Fisicamente

di Roberto Renzetti

Il Terrore iniziò presto, con Gregorio IX, che divenne papa nel 1227. Conte di Segni e membro della famiglia di Innocenzo III, egli aveva più di 80 anni e durò altri quattordici.

Al Concilio di Tolosa, in Linguadoca, un paio di anni dopo, Gregorio decretò che gli eretici dovessero essere consegnati al braccio secolare ai fini dell’esecuzione della pena. “E’ dovere di ogni cattolico – disse – perseguitare gli eretici.”

Persino l’imperatore Federico, non credente e non osservante, divenne un feroce avvocato dell’ortodossia al solo fine di evitare preoccupanti rotture di scatole.

Nell’anno 1232 Gregorio pubblicò la Bolla che formalizzava l’Inquisizione. Il normale clero era troppo tollerante ed inetto. Occorreva una struttura che prendesse in mano la situazione con decisione. Gli eretici dovevano essere bruciati e, se si pentivano, dovevano essere imprigionati a vita.

Nell’aprile del 1233 Gregorio limitò gli inquisitori agli ordini mendicanti, ma presto l’onore andò ai Domenicani (mi risulta comunque che ci furono anche inquisitori francescani (?)). Il 27 luglio 1233 nominò i primi due inquisitori a tempo pieno – Pietro Seila e Guglielmo Arnald. Furono i primi di una lunga sequenza di persecutori della razza umana.

Nel 1239, due anni prima della morte di Gregorio, il Domenicano Robert le Bougre investigò nello Champagne sul vescovo Moranis, finendo per mandare 180 persone, vescovo compreso, sul rogo.

Non si può nemmeno parlare di ritorno della barbarie ,perché nel 384 un Sinodo in Roma aveva condannato con decisione l’uso della tortura e Gregorio Magno, nel sesto secolo, aveva ordinato ai giudici di ignorare qualsiasi testimonianza prestata sotto “pressioni” o torture.

La cosa era però iniziata con Gregorio VII e la sua infallibilità. I papi che seguirono legiferarono in maniera da colpire e punire ogni possibile distorsione nella fede e nella disciplina ed ogni differenza interpretativa.

Innocenzo IV contribuì con la sua Bolla “Ad extirpanda”, che legalizzava l’uso indiscriminato della tortura. Da quel momento ogni disobbedienza , anche nel pensiero, diventava punibile.

La favola che oggi ci viene raccontata di una Chiesa che difende i diritti dell’uomo viene smentita in maniera assoluta dalla storia. Nei documenti sta scritto: Gli eretici non hanno diritti, possono essere torturati senza scrupoli o limiti. Essi devono essere messi a morte.

E per tre secoli non un solo papa si oppose a questo insegnamento/ordine impartito e valevole dovunque si trovassero cristiani.

All’inquisizione medioevale ogni cosa era permessa. Gli inquisitori domenicani erano soggetti solo al papa, non sottostavano nè ai vescovi, nè alla legge civile e, negli stati pontifici, erano accusatori, torturatori, polizia e giudici. Il loro principio guida era: meglio che muoiano un centinaio di innocenti piuttosto che sfugga un solo eretico.

Per espresso ordine dei papi era loro proibito avere “pietà”. Erano stati avvisati che qualsiasi errore avessero commesso la responsabilità sarebbe stata del pontefice. Quindi operavano con animo sereno e senza preoccupazione alcuna. Solo un secolo addietro è stato possibile visionare il libro guida “ufficiale” degli Inquisitori, il “LIBRO NERO”, volgarmente detto “IL LIBRO DEI MORTI”.

Esso recita così:”Se una persona confessa essa è colpevole per la sua confessione, se non confessa sarà egualmente colpevole sulla base di testimonianze. Se uno confessa tutto ciò di cui è accusato, è senza dubbio colpevole di tutto, ma se confessa solo una parte, dovrà comunque essere colpevole di tutto, dato che, comunque, con la sua confessione, ha dimostrato di essere colpevole anche del resto delle accuse…La tortura fisica si è dimostrata il mezzo più efficiente e salutare per condurre al pentimento spirituale. La scelta del metodo di tortura viene lasciata al Giudice Inquisitore, che la stabilirà sulla base dell’età, del sesso, e della costituzione della parte. Se, nonostante tutti i mezzi impiegati, lo sfortunato accusato continua a negare la sua colpa, egli deve essere considerato vittima del diavolo, e, quindi, non merita compassione dai servi di Dio, né pietà o indulgenza dalla Santa Madre Chiesa; egli è un figlio della perdizione. Lasciamolo morire tra i dannati.”

Secondo il “Libro Nero” un figlio deve tradire i genitori, una madre deve tradire i figli. Non adeguarsi a ciò costituisce un “peccato” contro il Sant’Uffizio e merita la scomunica e l’inferno.

E’ curioso il fatto che , nel corso delle torture, fosse formalmente vietato uccidere o mutilare gli imputati (naturalmente gli incidenti capitano).

Un aspetto rimarcabile di quest’orrore è che anche i testimoni potevano tranquillamente essere torturati, qualunque fosse la loro età.

Nel sesto Concilio Generale si era deciso che la chiesa poteva “anatemizzare” vivi e morti. Così gli inquisitori non si limitavano ad imputati vivi, ma istruivano processi e condanne anche per imputati morti (qualcuno da addirittura settant’anni), che venivano regolarmente condannati e bruciati.

Stimolo non indifferente a queste procedure era il fatto che i beni degli accusati venivano acquisiti e requisiti dagli inquisitori. Anche gli eredi perdevano tutto. Tutto quanto veniva sequestrato veniva diviso, pagate le spese agli scrivani ed ai boia, tra tesoro papale ed inquisitori stessi (metà e metà).

Qualche papa, come Nicola III (1277-80), ammassò una fortuna.

Gli inquisitori non persero un solo caso. Quando non si riusciva a provare la “colpa” non si dichiarava comunque “innocente” l’imputato. In ogni caso era e doveva essere colpevole.

Voglio tralasciare le procedure utilizzate per prelevare le povere vittime e la descrizione delle pratiche processuali.
Ricordo solo ancora quanto segue:
-Pasquale II (1073-85), citando una falsa lettera di Sant’Ambrogio, decise:”chiunque non sia d’accordo con il papato è senza dubbio un eretico.
-Lucio III (1181-5) stabilì che ogni differenza tra i cattolici era peccato mortale, minando l’autorità della Chiesa.
-Innocenzo III stabilì che chiunque prende alla lettera la parola di Gesù e limita le sue risposte a Si o No è un eretico e merita la morte.
-Innocenzo IV, autodefinendosi “praesentia corporalis Christi”, stabilì che chiunque mancasse di rispetto a Lui o ai suoi decreti era, per forza di cose, un eretico.
-Bonifacio VIII stabilì che “ogni essere umano deve fare quello che gli dice il papa”.
Ricordo ancora che morirono a migliaia, cristiani ed ebrei, che costituivano una ancor più facile preda, vittime senza problemi, poveri e ricchi, in tutta Europa e, come tutti sanno, non solo in Europa. Insieme all’accusa di eresia venivano portate accuse di sacrilegio, blasfemia, stregoneria, sodomia, mancato pagamento delle tasse al papa ed al clero (naturalmente non si trattava di usura in questo caso). L’ultima ingiustizia era costituita dall’accusa di “pensare” in maniera eretica. Per l’Inquisizione anche il dubbio o la tentazione interiore meritavano la morte.

Quasi come separate inquisizioni vanno considerate quella Spagnola, che fece molte migliaia di vittime innocenti, tra eretici, strghe ed ebrei, e quella Romana, a cui dedicherò il mio prossimo “commento”.

La Romana Inquisizione

Prima di accennare all’inquisizione romana, ricordo ancora che quando Napoleone invase la Spagna, nel 1808, un suo ufficiale polacco, il colonnello Lemanouski, lasciò una relazione nella quale si dice che i Domenicani , a Madrid, si asserragliarono nel loro monastero. Attaccato e preso il monastero, i frati negarono l’esistenza di camere di tortura, ma i soldati francesi le ritrovarono invece nei sotterranei. Le camere erano piene di prigionieri, completamente nudi ed in parte impazziti per le indicibili sofferenze patite. Persino le truppe di Napoleone, abituate alla crudeltà ed al sangue, non poterono tollerarne la vista. Svuotate le stanze, minarono l’intero monastero e lo fecero saltare in aria.

Racconto questo perché non si dimentichi che non è da molto che la Chiesa ha ripiegato su atteggiamenti meno crudeli e cruenti, anche se altrettanto illogici.


L’Inquisizione Romana venne istituita da Paolo III (Alessandro Farnese) il 21 luglio 1542. Fu la prima delle Sacre Congregazioni e composta da cardinali, uno dei quali Gian Pietro Carafa, futuro Paolo IV, nella sua qualità di “inquisitore generale”, ebbe la malsana idea di equipaggiare ,a sue spese, un’apposito edificio con tutti gli strumenti di tortura che all’epoca costituivano il massimo dell’evoluzione nel settore. “Nessun uomo” egli disse “può permettersi di tollerare gli eretici.”.

Eletto papa nel 1555, il Carafa potè dare libero sfogo al suo personale fanatismo: odiava gli ebrei e li rinchiuse nei ghetti; odiava i sodomiti e li bruciò, odiava le donne e proibì loro di varcare le soglie del Vaticano. Ranke dice di lui:”Occupò la sua vita nell’inquisizione, in “autos-da-fé”, in scomuniche, imprigionamenti, etc.”

Già da cardinale aveva bruciato tutti i libri che non gli andavano e da papa istituì l’Indice dei libri proibiti. Sulla lista finirono opere di Erasmo, Rabelais, Boccaccio, persino Enrico VIII, i cui “Sette sacramenti” erano piaciuti moltissimo a Leone X, che in pieno Concistoro aveva sostenuto fossero un dono caduto dal Cielo.

L’ordine di Paolo III “i colpevoli ed i sospetti (di reati contro l’ortodossia e la morale) devono essere imprigionati e giudicati fino alla sentenza finale (morte)”, passò a Carafa senza problema alcuno. Il papa (Paolo III) era tranquillissimo, sebbene, con le sue diverse partners (non sapevo che parola usare, visto che una l’aveva sposata prima di accedere agli ordini), i suoi figli legittimi ed illegittimi ed i regali di cariche cardinalizie ai suoi nipoti e nipotini, forse avrebbe dovuto essere uno degli oggetti dell’indagine.

I protestanti lessero con divertimento il “Consilium” finale di papa Paolo III°, che praticava materialmente proprio quanto proibiva ai fedeli.

La cosa incredibile è che Carafa, Paolo IV, si trovò nella situazione di dover mettere all'”Indice” proprio il “Consilium” del suo predecessore (che materialmente aveva compilato lui stesso). Da non dimenticare anche il fatto che al medesimo Paolo IV (quando era ancora cardinale) viene attribuita la frase “populus vult décipi, et decipiatur!”, cioé “il popolo vuole essere ingannato, ed allora inganniamolo!”, la qual cosa, detta da un futuro pontefice, sembra emblematica di una dose notevole di spregevole disprezzo (anche se per alcuni rappresenta un arguta valutazione pratica).

Un altro particolare umoristico riguarda il Decamerone di Giovanni Boccaccio, messo all’indice “fino a che non fosse stato ripulito”.

Cosimo de’Medici, ritenendo che si trattasse di una delle più belle opere in prosa italiana, domandò al pontefice se non si potesse fare qualcosa per permetterne la diffusione e la lettura. E l’impossibile avvenne. Nel 1573 una versione censurata venne posta in commercio. Questa versione può ben essere considerata come uno dei più straordinari e raccomandabili libri “sporchi” della storia. Il censore, Vincenzo Borghini, ebbe un idea geniale: invece di tagliare qua e là, usò il semplice trucco di sostituire ogni prete o vescovo o frate che appariva nel Decamerone, con un laico. Il semplice trucco funzionò a meraviglia, ma, naturalmente, tolse poco o nulla dell’erotismo del libro.

Per il Concilio di Trento (1564, ne parlerò in seguito per altre ragioni) venne preparato un nuovo Indice e così si andò avanti per un bel pezzo.

Gli effetti della Congregazione dell’Indice, istituita nel 1571, furono devastanti per la cultura cattolica. Autori ed editori temevano per la propria vita ed il loro apporto alla scienza ed alla conoscenza non è certo stato quello che poteva essere. Persino nel campo della teologia e della ricerca religiosa, dove i censori imperversarono sulla produzione e sui documenti dei teologi che li avevano preceduti.

All’indice sono stati posti tutti i più grandi scienziati e scrittori della nostra epoca e chiunque ponesse in discussione “immutabilità” della Chiesa ed “infallibilità” del pontefice.

Solo nel 1966 Paolo VI ha ufficialmente (ufficiosamente esiste tutt’oggi) “dismesso” l'”Index”.

L’inquisizione romana continuò le sue operazioni senza problemi. Nel 1814 Pio VII° riintrodusse la Sacra Inquisizione per “blasfemia, immoralità, atteggiamento irrispettoso verso la Chiesa, mancata partecipazione alle festività, abbandono della vera fede”. Nel 1829 chiunque, negli Stati Pontifici, detenesse un libro scritto da un eretico doveva essere trattato come tale (imprigionato, privato dei propri beni ed ucciso).

Pio VII ha comunque il merito di aver ufficialmente proibito, nel 1816, l’uso della tortura nei tribunali dell’inquisizione (venne però utilizzata ancora per circa vent’anni) e di aver vietato i roghi.

Tuttavia, ancora nel 1856, Pio IX permetteva e favoriva “scomuniche,confische, bandi, prigione a vita e, nei casi più gravi, condanne a morte inflitte segretamente”. E fino a tutto il 1870 i processi continuarono di fronte alla “Santa Consulta” con le stesse modalità: solo preti tra i giudici, mai confronti con i testimoni ( o controinterrogatori), mai avvocati difensori.

Il record dell’Inquisizione sarebbe imbarazzante per qualsiasi organizzazione, ma per la Chiesa cattolica lo è in maniera drammatica. Oggi, malgrado l’oggettiva posizione di estrema inciviltà e di assoluta intolleranza che fa parte del suo bagaglio, la Chiesa si pubblicizza come difensore della legge “naturale” e dei diritti dell’uomo. In particolare il papato vede se stesso come campione di morale (è di oggi, marzo 2000, la pubblicazione di una bozza di documento nel quale la Chiesa dovrebbe chiedere scusa (solo a Dio e senza assunzioni di altre responsabilità) per gli orrendi crimini commessi (da qualche mela marcia) nei secoli passati. Un documento di straordinaria e vergognosa ambiguità).

Quello che la storia irrefutabilmente dimostra è invece che per più di sei secoli, senza interruzioni, il papato è stato il campione dell’ingiustizia. Di circa ottanta papi, dal 13° secolo in poi, nessuno ha disapprovato impostazione teologica o inquisizione. Al contrario ognuno di loro ha aggiunto alla faccenda personali tocchi di crudeltà.

L’unica giustificazione all'”eresia” (questa sì, veramente eresia) dei papi sembra poter essere soltanto l’aver preferito di contraddire il Vangelo piuttosto che un predecessore “infallibile”.

E la scusa e l’assoluzione dei papi da parte di molti storici cattolici, basata sul fatto che l’eresia costituiva un reato “civile”, non sembra ragionevolmente sostenibile sia per le drastiche modifiche apportate dalla Chiesa alle procedure di giudizio e di condanna “civili” sia perché, negli Stati pontifici, la responsabilità era diretta ed assoluta. L’estensione del concetto di “eresia” a tutte le difformità nella pratica religiosa e civile, la reintroduzione della tortura nelle corti di giustizia sono di completa ed assoluta responsabilità papale ed è molto difficile levarsi questo peso di dosso.

Il cattolico De Maistre ha sostenuto , aggiungendo ipocrisia all’orrore, che la Chiesa “non ha direttamente ucciso nessuno”, in quanto era pratica corrente affidare i condannati al braccio secolare per l’esecuzione. Salta subito agli occhi la vacuità del ragionamento, quando si provi ad applicarlo agli ebrei, che non uccisero alcuno (men che mai Gesù) ma lo affidarono anche loro al braccio secolare (i romani). Per questo fatto, peraltro assolutamente falso i Giudei hanno pagato per secoli un prezzo che pochi altri popoli sono stati in grado sopportare senza scomparire in un genocidio legalizzato.

Altrettanto ridicole sono le giustificazioni e le scuse attinenti al “sitz im leben”, per così dire ambientali e temporali. Persino all’epoca di Diocleziano nessuno veniva torturato ed ucciso “in nome di Gesù crocifisso”.

In alcune località, come l’Inghilterra, l’inquisizione fu notevolmente più blanda, ma solo in funzione della salutare mancanza di rispetto per la Chiesa e per il saldo principio che “una persona è innocente sino a che non sia dichiarata colpevole”. In sette secoli non un solo vescovo o prelato ha alzato la sua voce di protesta contro l’inquisizione. Mi vengono in mente soltanto Stefano Langton, arcivescovo di Canterbury, che si oppose ad Innocenzo III, sostenendo “La legge naturale obbliga principi e vescovi nello stesso modo; non c’è scappatoia da lei. E’ persino fuori del raggio d’azione del Papa”, e qualche eretico come Marsilio da Padova o Lutero o Hubmaier.

Il richiamo (per giustificarsi) agli standard dei tempi, è ancora più stridente oggi, con l’atteggiamento retrivo del Papa verso contraccezione, aborto, matrimonio dei preti, donne preti, etc.. Come ha correttamente detto un mio amico teologo: “Invece di proteggere la vita, la salute e la dignità dell’uomo, proteggiamo il suo santo sperma, che non vada perso”.

Qualche giudizio storico sull’Inquisizione e la questione delle streghe

In generale gli storici non sono stati benevoli verso l’Inquisizione. Lea, un Quacchero che occupò molti anni della vita a studiare l’inquisizione, parla di un “infinita serie di atrocità”. Lord Acton, cattolico, asserisce che l’Inquisizione non è mai stata a corto di “uccisioni religiose….Il principio alla base dell’inquisizione era micidiale”. E, per quanto riguarda i papi, “Essi erano non solo omicidi in grande stile, ma avevano fatto dell’assassinio una base legale della Chiesa Cristiana e una condizione per la “salvezza””.

Persino dopo la Seconda Guerra Mondiale, G.G. Coulton era in grado di dire che l’Inquisizione era responsabile per “le più elaborate, diffuse e continue barbarie legali che si possano ricordare nel corso di tutta la storia civilizzata”. Nulla che gli Imperatori Romani abbiano fatto ai cristiani può essere paragonato per quantità, qualità e durata temporale con la sistematica malvagità dell’Inquisizione.

L’occultista egiziano, Rollo Ahmed, nel suo “The Black Art” (1971) descrive l’Inquisizione come la “più impietosa e feroce istituzione che il mondo abbia mai conosciuto…Le atrocità che l’Inquisizione commise costituiscono la più blasfema ironia nella storia religiosa, disonorando la Chiesa Cattolica con la morte di vittime innocenti che venivano bruciate al fine di eludere la massima “Ecclesia non novit sanguinem” (la Chiesa non sparge sangue).

R.R.Madden fornisce una testimonianza diretta della sua visita ad Avignone nel suo libro “Galileo e l’Inquisizione”, con la orribile descrizione delle camere di tortura, di giudizio, delle celle e della struttura generale delle operazioni. La sua opinione sulla possibilità da parte di un accusato di sopportare la procedura inquisitoria è netta ed assolutamente negativa. La sua descrizione del “forno”, all’interno del quale venivano incatenati ad appositi anelli i condannati al fine di essere “bruciati vivi”, è pianamente drammatica, completa dell’orribile particolare delle camice inzuppate di zolfo che venivano fatte indossare alle vittime affinché bruciassero meglio.

Ai piani superiori (del palazzo dei papi ad Avignone) pontefici come Giovanni XXII, ammassavano una fortuna sfruttando poveri disgraziati, vendendo beni della chiesa, commerciando in indulgenze e dispense papali. Altri papi, come Clemente VI, si stravaccavano nudi, tra lenzuola di lino bordate di ermellino, insieme alle loro molte amanti. Nei piani sottostanti (i fondi) innumerevoli vittime, anch’esse nude, urlavano in agonia mentre venivano torturate e bruciate, qualche volta solo per aver mangiato carne durante la quaresima.

Madden, che era accompagnato nella visita da un amico, un pastore Battista, si sentì chiedere all’uscita:”Bene, Madden, cosa pensi della tua religione, ora?”. Madden dice di averci pensato molto prima di rispondere.” Sono convinto, Wire, che essa deve essere la vera religione, perché se non avesse avuto dentro di se un vitale e divino principio non avrebbe mai potuto sopravvivere ai crimini che sono stati commessi in suo nome”.

Uno storico cattolico disse “sarebbe meglio essere ateo piuttosto che credere al Dio dell’Inquisizione”. Un’altro precisò che lo stesso Gesù avrebbe sofferto e sarebbe stato giustiziato per mano degli inquisitori dei papi. Egli (Gesù) parlava con gli eretici (la donna Samaritana) pranzava con Pubblicani e prostitute, attaccava ministri del tempio, scribi e Farisei, e violò anche il sabato cogliendo e mangiando grano quando era affamato.

Non appare quindi sorprendente che la “Casa sull’Angolo” del papa sia tutt’ora funzionante. Il cardinal Ratzinger, o chi per esso, telefona ad un prete in California, in Canada o in Australia, ordinandogli di eliminare le sue ricerche sull’opinione dei vescovi in relazione al celibato del clero o sulle percentuali di fedeli favorevoli alla contraccezione. Teologi vengono scacciati e licenziati dai loro posti di lavoro, preti vengono sospesi dalla loro attività ecclesiatica, solo per aver manifestato il loro dissenso in relazione ad insegnamenti “non infallibili”.

All’assurdo massacro degli eretici si devono poi aggiungere altre due categorie di soggetti, duramente perseguitate dalla Chiesa: le streghe e gli Ebrei.

Nel caso delle streghe non desidero discettare sulle improbabili accuse, impossibili responsabilità e ridicoli malefici che venivano addebitati agli imputati, mi limiterò a dire che Gregorio IX diede il via ad un inondazione di follia collettiva che sembrò quasi travolgere la realtà oggettiva.

La descrizione delle operazioni messe in atto dal sadico prete Conrad, uno dei capi informatori/inquisitori di papa Gregorio, supera ogni possibile immaginazione.

Centinaia di morti torturati e bruciati testimoniano la pazzia della Chiesa. Morti che a volte, come i Templari, educati al coraggio ed alla fede, non erano tuttavia in grado di resistere alle spaventose sofferenze. (uno di essi disse:”ammetterei con gioia di aver ucciso Dio, se tutto questo mi venisse risparmiato”).

Le confessioni si moltiplicarono e divennero sempre più estrose e complesse (avrei voluto vedere il contrario!). Pur di evitare ulteriori sofferenze gli accusati cercavano di compiacere gli inquisitori con sempre più elaborate fantasie (sesso con il Diavolo, figli con lui, voli notturni, malefici, l’Anticristo sta per giungere, trasformazioni in lupi, civette, gufi, gatti, etc. etc.). E le confessioni diedero la stura a nuove escalations dell’orrore.

La Bolla di Innocenzo VIII del dicembre 1484 “Summis desiderantes affectibus” sembra stimolare ulteriormente questa progressione, con il rendere parte integrante della fede cristiana i blateramenti di vecchie malandate urlati sotto tortura. Essa recita: Uomini e donne allontanandosi dalla fede Cattolica si sono abbandonati ai diavoli, incubi e succubi, e per mezzo di incantesimi, sortilegi, congiure ed altre maledetti peccati, hanno sgozzato infanti ancora nel grembo della madre, vitellini, bestiame, hanno fatto appassire i raccolti, reso uomini impotenti e donne sterili, hanno fatto sì che i mariti non potessero andare con le mogli e le mogli non potessero ricevere i loro mariti” . Dal 1484 chiunque dubitasse o negasse la stregoneria , fosse vescovo o teologo, doveva essere classificato come un eretico e pagare il relativo scotto.

Innocenzo conferì la suprema autorità sulla supervisione di questo massacro ai domenicani Kramer e Sprenger (conosciuti come gli Apostoli del Rosario) , che scrissero congiuntamente il “Malleus Maleficarum” nel 1486. Il libro che, secondo alcuni storici, produsse più morte e miseria di qualsiasi altro.

Il libro è noto e, se non si trattasse di un opera che ha avuto un impatto micidiale, la lettura di alcune sue parti costiturebbe una fonte di sarcasmo per le complicate operazioni che il Diavolo è costretto a compiere per raggiungere i suoi fini.

Questo testo, basilare per gli investigatori, ebbe il suo seguito in molti altri volumi, scritti da molteplici mitomani imbecilli come Boguet (Discorsi sulla stregoneria), ma in nessun caso i cacciatori di streghe sembrano essersi resi conto che erano loro medesimi a creare le streghe.

Alle presunte, ipotetiche, cerimonie stregonesche la Chiesa oppose sue personali forme di magia, quali acqua santa, candele benedette, campane, medaglie, rosari, reliquie, esorcismi e sacramenti, ma nonostante tutte queste armi “divine”, essa sembrava perdere la guerra. Più torturava, bruciava ed uccideva, più c’erano streghe e fattucchiere. In letteratura vengono riportati casi di località nelle quali il numero delle streghe superava del doppio quello delle persone “normali”. Interi paesi vennero spopolati, bruciandone gli abitanti.

Naturalmente la stregoneria c’è sempre stata, anche prima del cristianesimo. A volte identificata con le religioni naturali, a volte con pratiche di erboristeria o sciamaniche. Ma il papato ha contribuito con una serie di Bolle e di encicliche che non trovavano alcuna rispondenza nei dieci secoli precedenti e la giustificazione teologica fornita dagli inquisitori era che la “vecchia” razza di streghe (non pericolosa e quasi innocua) si era estinta ed era stata sostituita da una nuova razza più forte e più potente, la lotta alla quale giustificava procedure che, prima di Innocenzo VIII, sarebbero state considerate contrarie alla natura stessa della Fede.

Papi come Alessandro VI, Leone X, Giulio II, Adriano VI contribuirono con il loro succoso apporto, stabilendo “infallibilmente” l’esistenza delle streghe. Ancora nel 1623 Gregorio XVI decretava che chiunque avesse fatto un patto con il diavolo doveva subire la prigione a vita.

Improvvisamente, nel 1657, senza preavviso o spiegazione, la Romana Inquisizione stabilì che i processi fatti sino ad allora non erano stati gestiti correttamente. Gli inquisitori avevano sbagliato applicando continuamente la tortura e ponendo in essere altre irregolarità. Non ci fu una parola di scusa o una precisazione sul ruolo papale in questa orrenda buffonata. E non una parola di rimorso sulle migliaia che morirono in questo periodo d’incubo ( tanto per citare qualche cifra limitata alla “stregoneria”:1278 vengono impiccati a Londra 267 ebrei accusati di omicidi rituali contro i cattolici;1416, arse 300 donne nel Comasco per ordine dell’Inquisizione; 1485, giustiziate 49 persone a Guadalupe per ordine Inquisizione; 1485, bruciate a Bormio 41 donne per ordine dell’inquisizione; 1505, uccise 14 donne a Cavalese su ordine del vicario del vescovo di Trento; 1507, bruciate 30 persone a Logrono [Spagna] per ordine dell’Inquisizione; 1514, altre 30 donne vengono bruciate a Bormio per ordine dell’Inquisizione; 1518, bruciate 80 donne in Valcamonica per ordine Inquisizione; 1562, bruciate 300 persone a Oppenau [Germania]; 1562, bruciate 63 donne a Wiesemberg [Germania] e 54 persone a Obermachtal [Germania] su ordine Inquisizione; 1680 bruciati 20 ebrei a Madrid su ordine Inquisizione, e sono solo alcuni episodi “sporadici”).

Prima di parlare della persecuzione degli Ebrei, mi permetto ancora di ricordare lo strano e doloroso collegamento tra Sabba delle streghe (che iniziava il venerdì sera) ed il sabato ebreo, collegamento rilevato o operato abilmente dagli inquisitori fin dall’inizio della loro caccia. E questo fa pensare ancora di più.

La “QUESTIONE” giudea

Papa Paolo IV, che odiava visceralmente gli ebrei, aveva lavorato incessantemente per ore, sorbendo il vino scuro e denso come melassa della sua amata Napoli. Presto ebbe terminato la sua opera. Il 17 luglio 1555, appena due mesi dopo la sua elezione, egli pubblicò “CUM NIMIS ABSURDUM” , una bolla che normalmente non appare in alcuna delle antologie dei documenti papali, in quanto marchio cruciale e crudele nella storia dell’antisemitismo.

In ragione di questa Bolla, Paolo riteneva di meritare un abbraccio “accademico” che ricevette dal suo nipote favorito, il Cardinale Carlo Carafa, con il commento:”Il suo braccio era immerso nel sangue fino al gomito”. Non è una cosa sorprendente che durante il suo breve pontificato la popolazione di Roma quasi si riducesse a metà. Gli ebrei, che non avevano dove fuggire, pagarono lo scotto della sua bigotteria.

Ho già raccontato della relativa tolleranza che accompagnò i primi secoli dopo Cristo, anche se uno dei papi più ricchi di gentilezza, Gregorio Magno, inventò la riduzione di un terzo del fitto per cercare di convertirli. “Anche se loro verranno a noi con poca fede, certamente ci sarà maggior fede nei loro figli, che saranno battezzati, così che se non conquisteremo i genitori, avremo almeno i bambini. Peraltro qualsiasi riduzione degli affitti in nome di Cristo non deve essere considerata una perdita”:

CUM NIMIS ABSURDUM stabilisce che gli assassini di Cristo, gli Ebrei, sono schiavi per natura e devono essere trattati come tali. Per la prima volta negli Stati Pontifici gli ebrei vennero confinati in un area particolare, chiamata ghetto, ad imitazione della Fonderia Veneziana. Vennero obbligati a vendere le loro proprietà ai cristiani a prezzi stracciati; nei casi più favorevoli realizzarono il 20% del valore, nei peggiori una casa veniva scambiata per un mulo e un vigneto per un vestito. Venne loro proibita ogni attività commerciale , compreso il commercio del grano, mentre era loro permessa la vendita di cibo e di vestiti di seconda mano.

Era loro permessa una sola sinagoga per città. A Roma ne vennero distrutte sette su otto, in Campagna diciotto su diciannove. I loro libri, compreso il Talmud, erano già stati requisiti e distrutti. In pubblico vennero obbligati ad indossare un cappello giallo. Furono obbligati a parlare solo in Italiano o Latino e ad usare unicamente queste lingue nei documenti scritti. Era loro vietato dare impiego a cristiani, anche solo per accendere il fuoco durante il sabato. Era loro vietato dare o ricevere trattamento medico a e da cristiani e non dovevano MAI essere chiamati con l’appellativo di “signore”.

Pur mostrando una istintiva predilezione a vivere tra loro, l’essere costretti in una zona ristretta come bestiame, il dover rientrare al coprifuoco, il non poter possedere ne terra ne casa, doveva apparire agli Ebrei dell’epoca minacciosamente differente.

Gli ebrei romani vennero costretti in una zona malarica e soggetta ad inondazioni accanto alla riva del Tevere. Rinchiusi in un cerchio di cinquecento metri, vi sopravvivevano in cinquemila. L’impatto della Bolla fu terrificante. Nel giro di poco tempo ci furono ghetti a Venezia, Bologna, Ancona, etc.etc.. Nel 1556, proprio ad Ancona, furono bruciati 26 marranos, ebrei convertiti provenienti dal Portogallo ai quali i precedenti pontefici avevano assicurato libertà di fede.

Paolo morì nel 1559, ma la sua Bolla diede la stura ad un atteggiamento che continuò per secoli. Nel 1566 Pio V° battezzò personalmente due ebrei adulti ed i loro tre figli con cinque cardinali come padrini. Nel 1581 Gregorio XIII raggiunse la sorprendente conclusione che:” la colpa degli ebrei nel rifiutare ed uccidere Cristo aumenta ad ogni generazione, giustificando la loro perpetua schiavitù”.

Tralascio la descrizione dei singoli casi di persecuzione e maltrattamento di cui esiste documentazione, ma ricordo che la superstizione cristiana che “chiunque fosse responsabile del battesimo di un infedele si guadagnerà il Paradiso” produsse rapimenti di bambini e bambine ebrei, che , una volta battezzati, non “potevano” più, per legge, essere riportati nel ghetto e nel loro naturale ambito familiare.

Lo spazio limitato dei ghetti costringeva a sopraelevare le costruzioni, con conseguenti frequenti crolli ed incendi. L’igiene era , obbligatoriamente, scarsissima confermando il mito che la puzza degli ebrei spariva solo con il battesimo.

Nel suo “De Morbis Artificum” (1700), Ramazzini descrive accuratamente i disturbi che affliggevano la popolazione ebrea dei ghetti. Dalla sua opera si trae l’inevitabile conclusione che i papi furono responsabili di generazioni di sofferenze delle quali non si trova traccia nei libri di storia.

La faccenda andò avanti, tra alti e bassi e continue sofferenze, fino alla presa di Roma del 1870 da parte delle truppe italiane. Undici giorni dopo la caduta di Roma, il 2 ottobre 1870, un decreto Reale conferì agli ebrei la completa libertà che era stata loro negata dal Papato per millecinquecento anni.

Con questa azione l’ultimo ghetto ufficiale in Europa era stato smantellato. Gli ebrei devono aver pensato che le loro sofferenze erano al termine, ma come avrebbero potuto immaginare che la loro ora più buia doveva ancora venire?

Il cristianesimo aveva fatto l’opera di preparazione perseguitandoli per la loro religione, il fascismo li avrebbe perseguitati per la loro razza. Malgrado le grandi differenze, le somiglianze tra i decreti di Innocenzo III e Paolo IV da una parte e le Leggi Nuremberg del 1935 dall’altra, sono indiscutibili.

Mentre Pio XI era ben cosciente del fatto che Gesù, Maria e Giuseppe erano ebrei e si oppose al nazismo ed al fascismo, scrivendo anche una forte enciclica, che rimase impubblicata dopo la sua morte, il suo successore era più prudente.

Eugenio Pacelli, Pio XII, esperto di diritto canonico come il padre ed il nonno, era stato nunzio papale a Monaco e poi a Berlino (dove era stato testimone dell’avvento delle camicie brune). Il 2 marzo 1939 fu eletto papa e, quando nel 1941 i tre quarti degli ebrei italiani avevano ormai perso tutti i loro beni, la scena era pronta per la più vergognosa di tutte le encicliche papali: quella che non è mai stata scritta.

Malgrado le persecuzioni e gli assassini di ebrei fossero ormai sistematici non una parola inequivoca di condanna venne mai pronunciata dal Vaticano. Le labbra Romane, usualmente così pronte a condannare ogni minima deviazione dalla fede, ogni errore, magari per quanto attiene al sesso o all’interpretazione dei testi, erano fermamente e permanentemente serrate.

Mi scuso di tralasciare la ricca documentazione che dimostra la perfetta conoscenza da parte del papa di quasi tutti gli episodi meritevoli di condanna, ma sono disponibile a citarli a chi lo desiderasse. Quello che è certo è che il Pontefice si astenne dal qualsiasi intervento persino quando i Nazisti perseguitarono ed indirizzarono ai forni gli ebrei sotto il suo stesso naso.

Nell’ottobre/novembre del 1943 oltre 8.000 ebrei italiani vennero estradati ad Auschwitz, senza commenti ufficiali della Santa Sede (che pure ne nascose alcuni nei giorni successivi). Gli italiani ne nascosero quanti fu possibile (cosa pericolosa , ma facile visto che erano praticamente indistinguibili).

Persino il massacro delle fosse Ardeatine del marzo del 1944, non provocò reazione alcuna da parte del Papa, l’unico che, forse, avrebbe potuto intervenire per salvare i disgraziati ostaggi. Dell’orribile massacro la Radio vaticana non diede notizia.

Non ci sono spiegazioni per tutti i molteplici interventi che il papa avrebbe potuto fare, in modo vario e molteplice, sui cristiani osservanti e sugli stessi fanatici nazisti, al fine di rallentare o ridurre l’olocausto, e che invece non vennero posti in essere. Forse la coscienza di essere una nullità di fronte ad un Pio XI; ma persino un omuncolo , di fronte ad episodi di quella portata, avrebbe dovuto trovare la forza di opporsi.

Giovanni XXIII venne eletto dopo l’imbelle Pio, e, rappresentando la quintessenza di un essere umano, sembrò inondare di luce per tutto il corso del suo pontificato sia la Chiesa sia l’umanità, amata in blocco.

Il documento pacificatore che aveva preparato sugli ebrei (morì prima di farlo pubblicare) venne modificato ed alterato irrimediabilmente dal suo successore, Paolo VI°, che persistette pubblicamente (sermone della domenica di Passione del 1965) nell’accusa di deicidio per il popolo giudeo.

Malgrado i modesti passi operati da Giovanni Paolo II, persino oggi, nel marzo del 2000, nel documento “Memoria e Riconciliazione . La Chiesa e gli errori del passato”, non si trovano tracce di scuse, giustificazioni o riconoscimenti di responsabilità da parte della Chiesa, anzi, apparentemente, l’unico soggetto meritevole di ricevere una domanda di “perdono” risulta essere Dio, mentre per quanto attiene alle “lacerazioni” tra cristiani e le “relazioni tra cristiani ed ebrei” si parla di “relazioni tormentate” , si parla “a giusto titolo” di “solidarietà nel peccato di divisione”e, relativamente agli ebrei, di “bilancio piuttosto negativo”.

Se non ci fosse da nascondersi per la vergogna, verrebbe da ridere!


Sulla questione ebraica è utile riportare alcune pagine della Summa Toletani Concilij IV (681):

Summa Toletani Concilij IV

Di seguito vi sono le foto di  due paginette tratte dalla Summa Toletani Concilij IV (è una Summa del 681 ed i canones non rispettano la numerazione originale del 627/633), relative agli ebrei ed al loro trattamento. Il Concilio IV di Toledo si svolse sotto il papato di Onorio I ed il regno visigoto di Sisenando (vi parteciparono tutti i vescovi spagnoli e franchi o galli). Il libro da cui sono tratte le foto è: Summa Omnium Conciliorum et Pontificum del 1691.

Non ho tradotto il testo perché non ne ho il tempo materiale, ma il senso è comprensibile comunque.


L’eresia papale

“Un gran numero di papi erano (sono) eretici.”
Per un cattolico questa frase avrebbe il sapore di una frase ingiuriosa detta da un Protestante. Un papa eretico sembra una “contraddizione in termini”, come la quadratura del cerchio.

Il Concilio Vaticano I ha affermato che il papa, senza necessità di consenso della Chiesa, è il giudice infallibile dell’ortodossia. Sembra quindi impensabile che un papa come Giovanni Paolo II possa separarsi dalla verità, e quindi dalla Chiesa, agendo in modo “eretico”.
La citazione iniziale non è di un Protestante ma di papa Adriano VI, nel 1523, “Se per Chiesa Romana voi intendete la sua Testa o Pontefice, è fuori di dubbio il fatto che egli possa errare, persino in materia di fede. Egli erra quando insegna l’eresia a proprio giudizio o per decreto. In verità molti pontefici romani erano eretici. L’ultimo di essi fu papa Giovanni XXII° (1316-1334)”.

Il tema delle eresie papali e dei papi scomunicati dalla chiesa è assai frequente in teologia, ma scarsamente conosciuto, almeno dal 1870 in poi.

