Nascita del fascismo: ebrei fascisti e ebrei oppositori

http://www.romacivica.net/anpiroma/Resistenza/resistenza2c6.html

[Pubblico questo articolo perché sono rimasto indignato nel vedere in TV la senatrice di Fratelli d’Italia, Ester  Mieli, ebrea ed ex portavoce della Comunità Ebraica di Roma, discettare in difesa del governo Meloni. Ho pensato che gli ebrei non possono essere fascisti, tantomeno a Roma dove ricordiamo con orrore il rastrellamento al Ghetto. Poi ho ripensato a quanto avevo letto sulle complicità di  alcuni ebrei con il Fascismo. Vi ripropongo queste letture. RR].

L’avvento del fascismo non mette in crisi l’integrazione degli ebrei in Italia. Nella famosa riunione in piazza San Sepolcro a Milano (23 marzo1919), fra i 119 fondatori del fascismo ci sono anche cinque ebrei, ed è uno di loro (Cesare Goldman) a procurare la sala all’associazione industriali dove Mussolini tiene a battesimo il movimento. Tra i “martiri fascisti” che muoiono negli scontri con i socialisti fra il 1919 e il 1922, figurano tre ebrei: Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi e Bruno Mondolfo. Più di 230 ebrei partecipano alla marcia su Roma nell’ottobre del 1922 e risulta che a quella data gli iscritti al partito fascista o a quello nazionalista (che poi nel 1923 si fondono) siano ben 746. A Fiume con D’Annunzio ci sono ebrei, fra cui Aldo Finzi che diviene poi sottosegretario agli interni di Mussolini e membro del Gran Consiglio (allontanato dal Regime, entrerà poi nella Resistenza e morirà alle Fosse Ardeatine), mentre Dante Almansi ricopre addirittura sotto il fascismo la carica di vice capo della polizia. Guido Jung è eletto deputato fascista e viene nominato ministro delle Finanze dal 1932 al 1935. Maurizio Rava è nominato vicegovernatore della Libia, governatore della Somalia e generale della milizia fascista. Tanti altri ebrei, pur occupando posti di minore importanza, contribuiscono all’affermazione del fascismo, come il commendator Elio Jona, finanziatore de Il Popolo d’Italia, e come gli industriali lombardi di origine ebraica che, per paura del comunismo, sostengono finanziariamente il movimento.

Lo stesso Benito Mussolini conta fra i suoi amici esponenti dell’ebraismo quali la russa Angelica Balabanoff, Cesare Sarfatti e Margherita Sarfatti, per lungo tempo amante del duce, condirettrice della rivista fascista “Gerarchia” e autrice della prima biografia di Mussolini dal titolo Dux, tradotta in tutte le lingue, che contribuisce significativamente a propagandare il fascismo a livello mondiale.

Questo non significa che l’ebraismo italiano sposi la causa del fascismo. Mussolini, fin dai primi anni, deve fare i conti con l’opposizione anche di molti ebrei: i socialisti Treves e Modigliani sono fra i protagonisti dell’Aventino; il senatore Vittorio Polacco pronuncia un coraggioso discorso, che ha una vasta eco nel paese; Eucardio Momigliano, che era stato uno dei sansepolcristi ebrei, abbandona il fascismo quasi subito, fondando l’Unione democratica antifascista; il deputato Pio Donati, aggredito e percosso due volte, è costretto all’esilio e muore in solitudine nel 1926; alcuni professori universitari rifiutano fedeltà al Regime (tra i 12 coraggiosi in tutt’Italia, tre sono ebrei: Giorgio Errera, Giorgio Levi della Vida e Vito Volterra), il presidente della Corte Suprema Ludovico Mortara si dimette; nel maggio del ’25 il Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Croce è sottoscritto da 33 ebrei.

Primi anni del Regime, il problema ebraico non esiste

Nei primi anni Venti per il fascismo il problema ebraico non esiste, anzi Mussolini – quando ciò corrisponde ai suoi fini politici – non manca di corteggiare le comunità israelitiche, come testimoniano le sue parole sul Popolo d’Italia del 1920: “In Italia non si fa assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei, in tutti i campi, dalla religione, alla politica, alle armi, all’economia… la nuova Sionne, gli ebrei italiani, l’hanno qui, in questa nostra adorabile terra”. Solo dopo il ‘38, molti zelanti gerarchi italiani filo-nazisti, per far piacere a Hitler, spulceranno alcuni vecchi discorsi di Mussolini, con qualche frase che si poteva interpretare razzista (sul Popolo d’Italia del 4 giugno 1919 il duce affermava: “Sulla Rivoluzione Russa mi domando se non è stata la vendetta dell’ebraismo contro il cristianesimo, visto che l’80 per cento dei dirigenti dei soviet sono ebrei… La finanza dei popoli è in mano agli ebrei, e chi possiede le casseforti dei popoli dirige la loro politica” e concludeva che il bolscevismo era “difeso dalla plutocrazia internazionale, e che la borghesia russa era guidata dagli ebrei; quindi proletari non illudetevi”).

Ma si tratta soltanto di battute. Nel novembre del ’23 Mussolini, dopo aver ricevuto il rabbino di Roma Angelo Sacerdoti, fa diramare un comunicato ufficiale in cui si legge: “(…) S.E. ha dichiarato formalmente che il governo e il fascismo italiano non hanno mai inteso di fare e non fanno una politica antisemita, e che anzi deplora che si voglia sfruttare dai partiti antisemiti esteri ai loro fini il fascino che il fascismo esercita nel mondo”. Nel 1930, l’anno dopo il Concordato col Vaticano, il duce fa approvare la Legge Falco sulle Comunità israelitiche italiane, accolta molto favorevolmente dagli ebrei italiani.

