Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

GALILEO ED I FILOSOFI CONTEMPORANEI MA GALILEO HA DIMOSTRATO LA VERITA’ DEL MOTO DELLA TERRA?

Inizio da qui perché, come vedremo, su questo i furbetti della parrocchietta credono di poter dileggiare Galileo. Lo faccio con un’ampia citazione di chi ha molta più credibilità di me, Stillman Drake (57). “In tempi recenti si è venuto manifestando un grande fastidio nei confronti del Dialogo, allorché la storia della scienza è passata dalle mani degli scienziati a quelle dei filosofi e dei sociologi. Oggi solo un numero piuttosto limitato di persone sarebbe in grado, se lo volesse, di leggere il libro come un dialogo progettato per proporre una spiegazione fisica (o nelle parole di Galileo, « naturale») dell’esistenza delle maree, ad introduzione della quale fu originariamente concepito. Ora la gran parte delle persone ha troppe conoscenze per leggere ciò che Galileo scrisse senza che, in modo cosciente o subcosciente, facciano riferimento a ciò che Newton scrisse più tardi, e forse la maggior parte delle persone sa troppo poco sulle teorie delle maree dopo Newton (58), e anche sull’idrologia del Mediterraneo e sulla periodicità delle maree nei mari che non sono vicini alle coste dell’Europa e dell’America, per leggere con pazienza e per capire il modo di ragionare di Galileo partendo dai fatti a lui noti e dalla sua visione delle velocità assolute e relative — visioni casualmente e notevolmente simili a quelle di Newton come furono esposte in un famoso scolio, mezzo secolo dopo il Dialogo. Un gruppo di moderni commentatori si è mostrato insofferente nei confronti del Dialogo, in quanto sembra loro che Galileo avesse preteso di essere in possesso di una dimostrazione sicura dei movimenti copernicani, mentre egli non aveva mai avuto una illusione simile. Nella interpretazione di alcuni scrittori, una tale dimostrazione non è esistita fino al diciannovesimo secolo inoltrato, come se qualche scienziato avesse definitivamente preso coscienza del sistema newtoniano solo quando la parallasse stellare fu scoperta e misurata, o quando il pendolo di Foucault ruotava nel Pantheon di Parigi(59). Nella visione di altri invece, i quali sono forse più vicini alla realtà, una dimostrazione sicura non è mai esistita né esisterà mai, proprio come sostenevano i contemporanei di Galileo, Roberto Cardinale Bellarmino e Papa Urbano VIII. Ma a me sembra che il punto principale sia che per giustificare le loro affermazioni tali scrittori dovrebbero trovare nel Dialogo, e citarlo, un passo o dei passi nei quali Galileo inequivocabilmente pretese di aver dimostrato i movimenti della terra. È possibile che un tale passo, o passi, esista, ma io non ne ho notato alcuno, quando ho tradotto il libro, frase dopo frase, né mi ricordo di qualcuno che me ne abbia indicato uno in seguito (60). Se si prendono in considerazione le condizioni nelle quali Galileo scrisse il Dialogo, mi sembra evidente che il massimo che egli potesse fare era esattamente ciò che disse Riccardi (Padre Mostro, ndr) — cioè, ragionare con probabilità dei moti della terra. Il Dialogo a me sembra che sia un trattato sulla superiore evidenza, non una dimostrazione del copernicanesimo (61). La precedente battaglia di Galileo, nel 1613-15, era stata fatta per evitare, se poteva, una qualunque presa di posizione da parte della Chiesa che trasformasse un argomento di analisi scientifica in un articolo di fede. Egli sapeva meglio di chiunque altro in Italia la direzione che la scienza stava prendendo e che stava per prendere nel futuro che si intravedeva, e non voleva che la sua chiesa, o la sua terra natale, a causa di un inutile movimento contrario a tale direzione soffrisse la perdita della supremazia nella scienza che durava da tempo (62). La sua successiva battaglia, rappresentata dal Dialogo, fu condotta per liberare la Chiesa dalle conseguenze dell’editto del 1616 che regolava i libri copernicani, conseguenze che si erano già avvertite nel 1624. È il momento di rivolgersi agli eventi di quell’anno che portarono Galileo ad iniziare la composizione del Dialogo” [la sottolineatura è mia]. Se l’autorità di questo laico non basta vi è quella del teologo Niccolò Riccardi (Padre Mostro), che godeva della fiducia del Papa, tanto che da lui dipendeva l’imprimatur definitivo al Dialogo. Padre Mostro, nel 1631, scrive all’Inquisitore di Firenze (63): «Il Sig.r Galilei pensa di stampar costì una sua opera, che già haveva il titolo De fluxu et refluxu maris, nella quale discorre probabilmente del sistema Copernicano secondo la mobilità della terra, e pretende d’agevolar l’intendimento di quel’arcano grande della natura con questa posizione, corroborandola vicendevolmente con questa utilità. Venne qua a Roma a far vedere l’opera, che fu da me sottoscritta, presupposti l’accomodamenti che dovevano farcisi, e riportatici ricever l’ultima approvazione per la stampa. Non potendo ciò farsi per gl’impedimenti delle strade e lo pericolo degl’originali (64), desiderando l’autore di ultimare costì il negozio, V.P.M.R. potrà valersi della sua autorità, e spedire o non spedire il libro senz’altra dependenza della mia revisione; ricordandole però, esser mente di Nostro Signore che il titolo e soggetto non si proponga del flusso e reflusso, ma assolutamente della mattematica considerazione della posizione Copernicana intorno al moto della terra, con fine di provare che, rimossa la rivelazione di Dio e la dottrina sacra, si potrebbero salvare le apparenze in questa posizione, sciogliendo tutte te persuasioni contrarie che dall’esperienza e filosofia peripatetica si potessero addurr, sì che non mai si congeda la verità assoluta, ma solamente la hipothetica e senza le Scritture, a questa opinione. Deve ancor mostrarsi che quest’opera si faccia solamente per mostrare che si sanno tutte la ragioni che per questa parte si possono addurre, non per mancamento di saperle si sia in Roma bandita questa sentenza, conforme al principio e fine del libro, che di qua mandarò aggiustatì. Con questa cauzione il libro non haverà impedimento alcuno qui in Roma, V.P.M.R. potrà compiacere l’autore e servir la Serenissima Altezza, che in questo mostra sì gran premura. Me le ricordo servitore, e la pregio a favorirmi de’ suoi commandamenti». [la sottolineatura è mia]. Aggiungo anche io che non ho trovato un solo passo nel Dialogo nel quale Galileo dica di aver provato la Teoria copernicana. D’accordo con Drake, chiedo agli obiettori di questa affermazione che citino il brano o tacciano per sempre. Se poi si dovesse entrare nei dettagli della discussione mantenuta, mentre la fisica e cosmologia aristotelica erano comunemente conosciute, lo stesso non era, nel modo più assoluto, per la cosmologia copernicana (che però non viene introdotta che di sfuggita in quanto cosmologia) e non lo era per nulla per la fisica che avrebbe dovuto rimpiazzare quella funzionale a quella cosmologia. E’ quindi del tutto evidente che un maggiore spazio doveva essere dato alle novità sconosciute. Ma qui viene fuori anche il fatto che, in definitiva, non era tanto un qualche brano del Dialogo dal quale si parte per mettere Galileo sotto processo ma questioni politiche (l’attacco della Spagna alle alleanze papali con la Francia e con gli Asburgo) e questioni personali sulle quali vale la pena insistere (senza entrare nel merito delle dilapidazioni, ruberie e nepotismi che gli venivano addebitati, in fondo è pur sempre quel Papa indicato ancora con il detto: fecero meno danno a Roma i barbari che i Barberini). Il Papa più volte aveva detto che le dottrine copernicane erano indimostrabili. Galileo gli aveva certamente parlato della prova che aveva trovato, le maree, per sostenere Copernico. Il Papa non era in grado di controbattere a questa argomentazione (come quasi nessuno lo era e lo fu) ed allora impose di non chiamare quel libro come Galileo avrebbe voluto Dialogo sul flusso e reflusso del mare, per non dare enfasi all’argomento principe di Galileo. Galileo ubbidì tenendo in gran conto quanto gli era stato detto. E’ questo il motivo della sproporzione, che alcuni hanno denunciato come un fatto negativo, delle giornate del Dialogo. La Seconda è di gran lunga la preponderante ed è proprio una giornata in cui non si parla di maree. E, dove si parla di maree (parte della Terza e la Quarta), si sente la debolezza delle argomentazioni, si sente che Galileo non spinge in alcun modo con i suoi discorsi incalzanti come aveva fatto in precedenza con Simplicio. Galileo rinuncia cioè ad utilizzare il suo argomento principe per ubbidire al Papa e costruisce un libro sulle maree ma lo rimaneggia in modo significativo, fino ad occultare le maree, al fine di vederlo pubblicato. Un esempio clamoroso lo abbiamo proprio all’inizio del Dialogo. Dopo il Proemio, Al discreto lettore, certamente scritto insieme a Padre Mostro, Proemio nel quale il decreto del 1616 viene definito salutifero, inizia la Prima giornata. E’ Salviati che inizia. Leggiamo: Salviati – Fu la conclusione e l’appuntamento di ieri, che noi dovessimo in questo giorno discorrere, quanto più distintamente e particolarmente per noi si potesse, …. Beh? Vi pare ragionevole? O piuttosto è la conseguenza degli spostamenti richiesti su un libro, che aveva richiesto almeno 5 anni per la redazione con un fine detto in un titolo, e con un titolo che deve sparire e con il libro stesso che deve cambiare il peso specifico delle singole argomentazioni ? Vi è poi quella convinzione di Urbano VIII, quello che gli faceva dire che in ogni caso sarebbe stato impossibile mostrare la verità del copernicanesimo, convinzione secondo la quale Dio ha sempre a sua disposizione innumerevoli modi per produrre qualcuno dei fenomeni che noi percepiamo. Insomma, la natura non può essere intellegibile all’uomo percé, quando volessimo credere di aver capito qualcosa, un Dio burlone si divertirebbe a cambiare le carte in tavola; oppure: Dio ha fatto un mondo con regole diverse per fenomeni diversi (ed anche per stessi fenomeni, perché non dovrebbe ?), giocando a suo completo piacimento. Ora questa convinzione di Urbano VIII, come visto, va in chiusura del Dialogo in bocca a Simplicio. E’ grave ? Si ma solo per una ripicca personale, la cosa, questa, infatti si poteva correggere facilissimamente, tanto più che Salviati esalta questa frase. Ma no, non accadde nulla di ciò. Si preferì gettare tutta la potenza della Chiesa contro un vecchio di 70 anni, lo scienziato più famoso nel mondo di allora, che aveva avuto cinque imprimatur da teologi di fiducia del Papa.

L’ultimo imprimatur, quello di Padre Mostro

Vi è di più. Nell’agosto del 1632, nella relazione della Commissione dei teologi nominata dal Papa per studiare il libro e per cavarne tutte le possibili accuse contro Galileo, tra l’altro si legge: 6. Nel libro poi ci sono da considerare, come per corpo di delitto, le cose seguenti : 1- Aver posto l’imprimatur di Roma senz’ordine, e senza participar la publicazione con chi si dice aver sottoscritto. 2- Aver posto la prefazione con carattere distinto, e resala inutile come alienata dal corpo dell’opera, et aver posto la medicina del fine in bocca di un sciocco, et in parte che né anche si trova se non con difficoltà, approvata poi dall’altro interlocutore freddamente, e con accennar solamente e non distinguer il bene, che mostra dire di mala voglia. 3- Mancarsi nell’opera molte volte e recedere dall’hipothesi, o asserendo assolutamente la mobilità della terra e stabilità del sole, o qualificando gli argomenti su che la fonda per dimostrativi e necessarii, o trattando la parte negativa per impossibile. 4- Tratta la cosa come non decisa, e come che si aspetti e non si presupponga la definizione. 5- Lo strapazzo de gl’autori contrarii e di chi più si serve S. Chiesa. 6. Asserirsi e dichiararsi male qualche uguaglianza, nel comprendere le cose geometriche, tra l’intelletto umano e divino. 7- Dar per argomento di verità che passino i Tolemaici a’ Copernicani, e non e contra. 8- Haver mal ridotto l’esistente flusso e reflusso del mare nella stabilità del sole e mobilità della terra, non esistenti. Tutte le quali cose si potrebbono emendare, se si giudicasse esser qualche utilità nel libro, del quale gli si dovesse far questa grazia. 7- L’autore hebbe precetto del 1616 dal Sant’ Offizio ut supradictam opinionem, quod sol sii centrum mundi et terra moveatur, omnino relinquat, nec cam de caetero, quovis modo, teneat, doceat aut defendat, verbo aut scrìptis; alias, cantra ipsum procedetur in Sancto Officio. Cui praecepto acquievit et parere prontisti. [sottolineatura mia]. Intanto c’è quel riferimento all’utilità non è certo ad una utilità scientifica ma una utilità teologica. Ma la cosa più rilevante è che non è in discussione la struttura del libro, ma alcune cose che gli stessi giudici del fatto dicono potersi emendare, giudici che affermano però quella cosa che non c’entra con il libro in sé e che è il vero grimaldello giuridico che farà condannare Galileo, il falso precetto. Ciò vuol dire che il libro non ci aiuta a condannarlo ma diamo per vera questa cosa se lo si vuole far tacere. E quella cosa risultò nuova al Papa che pure aveva vissuto da vicino le vicende del 1616. Già sappiamo come andò in tribunale: Galileo chiese di vedere la firma sotto il precetto scritto in un luogo dove non doveva essere (una pagina pari del registro) e non c’era. Inoltre Galileo aveva un certificato di pugno e firmato da Bellarmino, davvero insospettabile, che lo assolveva completamente. Grave infortunio (o bestialità giuridica?) quella di una istituzione alla quale va bene un documento non firmato ad uno di pugno di una persona che gode di gran rispetto in quella istituzione (65). Concludo questo paragrafo, del quale occorre evidenziare che Galileo non dimostrò il moto della Terra e neanche se lo era proposto, con le parole di Drake: “I Qualificatori nel 1616 commisero un grave errore a permettere che la filosofia aristotelica imponesse l’interpretazione biblica. L’Inquisizione Romana nel 1633 commise un grave errore ad inserire l’editto del 1616 nella sentenza contro Galileo, infatti da quel momento in poi la Chiesa Cattolica considerò l’editto esattamente nel modo in cui il suo autore [Bellarmino] aveva attentamente evitato di fare — cioè, interpretarlo come una interdizione dei libri copernicani. Questi due errori sono costati alla Chiesa Cattolica molto di più di quanto sono costati alla scienza, o, se per questo, anche molto di più di quanto sono costati a Galileo. Verso la metà del diciottesimo secolo gli assurdi eccessi furono mitigati da Benedetto XIV, e finalmente nel 1819 la Congregazione dell’Indice cessò di proibire i libri copernicani, in buona misura come risultato dell’ostinato coraggio di un astronomo cattolico chiamato Giacomo Settele” (che riuscì a farsi pubblicare i suoi copernicani Elementi di astronomia. Ancora 2 anni e tale divieto fu tolto per tutti, ndr).

MATEMATICO O FILOSOFO?