Persino l’imperioso Innocenzo III ammise: “Anche io posso essere giudicato dalla Chiesa per un peccato riguardante argomenti di fede” . Innocenzo IV, sebbene affermasse che ogni creatura gli era soggetta in quanto Vicario del Creatore, nondimeno concedeva che ogni pronunciamento papale che fosse eretico o tendesse a dividere la chiesa non doveva ricevere obbedienza da parte dei fedeli. “Naturalmente” egli sostenne “un papa può errare in materie di fede. E nessuno deve dire:- io credo in questo perchè il papa ci crede-, ma perché la Chiesa ci crede. Se egli seguirà la Chiesa, non commetterà errore.”

Nessuno sa per quale ragione queste parole, che apparivano nel testo originale di Innocenzo IV°, “COMMENTARIO SUL DECALOGO”, furono soppresse nelle edizioni successive. E’ quasi impossibile conoscerne i motivi, visto che un grandissimo numero di papi ha , più o meno, sostenuto le medesime tesi.

Oggi sembra impossibile discutere sull’infallibilità del pontefice. Così grande è l’aura di questi personaggi che i fedeli , almeno pubblicamente, sembrano essersi bevuti il cervello.

In realtà molti pontefici hanno sbagliato sia in materia di fede, sia privatamente, condizionando il destino dell’intera chiesa. All’origine (e stiamo parlando già del V secolo, perché in precedenza l’uniformità di interpretazione era fuor di logica) la fede era di competenza della Chiesa ed era regolata dai successori degli apostoli, e precisamente dai vescovi. Loro decidevano in materia di fede, soprattutto se riuniti in conclave generale. Un papa che uscisse dalle righe su argomenti di fede, veniva condannato come eretico. San Pietro fece molti errori e così il vescovo di Roma (o papa che dir si voglia). Quando il papa sbagliava la Chiesa aveva tutto il diritto di deporlo. Dopotutto non era mica un oracolo divino.

La preminenza Romana, quando ci fu (e stiamo sempre parlando di V° secolo, e non prima) era di carattere dottrinale (vedi quanto precisato da Ireneo) ed in nessuno caso da collegarsi alla persona del vescovo di Roma/papa. In tutti gli scritti dei Padri greci non esiste una parola relativa alle prorogative del vescovo di Roma e mai nessuno, greco o latino, si sarebbe appellato al vescovo di Roma per ricevere una parola decisiva in una disputa su questioni di fede. Peraltro nessun vescovo di Roma ha mai osato offrire alla Chiesa una parola decisiva in materie teologiche. La frase di Sant’Agostino “Roma locuta est, causa finita est”, continuamente citata dagli apologisti cattolici, è l’unica che si ritrova, in dieci ponderosi “in folio”, che si riferisca alla primazia romana, ed è citata a sproposito in quanto si riferisce ad un periodo di continue e contrastate riunioni conciliari alle quali Agostino, con quella frase, sperava di dare una temporanea tregua. In molteplici altre occasioni invece non obietta affatto al rigetto dell’opinione papale in merito a controversie battesimali da parte della Chiesa Africana. Anzi sostiene che fosse loro diritto agire così. E malgrado le sue ripetute e continue dispute con i “Donatisti”, in nessun caso egli afferma di avere premineza in quanto parte della chiesa romana. Non esisteva un “centro” della Chiesa, in quanto tale.

Nel 434 Vincenzo di Lerins stabilisce i criteri generali della dottrina cattolica, non menzionando MAI il ruolo di Roma o del suo vescovo.

Papa Pelagio (556-60) parla di eretici che si sono separati dalle DIOCESI apostoliche, cioè Roma, gerusalemme, Alessandria e Costantinopoli. Negli scritti dell’epoca non esiste menzione di un ruolo speciale di Roma o del suo vescovo, così come non esiste menzione di un personaggio chiamato “papa” con particolari attribuzioni diverse dagli altri vescovi.

In relazione alle ottanta o novanta eresie verificatesi nei primi sei secoli, nessuno fa mai riferimento all’autorità del vescovo di Roma per dirimere la controversia o decidere sulla questione. Capita che l’episcopato venga attaccato e offeso, ma non l’autorità del vescovo di Roma, “perché NON NE AVEVA.

In occasione di un comportamento eretico da parte del vescovo Bonosius, papa Siricio (384-98) si rifiutò di intervenire sostenendo di non averne il diritto; ed il primo papa che, in qualche modo contorto, sembra per primo appellarsi all’autorità papale è Agato nel 680. E lo fa per una ragione estremamente imbarazzante: il suo predecessore, papa Onorio, era sul punto di essere condannato per eresia dal Concilio Generale (cosa che poi si verificò, come vedremo in seguito).

Papa Liberio (352-66) cercando di risolvere la questione Ariana (Ario riteneva che il Figlio fosse meno importante del Padre) venne spedito in esilio. La condizione per un suo ritorno fu che condannasse pubblicamente Attanasio, campione dell’ortodossia cristiana (che sosteneva che padre e figlio erano sullo stesso piano, come noi oggi), cosa che egli fece immediatamente meritandosi le parole di un grande Padre della Chiesa come Ilario di Poitiers “Anatema su di te, Liberio”.

Gregorio Magno affermò che i bambini non battezzati vanno dritti all’inferno e soffrono per l’eternità. Sia Innocenzo I (401-17) sia Gelasio I (492-6) intervennero per iscritto in due Concili (la loro presenza non era né richiesta né necessaria a quanto pare) sostenendo che i bambini , oltre al battesimo, dovevano ricevere anche la comunione, altrimenti sarebbero andati dritti all’inferno.

Vigilius (537-55) , scelto indebitamente come successore da Bonifacio II° (allora i papi venivano scelti dal popolo di Roma, che si incazzava come una bestia quando qualcuno voleva togliergli delle sue prerogative), venne cacciato via prima di essere eletto. Riuscì successivamente ad ottenene la nomina (nell’intervallo c’erano stati Giovanni II, Sant’Agapito e San Silverio), ma venne costretto a raggiungere Giustiniano a Costantinopoli, dove cercarono di convincerlo dell’autorità del Concilio di Calcedonia e ad accettare le interpretazioni religiose dell’imperatore.

Virgilio cambiò la sua opinione tutte le volte che l’imperatore lo decise. Nel 553 Giustiniano convocò il V Concilio Generale, che si riunì a Santa Sofia di Costantinopoli. Di circa 165 vescovi orientali se ne riunirono solo 25. Vigilio mandò le sue scuse, accusando una malattia, ma la sua assenza non fu considerata in alcun modo. Tra le molte altre cose il Concilio decise che Viglio era un eretico e lo scomunicò. Quando il papa venne a conoscenza della propria scomunica, condannò tutti coloro che avevano preso parte alla decisione. Giustiniano si incazzò a morte e, senza indugi o dubbi, lo proscrisse in esilio a Proconneso, un’insenatura rocciosa del Mar della Marmora (allora doveva sembrare una sorte terribile:lontano dalla civiltà, dalle feste, dai conviti, etc.etc.; adesso ci andremmo tutti in vacanza). Solo e derelitto, Vigilio, quando gli giunse notizia di una prossima possibile elezione di un nuovo papa a Roma, chiese umilmente perdono (con lettera dell’8 dicembre 553, indirizzata al Patriarca di Costantinopoli), dichiarando di essere stato diabolicamente “influenzato” e di accettare quindi tutte le decisioni del V Concilio, con la loro impostazione teologica ed interpretazione della divinità. Ricevuto dall’imperatore il permesso di tornare a casa, soltanto la morte che lo colpì sulla strada del ritorno, a Siracusa il 7 giugno 555, lo salvò (si fa per dire) dal linciaggio che lo aspettava a Roma , da parte dei suoi fedeli elettori furibondi per le sue calate di braghe ed i continui voltafaccia.

I fedeli dello Stivale erano così irritati dalle indecisioni e dalla vigliaccheria di Vigilio in ordine alla questione (cretina) della doppia persona/natura di Cristo, che occorse l’elezione di un nuovo papa ed il lungo lavoro diplomatico di Pelagio I (che si servì anche di operazioni militari per convincere i vescovi) per rappacificare le diverse diocesi italiane.

Tutto questo lungo discorso solo per dimostrare che, nel periodo del Basso/Medio Medioevo, il Concilio era superiore al pontefice in maniera inequivoca. Solo successive falsificazioni ed alterazioni della documentazione disponibile (parte della quale venne distrutta dalla Chiesa) portarono ad una diversa valutazione del valore delle due entità (papa e concilio) in discussione.

Un’altro caso di papa condannato per eresia è quello di Onorio (625-638), che ridicolizzò la teoria delle “due volontà” di Cristo (problema connesso con le “due nature”,teoria stabilita nel corso del Concilio di Calcedonia) ,senza tuttavia avere il tempo necessario per spiegare la ragione del suo dissenso (morì prima) , Circa quarant’anni dopo la morte venne stigmatizzato come Monotelita e condannato per eresia dal VI° Concilio Generale (680-681). Leone II, eletto papa nel 682, confermò la condanna di Onorio dicendo:”Onorio cercò, con profano inganno, di sovvertire la fede immacolata”.

Insomma, non si può proprio dire che i papi avessero le idee chiare.

Altre varie eresie

La più continua e persistente mancanza di ortodossia in Roma si verificava nell’ambito sacramentale. In parte questo può essere spiegato con il collasso verificatosi nell’apprendimento con le invasioni barbare. I Greci, infatti, tendevano a considerare Roma come “piena di zotici”.

Dall’ottavo secolo in poi alcuni papi annullarono le ordinazioni ecclesiastiche e ri-ordinarono i preti. Tutto ebbe inizio con un antipapa, Costantino II, nell’anno 769, ma , come abbiamo già visto anche tutte le ordinazioni di papa Formoso, il cadavere processato quale eretico, vennero dichiarate invalide.

La domanda che sorge spontanea è : esistono validi sacramenti in una nazione nella quale il clero è stato ordinato da un papa eretico? Sia Stefano VII, sia Sergio III, l’amante di Marozia, stabilirono che le ordinazioni di un papa eretico erano “invalide”. La conseguenza , se logicamente seguita, porta a far considerare nulli tutti i sacramenti impartiti da sacerdoti la cui ordinazione era invalida (matrimoni, battesimi, etc.), questione sulla quale però in genere si è sempre glissato.

Alcuni papi stabilirono che quando la simonia entrava in un ordinazione vescovile, la nomina era invalida. Così decise Leone IX (1049-54), che riordinò molti preti. Gregorio VII rinforzò questa convinzione, affermando che quando in una nomina entrava il denaro, la nomina era SEMPRE nulla. Urbano II andò ancora oltre stabilendo che anche se un vescovo non pagava per la sua ordinazione (simonia), se riceveva l’ordinazione (veniva fatto vescovo) da un vescovo che invece aveva pagato, anche la sua ordinazione era nulla. Questa strana, logica, ma eretica interpretazione venne estrinsecata nei decreti di Graziano , non trovando però nessuna rispondenza nella Chiesa d’Oriente, che se ne tenne saggiamente distante.

Nel 1557 Paolo IV , nella sua Bolla Cum ex Apostolatus officio , confermò questa stramba tesi che, se presa sul serio, avrebbe fatto scoppiare la Chiesa ed il suo sistema sacramentale come una bolla di sapone. Per fortuna nessuno pensò seriamente di portare la faccenda alle sue estreme conseguenze.

Decisioni non ortodosse sono quelle assunte da papa Pelagio , che dichiarò che per un valido battesimo è indispensabile l’invocazione della Trinità, (papa Nicola (858-67) per fortuna riaffermò poco dopo che bastava invocare Gesù) , e che la cresima impartita da un semplice sacerdote era nulla (spazzando via d’un colpo tutte le cresime della Chiesa Greca) e mettendo in dubbio anche, a cascata, le comunioni e nomine di preti e vescovi greci.
Stefano II (752) stabilì , contro le tradizioni, che il matrimonio tra un uomo libero ed una schiava, anche se entrambi cristiani, poteva tranquillamente essere sciolto per permettere all’uuomo di risposarsi (una specie di divorzio maschilista ante litteram).
Urbano III dichiarò che un matrimonio tra cristiani, anche se consumato, può essere sciolto. Celestino III (1191-8) , dandoci ancora più dentro, decise che un matrimonio “consumato” e tra cristiani può essere sciolto senza tema se uno dei due coniugi diventa eretico. Questa cazzata venne ripresa anche da Innocenzo III, che a conferma, citò l’assoluta necessità di attenersi al Libro del Deuteronomio alla lettera, dimenticando che il Deuteronomio permette tranquillamente al marito di divorziare.

Anche la comunione ebbe la sua dose di eresie, con papa Nicola II (1059-61) che affermò che nell’eucarestia è “materialmente” possibile toccare con le mani e mordere con i denti il “reale” corpo di Cristo. Quasi come dire che Cristo continuava ad essere torturato dai fedeli anche dopo morto.

Quando Clemente V morì, nel 1314, il conclave ci mise due anni a trovare un successore. Finalmente , disperati, scelsero Giacomo Duèse di Cahors che a Lione, il 7 agosto, divenne pontefice prendendo il nome di Giovanni XXII.

Sembrava la persona più adatta, settantaduenne, piccolo, delicato, di apparenza malaticcia questo figlio di un ciabattino non avrebbe dovuto durare a lungo.
Le cose andarono diversamente.
Giovanni XXII dimostrò di essere duro e resistente, ambizioso, avarissimo, più mondano di un magnaccia e con una risata che scoppiettava con indubitabile malizia. Questo fragile e piccolo mostro avrebbe tenuto duro diciotto tempestosi anni.

Quando assunse la carica il tesoro era completamente vuoto. Clemente V aveva dato via tutto ai suoi parenti. Giovanni rimediò in fretta commerciando in tutto quello che era commerciabile. Vendette tutto ciò che un francese pieno di fantasia può immaginare: il perdono aveva un prezzo qualsiasi fosse stato il crimine. Un tanto per l’assassinio, un tanto per l’incesto o per la sodomia. Peggio i fedeli si comportavano, più ricco diventava il papato. Quando una lista “pirata” dei prezzi venne fatta circolare, si credette che fossero stati i nemici della chiesa a produrla. Era vero, ma i nemici della Chiesa erano il papa e la Curia. Concedevano ai peccatori il diritto di peccare e di evitare le conseguenze dei loro peccati.

La passione del papa per le guerre (italiane) gli faceva spendere grandi somme in armamenti ed eserciti, tanto che un suo contemporaneo disse di lui:” il sangue che il papa ha sparso avrebbe reso rosse anche le acque del Lago di Costanza, e con i corpi di coloro che ha squartato avrebbe potuto costruire un ponte da una sponda all’altra.

Nella sua Bolla Cum inter nonnullos” del 12 novembre 1323, sconfessando quasi tutti i suoi predessori, stabilì che: “sostenere che Cristo e gli Apostoli non avevano proprietà rappresenta una perversione delle Scritture”. La povertà gli stava proprio sulle balle, tanto da convincerlo ad assumere anche procedure punitive verso i francescani per farli dichiarare eretici. Ma quest’ultima operazione diede il destro al’imperatore Luigi (Ludovico il Bavaro) di Bavaria di accusarlo di eresia (Ludovico era già incazzato per le pretese del papa di assumere il potere imperiale nel corso degli “interregni”). Lo chiamò “anticristo”, lo depose e ne nominò un altro. La scelta dell’imperatore cadde su Piero di Corbario, decrepito francescano che assunse il nome di Nicola V.
Sfortunatamente Nicola risultò essere sposato, con figli e nemmeno prete. Ludovico comunque, pagata la moglie del papa affinché non rompesse, lo tenne sul trono papale fino al 1329, quando si stancò e lo affidò alle mani di Givanni XXII (ritornato papa), purchè promettesse di non trattarlo male. Cosa che , stranamente, nel complesso Giovanni fece, pur tenendolo prigioniero nel palazzo papale di Avignone per tutto il resto della vita.

Alla fin fine Giovanni XXII aveva trionfato: Cristo e gli Apostoli non avevano condotto una vita di povertà, anzi!.

Nel 1331 Giovanni nella chiesa di Notre-Dame des Dome (Avignone) sostenne , dopo aver fatto morire di fame un domenicano che affermava che le anime dei giusti vedono Dio immediatamente, che le anime dei giusti non possono vedere Dio prima della “risurrezione dei corpi” (il giorno del Giudizio Universale).
Sono infatti ancora “sub altare Dei” (sotto l’altare di Dio) e soltanto dopo il Giudizio Universale essi saranno “super” (sopra l’altare di Dio) e potranno vederlo. Nessuno ebbe il coraggio di dirgli che stava commettendo eresia.
Il 5 gennaio 1332 allargò la faccenda all’inferno. Nessuno, egli disse, era ancora all’inferno. Solo alla fine del mondo i dannati sarebbero andati ai loro tormenti.

Per la seconda volta Giovanni venne dichiarato eretico, basandosi sul semplice assunto che se la beata Vergine ed i santi non erano in paradiso a contemplare Dio, come avrebbero potuto intercedere per i viventi. E perché i cristiani avrebbero dovuto pagare il papa per il perdono e le indulgenze quando, alla loro morte, non sarebbero nemmeno andati subito in paradiso?

Giovanni, malgrado tutte le forze in campo contro di lui, continuò a tergiversare fino alla propria morte, il 4 dicembre 1234. Qualche tempo dopo venne pubblicata una Bolla a suo nome, nella quale egli revocava tutte le sue precedenti affermazioni. Nessuno può dire se fosse veramente opera sua, ma quello che è certo è il fatto che il suo successore, Benedetto XII, affermò immediatamente che i santi godono della visione beata subito dopo la morte.

Nel 1572, quando Gregorio XIII divenne papa, il cardinal Montaldo si ritirò a vita privata. Per tutto il periodo successivo fece spargere voci che lo davano in punto di morte. Nelle rare occasioni di riunione con i cardinali egli tossiva continuamente e dava segni di estrema debolezza. Si aggiunse otto anni di età per sembrare più vecchio e decrepito e affettava in pubblico continue dimostrazioni di umile fragilità.

Alla morte di Gregorio, nel 1585, Felice Peretti da Montaldo (il cardinale di cui sopra) si presentò al Conclave, truccato da vecchio, barcollante su un paio di grucce e piegato in due dal peso dell’età. Sembrava un candidato perfetto per il papato ed infatti fu eletto. Dal racconto di Leti, suo biografo, risulta che dopo l’elezione gettò via le grucce e si raddrizzò gridando : “Ora IO sono Cesare”.

Ma ne parleremo nel prossimo paragrafo.

Il papa che riscrisse la Bibbia

Sisto V (Felice Peretti, il cardinal Montaldo) fece in cinque anni un lavoro che ne avrebbe richiesto cinquanta. Costrinse squadre di uomini a lavorare giorno e notte per sistemare la cupola di San Pietro. Fece spostare l’obelisco, palmo a palmo, da centinaia di uomini e muli fino all’attuale posizione nella piazza. Costruì la Libreria Vaticana. Fece erigere un acquedotto che portasse l’acqua fino al centro di Roma. Si meritò ampiamente il soprannome “Il Turbine Consacrato”.

Insieme ad una titanica energia c’era però uno straordinario egotismo.
Egli affermò il suo potere temporale su principi e re. Quando Roberto Bellarmino, uno dei più strenui difensori del papato dall’epoca di Tommaso d’Aquino, suggerì nel suo libro “Controversie” che il papa aveva solo una giurisdizione indiretta sui reggenti del mondo temporale, Sisto lo censurò spietatamente.
Egli, dichiarò, poteva per qualsiasi motivo e comunque gli piacesse nominare o licenziare chiunque, compresi gli imperatori.
Censurò anche il teologo Vittorio per aver osato dire che era giusto disobbedire ad ingiusti ordini di un papa. Lui, Sisto V, mise all’indice entrambi i libri di questi due “rinnegati”.

I cardinali della Congregazione dell’indice erano terrificati dal dover dire a sua Santità che entrambi gli autori citati (Bellarmino e Vittorio) basavano i loro scritti su innumerevoli documenti dottrinali di santi e studiosi cattolici. Il Conte Olivares, ambasciatore spagnolo a Roma, scrisse al re Filippo II° che i cardinali tenevano la bocca chiusa “per paura che Sisto potesse fargli sentire il duro sapore del suo temperamento e, forse, costringerli a mettere all’indice persino i santi stessi”.

Sisto si comportò molto male soprattutto con il gesuita Bellarmino, che aveva cooperato con lui nell’edizione dell’opera completa di Sant’Ambrogio, nel corso della quale il papa aveva ogni volta stravolto il giudizio del suo collaboratore.

Lo stesso atteggiamento il papa lo tenne verso la Bibbia ed i risultati furono drammatici.
La versione latina della Bibbia, la Vulgata, era opera di San Gerolamo nel quarto secolo ed aveva avuto un posto significativo nel corso del Medioevo.
Il Concilio di trento (1546) aveva stabilito che la “Vulgata” era la versione autentica della Bibbia ed essa sola doveva essere usata nei sermoni, discussioni o letture.
Purtroppo il lavoro di riporto dei copisti aveva prodotto molti errori e la stampa moltiplicò il numero degli sbagli. Con la Riforma i Protestanti produssero la loro personale versione della Bibbia e diventava imperativo che anche i cattolici potessero fruire di un testo affidabile della Vulgata in tutte le discussioni.


Dopo tre anni di pontificato, nel 1588, gli venne presentato (a Sisto) il testo finale predisposto dalla commissione di studiosi a cui aveva dato l’incarico. Secondo il pontefice c’era troppo lavoro di ricerca, troppe variabili interpretative. Il papa scacciò il capo della Commissione, il cardinal Carafa, fuori dalla stanza urlando che avrebbe provveduto lui personalmente.
In una Bolla di 300 parole dichiarò che lui, il papa, era l’unico soggetto in grado di produrre una “autentica Bibbia” per la Chiesa.

E lo fece.
Lavorando giorno e notte (soffriva d’insonnia), operando su di un testo popolare e provvedendo ad aggiunte personali dove gli sembrava fosse opportuno, completò l’opera in circa diciotto mesi. Cambiò radicalmente il sistema di riferimenti. Cambiò i capitoli, che erano stati strutturati abilmente da Roberto Stefano nel 1555 ed erano universalmente adottati. Dimenticò addirittura interi versi e cambiò i titoli dei Salmi.

Tutte le vecchie bibbie e tutti i testi scolastici divennero di colpo obsoleti.
Nel 1590 gli furono presentate le prime copie “in folio”. “Splendido” disse il papa, finché non si accorse delle centinaia di errori di stampa. Per non perdere tempo provvide personalmente alla correzione delle bozze (ci mise sei mesi) passandole poi alla stampa, mentre la sua Bolla “Aeternus ille” era già pronta da tempo e recitava autoritativamente: “Nella pienezza del potere Apostolico, Noi dichiariamo e decretiamo che questa edizione….approvata per l’autorità conferitaCi da Dio, deve essere ricevuta e tenuta come vera, legittima, autentica, ed inquestionabile in tutte le discussioni, letture, preghiere e spiegazioni pubbliche e private”. A nessuno era permesso, editore o libraio, di deviare di una virgola da questa finale ed autentica versione della Bibbia latina. Chiunque contravvenisse alla Bolla papale doveva ritenersi automaticamente scomunicato e solo il papa poteva assolverlo. Erano previste anche punizioni materiali e temporali.
Verso la metà di aprile furono distribuite copie a cardinali ed ambasciatori. Quattro mesi dopo il papa era morto.

Il papa successivo morì dopo dodici giorni di pontificato (Urbano VII). Toccò quindi a Gregorio XIV cercare di porre rimedio alla questione della Bibbia. Ma come fare? Una Bibbia era stata imposta al mondo cattolico con l’intero peso del potere papale, ma era piena di errori. Il mondo accademico era in subbuglio ed i Protestanti si divertivano un sacco per l’intera faccenda. Il cardinal Bellarmino , rientrato a Roma dall’estero e personalmente sollevato per la morte di Sisto V, che l’aveva messo all’indice, suggerì a Gregorio XIV, invece di proibire la Bibbia, di farla correggere, ove fosse possibile, cercando di recuperare tutte le copie messe in circolazione e sostenendo che tutti gli errori derivavano “da sbagli degli stampatori e di altre persone (il riferimento a Sisto è inequivocabile). Un’intera truppa di studiosi si sistemò in un’apposito edificio sulle colline Sabine, a 30 km da Roma, e lavorò bestialmente per cercare di identificare e rettificare tutti gli errori commessi da Sisto.

Alla fine del 1592, sotto il papato di Clemente VIII, il “nuovo testo” venne stampato e distribuito immediatamente con una lunga prefazione che spiegava come Sisto, accortosi degli errori, avesse deciso di dare corso ad una nuova riedizione, la quale, in seguito alla sua morte, era stata portata a termine dai suoi successori. Giocando sull’equivoco Bellarmino suggerì anche che la nuova versione (passibile anch’essa di molti errori, che infatti ci sono) non dovesse obbligatoriamente essere l’unica permessa e/o accettata.
I commenti degli studiosi su questa serie di menzogne e falsificazioni miranti a nascondere gli errori e la supponenza del papato, furono e sono pesanti.
Thomas James, studioso e libraio londinese, che potè esaminare e verificare il contenuto di entrambe le versioni, scrisse nel 1611:”Ci troviamo ad avere due papi uno contro l’altro. Sisto contro Clemente , Clemente contro Sisto, litigando, scrivendo e discutendo sulla bibbia di Gerolamo…per quanto concerne i cattolici la Bibbia è come un naso di cera che i papi modellano a seconda di quello che conviene loro…se un papa dicesse che quello che è bianco è nero e quello che è nero bianco nessun cattolico oserebbe contraddirlo.”

L’affare del papa che riscrisse la Bibbia dimostra una volta ancora che la dottrina che il papa non può sbagliare è di per se erronea, conduce a creare proprie personali versioni della Storia e costringe anche uomini moralmente corretti, come Bellarmino, a mentire in favore della Chiesa.
Ma Bellarmino invece di essere ricordato per aver messo in atto una discreta “cover up” a favore di Sisto V, è noto soprattutto per aver distrutto vita e carriera di uno straordinario laico, Galileo.

La Bestia Nera

Mi scuso di essermi perso dietro alla questione delle odierne scuse ecclesiastiche, fino ad arrivare a streghe, eretici e Galileo, di cui però parlerò presto.
Per il momento torno indietro al 1294, anno in cui Benedetto Gaetani venne incoronato papa Bonifacio VIII.
Iacopone da Todi, il poeta che scrisse il famoso “Stabat Mater”, bellissimo inno ecclesiastico, commentò che nessun nome era più inadatto di quello: Benedetto non esibiva affatto una “buona faccia” (Bona Facies/Bonifacio).

Molto alto e duro, egli aveva, a ottant’anni, gli occhi più freddi che si siano mai visti in un uomo. Il cardinal Llanduff disse di lui:”E’ tutto lingua ed occhi, il resto di lui è completamente corrotto”. Rifiutava udienze per personali antipatie e ridicolizzava disgraziati con difetti fisici o intellettuali. Aveva improvvisi attacchi di furore che scaricava su chiunque avesse vicino. F.M.Powicke lo definì così:”Era ammirato da molti, temuto da tutti, amato da nessuno”.

Era calvo, con le orecchie a ventola su di volto incendiato dall’arroganza di colui che sa di non avere eguali. “Il seno del Romano pontefice – egli disse – è la fonte ed lo scrigno di ogni legge. Questa è la ragione per la quale la cieca obbedienza alla sua autorità è essenziale per la salvezza”.

Nel Giubileo del 1300 dicono di averlo sorpreso seduto sul trono di Costantino mentre ripeteva incessantemente:”Io sono il pontefice, io sono l’imperatore.”
I suoi abiti erano i più costosi, ornati di gemme e pellicce. Quando parlava, sputacchiava attraverso il largo spazio interdentario lasciato da due denti mancanti nella mascella superiore. Il suo predecessore, Celestino V aveva detto di lui:” Tu ti sei insinuato sul trono come una volpe, regnerai come un leone e morirai come un cane”.

Pochi papi sono riusciti ad arricchire la propria famiglia come Bonifacio. Un diplomatico Spagnolo affermò:”Questo papa si preoccupa solo di tre cose:una lunga vita, una ricca vita, una ben arricchita famiglia intorno a lui.” Conosciuto come “Magnanimus Peccator” , non perse tempo a nominare cardinali tre suoi nipoti ed a farli ricchissimi con terreni e proprietà. Secondo Dante questa “bestia” mutò la tomba di San Pietro in una fogna.

Un libertino se ce n’è mai stato uno, tenne una volta come amanti, contemporaneamente, una donna sposata e la figlia di questa. Una delle sue battute sembra essere stata:”Fare del sesso è come sfregarsi le mani”. Invecchiando diede sempre più spazio al suo secondo hobby, quello di fare soldi. Il Medico spagnolo che gli salvò la vita divenne il “secondo” uomo più odiato di tutta Roma.

L’unica preoccupazione che lo tormentava era il pensiero che tutti credevano che avesse convinto con l’inganno il suo predecessore a dare le dimissioni. Si tratta di una delle storie più strane e curiose di tutta la storia della Chiesa e cominciò alla morte di Niccolò IV, nel 1292. Nel Conclave tenutosi subito dopo a Perugia gli undici elettori non riuscirono ad accordarsi, divisi tra il Colonna e l’Orsini.
Benedetto Gaetani se ne stette in disparte, senza partecipare alla disputa. Dopo due anni di temporeggiamenti egli dichiarò di aver ricevuto una lettera da un santo eremita , Pietro da Morrone, che abitava in una caverna in Abruzzo. Chiese quindi di offrire finalmente alla Chiesa un papa santo e propose di fare papa Pietro. Una comitiva di cardinali si recò in Abruzzo, guidata da Pietro Colonna, e, tra la puzza di santità del luogo (doveva essere un bel fetore, quello di uno che non si lavava e non si cambiava mai d’abito), conferì il papato al sant’uomo. Pietro di Morrore accettò prendendo il nome di Celestino V. Non volendo risiedere a Roma che giudicava licenziosissima, stabilì la sua Sede Santa a Napoli.

Gaetani, con la scusa di metterlo più a suo agio, gli costruì all’interno del Castello Nuovo una celletta di legno nella quale, come disse un suo contemporaneo, il papa si nascondeva come “un fagiano nel sottobosco”.Non capiva un tubo di politica, non parlava il latino e ,quando doveva spostarsi, o andava a piedi o a dorso di mulo.

I cardinali si resero conto subito del loro errore: Celestino oltretutto donava ai poveri e non aveva nessuna sensibilità verso la simonia. In poco tempo avrebbe mandato la Chiesa in fallimento.


Non sapendo che cosa fare si rivolsero al Cardinal Gaetani che provvide subito a fare un buco nel muro della cella del papa e ad infilarci una sorta di megafono.
Notte dopo notte tormentò il papa:”Celestino…., Celestino…,lascia il tuo incarico….è un peso troppo grande per te”.
Dopo diverse notti di questa sorta di ipnosi subliminale posta in essere, secondo Celestino, dallo Spirito Santo, l’ingenuo monaco decise di abdicare, dopo appena cinque settimane di papato.
(“ab hoc ferunt deceptum Cælestinum voce tamquam cœlitus missa per cannam ad eum factam, ut defereret pontificatum et Bonifacium institueret” da Summa omnium conciliorum et pontificum, 1691, Lugduni)
Naturalmente Gaetani , a questo punto, pretese il papato… e lo ottenne.

Nominato nel dicembre 1294 rinchiuse, per sicurezza e tranquillità personale, Celestino nel Castello di Fumone, dove il vecchio eremita morì pochi mesi dopo.
Purtroppo per Bonifacio la famiglia Colonna venne a sapere come Bonifacio aveva ingannato Celestino e, per tutto il periodo del suo papato, Bonifacio visse nell’incubo che venisse messa in discussione la sua nomina.
Con i cardinali Colonna ci furono anche scontri militari e, ad un certo punto, Bonifacio riuscì anche ad estrometterli dal collegio cardinalizio.
Vinta questa battaglia Bonifacio decise di distruggere anche l’ultimo rifugio dei Colonna, suoi nemici mortali, e fece radere al suolo la bellissima cittadina di Palestrina ed uccidere tutti gli abitanti che non erano riusciti a fuggire (nei rapporti si parla di seimila morti).Venne distrutto tutto. Il palazzo di Giulio Cesare, i mosaici antichi e preziosi, il tempio della Vergine Maria in marmi preziosi. Solo la cattedrale venne risparmiata.
Per quest’atto mostruoso, compiuto nella primavera del 1299, Dante lo seppellì nell’ottavo cerchio dell’inferno.

Circa tre anni dopo, in seguito alla disputa con Filippo di Francia (il Bello) , già colpito da interdetti e anatemi vari (conseguenti alla Bolla “Clericis Laicos”, nella quale si scomunicava qualunque religioso che pagasse alcunché ad un laico, fosse pure re o imperatore), Bonifacio decise di emettere un’altra Bolla, che in seguito molti avrebbero preferito non avesse mai scritto:”Unam Sanctam” che, tra le altre cose, affermava “Esiste soltanto una santa, cattolica e apostolica chiesa, fuori della quale non esiste salvezza o remissione dei peccati…Colui che nega che la spada temporale è nel potere di Pietro interpreta erroneamente le parole del Signore:”rimetti la tua spada nel fodero”.Entrambe le spade, la spirituale e la temporale, sono nella potestà della Chiesa. Quella spirituale è brandita dalla Chiesa, quella temporale per la Chiesa. La prima per mano dei preti; la seconda per mano dei re e dei principi secondo il volere e la tolleranza del prete. Una spada deve sottostare all’altra; la materiale sotto la spirituale, così come l’autorità temporale è in generale sotto quella spirituale…..Il potere spirituale deve decidere sul potere terreno e giudicare se sia buono o meno. Come disse Geremia: Guarda, io ti ho messo sopra tutte le nazioni e i regni.” Come ultima pennellata aggiunse:”Noi dichiariamo, annunciamo e stabiliamo che è senza dubbio necessario per la salvezza di ogni creatura assoggettarsi al Romano Pontefice”.

Uno dei consiglieri del re di Francia commentò:”La spada del papa è fatta di parole, quella del mio padrone è d’acciaio.”
Il re diede incarico a Nogaret di fare tutto il necessario per deporre il papa, cosa che Nogaret fece con abilità ed astuzia. Un anno dopo, riunite le sue forze con quelle di Sciarra Colonna e corrotti alcuni guardiani , conquistava d’un colpo e all’improvviso Anagni, roccaforte del papa, che tutto si aspettava meno questo. Pestato e denudato, mentre ripeteva attendendo la morte da Sciarra “ec le col, ec le cape (ecco il mio collo, ecco la mia testa), fu salvato dall’intervento di Nogaret che aveva incarico di portarlo a Lione.

Dopo alcuni giorni di tormento i cittadini di Anagni si ribellarono, temendo di essere colpiti dall’anatema papale e di poter fare la fine di Palestrina, e cacciarono Sciarra e Nogaret, rilasciando il pontefice dalla sua prigionia. Purtroppo (o meglio, per fortuna!) l’uomo era completamente sconvolto e trascorreva il suo tempo sbattendo la testa contro il muro. Secondo quanto riportato morì poco dopo (trentacinque giorni) asserragliato nella sua stanza nel Laterano e solo come un cane (“morieris ut canis” era stata la profezia di Celestino).

(Dalla profezia derivò la breve frase con cui Bonifacio veniva definito: intravit ut volpes, regnavit ut lupus, mortuus est ut canis, ibid.)

La curiosità finale della storia della “Bestia Nera” di Dante, papa eretico, mondano, assassino, etc, etc., è che quando nel 1605 la sua tomba fu spostata ( per completare la nuova Basilica di San Pietro), il sarcofago si ruppe aprendosi ed il suo corpo apparve, dopo tre secoli, perfettamente intatto.
Solo le labbra ed il naso mostravano segni di danneggiamento.
Se fosse stato ammazzato da Sciarra e Nogaret avrebbe persino rischiato di essere fatto santo.

L’esilio in Babilonia (Avignone) e la discesa del papato all’inferno

I problemi del papato non finirono con Bonifacio VIII. Filippo IV di Francia (il Bello, come già detto, ma non so bene perché), non soddisfatto di vedere il suo mortale nemico andare al Creatore, era determinato a dissacrarne la memoria. Benedetto XI (che succedette a Bonifacio) cercando di rabbonire il re, lo assolse da ogni accusa o colpa per quanto era successo al suo predecessore (le beffa di Anagni). Quando un anno dopo anche Benedetto XI° mori, uno scandaloso intrigo condusse all’elezione di Bertrand de Grot, Arcivescovo di Bordeaux, come Clemente V.

Finalmente Filippo poteva disporre di un papa francese, malleabile alla sua volontà.

Clemente immediatamente annunciò ai suoi attoniti aiutanti che lo avrebbero accompagnato oltre le Alpi. La giustificazione era che di Anagni ne aveva abbastanza e che desiderava “non addolorare il nostro caro figliolo, il Re di Francia”. In Francia si sistemò ad Avignone, sotto l’attento occhio di Filippo. Si trattava di una piccola città provenzale sulla riva orientale del Rodano.
Per evitare che Filippo accusasse (post mortem) Bonifacio di frode e di eresia il papa cedette ad ogni sua volontà. Il Re ricevette lodi per il suo comportamento contro Bonifacio e Celestino V° venne canonizzato come San Pietro da Morrone. Il papato subì da questo esilio un colpo quasi mortale e sul trono pontificale si succedettero una serie di soggetti che, semplicemente, senza essere cattivi o buoni, non erano veri papi. (oddio! se pensiamo a qualche precedente erano ottime persone).

Un esempio classico fu Clemente VI (Pierre Roger de Beaufort, monaco benedettino ed arcivescovo di Rouen), eletto nel 1342. Come i suoi predecessori Giovanni XXII e Benedetto XII, anche lui non aveva mai visto l’Italia, ma , a differenza da Benedetto XII che era un vero rompiballe, Clemente sapeva esattamente come vivere e spendere:”Prima di me – disse – nessuno ha mai saputo fare il papa….Se il Re d’Inghilterra volesse far nominare vescovo il suo culo non dovrebbe far altro che chiederlo.”.
In una occasione un’asino si fece strada in pieno concistoro portando un cartello appeso al collo che diceva:”Per favore fai anche me vescovo”. Il Papa la prese in ridere come fece quando ricevette una lettera, sempre durante un udienza concistoriale, che diceva:”Dal Diavolo a Suo Fratello Clemente”.Lui ed i suoi “diavoletti” (i Cardinali) scoppiarono tutti a ridere. Il suo sistema era di concedere sempre più di quello che gli chiedevano ed il suo unico e principale obiettivo era di far tutti contenti. In Avignone tutti stavano bene:musicisti, orefici, artigiani, banchieri, astrologi, ladruncoli, magnaccia e soprattutto le splendide puttane (ed i bellissimi puttani). Alcuni si lamentavano sostenenendo che in Avignone gli dei più adorati erano Bacco e Venere.

Uno dei pochi critici severi era il Petrarca, avvelenato dal fatto che Benedetto XII a suo tempo aveva voluto sua sorella e se l’era presa corrompendo suo fratello Gerardo. Descrivendo , anonimamente per non essere bruciato, la corte di Avignone come “la vergogna dell’umanità, un covo di vizi, una fogna dove è raccolta tutta la sporcizia del mondo. Lì Dio viene disprezzato, solo il denaro viene adorato e le leggi di Dio vengono calpestate. Tutto quanto in quel luogo respira menzogna: l’aria, la terra. le abitazioni e, soprattutto, i letti. “

Papa Clemente soffriva di una indisposizione, ufficialmente diagnosticata come un disturbo renale, ma che in realtà si era beccato in camera da letto. Non era molto discreto nei suoi amori, ma questo faceva parte del suo atteggiamento verso la vita. Era uno che dava tutto quello che poteva, anche a letto. I suoi incontri privati venivano chiamati “Sessioni di indulgenza plenaria”. Però, va detto a suo merito, legittimò tutti i suoi bambini.

