Fisicamente

di Roberto Renzetti

*****

INIZIO DA UNA LETTURA LAICA DELLA BIBBIA

Roberto Renzetti

Ai laici non è consentito il possesso né dei libri del Vecchio Testamento né di quelli del Nuovo Testamento” (Disposizione del Sinodo di Tolosa del 1229)

“…darsi da fare in tutti i modi e con tutte le forze, affinché a nessuno venga consentita né oggi, né in futuro, la lettura, anche solo frammentaria del Vangelo…” (Regolamento ecclesiastico di Papa Giulio III [1550-1555])

La Genesi e L’Esodo (con cenni ad altri Libri)

            Parlo della Bibbia, della più angosciosa lettura si possa fare. Per farlo mi rifaccio completamente al testo stupendo di Mario Alighiero Manacorda, Lettura laica della Bibbia , Editori Riuniti, 1989.
            Tra tante cose di sicuro interesse storico e bellezza letteraria, la Bibbia è un continuo ed ossessivo  racconto di violenze, incesti, inganni, anatemi e stermini, quanti non se ne trovano per densità in nessuna altra letteratura del mondo. Ma ciò che è agghiacciante è che tutta questa serie di sadiche invenzioni o realtà è attribuita in toto al buon dio, dando così a vedere che questo dio è proprio pensato ad immagine e somiglianza dell’uomo.
            Bibbia significa “i libri”, la biblioteca, la raccolta dei testi che gli ebrei ritennero di dover salvare. Questi libri furono messi insieme in gran parte dai “preti leviti” durante la cosiddetta ‘cattività babilonese’ in Mesopotamia (prima nel 721 a. C. quindi dal 587 al 539 a. C.).
        In quello che dirò io non intendo rispettare le idee degli altri quando sono immeritevoli di rispetto; ma rispettare gli altri. E gli altri, se vogliono che io rispetti le loro idee, adottino idee rispettabili: è l’unico modo per non dare scandalo. Ogni persona religiosa, quand’anche sia tollerante, non può non parlarti pensando di farlo in nome di Dio. E questo è segno del più profondo disprezzo verso l’interlocutore: è il vero peccato contro lo spirito dell’uomo (l’unico che conosco). Queste non sono idee rispettabili.
        Sfido anche le sciocche minacce del Talmud che dice: “Un pagano che si occupa dello studio della Torah, è degno di morte” (Sahn., 59a) ammorbidite in altre parti che graziosamente mostrano tolleranza verso gli atei come me. In ogni caso anche io, ispirato da me stesso lancio un anatema: “Chi tenterà di scocciarmi sarà sonoramente spernacchiato”. Per cui leggerò e commenterò più oltre alcuni brani che mi sembrano imbroglioni, violenti ed osceni in un libro che alcuni pazzi vogliono che sia di insegnamento religioso  e quindi avere fini di insegnamento morale.

        A parte il plurale che viene usato quando si parla di creazione nella Genesi (eredità politeista?), di creazioni se ne raccontano due ed io avrei interesse a capire come il mondo sarebbe nato.
            Da una parte vi è ciò che tutti conoscono: “In principio, quando Dio creò il cielo e la terra , la terra era….” (1, 1-2).  Il profeta ha bevuto o ha dimenticato il giorno prima: come si può infatti sostenere l’idea blasfema di una terra che coesiste con Dio al principio? E poi che disordinato che è Dio nel saltare da palo in frasca: 1° giorno, la luce (“Dio  vide che la luce era cosa buona…”, è di interesse sapere che Dio era un empirico); 2° giorno, il firmamento; 3° giorno, i vegetali sulla terra; 4° giorno, i luminari nel cielo; 5° giorno, i pesci nei mari e gli uccelli nel cielo; 6° giorno, gli animali terrestri e l’uomo e la donna.
        Nella seconda creazione appare uno degli dei, Geova. Egli plasma un pupazzo di argilla a forma di uomo e gli dà vita. Poi fa nascere intorno a lui un giardino (speriamo che non si sia confuso perché nella prima creazione i giardini vi erano prima dell’uomo! ). Inoltre l’uomo serviva per far crescere gli alberi, ma viene subito esautorato. Qui inizia il raccontino da mille ed una notte. Tra gli alberi vengono fatti crescere anche quello della vita e quello della conoscenza del bene e del male. Da questo giardino (Eden) escono 4 fiumi per irrigare l’Eden (sic! ). A questo punto viene il primo irragionevole comandamento di un dio schizofrenico o giocherellone: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare…” (2, 17). Qui vi è subito la minaccia, se mangi quel frutto muori (e la morte appare per la prima volta nella storia dell’universo). Poi viene da sorridere quando, Geova, parlando tra sé e sé si dice: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (2,18). Qui il vecchio con la barba sbaglia subito perché comincia a mescolare bestie con uomini. Infatti nel verso successivo si dice: “plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo” (2,19). Ecco, a parte, che questa creazione continua a differire dalla prima!
All’uomo il privilegio di dare il nome a questi animali. E l’uomo (meglio di Geova! ) visti tutti gli animali non ne trovò uno che gli fosse simile. Che distrattone il Geova!
        E qui, sollecitato, si rimette all’opera.

        Finalmente, quando l’uomo si addormenta  “ plasmò con la costola che aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo” (2,22) (chiedete a maschietti credenti se hanno o no una costola in meno, stupirete! ). La storia segue con una consequenzialità inesistente: “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre …..(cosa dice il profeta? Non si era mai parlato di padre e madre)…..e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne.” (2,24). Geova qui fa lo Sgreccia della situazione o il profeta è un malevolo pettegolo: “[l’uomo e la donna] erano tutte e due nudi , ma non provavano vergogna” (2,25). Ditemi cosa vuol dire???
Ma il cattivo tramava, “il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte da Geova dio” (3,1) deve mettere zizzania ed alla povera Eva dice che se mangia quel frutto diventerà come dio.
            Ma qui si mescola un vergognoso imbroglio: NESSUNO AVEVA DETTO NULLA AD EVA! E la neonata che vede ogni cosa come creazione di dio come fa a sospettare qualcosa? Eva prende il frutto e lo dà ad Adamo (evidentemente era lì in silenzio, il cretino! ) e, dopo aver morso … che succede? “che si accorgono di essere nudi”. (3,8) Caspita! Occorreva coprirsi  ed i due cercano foglie con cui farlo. Ma perché???
        E la storiella segue come tutti sanno con sciocchezze continue unite ad incongruenze che non possono essere state dettate da un dio se non da quello dell’osteria. Ma i cristiani assegnano alla creazione dei due giocherelloni una data precisa: il 4004 a.C. e guai a chi mette in discussione queste date, le età dei profeti, i ridicoli tempi della creazione, le ridicole successioni della creazione, i ridicoli tempi tra il diluvio e la ripopolazione di tutta la Terra, … A lor credenti piace mettere in discussione la scientificità dell’evoluzionismo perché queste bufale sembrano loro molto più serie!

        Faccio un doveroso intermezzo prima di andare avanti. Proprio le sciocchezze di Adamo ed Eva sono la prima prova della Bibbia che nasce dalla scopiazzatura (anche fatta male da parte di nomadi e predoni del deserto che non avevano alcuna tradizione ed erano bisognosi di farsene una) di antichi miti e leggende. In questo caso la leggenda è sumera. La storia è esattamente la stessa ed è riportata ne “Il Cilindro della Tentazione” depositato al British Museum e risalente a 2000 anni prima della redazione della Bibbia. Ne riporto la parte iconografica che è chiarissima  (anche quell’albero che ricorda un certo candelabro).

Ed a proposito di quanto accennavo sui predoni del deserto, occorre dire che si trattava di popolazioni nomadi che, nel loro insieme erano chiamate Ebrei dalla parola eber che in aramaico vuol dire errante. Questi ebrei erano sparsi su un territorio di un milione e mezzo di chilometri quadrati, le nazioni che erano ai confini dei deserti del Negheb, di Engaddi ed Arabico impedivano loro di entrare ed invadere le loro terre. Si spostavano principalmente per le esigenze di rinnovo dei pascoli, ogni gruppo per proprio conto, senza nulla che unificasse le loro tradizioni, con religioni superstiziose basate su riti tribali e con riti derivati in gran parte da culti dei popoli con i quali venivano in contatto. Tra queste religioni importate vi era quella fenicia di Astarte e Moloch, divinità sanguinarie alle quali venivano offerti sacrifici umani.
        Ed a questo punto è necessaria una affermazione drastica. Io leggo a modo mio la Bibbia, non accettando il modo che LORO ci hanno imposto per secoli. Anche quelli come me hanno pagato con la morte nei secoli l’affermazione del loro pensiero.
        Dopo gli incesti tra figli di Adamo ed Eva si arriva al diluvio.
        Qui si parla di uomini e di figli di dio che prendono in moglie le figlie degli uomini in quantità a piacere (erano belle). Ed interviene Geova con una frase sibillina: “Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne, e la sua vita sarà di 120 anni” (6,3). Sembra una condanna di creazione di coppie pur “autorizzate” in precedenza. C’è da aspettarsi questo e molto di più da un dio capriccioso. A lato degli uomini vi sono i “famosi giganti” di cui però il profeta non dice nulla.
        A questo punto si sono già costituite tre “tribù: i figli di Caino, gli artigiani; i figli di Set, i longevi; gli uomini ed i giganti. Il profeta qui s’è impicciato. Ha forse mescolato varie storie. I giganti forse sono indo-europei (ariani) che invasero quei territori,… non ci è dato saperlo. Gli esploratori di Mosè che, moltissimo tempo dopo visiteranno il territorio, parleranno dei giganti, figli di Anak (Nm e Dt). Vi è traccia di ciò che saranno Davide e Golia. Senza consequenzialità, così va avanti la Bibbia: ” Geova vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore era male … e si pentì di aver fatto l’uomo (bella questa! n.d.r.) e disse ‘sterminerò sulla terra l’uomo che ho creato’ “ (6,5). Ed allora giù il diluvio su una morale mai definita che sarebbe stata violata (come?). Ed ecco  comparire Noè che fa da calendario al diluvio, infatti “[il diluvio iniziò] nell’anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, il diciassette del mese, proprio in quello stesso giorno” … “ e finì l’anno seicentouno della vita di Noè, il primo mese, il primo giorno del mese”. Da qui sembrerebbe che il diluvio sia durato quasi un anno ma, nel contesto si parla di una durata di 40 giorni (più il tempo necessario per la normalità, 150 giorni).
Dio avverte Noè con 7 giorni di anticipo e gli fornisce le misure precise dell’arca ed anche di che legno deve essere. A conti fatti in quell’arca è impossibile pensare allo zoo che dovrebbe alloggiarvi  per , al minimo, 5 mesi. Si scopre che tra gli animali vi sono quelli mondi e quelli immondi. Così dio sterminò ogni essere che era sulla terra. Noè seguì quanto dio gli aveva detto e salvò sé e la sua varia compagnia sul monte Ararat. Noè uscì e sacrificò degli animali a dio che li odorò insieme al sangue sparso in terra; e gli piacquero tanto che disse “Non maledirò più il suolo (che aveva maledetto a seguito della mela e del sangue sparso da Caino) a causa dell’uomo!” (8,21). Che motivazione, oltre quella olfattiva fornisce Geova?  Straordinaria: “Perché l’istinto del cuore dell’uomo è incline al male fin dall’adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente (colpito con il diluvio perché malvagio) come ho fatto”. Che costanza nel mantenere valori morali! Pochi cambiamenti in tempi rapidissimi (per dio, naturalmente! ).
Anche qui, il mito del diluvio è tratto da leggende sumero-babilonesi ed in particolare il riferimento è a Ziusudra., salvato dal dio Enlil mediante l’arca eccetera (la riproposizione è letterale a parte la grandezza dell’arca e la durata del diluvio).

Nonostante le promesse, dio infierì sulla terra migliaia di volte, con terremoti, diluvi e quant’altro. L’ultimo terremoto è di San Giuliano con vari bambini colpevoli di malvagità mostruose (ricordate che dio non ha mai definito la morale o l’etica).
        Ma vediamo come segue la storia di Noè. Egli ha tre figli. Pianta una vigna, beve il vino e si ubriaca. Va nella sua tenda (cosa da pastori, non da contadini, n.d.r.) “e giacque scoperto” (9,21). Suo figlio Cam (padre di Canaan) “ vide il padre scoperto e raccontò la cosa ai due fratelli che stavano fuori” (9,22). I fratelli avvertiti, entrano a ritroso nella tenda per non vedere la nudità (?) e la coprono con due mantelli (caspita! ). Quando Noè si risvegliò dall’ubriacatura seppe quanto gli aveva fatto il figlio minore (che fino ad ora era sempre stato presentato come il secondogenito) e disse in versi:


”Sia maledetto Canaan!
Schiavo degli schiavi
              Sarà per i suoi fratelli!” (9,25)
        

Così Noè se la piglia con il nipote che non c’entrava nulla! E’ un pezzo alla Scarpetta o alla De Filippo. Ma la cosa non è così semplice. Qui si sta instillando l’idea FOLLE dei figli che pagheranno per le colpe dei padri (quali siano le colpe poi si sa: quello sciocchino si era ubriacato ed EGLI si era messo a dormire scoperto! Che colpa comunque aveva Cam e, peggio che mai, Canaan?). Ma Geova è un vendicativo che fa paura, è stato egli il primo a vendicarsi su tutta l’umanità per quel frutto mangiato da chi non sapeva non potesse farlo.
        Ma vi è di più. Questo episodio ORIGINA IL RAZZISMO. I discendenti di Cam-Canaan, nella vulgata, sono i negri o anche quei popoli di Canaan (Palestina) che la Bibbia, con la parola di dio destina con somma pietà a perpetua schiavitù in potere degli ebrei. “Canaan generò Sidone suo primogenito, e Chet e il Gebuseo, l’Amorreo, il Gergeseo, l’Eveo, l’Archita ed il Sineo, l’Avardita, il Semarita e L’Amatita. In seguito si dispersero le famiglie dei cananei” (10,15). Si tratta di uno di quei popoli promessi ad Israele. Qui vi è di più: la schiavitù che nasce per volere divino (ed aggiungo: le bestemmie dei condannati a questa vergogna) a seguito … di una ubriacatura di Noè!
        Qui cominciano le discendenze, quella pletora di nomi che tanto piacciono. Solo uno di essi va ricordato: Nimrot, discendente di Cam che cacciava tanto bene da piacere a Geova. Ed ecco che spunta la caccia come attività umana. E’ di sommo interesse vedere Geova che apprezza un bravo ammazzatore di animali.
        Da queste discendenze si riformarono le nazioni dopo il diluvio (tra di esse quella ebraica che ci ha tramandato questi libri che io leggo in modo irriverente perché sono stati scritti con i piedi).
        A questo punto il narratore si trova in difficoltà nel mettere insieme varie tradizioni e si impiccia di nuovo. Tutte le nazioni parlavano una sola lingua (torniamo ad un solo gruppo di uomini con una stupenda marcia indietro) e stavano tutte insieme in una grande pianura. Qualcuno dice: “Venite, facciamoci dei mattoni e cuociamoli sul fuoco” (11,3). Con mattoni e bitume iniziano a costruire una città per non disperdersi su tutta la terra. Ma Geova non condivide (è veramente un impiccione che si smentisce sempre e che dimentica cose già fatte). Egli borbotta tra sé e sé: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola, questo è l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile” (11,6). Qui un saggio direbbe: MENO MALE! Si sono accordati e marciano bene. Ma noi abbiamo a che fare con un dio giocherellone che subito dice: “Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro” (11,7) e così “Geova dio [uno dei tanti, visto che si parla sempre al plurale? n.d.r.] li disperse di là su tutta la terra, ed essi cessarono di costruire la città … , e confuse la lingua di tutta la terra” (11, 8 e 9). [La storia della torre di Babele è una invenzione dell’ebreo Flavio Giuseppe (1° secolo d.C.) che, insieme all’altro ebreo Filone d’Alessandria (stessa epoca), lavora per rendere accettabili alcuni brani indigeribili della Bibbia. In pratica l’uomo sfiderebbe dio e quello s’indigna]. Ma la dispersione degli uomini sulla terra ha altrove, nella Bibbia, l’altra versione, quella della loro moltiplicazione (è che vi sono almeno due “dio”: uno Eloah (dio di tutti gli uomini) e l’altro Jahvè-Geova (dio di un solo popolo).
        Dopo la dispersione, la Bibbia si concentra su Sem e la sua discendenza. Dopo l’ennesima discendenza di Sem (un poco cambiata rispetto alle altre fornite in precedenza) si arriva all’ultimo, a Terach, solo per avvertire da parte mia che “Terach uscì da Ur  dei caldei (bassa Mesopotamia, n.d.r.)  per andare nel paese di Canaan” (11,31). Qui dio è di nuovo distratto o lo fa a proposito. Non si accorge che manda il discendente di Sem  a Canaan, la Palestina, che è il nome del figlio di Cam che era stato maledetto da Noè. Ma Terach muore a Carran, in una zona ricca vicina a grandi città ed a centri commerciali come Babilonia, Assur, Ninive,…. Zona sede di un grande regno nel secondo millennio a.C.
            Ed Abramo partirà da un “grande regno”.

        Con Abramo (nome che vuol dire “di Stirpe Nobile”) si abbandonano i racconti fantastici e si inizia a seguire la vita di una stirpe. Tutto il resto del libro della Genesi (dal 13 al 50) è dedicato a queste gesta. Vedremo che si tratta di gente poco raccomandabile (assassini, ladri, profittatori, avviatori alla prostituzione delle mogli, incestuosi,…) ma la tradizione vuole che siano da esempio. Dice il Talmud: “I primi patriarchi sono senza traccia di iniquità o peccato” (Mech., a XVI, 10, 48 a).

        Dunque Abramo è figlio di Terach. Morto il padre viene chiamato da Geova:

        “Geova disse ad Abramo: ‘vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò1 “ (12, 1 e 2). Qui dio è di nuovo distratto o, con Benigni, il profeta era sordo. Ma Abramo se ne era già andato dalla sua terra con il padre Terach ed il suo paese non era Carrai dove Abramo si trovava al momento, ma Ur dei Caldei.

        A parte queste distrazioni, Geova segue: “renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò” (12,3). “Abramo partì … aveva settantacinque anni quando lasciò Carran” (12,4) diretto verso la Palestina. Ha con sé la moglie Sara, il figlio di suo fratello Lot “E TUTTE LE PERSONE CHE LI’ SI ERANO PROCURATE” (12,5). Scopriamo che Abramo è uno schiavista che si procura persone come cose e se le procura neppure tra i discendenti dei maledetti Cam-Canaan ma tra persone che non c’entravano con quelle ubriacature. Quindi il popolo di Abramo è un misto di padroni e schiavi. Mentre Abramo è in marcia, Geova si ricorda di qualcosa e glielo dice: “Alla tua discendenza io darò questo paese” (12,7). Questo è il primo cenno alla terra promessa che come tutti sanno porterà a tutti i disastri e per gli ebrei e per gli abitanti che vivevano in quelle terre. I miti e le leggende, financo i sogni degli ubriachi, hanno ripercussioni inimmaginabili per la storia dell’umanità, quando sono dati in mano a dei fanatici. Sto dicendo che bastava che Abramo avesse sognato il mondo di Colombo, perché quelle terre promesse sarebbero state altre. Ma quelle cose non le poteva sognare perché Colombo non c’era stato. Ed allora i colpi di calore del deserto li paghiamo tutti.

        Abramo ringrazia dio con dei sacrifici e prosegue la marcia superando la Palestina (scarso in geografia, Abramo) ed andando verso il deserto del Negeb. Noto a margine che Abramo si muove lungo una traiettoria che biblicamente non ha senso   perché troppo lunga (fa un giro incomprensibile di oltre 2500 Km quando con 500 Km sarebbe arrivato) ma geopoliticamente ha un senso compiuto perché egli non può entrare in Paesi strutturati (Fenicia e Palestina) senza evitare di essere respinto con la forza. Poiché vi è una carestia (una delle molteplici carestie bibliche) decide si avviarsi verso l’Egitto dove regnava il faraone Ameneth I della XII dinastia (1991-1785 a.C.). Qui non è chiaro se davvero Abramo va in Egitto o se si trova in terre dominate dagli egizi (estese all’epoca).

        E veniamo ad una delle altre vergogne di Abramo: FA PROSTITUIRE LA MOGLIE SARA! [ed ancora non sappiamo qual era l’etica e la morale di Geova, n.d.r.].

        Abramo è molto bravo a mettere a frutto i suoi averi. Tra questi la bella Sara che, sebbene sterile, può servire a certi “usi” comprensibili. Per Sara è, secondo i commentatori, una disavventura. Ma per Abramo un bel colpo di fortuna. Abramo così parla alla moglie Sara: “Vedi io so che tu sei donna di aspetto avvenente. Quando gli egiziani ti vedranno, penseranno ‘costei è sua moglie’, e mi uccideranno, mentre lasceranno in vita te. Dì dunque che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua ed io viva per riguardo a te” (12, 11-13) [in antichi costumi mesopotamici si soleva confondere sorella con sposa, n.d.r.]. Avvistata da soldati egiziani, il racconto funziona e Sara viene presentata al faraone e ne diviene la concubina, mentre Abramo diventa il protetto del faraone (caspita! Geniale). In cambio delle prestazioni della moglie egli ebbe “greggi ed armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli” (12,16).

        Era il modo con cui, come vedremo, non solo Abramo si arricchiva ma anche gli altri patriarchi. Dai quali, una cosa è certa, noi abbiamo ben appreso QUESTE leggi di morale e vera religione.

        E Geova che dice? Egli, si era distratto un poco (ubriaco?). Ma improvvisamente interviene colpendo il faraone e tutta la sua casata con grandi piaghe. Ecco la giustizia bananiera dell’antichità! Alla fine il colpevole è il faraone. Quel magnaccia di Abramo, essendo suo protetto, non c’entra nulla, il faraone con tutta la sua casata, ignavo di come stessero le cose, viene punito.

        Questa giustizia divina  (col le piaghe) è una costante della Bibbia. Di fronte ai disastri in Egitto, il faraone “convocò Abramo e [invece di impiccarlo, n.d.r.] gli disse: che mi hai fatto?  Perché non mi hai dichiarato che era tua moglie? Perché hai detto: è mia sorella, così io me la sono presa in moglie. Ed ora eccoti tua moglie, prendila e vattene” (12, 18 e 19) e lo fece accompagnare alla frontiera insieme con la moglie e tutti i suoi averi che lo stesso faraone gli aveva regalato.

        E così Abramo ritorna felice e ricco nel paese di Canaan che Geova, visto che Abramo si era ben comportato [ma che dio è?], gli promette di nuovo.

        Abramo si separa da Lot, poiché i pascoli, vista la grande quantità di armenti che ora hanno, non bastano più per tutti e due. Lot se ne va verso la valle del Giordano “un luogo irrigato da ogni parte come il giardino di Geova, come il paese d’Egitto, fino ai pressi di Zoar” (13,10) vicino Sodoma.

        Altro impiccio per il profeta che trascrive poiché non ricorda che quella era la terra promessa ad Abramo e non a Lot. Ma qui si apre una nuova avventura perché “gli uomini di Sodomia erano perversi e peccavano molto contro Geova” (13,13) . Ci si potrebbe qui chiedere che c’entrava questo dio con un popolo non da lui eletto ma sarebbe tutto inutile.

        Dopo una perfetta suspence che fa sviare per un poco il discorso su altri argomenti, si ritornerà su Sodoma.

        Il primo di questi argomenti è la guerra dei 4 re che combattono contro altri 5. Abramo partecipa ad essa per liberare Lot fatto prigioniero in Sodomia. Vince “con i suoi uomini esperti nelle armi, schiavi nati nella sua casa [rieccoli! n.d.r.], in numero di trecentodiciotto” (14,14). Fa piacere sapere che questa prima guerra vinta dal popolo ebraico lo è stata con l’aiuto indiretto delle prestazioni di Sara.

        Il secondo argomento è che, dopo la vittoria,  vanno incontro ad Abramo, Bera, re di Sodoma e Melchisedech, re di Salem (futura Gerusalemme). E’ interessante questo brano perché è sacerdote di un dio Altissimo (El Eljon) che sembra lo stesso di Abramo (potrebbe darsi che i due chiamino lo stesso dio in due modi diversi). Sta di fatto che Abramo dà la decima  a questo sacerdote, proprio come si fa con i sacerdoti del proprio dio! Resta comunque strano il dare una parte dei propri beni a re che Abramo aveva aiutato e che, semmai, dovevano loro dare qualcosa ad Abramo [i cristiani qui, facendo triplice salto mortale carpiato, vedono in questi due “dio” una premonizione di Gesù, n.d.r.]. Ma il tutto non finisce qui, perché Abramo si rivolge al Re di Sodoma con queste parole in cui i due “dio” appaiono simultaneamente :”Alzo la mano davanti a Geova, il Dio Altissimo…” (14,22). Si identificano i due “dio” proprio nel momento che il destino di morte di Sodoma  è già stato scritto da Geova. Qui, altra promessa ad Abramo da parte di Geova che, questa volta, aggiunge che il suo popolo crescerà numeroso, nonostante la sterilità di Sara, e che “i suoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro, e saranno fatti schiavi ed oppressi per quattrocento anni” (15,15) e che dopo di ciò, sarà lui, Geova, a giudicare l’Egitto.. Altra alleanza con squartamenti di vari animali e con il passaggio dei due in mezzo ai quarti di animali fumanti. Ed altra promessa delle terre che vanno dall’Egitto all’Eufrate.

        La storia di Abramo segue con Sara che propone al marito di avere dei figli con la schiava egiziana Agar che doveva essere stata donata dal faraone. E’ interessante questo volere figli che, assicura Sara, saranno considerati come suoi. Intanto Abramo si sottopone alle sacre fatiche (ha 86 anni!) ed Agar resta incinta. Allora Sara comincia ad essere gelosa e ottiene il permesso di maltrattare Agar, fino al punto che la schiava fugge nel deserto. Qui un angelo la incontra e la riporta a casa preannunciando ad Abramo la nascita di suo figlio Ismaele (che sarà padre di tutti gli arabi del deserto che, come dice l’angelo, “saranno come un somaro: contro tutti”. Qui non vi è disprezzo, si usava questa espressione).

        Nato Ismaele, Sara torna gelosa. Agar scappa. Dio la prende sotto la sua protezione. Poi [porcaccia miseria alle ripetizioni! n.d.r.] QUANDO Abramo ha 96 anni rifanno il patto. Ripetiamo la scena. Dio appare ad Abramo e gli dice: “Io sono il dio onnipotente”(El Shaddar, una entità diversa da quelle viste fino ad ora, una specie di dio della montagna o della steppa) poi gli promette discendenza e per buon peso gli cambia nome: da Abram diventa Abraham, padre di moltitudini. Il cambio di nome in relazione all’assunzione di un potere è cosa che facevano gli egizi e fanno i Papi. Gli ridice (sic!) che gli darà tutto il paese di Canaan. Qui dio fa una marcia indietro. Prima gli dava dal Nilo all’Eufrate, ora solo una piccola terra. In cambio di questa concessione (qui il profeta ha sbagliato qualcosa) chiede un qualcosa in cambio (dio è anche un personaggio che fa baratti) e non può essere altro che qualcosa riguardante le “vergogne”: “Sia circonciso tra di voi ogni maschio. Vi lascerete circoncidere la carne del vostro membro, e ciò sarà il segno dell’alleanza tra me e voi” (17, 10 e 11) Dio fornisce i dettagli ed aggiunge che non solo i discendenti di Abramo si devono circoncidere, ma anche lo schiavo forestiero (qui si tratta indubbiamente di un problema igienico). Quindi tutti (meno certamente uno, Mosè che imbroglierà più volte) gli ebrei devono essere circoncisi.. Ma la circoncisione era attestata solo in Egitto. E Geova si comporta come un dio egizio che impone un uso egizio (anche se la coerenza dei profeti, ad un certo punto, farà della circoncisione una usanza antiegizia). E dio conclude: “Il maschio non circonciso sia eliminato (sic! n. d. r.) dal tuo popolo” (17,14).

        In un eccesso di generosità, dio promise la discendenza anche a Sara (vecchia e da tempo in menopausa. Abramo si mette a ridere piegandosi in due e dice che dio piuttosto faccia dei favori ad Ismaele (la cosa è biblica! n.d.r.). Ma dio insiste e dice che Sara avrà un figlio di nome Isacco il quale …. Bla, bla, bla  (con tutte le promesse ripetute decine di volte!). Detto questo dio sale in alto (è la prima volta che accade nella Bibbia) e lascia Abramo. Abramo circoncide tutti e si circoncide.

        Abramo si mette poi a riposare nel caldo di pomeriggio e gli appare  Geova (dio chissà dove è andato). E’ così intontito che scambia Geova per tre persone (capito?). Fa accomodare queste persone, gli lava i piedi, gli ammazza un vitello, gli offre latte acido e latte fresco e quei tre, in coro, gli dissero: “’Dov’è Sara, tua moglie?’ Rispose: ‘è là nella tenda’. Geova continuò: ‘ Tornerò da te tra un anno a questa data , e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio’” (19,9 e 10). I tre si sono fatti uno che fa  tutto ciò che già si sapeva meno il ripetere la litania delle promesse. Ora è Sara che, avendo orecchiato, ride. Ride dentro di sé, ma Geova, e come non potrebbe, se ne accorge: “Perché hai riso?” E Sara mente dicendo che non ha riso e Geova gli dice che si …. Insomma un divino battibecco. Prima di chiudere con questo episodio, il mio “capito?” era riferito a molti esegeti cristiani che hanno visto in questo la Trinità (siamo legati a pisolini pomeridiani ed a ubriacature,… che ci possiamo fare?).

        Ora, mentre nel primo racconto dio era salito in alto, in questo secondo racconto i tre si alzano e se ne vanno su una collina a contemplare Sodoma .

        Ed ora, con l’assistenza del dio uno e trino, i malvagi di Sodoma, tornano in scena. E’ Geova che ce lo fa sapere (è tornato uno). Egli dice: “Il grido [non si sa bene di chi] contro Sodomia e Gomorra è troppo grande ed il loro peccato è molto grave: Voglio scendere e vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me: lo voglio sapere!” (18, 20 e 21). Che poveraccio che è Geova: ha sentito dire, è salito per vedere, ora scende per vedere meglio? Ma a scendere sono di nuovo i tre uomini ed Abramo resta vicino a Geova dialogando in modo divertente con lui.

        E’ Abramo che inizia a parlare a Geova: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono 50 giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere?” (18,23). Risponde il conciliante Geova: “ Se a Sodoma  (non è chiaro se ora è inclusa Gomorra, n.d.r.)  troverò 50 giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò tutta la città” (18,26). E Abramo inizia il gioco: “ e se ne trovi 45?”.. “e se ne trovi 40?”…. e se ne trovi 10?”…. Geova dice sempre che perdonerà la città. Poi se ne va, salendo in alto e Abramo si ritira a casa.. Intanto due angeli arrivarono a Sodoma sul far della sera e trovano Lot, nipote di Abramo, seduto alle porte della città. Stessa accoglienza che Abramo ha dato ai tre-uno. Ma i sodomiti che avevano visto i due angeli entrare nella casa (tenda) di Lot mostrano di essere veri sodomiti.. Si affollarono davanti alla casa di Lot chiedendo dove fossero “quei due”. Chiedono a Lot di farli uscire perché volevano abusarne. Ma Lot che rispetta l’ospitalità, ha un lampo di genio e offre loro un cambio: “No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori, e fate loro quel che vi piace!” (19, 7 e 8). Quelli insistono. Preferiscono i due uomini (angeli). Ma gli angeli ora si arrabbiano e con un lampo li abbagliarono, barricandosi poi in casa di Lot . Erano impauriti (?) quelli che tra un poco distruggeranno la città! Consigliano Lot di prendere la famiglia ed andarsene. Perché devono distruggere la città come gli ha detto Geova (fin qui la cosa non la si sapeva). Alle esitazioni di Lot lo spingono dicendogli di non guardare indietro (anche qui?). Gli concedono di fermarsi a Zoar, prima delle montagne.  E “Geova (non i due angeli) fece piovere dal cielo sopra Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco” (19,24). Geova approfitta nel trasformare in statua di sale la moglie di Lot che si era voltata a guardare ( e che volete?). Al mattino Abramo va a vedere il disastro. Tutto bene a parte la moglie di Lot, persa per sempre. Lot se ne va a vivere in una grotta sulle montagne con le due figlie. E qui altre oscenità. “E la maggiore delle due figlie disse alla più piccola:’ non c’è nessuno in questo territorio per unirsi a noi… Vieni: facciamo bere del vino a nostro padre e poi corichiamoci con lui così faremo sussistere una discendenza di nostro padre’ “ (19, 31 e 32). Insomma la sodomia fa un poco schifo ma l’incesto e la prostituzione vanno bene  a Geova. E poi, questa gente continuamente ubriaca! Quelle donne, scampate ai sodomiti, “quella notte fecero bere del vino al loro padre, e la maggiore andò a coricarsi col padre; ma egli non se ne accorse” (19,33). Stessa cosa successivamente con l’altra figlia “così le figlie di Lot concepirono dal loro padre” (19,36).

        Esse generarono le stirpi dei moabiti e degli ammoniti che “esistono fino ad oggi”. Così, dopo gli israeliti abbiamo avuto gli ismaeliti, figli bastardi di Abramo ed Agar, e poi i moabiti e gli ammoniti figli dell’incesto tra Lot, nipote di Abramo, e le figlie. E’ utile qui far notare che la Bibbia dice tutto e tutto il suo contrario. Nel Levitico (ma anche nel Deuteronomio), infatti si dice: “Nessuno si accosterà ad una consanguinea per avere rapporti con lei” (Lv., 18,7) e (Dt., 27, 22). E’ naturale che si tratta di leggi di epoche diverse. E’ il profeta che è un confusionario pazzesco!

Si tratta ora di passare da Abramo ad Isacco.