Altra vicenda che occupa le menti liofilizzate di alcuni critici è relativa alla disquisizione se Galilei era o no un filosofo. Si dice infatti che finché era matematico ancora ancora ma, ad un certo punto, pretese di diventare filosofo ed allora … La prima osservazione che c’è da fare riguarda il cosa era un intellettuale all’epoca di Galileo. Tutti dovrebbero sapere che allora si era o istruiti o no. Se lo si era lo si era su tutto e su tutto si dibatteva. Un aiuto in tal senso proveniva proprio dalla fisica di Aristotele che prevedeva un mondo completamente integrato di tutti gli aspetti che oggi, per motivi di comodità (economia di pensiero), abbiamo sistemato separatamente. Galileo, come tutti i suoi colleghi universitari si occupava di matematica, di cosmologia, di filosofia naturale, di filosofia, di medicina, di architettura, di fortificazioni, di meccanica (in senso tecnico), di idraulica (in senso tecnico), di teologia, di letteratura, di poesia, … Chi non aveva questa ampiezza nella sua formazione non avrebbe mai potuto accedere ad un insegnamento universitario semplicemente perché non esisteva la matematica senza Aristotele ed il matematico aristotelico era colui che si occupava di cosmologia e nel farlo doveva dire, in dispute interminabili che coinvolgevano tutto lo scibile, il perché le cose stavano così e non colà e per questo gli occorreva la fisica aristotelica che conteneva anche la teoria del caldo, del freddo, dell’umido e del secco che era alla base degli umori che regolavano il corpo umano che … Chiaro ? E se non lo è si dovrebbe prendere in mano qualche opera di Aristotele (la Laterza le ha pubblicate tutte in stupende edizioni economiche) e studiarla (leggerla non basta). Ma veniamo a cose più specifiche concernenti la pretesa di Galileo di diventare filosofo. Ricordiamo allora alcuni fatti per nulla reconditi, basta volerli conoscere. Galileo fa studi di medicina a Pisa (1581); studia matematica a Firenze (dal 1583 al 1588); insegna matematica a Firenze (1588) a Pisa (1589- 1592); la morte del padre nel 1591 lo mise nella condizione di indebitarsi per dover mantenere, oltre a se stesso, la madre, due sorelle ed un fratello. Per ragioni economiche nel 1592 accetta la cattedra di matematica a Padova. Poiché non voleva ripetere tali tristi esperienze anche con le figlie, le indirizzò in convento. E la cosa non sarà indolore per Galileo che mantenne una fitta corrispondenza con la figlia diletta, Virginia (Suor Maria Celeste). Due parole su questa vicenda che ha fatto spendere liriche parole a storici che usano leggere ciò che conviene loro. Scrive Forti: “Suor Maria Celeste, la primogenita, era senza dubbio uno spirito superiore, una creatura mite, affettuosa e soave, che dal padre aveva ereditato qualità di scrittrice per nulla comuni, e che lo superava, talvolta, per autentico vigore lirico. Generalmente tutti parlano di lei con frasi estatiche, poetiche e perfino melense, come di un’eterea creatura che irradia la propria luce sulla vita di Galileo. Purtroppo le cose non stanno solo in questi termini. Se le persone che parlano di lei si dessero la pena di leggere le sue lettere — e non solo quelle più comunemente citate — sarebbero turbate dalla tragedia di quell’esistenza crudelmente sacrificata: gli stenti continui, i malanni non curati, il cibo indigesto e nauseabondo anche durante le malattie, e — per sovrammercato — fratacchioni imbestiati che scendevano dai vicini conventi, con le loro sconce pretese. Una morte prematura venne a liberarla, poco più che trentenne. Per questa mite creatura — la cui devozione e il cui affetto non vennero mai meno — papà Galileo fu sempre una specie di nume che dall’alto del proprio benessere poteva dispensare una bottiglia che non sapesse d’aceto, e un sano pan dolce di fattura domestica, per una compagna ammalata … La secondogenita di Galileo, Suor Arcangela, è detta « la bisbetica » da qualche commentatore, e che tale potesse essere non sorprende del tutto.” A Padova, pur essendo la sua retribuzione molto migliore di quella che aveva a Pisa e pur integrando con molte lezioni private, Galileo soffriva di ristrettezze economiche (la realizzazione del cannocchiale gli fece avere un aumento!). Più volte dovette rivolgersi al governo veneziano per avere anticipi ed aumenti di stipendio. Nel settembre 1610 Cosimo II de Medici lo nomina matematico straordinario a Pisa e filosofo del serenissimo granduca con alto stipendio e senza obblighi di insegnamento (è quanto di meglio Galileo possa desiderare: tempo libero e denaro che, nella sua vita, gli mancherà sempre). Il titolo di filosofo era la chiave di tutto. Dovunque si operasse o si insegnasse, una persona che aveva il titolo di filosofo guadagnava fino a 10 volte di più di chi aveva il titolo di matematico. Fu anche per questo che Galileo ambiva a quel titolo e non per essere annoverato nella schiera dei peripatetici. Nelle trattative con Firenze per accettare le proposte di Cosimo II, vi è una lettera del 7 maggio 1610 a Belisario Vinta nella quale Galileo chiede: “Finalmente, quanto al titolo et pretesto del mio servizio, io desidererei, oltre al nome di matematico … quello di filosofo, professando io di havere studiato più anni in filosofia, che mesi in matematica pura”. L’altro motivo per cui richiedeva il titolo di filosofo, come sostenuto da Garin, consisteva nel “netto rifiuto dei procedimenti dei logici; dell’affermazione che le nuove dottrine cosmologiche sono reali e non ipotetiche; della consapevolezza che la visione dell’universo fisico che si viene delineando attraverso esperienze e dimostrazioni matematiche, è totale ed esauriente nel suo ambito, ossia nell’ambito di un sapere capace di render ragione di sé, ed oltre il quale non v’ha posto per la fede, che è altra cosa. Il cannocchiale e il magnete, come gli strumenti logico-matematici rettamente usati; le macchie solari come le fasi di Venere; l’eliocentrismo come le leggi del moto, se non intendono toccare in nessun modo i valori religiosi del Cristianesimo, vogliono distruggere senza residui la visione aristotelica della realtà, con il suo inestricabile intreccio di fisica e metafisica… L’appello galileiano a un altro testo si risolveva nella lettura… del gran libro della natura sostituito a quello d’Aristotele. Il ricorrere, così insistente nei suoi scritti come nelle sue lettere, e fin nei discorsi di cui è conservata testimonianza, dell’antico « topos » del libro, si impone, non tanto per un’immagine anche troppo comune, quanto per l’intenzione polemica di cui è caricata. Si deve insegnare e imparare non più mediante il libro di Aristotele, ma in una elaborazione autonoma del sapere: andando, oggi si direbbe, alle cose stesse, con gli strumenti adatti: le sensazioni e i concetti, le esperienze e le dimostrazioni convenientemente integrate. Non più «accomodar la natura e ‘1 mondo alla peripatetica dottrina, ma… finalmente adattare la filosofia al mondo e alla natura”. E ben sapeva Galileo di cosa parlava e di come il suo voler essere filosofo lo doveva distinguere da altri filosofi. Nell’agosto del 1612 discute della cosa con il suo amico Sagredo. Ed il 12 agosto Sagredo gli risponde: “se bene nelle mie lettere, che le scrissi, ho distinto i filosofi da i matematici (di che ella mostra aver ricevuto qualche scandalo), vorrei pure ch’ella sapesse che mi sono valuto di questi due nomi conforme alla volgare interpretazione del popolaccio, il quale chiama filosofi quelli che, non intendendo niente delle cose naturali (anzi essendo incapacissimi d’intenderle) fanno professione di essere segretari della natura, et con questa riputazione pretendono istupidire tutti i sensi degli uomini, et privarli ancora dell’uso della ragione”. Insomma sono d’accordo su una cosa nella quale a 400 anni di distanza, ci ritroviamo dentro di nuovo, così come testimonia Feynman nelle sue famosissime ed ineguagliate Lectures on Physics del 1964 (Vol. I, pag. 16-1): “These philosophers are always with us, struggling in the periphery to try to tell us something, but they never really understand the subtleties and depths of the problem.” [“Questi filosofi sono sempre con noi, si affannano per cercare di dirci qualcosa, ma non comprendono mai realmente le sottigliezze e la profondità del problema”]. E se ci troviamo a questo punto dipenderà pure da chi continua a non voler guardare nel telescopio di Galileo volendoci solo far guardare attraverso il suo logoscopio. Ma il logoscopio noi lo sappiamo leggere e lo sappiamo capire. Dalla parte di lor signori i filosofi non si dà quasi mai la stessa cosa. Riguardo al trattare temi di teologia, lo stesso Galileo, in una lettera a Monsignor Pietro Dini del maggio 1615, afferma che le questioni teologiche delle quali si è occupato nella lettera a Benedetto Castelli ed a Cristina di Lorena per me seriano dormite sempre, parlo dell’entrare nelle Scritture Sacre, nelle quali non è mai entrato astronomo nessuno né filosofo naturale che stia dentro a i suoi termini. Si tratta di una protesta di Galileo che dice: alcuni che si dicono filosofi entrano nelle Sacre Scritture per dire che leggere Copernico è eresia; ciò vuol dire che loro hanno deciso, pur non essendo teologi, che dentro il libro di Copernico vi sono eresie; ed a loro è permesso questo mentre a me che vado dicendo che non è così, mi viene tappata la bocca. In definitiva Galileo era un filosofo della natura come ve ne erano molti. Il titolo accademico coronava di ufficialità ciò che già Galileo era e faceva con lo spirito di chi non vuole più accomodar la natura e ‘l mondo alla peripatetica dottrina, ma … finalmente adattare la filosofia al mondo e alla natura. Se questo programma sembra poco, spiegate in cosa Popper o Feyerabend abbiano fatto di più! E poiché siamo a discutere di queste poco edificanti vicende conviene da subito dire che: 1) Galileo non ha mai inventato il cannocchiale, chi lo dice fa della facile divulgazione che non serve certo ad accrescere la fama di Galileo. L’episodio è assolutamente marginale fa il paio con la mela che cade sulla testa di Newton. Non è colpa di Galileo se vi sono persone che si emozionano per queste idiozie. 2) Galileo non ha mai fatto l’esperimento di caduta di gravi dalla torre di Pisa. Egli racconta di vari esperimenti del genere ma non si ha costanza che li abbia mai realizzati. 3) Molti esperimenti Galileo non li ha realizzati ma li ha immaginati, sono esperienze mentali. Si, e allora? E’ questo uno dei metodi ancora in uso nella scienza. O credete che l’EPR di Einstein, Podolski, Rosen sia stato fatto? O che Heisenberg abbia fatto l’esperienza di un elettrone dentro una scatola chiusa ed osservato con un microscopio? O che Schrödinger ha passato il tempo mettendo gatti in scatole? Ritorniamo ai filosofi. O si decidono a studiare le cose di cui vogliono discutere o devono lasciar perdere. Aggiungo dell’altro. La prima cosa è che si resta insoddisfatti confrontando l’ieri con l’oggi nella redazione dei risultati delle esperienze. Una volta non si richiedeva la pignola precisione che oggi è indispensabile. Alcuni studiosi (Koyré, Rupert Hall, Naylor, Shea) avevano messo in dubbio i risultati di alcune esperienze di Galileo. Nel 1960 e 1961 uno storico della scienza, T. B. Settle, ha realizzato molte esperienze di Galileo, eseguendole riproducendo gli strumenti con la ferramenta del Seicento, ebbene i risultati sono stati gli stessi che Galileo raccontava nel Dialogo e nei Discorsi. Stessa cosa è stata fatta da Stillman Drake, J. MacLachlan, R. Seeger e D.K. Hill. Insistere comunque su questo aspetto di Galileo, da parte di chi, simultaneamente, accetta ogni sciocchezza e misticismo da parte degli scienziati connazionali è davvero ridicolo (66). 4) Riporto qui una cosa ampiamente discussa nelle pagine precedenti. Galileo non ha dimostrato il sistema copernicano. Nessuno gli attribuisce tal cosa e tanto meno egli stesso lo ha fatto, la fama di Galileo non ha nulla a che fare con questa pretesa dimostrazione. 5) E’ vero che Galileo non conosceva bene l’ottica ma, di grazia, Galileo doveva far tutto o tacere? Lo statunitense A. Van Helden (The Discovery of the Telescope, 1977), alla faccia di Fayerabend, ha ripreso in esame la questione esaminando in particolare gli studi su Saturno e la loro fortuna, mostrando quanto il telescopio di Galileo fosse incomparabilmente migliore di quelli costruiti dai suoi predecessori e dai suoi contemporanei e dunque come fosse priva di fondamento la diffidenza che esisteva attorno al lavoro dello scienziato pisano. A questo proposito va ricordato che Galileo si mosse empiricamente in una scienza non definita con chiarezza. Egli frequentava spesso gli artigiani di Murano ed in particolare la vetreria del suo amico Girolamo Magagnati, dai quali aveva appreso l’arte di lavorare il vetro e molare le lenti. Il processo di perfezionamento del cannocchiale fu molto lungo (almeno un anno) e Galileo si accertò della sua bontà osservativa con una molteplicità di osservazioni terrestri per eliminare dalle lenti le aberrazioni ed altri fenomeni che provocano le visioni di ciò che non c’è (i fantasmi). Egli stesso ci racconta nel Saggiatore come operò (67): Questo artificio o costa d’un vetro solo, o di più d’ uno. D’ un solo non può essere, perché la sua figura o è convessa, cioè più grossa nel mezo che verso gli estremi, o è concava, cioè più sottile nel mezo, o è compresa tra superficie parallele: ma questa non altera punto gli oggetti visibili col crescergli I o diminuirgli; la concava gli diminuisce, e la convessa gli accresce bene, ma gli mostra assai indistinti ed abbagliati; adunque un vetro solo non basta per produr l’effetto. Passando poi a due, e sapendo che ‘1 vetro di superficie parallele non altera niente, come si è detto, I conclusi che l’effetto non poteva né anco seguir dall’accoppiamento di questo con alcuno degli altri due. Onde mi ristrinsi a volere esperimentare quello che facesse la composizion degli altri due, cioè del convesso e del concavo, e vidi come questa mi dava l’intento: e tale fu il progresso del mio ritrovamento, nel quale di niuno aiuto mi fu la concepita opinione della verità della conclusione. aggiungendo informazioni a quanto aveva già detto nel Sidereus Nuncius (68): Preparai dapprima un tubo di piombo alle cui estremità applicai due lenti, entrambe piane da una parte, e dall’altra una convessa e una concava; posto l’occhio alla parte concava vidi gli oggetti abbastanza grandi e vicini, tre volte più vicini e nove volte più grandi di quanto non si vedano a occhio nudo. In seguito preparai uno strumento più esatto, che mostrava gli oggetti più di sessanta volte maggiori. E finalmente, non risparmiando fatiche e spese, venni a tanto da costruirmi uno strumento così eccellente, che gli oggetti visti per il suo mezzo appaiono ingranditi quasi mille volte e trenta volte più vicini che visti a occhio nudo. Quanti e quali siano i vantaggi di un simile strumento, tanto per le osservazioni di terra che di mare, sarebbe del tutto superfluo dire. Ma lasciate le terrestri, mi volsi alle speculazioni del cielo; e primamente vidi la Luna così vicina come distasse appena due raggi terrestri. Dopo questa, con incredibile godimento dell’animo, osservai più volte le stelle sia fisse che erranti; e poiché le vidi assai fitte, cominciai a studiare il modo con cui potessi misurare le loro distanze, e finalmente lo trovai. Su questo è bene siano avvertiti tutti coloro che vogliono darsi a simili osservazioni. In primo luogo è necessario infatti che si preparino un cannocchiale esattissimo, il quale rappresenti gli oggetti chiari, distinti e non coperti d’alcuna caligine, e li ingrandisca almeno quattrocento volte, poiché allora li mostrerà venti volte più vicini: infatti, se lo strumento non sarà tale, invano si tenterà di vedere tutte le cose che da me furon viste in cielo, e che più avanti saranno enumerate. Affinché chiunque con poca fatica possa farsi certo dell’ingrandimento dello strumento, tracci il contorno di due circoli o due quadrati di carta, di cui l’uno sia quattrocento volte maggiore dell’altro; il che sarà quando il diametro del maggiore avrà lunghezza venti volte più grande del diametro dell’altro: poi guardi insieme da lontano le due superfici infisse alla stessa parete, la minore con un occhio posto al cannocchiale, la maggiore con l’altro occhio, libero. Senza fatica infatti questo si può fare nel medesimo tempo, tenendo aperti tutti e due gli occhi: entrambe le figure appariranno allora della stessa grandezza, se il cannocchiale moltiplicherà gli oggetti secondo la proporzione voluta. Preparato simile strumento, bisognerà studiare il modo di misurare le distanze: cosa che otterremo col seguente artificio. Sia, per maggior semplicità, il tubo ABCD. L’occhio di colui che guarda sia E.