Gran parte del suo palazzo era a disposizione dell’Inquisizione, con larghe prigioni e camere di tortura, nelle quali Clemente scendeva ogni tanto per incoraggiare gli inquisitori. Il palazzo papale viene definito da Froissart, diarista francese, “il palazzo più bello e più solido che ci sia al mondo”. Il Papa amava le cose belle in tutto. Tapezzerie spagnole e fiamminghe, vestiti dorati di Damasco, seta toscana, abiti di lana da Carcassonne, piatti d’oro e d’argento. Sospettava che Petrarca avesse scritto quelle cattiverie sui finimenti d’oro dei suoi cavalli, ma non si arrabbiava più di tanto perché solo i morsi erano d’oro. D’altra parte anche se aveva trasformato la Curia in una sorprendente macchina da soldi, Clemente era sempre a corto di denaro. Comprare l’intera città, nel 1348, gli era costato 80.000 fiorini. Egli aveva ridotto anche l’intervallo dei Giubilei a 50 anni così da poterne usufruire durante il suo papato (Bonifacio VIII ne aveva deciso uno ogni 100 anni), guadagnando cifre enormi sui pellegrini che passavano da Avignone nel loro viaggio a Roma. Sia la regina Brigitta di Svezia sia Caterina da Siena (poi fatte sante) scrissero molte lettera al papa pregandolo di tornare a Roma, ma senza alcuna risposta. Il 3 dicembre 1352 un fulmine colpì la basilica di San Pietro, colpendola e fondendo le campane. Tutti pensarono che il papa fosse morto e cominciarono a festeggiare:”E’ morto, il papa è morto e seppellito all’inferno”. I pietosi dissero: beh! ora è finita. I cinici invece: non ce n’è mai abbastanza.

Ci sono state un mucchio di occasioni in cui cattolici hanno detto: il papato ha raggiunto il suo punto più basso, oltre non può scendere. Dante lo disse di Bonifacio VIII, Petrarca del periodo avignonese. Entrambi sbagliavano.

Le pressioni di Caterina da Siena, pallida ed asciutta suora toscana, su Gregorio XI riuscirono a far breccia costringendolo (insieme alle minacce dei romani di eleggere un nuovo papa) a ritornare a Roma , cosa che fece nel 1377. Dei 278 anni trascorsi dal 1100 solo 82 i papi li avevano trascorsi a Roma. E la città eterna ci mise solo pochi mesi a farlo secco.

Alla morte del papa gli elettori si divisero in due fazioni, francese e italiana. I francesi erano determinati ad eleggere uno di loro e dato che il Laterano era bruciato il conclave si tenne in aprile al Vaticano. Fuori, 30.000 romani urlavano come matti:”romano lo volemo”. E, se non romano, doveva almeno essere italiano. I cardinali presenti, non sapendo bene cosa fare votarono per un outsider, Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari (quindi non u romano), ma , per paura della torma di gente, vestirono l’ottantenne cardinal Teobaldeschi in abito papale e lo esibirono alla folla. Un corriere corse a Pisa per comunicare l’elezione di Teobaldeschi (era cardinale a Pisa), dove festeggiarono con fuochi d’artificio. Solo tre giorni dopo venne comunicato a Prignano che il papa era lui, che si insediò sulla sedia papale con il nome di Urbano VI. Napoletano di basso ceto Urbano veniva ritenuto persona facile da manovrare da parte degli astuti francesi. Ma avevano fatto male i conti. Lievemente alcolizzato e soggetto ad attacchi d’ira, il papa odiava le smancerie e voleva riformare i “drogati”, come li chiamava a tutti i costi. In alcune occasioni cercò materialmente di picchiare i cardinali che lo irritavano, trattenuto da Roberto di Ginevra, mentre sbraitava:”Io faccio tutto, assolutamente tutto quello che mi pare”.
Mentre un manipolo di cardinali cercava di trovare un sistema legale di interdirlo, senza riuscirci, scomunicò Re Carlo di Napoli, un vecchio nemico. Poi , imprigionato da Carlo nella fortezza di Nocera, scomunicò, tutti i giorni quattro volte al giorno, tutto l’esercito di Carlo. Liberato dai Genovesi venne visto ubbriaco a Genova, in un giardino, mentre cinque cardinali ribelli venivano torturati in un stanza vicina.

Un gruppo di cardinali francesi, fuggiti ad Anagni, stabilirono che Urbano “non era il papa” e nominaro pontefice Roberto di Ginevra, cugino del Re di Francia, che si fece chiamare Clemente VII. Urbano contrattaccò nominando 26 nuovi cardinali a lui fedeli. Dato che entrambi i papi erano stati nominati più o meno dallo stesso gruppo di cardinali, la situazione era critica. In Inghilterra Wyclif disse:”ho sempre saputo che il papa aveva i piedi biforcuti (allusione al demonio), ora ha anche la testa biforcuta (due papi).”. La confusione era al massimo ed ognuno prese posizione: l’Inghilterra per Urbano, la Francia per Clemente, mentre la cristianità era nel casino e pensava: se nessuno sa chi sia il vero papa, a che cosa ci serve il papato?

Clemente, ad Avignone, si comportava peggio di un puttaniere, dimostrando di essere un vero papa avignonese, dopo aver già dimostrato le sue capacità di bugiardo da cardinale.

Nel 1389 Urbano, il papa che nessuno voleva, finalmente morì. I quattrodici cardinali rimasti a Roma scelsero come successore Bonifacio IX, un assassino e probabilmente il più grande simoniaco della storia. Era in grado di vendere tutto e vendeva tutto. Si diceva che nessuno era in grado di spremere soldi da una santificazione o una canonizzazione meglio di lui. Non capitò mai che mettesse la firma su di un documento senza farsi pagare lautamente. Forse l’unica cosa che non fece pagare fu la scomunica di Clemente, che Clemente ricambiò immediatamente. La situazione era incasinatissima. Brigitta di Svezia venne canonizzata tre volte per essere assolutamente sicuri di averla fatta santa. La cosa andò avanti fino al 1409 , quando in un Concilio, convocato a Pisa, vennero deposti entrambi, Gregorio XII (succeduto a Innocenzo VII, che era succeduto a Bonifacio) a Roma e Benedetto XIII (succeduto a Clemente), come eretici e scismatici. Venne nominato il cardinal Filargi di Milano, con il nome di Alessandro V°. Naturalmente ne Gregorio ne Benedetto furono d’accordo e così, invece di due papi, adesso ce n’erano tre.

Qualcuno suggerì di dividere la triplice tiara in tre parti, qualcun altro di cambiare il “credo” come segue: “CREDO IN TRE SANTE CHIESE CATTOLICHE” . L’unica certezza che uscì dal Concilio di Pisa era che il papa nominato non era il vero papa. Comunque ora c’erano TRE infallibiki papi, tutti invocanti la suprema autorità sulla Chiesa, tutti scomunicanti solennemente gli altri due e tutti minacciando di convocare un Concilio in tre posti diversi.

A questo punto (1410 ca.) i personaggi del dramma erano:
Angelo Corrario, Gregorio XII, veneziano di circa novant’anni, scelto dai romani perché “troppo vecchio per essere corrotto”: Il papa provvide a smentirli immediatamente impegnando la sua tiara per pagare i debiti di gioco e vendendo tutto quello che poteva. Sia quello che c’era sia quello che non c’era, arrivando a vendere Roma al Re di Napoli.
Pietro di Luna, isterico spagnolo nominato dagli avignonesi. Era quello che contava meno, in quanto abbandonato anche dal Re di Francia. Prestò se ne tornò in Spagna, dove scomunicò tutti, l’intera Chiesa ed i fedeli, sostenendo fino all’ultimo di essere il vero papa.
Baldassarre Cossa, Giovanni XXIII, un soave cardinale che era succeduto ad Alessandro V e rappresentava l’ obbedienza pisana .Si riteneva che non si fosse mai confessato e comunicato, che non credesse nell’immortalità dell’anima e nella risurrezione della carne e qualcuno riteneva che non credesse in Dio. Era conosciuto per essere un ex-pirata, un avvelenatore (il povero Filargi), uccisore di massa, fornicatore assoluto con una predilezione per le suore, adultero su scala fino ad allora sconosciuta, simoniaco per eccellenza, ricattatore, magnaccia e maestro di trucchi sporchi.

All’epoca della sua elezione era un diacono. Venne ordinato prete un giorno e fatto papa il giorno dopo.

Quando fu eletto un altro Giovanni XXIII, nel 1958, molte cattedrali cattoliche dovettero rimuovere il Giovanni XXIII del XV secolo dalle loro liste di papi.

Un concilio, un papa imbarazzante ed il problema del papato

Il vento favorevole della buona sorte di Cossa girò con Sigismondo, l’imperatore di fatto in quel momento (venne nominato solo nel 1433), che lo anticipò convocando un Concilio con il precipuo scopo di ridurre il numero dei papi in circolazione. Il posto era la città fortificata di Costanza, sul lago omonimo, situata in Germania più o meno al confine con la Svizzara e la data era il 1414 (durò fino al 1418). Nel giro di pochi mesi il numero degli abitanti della ridente cittadina salì da seimila a sessantamila e poi a centoventimila.

Quando il clero si riuniva era cosa saggia scegliere un posto vicino all’acqua, fosse fiume, lago o mare, anche al fine di potersi liberare facilmente dei cadaveri. Il Lago di Costanza ne ricevette oltre cinquecento mentre il Concilio era in sessione; anche il Reno conserva molti segreti. Un’altra necessaria caratteristica era che il luogo della riunione fosse ampio abbastanza da sistemare il grande numero di prostitute che scoprivano subito come il clero avesse bisogno dei loro servizi assai più dei militari e pagasse molto meglio. All’epoca del Concilio si calcola che in Costanza ce ne fossero 1200 che lavoravano a tempo pieno.

Il giorno di Tutti i Santi del 1414 Giovanni XXIII, quarantottenne pirata rivestito d’abiti dorati, celebrò messa e pregò aprendo ufficialmente il Concilio. Erano presenti trecento vescovi, circa trecento teologi ed un gran numero di cardinali.

Il rettore dell’università di Praga, Huss, a cui Sigismondo aveva garantito un salvacondotto, venne immediatamente arrestato su ordine di Cossa e regolarmente imprigionato. Era una lezione per tutti, specialmente per Papa Benedetto (soprannominato “benefictus”, ossia falso) e Papa Gregorio (chiamato “errorius”, cioè sbaglio).

Giovanni XXIII aveva preso un rischio nel traversare le Alpi ed entrare nel territorio controllato dall’imperatore, ma aveva in tasca abbastanza voti da sentirsi sicuro. C’erano più vescovi italiani che tutti gli stranieri messi insieme. Quello che lo rovinò fu il fatto che il Concilio decise di votare per nazione invece che per “testa”. La sua maggioranza venne immediatamente spazzata via e Sigismondo, arrivato a Costanza il giorno di Natale, gli ordinò di dare le dimissioni.

Cossa prese visione dell’atto di accusa rivoltogli che conteneva un ricco campionario delle sue “colpe” (dovevano aver raccolto la testimonianza di tutte le Maitresses d’Europa) e, sentite le richieste inglesi di bruciarlo per eresia, decise di mollare, a patto che gli altri due papi facessero lo stesso. Travestito da sposa lasciò Costanza di notte, pensando che senza papa non si potesse tenere il Concilio. Nel gruppetto di cardinali che lo seguirono e raggiunsero nel suo nascondiglio a Schaffausen c’era anche Oddo Colonna, che poi sarebbe diventato papa, a cui fecero subito seguito le guardie imperiali che lo catturarono e ricondussero indietro a far fronte alle accuse.

Il Concilio assunse piena autorità e fece quell’unanime dichiarazione che condizionò la Chiesa sin d’allora:”Il Santo Concilio di Costanza…dichiara, primo, che è riunito nel nome dello Spirito Santo, che costituisce un Concilio Generale rappresentante la Chiesa cattolica e che, di conseguenza, trae la sua autorità direttamente da Cristo; che tutti gli uomini di ogni rango e condizione, compreso il papa stesso, sono tenuti ad obbedirgli in materia di fede, di conclusione di uno scisma e di riforma della chiesa di Dio sia nel suo capo, sia nei suoi membri.”

Enea Silvio Piccolomini , Pio II, scrisse:”Nessuno può in alcun modo dubitare del fatto che un Concilio sia superiore ad un papa”. Perché qualcuno dovrebbe dubitarne? L’insegnamento più antico della Chiesa afferma che un Concilio Generale è supremo in fede e disciplina. Sulla base di questo più di un papa è stato condannato per eresia.

Il Concilio cominciò con il deporre Benedetto, che era già scappato a Peñiscola. Giovanni XXIII fu il prossimo. Egli si rifiutò di cedere, ma i Padri Conciliari, pur ammettendo che lui era il vero papa stabilirono che la chiesa era più importante del papa, e, riducendo le accuse da 54 a cinque, lo condannarono.
Gibbon in The Decline and Fall rileva:”Le accuse più scandalose furono soppresse; il Vicario di Cristo venne accusato solo di PIRATERIA, ASSASSINIO, VIOLENZA CARNALE, SODOMIA ED INCESTO”. Era ben noto che l’unica forma di esercizio fisico che il papa faceva era quella a letto. L’assoluzione dal crimine di eresia deriva probabilmente dal fatto che Cossa non aveva mai mostrato abbastanza interesse per la religione da poter essere classificato come eterodosso.

Il 29 marzo 1415 i sigilli del papa vennero frantumati con un martello ed a lui, in considerazione del rispetto dovuto ad un ex-papa, vennero comminati solo tre anni di prigionia.

Il povero Huss, innocente, serio, casto, incorruttibile venne invece ingiustamente bruciato sul rogo da stupidi domenicani che non avevano nemmeno mai letto le sue opere.

Infine il novantenne Gregorio XII, dopo aver ufficialmente convocato un Concilio che era già riunito da molti mesi, diede le dimissioni.
Ora tutti i tre papi erano stati sistemati per le feste.
Non essendoci accordo tra Sigismondo, che voleva riformare la Chiesa prima di nominare un papa (pensava che nussun papa poteva farlo), Enrico V d’Inghilterra ed il re di Francia, venne nominato papa Oddo Colonna, che assunse il nome di Martino V. Il Colonna , che aveva la carica di diacono, ricevette i voti sacerdotali due giorni dopo essere diventato papa.
Martino, che non aveva nessuna voglia di riformare qualcosa, fece di tutto per andarsene prima possibile da Costanza e tornare a Roma. Di fatto , non appena Cossa venne rilasciato dalla sua confortevole prigione ad Heidelberg e ritornò a Firenze, Martino provvide subito a farlo vescovo di Frascati e ardinale di Tuscolo, riinsediando nel clero questo assassino e violentatore confesso.

Il desiderio di Martino di ritornare a Roma, sciogliendo il Concilio, era anche determinato dal cercare a tutti i costi di evitare che il Concilio assumesse decisioni che in qualche maniera sminuissero la sua autorità.
La questione sarebbe rimasta irrisolta e sospesa, almeno per quanto attiene ai papi, fino al Primo Concilio Vaticano, quattrocentocinquanta anni dopo, che sostenne che credere nella supremazia e nell’infallibilità papali è indispensabile per la salvezza dell’anima.
C’è da chiedersi cosa sarebbe successo se questo dogma dell’infallibilità e della supremazia papale fosse esistito prima del Concilio di Costanza. Probabilmente l’assenza di questo “principio”, attualmente centrale per il cattolicesimo romano, salvò la Chiesa dal papato in quel momento cruciale.

In realtà Costanza non salvò la Chiesa. Si concluse senza una singola seria riforma e nel giro di poche settimane dal ritorno a Roma, Martino aveva già rimesso in moto il normale andazzo curiale.
L’intera cristianità era preoccupata. Nel decimo secolo, malgrado tutti quei papi adolescenti, adulteri, traditori ed assassini, il papato era un fenomeno locale. Il capo di una potente famiglia romana metteva sul trono papale il suo amato figliolo, che durava giorni, mesi o anni, per essere poi eliminato da una famiglia rivale.
Ma dall’undicesimo secolo, con Gregorio VII, il papato aveva imposto il suo marchio sulla cristianità e predisposto un controllo quasi completo sull’intera chiesa. La corruzione raggiunse livelli mai visti. Lo storico T.A.Trollope, nel suo libro “I Conclavi Papali”, afferma: “Poche elezioni papali, se pure ce n’è qualcuna, sono state men che simoniache…L’invenzione del Sacro Collegio è stata, assolutamente, forse la più feconda sorgente di corruzione della Chiesa.” Molti cardinali si recavano ai conclavi in Roma con i loro banchieri e portando i loro oggetti di maggior valore. Se venivano eletti papa la torma romana invariabilmente saccheggiava le loro abitazioni portandosi via tutto.

Rarissimamente erano scelti per le loro opere religiose e, quasi tutti, dovevano l’elezione ad intrighi e scambi di favori. In epoca rinascimentale tutti quanti avevano le loro “compagne” e amanti. Una volta eletti papi cercavano solo di arricchire se stessi e la propria famiglia. Uno di loro, Clemente IV, un vedovo, nel 13° secolo vendette migliaia di italiani del sud a Carlo d’Angiò in cambio di un tributo di 800 oncie d’oro.
La Curia era composta da uomini che avevano pagato per avere il posto e assolutamente dovevano recuperare i loro soldi, cosa che facevano con tutti i mezzi possibili, scomunica compresa. Era la Curia che stabiliva le tariffe della simonia e c’era un prezzo per tutto, parrocchia, abbazia, indulgenza, etc. Nel sedicesimo secolo intere diocesi erano vendute dai vescovi per recuperare soldi e di alcune si conoscono persino gli acquirenti (in genere banchieri, come i Fuggers in Germania). Le dispense papali erano un’altra fonte di denaro: dispense per la quaresima, dispense per sposarsi tra consanguinei,dispense per non andare a messa. Nel periodo rinascimentale il clero era incredibilmente corrotto, ignorante e puttaniere. Sembra che il peggior insulto per un erudito laico fosse di essere chiamato “prete”.

Nel 1432, malgrado gli sforzi disperati della Curia per evitarlo, un Concilio di vescovi si tenne a Basilea che decise quanto segue:
Da ora in avanti tutte le nomine ecclesiastiche devono essere eseguite secondo i canoni della Chiesa; tutte le simonie devono cessare. Da ora in avanti tutti i preti, di qualsiasi rango, devono liberarsi delle loro concubine e chiunque non lo faccia entro due mesi, fosse pure il vescovo di Roma (il papa), verrà privato del suo ufficio….l’amministrazione ecclesiastica dovrà cessare di dipendere dal capriccio palale…gli abusi di bandi e scomuniche da parte dei papi dovranno cessare…la curia romana, e cioè i papi, dovranno cessare di chiedere compensi per gli incarichi religiosi…il papa non dovrà pensare alle ricchezze mondane a solo a quelle del mondo che verrà.
Si trattava di roba forte…troppo forte. Il papa regnante, Eugenio IV, convocò un proprio Concilio a Firenze, che stabilì che :”Basilea era un covo di mendicanti,….apostati, ribelli blasfemi, uomini colpevoli di sacrilegio e che, senza eccezione, meritavano di essere cacciati indietro all’inferno al quale appartenevano.”
Occorre ricordare che questo è anche il secolo di Sisto IV e di Rodrigo Borgia (Alessandro VI).

L’approssimarsi della tempesta

Nel quindicesimo secolo non una voce si levava in difesa del papato e, con uomini come Francesco della Rovere sul trono, non è difficile immaginare perché.
Francesco divenne Sisto IV nel 1471. Aveva diversi figli, chiamati, secondo il costume dell’epoca, “i nipoti del papa”. Sisto concesse a tre nipoti ed ad altri sei parenti il cappello cardinalizio. Tra i vari beneficiari c’era anche Giuliano della Rovere, futuro Giulio II.

Il favorito di Sisto era Pietro Riario, che lo storico Theodor Griesinger ritiene fosse figlio suo e della sorella. Di sicuro il neo papa dimostrava un’allarmante affetto per il ragazzo. Tanto da nominarlo vescovo di Treviso, cardinale arcivescovo di Siviglia, patriarca di Costantinopoli, arcivescovo di Valencia e, da ultimo, arcivescovo di Firenze (dove risiedevano i suoi mortali nemici: I de Medici)

Fino a quel momento Pietro, che era stato un semplice francescano, ogni anno cuoceva il proprio unico saio per eliminare i parassiti.
Diventato cardinale cambiò radicalmente. Si trasformò in uno spendaccione su larga scala, in un donnaiolo, che manteneva amanti nella ricchezza più sfrenata, tanto da far preoccupare persino i diaristi dell’epoca. Morì giovane completamente scoppiato dai vizi.

Opera di Sisto fu la cappella che porta il suo nome (Cappella Sistina), nella quale attualmente avvengono tutte le elezioni papali. Da ricordare il fatto che la predetta Cappella Sistina ne ha viste di tutti i colori: dai cardinali che bivaccavano, si pestavano e si intrattenevano sino ai cavalli di Napoleone, che la utilizzò come stalla.

Sisto fu anche il primo papa a concedere una licenza “legale” ai bordelli di Roma, che gli portavano trentamila ducati all’anno in imposte, ed a concedere ai preti di tenersi una compagna contro pagamento di un’apposita tassa. Un’altra fonte di guadagno era quella rinveniente dai permessi concessi ai ricchi di consolare certe signore in assenza dei mariti. Ma era nel campo delle indulgenze che Sisto mostrò tutto il suo genio: egli fu infatti il primo che pensò di poterle liberamente applicare ai morti. Questo costituì una illimitata fonte di guadagno alla quale nessuno dei suoi predecessori, neanche i più avidi, aveva mai pensato.
La cosa aveva implicazioni teologiche straordinarie perché il papa, creatura di carne e sangue, affermava di avere potere nella regione della morte. Anime tormentate per il loro peccaminoso comportamento da viventi, potevano ora essere liberate dai tormenti del Purgatorio sulla sola parola del papa, posto che i loro affezionati e religiosi familiari pagassero la giusta mercede. Chi si sarebbe rifiutato di compiere un atto di carità cristiana verso le persone amate? Padri, mariti, amanti, parenti, tutti cercavano di tirare fuori dal purgatorio i loro cari spendendo quanto necessario.

Con la minaccia e la descrizione di luoghi orribili (il purgatorio era rappresentato come luogo di sofferenza) tutti erano indotti a credere che il perdono papale avrebbe condotto i loro cari in paradiso. Il potenziale di corruzione era enorme. In precedenza buona parte del reddito della Curia e del papato proveniva dal commercio di reliquie, che, peraltro, non erano inesauribili anche se facilmente falsificabili. La grandezza di Sisto risiede nel suo essere riuscito a scovare un bene assolutamente illimitato e non consumabile, il cui prezzo poteva essere adattato a tutte le borse e che non costava assolutamente nulla. Ai fedeli non era richiesto pentimento, preghiera o altro, solo il pagamento del controvalore (adattabile alle possibilità di ciascuno).

L’invenzione del Purgatorio, del quale non esiste citazione alcuna nelle scritture sacre, era elemento sostanziale di questo fruttuosissimo commercio papale. La semplice riflessione che se il papa può liberare un anima per denaro, la può ben liberare anche senza denaro, se ne può liberare una , le può anche liberare tutte e , se non lo fa, è un mostro tiranno – come giustamente rilevò Simon Fish (A Supplicacyion for the Beggars- 1529) , pareva non venire eseguita da alcuno.

Tanto per peggiorare le cose,come già detto, nel 1478 Sisto pubblicò anche la Bolla che istituiva l’Inquisizione nella Castiglia. Nel 1482 duemila eretici furono bruciati nella sola Andalusia.

Sisto morì nel 1484 e qualcuno disse, dato il temperamento guerrafondaio dimostrato dal papa, che era stato ucciso dalla pace.

Il suo successore, Innocenzo VIII, provvide ad emettere la Bolla Spagnola contro gli ebrei, che , secondo quanto detto da “Il Dizionario Cattolico” provvide a fornire lavoro all’Inquisizione per secoli. Malgrado le richieste crescenti decise di non fare nulla contro il concubinaggio del clero, tanto che qualcuno, ironizzando, scrisse:”Sua Santità si alza la mattina dal suo letto di puttane per aprire e chiudere i cancelli del Purgatorio e del Paradiso”. In punto di morte sembra abbia fatto sperimentare su di sè (dal suo medico ebreo, che lui credeva avesse magici poteri) la trasfusione del sangue di tre giovani (tutti morti inutilmente, anche se lautamente pagati “da vivi”, perchè appena morti Burchard, suo segretario, si riprese i denari). Ma non eravamo ancora arrivati in fondo all’abisso.

Si ritiene che il catalano Rogrigo Borgia abbia commesso il suo primo omicidio quando aveva dodici anni, uccidendo a pugnalate un coetaneo. Non sembra avesse alcuna riservatezza nemmeno per quanto riguarda le faccende amorose, ma, sfortunatissimo, suo zio era il pontefice Callisto III, che provvide, nel 1456, a nominarlo arcivescovo di Valencia, la più importante diocesi spagnola.
Rodrigo era già famoso per fare sesso indifferentemente con una signora e le sue due bellissime figlie (una delle quali era la sua amata Vanozza Cattanei)

Richiamato a Roma per diventare cardinale, a ventisei anni, e vice cancelliere della Chiesa un anno dopo, non potendo sostenere il dispiacere dalla lontananza dalle sue amanti le sistemò a Venezia.
Alla morte dello zio il nuovo papa, Pio II, gli ruppe un poco le balle ironizzando sul fatto che “gli si addiceva non aver altro in testa che piaceri voluttuosi”, ma , nel complesso, Rodrigo superò il regno di ben quattro papi, riuscendo a farsi eleggere nel 1492 con il nome di Alessandro VI, dimenticandosi tra l’altro che Alessandro V era stato inserito tra gli antipapi e quindi ufficialmente “non esisteva”.

Nella lotta per l’elezione venne spesa una vera fortuna. Sul della Rovere erano stati impegnati 200.000 ducati dalla Francia e 100.000 da Genova, ma il Borgia , pur spendendo fino all’ultimo quattrino riuscì a prevalere.
Si dice che dopo l’elezione, Giovanni de Medici abbia detto al Cardinal Cibo:”Ora siamo nelle grinfie del lupo più selvaggio che il mondo abbia mai visto. O scappiamo o lui, senza dubbio alcuno, ci divorerà.”. Il cardinal della Rovere fuggì immediatamente, per ritornare solo dieci anni dopo, quando il Borgia era già morto.

Del Borgia si sa quasi tutto, delle sue amanti, dei suoi molti figli (quasi tutti regolarmente riconosciuti, bisogna dirlo), della sospettata relazione con sua figlia Lucrezia e del feroce e crudelissimo Cesare, modello del Machiavelli per “il Principe”

Sembra che Alessandro avesse intenzione di condurre Cesare fino al papato, con le varie nomine a vescovo, a cardinale e con le ripetute Bolle emanate al fine di regolarizzarne la posizione pubblica.

Ma Cesare doveva essere troppo anche per il padre, tanto che sembra che anche la morte di Alessandro conseguisse ad un erroneo tentativo di avvelenamento (erroneo perché non diretto al padre) che Cesare sbagliò.

Gli anni del papato del Borgia, a rileggerne la sequenza e gli eventi che si verificarono nel loro corso, hanno un qualcosa di estremo, di “off limits” , del genere di quell’orologio che pubblicizzano in tv. Tutto era portato all’eccesso: gli omicidi, gli avvelenamenti, le orgie, i rapporti incestuosi, la sifilide e le malattie veneree, i mariti ammazzati perché inutili o fastidiosi. Insomma un mondo di viziosi violenti dei quali Rodrigo non era certamente il peggiore.
Le questioni politiche di potere condizionavano poi anche la pubblica verità, come quando per poter far risposare Lucrezia (per ragioni politiche) Alessandro cercò di far annullare il precedente matrimonio con Giovanni Sforza per “matrimonio non consumato per impotenza del marito”. Tutta Roma ne rise per mesi dato che lo Sforza rifiutò di cooperare, affermando la consumazione abbondante, la sua virilità ed offrendo anche pubbliche dimostrazioni, mentre Lucrezia era conosciuta come “la più gran puttana che Roma abbia mai conosciuto”. La morte di Alessandro per avvelenamento fu orrenda ed il cadavere fu descritto dall’ambasciatore Giustiniani, veneziano, “come il più orribile, mostruoso e brutto corpo morto che si sia mai visto, senza ogni forma o apparenza di umanità”. Qualche ora dopo la morte il corpo esplose vapori sulfurei da tutti gli orifizi ed era tanto puzzolente che fu difficile trovare qualcuno che lo mettesse nella bara e lo trasportasse in San Pietro, da dove, peraltro, fu espulso nel 1610 (ora è deposto nella Chiesa Spagnola di Via di Monserrato).

L’inevitabile Riforma

Poco dopo il Borgia (nell’intervallo ci fu Pio III) salì sul trono papale Giulio II, uno degli uomini più rimarcabili della storia. Era un francescano genovese, alto, di bella presenza e sifilitico. Pagò per essere eletto centinaia di migliaia di ducati e, subito dopo, decretò che chiunque corrompesse nel corso di un Conclave doveva essere deposto.
Uomo atletico, egli portava sempre con se un bastone con il quale colpiva chiunque gli rompesse le scatole. La religione per lui non era neanche un hobby e la sua quaresima consisteva in pranzi con trote, lamprede, tonno ed il miglior caviale.
Viene ricordato anche come un patrono delle arti e l’essere riuscito a convincere Michelangelo a produrre le decorazioni della Cappella Sistina va sicuramente a suo merito (Michelangelo rifiutò il primo incarico e, dopo essere fuggito a Firenze, accettò solo nel 1508, due anni dopo e soltanto perché Giulio II lo costrinse).
Probabilmente Michelangelo non amava particolarmente dipingere e , ritenendosi uno scultore, pensava che in un opera del genere non avrebbe potuto esprimersi al meglio. Persino dalle “ricevute” da lui redatte traspare questa sua opinione: “Io, Michelangelo Buonarroti, scultore , ho ricevuto 500 ducati in acconto….per dipingere la volta della Cappella Sistina” In quattro anni l’artista riempì quasi 500 metri quadri di volta con oltre 300 figure.Lo stare sempre disteso gli fece venire il gozzo, gli irrigidì la spina dorsale e la sua barba si fuse con i peli del torace.
La sua opera creò un nuovo Vaticano.

Giulio però amava la guerra ancora più dell’arte e gli piaceva condurla personalmente. Era un ottimo stratega e, malgrado fosse così consumato dalla sifilide da non poter offrire il piede da baciare “quia totus erat ex morbo gallico ulcerosus”, andava a cavallo in armatura guidando il suo esercito una volta tanto non per la famiglia ma per il papato. Sembra fosse sua l’espressione, nel corso dell’assedio di Morandola, allora in mani francesi, “Vediamo chi ha le balle più grosse, se il re di Francia o il papa”. E non si riferiva alle palle di cannone.
Era, peraltro, anche un donnaiolo impenitente (ancora da cardinale aveva già avuto tre figlie)

La sua irritazione per non ricevere il richiesto supporto nelle campagne militari lo condusse a preparare una Bolla contro Luigi XII di Francia, nella quale lo privava del regno sostituendolo con il pio Enrico VIII (allora soprannominato “defensor fidei”, ma cambiò completamente parere quando gli proibirono di divorziare) d’Inghilterra, che fortunatamente la morte gli impedì di pubblicare.
Probabilmente la sua Bolla avrebbe reso protestante anche la Francia, come poi avvenne con l’inghilterra.
Giulio II, alias Giuliano della Rovere, morì nel 1513.

Alla nuova elezione il cardinal Farnese corse fuori dal conclave urlando a squarciagola:”Palle! Palle!”. Era il riferimento ai “palli” dello stemma de’Medici. Sembra che fossero tutti stupefatti, perché era una scelta imprevista.
Giovanni de Medici aveva solo 38 anni ed essere figlio di Lorenzo il magnifico e di una Orsini doveva essere stato un vantaggio non da poco.
A sette anni, epoca della sua prima comunione, venne fatto abate. A otto il Re di Francia lo volle arcivescovo di Aix en Provence; fortunatamente qualcuno controllò e riscontrò che c’era già un arcivescovo ad Aix. Per compensazione il Re lo fece priore di Chartres. A undici diventò abate di Monte Cassino. A tredici anni divenne il più giovane cardinale di ogni epoca, pur non eguagliando il primato di Benedetto IX, che diventò papa ad undici anni.

Persino Innocenzo VIII, che non era di mentalità ristretta, ebbe degli scrupoli a portarlo nel Sacro Collegio prima dei vent’anni e pretese che trascorresse tre anni di prova apprendendo teologia e canone ecclesiastico.

All’epoca della sua elezione Giovanni “faccia di pasta” era grasso, miope con gli occhi a palla e, per ragioni all’inizio non ben chiare, casto. Non aveva ne amanti ne “nipoti” ( o bastardi). La ragione era probabilmente la sua omosessualità. Guicciardini afferma che il papa era eccessivamente dedito ai piaceri della carne, specialmente a quelli che, per decenza, non possono essere menzionati.

Quando il Concilio iniziò Giovanni era malato e dovette esserVi trasportato in barella, cosa che portò alle stelle le sue possibilità di nomina. Gli elettori avevano anche altre ragioni per votarlo: egli soffriva di ulcere croniche sulla schiena ed i frequenti interventi chirurgici (per la loro capacità infettiva) avrebbero dovuto mandarlo all’altro mondo quanto prima. Malgrado tutto ciò, Leone era davvero un carattere brillante e vivace. Le sue prime parole come papa furono dirette a Giulio de Medici, suo cugino illegittimo:”Ora posso veramente divertirmi.”Toltosi il cappello cardinalizio lo passò al cugino con le parole:”Per te, cugino mio” e si mise la tiara papale (Tra l’altro Giulio ne fece buon uso diventando papa con il nome di Clemente VII, uno dei papi più disastrosi).

Invece di dar via tutto per seguire Cristo, Leone prese per se tutto ciò che poteva in nome di Cristo. Giocatore incallito e spendaccione si diceva obbedisse a Gesù in una cosa sola: nel non darsi pensiero del domani. Era l’unico tipo di papa con cui i romani si sentivano a proprio agio. Spendeva tutto con loro, invece di spremerli come limoni per fare stupide guerre, come quel maniaco di Giulio II.

Era un epoca di sfarzo senza paragone. Il Cardinal Cornero dava pranzi di 65 portate , ciascuna delle quali era composta da tre differenti piatti. Durante il Carnevale si trascorrevano giornate intere gozzovigliando, assistendo a spettacoli e facendo balli mascherati.
Leone stipendiava direttamente 683 cortigiani, molti giullari, un orchestra, un teatro permanente (specializzato in Rabelais) e pagava il mantenimento di un gran numero di animali selvaggi, dei quali il suo preferito era un elefante bianco, donatogli da Re Emanuele del Portogallo.
Leone manteneva alla Magliana una residenza di caccia che non aveva nulla da invidiare a Castel Gandolfo e spendeva cifre tali (prendendole spesso in prestito da banchieri ad interessi usurari del 40%) che tutti i bordelli di Roma (c’erano 7.000 prostitute registrate su di una popolazione di 50.000 persone) non riuscivano a rendergli abbastanza da andare in pari. La sifilide , come disse appunto il sifilitico Benvenuto Cellini, “era frequentissima tra i preti”.
Per fare più soldi Leone si inventò nuove cariche da vendere, quadruplicandole rispetto a quelle esistenti con Sisto IV. Era sua consuetudine metterle all’asta per ricavarne di più. Ci furono anche tentativi di assassinio da parte di alcuni cardinali che lo volevano morto (v. Cardinal Petrucci di Siena, attraverso l’opera del medico Battista de Vercelli), andati regolarmente a monte. Nel 1517 arrivò al punto di formalizzare la vendita delle indulgenze, divulgando addirittura un apposito tariffario, la TAXA CAMARAE, che sembrano concedere indulto e perdono per quasi ogni immaginabile crimine.

Nel corso del suo papato, e sempre per ragioni di soldi, scoppiò il “casino tedesco”. La vendita al Principe Alberto di Hohenzollern, già vescovo di Magdeburgo e Halbertstadt, delle diocesi di Mainz e della Primazia Tedesca, contro un fortissimo prestito da parte dei banchieri Fuggers, portò Leone ad elaborare un piano di rientro per il debito contratto da Alberto con lui, mediante un’ulteriore vendita di indulgenze. L’incarico venne materialmente affidato al domenicano Tetzel (che ne traeva il suo personale guadagno) che , venditore abilissimo, riusciva a smerciare indulgenze per tutto (pare che qualcuno abbia venduto anche un’indulgenza così potente da rimettere i peccati persino a chi avesse violentato la Vergine Maria).

L’eccesso vergognoso portò Lutero a reagire inchiodando le sue “Novantacinque Tesi sulle Indulgenze” sulle grandi porte del castello di Alberto a Wittenberg.
Martin Lutero, d’altra parte, non era certo il primo a criticare il papato. A parte tutti gli episodi precedenti è da ricordare il rifiuto inglese di ospitare Innocenzo IV (1243-54, allora in fuga da Federico II), giustificato dagli Inglesi “perché la dolce inghilterra non avrebbe potuto sopportare il tanfo della Corte papale.” e l’icredibile lettera di ringraziamento di Innocenzo (materialmente scritta dal cardinal Hugo) al popolo di Lione (che lo aveva invece ospitato) : Durante il nostro soggiorno nella vostra città, noi (la Curia Romana), siamo stati di caritevole assistenza per voi. Al nostro arrivo c’erano soltanto tre o quattro sorelle dell’amore, mentre alla nostra partenza vi abbiamo lasciato , per così dire, un bordello che si estende da una parte all’altra della città (dalla porta occidentale alla porta orientale).”

Nello stesso secolo (milleduecento) San Bonaventura, cardinale e generale dei francescani, paragonò Roma alla meretrice dell’Apocalisse, anticipando Lutero di trecento anni. Questa Puttana, egli disse, rende i Re e le nazioni ubbriache con la sua puttanaggine. Dichiarò anche di non aver trovato in Roma altro che lussuria e simonia, persino nei gradi più alti della Chiesa. Roma corrompe i prelati, che corrompono i preti, che corrompono il popolo.
Dante spedì all’inferno papa dopo papa e torme di prelati.
Il vescovo Alvaro Pelayo, aiuto papale ad Avignone, suggerì che la Santa Sede avesse infettato con il veleno dell’avarizia l’intera chiesa:”Se il papa si comporta così, dice il popolo, perché noi dobbiamo fare diversamente?”
In un giorno normale Giovanni XXII, capo di Pelayo, scomunicò un patriarca,cinque arcivescovi, trenta vescovi e quarantacinque abati. Il loro crimine era di essere in ritardo sulle tasse da pagare al papa. Il Machiavelli scrisse (più o meno, è una citazione a memoria) :”Gli Italiani hanno un gran debito verso la Chiesa Romana ed il suo Clero. Attraverso il loro esempio, noi abbiamo perso la vera religione e siamo diventati completi atei. Prendetela come una regola, più vicina una nazione è a Roma, meno religione c’è.”
Caterina da Siena disse a Gregorio XI che non aveva bisogno di visitare la Corte papale per sentirne l’odore: “La puzza della Curia, Santità, ha da lungo tempo raggiunto la mia città.”
Una delle probabili ragioni dell’enorme numero di prostitute in Roma era che in nessun altra città c’era un maggior numero di celibi. I conventi erano spesso anche bordelli e le donne portavano con se un coltello, quando andavano a confessarsi, per proteggersi dal confessore. Erasmo (sedicesimo secolo) scrisse una storiella nella quale Giulio II cerca di entrare in paradiso ed incontra San Pietro, che non lo riconosce. Giulio si leva l’elmetto e mostra la tiara, ma San Pietro è sempre più sospettoso. Finalmente Giulio alza le chiavi papali sotto il naso di San Pietro. L’apostolo le esamina e scuote la testa dicendo:”mi spiace , ma qui in paradiso non vanno bene per nessuna porta.”