        Abramo che avevamo lasciato ad osservare la distruzione di Sodoma (tutti ammazzati meno che le figlie di Lot che incestuosamente giacevano col padre ubriaco), non termina qui le sue avventure. Ritorna nei pressi del deserto del Negev dove, di nuovo (ma succederà ancora!) spaccerà la moglie per sorella per averne beneficio in schiavi, terre ed armenti. Il gioco, questa volta è tentato da Abramo con il re Abimelech di Gerar, città nella striscia di Gaza al sud della Palestina. Gli presenta la moglie dicendole che è sua sorella. Sara, ormai pratica, dice che è vero. Ma questa volta interviene l’alternanza di dio e di Geova che, in sogno, spiegano le cose ad Abimelech. Il giorno dopo Abimelech restituisce ad Abramo Sara, senza averla toccata e dicendo lui che avrebbe dovuto dire il vero. Qui l’ipocrita Abramo si scusa con un’altra bugia che dovrebbe confermare in parte che Sara è davvero sua sorella (lo sarebbe solo da parte di padre) ma anche sua moglie. Dopo un poco di chiacchiere “Abimelech prese greggi e armenti, schiavi e schiave, li diede ad Abramo e gli restituì la moglie Sara” (20,14) mai toccata. A questo punto Abramo dovrebbe essere fustigato da Geova, ma Geova si accontenta di visitare Sara e di fargli fare il figlio promesso. Così nasce Isacco che vuol dire “Dio ha sorriso”. Qui la madre, al  crescere di Isacco, si sbarazza della concorrenza di Ismaele mandandolo nel deserto a divertirsi con l’arco.

        Qui vengono fuori altre storie edificanti che ci fanno apprezzare sempre più Geova.

        C’è la prova che deve affrontare Abramo, egli deve sacrificare Isacco. Abramo esegue in silenzio, va sul monte con il figlio, prepara un altare, Isacco sta per prendere un agnello ma Abramo prende Isacco e gli mette il coltello al collo. Qui Geova dice all’angelo di fermare Abramo che si ferma. Questo cosa dovrebbe dimostrare? Che a dio si ubbidisce sempre? O che dio è un miserabile? Ognuno decida per sé tenendo però conto che questo episodio è in piena sintonia con con il culto di Astarte e Moloch (e non è il solo: il dio ebraico ordinerà a Mosè Il primo parto di ogni madre tra gli israeliti, di uomini o animali, esso appartiene a me” – Es. 13/3 –  “Il signore disse a Mosè: ‘Dirai agli israeliti che chiunque tra di essi sacrificherà qualcuno dei suoi figli a Moloch, dovrà essere messo a morte per lapidazione’ ” – Es. 20/1 –). Intanto Abramo incassa un’altra alleanza. Avrà quella terra, una discendenza numerosa (sempre un poco contorta, ma poco importa) e che questa discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Simpatico Geova, eh? Segue una genealogia della discendenza che, casualmente, non è di Abramo ma di suo fratello Nacor (Gn 22, 20-21) che, a questo punto, non c’entra nulla. Muore la moglie Sara ed Abramo non dispera, intravede il modo di fare nuovi affari. Egli chiede agli Hittiti, nella cui terra si trovava di dargli in proprietà un sepolcro. Quando glielo danno gratis egli lo vuole pagare e sa il perché:” Così il campo di Efron…, il campo e la caverna che vi si trovava con tutti gli alberi che erano dentro il campo e intorno al suo limite, passarono in proprietà di Abramo… Il campo e la caverna che vi si trovava passarono dagli Hittiti ad Abramo in proprietà sepolcrale” (23, 17-20). E su questa proprietà sepolcrale si comincia a compiere la promessa ripetuta infinite volte da Geova, di dare una terra agli eredi di Abramo.

        La discendenza di Abramo segue con Isacco. Abramo chiede ad un servo di trovare per Isacco una moglie della sua stessa gente (ad evitare strani miscugli con schiavi): Così Abramo si è già arricchito nel modo che sappiamo. Ha un “maggiordomo” di fiducia. Può pretendere un matrimonio tra “uguali” per il suo figlio già qurantenne. E tutto ciò si deve fare in nome di Geova, Dio del cielo e della terra (prima volta che Geova viene promosso a tale rango). Per garantirsi la completa disponibilità del maggiordomo, Abramo lo fa giurare. Come si giura? mettendo la mano “sotto la coscia”, che vuol dire facendosi toccare i genitali (Flavio Giuseppe dice che occorreva toccarsi reciprocamente i genitali, restando in sospeso il giuramento tra donne o quello misto).. E’ un ossessione la nudità, i genitali,….! Ricordiamo ora che: Abramo proviene, con il padre Terach ed i fratelli, da Ur dei Caldei; che si era fermato a Carran (Siria) sulla via di Canaan sua meta ultima e patria definitiva. Ma subito dopo Geova, distratto, aveva detto che la patria di Abramo era Carran e questa cosa viene confermata. Il “maggiordomo”, “mette la mano sotto la coscia”, e parte con dieci cammelli, scorta e regali. Cosa può accadere? La storia della fonte, con la bella ragazza che si avvicina con un’anfora per dare da bere al servo (chiamiamolo così). E’ Rebecca, figlia di Betuél, fratello di Abramo (piccolo il mondo, eh?),  e quindi cugina di Isacco (ma della stessa gente). La Bibbia ci assicura che era vergine e noi ci crediamo. Il servo per ingraziarsela, non sapendo chi fosse, le mette un anello al naso (non ridete, era in uso) e le regala un bracciale. Saputo poi chi era, si inginocchia per ringraziare Geova (una specie di partita di giro ottenuta con i soldi che Sara ha procurato a partire dall’Egitto). Rebecca corre a casa con il servo e racconta al fratello Làbano ogni cosa. Il servo parla dello scopo del viaggio e delle ricchezze di Abramo. Non c’è dubbio, Làbano e l’improvvisamente comparso Betuél accettano benedicendo Rebecca: “Tu, sorella nostra (ma anche figlia o vi è un altro pasticcio del profeta, n.d.r.), diventa migliaia di miriadi e la tua stirpe conquisti la porta dei suoi nemici” (24,60). La costante del crescere e fare la guerra ai vicini è rispettata, per cui Isacco prese in sposa Rebecca e l’amò. Qui seguono le seguenti cose: altre mogli e figli di Abramo; altre notizie sulla genealogia; altre su quella del fratello Nacor; altre sulla sua morte (a centosettantacinque anni, con un furto di 55 rispetto a quelli promessi da Geova!), sulla sua sepoltura nel terreno comperato per Sara; sull’eredità lasciata ad Isacco; su altri doni ad altri figli che non essendo ritenuti degni vengono inviati al deserto; il solo Ismaele ha diritto ad una sua genealogia. E qui termina la storia di Abramo lo schiavista e il fautore della prostituzione della moglie. Termina (lo vedremo) anche la inutile e squallida storia di Isacco e ci si avvia a Giacobbe.

        Isacco stenta a figliare, poiché sua moglie era sterile (altra costante: maschietti potenti, anche sotto l’effetto dell’alcool, e femminucce sterili! Solo questo dovrebbe far ridiscutere dalle fondamenta l’intera “biblioteca”!). Comunque Isacco fa la preghierina a Geova e questi lo esaudì (forse era il giocherellone Geova che aveva bisogno, ogni volta, di essere invocato). Rebecca partorisce due gemelli che però già nel grembo materno si litigano, tanto è vero che Geova così dice a Rebecca: “Due nazioni sono nel tuo seno e due popoli dal tuo grembo si disperderanno; un popolo sarà più forte dell’altro, ed il maggiore servirà il più piccolo” (25,23) e qui il maggiorascato viene ribaltato ad opera di Geova che tutto può. Vennero fuori Esaù e Giacobbe. Il primo rossiccio e peloso come un capretto e, dietro di lui, arrancato per il calcagno, Giacobbe. Esaù divenne uomo di caccia, mentre Giacobbe dormiva in tenda. Isacco, che era goloso di cacciagione, amava Esaù, mentre Rebecca teneva per Giacobbe. La primogenitura si risolse con il piatto di lenticchie. Esaù, che tornava esausto dalla caccia, vede lo sfaccendato Giacobbe mangiare un piatto di lenticchie. Gliene chiede un po’. Giacobbe, che conosce il modo di pensare di Geova, intravede l’affare e subito dice che gliele avrebbe date se lui gli dava la primogenitura. Esaù accetta, anche Isacco e, non si capisce proprio perché di nuovo si inventino dei fantasmi per fare poi gli esorcisti. Ma ritorna in scena per il solito vergognoso commercio, caratteristica della stirpe, Isacco.

        Il vecchio Abimelech se ne stava in finestra e vide Isacco che “scherzava” (la Bibbia usa spesso di questi giochi di parole: qui scherzavano sul serio!) con Rebecca. La cosa lo eccita ed egli chiama Isacco e questa volta, senza bisogno di sogni, gli dice che quella non può essere sua sorella ma deve essere sua moglie. Ma la conclusione è la stessa e Abimelech (che doveva essere proprio il cretino dei re) conclude la storia come l’aveva conclusa con Abramo. Questa volta, senza aver toccato Rebecca come la prima senza aver toccato Sara, niente beni materiali ma una sorta di salvacondotto perpetuo: “chi tocca quest’uomo e sua moglie, sarà messo a morte!” (26,11). Geova è compiaciuto non si sa bene di cosa e premia Isacco benedicendolo e centuplicando i suoi raccolti.

        Abimelech però dovette avere un qualche ripensamento. Fece sigillare tutti i pozzi che avevano scavato i sevi di Abramo per le sue greggi e intimò ad Isacco di andarsene per il fatto che era più potente dello stesso re. Qui vi è un altro pasticcio perché Isacco se ne va ma resta! Infatti se ne va ma scava di nuovo i pozzi che avevano scavato i servi di suo padre. L’operazione di scavo lo fa litigare con altri pastori. Isacco dice che l’acqua è sua. Scavano e litigando arriva fino a Bersabea (più a sud, il che vuol dire che si tratta di due diversi racconti intersecantisi e messi insieme da un profeta un poco confuso) dove una notte gli appare Geova che dice: “io sono il dio d’Abramo, tuo padre. Non temere, perché io sono con te. Ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza” (26,24). Non resta che dire: un’altra volta? Visto che già per otto volte Geova dice questo. Isacco fa un altare e scava un altro pozzo. Abimelech ed altri lo hanno visto parlare con Geova ed allora vanno verso Isacco per fare pace con lui. Il Geova pare un maggiorente, un boss paesano.

        Intanto riprendono le lotte tra Esaù e Giacobbe per la primogenitura (i beni ed i soldi). Il piatto di lenticchie non era che l’inizio. Ora segue un inganno nei riguardi di Isacco morente da parte di Rebecca e Giacobbe, complici. Isacco è vecchio, morente, rimbambito e semicieco. Chiama Esaù esperto cacciatore e gli chiede se gli può procurare un buon piatto di selvaggina. Esaù parte per cacciare ma Rebecca che origliava (la Bibbia è sempre maestra edificante), avverte Giacobbe e insieme prendono un capretto, lei lo cucina “alla cacciatora” (perché sembri selvaggina) poi riveste Giacobbe con il vello del capretto  (ricordate che Esaù era peloso fin dalla nascita) ed invia questi da Isacco con il piatto cucinato. Riesce ad ingannarlo anche mentendo spudoratamente. Al padre che gli chiede esplicitamente se era Esaù egli risponde SI. Ed Isacco, ingannato in tal modo, dopo aver ben mangiato e bevuto bendice Giacobbe credendolo Esaù: “Ecco l’odore di mio figlio come l’odore di un campo [ma come odoravano i campi? se il Giacobbe è rivestito di una pelle di capretto appena ammazzato?, n.d.r.] che Geova ha benedetto. Dio ti conceda rugiada dal cielo e terre grasse e abbondanza di frumento e di mosto. Ti servano i popoli e si prostrino davanti a te le genti. Sii il signore dei tuoi fratelli e si prostrino davanti a te i figli di tua madre. Chi ti maledice sia maledetto e chi ti benedice sia benedetto” (27,27-29). E, definitivamente, un capretto alla cacciatora, decide la sorte dei popoli.

        Ma torna Esaù con la cacciagione ed Isacco fu colto da un fortissimo tremito, si accorge di essere stato truffato ma (questa è bella!) non può fare più nulla. Dice che ormai ha benedetto e maledetto e non si può tornare indietro. Nonostante le amarissime e giustificatissime grida di Esaù, il padre Isacco addirittura aggiunge sale alle ferite: “Ecco, lungi dalle terre grasse sarà la tua sede, e lungi dalla rugiada del cielo dall’alto. Vivrai della tua spada e servirai tuo fratello…” (27, 39 e 40). Da Esaù discendono gli idumei che vivono nel deserto. Saranno questi quelli che più di altri, come dice l’evangelista Marco (3,8),  cercheranno il Gesù (una vendetta, annunciata da due strani versi di Isacco? Questi dice infatti ad Esaù: “Quando ti riscuoterai, spezzerai il suo giogo dal tuo collo”). Qui Rebecca agisce in modo da mettere i gemelli l’un contro l’altro. Dice a Giacobbe di fuggire perché Esaù lo vuole uccidere. Ed egli, il vincitore, fuggì a Carran dal fratello di Rebecca, Làbano. Ma anche qui vi è un’altra storia che si interseca con la prima. Secondo questa seconda Giacobbe va a Carran per volere di Isacco e lì si ripete la storia del matrimonio del padre con una cuginetta con la differenza che ora non vi è sensale. Analogamente Esaù sposa una cuginetta figlia di quell’Ismaele nato dall’unione di Abramo con l’egiziana Agar. Durante il viaggio comunque Geova gli si presenta (ha accettato di buon grado l’imbroglio) e gli dice: “Io sono Geova, il dio di Abramo tuo padre [ma non era il nonno? n.d.r.] ed il dio di Isacco” (28,13). A questo punto poiché qui abbiamo una ripetizione di un discorso fatto più volte viene proprio naturale affermare che questo è un dio di una sola persona e della sua complicata e furbesca discendenza, è un dio che sta bene in una visione politeista. Naturalmente Geova rifà (e 9!) la promessa di quelle terre e …bla, bla, bla,….. Giacobbe si sveglia e riconosce in Geova il suo dio (cosa stupefacente pensando che era stato educato in casa di Isacco). Si rifà l’alleanza e così sia.

        E veniamo alle nozze di Giacobbe, altro episodio altamente educativo.

        Abbiamo già detto che si ripete una storia nota. Giacobbe incontra una ragazza al pozzo la bacia e poi le dice di essere suo cugino. Condotto a casa lo zio Làbano lo accoglie dicendogli che “Tu sei mio osso e mia carne”, stesse parole usate per certificare che Eva era cosa di Adamo. Làbano non può essere così tranquillo, altrimenti dove vanno i pregi della discendenza?  Cosa ti combina il vecchietto?

        Egli ospita Giacobbe dandogli lavoro. “Ora Làbano aveva due figlie: la maggiore si chiamava Lia  e la più piccola si chiamava Rachele. Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme ed avvenente di aspetto, perciò Giacobbe amava Rachele.  Disse dunque: ‘io ti servirò per sette anni in cambio di Rachele, tua figlia minore’ ” (29,16-18). Conclusi i patti e fatto il banchetto nuziale inizia l’imbroglio di Labano che è una sorta di antesignano del contrappasso dantesco. “Quando fu sera, Làbano prese la figlia Lia e la condusse da lui [Giacobbe] ed egli si unì a lei … Quando fu mattina … ecco, era Lia! Allora Giacobbe disse a Làbano: ‘che mi hai fatto?’ ” (29,16-18). Lo zio chiuse la discussione di rito, analoga a quella di Abramo con il faraone e di Abramo con Abimelech, con un accordo “ragionevole” fra gentiluomini, dicendo a Giacobbe:” Finisci questa settimana nuziale poi ti darò anche quest’altra per il servizio che tu presterai presso di me per altri sette anni” (29,27). Così Giacobbe si ritrova con due mogli (e 14 anni di lavoro per lo zio!) e ciò, naturalmente, sarà fonte di rivalità, anche perché Giacobbe amava dilettarsi anche con le schiave. Dopo qualche tempo si ritrovò con 12 figli maschi, così distribuiti: 6  con Lia, 2 da Bilha, schiava di Rachele, due da Zilpa schiava di Lia, e 2 soli da Rachele (dei quali due, il secondo, molto tardi). Da questi dodici maschi discenderanno, con i soliti pasticci del profeta, le dodici tribù di Israele (nome che ancora non esiste). A differenza dei discendenti di Abramo, tutta la discendenza di Giacobbe sarà considerata ebrea, anche se nata da mescolanze con schiavi. Non sono invece considerati ebrei i figli dell’ultralegittimo Esaù.

        Non abbiamo i dettagli amorosi di Giacobbe. Solo poche cose, tra le quali merita di essere raccontata la nascita di Issacar, figlio di Giacobbe che sarà definito (in accordo con gli epiteti dell’epoca) un somaro.

        Ruben, figlio maggiore di Giacobbe e Lia, coglie delle mandragole (frutto afrodisiaco conosciuto da secoli ed anche da Machiavelli) e zia (che altra parentela si può reclamare?) Rachele gliene chiede. Interviene mamma Lia per ripetere la solita litigata in famiglia. Lia dice a Rachele che già gli ha voluto togliere il marito e che ora tenta di rubargli anche le mandragole (interessante l’assimilazione di marito e mandragola ed anche l’argomento del marito rubato, n.d.r.). Rachele risponde che gli concede di coricarsi di Giacobbe con lei quella notte in cambio delle mandragole. E chi ha l’afrodisiaco va a letto sola, chi non lo ha va a letto in compagnia. Il figlio concepito quella notte tra Lia e Giacobbe, il quinto, Issacar, risulterà però deboluccio e scomparirà dalle tribù di Israele finirà tra i cananiti e vi resterà. Si è sentita la mancanza della mandragola! E nessuno si preoccupi per le 12 tribù, si conserveranno lo stesso per altra via! 

        Giacobbe decide di tornare dalle sue parti e Làbano gli chiede quanto gli deve (il profeta dimentica che Giacobbe doveva restare a lavorare per 14 anni con la mercede già avuta, le due mogli ma, entrati in questa logica, occorre solo osservare che Làbano si era accorto dell’alleanza tra Geova e Giacobbe). ). Giacobbe dice: “nulla” ma aggiunge in modo dimesso che si accontenta delle pecore nere o chiazzate del gregge (generalmente una piccola percentuale). E qui prepara l’imbroglio allo zio suocero. Scortica, in modo che mostrino parte di anima bianca, rami di platano, pioppo e mandorlo. Li mette vicino all’abbeveratoio (e qui il profeta ci dice una cosa che mi pare fantastica nel fantastico) in modo che le pecore concepiscano agnelli con le “voglie” di chiazzature. Nascono tanti agnelli neri e chiazzati e Giacobbe se ne va fregando il meglio del gregge allo zio suocero. Qui riappare Geova che si mostra preoccupato per i livelli di ira di Làbano. Ma con una chiacchierata da condominio con mogli, figli, zii, riesce a convincerli che è stato lui, Geova, a sottrarre le pecore a  Làbano per darle a Giacobbe. Ma qui le liti continuano e, da condominio, diventano da cortile.

        In definitiva Giacobbe scappa con le pecore e, per buon peso, Rachele si porta via  gli idoli (forse una specie di reliquie degli antenati) del padre. Ma Làbano insegue e raggiunge. “Perché te ne sei andato senza permettermi di salutare le figlie? e perché mi hai rubato gli idoli?” Di questa ultima cosa Giacobbe non sapeva nulla e dice a Làbano che cercherà nella tenda. Rachele prende gli idoli e li nasconde sotto la sella del cavallo che immediatamente monta. dicendo al padre che non è il caso che la frughi sotto le gonne perché ha le mestruazioni. Il padre, naturalmente non lo fa e, non trovati gli idoli, rifà pace con Giacobbe (certo che è un bonaccione!), alzano insieme un muro di pietre e concordano che sia il confine tra le loro terre giurando Làbano sul dio di Abramo ed il dio di Nacor, e Giacobbe sul terrore di suo padre Isacco (dei diversi ed entità strane). Nella Bibbia vi sono molti dei ed i patriarchi non se ne accorgono ed i profeti non ne fanno mistero, salvo il fatto che tutti dicono di avere un solo dio. 

        Ma torniamo a Giacobbe che era scappato anni addietro dallo zio per sfuggire all’ira di Esaù. Giacobbe decide di andare incontro al fratello per fare pace (come?) ma viene a sapere che Esaù marcia verso di lui con 400 armati. Allora si rivolge a Geova chiedendogli: “salvami dalla mano di mio fratello Esaù, perché io ho paura di lui: egli non arrivi e colpisca me e tutti, madre e bambini!” (32,12). Caspita, di quale madre parla? Sono quattro! Ed i figli, per ora, restano 11. Così Giacobbe pensa di inviare degli schiavi che lo precedano dicendo loro che se incontrano Esaù dicano che sono essi stesi un omaggio di Giacobbe, che viene dopo di noi, per fare pace.

        E qui altra suspence. Il discorso passa ad altro per un poco. “Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi 11 figli, e passò il guado dello Iabbok” (32,23) [osservo che ora i conti delle mogli sono ben fatti. Ah! profeta, profeta!]. “Giacobbe restò solo, e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora colpendolo ad un certo punto all’articolazione del femore in modo da sciancarlo” (32,27). A questo punto l’uomo dice a Giacobbe: “Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora!” e Giacobbe gli diceva “non ti lascio andare se non mi avrai benedetto!”. E quello a Giacobbe: “Dimmi come ti chiami”. E l’altro: “Giacobbe”. Ed il primo: “Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini, ed hai vinto!” (32,28 e 29). Ed arrivati a questo punto davvero ci si chiede se il profeta, lui questa volta, abbia bevuto! Vediamo. Chi è l’uomo? Anticipa il vampiro che si deve ritirare prima della luce? Mena Giacobbe e questi lo trattiene (vabbé, con tante degenerazioni possiamo anche capire il masochismo)? Ma poi gli dice che non è Giacobbe ma è Israele? Mah! Resta il fatto che finalmente compare questo nome: Israele! Da qui discende il fatto pratico che, in ossequio alla sciatica di Giacobbe, non mangiano il nervo sciatico: “gli israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico” (32,33). E tutta questa storia per concludere così? E’ una vera follia. Per dire che non si deve mangiare il nervo sciatico? Resta un dato linguistico importante, israel  in aramaico significa colui che lotta e vince; si tratta di rivendicare questo nome togliendosi di dosso l’eber, l’errante.

        Ora però ritorna lo sciancato Giacobbe ad incontrare Esaù. Tutto ciò che aveva truffaldinamente rubato allo zio, lo dà al fratello che si tranquillizza. Allora prosegue il viaggio fino a Sichem e compera in contanti un terreno nelle vicinanze “dai figli di Camor, padre di Sichem” (un figlio di suo padre?). Altra patria comprata, in analogia con quanto fatto da Abramo. Viene ora una storia esemplare che vede protagonista Giacobbe-Israele in quel di Sichem. “Dina, la figlia che Lia aveva partorito a Giacobbe [settima ed unica femmina, ndr], uscì a vedere le ragazze del Paese. Ma la vide Sichem, figlio di Camor l’Eveo, principe di quel paese e la rapì, si unì a lei e le fece violenza” (34,1). Ma il profeta ci dice che però era un bravo ragazzo: “egli rimase legato a Dina, figlia di Giacobbe; amò la fanciulla e le rivolse parole di conforto” (34,3) quindi chiese al proprio padre Camor: “prendimi in moglie questa ragazza”. Giacobbe, saputo della violenza alla figlia si indigna ed aspetta il ritorno degli 11 figli maschi che :”ne furono addolorati e si indignarono molto … così non si doveva fare!”. Ma arriva Camor (con Sichem) e tenta il matrimonio riparatore. Ma qui viene fuori la doppiezza spietata di Giacobbe. I figli di Giacobbe, parlando con “astuzia” dicono: “Non possiamo fare questo, dare cioè la nostra sorella ad un uomo non circonciso, perché ciò sarebbe un disonore per noi. Solo a questa condizione acconsentiremo alla vostra richiesta, se cioè voi diventerete come noi, circoncidendo ogni vostro maschio. Allora noi vi daremo le nostre figlie e ci prenderemo le vostre, abiteremo con voi e diventeremo un solo popolo” (34,14-16). Un patto all’antica per pacificare due tribù. Sichem ed i suoi accettarono facendosi circoncidere (qui occorre ricordare che nelle istruzioni che Geova aveva dato sulla circoncisione vi era il fatto che essa doveva avvenire all’ottavo giorno di vita, infatti per gli adulti è una operazione fastidiosa e dolorosa). A tre giorni dalla circoncisione, quando tutti i maschi della città di Sichem “erano sofferenti, i due figli di Giacobbe, Simeone e Levi [presumibilmente con servi e schiavi armati, n.d.r], fratelli di Dina, presero ciascuno una spada, entrarono nella città con sicurezza e uccisero tutti i maschi” (34,25). Poi tutti “i figli di Giacobbe si buttarono sui cadaveri e saccheggiarono la città, perché quelli avevano disonorato la sorella” (34,27). Qui si tratta di un vero atto di terrorismo e barbarie. Perché coinvolgere tutta la città e non prendersela eventualmente con la famiglia dello stupratore? Tant’è! alla fine vi è pure il saccheggio dei beni e degli animali della città con la riduzione in schiavitù degli abitanti. Ma dove era Geova? Tutto bene? Inoltre: ma  che popolo ha eletto tale dio? oppure: ma che dio ha un tale popolo? Assistiamo alla prima strage che il popolo di Geova realizza per impadronirsi di terra “promessa”. Poiché manca sia Geova che dio, è Giacobbe che dice qualcosa: “Allora Giacobbe disse a Simone e a Levi: ‘Voi mi avete messo in difficoltà, rendendomi odioso agli abitanti del paese …, mentre io ho pochi uomini; essi si raduneranno contro di me, mi vinceranno, ed io sarò annientato con la mia casa’ ” (34,30). Quindi nessun ripensamento morale ma solo un calcolo opportunistico al quale i figli rispondono: “Si tratta forse la nostra sorella come una prostituta?” Eh, è proprio ciò che hanno fatto i vari patriarchi incontrati. Prostituivano le mogli spacciandole per sorelle.

        Prima di passare al figlio di Giacobbe, Giuseppe, altre piccole notiziole sugli altri figli (Ruben e Giuda) e sulla fine dello stesso Giacobbe. Intanto iniziamo con la nascita dell’ultimo figlio di Rachele, Beniamino, non avrà storia oltre a completare a 12 i capostipiti delle tribù di Israele (una parte di storia sarà riservata alla sua discendenza), morirà invece sua madre, Rachele, nel parto.

        Ruben, primogenito di Lia, “mentre Israele [si tratta evidentemente di Giacobbe, qui chiamato con quell’altro nome uscito in quell’incubo notturno, n.d.r] abitava in quel paese, Ruben andò ad unirsi con Bilha, concubina del padre ed Israele lo venne a sapere” (35,22). Intanto è di interesse notare le molte funzioni di Bilha. Ella è una volta schiava, una volta moglie ed una volta concubina. E’ anche la madre di di due fratellastri e coeredi di Ruben (Dan e Neftali). Quindi qui è anche l’amante del figlio della persona della quale era concubina. Sono solo di questo tipo i rapporti da quelle parti. Ma cosa dice il babbo? NIENTE, almeno per ora! Il profeta qui rifà la genealogia rifacendo morire Isacco (a 180 anni) che già era morto.

        La storia di Giuda, quarto figlio di Lia, non può essere da meno. Egli sposa una donna non del clan, ma del paese di Canaan, Chira. Da Chira ebbe tre figli: al primo, Er, dà in moglie Tamar ma questi entra in conflitto con Geova (il motivo non è dato) e Geova lo fa morire senza eredi. A questo punto, secondo una legge del luogo che non ci era stata comunicata, la vedova viene data in sposa al secondogenito di nome Onan (proprio quello da cui …). La legge prevedeva anche che se gli fosse nato un figlio, questi avrebbe ereditato le sostanze del primogenito morto; in caso contrario queste sarebbero passate a lui (capito?). “Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra” (38,9). Oggi si direbbe che praticava il coitus interruptus, ma ciò che faceva fu confuso con la masturbazione chiamata appunto onanismo dal suo nome. La cosa non piacque a Geova e fece morire pure lui. Il tutto venne inteso dal padre Giuda  come colpa di Tamar che, naturalmente, viene rimandata a casa. Ma la storia continua con sottile perversione. Tamar, tornata al suo paese, sapendo che Giuda deve recarsi da quelle parti, si veste da prostituta e subito riesce a concupirlo (tutto normale, no?). Il pagamento della prestazione prevede un capretto. Giuda non lo ha e lascia in pegno a Tamar il sigillo, il cordone ed il bastone. Ritornato per darle il capretto e riavere i pegni, Giuda non trova più Tamar. Tre mesi dopo viene a sapere che Tamar fa la prostituta (aveva trovato la cosa interessante) ed è rimasta incinta. Egli si arrabbia e … ordina che sia bruciata viva! Lei allora le dà indietro i pegni e Giuda dice che “‘essa è stata più giusta di me’. E non ebbe più rapporti con lei” (38,26). Ma (e qui si scopre che Tamar era incinta di Giuda) da quell’incontro tra suocero e nuora nel bordello nascono due gemelli che fanno una specie di danza per uscire in modo che non si capisce chi è il primo e chi il secondo. Uno Perez, da cui discenderanno Davide e Gesù, e l’altro Zerach.

        E ritorniamo ora alla linea principale di discendenza di Giacobbe, Giuseppe. Egli, in Palestina, “pascolava il gregge coi fratelli, e stava con i figli di Bilha e di Zilpa, mogli di suo padre”. Giuseppe diventerà più esperto del padre a sognare solo che quando i sogni li farà lui, li capiranno gli altri; quando li faranno gli altri, li capirà lui.

        Veniamo ora ai primi due sogni, tanto per cominciare. Nel primo, mentre insieme ai fratelli lega il grano sul campo, il suo covone sta ritto in mezzo e gli altri gli si prostrano intorno. Nel secondo sono  il sole, la luna e gli astri a prostrarglisi. Anche il padre (che non viene chiamato dal profeta perché, immagino, a questo punto non sa come chiamarlo: Giacobbe o Israele?) intuisce qualche raggiro e dice: “Che sogno è questo che hai fatto? Dovremmo forse venire io e tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci davanti a te?” (37,18). I fratelli si ingelosirono ed un giorno vedendo arrivare Giuseppe al pascolo “si dissero l’un l’altro: ‘ecco, il sognatore arriva! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna!’ ” (37,19 e 20). E’ così che si usa, no? E, detto fatto,  lo spogliano e lo gettano nudo in una cisterna. L’arrivo di una carovana (di ismaeliti, i cugini discendenti da Abramo ed Agar) non fa portare a termine i propositi assassini. Allora Giuda ebbe l’idea di vendere Giuseppe ai carovanieri e, con un pastrocchio sempre più impicciato di racconto, alla fine Giuseppe viene venduto per “venti sicli d’argento”. E Giuseppe fu condotto dalla carovana, in Egitto, come schiavo. Al padre Giacobbe fu portata la sua tunica sporcata di sangue di un caprone e gli fu detto che Giuseppe era stato divorato da una belva, ed il padre lo pianse. Nel frattempo Giuseppe, in Egitto, viene venduto a Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie (oltre che marito di una donna intraprendente, con la quale….). Beh, ormai si è capito come va il romanzo di appendice!

        Giuseppe fece una gran carriera in casa di Potifar, amministrando i suoi beni. Tutto ciò avveniva perché Geova gli era a fianco e lo benediceva. Il fatto è che somigliava alla madre: bello di forma ed avvenente aspetto. E cosa credete sia accaduto? La moglie dell’eunuco Potifar si innamorò di lui. Giuseppe tentò di evitare la virago fino al punto di scappare lasciando nelle mani della donna la sua veste. Questa cosa dette il destro alla signora di denunciare Giuseppe per violenza ( a questo punto, dati i precedenti della famiglia, la signora avrebbe una qualche ragione di essere creduta, ma il profeta dice altro). La signora Potifar dice al marito che “Quel servo ebreo … mi si è accostato per scherzare con me…” (39,17 e 19). Questa frase chiarisce anche la precedente letta in occasione di Abemelech che dalla finestra vedeva Isacco scherzare con Rebecca: scherzare nella Bibbia ha il significato ben preciso che voi avete capito. Allora Potifar imprigiona Giuseppe il quale, con l’aiuto di Geova, diventa una sorta di carceriere capo. In altro luogo si dice che, stando in prigione, Giuseppe interpreta i sogni (per Giove, questo era il pezzo forte di Giuseppe!) di due fornitori (coppiere e panettiere) del faraone caduti in disgrazia ed ai quali disse che il primo sarebbe stato messo in libertà ed il secondo impiccato. Così avvenne (e te pareva!). E la cosa non poteva restare appesa così, come se si scherzasse. Passano due anni ed il faraone sogna e risogna. La prima volta sogna sette vacche grasse che escono dal Nilo, seguite da sette vacche magre con le magre che divorano le grasse. La  seconda volta sogna sette spighe, grosse e belle, spuntate da un unico stelo, e sette spighe secche che se le inghiottirono. Allora convoca tutti i saggi d’Egitto (io sogno sempre una Banana flambé e so cosa vuol dire!) … tra questi, come no?, vi è il coppiere liberato, questi dice al faraone che…., ed il faraone…., e gli racconta (una altro racconto dettagliato che si ripete!) i sogni …., ed allora Giuseppe, aiutato da dio (e non da Geova) fornisce l’interpretazione: sette anni di abbondanza seguiti da sette anni di carestia, con non richiesto consiglio. Dice Giuseppe al faraone: “pensi, faraone,  a trovare un uomo intelligente e saggio, e lo metta a capo del paese d’Egitto” (41,33). Di chi si tratterà? Allora Giuseppe ebbe l’incarico (in questi passi gli ebrei l’hanno fatta grossa perché un personaggio che assurge a viceré di Egitto in epoca storica, deve avere svariati riscontri storici che invece NON vi sono. La mancanza di trascrizione sui documenti viene spiegata buffonescamente: il Faraone del tempo di Mosè, secondo chi ci vuole prendere per fessi, non aveva inserito Giuseppe nella storia perché, essendo un personaggio appena arrivato, non conosceva niente della storia passata dell’Egitto). Il faraone gli fece sposare Asenat,  la figlia di un altro suo eunuco, Potifare, sacerdote del dio del sole ad On (l’odierna Eliopoli). Giuseppe non è un pastore ma un agronomo di prima classe, soprattutto tenendo conto che non conosceva il paese dove era piombato. Eppure espose subito al faraone un piano di politica agraria (il profeta ci racconterà più tardi questo piano ma è meglio dirlo ora per continuità di discorso). Tale piano non è altro che l’invenzione di tutto il sistema politico ed economico dell’Egitto (insomma, qui si esagera! Il profeta imbroglia sovrapponendo conoscenze posteriori ed attribuendo i successi a Giuseppe; è il Cecil B. de Mille dell’antichità, fa dell’agiografia. Niente di male a farla, ma a crederla….!). Ecco il piano. Si tratta di creare dei funzionari per prelevare nel paese un quinto dei raccolti delle annate buone, immagazzinarli opportunamente e distribuirli poi nelle annate cattive. Sopravvenuta la carestia, il faraone potrà rivendere questo grano, non solo in Egitto ma anche in Palestina , dove la carestia, imprevista per mancanza di sognatori, infierirà peggio, con la conseguenza che il tesoro del faraone si accrescerà. E qui la cosa segue passando da un racconto innocuo del tipo Mille ed una notte, al filone crassatore della famiglia di Giuseppe. Infatti, quando i poveri egiziani ebbero finito il loro grano e “vennero da Giuseppe a dire: ‘dacci il pane! Perché dovremmo morire sotto i tuoi occhi?”….Rispose Giuseppe: ‘cedetemi il vostro bestiame, ed io vi darò il pane in cambio’ ” (47,15 e 16). Si sta depredando la popolazione egiziana e siamo solo al primo anno di carestia. L’anno seguente, le cose evidentemente peggiorano e gli egiziani dissero: “Non nascondiamo al mio signore che si è esaurito il denaro, ed anche il possesso del bestiame è passato al mio signore; non rimane più a disposizione del mio signore se non il nostro corpo ed il nostro terreno… Acquista noi e la nostra terra in cambio di pane e diventeremo servi del faraone” (47,18 e 19). Ed ecco che il teorico dello sfruttamento più bestiale, del passaggio di ogni strumento di produzione al padrone diventa un patriarca biblico. Giuseppe è un servo del padrone, alla faccia di milioni di persone affamate e rese schiave. “Così la terra divenne proprietà del faraone. Quanto al popolo, egli lo fece passare nelle città [schiavitù! n.d.r.] da un capo all’altro della frontiere egiziana. Soltanto il terreno dei sacerdoti egli non acquistò [cambiato molto poco, eh?]], perché i sacerdoti avevano una assegnazione fissa da parte del faraone e per questo non vendettero il loro terreno” (47,20-22).