I raggi, finché non ci sono nel cannocchiale le lenti, giungono all’oggetto FG secondo le linee rette ECF, EDG; ma, poste le lenti, giungeranno secondo le linee rifratte ECH, EDI: infatti sono raccostati, e quelli che prima, liberi, si dirigevano all’oggetto FG, ne comprenderanno solo la parte HI. Trovato poi il rapporto della distanza EH alla linea HI, con la tavola dei seni si troverà l’ampiezza dell’angolo formato nell’occhio dall’oggetto HI, che vedremo contenere soltanto qualche minuto. Se poi adatteremo alla lente CD sottili lamine, perforate alcune con fori maggiori altre con fori minori, sovrapponendo or questa or quella secondo sarà necessario, formeremo a piacere angoli diversi, sottendenti più o meno minuti, con l’aiuto dei quali potremo facilmente misurare gli intervalli fra le Stelle, distanti l’una dall’altra di qualche minuto, senza errore nemmeno di uno o due minuti. Ma per il momento basti aver toccato di questi argomenti così lievemente, e quasi averne gustato a fior di labbra, poiché in altra occasione esporremo intera la teoria di questo strumento. Si vuole di più? In definitiva in tutto il suo operare Galileo tentava di costruire oggetti che fossero amplificatori dei sensi (termoscopio, bilancia, cannocchiale, …). 6) Galileo avrà certamente avuto conoscenza delle elaborazioni (l’impetus) delle scuole di Oxford e Parigi (Roberto Grossetesta, Alberto Magno, Nicola Oresme, Giovanni Buridano, …) del Trecento ma è un dato di fatto che non ebbero alcuna trascendenza e solo con Galileo alcune nuove formulazioni si affermarono. Questa sorta di continuismo che prevede una crescita lineare delle conoscenze è stato introdotto dall’epistemologo cattolico Duhem all’inizio del 900. Forse se si riflettesse un poco di più sulla concezione materialistica della storia, sulle modificate condizioni economiche in relazione alle spinte culturali ed ai nuovi bisogni di nuove classi, si capirebbe meglio. L’invenzione di questi aneddoti per poi scagliare contro di essi l’accusa di falso è tipica dei bambini che inventano i mostri per poi distruggerli tappandosi gli occhi. Serve a qualcosa dire che questi bambini sono in grandissima parte dei filosofi, degli epistemologi cattolici, dei sociologi? Serve entrare duramente con loro in polemica per la loro infruttuosa ricerca del Paradiso perduto (per colpa di Galileo) ? Anche qui, invece di continuare con questi ritornelli, si dica quale storico della scienza sostiene tali cose e quale e quanta sia la sua preparazione scientifica (conosce la matematica ? fino a che livello ? è mai entrato in un laboratorio ? ha fatto esperienze ?), sono spiacente ma questi sono prerequisiti indispensabili per disquisire di queste cose, altrimenti ritorniamo a ciò che Galileo ha combattuto per tutta la vita, il dar più credito ai testi, all’autorità che non allo studio della natura mediante discorsi, sensate esperienze e dimostrazioni.