Nel 1520 Lutero viene scomunicato da papa Leone. Lutero si appella al Concilio Generale che per venticinque critici anni sia il papa sia la Curia si rifiutano di convocare.
Solo nel 1545 Paolo III (soprannominato “il cardinal sottana”), su pressione del Contarini e di altri uomini di fede, convocherà il Concilio di Trento, che pur salvando la Chiesa , facendo emergere individualità di spicco nella fede e trasformandone i criteri etici, concretizzò lo scisma in atto.

Trento confermò l’enorme potere papale, a scapito dell’indipendenza dei vescovi, e divise definitivamente cattolici e protestanti. Una delle conseguenze fu che per trecento anni non si tennero altri Concili.
La cosa curiosa è che Lutero non aveva inizialmente l’intenzione di uscire dalla Chiesa, ma quando un papa cretino come Leone X lo scomunicò anche per aver detto:”bruciare gli eretici è contro la volontà dello Spirito Santo”, non aveva altre alternative ragionevoli, essendo quello che era. Calvino seguì poco dopo, introducendo la riforma in Ginevra nel 1541. Il protestantesimo si difuse a macchia d’olio senza che la Curia Romana si rendesse chiaramente conto delle conseguenze del proprio atteggiamento.

Nel 1555 apparve un nuovo pontefice, in un Cristianesimo che stava virtualmente esplodendo, più cieco e più sordo dei precedenti e con l’idiota convinzione di essere Gregorio VII redivivo.

Era quel cretino di Paolo IV.

Il crepuscolo del potere

Di lui i romani dicevano che se sua madre avesse previsto il suo futuro lo avrebbe strangolato nella culla. L’uomo era Gian Pietro Carafa, la collera di Dio incarnata, che diventò Paolo IV (1555-9). L’ambasciatore fiorentino lo descrisse come un uomo d’acciaio che sprizzava scintille anche dalla dura pietra su cui camminava. L’obbedienza che richiedeva a tutti era assoluta ed immediata e persino gli storici cattolici trovano difficile dire qualcosa di caritatevole su di lui.
Tormentato dai reumatismi, ma elastico nei gesti, Paolo era alto, dalla testa grossa e conica, dall’aspetto selvaggio e con la voce crepitante e catarrosa che induceva rispetto e paura.
Spesso, nella foga che lo invadeva, gli capitava di colpire involontariamente quelli che gli stavano accanto.

Nella sua Bolla “Cum apostolato officio” stabilì inequivocabilmente di essere il “Pontifex Maximus” depositario dell’assoluto potere di deporre qualsiasi monarca, di disporre di ogni nazione e di privare chiunque dei suoi possessi senza processo. Chiunque avesse offerto aiuto a persona da lui “deposta” sarebbe stato scomunicato.
Nel 1559 l’ambasciatore inglese Edward Carne si presentò davanti al papa per informarlo che Elisabetta Tudor, figlia di Enrico VIII (il pio) e di Anna Bolena, aveva seguito Maria sul trono d’Inghilterra.
Paolo odiava per principio tutte le donne, seguendo le orme dell’Aquinate (Tommaso), che riteneva che le donne fossero uomini “abortiti”, ma aveva avuto un debole per Maria, visto come aveva trattato i resti del padre Enrico (li aveva disinterrati e bruciati come eretici), proseguendo quindi con il far bruciare oltre duecento protestanti.

Elisabetta era un affare differente. Il pontefice chiese a Carne se Elisabetta si rendeva conto che l’Inghilterra era una proprietà della Santa Sede fino dall’epoca di Re Giovanni? Sapeva che un illegittima non può ereditare? Non aveva letto la sua ultima Bolla? Capiva che era pura audacia la sua di pretendere di governare l’Inghilterra, che apparteneva di diritto al papa? No, non poteva permetterle di continuare. Forse se la bastarda, l’usurpatrice, l’eretica avesse rinunciato alle sue ridicole pretese e si fosse presentata immediatamente a lui per chiedere perdono…. La logica conseguenza fu che in un paio di mesi Elisabetta ruppe le relazioni diplomatiche con Roma.

Lo sciovinista ed arrogante inquilino del Vaticano non poteva capire con chi stava trattando.
Le esperienze di vita di Elisabetta avevano forgiato uno speciale tipo di donna, per la quale gli aspetti politici e pratici del (suo) potere sull’Inghilterra erano più importanti persino dei fatti personali (o magari era tutto un fatto personale).

Persino la scelta del protestantesimo non era probabilmente rinveniente da una reale convinzione interiore (quando Maria, la sua sorellastra era diventata Regina, Elisabetta aveva fatto subito dire messa, giustificandosi con il dire:”la vita val bene una messa”), ma l’atteggiamento papale suggellò per sempre il destino dell’Inghilterra.
Inoltre Paolo IV era veramente quello che era e, a parte la “questione inglese”, la fissazione dell’Inquisizione e i roghi degli eretici erano l’unica cosa che sembrava veramente stargli a cuore. Persino nei periodi di malattia non rinunciava agli incontri settimanali con gli inquisitori. Un monomaniaco omicida. Quando morì, nel 1559, i romani bruciarono la prigione dell’Inquisizione in Via Ripetta, una folla abbattè la sua statua sul Campidoglio e gli ebrei, che lui perseguitò selvaggiamente, gli misero sul capo un cappello giallo.

Chi lo seguì non sarebbe stato amato di più ed avrebbe peggiorato i suoi errori.

Infatti Paolo IV sapeva quello che faceva quando nominò il domenicano Michele Ghisleri suo Grande Inquisitore e questi, nel 1566, lo sostituì sul trono con il nome di Pio V.
Pio era monastico in tutto, minacciava scomuniche persino per le spezie nel cibo. Si diceva parlasse solo con Dio ed ascoltasse solo Dio. Il suo primo atto come pontefice fu quello di cercare di espellere da Roma tutte le prostitute, decisione a cui la Curia resistette tenacemente con la giustificazione del probabile crollo degli affitti e dell’aumentato rischio per le donne oneste in una città di celibi. Pio allora proibì ai residenti di entrare nelle taverne ed arrivò ad un pelo dal trasformare l’adulterio in un peccato capitale (che non vuol solo dire “un peccato grave” ma anche un peccato che ti fa perdere la testa). Nella sua frenesia di reprimere promulgò anche quella che la Chiesa inglese chiamò “The last Bull” (gioco di parole tra bolla (Bull) e toro(bull)), che proibiva il combattimento dei tori (la corrida) in tutta la Cristianità. La Chiesa spagnola se ne fregò allegramente e non pubblicò mai la bolla papale, con la scusa di voler evitare pericolosi tumulti.

Per quanto riguarda l’Inghilterra, Pio continuò a fomentare ribellioni nei confronti di Elisabetta, promulgando nel 1570 la sua “Regnans in Excelsis”, nella quale stabiliva:”…La stessa donna, acquistato ed usurpato in proprio favore il posto di supremo capo della Chiesa in Inghilterra, deve essere punita…Noi dichiariamo che la predetta Elisabetta è un eretica e produttrice e sostenitrice di eretici…che lei ed i suoi sostenitori sono incorsi nella sentenza di scomunica…la dichiariamo privata di ogni diritto e potere, dignità e privilegio. Dichiariamo tutti i Nobili, soggetti e popolo e tutti gli altri che le obbediscono, sciolti da ogni vincolo di fedeltà ed obbedienza verso di lei….proibiamo a chiunque di obbedirle…e scomunichiamo chiunque farà il contrario.”

Il papa fissato con gli eretici/ebrei morì un paio d’anni dopo, ma gli effetti della sua Bolla no.

Per oltre dodici anni, prima della Regnans in Excelsis , i cattolici inglesi avevano vissuto sotto Elisabetta tollerando solo qualche multa per non partecipare alle cerimonie della chiesa anglicana. Nessuno di loro era stato giustiziato. Gli effetti della Bolla papale furono di trasformare i cattolici inglesi in traditori. Tra il 1577 ed il 1603 furono messi a morte 120 preti e 60 laici. Questi coraggiosi fedeli dovettero attendere 250 anni più di Pio V per essere canonizzati. Cercare di minare il patriottismo inglese fu una azione crudele e pericolosa, che ridusse i cattolici a cittadini di second’ordine. Come scrisse Trevelyan:”Until the Roman Church throughout the world ceased to use the methods of the Inquisition, the Massacre of St. Bartholomew, the deposition and assassination of Princes, the States which she placed under her formidable ban did not dare to grant toleration to her missionaries.”

Nel sedicesimo secolo il protestantesimo era ormai un fatto accertato e consolidato in diverse nazioni e, per riuscire a sopravvivere, Papato e Chiesa cattolica scelsero di diventare settari come sembravano essere luteranesimo e calvinismo (a dire il vero la Contro Riforma cattolica rappresentò un record di estremismo nel settore della limitazione del pensiero che poteva essere difficilmente migliorato da qualcuno).
Lo spirito della rivoluzione francese del 1789 danneggiò ulteriormente la tranquillità della Chiesa, che vide solo l’opera del Diavolo nella distruzione degli anciens régimes e nel nuovo spirito di libertà, reiteratamente condannando l’eguaglianza fra gli uomini, la libertà e la stessa fraternità. Gli Stati Pontifici furono in questo periodo tra i più retrivi d’Europa, non eguagliati nemmeno dalla Russia Zarista.
Napoleone sembrò finire l’opera umiliando in rapida successione due papi, Pio VI (1775-1799) , morto in esilio in Valence (il suo epitaffio sul registro comunale fu:”Nome:cittadino Giovanni Braschi. professione:pontefice”), e Pio VII (1800-1823), costretto da Napoleone anche ad assistere alla sua autoincoronazione (insieme a Giuseppina) in Notre-Dame, prima di annettersi gli Stati Pontifici (poi restituiti al papa dal Congresso di Vienna del 1814-15.

Di Pio IX (1846-1878) e dell’ultimo colpo al potere temporale del papato (veramente esiste ancora adesso uno Stato del Vaticano, anche se non è ben chiaro il come mai) dedicherò tutta la prossima puntata.

Il Papato: la fine o un nuovo inizio

Il piccolo vecchio con i capelli bianchi e la faccia rotonda venne svegliato da un colpo di cannone. Cercò di alzarsi da letto e la porta della sua camera venne aperta. Il cardinal Antonelli, segretario di Stato, si inchinò prima di entrare e rispose alla domanda inespressa del Papa:”E’ cominciato Santità. Kanzler opporrà una certa resistenza, come avete ordinato, ma….”.
Pio non nutriva dubbi, il Signore avrebbe comunque preservato la Città Eterna da quei vandali piemontesi alleati di Satana.
Ordinò subito di predisporre un incontro del corpo diplomatico, che avvenne a metà della mattinata seguente. Era il 1870 e l’evento in discorso era diventato inevitabile, sebbene Pio IX continuasse a credere che il futuro sarebbe stato identico al passato.

Pio IX, Giovanni Mastai Ferretti, era stato un papa che aveva dato molte speranze alla cristianità, ma aveva saputo anche abilmente deluderle.
Aveva iniziato nel 1846, con la reputazione di un liberale. Si diceva che nella sua casa di famiglia persino i gatti fossero nazionalisti (allora , in tempi di ideali di unità d’Italia, la cosa era modernissima). Poco dopo la sua elezione fece passare una legge di amnistia per i prigionieri politici e gli italiani pensarono per qualche tempo che veramente Dio avesse cominciato a prendere a cuore le loro faccende.
Aspre montagne a nord, due vulcani a sud, continui terremoti ed un papa nel bel mezzo della penisola erano state dure prove per tutti. Ma l’illusione che il papa, per non dispiacere ai suoi gatti, si facesse guida dell’unità di una nazione e di un popolo sbandato durò molto poco.

Dopo solo due anni dalla sua nomina una rivolta repubblicana lo costrinse a fuggire a Gaeta, nel Regno di Napoli, e, nei due anni d’esilio, modificò definitivamente le sue simpatie indirizzandole verso una destra estremamente reazionaria.
Il suo unico e principale consigliere, il cardinal Antonelli, figlio di un bandito napoletano, era noto soprattutto per i suoi amorazzi e sembra essere stato il tipo di uomo per cui era più facile uccidere che perdonare.

Malgrado qualche anno dopo gli venisse anche offerto di capitanare una federazione degli stati italiani, cosa che lui rifiutò piattamente, Pio IX° si oppose invece con estrema decisione ad ogni forma di libertà e ad ogni mutamento costituzionale. Tesaurizzò invece disperatamente quegli Stati Vaticani che avevano portato alla Chiesa soltanto corruzione e guerre immotivate.

All’epoca di Pio lo Stato Vaticano era il retrivo baluardo della repressione. Non c’era libertà di pensiero o di espressione. I libri erano sotto censura. Gli ebrei erano chiusi nei ghetti e la giustizia veniva amministrata a piacimento del clero, con spie, inquisitori, polizia segreta ed esecuzioni anche per reati minori. Era governato da una piccola oligarchia ecclesiastica, corrotta e viziosa e sempre in nome di Sua Santità.

Secondo Lord Macaulay, che li (stati pontifici) visitò nel 1838 : “…la corruzione infetta tutti i pubblici uffici…Gli Stati del papa sono, credo, quelli governati peggio in tutto il mondo civilizzato; e l’imbecillità della polizia, la venalità dei pubblici impiegati, la desolazione e l’abbandono della campagna, saltano agli occhi persino dei viaggiatori più distratti.” .
Trent’anni dopo la popolazione era pronta per la rivolta.

Molte volte Pio era stato pregato di salvare l’Italia ed il papato, ma aveva sempre fatto orecchie da mercante, considerando diabolica la civiltà “moderna”. E lui con il Diavolo non voleva avere rapporti.

Persino la petizione di 12.000 preti presentatagli nel 1862, che gli chiedeva di leggere i segni dei tempi, portò solo ad una severa repressione/punizione per ciascuno di loro.
Persino dopo la conquista della città da parte di Cadorna, oltre a rifiutare la richiesta di un incontro fattagli da Vittorio Emanuele la sua unica risposta fu di scomunicarlo, usando ancora una volta quest’arma in maniera indebita ed ingiusta.

Nei suoi otto anni residui di papato continuò persistentemente a dichiararsi “Il Prigioniero del Vaticano” facendo squallidamente circolare santini nei quali appariva in una sudicia cella su di un duro pagliericcio. A parte il fatto che le offerte al pontefice salirono alle stelle (sembrò quasi essere un’astuta operazione di marketing), naturalmente la verità era molto diversa: la sua autoprigione (nessuno lo costringeva a restare all’interno del Vaticano) era lussuosa e ricca di amplissimi e splendidi giardini. Aveva di sicuro più spazio lui da solo che tutti gli ebrei romani messi insieme. Un poeta dell’epoca scrisse prosaicamente:”Il papa è prigioniero di se stesso.”

Le “leggi delle Guarentigie” del 1870, offrirono al papa una ricca e generosa sistemazione, alla quale Pio continuò indefessamente a rispondere con il famoso: NON POSSUMUS (non possiamo), come se fosse stato invitato a mangiare carne il venerdì santo. E, malgrado fosse ormai nota e dichiarata la falsità della documentazione relativa alla donazione di Costantino ed al potere di San Pietro, ad essi continuò a riferirsi senza tregua.

Un paio di mesi prima dell’invasione di Roma Pio aveva presieduto il Concilio Vaticano , senza dare spazio o voce ai pochi dissidenti (quasi tutti i 532 vescovi ed i cardinali vivevano a spese del Vaticano e non disponevano di altre fonti di sostentamento), deliberando, con un colpo che riportò la Chiesa indietro di oltre cinquecento anni, la statuizione dell’infallibilità papale.

Esaminando la storia del papato salta agli occhi che i maggiori danni “reali” alla cristianità nel suo intero non li hanno fatti i papi cattivi, come Benedetto IX o Alessandro VI, ma quelli santi, come Gregorio VII, Pio V e PIO IX.

Il vescovo Strossmayer disse in una delle sessioni conciliari: “Il Concilio manca di verità e di libertà…Un concilio che non si cura dell’antica regola della necessità di una unanimità morale e comincia a decidere su proposizioni di fede in base a criteri di maggioranza, secondo la mia interna convinzione, perde il diritto di limitare la coscienza del mondo cattolico come condizione della vita o della morte eterna.”
La Bolla PASTOR AETERNUS condusse, come logica conseguenza, a scomunicare illustri professori di teologia, uomini come Döllinger di Monaco, solo perchè continuavano a dire quanto era già stato detto nel corso del Concilio, e gli studiosi cattolici che promuovevano la ricerca scientifica, la libertà religiosa o la democrazia dovettero pagare un duro scotto per le loro scelte ideali. Portò a condannare le costituzioni degli stati moderni, l’eguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge, i progressi scientifici, il suffragio universale, il voto delle donne, la libertà di religione, etc.etc.

La crudele decisione conciliare (contraria a tutte quelle precedentemente assunte) che stabilisce che il papa, quando esercita la pienezza del suo ufficio e definisce la dottrina per l’intera Chiesa, è infallibile di per se stesso e non per il consenso della Chiesa, provocò più danni che altro. Sembrava quasi che la fede provenisse dalla fonte inesauribile rappresentata dal papa e non derivasse invece dalla comunità cristiana.
La Curia ne fu deliziata.
I burocrati del Vaticano avevano temuto (evitandone la convocazione) un Concilio per oltre trecento anni ed ora vescovi e cardinali avevano regalato loro, senza battere ciglio, l’intera Chiesa, abdicando contemporaneamente alla propria indipendenza e capacità di giudizio. Ora La Curia non doveva più chiedere permessi a nessuno perchè i “pastori di uomini” (i vescovi) si erano trasformati in “pecore”.
I commenti degli intellettuali e dei politici più saggi furono pesanti ma alcuni evidenziarono il fatto che non si era trattato di una decisione religiosa , ma “politica”.
Il papa aveva affermato il suo dominio “assoluto” in una terra ed in un reame dove nessun monarca terreno poteva esercitare potere: lo spirito.

Il grande scandalo cristiano/scientifico

In seguito al mio stato di normale svampitezza ed alla mia inesistente capacità di programmare ritorno alla pag.19 dove avevo lasciato il discorso in sospeso sul grande Galileo.
Ad oltre settant’anni questo grande della scienza continuava ad essere perseguitato.
Nel suo villaggio continuavano a pagare informatori che dicessero all’Inquisizione tutto ciò che faceva o diceva. Intercettavano la sua posta, scrivevano relazioni su ogni suo visitatore e sicuramente Sua Santità Urbano VIII (1623-1644) non lo avrebbe mai perdonato.

Quando richiese il permesso di tornare a Firenze (da Roma) per ricevere trattamenti medici, l’Inquisizione aveva replicato: Il Santissimo rifiuta di aderire alla richiesta ed ordina che il predetto gentiluomo debba essere avvertito di desistere dall’inviare suppliche o verrà nuovamente rinchiuso nelle galere del Sant’Uffizio” . La cosa aveva ferito particolarmente Galileo perché aveva sempre considerato il papa con amicizia e perché la risposta gli era arrivata lo stesso giorno in cui sua figlia, trentatreenne, moriva di melanconia e dispiacere per la disgraziata sorte del padre.
L’essere di nuovo nella sua casa di campagna “Il Gioiello”, poter vedere (sentire, perché era ormai cieco) Firenze, immaginarla, era comunque una grande gioia che lo spingeva di nuovo a dettare opere di scienza al suo secretario.

Galileo era nato nell’anno in cui Michelangelo moriva, il 1564. Cominciò l’Università come studente di medicina, ma subito fu preso dalla matematica pura ed applicata. Inventò anche uno strumento per trovare il centro di gravità dei corpi.
Nel 1589 divenne professore di matematica a Pisa, dove però continuava a lemntarsi delle condizioni di lavoro e del salario. Si dice ripetesse:”Più inutili erano i professori, più alti erano i loro salari”. Passò a Padova, dove lo pagavano meglio ma fu comunque costretto a dare sempre lezioni private.Intorno al 1610 cominciò la sua fama internazionale, quando inventò, in sostanza , il cannocchiale (ne aveva avuto già notizia in relazione agli occhiali inventati dall’olandese). La pratica applicazione dell’invenzione al settore militare , con la donazione pubblica dello stesso strumento al Doge di Venezia, di fronte al Senato, comportò per Galileo un incarico a vita come professore ed il raddoppio del suo salario.(un fortunato anche se strano premio, visto che non esistevano i brevetti e quindi nel giro di un paio d’anni tutti quanti disponevano dello stesso strumento)

La sua mossa seguente fu di rivolgere il cannocchiale verso il cielo e cambiare la faccia della scienza, scoprendo che gli scienziati erano stati in errore per duemila anni. Malgrado la notevole chiarezza della sua esposizione l’ineluttabilità delle indicazioni strumentali da lui fornite le resistenze degli aristotelici furono sempre cieche e limitate.
Il Nuncius Sidereus, che pubblicò nel 1610 (Galileo aveva già avuto rapporti con Keplero e concordava a grandi linee con le ipotesi Copernicane) fu un grande successo. Gli amici clerici (ne aveva molti , come il matematico Clavio, gli suggerirono di visitare Roma dove incontrò il Cardinal Bellarmino ed il Cardinal Barberini (che poi sarebbe divenuto papa con il nome di Urbano VIII e che parteggiò a suo favore nella disputa che si svolse a Firenze nel 1511, relativa ai galleggianti), che furono entrambi amichevoli verso di lui. Entrambi lo avvisarono di esprimere le sue tesi come “ipotesi”, per evitare rogne con i teologi. Fu persino fatto membro della prestigiosa accademia dei Lincei, che per prima denominò l’invenzione galileiana con il nome di “telescopio”.
Tornò a Firenze convinto di avere amici a Roma e cominciò ad esporsi, sia scrivendo in italiano sia ponendo questioni in ordine all’impossibilità di conciliare scienza e rivelazione, sistema copernicano e bibbia, etc. etc. Il vescovo di Fiesole, scandalizzatissimo, diede subito ordine di imprigionare il monaco Copernico, che, per fortuna, era già morto da una settantina d’anni. Recatosi a Roma per difendere le sue tesi, si rese presto conto che non disponeva di molte difese, contro l’idiozia teologica. Paolo V, allora papa, passò il caso di Galileo alla Congregazione dell’Indice che, nel marzo del 1616, decise respingere come eretiche le tesi copernicane. Galileo fu avvisato da Bellarmino della necessità di abbandonare le sue opinioni fallaci. Non poteva insegnarle, parlarne, discuterne. Galileo sulle prime accettò l’ordine chiedendo però una lettera di Bellarmino, che il cardinale gli scrisse in data 26 maggio 1616. La lettera, così come è descritta, pare gli impedisse soltanto di propagare “come vere” le sue tesi copernicane.
Per inciso Copernico fu messo all’Indice dove rimase fino al 1822.

Per inciso la questione non verteva sulla rotondità o sulla piattezza della Terra, ma sulla centralità o meno e sul moto di quest’ultima, che veniva generalmente considerata il centro dell’universo. Persino i presunti avversari di Colombo (i dotti di Salamanca) sono stati per questo tacciati di idiozia e di miopia mentale, mentre erano certamente migliori astronomi e migliori matematici del buon Cristoforo; le loro obiezioni erano assolutamente ragionevoli ed i loro calcoli assai più precisi di quelli del navigatore, soltanto che nessuno immaginava l’esistenza di un continente americano intermedio (che salvò la vita a Colombo ed ai suoi, destinati altrimenti a morte sicura secondo le giuste previsioni dei dotti di Salamanca). Quello della “terra piatta” è uno strano mito pseudo medievale che risale ad un paio di secoli addietro e che non ha alcuna realtà. La rotondità della Terra era ed è quasi sempre stata cosa ben nota agli studiosi, da Eudosso in poi. I dubbi riguardavano il suo moto e la sua posizione nell’universo. D’altra parte, leggendo i “dieci libri di pensieri diversi” del Tassoni (1627) senza il conforto di Newton, dell’attrito atmosferico e della moderna educazione scolastica, risulta difficile non trovare interessanti e ragionevoli (si fa per dire) le obiezioni di Alessandro (Tassoni) al moto terrestre. Comunque nessuno credeva che la terra fosse piatta (chiesa compresa).

Galileo si mise tranquillo e , nel 1623 lo stesso anno dell’elezione papale di Matteo Barberini con il nome di Urbano VIII, scrisse “Il Saggiatore” che dedicò al pontefice. Recatosi a Roma per omaggiare il papa, Galileo ne trasse solo la convinzione dell’assurdità delle tesi clericali. I commenti papali, ricevuti in persona ed amichevolmente nel corso di colloqui privati, pur con tutto il rispetto, gli sembrarono folli. Urbano VIII, per sua buona sorte, era già preso dai suoi progetti di rinnovamento architettonico che lo portarono a cannibalizzare il Colosseo, la colonnata del Bernini ed il baldacchino sotto il duomo di Michelangelo. I Romani dicevano ferocemente:”quello che i barbari non hanno fatto, lo fece il Barberini”. L’intera operazione di ristrutturazione architettonica lo portò a trascurare temporaneamente Galileo.

Dopo varie altre opere Galileo scrisse “Il Sistema del Mondo” nel 1630, che inviò subito a Roma per ricevere l’Imprimatur papale. Si recò poi anch’esso a Roma , dove il papa lo ricevette con calore, enfatizzando però la necessità di esporre le sue opinioni in maniera ipotetica e proponendogli di intitolare il libro “Dialoghi dei due massimi sistemi”. Il papa gli promise anche di scrivere un prefazio personalmente. I censori . al ricevimento della copia a loro destinata, rimasero disturbati dal contenuto, ma, vista l’approvazione papale, lasciarono perdere la faccenda.

Il libro fu pubblicato in Firenze nel 1632 e creò sensazione. Nel dialogo le tesi aristoteliche erano sostenute dal personaggio di Simplicius, mezzo scemo le cui idee corrispondevano esattamente a quelle del papa. Urbano si incazzò come una bestia ed ordinò a Galileo, allora settantenne e malato, di recarsi a Roma immediatamente, di sua volontà oppure in catene. Ingenuamente Galileo credeva di poter usufruire della difesa costituita dalla lettera ricevuta nel 1616 dal cardinal Bellarmino, cosa che non avvenne. Dopo varie sedute processuali Galileo (trovando anche un accordo in ordine ad alcune accuse) accettò di confessare il suo errore.
Con Copernico all’Indice e Galileo condannato dall’Inquisizione gli astronomi cattolici dovevano ora scegliere se essere buoni cattolici o buoni scienziati.
L’idiota contraddizione tra immobilità della Terra (biblica) e sistema copernicano, il contrasto tra dottrina cattolica e scienza non poteva risolversi, alla lunga, che con il trionfo di quella che normalmente viene definità “verità” o “ipotesi funzionale ad alta probabilità”.
La legge di gravitazione di Newton del 1686 rese impossibile credere che l’enorme Sole girasse intorno alla piccola Terra e le osservazioni di Bradley del 1725 confermarono definitivamente le ipotesi di Copernico (Keplero) e Galileo.

Roma rifiutò di pubblicare i documenti dell’affare Galileo. Una parte di essi sparirono quando gli Archivi Vaticani vennero trasportati a Parigi da Napoleone. All’ipotesi di qualcuno che lo scienziato fosse anche stato torturato, parte delle carte riapparirono immediatamente e furono rese pubbliche, fornendo prova che tortura fisica non vi era sicuramente stata. Galileo morì nel 1642, dopo otto anni di arresti domiciliari,ed il papa, che con lui non aveva ancora finito, impedì anche al Granduca di Firenze di erigere un monumento sulla sua tomba , nella Chiesa di Santa Croce. Urbano VIII, fallace in quasi tutto, ebbe ragione solo nella motivazione che fornì per rifiutare a Galileo esequie decenti: Galileo, con i suoi peccati, aveva dato vita e forma al “più grande scandalo della Cristianità”.

L’errore di Clemente XI

La corte di Clemente era nel suo palazzo di Monte Cavallo, assai più fresco del Vaticano e lontano dai pestilenziali (in senso stretto) vapori romani.

Nel mercoledì santo del 1715 volle recarsi a Roma, dove, nel giorno seguente in San Pietro, venne letta di fronte alla folla la Bolla, “In Coena Domini”, nella quale venivano scomunicati eretici, scismatici, pagani, pirati del Mediterraneo, e tutti coloro che non obbedivano al papa o non gli pagavano le tasse dovute.

Questa Bolla risaliva al 1372. Pio V l’aveva dichiarata legge eterna della Cristianità nel 1568 ed era stata confermata da tutti i papi fino a Clemente XIV° (1769-74), che, senza spiegazione alcuna, l’aveva lasciata cadere.

La Bolla esponeva, oltre alle scomuniche, la principale eresia papale:il Papa ha completo dominio sull’intero mondo Cristiano, secolare e religioso (opinione mai ufficialmente abbandonata dal Vaticano).

Clemente XI era un papa dal carattere inquieto, anche tempestoso ed i suoi infiniti anatemi venivano presi dai suoi contemporanei come un indice di santità e di rigore morale e spirituale.

In verità era un papa insicuro ed instabile. Non sapeva bene cosa fare ne quando farlo. Quasi tutte le sue decisioni più importanti erano frutto di manipolazioni da parte di terzi (cioé la Curia o chi per essa). In apparenza persona modesta , con frugali abitudini di vita, che diceva messa tutti i giorni e giornalmente si confessava (altro segno di insicurezza), Gian Francesco Albani aveva accettato il papato nel novembre del 1700, a cinquantuno anni, soltanto su incitamento di quattro religiosi (cardinali), dei quali, per loro fortuna, non si conosce il nome.

Alcune delle sue infinite condanne sono ragionevoli, la maggior parte sono ridicole ed eretiche:

Sorvolando su “Unigenitus”, la sua costituzione del 1713 nella quale condannava il Giansenismo in Francia, mi permetto di citarne alcune:

-La lettura delle Sacre Scritture è lecita a tutti gli uomini.CONDANNATA
-I cristiani devono santificare il giorno del Signore (domenica e feste comandate) leggendo libri santi, in particolare le Sacre Scritture.CONDANNATA
-Levare il Nuovo testamento dalle mani dei Cristiani e come levare loro la parola di Cristo.CONDANNATA
-proibire ai cristiani di leggere le Sacre Scritture e come proibire l’uso della Luce ai figli della Luce e punirli con una specie di scomunica.CONDANNATA
-La paura di una ingiusta scomunica non deve impedirci di fare il nostro dovere.CONDANNATA
Quest’ultima merita un commento perchè, in accordo con quanto sostenuto da Voltaire, significa che Dio ci ordina di non fare mai il nostro dovere se/quando abbiamo paura di una ingiustizia. E’ sufficiente obbedire al papa e uno va tranquillo qualunque orrenda cosa capiti ai suoi cari , ai suoi vicini o ai suoi simili e qualunque indegnità venga perpetrata sotto i suoi occhi.

Una volta presa la corsa Clemente non lasciò dubbi sulla sua direzione:”Dichiariamo, condanniamo e vietiamo tutte queste proposizioni come false e capziose, offensive per le orecchie pie, scandalose, perniciose, sporche, ingiuriose per la Chiesa e per le sue pratiche, non solo oltraggiose per la Chiesa ma anche per i poteri secolari, sediziose, empie, blasfeme, sospette di eresia e fomentatrici di eresie ed anche incoraggianti eretici ed eresie e persino scismi, erronee, spesso già condannate e, da ultimo, anche eretiche in senso stretto, contenendo varie eresie chiaramente indirizzate all’innovazione”.

Clemente, come molti pontefici, riteneva che meno si discuteva meglio era. Roma aveva parlato, Roma sapeva la verità.

Due anni dopo (1715) fece pubblicare “Ex illa Die”, la Bolla che, unica nel suo genere, probabilmente ci salvò dalla catastrofe della sovrappopolazione.

Nel tremendo conflitto tra gesuiti e domenicani per il controllo della predicazione cinese (nel quale i gesuiti fanno la parte dei buoni, perché ragionevoli, saggi, colti , tolleranti nelle stupidaggini, mentre, come al solito, i domenicani fanno la parte dei retrivi e degli inquisitori) Clemente , segundo le indicazioni dei domenicani vietò ai milioni di cinesi convertiti di praticare i loro riti tradizionali (nemmeno equivalenti, teologicamente, alla nostra festa dei defunti). Malgrado il grande favore precedentemente accordato (il cristianesimo è una religione i cui principi sembrano sempre favorire il potere dominante. Si veda l’immagine del gregge di pecore e del pastore) la risposta finale dell’imperatore cinese a questa decisione presa da un cretino privo di conoscenza del Sitz im lieben, nel 1717, fu di espellere tutti i missionari, distruggere tutte le chiese e costringere tutti i convertiti (milioni) a rinunciare alla loro fede (cattolica). E’ facile immaginare di quanti abitanti potrebbe disporre oggi la Cina se, come l’Irlanda o la Polonia, fosse una nazione prevalentemente cattolica (senza aborto, senza divorzio, senza contraccezione).

Solo nel 1939 Propaganda Fidei rovesciò, come nulla fosse e senza rilievi esplicativi, la decisione di Clemente, il cui errore è di un ordine difficilmente valutabile. Sarebbe un po’ come sostenere che i cristiani sono idolatri perché baciano la mano ai cardinali o al papa (che se la fanno baciare come minus habens, privando di dignità baciati e baciatori) o adorano la croce o le reliquie. Per fortuna, è il caso di dirlo, in Cina ci sono i comunisti altrimenti saremmo già un paio di miliardi in più.

Da tutta questa pappardella e dalle pagine precedentemente esposte mi sembra emerga evidente l’assoluta fallibilità dei papi (sia che parlino ex cathedra, sia no) e l’assoluta impossibilità di stabilire quando ed in quali condizioni il pontefice abbia titoli per vantare una qualche ragionevole capacità di rappresentare il vero.
Sicuramente nessun papa ha potuto parlare ex cathedra prima del 1302 e molti arrivano ad allungare il periodo di “carenza” di infallibilità sino a tutto il 1854, l’anno di Pio IX, il papa infallibile prima di esserlo (Vaticano I).

L’infallibile

L’8 dicembre 1854 Pio IX definì l’immacolata concezione nella sua Bolla “Ineffabilis Deus”:

Dichiariamo, pronunciamo e definiamo che la dottrina che afferma che la santissima Vergine Maria, sin dal primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio garantiti da Dio Onnipotente, in considerazione dei meriti di Gesù Cristo, il Salvatore della razza umana, fu preservat indenne (libera) da tutta la sporcizia (vergogna) del peccato originale, è una dottrina rivelata da Dio e quindi deve essere creduta fermamente e costantemente da tutti i fedeli.

Questo atto di devozione verso la madre di Gesù fu anche una delle decisioni politiche più controverse e combattute dei più recenti pontificati, equiparabile alla deposizione di Gregorio VII o all’umiliazione dell’imperatore a Canossa.

Fino al dodicesimo secolo , infatti, i cristiani davano per scontato che Maria fosse stata concepita nel peccato originale. Papa Gregorio il Grande disse enfaticamente:” Cristo solo fu concepito senza peccato “. Questa solfa venne ripetuta da lui in molteplici occasioni. Il suo ragionamento e quello dei padri della Chiesa non poteva lasciare dubbi: l’atto sessuale implica sempre il peccato, Maria fu concepita normalmente, quindi nel peccato. Gesù fu concepito verginalmente, quindi senza peccato.

Quando Ambrogio e Agostino si adeguarono all’indirizzo teologico che sosteneva che Maria non aveva peccato mai, molti Padri furono in assoluto disaccordo. Tertulliano, Ireneo, Crisostomo, Origene, Basilio, Cirillo ed altri accusarono Maria di molti peccati sulla base dei testi biblici. Lei fu concepita nel peccato, lei peccava e questo è quanto dice il Nuovo Testamento. Così assoluta era questa interpretazione che il problema di uno studioso come Anselmo era di come fosse possibile che il Gesù senza peccato fosse nato da una peccatrice.

La Chiesa Greca e quella Russa Ortodossa continuano a sostenere questa tesi, per la quale derubare Maria del peccato originale è come sminuire la grandezza raggiunta, che è anche quella essere umana come noi.

In Occidente, perdendo di vista l’umanità di Cristo e rendendolo sempre più remoto, si formò la tendenza a ricorrere a colei che lo aveva tenuto in grembo quale intermediaria, ambasciatrice e messaggera per un Dio sempre più distante ed incomprensibile.

A metà del dodicesimo secolo, nel corso delle nuove festività tenutesi in Lione in nome della Vergine, San Bernardo di Chiaravalle si dichiara orrificato dalle tesi ivi esposte, avvertendo che gli argomenti esposti dovrebbero essere applicati anche a tutti gli antenati di Maria, maschi e femmine. Sarebbe occorso postulare tutta un’intera linea di progenitori concepiti “immacolati”, e l’incubo non sarebbe finito lì: per essere concepiti immacolati avrebbero dovuto essere stati concepiti “virginalmente”, perché, come diceva la Patristica, il sesso comporta sempre peccato. “Lo Spirito Santo era complice del peccato di concupiscenza (dei genitori di Maria)? oppure dobbiamo credere che non ci fosse stato desiderio tra loro?” Egli domandava.

Innocenzo III affermò con chiarezza che veniva santificata la “natività” di Maria e non la sua “concezione”, dichiarandosi così in assoluto disaccordo con una improbabile “immacolata concezione”.

Lo stesso venne sostenuto da San Bonaventura, da Tommaso d’Aquino, dal Vescovo Pelagio.

A favore della tesi “immacolata” fu Duns Scoto, il Dottor Sottile, il cui problema era quello di comprendere come Maria potesse far parte di “coloro che erano salvati” se non aveva alcun peccato da cui essere salvata. La soluzione che trovò (sottilmente sarcastica, se si può dire) era che, essendo prevenire meglio che curare, Maria venne “preventivamente”(cioè prima della sua concezione) sollevata del peccato originale “in vista” dei futuri meriti del Cristo. L’idea è “sottile” anche nella sostanza perchè assolutamente inconsistente: come si può immunizzare un bambino prima che esso venga concepito? Prima della concezione egli non esiste e se si da per scontata la sua nascita si cade in un bieco determinismo nel quale il libero arbitrio va a puttane e tutta la sofferenza di un Cristo, che sapendo di essere Dio può farla cessare in ogni momento, non significa più un cazzo se non uno spiacevole caso di masochismo. Ben diverso è soffrire senza conoscere l’epilogo della propria storia se non a grandi linee o soffrire seguendo un copione che porterà comunque alla propria risurrezione, così come diverso è non sapere quando si cesserà di soffrire dal sapere perfettamente e con assoluta certezza l’evoluzione della propria sofferenza (un’altra questione che fa pensare, eh? :un sacrificio che non è altro che una bella recita).

L’assurda idea di Scoto venne ripresa alcuni secoli dopo proprio da Pio IX° per sostenere la propria infallibile definizione dell’immacolata concezione.