“Poi Giuseppe disse al popolo: ‘vedete io ho acquistato oggi per il faraone voi ed il vostro terreno. Eccovi il seme, seminate il terreno. Ma quando vi sarà il raccolto, voi ne darete un quinto al faraone’…Così Giuseppe fece di questo una legge che vige fino ad oggi nelle terre d’Egitto” (47,23-26). Il citato ebreo Flavio Giuseppe, del 1° sec. d. C. ha il coraggio di dire: “essi divennero, oltre le loro speranze, proprietari delle terre” (Ant. Iud., II, 196). ed accrebbero la stima verso Giuseppe.

        Lasciando altre considerazioni, a Giuseppe, che era stato messo dal faraone a capo di tutto il paese d’Egitto, fu cambiato anche il nome, Safrat Paneach. Analoga sorte che era stata seguita da Abramo e Giacobbe.

        Poche sono le cose davvero d’interesse su Giuseppe. Egli, con la sposa egiziana, ha due figli (mezzosangue, non ebrei puri come altrove si era detto dovesse essere) che, come vedremo serviranno a mantenere il numero delle 12 tribù. Egli rincontrerà i fratelli (dei quali parlerò tra poco) ed il padre Giacobbe.  Su Giacobbe, più volte citato, c’è solo da osservare il continuo oscillare del profeta sui suoi due nomi, Giacobbe ed Israele. Fino a dei veri e propri pasticci: “Dio disse ad Israele in una visione notturna: ‘Giacobbe, Giacobbe!” (46,2)……” allora lo spirito del loro padre Giacobbe si rianimò: Israele disse…” (45, 27 e 28).

        Ma veniamo a Giacobbe ed ai fratelli di Giuseppe. Costoro vennero in Egitto per comprare grano, visto che la carestia aveva colpito anche la Palestina. Giuseppe li riconosce senza essere riconosciuto e si diverte un poco con loro spaventandoli. Li accusa di essere spie, impone loro di tornare a casa e di riportargli indietro il fratello minore Beniamino, rimasto a fare compagnia al padre, trattenendo in ostaggio Simone. Ma per spaventarli e creare imbarazzo ed ulteriore paura, quando partono con i sacchi di grano fa nascondere in essi lo stesso denaro con il quale avevano pagato il grano. Tornati da Giacobbe, stentano a convincerlo a fare andare con loro Beniamino. Ritornati in Egitto, dopo il lavacro ripetuto dei piedi, vengono invitati a pranzo da Giuseppe. Questi dà a Beniamino 5 volte più cibo che agli altri fratelli (qui non ho ben capito se si tratta di una tortura per Beniamino o una sofferenza per gli altri che non hanno da mangiare a sufficienza, n.d.r.). Poi li fa ripartire con altro grano e facendo rimettere di nuovo il denaro, con cui avevano pagato, nei sacchi ed una coppa d’argento nel sacco di Beniamino. Li fa inseguire dal capo della casa (il maggiordomo) in modo che venga scoperta la presunta refurtiva, con la conseguenza che essi sono denunciati come ladri. Quando tornano davanti a lui, il tentativo di scherzare (nel significato nostro) con loro come gatto con topi svanisce di fronte al pianto che lo coglie, al perdono verso i fratelli dai quali si fa riconoscere. Fatta la pace, Giuseppe li rimanda per la terza volta a casa pregando i fratelli di riportare in Egitto anche il vecchio Giacobbe: li avrebbe sistemati stabilmente in una terra alle foci del Nilo.

        Fu così che tutta la famiglia, settanta persone in tutto, col patriarca Giacobbe, ” e con lui tutti i suoi discendenti; i suoi figli e i nipoti, le sue figlie e le nipoti, tutti i suoi discendenti, Giuseppe condusse con sé in Egitto” (46,6 e 7) e qui il profeta rifà tutta la genealogia con qualche confusione a cui ormai siamo abituati. Giuseppe li presenta al faraone ed assegna loro il paese di Gosen nella parte orientale del delta del Nilo. Non resta a questo punto che assistere alla morte di Giacobbe ed alle sue ultime volontà. Egli: “chiamò il figlio Giuseppe e gli disse: ‘se ho trovato grazia ai tuoi occhi, metti la mano sotto la mia coscia [altra promessa all’antica, attraverso i genitali, n.d.r.] e usa con me bontà e fedeltà: non seppellirmi in Egitto!” (47,29). Giacobbe ha già meditato sul come mettere a frutto le ultime ore del padre, proprio come Giacobbe aveva fatto con suo padre Isacco. Si presenta da lui con i due figli mezzo sangue, Manasse ed Efraim, per farglieli benedire, cioè proclamarli eredi legittimi al pari degli altri. E Giacobbe, con analogo equivoco di egli medesimo ed Esaù di fronte ad Isacco, si impiccia nella benedizione perché incrocia le braccia e con la destra benedice chi è a sinistra (Efraim) e con la sinistra chi è a destra (Manasse), con il sovvertimento della corretta primogenitura. Giuseppe prova a dire qualcosa ma Giacobbe insiste con la conseguenza che la tribù di Efraim diventerà la più importante. Per rimediare all’irrimediabile confusione, Giacobbe dà a Giuseppe, in più di quanto a lui spettante, “un dorso di monte che io ho conquistato dalle mani degli amorrei con la spada e con l’arco” (48,22). Che bugiardo è Giacobbe! Si vanta di una cosa non vera, infatti quella terra l’aveva comprata con 100 pezzi d’argento, come Abramo aveva comprato la terra per la tomba di Sara. Ed ora vengono le benedizioni, cioè il testamento di Giacobbe, tornato tale dall’Israele che era fino al brano precedente. E queste benedizioni, che dovrebbero prefigurare (meglio: postfigurare) il destino delle 12 tribù, come le genealogie, sono un pasticcio e molte non avranno esito. Il profeta le conclude dicendo: “Tutti questi formano le 12 tribù d’Israele, questo è ciò che disse loro il padre, quando li ha benedetti: ognuno egli benedisse con una benedizione particolare” (49,28). Ma le cose non stanno così (a che stava pensando il profeta?). Anzitutto non li ha benedetti tutti: uno non risulta benedetto, due risultano addirittura maledetti, altri trattati così e così. Poi le dodici tribù avrebbero dovuto essere già allora quello che poi saranno, dato che Giacobbe aveva benedetto a parte Manasse ed Efraim. Ma questi ultimi non figurano qui risultando quindi benedetti con la benedizione al padre Giuseppe. Eppure saranno due delle dodici tribù. Due racconti convergenti ma non concordanti? Comunque vediamo le “benedizioni”.

        Ruben. primogenito finito ad est del Giordano (ai margini del deserto), “non avrà preminenza perché ha invaso il talamo di suo padre, ha invaso il suo giaciglio su cui era salito” (49,4). Giacobbe allora non disse nulla ma, a quanto pare, se l’era legata al dito.

        Simeone e Levi sono messi insieme come nell’eccidio dei sichemiti appena circoncisi. L’ Giacobbe aveva detto poco, ora invece: “Simeone e Levi sono fratelli, strumenti di violenza sono i loro coltelli…Maledetta la loro ira …. io li dividerò in Giacobbe (?, n.d.r.) e li disperderò in Israele” (49,5 e 7). Simeone se ne andrà a sud avendo una misera discendenza assorbita da altre tribù, soprattutto Giuda. Levi invece non parteciperà alla divisione dei territori cananei occupati ma vivrà come addetto al culto di Geova (levita, appunto) per mezzo di decime pagategli dai fratelli. Quindi la maledizione è solo per Simeone. Per Levi è quel che si dice una “pacchia”. Ed infatti, dal “maledetto” Levi discenderà Mosè (se la genealogia non è fasulla).

        Giuda, quarto figlio della sgraziata Lia, da cui nascerà Davide merita un trattamento che farò a parte. Gli altri figli delle concubine avranno briciole. Solo su Giuseppe, primogenito di Rachele, “germoglio di ceppo fecondo”, cadranno benedizioni e sarà lui ad avere il centro di tutto il territorio. Così Giacobbe poté morire. Fu imbalsamato all’uso egiziano (40 giorni), fu pianto (70 giorni), fu poi riportato a Canaan con il permesso del faraone e con solenne scorta militare. Anche i cananei, all’arrivo del convoglio, dissero che questo era un lutto grave per gli egiziani (caspita! proprio così: ormai i discendenti di Abramo sono intesi dalle popolazioni locali come egiziani! di inquinamenti di sangue, di permanenze in Egitto ve ne saranno ancora, di non circoncisi tra gli ebrei pure e di nascite in Egitto in quantità. Eppure questo è il popolo, puro di sangue e cultura, eletto da Geova!, n.d.r.).

        Morto il padre, i fratelli iniziano ad aver paura della vendetta di Giuseppe (conoscono i caratteri della famiglia! n.d.r.) per il tentativo di fratricidio poi diventato SOLO una vendita di Giuseppe come schiavo. Si buttano ai suoi piedi  piagnucolando: ” ‘Eccoci tuoi schiavi!’. Ma Giuseppe disse loro: ‘non temete. Sono io forse al posto di Dio?’ ” (50, 18 e 19). Quindi conforta tutti e vive felice e contento fino a 110 anni. Quando sta morendo promette alla sua discendenza che tornerà nella terra “promessa con giuramento” più volte da dio a tutti i suoi avi, meno che a lui. Quindi chiede di essere lì sepolto anch’egli. Ma, dopo l’imbalsamazione, non si sa più cosa ne è del suo corpo.

        Con questo racconto la Genesi si chiude. Ha raccontato la storia di 4 patriarchi (con datazione incerta che va dal XIX al XV secolo a.C.) fra Siria, Palestina ed Egitto. Le cose scritte furono redatte nel VII secolo a.C., sotto Giosia, discendente di David, che regnava da Gerusalemme. Vi sono pochi riscontri storici, soprattutto in Egitto. Vi è invece un libro di estremo interesse, appena uscito, che parla delle molte fantasie della Bibbia, che ci dice, tra l’altro, che Gerusalemme acquisisce importanza proprio perché le cose scritte furono redatte lì, che i patriarchi hanno storie non corrispondenti alla realtà, che il tempio di Salomone è una invenzione, …. Cito questo libro, Le tracce di Mosè, perché è scritto da due ebrei, Israel Finkelstein, archeologo dell’Università di Tel Aviv, e Neil Asher Silberman, archeologo belga, che hanno proprio intrapreso un lunghissimo lavoro di ricerca archeologica ed hanno pubblicato i loro risultati nel 2001 (in Italia, per l’editore Carocci, 2002).

        Passeremo ora a raccontare le vicende di Mosè avvertendo subito che anche qui il tutto è ripreso da una leggenda sumero-babilonese che parla di Sargon nvece di Mosè e dell’Eufrate invece del Nilo. Proseguendo le storie della Genesi, passiamo al secondo libro del Pentateuco, l’Esodo, che prosegue il racconto del popolo ebreo in Egitto, dove lo si era lasciato (dopo un vuoto di qualche secolo). Il racconto proseguirà (dopo la parentesi del liturgico e sacerdotale Levitico) in Numeri e, con qualche mescolamento, in Deuteronomio.

        All’inizio dell’Esodo si legge che tutte le tribù ebraiche si trovavano in Egitto (la cosa è discutibile, ma ormai occorre essersi abituati alle incongruenze, n.d.r.). In questo luogo gli ebrei, dopo la morte di tutta la generazione di Giuseppe, “prolificarono e crebbero, e il paese ne fu ripieno” (1,7). Ciò vuol dire che passò almeno un secolo, dopo il quale “sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe” (1,8). Si tratta forse di Ramses II (1290-1224 a.C.) che si allarma per l’espandersi di questo popolo ospite che, proprio per questo, viene considerato invasore. Il popolo fu condannato alla schiavitù. Fu costretto a fabbricare mattoni per la costruzione di una città (Pi-Ramses ?) sul delta del Nilo e per ogni lavoro dei campi, rendendo loro amara la vita. Vi sono riscontri egiziani su questo ma il tutto sembrerebbe ingigantito. Risulta su una stele una sconfitta degli ebrei ad opera del successore di Ramses II, Menepta (1224-1204), a seguito di questa gli ebrei sarebbero stati respinti (da cui il loro esodo). Il fatto sarebbe descritto come una vittoria sia dagli egizi che dagli ebrei. Inoltre, un centinaio di anni prima di Ramses II, vi era stato in Egitto il tentativo di imporre il dio unico (il dio Sole) da parte del faraone Akenaton ((1374-1347). Mosè si situa all’epoca della costruzione da parte degli ebrei di Pi Ramses e la sua storia ne è evidentemente connessa

        Le persecuzioni contro gli ebrei da parte di Ramses II non sono finite con la schiavitù. Poiché, nonostante essa continuano ad espandersi, il faraone decide di limitarne le nascite dando ordine alle levatrici ebre di sopprimere tutti i nati maschi (naturalmente la cosa non fu fatta). Ed allora il faraone ordinò che i nati maschi fossero gettati nel Nilo (non si capisce perché questa seconda cosa dovesse avere successo, visto il fallimento della prima, n.d.r.). Tra i finiti nel Nilo c’è il piccolo Mosè (ha tre mesi ed è figlio di due ebrei probabilmente leviti). Fu messo in un canestro impermeabilizzato e quindi non annegò (questa storia è comune a molte civiltà: Sargon – un millennio prima; Romolo e Ciro – un millennio dopo, anche se con i termini invertiti). Di Mosè non si hanno genealogie ed egli viene assegnato a quel Levi maledetto (prima e promosso sacerdote poi) perché autore della strage dei sichemiti. Mosè viene raccolto dalla figlia del faraone, venne fatto allattare per tre anni da una balia ebrea, venne poi adottato, visse a corte come figlio adottivo e “divenne un uomo assai considerato nel paese d’Egitto, agli occhi dei ministri del faraone e del popolo” (11,3). Mosè è egizio o ebreo?

        Il problema si pone per vari motivi, anche perché la gente di Canaan già  aveva chiamato Giuseppe ed i suoi fratelli, “egiziani”. Ma su questo torneremo oltre. Sta di fatto che la carriera di Mosè a corte dovette essere modesta. Il profeta non ci dice quasi nulla, non ci crea il clima dei fasti di Giuseppe. Ad un certo punto ci viene detto che: “quando fu cresciuto in età, egli si recò dai suoi fratelli: e notò i lavori pesanti da cui erano oppressi” (2,11). Questa constatazione esaltò Mosè fino a farlo diventare un volgare ribelle di strada, contrariamente a quanto leggeremo oltre “Mosè era il più mansueto di tutti gli uomini” (12,3). Infatti, appena “vide un egiziano che colpiva un ebreo, uno dei suoi fratelli, voltatosi attorno, e visto che non c’era nessuno, colpì a morte l’egiziano e lo seppellì nella sabbia” (2,11 e 12). E, dopo che il cronista ha saltato molti anni della vita di Mosè, ora diventa un cronista quotidiano. Infatti, “il giorno dopo uscì di nuovo e, vedendo due ebrei che stavano litigando, disse a quello che aveva torto: ‘perché percuoti il tuo fratello?’. Quegli rispose: ‘ chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Pensi forse di uccidermi come hai ucciso l’egiziano?’ ” (2,13 e 14). Ed allora Mosè si chiese se la cosa dell’assassinio fosse risaputa. Lo era tanto che il faraone ordinò di giustiziarlo. E Mosè si dette alla macchia vivendo avventurosamente nel deserto in difesa degli opressi). Giunto a Madian, vicino al pozzo (ancora!, n.d.r.) incontrò le sette figlie del sacerdote (primo sacerdote che si incontra e non ebreo) che si recavano al pozzo per abbeverare il loro gregge. Ma arrivarono anche altri pastori che volevano cacciarle, ma: “Mosè si levò a difenderle e fece bere il loro bestiame” (2,17). Allora le sorelle tornate a casa raccontarono di Mosè che le aveva aiutate ed il padre lo ricevette e gli dette in sposa una delle sue figlie, Zippora, che gli dette subito Gherson come figlio (sparito nelle successive genealogie).

        Si abbandona qui la cronaca e si passa alle storie mitiche che si svolgono nel corso degli anni. Allora Geova, che ritorna all’improvviso, colpito dalla sofferenza del suo popolo, apparve a Mosè, che non lo conosceva, in un roveto ardente (che poi sarebbe un cespuglio del deserto, una specie di  tamarisco che emette naturalmente gas e va a fuoco nella sua zona circostante con la sola elevata temperatura del deserto, senza che lo stesso cespuglio bruci). Mosè che non era uomo del deserto interpretò questo come un fatto divino e si sentì chiamato. Il dio gli disse che aveva visto la miseria del suo popolo in Egitto ed aveva deciso di trasferirlo in un paese dove scorreva latte e miele e concluse: “Ora va! Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall’Egitto il mio popolo, gli israeliti!” (3,7-10). Qui Geova sembra dirci che Mosè è un egiziano. Gli dice infatti “mio popolo” e non “tuo”. Gli deve spiegare che il suo (di Geova) popolo è l’israelita. Anche Mosè risponde in modo equivoco: “Chi sono io per andare dal faraone e per fare uscire dall’Egitto gli israeleiti?” (3,11). Abilmente dice e non dice: dovrebbe dire che dal faraone non ci può tornare per quella storia dell’egiziano assassinato; dovrebbe anche dire che lui con gli israeliti ha a che fare per il fatto della balia; dovrebbe anche ditgli che gli israeliti non vogliono saperne di essere comandati da lui. E quando Geova insiste e gli risponde: “Ecco, io arrivo dagli israeleiti e dico loro: ‘ Il Dio dei vostri (vostri! n.d.r.) padri mi ha mandato da voi’. Ma mi diranno: ‘Come si chiama?’ E io cosa risponderò loro?” (3,13). Oltre  a dire che quel Dio è “loro e non suo”, egli neppure sa il suo nome pur essendo stato fino a tre anni con balia ebrea e pur avendo difeso i suoi fratelli che vivevano lì ed il nome del loro dio doveva essere un fatto noto in Egitto. A questo punto Geova spiega: “Dio disse a Mosè: ‘Io sono colui che sono!’. Poi disse: ‘Dirai agli Israeliti: Io-sono mi ha mandato a voi’ ” (3,14) e continua: “Dirai agli Israeliti: ‘Geova, il dio dei vostri padri, il dio di Abramo, il dio di Isacco, il dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi’ ” (3,15) e qui Geova dimentica Giuseppe. Ma Mosè è titubante, non gli crederanno. Ed a questo punto ecco l’intervento della magia più sfacciata che Geova aveva più volte proibito [(Lv. 19,26); (Dt. 18, 9-14) eccetera]. Gli fa prendere un bastone che diventa un serpente e poi torna bastone; gli fa apparire e sparire la lebbra dalla mano; e se non crederanno ancora a questo, gli dice, prendi l’acqua del Nilo, versala e diventerà sangue. Allora, con questi mezzi, Geova libera dall’idolatria gli ebrei portandoli alla terra promessa ed alla vera religione! Certamente stupefacente!

        Mosè resta colpito dalla rappresentazione magica, ma (anche lui!, n.d.r.) non è convinto del tutto ed inventa una nuova scusa: “Scusami, Geova, io non sono buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare col tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua” (4,10). Così Mosè ci dice una cosa che successivamente verà smentita e dai molti discorsi che Mosè terrà e da Flavio Giuseppe che affermerà essere Mosè “uomo eccellente e nato per parlare alle moltitudini” (Ant. Iud., IV, 25). Geova lesina miracoli ed accetta le obiezioni di Mosè: “Non vi è forse il tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlar bene … Tu gli parlerai e metterai sulla sua bocca le parole da dire, e io starò con te e con lui mentre parlate, e vi suggerirò quel che dovrete fare. Parlerà lui al popolo per te: allora egli sarà per te come bocca, e tu farai per lui le veci di Dio ….. Terrai in mano questo bastone con il quale compirai i prodigi” (4,14-17). Questo dialogo è lo stesso che si ripeterà poco oltre, quando Geova dirà a Mosè di andare a parlare al faraone. In quest’ultimo caso dice qualcosa di straordinario, che non può parlare con il faraone (per chiedere l’esodo pacifico) perché non conosce la lingua egizia (“Come vorrà ascoltarmi il faraone, mentre io sono incirconciso quanto alle labbra?”)  lui, vissuto alla corte del faraone!. Quale lingua conosce allora? E’ che il profeta, anche questa volta, era distratto o meglio ha messo insieme due racconti diversi della tradizione scrivendoli uno dietro l’altro. Tanto era distratto che l’incirconciso doveva essere riferito al colloquio con gli ebrei e non certo con quello con il faraone. Ma vi sono varie incongruenze in tutte queste storie. Intanto, mentre è corretto che, in seguito, agli ebrei parli Aronne, non lo è il fatto che negli altri libri (Pentateuco, Numeri e Deuteronomio) agli ebrei parli lui. Stupisce anche che il faraone non lo riconosca; in fondo era il nonno. Ma qui si vede come il profeta, trovatosi di fronte a quella parola chiave “incirconciso”, abbia dovuto usarla quasi a sottolinearne la sacralità dell’appartenenza al popolo ebraico. Risulta invece da tutti i documenti che la circoncisione era praticata da sempre in Egitto. Lo stesso Abramo inizia a praticarla per il suo popolo, quando ritorna a Canaan dall’Egitto. Il fatto è che gli ebrei ne dimenticarono l’origine e la credettero usanza loro e solo loro. Riferendosi al non essere circoncisi, più volte diranno “vergogna d’Egitto”. Con questo brano e con le storie precedenti ed antecedenti ci troviamo in grave difficoltà. Mosè dovrebbe essere egiziano e come tale circonciso. Mosè non può essere ritenuto circonciso da chi assegna tale pratica solo al proprio popolo. Chi è Mosè?

        A questo punto viene la storia edificante delle piaghe d’Egitto. Ed è la seconda volta in relativamente poco tempo che gli ebrei provocano delle piaghe in quel Paese. Le piaghe che sono il ricatto alò faraone per liberare gli ebrei consistono in: acqua del Nilo che diventa sangue, invasione di rane, invasione di mosconi, mortalità del bestiame, ulcere pustolose, grandine, cavallette e tre giorni di tenebre. A parte l’intervento delle pratiche magiche di cui Geova fu maestro con Mosè, vi sono una serie di cose ritenute piaghe da un popolo, l’ebreo, che non sopportava il clima egizio. Ma vi è la piaga delle piaghe che rende le prime addirittura ridicole: la morte dei primogeniti maschi egiziani (anticipazione della strage degli innocenti e ricordo del supposto annegamento dei primogeniti del popolo ebraico). Insomma non poteva accadere altro: gli egizi riempiono d’oro gli ebrei perché se ne vadano. Ed il profeta anche qui è distratto perché non ci fa capire cosa accade realmente: gli ebrei trovarono favore presso il popolo egiziano o lo spogliarono; vollero partire o furono scacciati; partirono in gran fretta o organizzati ed armati. Nell’insieme si ha un quadro di una plebe oppressa che viene sottratta dai lavori forzati, inseguita da un esercito che, durante un’alta marea, viene ad impelagarsi nel mar Rosso. La narrazione di questa fuga con relativo inseguimento è una bella favola con le caratteristiche del racconto egizio.

        Geova si alterna (o confonde) con un angelo nel guidare il popolo ebraico. Di giorno lo guida con una nube nera, di notte con una colonna di fuoco per fargli luce. Il faraone che insegue ha con sé tutto il suo esercito. Gli ebrei hanno paura ed arrivano al mare. Qui Mosè, aiutato da un forte vento d’Oriente, respinse il mare e fece attraversare gli ebrei all’asciutto. Quando gli ebrei furono passati, le acque, prima apertesi, si richiusero sopra l’esercito egiziano, distruggendolo.

        Mosè ha vinto, ed ha portato in salvo “una grande massa di gente promiscua … e raccogliticcia” (12,38). Così il popolo di Israele è fatto di gente raccogliticcia? La cosa è normale se si segue una idea di liberazione (egiziani schiavi, schiavi di altri Paesi, mezzi sangue, di tutto cerca di sottrarsi alla schiavitù). La cosa diventa imbarazzante se la si guarda dal punto di vista della tradizione religiosa che vorrebbe un popolo, il popolo di Abramo puro ed incorrotto ed inoltre, caspita!, circonciso (con tutti i problemi che nascono nella ammissione o meno della circoncisione degli egizi). Questa storia della circoncisione è un poco ossessiva e riguarda anche Mosè, come abbiamo già visto. Vi è un brano dell’Esodo che suona straordinario. Come quella lotta notturna della Genesi con non si sa chi. “Mentre si trovava in viaggio, nel luogo dove pernottava, Geova gli venne incontro e cercò di farlo morire. Allora Zippora [la moglie, n.d.r] prese una selce tagliente, recise il prepuzio del figlio e con quello gli toccò i piedi [cioè il sesso, n.d.r] e disse: ‘Tu sei per me uno sposo di sangue a causa della circoncisione’ ” (4,24-26). L’interpretazione di questo passo oscuro ed apparentemente fuori posto è che Geova, adirato per la non circoncisione di Mosè [è straordinario questo dio che si accorge ora del fatto che chi deve guidare il suo popolo non ha i requisiti per farlo!, n.d.r], voglia ucciderlo; e che allora la moglie, circoncidendo il figlio ma fingendo di staccare il prepuzio dal pene del marito, simuli la circoncisione. A questo punto si resta allibiti: l’apparenza, il rituale liturgico, soppianta la realtà?!?! E Geova che se la beve. Verrebbe da ridere se la cosa non fosse estremamente seria.

        Cosa si ricava? Mosè non era circonciso e non lo fu. Quindi non era ebreo nel senso della tradizione ebraica. In tal senso il brano precedente diventa comprensibile se solo si sostituisce al soggetto “Geova”, l’altro soggetto “il popolo di Geova”. La circoncisione falsa era un modo per far digerire Mosè agli ebrei e non certo per ingannare dio. E questo Mosè, sia qual sia il suo status è il fondatore dello Stato ebraico, di quella “masnada di gente raccogliticcia”, ribellatasi ai lavori forzati del faraone. E’ il capo dei ribelli, lo spartaco della situazione che, dopo una fuga avventurosa, si sottrae ad un dominio odioso per andarlo ad imporre ad altri popoli che hanno il solo torto di trovarsi in mezzo (nella zona di nessuno) dei due  grandi imperi, quello dell’Eufrate e quello del Nilo. Mosè si guadagnerà i galloni di capo di quel popolo nella lunga traversata del deserto tra mille difficoltà. Il non circonciso sarà a capo del popolo dei circoncisi e quelli che non lo erano lo saranno ad opera di Giosuè, al momento dell’ingresso nella terra promessa.

        Mosè sta quindi fondando il nuovo Stato di Israele. Oltre a quella egiziana, altre culture interverranno. A cominciare da quella della moglie di Mosè, Zippora, che era di cultura madianita. Il padre di Zippora, Jetro (che prima si chiamava Reuel, n.d.r.) gli fornirà il primo modello di organizzazione dello Stato. Poiché Mosè da solo tentava di mettere ordine tra la sua gente raccogliticcia, Jetro gli dice: “Perché siedi tu solo, mentre il popolo sta presso di te dalla mattina alla sera? … Ti voglio dare un consiglio, e Dio sia con te! Tu stà davanti a Dio in nome del popolo, e presenta le questioni a Dio. A loro spiegherai i decreti e le leggi … Invece sceglierai tra tutto il popolo uomini integri che temono Dio, uomini retti …, e li costituirai sopra di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine: Essi dovranno giudicare il popolo in ogni circostanza; quando vi sarà una questione importante, la sottoporranno a te …” (18,14 e 19,22). Vi è qui un passaggio fondamentale. Una cultura diversa, sedentaria, definisce uno Stato per un popolo nomade. Nasce una burocrazia piramidale di giudici con un capo che la amministra in nome del popolo. E’ una operazione analoga a quella di Solone in Grecia e di Servio Tullio a Roma: spariscono le tribù a favore di divisioni della popolazione in base al numero. Ma qui nasce un problema che a questo punto tutti si sono posti. Se ne rende conto anche Geova. Non vi sono leggi da amministrare! Ed allora Geova costruisce una sceneggiatura alla Cecil B. De Mille e fornisce le Leggi che mancavano.

        Gli israeliti si erano accampati accanto al monte Sinai quando Mosè venne convocato da Geova in mezzo a una bufera o una eruzione vulcanica (visione laica, n.d.r.). Egli disse a Mosè di riferire queste parole al suo (di Geova, n.d.r.) popolo: “Se custodirete la mia alleanza, sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa!” (19,5). E qui uno potrebbe anche preoccuparsi. Da una terra promessa si passa a tutta la terra! Dalla promessa di una conquista si passa ad una nazione santa! Qui abbiamo effettuato una svolta storica rispetto ad Abramo. Dette le cose ora scritte al popolo, questo in coro disse: “Quanto Geova ha detto, noi lo faremo!” (19,8). Ecco uno dei primi pronunciamenti popolari in favore di Geova. Da qui nasce il geovismo come religione esclusiva del popolo ebraico, di quella masnada raccogliticcia. Geova annuncia successivamente a Mosè: “Ecco io sto per venire verso di te in una densa nube, perché il popolo senta quando io parlerò con te, e credano sempre anche a te” (19, 9). Ed a questo seguono minacce di morte ripetute più volte per chi toccherà il monte. Mosè aggiunge per buon peso, tre giorni di astinenza sessuale per il popolo. Ed ecco l’evento così preparato.

        “Appunto al terzo giorno, sul far del mattino, ci furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte ed un suono fortissimo di tromba … Tutto il popolo fu scosso dal terrore. Il monte Sinai era tutto fumante” (19,16 e 17). Geova aveva Mosè di fronte. Gli ordina, incomprensibilmente (a meno che non gli servisse un interprete, n.d.r.), di scendere dal monte e di tornare su con Aronne. A questo punto Geova “pronunciò queste parole…” (20,1) e qui vi è il decalogo che viene ripetuto in due versioni. In una è lo stesso Geova che scrive con il suo dito le tavole. Nell’altra Geova detta a Mosè le leggi, raccomandandogli di scrivere con calligrafia chiara. Il fatto straordinario è che in tale decalogo non vi è traccia della circoncisione, dell’unico comandamento di Geova ad Abramo. In fondo non interessava troppo questo aspetto a Mosè, proprio perché non era un ebreo. Comunque Mosè comunicò le leggi al popolo ed il popolo le accettò. Ricomincia qui il racconto appena terminato dell’apparizione di Geova a Mosè (succede spesso, n.d.r.) e si aggiunge la minuziosa descrizione del tempio e delle vestimenta dei sacerdoti (cosa saranno forse lo sapeva solo il compilatore del VII secolo a.C. oppure il riferimento era ad altre religioni, n.d.r.). Arriviamo alla fine di questa seconda narrazione, al ritorno di Mosè dalla montagna per leggere al popolo di Geova le sue (di Geova?) volontà. Ma qui vi è la sorpresa. Il popolo di Geova si diverte con un vitello d’oro (il Bue Api?) con tutte le perfide conseguenze per il popolo di Israele (e non solo). Qui Geova sapeva di antemano cosa avrebbe trovato Mosè appena disceso dal monte. E Geova vuole distruggere quel popolo. Ma Mosè intercede e Geova perdona. C’era da sperare che il perdono chiesto da Mosè a Geova fosse anche di Mosè. Invece questi imbufalisce al vedere vitello e danze e se la prese con le tavole della legge sbattendole per terra e spezzandole! Un vero sacrilegio, soprattutto nel caso che queste tavole fossero state scritte dalla stesa mano di Geova (prima versione della trasmissione delle leggi).