POPPER, FEYERABEND ED ALTRI

Galileo è da sempre ed ancora bersaglio di critiche feroci ed insulti. Dietro di tutto ciò vi sono quasi sempre cattolici ed ecclesiastici che parlano di lui a vario titolo. Tralasciando persone che parlano senza sapere di cosa, restano quelle che in mala fede costruiscono tesi e teorie che oggi si definiscono negazioniste dei meriti di Galileo. Vi sono poi gli epistemologi, dei filosofi che avrebbero il compito di spiegare come si fa scienza e che dovrebbero guidarci sui sentieri della conoscenza, essendo in gran parte persone che non hanno mai fatto scienza e con una tara quasi onnipresente, la non conoscenza della matematica. Ebbene, vediamo come alcuni di questi luminari discutono di Galileo. Inizio da Duhem(69), fisico teorico poi divenuto storico della scienza, cattolico e francese, degli inizi del Novecento definito da Federigo Enriques come una mentalità logica scolastica portata a misconoscere ciò che vi ha d’intuitivo nella ragione. Duhem utilizza un metodo indiretto di squalifica: Galileo ha pochi meriti perché non vi fu una vera rivoluzione nel Seicento, infatti i principali concetti della fisica elaborati all’epoca erano in realtà presenti in pensatori del XIV secolo. Secondo Duhem quindi la nascita della scienza moderna si presenta non come un atto rivoluzionario, ma come un processo graduale e continuo. La negazione del concetto di “rivoluzione scientifica” aveva un chiaro valore ideologico: contro il positivismo che vedeva la scienza moderna nascere rompendo con la cultura medievale e con la religione, Duhem poteva sostenere che la scienza era nata nel Medioevo per opera di uomini di chiesa. Dice Duhem che, “a costo di contraddire le leggende, le concezioni di Galileo sulla dinamica portano l’impronta profonda dei principi peripatetici, si discostano molto poco dalle dottrine ammesse da un buon numero di fisici del secolo XVI, sono in notevole ritardo sulle intuizioni di qualcuno dei suoi predecessori”. Più in dettaglio, in una serie di ponderose opere sulla scienza antica e medievale Duhem attaccò vigorosamente l’immagine di Galileo rivoluzionario e, oltre a sostenere che vari pensatori medievali, in particolare Giovanni Buridano e Nicola di Oresme, avevano anticipato talune fondamentali idee galileiane, adombrò che Galileo era venuto a conoscenza di questi autori tramite la mediazione dei manoscritti di Leonardo ed in qualche modo aveva copiato. Duhem sostenne anche, in Salvare i fenomeni (1908, ed. it. 1986), che, se inserito nella tradizione dell’astronomia, Galileo appariva singolarmente grossolano dal punto di vista metodologico con la sua pretesa di far accogliere il sistema copernicano come teoria vera, mentre metodologicamente più raffinata era stata la posizione della chiesa cattolica, la quale si era giustamente appellata alla plurisecolare storia dell’astronomia matematica per sostenere che l’eliocentrismo era soltanto una comoda ipotesi calcolistica. Oltre a rivedere profondamente il rapporto tra la figura di Galileo e la scienza a lui precedente, Duhem innovò anche la visione tradizionale circa l’essenza della metodologia galileiana, sostituendo al Galileo empirista dei positivisti un Galileo teorico, che rompe con l’esperienza quotidiana per inaugurare una teoria fisica profondamente contraria all’esperienza comunemente intesa. Quest’ultimo contributo di Duhem al rinnovamento degli studi galileiani fu soprattutto indiretto, poiché lo scienziato francese non dedicò analisi molto approfondite su Galileo, concentrandosi piuttosto sui suoi predecessori. Furono invece la critica epistemologica di Duhem e i suoi lavori di storia, non specificatamente dedicati a Galileo, a dimostrare l’inadeguatezza di una interpretazione empirista della rivoluzione scientifica. A Galileo Duhem dedicò un solo scritto di grande impegno, del 1904, che fu comunque decisivo per illustrare la rottura operatasi tra la scienza della meccanica galileiana e l’esperienza acriticamente intesa. Ma Duhem è, oltre che cattolico, anche francese e cioè profondamente sciovinista. Poiché dietro di sé ha le scuole del XIV secolo dei francescani del Merton College di Oxford e del vescovo occamista francese Oresme, egli non esita ad assegnare ogni merito alla scuola di Parigi. E riesce anche in un’operazione di gran difficoltà. Egli, che è un cattolico, vuole ridimensionare il ruolo di Galileo, datando la rivoluzione scientifica proprio ai lavori di Oresme che è uomo di Chiesa (inaugurando quel filone che ancora oggi va di moda nei siti della catena totus tuus, che vuole Galileo come un mero continuatore di quanto iniziato da Oresme medesimo). Sembra quasi che per la frenesia di dare la primogenitura ad un cattolico di sicura fede, ci si dimentichi delle condanne con cui la Chiesa, su ordine di Papa Giovanni XXI ed attraverso il vescovo di Parigi Etienne Tempier, nel 1277, colpì un gruppo di professori universitari alla Facoltà delle Arti di Parigi. Censurate furono alcune proposizioni attribuite ai maestri “averroisti” ossia a quegli intellettuali che spiegavano le tesi fisiche e etiche di Aristotele seguendo il commento del musulmano Averroé. Sono 219 le proposizioni riconducibili ad Aristotele che furono giudicate eretiche. Anche lì, la Chiesa aveva bloccato tutto tanto che Edward Grant, che pure è un estimatore di Duhem, nel suo La scienza nel Medioevo, afferma: E’ vero, come sostenne Pierre Duhem, …che gli articoli 34 e 49 (condannati perché imponevano a tutti di ammettere che Dio potrebbe muovere l’universo in linea retta anche se ciò determinasse un vuoto e di concedere che egli potrebbe creare tutti i mondi che vuole) contribuirono a dare inizio alla scienza moderna? Se è vero, sarebbe un’ironia che una limitazione di libertà di espressione e di ricerca abbia fatto nascere la scienza moderna. Se questa interpretazione ricevesse sostegno, essa suggerirebbe inevitabilmente che la rivoluzione scientifica, i cui inizi sono associati di solito al grande nome di Galileo, non sia stata che la continuazione delle correnti scientifiche antiaristoteliche generate nel quattordicesimo secolo. … O non sta forse la verità altrove? E non ha invece ragione Alexander Koyré … quando afferma che la condanna del 1277 non produsse che un cambiamento di lieve entità nell’edificio della scienza aristotelica? Avevano gli articoli condannati, così importanti per Duhem, il valore di un mero intoppo? … E l’insistenza sulla potenza assoluta di Dio di compiere qualunque azione fisica non implicante una contraddizione logica, non fu nociva ad uno sviluppo rigoroso di una scienza, come quella aristotelica, le cui parti erano troppo integrate per adattarsi realmente alle richieste teologiche della condanna? E poi, se, come credeva Duhem, la condanna fu efficace nel generare una reazione radicale alla scienza aristotelica, perché quest’ultima non subì trasformazioni più drastiche nei secoli quattordicesimo e quindicesimo? Perché il suo rifiuto totale fu posticipato fino allo scorcio del diciassettesimo secolo? (pagg. 50-51). Insomma, per Duhem, la scienza moderna inizia dalla scuola di Parigi. Ma la Chiesa condannò molte delle cose che lì vennero elaborate. Duhem riesce a dire che la Chiesa fece bene perché si era sbarazzata di proposizioni che non avrebbero fatto fare passi avanti alla scienza! Caspita! è un capolavoro che non tiene conto, ad esempio e come traspare dalle considerazioni di Grant, del fatto che bloccare quelle proposizioni è bloccare tutta la critica alla filosofia aristotelica che, anche qui come detto, è un insieme estremamente articolato e tale che toccando alcuni punti si smonta l’intera costruzione. Ma tant’è. Le vicende storiche fecero poi in modo che addirittura l’insieme della filosofia aristotelica diventasse intoccabile, dopo l’intervento miracolistico di San Tommaso su Aristotele (69 bis). Ma i Duhem, nel mondo, avranno sempre un gran seguito che è un seguito acritico di credenti reazionari. Come dice il cattolico Maurizio Brunetti al chierichetto Benassi che lo intervista: L’eccellenza di Duhem come pensatore consiste proprio nel fatto di aver riconosciuto con chiare argomentazioni l’incapacità del metodo scientifico di dire qualcosa attorno a problemi ontologici o di metafisica. Questa incapacità viene dimostrata non solo mediante una analisi del metodo scientifico, ma facendo propri quegli insegnamenti che la storia della scienza mette a disposizione. In tutto questo Duhem fece del suo meglio per rispettare le esigenze poste dai principi della logica e dalla storia della scienza. Infatti, il rispetto della storia lo spinse a intraprendere l’eroico compito di far venire alla luce le vere origini della meccanica classica. Con grande sorpresa egli ritrovò tale origine negli scritti di scienziati medioevali del secolo XIV, specialmente della Sorbona, come Nicola di Oresme e Giovanni Buridano. Ciò che mi ha colpito in Pierre Duhem non è stato soltanto, com’è naturale, la sua dedizione al lavoro di studioso che sfiora i limiti dell’eroicità, ma anche il fatto che egli sperimentò cosa significasse essere un profeta la cui voce sembra perdersi nel deserto. Duhem, a parte gli adoratori di cui sopra, ebbe un qualche seguace, il più noto dei quali è certamente A. C. Crombie. Tra i quasi-seguaci di Duhem vi è anche il nostro inutile Severino che di Galileo sa dire che è un precursore del ‘convenzionalismo’ contemporaneo ed un realista dogmatico che pretende di considerare il sapere scientifico come un vero sapere. Si tratta di un’abile interpretazione strumentale basata su un agnosticismo assoluto del filosofo per il quale l’unica ‘episteme’ è quella incontrovertibile dell’essere parmenideo. Chiaro, no? Come definire chi di Galileo sa dire solo queste cose? Non ne sono capace, a parte il dire che Severino non sa come stanno le cose ed ha letto di seconda o terza mano qualcosa. Il sapere scientifico come vero sapere? Dove lo ha letto? Severino confonde il modo di conoscere scientifico con i risultati della ricerca. Il primo è il metodo che Galileo ha indicato per conoscere, i secondi sono provvisori e sempre soggetti ai criteri di falsicabilità che lo stesso Galileo ci offre. Ma come spiegarglielo? Lor signori si muovono in altri mondi e, come era accaduto ai tempi di Galileo, sono quelli per cui le verità discendono dalle autorità … almeno quelle che Severino riconosce (Don Verzè?). In ogni caso Severino conclude criticando Giovanni Paolo II per i suoi mea culpa. Sulla strada aperta da Duhem si muove il gesuita Wallace (sul quale tornerò). Utilizzando scritti che escono dagli archivi vaticani quando occorrono, questa volta relativi al moto ed ai primi studi di Galileo, Wallace afferma che Galileo si muove su strade aperte dai gesuiti romani ed in particolare sui lavori di Padre Clavio (Wallace parla addirittura di Plagio affermando che la fama di Galileo è dovuta al De Motu: credo davvero che, oltre che in malafede, stia poco bene!). La cosa è sconvolgente perché non riesco a pensare ad un serio studioso che, all’età di 26 anni non studi su ciò che di più avanzato vi sia ed all’epoca il Collegio Romano lo era. E Crombie si schiera anche su questo come Carugo anche se con visioni più sfumate. Altre indagini a Padova e Pisa hanno fatto ipotizzare ulteriori legami tra Galileo e la tradizione scolastica universitaria (C.B. Schmitt, C. Lewis). Anche tutti gli studi sulla metodologia del XV e XVI secolo hanno costantemente considerato come punto d’arrivo Galileo e hanno esplorato i rapporti tra il grande pisano e le tradizioni a lui precedenti (J.H. Randall jr, N. Jardine, W.L. Wisan). Secondo Cassirer, invece, Galileo ha avuto il merito grandissimo di bandire dalla scienza la ricerca delle cause, per concentrarsi sulle relazioni fenomeniche: la scienza, grazie a Galileo, è passata dai “perché” ai “come” con una operazione che, con estrema semplicità, bandisce la metafisica (salvo la reintroduzione di tale metafisica da parte di Descartes che insisteva proprio nella ricerca dei perché). Insomma, Galileo sotto il microscopio! Altro personaggio che spara con estrema durezza su Galileo è Robert Musil. Egli usa dei paradossi sgradevoli e penosi nel suo L’uomo senza qualità (1930-1933, Einaudi 1957), paradossi contro la scienza poi ripresi da altri in modo pedissequo e, se possibile, più stupido. Musil inizia con un attacco alla scienza: Possiamo cominciare subito dalla bizzarra predilezione del pensiero scientifico per le definizioni meccaniche, statistiche, materiali alle quali è stato cavato il cuore […] Certo, si ama e si ricerca la verità; ma intorno a quel lucido amore c’è tutta una preferenza per la delusione, per la coercizione, l’inesorabilità, la fredda minaccia o l’asciutta censura, una preferenza diabolica, o almeno una involontaria irradiazione di sentimenti del genere. Naturalmente: La matematica è l’origine del perfido raziocinio che fa, sì, dell’uomo il padrone del mondo ma lo schiavo della macchina pericolosa. Il Seicento di Galileo ha indagato la natura in modo superficiale con una matematica madre delle scienze esatte, nonna della tecnica [che è] matrice di quello spirito che ha poi prodotto i gas asfissianti e gli aereoplani da bombardamento. Per questo è stato un grave errore da parte della Chiesa fare il processo a Galileo La Chiesa Cattolica ha commesso un grave errore minacciando di morte un tal uomo (Galileo) e costringendolo alla ritrattazione invece di ammazzarlo senza tanti complimenti; perché il suo modo, e quello dei suoi consimili, di considerare le cose ha poi dato origine …. agli orari ferroviari, alle macchine utensili, alla psicologia fisiologica e alla corruzione morale del tempo presente e ormai non può più porvi rimedio. Naturalmente Musil non ha letto Duhem, altrimenti avrebbe applaudito Tempier ed imprecato contro Grossatesta. E così, neppure consolati da una qualche erudizione delle tesi del cattolico Duhem, Galileo deve anche risolvere i problemi psicoanalitici di persone senza qualità. Passiamo a Popper, che ho avuto alcune volte modo di citare parlando di Galileo, perché il nucleo del falsicazionismo di Popper discende direttamente e letteralmente da Galileo. Ma Popper fa il bambino e fa finta di non vedere come stanno le cose. Egli inizia con l’informarci che la base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di “assoluto”. La scienza non poggia su un solido strato di roccia. L’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude. E’ come un edificio costruito su palafitte […] la nostra conoscenza ha fonti d’ogni genere, ma nessuna ha autorità. e questa dovrebbe essere una novità per Galileo. Poi (K. R. Popper, Scienza e Filosofia, Einaudi, 1969, pagg. 14-15; ed anche Congetture e Confutazioni, il Mulino, 1972, pagg. 172-173) Popper ci dice: Oggi la concezione della scienza fisica fondata da Osiander, dal cardinale Bellarmino e dal vescovo Berkeley ha vinto la sua battaglia senza sparare un solo altro colpo. Senza dibattere ulteriormente il problema filosofico, senza produrre nessun nuovo argomento, il punto di vista strumentalistico (cosí lo chiamerò) è diventato un dogma indiscusso. Ora può essere a ragione chiamato il “punto di vista ufficiale” della teoria fisica – da quando è stato accettato dalla maggior parte dei nostri principali teorici della fisica (esclusi, però, Einstein e Schrödinger). Ed è diventato una parte dell’insegnamento corrente della fisica. e più oltre ci spiega che i fisici sono diventati dei pragmatici (a loro interessa la matematica e delle sue applicazioni) e non si occupano più di filosofia ma nel far questo abbracciano una teoria filosofica. Io condivido ed osservo che ben pochi sono i filosofi che meritano attenzione. Se li dobbiamo giudicare dalle sciocchezze che dicono sulla scienza, estrapolando … E la definitiva rottura tra fisica e filosofia avvenne a Copenaghen nel Congresso Solvay del 1928. Si sancisce la separazione, si formalizza il fatto che ogni attività non strettamente attinente alla scienza, il chiedersi i perché, fa perdere tempo; si decide che l’efficienza non va d’accordo con chi chiede, con quelli che vogliono sapere. Si sottintendono due cose: da una parte che la scienza, comunque e dovunque la si faccia è buona in sé (l’eredità neopositivista è sempre presente ed è una mostruosa malattia infantile della scienza); dall’altra che lo scienziato è in grado di capire e che l’organizzazione sociale non lavora mai contro l’uomo. Queste posizioni si affermarono come vincenti. I rompiscatole come Einstein, Boltzmann, Schrödinger e Planck persero. Il discorso sarebbe lungo almeno come un libro che dovesse raccontare nei dettagli tutti gli eventi del Novecento. Taglio per ovvie necessità. Proprio l’efficienza che domina tra gli scienziati, spesso impregnati inconsciamente di una ingenuità neopositivista, ha fatto sì che sulle loro teste sia passato tutto ed il contrario di tutto. Posizioni chiare e nette sono sempre state appannaggio dei rompiscatole come Einstein. Gli altri, pur essendo dei giganti nei loro campi di attività, erano felici con il solo avere a disposizione i giocattoli con cui lavorare (importava poco chi li fornisse). Da qui parte (o partiva) la lotta all’interno del sistema della ricerca scientifica perché la filosofia entrasse, non per far perdere tempo, ma per far comprendere e scegliere coscientemente. Ma qui urtiamo contro i filosofi o presunti tali, contro i tuttologi che fanno dei danni enormi perché fanno ritirare quei pochi che avevano aderito agli appelli dell’impegno, a causa delle castronerie quotidiane di cui si rendono artefici e ci fanno testimoni certi filosofi. Sono almeno 150 anni che, nel mondo della scienza, e particolarmente in quello della fisica, nessuno ardirebbe sostenere che egli sa, egli ha la verità, egli conosce, egli è in grado di … Da tempo immemorabile ogni scienziato è al corrente degli enormi limiti della scienza, della provvisorietà di ogni conoscenza, dei limiti personali di conoscenza rispetto addirittura ad altri capitoli della disciplina di studio (è noto a chi lavora in un Istituto di fisica che un “particellaro” non è in grado di entrare in argomento con uno “strutturista” e viceversa). E tutto questo è stato inaugurato da Galileo. I guai vengono da chi, dall’esterno, tenta di spiegare la scienza, costruendo recinti, paradigmi, dizionari, mondi, strutture logiche che, il più delle volte, sono parto della sola fantasia di chi, tra l’altro, non è mai stato un praticante sul campo della scienza. Insomma, arrivano alcuni filosofi che in gran parte si muovono su piani rinunciatari, lavorando su ogni scienziato che non abbia mai formalizzato. E così si sprecano gli studi su Galileo (saltando con cura i Discorsi e dimostrazioni matematiche!), su Cartesio (ma solo nella parte dell’Introduzione al Discorso sul Metodo, il resto è troppo difficile!), su Leibniz (ma senza entrare nella formalizzazione delle monadi perché lì occorrerebbe entrare nel calcolo differenziale!), su ogni scienziato che ha scritto e parlato senza perdersi in troppe formule,… Questi filosofi sono le calamità, sono personaggi che tentano giudizi sulla scienza conoscendo quasi nulla di essa ed in gran parte di seconda mano. A questo si deve poi aggiungere il disastro di Comte che seleziona, cataloga, classifica le scienze immettendovi discipline che di scientifico non hanno mai avuto nulla (compresa la Sociologia che piace tanto a Popper per essere egli stesso un sociologo e non un filosofo). Ma inizia anche un movimento di scienziati che inizia a discutere di scienza (si pensi a Mach, ad Otswald, a Boltzmann, a Wittgenstein, …) proprio in quell’epoca in cui inizia la separazione tra il lavoro teorico e sperimentale dello scienziato. Siamo nella “mittle-europa” della fine dell’Ottocento, nei circoli di Vienna, di Berlino ,… Ma la cosa coinvolge anche la Francia di Poincaré e la Gran Bretagna di Russel (in Italia siamo alle disquisizioni tra Rosmini e Gioberti sulla libera Chiesa in libero Stato). Ho citato scienziati che, dalla loro formazione scientifica, discutono di scienza e di filosofia. Non si trovano filosofi che possano opinare di scienza se la scienza non la conoscono. E conoscere la scienza non vuol dire conoscere alcuni risultati più o meno ben divulgati, ma essere entrati in istituzioni a fare per un certo periodo della ricerca scientifica. Quando si conosce, per averlo vissuto, il modo di lavorare (o uno dei modi di lavorare) del ricercatore scientifico, quando si è padroni di alcuni pezzi di qualche disciplina scientifica, è allora possibile entrare in argomento e costruire una teoria epistemologica, una ricostruzione plausibile del modo di lavorare dello scienziato (o di “quello” scienziato). In caso contrario è facile scadere in luoghi comuni, in affermazioni mai realmente comprese, in sciocchezze, nel rifugiarsi in parti estranee all’ambito scientifico toccate da tale studioso. Si può addirittura fare il gioco di chi è più bravo ad inventare, quando poi le confutazioni sono solo a livello di libero dibattito, senza possibilità di un qualunque arbitro. Si chiamano volgarmente idee in libertà. Come fa infatti uno scienziato, supposto che ne abbia voglia (e se ne ha voglia, la avrà solo in età avanzata, quando la creatività sul campo della ricerca di frontiera avrà lasciato il posto a riflessioni e all’organizzazione della scienza medesima), a spiegare ad un epistemologo di provenienza filosofica che non ha capito l’essenza dei problemi? Si parla con una persona che generalmente non conosce l’argomento del contendere. E’ un poco come i pedagogisti che spiegano come insegnare senza aver mai avuto a che fare con una classe, con un corso di studi, per almeno un ciclo completo. Ma perché tanto spazio e tanta divagazione a partire da Popper? Perché Popper è considerato, nel bene e nel male, il prototipo dell’epistemologo ed ora io avrò a che fare con epistemologi, tra cui alcuni allievi proprio di Popper. Ed uno di essi è Feyerabend, il noto teorico del metodo anarchico nella ricerca (ognuno fa come vuole, non esiste un metodo: Gli scienziati risolvono i problemi non perché posseggono una metodologia e una teoria della razionalità, ma perché hanno studiato il problema molto tempo, conoscono bene la situazione e non sono troppo stupidi). Ciò che è d’interesse è che Ratzinger, futuro Papa, come vedremo, farà riferimento a lui sapendo (o no?) che Feyerabend è il leader mondiale dei relativisti e fa di essa una teoria che applica rigorosamente alla scienza (viene spontanea la domanda: ma anche Ratzinger è un relativista? e se lo fosse senza rendersene conto ?). E proprio perché non esiste un metodo con chi ce la prendiamo? Ma con Galileo che invece indica un metodo che è il metodo sperimentale per antonomasia. Feyerabend ne dice molte. Il nostro presenta Galileo come uno scienziato privo di scrupoli, che non esitò a impiegare le sue osservazioni con il cannocchiale come operazioni delle quali vi erano seri motivi per dubitare (ma il nostro dimentica completamente di parlare di chi neppure voleva vedere in quel cannocchiale), in favore della propria battaglia filocopernicana, occultando con abili manovre gli aspetti deboli della teoria(70). Il telescopio è un “senso superiore e più eccellente” che ci offre materiali di osservazione nuovi e più attendibili per giudicare in materia di astronomia. In che modo viene esaminata quest’ipotesi e quali argomenti vengono presentati in suo favore? Nel Sidereus Nuncius … Galileo scrive che riuscì a costruire il cannocchiale “fondandomi sulla dottrina delle rifrazioni”. Ciò suggerisce che Galileo avesse ragioni teoriche per preferire i risultati delle osservazioni telescopiche a osservazioni compiute a occhio nudo. Ma la ragione particolare da lui fornita — la sua conoscenza della teoria delle rifrazioni — non è né corretta e neppure sufficiente. Feyerabend si suggerisce cose che non hanno senso, egli stesso più oltre ammette che Galileo cerca di imparare l’ottica teorica e scopre che Galileo ha costruito il cannocchiale provando e riprovando. Provando e riprovando: ciò significa che “nel caso del cannocchiale, fu l’esperienza e non la matematica a condurre Galileo alla sua grande conquista: la conquista della fiducia nella veridicità dell’apparecchio”. Anche questa seconda ipotesi sull’origine del cannocchiale ha il sostegno della testimonianza di Galileo, il quale scrive di avere sperimentato il telescopio “centomila volte in centomila stelle e oggetti diversi”. La mia poca fantasia mi impedisce di capire lo scandalo anche se sono capace di capire la frase di Galileo: “fondandomi sulla dottrina delle rifrazioni”, fondandomi cioè sull’ottica delle lenti, sul fatto che esse ingrandiscono e che disposte opportunamente ingrandiscono oggetti grandi o oggetti piccoli (microscopio). Perché fare i bambini? E perché sostenere che Galileo ha inventato il telescopio, quando Galileo apre in Nuncius Sidereus dicendo: Circa dieci mesi fa ci giunse notizia che era stato costruito da un certo Fiammingo un occhiale, per mezzo del quale gli oggetti visibili, pur distanti assai dall’occhio di chi guarda, si vedevan distintamente come fossero vicini, affermando, cioè, ciò che successivamente Feyerabend gli rimprovera ? Ma la cosa non finisce qui se tutto Contro il metodo è un affermare e no, nel dire e non dire, nell’esaltare e nel denigrare. Un caso non proprio normale. Ma l’epistemologo ha una teoria a priori da dover sostenere: la scienza ha infettato il mondo. La realtà che essa propone non è data, è costruita, fabbricata grazie ad una messa in scena, con i suoi dispositivi ed i suoi apparati di proiezione; non c’è differenza in tal senso fra arte e scienza, entrambe costruiscono artefatti … Anche Galileo costruì una scena, quella dell’esperimento, e si servì di meccanismi di proiezione presentati, in modo ingannevole, come rispondenti alla realtà (il guaio di Galileo è che ha usato poca matematica ed ha tentato di farsi capire, per questo impazzano filosofi, epistemologi, sociologi e financo teologi). Lo scienziato pisano avrebbe, per così dire, meritato la bocciatura se fosse stato esaminato secondo i paradigmi strettamente razionalistici privilegiati da neopositivisti vecchi e nuovi: e invero, quante indebite generalizzazioni, quante disinvolture teoriche proibite dal ‘giusto’ metodo sono rintracciabili nell’opera galileiana… E allora, delle due l’una: o le acquisizioni cognitive della fisica di Galileo sono false, o le regole del metodo possono, e talora debbono, essere trasgredite. Ciò che diciamo progresso nella scienza non è che un cambiamento di stile. I fattori culturali o l’abilità di “gruppi di potere” impongono programmi di ricerca, spacciandoli per realtà; non sono l’adeguatezza empirica, la presunta corrispondenza con la realtà, o la logica argomentativa, a determinare la sopravvivenza di una teoria rispetto all’avversaria. Un gruppo di pressione, sorretto da un brain trust e ben rifornito di risorse economiche, potrebbe ristabilire l’autorità del pensiero aristotelico. Osservo io che è a tutti noto, infatti, che Galileo riuscì ad affermare le sue opinioni attraverso un brain trust guidato da Maffeo Barberini. Più seriamente, l’argomentazione di questo signore è tanto scandalistica quanto slegata da ogni realtà se il brain trust della Chiesa non è mai riuscito ad imporre creazionismi o tomismi. Dice Feyerabend: Galileo sostituisce un’interpretazione naturale con un’interpretazione molto diversa e fino allora (1630) almeno in parte innaturale. In che modo procede? In che modo riesce a introdurre asserzioni assurde e controinduttive, come l’asserzione che la Terra si muove, procurando nondimeno loro un ascolto giusto e attento? Ci si immagina immediatamente che le argomentazioni da sole non bastino — ecco qui una limitazione interessante e molto importante del razionalismo — e i discorsi di Galileo sono in effetti argomentazioni solo in apparenza. Galileo si serve infatti dei mezzi della propaganda. Oltre a tutte le ragioni intellettuali che può offrire egli fa ricorso anche a trucchi psicologici. Questi trucchi hanno molto successo e lo conducono alla vittoria. Essi oscurano però il nuovo atteggiamento nei confronti dell’esperienza in divenire e procrastinano per secoli la possibilità di una filosofia ragionevole. Essi oscurano il fatto che l’esperienza su cui Galileo vuoi fondare la concezione copernicana non è altro che il risultato della sua fertile immaginazione, che è un’esperienza inventata. Essi oscurano questo fatto insinuando che i nuovi risultati che emergono siano noti e concessi da tutti e che abbiano bisogno solo di richiamare su di sé la nostra attenzione per apparirci come l’espressione più ovvia della verità. Secondo il nostro, Galileo fa violenza imponendo il suo punto di vista relativistico con il quale pretende di farci vedere una realtà che è contraria al buon senso (la scienza moderna schiacciò i suoi oppositori, non li convinse, si impose con la forza, non con il ragionamento). Ma non basta, Galileo conduce anche all’invenzione di un nuovo genere di esperienza che è non soltanto più sofisticato ma anche assai più speculativo di quanto non sia l’esperienza di Aristotele o del senso comune. Parlando in modo paradossale, ma non sbagliato, si potrebbe dire che Galileo inventa un’esperienza che contiene ingredienti metafisici. Proprio per tutto questo, per Feyerabend, Galileo ha degli indiscutibili meriti epistemologici. E, mostrando un poco di schizofrenia, riesce a dire: Procedendo in questo modo Galileo esibì uno stile, un sense of humour, un’elasticità ed eleganza e una consapevolezza della preziosa debolezza del pensiero umano, che non è stata mai eguagliata nella storia della scienza. Nell’opera di Galileo abbiamo una fonte quasi inesauribile di materiale per la speculazione metodologica e, fatto molto più importante, per il recupero di quei caratteri della conoscenza che non soltanto ci informano ma anche ci deliziano. E più oltre, quasi in chiusura di Contro il metodo ed a proposito del colonialismo al quale si accompagna l’imperialismo culturale che opprime altri popoli, riesce a dire che il cristianesimo è la religione assetata del sangue dei fratelli (e dico questo perché lo si ricordi quando Ratzinger si rifarà a Feyerabend come occorrerebbe ricordare che alla messa in scena della versione tedesca della Vita di Galileo del comunista Brecht abbia collaborato proprio Feyerabend). Salvo pentirsi più avanti nel tempo quando Feyereband mostra il suo livore mescolato ad un infinito opportunismo prestandosi ad una recente e sporca operazione della Chiesa. Nel 1987 la Chiesa di Roma, riunita a Cracovia in un Congresso dell’Accademia pontificia, invitò Feyerabend a tenere una relazione. Il nostro inviò una registrazione che fu poi pubblicata in una raccolta a cura di Marcello Pera (proprio lui! ndr) sotto il titolo Addio alla ragione (Armando, 1990). Qui si tenta una denigrazione di Galileo, attraverso considerazioni capziose. Oggi Galileo non sarebbe più libero di ieri. Galilei non aveva prove nell’affermare il copernicanesimo. Galileo insisteva in campi che non gli competevano. Galileo non rivendicava solo la libertà di pubblicare i suoi risultati, voleva imporli agli altri. Sotto questo aspetto era altrettanto dogmatico e totalitario di molti moderni profeti della scienza, e anche altrettanto disinformato. Dava semplicemente per scontato che metodi particolari e molto limitati usati dagli astronomi (e da quei fisici che li seguivano) costituissero il modo corretto di avere accesso alla Verità e alla Realtà. Galileo aveva di fronte un personaggio ragionevole, come Bellarmino. Quest’ultimo non era chiuso al nuovo, tanto è vero che in uno scritto dice a Galileo che la Chiesa è aperta a dimostrazioni (queste limitazioni dirette e razionali che venivano imposte alla ricerca non erano inamovibili). La Chiesa, allora, non solo era sulla via giusta quando usava le preoccupazioni umane come metro della realtà, ma era notevolmente più razionale di molti scienziati e filosofi moderni che tracciano una netta distinzione fra fatti e valori e danno per scontato che il solo modo per arrivare ai fatti, e quindi alla realtà, sia quello di accettare i valori della scienza. (…) Dunque, gli scienziati possono contribuire alla cultura, ma non possono fornirle un fondamento; e, vincolati e accecati come sono dai loro pregiudizi “esperti”, certamente non possono essere autorizzati a decidere, senza controllo da parte degli altri cittadini, quale fondamento i cittadini dovrebbero accettare. Le Chiese hanno molte ragioni per sostenere un simile punto di vista e usarlo per criticare risultati scientifici particolari come anche il ruolo della scienza nella nostra cultura. Dovrebbero superare la loro cautela (o è paura?) e ridare vita all’equilibrata saggezza di Roberto Bellarmino, proprio come gli scienziati costantemente traggono forza dalle opinioni di Democrito, Platone, Aristotele e del loro presuntuoso Patrono San Galileo. In quanto scritto si nota una conversione del nostro epistemologo anarchico al gesuitismo. Invia un suo intervento ai rappresentanti del Vaticano dicendo ciò che questi ultimi volevano sentirsi dire. Parla di maggiori difficoltà di Galileo oggi ma dimentica che oggi nessuno brucia chi la pensa in modo diverso e Galileo non fu bruciato solo per l’enorme fama che aveva nel mondo intero (anche se la galera coatta ad un anziano, l’obbligo al silenzio e la minaccia di tortura, restano fatti orrendi). Insomma il buon senso bistrattato da Galileo ed una visione della conoscenza da Bar dello Sport con la consumazione pagata. Arrivato a questo punto resta solo un cenno al filosofo marxista romantico Ernst Bloch, non per la sua rilevanza (il personaggio sa poco di scienza) ma perché è stato richiamato addirittura da Ratzinger nella sua denigrazione di Galileo e non in quanto scienziato ma in quanto marxista (sic!). Di E. Bloch c’è poco da dire. Il filosofo che tenta di intrecciare ebraismo e marxismo introducendo la Speranza nei concetti filosofici, si è occupato molto poco di Galileo. Bloch non conosce la matematica e le problematiche di calcolo. Racconta cose su Galileo che non corrispondono al vero. Punto. Inizia con il mito illuminista del Galileo vittima, mito al quale egli non crede. Dice Bloch che il sistema eliocentrico, così come quello geocentrico, si fonda su presupposti indimostrabili, tra cui l’affermazione di uno spazio assoluto che è stata cancellata dalla teoria della relatività. Quindi non raggiunge una maggior corrispondenza alla verità oggettiva rispetto al sistema tolemaico. Per quel che c’interessa, Bloch conclude affermando qualcosa di stupefacente: una volta data per certa la relatività del movimento, un antico sistema di riferimento umano e cristiano non ha alcun diritto di interferire nei calcoli astronomici e nella loro semplificazione eliocentrica, ma «ha il diritto di restare fedele al proprio metodo di preservare la terra in relazione alla dignità umana e di ordinare il mondo intorno a quanto accadrà e a quanto è accaduto nel mondo». C’è poco da dire su Bloch. Incredibilmente il sistema copernicano era molto più complesso di quello aristotelico per fare i conti ai quali si riferisce Bloch. E’ vero che uno degli scopi di Copernico nell’elaborare il suo sistema era quello di tentare di semplificare i calcoli ma ciò non avvenne, probabilmente anche perché non si aveva alcuna pratica con il nuovo sistema. Ma c’è di più. E’ falso che i presupposti geocentrici o eliocentrici sono indimostrabili. Vero è che è molto difficile. Intanto la questione della relatività del moto. Non è mica una cosa così banale e scontata! Fu Galileo ad introdurla per dare credibilità al sistema Copernicano perché è vero che dalla Terra, il mondo sembra aristotelico. Rovesciare questo contro Galileo rappresenta non solo una falsificazione ma anche una sciocchezza conseguente all’ignoranza delle questioni in gioco. Così come è discorso pasticciato quello di affermare che per la relatività del moto serve lo spazio assoluto. Chi non conosce neppure l’argomento della secchia di Newton (e le critiche di Mach), non sa che il problema fu posto da Newton ma esattamente rovesciato: Newton credeva che se avesse individuato un moto assoluto, avrebbe potuto affermare uno spazio assoluto. Egli si convinse che tale moto assoluto era quello originato da forze centrifughe (in proposito si può leggere qui), sbagliando come poi mostrò Mach (leggere qui). Ma qui si parla degli sviluppi di quanto aveva seminato Galileo, non delle problematiche che si posero con Galileo (70 bis).

