golfo risulta affetto da una sindrome cronica di natura sconosciuta (GWS); b) fonti irachene, ma anche numerose fonti giornalistiche occidentali, riportano gravi problemi sanitari nella popolazione irachena residente nella zona di Bassora. Entrambi gli effetti potrebbero essere attribuiti ad esposizioni croniche o acute alle radiazioni ionizzanti [1, 10, 11], e le armi al DU sono quindi state sospettate.

Dall’analisi dei dati in letteratura riferiti al DU, se ne deduce che esso presenta sia tossicità chimica che radiologica. Tuttavia, l’organismo è in grado di eliminare in modo molto efficace con le urine l’uranio ingerito o inalato. I livelli di esposizione caratteristici di uno scenario bellico non sembrano poter causare i sintomi relativi alla GWS. L’uranio è considerato un materiale pericoloso più per la tossicità chimica che per quella radiologica: infatti, a causa della sua bassa attività, le concentrazioni interne necessarie per raggiungere delle dosi di radiazione significative dal punto di vista del rischio (somatico o stocastico) sono più alte di quelle di attenzione per la tossicità chimica. L’uranio è principalmente una sostanza nefrotossica, ma nessuna alterazione delle funzioni renali, né acute né croniche, sono state riportate nei reduci della Guerra del Golfo. Appare quindi molto improbabile che vi sia alcuna correlazione fra DU e GWS.

Vi è poi il rischio di contaminazione ambientale. E’ stato stimato che, alla fine della guerra del 1991, siano rimasti in Medio Oriente fra le 40 e le 300 tonnellate di DU, in forma di proiettili. Considerando la bassa attività dell’uranio, tali proiettili costituiscono un rischio molto piccolo, e possono essere maneggiati anche senza precauzioni per lunghi periodi senza accumulare dosi biologicamente significative. Tuttavia, la presenza di numerosi proiettili in zone densamente abitate esporrebbe la popolazione ad una dose equivalente annuale notevolmente maggiore del fondo naturale. Benché siano, per esempio, enormemente meno radioattive delle scorie provenienti da centrali nucleari, una bonifica efficace del teatro di guerra appare molto difficile, proprio perché il DU è fortemente disperso. Lentamente, il metallo si ossida e può essere trasportato dal vento, depositarsi al suolo ed entrare nella catena alimentare. Benché attività e concentrazione sarebbero comunque basse, certamente esiste una lacuna nella conoscenza degli effetti genotossici degli ossidi di uranio inalati o ingeriti, che potrebbero avere effetti tardivi dannosi soprattutto per alcune fasce della popolazione, come i bambini.

Si possono anche avere casi particolari che meritano attenzione. Durante una trasmissione televisiva sulla guerra in Kosovo su una rete Mediaset, è stata trasmessa un’intervista a C. P., un’infermiera che aveva partecipato alla Guerra del Golfo e che ha chiesto risarcimenti miliardari al Governo federale in quanto dichiara di essere vittima della GWS a causa del DU [1]. C.P. faceva parte di un’unità medica di 300 persone, di cui 150 rimasero nel campo base ed altri 150 furono mandate sul teatro di guerra nel deserto vicino Bassora. C.P. dichiara di “essere passata nel deserto senza protezione… c’erano munizioni sparse dappertutto, carri armati che bruciavano, bunker incendiati……dei 150 volontari al fronte, 40 sono malati…..6 sono già morti per omicidi, suicidi, infarti e cancro…… i 150 rimasti alla base stanno tutti bene ed hanno ricevuto una medaglia”. C.P. ha correlato i numerosi seri problemi di salute avuti al rientro a casa con l’inalazione di aerosol radioattivi al DU ed all’esposizione a proiettili inesplosi. Dalle considerazioni svolte precedentemente, appare molto improbabile che si possano avere inalazioni significative di uranio passando sullo scenario di battaglia, e l’irradiazione esterna dovuta ai proiettili è pure poco significativa. In casi di incidenti presso le centrali nucleari in cui i lavoratori hanno inalato grosse quantità di ossidi di uranio, gran parte del metallo inalato veniva escreto rapidamente dalle urine e non è stata riscontrata nessuna patologia né acuta né cronica [6]. Analogamente, nei lavoratori delle miniere di uranio e di pechblenda, esposti per anni a polveri ad alta concentrazione, non è mai stato osservato alcun effetto direttamente collegabile all’uranio [6], mentre un’elevata incidenza di cancro al polmone è legata all’inalazione del gas radon nelle miniere. Il Governo degli USA non ha finora riconosciuto a C.P. lo stato di affezione da GWS.