       Mosè spezzò anche il vitello d’oro e lo bruciò,  fatto che mostra quindi  l’essere il vitello di legno dorato. Ma l’ira prosegue contro “questo popolo che non aveva più freno perché non aveva più freno” (32,25) (caspita, una logica stringente!, n.d.r.). Mosè disse che chi era con Geova doveva mettersi dalla sua parte, facendo quindi un vero appello alla guerra civile. Tutti i leviti gli si raccolsero intorno e Mosè disse loro: “Dice Geova, dio d’Israele: ‘Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: ognuno uccida il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente’ ” (35,25-27). Qui Mosè mente perché poco prima Geova gli aveva detto che perdonava il suo popolo. Oppure ha mentito il profeta. Sta di fatto che i leviti “agirono secondo il comando di Mosè, e in quel giorno perirono circa tremila (un’altra versione parla di ventimila) uomini del popolo” (32,28). Il tutto ha l’apparenza di un colpo di Stato da parte di Mosè e della sua tribù (i leviti genitori e balia) contro altre tribù.

        Mosè si compiace con gli assassini e li promuove. Geova li benedice perché hanno ammazzato amici e parenti. Qui Geova, ripeto, era stato buono ma si intravede l’uso della religione come instrumentum regni. La cosa prosegue con Mosè che va a raccontare a Geova quello che Geova gli aveva raccontato ed era accaduto. Geova si adirò per quanto sente (qui non resta che stupire) e “percosse il popolo perché aveva fatto il vitello fatto da Aronne” (32,35). Ed a questo punto, sembrerà incredibile, ma ricomincia tutta la storia di Mosè che va sul Sinai,…eccetera, fino all’arrabbiatura e alla strage e….

        Con quest’altra storia edificante si chiude l’Esodo.

        Mosè è ora il capo del popolo di Israele. Seguiremo altre sue vicende su altri libri del Pentateuco. Intanto occorre dire che già dagli episodi del Sinai intravediamo i leviti come suoi sacerdoti-gendarmi. La Bibbia in molte parti ci dice che i leviti erano “mansueti” come il loro capostipite, Levi. Ma se andiamo a ricordare ci ritroviamo con il massacro che Levi, insieme a suo fratello Simeone, realizza a Sichem. Massacro per il quale sarà maledetto dal padre Giacobbe, per poi essere premiato con il sacerdozio e con il fatto che tutti gli altri fratelli dovevano dargli una decima. L’altro è il massacro di coloro che non facevano parte della tribù levita e che insieme ad Aronne avevano festeggiato con il vitello dorato.

        Osserviamo intanto che, con Mosè, cambia la struttura del potere tra gli ebrei. Prima il capotribù era tutto, anche sacerdote. Ora il sacerdote inizia a costituire una casta separata dagli altri. Una casta cui dallo stesso Mosè viene assegnato il potere di controllo, anche militare, sul popolo. In punto di morte Mosè benedirà i leviti per lo stesso motivo per cui Giacobbe li aveva maledetti: la violenza assassina che non guardava in faccia a nessuno. Dice Mosè: “Dà a Levi i tuoi Tummin, ed i tuoi Urim all’uomo a te fedele [questa espressione sta per: dai agli uomini che ti dico gli strumenti per conoscere la volontà di Dio], a lui che dice del padre e della madre: io non li ho visti ; che non riconosce i suoi fratelli ed ignora i suoi figli. Essi insegnano i tuoi decreti a Giacobbe e la tua legge ad Israele” (Dt., 33,8-10).

        La vocazione omicida dei leviti si ripropone anche in altri episodi (vivo ancora Mosè, ma morto Aronne). Alcuni di questi episodi rappresentano la ribellione di altre tribù. In qualche modo si ripeteva a Mosè ciò che in Egitto gli aveva detto quello schiavo ebreo: insomma, chi credi di essere per poterci comandare? Altri episodi avevano origini diverse. Il più orrendo è quello di Peor, raccontato in Numeri . Il protagonista è Pineas, figlio di Eleazaro, figlio di Aronne, quindi per diritto ereditario, gran sacerdote. Siccome gli israeliti avevano iniziato ad avere rapporti con le donne dei madianiti, Geova ordinò a Mosè (che aveva sposato una madianita!) di “appendere al palo i colpevoli, davanti a Geova, il sole [reminiscenza del dio sole di Akenaton?,n.d.r]” (Nm.,25,4) al fine si immagina di educarli.. Ma Pineas utilizzò una variante: vedendo un israelita andare con una madianita, “prese in mano una lancia, seguì quell’uomo di Israele nella tenda e li trafisse tutti e due, l’uomo di Israele e la donna, nel basso ventre” (Nm.,25,8), cioè nel sesso. Si torna alle origini, al delitto d’onore o comunque a sfondo sessuale, inaugurato da Levi con i sichemiti. Questo duplice assassinio viene premiato per bocca di Geova in persona: “Io stabilisco con lui un’alleanza di pace, che sarà per lui e la sua stirpe dopo di lui, un’alleanza di un sacerdozio perenne, perché egli ha avuto zelo per il suo Dio e ha fatto il rito espiatorio per gli israeliti” (Nm.,25,12-13). Ma vi è di più, proprio nell’ultima frase della penultima citazione, quella di Mosè: si attribuisce a questi sacerdoti-gendarmi-assassini un compito di grande responsabilità: quello dell’insegnamento della religione.

        Tra vari episodi, ci viene raccontata anche la congiura ordita contro Mosè da parte della sorella Maria (profetessa) e dal fratello Aronne. “Maria e Aronne parlarono contro Mosè a causa della donna etiope [madianita,n.d.r] che aveva sposato … Dissero: ‘Geova ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?’ ” (Nm.,12,1-2). Rispetto a tutto quello che si è detto prima, il discorso dei congiurati non fa una piega, particolarmente la proibizione di sposare donne straniere. Ma Geova si schiera ancora con Mosè in modo coreografico: “Scese in una colonna di nube, si fermò all’ingresso della tenda” rimproverando i due fratelli ed esaltando Mosè. E, quando se ne andò, “la nuvola si ritirò di sopra la tenda, ed ecco, Maria era lebbrosa, bianca come neve” (Nm.,12,5 e 9), salvo farla guarire dopo 7 giorni.

        Chiudo con il seguire le vicende “cronologiche” della Bibbia. Continuerò invece con quattro degli episodi più significativi presi in altri Libri e con delle considerazioni generali.

        Giosuè ed il dio eletto (1° di 4 episodi rilevanti della Bibbia)

        Sul fatto che quella “masnada di raccogliticci” al seguito di Mosè avesse un dio certo vi è da discutere. Intanto fu Mosè il primo a dare una direttiva certa, con il massacro sotto il Sinai di tutti coloro che non erano con Geova. I leviti inaugurarono la casta dei sacerdoti-gendarmi ed il tutto resta così in termini di potere, fino a Giosuè, quando vi è un altro cambiamento strutturale. Passiamo quindi ai libri storici.  per seguire un poco le vicende di Giosuè, braccio destro, erede di Mosè e conquistatore di gran parte della terra promessa, nella quale, nonostante le tante e ripetute promesse, Geova impedì a Mosè di entrare.

        Geova è un dio che ha un’alternanza di adesione. E Giosuè è un’altra tappa che porta all’adesione ma in modo diverso, come vedremo.  Al termine delle sue conquiste, prima di morire (a 110 anni!), Giosuè raduna tutte le  tribù di Israele a Sichem per parlare loro e cercare risposte plebiscitarie. Egli ricorda che: “I vostri padri, come Terach  padre di Abramo e padre di Nacor, abitarono dai tempi antichi oltre il fiume [alta mesopotamia], e servirono altri dei” (Gs. 24,2) e ricorda la storia della conquista attribuendone merito a Geova concludendo: “Temete dunque Geova, e servitelo con integrità e fedeltà; eliminate gli dei che i vostri padri servirono oltre il fiume [a Carran] e in Egitto, servite Geova. Se vi dispiace di servire Geova, scegliete oggi chi volete servire: se gli dei che i vostri padri servirono oltre il fiume, oppure gli dei degli Amorrei, nel paese dei quali abitate” (24,14 e 15).

        In questo brano si dicono varie cose. A Carran, Abramo aveva altri dei e non conosceva Geova. In Egitto gli ebrei che seguirono Mosè avevano altri dei, come il Bue Api che tentarono di ricostruire (il vitello dorato).

        Nell’esodo gli ebrei sembrano proprio non avere ancora un loro dio. A questo punto Giosuè offre una scelta, addirittura tra tra tre gruppi di divinità, quelle mesopotamiche, quelle egizie e quelle palestinesi (amorree) ma con l’avvertenza (da non trascurare, per le possibili conseguenze!) che egli e la sua casa hanno scelto di “servire Geova”. Di fronte a questa cosa gli ebrei avevano già una risposta, o no? “Lungi da noi l’abbandonare Geova per servire altri dei … Anche noi vogliamo servire Geova, perché egli è il nostro dio” (Gs., 24,16-18). Ma Giosuè insiste con un discorso in cui sembra negare ciò che vuole: “Voi non potrete servire Geova, perché è un Dio santo, un Dio geloso … Se abbandonerete Geova e servirete dei stranieri, egli vi si volterà contro …” (24,19-20) ed il popolo, naturalmente: “No! Noi serviremo Geova!” (24,21).

        Abbiamo qui un ottimo quadro di una società politeista con un venditore di un dio rispetto ad un altro. Per di più un tal dio è anche geloso e vendicativo. Definizione di un principio di intolleranza verso altre religioni che vuol dire, verso altre culture ed altri popoli. E Giosuè può concludere: “Voi siete testimoni contro voi stessi che vi siete scelto Geova per servirlo … Eliminate gli dei dello straniero, che sono in mezzo a voi, e rivolgete il cuore verso Geova, dio di Israele” (24,22 e 23). Ecco che il popolo eletto ha in realtà eletto il suo dio: la vera storia del popolo eletto da dio ci si è rivelata come la storia del dio eletto dal popolo! Anche se, naturalmente vi sono altrove  affermazioni opposte (ma la Bibbia dice e dirà sempre tutto ed il contrario di tutto).

        La scelta solenne fatta in presenza di Giosuè, naturalmente non fu definitiva. I tradimenti seguirono. Infatti, “Dopo quella generazione ne sorse un’altra, che non conosceva Geova … e servirono i Baal … e seguirono altri dei di quei popoli che aveva intorno” (Gdc., 2,10,12). C’è a questo punto da osservare che vi è una sorta di lunga marcia dal politeismo al monoteismo con la triste constatazione del fatto che questo non fu certo un avanzamento, ma una chiusura verso gli altri, una sorta di razzismo.

        Su Giosuè vi ancora altro da dire. Con il racconto delle sue imprese troviamo nei libri storici l’inizio di quella categoria storica che è l’idea dello sterminio di chi non è con lui, dalla propria parte. Israele mostra dalla Bibbia di non conoscere altri rapporti con altri popoli che non siano di sterminio. E lo sterminio va oltre la strage in campo di battaglia (opera indegna di ogni esercito); esso investe tutta la popolazione, talvolta risparmiandone bambini e donne per farne schiavi e concubine (ma talvolta sacrificando anche loro , come contro i madianiti). Questo sterminio è presenza ossessiva in tutto il libro di Giosuè: “Così Giosuè batté tutto il paese … Non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni essere chje respira, come aveva comandato Geova, dio d’Israele”  (Gs., 10,40). Ebbene questo è un ritornello che si ripete SEMPRE nel libro di Giosuè. E la Bibbia si compiace talmente dello sterminio da inventare perfino il noto episodio del sole e della luna fermati da Giosuè per prolungare il giorno, in modo da completare il massacro; e da spiegarci come gli ebrei si trattenessero sei mesi nel paese dei madianiti, per non lasciarvi superstiti. E non mancano frasi lapidarie del tipo: “Poi il paese non ebbe più guerra”; “Nessuno mosse più lingua contro gli israeliti”.

        Viene subito in mente l’Iliade che tra ogni crudeltà prevede l’infinita tenerezza tra Ettore ed Andromaca ed il loro figlioletto Astianatte; c’è il tragico pianto di Achille per la morte dell’amato Patroclo; c’è la pietà dello stesso Achille di fronte al padre del nemico ucciso … E così per ogni altra tragedia guerresca dell’antichità. A lato di vergogne vi è sempre la speranza che nasce dalla pietà, dal tentare di avvicinarsi alle ragioni del “nemico”. Qui no! Qui non vi è mai ombra di pietà. Lo sterminio deve sempre essere compiuto fino in fondo. E neanche a prendersela con il popolo ebraico. E’ Geova che vuole così! Questo, cioè quello descritto dalla Bibbia, è il suo mondo di promesse.

Gli altri episodi.

        Gli episodi successivi, di interesse per la nostra ricostruzione del filo storico della Bibbia, riguardano Salomone, Giosia ed Esdra. 

        Dopo Giosuè, il periodo dei giudici, quello dell’effettiva conquista, vede l’alternarsi del geovismo con culti assorbiti da popolazioni locali. Con l’avvento della monarchia, le cose non andranno diversamente. Saul, il fondatore della monarchia, per iniziativa del giudice-sacerdote Samuele, cade in disgrazia per “non aver fatto ciò che è giusto agli occhi di Geova”, cioè per non aver sterminato tutti i filistei. Con gli eredi di Saul, Davide e suo figlio Salomone, si ha il periodo d’oro della monarchia nel nome di Geova ma con molti cedimenti ad altri culti: “Giuda e Israele erano numerosi come la sabbia del mare e mangiavano e bevevano allegramente” (1 Re, 4,20). Davide fu il fondatore della monarchia teocratica e colui che trasportò l’arca dell’alleanza a Gerusalemme. Inoltre egli fabbricò un altare, su una delle alture della prima sconosciuta Gerusalemme, sul quale sacrificare a Geova. Qui, nella Bibbia seguono racconti, come sempre non concordanti nel vari Libri. La loro caratteristica comune è che sono costruiti, come nel costume di molte tradizioni antiche, in una epoca in cui i fatti sono già accaduti ma con la pretesa sensazione che i fatti siano profetizzati da un’epoca precedente. Quindi il famoso tempio di Salomone sembra essere profetizzato già sotto Davide  ed in modo da tentare paralleli con Mosè e la sua costruzione dell’Arca dell’alleanza, dati i progetti che vengono forniti dallo stesso Geova.

        Ma prima di andare oltre su questo tempio che segnerà, nella Bibbia, una svolta politica e culturale è, come già detto, fondamentale riferirsi allo studio ponderoso di due archeologi ebrei contemporanei, Israel Finkelstein (Nadler Institute of Archeology all’Università di Tel Aviv) e  Neil Asher Silberman (Centre for Public Archeology and Heritage Presentation, Belgio), recentemente pubblicato in Italia e dal titolo: Le Tracce di Mosè, Carocci, 2002. Dicono i nostri autori: “Una lettura ravvicinata della descrizione biblica dell’epoca di Salomone suggerisce in modo evidente che si tratta della raffigurazione di un passato idealizzato, una gloriosa età dell’oro. … Oltretutto non esiste neanche un singolo testo egiziano fra quelli noti che nomini David o Salomone per la loro ricchezza e la loro potenza. E le testimonianze archeologiche dei famosi progetti architettonici di Salomone a Gerusalemme sono inesistenti. Gli scavi effettuati nel diciannovesimo ed all’inizio del ventesimo secolo intorno alla collina del Tempio a Gerusalemme non sono riusciti ad identificare nemmeno una traccia del leggendario edificio o del complesso palazzo di Salomone” (pag. 143). Questa testimonianza scientifica da parte di studiosi ebrei dovrebbe sgombrare il campo da mitologie e superstizioni. Si tenga presente quanto detto nella interpretazione di ciò che segue.

        La costruzione del tempio, da parte di Salomone, rappresenta, come accennato, un momento di accentramento del potere politico e religioso nella terra di Giuda, la più meridionale di tutte le tribù e la più lontana dai contatti esterni, soprattutto con le popolazioni del nord. Questa commistione di potere politico e religioso viene fuori clamorosamente (ed in modo blasfemo) in una frase della Bibbia: “Salomone decise di costruire un tempio al nome di Geova ed una reggia per sé” (2 Gr., 1,18) nella quale frase vi è la perfetta parità dei poteri e non una discendenza di uno dall’altro. Questa è l’eredità che noi abbiamo nella Chiesa di Roma: per secoli sulle chiese hanno figurato nomi di Papi e/o di santi, dimenticando l’origine dei luoghi di culto. 

        Il tempio in quanto tale mostra che si abbandona la tradizione cananea e fenicia e quella israelitica dei tabernacoli e le tende. Ora intervengono ingegneri, artigiani, artisti,…. si passa ad una religione con caratteri piuttosto sincretisti (ogni popolo ha il suo dio e rispetta quello degli altri) per l’apporto delle culture fenicie e libanesi, culture di coloro che dovranno costruire. Il re fenicio Chiram aiuta Salomone nell’opera dedicata a Geova, mentre Salomone continuerà ad adorare i Baal ed Astarti fenici (il profeta ci dice che questa cosa era dovuta  all’influenza delle 700  mogli e 300 concubine di Salomone – sic! -). Inoltre il tempio è una flagrante violazione di tutte le leggi mosaiche. E’ violata la prescrizione di non scolpire immagini di alcun essere vivente, infatti, come solo esempio, il bacino dell’acqua lustrale poggia su ben dodici buoi di bronzo inoltre “c’erano leoni, buoi e cherubini; le stesse figure erano sulle traverse … sulle pareti scolpì cherubini, leoni, ecc…” (1 Re., 7,25-27). Insomma Salomone gareggia con i popoli vicini, inizialmente indicati da sterminare. E nel discorso di inaugurazione del tempio Salomone afferma varie cose che mostrano che quanto dice è quanto già sapeva il cronista, al momento della redazione. Infatti Salomone afferma che il tempio è inadatto per un dio dei cieli (il fatto è straordinario per chi ha terminato una impresa come quella) e, nel fare ciò mostra che dovevano esservi delle opposizioni al suo operato. Egli parla poi di suo popolo che sarà sconfitto perché ha peccato contro Geova, di deportazione del suo popolo verso altre terre, di preghiere che da lontano rivolgeranno a Geova “rivolti verso il paese che tu hai dato ai loro padri, verso la città che ti sei scelta e verso il tempio che io ho costruito al tuo nome” (1 Re., 8,47-48) mostrando che dalla Bibbia deriva il modo di pregare dei musulmani. In questo discorso vi è anche un elemento di tolleranza fondamentale (a parte il solito ridiscutere dell’appropriatezza di tal dimora per Geova), purtroppo smentito rapidissimamente nel futuro. Dice Salomone: “Anche lo straniero, che non appartiene ad Israele tuo popolo, se viene da un paese lontano, a causa del tuo nome …, se egli viene a pregare in questo tempio, tu ascoltalo dal cielo, luogo della tua dimora” (1 Re., 8,41-43).  

        La visione salomonica del mondo diviso a metà tra geovismo e sincretismo non durò. A Salomone successe lo scisma religioso e la secessione politica. Il regno unitario era durato un centinaio d’anni (1030-931 a.C.). Nacque, ad opera del generale di Salomone, Geroboamo, un regno di Israele del Nord (10 tribù!) dove prevalse il sincretismo e dove i leviti erano appartati dal potere e dove erano tollerati culti idolatrici, tra cui quello del vitello. Dall’altra parte rimase solo la piccola tribù di Giuda sotto il comando di Roboamo. I leviti, sacerdoti prima sparsi per tutto il territorio, si concentrarono in Giuda, appena privati del sacerdozio. Questa fuga dal nord al sud di sacerdoti geovisti si ripeterà due secoli dopo, al momento della caduta del regno d’Israele sotto i colpi dell’impero assiro di Sargon II (721 a.C.). Questa grande migrazione di leviti in giudea, dove già erano in maggioranza, fa nascere il sentimento dell’unità nazionale che doveva compiersi alla luce di una nuova alleanza con Geova (seconda legge che Geova aveva consegnato a Mosè). Dei re che si susseguono, la Bibbia ne salva solo due (il regno di Israele aveva peccato per aver fatto ciò che non è giusto agli occhi di Geova): Ezechia (716-687) che regnò dopo la caduta di Israele e Giosia (640-609). Ezechia sembra restaurare la prescrizione di rappresentare essere viventi e, seguace di Mosè e Geova, fa distruggere il serpente di bronzo che usava Mosè sopra al suo bastone (ma non si occupa delle altre immagini nel tempio). Ezechia comunque iniziò un restauro del tempio, restauro che proseguì per molto tempo. Giosia continuò tale restauro e, durante tali operazioni, il gran sacerdote Chelkia ritrovò il libro della legge, quel codice, attribuito a Mosè e poi inserito nel Deuteronomio. Con tale libro si fece opera di indottrinamento, alla quale Giosia fece seguire atti concreti. Riferendosi agli oggetti di altri culti (ed anche al culto di Geova professato fuori dal tempio), Giosia userà questi verbi: “bruciare, demolire, profanare, far scomparire, frantumare, fare a pezzi, tagliare, immolare, riempire con ossa umane o bruciarvele sopra” (23,4-14). Inoltre “immolò sugli altari tutti i sacerdoti delle alture locali e vi bruciò sopra ossa umane” (23,20), indi “fece scomparire anche i negromanti, gli indovini, i penati, gli idoli e tutti gli abomini che erano nel paese di Giuda e in Gerusalemme, per mettere in pratica le parole della legge, scritte nel libro trovato dal sacerdote Chelkia nel tempio” (23,24).

        Il cronista è entusiasta: “Prima di lui non era esistito un re che come lui si fosse convertito a Geova con tutto il cuore e tutta l’anima e con tutta la forza, secondo tutta la legge di Geova; dopo di lui non ne sorse un altro simile” (23,25). Geova non ricambiò tante attenzioni e Giosia fu ucciso al primo incontro con il faraone Nekao che passava di lì per andare in Assiria. Questo entusiasmo del cronista e la liquidazione dei posteri, nasce dal fatto che, sotto Giosia vi fu la compilazione del corpo centrale della Bibbia. Si trattava di esaltare in qualche modo, colui che pagava per questa operazione (in tal senso i “giornalisti”, non hanno cambiato molto il loro comportamento).

        La deportazione del popolo di Israele del 721 a.C. era stata e rimase senza ritorno: nel paese, accanto a pochi ebrei poveri (agricoltori ed artigiani in gran parte) lasciativi dai deportatori assiri, furono introdotti coloni dai paesi vicini, con il risultato di una popolazione mista, quella dei samaritani aperta a varie religioni. Tra queste anche il geovismo perché, secondo la Bibbia, gli assiri avevano commesso l’errore dal quale Geova aveva messo in guardia gli ebrei al momento della conquista, cioè di spopolare troppo il paese, ridando spazio pericolosamente a belve feroci. Furono quindi proprio i nuovi abitanti a invocare l’invio di preti leviti, esperti del luogo. 

        La deportazione di Giuda ebbe invece un suo piccolo ritorno dopo mezzo secolo, anche se il grosso degli israeliti e giudei restò in Babilonia. Principali promotori del ritorno furono il profeta Ezechiele, Esdra, “sacerdote e scriba della legge del Dio del cielo” (Esd.,7,12) e Neemia, “coppiere del re” (Neh.,1,11). Nei libri dedicati a questi personaggi si descrive la ricostruzione  del tempio e delle mura di Gerusalemme (mentre la reggia di Salomone non sarà ricostruita). Il vero artefice del ritorno fu il nuovo signore di Babilonia, Ciro (585-530 a.C.) già re di Persia, della dinastia degli Achemenidi, che si rifaceva alla religione del dio Ahura-Mazda, disposta ad identificare  il suo dio con il dio unico degli ebrei e a tollerare tutti i culti. A seguito di un editto di Ciro, 42.370 persone e 6.337 tra schiavi e schiave tornano a Gerusalemme con la naturale opposizione di chi ormai da anni abitava quelle terre (samaritani ed arabi). La ricostruzione procede ma diventa necessaria la vigilanza armata. I samaritani chiedono di partecipare a tale impresa ma non vengono accettati. Allora si rivolgono al successore di Ciro, Artaserse, per avvertirlo di questa popolazione, da sempre ribelle, che presto o tardi provocherà sedizioni. Dopo una breve sospensione dei lavori, il re Dario, reintegrerà le disposizioni di Ciro con un suo editto. A questo punto si aggiunge uno strano documento che dovrebbe essere del successore di Dario, Artaserse II (404-358), indirizzato ad Esdra per invitarlo “a fare inchiesta in Giudea ed a Gerusalemme intorno alla osservanza della legge del tuo dio” (7,14), ed in più gli viene ingiunto: “Quanto a te, Esdra, con la sapienza del tuo dio, che ti è stata data, istruisci quelli che non la conoscono” (7,25). 

        Si tratta di una novità rispetto all’editto tollerante di Ciro. Ora si tratta di intervenire sulle coscienze, a cui si fa seguire una precisa sanzione: “A riguardo di chiunque non osserverà la legge del tuo dio e la legge del re, sia fatta prontamente giustizia o con la morte o con il bando o con ammenda in denaro o con il carcere” (7,26).

        Così, alla ricostruzione materiale del tempio segue quella ideale del geovismo. Quella provincia  dell’impero persiano può di nuovo instaurare l’intolleranza, questa volta con un ordine di un re straniero. Ma vi è un qualcosa di più triste della pena di morte invocata da Artaserse, la più spietata ferocia degli ebrei contro se stessi. Con Esdra nasce il giudaismo che sarà implacabile con ogni deviazione dalla legge che non voleva inquinamenti di razza (a questo punto, la cosa pare straordinaria). Ai capi che vengono a segnalargli che né il popolo, né gli stessi leviti e sacerdoti si sono separati dalle popolazioni locali, anzi, “hanno preso in moglie le loro figlie per sé e per i loro figli; e così hanno profanato la stirpe santa” (9,1-2). Esdra risponde prima lacerandosi le vesti e strappandosi la barba ed i capelli per la disperazione, e poi tenendo un discorso al popolo per ammonire che “il paese di cui voi andate a prendere possesso è un paese immondo per l’immondezza dei popoli indigeni”  e “per questo non dovete dare le vostre figlie ai loro figli, né prendere le loro figlie per i vostri figli” (9,11 e 12).

        E’ l’antico precetto mille volte violato, ma che da questo momento sarà messo definitivamente ed intransigentemente in pratica. L’assemblea del popolo di Geova, rimanderà alle loro terre le mogli ed i figli nati da essi (come definire ciò?). Viene sancito la distruzione dei beni e l’espulsione dalla comunità per chi non esegue entro tre giorni la decisione. Inizia così la violenta separazione che dà il via al giudaismo. Resta da mettere d’accordo ciò con quanto aveva sostenuto Salomone, a proposito dell’accettazione dello straniero ma, tant’è, queste continue contraddizioni ora giungono al termine. Il giudaismo presenta, rispetto a persecuzioni e violenze comuni a tutte le altre comunità religiose, la triste novità del ripudio delle mogli e dei figli considerati stranieri. Si tratta di una pia violenza esercitata in nome di dio.

        Questa ricostruzione termina qui.

        Offro ora una periodizzazione ed una sintesi molto breve delle vicende storiche di Israele, dopo le migrazioni dei patriarchi tra Mesopotamia ed Egitto durante alcuni secoli del II millennio a.C., narrate nella Genesi, dopo le vicende dell’esodo dall’Egitto sotto Mosè, e la promulgazione a opera sua della prima legge, narrate appunto in Esodo, relative al sec. XIII.

   1) 1225-1030 a.C.: Conquista della terra promessa, contemporanea allo stabilirsi dell’egemonia assira in Mesopotamia. Fu opera non di Mosè né di Giosuè e della sua generazione (1225-1200 a.C.), come narra il suo libro, ma dei capi, politici e religiosi, detti giudici, in generale geovisti, che gli succedettero nel corso di circa due secoli. Né fu azione rapida e comune di tutte le dodici tribù fraternamente unite, bensì una serie di iniziative sparse e contrastate delle singole tribù. Alla conquista si accompagna un’epoca di imbarbarimento, un vero e proprio “medioevo”, confermato dalle scoperte archeologiche. Avvenimento chiave del geovismo: l’assemblea di Sichem convocata da Giosuè, che vede l’adesione delle tribù del nord, che forse non erano discese in Egitto, e l’assenza di Giuda dislocato invece al sud.

  2) 1030-931 a.C.: Passaggio alla monarchia unitaria per tutti i territori conquistati dalle dodici tribù (ne abbiamo una versione monarchica e una antimonarchica). L’iniziativa è del sacerdote e giudice Samuele, che incorona re Saul; coi suoi successori Davide e Salomone, la conquista viene consolidata e ampliata e si instaura una monarchia teocratica. Al geovismo apertamente proclamato e accentrato in Gerusalemme si accompagna tuttavia un certo sincretismo, con l’apertura ai culti di divinità dei popoli vicini. Avvenimento chiave: la costruzione del tempio in Gerusalemme, che tuttavia non esclude ancora le sedi locali di culto sulle “alture”, e l’assemblea nazionale convocata da Salomone per l’occasione.

  3) Dal 931 a.C.: Secessione e scisma religioso tra i due regni, sulla base delle divisioni culturali e amministrative emerse già sotto Salomone. Al nord, dieci delle dodici tribù costituiscono il regno di Israele (Samaria), destinato a durare due secoli. Vi prevalgono culti stranieri (Baal) con repressioni sanguinose del geovismo, come “quando Gezabele [moglie fenicia del re Achaz] uccideva i profeti di Geova (2 Re, 18, 4). A sud, resta il regno di Giuda, più spesso geovista ma nemmeno esso sottratto alle tentazioni di sincretismo religioso. Tra i due regni, alternative di alleanze e di guerre.

  4) 931-721 a.C.: Regno di Israele, e sua fine a opera degli assiri: deportazione degli israeliti in Babilonia e insediamento di altre popolazioni, accanto ai superstiti, sui loro territori. Ne nasce la popolazione mista dei samaritani, non ignari di Geova, cugini-rivali per secoli dei giudei del sud. Forse proprio dai profughi di Israele in Giuda, convinti che la disfatta fosse dovuta all’abbandono del culto di Geova, vengono riportati in Giuda i testi sacri.

  5) 721-587 a.C.: Sopravvivenza del regno di Giuda, per quasi un secolo e mezzo, continuamente minacciato da assiri ed egizi. Accoglienza dei profughi di Israele e del loro geovismo a opera di Ezechia. Avvenimento chiave: restaurazione del geovismo a opera di Giosia (622 a.C.), subito contrastata, “riscoperta” della legge (Deuteronomio = seconda legge), accentramento del culto nel tempio di Gerusalemme e abolizione sanguinosa del culto sulle alture. Ma nemmeno il geovismo salva dalla distruzione il regno di Giuda e dalla deportazione la sua popolazione.

   6) 587-537 a.C.: Cattività babilonese anche per i giudei, ad opera dei caldei, succeduti agli assiri. È questo il periodo in cui la privazione di una patria reale rinsalda il bisogno di preservare la patria ideale. La lettura e anzi la riscrittura del libro della legge (Torah), sollecitata dal profeta Ezechiele, preserva gli ebrei dal totale assorbimento tra le altre popolazioni dell’impero babilonese (caldeo).

   7) 537-332 a.C.: Ritorno del “resto” degli ebrei in Giuda. Ciro il grande, re dei medo-persiani, abbatte l’impero caldeo e in nome del “dio del cielo” ridà libertà di culto alle popolazioni soggette. Gli ebrei, tornati a Gerusalemme, ricostruiscono il tempio e le mura, sotto la guida di Esdra e Neemia. Avvenimenti chiave: lettura pubblica della Torah (è il momento della “terza legge”) e ripudio di mogli straniere coi loro figli: nascita del giudaismo.

   8) 332-134 a.C.: Età ellenistica. La conquista dell’Oriente da parte dei greco-macedoni di Alessandro Magno segna un nuovo assoggettamento degli ebrei ai regni alessandrini: quello egizio dei Lagidi, fino al 240 a.C., quello antiocheno dei Seleucidi, dal 240 al 142 a.C.: Antioco IV Epifane profana il tempio (175-164 a.C.). All’interno del popolo ebreo si combattono una tendenza sincretista ellenizzante e una geovista nazionalistica.

   9) 175-134 a.C.: Vittoriose rivolte giudaiche dei Maccabei contro gli antiocheni in nome di Geova. Si profila la presenza dei romani (già nel 189 a.C. Cornelio Scipione aveva sconfitto Antioco III, e nel 133 Attalo re di Pergamo aveva lasciato in eredità i suoi regni ai romani); i Maccabei cercano la loro alleanza e creano uno Stato indipendente. “I giudei erano considerati amici alleati, e fratelli da parte dei romani” (I Mac., 14, 40).

   10) 134-64 a.C.: Monarchie miste, relativamente indipendenti: moltiplicarsi delle sette religiose all’interno del geovismo, con le dispute sulla interpretazione della Torah, che daranno poi luogo alla costituzione di quell’altra raccolta di testi che ha nome di Talmud. Nel 64 a.C. Pompeo riduce la Siria e la Palestina a provincia romana: si succedono “etnarchi” e “tetrarchi”, tra cui Erode, sotto il controllo dei romani.

   11) 52 e 70 d.C.: Le due diaspore finali del giudaismo. La prima è quella, “attiva”, del giudaismo cristiano, che col concilio di Gerusalemme (52 d.C.) decide di aprirsi a tutte le genti (i “gentili”); la seconda è quella, “passiva”, del giudaismo geovista, avvenuta ad opera di Tito dopo la distruzione di Gerusalemme (70 d.C.). Nel primo caso si può ripetere con Seneca e sant’Agostino che “i vinti dettero le proprie leggi ai vincitori”; nel secondo che comunque i vinti non furono mai domati, e conservarono la propria identità nazionale e religiosa.

I dieci comandamenti.

       Nei dieci comandamenti, che non ho discusso facendo la sintesi della Genesi e dell’Esodo per non spezzare la cronologia, si riassume tutta l’eticità e la religiosità ebraico-cristiana.