LA DECADENZA DELLA RICERCA IN ITALIA LA CATTEDRA DI FISICA SACRA

E’ utile avere per riferimento questa carta dello Stato Pontificio per capire meglio la situazione culturale in Italia dal processo a Galileo fino all’Unità. Le note vicende della condanna di Galileo allontanarono dall’Italia la ricerca e, salvo qualche caso sporadico, essa è stata quasi del tutto assente fino a che, con i bersaglieri a Porta Pia, non si è rinchiusa la Chiesa dentro le mura leonine. Tutto questo sembrerebbe non meritare commento, tanto è risaputo. Ma con le gerarchie ecclesiastiche che minano continuamente la storia con il dubbio che instillano negli uomini di fede, occorre entrare in spiegazioni anche sull’ovvio. Mi riferisco allora a degli studi importanti fatti da Ugo Baldini e Pietro Redondi per la Storia d’Italia (Annali 3, Scienza e Tecnica), da Fernand Braudel (Dalla caduta dell’Impero Romano al Secolo XVIII) e da Stuart J. Woolf (Dal primo Settecento all’Unità) della Einaudi. Baldini discute dell’attività scientifica in Italia nel primo Settecento. Divide il Paese in zone ed un ampio spazio è dedicato a Roma e lo Stato Pontificio. In questa parte d’Italia vi è una differenza tra le zone emiliane evolute rispetto al resto. Un’analisi non pregiudiziale può esordire osservando che la struttura universitaria dello Stato era comparativamente densa, essendo stati mantenuti Studi d’origine comunale e signorile; quelli a sud di Bologna, però, e in parte la stessa Sapienza di Roma, avevano una didattica scientifica ristretta, funzionale al carattere più arretrato del tessuto sociale e con più vive pregiudiziali speculative verso lo sperimentalismo, e rilievi analoghi sono da farsi per le numerose scuole religiose, popolari e nobiliari. Tuttavia Roma era un fenomeno culturale per certi aspetti privo di paragoni, con gruppi intellettuali connessi alla curia e alle case generalizie degli ordini e con i giuristi e tecnici richiesti dall’amministrazione dello Stato e dei numerosi patrimoni delle casate nobili, alcune delle quali provviste di vere e proprie corti con la relativa dimensione mecenatistica. Nel complesso questi gruppi rientravano in una strutturazione tradizionale della cultura, ma non erano schierati compattamente su posizioni chiuse; inoltre il suo ruolo ecumenico faceva convergere a Roma personalità portatrici di temi e impostazioni eccedenti di molto i limiti della cultura ufficiale. I caratteri dell’attività scientifica vanno così intesi in base a quest’intreccio di fattori, fattori tra i quali s’inserì Galileo che in qualche modo coagulò intorno alle sue ricerche degli studiosi attraverso il suo amico Benedetto Castelli che teneva dei corsi di matematica alla Sapienza ed attraverso l’Accademia dei Lincei inizialmente diretta dall’altro amico Federico Cesi. Vi erano spazi per le ricerche che potevano Roma: Palazzo Cesi in Via della Maschera d’Oro dove ebbe la prima sede l’Accademia dei Lincei porsi come alternative (la nuova scienza) all’unico centro evoluto della Chiesa, il Collegio romano.