In realtà con questa legge il fascismo vuole soltanto servirsi degli ebrei per la sua politica. Il rabbino di Alessandria d’Egitto (David Prato) è un italiano; in tal modo si pensa che l’influenza italiana nel Levante si affermi; viene perciò aperto un Collegio rabbinico a Rodi; i consoli italiani fanno opera di persuasione perché gli ebrei italiani all’estero non rinuncino alla cittadinanza; si facilita l’iscrizione alle Università italiane di quegli studenti stranieri che provengono da paesi dove vige il “numerus clausus”. Il Collegio rabbinico da Firenze viene nuovamente trasferito a Roma. Nel ’32 la Mondadori pubblica i famosi Colloqui con Mussolini di Emil Ludwig, e il duce condanna il razzismo senza riserve, definendolo una “stupidaggine”, quanto all’antisemitismo, afferma che “non esiste in Italia”. Dopo la presa del potere da parte di Hitler, i profughi ebrei dalla Germania vengono accolti e il loro insediamento non è ostacolato dalle Autorità.

Se non si tratta di un corteggiamento, poco ci manca. La risposta delle comunità ebraiche è ottima: tra l’ottobre del 1928 e l’ottobre del 1933, sono 4920 gli ebrei che si iscrivono al partito fascista; poco più del 10 per cento della popolazione ebraica italiana.

FASCISTI EBREI

È particolarmente significativo il breve racconto Pace fatta (Il mio ghetto, Garzanti, 1987, pp.129-133), che descrive un’assemblea della Comunità di Torino poco dopo la promulgazione delle leggi razziali e ci mostra una buona parte degli ebrei torinesi nonostante tutto ancora fiduciosa nel fascismo e nel Duce. Merita di essere riletto per intero il discorso che Sion Segre Amar attribuisce al Presidente:

Cari correligionari! Siamo qui riuniti per discutere della situazione nella quale siamo venuti a trovarci in un momento difficile della storia patria. Nubi si addensano sull’orizzonte dell’Europa, e l’Italia, sotto la guida illuminata del Duce, fondatore dell’Impero, non può rimanere insensibile ai mutamenti della storia. Il genio latino, oggi impersonificato nel Duce, ha sempre rispettato la minoranza ebraica che da duemila anni partecipa alle vicende patrie nel bene e nel male. Se lo vorremo, sarà ancora così. Ne volete una prova? La troviamo nelle parole stesse del Duce, al quale in questo momento va il nostro pensiero fiducioso.

Inderogabili esigenze di carattere internazionale, le cui recondite motivazioni sfuggono alla nostra percezione, ci impongono dei sacrifici, per il bene comune. Li accettiamo con animo forte, per quel senso del dovere che ha sempre caratterizzato i nostri comportamenti. Tanto più perché ci è stato autorevolmente assicurato che se saremo rispettosi delle leggi (Voce dal fondo: “Anche le leggi per la difesa della razza?”)… Non interrompetemi con le vostre sciocchezze: come è stato nostro onore e vanto, non verranno adottati provvedimenti più severi di quelli che il corso ineluttabile della storia ha voluto.

State tranquilli. Tutto ciò che si potrà fare da parte nostra, verrà fatto. Il vostro Presidente, i Consiglieri tutti, non sono insensibili alle vostre preoccupazioni. Nella seduta consiliare che ha preceduto questa riunione è stato preparato un memoriale-appello, che verrà consegnato alla maestà del Re Imperatore se le circostanze lo consiglieranno. Il passato di combattente di chi vi parla vi dia garanzia che il messaggio non cadrà nel vuoto.

Sessantacinque anni dopo possiamo affermare di essere del tutto immuni da questa ostinata volontà di credere a tutti i costi in un governo amico nonostante le evidenti prove del contrario?

È anche interessante ricordare a chi si attribuiva la colpa delle leggi razziali:

Cari correligionari. Ricordate tutti, perché è storia di ieri, che proprio da Torino, dalla nostra città che tante benemerenze ha avuto nella storia patria e del fascismo in particolare, è scoccata la scintilla che ha dato origine per la prima volta in Italia a qualche manifestazione di antisemitismo; subito repressa, è doveroso dirlo, per intervento personale del duce. Di chi fu la colpa? Lo sapete tutti: di un gruppetto di giovani esaltati, fuorviati da false ideologie. Se ne parlo, mentre il tacere sarebbe stato bello, è perché a quelle ideologie anarcoidi di sinistra, si sposa una proclamazione di fede sionistica. Sionistica, e quindi antinazionale…”.

L’atmosfera si fa incandescente, perché tra i presenti vi sono alcuni che della loro aspirazione al ritorno alla terra dei padri non fanno mistero, e non vi vedono contrasto alcuno con la loro fedeltà all’Italia e al Regime. Alcuni chiedono la parola, altri se la prendono. Nella confusione si grida e ci si dà qualche spintone…

La spaccatura tra gli ebrei torinesi è completa e definitiva. Provvederà presto Mussolini a farci ritrovare la proverbiale solidarietà.

Sessantacinque anni dopo possiamo leggere questo racconto come la brillante descrizione di un mondo che non ci appartiene più, o la lapidaria frase conclusiva getta ancora su di noi un’ombra di inquietudine?

Anna Segre


Meno male c’è chi ancora possiede questa lucidità.



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