       Come spesso nella Bibbia, il testo compare in due redazioni, in Esodo (20) e in Deuteronomio (5) e questo comporta già la necessità di badare agli sviluppi storici di questa legislazione e di questa moralità. Che in essa siano presenti molti elementi di legislazioni di altri paesi, è cosa ben nota: ci si può rifare, ad esempio, all’antico codice di Hammurabi, del 1750 circa a.C., o alle più recenti leggi assire del sec. XIII a.C. (basta poi recarsi in Egitto a visitare una qualunque tomba e si ritroveranno gli ultimi 7 comandamenti in positivo: io ho rispettato questo, io ho rispettato quello,…) In generale si attribuisce a merito degli ebrei l’aver saputo costringere in brevi sentenze quello che, nelle altre legislazioni è disperso in una casistica interminabile: e certo questo è vero, ma soltanto per la prima redazione. Forse ciò era anche dovuto, se il loro testo originario era davvero così antico, alla necessità di una memorizzazione orale presso un popolo di nomadi che non disponeva di biblioteche, ma portava tutti i suoi beni sul dorso di asini e cammelli e li riponeva in tende. E alle opportunità mnemoniche risale certo anche la formulazione prevalentemente in negativo dei comandamenti (non far questo, non far quello).

       La cosa proibita risulta meglio, e tutto il resto è permesso.

       D’altra parte, le lungaggini casistiche seguono subito anche nella Bibbia, col codice dell’alleanza (Es., 20-23), e poi col codice deuteronomico (Di., 12-26) e la legge di santità (Lv., 17-26), per non parlare del Levitico tutto intero. Sono prescrizioni successive, in gran parte risalenti all’epoca in cui ci sarà un sacerdozio consolidato, con un suo tempio e una sua complessa liturgia.

       Ma, tornando ai dieci comandamenti, per iniziare, di tutto vi si parla, meno che di circoncisione: più che giusto, da parte dell’incirconciso Mosè, e contribuisce a una loro possibile universalizzazione. Il loro numero, e la loro diversa struttura fecero discorrere molto: se alcuni sono enunciati brevissimi, altri svolgono discorsi complessi. Flavio Giuseppe li sintetizzò perfettamente (Ant. lud., III, 91), ma la Chiesa cattolica, presa tra la necessità di conservare il numero perfetto di dieci (la potente tetrakis), e quella ancor più stringente di conformarli alla propria teologia e liturgia, dovette cambiare un pò le cose. Si attestò infine sulla proposta di sant’Agostino, togliendo il secondo comandamento che proibiva le immagini, e risolvendo in due l’ultimo: con scarsa intelligenza e mediocre risultato come vedremo.

       Io qui mi soffermerò sulla redazione biblica originaria, ma tenendo presente anche quella cristiano-cattolica: e questo ci aiuterà a capire come nella storia degli uomini possa accadere che si assumano parole antiche per dire cose nuove.

       Il primo comandamento: «Io sono Geova tuo Dio…: Non avrai altri dèi di fronte a me» (Es., 20, 2 = Dt., 5, 6), è comunemente gabellato come la fondamentale affermazione della unicità di dio e come prova dell’originario monoteismo degli ebrei. Comunemente, dico; ma non per gli addetti alle segrete cose, dato che oggi perfino i teologi sanno ben distinguere tra monoteismo e politeismo, anche se non si curano troppo di dar pubblica voce alle loro distinzioni.

       In realtà quel comandamento prova, al più, l’unicità non di dio, ma del dio di Israele: prova cioè che gli ebrei avevano come loro proprio un solo dio. Intanto questo non esclude che essi riconoscessero, e in molte occasioni venerassero, anche gli dèi di altri popoli: anzi, sia nelle affermazioni di principio sia nella pratica di vita, questo avvenne per secoli. Ma, quel che più conta, proprio quel testo in apparenza monoteista dimostra il sostanziale politeismo di Israele. Non solo vi si parla di Geova (e non del «Signore», come dicono i cristiani), ma questo dio chiamato per nome è un dio in mezzo ad altri dèi, che hanno altri nomi. Se no, che bisogno ci sarebbe di un nome? e che bisogno avrebbero avuto i cristiani di sostituirlo appunto con  «Signore»? Il «non avere altri,dèi», non significa affatto negare la loro esistenza, ma soltanto escluderne il culto; e la parola «Elohim», del primo versetto della Bibbia e in altri suoi passi, indica inequivocabilmente altri dèi, e non Geova. Insomma, per gli ebrei, in questa fase del- la loro storia e in questa tipica manifestazione della loro religiosità, si può parlare semplicemente di politeismo corretto da una esclusiva monolatria o, più semplicemente, di politeismo monolatrico.

       Solo molto lentamente passeranno dalla proibizione del culto di altri dèi alla affermazione della loro inesistenza: ma all’inizio il loro dio è inequivocabilmente un dio tra gli altri, con la sola differenza che è un dio «geloso». Quello stesso comandamento che per gli ebrei era il secondo e che i cristiani hanno cancellato, nel  proibire il culto delle immagini (ma i cattolici dopo molte battaglie continueranno a venerarle), ammonisce: «Io, Geova, sono il tuo dio, un dio geloso» (ivi): e questa faccenda della gelosia (di cosa se non di altri dèi?) torna più volte, sia in Esodo, sia in Deuteronomio, in Giosuè, in Geremia, in Ezechiele ecc. ecc. E’ una dichiarazione di un esclusivismo intollerante e settario, che il popolo ebraico abbandonò a più riprese per lunghi periodi della sua storia, soprattutto durante il fiorire dei suoi due regni di Israele e di Giuda, più o meno profondamente influenzati dalle culture delle popolazioni dominate e confinanti. Non è necessariamente una loro superiore idea della divinità. Dovrà passare del tempo perché da un dio geloso si passi a un dio unico, perché il totem di una tribù di beduini (o qualunque cosa siano stati gli ebrei delle origini) divenga il creatore del cielo e della terra, perché il padre e il «signore» di quei pochi divenga il Padre e il Signore di tutti. Per arrivare a questa concezione, il popolo ebraico dovrà vivere la dura esperienza della sconfitta, che è sconfitta e scomparsa del suo «dio degli eserciti», e poi trovarsi proseguito e insieme smentito dalla sua filiazione cristiana, la quale sola ritrova, bene o male, e     più male che bene, un dio universale. Anche i suoi profeti, Isaia nella seconda metà dell’VIII sec. a.C., Geremia alla fine dello stesso secolo, Ezechiele dopo un altro secolo, parlano sempre del «nostro» dio e degli «altri dèi». Sono più tardive le affermazioni effettivamente monoteiste.

      La concezione diffusa resta quella di un dio (che dal momento della conquista è «dio degli eserciti», 1 Som., 1, 3) in mezzo agli altri. Così sulla bocca di Mosè nel canto della vittoria per il successo dell’esodo, sentiamo dire: «Chi è come te fra gli dèi, Geova?» (Es., 5, 11), così sulla bocca di Salomone, quando parla al popolo consacrando il tempio, sentiamo dire: «Geova, Dio di Israele non c’è un Dio come te, né lassù nei cieli, né quaggiù sulla terra!» (1 Re, 8, 23), non ce n’è «uno come lui» vuol dire che ce sono tanti, diversi e inferiori a lui.

      Lo stesso cristianesimo, del resto, conservò a lungo, anche nelle riflessioni dei suoi massimi pensatori, una strana incertezza sull’esistenza o meno di altri dèi o demoni, e insistendo tanto su Satana (anche con gli ultimi papi) e aggiungendo agli angeli pagano-biblici i suoi santi, ha contribuito non poco a conservare nell’opinione diffusa una concezione politeistica.

     Resta tuttavia che il primo comandamento, letto come è nel testo biblico originario e come viene adattato nelle traduzioni cristiane, ha due significati del tutto diversi: chiaro il primo, equivoco il secondo. A essi se ne sta aggiungendo oggi un terzo, che riconquista una sua chiarezza monoteistica. Leggiamoli tutti e tre.

     «Io sono Geova, tuo Dio» è chiaramente la formula di un politeismo monolatrico, che ha bisogno del nome per distinguere questo dio dagli altri.

    «Io sono il Signore, tuo Dio» è la formula che si impone nel cristianesimo trionfante e separato ormai del tutto dall’ebraismo nel IV sec. d.C., ma, presa com’è tra l’incudine  della tradizione e il martello della nuova concezione, resta a metà, del tutto sgangherata e insignificante. Non spiega niente, è semplicemente una tautologia.

Nel secondo racconto sulla vocazione di Mosè c’è un passo che dice

     «Dio (Elohim) parlò a Mosè e gli disse: “Io sono Geova! Sono apparso ad Abramo, a Isacco e Giacobbe come Dio onnipotente [El Shaddai], ma col mio nome di Geova non mi sono mai manifestato a loro”» (Es., 6, 3). Stando alla lettera della Bibbia, questa è una palese menzogna, cosa disdicevole per il libro di dio. Chi ha letto la Bibbia sa che la rivelazione del nome era già avvenuta. Geova (questa volta lui, e non Elohim) si era già rivolto ad Abramo dicendogli: «Io sono Geova, che ti ha fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese» (Gen., 15, 7); e Abramo gli aveva risposto: «Signore {Adonai) Geova…» (15, 8). E questa era stata, nel racconto biblico, la prima volta che Geova si era manifestato col suo nome. Poi di visioni di Isacco non ci si dice niente, ma quanto a Giacobbe, si dice che lo vide in sogno e che udì il nome: «Ecco, Geova gli stava davanti e disse: “Io sono Geova, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco”» (28,13). Dunque, era già la seconda volta che Geova si presentava col suo nome, in sogni o visioni, tra i quali è difficile stabilire una sicura differenza. E, a parte questo, prima di quella «falsa» dichiarazione a Mosè, ho contato 190 volte nella Bibbia il nome di Geova, sia nella narrazione del compilatore, sia sulla bocca dei personaggi, che mostrano così di conoscerlo.

       Lo nomina per prima Eva (Gen., 4, 1), per ringraziarlo di aver avuto Caino; poi ci si dice che dai tempi dell’altro suo figlio Set «si cominciò ad invocare il nome di Geova» (4,26), ed era già un errore dato che lo aveva già invocato Eva. Poi lo nomina Lamech, padre di Noè (5, 29); poi Noè lo benedice come dio di Sem, di cui «Cam divenga schiavo» (9, 26), davvero nobile occasione per nominare dio; poi l’invocano Sara, Lot, Làbano, Lia, il servo di Abramo, e anche quell’Esaù, figlio di Abramo, che sarà escluso dal popolo di Abramo. Altre volte si dice, usando il discorso indiretto, che costoro e altri «invocarono il nome di Geova», e altre volte il nome è nominato dal redattore tra gli altri personaggi della sua storia.

       In tutti questi casi avvengono strani pasticci: si alternano vari nomi, oltre a Geova, di cui è difficile dire se siano nomi propri o nomi comuni: Elohim (gli dèi), El Shaddai (dio onnipotente o dio della steppa), Adonai (Signore), ai quali si può aggiungere El Elijón, il dio altissimo,il cui sacerdote Melchisedech benedice Abramo, ricevendone in cambio la «decima di tutto» (Gen., 14, 18-20). E’ evidente che si tratta di nomi che corrispondono a varie     tradizioni religiose, mesopotamiche o fenicie o egizie, assimilate dagli ebrei. Quanto a Geova, che appare più nettamente come un nome proprio, si è discusso molto sulla sua forma e sul suo significato. Per la forma, si tratta delle quattro consonanti dell’alfabeto ebraico traslitterabili come YHWH, sostenute poi dalle vocali di Elohim o di Adonai. Per il significato, si è detto che corrisponde a «Io sono colui che sono» o «ciò che sono», cioè l’esistente, ciò che è.  

Una cosa, tuttavia, è certa: che le varie tradizioni confluite nella Bibbia (elohista, geovista, sacerdotale, e poi deuteronomista) coi loro intrecci creano non poche ambiguità. Se davvero Geova si è rivelato per la prima volta col suo nome a Mosè, allora la Bibbia non avrebbe dovuto mai pronunciarlo prima; se Geova è il dio degli ebrei, allora non avrebbe dovuto farlo invocare da Eva, Set, Lamech, Noè, Nimrod, cioè da personaggi che precedono Abramo e la nascita del popolo ebraico. Ed è comunque strano sentir dire: «Geova disse: Io sono el Shaddai», e poi: «Elohim disse: Io sono Geova». Troppi nomi, e troppa confusione di soggetti e predicati! Lo svolgersi cronologico e il mutarsi di un culto e dell’idea stessa di dio viene qui a manifestarsi sotto forma di confusione grammaticale.

    Nel mondo cristiano, c’è solo da sorridere per i nuovi pasticci che si è riusciti, un’altra volta, ad aggiungere.

    Quando il suocero madianita di Mosè, Jetro (o Reuel), udito il miracoloso racconto dell’esodo, commenta (nelle traduzioni cristiane): «Ora io so che il Signore è più grande di tutti gli dèi» (Es., 18, 11); quando Mosè nel suo canto di vittoria per l’esodo dice: «II Signore è prode in guerra. Si chiama Signore» (15, 3); quando all’inizio del Salmo 110, attribuito a Davide, si legge: «Oracolo del Signore al mio Signore», è evidente che ci si sta prendendo in giro: si tratta di frasi totalmente insensate, che vanno invece lette: «Or io so che Geova…», «Si chiama Geova…»; «Oracolo di Geova…» (e qui il secondo «Signore» è Adonai).

       Il fatto è che si vuole dare una lettura monoteista di testi chiaramente politeisti, dove Geova, dio degli ebrei, è contrapposto ad altri dèi. E quanto al fatto che Geova sia il dio degli ebrei, mi sta bene: ma di sicuro lo è soltanto a partire da Mosè, influenzato forse dal faraone Akenaton, perché, rileggendo i passi che riguardano Abramo e gli altri, appare, se non evidente, probabile che il redattore geovista può aver interpolato anche lì il suo nome, cosi come l’ha interpolato anche prima, mettendolo sulla bocca di Eva, che proprio non poteva conoscerlo.

Resta per ora solo da enunciare il secondo comandamento: «Non pronuncerai invano il nome di Geova tuo Dio…» (Es.,20, 7).

      Il terzo comandamento ci porta in apparenza, nel nome di Geova, in ambiente terreno; ma in realtà restiamo nellapura teologia. Non a caso nella redazione deuteronomista è il più prolisso. La sostanza è questa: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo… Perché in sei giorni Geova ha fatto il cielo e la terra e il mare, e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo…» (Es., 20, 8-11)

Questa del sabato è la sola vera presenza diffusa del primo racconto della creazione nel resto della Bibbia e anche nella tradizione cristiana, al livello del senso comune.

       Qui la teologia assume un grande valore umano: il diritto a essere periodicamente liberi dal lavoro, un diritto che può essere pienamente conquistato solo nelle civiltà che dispongano di un surplus di prodotti (o in cui alcuni pochi dispongano di molti schiavi), viene qui affermato come valore di principio. Certo anche i greci avevano la loro scholé, e i latini il loro otium, nonché le loro feste periodiche: e sebbene le feste periodiche fossero per tutti, padroni o servi, e talvolta, come i saturnali, comportassero un momentaneo rovesciamento dei rapporti tra loro, tuttavia la scholé o otium come tempo per gli «svaghi» intellettuali era cosa riservata agli uomini liberi, ignota agli schiavi. Per gli ebrei questo riposo assume un valore generale di edificazione, che i romani non riescono a comprendere. Seneca, citato da sant’Agostino nella Città di dio, diceva che «perdevano circa la settima parte della loro vita senza far niente» (VI, 11); e Tacito ripete: «Dicono che nel settimo giorno abbiano stabilito il riposo (otium} perché quel giorno avrebbe portato la fine delle loro pene [dell’esodo]. Altri invece che sia in onore di Saturno…» (Hist., V, 4), che qui Tacito identifica palesemente con Geova.

       Comunque, l’osservanza di questo riposo del sabato divenne a poco a poco assurdamente ossessiva, e la Bibbia ci dà subito un tragico esempio di come venisse fatto rispettare: «Mentre gli israeliti erano nel deserto, trovarono un uomo che raccoglieva legna nel giorno di sabato… Geova disse a Mosè: “Quell’uomo deve essere messo a morte: tutta la comunità lo lapiderà fuori dall’accampamento”» (Nm., 15,32-36).

       Se questo racconto ha tutta l’aria di un apologo moralistico, intercalato in prescrizioni liturgiche da qualche pio sacerdote redattore del testo che noi possediamo, l’osservanza del sabato si definì sempre più rigorosamente. A un certo momento si giunse a redigere un preciso canone di trentanove lavori proibiti nei vari campi: agricolo (seminare, arare, cuocere), pastorale (filare), di sartoria (cucire due punti, strappare il filo necessario per cucirli), cacciare, scrivere due lettere dell’alfabeto, cancellare dalla tavoletta quanto necessario per scriverle, costruire o demolire più di tanto, accendere o spegnere un fuoco, battere col martello e così via. La casistica era davvero infinita: «Può un sarto portare con sé l’ago di sabato? Può una donna raccogliere un granello di pepe cadutole di bocca il sabato?».

        Certo è che il rispetto del sabato portò non poche sofferenze agli ebrei, che consideravano la sua violazione come un atto sacrilego, in quanto negava il culto del loro dio, e intendevano rispettarlo anche in guerra. Il libro dei Maccabei lamenta che, durante le persecuzioni di Antioco Epifane, «non era possibile osservare il sabato, né celebrare le feste tradizionali, né fare aperta professione di giudaismo» (2 Mac., 6, 6), e aggiunge particolari tremendi: «Altri che si erano raccolti nelle vicine caverne per celebrare il sabato…, vi furono bruciati dentro, perché essi avevano ripugnanza a difendersi per il rispetto a quel giorno santissimo» (6,11).

         Più tardi, anche nelle guerre contro i romani il sabato fu occasione di disastri. Tito Livio, citato da Flavio Giuseppe, racconta dell’espugnazione di Gerusalemme da parte di Pompeo, nel 63 a.C.: «Presa la città nel giorno del digiuno, mentre i romani, entrati a forza, sgozzavano quelli che erano nel tempio, tuttavia costoro continuavano a celebrare il rito divino; né per timore di perdere la vita né per la moltitudine di quelli già uccisi furono volti in fuga, ritenendo meglio sopportare presso gli altari tutto ciò che era necessario soffrire, piuttosto che trascurare un comandamento delle leggi patrie» (Ant. Iud., XIV, 4,3).

        Le stesse cose ci racconta lo stesso Flavio Giuseppe nella sua Guerra giudaica, riferite in particolare alla guerra condotta da Vespasiano e conclusa dal figlio Tito con la definitiva presa e distruzione di Gerusalemme; tra gli altri episodi che tralascio, parlando dell’assalto agli alloggi sacerdotali, ci informa che lì, dal tetto «ogni settimana, secondo il rito, uno dei sacerdoti saliva per preannunciare nel pomeriggio col suono della tromba l’inizio del sabato, e la sera del giorno dopo per annunciarne la fine, dando così al popolo il segnale per la sospensione e la ripresa del lavoro» (Bel. Iud., IV, 582). Dove si trova anche l’indicazione dell’origine del suono delle campane nelle chiese cristiane per chiamare al rito e, con anche maggiore evidenza, l’origine delle preghiere del muezzin islamico dall’alto dei minareti. Si può aggiungere a quella che veniva dal discorso di Salomone per l’inaugurazione del tempio, di pregare rivolti verso la città santa, che anticipa la preghiera musulmana verso la Mecca.

       Queste cose  fanno capire la santità del sabato. Ma perché non raccontare anche, a questo punto, di come gli ebrei seppero ripagare i cristiani per il fatto di averlo sfruttato per vincerli, e poi di averglielo sottratto e scambiato con la domenica, con imprevedibili conseguenze?

       Avvenne nel 408 d.C. Reparti giudaici delle truppe romane attaccarono di sorpresa, di domenica, i visigoti, già accampati nell’Italia settentrionale in una posizione incerta se di ospiti o di invasori dell’impero. Fosse o no intenzionalmente una provocazione o una vendetta degli ebrei contro i cristiani (che tali erano i visigoti), l’attacco ottenne un effetto che certo non dovette dispiacere agli ebrei: né a quei pochi tra loro che erano soldati romani né alla loro maggioranza dispersa nell’impero. I visigoti percepirono l’attacco mosso, di domenica, contro di loro, cristiani, come un’azione di anticristiani (e certo tali erano gli ebrei), e li dovettero identificare semplicisticamente coi «pagani», come già allora si chiamavano gli eredi della cultura ellenistico-romana. Così pensarono di vendicarsi sulla aborrita Roma pagana, e corsero ad assediarla attraversando mezza Italia: e dopo due anni di assedio la presero, la saccheggiarono e massacrarono gran parte della popolazione, risparmiando però i cristiani. Si può dunque dire che coloro che, sia pure indirettamente provocarono la prima caduta di Roma, furono gli ebrei, che così vendicarono la caduta di Gerusalemme. Se si aggiunge questa materiale, concretissima vendetta a quella già compiuta, anch’essa indirettamente a dire il vero, attraverso la cristianizzazione di Roma, che è, volere o no, una giudaizzazione, si potrà misurare quali siano state le forze della religione ebraica, e quali possano essere le forze della religione in generale. Nel bene o nel male.

Storicità dei comandamenti terreni (4°- 10°)

       Ai tre comandamenti concernenti la divinità, cioè la sua esclusività per gli ebrei, il suo nome e la santificazione del sabato (più il divieto di venerare immagini), fanno seguito comandamenti morali sui nostri comportamenti terreni.

    Anche su questi e sulla loro storia ci sarebbero infinite cose da dire, ma mi limiterò al minimo indispensabile.

       Il quarto comandamento, nello scendere dal cielo in terra, comincia opportunamente dal rapporto tra generazioni: «Onora il padre e la madre…» (Es., 20, 12 = Df., 5, 16). Certo, trattandosi di un rapporto bilaterale tra le due generazioni, avrebbe potuto comandare con altrettanta legittimità «Ama i tuoi figli»; ma è evidente che tra queste due possibilità c’è stata una scelta obbligata, condizionata cioè dal carattere patriarcale (in senso lato) della società ebraica di allora. Curiosamente, nella proposizione che completa il comandamento, il protagonista reale, anche se sottinteso, del discorso sono proprio i figli: «… perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà Geova tuo Dio» (ibidem).

       Pare evidente che la vita di ciascuno possa prolungarsi non in quanto egli abbia onorato, da giovane i suoi genitori, ma in quanto sia egli stesso «onorato» da vecchio dai propri figli: che sono dunque il soggetto reale dell’azione comandata. Ma per l’autore del comandamento il soggetto ideale resta comunque il padre; e che si dimentichi di comandargli di amare il figlio non è senza significato. Le letterature antiche ci hanno tramandato varie vicende illustranti il rapporto padre-figlio (Edipo ecc.) Tuttavia, ciò che nella letteratura greca ha dato comunque origine a un problema, si svolge senza problemi nella Bibbia: il figlio ha doveri verso il padre, non il padre verso il figlio. In che cosa poi consistano questi doveri, è presto detto: «onorare» significa concretamente «mantenere», anche se in questo non si esaurisce tutto l’«onore» dovuto al padre.

       Nell’insieme, infatti, la dipendenza dei figli dai padri era  totale, né cessava con l’età: il padre combina i matrimoni dei figli, e al figlio «testardo e ribelle, che non obbedisce alla voce né di suo padre né di sua madre, e, benché l’abbiano castigato, non dà loro retta» (Dt., 21, 18), tocca la lapidazione a opera di tutti gli uomini della sua città; e la sanzione è fortemente sottolineata: «Così estirperai da te il male, e tutto Israele lo saprà e avrà timore» (21, 21). A maggior ragione, «colui che ucciderà suo padre o sua madre sarà messo a morte»(Es.,21,17).

        Ed eccoci così arrivati al quinto comandamento, che dice semplicemente: «Non uccidere» (Es., 20, 13 = Dt., 5, 17). Ma anche qui le cose non sono così semplici. Questo è in sé il comandamento più umano, ma è anche il più bugiardo sulla bocca di Mosè, ed è quello meno rispettato dallo stesso Geova e, perciò, da tutti coloro che hanno spirito religioso. A parte tutti gli altri viventi, destinati da dio a morire uccisi da altri viventi o dall’uomo, è lo stesso Jahvè a punire morte con morte, quando promette che chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte. E Mosè? Ma come? Fresco dell’uccisione e della sepoltura sotto la sabbia dell’egiziano, e dell’esaltazione di Geova, prode in guerra, che con «la sua destra annienta il nemico» egiziano; pronto poi, in occasione del vitello d’oro, a dar ordine ai suoi leviti di uccidere ognuno il proprio fratello, il proprio amico, il proprio parente; a far lapidare un uomo per una bestemmia o per aver raccolto legna il sabato; a esultare, chiamandola «una cosa meravigliosa», per la morte di Gore e di Datan e Abiram con tutte le loro famiglie, e a organizzare l’espiazione, cioè il massacro, per le quattordicimilasettecento persone che avevano protestato per quella morte; e a eseguire poi scrupolosamente tutti gli stermini di altri popoli, comandati secondo lui dal dio Geova…: questo Mosè darebbe poi l’ordine di «non uccidere»?

       L’ipotesi è totalmente assurda, anche se, evidentemente, significa soltanto «non uccidere ebrei innocenti, ma uccidi poi gli ebrei colpevoli di qualche trasgressione e gli impuri stranieri, a piacimento». No: questo comandamento non significa affatto quello che noi pensiamo che possa significare oggi; e non è nemmeno il comandamento cristiano, dal momento che anche i cristiani hanno commesso e benedetto per millenni tutti gli omicidi e i genocidi: ufficialmente a cominciare dall’imperatore Teodosio e dal santo Agostino, che santamente ammoniva di non uccidere alcun uomo «eccetto quelli che dio comanda di uccidere» (De Civ., VIII): dio, o chi immagina di essere il suo interprete.

       Insomma, la pena di morte è sempre presente in questi pii codici, come negli empi codici di tutti gli altri popoli. Non c’è differenza: «Colui che colpisce un uomo causandone la morte, sarà messo a morte» (Es., 21, 12) il taglione lo vuole.

      E passiamo al sesto comandamento, che dice: «Non commettere adulterio» (Es., 20, 14 = Dt., 5, 18), e che, malgrado l’apparenza, non è poi cosi chiaro. Naturalmente, nemmeno questo è un’invenzione di Mosè, trovandosi già nel codice di Hammurabi, vecchio ai suoi tempi di mezzo millennio; ed è soprattutto da interpretare per quello che vale in una società che praticava tranquillamente poligamia e concubinato. Sorvolo sul fatto che in italiano ci veniva comunemente tradotto, e insegnato quando eravamo bambini, con l’indecifrabile «non fornicare», senza che ci venissero date le opportune, o inopportune, spiegazioni, si che noi pensavamo irresistibilmente alle formiche, senza capire quali fossero le loro colpe. Ci si diceva anche, con formulazione più ampia: «Non commettere atti impuri», e questo risultava chiaro anche alla incipiente malizia infantile, riferendosi senza dubbio a pratiche sessuali come la masturbazione o onanismo, sul quale la Bibbia ci ha già erudito con molta confusione, e altre simili. Nella sostanza, questo comandamento allude essenzialmente ai rapporti extramatrimoniali, con donne a loro volta sposate o anche soltanto fidanzate, e con meretrici. A questi si riferisce il Codice deuteronomico: «Quando un uomo verrà colto in fallo con un donna maritata, tutti e due dovranno morire» (Dt., 22, 22); «Quando una fanciulla vergine è fidanzata, e un uomo… pecca con lei, condurrete tutti e due alle porte della città e li lapiderete così che muoiano» (22, 23). Dove l’unica cosa  sicura è che Mosè, non avendo città, non poteva dare quest’ordine, che appartiene dunque a un’età successiva. E comunque, anche questo comandamento, nonostante la parità delle pene per i due sessi, ha tutta l’aria di rivolgersi solo all’uomo, primo responsabile, anche se si continuerà per secoli a parlare della «fragilità» della donna e della condiscendenza dell’uomo. È però interessante che nel Levitino (molto più recente)le proibizioni sessuali cominciano con un riferimento preciso: «Non farete come si fa nel paese d’Egitto dove avete abitato, né come si fa nel paese di Canaan dove io vi conduco, né imiterete i loro costumi…»(Lv., 18, 3); e si continua con una minuziosa casistica di pratiche incestuose tra consanguinei» ripresa anche nelle «Maledizioni» di Mosè in Deuteronomio (27), che né Mosè né gli antichi patriarchi né i successivi re, tutti intenti a praticare anche una rigorosa endogamia, si sono mai sognati di evitare. Ma basta con questo peccato, ossessivo nella Bibbia e più ancora in tutta la tradizione cristiana fino a oggi.

       Il settimo comandamento è anch’esso breve e conciso: «Non rubare» (Es., 20, 15 = Dt, 5, 19).

       Ma la sua apparente perentorietà vale quanto quella del «non uccidere». E’ evidente che per gli aspetti dello sterminio o consacrazione a Geova, che riguardano le cose, il saccheggio in guerra dei beni dello straniero non è un rubare, come non è un uccidere lo sterminio di nemici. E’ invece un rubare l’appropriarsi dei beni consacrati.

       Per il resto non mancano sia nel Codice dell’alleanza in Esodo sia nel Codice deuteronomico alcune specificazioni di questo divieto: «Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse» (Es., 22, 24); «Alla fine di ogni sette anni celebrerete l’anno di remissione:… ogni creditore… lascerà cadere il suo diritto…» (Dt., 15, 1-2). Si tratta dunque di limiti posti all’usura, che il cristianesimo medievale riprenderà universalizzandoli, ma che qui sono significativamente considerati solo come riguardanti i rapporti interni al popolo di Israele.

       L’ottavo comandamento dice: «Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo» (Es., 20, 16 = Dt., 5,20): dal che risulta un’altra volta evidente che la si poteva lecitamente pronunciare contro gli altri, e si spiega così l’iniziale imperturbabilità di Giacobbe allo spergiuro di Simone e Levi contro i sichemiti. Comunque, nell’ambito del prossimo, cioè del popolo d’Israele, anche questo comandamento aveva una sua primaria importanza, trattandosi di una società in cui nei giudizi dei tribunali la testimonianza giurata in nome di dio aveva valore determinante. In realtà, questo comandamento andrebbe associato al secondo, che ammonisce di non nominare il nome di dio invano: questo è infatti il senso del «giurare», impegnarsi solennemente di fronte a dio, invocando il suo nome. Gli antichi, anche i romani, ci credevano tanto che il giuramento valeva anche se estorto a forza.

       Il nono e il decimo comandamento dicono: «Non desiderare la casa del tuo prossimo» (Es., 20, 17) ovvero «Non desiderare la moglie del tuo prossimo» (Dt., 5, 21). E qui debbo anzitutto ricordare che nella Bibbia ebraica questi comandamenti costituiscono insieme il decimo, dovendosi contare anche il secondo sul divieto delle immagini. Comunque, l’un testo e l’altro, opportunamente sostituendo la moglie alla casa e viceversa, più o meno concordi ammoniscono: «…Non desiderare la moglie (la casa) del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bene, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (ibidem). Queste due diverse redazioni, risolte dai cristiani cattolici accettando l’ordine del Deuteronomio, che mette prima la moglie, e separando le due prescrizioni per recuperare il numero complessivo di dieci, testimoniano una certa evoluzione ma non eliminano certo tutte le aporie. Innanzitutto, questo duplice comandamento, sulla moglie e le cose, è già anticipato nel sesto («Non commettere adulterio») e nel settimo («Non rubare»), e non se ne vede proprio la necessità. Poi conserva sempre la limitazione al «prossimo», dal quale restano evidentemente esclusi quelli che tali non sono, cioè gli stranieri. Inoltre ricompare il carattere maschilista di questi comandamenti che, con minore o maggiore evidenza, dichiarano sempre la donna come proprietà dell’uomo. Come il figlio rispetto al padre, così la donna rispetto all’uomo non è mai soggetto di diritti e responsabile delle proprie azioni: anche se in caso d’adulterio uomo e donna vengono ugualmente lapidati; la donna resta una proprietà dell’uomo, associata alla casa, per la quale pare fatta da natura.

       Unica consolazione di questo non edificante precetto nella redazione cristiana è che la «cosa-donna» è nominata a sé non mescolata agli animali come nel racconto dei doni fatti dal faraone ad Abramo, dove, trattandosi però di schiavi, veniva allegramente elencata cosi: «greggi e armenti, schiavi e schiave, asine e cammelli».

       Superfluo dal punto di vista della morale, disturbante dal punto di vista della disposizione e della simmetria dell’insieme, valido solo a ribadire il carattere patriarcale dell’intero testo e il suo riferirsi solo alle cose interne a un dato popolo, questo comandamento conclude anche il mio discorso.

       Come da un insieme cosi limitato e contraddittorio sia potuta derivare una morale valida per millenni, è un problema aperto. Abbiamo in parte capito come il limitato e parziale possa diventare universalmente umano, quando la perdita della forza materiale costringa a riflettere sui valori ideali. Resta tuttavia, e resterà indefinita, la contraddizione persistente tra la predica che qui ascoltiamo, e la pratica che tutti pratichiamo. Tutti: e finora soprattutto i predicatori, che in privato e in pubblico, come individui e come Stati cristiani e anzi «cristianissimi», li hanno sistematicamente violati tutti. E tra i violatori si sono sempre distinti i potenti, i cui peccati sono stati perennemente giustificati e benedetti in nome di Dio.

       La religione non ha mutato in niente i costumi dell’uomo: li ha resi, semmai, più contraddittori con le idealità proclamate, aggiungendovi così la sua ipocrisia: «accumulando duol con duolo», per dirla con Dante. In questo senso è stata davvero, ed è tuttora, il male del mondo.

AGGIUNGO CONSIDERAZIONI 

        Questa sarebbe una storia infinita ed in realtà lo è. Come fare con la logica e la ragione a convincere chi alla fede affida le sue speranze. Tutto sarebbe ancora comprensibile, al secondo ordine, se ci si affidasse ad un dio immateriale a cui rivolgersi con ogni preghiera. Il fatto è che qui si vuole creare un dio che dovrebbe discendere da fatti terreni, un personaggio poco raccomandabile che sarebbe stato meglio non aver mai conosciuto. Un vendicativo assassino. Un geloso ed invidioso. Il peggio dei peggiori degli uomini perché ha la forza di fare del male e la usa.