Questo nucleo di studiosi intorno al 1640 si disperse restando un solo labile collegamento tra Roma e Firenze nella persona evoluta e colta di Michelangelo Ricci (un letterato e non scienziato). Nelle nobili e papaline accademie che sorsero furono pochissimi i veri ricercatori e tutti provenienti da fuori. Veniva proprio a mancare quel tessuto di raccordo tra ricerca e botteghe artigiane che era stato il motore propulsore per i lavori di Galileo. Riassumendo molto, si può dire che in qualche settore si mantenne un livello di dignità ma in tutti quelli che sarebbero diventati trainanti per la possente avanzata scientifica del Nord Europa, vi fu il quasi buio totale e la cosa coinvolse rapidamente il resto d’Italia per la grande forza di ricatto che lo Stato della Chiesa esercitava. Il caso della Toscana è emblematico. Nel 1651 viene creata l’Accademia del Cimento (diventerà operativa nel 1657) dal Granduca Ferdinando de’ Medici e da suo fratello Leopoldo. Viene attrezzato un ottimo laboratorio nel quale opereranno Lorenzo Magalotti, Vincenzo Viviani, Giovanni Alfonso Borelli, Carlo Renaldini, Francesco Redi, Alessandro Segni, Carlo Roberto Dati, i fratelli Candido e Paolo del Buono, Alessandro Marsili, Steno, Magalotti, Cassini grandi scienziati formatisi nello spirito entusiasta delle ricerche e scoperte dei primi decenni del secolo. Ma … solo 10 anni dopo, nel 1667, verrà chiusa d’autorità come prezzo per la nomina di Leopoldo a cardinale ed uno dei membri dell’Accademia, Antonio Oliva, fu arrestato dall’Inquisizione e per evitare la tortura si suicidò. Vi erano poi i diretti allievi di Galileo, come il citato Viviani, Bonaventura Cavalieri, Giovanni Battista Baliani, Evangelista Torricelli … ma alla loro scomparsa non ci furono ricambi. E questo anche nell’ambito della tecnica dove, come dice Braudel, poiché la tecnica non muore dall’oggi al domani, su questo piano essenziale l’Italia continua a proporre all’Europa i propri ingegneri, che sono indubbiamente i migliori del tempo. Essi sono all’opera al tempo del gigantesco assedio di Anversa del 1585, agli ordini di Alessandro Farnese; sono ancora all’opera nel corso dell’assedio, non meno gigantesco, della Rochelle, da parte di Richelieu nel 1628; lo sono ancora ai tempi di Vauban. E i trattati di meccanica italiani sono fra i più belli che conosciamo, destinati ad essere spesso utilizzati ancora nel secolo XVIII: così il libro di Agostino Ramelli, pubblicato a Parigi nel 1588, così le opere di Fausto Veranzio (1617), di Vittorio Zonca, Novo teatro di machine et edificii (Padova 1624), di Benedetto Castelli, Delle misure dell’acque correnti (1628). E Braudel prosegue facendo sue le tesi di G. Gusdorf: La decadenza italiana è un processo quasi esclusivamente culturale, e culturali sono i sintomi e le cause di questa decadenza: il concilio di Trento (1545-63), l’istituzione dell’Indice da parte di papa Paolo IV nel 1557, il processo postumo a Copernico (morto nel 1543) nel 1616, il processo di Galileo e la sua condanna (che sarebbe stata certamente più grave senza la protezione medicea) nel 1633. L’intolleranza religiosa soffoca progressivamente il pensiero scientifico, e in generale il pensiero in tutte le sue forme. L’Italia, nel cuore della Controriforma, paga per contraccolpo gli enormi successi che la Chiesa riporta, con l’aiuto spagnolo, nell’opera di ricattolicizzazione dell’Europa, quella riconquista che sbocca sul duplice limes del Reno e del Danubio, dove Roma, ancora una volta, si insedia e si arresta di nuovo. In questa violenta lotta ideologica, si verificò un irrigidimento di Roma e, oltre Roma, di tutta l’Italia. […] Si pensi, poi, ai roghi su cui sono arsi i libri condannati. Il primo viene acceso nel 1524 a Venezia, nel giorno dei santi Pietro e Paolo (29 giugno), e questo giorno resterà in seguito il giorno stabilito per questo triste rito, che avviene regolarmente sul Ponte di Rialto. Le altre città seguono l’esempio, che dura oltre la fine del secolo. Nel 1600 a Ferrara, ritornata in possesso del papa, vengono bruciati i libri eretici della biblioteca di Renata di Francia, moglie di Ercole d’Este (1510- 75).  E quello che si perde in Italia non è solo il primato culturale, a questa perdita si accompagna evidentemente anche la perdita di un certo predominio economico. E alla decadenza italiana si accompagna l’ascesa dei Paesi del Nord Europa: le province Unite (Paesi Bassi), la Francia e l’Inghilterra. In questi Paesi si recherà la gran parte degli ultimi scienziati rimasti in Italia, iniziando esodi che si ripeteranno nella Storia d’Italia. Per una qualche ripresa molto marginale occorrerà attendere la metà del Settecento quando, sull’onda dell’Illuminismo, qualcosa si mosse non senza dure resistenze dal solito mondo ecclesiastico, giansenisti e gesuiti (si, proprio loro, ora intransigenti difensori dell’ortodossia). Ma anche i cattolici illuminati, in Italia, restavano convinti che alla Chiesa si dovesse ubbidienza. Fu comunque in questo periodo che in Italia iniziò a porsi il problema della laicità, dell’ateismo, del dubbio religioso, del protestantesimo, … di tutto ciò che con il tempo avrebbe formato le generazioni del Risorgimento e della presa di Roma. Comunque, dice Woolf, La censura ecclesiastica e l’Inquisizione rimanevano minacce assai serie, specialmente nel decennio 1730-40, quando i principi, messi in difficoltà dalla crisi che scuoteva l’Italia, ritirarono parzialmente la loro protezione. Ancora nel 1739 il poeta toscano Tommaso Crudeli, membro della massoneria, poté essere arrestato dall’Inquisizione, …, e costretto ad abiurare. Solo durante il lungo pontificato di un uomo dalla mente aperta, Benedetto XIV (1740-58), quando ormai l’influenza dei gesuiti era in declino, la critica e l’opposizione poterono essere espresse più liberamente. Ma anche allora furono il giurisdizionalismo e la protezione del principe ad offrire un paravento alle nuove idee e a dare impulso alle riforme, sia in campo giuridico ed economico, sia pedagogiche (…). Dopo il 1740 la nuova mentalità scientifica, cioè la fiducia nell’utilità pratica della scienza, rese più saldo il convincimento che le riforme fossero non solo desiderabili, ma realizzabili concretamente. Le tradizioni scientifiche non si erano mai interamente spente in Italia, soprattutto nei centri dove più forte era stata l’influenza del Galilei e del Pomponazzi, come Pisa, Padova, Bologna e Napoli. Verso la fine del Seicento gli scienziati italiani erano molto aperti ai progressi del pensiero scientifico europeo. Fardella, Malpighi, Sorelli, Redi, Viviani, Ramazzini, Di Capua, Marchetti guardavano a Descartes e a Gassendi, oltre che a Galileo, nell’esplorare i nuovi orizzonti aperti dal metodo sperimentale fondato su un’intuizione matematica della realtà. E là dove fino a 100 anni prima era in tutta Europa che si insegnava Galileo, ora in Italia si fanno lezioni su Cartesio, su Leibniz, su Locke (le cui opere vennero sequestrate), su Newton, con l’Inquisizione che continua inesorabilmente a colpire. Ma Woolfe continua: Nel 1748 … Muratori scriveva amaramente: «Mettendo in paragone l’Italia con la Francia, Inghilterra, Fiandra, Olande e con qualche paese della Germania, buona parte dell’Italia resta inferiore nell’industria e commercio a i suddetti ultramontani». Dal punto di vista intellettuale ed economico, l’Italia era rimasta indietro rispetto ai progressi delle altre nazioni europee. Con il progressivo sviluppo del movimento riformatore, gli intellettuali italiani si resero conto in modo sempre più chiaro del loro debito verso la cultura straniera, specialmente francese. Montesquieu, Helvétìus, Buffon, Diderot, D’Alembert, Hume, Rousseau furono gli ispiratori dell’opera di Beccaria Dei delitti e delle pene (1764), come l’autore dichiarò apertamente al Morellet. All’epoca in cui scrisse La scienza della legislazione (1780), Filangieri — oltre che ad alcuni philosophes ormai classici, come D’Alembert e Helvétius — faceva riferimento ad illuministi più tardi e più radicali, a fisiocratici e a filosofi della storia come Mably, Boulanger, D’Holbach, Chastellux, Linguet, Raynal, Robertson, Hume, Blackstone, Mercier de la Rivière, Schmidt d’Auenstein, ma era in grado anche di richiamarsi ad autori italiani, come Genovesi e Pietro Verri. L’illuminismo italiano era ormai diventato adulto; gli scrittori e i riformatori italiani avevano dato un positivo contributo allo sviluppo del movimento, un contributo di portata internazionale. Già nel 1767 il Paradisi era pronto a confutare le opinioni denigratorie del Deleyre sul panorama culturale italiano, facendo appello a nomi come quelli del Beccaria, del Frisi, del Della Torre, del Fontana, dello Spallanzani. Negli anni fra il 1775 e il 1780, davanti alla crisi del movimento riformatore in Francia, i continui progressi realizzati in Italia rafforzarono la coscienza dei risultati raggiunti, senza che, per ciò, ne fossero indeboliti i legami con la cultura straniera. L’importanza del metodo empirico, della nuova «filosofia sperimentale», derivava dalla fiducia che questo metodo offrisse dei criteri già elaborati ed applicati con successo nel campo delle scienze sperimentali e suscettibili di essere estesi ad ogni aspetto dell’umana attività.

Vi era la ferma persuasione dei successi raggiunti dal metodo scientifico, che risaliva alle invenzioni e alle scoperte degli umanisti e si identificava nei nomi di Bacone, Galileo, Newton e Locke; ma vi era anche la convinzione che queste conoscenze scientifiche, questi «lumi», fossero legati strettamente al progresso economico e civile di alcune nazioni come l’Inghilterra, la Francia e l’Olanda. Il nuovo metodo poteva essere compreso da ogni persona colta che avesse fatto uso della propria ragione e poteva essere applicato per il bene della società. In ciò esso era diverso, anzi decisamente superiore, ad ogni generica accettazione del valore della ragione o, ancor peggio, di qualche «sistema», e in particolare di quello cartesiano. Per questo motivo l’Algarotti (Newtonianesimo per le dame, ndr), come Voltaire nelle Lettres philosophiques, si propose di spiegare la nuova «filosofia sperimentale» a un largo pubblico, con fini deliberatamente divulgativi. L’erudizione onnicomprensiva, la cultura scientifica a vasto raggio dèi primi decenni del secolo si restringe e si concentra, di proposito, su quegli elementi che appaiono «utili» all’uomo e alla società. L’ottimismo, la fiducia nella capacità dell’uomo di assicurarsi, nella pace, un’esistenza più civile ed umana, furono i tratti caratteristici della nuova mentalità illuministica. La lunga citazione, oltre a darci importanti informazioni, è servita, se ce ne fosse ancora bisogno, a citare dei nomi di personaggi stranieri che dicono tutto di per sé se confrontati con qualche coraggioso nostro isolato studioso. Questo significa la decadenza italiana. Non siamo più trainanti culturalmente dall’esaurirsi delle persone che avevano vissuto nello spirito di Galileo. E non servono le sedute spiritiche di monsignor Brandmüller per esorcizzare tale decadenza. Nelle scienze particolari la grande tradizione geometrica italiana, a cui erano legati molti progressi in astronomia, ottica e meccanica, tende a sparire per lasciar posto (Bologna e Roma) alla più innocua algebra in gran parte di provenienza straniera. Un calo notevolissimo si ebbe negli studi di ottica fisica, acustica, termologia, barometria e parzialmente idraulica (che si sviluppò nell’area padana per motivi pratici). In pratica tutta la fisica teorica e sperimentale era sparita. Pubblicazioni superficiali come Arte, scienza e cultura in Roma cristiana, accreditano risultati importanti per il nostro Paese ed elencano pure i nomi dei nostri grandi scienziati che è utile riportare. Matematici e fisici: Antonio Santini di Lucca, Vitale Giordani di Bitonto, Carlo Maria Quarantotti di Roma, Francesco Maria Gaudio ligure; oltre a questi vi sono i sacerdoti scienziati dei vari collegi religiosi: Gregorio Fontana, Paolo Chelucci, Paolo Casati di Piacenza, Daniello Bartoli di Ferrara, Atanasio Kircher di Fulda (quasi un mago la cui opera spaventa un poco perché sembra scritta sotto l’effetto di droghe pesanti), Gaspare Schott, Francesco Lana, Giuseppe Calandrelli di Zagarolo, … Tutti eccelsi nomi noti in tutto il mondo, come Newton, Boyle, Huygens, Halley, Hooke, Muschenbroek, ‘s Gravesande, i Bernouilli, … Mah, come si possono dire cose così banali? Come è possibile non vedere e continuare a farlo ancora oggi? Se non si prende coscienza di ciò che è accaduto e perché non si farà mai un passo avanti perché gli stessi impedimenti, le stesse palle al piede le abbiamo ancora oggi, e siamo fermi a Zagarolo. In quali campi si fece qualcosa che ebbe valore assoluto? In quelle discipline che non erano direttamente implicate nella rivoluzione di Galileo: botanica, zoologia, mineralogia, vulcanologia, matematica (nel senso detto prima), … I maggiori successi li abbiamo avuti in anatomia ed in fisiologia con Malpighi, con Redi, Guglielmini, Borelli, Morgagni. Un esempio di grandissimo spessore del come era stata ridotta la fisica ed il suo insegnamento nello Stato della Chiesa lo abbiamo raccontando le vicende della Cattedra di Fisica Sacra alla Sapienza di Roma (71). Proprio la liberazione di Roma ed il disastro lì trovato nell’insegnamento della fisica (ma anche della matematica e della biologia) presso l’Università la Sapienza (ed in tutte le università pontificie), può far rendere conto dello stato in cui ci trovavamo. La cosa fu denunciata con toni allarmati dagli ispettori del Ministero della Pubblica Istruzione dell’Italia Unita, Matteucci e Brioschi nel 1870 i quali aggiunsero che tutti gli insegnamenti erano influenzati dalla tradizione aristotelica nelle scienze naturali (e la cosa avveniva anche nei seminari arcivescovili). Gli stessi ispettori apprezzarono l’osservatorio del Collegio Romano, e la medicina insegnata nella Scuola degli ingegneri. Dopo aver represso duramente ogni cosa si muovesse intorno a Copernico e Galileo per circa duecento anni (!), nella prima metà del XIX secolo la Chiesa si propose di tentare un aggiornamento culturale stimolato in vario modo dalla crisi dei valori politici, culturali ed istituzionali provocata dall’occupazione napoleonica. Il periodo precedente era stato caratterizzato da un clima di pesante restaurazione politica e culturale, soprattutto nelle università dove si esercitava un rigido controllo ideologico sui docenti scientifici (la cosa proveniva dall’Enciclica del 1824 di Leone XII, Quod divina sapientia, che prevedeva la costituzione di vere e proprie commissioni di controllo per combattere infiltrazioni di Illuminismo). Ci fu allora questo tentativo di aprirsi alle scienze con un fine (neppure recondito) apologetico (c’è da notare che nel 1825, in occasione del Giubileo, lo stesso Leone XII fece togliere dall’Indice alcune opere di Galileo che erano restate in quel luogo infame per ben 187 anni). Questo compito fu affidato, come no?, ai gesuiti, con il fine di raccordare di nuovo la fede con la scienza che discendeva dalla visione positivista. La Chiesa coglieva così la grande opportunità che il Positivismo le offriva: superare il materialismo illuminista per tentare di far penetrare la teologia cattolica nel pensiero della società industriale che stava esplodendo con grande fiducia nelle scienze positive (e si tenga ben presente questo quando si agita il positivismo come papà dello scientismo, chi dice questo non conosce neppure la storia della Chiesa. Chi fa scienza sa invece che il Positivismo è proprio la metafisica della scienza ed in questo ben si accorda con la religione). Come ci racconta (1886) l’abate Stoppani, la Chiesa voleva combattere scienza con scienza e per farlo occorreva impadronirsi delle conoscenze scientifiche del tempo per usarle in modo spregiudicato contro le conseguenze filosofiche di tale scienza giudicate (ancora!) empie. Nel 1816 il cardinale Consalvi affidava all’abate Scarpellini la cattedra di “fisica sacra” al fine di rimettere a posto le conoscenze “segnatamente nel tempo presente, in cui si abbusa dei progressi delle scienze naturali, o delle nuove cognizioni, per introdurre degli errori a danno della religione cattolica”. C’è dietro la paura della Rivoluzione francese e l’esempio negativo dell’Encyclopédie che aveva permesso la diffusione di un sapere scientifico di massa, diffusione con la quale si poteva trasmettere l’idea di progresso sociale, culturale e politico aborrito dalla Chiesa. Nel 1837, il matematico S. Proja, nel “Giornale accademico di scienze, lettere ed arti” (nº 74, pagg. 106- 110), così descrive la cattedra di Fisica sacra di Scarpellini alla Sapienza di Roma: “In un ramo della pubblica istruzione, che ha per oggetto l’applicazione delle scienze naturali alla considerazione di Dio, non può immaginarsi sistema né più ordinato né più sublime di quello, che la stessa divina sapienza ne tratteggiò laonde con saggio divisamento dal primo libro della Genesi desunse la nostra cattedra l’ordine e la distribuzione delle materie, nonché l’appellazione di FISICA MOSAICA, FISICA SACRA, COSMOLOGIA TEOLOGICA. Pertanto in sei grandi trattati se ne divise l’ampio argomento, essendoché in sei giorni divise Mosè l’opera divina della creazione, ed a ciascun trattato serve di tema ciò che creò Iddio nella corrispondente giornata. Quindi è che il I si occupa della creazione del mondo, o piuttosto della creazione delle sostanze elementari; il II del firmamento, o sia dell’aria, e della divisione delle acque sopra la Terra divisa in continenti e mari; il III della produzione dei vegetabili; il IV dei corpi celesti, e de’ loro uffici; il V della produzione dei pesci e dei volatili; il VI finalmente della produzione degli altri animali e della formazione dell’uomo … Sebbene il genere di istruzione che questa facoltà si propone richieggia che sian cognite agli uditori le generali teorie delle scienze, nondimeno basando sopra di questo il più bello e il più sublime dell’applicazione, che dee farsene con bene intesa maestria vi si sviluppano a minuto, e persino con apposite dimostrazioni sperimentali, le principali non meno che le più recenti dottrine della fisico-chimica, dell’ottica, della geologia, dell’astronomia, della storia naturale. Né questo è già un uscire di via, come talvolta la maledicenza andò divulgando e cornando per diminuire alla nostra cattedra il credito a cui in breve pervenne; … Sapea bene egli quel supremo padre e pastore della cattolica Chiesa che d’ordinario gli allievi delle scuole ove colali scienze si apparano, sono sapienti del secolo, e giganti che assalir vorrebbono il Ciclo; per cui con assai provvido consiglio dispose che i giovani ecclesiastici dalla nuova cattedra le apparassero, e così eglino pure sapienti addivenissero, ma di quella sapienza che da Dio scaturendo a Dio conduce”(72). La cattedra di Scarpellini durò fino al 1840, ma il suo spirito restò. Esso andava sotto il nome di “concordismo”, il mettere sempre d’accordo Bibbia con fatti scientifici. Osserva Redondi che: Dall’ordinamento della materia d’insegnamento che abbiamo prima citato risulta chiaro che le difficoltà di questo reciproco adattamento erano notevolissime. Per esempio, gli esegeti scientifici cattolici e protestanti facevano ricorso alla cosmologia di Laplace e all’ipotesi della nebulosa originaria per spiegare la creazione della luce prima degli astri. La creazione del sole e della luna dopo quella delle piante veniva fatta corrispondere al dissolversi, con le precipitazioni, di densi strati di vapore. Ma è anche evidente che questo sforzo esegetico per adattare il testo biblico alle nuove ipotesi scientifiche e viceversa si rivelò ben presto, agli occhi della stessa cultura cattolica, un progetto illusorio e controproducente. Gli entusiasmi e anche i successi iniziali di questa apologetica in chiave scientifica si infransero irrimediabilmente, alla metà del secolo, di fronte al darwinismo e alla sua inconciliabilità con la rivelazione. E così le scienze restavano in grandissima parte insegnate in modo aristotelico, con inutili e superficiali classificazioni. Anche quei pochi scienziati (astronomi gesuiti) che tentarono ricerche (Secchi, Pianciani, De Vecchi) dovettero abbandonare Roma nel 1848, a seguito dell’allontanamento della Compagnia di Gesù, per recarsi in Inghilterra e poi negli Stati Uniti. Allo stesso modo l’altro scienziato in tonaca, Schiapparelli, non ebbe vita facile. Vi fu un barlume di libertà è laicità proprio l’anno dopo la cacciata dei gesuiti: la Repubblica Romana che cito solo perché fu l’occasione per conoscere documenti vaticani sui processi di vari eretici o comunque condannati dall’Inquisizione tra cui Giordano Bruno e Galileo. In particolare l’aver avuto accesso ai documenti del Processo a Galileo da parte di Silvestro Gherardi (che scoprì i documenti che convinsero gli studiosi – Gherardi, Wohlwill, Cantor, Scartazzini, Banfi, De Santillana – che il Precetto del 1616 era un falso) fece si che il Vaticano si decidesse a pubblicarli nel 1868 (in realtà non sappiamo e non sapremo mai quanti di questi documenti continuano a giacere negli Archivi. Ogni tanto, a propri fini, ne viene fatto filtrare qualcuno). E poco prima che i bersaglieri entrassero in Roma, anche il darwinismo veniva a dare altri colpi al concordismo.