La guerra (perché guerra è stata) tra immacolatisti e santisti durò diversi secoli, combattuta da domenicani contro francescani, da imperatori contro re. Gli uni accusavano reciprocamente gli altri di eresia. una cosa ridicola.

In genere i papi preferivano sorvolare sulla questione , anche perché le Scritture sembrano tacere sulla faccenda.

Papa Sisto IV° ordinò la festa della concezione (solo della “concezione”, si badi bene) e quando i francescani gioirono sui loro nemici domenicani Sisto scrisse un’apposita Bolla: la festa era per onorare la “concezione” di Maria e non la sua santificazione ed i Domenicani dovevano accettarla, altrimenti li avrebbe scomunicati. D’altra parte se i Francescani avessero gioito sui loro rivali Sisto avrebbe scomunicato loro. Un gran bel casino!

Alessando VI confermò la Bolla, ma ricorse anche all’esercito per mettere pace tra i due ordini.

L’affare Letser (un domenicano a cui apparve la Madonna , portandogli anche messaggi per il papa) condito con una statua della Madonna che piangeva per i peccati dei Francescani , pregandoli di accettare la sua “maculata” concezione, mise tutti in subbuglio, soprattutto quando Letser , interrogato dall’Inquisizione, confessò che si era trattato di un complotto. Lui e quattro complici domenicani bruciarono sul rogo (l’ordine domenicano li proclamò martiri), ma i domenicani non cessarono di sostenere la loro tesi della “maculata” concezione.

Il Concilio di Trento non potè decidere (per esplicita proibizione di Paolo IV), ma la faccenda prese una piega favorevole all’immacolatezza quando quell’imbecille di Paolo Zacchia, medico romano, sostenne assurda la tesi aristotelica della “progressiva animazione” del feto. L’idiota Zacchia (mi si perdoni l’antistorico insulto, ma quanti danni e quante sofferenze!) sostenne nel 1621 che :”un’anima razionale è infusa nel feto nel preciso momento del concepimento”.

La cosa rendeva più agevole accettare l’applicazione del concetto di immacolata. Se c’era un’anima razionale era più facile prenderne in considerazione la assoluta santità.

Gregorio XVI , nel 1622, proibì ancora l’uso del termina “immacolata” riferito alla concezione di Maria, pur santificandone la festa, mentre Clemente XI dichiarò ufficialmente la “festa dell’immacolata concezione”.

Benedetto XIV (1831-46) dichiarò che la Chiesa inclina verso l’immacolata concezione, ma non ne fa un articolo di fede.

Pio IX si preparò la strada con l’enciclica “Ubi Primum” (1849), dipingendo Maria in maniera fantascientifica, e poi decretandone , da solo e senza il supporto di alcuno, nel 1854 l’assoluta immacolatezza e, nel contempo, asserendo di averla decretata ex cathedra ed infallibilmente.

Il potere assoluto aveva creato la verità assoluta.

Pio fu altresì responsabile del rigetto assoluto della dottrina Darwiniana, perché il trasferimento logico del problema di Maria al peccato originale non permetteva l’adeguamento al concetto di “evoluzione” della specie; così fu responsabile delle gravi controversie in ordine all’aborto, al controllo delle nascite, alla fecondazione artificiale. La sua interpretazione del canone lo condusse a condannare ogni novità, fosse buona o cattiva, con particolare riferimento al concetto di libertà applicata. Lo condusse (insieme alla sua Chiesa) sulla spiacevole strada dell’intolleranza religiosa e dell’assolutismo.

Condannò le prime moderne costituzioni, praticamente scomunicandole. Protestò pesantemente contro di esse anche perché permettevano a protestanti ed ebrei di avere proprie scuole e collegi.

Per cercare di scusare l’assoluta incomprensione dimostrata dal Pontefice verso il mondo che lo circondava, ci fu chi, come il vescovo Dupanloup, così ragionò: “Il Sillabo del papa (di cui ho già parlato nelle prime pagine) si applica ad un mondo perfetto -tesi- non ad un mondo imperfetto-ipotesi”. Un parigino comentò questo involuto ragionamento facendogli il verso:”La tesi è quando la Chiesa condanna i giudei; l’ipotesi è quando il Nunzio papale pranza con il Barone Rothschild”.

La supremazia papale (1° vaticano)

La data scelta per l’apertura del Primo Concilio Vaticano nel 1869 fu l’8 dicembre, l’anniversario della purissima definizione papale dell’immacolata concezione.

In accordo con PASTOR AETERNUS, la decretazione più importante del Concilio fu che il papa non è soltanto un mero supervisore e/o amministratore della Chiesa. Egli possiede “piena e suprema giurisdizione della Chiesa in quelle materie che concernono la disciplina e la direzione della Chiesa sparsa nel mondo”. Il potere del papa è assoluto e si estende dappertutto.

Il Concilio affermò questa cazzata sostenendo di riferirsi a quanto testimoniato da tutte le Sacre Scritture e aderendo a quanto sostenuto sia dai pontefici precedenti sia dai Concili precedenti.

Tristemente il Concilio ha deciso il falso. Non ci sono precedenti che testimonino espressamente in tale senso, anzi, le testimonianze più significative sono decisamente contrarie. IN molteplici occasioni i Concili hanno affermato la propria superiorità rispetto ad un soggetto che non è storicamente nemmeno più qualificato dei vescovi di altre località (ricordiamoci che il papa è solo il vescovo di Roma).

Gli unici otto concili tenuti dalla Chiesa unita non vennero mai convocati dal vescovo di Roma. A Nicea, nel 325, convocato dall’imperatore, al canone 6 si stabilisce che tutte le diocesi mantengano i propri diritti intatti. Nel concilio di Costantinopoli (381) a Roma viene affiancata , come pari grado, Costantinopoli. La cosa si ripete nel 451 (Calcedonia). La cosa vale anche per le scritture, in nessuna di esse si trovano giustificazioni alla idiota decisione, che ha solo carattere di puro esercizio di potere politico.

Discorso simile può tranquillamente essere fatto in relazione alla infallibilità papale, ufficialmente inesistente sino al 1870. Prima di quella data la nozione di qualche cattolico , di trarre la propria fede in Dio, Gesù e la Chiesa dal papa era da considerarsi errata. La Chiesa non ha mai richiesto l’infallibilità papale per la fede cristiana.

Secondo Vaticano I° il papa è infallibile quando parla ex cathedra. Sembrerebbe più corretto dire che il papa è fallibile, salvo quando parla ex cathedra, e non parla quasi mai in tale contesto. Giovanni XXIII disse di non essere assolutamente infallibile e che lo sarebbe stato solo se avesse parlato ex cathedra, cosa che non intendeva assolutamente fare mai.

Questa posizione è ben puntualizzata da un vescovo conciliare che che affermò: dire “il papa è infallibile” è un po’ come dire “il signor X è un ubriacone perché una volta ha bevuto”; o peggio “il signor X è un ubriacone perché il suo bisbisbisnonno una volta aveva bevuto”.

L’infallibilità papale non è stata in grado di illuminare o risolvere alcun problema reale della Chiesa o della fede, tanto è vero che l’infallibilità papale è stata esercitata soltanto su questioni di per se cretine e senza basi documentali (immacolata concezione, assunzione in Cielo di Maria in carne e spirito).

Insomma sono anche un pò vigliaccucci questi pontefici (in generale dico), perché non risolvono (vogliono risolvere) nulla di sostanziale con la loro “presunta” infallibilità. L’infallibilità sembra insomma essere in relazione più stretta con il potere piuttosto che con la verità.

Poco dopo Vaticano I , Civiltà Cattolica riportò un sermone di Pio IX° nel quale si lamentava di numerosi maliziosi errori relativi all’infallibilità. Il più grave era quello che concerneva il diritto del papa di deporre i sovrani e dichiarare i loro sudditi liberi da obbligazioni. Con un discorso circonvoluto e confuso affermò che questo diritto non aveva nulla a che fare con l’infallibilità. Era questione di autorità, quell’autorità che derivava dalla riverenza accordata al papa dalle nazioni cristiane per comune decisione.

Provenendo da Pio , dopo Vaticano I, la cosa è rimarcabile. Quasi ogni papa dopo Gregorio VII° ha sostenuto di avere ricevuto da DIO il potere di deporre i sovrani, che il papa regna anche in terra al posto di Dio, mentre nessu papa ha mai sostenuto di avere ricevuto tale potere dalla comunità delle nazioni cristiane. Uno storico del diciottesimo secolo contò oltre 95 pontefici che affermavano di avere il divino potere di deporre i sovrani. Tutte le loro giustificazioni erano basate, malamente bisogna dire, sulle sacre scritture.

Qualunque altra istituzione , fronteggiando una tale sommatoria di evidenze storiche, direbbe: i nostri predecessori sbagliarono, lessero male i vangeli. I papi erravano quando deponevano imperatori su imperatori. Sfortunatamente l’infallibilità papale tende a relegare la storia in un angolo poco illuminato della grande stanza della teologia.

Un papa paesano (di fatto e di mente)

Erano i primi di agosto 1903 nella Cappella Sistina. All’ombra del Giudizio Universale il voto sembrava andare come previsto quando il cardinal Puszyna, il vescovo polacco di Cracovia (allora parte dellì’impero austro-ungarico), si alzò per rivolgersi ai suoi 61 colleghi del conclave. Aveva da consegnare un messaggio prima della terza votazione per eleggere il successore di Leone XIII. Si trattava di un messaggio di Francesco Giuseppe, che, esercitando il suo antico diritto, esercitava il veto nei confronti del Cardinal Rampolla, ex segretario di stato.

Si trattava di un terribile insulto e di una interferenza assolutamente non accettabile.

Gioacchino Pecci, Leone XIII, era morto il 19 luglio 1903 , dopo aver regnato molto a lungo. Malgrado la sua fama di liberale per aver aperto gli archivi vaticani (dicendo: “La Chiesa non ha paura della storia”), era anch’egli un assolutista. Il suo amicio e biografo Giuliano de Narfon riporta una conversazione tipica del tempo: “Cosa farebbe Lei – viene chiesto ad un cardinale – se il Santo Padre volesse obbligarla ad ammettere che due più due fa sei?” “Lo ammetterei senza indugio” fu la risposta, “e prima di sottoscriverlo gli domanderei : Vuol mica che gli faccia fare sette?”.

Nel 1896 Leone decise che gli ordini anglicani erano invalidi, abolendo tutti i sacramenti di questa confessione religiosa e trasformando (solo nell’ambito del suo campo da gioco, per fortuna) l’arcivescovo di Canterbury in un laico. Ma , malgrado tutto questo, Leone diede il via ad una stagione di realpolitik, insistendo per il riconoscimento della repubblica francese e cessando di invocare il ritorno della monarchia. Forse un po’ d’aria fresca cominciava a circolare.

L’intervento nel corso del conclave , nel quale Rampolla, filo francese, era favorito rispetto al suo avversario, Gotti, filo austriaco, modificò l’evoluzione del voto (malgrado le veementi proteste e le dichiarazioni di indipendenza dei cardinali), conducendo all’elezione di Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia. Pio X° non aveva desiderato l’incarico e lo accettò dopo molte esitazione e dopo lunghi pianti e molti tentativi di convinzione da parte di altri cardinali.

Figlio di un operaio, era nato nel 1834 a Riese ed entrò in seminario giovanissimo. Aveva verso la vita un’attitudine semplice e bonaria. Alcuni eventi sicuramente ne segnarono l’indirizzo politico, come la lunga attesa dell’Exsequator prima di poter prendere possesso della sua diocesi veneziana quando venne nominato patriarca di Venezia, ciò che lo convinse che l’unica soluzione ai problemi della società (secondo lui malata) era il papa e l’obbedienza assoluta al pontefice stesso.

La sua semplicità e la fede estatica, nel loro scontro quotidiano con i fatti sociali e politici, rafforzarono le sue convinzioni di una società malata , apostatica e moralmente depravata. Sicuro dell’esistenza di una congiura diretta contro la chiesa e portata avanti da teologi modernisti, evoluzione sociale, rivendicazioni politiche , la sua pochezza intellettuale lo rese facile alle castronerie, non giustificate dalla sua ipotetica infallibilità. Alcune sue encicliche sembrano frutto della mente di un deficiente, ignorante persino della dottrina che predica.

La cosa spiace perché innegabile è la sua sostanziale bontà d’animo verso le sue smarrite pecorelle.

Le decisioni assunte in ordine alla Commissione Biblica (istituita da Leone XIII per limitare le conservatrici decisioni del Sant’Uffizio) riportarono indietro la libertà di interpretazione dei testi sacri di cent’anni, ripristinando la “realtà storica” dei primi tre capitoli della Genesi (cinquant’anni dopo l”Origine delle Specie” di Darwin), l’assoluta realtà dei quattro evangelisti come autori dei vangeli sinottici ed attribuendo a Paolo tutte le epistole riportate come sue, anche se palesemente frutto dell’opera altrui.

Come giustamente diceva Voltaire solo quando il “mito” è accettato come tale esso acquista la sua intrinseca beltà e significanza.

Per Pio X il Diluvio è un evento reale e completo, la morte e le malattie degli uomini sono originate dal peccato originale e via così.

Persino il riduzionismo interpretativo che permette di vedere gli eventi biblici come accettabili, in quanto limitati nel tempo e nello spazio, rappresentava per Pio un indicibile errore teologico.

Nel suo “Lamentabili” il papa si scatena (si fa per dire) contro il suo mortale nemico, il Modernismo, elencando ( alla maniera del Sillabo degli Errori) una serie di proposizioni meritevoli di condanna che sembrano uscite dalla mente di un demente retrivo. Inaccettabili da un pensiero libero ed indipendente. L’enciclica “Pascendi” sembra un romanzo di spionaggio, rappresentando una società cristiana infiltrata dalla setta dei “Modernisti” che cerca di distruggerla.

Le condanne a grandi teologi cattolici irrogate da questo pontefice, con la sofferenza che inflisse, (v.Tyrrel e Loisy, Lagrange, Duchesne; tutti ne ebbero la vita e la professione rovinata malgrado fossero studiosi ed uomini di grandissima levatura scientifica e morale) rappresenta un grave peso sulla sua serenità spirituale. Il peso che portò l’abate Bremond, quando ammesso all’Academie Française nel 1924, a dire nella sua “orazione d’apertura” :”Io ho vissuto sotto quattro pontefici:Pio IX, Leone XIII, Benedetto XV e Pio XI”, implicando o che per lui Pio X° non era proprio esistito oppure che sotto Pio X non era proprio possibile vivere.

La censura e le persecuzioni colpirono un po’ dappertutto (persino Angelo Roncalli, il futuro straordinario Giovanni XXIII, venne indicato e sospettato come colpevole di “modernismo”).

La lotta del papato contro l’evoluzione continuò anche con i due papi seguenti, anche se con minor convinzione e capacità di repressione, Benedetto XV e Pio XI, che tutto potevano essere tranne che dei giganti intellettuali.

Pio XII, che porta l’orribile peso della sua viltà o della sua personale mostruosa scelta di campo nel corso della seconda guerra mondiale, era comunque un individuo intellettualmente di grandi doti (anche qui è necessario non dimenticare i campi di steminio organizzati in Croazia da Ante Pavelic (1942/1943), ricevuto regolarmente da Pio XII, e la partecipazione alle stragi dei frati francescani (Miroslav Filipovic, “Bruder Tod”, ossia sorella morte). Persino alcuni ufficiali delle SS protestarono direttamente con Hitler per gli orrori serbo-croati, dei quali il papa era purtroppo informato) ed alla sua morte, comunque, anche se non era lecito piangere un sant’uomo non si rese possibile trovare qualcuno alla sua altezza.

In quel duro momento (1958) capitò un miracolo.

Il Pontefice Che Amava Il Mondo

Non parve affatto un miracolo quando , nel 1958, Angelo Roncalli uscì sulla loggia di San Pietro per dare il suo augurio “Urbi et Orbi” alla città ed al mondo. Sembrava di più una benigna nonna italiana che il Sommo Pontefice.

Pio XII aveva abituato i cattolici ad una maestosa Presenza e ad un cervello affilato come un coltello. Roncalli sembrava un papa succedaneo, un vecchio che sarebbe durato qualche anno, finché i cardinali non avessero trovato qualcuno con cui rimpiazzare l’irrimpiazzabile (Pio XII, il papa politico). Poteva probabilmente trattarsi di Montini di Milano, una volta confidente di Pio. Se solo Montini fosse stato cardinale quando cominciò il Concilio avrebbe già potuto diventare papa in quel momento (anche se il Cardinal Siri, di Genova, era un avversario da non sottovalutare. Uno splendido conservatore, che fu capace di accettare in toto Giovanni XXIII ed il suo messaggio, pur non condividendolo affatto).

E poi il nome scelto da questo amabile personaggio? Giovanni XXIII. Non c’era stato un papa Giovanni da 500 anni, anche se era stato uno dei nomi più amati dai papi precedenti. Era il nome del Battista e del discepolo prediletto di Gesù. Inoltre c’era già stato un Giovanni XXIII e, come abbiamo visto, Baldassarre Cossa, il pirata , era stato anche la ragione dello sparire del nome dalle scelte dei nuovi papi. Deposto nel Concilio di Costanza nel 1415 (ve ne parlo a pagg. 21 e 22) era tuttora seppellito nel battistero ottagonale della cattedrale di Firenze (tomba disegnata da Donatello). Roncalli spiegò la scelta con il fatto che, per quanto ne sapeva lui, i “Giovanni” non erano mai durati molto, ed essendo lui parecchio oltre i settant’anni gli era sembrata una scelta appropriata. La situazione era invero assai più strana perché , lasciando da parte il Cossa, Giovanni XVI fu un antipapa, e non esiste un Giovanni XX perchè il papa che avrebbe dovuto chiamarsi così decise invece per Giovanni XXI, credendo che ci fosse stato un papa extra con quel nome nel nono secolo (si trattava della fantastica Papessa Giovanna). Così lo stupore di molti quando Roncalli scelse di chiamarsi Giovanni XXIII invece di Giovanni XXIV° non era giustificato perchè lui sarebbe stato solo il XXI dei papi con quel nome.

Vorrei non starvelo a menare con i tratti salienti della sua vita, ma credo sia inevitabile per comprenderne la personalità.

Nacque il 25 novembre 1881 a Sotto il Monte, vicino a Bergamo. Suo padre, Giovanni Battista, era un povero contadino e Angelo era il terzo di redici figli (il maschio più anziano). Fu battezzato nello stesso giorno della nascita in Santa Maria in Brusico, portatovi di corsa dallo zio Saverio, ma la registrazione comunale precedette il battesimo perché il prete della parrocchia era fuori in visita.

La sua vita familiare (da ragazzo) era vivida, piena di movimento e di fede. Ritornava annualmente in famiglia “per ritemprarsi”, come spesso diceva. Egli stesso racconta:” Non c’era mai pane alla nostra tavola, solo polenta; ne vino, e carne assai di rado. Solo a Natale e a Pasqua potevamo avere un pezzetto di torta fatta in casa…eppure quando un povero si presentava alla porta e tutti noi venti aspettavamo impazienti la minestra in tavola, mia madre trovava sempre posto ed occasione per farlo sedere a mangiare con noi.
Il povero non era uno sconosciuto, naturalmente.
Agli occhi di Marianna Roncalli era lo stesso Gesù.

Con enormi sacrifici la famiglia lo mandò a studare al seminario giovanile di Bergamo e nel 1900 entrò al Collegio Cesarola di Roma. Fu ordinato il 10 agosto 1904 e, ottenuto il dottorato in Teologia, divenne segretario del liberale vescovo di Bergamo, posto che ricoprì per nove anni.
Partecipò come ordinanza medica alla prima guerra mondiale.
Nel 1922 incontrò , per caso, nella Libreria di Milano Monsignor Achille Ratti, direttore della medesima e futuro Pio IX, che lo prese in simpatia.
Tre anni dopo era vescovo ed entrava nel corpo diplomatico.

Per coloro che lo immaginano come un bonario semplicista, ricordo che Giovanni XXIII parlava correntemente Latino, Greco, Francese e Bulgaro. Capiva e si esprimeva in Spagnolo, Turco e Rumeno. Leggeva Inglese, Tedesco e Russo. Ed era uno straordinario diplomatico, che serenamente e con quieta intelligenza insisteva sulla necessità di libertà e sul rispetto dei diritti di ciascuno:”benedetti siano i mansueti perché essi erediteranno la terra, benedetti siano i “pacificatori” perché essi saranno chiamati i bambini di Dio”. Altra sua espressione era “Legum servi sumus, ut liberi esse possumus”(Cicerone). Siamo soggetti alla legge al fine di essere liberi. Nobile espressione di saggezza romana che ben rappresenta la necessità di cercare il cambiamento attraverso la modifica delle regole sociali e nel rispetto della legge.

E’ stato senza dubbio il Papa Giovanni che resterà nella storia. Tutto in lui , tranne l’altezza, era grosso:occhi, orecchie, bocca, naso, collo, cuore. Soprattutto il cuore. La sua faccia era come un puzzle composito, ma il suo cuore era uno dei capolavori del Signore.

Uomo del mondo non perse mai la capacità di essere bambino e di guardare al futuro.
Il suo orientamento verso il futuro e l’assenza totale di paura furono i grandi doni che portò al papato. Nel suo discorso di addio ad Auriol (dopo otto anni di rettorato del Corpo Diplomatico), disse:” Se noi conserviamo una fede ferma, un invincibile ottimismo e cuori sensibili ai sinseri appelli alla fratellanza umana e cristiana, noi tutti abbiamo il diritto di essere senza paura e di credere all’aiuto di Dio”. Amore, amicizia e ottimismo erano virtù che aveva in abbondanza. E come i suoi alleati lo vedevano così, altrettanto facevano i suoi oppositori, che rifiutavano di chiamarlo “nemico”. Lui era al di fuori di queste categorie.

Herriot, leader del Partito Radicale, disse di lui:”se tutti i preti fossero come il Nunzio Roncalli non ci sarebbero più anticlericali”.

Quando divenne Patriarca di Venezia, il Presidente Auriol insistette per consegnargli personalmente il cappello rosso, nel corso di una cerimonia all’Elieseo, e Roncalli disse che a Venezia, nella sua casa, ci sarebbe sempre stata una lampada accesa per i suoi amici.
Il canadese Generale Vanier gli rispose:” Noi siamo tutti Vostri amici e quando verremo a Venezia la prima cosa che guarderemo sarà la lampada accesa nella casa del Patriarca. Sappiamo che avremo solo da bussare e ci sarà aperto.”.

Come Patriarca Roncalli visse diversi anni di pace e di serenità. Il suo ottimismo era contagioso e produceva effetti pacificatori. Sembrava il massimo di una lunga carriera:dieci anni a Sofia (Bulgaria), dieci a Istambul, otto a Parigi, il suo ultimo impegno. Si aspettava probabilmente di finire i suoi giorni a Venezia, come Giuseppe Sarto prima di lui ed anche lui si sbagliava

Ci vollero undici votazioni nell’ottobre del 1958 per eleggerlo papa, ma ci volle molto meno per comprendere che era differente da tutti gli altri papi. Prima di tutto era un essere umano, poi era un umile cristiano e poi, da ultimo, era un cattolico Cattolico (universale). Era il papa del Mondo.
Alcuni dissero addirittura che sembrava addirittura un papa non italiano, per il maggior rilievo concesso alle vicende del Mondo piuttosto che a quelle italiane, come sempre confusamente rissaiole ed inconcludenti.

La Curia si lamentò amaramente per i suoi presunti cedimenti ai comunisti, alle eresie ed ai nemici religiosi di molti secoli e così fecero le destre estreme. Concesse persino un’intervista, in un delicato momento politico, alla Izvestia (principale quotidiano moscovita), diretta allora dal figlio di Khrushiov, provocando la furia belluina dei cardinali e dei prelati più retrivi.

La verità è che non era particolarmente interessato a salvare l’Italia dal comunismo, ma piuttosto a divulgare il Vangelo di Cristo a tutta l’umanità e soprattutto alla Chiesa.

Dove i suoi predessori avevano combattuto il mondo, l’avevano denunciato, avvisato, condannato, Giovanni XXIII l’amava, lo incoraggiava e gli sorrideva come un cherubino.

Giovanni era un grande “artista dello spirito”. Diede una nuova dimensione al cattolicesimo, utilizzando i vecchi mezzi che aveva a disposizione. Molti , soprattutto tra i Cardinali, e uomini astuti come il Cardinal Heenan non furono in grado di coglierne l’originalità e la grandezza e lo criticarono duramente come fosse un “semplice”.
Sicuramente lo era ma era anche una delle menti più acute del suo tempo ed il suo non perdere contatto con il Vangelo gli permetteva di mantenere sempre il rapporto con il mondo intero.

Rappresentò la dimostrazione che si può essere un santo e saper fare il proprio lavoro contemporaneamente.

La verità lo rappresenta meglio di mille leggende. Il Santo Stefano del 1958 si recò a Regina Coeli (la prigione) e disse ai reclusi:”Voi non potete venirmi a trovare e così sono venuto io da Voi.”. Ad un bimbo che gli scriveva di sapersi decidere sul cosa fare da grande, se il papa o il poliziotto, rispose:”Sarebbe più saggio per te studiare da poliziotto. Tutti quanti possono fare il papa, visto che, come puoi vedere, anche io lo sono diventato.” Aveva l’abitudine di girare per i giardini a tutte le ore, così i visitatori della cupola di San Pietro cercavano sempre di guardare se lui stesse passeggiando nei giardini, visibili dalla cupola.”Cosa succede?” domandò Giovanni ad un preoccupato ufficiale della sicurezza. “Vogliono vederVi, Santità.””E perchè no?” chiese Papa Giovanni sinceramente stupito.”Non sto mica facendo niente di sbagliato, credo?”

L’umanità di quest’uomo e la sua capacità di comprensione, tenendo conto del ruolo ricoperto, hanno dello straordinario. Del magico, vorrei dire, senza tema di essere blasfemo.

Sia lui che Pio X erano di origine contadina. Sia lui che Sarto erano santi uomini, senza personali preoccupazioni, senza macchie private. Uomini dedicati e pieni di umiltà personale eppure incredibilmente differenti.
Dove Pio esigeva, per il suo ruolo, assoluta obbedienza e persino sottomissione, sentendosi obbligato ad imporre la sua autorità quale rappresentante di Cristo in terra, Giovanni non esigeva nulla, nulla temendo tranne di agire diversamente da come Gesù avrebbe agito.
Non esisteva in lui contraddizione tra essere papa ed essere buon cristiano. Lui non era null’altro che il “buon pastore”.

Al suo annuncio di aver convocato un Concilio, nel gennaio 1959, i cardinali erano stupefatti che chiedesse loro consiglio. Non ne avevano da dargli. Per troppo tempo erano stati abituati a seguire i comandi dei papi piuttosto che a collaborare. E perché avrebbero dovuto mostrare qualche entusiasmo? L’unico Concilio in quattrocento anni era servito a proclamare l’infallibilità del papa. Perché Giovanni voleva un nuovo Concilio ed a cosa gli sarebbe servito?

Le resistenze furono moltissime, anche all’interno della Curia, ma niente arrestò Giovanni.
Nell’ottobre del ’62 presenziò, con lacrime di gioia agli occhi, alla seduta d’apertura.
Si diceva che se tutti i papi fossero stati come lui, tutti quanti avrebbero fatto la coda per diventare cristiani, ma le cose non furono affatto facili.
La resistenza della vecchia Guardia, con le condanne e gli anatemi, fu grandissima. Ottaviani, Spellman, McIntyre, Godfrey opposero strenue obiezioni allo spirito di comprensione e di libertà che Giovanni andava diffondendo, tanto da indurre, in una particolare occasione, il cardinal Léger ad alzarsi in piedi e rispondere duramente alle reazionarie istruzioni di Ottaviani: “Dovrete fare il lavoro (di contenere lo spirito di novità) da solo. Se la Vostra attitudine è questa, Voi siete l’unico ortodosso qui e tutti noi altri siamo eretici. Arrivederci.” .
La prima sconfitta della Vecchia Guardia fu dovuta al coraggio di due cardinali, Frings di Colonia e Liénart di Lille, che si opposero alla composizione delle Commissioni, con membri tutti nominati dalla Curia.
Giovanni, guardando l’evolversi della situazione sulla televisione in circuito chiuso, deve aver sorriso come Monna Lisa. La Curia, che aveva così a lungo controllato l’indirizzo della politica della Chiesa, non la rappresentava più.
Molti passi avanti vennero posti in essere nel corso del Concilio, anche se nessuna reale modifica strutturale alla catechesi venne materialmente apportata. Le resistenze al nuovo furono troppo forti e l’idea che, al termine del Concilio, la Curia avrebbe comunque ripreso in mano le fila politico/religiose del potere era troppo consolidata perché si potesse realizzare una “Nuova Chiesa”. I colpi inferti alla vecchia struttura furono però tremendi. L’intervento di Massimo IV, Patriarca di Antiochia e della Chiesa Orientale che emerse come figura di rilievo, modificò neanche tanto sottilmente gli atteggiamenti ed i comportamenti di adeguamento al nuovo da assumere di fronte all’evoluzione civile.
Le questioni poste sul tappeto della discussione, aborto, catechismo, irrilevanza delle strette e dure regole di comportamento imposte a fedeli per i quali non avevano ormai alcun senso, e persino l’astrusità di un concetto di paradiso che era poco meglio di un monastero medioevale, vennero messe in discussione.

Quando la prima sessione conciliare terminò, nel dicembre del 1962, nessuno dubitava più che la Chiesa stesse entrando pienamente nel XX secolo.

Nel marzo 1963, tra le furenti critiche della Curia, Giovanni ricevette il Premio Balsan della Pace, con l’appoggio completo dei quattro membri sovietici del comitato di nomina. Fu accusato di essere un cripto-comunista, di avere sminuito il prestigio del papato per aver accettato un premio di terza categoria da nemici della fede.
Nella medesima primavera del ’63 Giovanni pubblicò la sua enciclica “Pacem in Terris”, con la quale dava sostanzialmente il benvenuto al progresso e proclamava il diritto di ogni uomo di “venerare Dio secondo i dettami della propria coscienza e di professare la propria religione sia privatamente sia pubblicamente”.
Egli distrusse definitivamente l’idea che l’errore non ha diritti, come sostenuto per secoli dall’Inquisizione, rimpiazzandola con quella che gli esseri umani hanno ricevuto da Dio diritti che nessuno può togliere loro.

Nella stessa epoca cominciò a mostrare i sintomi della malattia che l’avrebbe ucciso nel giugno del 1963.
Lasciò un vuoto che nessuno è stato in grado di colmare.
Rese attraente la bontà e la santità, rese cattolica la Chiesa, diede al cattolicesimo un nuovo cuore ed un nuovo spirito ed anche se non riuscì a completare il suo gesto d’amore nessuno di noi potrà dimenticarlo.

Il Concilio era ancora in corso perciò quando, il 17 giugno, venne nominato il suo successore, Giovan Battista Montini, che prese il nome di Paolo VI.

L’amletico personaggio

Giovanni Battista Montini era nato il 26 settembre 1897 a Brescia ed era stato educato in famiglia (come Pio XII) prima di essere ordinato sacerdote nel 1920. Due anni dopo venne comandato presso il Segretariato di Stato , dove servì sotto due imperiosi pontefici, Pio XI e Pio XII. Nel 1954 Pio XII lo spedì in esilio, se così si può dire, quale arcivescovo di Milano (si ipotizza per alcune sue simpatie sinistrorse). Certo è che non lo nominò mai cardinale.

Giovanni XXIII lo nominò immediatamente a tale carica e, quando iniziò il Concilio Vaticano II, Montini fu l’unico prelato in trasferta ospitato nel Palazzo Vaticano. Benché Giovanni lo descrivesse come “amletico personaggio”, incapace di prendere decisioni immediate, probabilmente si rendeva conto che sarebbe stato il suo successore.

Una delle sue priorità, dopo la nomina a pontefice, fu quella di allargare la Commissione papale sul controllo delle nascite, aggiungendo abbastanza membri (ultraconservatori) da equiparare il numero dei laici.

Il problema sorse quando i tre principali teologi liberali cominciarono a fare convertiti, convincendo i quattro quinti della commissione che non vi era differenza tra il “periodo di infertilità” (permesso da Pio XII) e l’uso del preservativo (che aveva rappresentato sino ad allora una forma di mutuale e peccaminosa masturbazione). La necessità di apportare dei cambiamenti netti e definitivi, deliberata sostanzialmente dalla Commissione, arrivò al pontefice mediata dall’orrore della vecchia guardia Curiale ed il papa “amleto” riportò indietro il papato di mezzo millennio in un colpo solo.

Egli decise infatti che avrebbe personalmente esaminato il rapporto della Commissione e poi avrebbe deciso per conto suo. Tutto quanto Giovanni aveva prodotto rinnovando il concetto di Collegio Ecclesiale di amore e fratellanza andò a puttane (l’originale concetto di chiesa, clero e fedeli unitariamente coinvolti nei processi decisionali).

Così una volta ancora la Chiesa cattolica adottò l’attitudine de: “Il Papa sa meglio”.

Padre F.X. Murphy, ancor prima della decisione Paolina, scrisse nel 1967/8: “l’insuccesso della Gerarchia nell’intervenire esplicitamente sull’argomento (contraccezione) è soltanto criminale. Lasciare la decisione solo nelle mani del pontefice non sembra, nelle attuali circostanze (Concilio Vaticano II°) ne giusto ne appropriato.”.

I vescovi cedettero ed il loro crollo psicologico e morale può essere accostato con quello verificatosi cento anni prima nel Vaticano I°, quando abbiettamente, subirono la papale “infallibilità” malgrado le giuste proteste delle loro coscienze.

I due giorni più esplosivi del Concilio furono il 29 ed il 30 ottobre 1964, quando i padri discutevano de “la Chiesa nel mondo moderno”. Il cardinal Léger di Montreal suggerì che il matrimonio non dovesse necessariamente fruttificare in unici atti di rapporto ma dovesse essere considerato come “intero”. L’amore , egli insistette, deve essere considerato come un fine “di per se stesso” e non meramente come un mezzo per qualche altro fine, come la fecondità. Si trattava di un’interpretazione normale per qualunque laico ma straordinaria per un prelato.

Il belga Suenens chiese che venisse rivista l’intera dottrina classica della contraccezione, alla luce della scienza moderna, pregando i suoi “fratelli vescovi” di evitare un nuovo “affare Galileo”.

L’intervento del patriarca Maximos IV° Saigh diede voce prestigiosa alle preoccupazioni di tutto il clero liberale esponendo con chiarezza intellettuale le problematiche legate all’interpretazione del matrimonio e del sesso poste in essere da soggetti (il clero) che non erano in grado di afferrare completamente i problemi e spazzando via le distinzioni tra fine primario (procreazione) ed altri fini del rapporto coniugale.

Persino il conservatore cardinal Alfredo Ottaviani manifestò le questioni legate all’assenza di controllo nelle nascite (e di conseguenza alla possibile sovrappopolazione).

La votazione del 30 concluse il dibattito e quella fu l’ultima volta in cui ai vescovi ed ai cardinali fu permesso dibattere liberamente questa essenziale problematica.

Il papa sospese la questione riservandosi di decidere ex cathedra. Alla sua richiesta di riaffermare quanto deciso con la “Casti connubi di Pio XI la Commissione rifiutò recisamente. Ottaviani e Garrone lo avvisarono che stava giocando con il fuoco vietando ai padri di discutere e poi cercando di imporre unilateralmente la propria idea. Si trovò un temporaneo compromesso apportando emendamenti alla relazione della commissione, ma mantenendoli solo verbali.

Naturalmente nulla venne ufficialmente deciso in sede Conciliare e Paolo VI, nelle sue successive uscite pubbliche ed approfittando dell’impossibilità dei vescovi di riunirsi nuovamente, dimostrò ampiamente di non aver capito un cazzo, ripetendo come un pappagallo tesi che non sarebbero andate bene due millenni prima e risultavano adesso ancora più improprie.

Idiozie sulla donna quale “riflesso” della “immacolata” “vergine” “docile” “addolorata” “benedetta” Vergine Maria, personaggio mitico se ce n’è uno, visto che anche queste sue prerogative erano state decise per via conciliare. Altre pesanti idiozie sul controllo delle nascite, sul “periodo sicuro”, per finire con il dismettere le conclusioni della Commissione come “non definitive”, conservando inalterato lo statu quo.

Evito di esporVi le diverse tesi della Commissione (ci furono due differenti relazioni , una moderata ed una estremista), che sostanzialmente portavano a modificare in concreto la posizione della Chiesa sul matrimonio e sul controllo delle nascite, con chiarezza interpretativa così sorprendente da far pensare che si trattasse di problemi profondamente sentiti anche dal clero.

Humanae Vitae fu la risposta, il 25 luglio 1968, a tutte le feconde istanze di rinnovamento portate alla luce da Giovanni XXIII. Frutto di lunga riflessione questa enciclica rappresenta il culmine della repressione etica e della retrività.

Riferendosi al “costante” insegnamento della Chiesa il papa rivieta il “periodo fertile” quando lo si utilizzi per non avere più figli oltre quelli esistenti, rivieta l’aborto e la sterilizzazione, condannando a morte milioni di madri e di figli insieme.

Condannando alla sofferenza ed alla povertà milioni di individui, considerandoli come disgraziati animali che devono seguire pedissequamente le leggi “naturali”.

Lo squallore morale ed etico di questa encliclica, mascherata come saggio ed illuminato insegnamento, non ha pari in nessuna espressione letterario/didattica recente. L’idiozia delle tesi esposte sembra non avere limiti ragionevoli, ne umani ne divini. L’interpretazione dei rapporti umani che traspare dalle parole del papa appare quella di un semideficiente (eppure era un politico di grande qualità) che non si rende conto di come e di dove vivano i suoi disgraziati, questa volta veramente, fedeli.

Slums e favelas, ghetti, periferie sporche e case fatiscenti. Decine di figli senza il cibo con cui nutrirli e le medicine con cui curarli. Donne e uomini che vivono un’esistenza bestiale di fatica, dolore e sofferenza.

Non credo che noi che viviamo nel “primo mondo” (10% scarso della popolazione mondiale) ci rendiamo completamente conto della situazione esistente negli altri “mondi”. Ma il papa, lui si avrebbe dovuto rendersene conto.

The Guardian, The Economist e persino il cattolico The Tablet ironizzarono sulle posizioni papali. The Times dissentì rispettosamente. I giornali italiani, l’Unità compresa, sfiorarono il ridicolo per la pochezza dei loro commenti.

Le resistenze nel mondo cattolicofurono comunque fortissime e condussero, come era prevedibile, alla assoluta pratica irrilevanza delle prescrizioni papali, producendo analogicamente il mancato rispetto di altre ben più nobili e serie disposizioni etico/religiose.

Come gli studi di Padre Andrew Greely (The American Catholic, 1977) dimostrarono ampiamente ed irrefutabilmente, il declino della Chiesa cattolica e delle sue vocazioni deve attribuirsi essenzialmente, non al Concilio Vaticano II° come sostengono alcuni teologi conservatori, ma alla leadership papale nell’area della morale sessuale. La conclusione di Greely è che il Vaticano II° senza l'”Humanae Vitae” avrebbe dato forte spinta alla crescita della Chiesa. “Humanae Vitae”, senza Vaticano II°, sarebbe stata un assoluto disastro. Insieme furono un mezzo disastro.

Non voglio parlarVi delle conseguenze logiche della posizione morale della Chiesa sulla diffusione delle malattie veneree. Magari lo farò in seguito.