Un caso del tutto particolare è quello dei reduci con frammenti depositati all’interno del corpo [13]. In tal caso, ben poco può essere concluso dalla letteratura. Come abbiamo visto in precedenza, dal follow-up dei reduci e dai studi sui ratti sembra che la tossicità per il rene legata ai frammenti di DU sia trascurabile; non sono stati osservati effetti acuti legati alla radiazione, mentre nulla si può ancora dire sugli effetti stocastici. Certamente gli effetti delle radiazione in questo caso sono legati alla posizione dei frammenti ed alla loro dimensione. Risultati preoccupanti sono venuti dai test neurocognitivi, con una correlazione fra scarsi risultati ed elevata concentrazione di uranio nelle urine, e dal ritrovamento di uranio nel cervello dei ratti con frammenti di DU impiantati.

In conclusione, l’ipotesi che le armi al DU siano correlate con la sindrome della guerra del Golfo non sembra avere alcuna solida base scientifica. Spiegazioni ben più convincenti per questo fenomeno sono legate all’uso di armi batteriologiche e chimiche. Il rischio di contaminazione ambientale nella zona interessata dagli eventi bellici non sembra invece poter essere completamente esclusa. Ulteriori ricerche sembrano necessarie in relazione alla genotossicità degli ossidi, agli effetti a livello neurocognitivo, ed al problema dei reduci con frammenti depositati all’interno dell’organismo. Una stima precisa dei danni genetici nella popolazione, causato da uranio inalato o ingerito anche molto tempo dopo gli eventi bellici o da un’esposizione esterna cronica, sembra non essere possibile con i dati esistenti, ma richiede maggiori studi.

8. Referenze

  1. S.Flounders and J.Catalinotto (eds.), Metal of Dishonor: Depleted Uranium. International Action Center, New York, 1997.
  2. N.H.Harley, E.C.Foulkes, L.H.Hilborne, A.Hudson and C.R. Anthony, Depleted Uranium. A Review of the Scientific Literature as it Pertains to Gulf War Illness, National Defense Research Institute RAND, Volume 7, 1999.
  3. Center for Health Promotion and Preventive Medicine, Gulf War Exposure Assessment, draft report, Aberdeen, Md., 1998.
  4. H.S.Dang, V. R. Pullat, R. C. Sharma, Distribution of uranium in human organs of an urban indian population and its relationship with clearance half lives, Health Phys, 68, 1995, pp. 328-331.
  5. Health Physics Society, Bioassay Programs for Uranium: An American National Standard, HPS N13.22-1995, McLean,Va., October 1995.
  6. M.Eisenbud and J. A. Quigley, Industrial hygiene of uranium processing, Arch Indust Health, 14, 1956, pp. 12-22.
  7. ICRP, Limits for intakes of radionuclide by workers. ICRP Publication 30, part I, supplement. Pergamon Press, Oxford, 1979.
  8. R.H.Lin, L. J. Wu, C. H. Lee and S. Y. Lin-Shiau, Cytogenetic toxicity of uranyl nitrate in chinese hamster ovary cells, Mutat Res, 319, 1993, pp. 197-203.
  9. R.Zaire, C.S. Griffin, P.J. Simpson, D.G. Papworth, J.R.K. Savage, S. Armstrong and M.A. Hulten, Analysis of lymphocytes from uranium mineworkers in Namibia for chromosomal damage using fluorescence in situ hybridization (FISH), Mutat Res, 371, 1996, pp. 109-113.
  10. R.Fisk, The evidence is there: we caused cancer in the Gulf. The Independent, 16/10/98.
  11. G.Siegwarth-Horst, Un paese di cavie umane. Guerra&Pace, n. 57, Marzo 1999.
  12. K.A.Benson and T. C. Pellmar, Neurotoxicity and reproductive effects of embedded depleted uranium in the rat, in Proceedings of the Conference on Federally Sponsored Gulf War Veterans’ Illnesses Research, June 17-19, 1998.
  13. M.A. McDiarmid and J. P. Keogh, The depleted uranium follow-up program, Baltimore VA Medical Center, AFRRI Special Publication 1998; 98-3, pp. 29-31.

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