NOTE

(57) Stillman Drake – Galileo’s ‘Dialogue’: Al discreto lettore – Scientia, 117, V/VIII, 1982, pagg. 241-274.

(58) La teoria delle maree di Newton, in parte anticipata da Kepler, congetturava delle convessità dell’acqua create principalmente dall’attrazione lunare. Di fatto tali convessità sono minori di quanto Newton calcolò; infatti sono cosi piccole che non se ne tiene conto come convessità vere e proprie nella moderna teoria delle maree. A partire dai tempi di Laplace, le teorie delle maree si sono sviluppate dalla considerazione dei flussi, e non delle convessità dell’acqua nei grandi mari. In un modo sicuramente curioso, questo fu anticipato da Galileo; il quale comunque si servì solamente di ragionamenti cinematici e non dinamici per spiegare le continue perturbazioni nei grandi mari.

(59) Solo le prime attendibili misure di parallasse stellare, eseguite da Bessel e Struve (1838) mostrarono inconfutabilmente quanto richiesto dagli scrittori ai quali si riferisce Stillman Drake. Mentre per mostrare la rotazione della Terra su se stessa occorrerà attendere l’esperienza di Foucault (il pendolo) del 1851.

(60) La commissione di teologi riunita da Urbano VIII per esaminare le accuse contro il Dialogo non vi trovò alcunché che non potesse se necessario essere facilmente corretto. Io credo che gli scrittori moderni, che attribuiscono a Galileo la credenza che tale dimostrazione esista nel Dialogo, confondono la sua scienza con il precedente ideale filosofico delle dimostrazioni incontrovertibili. Galileo si contentava della schiacciante superiorità dell’evidenza, e dubitava che fosse possibile di più, al di fuori del regno della pura aritmetica e della pura geometria; cfr. E.N. Vol. 7, pag. 129 (riga 1); 127 (righe 1-3); Vol. 18, pagg. 314-316. Nell’ultimo brano indicato, Galileo mise in evidenza le inevitabili limitazioni imposte dagli strumenti di misura a disposizione, per quanto non se ne tenga conto nelle dimostrazioni matematiche pure.

(61) Non fu colpa di Galileo se, una volta esibiti tutti gli argomenti a favore e contro ciascuno dei due sistemi, la maggiore evidenza era a favore del copernicanesimo. Parlare del Dialogo come se il suo autore avesse soppresso qualche parte della tesi a favore di Aristotele e di Tolomeo, sebbene qualche volta attualmente venga fatto, non fu fatto a suo tempo da parte degli autori dei libri scritti contro il Dialogo, i quali sarebbero stati certamente pronti a scoprire una simile scorrettezza.

(62) È solo per questa ragione, io credo, che Cosimo II dei Medici permise a Galileo di andare a Roma alla fine del 1615 contro il parere del suo moderato ambasciatore romano. Cosimo non era sicuramente un partigiano del copernicanesimo, ma era un cattolico devoto e un patriota italiano, ed egli confidava che Galileo si comportasse come tale, mentre era alloggiato presso l’ambasciata toscana a Roma — e non come un fanatico fedele a tutti i costi alla causa copernicana.

(63) E.N. Vol. 19, pag. 327.

(64) Gli impedimenti erano legati alla peste a causa della quale sarebbe stato anche necessario affumicare ogni pagina del libro prima di entrare in città.

(65) Sembra che questo modo di procedere, quando conviene, è in uso nella Chiesa. Nel 1983 uscì un inutile libro su Galileo (lo scriveva, come no!, un sociologo) di Pietro Redondi: Galileo eretico, Einaudi (alle tesi di questo libro vi fu l’adesione entusiasta di Paolo Mieli – L’Espresso, 2 ottobre 1983 – e di Cesare Marchi – il Giornale 19 ottobre 1983 -). Il libro è costruito sopra due documenti fatti filtrare dagli Archivi Vaticani (rigorosamente chiusi ad ogni studioso del mondo). In essi si adombra il fatto che Galileo fosse condannato in quanto eretico. Naturalmente, anche qui, i documenti in oggetto non sono firmati … Ed il libro di cui sopra ha fatto la figura di quelle tante cose indegne che vanno nella spazzatura della storia. (66) Esemplare è lo sciovinista francese Koyrè, davvero insopportabile nello studiare Galileo solo per far vedere che era un giocherellone rispetto a Cartesio. Egli sfiora il ridicolo per la sua mania di aver in Cartesio il suo Popov. Parlando dell’inerzia il nostro ci spiega: ” In realtà fu Descartes e non Galileo che per la prima volta comprese totalmente il senso e la portata del principio d’inerzia”? Qual è dunque la formulazione cartesiana del principio d’inerzia? Egli enuncia tre regole, delle quali la prima è: “… se una parte della materia avrà cominciato a muoversi, continuerà sempre con ugual forza, finché le altre non la faranno fermare o rallentare … [e questo movimento non potrà che essere rettilineo perché] il movimento rettilineo è il solo che sia perfettamente semplice”. Dopo aver enunciato la seconda regola (conservazione della quantità di moto) così dice Descartes: “… ora le due regole derivano evidentemente solo da questo: che Dio è immutabile e che, con l’agire sempre alla stessa maniera, produce sempre lo stesso effetto. Infatti, supponendo che nell’atto stesso di crearla, Dio abbia posto in tutta la materia in generale una certa quantità di movimenti, a meno di negare che egli agisca sempre allo stesso modo, bisogna ammettere che ne conservi sempre la stessa quantità “. E ciò vuol dire che c’è l’inerzia e si conserva la quantità di moto perché Dio mai toglie ciò che ha dato? Ma stiamo scherzando? Ebbene, dove sta tutta la cura, il dubbio, l’apparato sperimentale di Galileo? Queste cose che sostiene Cartesio sono solo affidate a Dio, ma in questo modo si può dire ciò che uno vuole! E poi, non è il mondo di Cartesio tutto pieno ed eternamente in moto, con una struttura a vortici, di modo che quest’ultimo è l’unico moto indefinitamente possibile? Ed allora, di nuovo, il principio d’inerzia di Descartes non è una mera enunciazione geometrica che nulla ha a che vedere con la struttura dello spazio fisico che lo stesso Descartes ipotizza? Ma Koyré dice ancora varie cose. Dopo aver sostenuto che per la corretta formulazione del principio d’inerzia “sarebbe stato necessario che [Galileo], cessando di essere archimedeo, fosse divenuto cartesiano” egli continua: “… l’impossibilità, per Galileo, di formulare il principio d’inerzia si spiega, da una parte, con il suo rifiuto … di ammettere francamente l’infinità dello spazio ; e, d’altra parte, si spiega con la sua incapacità di concepire il corpo fisico (o il corpo della fisica) come privo del carattere costitutivo della gravità.” ed aggiunge: “Perché Galileo si rifiuta di ammettere l’infinità dello spazio ?… Forse – ma non è che un’ipotesi – Galileo fu spaventato dall’esempio di Bruno. Vogliamo dire: dalle conseguenze a cui la dottrina dell’infinità aveva condotto il filosofo di Nola». La domanda più semplice che può venire in mente è: perché Galileo doveva ammettere l’infinità dello spazio? Ed a questa domanda si può aggiungere l’altra: perché lo spazio infinito doveva essere lo spazio euclideo, omogeneo ed isotropo? Ma poi il riferimento a Bruno è quantomeno inopportuno (almeno nell’economia delle tesi dello stesso Koyré) se non altro perché il Descartes di Koyré, venuto a conoscenza della condanna di Galileo, si rifiutò di pubblicare quanto aveva scritto (mentre Galileo, pur trovandosi già in domicilio coatto e pur così vicino a Roma, continua con i “Discorsi”, la più copernicana delle sue opere). E Koyré ci parla di Bruno? Con lo sciovinismo non si fa storia e tanto meno storia della scienza.

(67) E.N. Vol. 6, pag. 259.

(68) E.N. Vol. 3, pagg. 60-61 (traduzione di http://www.liberliber.it/ )

(69) Sulle posizioni di Duhem ho riportato quanto scritto in http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/ lemmi/167.htm.

(69 bis) Nel mio libro Relatività da Aristotele a Newton (A.I.F. Roma, 1980) ho dedicato ampio spazio alla “fisica” sviluppata nel XIII secolo dalle scuole francesi ed inglesi. Chi è interessato può trovare qui buona parte delle cose che ho scritto a suo tempo. E’ utile riportare anche le opinioni di uno storico e filosofo eccellente come Eugenio Garin (Scienza e vita civile nel Rinascimento, Laterza 1965) ed è utile tenere presente ciò quando parlerò delle sciocchezze di Padre Wallace sul preteso Plagio di Galileo su gesuiti del Collegio Romano: La filosofia, che nel Quattrocento si era rifugiata fra politici e moralisti, chiede asilo, ora, a fisici e matematici, o addirittura agli «eretici», sbanditi da tutte le scuole. Con profondità Keplero, negli scritti famosi sul Sidereus Nuncius, riporta Galileo, non ai professori delle Università, ma a Cusano, a Copernico, a Bruno, oltre che agli antichi greci. Se legami si debbono cercare, è nella direzione di una filosofia non scolastica che conviene muoversi: la filosofia della natura di Telesio, o di Campanella, l’inquieta curiosità di Cardano e di Della Porta. In realtà i nomi che conviene fare a proposito di Galileo non sono molti, e tutti sono chiaramente indicati da lui: tra gli antichi, il suo vero maestro, il divino Archimede; tra i moderni, il «maestro nostro comune» Copernico. Interlocutori nel suo gran dialogo, Keplero come Mersenne; nello sfondo, Gilbert e Gassendi, Descartes e Hobbes. Suo avversario, non Tolomeo, ma il peripatetismo come mescolanza di fisica e teologia, dalla tradizione intrecciato ormai alla dottrina cristiana. E proprio qui si deve affrontare il problema della rivoluzione galileiana, di cosa essa fu veramente nella storia del pensiero: qui conviene dire delle vie per le quali venne affermandosi. Che Galileo conoscesse bene le discussioni dei peripatetici medievali è dimostrato dagli appunti giovanili, conservati autografi, parzialmente pubblicati dal Favaro, e da lui riferiti con buone ragioni all’84. Meno persuasiva la dipendenza di quegli appunti dai soli corsi del Buonamici: perché non da quelli del Borri e del Verino? Le ragioni derivate dal confronto col De motu non convincono, e sia il Favaro sia, in tempi molto più vicini, il Giacomelli, sembra non abbiano esaminato la cosa con attenzione. Pubblicato nel ’91, il grosso folio del maestro pisano reca una precisa testimonianza: l’opera è nata — egli dichiara — in seguito alle accese discussioni sul movimento che si erano avute nuper allo Studio fra scolari e maestri dei vari corsi “. L’indicazione è parallela al ricordo di Galileo, consegnato alla lettera al Mazzoni del ’97, che rinvia alle conversazioni serene ma vivaci avute col maestro cesenate, e di cui, più che eco, è documento preciso, purtroppo costantemente ignorato, una parte cospicua dell’opera maggiore del Mazzoni”. D’altra parte gli Juvenilia solo per tratti sono confrontabili col libro del Buonamici, né sembrano caratterizzati da precise corrispondenze. Comunque, lasciando impregiudicata in questa sede la questione, resta indubitata la conoscenza, da parte di Galileo, delle discussioni fisiche dei peripatetici sul moto dei gravi, sul moto violento e sul ciclo. È chiaro che di lì egli si mosse. Orbene, la grande maggioranza degli storici moderni della scienza, francesi, tedeschi, inglesi e americani, e, purtroppo, italiani, all’insegna del tema ‘ i precursori di Galileo ‘, ha ritrovato via via, a seconda della nazionalità dello storico, nei fisici parigini, in Alberto di Sassonia e nelle discussioni da lui influenzate, nei calculatores e nei teorici inglesi de proportionibus velocitatum in motibus, pressoché tutti i motivi di Galileo, o almeno gli argomenti critici da lui usati. Al quale proposito converrebbe ricordare innanzitutto l’osservazione di Comte, ripresa dal nostro Vailati, che non si critica se non si sostituisce l’ipotesi criticata. Ora, se è innegabile che la fisica del tardo Medioevo, riprendendo argomentazioni usate dai commentatori antichi, mise in crisi non poche parti dell’aristotelismo; se è vero che i teorici dell’impeto, rifacendosi al Filopono, liquidarono la tesi del mezzo come causa del moto, è pure indiscutibile che le varie posizioni via via indicate come precorritrici di Galileo, non solo sono isolate dai loro contesti, ma mentre indicano un lavoro erosivo intorno a posizioni particolari dell’aristotelismo, non presentano proposte efficaci né per rinnovarne il metodo d’indagine, né per distruggerne i fondamenti, né per uscirne fuori in nuove teorie d’insieme. Sono singoli « pezzi » critici, destinati a rimanere sterili proprio perché non vengono abbandonati né i presupposti generali, né i procedimenti metodici. Questo è il punto da sottolineare: i meravigliosi sforzi d’ingegno dei fisici tardomedievali restano sempre prigionieri nei quadri dell’ari-stotelismo e nei suoi equivoci. Perfino gli studi del Benedetti, l’allievo del Tartaglia, usciti a Torino nel 1585, non mai citati da Galileo, ma certo a lui noti, non escono — e lo notò benissimo Vailati — dalla distruzione di singole posizioni aristoteliche, anche se, nell’allievo di Tartaglia, è rilevante l’uso di Archimede. … Noti sono gli appunti galileiani dell’ ’84, documento prezioso di una partenza aristotelica nelle questioni « del cielo », della « intensio et remissio formarum », delle qualità. In quegli autografi si riflettono esposizioni scolastiche bene informate, di ambiente pisano, come attestano, per esempio, le citazioni dei corsi di Flaminio Nobili. Che si tratti di lezioni di Francesco Buonamici, hanno ripetuto un po’ tutti, sulle orme del Favaro. Il confronto con il monumentale De motu del maestro pisano, edito a Firenze nel ’91, svela corrispondenze d’argomento molto parziali, col libro decimo, e discordanze notevoli nel tono, nelle citazioni, nel tipo di discorso. Mancano, negli Juvenilia di Galileo, i duri attacchi alle tesi dei platonici circa la corruttibilità dei cicli e l’uso della matematica. Di più: il Buonamici avverte che alla stesura del libro egli era giunto per le discussioni recenti allo Studio pisano, di uditori suoi e di colleghi, a proposito del movimento. Siamo nel ’91; del ’90 sono i più antichi scritti di Galileo sul moto, che sappiamo rispecchiare osservazioni e colloqui col Mazzoni, e che sono fortemente critici, ormai staccati dall’atmosfera circolante nell’opera coeva del Buonamici. Converrà perciò tornare sugli Juvenilia fisici; converrà leggere gli appunti, autografi anch’essi, di logica, uniti in origine agli altri, e non usati dal Favaro. Vi si affrontano questioni di rilievo, sui princìpi e l’ordine delle scienze, quali troviamo nei massimi logici del secondo Cinquecento, per esempio in Zabarella: questioni più importanti delle trite formule sulla «risoluzione» e la «composizione», ormai banalizzate, e in cui il Randall ha creduto di individuare la saldatura del metodo di Galileo col peripatetismo delle scuole. Comunque la ricomposizione di tutti gli Juvenilia gioverà anche a formarsi un’idea compiuta delle prime esperienze culturali di Galileo, e a rimetterne in discussione certi legami col Buonamici. Proprio quando questi da alla luce il De motu, Galileo si avvia per una strada diversa, destinata a portarlo fuori da quell’ordine cosmico, e da quella nozione di spazio, in cui il maestro pisano collocava con tanta fermezza i suoi corpi, gravi e lievi per natura, e per nessun’altra ragione — osservava Galileo — se non perché dovevano pur avere aliquem ordinem. La distruzione di quest’ordine, l’influenza di Archimede, la negazione di corpi gravi e lievi in sé, la trasformazione del concetto di spazio, l’inizio di quel processo che lo porterà a rifiutare un centro del mondo, e a precisare la sua concezione della relatività — tutto questo si venne legando nella mente di Galileo alla interpretazione ed accettazione del copernicanesimo come visione della realtà, non come mera ipotesi matematica.

(70) Le citazioni di Feyerabend provengono da Contro il metodo – Feltrinelli, 1979. Per leggere delle stroncature epistemologiche di Feyerabend proprio sulla questione galileiana, si veda Imre Lakatos, The Methodology of Scientific Research Programmes – Philosophical Papers. Volume 1 – Cambridge University Press, 1978.

(70 bis) Sulla scia di Koyré, alcuni storici della scienza hanno criticato Galileo in vari modi, spesso contrastanti tra loro. Credo sia utile vedere una rassegna di tale critiche e tentare di capire quale fondamento hanno. A tal fine si può vedere il mio Alcuni elementi di Giudizio su Galileo.

71) Per le vicende della Cattedra di Fisica Sacra ho seguito Pietro Redondi, dal quale sono tratte le citazioni, in Storia d’Italia, Annali 3, Scienza e Tecnica, pagg. 782-794.

(72) Di seguito riporto l’intero articolo di S. Proja: Cenni intorno la cattedra di fisica sacra nell’ archiginnasio romano (Giornale arcadico di scienze, lettere, ed arti, Volume 74, pp. 106-110, 1838) di S. Proja Tra le molte cattedre di scienze sacre, da cui leggono ed istruiscono nell’università romana della sapienza valentissimi maestri in divinità, havvi quella così detta di fisica sacra fondata nel 1816 dall’ immortale pontefice Pio VII di santa memoria. Questa cattedra ha per iscopo l’applicazione delle scienze naturali alla considerazione delle opere dell’autore supremo della natura, col doppio fine di magnifìcare il nome di questo divino autore, e di confutare gli errori che derivarono dall’abuso delle scienze istesse; e comechè un’altra del medesimo genere n’esistesse già da lunga pezza nell’università di Cambridge fondata dal celebre Boylc, pure per assai titoli ne va superiore quella, di che parliamo. In un ramo di pubblica istruzione, che ha per oggetto l’applicazione delle scienze naturali alla considerazione di Dio, non può immaginarsi sistema né più ordinato, né più sublime di quello, che la stessa divina sapienza ne tratteggiò; laonde con saggio divisamento dal primo libro del Genesi desunse la nostra cattedra l’ordine e la distribuzione delle materie, nonché l’appellazione di fìsica mosaica, fìsica sacra, cosmogonia teologica. Pertanto in sei grandi trattati se ne divide l’ampio argomento, essendochè in sci giorni divise Mosè l’opera divina della creazione, ed a ciascun trattato serve di tema ciò che creò Iddio nella corrispondente giornata. Quindi è che si occupa il I della creazione del mondo, o piuttosto della creazione delle sostanze elementari; il II del firmamento, o sia dell’aria, e della divisione delle acque; il III della distribuzione delle acque sopra la terra divisa in continenti e mari, e della produzione de’vegetabili; il IV dei corpi celesti, de’loro movimenti, e de’loro uffici; il V della produzione de’pesci e dei volatili, il VI finalmente della produzione degli altri animali, e della formazione dell’uomo. Non è mia intenzione di dare in questo articolo un ragionato estratto dell’intero corso delle lezioni che da questa cattedra si dettano: e perciò non entro ne’particolari di ciascun trattato, né seguo via via per serie ordinata i punti, o sia le contemplazioni, in cui è suddiviso ciascuno. Dirò solo, che sebbene il genere d’istruzione che questa facoltà si propone riechiegga che siano cognite agli uditori le generali teorie delle scienze, nondimeno basando sopra di queste il più bello ed il più sublime dell’applicazione, che dee farsene, con bene intesa maestria vi si sviluppano a minuto, e perfino con apposite dimostrazioni sperimentali, le principali non meno che le più recenti dottrine della fisico-chimica, dell’ottica, della geologia, dell’astronomia, della storia naturale. Né questo è già un uscire di via, come talvolta la maldicenza andò divulgando e cornando per diminuire alla nostra cattedra il credito, a cui in breve pervenne: chè anzi è un corrispondere appuntino alle lodevoli vedute del sapientissimo pontefice che la istituì. Sapea ben egli quel supremo padre e pastore della cattolica chiesa, che d’ordinario gli allievi delle scuole, ove cotali scienze si apparano, sono sapienti del secolo, e giganti che assalir vorrebbono il ciclo; per cui con assai provvido consiglio dispose che i giovani ecclesiastici dalla nuova cattedra le apparassero, e così eglino pure sapienti addivenissero, ma di quella sapienza, che da Dio scaturendo, a Dio riconduce. Quello però che forma il carattere distintivo di questa scuola, e la rende non men delle altre commendevolissima, è la direzione ch’ella dà a cosiffatte scienze, in genere alle filosofiche. E primieramente siccome a’dì nostri ogni scienza, per servirmi della frase dell’illustre Wiseman (conferenza I), è stata individualmente messa a sacco, e non traggonsi più dal fondo di tenebrosa metafisica inviluppata da oscuro gorgo scolastico errori e sofismi che degradano la ragione, ma da’ progressi delle utili scienze la depravazione e l’ignoranza si sforzano di derivarli: così è che adattando l’istruzione a’tempi, le vie insegna ed i sicuri modi, onde colle scienze stesse combatterli e vincerli; talchè confuso ne resti e l’empio che delle scienze si abusa, e l’ignorante che le scienze teme e calunnia. Di poi lasciando al nudo spositore, che s’impingua in volumi, le vane e lunghe discussioni sopra il sacro testo scelto per guida, prende ad interpretarne in modi quanto veri, altrettanto ingegnosi i più difficili luoghi, a spiegarne nel senso il più acconcio, ed insieme il più letterale i passi più oscuri, a far conoscere a via di fatti, come non fu e non sarà mai possibile di coglierlo in fallo, od in opposizione colla scienza, sì che faccia d’uopo all’incredulo confessare essere un solo l’autore della natura e quel della grazia, che pria in patribus etprophetis, novissime vero locutus est nobis in filio ( Hebr. c. 1). In fine non contenta di aver formata la mente, rivolgesi al coro: e giovandosi sempre de’lumi e de’progressi delle scienze, si ferma tratto tratto sulla considerazione delle maraviglie delle cose create, onde alla reazione di tante idee si sublimi l’ingegno, si eletrizzi la fantasia, e vivo sì desti il sentimento. La divota sagacità dell’ascetico saprà additarti nella sensitiva, che fugge la mano che se le appressa, nel polipo che si moltiplica, nell’insetto che si trasmuta, svariati e nuovi motivi per sollevar tua mente al creatore. Ma questo è ben altro che ricevere, come dalla nostra cattedra si ricevono, impressioni di un genere affatto straordinario e trascendente, di cui solo è capace colui che dopo avere assottigliato lo intelletto ne’veri delle matematiche, in quelli delle scienze naturali ha nudrito lo spirito. Per la qual cosa si rende manifesto come questo ramo di pubblica istruzione riuscir debba utilissimo ad ogni ceto di colte persone, e precipuamente a coloro, le cui labbra custodiscono la scienza, e che maestri esser denno in Israello. Che però si debbe assai buon grado al pontefice massimo, che lo istituì; a quel suo zelantissimo ministro Ercole cardinal Consalvi, che lo promosse; all’attuale professore sig. cavaliere D. Feliciano Scarpellini, che ne concepì il vasto e ben ordinato disegno, e lo eseguì ne’preziosi suoi scritti. Facciamo voti che, per la generosità di qualche illustre mecenate della religione e delle scienze, questi scritti, in cui la filosofia e la natura parlano di Dio alla mente, al core, ed agli occhi, moltiplichino l’immagine loro ne’torchi, ed ottengano in Roma la pubblicità delle stampe, come gia non ha guari per la generosa testamentaria disposizione del conte di Bridgewater, l’hanno ottenuta in Inghilterra opere consimili, che la fama oscureranno di quelle dei Boyle, dei Paley, dei Derham, dei Sturm, dei Niewcntitt, dei Schevchezer. S. Proja.

BIBLIOGRAFIA

(l’unico ordine è relativo all’ordine con il quale ho consultato le varie opere) Una avvertenza è necessaria: è impossibile riportare tutto ciò che su Galileo è stato pubblicato. Riporterò solo alcuni testi, quelli da me consultati per questo lavoro tra i quali alcuni che vale la pena leggere. Innanzitutto Galileo va letto nelle sue opere che sono fruibili da ogni persona che sia semplicemente curiosa ed interessata. Le cose da sapere prima sono in gran parte riportate dai “Frammenti di storia ….”. Non vi è matematica da conoscere preliminarmente. Vi sono varie edizioni di opere originali di Galileo e tutte vanno bene. Personalmente consiglio i 20 volumi dell’Edizione Nazionale che riportano tutto ciò che Galileo ha fatto in ordine cronologico, includendo una mole impressionante di lettere. Questa Edizione Nazionale nasceva tra il 1890 ed il 1909. Io ho una delle varie ristampe, quella del 1968 fatta fa G. Barbera. Una tale edizione cartacea è oggi introvabile ma gli interessati la troveranno pubblicata per intero nel sito.

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69) – Antonio Abbagnano (coordinata da) – Storia delle Scienze – UTET, 1965.

70) – Sergio M. Pagano (a cura di) – I documenti del processo di Galileo Galilei – -Pontificia Academia Scientiarum, 1984.

71) – Enrico Bellone – La stella nuova – Einaudi, 2003.

72) – Karl R. Popper – Congetture e confutazioni – il Mulino, 1972.

73) – Imre Lakatos – The Methodology of Scientific Research Programmes – Philosophical Papers. Volume 1 – Cambridge University Press, 1978.

74) – Paul K. Feyerabend – Contro il metodo – Feltrinelli, 1979.

75) – Marx W. Wartofsky – Conceptual Foundations of Scientific Thought: An Introduction to the Philosophy of Science – Macmillan, 1968. 7

6) – Alberto Asor Rosa – Galilei e la nuova scienza – Laterza 1979.

77) – Eugenio Garin – Scienza e vita civile nel Rinascimento italiano – Laterza, 1965.

78) – Karl R. Popper – Scienza e Filosofia – Einaudi, 1969.

79) – Arcangelo Rossi – Popper e la filosofia della scienza – Sansoni, 1975.

80) – Roberta Corvi – Popper – Mursia, 1993.

81) – John G. Kemeny – Il filosofo e la scienza – Il Saggiatore, 1972.

82) – AA. VV. – Storia d’Italia, Annali 3, Scienza e Tecnica – Einaudi, 1980.

83) – AA. VV. – La storia delle scienze – Bramante, 1989.

84) – AA. VV. – Arte, scienza e cultura in Roma cristiana – Cappelli, 1971.

85) – Owen Gingerich – L’affare Galileo – Le Scienze 170, Ottobre 1982.

86) – AA.VV. – Storia d’Italia – Einaudi, 1974.

87) – L. S. Lerner, E. A. Gosselin – Galileo e l’eresia di Giordano Bruno – Le Scienze 221, Gennaio 1987.

88) – S. Drake, C. T. Koval – L’osservazione di Nettuno fatta da Galileo – Le Scienze 150, Febbraio 1981

89) – Stillman Drake – La mela di Newton ed il Dialogo di Galileo – Le Scienze 146, Ottobre 1980.

90) – H. Kearney – Origini della scienza moderna, 1550 -1700 – Il Saggiatore, Milano 1966.

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