Il Superpapa e le questioni pressanti

Parlare di Giovanni Paolo II è cosa affatto facile. L’uomo possiede qualità e caratteristiche assolutamente contrastanti. Che la sua figura giganteggi in quest’ultimo scorcio di secolo è cosa indubbia, ma altrettanto indubbio è che agli straordinari progressi nel campo della pace tra le genti egli non abbia unito una crescita altrettanto rilevante nella comprensione della vita e della morale correnti. 

Credo sia bene, per esempio, non dimenticare che buona parte degli orrori verificatisi nel corso dei conflitti in Ruanda nel 1994 hanno avuto la benedizione o la partecipazione diretta di membri del clero cattolico, e sotto il pontificato di Giovanni Paolo II

Le sue posizioni sull’aborto, sulla contraccezione, sul celibato del clero e sulla posizione della donna nella società e nella famiglia potrebbero essere tratte da un volume di catechesi del 600 senza che dovesse esser loro apportata alcuna variazione.

Un alto prelato vaticano ha detto che Giovanni Paolo rifiuta di giocare la partita sui numeri, ma è proprio sui numeri che la partita si gioca.

L’interessante assunto del Santo Padre “qualcuno provvederà” o “ci penserà la Provvidenza” sembra fare tristemente il paio con l’orribile “Dio riconoscerà i suoi” della strage degli albigesi.

Ci sono voluti 1800 all’umanità per raggiungere il miliardo di individui. Dal 1800 al 1920 si è aggiunto un altro miliardo. Il terzo miliardo è stato raggiunto nel 1958, il quarto nel 1975 ed il quinto nell’estate del 1987. Attualmente (marzo duemila) sfioriamo i sette miliardi di persone.

Non c’è mai stato un così grande numero di esseri umani che vivono in condizioni subumane. Un così spaventoso numero di sofferenti e di poveri. Ed il giochetto mentale di sostenere che il 10% della popolazione mondiale utilizza e sfrutta il 90% delle risorse è ridicolo e scorretto. Quel 10% è rimasto pressoché invariato negli ultimi 200 anni , raggiungendo nei paesi più civili una crescita zero.

I governi democratici sembrano in condizione di controllare meglio i propri tassi di crescita, forse perché meno dipendenti da forme di manipolazione della popolazione o perché la popolazione diventa meno disponibile a farsi manipolare dai governi. Dei circa duecento paesi del mondo solo una trentina sono realmente democratici,esenti da pressioni e colpi di stato. Dove il governo ha carattere tirannico o fortemente religioso, a parte i devastanti pericoli di guerre esterne, la popolazione costituisce il famoso gregge ai cui componenti non sembra restare altro che adempiere al comandamento passatempo “moltiplicatevi” (anche per ragioni di mera sopravvivenza). I propri giovani vengono venduti e/o affittati per limitare i costi o perché ce ne sono in soprannumero (di figli) e perché costituiscono l’unica fonte di “ricchezza”.

Per di più sembra difficile esaminare razionalmente il problema senza cadere in trappole buoniste, ecologiste ed umanitariamente “cattoliche”.

Se qualcuno suggerisce di interrompere o di controllare con fermezza i flussi migratori verso i paesi industrializzati viene immediatamente catalogato come razzista (se gli va bene) , nazista e/o fascista. Anche gli immigrati prima o poi voteranno, il che è un elemento da non trascurare.

Non credo che esistano facili soluzioni ma sicuramente esse devono essere “imposte” sia pure per via mediata e senza prevaricazioni dirette.

Gli ultimi cinquant’anni hanno dimostrato con estrema evidenza che i cosiddetti regimi arrivano sempre al punto di non aver altra scelta politica oltre a quella di ricorrere ad una guerra contro un nemico esterno e tale scelta, attuata, per esempio, contro un paese come il nostro, può essere una scelta dall’effetto devastante e dirompente.

Ma torniamo al papa.

La completa approvazione di Giovanni Paolo alle prescrizioni dell’enciclica sulla pillola , Humanae Vitae, appare situata fuori dal contesto temporale nella quale estrinseca i suoi effetti.

Considerare aborto e preservativo (o contraccezione in genere) quali peccati mortali in tutte le circostanze (la casistica nella quale sono tollerati, quali mali minori è praticamente limitatissima) carica i fedeli di un peso etico e morale assolutamente ingiusto. 

Vedasi le pesanti problematiche e gli orrori etici che questa posizione ha provocato nei recenti conflitti in Croazia, Bosnia etc., con l’impedire l’interruzione di gravidanza alle molte donne (tra le quali anche alcune suore) stuprate e fecondate dagli stessi soggetti che hanno ucciso i loro mariti o i loro figli.

 Peraltro senza che tale comandamento religioso trovi una effettiva corrispondenza nelle Scritture.

Praticamente tutta l’elaborazione teologica a giustificazione della Humanae Vitae è frutto dell’opera di Agostino e di Tommaso e non rappresenta certo, come sostenuto da papa Giovanni Paolo, una “costante tradizione cattolica”.

Già soltanto il fatto che il “periodo sicuro” , condannato come peccato mortale (in quanto metodo contraccettivo) da Agostino sino al 1951, sia poi diventato l’unico metodo approvato dalla Chiesa (forse perché funziona di merda) la dice lunga sulla costanza. Quanto alle virtù coniugali in “De bono coniugali” il medesimo Agostino (sempre tra le scatole) scrive che gli unici meriti (bona) o valori del matrimonio sono :figli, indissolubilita, fedeltà, gli stessi che ritroviamo in “Casti connubi” di Pio XI nel 1930, saltando a pié pari millecinquecento anni di variazioni sul tema e di differenti insegnamenti catechistici sull’argomento. 

Con scarse varianti gli stessi concetti vengono reiterati nella “Humanae vitae” e, più di recente, ancora rinforzati con “Evangelium vitae”, nella quale l’aspetto paradossale delle spiegazioni e delle istruzioni papali risiede proprio nel continuo autocitarsi da parte di Giovanni Paolo a conferma della validità di posizioni religiose/morali del tutto insostenibili dal punto di vista etico. Per questo papa, uomo politico di grandissimo valore e di enorme coraggio, sembra che duemila anni di orrori e sofferenze,senza dubbio addebitabili in parte alla Chiesa, siano trascorsi inutilmente: mascherati da un linguaggio “prudente” ed apparentemente “paterno” si ritrovano il disprezzo per la donna e l’insofferenza verso il diritto dell’uomo a decidere del proprio futuro e, quello che è peggio, del proprio presente. Insomma, se potesse, Giovanni Paolo sarebbe ben contento di avere due spade (e magari di tagliare la gola a quelli che non la pensano come lui).

D’altra parte basta leggere con attenzione la bibbia per rendersi conto che, così come i Patriarchi avevano spesso diverse mogli, l’originaria visione del rapporto matrimoniale aveva connotazioni profondamente differenti da quelle imposte dalla morale cattolica.

In una società fortemente maschilista, nella quale la repressione dell’altro sesso costituiva (costituisce) elemento indispensabile di sopravvivenza, solo presso i cattolici e gli Stoici (con ben altra caratura etica) l’atto d’amore costituito dal rapporto sessuale coniugale diventa “cosa sporca” e peccato di particolare turpitudine.

La sequenza di storie “edificanti” che ritroviamo nella Patristica su mariti che abbandonano mogli e figli (a morire di fame) per intraprendere una vita “casta e meditativa”, sembrano prodotte da una banda di celibi impotenti e/o repressi (senza avercela con gli impotenti, assolutamente incolpevoli di per se), al servizio di un Dio “maschio e sciovinista”.

Se solo si pensa che i Padri spesso giustificano la loro posizione spiegando il dolore del parto con la giusta punizione inflitta da Dio alla donna proprio nel posto e nella parte del suo corpo dove ella ha commesso peccato, si resta spaventati dalla pochezza e dall’inumanità di coloro che hanno guidato la nostra vita religiosa per venti secoli.

Le posizioni di Gregorio e degli altri

Gregorio il Grande, che regnò dal 590 al 604 d.C. , fu una delle meraviglie della sua epoca. Solo Leone I (440-61) poteva rivaleggiare con lui come teologo e vescovo pastorale.

Gregorio era di media altezza con un’enorme testa calva (teschio che molte città – Costanza, Praga, Lisbona, Sens – dichiararono di possedere come reliquia) . Aveva la fronte alta e piccoli occhietti giallo/marroni. Naso aquilino con grandi narici e labbra larghe e carnose. Di nobile famiglia senatoriale aveva deciso fin da piccolo di fare il monaco. Era di cattiva salute ed aveva peggiorato ulteriormente la sua qualità di vita mangiando male e bevendo peggio (importava direttamente da Alessandria il “cognidium”, vino insaporito con resine), beccandosi la gotta (dolorosissima) e una digestione disastrosa.

Egli fu uno dei primi pontefici ad approvare ufficialmente l’opera di Agostino, condannando i rapporti sessuali non solo durante la gravidanza ma anche nel periodo dell’allattamento.

Secondo Gregorio, dopo che un uomo ha dormito con sua moglie, non può nemmeno entrare in una chiesa prima di essersi lavato e di aver fatto debita penitenza, poiché la sua volontà rimane contaminata. Il Matrimonio non è di per se peccaminoso, ma il sesso tra i coniugi lo è sempre . In accordo con Agostino, Gregorio collegò strettamente sesso e peccato originale.

Il peccato originale è la corruzione innata dell’anima ed assume la forma del desiderio o della concupiscenza, la ribellione della carne contro lo spirito. A causa del peccato di Adamo tutta l’umanità è sporca e dannata ed è come se Adamo, il primo uomo, avesse contratto una malattia ereditaria che porta irrevocabilmente alla morte. Della colpa di Adamo tutta l’umanità è responsabile ed in Adamo tutti noi abbiamo peccato.

Questo significa che noi nasciamo nel peccato e dal peccato le nostre anime sono inquinate sino dalla nascita.

Il problema che tale colpa viene lavata via dal battesimo (e quindi non dovrebbe essere trasmessa ai figli da due genitori “purificati” dal sacramento) viene risolto da Gregorio rilevando che la procreazione avviene per il tramite di un atto “sessuale”, prodotto della lussuria, e quindi “in se” peccaminoso. Se i bambini muoiono non battezzati essi sono condannati ad un eterno tormento , colpevoli solo di essere nati.

E ricordiamo che i pagani (tutti ed indiscriminatamente) se ne vanno tranquillamente all’Inferno senza scampo alcuno (a queste condizioni li seguo anch’io volentieri. Forse Memnoch aveva qualche ragione a ribellarsi).

L’ottica di Gregorio non è poi tanto lontana o dimenticata nel tempo. Se si riesamina il canone 747 del Codice ecclesiastico del 1917 (non riportato nel codice revisionato del 1983, ma che tuttavia ancora determina i comportamenti pratici dei moralisti) si legge che se esiste pericolo di morte del bambino nel grembo della madre, esso deve essere battezzato prima della nascita (magari frugando nell’utero con una siringa piena d’acqua santa [metodo consigliato]). Sembra un’idea tristemente satirica nata dalla fertile fantasia di Swift. Nella visione di Gregorio solo Gesù nasce incorrotto, in quanto “non frutto” di una congiunzione carnale. Naturalmente , au contraire, la povera Madonna non è , per Gregorio, ne immacolata, ne pura (tanto per contraddire i suoi successori).

In considerazione dell’infallibilità papale viene da chiedersi perchè mai Paolo VI, scrivendo Humanae Vitae, non si sia appoggiato anche alle terrificanti tesi di Gregorio, oltre che a quelle di Pio XI e PioXII. Perchè questi ultimi si ed il Grande Gregorio, sicuramente uno dei cinque o sei papi più importanti nella storia della Chiesa, no?

La verità è che l’nsegnamento religioso degli ultimi papi contraddice in più punti la dottrina precedentemente seguita, producendo dal punto di vista logico una serie di prescrizioni prive di coerenza interna (che invece era perseguita dagli antichi teologi).

Le tesi di Gregorio governano tutto il medioevo e , nel Malleus Maleficarum, Sprenger e Kramer palesano una salda credenza che il sesso sia la porta d’ingresso di Satana nel mondo materiale. Le idiote opinioni di Capello, Genicot ed altri in ordine alla differente qualità di peccaminosità inerente agli atti sessuali non portati a compimento rappresentano solo l’incapacità da parte di ciechi dalla nascita di pontificare sul colore dei quadri.

Nel 1930 la Casti Connubii di Pio XI contraddice tutto quanto precedentemente sostenuto da tutti i papi che lo hanno preceduto, attribuendo al matrimonio “fini secondari” (aiuto reciproco, amore reciproco, lenire la cincupiscenza) e dimeticando che tutto quanto non sia diretto alla procreazione ed ogni altro fine aggiunto alla medesima procrazione , secondo la costante tradizione cristiana, costituisce peccato mortale. Questa è stata la costante ininterrotta tradizione cristiana. Persino Innocenzo XI (1676-89) decretò solennemente che fare sesso solo per il piacere (lenire la concupiscenza, amore reciproco) è peccato.

Secondo questa dottrina fare l’amore con la propria moglie incinta o sterile o in menopausa costituisce un peccato mortale senza possibilità di scampo.

Pio XI modifica strutturalmente la faccenda, affermando nella sostanza che posto che vi sia penetrazione ed inseminazione, diventa irrilevante lo stato del coniuge. Non importa cioè la condizione sostanziale dei soggetti in discorso (se siano sterili, in menopausa, in andropausa, incinti, etc.etc.). L’importante è che non adottino pratiche contraccettive e che l’atto sessuale si definisca in una penetrazione con inseminazione. L’atto, in questi termini e per Pio, appare quasi virtuoso.

Naturalmente quando Vaticano II rifiutò di usare la distinzione tra fini primari e secondari del matrimonio fece una cosa saggia, perché il tentativo di Pio di sostituire una regola morale con una partica descrizione dell’atto lecito rendeva assolutamente impossibile uscire dal dilemma costituito dalla contraccezione.

La nuova moralità imposta dalla Casti Connubii e dalla HUmanae Vitae (da ultimo anche dalla pressochè ridicola Evangelium Vitae) appare priva di coerenza logica e morale , rimanendo inaccettabile come e quanto l’insegnamento tradizionale ma senza averne l’ideale giustificazione. Il tentativo, pur lodevole, di permettere (Pio XII, 1940) agli sposi la sperimentazione del piacere e della felicità nel corpo e nell’anima (senza però comprendere come l’atto sessuale sia un atto d’amore, anzi, l’Atto dell’amore reciproco) rende impossibile produrre un ragionamento logico che permetta di prevedere in astratto quali siano o debbano essere i comportamenti leciti e quelli proibiti. Le varie concessioni (vedasi quella del 1951, Pio XII, relativa alla assoluta liceità del metodo Ogino-Knaus) non hanno fatto che rendere più complesse (e più meccaniche, se pensiamo ai termometri, alle misurazioni, etc.etc) le problematiche dei fedeli legate al sesso.

D’altra parte l’orrore di un Dio che condanna incolpevoli bambini ed ignari adulti ad un Inferno mostruoso solo perché non battezzati non può essere eguagliato da alcuna azione umana, per quanto terrficante. Sarei propenso a valutare Hitler ed Attila come dei patetici dilettanti di fronte alle crudeltà attribuite dai nostri gentili teologi al Dio padre di nostro Signore Gesù Cristo.

Di fatto nemmeno il Demonio appare così crudele.

Peccato originale e controllo delle nascite

Il vero mistero di tutta questa storia è costituito dal perché i cristiani abbiano conservato queste credenze così a lungo e senza proteste. Sembra esservi una sola risposta: l’Autorità. L’autorità della bibbia, in prima battuta, ma di una bibbia interpretata dai maestri della Chiesa (il Magisterium). Le mistiche parole di San Paolo “in Adamo tutti abbiamo peccato” sono state condotte stupidamente (o per qualche altra ragione non confessabile) a significare che persino i nascituri siano responsabili del peccato originale e debbano essere condannati ai tormenti dell’Inferno se muoiono non battezzati.

Cristiani che non si sarebbero mai perdonati se avessero fatto involontariamente del male ad un fanciullo, lo condannano ad indicibili tormenti (eterni) per qualcosa che non solo è inevitabile ma non è nemmeno stata commessa da lui e della quale non ha alcuna “coscienza”. Ed anche se probabilmente i genitori cristiani non hanno mai creduto che ciò fosse vero, d’altra parte a questa dottrina sono stati acquiescenti ed obbedienti, condannando così i propri figli.

Non esiste miglior esempio, nella storia dell’Autorità cattolica, di questo nel quale Essa, senza logica ragione, senza coerenza interna e senza umanità alcuna, domanda obbedienza ad una dottrina moralmente assurda.

Ed a nulla serve la giustificazione che si tratta di materia di “mistero” e/o di “fede”. Né mistero né fede sono ciechi di per se, e quando lo sono non ci appartengono personalmente. Si tratta della fede o del mistero di qualcun altro, al quale noi obbediamo per paura, per convenienza, per ignavia o per ignoranza.

Non c’è in questo insegnamento mistero o fede. Solo squallida paura celibataria. Esso sembra fare il paio con l’insegnamento papale sul controllo delle nascite. Come papa Gregorio condanna milioni di bambini innocenti all’eterno fuoco dell’Inferno, così papa Giovanni Paolo condanna milioni di aduti, atrettanto innocenti, all’inferno in terra. La differenza è che oggi il popolo cattolico dichiara di ritenere/credere che Papa Paolo si sbagliasse.

Non ci sono argomenti validi a sostegno delle teorie di Giovanni Paolo e non si capisce con quale criterio egli abbia sostenuto Pio XI e Pio XII invece di appoggiarsi a Gregorio ed ai suoi successori. Quale che sia stata la ragione certo è che l’insegnamento di Paolo ha creato più problemi di quanti ce ne fossero prima, impedendo anche la possibilità di più facili soluzioni.

Un etica celibataria ha messo definitivamente alla gogna i credenti laici. Una coppia che vive in una baraccopoli con una dozzina di figli o usa il metodo Ogino-Knaus o dorme schiena contro schiena. La masturbazione è sempre peccato mortale , persino quando è motivata da controlli di fertilità. Nello stesso modo la masturbazione è peccato assai più grave dell’adulterio, in quanto più innaturale e non diretta alla procreazione. Un violentatore che indossa un preservativo nello stuprare la sua vittima è più colpevole di uno che non lo usa (si pensi all’aids ed alle donne bosniache). La fecondazione in vitro è sempre condannata, anche quando sia diretta a risolvere il problema delle coppie senza figli. In tutte le fasi di questa idiota condanna la morale cattolica tradisce le sue origini pretesche. E non si tratta di antipatia od odio dei celibi verso gli sposati, con la relativa invidia per le donne che essi possono amare. Il Clero semplicemente non capisce.

Un’ultima cosa: Pio XII ammise brontolando che “nihil obstat” all’uso del “periodo sicuro”, che è quindi diventato il metodo ufficiale standard dei cattolici per evitare il concepimento. Secondo questa “ufficiale” dottrina della Chiesa è quindi lecito e giusto moralmente copulare (in questo periodo di infertilità) anche quando si intende non procreare, al fine principale di soddisfare le proprie “brame” sessuali senza le seccature dei figli.

La follia di questo ragionamento emerge quando si ritorna ad esaminare la dottrina base del Cattolicesimo in questo settore: IL SESSO E’ SOLO PER LA PROCREAZIONE. Questa è la grande, anzi l’unica “coerente”tradizione cattolica.

Messe così le cose la Chiesa avrebbe dovuto essere felice della scoperta del periodo fertile, ma per la ragione opposta: per obbligare le coppie a copulare soltanto in quel periodo (fecondo), nel quale c’è la quasi certezza di restare incinte. Ed in questo modo non sarebbe andato sprecato tutto quel prezioso seme maschile, la cui vana dispersione è stata (questa volta sempre e da tutti i Padri della Chiesa) condannata severamente ed in ogni circostanza (v. Onanismo, masturbazione, etc.etc.).

Il fatto che Pio XII ed i suoi successori non abbiano adottato questa terrificante linea di condotta va sicuramente a loro credito. Anche se il merito deve essere ascritto più alla loro bontà d’animo che alla coerenza logica.

La stessa irrazionale illogicità i recenti pontefici hanno saputo evidenziarla anche in ordine ad altri pressanti problemi che attanagliano la comunità religiosa e laica di estrazione cattolica.

I pionieri del divorzio

Che la Chiesa cattolica sia contraria al divorzio è un fatto unanimamente riconosciuto. Il Vaticano generalmente non concede accrediti ad ambasciatori o diplomatici se essi sono divorziati o sposati con persone divorziate (il bando non è però assoluto). Possono tranquillamente essere protestanti, atei, persino agnostici (e questo è veramente strano: che per la Chiesa siano preferibili gli atei (i senza dio) agli agnostici (quelli in sospensione di giudizio)) ma è necessario ed opportuno che matrimonialmente parlando siano al di sopra di ogni sospetto.

L’opinione che la Chiesa non permetta mai il divorzio è condivisa da quasi tutti, cattolici compresi, sebbene molti sussurrino dietro alle spalle che la chiesa lo conceda sotto differenti apparenze. Persino i cattolici divorziati esternano questa opinione di assoluta illiceità del divorzio.

Essi evidenziano come elemento d’orgoglio il rifiuto di Papa Clemente VII ad Enrico VIII, quando decise di abbandonare Caterina d’Aragona per l’attraente Anna Bolena (poi allegramente decapitata). Per essere precisi Enrico aveva domandato l’annullamento del suo matrimonio, un favore che Alessandro VI aveva garantito senza indugio alcuno alla figlia Lucrezia dopo tre anni di matrimonio abbondantemente consumato.

Enrico poteva anche accampare discrete ragioni, sicuramente migliori di quelle usate da sua sorella Margherita, regina di Scozia, per fare annullare il proprio matrimonio. Mi sembra inutile elencare le molteplici ragioni che possono giustificare la cessazione della vita matrimoniale. Si può passare da quelle sentimentali (cessazione o insussistenza dell’amore, dell’affetto o della tolleranza reciproca) a quelle penali (violenze e prevaricazioni, percosse, violenze e sevizie dei figli, comportamenti delinquenziali, etc.etc.) per finire a quelle sanitarie (malattie veneree, aids, pazzia, sclerosi, arteriosclerosi, manie e/o fissazioni religiose). La follia di un precetto che dispone “Ciò che Dio ha unito, nessuno uomo divida”, sembra saltare agli occhi per le inique conseguenze che può comportare.

Appare evidente che il Clero (celibe) non riesce a comprendere l’impossibilità materiale di riconciliare condizioni di vita divenute assolutamente intollerabili. Alcune situazioni coniugali non sono più “vita” in senso stretto. Rappresentano fattispecie di “non vita”, dalle quali è assente anche quel minimo rispetto di se stessi e degli altri che ci permette di considerarci esseri umani etici. Un’altra eterna prigione, costellata di sevizie e di torture che potrebbero farci impazzire.

La realtà è che la Chiesa, ufficialmente, non ammette il divorzio (o meglio : la dissoluzione del vincolo) in una sola specifica fattispecie: un matrimonio consumato tra due cristiani. Inoltre il papa è assai distante dall’essere assolutamente contrario al divorzio in ogni forma e circostanza, visto che ritiene di essere l’unica persona che può garantirlo.

Lo strano è che il divorzio, così come la tortura, venne reintrodotto in Europa proprio dal Papato, nel sedicesimo secolo, dopo che era stato considerato fuori legge per diversi secoli nei quali le norme religiose avevano avuto il sopravvento su quelle civili.

Bonifacio VIII° (1294-1303) asserì che tutte le creature sono soggette al romano pontefice e che il suo papale potere si estende su TUTTI i matrimoni, anche a quelli tra infedeli, giudei, musulmani o non credenti. Tutti loro sono soggetti al pontefice, che può sciogliere i loro vincoli matrimoniali per la salvezza delle loro anime. Parrebbe che un vecchio celibe, che vive nel palazzo del Vaticano, sia l’unica persona autorizzata da Dio a sciogliere i matrimoni, cosa che non fa in tutti i casi, ma soltanto quando ci sia uno specifico interesse della comunità cattolica. Una bella incongruenza!

Negli anni 1940, ’50, Pio XII estese il suo potere di sciogliere i matrimoni ad un grado impensabile per i cattolici di solo una generazione prima. Tutti i precedenti Concilii della Chiesa lo avrebbero deposto e condannato per eresia. Dato per scontato che il papa può sciogliere tutti i matrimoni, tranne quell’unico “consumato e tra due cristiani”, è nel suo potere sciogliere anche questo? Molti papi in passato l’hanno fatto e senza provocare particolari sconquassi.

Peraltro è così fasullo l’insegnamento che la Chiesa non cambia mai che un cristiano del terzo secolo sarebbe rimasto stupefatto dalle dottrine medioevali in merito, ed un clerico del medioevo dagli odierni insegnamenti.

L’insegnamento di Gesù nel vangelo di Matteo (bibbia ebraica) sembra chiaro:”E’ stato detto: chiunque divorzi da sua moglie gli sia permesso scrivere il certificato di divorzio. Ma io Vi dico che chiunque divorzi da sua moglie, eccetto che nel caso di “non castità” (grec. “porneia”=fornicazione, prostituzione, lussuria. In specifico contesto anche apostasia) , la rende un’adultera; e chiunque sposa una divorziata commette adulterio.”

La frase in rosso è omessa negli odierni vangeli cattolici, mentre la si ritrova costantemente in tutte le altre edizioni della bibbia ed in quelle cristiane più antiche .

In precedenza Egli aveva anche detto, rispondendo ai farisei:”Mosè Vi diede questo precetto (quello di divorziare) per la durezza del Vostro cuore, ma all’inizio non era così. Ed io vi dico: chiunque divorzi da sua moglie, eccetto che nel caso di “non castità” (porneia) , commette adulterio.”

Di nuovo la frase in rosso appare omessa in tutti i nuovi (si fa per dire, perché siamo nel dodicesimo secolo) vangeli cattolici, mentre la si ritrova in tutte le altre edizioni.

Lo strano è che i teologi cattolici non discutono sul testo reso pubblico ed ufficiale, ma sul significato profondo della frase omessa, come se sapessero o dessero per scontato che quello è il testo corretto.

Certo è che la Chiesa orientale garantisce tuttora il divorzio in caso di infedeltà coniugale e si tratta di una tradizione confermata in tutti i sinodi unitari sino al 1054, anno dello scisma (rottura formale con Roma). Dall’epoca della Riforma (sedicesimo secolo) solo la Chiesa Cattolica ha conservato la proibizione assoluta del divorzio, persino nel caso di abbandono assoluto del coniuge mentre le altre confessioni cristiane lo permettono.

Contrariamente a quanto si crede la Chiesa Cattolica non ha mai stabilito ufficialmente (per via conciliare) che un matrimonio cristiano “consumato” non possa essere sciolto. L’ambigua e contorta asserzione fatta nel Concilio di Trento (1563) “se alcuno dice che la (cattolica) Chiesa erra quando insegna…che il vincolo del matrimonio non può essere sciolto, sia egli colpito da anatema” evidenzia il problema di mettersi in aperto contrasto con la Chiesa Orientale e con tutto quanto stabilito dai precedenti Concilii ecumenici unitari (il rilievo fu sollevato dall’ambasciatore della Republica Veneziana ed i vescovi ne tennero ben conto).

Recentemente molti studiosi hanno suggerito che entrambe le confessioni religiose siano in errore nell’interpretare gli insegnamenti di Gesù in chiave “normativa”. Gesù viene considerato quasi come Mosè: un legislatore, un emanatore di norme divine. E questa è la ragione per cui le quattro cose che ha detto vengono intese come principi sostanziali dell’ordinamento canonico (in alcune occasioni, mentre in altre appaiono, a piacere dell’interprete, come fonti di “indirizzo”).

Nel Sermone della Montagna, proprio prima di parlare di matrimonio, Gesù dice: “se la tua mano destra commette peccato tagliala e gettala; è meglio perdere un arto che mandare tutto il tuo corpo all’inferno”. Il povero Origene (uno dei grandi Padri greci della Chiesa) obbedì alla lettera (evirandosi, tagliandosi il pene). La Chiesa disapprovò il suo comportamento per paura che desse il via ad una nuova moda, ma Cristo di certo non desiderava che i suoi seguaci si tagliassero via a pezzi. Diversa è la questione quando papi, teologi e Padri definirono come “luogo reale” un fuoco infernale che non cessa mai. Questo era un errore ben più grave e ricco di conseguenze drammatiche dello sbaglio di Origene. A parte i problemi fisici legati ad un fuoco che brucia eternamente, a corpi che bruciano senza interruzione e senza consumarsi ed a qualcuno che prova pene corporali eterne prima che il suo corpo risorga nel Giorno del Giudizio, immensi sono i problemi etici.

Come può qualcuno essere punito eternamente per un atto compiuto nel tempo? La giustificazione che Dio è eterno e perciò un offesa contro di Lui è altrettanto infinita sembra inadeguata, visto lo spread tra condannante e condannati. Certo se io fossi eterno, immortale ed infinito come Dio, la punizione sarebbe forse più adeguata, ma dubito che in quel caso Dio sarebbe in grado di punirmi. E poi come possono i genitori riunirsi allegramente in Paradiso, sapendo che i propri figli e figlie arrostiscono all’inferno? Questo fatto non riduce la loro gioia mentre si godono la vista di Dio? l’ingiustizia di un bambino morto prematuro spedito a soffrire pene eterne mi renderebbe impossibile sopportare la vista di Colui che a tanto lo ha condannato.

Per gli studiosi sopra citati la soluzione è semplice: Gesù non va preso alla lettera in relazione alle fiamme eterne. Si riferiva probabilmente al terreno cimiteriale del Gehenna, all’esterno di Gerusalemme, che fumava e bruciava ininterrottamente alimentato dai rifiuti della città e dai corpi dei criminali crocifissi (Sitz im lieben). E in relazione al matrimonio Egli parlava profeticamente , suggerendo un’interpretazione ideale di un rapporto materiale, ma senza pretendere che le sue parole fossero intere “alla lettera”.

Lo strano è che la Chiesa trae dal Sermone della Montagna regole universali che non ammettono eccezioni, ma tali regole in effetti non ci sono.

Il sermone, infatti, era indirizzato da Gesù, un ebreo, ai suoi compatrioti ebrei (nessuno dei quali era battezzato e nessuno probabilmente si sarebbe mai fatto battezzare spontaneamente), che potevano tranquillamente divorziare secondo quanto prescritto dalla loro legge ebraica e dai dieci (si fa per dire) comandamenti impartiti da Dio attraverso Mosé (dalle cui norme di comportamento Gesù mai si discostò). In sostanza Gesù proibiva (o criticava intrinsecamente) il divorzio a persone alle quali la Chiesa ed i Papi hanno regolarmente permesso di divorziare: gli ebrei.

Secondo quanto prescritto dal nostro canone religioso gli ebrei potevano e possono tranquillamente divorziare, sia per la loro legge, sia perché è espressamente a loro permesso con l’approvazione papale. Se si convertono poi non esistono problemi di nessun genere: il divorzio è sempre accordato.

Sembra un po’ come cambiare le regole del gioco a seconda delle circostanze.

I recenti insegnamenti della Chiesa

La Chiesa nacque all’epoca dell’Impero romano ed i romani avevano nei confronti del divorzio un approccio molto più liberale del nostro. Cicerone divorziò da sua moglie soltanto perché aveva bisogno di un’altra “dote”. Augusto costrinse il marito di Livia a divorziare, mentre lei era gravida, solo per poterla sposare lui. Le mogli, secondo quanto dice uno scrittore romano, erano come scarpe: le tieni in posti dove la gente non le veda e , se ti fanno male o si sciupano, ne prendi un altro paio. San Gerolamo (347-420) racconta di una donna che si stava sposando per la ventitreesima volta ed era la ventunesima moglie del suo nuovo marito. Evidentemente il matrimonio costituiva un legame abbastanza casuale che potevi sciogliere quasi a piacimento.

Al contrario la Chiesa insisteva sul fatto che gli atti sessuali fossero proibiti fuori del contesto di una relazione permanente e , quando la cristianità ebbe basi stabili, i matrimoni vennero consacrati con una cerimonia speciale. Fino al decimo secolo però non era necessario o obbligatorio alcun intervento da parte della Chiesa. Dal decimo secolo fino al Concilio di Trento (1563) il contratto matromoniale cade sotto il controllo del Clero e dopo il Concilio dei Trento viene anche formalizzato il relativo “sacramento” e la forma cerimoniale del matrimonio. Da quell’epoca il matrimonio era valido solo se contratto mediante lo scambio del consenso di fronte al parroco (o un suo delegato) ed a due testimoni. Però solo nel 1908, con l’enciclica NE TEMERE, questa regola divenne universalmente diffusa nelle confessioni cattoliche.

L’Impero malgrado alcuni tentativi di limitare la pratica del divorzio, attuati sia da Costantino sia da altri , lasciò sostanzialmente inalterata la normativa relativa fino al dodicesimo secolo, conservando il divorzio nelle proprie norme civili ed anche chi cercò di porre dei paletti (come per esempio Carlomagno, divorziato però egli medesimo) non ne fece conseguire alcuna penalità per i divorziati (insomma era un reato senza pena).

Soltanto dopo il dodicesimo secolo , quando l’Europa divenne completamente cristiana, la Chiesa e lo Stato riuscirono ad accordarsi per proibire il divorzio. La Chiesa aveva avuto finalmente partita vinta, ma la cosa più strana è che poi non fu lo Stato ma la Chiesa a cominciare a rendere instabile la finalmente raggiunta istituzione del matrimonio.

I matrimoni misti (tra cristiani e pagani) sono un area nella quale si sono verificati, in questi ultimi duemila anni, strardinari mutamenti. Sin dall’inizio la Chiesa li proibì come contrari al vangelo. Come poteva un cristiano unirsi a qualcuno che, egli pensava, era destinato dalla sua assenza di fede all’inferno eterno? Come poteva un cristiano accettare che i suoi figli crescessero sotto l’influenza pagana, magari pagani essi stessi e destinati al fuoco incessante? Prima del cristianesimo le differenze religiose erano considerate con grande leggerezza. Soltanto il cristianesimo è così fiscale da considerare gli “infedeli” solo come materiale combustibile e, incidentalmente, portare all’umanità una paura della morte assolutamente sconosciuta prima della sua “divina” dottrina.

I padri della Chiesa definirono il matrimonio tra un cristiano ed un pagano in modi variabili da “adulterio” a “fornicazione”. Appena diventato religione principale il cristianesimo ridusse il matrimonio tra un ebreo ed un cristiano a peccato capitale (meritevole di morte) ed i matrimoni tra cristiani ed “altri” come “crimini” . Graziano (XXI secolo) sostenne che i matrimoni misti erano contrari alle prescrizioni divine e se un cristiano entrava in un legame simile doveva separarsi immediatamente. Pietro Lombardo , teologo, affermò che i matrimoni misti erano nulli ed inesistenti. Dal Concilio di Trento sino al 1900 fu l’Inquisizione a provvedere affinché nessun cattolico sposasse liberamente una protestante.

In alcune nazioni, come Inghilterra e Germania, tali unioni erano però inevitabili, costituendo i cattolici una minoranza e fruivano quindi di una tacita accettazione. Clemente VIII, nel 1604, permise ad un principe cattolico di sposare una principessa protestante “per il bene comune” (strana contraddizione quella tra “bene comune” ed “evento intrinsecamente peccaminoso”). Ma, per minimizzare i pericolosi effetti di tali sposalizi i cattolici avevano specifiche obbligazioni da rispettare: cercare di convertire il partner, allevare i figli come cattolici e confermare il tutto per iscritto.

Nel diciannovesimo secolo occorreva un permesso della Chiesa per sposare un protestante sia in Germania sia in Inghilterra (permesso che veniva però facilmente concesso). Ciò che la Chiesa aveva condannato “in toto” ora diventava un fatto relativamente comune e quello che era stato proibito in quanto intrinsecamente diabolico e contro la legge divina , ora veniva scritto nella legge canonica.

Quando nel 1858 Pio IX° disse che la Santa Sede permetteva queste “detestabili e pericolose” nozze solo per gravi motivi, risultò poi dalle motivazioni elencate da Propaganda Fide che esse avevano veramente carattere di ridicola rilevanza. Per esempio la dispensa era concessa automaticamente quando la donna aveva più di 24 anni (superadulta).

La Chiesa sembra volerci insegnare questa strana lezione: quando la Chiesa cattolica cambia radicalmente, dice che immutabili principi vengono applicati benignamente a mutate circostanze; quando essa rifiuta di cambiare – come nel caso attuale della contraccezione e del divorzio per i cattolici – essa sostiene che i suoi immutabili principi (quelli di cui sopra) non permettono cambiamenti in nessuna circostanza.

Ma la Chiesa attraversa ed ha attraversato nel corso del tempo serie interminabili di incongrue ed inspiegabili contraddizioni persino nelle procedure di scioglimento dei vincoli matrimoniali , sia consumati sia non consumati.

Divorzi papali: nozze consumate e nozze non consumate

Più o meno a metà del dodicesimo secolo a papa Alessandro III venne presentato, dal vescovo inglese di Exeter, un indovinello. Un nobile della sua diocesi aveva in passato fatto una promessa ufficiale di matrimonio. Poco prima delle nozze però egli sentì la vocazione religiosa. C’era quindi un conflitto tra la sua promessa di matrimonio e la vocazione a servire Dio come monaco. Alessandro, che era il giurista di maggior prestigio del suo tempo, diede alla questione una soluzione senza precedenti e senza alcuna logica, dando il via ad una follia canonica che dura fino ad oggi. Secondo il papa il nobile era obbligato a mantenere la sua promessa di nozze. Subito dopo le nozze però e senza aver avuto alcun congiungimento carnale, doveva abbandonare la moglie ed entrare in monastero. Soltanto un celibe maniaco, cresciuto in una tradizione antitetica al matrimonio, poteva elaborare un così meschino scherzo. Alessandro sostenne che il matrimonio, in accordo a quanto sostenuto da Graziano, sarebbe stato valido in quanto non è la consumazione che rende valido il sacramento. Anzi si trattava del matrimonio “ideale” in quanto assolutamente virginale. Era poi diritto del nobiluomo seguire la sua vocazione religiosa abbandonando la moglie, come già fatto da santi eremiti e monaci.

Per Alessandro, insomma, necessità, bisogni, onore della sposa e della sua famiglia non contavano assolutamente nulla.

Alla questione posta dagli studiosi su come fosse possibile rompere unilateralmente il matrimonio, Alessandro rispose che si trattava di differenza di valore tra due “beni” ed il bene religioso (la vocazione) era maggiore dell’inferiore bene costituito dal matrimonio.

Con questo sistema Alessandro sembra configurare la possibilità che il matrimonio, per esempio, tra Maria e Giuseppe (genitori di Gesù), definito virginale, fosse uno dei matrimoni “scioglibili”. E d’altra parte sottintende che affinché il matrimonio sia indissolubile occorrono 1) volontà di sposarsi (consenso) e 2) fare sesso (consumazione). E la cosa crea ulteriori problemi perché viene da chiedersi come possa un elemento da sempre definito come “peccaminoso”, e cioé il sesso, rendere il matrimonio talmente santo da diventare indissolubile. Forse invece di dire “Ciò che Dio ha unito l’uomo non divida” sarebbe stato meglio dire “Ciò che la lussuria ha unito l’uomo non divida.”

A causa di questo scherzetto di Alessandro entrò nel Canone Religioso (Concilio di Trento, 1563) una nuova categoria di matrimoni “solubili”, nei quali la vocazione religiosa scioglieva il vincolo coniugale.