SAUL – I culti e le leggende antiche ci raccontano di indovini che diventavano capaci di prevedere quando cadevano in trance ballando vorticosamente sotto l’effetto di droghe. E’ il motivo per cui i sogni (e le profezie che ne conseguivano) nella Bibbia hanno grande rilevanza, le droghe in un popolo che viveva in deserti sterminati alleviavano molto la vita. Il racconto di un aneddoto relativo a Saul ci dà buona mostra di quanto ho appena detto.     Saul si dirige verso la città di Gabaa appena uscito dalla sua tenda. Prima di arrivare gli si fanno incontro dei profeti che cantavano e suonavano mentre profetizzavano. Entrato nel gruppo Saul iniziò a profetizzare con loro (il profetizzare aveva il senso di improvvisare rime accompagnati da musica, il cantare insomma. A Roma la cosa si mantiene ancora: gli stornellatori accompagnati da una chitarra sono dei profeti eccellenti).

DAVIDE – Il grande Davide è ricordato solo nella Bibbia. Poveraccio nessuno che ricordi un tale mito ! In un certo periodo il Re si era comportato male avendo disubbidito a Dio. Dio naturalmente lo deve punire e, nella sua magnanimità, gli permette di scegliere la pena: “Vuoi tre anni di carestia nel tuo paese o tre mesi di fuga davanti al nemico che t’insegua oppure tre giorni di peste nel tuo paese ?“. Davide scelse la peste ed il popolo ebraico su ancora decimato “da Dan a Betsabea morirono settantamila persone del popolo. Ma il signore si pentì (che strazio! che incostanza! che volubilità!) di quel male che aveva fatto e disse all’angelo che distruggeva il popolo ‘Basta, ritira ora la tua mano!’ ” (II Sm. 24-13).

SALOMONE – La premessa è che sotto il regno di Salomone “Giuda ed Israele erano diventati numerosi come la sabbia del mare e mangiavano e bevevano allegramente” (I Re. 4). Naturalmente la grandezza di petulanti elemosine in Egitto si misura a suon di piramidi. E Salomone, con le stesse modalità con cui si costruivano le piramidi, si mise a far costruire il Tempio: “Il re Salomone reclutò il lavoro forzato [facendo smettere le gozzoviglie di cui prima, n.d.r.] ed il lavoro forzato era di trentamila uomini. Salomone aveva settantamila operai addetti al trasporto di materiale e ottantamila scalpellini a tagliar pietra sui monti, senza contare gli incaricati dei prefetti che erano tremila trecento preposti da Salomone al comando delle persone addette al lavoro. Il re dette ordine di estrarre grandi massi, tra i migliori perché venissero squadrati per le fondamenta del tempio” (I Re 4/14). Boooooooom!!! Ma vi rendete conto delle bestialità che sono scritte in questo pezzo ? E pensare che i due archeologi di cui ho già detto, proprio alla ricerca di queste fondamenta, non hanno trovato nulla! Ma poi la cosa prosegue con tagli di cedri che richiamano alla mente il legno utilizzato da Felipe II per costruire l’invincibile armata. Con pranzi pantagruelici giornalieri che avrebbero lasciato senza fiato Ramses II: “I viveri di Salomone ogni giorno erano di 140 quintali di fior di farina e 270 quintali di farina comune, dieci buoi grassi, venti da pascolo e cento pecore, senza contare i cervi, le gazzelle, le antilopi ed i volatili da stia.. Salomone possedeva 4000 greppie per i cavalli dei suoi carri e dodicimila cavalli da sella” (I Re 5/6). La Bibbia prosegue magnificando il personaggio che fa regali alla Regina di Saba da lasciarla senza fiato che ha trecento concubine e e settecento principesse come mogli ed una di queste era la figlia di un faraone. Quale ? Ma scherzate ? mai date precise su cose verificabili ! Senza vergogna e senza preoccupazioni per la verificabilità nel futuro che, da bravi profeti, non immaginavano avesse memoria.

IL DIO DELLA BIBBIA – Una specie di Dea Kalì, un mostro tremendo e terrorifico, un disastro in tutto. E’ millantatore e bugiardo (I Sm 9/15) (I Sm 7/16) (Es 32/10). E’ illogico e superficiale (Es 32) (Gn 4/3). E’ spietato e violento (Dt 13) (I Sm 15) (Dt 2/30) (Dt 3/6) (Dt 7/16) (I Sm 2/6). E’ totalmente insicuro ed ha sempre bisogno di prove. E’ vendicativo (Nm 31). Ignora il futuro. E’ ambizioso, vanitoso, amante delle adulazioni e del lusso (Gn 25, 26, 27, 28, 29, 30) (Lv 1/14). E’ un ricattatore. E’ uno schiavista (Lv 27). E’ collerico e criminale (Dt 28/15). E’ incoerente e contraddittorio (Lv 9 e segg.) (Gn 4/15) (Nm 11 e segg.). Consola le donne sterili (Gn 21) (Gn 25/25). E’ disilluso e frustrato 2 Sm 7/5) (Gn 16). Andate a leggere questi brani, vi accorgerete quanto i peggiori incubi di ogni letteratura del terrore sono favolette per bambini piccoli. Un dio così è proprio in svendita. Un dio che va bene per un popolo raccogliticcio, senza tradizioni culturali, perennemente errabondo per il deserto.

RIPORTO DI SEGUITO ALCUNE NOTIZIE EDELEMENTI PER INTRODURRE ALTRI MIEI LIBRI RIGUARDANTI GESU’ E L’OPERATO DELLA CHIESA

ALLA RICERCA DI UN UOMO CHIAMATO GESU’

LA CHIESA DOPO GESU’

LA CHIESA CONTRO GESU’ I

LA CHIESA CONTRO GESU’ II

        I lettori di Fisicamente mi conoscono ormai da moltissimo tempo. Ho portato avanti una critica ferma e continua alla Chiesa ricostruendo molte vicende che hanno visto protagonista la Chiesa dei satrapi e gaudenti. Ho fatto ricerche sulla Bibbia (VT) andando a documentare i crimini di quel Dio assassino. Tutto questo è pubblicato nel sito. Mi sono occupato con ampi dettagli delle varie Inquisizioni. Ho indagato la storia dei Papi andando a ricercare quelle pochissime oneste persone a confronto con una banda di violenti, bugiardi, crapuloni e, come no !, criminali lussuriosi e blasfemi. Stavo affrontando la storia del Cristianesimo per pubblicarla nel sito quando un editore (che non è lo stesso che ha poi pubblicato il libro) mi ha scritto chiedendomi di non seguire pubblicando nel sito perché l’argomento lo interessava. Non pubblicai più sul web ma portai avanti il mio lavoro che comunque mi interessava. Eravamo alla fine del 2010. L’editore che si era proposto di pubblicare prendeva tempo in un modo che io ho ritenuto autolesionista: il mio libro era pronto a fine 2010 e nei primi mesi del 2011 uscivano altri libri, sicuramente di interesse sull’argomento (Ratzinger, Flores D’Arcais, …). Poi ricevetti una mail da questo editore che rimandava tutto a data da destinarsi. Fu allora che chiesi all’amico Montesi se conoscesse qualche editore interessato a questo lavoro. Fu così che conobbi Riccardo, colui che dirige le Edizioni Tempesta. Persona eccellente che mi ha dato fiducia dandomi ogni facilitazione. Mio compito è ricambiare questa fiducia cercando di vendere il maggior numero di copie del libro al fine di ripagare le ingenti spese che sono state sostenute per pubblicarlo. Se il tutto va come spero sarà possibile per me pubblicare altri lavori su argomenti similari. Mi affido quindi a voi lettori per dare una mano a me ed all’editore e, vi assicuro, il libro vale la pena.

***

        Riporto di seguito la Copertina, la Quarta pagina di copertina del libro e l’Indice per capire meglio di cosa tratta il lavoro.

[Di questo libro, agli inizi del 2020 è uscita una seconda edizione (come ho già annunciato) che ho arricchito di 300 pagine di studio dei Vangeli Apocrifi].

Riporto di seguito la Prefazione di Carlo Bernardini:

         La letteratura disponibile sulle origini del cristianesimo e le sue radici giudaiche è veramente stermdiinata: forse ci mancava un’opera rigorosamente laica costruita con innumerevoli mattoni che però formino tutti insieme una figura. E qui la troviamo, anche se per la sua natura di gigantesco “frullato” (mi si passi la parola) di fatti e personaggi che agiscono su un arco già plurisecolare nelle origini, richiede una registrazione di dati che va molto al di là di ciò che è in grado di fare un lettore umano normale. Non parliamo poi di ciò che può fare (più probabilmente non-fare) un lettore credente già trattato con l’educazione religiosa conservata nei freezer della chiesa cattolica. Si capisce, di fronte a questo livello di complessità integralista, che occorrerà dedicarsi, prima o poi, a un livello minimo di divulgazione che dica succintamente e altrettanto verosimilmente che “qualcosa” è accaduto perché “qualcuno” è veramente esistito in un momento in cui un superpotere (l’impero romano) gestiva suoi possedimenti molto turbolenti perché un calderone di popolazioni (ebrei, palestinesi) bolliva a causa di opzioni (monoteismi) conflittuali ma paralleli che sfornavano etiche e libri sacri con valore di leggi inviolabili. Non a caso, un iraniano naturalizzato olandese, Kader Abdolah, ha scritto un mirabile racconto, Il Messaggero, in cui un visionario Maometto detta un libro sacro suggeritogli dall’arcangelo inviato da Allah (che così si allinea come dio di un monoteismo tardivo ma nuovo di zecca) per avere un “Libro” al posto degli idoli di pietra della Mecca e per conquistare il potere assoluto che solo un Corano può dargli diventando legge soprannaturale: Il Messaggero si legge d’un fiato.

         In questo libro di Renzetti, invece, il multiforme terrorismo delle sette giudaiche produce una pirotecnia di imprevisti e di fondamentalismi implacabili che fanno sudare freddo anche chi, come noi a due millenni di distanza, sta tentando di scaricarne gli effetti, micidiali come un’epidemia, inespugnabili come i virus. Potremmo parafrasare Lenin: “L’estremismo, malattia infantile del monoteismo”, rivolgendoci al tempo stesso a una attualissima sinistra democratica senza pace che non si accorge di ripetere la storia nei suoi aspetti peggiori. Accanto a questo, possiamo anche valutare le occasioni mancate, dall’illuminismo al femminismo: l’idea di libertà che non ha impedito agli autoritarismi di succedersi senza tregua; l’idea di parità uomo-donna che è stata avversata da ogni monoteismo come se la sottomissione delle femmine fosse un tratto distintivo della volontà divina. Come non pensare che “il sonno della ragione genera mostri”? E in queste cose la ragione, drogata, ha dormito per secoli cincischiando con il potere temporale senza riconoscere in tempo utile che il potere “spirituale” imbevuto di ignoranza è molto più redditizio e può essere amministrato esattamente come il denaro. Renzetti fa un minuzioso resoconto di fatti e fonti, che lasciano sbalorditi sul livello della credulità umana: gli umani hanno a noia la realtà naturale sicché passano il tempo facendo a chi le sballa più grosse; e la più grossa è senza dubbio dio, nelle sue qualità umanizzate che aiutano la gente a illudersi di “percepirlo”. Le costruzioni superano ogni immaginazione: la trinità, che permette di usare  più di un dio vicario, lo spirito santo che metta in cinta la vergine sottraendola al coito con Giuseppe, il figlio che parli come un uomo riducendo il tasso di apparizioni del “principale” in persona già praticato nel Vecchio Testamento. Per fortuna, il Gesù che nasce in queste storie a più voci è generalmente buono e generoso, tollerante e pacifista e non minaccia di sterminio i nemici come fa il vecchio dio da guerra degli ebrei. Su queste basi nasce una fede, un’etica, una mitologia in cui molti umani si intrufoleranno rivendicando una rispettabilità certificata dall’alto. Finisce il divertimento licenzioso del paganesimo che non pretendeva  il controllo della religiosità individuale ma precorreva le moderne storie seriali televisive (diciamo, tipicamente, Beautiful): il popolo dei credenti deve dare prove di sottomissione e rispondere ad amministratori in abito talare, il clero. Ora che Gesù non c’è più e il clero si è autoinsediato e parla in suo nome, la guida delle anime sembra servire a puntino una pace sociale che la politica non è ancora in grado di garantire in modo incruento (perché la politica è sostanzialmente veterotestamentaria). Insomma, ciò che di buono sembrava esserci in questo Gesù di Gamala, è andato sprecato spostandosi sulla brama di potere del clero, senza produrre un pacifismo unificante e, anzi, disseminando i diritti umani di moniti disumani: la biologia contemporanea è continuamente molestata da precetti illiberali con cui la chiesa imbarazza i fedeli (a volte, basta un elemento esasperatamente “ortodosso” per paralizzare l’ammodernamento dei diritti; e faccio il nome della senatrice Binetti per un esempio contemporaneo da non dimenticare: si può forse attribuire sia pure al Gesù storico ciò che la senatrice propugna?).

         Procedendo nella lettura, in queso libro si trova una descrizione di tutto ciò che costituiva il gossip sulla divinità nelle diverse comunità ebraico-cristiane: i Vangeli Apocrifi; una miniera di problemi in fondo molto umani. Gesù aveva una donna? Cosa faceva con la Maddalena? E Maria era veramente vergine, prima e dopo il parto? E Giuseppe come digeriva tutto ciò? E come educava Gesù? Eccetera: veri rotocalchi ante-litteram; anche polizieschi, quando c’entra Giuda il traditore, che però si fa la sua “memoria a discolpa”… Ma la fantasia si scatena fertilissima quando entrano in ballo i miracoli: Gesù, li fa in proprio o li fa fare al Babbo di Lassù? Mai miracoli di interesse privato, sia chiaro: come può far vivere ciò che è morto o inanimato ben più facilmente potrebbe far morire ciò che è vivo e o infastidisce (anche se tutti possiamo farlo, in linea di principio, e quindi vale poco). I miracoli sono uno dei pochi superpoteri condivisi con gli dei pagani; ne differiscono solo nella scelta – gli dei sono più interessati al piacere che al bene; diciamo che sono più umani. Ma dalla capacità di fare miracoli si distinguevano i veri profeti; Gesù non poteva sottrarsi.

         E poi, oltre agli dei pagani, c’era la concorrenza monoteista. Il Medio Oriente sembrava avere un “deficit di trascendenza” insopprimibile proprio negli anni in cui il pensiero ellenista cercava di diventare una “cultura mondiale” del modo allora accessibile. La divinità più affine da cui sembravano attratti i colti e specie i romani era Mitra. I cristiani dovevano sudare duramente per battere Mitra; in questo, la molteplicità di testimonianze scritte non aiutava certo a venirne a capo, e forse a questo dobbiamo l’occultamento di molti testi d’epoca  e di molte leggende e varianti delle parti più mirabolanti delle divinità venerate. Ma Mitra ha lasciato tracce ovunque e molte pratiche gli sono state letteralmente scippate dal clero cattolico. A questo punto, senza che nessuno se ne accorga in tempo, compare il jolly del cristianesimo: Saulo, poi san Paolo. Un ometto che oggi sarebbe in analisi dando terribili grattacapi ad ogni psicanalista; ma che forse pensava semplicemente che fosse un peccato buttare tutta la “grazia di dio” (è il caso di dire) collezionata da quegli zoticoni degli apostoli e che apriva le porte di un potere con i fiocchi. Con un coup de theatre inscena una visione che lo porta sulla retta via mentre viaggia verso Damasco e prende le redini del governo delle anime. Ancora oggi succedono ogni tanto cose così, non ce ne meravigliamo di certo; anche se la storia “dovrebbe insegnare”. Di lì in poi, la letteratura cristiana accreditata porterà la sua firma, la firma di Paolo che, naturalmente, certifica per delega ciò che è bene e ciò che è male, dalla devozione all’antifemminismo e a una certa dose di razzismo primitivo.

         Il problema storico centrale diventa qui, però, quello di rimettere negli scaffali i testimoni e le loro biografie per identificare in una precisa figura storica il Gesù di cui ancora parla tanta parte dell’umanità. Il Gesù storico sembra difficilmente scindibile dal problema politico del suo tempo: quello della convivenza tra ebrei, romani e minoranze giudaiche autonome. Sembra molto verosimile che Gesù e i suoi discepoli si dibattessero per ottenere alcun diritti civili importanti e che, nel far ciò, dessero fastidio sia agli ebrei che ai romani. Teatro di questi scontri erano i luogi consacrati dalla tradizione o le campagne di cui disponevano alcune tribù. Fatto sta che un bel giorno le autorità decidono di dare una lezione ai “ribelli” che gettavano malcontento tra il popolo; e vanno a catturare il “capo”. Si chiama Gesù o Barabba? Oppure, Gesù Barabba è un’unica persona? Qui leggerete le speculazioni odierne al riguardo.

         Difficile venirne a capo da soli, senza l’aiuto di un buon libro come questo (di cui merita ammirare l’ordine e la completezza); ma ne parliamo ormai oggi quando una struttura efficientissima, la chiesa cattolica, ha compiuto per due millenni un’opera di attivazione capillare del culto di un Gesù divino che, oltre a essere un oppositore di poteri tramontati da un pezzo (il che ormai ha solo interesse storico anche se esemplare di una comistione sempre possibile di politica e misticismo), è un individuo annunciato come Messia da profeti precedenti, che ha predicato un qualche tipo di tolleranza, che ha vinto la morte risorgendo, ha guidato milioni di individui sulla via del conformismo etico in un bosco di comandamenti e sacramenti generalmente accettati, ha assunto una funzione di elemento regolatore di società evolute. L’apparato di note e riferimenti è da capogiro: Roberto Renzetti è un fisico; e nel libro si vede: perché fa parlare (o meglio, fa scrivere) gli autori da cui la storia proviene e si preoccupa di discernere le testimonianze dalle affermazioni interessate. Per questo, oggi non comune, va ringraziato.

Carlo Bernardini

Roma, 14 luglio 2011

________________________________________

Ed ora la mia introduzione e alcune prime considerazioni sul contesto storico:

INTRODUZIONE MIA

        So bene che di questo argomento è stato scritto da studiosi molto più autorevoli di me, nell’ipotesi che io abbia una qualche autorevolezza. Nonostante ciò ho voluto raccogliere alcune delle cose che negli anni ho studiato e creduto di capire per comunicarle a chi vorrà leggerle. Posso garantire che questo lavoro è stato portato avanti con passione ed onestà e dico questo perché non ho fini nascosti e non posso averli perché io non ho una religione da difendere ed a cui iscrivere addetti. Piuttosto sono, questo sì, uno scienziato ed uno storico della fisica, una persona che ha tentato di applicare il metodo storico critico alle vicende che tutti noi che viviamo in un Paese Cristiano sappiamo fin da bambini. Alcuni tra noi non si sono posti alcun problema ed hanno seguito le tradizioni dei padri, altri hanno voluto capire a cosa fossero ancorate tali tradizioni. Ebbene tra questo secondo gruppo mi ritrovo ed ho cominciato a pormi problemi non su questioni di fede ma su questioni socio economico politiche che riguardavano e riguardano i comportamenti della Chiesa cattolica in Italia. Senza spiegare perché ci vorrebbe troppo spazio ma confidando nella conoscenza del mondo che ci circonda da parte del benevolo lettore, l’invadenza nella vita quotidiana, civile e morale, di tutti noi, di questa istituzione è intollerabile. Da dove trae i suoi principi, da dove le leggi che vuole imporci ? Qual è il fondamento teorico alla base di comandamenti riversati sulla nostra testa come lapidi ? Al di là del catechismo che il buon parroco ci ha raccontato tanti anni fa, restava in me il bisogno di comprendere meglio di cosa si trattava, di che tessuto era fatta la camicia che ci costringeva e le costrizioni si possono alla fine anche accettare ma sapendo di cosa si tratta, essendo critici, cercando di capire chi e perché agisce in un dato modo.

        E’ qui che ho intersecato alcune mie conoscenze di metodo per capire. Prima ciò che mi era più vicino, chiedendo a persone da me ritenute sagge e competenti. Ebbi vari incontri con una persona che poi fu mia amica per anni, con un grande cattolico e pittore americano, William Congdon, l’amico Bill. Questa eccellente persona venne a vivere per un periodo di tempo in un eremo vicino al paese nel quale vivevo, l’eremo di Beato Lorenzo a Subiaco. Ero giovane, avevo 20 anni, ma già ero interessato a capire cosa avevo intorno perché, già allora, per me la Chiesa era nemica. In quel Paese chi, come me, aveva scelto un impegno pubblico a sinistra, era emarginato. Con gli amici ci si vedeva la sera perché non si doveva sapere di amicizie con me per via di quel posto di lavoro che passava per la Curia. Bill invece  parlò con me per ore, per molto tempo, in molte passeggiate lunghissime. Mi invitò al Beato Lorenzo, mi fece vedere la sua celletta. Quando seppe della mia avversione, allora solo contro l’istituzione ma già verso i fondamenti teorici di essa (anche se in modo assolutamente confuso), fu lui che mi disse la cosa più bella che uno si possa aspettare da un credente: Dio è tanto grande che noi non potremo mai sapere se gli è più vicino chi lo adora o chi a lui non crede. E aggiunse che avrei sempre dovuto fare ciò che credevo e pensavo. Insomma un personaggio davvero eccellente soprattutto per quell’invito ad agire sempre secondo coscienza. Che è la stessa cosa che da anni consiglio anch’io ai miei amici e conoscenti. Lo seguii poi nella sua attività preso la Pro Civitate Christiana ad Assisi e nei suoi incontri con Pasolini. Poi non lo vidi più.

        Da quegli anni lontani iniziai a leggere in modo disordinato, nel senso che leggevo cosa si scriveva su differenti argomenti senza passare per i testi originali. Poi iniziai con i Vangeli ma mi risultavano slegati da un qualche contesto. Poi aggiunsi gli Atti degli Apostoli ma anche qui non riuscivo ad inserirli in qualcosa che mi appartenesse. Intanto iniziavo a scontrarmi con i teorici rappresentanti di Gesù in terra. Prima con il battesimo forzato della mia prima figlia. Quindi con gli scontri fisici davanti alla chiesa di Sant’Andrea con un prete militante che imponeva volantini contro il divorzio sul sagrato. E poi con una Chiesa sempre più nemica perché sempre, nei secoli dei secoli, legata al potere che è sempre stato avverso a persone normali e non potenti quale io sono. Volevo capire meglio le basi teoriche e, finalmente, ho cominciato con il Vecchio Testamento e mi sono letto tutto ciò che c’era. Con questa fondamentale premessa sono passato al Nuovo Testamento che, ora, mi risultava estremamente chiaro. Nel frattempo, per vicende politiche del tempo, imparai a conoscere Israele e alcune cose del popolo ebraico. Gli inserimenti di tali conoscenze con il Vecchio Testamento a me spiegarono moltissimo delle vicende tragiche che, dal 1967, iniziarono ad interessarmi. Poi le successive lotte per sostenere la Legge 194 (interruzione di gravidanza) e, finalmente, le intollerabili interferenze, sempre sostenute da ogni parte politica come voto di scambio, su Procreazione Assistita e Testamento Biologico. Il Dio del Vecchio Testamento, con la sua violenza criminale ed assassina, poteva anche essere il padrino di tale Chiesa ma la svolta di Gesù, almeno su certi aspetti, non era più conciliabile con gli interventi violenti della Chiesa sulla vita civile di un Paese. Ho approfondito gli studi ed ho visto con estrema chiarezza che questa Chiesa, ogni Chiesa, non c’entra nulla con Gesù perché Gesù non ha fondato alcuna Chiesa. Alcune persone si sono appropriate del marchio Gesù e Maria per costruire una religione come centro di potere e privilegio. Sono stati bravi e ci sono riusciti. Noi, la povera gente, comunque sempre tagliati fuori e sempre a dover subire dal potere civile e religioso.

        Dopo aver scritto dei pessimi esempi del Dio veterotestamentario e della pochissimo edificante storia dei Papi, fino a quest’ultimo, come sbocco naturale vi era il Gesù del Nuovo Testamento. Chi era, al di là degli stereotipi ? Qui, qualunque studioso che si muova senza pregiudizi, si trova di fronte a moltissimi problemi e contraddizioni. I testi sono stati manipolati nei primi secoli in modo da cambiare l’immagine di Gesù e farla somigliare a quella della Chiesa, il processo cioè inverso a quanto uno si aspetterebbe.

        Per parte mia debbo dire che le cose che ho scritto derivano tutte da una bibliografia secondaria. Non ho letto direttamente i testi degli studiosi che per secoli hanno sviscerato i Testi Sacri. Ho letto invece i testi di coloro che hanno attinto direttamente ai lavori degli studiosi suddetti. Di questi studiosi mi sono servito riportando spesso ampi brani dei loro lavori perché ritengo inutili le perifrasi che dovrebbero garantire una falsa paternità. Quindi io non ho inventato e/o scoperto nulla. Servendomi dei testi suddetti e, soprattutto della Bibbia, ho fatto la mia ricostruzione dei fatti, lasciando con interrogativi le parti più dubbie e discusse. Il lungo viaggio, iniziato idealmente moltissimi anni fa e materialmente da almeno un anno, è arrivato a quanto troverete scritto di seguito.

        Perché ho scritto queste cose ? Perché, probabilmente sbagliando, credo ancora che la conoscenza di alcune cose possa muovere delle coscienze. Al fine di togliere all’arroganza della Chiesa quella legittimità che non ha. Almeno come discendenza diretta da quell’Uomo chiamato Gesù.

        Un’avvertenza è necessaria. Le questioni di fede sono estremamente delicate perché toccano nel profondo le sensibilità della maggioranza delle persone. Io non ho nulla contro chi ha fede, contro la persona che affida se stessa ed i suoi cari ad un al di là che mi piacerebbe vi fosse. So che per molti vi è la fede, la fiducia nel sovrannaturale, come ultima e sola consolazione di fronte alla disperazione che una vita in determinate condizioni può provocare. Lungi da me l’idea di prendermela con costoro con i quali vorrei abbracciarmi. Chi legge capirà che l’eventuale bersaglio è proprio chi dalla sofferenza e speranza altrui trae beceri vantaggi. Intollerabile.

IL CONTESTO STORICO

          Su Gesù si è scritto e riscritto ormai da secoli. Tento anche io un’indagine che vuole partire da ciò che era la Palestina all’epoca in cui viene situata la nascita e la vita di Gesù e, attraverso le varie tappe che hanno segnato questa vita (quelle vere e quelle leggendarie), e arrivare a comprendere quanto possibile dell’uomo Gesù. Avverto subito che la mia è la visione di un ateo che, con l’ebreo Gesù, va a ricercare quali siano le novità nella predicazione di quest’uomo rispetto all’intollerabile violenza del Vecchio Testamento.

        Gli eventi si collocano in Palestina che, non occorre dimenticarlo, rispetto al successivo dispiegarsi degli imperi assiro-babilonese, egiziano, alessandrino, romano, era una zona geograficamente insignificante, anche se corridoio importante di collegamento tra Asia Minore e Nord Africa. Dico questo per dire che notizie relative agli avvenimenti di 2000 anni fa di una piccola zona sono difficili da reperire. Abbiamo la fortuna di disporre di alcuni scritti di uno storico, Giuseppe Flavio  (37-100 d.C. circa). Questi era un comandante militare ebreo durante la guerra giudaica contro i romani del 66-74 d.C., oltre che legato del Sinedrio di Gerusalemme e governatore della Galilea durante la suddetta guerra giudaica. Costretto presto ad arrendersi con tutta la sua guarnigione verso il 67 d.C., venne deportato a Roma dove collaborò con i romani diventando un protetto dell’imperatore Vespasiano e assumendo persino il patronimico della famiglia imperiale (Flavio). Le sue opere più importanti sono le Antichità Giudaiche, una storia dei giudei in venti libri dalle origini fino all’inizio della guerra giudaica, e la Guerra Giudaica, che narra gli eventi della prima grande rivolta giudaica contro i Romani culminata con la distruzione del tempio di Gerusalemme del 70 d.C., in sette libri. Un breve accenno alla rivolta giudaica e alla storia di quegli anni compare anche nel Libro V delle Historiae scritte dallo storico romano Tacito (70-126 d.C. circa). Purtroppo questa opera di Tacito è andata perduta nella parte finale di nostro interesse, tuttavia contiene alcune interessanti indicazioni sulla storia dei Giudei in quel periodo. Queste sono le due opere che ci forniscono le maggiorin informazioni sulla storia della Palestina in quegli anni, negli anni in cui è collocata la vita di Gesù. Altre notizie, non più relative a Gesù ma ai cristiani, le troviamo in scrittori posteriori come Plinio il Vecchio (23-79 d.C), Plinio il Giovane (61-112/113 d.C.), Svetonio (70-126 circa d.C.), l’Imperatore Adriano (76-138 d.C.), Trifone Giudeo (inizi II secolo d.C.), Marco Aurelio (121-180 d.C.), Epitteto (50-120 d.C.), Galeno (129-200 circa d.C.), Frontone (100-166 d.C.), Luciano di Samosata (120-180 circa d.C.), Celso (fine II secolo d.C.), Porfirio (233-305), Apuleio (120-180 circa d.C.).

           […]


Il commento di un lettore:

Mi sento come in dovere di ringraziare il prof. Roberto Renzetti per il suo lavoro “Alla ricerca di un uomo chiamato Gesù“.
Sto terminando di “studiare” il testo. La chiara impostazione degli argomenti, la precisa e consequenziale citazione documentaria, la limpida fraseologia e l’apparato in nota ne fanno un testo unico in un campo di ricerca tra i più ostici, “in cui – come scriveva Max Weber – la padronanza effettiva richiede più del lavoro di una vita umana” [Sociologia della religione. Volume IV. L’etica economica delle religioni universali. Il giudaismo antico]. Il fatto per di più di essere uno stimato ed illustre fisico depone a garanzia di concreta precisione e assenza di secondi scopi. Grazie davvero. E lo dico con cognizione di causa.

Rolando Gaspari

_________________

Il commento di Cattolicesimo Reale:

Un uomo eccellente

Più problematica la figura di Gesù proposta dal saggio Alla ricerca di un uomo chiamato Gesù (Tempesta editore) di Roberto Renzetti, curatore dell’ottimo sito “Fisica/mente”, dove da anni va raccogliendo materiali propri ed altrui di politica, filosofia, scienza e critica della religione, quella cattolica in particolare.

La ricerca di Renzetti condotta, come egli stesso avverte, solo su fonti secondarie, parte da una ricostruzione a volte perfino troppo minuziosa del periodo storico in cui sarebbe vissuto Gesù e delle notizie assai scarse o manipolate che forniscono Giuseppe Flavio e altri contemporanei sicché «nella storia, Gesù non esiste. Esiste invece nei testi del Nuovo Testamento come costruzione di suoi discepoli e seguaci», discutibili anche «per i falsi operati in differenti epoche» (p. 105).

Si entra quindi in una analisi dei Vangeli, ricca di citazioni testuali e con riferimenti anche a quelli apocrifi, ad altri testi del Nuovo Testamento o a ipotesi critiche di storici moderni. Un motivo d’interesse del libro sta senz’altro nel modo circostanziato con cui mette in evidenza contraddizioni dei testi sacri, interpolazioni o manipolazioni funzionali a divinizzare e trasformare Gesù nel fondatore di una religione. Falsificato sarebbe il suo stesso luogo di nascita, identificabile con Gamala e non con Nazaret, forse usata per occultare il fatto che Gesù fosse nazireo (setta riconducibile agli Esseni, come agli Zeloti rimandano i termini cananeo e galileo, pp. 83-93). Sono sette rivoluzionarie e antiromane: il che fa pensare che la sua condanna fosse voluta dai romani più che dagli ebrei. Controverse anche l’identità di Gesù, che tende a sovrapporsi al Battista o a Barabba, o i suoi stessi insegnamenti, al punto da dover ritenere «il cristianesimo che oggi conosciamo non… figlio di Gesù ma di Paolo» (p. 217). Non credibili e incongrue la risurrezione o i miracoli; contraddetta da vari passi evangelici, infine, la divinità di Cristo, «considerato dagli Apostoli un profeta, un grande saggio, una persona dotata di poteri speciali … ma non un dio» (p. 295), divinizzato via via nel passare dal primo all’ultimo Vangelo ma in modo definitivo dai concili del IV-V secolo mentre era solo, anche per Renzetti come per gli altri autori da noi citati, un «uomo eccellente» (p. 309).

Senonché nell’ultimo capitolo del libro (“Gesù ritrovato”) Renzetti cerca di recuperare e proporre in una sua supposta verità storica, libera da tutte le “incrostazioni”, questa figura leggendaria, forse mai esistita, distorta e manipolata dalla Chiesa per costruire una religione legata al potere: «la conclusione», riconosce Renzetti, «dovrebbe essere che Gesù è un mucchio di invenzioni, sciocchezze, di miti e leggende», data «la completa inattendibilità storica del Vangeli», ma «voglio ammettere l’esistenza di Gesù» (p. 298) – un grande saggio, forse un rivoluzionario esseno o zelota, che tese a riformare il giudaismo (non l’umanità intera) per riportarlo «verso la difesa degli umili» cui dedicò la sua predicazione. Conclusione poco motivata, fondata su testi che l’autore stesso dichiara inattendibili, e che risulta quindi poco persuasiva.

http://www.cattolicesimo-reale.it/ora-di-religione/ma-chi-era-gesu2-2/

RIPORTO QUALCHE BRANO DEL CAPITOLO DISCUSSO DA CATTOLICESIMO REALE:

        Dopo questa lunga ricerca la conclusione dovrebbe essere che Gesù è un mucchio di invenzioni, di sciocchezze, di miti e leggende utili a costruire una religione. Questo è certamente vero per l’immagine esteriore di Gesù che è stata fornita nei secoli. Si potrebbe addirittura sostenere, come molti storici hanno fatto, che Gesù non è mai esistito vista la completa inattendibilità storica dei Vangeli. Sembrerebbe tutto da buttare ma non è così. Voglio ammettere l’esistenza di Gesù (*)ma, subito dopo, occorre iniziare a spogliare il personaggio da tutte le incrostazioni, aggiunte ed omissioni, che gli hanno costruito addosso e lo hanno di fatto nascosto. Questa operazione è indispensabile se si vuole tentare di cogliere ciò che rappresenta Gesù alla sua radice, nella sua essenza […]

        Questa persona, per questo rivoluzionaria, non si accontenta di parlare ai generici poveri ma ai diseredati, a coloro che non avevano speranza alcuna. Dà voce a chi non ne aveva mai avuta, come le donne ed i bambini; è duramente critico con la ricchezza che all’epoca (e non solo) qualificava il successo ed il potere e quindi il valore di una persona. Moltissimi suoi interventi sono con i cosiddetti indemoniati, coloro che soffrivano di malattie tipo epilessia, isteria e consimili. A quell’epoca erano poche le famiglie che potevano sobbarcarsi il mantenimento di queste persone e, in molti casi, venivano lasciate andare al loro destino. Le città pullulavano di questi reietti che si trascinavano in cerca di qualcosa per mangiare e vestirsi. Ecco, oltre che ai poveri era a questi che Gesù si rivolgeva. E loro lo avevano saputo cosicché in ogni città dove si recava gli si accalcavano intorno tentando di toccarlo, almeno nelle frange del suo mantello, frange tipicamente ebraiche, con quella infinita speranza di guarire. Quando poteva imponeva le mani e tentava di guarire, a volte riuscendovi per l’immensa devozione di chi lo toccava. Queste erano altre pecore, non quelle perdute per il peccato, ma perdute per la mancanza di ogni fiducia. […]

        La Legge non è più un qualcosa di assoluto per il solo fatto di essere Legge. Essa va vista solo in funzione del bene del prossimo perché più importante della Legge è l’Amore. […]

        In tal caso si sarebbe trattato di riportare tale insegnamento, visto valido tra popoli, all’interno del suo popolo. In ogni caso il Cristo non allontanò mai da sé un miserabile, un sofferente che gli si avvicinava. Spesso era lui ad avvicinarsi a qualche sofferente che incontrava. Tralasciamo la parte miracolistica ed accettiamo la parte della consolazione che cura. Ebbene in tal senso Gesù fece miracoli quasi sempre. Ed il quasi tende solo a mostrare che Gesù era uomo del suo tempo. Certamente persona avanzata in moltissime cose, soprattutto nei riguardi del suo confronto con la religione che praticava, ma altrettanto certamente senza una visione che superasse l’allora stato presente delle cose. E tra questo stato vi era quello drammatico della schiavitù contro la quale Gesù non disse mai nulla, anche se molte parabole hanno per interpreti padroni e schiavi. […]

        E se Gesù fosse stato un esseno-zelota ? Non avrei nulla da togliere a quanto ho detto. E credo davvero che le sue figure, quella di Renan e quella ora accennata, non siano separabili. L’aspirazione alla liberazione ed alla riforma del Giudaismo, per sottrarlo dalla gestione ottusamente ortodossa dei farisei (che pur credevano ad un uomo-messia biblico che avrebbe vinto contro i nemici di Dio) ed all’aristocrazia sacerdotale dei sadducei (che, come detto, non volevano sentir parlare neppure di messia), doveva essere alla base dell’operato di Gesù ed in tal senso il tutto si sarebbe accordato con le aspirazioni di liberazione dalla dominazione romana del popolo ebraico, aspirazioni che erano alla base della comunità essena, comunità di ebrei osservanti in forte critica alla gestione del Tempio da parte dei Sadducei. Anzi l’idea di un Gesù esseno-zelota si rafforza. Forse non di partecipazione diretta al movimento ma certamente di affinità, di protezione di qualche adepto che ne avesse avuto bisogno. Vari apostoli facevano parte dell’organizzazione zelota definita terrorista da Roma.

        Una persona come quella descritta non ha bisogno di fare miracoli, basta così come è. I miracoli servono a convincere gli imbecilli. Ed infatti … Mi spiace comunque dire che, nonostante si possa ritrovare Gesù, è una vera gran fatica scrostarlo dagli ammennicoli che gli hanno inchiodato addosso, come vera nuova croce. Credo che lo abbiano imbalsamato definitivamente e sarà sempre più difficile recuperarlo. Ci vuole la pazienza e l’attenzione di  qualche lettore, non credente, per ritrovarlo. I credenti, in massima parte sono in stato di trance ed a loro a fianco della figura di Gesù, mai davvero compresa, debbono affibbiare anche una Chiesa parassita che ha cambiato la moneta buona con moneta falsa facendo diventare Gesù un povero sciocco a sostegno di ogni monarchia, di ogni dittatura, di ogni criminale al potere nel mondo.

(*) Mi pare che il recensore cada in contraddizione: prima sostiene che nel libro l’esistenza di Gesù è negata poi me l’assegna come fatto certo. Per ben 297 pagine discuto puntigliosamente la storicità di Gesù e solo nelle ultime 11 ammetto la sua esistenza di uomo eccellente come artificio che mi permette di evidenziare le cose che riporto in questo breve passo.

________________

Il commento di un altro lettore:

Caro professore,


ho finito di leggere il suo libro su Gesù. Ecco le prime impressioni.

1  – molto scrupoloso e preciso; non si lascia andare a prese di posizioni apertamente polemiche né prevenute ma anzi sembra assai prudente in ogni affermazione.

2  – traspare un modo quasi asettico nell’affrontare questioni così ingarbugliate, come l’autenticità delle fonti o le date;

3  – alcune informazioni le avevo lette già nel suo sito, sparse in maniera non organica e i libro è sicuramente servito a riordinarle e sistematizzarle;

4  – la sua posizione sui miracoli coincide con la mia: è un fatto di logica non accettarli; se li si accetta crolla l’essenza stessa della natura, Physis;

5  – per questo mi piace Spinoza: Deus sive natura La sostanza unica, infinita ed eterna di cui parla Spinoza non é altro che Dio stesso;

6  – per questo Spinoza è stato perseguitato dai suoi fratelli ebrei e, ovviamente non potevano mancare, dai suoi cugini cristiani;

7  – san Paolo è stato (pessimo) colui che ha creato “l’ebraismo per pagani” ossia che ha piegato una religione per farla diventare adatta alla nazione romana: a tavolino, terrificante;

8  – terrificanti anche le profezie a posteriori; mi ha sconcertato ciò che mi ha sempre toccato il cuore: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato!”. Anche questa, purtroppo, una profezia a posteriori;

9  – ascolti la puntata di “Uomini e profeti” (Radiotre: www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/)in podcast: parla degli esseni, molto interessante (molte cose già lette nel suo libro)
http://www.rai.it/dl/audio/1333368726273Leggere_la_Bibbia2012_04_01.ram

10 – molto bello e toccante il capitolo “Gesù ritrovato”;

11 – una lettura che le consiglio:
Uta Ranke-Heinemann
http://it.wikipedia.org/wiki/Uta_Ranke-Heinemann
“[…]è stata la prima donna abilitata dalla Chiesa cattolica ad insegnare teologia nelle università (1970), ma anche la prima donna che la Chiesa cattolica ha allontanato dall’insegnamento[…]”
“Cosi non sia, introduzione al dubbio di fede” (Rizzoli), libro estremamente interessante che ho letto.
http://archiviostorico.corriere.it/1993/novembre/12/Gesu_Madonna_Isacco_tutte_fiabe_co_0_9311124910.shtml
La signora Uta Ranke-Heinemann ormai non si può definire
più non solo cattolica ma neanche cristiana:
http://en.wikipedia.org/wiki/Uta_Ranke-Heinemann
è interessante come una donna così profonda abbia abbandonato (dopo
lunghe riflessioni) la sua fede, o almeno così traspare dalla pagina
di wikipedia in inglese

Un saluto, ha fatto un ottimo lavoro


A.M.

_______________________

La recensione di Cronache Laiche:

http://www.cronachelaiche.it/2012/04/un-uomo-eccellente/

Critiche laiche    Recensioni   

Un uomo eccellente

di Walter Peruzzi


[25 apr 2012]
 

Fra i saggi più recenti su Gesù, anzi sull’uomo Gesù contrapposto al Cristo-Dio della Chiesa, va segnalato  Alla ricerca di un uomo chiamato Gesù (Tempesta editore) di Roberto Renzetti, curatore dell’ottimo sito “Fisica/mente”, dove da anni raccoglie materiali propri e altrui di politica, filosofia, scienza e critica della religione, compresa una sua incisiva e utile storia dei papi.

La ricerca di Renzetti, che costituisce il libro d’esordio di una nuova e vivace casa editrice laica – Tempesta editore – si fonda solo su fonti secondarie, come lui stesso avverte. Partendo da una ricostruzione molto attenta del periodo in cui sarebbe vissuto Gesù e dalle notizie assai scarse o manipolate che forniscono Giuseppe Flavio e altri contemporanei, l’autore conclude che «nella storia, Gesù non esiste. Esiste invece nei testi del Nuovo Testamento come costruzione di suoi discepoli e seguaci», discutibili anche «per i falsi operati in differenti epoche» (p. 105).

Il libro prosegue – e questo è uno dei maggiori motivi d’interesse – attraverso un’analisi dei Vangeli ricca di citazioni testuali e con riferimenti anche a quelli apocrifi, a altri testi del Nuovo Testamento o a ipotesi critiche di storici moderni. Sono così messe puntualmente in evidenza le interpolazioni, falsificazioni e manipolazioni dei testi sacri operate dalla Chiesa per divinizzare il Cristo e farne il fondatore di una nuova religione. Falsificato sarebbe il suo stesso luogo di nascita, identificabile con Gamala e non con Nazaret (usata forse per occultare il fatto che Gesù fosse nazireo, ossia di una setta riconducibile agli Esseni, così come agli Zeloti rimandano i termini cananeo e galileo, pp. 83-93).

Anche la possibile appartenenza di Gesù a queste sette rivoluzionarie antiromane fa pensare che la sua condanna a morte sia stata voluta dai romani più che dagli ebrei. Controverse sono inoltre la sua identità, che tende a sovrapporsi a quella di Battista o di Barabba, e la sua dottrina, al punto da dover ritenere «il cristianesimo che oggi conosciamo non… figlio di Gesù ma di Paolo» (p. 217). Non credibili e incongrue la risurrezione o i miracoli; contraddetta da vari passi evangelici, infine, la divinità di Cristo, «considerato dagli Apostoli un profeta, un grande saggio, una persona dotata di poteri speciali … ma non un dio» (p. 295) e divinizzato via via con il passare dal primo all’ultimo Vangelo e poi dai concili del IV-V secolo.

Si potrebbe in definitiva sostenere, conclude l’autore nell’ultimo capitolo (“Gesù ritrovato”), «che Gesù è un mucchio di invenzioni, sciocchezze, di miti e leggende», anzi «come molti storici hanno fatto, che Gesù non è mai esistito vista lacompleta inattendibilità storica dei Vangeli». Renzetti è tuttavia convinto che non sia così ed aggiunge: «Voglio ammettere l’esistenza di Gesù ma, subito dopo, occorre iniziare a spogliare il personaggio da tutte le incrostazioni, aggiunte ed omissioni, che gli hanno costruito addosso e lo hanno di fatto nascosto», in modo da «tentare di cogliere ciò che rappresenta Gesù alla sua radice, nella sua essenza» (p. 298): un saggio, forse un rivoluzionario esseno o zelota, che tese a riformare il giudaismo (non l’umanità intera) per riportarlo «verso la difesa degli umili» cui dedicò la sua predicazione; non un dio come vuol far credere la Chiesa ma un «uomo eccellente» (p. 309).

In altre parole Renzetti ritiene possibile tentare di restituire in positivo, nella sua realtà-verità (in opposizione al Gesù inventato dalla Chiesa), quel che fu, o quel che significò, Gesù. E’ una tesi a mio parere non sufficientemente fondata, proprio per l’inattendibilità delle fonti disponibili, ma che nulla toglie all’importanza del libro come strumento capace di far venire allo scoperto, documentare e criticare falsità e leggende costruite dalla Chiesa sul suo preteso  fondatore “divino”.

Roberto Renzetti


Alla ricerca di un uomo chiamato Gesù
prefazione di Carlo Bernardini
Tempesta editore, 370 pagine, euro 21,50

Walter Peruzzi

_____________________________________

Recensione del Venerdì di Repubblica dell’11 maggio 2012:

   _________________________

            Il progetto che mi ha portato a scrivere il libro ora discusso non si esauriva in esso. Sulla storicità di Gesù vi sono già molti libri, alcuni dei quali di gran rilievo (in tal senso i vari lavori di Donnini sono esemplari). E’ il seguito della storia che non è molto raccontato, se si escludono libri specialistici. Il mio scopo è stato quindi quello di andare ad indagare il seguito della storia del supposto Gesù (o dei molti Gesù). Cosa accade alla sua morte ? Chi si spartisce le spoglie ? Al di là della leggenda e dei Vangeli canonici, che tutto sono meno che libri di storia, si tratta di sciogliere i nodi di un popolo costituito da svariate tribù di “ebrei” che cerca di liberarsi dall’occupazione oppressiva di Roma. La guerra giudaica è persa con la distruzione del Tempio del 70 d.C. ed i Vangeli sono il pianto di un popolo che dopo ogni sconfitta si chiude in se stesso chiedendosi dove ha peccato per essere così punito dal suo Dio. I Vangeli sono 4 su molte decine e rappresentano la descrizione del Gesù che conviene ad una delle molteplici eresie (interpretazioni, scelte) che nascevano, quella che ha vinto. Mi occupo quindi di discutere le principali eresie e di come vennero letteralmente sterminate dall’eresia vincente. Argomenti di discussione sono quindi: il riconoscimento del Cristianesimo da parte di Costantino, il Concilio di Nicea che getta le basi dei dogmi del Cristianesimo, l’avvento del criminale Teodosio che permette la nascita del Cristianesimo come religione di Stato con il divieto di ogni altro culto, la dissoluzione dell’Impero Romano con la nascita delle due Chiese, la nascita dell’Islam che riesce ad espandersi con estrema rapidità anche perché garantisce la protezione delle miriade di comunità eretiche perseguitate dai cristiani dell’ortodossia. La storia qui discussa termina nella nascita del Sacro Romano Impero con l’alleanza della Chiesa con l’Impero di Carlo Magno.

Sono in stampa altri due volumi che porteranno questa storia da Carlo Magno a Papa Francesco, attraverso Crociate, Inquisizioni, Caccia alle Streghe, IOR, assassini vari, rapporti con la Mafia ed ogni degenerazione della Chiesa.

Negli intermezzi scrivo alcuni libri di più facile lettura come quello sui Santi. Beh, nessuno si sofferma sull’assoluta inconsistenza e sugli imbrogli che si nascondono dietro questi personaggi. Varrebbe la pena farlo perché si scoprirebbero mondi favolistici impensabili.

___________________________________________________________________

PRESENTAZIONE DI   LA CHIESA DOPO GESU’

Segue l’Indice:

INDICE

–         Prefazione  di Giulietto Chiesa

         Introduzione

    PARTE I

–         Un certo giorno …

         Le prime comunità cristiane

         La comunità cristiana di Roma

         Espansione in Asia e Africa

         Le eresie

         Le eresie di Montano e Marcione

         I Carpocraziani ed il Vangelo segreto di Marco

         Lo Gnosticismo

         Il Vangelo di Marcione

         La sconfitta del Montanismo

         Perché i cristiani si affermarono e furono poi perseguitati

         Cristianesimo antico e cultura greca

         Costantino il Grande

         Ario

–         Verso il Concilio di Nicea. Il Donatismo

         Il Concilio di Nicea

         Da Costantino a Teodosio

         Giuliano l’Apostata

         Teodosio, l’Imperatore di Dio

         L’Impero d’Occidente dopo Teodosio

         Contro Origene e contro Pelagio

         L’Impero d’Oriente dopo Teodosio. I Concili di Efeso

         Il Concilio di Calcedonia

         Ritorniamo in Occidente

         L’ascesa del Papato

         Ancora in Oriente: Giustiniano e Teodora

    PARTE II

–         Ma Gesù è Dio ?

         Cos’è lo Spirito Santo ?

         Maria, prima ignorata dai Vangeli, viene poi scoperta vergine

         Ed i Papi, cosa rappresentano ?

    PARTE III

–         L’Arabia preislamica

         Maometto

         L’espansione musulmana

         I Musulmani vengono definitivamente fermati

         Considerazioni sull’Islam

         La Chiesa, i Papi, le credenze popolari alimentate ad arte

         Carlo Magno e la donazione di Costantino

APPENDICE (Altre cose che so di Lui)

–         Il bue e l’asinello

         I Magi

         Una storia ipotetica

         Aggiungiamo un’ipotesi: gli Esseni

         La Crocifissione

   NOTE

   BIBLIOGRAFIA

   WEBOGRAFIA

   ELENCO DELLE ABBREVIAZIONI

_____________________________________

Ed ora parte della Prefazione di Giulietto Chiesa e parte della mia Introduzione a LA CHIESA DOPO GESU’:

PREFAZIONE

        Dopo avere letto “Storia di un uomo chiamato Gesù”, e dopo avere scoperto una miriade di cose che, da ex chierichetto, non avevo mai saputo, mi sono preso la libertà di effettuare alcune sperimentazioni sul campo. I risultati di una di queste mi colpirono in modo particolare. Ero stato invitato da una organizzazione cattolica a parlare della crisi planetaria in corso. E trovai, con piacere, che quei giovani cattolici, molto praticanti, erano d’accordo con me – laico agnostico – su quasi tutte le questioni principali che erano state trattate durante l’incontro: sulle cause della guerra, sul debito, sullo strapotere delle banche, sulla violenza specifica che i ricchi di oggi esercitano nei confronti dei poveri di oggi, ecc.

A tavola, dopo l’incontro, proposi all’improvviso una deviazione dai temi della politica e chiesi, a bruciapelo, alla tavolata (una ventina di persone, quasi tutti giovani al di sotto dei trent’anni, tutti cattolici praticanti) se essi ritenevano che i quattro  evangelisti fossero discepoli di Gesù, cioè suoi contemporanei. La mia domanda colse tutti di sorpresa, ma questa era dovuta allo stupore che una persona come me, d’età non più verde, si ponesse una questione così ovvia, per loro così scontata. Tutti i presenti, senza nessuna eccezione, risposero che, “ovviamente”, i quattro evangelisti erano discepoli di Gesù, contemporanei di Gesù. I dettagli si moltiplicarono: come avrebbero potuto raccogliere la parola di Dio se non fossero stati testimoni diretti del suo insegnamento? A cominciare da Pietro, al quale Gesù Cristo avrebbe detto che era su di lui che la Chiesa veniva fondata in quel preciso momento in cui glielo comunicava. Parola del Vangelo, dunque parola di Dio, dunque questione che non era possibile mettere in discussione. Inutile fu il tentativo di confrontare questa citazione con altre, che Renzetti puntualmente riporta, dalle quali, per esempio risulta inequivocabilmente, in base alla stessa parola di Dio, che non c’era da fidarsi di Pietro, sul quale la Chiesa era stata appena fondata. Incongruenze sulle quali nessuno dei presenti era stato, ovviamente, invitato a riflettere – per definizione – dal Catechismo. Altrimenti cosa sarebbe il Catechismo?

Questo era ciò che è stato loro insegnato, e questo era ciò che era stato insegnato a me alcuni decenni prima. E questo è quanto viene insegnato da 17 secoli all’incirca. Provai a rifare l’esperimento in contesti diversi, con persone di ambo i sessi, variamente definibili come credenti, diversamente praticanti, certamente battezzati e quindi ufficialmente cattolici, quale io sono. Il risultato è stato invariabilmente lo stesso. Sono certo, per esperienza, che questa circostanza riguarda la quasi totalità dei cattolici. La qual cosa conferma l’eccezionale potenza dei sistemi catechistici usati dalla Chiesa cattolica, e spiega non poco del suo successo bi millenario. Poiché il lavoro di Renzetti ha, tra gli altri numerosi pregi, quello di costituire una raccolta sistematica e rigorosa delle fonti oggi disponibili, ho dovuto concludere che la Chiesa Cattolica, Apostolica Romana è stata capace di imporre una clamorosa mistificazione fattuale, in quasi 2000 anni, a qualche miliardo di persone. Impresa davvero gigantesca, a ben pensarci, che merita la massima attenzione in questi tempi moderni in cui la comunicazione è divenuta l’arte essenziale per il dominio delle menti, oltre che “instrumentum regni” per eccellenza.

E’ dunque nella mia qualità di studioso e di curioso della comunicazione che mi sono accinto alla lettura di questo secondo libro, più che in qualità di laico-agnostico che va a cercare il “pelo nell’uovo” per portare acqua al mulino della razionalità illuministica contro la religione, o le religioni in generale.  Impresa dalla quale preferisco astenermi: non tanto perché destinata all’insuccesso (personalmente ne ho tentata un’altra, come la ricerca della verità sull’11 Settembre, ben sapendo che anch’essa sarebbe stata impresa disperata) quanto perché, in questo caso, si va a gettare lo sguardo,  immediatamente, sul bordo delle “cime abissali” di cui è capace la natura dell’Uomo.  Luoghi nei quali è possibile spingersi soltanto muniti di strumenti filosofici adeguati, dei quali io sono sprovvisto; e dai quali è poi impossibile emergere con qualche acquisizione definitiva. E’ una situazione simile a quella di uno speleologo che entra in una grotta di cui non si vede il fondo. In ogni caso, visti i risultati  dei due “secoli dei lumi” che ci precedono, proclamo la mia diffidenza nella loro efficacia ai fini della comprensione della natura umana.

Ma dalle constatazioni è impossibile astenersi. La prima delle quali è che solo pochi cattolici conoscono i testi sacri:  quando furono scritti, da chi furono scritti, come sono arrivati ai tempi nostri. Cosa, di per sé niente affatto inconsueta. I fedeli di ogni credenza quasi mai conoscono i testi ai quali quella credenza fa necessariamente riferimento.

La seconda constatazione è – essa emerge prepotente da queste pagine – che la Chiesa cattolica che tutti noi conosciamo è lontana anni luce rispetto all’insegnamento che fu di Gesù Cristo, o comunque attribuito a lui. La Chiesa che si definisce “di Pietro” è in realtà la Chiesa di Paolo di Tarso. E, tra le due chiese, c’è un tale abisso di differenza che occorre una disamina storica accurata per poterne venire a capo. E non è questione di lana caprina. Se le cose fossero andate in altro modo l’intera storia del mondo moderno sarebbe risultata radicalmente diversa da questa. Noi, ciascuno di coloro che leggono queste pagine, sarebbero stati altri individui. Queste pagine non esisterebbero. Avere riaperto quelle altre pagine, delle quali sappiamo pochissimo, ma abbiamo molteplici motivi per esserne diffidenti,  rappresenta il contenuto e il valore di questo libro.

[…]

Giulietto Chiesa

Agosto 2012

_______________________________

INTRODUZIONE MIA

         La Chiesa di Roma è uno dei più grandi fenomeni religiosi che da 2000 anni abbiano interessato ed interessino l’Europa, i Paesi africani e mediorientali dell’area Mediterranea. Questa Chiesa si richiama a Cristo che sarebbe il fondatore di essa e gli insegnamenti di Cristo sarebbero alla base del suo operato. Vi sono milioni di persone che, in buona fede, credono a questo e sono fedeli e devote ad una autorità che discenderebbe da quanto i Vangeki cicono abbia detto Gesù. Ma quanti davvero sono cattolici ? Quanti lo sono per convinzione profonda ? Quanti per quella convenzione, pigrizia mentale, che li avrebbe fatti musulmani o buddhisti o politeisti se nati in altri luoghi ? Quanti con problemi interiori sull’oggetto della loro fede e voglia di capire ? Quanti che conoscono davvero i fondamenti del loro credo ? Nei molti anni della mia vita ho conosciuto tanti credenti, tanti cattolici, e pochi, davvero molto pochi, che sanno in cosa consiste il loro credo. Sono cattolici perché vanno a messa, perché battezzano i figli, perché si sposano in Chiesa, …. Ma perché si fanno queste cerimonie, questi riti, nessuno lo sa. Si è cattolici perché si partecipa ai riti. E poi ? Come si interviene nel mondo per essere vicini ai bisognosi e sofferenti ? Questa parte generalmente manca e, nella migliore delle ipotesi, è delegata alla Chiesa delle gerarchie che, allo scopo, prende 100 da tutti noi per ridare meno di 20. Nel dire questo sono cosciente che non è tutto così. Vi è una minoranza di credenti che dedica tutta la sua persona agli altri. Ma, mi chiedo, queste persone agiscono così perché sono cattoliche o perché lo farebbero con qualunque credo o senza di esso ? Io propendo acché l’interrogativa sia retorica ma è solo un’illazione perché non ho elementi per essere certo di ciò.

         Parto comunque da questa premessa, dall’ammettere cioè che solo pochi cattolici conoscono i testi sacri, sanno come e quando sono stati scritti e, soprattutto, conoscono le vicende che hanno seguito la morte di Gesù, fino all’affermazione del Cristianesimo nell’Impero romano con tutta la storia che ne è seguita, di Concili, lotte violente, persecuzione di cristiani da cristiani, dogmi ed atti di fede, che hanno portato  all’affermazione di un Nuovo Impero, il Sacro Romano.

         In un precedente libro (Alla ricerca di un uomo chiamato Gesù) ho mostrato il rosario di bugie che sono state scritte su quel brav’uomo di Gesù, seppure è mai esistito. Lo hanno preso ed immolato sull’altare della menzogna per neppure nascosti fini di potere. E qui viene una delle prime vicende che i credenti, in gran parte, non conoscono: la Chiesa di Roma non è Chiesa di Gesù ma Chiesa di Paolo di Tarso, un furbastro che ha millantato il suo essere Apostolo per vendere, come un vu cumprà qualunque, merce contraffatta malamente per merce buona. Gli apostoli di Gesù, quelli che avevano condiviso con lui i suoi ultimi anni, erano in profondo dissidio con Paolo e quest’ultimo li aveva praticamente squalificati al rango di poveri ignoranti (ed i seguaci di costoro finiranno come una setta qualunque, gli ebioniti, che si estinguerà nel IV secolo). Ma ancora più grottesca è la storia di un Gesù che avrebbe indicato Pietro come costruttore della Sua Chiesa. Mai Gesù, che aveva ben altre finalità, si sognò di fondare e costruire una Chiesa eppure … eccola lì, viva, vegeta, in ottima salute (insomma …) e, soprattutto, sempre al lato dei potenti, di ogni criminale al mondo (quando non ha più potuto esercitare il crimine in prima santa persona) e ricchissima.  

         In questo lavoro tento una ricostruzione storica di quanto accadde dopo la morte di Gesù, con un cenno alle persecuzioni ed al perché vi furono, fino al riconoscimento del Cristianesimo come religio licita da parte di Costantino. E’ a questo punto che inizia l’incredibile storia di cristiani che perseguitano altri cristiani, una storia di supposte verità di fede raggiunte per indicazioni ed imposizioni, imperiali e per alzata guidata di mano. La Chiesa inizia a forgiarsi all’ombra dell’Impero per, piano piano, prendere le sue sembianze in termini di potere, assumerne e mantenerne, ancora oggi, lo sfarzo e l’arroganza. Gli esclusi, le donne, i sofferenti, gli emarginati che con Gesù erano i primi ad essere accolti, ad essere protetti e consolati, ora vengono considerati con fastidio ed allontanati. La Chiesa diventa una perfetta struttura di potere che inizia a difendere con passione la sua gerarchia ed a considerare la sofferenza, la schiavitù, il dolore, come conseguenze del Peccato Originale. Insomma ognuna di queste cose che pesano sulle spalle degli individui è lì come conseguenza del peccato. Il semplice e chiaro insegnamento di Gesù è nascosto in interminabili discussioni teologiche che avrebbero fatto prendere la frusta al buon Gesù. E’ comunque inutile il recriminare o il rinfacciare  a qualcuno una fede troppo ingenua. Questa fede, così com’è, è ciò che i fedeli (tutti) vogliono. A chi scrive queste note resta almeno la soddisfazione di raccontare le cose come stanno, indipendentemente da questioni di fede ma solo relativamente a questioni storiche. La fede, come scrissi nell’introduzione del citato precedente lavoro, è cosa troppo seria per essere discussa in chi ce l’ha. E’ un rifugio, a volte unico ed ultimo, per chi soffre in qualunque modo. Ed io non posso e non potrò mai prendermela con costoro che, anzi, vorrei abbracciare, perché li rispetto, li comprendo ed in definitiva li amo. Semmai, scrivevo ancora, il dito è puntato contro i gerarchi che, vestiti da faraoni cui si bacia la sacra pantofola, predicano cose che con Gesù non c’entrano nulla ed agiscono ancor peggio, da almeno 1700 anni, da quando, con Teodosio, poterono diventare l’unica religione ammessa, la religione dello Stato imperiale, con l’inizio delle peggiori e secolari persecuzioni non già contro i pagani ma contro i fratelli cristiani.

         Serve ricordare ? Credo di sì, poiché in troppi sono acriticamente accondiscendenti. Dopo le crudeli lotte contro l’eresia che misero al margine, se non fatto fuori, tutti coloro che avevano idee diverse sul messaggio evangelico, si è passati alla gestione del potere con metodi molto più crudeli ed assoluti dei detentori dell’autorità del passato. La religione, che nella Chiesa primitiva era strumento di consolazione per i bisognosi e sofferenti, è stata resa totalizzante con obbligo di accettazione per tutti. Quando il Cristianesimo si è coniugato con i Regni secolari europei sono iniziate le orrende Crociate con lo sterminio di moltitudini di persone, anche in Europa dove la dissidenza degli Albigesi ha visto massacri realizzati dalle armi di Dio, quello vero. Ma l’alimento della religione è la violenza contro tutti coloro che non accettano il pensiero unico ed allora secoli di Inquisizione con lo sterminio delle migliori menti, delle più feconde di secoli e secoli. Nel frattempo, dove le gerarchie non erano direttamente al potere, si è assistito alle oscene alleanze con ogni potere reazionario nel mondo intero; la Chiesa è stata con Massera, con Pinochet, con Stroessner, con Hitler, Franco, Mussolini e Berlusconi, con tutti coloro che hanno il solo merito di finanziarla in cambio del sostegno popolare, del gregge; nessuno la troverà mai come istituzione con un progressista; anzi, la troverà contro ogni movimento, anche piccolo, di emancipazione, contro la Teologia della Liberazione, contro Ernesto Cardenal e l’arcivescovo Romero. Ma la troverà anche a lato degli eserciti con i suoi osceni cappellani che hanno ricamato sulla stola il non uccidere. E qui mi fermo perché l’elencare a partire da Carlo Magno sarebbe il raccogliere tutti i regnanti criminali degli Ottoni, dei Salici, degli Asburgo, degli Hohenstaufen,‎ dei Borbone, dei Savoia, …

         Nel dire tutto questo so bene che la Chiesa ha un alibi, un alibi molto ma molto importante. Le innumerevoli persone, l’esercito di cristiani che umilmente e senza chiedere nulla in cambio, giorno dopo giorno, lavorano per alleviare pene e sofferenze. A loro va ogni ringraziamento, ogni affetto. Sono tanti, tantissimi, la maggioranza dei cristiani. Ma non contano nulla. La Chiesa non è cosa loro ma delle gerarchie. Solo questo, se ribaltato, dovrebbe far cogliere le profonde deformazioni che una religione origina nel libero sentire degli esseri umani. Liberatevi o credenti in buona fede ! Voi non avete nulla a che fare con una cricca di gerarchi crapuloni, in gonnella e zucchetto. Se vi liberate voi aiutate anche noi a liberarci. Siate, come dite voi, misericordiosi in Cristo con tutti noi che viviamo un’etica forte e vera senza fede. Gli altri, i cristiani felici delle gerarchie, sono nemici vostri e nostri. Anche qui si tratta di moltissime persone che scelgono la Chiesa non già perché portatrice degli insegnamenti di Gesù, ma proprio per la sua posizione autoritaria, reazionaria, al servizio di ogni potere corrotto, violento e dittatoriale. Questi sono il gregge che si merita tanto pastore.

[…]

__________________________________

PRESENTAZIONE DI   LA CHIESA CONTRO GESU’  (Parte I)

INDICE

PARTE I

PREFAZIONE DI ANDREA FROVA (I)

INTRODUZIONE

1 – 1 – I PAPI VICARI DI CRISTO

1 – 2 – VERSO LE CROCIATE

1 – 3 – LE CROCIATE

1 – 4 – LA CROCIATA CONTRO GLI ALBIGESI

1 – 5 – NASCE L’INQUISIZIONE MEDIEVALE

1 – 6 – LA CROCIATA CONTRO I DOLCINIANI

1 – 7 – IL ROGO DI JAN HUS

1 – 8 – UN SEGUITO DI ORDINARIA CRIMINALITA’

1 – 9 – LA CACCIA ALLE STREGHE

1 – 10 – SENZA SPARGIMENTO DI SANGUE: LA DELIZIA DELLA TORTURA

1 – 11 – L’INQUISIZIONE SPAGNOLA

1 – 12 – L’ANIMA DEGLI INDIOS. LA CHIESA EVANGELIZZA GLI INDIANI D’AMERICA

1 – 13 – IL PREZZO PER SALVARE L’ANIMA

1 – 14 –  LA RIFORMA

1 – 15 – ALCUNE RIFLESSIONI SI IMPONGONO. MAGIA, ASTROLOGIA, ESORCISMI. SUPERSTIZIONE.