Da quell’epoca qualche studioso fanatico cominciò ad ipotizzare che se un semplice uomo, con una professione di fede, poteva sciogliere il proprio matrimonio, figurarsi cosa poteva fare un papa i cui poteri erano pressoché divini.

Cosa che regolarmente successe. I due casi in questione sono citati da Antonino, arcivescovo di Firenze, e le due bolle che sciolsero le nozze vennero emesse da Martino V (1417-31). I casi sembrano ai nostri occhi moderni (perché all’epoca, sebbene non creduti veri dai contemporanei, furono come un pugno in faccia) anche abbastanza giustificati. Nel primo un uomo si accorge, subito dopo le nozze e senza averle consumate, che sua moglie è incinta di un altro uomo. Lui domanda lo scioglimento per potersi risposare con una vergine. Nel secondo un uomo si era sposato per procura. Nel viaggio per raggiungerlo la moglie viene catturata dai pirati. Il marito non la incontrò mai e probabilmente non l’avrebbe più rivista. Ad entrambi fu concesso lo scioglimento.

E’ bene evidenziare che Antonino era contemporaneo di Martino V e che citò i due casi senza documentazione ma non venne creduto da nessuno. Le due bolle papali, che dimostravano la verità della sua citazione, rimasero segrete per 5 secoli venendo alla luce solo ai primi del novecento.

L’mpossibile giustificazione teologica fornita ad un atto di scioglimento che nel Sermone della Montagna (che, come interpretato dai cattolici, sostiene che nessun uomo può sciogliere quello che Dio ha Unito) va, come al solito a parare in quel “Tu sei Pietro….”. Il papa è il vicario di Cristo (prima era il vicario di Pietro, ma poi….) e quindi già nel discorso della Montagna Gesù aveva inteso conferire questo potere di scioglimento ad un tizio che per cinque secoli si sarebbe dichiarato vescovo di Roma, poi vescovo principale della Cristianità, poi Papa, poi papa infallibile, etc.etc.. in una follia narcisistica di superpoteri.

Resta l’incongruenza di un “contratto” o “legame” che viene definito ufficialmente dalla Legge e dalla Dottrina cattolica come suggellato dalla LEGGE DIVINA (tale per cui nemmeno Dio lo vuole spezzare o può fare eccezioni) mentre il Papa dichiara invece di avere il potere di annullarlo. Sembrerebbe che il Papa sia addirittura più potente di Dio.

Naturalmente nel XVII secolo questa pratica di sciogliere i matrimoni non consumati era diventata quasi normale (nel senso che si verificava con certa frequenza), ma cosa dire allora dei matrimoni regolarmente consumati?

Non sto qui a romperVi le scatole sul passaggio della lettera di San Paolo che viene utilizzata come base dello scioglimento di matrimoni consumati. Mi limiterò a dirvi che, rigettando le tesi di Sant’Agostino, Gregorio il Grande sostenne che nel caso di matrimoni tra cristiani ed infedeli la cosa era possibile (la teoria era di un giurista romano, ex ebreo convertito, di nome Isacco). Naturalmente questa tesi creava molti problemi e questioni ed offriva il destro ad un mucchio di scioglimenti ottenuti artatamente. La norma entrò subito nei “Decreta” di Graziano e, nel 1142, divento parte del diritto canonico. Anche Innocenzo III la confermò nel suo decreto “Quanto te” del 1199.

Sembra che il punto cruciale fosse che tale tipo di matrimonio non veniva annullato da Chiesa o Papa , ma dal fedele medesimo (che si separava dal coniuge “non cristiano”, in quanto abbandonato da questi), anche se sia Urbano III sia Celestino III (fatto assai poco conosciuto) sostennero invece che anche i matrimoni consumati “tra cristiani” potevano essere sciolti.

L’atteggiamento dei pontefici, da Paolo III a Gregorio XIII, fu di poco dissimile nei territori delle missioni, dove il potere di sciogliere vincoli matrimoniali venne usato a piacere e con le giustificazioni più eterogenee.

Tanto libero divenne il comportamento (segreto fino al 1900) dei papi in questo settore da provocare anche qualche crisi interna (la pubblica sconfessione dell’opinione di F.P.Kenrick, arcivescovo di Baltimora, convinto della possibilità di scioglimento, negata invece pubblicamente dal Vaticano).

Naturalmente quando i “decreta” di Paolo III, Pio V, Gregorio XIII, vennero alla luce ci si accorse che Kenrick aveva ragione e qualcuno si chiese dove potesse finire l’assoluto potere dei pontefici di fare quello che volevano, quando volevano.

Alcuni moderni divorzi papali

Leone XIII aveva spessissimo denunciato il divorzio. “E’ il frutto” egli diceva, “della pervertita morale dei popoli e conduceva…a viziose abitudini pubbliche e private….Una volta che il divorzio fosse stato permesso non sarebbe più stato possibile porgli un argine”. Questo rende perciò molto difficile comprendere la sua decisione nel seguente caso (1894 – mai pubblicato negli Acta ufficiali della Santa Sede): si trattava di due ebrei, Isacco e Rebecca, sposati e divorziati. Rebecca diventò cattolica, mentre Isacco sposò una cattolica di nome Antonia con una cerimonia civile. Isacco chiese di diventare cattolico al solo fine di regolarizzare la sua unione con Antonia agli occhi della chiesa. Il 23 marzo 1894 Leone XIII, strenuo oppositore del divorzio, divorziò Isacco da Rebecca, così, su due piedi (il caso venne tenuto nascosto per quarant’anni. Uscì alla luce negli anni ’30).

Nel 1917 i tre documenti relativi alle missioni di Paolo III, Pio V e Gregorio XIII, furono stampati in appendice al nuovo codice di diritto canonico, rendendo quanto una volta era considerato permesso solo nell’ambito delle attività missionarie legge generale della Chiesa. Questo aprì nuove possibilità “ufficiali” al potere del pontefice di sciogliere matrimoni. Perchè per esempio non sciogliere anche quello tra due “non cattolici”. La cosa si verificò diverse volte in verità (Pio XI, 1924) ed uno dei casi, quello che provocò più agitazione, è il seguente:

“Nel 1922 Gerard G.Marsh, non battezzato, presentò la seguente richiesta al vescovo di Helena , Montana, John P.Carro. Tre anni prima egli si era sposato con un anglicana. Il loro matrimonio era finito con un divorzio e la sua ex moglie si era risposata. Marsh si era allora innamorato di una cattolica, dal nome hollywoodiano di Lulu La Hood, ed espresse il desiderio di convertirsi. Il vescovo non ritenendosi abbastanza aggiornato sul diritto canonico più recente , domandò a Roma se il matrimonio non potesse essere annullato a causa della “differenza di culto”. Pur stabilendo il nuovo codice del 1917 che tale casistica non poteva essere utilizzata nella fattispecie particolare, il Sant’Ufficio modificò la domanda di Marsh in una preghiera indirizzata al Santo Padre di sciogliere il matrimonio, cosa che Pio XI fece il 6 novembre 1924, senza menzionare l’intenzione di Marsh di diventare cattolico. Il papa non offriva spiegazioni o giustificazioni ; semplicemente scioglieva il matrimonio. Un valido, indissolubile vincolo matrimoniale era stato tagliato definitivamente dal papa senza un batter di ciglia.

Lo stesso papa che, quattro anni dopo all’epoca dei Patti Lateranensi, costrinse Mussolini a promettere che in Italia non ci sarebbe mai stato il divorzio civile. Da un tizio che operava nei business dei divorzi e delle separazioni c’era da aspettarsi maggiore coerenza. Ma forse non gli piacevano i concorrenti.

Pio XI , unendo al “privilegio Paolino” un ipotetico “privilegio Pietrino”, aveva realizzato la quadratura del cerchio, sciogliendo ed annullando matrimoni che lui medesimo aveva dichiarato indissolubili.

Quattro anni dopo la “Casti connubii” Pio XI approvò le “Norme per lo Scioglimento del Matrimonio in favore della Fede e per la suprema Autorità del Sommo Pontefice”. Le norme non vennero mai rese ufficialmente pubbliche. Occorreva conoscere qualcuno o essere “introdotti” per poterne fruire. Peraltro si trattava di scioglimenti di “favore”, a completa discrezione del pontefice. Insomma il massimo dell’ingiustizia perché mille “favori” non sostituiscono una legge giusta.

E così, mentre in tutta Europa e nel Mondo i governi emanavano esplicite leggi che regolamentavano in tutti i suoi aspetti il divorzio (rendendolo rispettabile e sollevando la chiesa dal lavoro sporco che le sarebbe moralmente spettato), il Papa li accusava apertamente di essere gli strumenti del demonio ed i fomentatori dell’iniquità. Lo stesso papa che poi tranquillamente, in Vaticano, li garantiva e li concedeva a suo piacimento.

Pio XII confermò nel 1941 le tesi del suo predecessore, arrogandosi anch’egli , unico tra tutti gli esseri umani, il potere (concessogli sicuramente da Dio) di dissolvere vincoli divinamente e naturalmente indissolubili.

Lo ridisse nella sua enciclica del 1942 “Mistici Corporis” , citando anche Unam Sanctam (di quel mostro assassino di Bonifacio VIII) e sostenendo che, anche se non aveva due spade come Bonifacio, egli regnava sull’intero mondo (almeno per quanto riguardava i matrimoni).

Naturalmente anche lui sciolse i suoi bravi matrimoni, ed a suo piacimento (1947, su richiesta del vescovo Willinger, Monterey, 1950, sempre richiesta Willinger, e 1955 , idem). Nel 1957 Pio XII sciolse addirittura il matrimonio tra due completi infedeli (due maomettani). 

Non dimentichiamo che gran parte delle iniquità verificatesi nel corso della guerra del Vietnam ebbero il sostegno della lobby cattolica americana ed l’appoggio ardente del cardinal Spellmann (a favore del fanatico Ngo Dinh Diem, presidente del Vietnam del Sud) e si verificarono sotto il pontificato di Pio, che non poteva certo ignorare le migliaia di cadaveri buddisti o protestanti.

 Giovanni XXIII seguì l’andazzo e così fece Paolo VI, riuscendo addiritttura a sciogliere il matrimonio tra due giudei (7 febbraio 1964) con la sola motivazione di “rasserenare l’animo” della nuova moglie, cattolica, di uno dei due (l’uomo evidentemente, che aveva esplicitamente dichiarato di non volersi convertire). E’ bene ricordare che i processi davanti alla Sacra Rota sono quanto di più inutile ed intellettualmente abietto si possa immaginare. Centrati su ridicoli orpelli procedurali, su norme inesistenti o confuse, con esperti legali costretti ad invocare insulsi cavilli, non hanno condotto, per quanto se ne sa, ad una riconciliazione che sia una. Gli interrogatori della Corte Curiale si estendono nel passato fin dove possibile, richiamando volontà e pensieri espressi quarant’anni prima. Diversi casi sono stati in discussione per più di trent’anni (e noi ci lamentiamo, a ragione, della nostra giustizia civile). Uno degli accorgimenti invocati è quello dell’irregolarità del battesino di uno dei due divorziandi: Se uno dei due non è stato correttamente battezzato, non è cattolico e quindi gli è più facile ottenere la dispensa papale. Roba da mentecatti!

Lo stesso discorso vale per la “consumazione” del matrimonio, che richiede “penetratio” ed “inseminatio”. Se la coppia ha sempre usato il preservativo esiste la possibilità di annullare il matrimonio? E la volontà di non avere figli? Se uno dei coniugi ha espreso pubblicamente la sua intenzione di non avere figli il suo matrimonio è nullo. Lo è anche se lo ha detto privatamente? Un caso che fece scalpore fu l’annullamento concesso da Pio XI nel 1916 a Consuela Vanderbilt , sposata con Charles Spencer, duca di Marlborough. In quest’occasione Pio XI concesse l’annullamento di un matrimonio tra due protestanti e celebrato davanti ad un vescovo protestante.

E’ noto in certi ambienti che spesso i coniugi più esperti scrivevano apposite lettere (attestanti vizi della volontà o pressioni esterne), depositate poi presso un legale di fiducia, al fine di poterle utilizzare in caso il matrimonio andasse male (attualmente queste pratiche sono irrisorie. Grazie a Dio anche noi abbiamo il divorzio).

E’ probabile e sperabile che il futuro ci riservi delle sorprese positive, anche se i mutamenti nell’ottica ecclesiastica sono sempre estremamente ambigui ed ufficialmente non confessati.

Per esempio papa Giovanni Paolo II dice spesso cose che i suoi predecessori avrebbero condannato come eretiche. Nel 1979 e nel 1980 si riferì a Dio, citando la genesi, una volta con J, Yahweh, e l’altra E, Elohim , plurale di esseri divini. Il Sant’Ufficio avrebbe condannato lui e Mosè per eresia. In un’altra occasione ha parlato di “estasi sessuale” del matrimonio, cosa condannata da un papa dietro l’altro per cinquecento anni.

Insomma chi vivrà, vedrà.

L’aborto e la contraccezione

La maledetta questione dell’aborto.

Si direbbe che due immagini congelino due posizioni estreme: la prima è quella di un medico cattolico che esibisce un feto completamente formato in un’ampolla ed il feto ha sembianze innegabilmente umane. “Questo”, dice il medico “è un aborto. L’assassinio di un essere umano.” La seconda è quella di una donna che mostra un lungo oggetto di metallo a forma di cucchiaio dicendo “questo è l’oggetto che ha ucciso milioni di donne quando l’aborto era vietato dalla legge, E solo per impedire alla donna di decidere quando restare incinta.”

La vera stranezza è che, in via assolutamente astratta, una volta tanto l’idea sottesa dalla dottrina non può essere scartata come retriva o obsoleta. A parte la maggiore gravità che comporta l’aborto per un cattolico, conseguente al problema del peccato originale ed alla condanna eterna all’inferno del feto, la soluzione comportata da un intervento in genere traumatico non è mai facile per alcuno.

E questo, anche tenendo conto dei i sistemi che eliminano l’embrione chimicamente, con sistemi non traumatici, con pastiglie o supposte che lo provocano, pone molti problemi di carattere generale e speciale che devono, in una società civile, essere risolti con i mezzi disponibili e con la politica del male minore.

Ricordando che la questione della morte di figli o feti è stata evidenziata dalle dottrine cristiane, mentre nelle civiltà precedenti era in genere normale sia l’aborto sia l’eliminazione della progenie più debole e/o inadatta (così era per greci, romani, egiziani, ittiti, celti e goti), è bene fare presente che negli ultimi cento anni si è verificato nella società moderna un radicale cambio di attitudine verso l’aborto. Solo nel 1939 erano pochissime le nazioni nelle quali , solo in pochi casi ben specificati, era possibile porre in essere un’interruzione di gravidanza. Ora la maggior parte delle nazioni cosiddette “civili” lo contempla e lo regola nella propria legislazione.

Pur non essendo eticamente favorevole alle procedure abortive, soprattutto tenendo conto delle innumerevoli interruzioni di gravidanza che si verificano annualmente nel mondo (stimate in 60 milioni) e dell’idiozia dell’intervento “in se”, non posso che contemplarlo come possibile in un contesto sociale nel quale le varie confessioni religiose pongono così drastici paletti alla contraccezione ed all’insegnamento sessuale.

Magari un po’ meno conversioni e catechismo ed un po’ più di educazione sessuale renderebbe meno pressanti alcuni problemi per la nostra gente.

Ma non esprimo giudizi, che sarebbero menosi e complessi, mi limito a dire che Giovanni Paolo II ha condannato l’aborto fissando quattro punti essenziali, riconosciuti da sempre come certi per il cristianesimo, e cioé: 1) il concepito è un essere umano; 2)è un essere umano dal momento del concepimento; 3)ha quindi gli stessi diritti di ogni altro essere umano (gli stessi della madre o dei fratelli, per esempio); 4) uccidere “direttamente” il concepito è “sempre” un omicidio.

Anche se egli avesse ragione su ogni punto, quanto di queste affermazioni è “costante insegnamento cattolico”? La risposta è proprio NIENTE.

Molti cattolici ritengono che l’anima sia infusa al momento del concepimento. Lo credono un articolo di fede, mentre in realtà non lo è. Vaticano II° lasciò la questione in sospeso per l’ottima ragione che dal quattrocento in poi tutti i cattolici, papi compresi, davano per scontato che l’anima non fosse infusa nel corpo al momento del concepimento. E se la chiesa si opponeva all’aborto anche allora non era sulla base della teoria che il feto fosse un essere umano.

Vi rammento che queste non sono questioni di lana caprina. Gli aspetti ideologici della questione sottendono una complessa serie di conseguenze che, in una confessione religiosa (salvo che non sia “aperta”), conducono a condanne eterne e definitive (naturalmente non tutti dispongono di un papa onnipotente che decide al posto di Dio).

Dal quinto secolo in poi la chiesa accettava senza discussioni la primitiva embriologia di Aristotele, nella quale l’embrione partiva come essere “non umano” che progressivamente si animava, evolvendo da essere vegetativo, attraverso una fase animale, sino ad essere umano (solo negli ultimi momenti della sua vita fetale era “umano”). Graziano perciò poteva dire: “Non è un assassino colui che produce l’aborto prima che l’anima sia nel corpo.”

Le caratteristiche del feto venivano attribuite solo al padre. La cosa (ed era corretto chiamarlo “la cosa”) diventava “umano” a quaranta giorni se maschio e ad ottanta giorni se femmina. Le femmine erano causate da un difetto nel seme o dal clima al momento del concepimento (così sostiene Tommaso d’Aquino). Un aborto all’inizio della gravidanza quindi non era un omicidio, anche se doveva considerarsi come sbagliato perchè nel feto c’era il “potenziale” per diventare un essere umano.

Nel quindicesimo secolo cominciarono a domandarsi se non fosse possibile liberarsi senza colpe del feto in certe particolari circostanze. Per esempio quando fossero frutto di violenza, incesto o anche adulterio, oppure nel caso la salute della madre fosse a rischio. Le discussioni andarono avanti altalenando tra le varie soluzioni. I papi fecero lo stesso. Gregorio XIII (1572-85) sostenne che non era affatto omicidio abortire nei quaranta giorni dal concepimento ed anche dopo era si un omicidio, ma non un omicidio serio, in quanto non causato da odio o vendetta. Sisto V (Bolla Effrenatum , 1588) stabilì che l’aborto era sempre omicidio e poteva anche essere punito con l’eventuale scomunica dalla Santa Sede (a piacere). Il suo successore, Gregorio XIV affermò che le censure di Sisto V dovevano essere considerate inesistenti e mai emesse.

Nel 1621 un medico romano, Paolo Zacchia, suggerì che l’ottica di Aristotele non fosse proprio corretta ed in conseguenza il Vaticano permise il battesimo dei feti di meno di quaranta giorni (ma senza renderlo obbligatorio).

Solo dopo il 1750 la Chiesa assunse posizioni più rigide sulla questione, sino ad arrivare alle obbligazioni poste in essere da Pio IX nel 1869 (per le quali ogni aborto meritava la scomunica). Ma questi (Pio) era ben lungi dal rinforzare una tradizione esistente, anzi se ne staccava completamente, adottando la posizione di un unico papa prima di lui, Sisto V, quasi quattrocento anni addietro.

Le sue giustificazioni furono che l’anima veniva infusa al momento del concepimento e che embrione e madre avevano gli stessi diritti.

Di lì a poco veniva sancita la sua infallibilità e la dottrina della Chiesa diventava ferrea. Il Sant’Ufficio chiuse la porta ad ogni possibilità.

Persino in casi pratici (Leone XIII, 1985) la decisione obbligatoria era di lasciar morire madre e feto piuttosto di effettuare un aborto. Nel 1917 le punizioni religiose per l’aborto vennero estese anche alla madre (pur se impotente o incosciente). Per un certo periodo furono anche condannati gli aborti cosiddetti “indiretti” e cioè quando si interveniva a rimuovere un tumore o un escrescenza provocando involontariamente l’aborto. Solo nel 1951 Pio XII permise l’aborto “indiretto” in certi particolari casi.

Le problematiche diventano complesse quando si va sul pratico. Per esempio se un medico rimuove un embrione pericoloso da una tuba di Fallopio “senza rimuovere anche il pezzo di tuba” commette un aborto. Se rimuove anche il brandello di tuba che lo conteneva si tratta invece di un aborto “indiretto” e quindi permesso (nel primo caso è un omicidio diretto , nel secondo un omicidio incidentale).

Naturalmente l’approccio all’aborto è una diretta conseguenza “pratica” della dottrina sulla contraccezione. Se tutto lo sforzo posto dalla Chiesa sull’evitare le pratiche contraccettive fossero state rivolte solo alle pratiche abortive, considerando accettabile la contraccezione, è probabile che questa piaga dolorosa (soprattutto per le giovani madri) avrebbe una differente diffusione.

Preciso ancora che non ho pregiudizi in merito. Personalmente ed astrattamente ritengo l’aborto una pratica retriva ma sostengo e sosterrò sempre il diritto delle madri di decidere se portare avanti la gravidanza o meno. Sono loro che ne portano il peso, pagandone l’altissimo prezzo, e meritano tutto l’appoggio e l’aiuto possibile.

Il problema etico connesso con l’anima del feto non è di facile soluzione, soprattutto quando si pensa che due terzi degli ovuli fecondati vengono naturalmente abortiti senza che la madre nemmeno se ne accorga.

In astratto sarebbe come dire che un buon terzo degli esseri umani esistenti in un certo momento finisce nella coppa del cesso (oddio!.. prima o poi ci finisce lo stesso anche il resto).

Il diritto alla vita è sicuramente un diritto fondamentale, come sostiene l’attuale pontefice, ma non è sicuramente un valore che superi sempre e comunque gli altri valori. Se così fosse la guerra dovrebbe essere considerata fuori legge e così gli sport a rischio di vita , anche ipotetica, e le pratiche scientifiche, come spedire razzi nello spazio, che possono causare perdita della vita.

La posizione del papa è scorretta anche perché diversa è la potenzialità vitale dell’embrione e dell’essere che lo contiene. Senza la madre l’embrione non esiste, non ha possibilità alcuna di sopravvivenza (la crescita in vitro è ancora una possibilità e non una realtà scientifica), mentre la madre sopravvive tranquillamente (anche se generalmente non benissimo e di certo non è contenta della faccenda). Questo implica che anche i diritti dell’embrione debbano essere considerati potenziali (come la sua vita) e siano quindi diritti “qualificati” ma non assoluti.

Le mostruose posizioni assunte dai difensori della posizione papale sembrano a volte uscite dalla mente di un sadico.

David Granfield scrive “due morti naturali sono un male minore di un singolo omicidio”.Un prete cattolico ha detto:”è meglio che muoiano madre e bambino piuttosto che un dottore pratichi un aborto”.Orientierung (rivista tedesca dei gesuiti) ha precisato che bisogna elogiare l’eroismo, il coraggio ed il sacrificio delle donne che preferiscono morire piuttosto di tradire la propria coscienza (abortendo in pericolo di vita per se e per il feto), sostenendo in pratica che in tali casi le uniche madri buone sono quelle morte.

Quella testa di cazzo di Bernhard Häring (teologo moralista cattolico) parla del grave danno psicologico e del rapporto “disturbato” con Dio che l’aborto provoca nelle povere madri, senza pensare al suo disgraziato rapporto con una vita di tutti i giorni durissima.

La Chiesa tedesca non prende nemmeno in considerazione le madri, trattando dell’aborto “terapeutico”. La decisione “morale” che considera è solo quella del medico, rispettandone la decisione “di coscienza”, cosicchè le madri passano dalla decisione di un estraneo a quella di un altro estraneo. Häring sostiene nel suo libro “La legge di cristo”(1967) che la medicina venne salutarmente stimolata dalla proibizione papale (che condannava l’aborto anche in grave pericolo di vita di “entrambi”, madre e feto). Come dire che le migliaia di disgraziate che ci hanno lasciato la pelle hanno fornito ottimo materiale di sperimentazione alla moderna medicina. Ora “grazie ai papi” i medici non hanno quasi più bisogno di madri morte come stimolo a sviluppare la loro prassi (Ute Ranke-Heineman).

Ricordando Sant’Alfonso De’Liguori che sostenne nel 1700 la quasi assoluta necessità dell’intervento (allora decisamente omicida) cesareo sulla madre al solo fine di battezzare il feto (l’importante è salvare l’anima al feto, la madre magari è già stata battezzata), mi viene lievemente da vomitare (magari sono anche le terapie neoplasiche).

I diritti delle persone non possono essere sempre considerati assoluti. Essi sono soggetti alle circostanze e, tristemente, il feto non è in grado di esercitare i propri diritti. La protezione che gli deve essere attribuita dovrebbe essere in primis costituita dalla prevenzione, perché, come scrive giustamente Callaghan nel suo libro “Abortion:Law,Choise and Morality”, IL BENE CHE SI VUOLE OTTENERE VIENE REALIZZATO A SPESE DI ALTRI BENI; IL PREZZO PAGATO PER LA PROTEZIONE DELLA VITA FETALE E’ TROPPO ALTO. UN’INTERPRETAZIONE DELLA “SANTITA’ DELLA VITA” CHE STABILISCA FISSE REGOLE MORALI, RIGIDE GERARCHIE DI VALORI E DI DIRITTI ED UNA FERREA ESCLUSIONE DELL’ESPERIENZA E DELLE RISULTANZE SOCIALI RAPPRESENTA UNA POSIZIONE ASSOLUTAMENTE INSOSTENIBILE.

La criminosità dell’aborto

Persino coloro che simpatizzano con la posizione papale e ritengono che la società stia scivolando in un pericoloso permissivismo non pensano necessariamente che tutti gli aborti costituiscano un “crimine”.

E’ persino possibile interpretare la moderna normativa sull’aborto in chiave di legge eccezionale, che permette alle donne di prendere una decisione che, in senso stretto, concerne primariamente loro stesse.

Negli U.S.A. il rettore del Boston Law College , il gesuita Robert Drinan, da sempre totalmente contrario all’aborto, di fronte alla prospettiva di una revisione della legge, nel 1967, dopo lunga meditazione assunse, au contraire, una posizione favorevole alla revisione della norma.

Spiegò il suo cambiamento sostenendo che la normativa revisionata non avrebbe dovuto fare differenza tra embrioni che avevano diritto di nascere ed embrioni che non avevano tale diritto, perché tale sarebbe stata una pericolosa discriminazione. Nella Conferenza sull’aborto, tenutasi a Washington nel settembre 1967, egli disse che era preferibile che venisse completamente eliminata ogni forma di protezione del feto durante le prime ventisei settimane di esistenza. Almeno i feti sarebbero stati tutti uguali. All’espressa richiesta di Roma affinché Drinan facesse un passo indietro e si defilasse, egli si rifiutò, dimostrando poi nei fatti che la sua posizione era condivisa anche da molti antiabortisti e corrispose effettivamente ad un pratico e documentato miglioramento della legge.

La posizione liberale nei confronti dell’aborto corrisponde all’atteggiamento della società evoluta verso i diritti civili. Permettere l’aborto non equivale ad approvarlo o a sostenere che sia sempre moralmente giusto, ma soltanto a ricordare che è più prudente per la società permetterlo piuttosto che proibirlo. Il divieto non è mai riuscito ad eradicare l’aborto, ma soltanto a renderlo clandestino. Renderebbe mortali e pericolosissime migliaia di pratiche abortive, come avveniva prima della legge attualmente vigente in Italia.

Il proibizionismo fu una normativa dannosa per l’alcool e nel settore dell’aborto sarebbe, ora, catastrofico. Le sanguinose e squallide pratiche clandestine tornerebbero a produrre migliaia di vittime, cosa che sicuramente neanche il pontefice desidera, anche se sembra disposto a correre il rischio. Ma farebbe parte di una netta minoranza.

Giovanni Paolo II è cresciuto culturalmente in un regime totalitario, in un epoca nella quale la parola del papa era legge e regna in un regime che solo per lui non è democratico. La situazione è radicalmente cambiata ed ogni magniloquente imposizione da parte del pontefice sarebbe addirittura controproducente per fedeli che non si fanno impressionare più di tanto.

Molti degli attuali insegnamenti catechistici sembrano irreali, fuori tempo e spesso privi di ogni minima parvenza di “umanità”, e, malgrado l’assoluta innaturalità delle “leggi naturali” così spesso ed a sproposito citate dal papa, la Chiesa continua a trattare ogni persona impersonalmente e senza tenere conto delle differenze tra soggetti, sessi, culture ed ambiente.

Lo stesso trattamento subiscono quello che usano contraccetivi, che divorziano, che abortiscono per ragioni mediche e gli omosessuali, che, evidentemente, non si adeguano ai costumi sessuali “biologicamente” compatibili con la morale romana. Peraltro gli omosesuali non costituiscono un gruppo omogeneo. Ne esistono di molti tipi: bisessuali, omosessuali in senso stretto, geneticamente o socialmente condizionati, transessuali, etc.,etc. Mi risulta che Gesù mostrò una spiccata simpatia per i fuoricasta. Cenava e si accompagnava abitualmente con prostitute, pubblicani, lebbrosi, storpi e criminali (socialmente) diversi. Era il Salvatore e con il suo tocco leniva le loro sofferenze, quasi senza mai evidenziare la loro presunta “colpa”.

La Chiesa sembra avere un atteggiamento del tutto opposto: invece di avvicinare i reietti e i diversi essa li allontana, asserragliandosi in un borghese perbenismo e privilegiando la rispettabilità al Vangelo di Gesù.

Tristemente il Cattolicesimo romano si è trasformato (in breve tempo a giudicare da quanto raccontato nelle pagine precedenti) nella più punitiva religione mai conosciuta dagli uomini. Quelli che violano le regole, diciamo la “legge di natura”, sono etichettati come peccatori, “mortali peccatori”, destinati irrevocabilmente (se non si pentono) alle fiamme eterne ed all’esclusione dal cielo.

Questo orribile destino tocca a coloro che usano contraccettivi, che si risposano, che hanno aborti (anche se dolorosamente vissuti), che si masturbano, che sono omosessuali o compiono atti sessuali definiti “contro natura”. Tutti costoro sono banditi dai sacramenti religiosi (solo la confessione con pentimento e rinuncia è a loro concessa). Nel nome di Cristo a loro è vietato accedere a Cristo.

La medesima idiota posizione la Chiesa l’assume anche nei confronti della fecondazione in vitro, della fecondazione artificiale (anche se qui comincia a fare dei distinguo), della maternità surrogata (a volte straordinario atto d’amore) e, mentre la regina Elisabetta decora ed onora Edwards e Steptoe (i pionieri della tecnica della fecondazione in vitro) il Vaticano condanna la loro tecnica come peccato mortale.

Il dubbio che il papa sia o non sia cattolico è sempre stato presente nella mia mente, ma, attualmente, quello che per me era un dubbio sta diventando una vera e propria certezza: il papa non è cattolico.

E non lo sono stati la maggior parte dei papi, come abbiamo ben visto. Molti erano eretici dichiarati e riconosciuti come tali dalla Chiesa medesima.

Essere cattolici ed insegnare in modo cattolico deve riflettere e nascere dal “sensus fidelium”. La comunità dei fedeli è in maggioranza in disaccordo con le tesi e le restrizioni papali. Ed un buon numero di coloro che si dichiarano d’accordo peccano scientemente di mendacio (per le ragioni più diverse, a volta assai mondane), ignorando le indicazioni della loro morale interiore.

Le prescrizioni imposte dal papato e dal Vaticano alla comunità dei fedeli come “assolute risposte” alle necessità della comunità cristiana si sono troppo spesso dimostrate non solo fallaci ma anche orrende per la nostra sensibilità umana.

Streghe ed eretici sono stati bruciati sul rogo su ordine del Vaticano.

Gli ebrei sono stati barbaramente e crudelmente trattati su ordine del Vaticano.

I diritti umani sono stati calpestati , con la reintroduzione della tortura, su esplicito ordine del papato.

I diritti civili sono stati negati per secoli ad esseri umani come noi negli Stati Pontifici su prescrizione papale.

La libertà di religione continua ad essere sostanzialmente negata, anche oggi, dalla Chiesa.

La vera domanda da porsi è : La Chiesa ed il Papato hanno ben compreso il senso della predicazione di Gesu? hanno capito il Discorso della Montagna?

Sembrerebbe proprio di no.

L’amore non pone condizioni o regolamenti, che esattamente ciò che fa ed ha fatto il papato, in genere per propri personali interessi politici, basandosi su incolte e lacunose interpretazioni di poche parole indirizzate ad un popolo che condivide con noi essenzialmente solo la fede in un unico Dio (che noi abbiamo già abilmente triplicato o, se consideriamo la Madonna, San Gennaro, San Cristoforo, etc.etc. , moltiplicato a dismisura. Il nostro Pantheon ha poco da invidiare a quello Greco e si avvicina molto, numericamente, a quello Indù).

ll papato, considerandosi il referente morale del mondo e l’istantaneo legislatore di ogni aspetto della vita e della sessualità ha combinato un bel casino. Gran parte dei “decreta” vaticani sono rabbinici nel senso peggiore del termine, negativi e punitivi e la soluzione non sembra poter essere la “castità” o il “celibato” (proprio della classe che fornisce le regole), anzi proprio questo, il celibato, potrebbe sostanzialmente essere il problema o la causa di gran parte dei problemi.

Qualche cosa sul celibato

La recente posizione della Chiesa sulla concessione al clero di ritornare allo stato laicale è abbastanza variegata, andando da un papa che, come Paolo VI, prendeva saggiamente atto della situazione e cercava di porvi rimedio limitando il danno (Sacerdotalis Caelibatus , 20 giugno 1967) a pontefici come Giovanni Paolo II, che hanno rinnovato le severe restrizioni precedenti, ritenendo , erroneamente, che limitare queste “licenze” avrebbe positivamente influenzato i fedeli e fermato il calo delle vocazioni (cosa che non è assolutamente successa).

Considerando che le ordinazioni ecclesiastiche normalmente vengono assegnate a soggetti che non hanno alcuna esperienza di vita sociale, sembra ragionevole ritenere che il contatto continuo con il “gregge” possa offrire al giovane pastore o alle pastorelle squarci di orizzonte prima impediti dalle mura dei conventi e dei seminari.

Che il celibato si richiami ad epoche apostoliche sembra affermazione ridicola, soprattutto tenendo conto di quanto raccontatoVi in precedenza su papi e clero, sulle loro famiglie e sulle loro discendenze (ricordiamo che il celibato è stato istituito “ufficialmente” dal Concilio di Trento del 1545 ed incluso formalmente nel Diritto Canonico solo nel 1917), e considerando che Pietro era sposato così come lo era probabilmente anche Paolo.

Personalmente ritengo che anche Gesù fosse maritato, ed anche felicemente, il che spiegherebbe discorso della montagna e la sua posizione sul matrimonio. Renderebbe assolutamente appropriata la posizione ambigua della “Maddalena” (spesso identificata con Maria di Betania e con la sorella di Lazaro [la cui resurrezione , così contro natura, avrebbe un senso se egli fosse stato cognato di Gesù]) e giustificherebbe la sua posizione “ufficiale” di rebbi (che dovevano essere sposati, secondo le tradizioni) ed anche alcuni altri interventi altrimenti inspiegabili (vedi l’episodio delle nozze di Canaan, nel quale non si capisce con quale criterio i servi si rivolgano a Maria prima ed a Gesù poi per risolvere il problema della mancanza di vino, salvo che non trattasse della madre dello sposo e dello sposo medesimo, deputati tradizionalmente a “pagare” il rinfresco).

Peraltro è bene ricordare che Paolo non fece mai alcun collegamento tra ministero e celibato, anzi affermò esplicitamente che “un vescovo deve avere una sola moglie”, volendo significare che colui che seguiva la tradizione patriarcale ebraica di avere diverse mogli, non avrebbe potuto diventare vescovo. Paolo fu molto chiaro sulla questione e questa è la ragione per la quale in quelle epoche un gran numero di uomini sposati divenne prete.

Le più antiche Costituzioni Apostoliche (terzo/quarto secolo) impongono addirittura la regola per la quale gli uomini maritati, invece di liberarsi della moglie al momento della loro ordinazione, hanno l’obbligo di tenerla (Canones Apostolorum, Can.6 “Episcopus aut presbyter uxorem suam non abjiciat”- Episcopus aut presbyter uxorem propriam nequaquam sub obtentu religionis abjiciat. Si vero rejecerit, excommunicetur; sed si perseveraverit, dejiciatur.-) D’altra parte se venivi ordinato celibe, tale dovevi restare.

Dei due più grandi canonisti medievali, Graziano dice, nel 1150, che la Chiesa Greca ha “conservato le tradizioni più antiche”(ricordiamo che l’atteggiamento della Chiesa Orientale è ancora quello sopra citato, i preti possono essere sposati), mentre l’Aquinate sostiene che Gesù non separò Pietro da sua moglie perchè non desiderava sciogliere un vincolo sacro agli occhi di Dio (cosa che, come abbiamo già visto, i papi si sono arrogati sovente il diritto di fare).

Il pesante influsso gnostico (decisamente sessuofobico) e le interferenze di una cultura semibarbarica nella quale la donna valeva meno di zero, condussero presto ad un ottica nella quale la castità rimpiazzò la carità come principale virtù evangelica. La religione diventò sempre più ascetica, casta, dolorosa e priva di gioia. La correlazione posta in essere tra peccato originale e sesso (il piacere sessuale venne identificato, da quella insulsa banda di dementi inibiti e masochisti, come il primo e più amaro frutto del peccato originale) accentuò la visione sordida del sesso e , per simpatia, anche del rapporto coniugale.

Anche la visione della verginità appare ai nostri occhi pesantemente pervertita dall’incapacità di osservare la situazione con onestà intellettuale.

Essa costituiva uno stato che si era liberi di scegliere o di lasciare, ma non era una condizione meritevole di onore. Nella tradizione biblica una vergine non era una ragazza pura, ma una ragazza “non maritata”, qualcuno talmente povero ed impotente da non essere richiesto in moglie da alcuno. Tale era anche l’ottica dei primi cristiani nei confronti di Maria, che, nel Magnificat, prega Dio di porre la sua mano pietosa non sulla sua purezza, ma sulla sua solitudine e sulla sua “nullità”. Egli colma la sua fame e la sua povertà. Le nascite dalle “vergini” esprimono solo la capacità di Dio di porre rimedio alla sterilità, creando la vità in un grembo morto e questo spiega anche la molteplicità degli interventi divini, che ritroviamo nella bibbia, posti in essere in casi di donne anziane e non più fertili.

Questo basilare errore interpretativo su Maria contribuì ulteriormente a dequalificare il sesso ed il coniugio, conducendo alla insulsa affermazione che Maria era benedetta perché aveva rinunciato al sesso.

Nel sinodo di Elvira (locale, spagnolo) si cercò di costringere alla castità, senza riuscirci, tutti i ministri del culto, collegando anche la balorda ideà (assolutamente pagana e ritualmente pre-cristiana) che il contatto con la donna comportasse una “impurità” che non permetteva di toccare poi l’ostia.

La regola di proibire ai preti di sposarsi dopo l’ordinazione sacerdotale divenne presto generale. Assunse forma ufficiale con il Concilio di Nicea del 325, ma mentre il vescovo di Roma (futuro papa) voleva che venissero condannati a lasciare la moglie anche i preti già regolarmente sposati il Concilio decise in maniera del tutto contraria, stabilendo anzi che i preti già sposati avevano l’obbligo di tenere con se la moglie.

Con il consolidarsi della Cristianità persino la verginità assunse a titolo di merito e celibi e vergini ebbero anche occasione di trarre forti vantaggi economici dalla loro condizione (celibi e vergini venivano incentivati con agevolazioni fiscali e privilegi legali).

Nel quarto secolo una Chiesa riccamente dotata di patrimonio terreno vide il possibile rischio comportato da soggetti che si dovevano preoccupare anche del futuro benessere terreno dei propri figli e, privilegiando ulteriormente i celibi, rese tale qualità quasi indispensabile.

Damaso, papa nel 366, inventò un’altro genere di abuso, rinunciando alla moglie ed ai figli e così fece Adriano II nell’867, lasciando la moglie Stefania ed i figli quando salì sul seggio papale. Siricio , vescovo di Roma nel 385, sostenne per primo la necessità per il clero di dormire in letti separati, dolendosi per la scarsa sensibilità dimostrata verso il suo messaggio dalla Chiesa Spagnola e da quella Africana. Innocenzo I rinforzò i concetti di Siricio (che, tra l’altro, non era riuscito a trovare uno straccio di documento che giustificasse la sua tesi). Il non sanzionare la violazione del dettato papale (al solo fine di non portare a conoscenza dei fedeli l’esistenza del problema) condusse però nei secoli successivi ad un progressivo imbarbarimento della vita del clero. La maggior parte si proclamava celibe, mentre viveva in maniera spensieratamente libertina. Leone I, affermò che i vescovi ed i preti sposati dovevano trattare le moglie come “sorelle”, mentre in Italia abati e preti gestivano famiglie degne di patriarchi giudei. Le cariche ecclesiastiche divennero quasi ereditarie, tanto che un gran numero di papi e vescovi erano essi medesimi figli di preti (Bonifacio I, Gelasio, Agapito, Silverio [figlio addirittura di un altro papa, Sant’Ormisda], Teodoro). La situazione era tale che il celibato trionfava a spese della castità e, dato che la carriera ecclesiastica era condizionata dal celibato, la scelta più vantaggiosa era sempre il concubinaggio.

La cosa curiosa è che tutti i matrimoni dei preti erano comunque considerati validi, perchè, trattandosi di un diritto naturale, nemmeno la Chiesa è autorizzata a proibire il matrimonio. L’attuale disciplina Romana di invalidare i tentativi di sposarsi dei preti (rinunciando all’ordinazione) è assolutamente immorale e non conforme al costante insegnamento cristiano.

In questo periodo la mancanza di rispetto per la donna raggiunse culmini ineguagliabili. Le loro esigenze non importavano ed i loro diritti non esistevano. Quando un papa, come Sisto III, veniva processato per aver sedotto una suora, si difendeva dicendo “lasciate che chi è senza peccato tiri la prima pietra” e se la passava tranquillamente liscia. Nessuno era senza peccato.

Sia Pelagio II° (che era addirittura contento quando i suoi preti non passavano i beni della Chiesa alle famiglie), sia Gregorio il Grande non ottennero risultati nel cercare di frenare la promisquità del clero, tanto che San Bonifacio descrive la situazione in Germania drammaticamente: tutti i preti erano promisqui, passavano le notti a letto con 4/5 donne, alzandosi al mattino solo per celebrare la messa. I vescovi erano adulteri e fornicatori incalliti. Nel nono secolo molti conventi erano rifugio di omosessuali o bordelli nei quali l’infanticidio era la norma (le donne venivano fatte abortire o veniva ucciso il bambino dopo la nascita per ragioni di carriera). Visto che veniva più facilmente perdonato il concubinaggio del matrimonio , molti preti rinunciavano tranquillamente al matrimonio. Le accuse d’incesto erano frequentissime, tanto da costringere a proibire al clero di tenere in casa sorelle, figlie o madri.

Molti vescovi preferivano consentire ai propri preti di sposarsi al fine di limitare gli spaventosi eccessi portati dal celibato. Il vescovo Segenfredo di Le Mans era tranquillamente sposato con Hildeberga, che veniva ddirittura chiamata “vescovessa”. Alla sua morte il figlio Alberico ereditò senza problemi la sua diocesi. Il numero dei vescovi che estesero il loro potere attraverso matrimonio e figli è enorme (Rainbaldo, vescovo di Fiesole, Raturio, Alberico, Segenfredo, etc.).

Se si pensa che papa Alessandro II, nel 1064, prosciolse da ogni accusa un prete che era stato sorpreso in flagrante adulterio con la seconda moglie di suo padre “perché non aveva commesso il peccato di matrimonio”, e perdonò , affidandolo solo alle cure del suo vescovo, ad un altro prete che aveva commesso incesto con la propria madre, ci si rende conto di come per il papato persino l’incesto fosse preferibile al matrimonio.

Lo strano è che persino uomini come Pietro Damiano, inviato a imporre il celibato al clero milanese e piemontese (1050 ca.), dovettero riconoscere che i preti piemontesi, tutti regolarmente sposati, erano “un coro di angeli”, pastori perfetti del loro gregge, colpevoli solo di essere sposati.

Le cose andarono in modi diversi a seconda delle varie località ma, ufficialmente, a Piacenza nel 1095 Urbano II condannò i matrimoni dei preti una volta per tutte (matrimoni che continuarono come prima in un mucchio di paesi). Al concilio parteciparono anche 500 religiosi, che, per dimostrare il loro impulso evangelico vendettero le loro mogli come schiave (congratulazioni!).

Dal 1050 in poi si susseguono Concili ed Encicliche che cercano disperatamente, è il caso di dire, di imporre il celibato con tutti i mezzi ma senza mai riuscirci pienamente. Le cose andarono avanti più o meno così, nella corruzione più totale e nella promisquità più curiosa, fino al Concilio di Trento, che ci mise un pò ma limitò le conseguenza pubbliche del celibato del clero. Fu anche necessario imporre la separazione tra confessore e confessandi (per mezzo di paratie, grate, etc.) perché la confessione era sempre una fonte di tentazioni e di occasioni per il parroco e per le fedeli (a volte il parroco si rifiutava di assolvere la confessanda se essa non gli si concedeva sessualmente.

In un equilibrato ed interessante volume di recentissima edizione (Preti sposati nel Medioevo – F.Quaranta – 2000 CLAUDIANA) l’autore presenta cinque testi, redatti dall’XI sec. al XIII, che testimoniano la sofferenza e la resistenza opposta dai clerici ad una modifica, violentemente ed ingiustamente imposta, ad una tradizione seguita e rispettata con notevole costanza. Nei testi in esame le argomentazioni addotte per difendere e giustificare il matrimonio dei preti (in senso lato) appaiono valide e ragionevoli ancora oggi, frutto di buon senso, fede ed umanità che rimasero schiacciate tra le esigenze di potere (materiale e spirituale) e di ricchezza che diventarono dominanti nel periodo in discorso.

Ora mi scuso con Voi ma ne ho le scatole piene e non me la sento più di continuare.

So di non essere stato equilibrato nel raccontarVi le cose, ma la disparità delle fonti me lo permetteva. So anche di non aver seguito un corretto ordine cronologico nell’esposizione. Ma documenti e fatti restano lì lo stesso, anche se la loro interpretazione può variare.

Ci sarebbero ancora moltissime cose tristi, orribili, buffe e curiose da raccontare, perché la storia della Chiesa è ricca di personaggi e di inspiegabili incongruenze.

Sicuramente bisognerebbe parlare della donna nel mondo clericale, dell’onanismo, approfondire il discorso sull’omosessualità e magari, perché no, cercare di spiegare le ragioni (veramente misteriose!) della Mariologia.

L’incesto e le sue variazioni

Per quel che attiene all’incesto La Chiesa ha assunto nel corso del tempo strane posizioni.
Premesso che per Tommaso d’Aquino esso costituisce peccato assai meno grave, per esempio, della masturbazione,dell’omosessualità, dei rapporti anali ed orali e del coitus interruptus (Summa Theologiae II-II q. 54 a. 11) e che tale indirizzo è condiviso da Ivo di Chartres (morto 1116, seguace di Agostino), che considera il rapporto con la propria madre come “naturale” in quanto aperto alla procreazione, e da molti altri come Graziano o Pietro Lombardo, sembrerebbe, dalle opere di B.Häring, che persino oggi la Chiesa condivida tale tesi.
Malgrado tutto questo l’incesto (non necessariamente inteso in senso stretto) costituì per lunghissimo tempo uno dei più validi sistemi per riuscire ad ottenere validi annullamenti di matrimoni assolutamente regolari.

Vediamo un pò come successe: nell’antico testamento (Levitico e Deuteronomio) il matrimonio tra parenti ed affini viene proibito in un relativamente ridotto numero di casi.
Un uomo non può sposare: madre, sorella, nipote, zia, matrigna, suocera, nuora, figliastra,figlia e nipote della matrigna, figlia della matrigna nata da un marito precedente, moglie del fratello del padre, moglie del fratello (vivente).
Nel caso invece la vedova del fratello non avesse avuto figli, diventava addirittura un obbligo lo sposarla, collaborando a fornire una discendenza (legge del levirato).
Giovanni il Battista fu , è vero, decapitato perché aveva rimproverato Erode Antipa per aver sposato Erodiade, moglie dell'”Erode senza terra”, ma soltanto perché il fratello di Erode, precedente marito di Erodiade, era ancora vivo , non certo in quanto egli (Giovanni) fosse a favore dell’indissolubilità del matrimonio, sviluppatasi solo con il cristianesimo.
Molti papi, come Gregorio Magno, si richiamarono a torto al Battista, confondendo ridicolmente fischi con fiaschi.
I Cristiani, con la loro buffa avversione al sesso ed al piacere (unica plausibile spiegazione), riuscirono quindi a sviluppare una quantità enorme di strane limitazioni al matrimonio che nessun’altra religione è mai stata in grado di immaginare, nemmeno sotto il profilo teorico.

Il concilio di Neocesarea (314) stabilì che se una donna sposa successivamente due fratelli deve essere scomunicata per cinque anni.
Il Sinodo di Elvira (inizi IV sec.) prescrive:”se un uomo sposa la sorella della sua defunta moglie, costei (non lui, si badi bene, ma la sorella della morta) deve essere scomunicata per cinque anni”.
Persino Sant’Ambrogio fece casino quando nel 397 proibì ad un uomo il matrimonio con sua nipote, facendo riferimento alle prescrizioni del Levitico e citandole a sproposito.
Nel VI° secolo la proibizione del matrimonio a motivo d’incesto raggiunge i cugini di terzo grado (eviterei di approfondire le divergenze tra computo romanico e germanico) e Gregorio Magno, proibendo il matrimonio tra figli di fratelli, trova giustificazione nell’affermazione:” L’esperienza ci ha insegnato che tali matrimoni sono sterili”.
Tuttavia proibire l’incesto sulla base di possibili tare ereditarie della prole è cosa relativamente recente (lo fanno Tillmann e Häring senza capire un tubo di genetica).
Nell’VIII e nel IX secolo si pretese addirittura che i coniugi che si erano sposati fino al “sesto” grado di parentela, si separassero e si risposassero con terzi (alla faccia dell’indissolubilità del matrimonio).
Così per i sinodi di Verberie (756) e Compiègne (757).
Nell’800 Leone III ordinò di non consentire alcun matrimonio sino al settimo grado “poiché il Signore si riposò nel settimo giorno” (!?).
Una situazione che in molte località rendeva letteralmente impossibili i coniugii.
L’intera faccenda si ricollega in qualche modo anche ai rapporti “contro natura” (quindi anche quelli in cui si usano contraccettivi), che, pur pesantemente condannati dalla Chiesa, offrirono qualche vantaggio nella complessa materia matrimoniale.
La decisione di Urbano II, per la quale , diventava lecito sposare una donna che avesse precedentemente avuto un rapporto contro natura con il proprio fratello (l’eiaculazione fuori sede non costituisce impedimento), mise in serio pericolo tutte le possibilità di annullamento, basate sull’impedimento di “cognazione”, che veniva utilizzate sino ad allora.
Infatti già nel 757 veniva stabilito che se una donna sposa il fratello di un uomo con il quale ha avuto in precedenza un rapporto immorale (che significa:anale, orale, in posizione inversa, con contraccettivi, etc.) tale matrimonio non è valido (vedi il ridicolo parere di Icmaro di Reims). Il ragionamento (?!) alla base di questa tesi è confuso e complicato dal fatto che la Chiesa aveva sino ad allora sostenuto che l’unico rapporto che rende valido ed indissolubile il matrimonio è quello teso alla procreazione (completo, con emissione seminale in vagina, uomo sopra/donna sotto).
Gregorio VII (XI sec.) riuscì infine nell’annullamento dei matrimoni incestuosi (regolamentandolo) insieme all’eliminazione del matrimonio dei preti.

In seguito alla quantità enorme di problemi, anche legali e successorii) che la cosa provocava Alessandro III (morto 1181) dichiarò che se un matrimonio nel quarto grado era durato più di diciott’anni non poteva più essere impugnato e papa Lucio III (morto 1185) concesse, in un caso specifico, di lasciare in vita anche un matrimonio nel quinto grado.

Nel 1215 Innocenzo III ridusse la proibizione al quarto grado, riuscendo però, nel caso dei neobattezzati lettoni (per i quali era abitudine e costume sposare la vedova del fratello), a creare un casino indicibile stabilendo:” se la vedova aveva figli di primo letto il matrimonio doveva essere annullato se lei o il marito volevano essere battezzati.
Se la donna non aveva figli di primo letto il matrimonio poteva continuare in via eccezionale. Ma nessun uomo, dopo il battesimo, poteva sposare la propria cognata”. In sostanza la vedova con figli (piccoli o grandi che fossero) perdeva, insieme al marito/cognato, l’unico suo mezzo di sussistenza.
Capitò anche che qualche lettone, dopo una lite coniugale, decidesse di farsi battezzare.
Ci furono dispense (Alessandro VI a Manuele del Portogallo [1500], a Caterina d’Aragona [1503 – originò la separazione della chiesa Anglicana]) e proibizioni (nel 1468 al Delfino, futuro Luigi XI e ad Enrico VIII. d’Inghilterra).
Il concilio di Trento (1545-63) confermò il limite del quarto grado e soltanto nel 1917 ci fu una riduzione al terzo (riportando la situazione a come era nel V° secolo, cioé millecinquecento anni prima).
Nel 1983 cadde anche la proibizione relativa alla cugina/o del padre, che diventava sposabile.

In tale anno (1983) cessò anche l’impedimento relativo alla parentela “spirituale”, quella che impediva il matrimonio tra battezzando e padrino, tra padrino e genitori del battezzando (con sanzioni pesanti che arrivavano alla penitenza ecclesiatica a vita), allargata poi anche al cresimando ed al consorte del padrino.
Una roba assolutamente ridicola e senza costrutto spirituale alcuno (frutto della stessa logica pervertita ed idiota che spedisce alle fiamme eterne i bambini non battezzati), peraltro già mandata in malora con ragionevoli giustificazioni anche da Lutero nel 1520 (La cattività babilonese della Chiesa).

Curiose le giustificazioni dell’aumento delle proibizioni dell’incesto (rispetto alle regole veterotestamentarie) portate da San Tommaso :”poiché per natura l’essere umano ama i suoi consanguinei; se vi si aggiungesse anche l’amore derivante da un legame sessuale, la passione sarebbe eccessiva e ci sarebbe il massimo grado della libidine, e ciò si oppone alla castità”(Summa Theologiae II-II q. 154 a. 9) – e “l’aumento dell’amicizia” viene moltiplicato dal fatto che il matrimonio è circoscritto a persone non imparentate – e “la nuova legge dello spirito e dell’amore” (rispetto alla legge mosaica) rende necessario che “gli esseri umani si tenessero ancor più lontani dalle realtà carnali e si dedicassero alle realtà spirituali”.
Con questa sequenza di frescacce il buon Tommaso riesce a giustificare tutto ed il contrario di tutto: indissolubilità del matrimonio, dissolubilità dello stesso, sette gradi, quattro gradi, castità, fecondità, amicizia senza passione, con più passione ma non troppa, monacizzazione dei laici e necessità di fare figli.

Un bel personaggio, capace sempre di fornire pareri a cottimo ed a seconda del committente o dell’aria che tirava.

A soli fini di chiarimento vorrei precisarVi che (secondo quanto si è appreso dalla genetica) “in natura” non esistono limitazioni generalizzate all’incesto (e l’uso del termine incesto per gli affini è assolutamente improprio).
La cosa viene normalmente evitata dai mammiferi e da molti animali superiori, limitatamente ai rapporti genitori/figli, solo quando esistono ragionevoli (si fa per dire) alternative e cioè sono presenti altri maschi e/o femmine della specie disponibili ed in ottima salute.
Se i partners in giro non sono “buoni” qualitativamente, si preferisce sempre il rapporto parentale con il maschio o la femmina dominante.

La riuscita (genetica) della prole non dipende quindi dalla relazione parentale o meno dei genitori, ma dal loro corredo genetico.
Se non esistono difetti rilevanti la cosa è “geneticamente” accettabile (pur con tutte le ragionevoli considerazioni in ordine al “rilassamento della selezione” [Bodmer/Cavalli-Sforza – Genetica Evoluzione Uomo]).

Nel lungo periodo la faccenda può infatti presentare problemi ed evidenziare danni “nascosti” del corredo genetico, ma la cosa non può essere generalizzata ed in alcune regioni/circostanze presenta addirittura qualche (raro a dire il vero) vantaggio selettivo.

Resta naturalmente l’assoluta improprietà di un rapporto che, “eticamente”, non può essere considerato a priori come corretto proprio in conseguenza della disparità di posizioni tra gli ipotetici coniugi: i figli subiscono un pesante “imprinting” che ne condiziona la capacità di giudizio e l’affettività, rendendo loro difficile effettuare scelte e valutazioni obiettive, i genitori, per ragioni opposte, cadono nella medesima problematica abusando delle propria posizione dominante e perdendo il necessario realismo (vorrei evitare di impelagarmi in valutazioni morali/religiose/culturali).

Se a tutto ciò si aggiunge l’assenza dell’indispensabile e necessario distacco educativo e del disinteresse personale (difficile da conservare in un rapporto di “passione”) questo genere di rapporti, cosiddetti “incestuosi”, sembrano comunque rappresentare una relazione da evitare in via generale.

Qualcosa sulla donna

Anche a cercare di essere onesti riesce difficile non vedere la pesante misoginia della Chiesa ed i suoi tremendi riflessi nella nostra vita.
Ancora oggi capita di ascoltare dei cazzoni in tonaca che pontificano sulla castità prematrimoniale, sulla necessità di fare figli “benedetti dal Signore” (che non avranno nulla da mangiare), sull’orrendo peccato della contraccezione e sull’omicida abominio dell’aborto.
La cosa strana è che, almeno per quanto riguarda la donna, le cose non erano poi così male nel I secolo. In seguito, malgrado in origine le donne abbiano partecipato attivamente alla diffusione della chiesa
Paolo riferisce (1 Cor. 11,5) che le donne predicavano come gli uomini. Feba (Rom, 16,1 segg.) era diaconessa, come Paolo. Prisca era “collaboratrice in Cristo”. Giunia (che poi subì una manipolazione transessuale, diventando Giunio) viene da Paolo definita “insigne tra gli apostoli”(Rom. 16,7) e la Bibbia stessa, letta correttamente, mostri per la donna maggiore considerazione del cristianesimo

, è certo che la nostra religione ha attuato un progressivo soffocamento ed una progressiva interdizione delle donne, in un processo arrestatosi soltanto oggi, in occidente, e non grazie, ma malgrado la Chiesa.

Si potrebbe sostenere che alla base di quest’opera di diffamazione stia essenzialmente la loro (delle donne) contrapposizione al sacro come soggetti impuri.
Clemente Alessandrino, stabilendo persino come le donne devono vestirsi e comportarsi, definisce la donna come oggetto di vergogna. Le impone il velo fuori dalla casa.
Le Costituzioni apostoliche (380) prescrivono che possa comunicarsi solo con il velo.
Papa Nicola I ordina che esse possano comunicarsi solo velate e nel VI° secolo si richiederà che anche le loro mani siano coperte. Crisostomo impone che essa sia sempre velata e “nascosta con ogni cura”.
Le parole di Paolo, relative all’acconciatura patriarcale ebrea (capelli raccolti in trecce poi coperte da un fouland di lana), viene stravolta dai suoi interpreti successivi.

Anche per Ambrogio le donne devono velarsi “in modo che venga assicurato il suo pudore e la sua onestà”.
Nel sinodo di Elvira (IV secolo) si prescrive che le donne non possano né scrivere né ricevere lettere a proprio nome. Nel sinodo di Gangra (IV sec.) si vieta loro il taglio dei capelli. Clemente Alessandrino sostiene che , per quel che riguarda l’attività sportiva, le donne devono solo esercitarsi a filare ed a tessere, eventualmente aiutando a cuocere il pane ed andando a prendre in dispensa ciò che serve all’uomo (Paedagogus III, 50, 1).
Crisostono le definisce ancora :”il sesso femminile è debole e leggero”, e vede la loro salvezza solo nei figli, al contrario di Ambrogio che ne raccomanda la verginità.

Nelle Costituzioni apostoliche (già citate, raccolta del IV sec. inserita nel Decreto di Graziano del 1140) si dice:” noi non concediamo che le donne esercitino in chiesa il ministero dell’insegnamento; esse devono solo pregare ed ascoltare i maestri. Poiché il nostro maestro e signore Gesù Cristo ha inviato soltanto noi dodici per ammaestrare il popolo ed i pagani e mai invece ha inviato donne, quantunque non ne mancassero. C’erano infatti con noi la madre del signore e sua sorella e anche Maria Maddalena, e Maria di Giacomo e Marta e Maria, le sorelle di Lazzaro, Salomé ed alcune altre. Se pertanto fosse stata cosa conveniente, egli stesso le avrebbe chiamate. Ma se l’uomo è il capo della donna, non è opportuno che il resto del corpo domini il capo” curioso è il fatto che in molti vangeli gnostici ed apocrifi la situazione sia quasi rovesciata. In Tommaso, per esempio, le donne appaiono quali discepole predilette e così in altri. La Chiesa prima distrusse ed emarginò tutti gli scritti paleocristiani, nei quali la donna riceveva connotazioni paritarie (o addirittura superiori) agli uomini, poi la ridusse ad un cencio senza alcun valore, anzi, ad una fonte di vergogna, miseria e peccato.
Le donne dovevano sempre restare silenziose. Pregare anche in silenzio poiché “non concedo alla donna di parlare in chiesa”.
Le donne non possono battezzare o esercitare altri ministeri sacerdotale perché “la madre di Gesù non ha battezzato il proprio figlio”.
Tertulliano dispone che le donne non insegnino e non battezzino (+ 220).
Laodicea (sinodo IV sec.) dichiara che “le donne non possono avvicinarsi all’altare”. Il sinodo di Nimes proibisce il ministero sacerdotale delle donne, come pure papa Gelasio (lettera del 494) ed i sinodi di Nantes (658), Nibisi (orientale 485), Aquisgrana (798).
Esse (le donne) non possono cantare in chiesa (San Bonifacio + 754). Parigi (829) le cazzuola ulteriormente deplorandone il comportamento.
La seconda pseudoisidoriana (lettera falsa scritta nell’850 ca.) attribuita a papa Sotero (168-177), che ordina che alle donne sia impedito di toccare vasi e lini santi, venne ripresa da Graziano nel 1140 ed è rimasta fino ad oggi tra i documenti di maggior importanza per combattere la “pestilenza” costituita dalle monache e dalle donne in generale.

Persino nell’ipotesi degli eventi più tragici e riferiti esplicitamente alle mogli del clero sposato (F.Quaranta “Preti sposati nel medioevo”) l’ottica con la quale la donna viene considerata manifesta connotazioni tragiche. Il patriarca Fozio (IX sec.), trattando diffusamente il caso delle mogli dei chierici rapite dai Saraceni, ridotte schiave e forzate a subire le voglie dei loro padroni, descrive il comportamento da tenere una volta che le stesse siano state riscattate e riconsegnate ai coniugi, limitando la loro accettazione soltanto al caso nel quale le donne abbiano”sempre” opposto piena e totale “resistenza”, ed anche in quel caso raccomanda loro di chiudersi in convento per non dare adito a malignità. Insomma mazziate e cornute. Interessante anche (ibidem) la testimonianza di Giovanni Mosco (VII sec.) che raccontando di alcuni cristiani palestinesi a cui erano stati rapiti mogli e figli, afferma che quando i briganti rilasciarono i loro familiari, si ripresero soltanto i figli, rimandando indietro le mogli violentate ed ormai “corrotte”.

Ricordiamo che ancora nel 1917 il Codex Iuris Canonici (CIC) stabilisce che mai il ministrante alla messa sia una donna e “sotto pena di peccato mortale è proibito che la donna che ministra (nel caso ci sia una giusta causa) si avvicini all’altare”.
E Giovanni Paolo II, nel 1980, scrive nel suo Il dono inestimabile :”non sono permesse alle donne le funzioni dell’accolito (ministrante)”.
Persino per Pio X, ribadendo la proibizione per le donne, i canti in chiesa dovevano al massimo utilizzare dei castrati (ai quali comunque, come agli uomini sterili, era proibito il matrimonio sin dal 1587 ad opera di quel mostro di Sisto V° [disposizione revocata solo nel 1977]).
Come dice la Ranke-Heinemann : “questa chiesa virile è degenerata in un cristianesimo avvizzito” e “la fede cristiana si è fossilizzata nel credo del celibato”.

Vale la pena di ricordare le drammatiche ed amarissime parole di Ernst Bloch nel 1936: ” le donne non possono entrare in chiesa con le braccia nude, tuttavia ebrei nudi possono scavare la propria fossa “. Ricordiamo ancora che quando i sacramenti si cristallizzarono nel numero di sette (XII sec.), il matrimonio venne considerato a parte, in quanto utile solo come rimedio contro il peccato e privo della capacità di trasmetter grazia alcuna.

Nel Malleus Maleficarum le donne (assai più dedite alla stregoneria, in quanto assai più deboli) sono le “avversarie dell’amicizia”, “una punizione inevitabile”, “un pericolo familiare”, “un difetto della natura”.
Il loro maggior contenuto d’acqua (Aristotele, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino) le rende “incostanti e malfide”.
La loro inferiorità è indicata anche dal nome (femina):”il termine femina , infatti, deriva da fe minus. Fe= fides, fede; minus=meno; perciò femina=colei che ha meno fede”.
Gli inquisitori arrivano ad affermare che quasi tutti i regni della terra sono caduti a causa delle donne (citando Troia), che esse sono per natura bugiarde, adescatrici ed assassine e che “la loro gola, cioé il loro parlare, è più viscido dell’olio, ma poi è più amaro dell’assenzio”.

I due imbecilli (Institor e Sprenger) concludono che “tutto accade per cuncupiscenza, che presso di essa (la donna) è insaziabile” è ” tre cose sono insaziabili e la quarta, che non parla mai…, cioé l’apertura dell’utero” (spero mi perdonerete un commento volgaruccio, da giovanotto affamato degli anni ’50/’60, :fosse vero!).

Alberto Magno (maestro e guida di Tommaso d’Aquino) parla della donna con un astio ed un disprezzo che raramente verrano raggiunti dai successivi teologi. Nelle sue “Quaestiones super de animalibus”, teorizza addirittura che la ritrosia ed i rifiuti della donna agli inviti ed alle oscene proposte dei maschi costituiscano un’accorta manipolazione, messa in atto al fine di sembrare caste, mentre in realtà la loro bestiale concupiscenza le porta a desiderare l’atto che sembrano rifiutare. Il vecchio demente merita di sicuro il titolo di “patrono ufficiale dei violentatori”, oltre a quello di principe degli antisemiti (che gli deriva dalla distruzione impietosa del patrimoni dottrinale ebraico ,da lui decisa e sottoscritta nel 1242, con il rogo di Parigi) vennero bruciati duecentoquaranta carri di libri talmudici, provocando altri roghi consimili in tutto il mondo cattolico ed il tramonto dello studio ebraico sul Talmud

Trascuro di parlare della castrazione civile e normativa che tutto questo ha comportato: impossibilità di possedere alcunchè (sottoposte a tutela perenne), problemi successori ed ereditari, obbligo di obbedienza, privazione dei figli , percosse, una vita da bestie. Il tutto condito squallidamente dalle ingenue ed innocenti dichiarazioni effettuate ogni volta che la Chiesa decide di decidere diversamente:”La Sacra Congregazione della Fede ha sempre sostenuto l’opinione…”, “La Santa Madre Chiesa ha sempre avuto a cuore…”,”Il Santo Padre, seguendo la continua tradizione dei suoi santi predecessori , ha deciso…”, “Il Sant’Uffizio ha stabilito anche in questo caso, come sempre fatto in precedenza ,…”,”La Santa Inquisizione ha bruciato, come sempre ,…”
La spaventosa ingerenza del cristianesimo nella vita laicale ha provocato sofferenze della gente minuta, e particolarmente delle donne e dei bambini, che non hanno nulla da invidiare agli orrori descritti nei capitoli precedenti.

Osservazioni varie

Spero quanto prima di poter rivedere questo sito, approfondendo argomenti e, spesso, correggendo i miei errori. Nel contempo mi permetto di evidenziare alcune curiose incongruenze di una religione, la cattolica, davvero molto strana.
Nati e cresciuti in Italia, noi di educazione cattolica sembriamo aver perso di vista quanto di incongruo e morboso ci sia nella ritualità che la Chiesa ha imposto ai suoi adepti. E dico adepti, perché di certo non esistono procedure, nelle altre religioni, così marcatamente strampalate.

Anche sorvolando sui diversi sacramenti, comunque abbastanza strambi, resta il fatto che il cattolicesimo sembra essere l’unica religione (viva) che impone di divorare cannibalescamente il corpo ed il sangue del proprio dio/fondatore (comunione). Essa impone ai suoi seguaci la rivelazione dei propri “peccati” (confessione) a singoli individui (preti) , che dovrebbero costituire il tramite tra l’umano peccatore ed il suo dio (che il peccatore si è mangiato prima e dopo), superando di gran lunga la pubblica autodafé richiesta dal marxismo-leninismo ai “compagni” che sbagliano. Quest’ultima infatti ha carattere pubblico e concerne comportamenti pubblici, mentre la confessione abbraccia sia il pubblico sia il privato del peccatore.

Tutti i rituali vengono amministrati da un tizio vestito come Goldrake (con paramenti costosissimi), circondato da altri tizi (chierichetti) anche loro malamente travestiti, in luoghi che, quanto a lusso e spreco di risorse, hanno poco da invidiare al sultano del Brunei. In una confessione religiosa ufficialmente destinata agli umili ed ai poveri lo sfarzo, il lusso e lo spreco del clero e dei rituali, ad osservatori non partecipi, appaiono drammaticamente vacui. Persino messali e libri di preghiera hanno prezzi editorialmente fuori mercato, per non parlare di ostie etc.. I fedeli sottostanno a comportamenti che in condizioni mentali “normali” non sarebbero disposti a subire, spesso nemmeno a costo della vita (anche se, dopo aver mangiato un dio, credo tutto quanto diventi lecito ed ammissibile). Ricordo ancora che, malgrado le forti ammissioni ed i grandi passi avanti fatti in questi ultimi anni, a tutt’oggi tutti coloro che si trovano “fuori” dalla nostra setta (perché settario è il cattolicesimo), vengono spediti allegramente all’Inferno (neonati, bambini, ragazze, vecchi, etc.etc. per un quantitativo totale di esseri “umani” assolutamente incalcolabile). Ricordo altresì che baciarsi (fuori del coniugio) e masturbarsi (anche dentro il coniugio), insieme a divorzio, controllo dlle nascite ed omosessualità, costituiscono (ancora adesso) peccato mortale e possono condannarci alle fiamme eterne.

Tanto per citare Luigi Lombardi Vallauri, ricordo anche che la divina famigliola del nostro buon Gesù risulta, secondo la catechesi, notevolmente stramba. Il padre (Giuseppe) è vergine e sembrano esserlo anche madre e figlio. Tutti vergini a vita e senza aver mai ceduto ad improvvise pulsioni sessuali. Per Lombardi Vallauri, con un Dio biblico che condanna omosessuali ed adultere alla lapidazione ed una famiglia fondativa di vergini, non ci si poteva aspettare una chiesa diversa. Detto questo, ricordiamo che, sempre nella precitata famigliola, con l’intervento quale donatore esterno dello Spirito Santo, si verifica la prima fecondazione eterologa della storia occidentale, mentre nell’ambito ristretto della Trinità appare una primordiale forma di clonazione, con il Padre che clona se stesso nel Figlio. A questo proposito è bene tenere a mente che lo scisma del V secolo, oltre che dalla dottrina monofisita, fu causato proprio dalla natura attribuita allo Spirito Santo. che nella religione ortodossa era “qui ex Patre procedit” ( si tratta quindi di un secondo clone del Padre), mentre nella cattolica è “qui ex Patre Filioque procedit” (si tratterebbe quindi di una doppia clonazione partenogenetica cui partecipano due donatori). La confusione diventa generale quando si pensa che lo Spirito Santo, che nella nostra religione è comunque un clone del Padre e del Figlio, diventa anche il padre del Figlio nel momento in cui fertilizza la Madonna.
All’anima dei misteri!

E, sempre limitando l’osservazione all’immagine divina, pur con i nostri umani sensi, qualunque deficiente venga obbligato a leggere vecchio e nuovo testamento rileva l’incongruenza tra due divinità quasi opposte ed inconciliabili. Marcione (140 d.C.) non fu il primo ne l’unico a riconoscere la radicale opposizione tra l’irato dio creatore dell’antico testamento ed il dio amoroso e padre di Gesù Cristo.

Tanto per rompere ancora un po’ le scatole (e perché me lo sto rileggendo) Vi faccio l’esempio dei sinodi di Sirmio (357 e 359) che approvarono nuove formule di fede ed il credo anomeo. Nel breve, relativamente, periodo di mezzo secolo viene condannato Ario (Nicea 325), richiamato nel 328 da Costantino che mette al bando Atanasio (fautore della presunta ortodossia), condannato dal Sinodo di Tiro (335). Nel 353 (sinodo di Arles) Atanasio viene nuovamente condannato da tutti i vescovi (meno Paolino di treviri che viene esiliato). Nel 355 (sinodo di Milano) Atanasio viene nuovamente condannato (tranne Lucifero di Cagliari, Eusebio di Vercelli e Dionigi di Milano, che vengono esiliati). Sempre nel 355 papa Liberio viene esiliato in Tracia e sostituito da Felice. Nel Sinodo Di Bèziers (356) Ilario di Poitiers(anche lui presunto ortodosso) non viene nemmeno ascoltato e, persistendo nel lottare contro l’arianesimo, viene esiliato in Frigia. Nel Sinodo di Sirmio (357) è approvata una nuova formula di fede. Nel 358 (sinodo di Ancira) viene condannata la formula di Sirmio. Nel 359 (secondo sinodo di Sirmio) viene approvato il credo anomeo. Nel sinodo di Seleucia (359) prevalgono i filoariani. Sempre nel 359 (sinodo di Rimini) prevalgono gli anomei. Insomma alla fin fine potevamo essere tutti ariani o pseudo ariani. Tanto per chiarire un pelo: i niceni affermavano la generazione eterna del verbo, gli a riani condannavano il consustanziale e gli omeusiani dicevano che il figlio era in tutto simile al padre. Vi faccio seguire alcune delle proposizioni del Sinodo di Sirmio (di tutti e due):


” Si quis patrem et filium duos deos dicit, anathema sit.
Et si quis Deum Christum ante saecula filium Dei ministrantem pati ad creationem universorum, non confitetur, anathema sit.
Si quis ingenitum, aut partum ejus ex Maria natum dicere praesumit, anathema sit.
Si quis secundum praesentiam ante Mariam dixerint filium esse, et non ante saecula ex parte natum apud Deum esse, et per ipsum omnia facta, anathema sit.
Si quis substantiam Dei dilatari aut contrahi dixerint, anathema sit.
Si quis dilatatam substantiam Dei filium dixerit facere, aut dilatationem ejus substantiae filium nominaverit, anathema sit.
Si quis affectivum, aut prolativum verbum dixerit Dei filium, anathema sit.
Si quis hominem solum dixerit filium, qui ex Maria est, anathema sit.
Si quis Deum et hominem ex Maria dicens, Deum ingenitum eundem intelligit, anathema sit.
Si quis illud quod scriptum est, Ego Deus primus et ego postea:praeter me non est Deus, cum ad destructionem idolorum et deorum non existentium dictum sit, ad destructionem magis unigeniti ante saecula Dei judaice percipit, anathema sit.
Si quis audiens, Verbum caro factum est, verbun in carnem mutatum putaverit, aut conversione facta suscepisse carnem, anathema sit.
Si quis unigenitum filium Dei crucifixum audiens, corruptionem, aut passionem aut conversionem, aut initiationem, aut peremptionem substituisse dicit, anathema sit.
Si quis, quod scriptum est. Faciamus hominem, non patrem a filium dicere, sed ipsum ad semetipsum ferit dixisse Deum, anathema sit.
Si quis contra Jacob non filium tamquam hominem luctatum esse, sed ingenitum Deum aut patrem ejus dixerit, anathema sit.
Si quis audiens Dominum patrem, aut filium Dominum, et Dominum patrem et filium, et Dominus a Domino, dicens, duos asseruit Deos, anathema sit. Non enim coaptamus filium patri, sed subditum novimus. Neque enim descendit in corpus sine voluntate patris, neque pluit a semetipso, sed a Dominus, authoritatem videlicer praebente patre. Neque sedit a dextris a semetipso, sed audit dicentem patrem, sede a dextris meis.
Si quis patrem et filium et Spiritum sanctum unam personam dicit, anathema sit.
Si quis spiritum paracletum, dicens, ingenitum afferit Deum, anathema sit.
Si quis sicuti docuit nos, non alium dicit paracletum praeter filium, ait enim, et alium paracletum mittet vobis paterque rogabo ego, anathema sit.
Si quis spiritum dicit patrem patris, aut filii, anathema sit
Si quis concilio Dei tamquam unam creaturam factum asserit filium Dei, anathema sit.
Si quis Patrem et Filium, et Spiritum sanctum tres dicit Deos, anathema sit.
Si quis nolente patre filium dixerit, anathema sit. Non enim invitas et vim pssus pater necessitate generali, quasi nolens , genuit filium, sed illud ut voluit; etiam sine tempore, et sine semelipso genuit cum.
Si quis ingenitum et sine principio dicit filium, tamquam duos sine principio, et duo ingentia dicens, et duos faciens deos, anathema sit. Caput enim est et principium omnium filius, Caput autem Christi, Deus. Si enim ad unum omnium principium quod est sine principio, per filium pie omnia referentur.
Rursus autem subtiliter inspicientes Christianum sensum dicimus.
Si quis Christum Deum, filium Dei ante saecula, ministrantem patri ad omnem creationem non dixerit, sed ex quo ex Maria natus est, ex eo dicit filium, et Christum esse vocatum, et initium accepisse ut Deus esset, anathema sit, sicut Samosatenus.”

Tanto per capire la complessità delle interpretazioni e la ferocia (anathema sit) delle sanzioni.

Nessun’altra religione ha prodotto un così gran numero di eretici ed eresie. Risulta quasi impossibile contarli ed identificarli tutti, il che non depone certo a favore di una significativa coerenza interna.

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(non esaustiva, mi scuso con chi non ho ricordato)

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VECCHIO E NUOVO TESTAMENTO IN EDIZIONI DIVERSE (cattoliche, ortodosse e protestanti)

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HERMANN RAUSCHNING – Hitler mi ha detto – 1945 RIZZOLI

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GIOVANNI PAOLO II – Evangelium vitae – 1995

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