1 – 16 – LA CONTRORIFORMA

1 – 17 – L’INQUISIZIONE ROMANA

1 – 18 – QUALCHE PROCESSO ESEMPLARE

 1 – 19 – LA FISICA SACRA

 1 – 20 – IL SESSO. LE DONNE

1 – 21 – LASCIATE CHE I PARGOLI VENGANO A ME

1 – 22  – RITORNIAMO ALL’ORDINARIA CRIMINALITA’ NELLA CHIESA

APPENDICE  – Strumenti di tortura

Note

Bibliografia

Webografia

PARTE II

PREFAZIONE DI ANDREA FROVA (II)

2 – 1 – NASCITA DEL FASCISMO, FINANZA, ARMI E GUERRE. I COMUNISTI DA SCOMUNICARE E PAPA LUCIANI DA AMMAZZARE. I PAPI POLACCO E TEDESCO. L’IMBROGLIO DELLA SAPIENZA

2 – 2  – LA CHIESA, LA SCHIAVITU’, IL LAVORO

 2 – 3  – LA CHIESA E I BENI MATERIALI. L’8 x 1000. LO IOR. LA MAFIA

2 – 4  – IL BEATO CRIMINALE STEPINAC

2 – 5  – RATLINES

2 – 6  – EIA, EIA, ALALA’

 2 – 7  – IL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

 2 – 8  – L’OPUS DEI. I LEGIONARI DI CRISTO. COMUNIONE E LIBERAZIONE. FOCOLARINI, NEOCATECUMENALI ED ALTRE BANDE

2 – 9  – IL SANTO IMBROGLIONE: PADRE PIO

2 – 10  – LA CHIESA E LA SCUOLA

2 – 11  – LE MADONNE PIANGONO

 2 – 12  – SCIENZA E FEDE (ILLUMINISMO, POSITIVISMO E NEOPOSITIVISMO). BIOETICA E NON NEGOZIABILITA’. LA CURA DEGLI OMOSESSUALI E DEGLI INDEMONIATI

2 – 13 – ANCORA BAMBINI VIOLENTATI

2 – 14  – NUNC ET (SPERIAMO NON PER) SEMPER

2 – 15 – IL PAPA REAZIONARIO RATZINGER, TEOLOGO DEBOLE RISPETTO ALLA CURIA, SE NE VA. CI LASCIA UN ALTRO PAPA COSI’ CHE, ALLA FINE E PER SOMMA DISGRAZIA, ORA NE ABBIAMO DUE

APPENDICE  – Preti, suore, vescovi e cardinali in manifestazioni fasciste

Note

Bibliografia

Webografia

 _________________________

Ed ora parte della Prefazione di Andrea Frova e parte della mia Introduzione a LA CHIESA CONTRO GESU’:

PREFAZIONE

di Andrea Frova (Aprile 2013)

Scrivere una prefazione a questo libro, per me uomo di scienza che considera un dovere civile essere anticlericale, direi quasi antireligioso, è stato un notevole motivo di piacere, ma anche un compito tutt’altro che facile. Per cominciare, a chiarimento del titolo in copertina si legge una significativa frase programmatica: “Qualcosa che so della Chiesa, la multinazionale del crimine”. Appare subito chiaro che l’autore non ha alcuna intenzione di fare sconti. Questo “qualcosa” si rivela infatti un vero e proprio compendio di tutte le nefandezze commesse dai vertici della Chiesa cattolica a danno del genere umano. Niente mezze parole o inutili riguardi per denunciare con abbondanza di particolari e di riferimenti storici e bibliografici le gesta di una potente organizzazione che, sfruttando un presunto collegamento con il Creatore, ha imperversato nei millenni nella gestione delle nostre vite e nell’organizzazione delle nostre società. E, come si rammarica Renzetti, spadroneggia tuttora.

         Facendo leva sull’umana esigenza di credere nell’inverosimile (come diceva Lèon Foucault, l’inventore dell’omonimo pendolo) e di vivere di chimere (come prima di lui aveva scritto Laplace), gli ideatori del cristianesimo e i loro successori hanno saputo allestire una grandiosa recita che, a duemila anni di distanza, non solo non è stata smascherata e debitamente castigata come altri generi di imbroglio, ma è riuscita a crearsi un’aureola di rispetto che la rende diversa da ogni altra forma di superstizione o di elucubrazione metafisica. Basti pensare alle forme di parossistica adorazione tributata a recentissimi papi, anche quando hanno fatto del loro meglio per non meritarla.

         Benedetto XVI, ad esempio, prima di lasciare il trono papale, ha goduto di una forma fanatica di idolatria. Ne è prova l’universale levata di scudi in sua difesa quando, nel 2008, alcuni docenti misero in dubbio, in una lettera privata al loro rettore, l’opportunità che un papa apertamente avverso alla scienza e alla ragione – e a Galileo in particolare[1] – tenesse un discorso ufficiale all’Università La Sapienza in occasione della cerimonia di apertura dell’Anno Accademico  (senza contraddittorio, naturalmente). Parere che, sommato alle proteste studentesche, spinse il papa a non presentarsi e a far leggere il suo discorso da un compiacente prorettore.

         Nel testo papale veniva affermato, quasi a conferma dei timori espressi dai docenti, che “se la ragione – sollecita della suapresunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana (sic!) e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita”.[2] Una vera bestemmia per gli scienziati. Sarà uno degli argomenti trattati da Renzetti nella seconda parte di questo libro, che verrà pubblicata a breve. Ma già qui egli anticipa il suo punto di vista sulla questione del rapporto tra fede e ragione. Dice testualmente, a proposito dell’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II: “Che vi siano dei preti… che continuano a dire sciocchezze non è da stupire, ma che vi sia tanta gente che li segue è veramente preoccupante sullo stato di salute della razza umana”. Il fatto è che la specie umana, in materia di fantasticherie soprannaturali, è purtroppo forgiata in modo da andare in cerca di questi inganni. Anche per il nuovo Papa Francesco va palesemente montando la stessa forma di adorazione idolatrica, incoraggiata anche dalle reti televisive, che non perdono occasione per attrarre l’attenzione su questo personaggio, e persino dai giornali più laici, come La Repubblica e L’Espresso.

         La prima parte del libro, cui ora mi confino, copre la storia della Chiesa dai primi papi a tempi abbastanza prossimi a noi, e rappresenta il naturale seguito storico di quanto già trattato nei due volumi di Renzetti con lo stesso editore, “Alla ricerca di un uomo chiamato Gesù” e “La Chiesa… dopo Gesù”. L’insieme di questi testi costituisce una poderosa raccolta di notizie, fatti, figure, pratiche, suffragati da ampia documentazione. Essa va oltre quanto si può trovare in tanti altri scritti antireligiosi e anticlericali – pur meritori, ma in genere insufficienti dal punto di vista dell’approfondimento storico e scientifico – offrendosi come esaustiva opera di consultazione su aspetti specifici e fornendo al lettore una base documentaria al naturale scetticismo sull’origine e sulla natura divina della più grande multinazionale esistente. Perché, se da un lato è alquanto immediato rifiutare, con l’uso della ragione o anche del semplice buon senso, le favole che infiorano le credenze religiose – dogmi, miracoli, resurrezioni, eventi impossibili, assurde e disumane prese di posizione[3] – dall’altro non è altrettanto facile rendersi conto di quanto nei secoli l’esistenza delle religioni costituite abbia influito negativamente sullo sviluppo della civiltà, sulla formulazione di una scala di valori autentici e anche, come si verifica ancora al nostro tempo, sul mantenimento della pace. Così come può non essere semplice avvertire quanto le religioni continuino a condizionare in senso negativo la legislazione, la politica, l’organizzazione sociale, il libero pensiero, il progresso della scienza e della filosofia.


[…]

         Per riassumere, il libro è una preziosa rassegna delle delittuose imprese della Chiesa attraverso il tempo. Pervaso da una pesante ma giustificata ironia e da una sacrosanta indignazione, esso costituisce un autentico thesaurum per coloro che alle fole della religione non prestano fede e che deprecano le pompe dei suoi gestori. Ma anche un’utile fonte di informazioni per coloro che, pur credenti, avessero la buona intenzione e l’umiltà di volersi documentare. Non c’è molto da sperare, tuttavia: assai pochi verranno scalfiti nella loro fede, per forti che siano le evidenze avverse alla Chiesa. C’è anzi da temere che i più accuseranno l’opera di Renzetti di intolleranza, o quanto meno di scarsa obiettività. In duemila anni di storia, infatti, tanto profondamente si è radicato nella specie umana il rispetto del “sacro”, che i credenti rifiutano a priori, anzi nemmeno tollerano, che si parli della Chiesa senza peli sulla lingua. Siamo giunti alla grottesca situazione che sono gli agnostici, e non i credenti, a dover rendere ragione delle loro convinzioni. È proprio il caso di dire: non c’è più religione!

         Cade a proposito una frase di George Bernard Shaw: “Il fatto che un credente sia più felice di uno scettico non è diverso dal fatto che un ubriaco è più felice di una persona sobria”. E una di Polibio nel II secolo a.C., che pure si confrontava con una religione più naturale e tollerante di quelle monoteistiche con cui abbiamo a che fare oggi: “Quando si può trovare la causa di un fenomeno, si eviti di ricorrere agli dei”. Precursore della moderna scienza, come, un secolo più tardi, Lucrezio: “Mi dispongo a liberare la mente dai nodi della religione”. Concetti che sono impliciti, anche se prudentemente mai palesati, nella filosofia innovatrice di Galileo.

         Desidero concludere il discorso con un illuminante pensiero di Goethe, panteista spinoziano, tratto dal Viaggio in Italia (traduzione E. Castellani): “Il primo giorno di Natale vidi in S. Pietro il papa, che con tutto il pretume celebrava la messa solenne, in parte davanti al trono, in parte dall’alto di esso. È uno spettacolo unico nel suo genere, molto sfarzoso e imponente, ma io ormai sono così invecchiato nel mio diogenismo protestante,[4] che tanta magnificenza mi disturba più di quanto mi affascini, e avrei voglia di dire, come il mio valente predecessore, a codesti conquistatori religiosi del mondo: «Non nascondetemi il sole dell’arte somma e della pura umanità”.

Mi religión es buscar la verdad en la vida y la vida en la verdad

Miguel de Unamuno


[1] Si veda ad esempio J. Ratzinger, La crisi della fede nella scienza, tratto da “Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti”, Edizioni Paoline, Roma 1992, p. 76-79. Si può trovare in rete: <http://www.culturanuova.net/filosofia/testi/galileo_ratzinger.php>, o anche <http://www.ratzinger.us/modules.php?name=News&file=article&sid=210> (sito Amici di Joseph Ratzinger).

[2] Si veda in rete ad esempio: <http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/january/documents/hf_ben-xvi_spe_20080117_la-sapienza_it.html>.

[3] Il nuovo Papa assurto al soglio pontificio, Jorge Mario Bergoglio, nel suo libro Sobre cielo y terra del 2011, pur dicendosi contrario all’accanimento terapeutico, condanna duramente l’eutanasia (“eutanasia è uccidere”) e l’aborto (“non consentire lo sviluppo di chi  ha già tutto il codice genetico di un essere umano non è etico.  Il diritto di vivere è il primo fra i diritti umani”). Concezioni antiquate e superficiali, che non lasciano ben sperare in un futuro della Chiesa più illuminato e sensibile alle esigenze degli esseri umani e all’evoluzione dei costumi.

[4] Per Diogene di Sinope, detto il cinico, la virtù consisteva nell’evitare qualsiasi piacere fisico superfluo: rifiutava drasticamente, oltre ai valori tradizionali come la ricchezza, il potere, la gloria, anche le convenzioni e i tabù sessuali. Nelle sue parole “l’uomo ha complicato ogni singolo semplice dono degli Dei”.

Andrea Frova

________________________________

 INTRODUZIONE MIA

La Chiesa è in cielo, in terra e in ogni luogo. Penetra tutto e tutti. Controlla minuziosamente ogni aspetto della vita umana intervenendo per modificarlo a suo uso e, è il caso di dirlo, consumo. Definisce costume, morale, etica e comportamenti minuti apparentemente insignificanti. E’ onnivora e schiaccia chiunque non si adegui. Presto o tardi. Clamorosamente e con rumore, o silenziosamente in modo felpato. Dispone di molti sicari che operano in nome di Dio, felici di prostrarsi ai piedi di persone con gonnellino, zucchetto e sacre pantofole. Persone suadenti, melliflue e untuose che ti ascoltano con attenzione per consolarti mentre ti pugnalano. Sto esagerando ? No, anzi, mancano le parole adeguate per raccontare questa genìa che si propone al di là del bene e del male. In ogni caso per i distratti, per quel gregge che non sa fare le somme, conviene presentare una qualche rassegna delle realizzazioni stellari dei gerarchi della Chiesa nei secoli dei secoli, … amen !

Arrivati al Sacro Romano Impero, dopo aver fagocitato l’Impero romano di Occidente, la storia della Chiesa si lega a quella secolare di ogni Impero. Dove c’è stato o c’è potere, c’è la Chiesa. Una volta per tutte debbo dire che la Chiesa della quale parlo è la Chiesa delle gerarchie che non ha nulla a che vedere con quella dei fedeli. Questi ultimi sono tanti ma purtroppo, se in buona fede, non contano nulla. Come del resto alcune comunità che lavorano con passione per il bene del prossimo e che, con la loro azione, forniscono alibi continui alle gerarchie. Il mito dell’ubbidienza li fa gregge e, francamente, mi pare inutile scrivere qualcosa su un gregge. Pascola, è felice, si esalta, soffre, chiede aiuto a Dio o ai Santi o a qualche statua o quadro, plaude ed ubbidisce al parroco, sostiene il potere che sostiene il gerarca, … tutto per maggior gloria di Gesù che, esistito o no e per ciò che raccontano i Vangeli, non era certamente una persona remissiva e quindi non aveva nulla a che fare con il gregge. E neppure educava a divenire gregge. Poi fu inventata la Chiesa che ha riprodotto tutto ciò contro cui Gesù lottava. Ed ecco il gregge che non ha capito nulla di Gesù semmai ha letto qualcosa che lo riguarda. Gli altri, i fedeli e le comunità che non gradiscono le gerarchie, sono persone ammirabili, dicono cose in gran parte condivisibili, ma la loro azione conta poco, anzi è utilizzata per dare maggior forza a quelle gerarchie che tutto schiacciano e omogeneizzano a loro fini. Dando un’occhiata indietro, fino ad arrivare al I secolo, si scopre che di queste brave persone ve ne sono state molte ma non hanno mai contato nulla. Lo schiacciasassi avanza inesorabile contro l’intera umanità e ora può fare addirittura mostra di pluralismo. Mostra, appunto, e basta.

Per raccontare la Chiesa, da questo momento lascio la stretta cronologia che ho invece seguito sia in Alla ricerca di un uomo chiamato Gesù, sia in La Chiesa … dopo Gesù, libri ai quali rimando per tutto ciò che concerne la storia del Cristianesimo da Gesù al Sacro Romano Impero. In questo lavoro, diviso in due parti delle quali questa è la prima, che inizio qui ad intraprendere non seguirò più il giorno per giorno. Affronterò il problema Chiesa per temi, per argomenti, per cercare di focalizzare meglio il pensiero del lettore sull’opera nefasta di questa Istituzione che interviene sempre, dovunque, su tutto. Da dove iniziare ? Non vi sono aspetti meno importanti di altri ma forse è utile cominciare a dare un’occhiata ai massimi esponenti delle gerarchie, i papi. Ecco, attraverso la storia di questi delinquenti (mostrerò quanto dico) che prenderò come filo conduttore, inserirò la discussione di argomenti nati e sviluppatisi sotto la loro nefasta egida, riservandomi una trattazione più completa in capitoli a parte.

I papi rappresentano la Chiesa da quando qualche furbastro l’ha inventata. Una invenzione redditizia che inizia il rosario delle falsificazioni sfacciate del pensiero di Gesù.

       A parte ogni altro titolo tra i tanti, un Papa è la massima autorità della Chiesa cattolica, una specie di vicario di Gesù Cristo sulla Terra. Il tutto discende da una frase, una sola, scritta dall’evangelista Matteo, e solo da lui:

… Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa [Mt. 16, 18]

La frase è rivolta all’apostolo Pietro al quale Gesù dice che egli è Pietro e su quella pietra costruirà la sua Chiesa, cioè l’assemblea, la comunità dei fedeli. Gli altri evangelisti non riportano questa frase e neppure frasi simili, tanto che il suo contenuto doveva essere marginale e non fondante una parte essenziale della fede di cui Cristo era portatore. Insomma Gesù non aveva alcuna intenzione di fondare una struttura perenne che fosse portatrice dei suoi insegnamenti. Il Cristo, infatti, veniva sulla Terra per salvare in tempi rapidi tutti i peccatori del popolo ebraico  (sarà Paolo a falsificare ed estendere il pensiero di Gesù all’intera umanità) perché, Egli stesso lo dice e ripete più e più volte, sta finendo il mondo, sta per venire il Giudizio Universale, ed occorre procedere alla salvezza prima che ciò accada. E quando il mondo sta crollando non si fondano chiese e non si lasciano scritti come, coerentemente, Gesù non ha fatto. Ma, se leggiamo un poco oltre Matteo, troviamo che Gesù, ancora rivolto a Pietro, dice:

Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! [Mt. 16, 23]

dice cioè che Pietro è come un satana che dà scandalo e ragiona come gli uomini, dimenticando il modo di pensare di Dio. Se dobbiamo credere a Gesù e dare un minimo di valore alla ragione è d’obbligo allora ammettere che quella che conosciamo è la Chiesa.

[…]

Così come non si conoscono con certezza i primi Papi, essendo certo che i primi 4, con la gigantesca bufala di Pietro Papa che serviva solo ad accreditare la continuità con gli apostoli e quindi il primato di Roma su Costantinopoli, sono frutto di una ricostruzione leggendaria, le biografie di gran parte di loro o non le conosciamo o sono frutto di fantastiche ricostruzioni a partire da qualche nota biografica che ci è stata fornita dal Liber Pontificalis (di anonimo del VI secolo), che perciò stesso, almeno fino al III secolo, è in gran parte inattendibile. Tra i Vescovi di Roma, che per semplificare chiamerò Papi anche se questo nome verrà adottato molto più tardi (nel 608 ma con regolarità a partire dall’VIII secolo) con l’acquisizione di un’autorità sempre più estesa, vi furono certamente delle personalità rilevanti almeno fino al riconoscimento  del Cristianesimo da parte di Costantino (313). Si tratta di persone che sfidarono l’Impero, spesso pagando con la vita ed a volte tradendo per paura la propria fede (denunciando i correligionari, consegnando libri sacri, facendo sacrifici agli dei pagani, …). Ma è inutile addentrarsi in scampoli di storie, seguiamo invece ciò che sappiamo con qualche riscontro, non dimenticando di indagare i rapporti che si instaurano tra clero e potere in Roma. Per fare ciò è utile iniziare dal primo Papa del nuovo corso, Silvestro I (314-335).

Tralascio quindi le patetiche invenzioni che vorrebbero Pietro come primo Papa (con successori dei quali non si sa nulla), e mi occupo invece di alcuni papi che ben rappresentano la Chiesa, perché laidi e criminali al punto giusto (non è altrimenti possibile raccontare tutto di tutti, troppi papi e troppe imprese purtroppo emblematiche), avvertendo solo che l’ordine della scelta dei personaggi è cronologico e non riguarda l’entità del crimine. I papi che tralascio o sono stati insignificanti o hanno regnato per un tempo troppo breve o hanno fatto mascalzonate relativamente meno gravi dei colleghi citati.

[…]

________________________________________

ALCUNI PASSI DEL TESTO

[…]

Già la Marcia su Roma (28 ottobre 1922) aveva acceso qualche speranza in Vaticano, quella comunque di liberarsi dei governi liberali e di allontanare la minaccia comunista (Mussolini era stato socialista ma era ora in forte contrasto con il suo ex partito). E l’Osservatore Romano registrò la più viva soddisfazione per l’evento invitando i popolari a collaborare con Mussolini. Per un poco di tempo la Chiesa mantenne la sua indipendenza anche perché Mussolini si era ripetutamente vantato di non essere credente dandone continua mostra con la sua irriverenza (aveva elogiato l’eretico Hus ed aveva chiamato un suo figlio Giordano Bruno) in un Paese irreligioso. Un suo primo programma politico del 1919 prevedeva la confisca di tutti i beni della Chiesa ma già nel 1922 alcuni suoi uomini avevano portato avanti concilianti trattative con plenipotenziari vaticani ed egli stesso si era incontrato segretamente il 20 gennaio del 1923 con il Segretario di Stato del Vaticano Gasparri in casa del Presidente del Banco di Roma, Santucci (gli incontri successivi avverrano tra Mussolini ed il delegatio del Vaticano Pietro Tacchi Venturi, un buon gesuita ed un buon fascista)E prima delle elezioni del 1925 Mussolini operò in modo da avere il chiaro appoggiò della Chiesa: fece del cattolicesimo la religione di Stato, reintrodusse il crocifisso nelle aule scolastiche, nei tribunali, negli uffici e nelle caserme, permise che la Chiesa approvasse i libri di testo scolastici, allentò il controllo sulla qualità dell’insegnamento nelle scuole confessionali, fece eliminare il controllo di polizia sulle affissioni in Chiesa, fece nominare dei cappellani presso la Milizia, sopresse la Massoneria, destinò una gran quantità di denaro pubblico al restauro di chiese e beni ecclesiastici danneggiati dalla guerra (con il vergognoso regalo di 600 quadri del patrimonio artistico italiano alla Chiesa), fece esentare ampiamente ecclesiastici e seminaristi dal servizio militare, fece aumentare di molto le congrue per il clero, fece partecipare i gerarchi fascisti alle cerimonie religiose, fece precedere da una benedizione le riunioni di partito, sostituì come ministro della Pubblica Istruzione l’anticlericale Giovanni Gentile con il cattolico (ed ignorante servo del Papa) Fedele, fece battezzare i figli (nel 1928 poi si sposò in chiesa con donna Rachele). La Chiesa, dopo questo totale cedimento del Fascismo ai suoi voleri, si schierò con Mussolini e con ogni suo crimine (fece finta di nulla in coccasione del delitto Matteotti) fino al punto di mettere a tacere i neonati movimenti democratici cristiani (don Sturzo ed il Partito Popolare) e di condannare l’unità d’azione di socialisti e popolari nell’Aventino (empia unione). Era tutto pronto per il Concordato del 1929 che concesse alla Chiesa l’Italia laica e democratica in cambio del lurido sostegno al Fascismo, mai condannato. Dopo la firma di quell’atto che arricchì la Chiesa e spogliò l’Italia, Pio XI ebbe a dire che Mussolini è l’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, in un contesto di un reiterato attacco alla scuola liberale e di una riaffermazione del Sillabo (come dire che Dio e Gesù sono fascisti). Infatti Mussolini non aveva le preoccupazione della scuola liberale ed aveva ripudiato il socialismo. Intanto le squadracce fasciste imperversavano in tutta Italia, picchiando oltre a coloro che si raccoglievano in Case del popolo, anche lavoratori cattolici (don Minzoni venne ammazzato nel 1923 con una bastonata). Osserva Giordano Bruno Guerri che:

  “La Chiesa aveva in comune con il fascismo tutti i nemici: la democrazia, il liberalismo, il comunismo, la massoneria, e con il fascismo condivideva «il bisogno d’ordine, di disciplina, di autorità, di gerarchia, il sostanziale disprezzo e pessimismo sull’uomo come essere sociale, sempre da guidare, da correggere, da costringere e da limitare, la sfiducia quindi per ogni forma di discussione e di ricerca, per ogni atteggiamento che non fosse di obbedienza e di sottomissione». Il modello autoritario e gerarchico del fascismo corrispondeva a quello della Chiesa, e sembrava il più idoneo a riportare l’Italia a una restaurazione pre-Rivoluzione francese”

In definitiva Fascismo e Chiesa privilegiavano entrambi principi di ordine, autorità, gerarchia, obbedienza, sottomissione e assolutismo, il mito di Roma, gli apparati e i riti esteriori, l’uso massiccio della psicologia di massa, la tutela della famiglia (meglio se numerosa),  ed entrambi avevano, almeno apparentemente, nemici comuni come l’irreligiosità, l’individualismo, l’eresia, l’anarchia, la massoneria internazionale, il protestantesimo, soprattutto il bolscevismo e il liberalismo, il materialismo, il libero pensiero, la democrazia, il modernismo. Era una vera corrispondenza di amorosi sensi che si consumò in luridi amplessi.

[…]

Ritorno quindi a qualche pagina più su, riguardo al modo con cui la Chiesa cerca di discutere le teorie scientifiche, debbo intervenire brevemente ma con la chiarezza che lor signori non hanno perché, più che in malafede, sono proprio ignoranti. Non intendo spiegare ad un Papa defunto come quello Polacco e tanto meno ai suoi accoliti cosa sia una teoria scientifica. Sarebbe del tutto inutile perché per comprendere davvero occorrerebbe togliere dal campo non la metascienza ma la metafisica e partire con animo sgombro da dogmi. Basti dire che per la scienza una teoria è l’inizio di una qualunque investigazione. Senza una teoria a priori non si fa nulla. Poi, ma il quando poi non è definibile, servirà il sostegno dell’esperienza per fortificare la teoria o per falsificarla. Che vuol dire ? Solo che si possono mettere insieme moltissime prove a favore di una teoria ed essa, all’aumentare di quelle, diventa sempre più credibile, più forte, ma mai VERA definitivamente. Al contrario, pur avendo montagne di prove a favore di una teoria, se solo ne viene fuori una che la nega, la teoria è subito FALSA, da buttare o da sistemare nei punti falsificati o da rivedere in qualche sua ipotesi, assunto o ciò che si individui essere difettoso o, infine, delimitandone l’ambito di validità. Aggiungo una cosa ovvia ma incomprensibile ai teologi: la scienza non ha mai preteso di fondare una morale, i fatti scientifici non sono valori da mettere in un libro sacro, per fare una religione che permetta ai suoi adepti una vita di crapula per l’eternità. E’ pura fantascienza o fantareligione ma se applicassimo lo stesso criterio alle teorie (come chiamarle altrimenti ? Sciocchezze ? Invenzioni ? Gabella gonzi ? …) di una religione, ad esempio la cattolica, cosa ne verrebbe fuori ? Non vi è una sola ammissione di qualunque religione che reggerebbe alla prova. Basterebbe questa banale osservazione per spiegare agli infidi teologi che scienza e fede sono due cose non solo differenti ma del tutto agli antipodi, incompatibili!

[…]

         La Chiesa è un coacervo di interessi materiali. Il sommo Dio è il denaro insieme ai privilegi. Ultimamente si sta vendendo, tramite annunci immobiliari, pure vecchie,  pittoresche chiese di valore storico ed artistico, con conventi, monasteri e terre annesse per realizzare ristoranti, banche, grandi magazzini, locali non certo ispirati a Gesù, speculazioni edilizie; vi è anche il caso di chiese vendute ad altre confessioni religiose visto che il denaro viene prima di tutto (a proposito, chiese e consimili di questo tipo non sono luoghi di culto. Come stiamo con l’IMU ? Cosa fanno i nostri custodi dell’evasione ?). Si tratta di 25.000 chiese (solo in Italia, poiché le vendite sono iniziate anche in Spagna e Stati Uniti) abbandonate e sconsacrate, perlopiù chiuse, destinate a saltuari usi alternativi alla religione e affittate anche come sale per concerti, conferenze e mostre. Gesù è sparito da secoli ed è un nome che serve solo per il gregge. Intanto proliferano scandali sessuali con la pedofilia in prima fila, prolificano scandali economici (Policlinico Gemelli, Istituto Dermatologico dell’Immacolata – IDI -, San Raffaele, …), prolificano scandali finanziari con lo IOR al centro di ogni indagine su riciclaggi vari, anche mafiosi (con implicazioni della Banca Intesa San Paolo, della J.P. Morgan di Francoforte, della Banca del Fucino, della BNL e del Credito Artigiano Per non dire delle implicazioni in questioni delinquenziali italiane come la P3 e la P4 che vede emergere don Bancomat, al secolo don Evaldo Biasini legato strettamente ad Angelo Balducci e Diego Anemone). Vi sono poi gli arrampicatori che hanno come soli ostacoli quelli di altri arrampicatori. Vi è uno scontro feroce degli ambienti papali con la Curia oggi in mano al Cardinal Bertone. Un vero vespaio di problemi che Ratzinger ha accresciuto con la sua completa incapacità di operare politicamente (di questo si tratta anche se può far storcere la bocca).

[…]

        La predicazione di Francesco I è fatta di annunci contro le ingiustizie, contro la ricerca spasmodica di denaro più che del bene agire verso il prossimo, contro il lusso, l’ingordigia, il culto della personalità … sembra un rituale al quale non sembra mai seguire l’azione. Probabilmente, con tutte le cose che ha avuto da fare, Francesco ha dovuto rimandare suoi interventi concreti e gli è sfuggita (non ha ancora fustigato costoro) quella violazione di tali sacrosanti principi da parte dei vescovi italiani guidati da Bagnasco a capo della CEI (e non a caso Avvenire, quotidiano dei vescovi, non è particolarmente devoto con Francesco: non ha citato quella frase di Bergoglio sui preti che fanno schifo e non ha condiviso il suo viaggio a Lampedusa). Gentile Papa, oltre ad indignarsi giustamente per quei preti che viaggiano in auto di lusso, ricordi a quel furbastro di Bagnasco che deve pagare l’IMU, come fanno tutti (se un ente come la Chiesa, massimo proprietario immobiliare italiano, non paga, quei soldi li pagheranno i poveri e comunque le persone normali). Che chi ha più del 25% dei beni immobili in Italia non può pagare meno di 100 milioni di euro mentre l’altro 75% paga 24 miliardi. Che conventi trasformati in hotels di lusso non sono case addette al culto, che scuole in cui si pagano rette faraoniche non sono scuole al servizio del Paese. Francesco, accetti una preghiera atea: faccia pagare l’IMU ai beni della Chiesa non di culto. E lo chiedo a lei che può convincere nostri politici al suo servizio. I nostri politici esistenti in Parlamento, infatti, sono proni verso la Chiesa a pigrecomezzi radianti. E lei sa certamente che per loro massima gloria, ingiuria ed arricchimento paghiamo sempre e soltanto noi. Avrei voglia di adire alle vie di fatto contro personaggi alla Enrico Letta, che segue Monti, che segue Berlusconi, che segue Prodi, … Tutti in quella posizione vergognosa che a me fa schifo.

[…]

L’Italia è un Paese che ha visto un degrado continuo a partire dall’assassinio di Aldo Moro (1978). Forse prima era possibile trovare qualche politico attento alle problematiche che via via ho posto e che tra un poco riassumerò. Oggi si è venuta a creare una situazione in cui la politica è generalmente in mano a persone che se non sono squalificate sono molto ma molto ignoranti. La politica è diventata un investimento tra i più redditizi. Basta portare qualche borsa e dire sempre sì che si può essere proiettati in un mondo di privilegi inimmaginabile alla gente comune alla quale io appartengo. Gli ideali, le convinzioni, l’agire per il bene del Paese è forse di qualche sciocco. Oggi si punta a perpetuare il privilegio e per farlo risulta molto più facile se si ha a fianco una potenza come la Chiesa ed i suoi gerarchi.

         E perché la gente per bene, ad esempio un professionista in un dato campo, non prova a fare politica per cambiare lo stato esistente delle cose ? Costui dovrebbe entrare in quel sistema tritatutto che è quello che genera gli attuali politici. Non c’è posto per le proprie conoscenze che, dopo un certo tempo perso così, diventano obsolete. E cosa dovrebbe fare costui a questo punto ? O entrare ancora di più nel sistema della politica, di questa politica, o ritornare faticosamente al vivere civile avendo perso le competenze che prima ti facevano vivere.

E come si fa a chiedere a questi politici di portare avanti la laicità dello Stato se questa è cosa che è stata fatta passare per marginale rispetto ai problemi del Paese ? Viene a questo punto allo scopo di spiegare meglio quanto intendo dire, riportare le frasi di un grande intellettuale, di una grande mente, di un grande politico del passato che ha regalato a questo Paese gran quantità di cultura e di argomenti su cui riflettere seriamente, molto seriamente. Parlo di Ernesto Rossi. Ecco di questo esimio pensatore e politico riporto un brano che egli sistemò come introduzione al suo Il manganello e l’aspersorio che scrisse nel 1957 per i tipi delle edizioni fiorentine Parenti (ripubblicato da Kaos nel 2000).

Pochi italiani conoscono quale centro di coordinamento e di guida delle forze più reazionarie è il Vaticano, e quale fattore di corruzione esso costituisce nella nostra vita pubblica, con la sua morale gesuitica, con la continua pratica del doppio gioco, con l’insegnamento della cieca obbedienza ai governanti, comunque delinquenti e in qualsiasi modo arrivati al potere purché prestino l’ossequio dovuto al Santo Padre.

Lo stesso Gaetano Salvemini [in Clericali e laici, Firenze 1957, pag. 36] scrisse che solo dopo essere vissuto a lungo nei Paesi protestanti era riuscito a capire pienamente quale disastro morale fosse il cattolicesimo per il nostro Paese.

Prima di mettermi a studiare il tema che ho sviluppato in questo libro, neppure io avevo piena consapevolezza del pericolo che il Vaticano rappresenta per la democrazia in Italia; anzi ero quasi disposto a consentire alla tesi di coloro che sostengono che l’anticlericalismo è un atteggiamento demagogico, non rispondente alle esigenze dei nostri tempi.

Abbiamo da risolvere – dicono – tanti problemi più imporrtanti: assicurare la pace; organizzare un serio controllo dei cittadini sui governanti; eliminare la disoccupazione; consolidare la libertà della stampa e la indipendenza della magistratura. Perché dividere le forze democratiche e perdere il nostro tempo in una questione non essenziale, com’è quella della libertà di coscienza?

D’altra parte, ricordando gli ingenui sentimenti religiosi della mia prima infanzia – quando il mondo era tutto per me un miracolo e non avevo ancora sottoposto alla critica le leggende e le idee tradizionali apprese col linguaggio – e conoscendo la devozione di molte persone a me care che nella Chiesa vedevano soltanto la messa e i sacramenti, temevo che una campagna anticlericale avrebbe offeso chi cerca nel catechismo la risposta alle domande che non possono trovare risposta, e tanta umile gente che nelle pratiche del culto e nella preghiera trova un conforto alle innumerevoli ingiustizie e tribolazioni di cui è piena la vita.

Invece no. Invece, approfondendo l’argomento, oggi mi sono dovuto convincere che la soluzione di tutti i problemi – anche di quelli che riteniamo più spiccatamente economici e tecnici – della convivenza civile, è in funzione del modo in cui si riesce a risolvere il problema della libertà di coscienza, cioè del modo in cui vengono regolati i rapporti fra lo Stato e la Chiesa. Solo una netta separazione del potere civile dal potere ecclesiastico; solo il divieto rigoroso a tutti i preti di intervenire, come preti, nella vita politica; solo la riduzione della religione ad affare strettamente privato, può consentire alla democrazia di svilupparsi nel senso da noi desiderato.

Siamo ad oltre cinquant’anni e non possiamo contare su nessun Ernesto Rossi, Salvemini, Parri, … I problemi si ripetono uguali. Anzi, molto peggiorati. Eppure la speranza del pieno dispiegarsi della democrazia invocata da Ernesto Rossi, è sempre viva.

[…]

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: