Fisicamente

di Roberto Renzetti

Fuori: Al Molto Ill.re et Eccellente Signor

Galileo Galilei.

Padova.

301*.

[MARTINO HORKY] a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Bologna, 27 aprile 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 68-69. – Autografa.

S. D. P.

Grata hora, acceptissima venit 20 Aprilis litera. Hanc amo, illas exosculor. Tres ad te placet. Fabulosum mercatorem caelestem ad Garamantas et Indos, displicet. Sed quid mirum?

Hoc eunt ordine fata.

Alterum hîc vide, lege, iudica. Tuum iudicium mecum. Ego tibi nostrum. Tota in Bononia male audit: quia capilli decidunt; tota cutis et cuticola flore Gallico scatet; cranium laesum, in cerebro delirium; optici nervi, quia nimis curiose et pompose scrupula prima et secunda circa Iovem observavit, rupti; visus, auditus, gustus et tactus periit; in manibus chiragra, quia philosophicam et mathematicam pecuniam furtim sustulit; cor palpitat, quia fabulam caelestem omnibus vendidit; intestina tumorem praeter naturam deponunt, quia ulterius apud studiosos et viros illustres non titillat; pedes podagra clamant, quia per omnes quatuor anguli limites vagatur. Felix ac terque quaterque beatus medicus, qui infirmum Nuncium ad sanitatem pristinam [sic]. Misso infirmo, redeo ad vos, gemmulas claras, gemmulas caras….

Postscriptum.

Concredam tibi furtum, quod feci. Galileus Galileus, Mathematicus Pataviensis, venit ad nos Bononiam, et perspicillum illum, per quod 4 fictos planetas vidit, attulit. Ego 24 et 25 Aprilis die et nocte nunquam dormivi, sed instrumentum hoc Galilei millies mille modis probavi, tam in his inferioribus, quam in superioribus. In inferioribus facit mirabilia; in coelo, fallit, quia aliae stellae fixae duplicatae videntur. Sic observavi nocte sequente cum Galilei perspicillo stellulam, quae super mediam trium in cauda Ursae maioris visitur; aeque quatuor minutissimas stellulas vicinas vidi, uti Galileus in Iove observavit. Habeo testes excellentissimos viros et nobilissimos doctores, Antonium Roffeni, et in Bononiensi Academia mathematicum eruditissimum, aliosque plurimos, qui una mecum praesepe in caelo eadem nocte 25 Aprilis, praesente ipso Galileo, observarunt; sed omnes instrumentum fallere sunt confessi. At Galileus obmutuit, et die 26, die ae, tristis ab Illustrissimo D. Magino discessit summo mane; et pro beneficiis, cogitationibus infinitis, quia fabulam vendidit, repletus, gratias non egit. D. Maginus honoratum convivium, et lautum et delicatum, Galileo paravit. Sic miser Galileus Bononia cum suo perspicillo 26 die discessit. Ego, quamdiu Bononiae fuerat, numquam dormivi, sed instrumentum hoc semper infinitis modis probavi. In altera occasione plura dabo de his. Vale.

Ich hab das Perspicillum als in Wachss abgestochen, das niemandt weiss, undt wen mir Gott wieder zue Hauss hilft, will ich fiel ein pessers Perspicillum machen als der Galileus.

Fuori: Excellentissimo Domino

M. Ioanni Keplero, S. C. Maie. Mathematico,

amico meo cariss.o

Praga.

302.

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO [in Padova].

Roma, 28 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 27. – Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

II Sig.or Baldino Gherardi mi ha presentato da parte di V. S. l’occhiale, e ‘l discorso che ci ha fatto sopra, che l’uno e l’altro mi è stato oltra modo caro per amor di V. S. e perchè io gli desideravo; e le ne resto con molto obligo, rendendolene le gratie che devo. Con l’occhiale ho già fatte belle esperienze, e spero farne dell’altre: e perchè’l S.or Baldino mi dice che V. S. lo va tuttavia perfettionando, desidero che mi avvisi in che modo si possa migliorare, et in particolare, se col farlo più lungo si potrà vedere più da lontano; se quel vetro ch’è concavo da una parte, facendosi concavo anco dall’altra, come sono gli occhiali che si fanno per quei che hanno la vista corta, mostrarebbe le cose meglio e più lontano; e se pigliando cristallo di montagna, in cambio di vetro, sarebbe meglio.

Mando a V. S. un quadretto, al quale il Papa ha concesso l’indulgenze ch’ella vedrà nell’accluso foglio, acciochè lo tenga per divotione e per amor mio, sebene per altro è cosa ordinaria e di poco momento; che io non glielo mando già per ricompensa del libro e dell’occhiale donatimi, perchè ci sarebbe troppa disagguaglianza, essendo quelli cose rare. V. S. nondimeno accetti il mio buon animo. Che ‘l Signore Iddio la contenti.

Di Roma, li 28 d’Aprile 1610.

Di V. S. Ill. S.or Galileo Galilei.Come Fratello Il Card.le dal Monte.

Fuori: All’Ill. Sig.or

Il Sig.or Galileo Galilei.

303.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 28 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 128. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Oss.mo

L’ambitione che ho della servitù di un così grand’huomo come è V. S., inventrice di cose che chiarisce la crassa ignoranza degli huomini et che fa stupire gli eruditi, mi rende costante in mantenere et sostentare (benchè io vermicello) la reputatione di V. S., et avvisarla di quanto sento alla giornata delle oppositioni che le vengono fatte per quello libretto ammirabile et miracoloso, benchè piccolo, del perspicillo nuovo.

Scrissi già a V. S. del S.r Chepplero, quale certamente si mostra molto affettionato a V. S. et favorisce quanto può l’inventione di V. S., ancora che habbia dati quegli avvertimenti (quali già comminciano a verificarsi), ciò è dell’emulatione ch’ella si sarebbe concitata sì da Todeschi come da Italiani. Ma questi mi pare che siano i primi, come ella sentirà([720]).

Gionse non hieri l’altro il Sig.re Elettore di Colonia, quale ha seco un amico mio, chiamato Gio. Zugmanno, matematico stimato de’ primi di qua da’ monti. La prima cosa che le domandai, dopo li compimenti, fu se egli havea visto il libretto di V. S. Disse, haverne due essemplari, ch’erano stati mandati a S. Altezza suo padrone. Addimandato poi Quid sibi videretur de illis demonstrationibus di V. S., rispose: Nec probo, nec improbo, donec Domini Gallilei instrumentum videro, et expertus fuero. Hora, questa mattina (perchè gli havevo detto all’hora che il Chepplero non vi metteva difficoltà sopra le dimostrationi sudette, et molti altri ch’erano della professione), mi ha sfodrato fuori una lettera del Magino (quale mi era stato ad intendere fosse morto), nella quale dà giuditio del libro di V. S. et dello stromento. La sostanza della lettera è questa; ma vederò di haverne una copia, essendo poca cosa, ciò è di una facciata: Quanto al libro et stromento del Gallilei, io credo che sia un inganno, perchè quando con occhiali colorati, fatti da me, guardavo l’ecclipsi solare, mi faceva vedere 3 soli; così anco credo che sia avvenuto al Gallilei, quale si deve essere ingannato dal reflesso della luna. Sono molti altri che oppugnano questa openione del Gallilei, et tra gli altri il Dottore Papazzone voleva ex professo nelle scuole publiche confutare tutto il libro; ma le lettioni si sono finite più presto del solito: ma spero che subito dopo l’ottava di Pasqua eseguirà il suo intento. Poi dice: Ma per tornare al proposito, mi pare una cosa ridicolosa di quei 4 nuovi pianetti, che presuppone il Gallilei che vadino intorno al pianeta([721]) (non mi ricordo), et che discostandosi un minuto hora da una banda hora dall’altra, finiscano il suo corso in un mese. Bisogna che V. S. m’intenda per discretione, perchè non son della professione. Poi soggionge: Io spero d’andare queste feste di Pasqua a Venetia. Non mancherò di procurare di haverne uno di quegli instromenti, per chiarirmi meglio della verità. Dixi.

Ho dimandato a chi scriveva questa lettera. Mi ha risposto che S. Altezza gli haveva dato ordine di ricercare il S.r Magino della sua openione, et che il Magino ha risposto questo a S. Altezza. Io non ho potuto contenermi di dire che questa non era altro che una mera invidia, perchè biasimano l’opra senza havere visto lo stromento; et che già il pronostico del Chepplero comminciava a riuscire, perchè dispiace al Magino che altri gli metta il piè avanti, tanto più nella sua patria propria; chè se altrove fosse seguito, meno gli brusciarebbe. Exigua est virtus, quae caret invidia. V. S. non dubiti che ella haverà séguito di qua, oltre che la verità ha da confondere gli emoli.

V. S. intanto ha d’havere singolare obligo al S.r Ambasciatoredi Toscana, comune padrone, perchè non tralascia cosa veruna per difesa dell’honore di V. S.; et già ha lavata la testa a più di due di questi nostri Italiani, medichetti di merda, che non sanno se sono vivi.

Di nuovo non posso dire altro, se non che questi Principi comminciano a comparire, essendo gionto hor hora Magonza([722]),et non hieri l’altro Colonia et il Landgravio Lodovico di Hessia, et alcuni giorni il Duca di Brunsvich; domani, Sassonia. Baviera non voleva venire, ma intendo che gli hanno spedito un corriero perchè venga. S’aspetta anco domani Massimiliano, et poi Ferdinando. Avvisarò poi dell’assemblea et le risolutioni di essa, se bene si dubita che non si concluderà nulla, overo se si concluderà, non si eseguirà. Con che fine le bacio la mani.

Di Praga, questo dì 28 di Aprile 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Una riverenza alli molto Rev.di

Maestri Pavolo et Fulgentio([723]).

Poscritta. Caro Sig.r, mi favorisca d’intendere del S.r Ottavio Pamfilio, perchè gli vorrei scrivere. Aspetteremo con desiderio la sua risposta alle considerationi del Chepplero([724]), mandatele dall’Ambasciatore di Toscana. Non ardisco domandarle uno de’ suoi libretti, non havendo con lei alcuno merito. V. S. potrà mandare sotto al plico della Sig.ria due righe della ricevuta delle mie, indrizzandola al S.r Marcant.o Patavino([725]), Secretario di Venetia in Praga, mio amico vecchio; et s’ella non havesse tempo di scrivere, basterà accennarlo nella lettera che ella scriverà al sudetto Ambasciatore di Toscana.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss. mo

Il S.r Gallileo Gallilei, Matematico di

Padova.

304*

ALFONSO FONTANELLI a [ATTILIO RUGGERI in Modena].

[Firenze, aprile (?) 1610].

Arch. di Stato in Modena. Cancelleria. Dispacci Ambasciatori Estensi a Firenze, B.a XLIV. – Autografa. Un’annotazione d’archivio dice: «Fu ritrovata questa poscritta, così scompagnata, fra lettere ch’erano tutte dell’anno 1610»; e sul di fuori del foglio si legge: «Del Co. Alfonso Fontanelli. Occhiali».

Dopo scritto. Non può esser che costì non s’habbia notitia dell’inventione dell’occhiale trovata in Fiandra, co ‘l quale si vede di lontano parecchie miglia e si distinguono molte cose che senza quell’instrumento non si vederebbono; ma non so già se cotesti principi n’habbiano. Hora sappia V. S. Ill.ma che di molti mesi prima ch’io venissi in Lombardia, il Galileo, filosofo e matematico esquisito che legge in Padova, et è suddito del Granduca, ne donò uno a S. A., compagno d’un altro che poco prima haveva donato alla Rep.ca di Venetia, et ottenutone per premio mille scudi di pensione servendo, et cinquecento l’anno, non servendo: et io mi trovai qui presente all’esperienza prima che se ne fece, e fra l’altre cose si vide di lontano tre miglia un caprioletto assai picciolo. E perchè mi parve cosa nuova e da prezzarsi da ogni principe per lo frutto che può cavarsene, oltre alla curiosità, motteggiai a Madama che subito che si risapesse che qui fosse una simil cosa, i principi parenti et amici ne ricercherebbono S. A.; e ‘l Granduca et ella rispose subito che risponderebbono d’haverla da Venetiani, et di non potere comunicarla ad altri. Pare poi che si sia fatta in modo familiare questa inventione, che se ne siano veduti diversi, più e meno perfetti secondo l’habilità de gli artefici; onde posso credere che cotesti principi n’habbiano anch’essi, e non se ne curino. Tuttavia non vo’ restar, ad ogni buon fine, di dire a V. S. Ill.ma, che havendomi detto il Sig. Paolo Giordano Orsino, tornato hora dal suo viaggio, d’haverne portato alcuni di Fiandra, caso che coteste Altezze n’havessero desiderio, non sarebbe forse difficile d’haverne uno da S. Ecc.za. È vero che non converrebbe fondarsi su la mia proposta, non essendo forse espediente che qui si sapesse del mio presente motivo: ma se il S.r Duca, o, non volendo S. A. cimentarsi per dubio della negativa, il S.r Principe, scrivesse a questo S.re d’havere inteso il suo ritorno, e che se per caso havesse portato alcuno di quelli occhiali di Fiandra che veggono così di lontano, havrebbe gusto d’haverne uno, potrebb’essere che S. E.za incontrasse volentieri l’occasione di servire a S. A.

Non creda però V. S. Ill.ma ch’io sia invitato a dir questo da intenzione alcuna ch’io n’habbia, perchè se l’havessi, parlerei in altra maniera: ma mi è venuto solo questo pensiero dal parermi l’occhiale cosa da principe e dall’haver inteso da S. Ecc.za che n’ha portato più d’uno, ch’io m’immagino che non sia se non ad effetto di regalar principi che non ne habbiano. Sopra tutto è necessario di non mustrar che da me ne possa esser presentita cosa alcuna in questa materia; nè io sarei buono da esservi impiegato, per non generar sospetto.

305*.

CARLO BARTOLI a GALILEO in Padova.

Venezia, 1 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 49. – Autografa.

Molto Ill.tre et Ecc.mo Sig.re e P.ne Oss.mo

Io li do il ben tornato, et li mando un mazzo di lettere venuto da Pragha et consegnatomi dal segretario del Residente di Toscana, il quale, come credo che sapia, non si trova qui al presente. Et questo suo segretario mi ha detto che il Sig.re Giuliano di Medici li accenna che fra V. S. e lui potrebbe esser passassero molte lettere, et che l’uno all’altro mandasse diverse cose; che però habbia cura di mandare a Pragha a buon recapito tutto quello che lei mandasse, sì come anchora tutto quello che per lei li venisse nelle mani. Dice dunque detto segretario, che non ha comodità di mandar queste cose se non fra quele del G. D., la qual cosa volentierissimo farebbe, se di sopra ne havesse qualche ordine; che però potrebbe V. S. agevolissimamente ottenere dal Sig.re Vinta che così li ordinasse, che la servirebbe con ogni diligentia. L’ambasciatore non porta pena: io ho fatto l’ambasciata. In quello che io sarò buono, si serva di me, che la servirò, come sono obblighato.

Credo che harà ricevuto alcune mie lettere, nelle quali [la] ringratiavo del favore fattomi col suo libro: però in ques[…] non l’infastidirò di nuovo. Li dico bene che una volta, con occasione, spero di haver a restar favorito da lei di andar anchor io a spasso per il cielo, et di poter dar[…] occhiata a que’ monti della luna, de’ quali ne ho tanta voglia, che se fussi donna gravida, mal per me; nè temo che sia per essermi scarsa di questo favore, havendola sempre trovata a favorirmi prontissima, sì come mi troverà a servirla, se mi honorarà([726]) delli suoi comandamenti, come la pregho. Et per fine li b. l. m. Nostro Signore la guardi.

Di Ven.a, a 1 di Mag.o 1610.

Di V. S. molto Ill.treAff.mo Ser. Carlo Bartoli.

Fuori: Al molt’Ill.tre et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei.

Padua([727]).

306.

GIOVANNI KEPLER a GIULIANO DE’ MEDICI.

Praga, 3 maggio 1610.

Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 101-102 [Edizione Nazionale].

307.

GALILEO A [BELISARIO VINTA IN FIRENZE].

Padova, 7 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 34-37. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Come per la mia passata accennai a V. S. Ill.ma, ho fatte 3 lezioni publiche in materia de i 4 Pianeti Medicei et delle altre mie osservazioni; et havendo hauta l’udienza di tutto lo Studio, ho fatto restare in modo ciascheduno capace et satisfatto, che finalmente quei primarii medesimi che erano stati acerbissimi impugnatori et contrarii assertori alle cose da me scritte, vedendosela finalmente disperata et persa a fatto, costretti o da virtù o da necessità, hanno coram populo detto, sè non solamente esser persuasi, ma apparecchiati a difendere et sostener la mia dottrina contro a qualunque filosofo che ardisse impugnarla: sì che le scritture minacciate saranno assolutamente svanite, come è svanito tutto il concetto che questi tali havevano sin qui procurato di suscitarmi contro, con speranza forse di esser per sostenerlo, credendo che io, atterrito dalla loro autorità o sbigottito dal profluvio de i lor creduli seguaci, fussi per ritirarmi in un cantone et ammutirmi. Ma il negozio è passato tutto al rovescio; et ben conveniva che la verità restasse di sopra.

Saprà a presso V. S. Ill.ma, et per lei loro Ser.me Al.ze, come dal Matematico dell’Imperatore ho ricevuta una lettera, anzi un intero trattato di 8 fogli([728]), scritto in approbazione di tutte le particole contenute nel mio libro, senza pur contradire o dubitare in una sola minima cosa. Et creda pur V. S. Ill.ma che l’istesso haveriano anco parimente detto da principio i literati d’Italia, s’io fussi stato in Alemagna o più lontano; in quella guisa a punto che possiamo credere, che gl’altri principi circumvicini d’Italia con occhio un poco più torbido rimirino la eminenza et potere del nostro Ser.mo Signore, che gl’immensi tesori et forze del Mosco o del Chinese, per tanto intervallo remoti. Hora il negozio è qua in stato tale, che l’invidia hora mai non ha più attacco di abbassarlo, col convincerlo di falsità, nè pure anco col metterlo in dubbio. Resta a noi, ma principalmente a i nostri Ser.mi Padroni, di sostenerlo in reputazione et grandezza, col mostrare di farne quella stima che a così segnalata novità si conviene, essendo ella in effetto stimata per tale da tutti quelli che ne parlano con sincero animo.

L’Ill.mo S. Ambasciator Medici mi scrive di Praga, non essere in quella Corte occhiali se non di assai mediocre efficacia, et per ciò me ne domanda uno, accennandomi essere desiderato anco da S. M.à; et mi scrive che io lo deva far consegnare in Venezia al Secretario del S. Residente, acciò lo mandi sicuro([729]). Io però intendo che detto Secretario non riceverà o manderà cosa alcuna senza l’ordine di V. S. Ill.ma([730]): però, contentandosi S. A. che io ne mandi per tal via sarà V. S. Ill.ma servita di dar ordine in Venezia che siano ricevuti et mandati. Intanto, non me ne ritrovando di esquisiti, vedrò di condurne a fine un paro o dui, se bene a me è grandissima fatica, nè io vorrei essere necessitato a mostrare ad altri il modo vero del lavorargli, se non a qualche servitore del G. D., come per altra gli ho scritto. Però, et per altri rispetti ancora et principalissimamente per quietarmi([731]) di animo, desidero grandemente la resoluzione dell’altro negozio, statomi più volte accennato, ma particolarmente da V. S. Ill.ma ultimamente in Pisa: perchè sono in tutti i modi resoluto, vedendo che ogni giorno passa un giorno, di mettere il chiodo allo stato futuro della vita che mi avanza, et attendere con ogni mio potere a condurre a fine i frutti delle fatiche di tutti i miei studii passati, da i quali posso sperarne qualche gloria. Et dovendo trapassare quelli anni che mi restano o qui o in Firenze, secondo che piacerà al nostro Ser.mo Signore, io dirò a V. S. Ill.ma quello che ho qui, et quello che desidererei costà, rimettendomi però sempre al comandamento di S. A. S.

Qui ho di stipendio fermo fiorini 1000 l’anno in vita mia, et questi sicurissimi, venendomi da un principe immortale et immutabile. Più di altrettanto posso guadagnarmi da lezioni private, tuttavolta che io voglia leggere a signori oltramontani; et quando io fussi inclinato a gl’avanzi, tutto questo et più ancora potrei mettere da canto ogn’anno col tenere gentil’huomini scolari in casa, col soldo de i quali potrei largamente mantenerla. In oltre, l’obligo mio non mi tien legato più di 60 mez’hore dell’anno, et questo tempo non così strettamente, che per qualunque mio impedimento io non possa, senza alcun pregiudizio, interpor anco molti giorni vacui: il resto del tempo sono liberissimo, et assolutamente mei iuris. Ma perchè et le lezioni private et gli scolari domestici mi sariano d’impedimento et ritardanza a i miei studii, voglio da questi totalmente, et in gran parte da quelle, vivere esente; però, quando io dovessi ripatriarmi, desidererei che la prima intenzione di S. A. S. fusse di darmi otio et comodità di potere tirare a fine le mie opere, senza occuparmi in leggere.

Nè vorrei che per ciò credesse S. A. che le mie fatiche fussero per esser men profittevoli agli studiosi della professione, anzi assolutamente sariano più; perchè nelle publiche lezioni non si può leggere altro che i primi elementi, per il che molti sono idonei; et tal lettura è solo di impedimento et di niuno aiuto al condurre a fine le opere mie, le quali tra le cose della professione credo che non terranno l’ultimo luogo. Per simile rispetto, sì come io reputerei sempre a mia somma gloria il poter leggere a i Principi, così all’incontro non vorrei haver necessità di leggere ad altri. Et in somma vorrei che i libri miei, indrizzati sempre al Ser.mo nome del mio Signore, fussero quelli che mi guadagnassero il pane; non restando intanto di conferire a S. A. tante et tali invenzioni, che forse niun altro principe ne ha di maggiori, delle quali io non solo ne ho molte in effetto, ma posso assicurarmi di esser per trovarne molte ancora alla giornata, secondo le occasioni che si presentassero: oltre che di quelle invenzioni che dependono da la mia professione, potria esser S. A. sicura di non esser per impiegare in alcuna di esse i suoi danari inutilmente, come per avventura altra volta è stato fatto et in grossissime somme, nè anco per lasciarsi uscir delle mani qualunque trovato propostogli da altri, che veramente fusse utile e bello.

Io de i secreti particolari, tanto di utile quanto di curiosità et admirazione, ne ho tanta copia, che la sola troppa abbondanza mi nuoce et mi ha sempre nociuto; perchè se io ne havessi hauto un solo, l’haverei stimato molto, et con quello facendomi innanzi, potrei a presso qualche principe grande havere incontrata quella ventura, che sin hora non ho nè incontrata nè ricercata. Magna longeque admirabilia apud me habeo: ma non possono servire, o, per dir meglio, essere messe in opera se non da principi, perchè loro fanno et sostengono guerre, fabricano et difendono fortezze, et per loro regii diporti fanno superbissime spese, et non io o gentil’huomini privati. Le opere che ho da condurre a fine sono principalmente 2 libri De sistemate seu constitutione universi([732]), concetto immenso et pieno di filosofia, astronomia et geometria: tre libri De motu locali([733]), scienza interamente nuova, non havendo alcun altro, nè antico nè moderno, scoperto alcuno de i moltissimi sintomi ammirandi che io dimostro essere ne i movimenti naturali et ne i violenti, onde io la posso ragionevolissimamente chiamare scienza nuova et ritrovata da me sin da i suoi primi principii: tre libri delle mecaniche, due attenenti alle demostrazioni de i principii et fondamenti, et uno de i problemi([734]); et benchè altri habbino scritto questa medesima materia, tutta via quello che ne è stato scritto sin qui, nè in quantità nè in altro è il quarto di quello che ne scrivo io. Ho anco diversi opuscoli di soggetti naturali, come De sono et voce, De visu et coloribus, De maris estu, De compositione continui, De animalium motibus([735]), et altri ancora. Ho anco in pensiero di scrivere alcuni libri attenenti al soldato, formandolo non solamente in idea, ma insegnando con regole molto esquisite tutto quello che si appartiene di sapere et che depende dalle matematiche([736]), come la cognizione delle castrametazioni, ordinanze, fortificazioni, espugnazioni, levar piante, misurar con la vista, cognizioni attenenti alle artiglierie, usi di varii strumenti, etc. Mi bisogna di più ristampare l’Uso del mio Compasso Geometrico, dedicato a S. A., non se ne trovando più copie; il quale strumento è stato talmente abbracciato dal mondo, che veramente adesso non si fanno altri strumenti di questo genere, et io so che sin hora ne sono stati fabricati alcune migliaia. Io non dirò a V. S. Ill.ma quale occupazione mi sia per apportare il seguir di osservare et investigare i periodi esquisiti de i quattro nuovi pianeti; materia, quanto più vi penso, tanto più laboriosa, per il non si disseparar mai, se non per brevi intervalli, l’uno dall’altro, et per esser loro et di colore et di grandezza molto simili.

Sì che, Ill.mo S., bisogna che i’ pensi al disoccuparmi da quelle occupazioni che possono ritardare i miei studii, et massime da quelle che altri può fare in cambio mio: però la prego a proporre a loro Alt.e, et a sè medesima, queste considerazioni, et avvisarmi poi la loro resoluzione.

Intanto non voglio restar di dirgli, come circa lo stipendio mi contenterò di quello che lei mi accennò in Pisa, essendo honorato per un servitore di tanto Principe; et sì come io non soggiungo niente sopra la quantità, così son sicuro che, dovendo io levarmi di qua, la benignità di S. A. non mi mancherebbe di alcuna di quelle comodità che si sono usate con altri, bisognosi anco meno di me, et però non ne parlo adesso. Finalmente, quanto al titolo et pretesto del mio servizio, io desidererei, oltre al nome di Matematico, che S. A. ci aggiugnesse quello di Filosofo, professando io di havere studiato più anni in filosofia, che mesi in matematica pura: nella quale qual profitto io habbia fatto, et se io possa et deva meritar questo titolo potrò far vedere a loro Alt.e, qual volta sia di loro piacimento il concedermi campo di poterne trattare alla presenza loro con i più stimati in tal facoltà.

Ho scritto lungamente per non haver più a ritornare sopra tal materia con suo nuovo tedio: mi scusi V. S. Ill.ma, perchè, se bene questo a lei, che è consueta a maneggiar negozii gravissimi, parerà frivolissimo et leggiero, a me però è egli il più grave che io possa incontrare, concernendo o la mutazione o la confirmazion di tutto lo stato et l’esser mio. Aspetterò sua risposta; et in tanto, supplicandola ad inchinarsi humilmente in mio nome a loro A. Ser.e, bacio a V. S. Ill.ma con ogni reverenza le mani, et dal Signore Dio gli prego somma felicità

Di Pad.a, li 7 di maggio 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

308*.

GIOVANNI KEPLER a GIO. ANTONIO MAGINI [inBologna].

Praga, 10 maggio 1610.

Arch. Malvezzi de’ Medici in Bologna. Carteggio di G. A. Magini. – Autografa.

…. Obsecro, D. Martino Horky me excuses quod nomen Vencesilao dedi. Bohemi plerique hoc nominis habentur, a patrono Bohemiae Venceslao. Accepi eius literas de 6 et 27 Aprilis hac hora reditus mei domum. Illas attulit pater ipsius, me absente, quem nunc non vacat quaerere. Nox ingruit. Ad ipsum proxime scribam.

Petis meam de Galilaei Nuncio sententiam. Accipe, et ignosce. Copernicani sumus uterque: similis simili gaudet. Puto tamen (si legas attente), me satis mihi cavisse, et ubi potui, ad sua ipsum principia revocasse. Vale.

Raptim Pragae, 10 Maii anno 1610.

Tuae ExcellentiaeOfficiosissimus Ioannes Kepler.

309*.

TOMMASO MERMANNI a GALILEO in Padova.

Monaco, 12 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal. P. I, T.VI, car. 51. – Autografa.

Ill.mo et Eccell.mo Sig.re mio S.r Oss.mo

È stato di molto gusto il raro e meraviglioso libro di V. S. Ecc.ma al Ser.mo S.Duca Massimiliano di Baviera, mio Signore; e molto più caro sarà all’Altezza sua di vedere l’istromento da lei ritruovato per vedere da lontano, il quale sta aspettando il S.r Michel Angelo, fratello di V. S. e mio singolar amico. Ho voluto darle di ciò notitia; e se non havesse occasione di messo fedele, lo potrà inviare in Venetia in mano del S.r Cavallier Andrea Minuccio, gentil’huomo della Camera di S. A., Residente per lei in detta città: e se detto istromento sarà de’ più isquisiti, tanto più piacere e gusto arrecharà a S. A., la quale, come principe grave e nelle attioni sue consideratissimo, non lo mostrerà facilmente ad altri, se non a personaggi grandi, a qualche proposito che di ciò potesse venire.

V. S. molto Ill.re prenda in buona parte questo mio aviso, e servale per inditio del molto desiderio che tengo di servirla, sì come di tutto cuore me le offero, per la gran stima che faccio del suo grande e sommo valore. Col quale fine le bacio la mano, e prego ogni felicità.

Di Monacho, alli 12 di Maggio 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maAff.mo Ser.tore Thom.o Mermanni, Consegliere e Medico di S. A. etc.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Professore della Mathematica in Padova etc.

Padova.

310.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Venezia, 21 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 46. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Il Sig.r Girolamo Magagnati, noto a S. A. S. et a V. S. Ill.ma non tanto per le mie relazioni quanto per altre sue gentilissime composizioni poetiche, ornamento delle altre molte virtù che in lui riseggono, mosso da una particolare reverenza verso il Ser.mo G. D., ha, con quello stile purgatissimo che ella vedrà, distesi in versi i concetti dell’alligata composizione([737]); et ben che la virtù propria sia bastante a dargli adito a presso la benignità di S. A. S. et alla cortese intercessione di V. S. Ill.ma, tutta via ha voluto che io resti honorato di accompagnare il suo componimento et la sua lettera sino alle mani di V. S. Ill.ma, acciò che da quelle poi trapassi con maggior favore in quelle del S. G. D. A questo uffizio non occorre che io aggiunga preghi, per non defraudare alla cortesia di V. S. Ill.ma et al merito dell’opera et dell’autore. Però senz’altro più, con ricordarmeli servitore devotissimo, con ogni reverenza gli bacio le mani, e dal Signore Dio gli prego somma felicità.

Di Venezia, li 21 di Maggio 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

311.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Firenze, 22 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 53. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Ho ricevuto tutte le lettere di V. S.; et havendole lette tutte a i Ser.mi Padroni, n’hanno preso infinito gusto, et massimamente dell’ultima, poi che tutti li litterati et intendenti, et anche quelli che prima l’intendevano contro l’opinione di lei, sono stati persuasi et convinti dalle ben fondate deduttioni, ragioni et osservationi della S. V. Et quanto al volerla i Ser.mi Padroni qua, con darle quella honorata provisione, ch’io l’accennai, et tanto virtuoso otio che ella possa finire i suoi studii et perfettionare tutte quelle opere et darle in luce al mondo, per publico benefitio, sotto l’auspicio et nome di questo grande et Ser.mo Principe, ne sono molto bene l’Altezze loro risolute, et me ne hanno data la parola, et penseranno ancora a un titolo honoratissimo per lei, et senza effettivo obbligo d’havere a leggere in Pisa, assai conforme alla dichiaratione che V. S. me ne fa; et con le prime lettere, sì come saranno ben discussi tutti i termini et articoli per darle ogni maggior sodisfattione, così io gliene potrò dare molto determinato et stabilito avviso: et mentre che io tratto il gusto, servitio et gloria del mio Signore, sono et sarò anche del continuo procuratore del contento, honore et utile della S. V. Et m’hanno detto i Ser.mi Padroni che faranno rimettere a V. S. dugento scudi in Venetia, per aiutarla nella spesa degl’occhiali et della stampa: et in Corte Cesarea, in Inghilterra, in Francia et in Spagna si è scritto che, mandando V. S. là occhiali o libri, ricevino et essequischino tutto quello che con sue lettere ordinerà loro la S. V., come glie ne scrivesse il Gran Duca medesimo. Et l’Ambasciatore che risiede in Corte Cesarea, credo ch’ella sappia che si chiama l’Ill.mo Mons.re il Protonotario Giuliano de’ Medici; et l’Ambasciatore in Spagna, l’Ill.mo S.r Cont’Orso d’Elci; et il Segretario in Londra, l’Ill.re S.r Ottaviano Lotti, Segretario del Ser.mo di Toscana; et in Francia l’Ill.re S.r Scipione Ammirato, Segretario del Ser.mo di Toscana. Et con tutto l’animo me le offero et raccomando; et stia sana et allegra, che con intera sua contentezza farà immortale sè, il Padrone et la patria.

Da Firenze, a’ 22 di Maggio 1610.

Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te S.r Galilei.Serv.re Aff.mo Belis.o Vinta.

Fuori: All’Ill.mo et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

Si raccomanda alla cortesia del S.r Montauto.

312**.

BELISARIO VINTA a ORSO D’ELCI in Madrid.

Firenze, 23 maggio 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 302,car. 107. – Di mano d’un segretario.

…. Se un Sig.re Galileo Galilei, nobil fiorentino, primario Matematico dello Studio di Padova, et che ha ritrovato et osservato in cielo nuove stelle et l’ha nominate Medicea Sidera, mandasse a V. S. Ill.ma alcune sue dimostrationi et compositioni in stampa sopra tali stelle et pianeti, et anche certi occhiali di sua inventione per rimirarle et osservarle più facilmente, affinchè ella le faccia presentare costì o a Sua M. o a cotesti S.ri letterati, et in particolare al Sig. Contestabile, ella gli accetti et lo favorisca in essequire la sua volontà, perchè è matematico et filosofo di gran merito et di gran fama, et è anche amicissimo mio, et tutto anche ha a resultare in honore et gloria del Ser.mo nostro Padrone….

313.

GALILEO GALILEI [A MATTEO CAROSIO in Parigi].

Padova, 24 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 19. – Copia trascritta quando fu messa insieme la raccolta Palatina dei Mss. Galileiani. In capo ad essa si legge: «A dì 15 Febbraio 1694 ab Inc.ne Dal Sig.r Giov. Batta del Sig.r Agostino Nelli nobil Fior.no». La detta copia apparisce adunque tratta da altra copia d’un originale che era nel 1694 presso il NELLI. Altra copia, di mano del sec. XVII, è nella Biblioteca Nazionale di Parigi (Fonds Du Puys n.° 663, car. 203) e porta la seguente annotazione: «Lettera del Galileo ad un medico che è in Pariggi, chiamato S.r Mattheo Carosio. Havuta in Marsiglia dal S.r Gallanzo de Gallanzi([738]) ariminese, ch’era in Corte del Card.le di Gioiosa, alli 26 Aprile 1611». Questa copia ha gravi errori, che accusano nell’amanuense poca conoscenza dell’italiano; onde abbiamo preferito attenerci all’altro esemplare, del quale però abbiamo corretto qualche errore che lo vizia, giovandoci della copia Parigina. Si segnano appiè di pagina con le lezioni della fonte da noi seguita, dalle quali ci discostiamo, e con P quelle lezioni del codice Parigino, di cui abbiamo creduto opportuno tener nota.

Ill.re Sig.re

Mando a V. S. l’Avviso Astronomico domandatomi da lei, acciò possa con suo comodo vederlo. Quello che mi scrive in proposito di quello che dicono i mattematici di costì, mi viene scritto da altre bande ancora, et fu similmente pensiero d’altri qui circunvicini, ai quali, col fargli io vedere lo strumento et i Pianeti Medicei, ne è([739]) rimossa ogni dubitazione. Il simile potrei fare ancora con i remoti, se potessi abboccarmi con loro. Ben è vero che le loro ragioni di dubitare sono molto frivole e puerili, potendosi persuadere che io sia tanto insensato, che con lo sperimentare centomila volte in centomila stelle et altri oggetti il mio strumento, non vi habbia potuto o saputo conoscere quegl’inganni che essi, senza haverlo mai veduto, stimano havervi([740]) conosciuto; o pure che io sia così stolido, che senza necessità alcuna habbia voluto mettere la mia reputazione in compromesso et burlare il mio Principe. L’occhiale è arciveridico, et i pianeti Medicei sono pianeti, et saranno sempre, come gli altri: hanno i loro moti velocissimi intorno a Giove, sì che il più tardo fa il suo cerchio in 15 giorni incirca. Ho seguitato di osservargli, et séguito ancora, se bene horamai per la vicinanza dei raggi del sole cominceranno a non si poter veder più per qualche mese.

Questi, che parlano, doveriano (per fare il giuoco del pari) mettersi come ho fatto io, cioè scrivere, e non commettere([741]) le parole al vento. Qua ancora si aspettavano 25 che mi volevano scrivere contro; ma finalmente sin hora non si è veduto altro che una scrittura del Cheplero, Mattematico Cesareo, in confirmazione([742]) di tutto quello che ho scritto io, senza pur repugnare a un iota: la quale scrittura si ristampa hora in Venezia([743]), et in breve V. S. la vedrà, sicome ancora vedrà le mie osservazioni molto più ampliate et con le soluzioni di mille instanze, benchè frivolissime; ma tuttavia bisogna rimuoverle, giacchè il mondo è tanto abbondante di poveretti. Non sarò più lungo con V. S.; mi conservi la sua grazia et mi comandi.

Di Pad.a, li 24 di Maggio 1610([744])

Di V. S.Ser.re Aff.mo Galileo Galilei

314.

MARTINO HORKY a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Bologna, 24 maggio 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod.10703, car. 70. – Autografa.

….Scripsi enim durissime contra Nuncium Sidereum: illa omnia Nuncii huius pater, me inscio, cum in nostra domo Bononiae pernoctatus est, abstulit. Quia autem multos amicos hîc habet, muto animum, et, secundum Dissertationem tuam doctissimam, formam aliam sequar; et quamprimum illa quae contra Nuncium typis dare voluero descripsero, primo tibi ad revidendum mittam.

Scio, deceptio unde veniat: hanc tu, vir doctissime, in Dissertatione, in ultimo argumento, p. 34([745]), invenisti; ego contra cum eiusdem Galilei perspicillo in caelo errorem inveni et probavi. Haec tibi, Vir doctissime et aeternum honorande, concredo; extra limen nihil.

Video, omnes Italos Galileo favere; video, illa quae contra scribo, Maginum, ut typis prodeant, impedire. Es beisst ein Fuchss den andern nicht, undt ein Hundt beldt den andern nicht ahn. Aber ich will dem wellischen Gsellen zue Padua die 4 neue Planeten in seinem Nuncio nicht lassen, wenss mir meinen Kopf undt mein Leib undt Leben khosten sollt; den diss Perspitzill, dass er geschmitt hatt, betrieget hie undt droben: hie khan ich ein Liecht bei der Nacht firfach zeigen; droben haben wir undt der Galileus selbsten, in eines Edellmanns Hauss, so Massimianus Kavrara([746]) heist, Spicam Virginis mediante hoc perspicillo duplicatam 25 Aprilis nocte sequente Bononiae gesehen. Omnia quae vidi in mea Peregrinatione tempus dabit. Nam brevi eo (ubi omnia mea requiescunt, et D. pater tibi forsan aperuit) me conferam, et quicquid vidi in caelo Iovis liberius dicam. Hîc nil excuditur, nisi prius Inquisitor, a N. P. Paulo V electus et confirmatus, viderit et probaverit….

Postscriptum.

Habeo, vir doctissime, in animo conficiendi, auxiliante Deo, hic in Italia instrumentum cum quo longissime distans per 15 miliaria remotus homo colloqui cum altero queat, et maiora visibilia quam cum Galilei rancido perspicillo videre possit. Serviet, auxiliante Deo, in caelo ad observationes melius quam Galilei perspicillum; serviet in tumultu et strepitu Bellonae. Iterum vale.

315*.

MARTINO HORKY a GIOVANNI KEPLER in Praga.

[Bologna, 26 maggio 1610].

Blbl. Palatina in Vienna. Cod. 10703. car. 33. – Autografa.

….Brevi meam Peregrinationem cum Nuncio Sidereo finitam tibi ad revidendum mittam….

316*.

GIOVANNI ANTONIO MAGINI a GIOVANNI KEPLER [in Praga].

Bologna, 26 maggio 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 32. – Autografa.

S. P. D.

Tua, Vir Clarissime, Dissertatio cum Nuncio Sidereo inclusa litteris, 20 die Maii mihi est tradita. Methodus placet: Galilaeo haud gratam futuram credo, quia ad sua principia argute et amice revocasti. Quatuor tantum novi Ioviales famuli eliminandi et excutiendi relinquuntur. Vix obtinebit. 24, 25 Aprilis mea in domo suo cum perspicillo pernoctavit, novos hos Ioviales circulatores ostendere cupiens; nihil fecit. Nam magis quam 20 viri doctissimi aderant, nemo tamen planetas novos perfecte vidit….

317.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Padova, 28 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 47. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Non mi occorre con la presente altro, se non accusar la ricevuta della gratissima di V. S. Ill.ma, per la quale intendo la resoluzione di loro A. S.me, et ne starò attendendo l’ultimazione, sicuro che loro Al.ze et V. S. Ill.ma haveranno ogni ragionevole riguardo allo stato che io lascio, et che lasciato non lo posso più ritrovare.

Io sono tanto stanco dal rispondere a tante lettere che da tante bande mi sopraggiungono, che son mezo morto: però con sua buona grazia finirò con far humilissima reverenza a loro A.ze Ser.me Et a V. S. Ill.ma bacio reverentemente le mani, et dal Signore Dio prego somma felicità.

Di Pad.a li 28 di Maggio 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

318*.

ANDREA MINUCCI a GALILEO in Padova.

Venezia, 28 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss.Gal., P. I, T. VI, car. 55. – Autografa.

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

La virtù et il valore di V. S. è tanto predicato nel mondo, che non si può stimare vivo chi non ne ha notitia: per questo non mi do meraviglia ch’anco nella nostra Corte di Baviera sia arivato ‘l suo nome, et com’ella haveria occasione non solo di meravigliarsi ma di scandelizarsi, s’io non l’honorassi et stimassi. Ma perchè bramo con fatti, più che con parole, comprobare questa verità, io ne starò attendendo l’occasione; et tra tanto invierò quanto prima la casseta al S.r Mermanni, amico mio singolarissimo et suggeto amabilissimo, come V. S. deve sapere. Alla quale bacio per fine la mano.

Di Vin.a, il dì 28 Maggio 1610.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma S.r Galileo GalileiAffett.mo et Ser And. Minutio.

Fuori d’altra mano: all’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Gallilleo Gallillei.

Padova.

319*.

GIORGIO FUGGER a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Venezia, 28 maggio 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Mss. 10703, car. 40. – Autografa.

Doctissime ac Praestantissime Domine Keplere,

Ad proximas quod respondeam non habeo, praeterquam quod disertam sane Dissertationem in Galilaei Nuncium perlegi, ex quo is, sivult, larvam sibi detractam facile deprehendet. Ad perspicillum quod attinet;, eiusmodi, S. Caes. Maiestati mox transmittendum summa diligentia confici curavi….

320*.

ANDREA LABIA a GALILEO in Padova.

Roma, 29 maggio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 61.– Autografa.

Molto Ill.re Sig.re Oss.mo

La fama dello stromento di perspettiva trovato da V. S. è arrivata tanto oltre, che ha di sè invaghiti molti prencipi, et tra gli altri l’Ill.mo Sig. Card.e Borghese, il quale, se per altra occasione conoscesse V. S., le ne harebbe volentieri scritto. Sappia dunque, esserle tanto caro tale stromento, che se da lei le capita nelle mani, come glie([747]) potrà haver dato cenno il Sig.r Benzio, non solo le riscriverà in ringratiamento, ma anco conoscerà quanto ciò le potrà essere giovevole; onde la prego quanto posso a dar gusto a sì fatto prencipe, chè, oltre la sua sodisfattione, le resterò obligato in perpetuo. Et le bacio le mani.

Di Roma, li 29 di Maggio 1610.

Di V. S. molto Ill.reAff.mo S.re And.a Labia.

Fuori, d’altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r S.r Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, a Padova.

Padova.

321*.

LUCA VALERIO a GALILEO in Padova.

Roma, 29 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 130. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Ch’io non habbia fin qui risposto alla lettera di V. S. a me carissima, scrittami a punto sei settimane fa, com’ella dice, prudentemente et con verità incolpa non me, ma una continova indispositione di stomaco e di testa, lasciatami dalla mia lunga malatia d’otto mesi: onde non pur lo scrivere, ma il leggere quattro righe, m’era quasi impossibile. Ma hora, la Dio gratia, da sì gravi dolori fatto libero, rispondo a V. S., pregandola a lasciare ogni sospetto che l’animo mio si possa mai mutar verso di lei, essendo la luce delle sue eccellentissime virtù sì vigorosa, et la mia mente in loro tanto avidamente fisa, che mi muove in ogni occasione il volere, indi la lingua, a lodare il valore, la sapienza, l’ingegno, et la singolar bontà di V. S. La quale ringratio molto del Messagiero Celeste, ch’ella mandandomi m’ha honorato appresso questi signori dotti di Roma, et datami occasione di giustificar le diffese da me fatte per V. S., prima che qui comparissero queste sue sagacissime et ammirande osservationi: che, a dirle il vero, comechè Roma per lo più abondi d’huomini di raro ingegno et dottrina eccellente, non mancano però di quelli ch’appresso d’alcune persone di gran stato, con alcune raccolte di varie lettioni, si fanno tenere oracoli di belle lettere, et fanno con la lingua continua guerra a i veri letterati, che parlano con fondamento. Alcuni di questa schiera facevano dire a V. S. certe cose ridiculose, ch’ella non s’havrebbe potuto mai sognare, fingendo d’havere havute di ciò secure relationi da Venetia. Sì che V. S. s’assicuri ch’io le vivo devotissimo servitore: et per conclusione della lettera, prego V. S. a non lasciarsi tanto trar dalle stelle, ch’ella non séguiti l’opera de i varii moti terrestri; sì come ancor ne la prega la S.ra Margherita([748]), fatta non men di me del valore di V. S. predicatrice. Et con tal fine baciandole amendue le mani, la preghiamo a tenerci in gratia: et Dio N. S. la prosperi et conservi.

M’era dimenticato di dire a V. S. come per l’allegrezza ch’io ho havuta dell’honore et utile fattole da cotesta Seren.ma Signoria, ho fatti di fresco alcuni versi latini in lode di quella et della mirabile città di Venetia, li quali non le mando hora per meglio considerarli: penso mandarli, piacendo a Dio, per quest’altro ordinario.

Di Roma, li 29 di Maggio 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Devotis.o Luca Valerj.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Padova.

322*.

GIO. CAMILLO GLORIOSI a GIOVANNI TERRENZIO in Roma.

Venezia, 29 maggio 1610.

Archivio dell’Ospizio di S. Maria in Aquiro in Roma. Carteggio di Giovanni Faber. Filza 415, car. 530. – Autografa.

…. Nuncius Sidereus Galilaei de Galilaeis, de quo quid sentio scire cupis, multa nunciat, quae neque nova sunt, neque ipsum agnoscunt auctorem. Credo, te non latere inventorem perspicilli quendam Belgam fuisse, et biennium fere elapsum est, quod huius ocularis rumor omnium aures penetravit; et verum non est, ut ait, quod doctrinae de refractionibus innixus ipsum adinvenerit: immo pro certo mihi relatum est, se proprium instrumentum vidisse, repenteque perspicillum fabricasse et ut suum excogitatum Venetiarum Principi sine mora obtulisse, cum tunc temporis Venetiis praesens esset Belga, qui tale instrumentum adportaverat, ne inventionis origo detegeretur et ipse primus auctor non crederetur. Quo in crimine Galilaeus suspectus est, cum auctorem quoque se faciat instrumenti quod Circinum Militare et Geometricum appellavit, Magnoque Hetruriae Principi dedicavit; vetus quippe adinventum, et ab omnibus una voce Michäeli Coigneto Antverpiensi, ut primo inventori, attributum. Quae vero de luna refert, veterrima sunt, Pythagoraeque adscribuntur; qua de re disertissimus extat Plutarchi libellus, quorum sententias novissime confirmare videntur Maestlinus in suis thesibus lunaribus et Keplerus in sua Optica Astronomica: neque sub novitatis mysterio promulgari debent ea quae scribit de Galaxia et de maiore fixarum numero, a veteribus non animadverso, cum de his omnibus ubique prostent philosophantium opiniones, controversiae; nec astronomi asseveranter inerrantium numerum determinarunt, at eas tantum recensere visi sunt, quae clarissime obtutui sese offerunt, quaeque sidereis instrumentis facile adnotari queunt. Sed admirationem omnem atque novitatem ad quatuor planetas circa Iovis stellam motibus disparibus cursitantes revocari, magis consentaneum arbitror; quorum binos a quibusdam aliis perspicilli beneficio prius detectos fuisse, rumor est. Publice fatetur Augustinus a Mula, patritius Venetus, se huiusmodi stellas prius conspexisse, Galilaeoque, de his nullam notitiam habenti, communicasse; rettulit quoque mihi Ill.mus Fuggerus([749]) se audivisse, apud Batavos, ubi perspicilli adinventio ortum habuit, observatos etiam fuisse: a quibus forte excitus Galilaeus, ut gloriae et pecuniae lucrum faceret, et si primus non fuerit observator, primus tamen scriptor haberi voluit; scis enim cautos et industrios esse Florentinos: hincque, occasione arrepta, plurimum dignitatis et commoditatis a Republica Veneta, itemque a Magno Hetruriae Duce, adeptus, se perspicilli et novorum planetarum auctorem et inventorem promulgavit. Sed isthaec, ut astronomico negotio nihil conducibilia, missa faciamus, et rem ipsam, uti decet, introspiciamus.

Te non fugit, Vir doctissime, astronomicam disciplinam sensui visus subiacere, et hinc observationes, quae per visum fiunt, sideralis scientiae prima rudimenta et principia ab omnibus existimari. Cum itaque antecessores nostri libera oculorum acie caelum et astra intuiti sint, mirum non est, si ea quae nunc specilli adiumento conspiciuntur, minime animadverterunt. Vitrei ocularis optica arte elaborati munus est, obiecta longinqua et minima, et propinquiora et maiora visui offerre: hinc multa nunc et olim alio modo se habebunt, quam ut a priscis traditum est; scientiae enim, tempore et hominum solertia, perfìciuntur. Neque profecto absurda sunt, quae de luna, stellis fixis, deque nebulosis et Galaxia, recensuit in suo libello Galilaeus; cum, huius instrumenti beneficio, fixae, quae prius delitescebant, nunc se conspiciendas praebeant, et quae prius nebulosae dicebantur, nunc conspicuae atque micantes dici oportere, itemque candorem illum lacteum minimarum stellarum confusam quandam congeriem indicare, atque lunae maculas asperitates atque inaequalitates quasdam videri. Fateor quidem, me semel aut bis ad caelum, comite perspicillo, oculos convertisse, et haec omnia, et si non ita adamussim ut refert auctor, tamen non multum dissimilia adinvenisse: duas tantum stellulas Iovi propinquissimas observavi, quae an fixae vel errones sint, affirmare non audeo. Exactiori instrumento, longiorique tempore, multisque observationibus, haec rimari opus est: hoc tamen non tacebo, probabilia esse omnia quae recensuimus, et tempore forte confirmabuntur; nec deerunt qui strenuam huic novitati operam navabunt, et praecipue Keplerus, qui assidue stellarum observationibus invigilat….

323**.

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO a BELISARIO VINTA in Firenze.

Venezia, 29 maggio 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n.° 120. – Autografa.

…. Al S.r Amb.r Medici è stato mandato sempre quel che è stato inviato qui per lui molto prontamente: ed al S.r Galilei dissi io medesimo che si manderebbe volentieri gli occhiali et libro, ma che il cannone lungo era bene pensare ad altra via, perchè andarebbe in pezzi; et lui restò satisfatto. Ho poi dato conto e al S.r Amb.re et al S.r Galileo dell’ordine che ho da V. S. I. con sue lettere, et ancora al S.r Lotti inviarò quel che mi verrà dato per lui….

324.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 31 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 132. –Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re P.rone Colend.mo

Stimo tanto il favore che V. S. si è degnata di farmi, mentre mi ha riputato degno di una sua lettera, come se Cesare istesso mi havesse scritto([750]), con tutto che io sia stato honorato di un lungo abboccamento da S. M. (cosa in questi paesi non ordinaria). Ad rem, perchè so che i signori matematici vogliono più presto demostrationi che parole.

Superflue sono le scuse di V. Sig.ria Ecc.ma di havere indugiato a scrivere sin hora, poi che son stato raguagliato della sua assenza non solo per via de gli suoi amici,come da l’Ill.mo Ambasciatore di Fiorenza, ma anco per via de gli suoi nemici, quali strepitano più che mai; anzi se ne fanno beffe, havendo io visto lettere di un familiare del Magino([751]) (credo todesco), che V. S. partì da Bologna tutto confusa, dopo essersi affaticata indarno di fare capace il S.r Magino delle sue dimostrationi la sera avanti, ch’ella fu a cena seco, con molto regalamento, secondo egli presuppone.

Quello ho da dire a V. S. Ecc.ma, e questo per suo particolare, che oltre l’havere il Magino scritto al Matematico di Colonia([752]) per tirarlo alla sua contro di lei, ha fatto il medesimo con tutti i matematici di Germania, Francia, Fiandra, Polonia, Inghilterra ecc.; il che ho saputo non da uno, ma da diversi di diverse nationi, tutte persone che rappresentano persone de principi: dicono agenti residenti, ambasciatori, chè pochi sono in questa Corte con quali non ho qualche intratura o domestichezza (il che sia detto senza ostentatione). Et se bene non ho dato conto a V. S. con le mie, mi è parso di supplire con il mezzo dell’Ill.mo S.Ambasciatore Toscano, al quale n’ho dato conto di mano in mano: ciò è che questo huomo, il Magino, vedendosi mettere il piè inanzi nella propria patria, in quella propria professione dove egli vorrebbe egli solo Fenice, faccia ogni sforzo di scancellare i meriti di V. Ecc.za, in materia et soggetto ella sola merita nome di Fenice (sic). Non voglio tralasciare di dire ch’il Magino, per openione di alcuni speculativi (da’ quali non dissento affatto), sia spinto da chi([753]) può commandare nel luogo dove egli è schiavo, fuori del proprio nido: però si può scusare il buon gentil signor di non farlo per malegnità, ma per commandamento de’ padroni.

Io, che ho caminato per queste università di Germania dopo la mia partenza da Italia, ho conosciuto qualche astrolago et matematico; ho scritto a parecchi che voglino andare adagio nel dare il loro giuditio intorno al libro di V. S. Il Sig.r Kepplero sta saldo per V. S., con il quale ho stretta l’amicitia. Il Zugmesser, Matematico dell’Elettore di Colonia, non ardisce palesemente mostrarsi contrario a V. S. Ecc.ma affatto: ma havendo io seco fatti offitii gagliardi, con occasione che mi viene talvolta a truovare o che io vado dall’Elettore di Colonia, finalmente si è lasciato intendere di essere gravemente offeso da V. S. nel libro contro al Capra([754]), qual dice che ha visto, se bene in esso V. S. lo chiama Fiamingo, contuttociò egli sia Tedesco, ciò è da Spira. Egli desiderarebbe sommamente un libro del Capra([755]), perchè dice che non l’ha mai visto. Ancorachè sia tutto sopra la persona sua l’oppositione fatta da V. S., la quale se bene è sopra ogni invidia, non dimeno, havendo io tolta sicurtà di fare dare sodisfattione da V. Ecc.ma, che so che non l’haveva con lei ma con il Capra, però non sarebbe fuori di proposito ch’ella mi scrivesse un capitoletto in sua giustificatione.

V. S. mi scusi che io domandassi uno de’ suoi essemplari([756]), chè all’hora non sapevo che fossero stati mandati a Francofurto: ma n’aspetterremo della 2a editione, con l’aggionta ch’ella accenna.

Ho havuto dal S.r Chepplero quel suo discorso([757]) sopra l’opra di V. S., quale mi riesce vago.

Veggo dalle lettere di V. S. che il S.Ambasciatore Tosco non le ha scritto nulla delle lettere scritte da Bologna al Chepplero doppo il suo passaggio di essa per colà, ancorachè me presente le leggesse al detto Ambasciatore, almeno riferisse il contenuto, conforme a quel che ho detto di sopra di quel famegliare del Magino.

Il Residente di Lucca([758]), con quel coglione del Dottore Mingone([759]) tirolese, non cessano tuttavia di farmi insulti, come quello che havevo difeso la sua opra, appoggiandosi essi nell’autorità del Magino, con il quale dicono volere più presto errare, che acconsentire all’openione di tutto il mondo.

Mi è stato carissimo d’intendere che il S.r Pamfilio([760]) si truovi ancora costì: et se prima havesse ricevute le lettere di V. S., harei risposto; ma le ho havute tardissimo, perchè ho mutato d’alloggiamento, non saputo da nessuno se non hoggi. Io son diventato castellano di Cesare, ciò è sto in Castello da un amico.

Ho ricevuta singolarissima gratia da V. S. del favore fattomi in fare riverenza a quelli S.ri Padri Maestri Pavolo et Fulgentio, a’ quali resto di scrivere per scarsità di tempo. Tuttavia voglio pregare V. S. ad avvisare Maestro Pavolo di non fidarsi di continuare la prattica di scriv[ere] a uno di Parigi([761]), quale mostra le sue lettere ad altri, i quali mi hanno detto particolari scritti da S. R. che sono sforzato a crederlo. Ma ne scriverò con le prime a S. Reverenza; et intenderò meglio anco li particolari dall’amico, quale è un barone todesco venuto di fresco di Parigi, che fa professione di gran politico, senza dichiararsi di che religione egli si sia: ma havendo havuto io seco amicitia in altri luoghi, so quanto pesa, et ne darò minuto raguaglio al Padre Maestro con le prime. Intanto la supplico di favorirmi di rendere a questi RR.di Padri centuplicati saluti.

Di Praga, all’ultimo di Maggio 1610.

Di V. Ecc.zaServ.re Aff.mo Martino Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matematico in

Padova.

325*.

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO in Padova.

Roma, 4 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal.,P. I, T. XIV, car. 29. – Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

Ho ricevuta la lettera di V. S., che mi è stata gratissima per le cose che mi scrive dell’occhiale; e particolarmente mi è piacciuto intendere quello ch’ella va pensando di fare del cristallo di rocca, perciochè spero che mediante la dottrina et ingegno di V. S. si possano trovare altre cose mirabili, sì come ella ne ha trovate fin hora: et s’ella me ne farà partecipe, io le ne restarò con molta obligatione. In Roma si lavorano i cristalli di rocca con arte e facilità mirabile: però se in questo particolare io posso fare servitio alcuno a V. S., lo farò molto volentieri.

Quel gentil’huomo fiorentino che ha domandato a V. S. un occhiale, io credo, per dire il vero, che l’habbi chiesto a instanza del Cardinal Cappone: ma non lo sapendo io, e desiderando intendere il desiderio del Cardinale Borghese, mostrai a S. S. Ill.ma la lettera di V. S.; la quale vide con molto gusto, e mi fece grande instanza ch’io scrivessi a V. S. che gli sarebbe carissimo havere uno de’ suoi occhiali, et me lo replicò più volte. Però se V. S. glielo manda, credo che gli farà gran piacere. E con questo per fine la saluto.

Di Roma, li 4 di Giugno 1610.

Di V. S. Ill. S.r Galileo Galilei.Come fratello, Il Card.le dal Monte.

Fuori: All’Ill. Sig.or

Il Sig.or Galileo Galilei.

Padoa.

326.

VINCENZO GIUGNI a GALILEO in Padova.

Firenze, 5 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.I, T. VI, car. 59. – Autografi la sottoscrizione e l’indirizzo interno.

Molto Ill.re et Ecc.te Sig.r mio,

Delli 7 et 28 di Maggio mi trovo sua a far risposta. Per la prima mi dice che mi mandava tre fila di catene, et che dando negli zaffi corse risico di perderle, ma non seguì, mediante l’amicizia che haveva et l’essere sopra gl’ori gentilhomini molto amorevoli inverso la sua persona; et mi diceva che il giovedì vegnente l’harebbe consegnate al procaccio di Venezia, perchè me le rendessi in mia mano, il che per ancora non è seguito. Per avviso le sia. Sì bene per la sua de’ 28 m’è stato reso una scatoletta con una verghetta d’oro al peso di once sette et mezzo, acciochè io gliene faccia una medaglia del Ser.mo nostro Gran Duca, con il rovescio delle stelle trovate da lei, et nel modo che l’ordinasti al Ligozzi([762]) per farl’impresa nell’anticamera. Ma il Ligozzi, che ha di molte faccende, ancora ci ha da dare l’impresa che se gl’ordinò; et il Gran Duca mi disse che non voleva che si facessi se prima non era bene giustificata dalle risposte delle lettere che havevi scritto: et io risposi che già n’havevi ricevute, et che approvavano quanto diceva, e che sarebbono messe alla stampa. Credo che come sarà messo su quella che ha fatto il Ligozzi, si farà ancora nelle medaglie d’oro: et all’hora mi ricorderò di servire a V. S. Et intanto, perchè la sappia ogni cosa, io ho havuto la parola da S. A. che il soprapiù dell’ordine che m’haveva dato quanto alla collana per V. S. Ecc.ma, sia a V. S. da me ben data. M’è parso dargliene notizia, perchè la cognosca quanto il Ser.mo Padrone l’ama, et cognosca che anch’io desidero di servirla. Et baciandoli le mani, le prego dal Signore Iddio il colmo delli sua desiderii.

Di Fior.za, li 5 di Giugno 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.te Il S.r Galileo Galilei.Aff.mo per ser.lla Vinc.o Giugni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei in

Padova.

327.

BELISARIO VINTA a GALILEO inPadova.

Firenze, 6 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 57. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Hanno queste AA. deliberato di dar titolo a V. S. di Matematico primario dello Studio di Pisa et di Filosofo del Ser.mo Gran Duca, senz’obligo di leggere et di risedere nè nello Studio nè nella città di Pisa, et con lo stipendio di mille scudi l’anno, moneta fiorentina, et con esser per darle ogni commodità di seguitare i suoi studii et di finir le sue compositioni; et sì come vivendo appresso all’AA. loro et con esso loro conversando, conosceranno et proveranno sempre più([763]) la sua valorosissima et eminentissima virtù in tanti et tanti conti, così accresceranno al suo merito amore et stima, et alla sua persona favori, honori et gratie. Et se V. S. si contenti di questo, bisogna che la me lo specifichi bene bene con sue lettere, con farsene poi in nome di lei la supplica, et da S. A. il decreto et rescritto, et la publicatione quando vorrà la S. V.: et intanto si terrà più segreto che sarà possibile. Et non havendo potuto questo giorno fare il mandato de i 200 scudi, che S. A. le dona per le spese intorno a gli occhiali et stampa d’altra sua compositione sopra i ritrovati pianeti, si farà domani o posdomani: et questi faccia conto d’haverli in borsa. Et le bacio le mani.

Di Firenze, li 5 di Giugno 1610.

Di V. S. Ill.re et moltoEcc.te S.r Galileo Galilei.Serv.re Aff.mo Belisario Vinta.

Fuori: All’Ill.re et molto Ecc.te Sig.re mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei.

Venetia per Padova.

328.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 7 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.VI, T. VII, car. 135. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.rone Oss.mo

Non ho voluto mancare di scrivere queste 4 righe a V. S. per farle sapere che ho trattato più di una volta con quel Zugmesser, Matematico di Colonia, che si tiene essere stato calonniato da V. S. contro ogni ragione in quel libro ch’ella scrisse contro i Capri.

Fra le altre cose dice che V. S., in presenza del S.r Cornaro([764]), confessò che lo stromento di lui fosse migliore del suo;

Che egli non ha mai visto Tichone Brahe, et V. S. mette ch’egli l’havesse havuto da lui;

Che V. S. lo chiama Fiamengo, essendo Tedesco da Spira;

Che V. S. mostra di non haverlo conosciuto se non per sentire dire,

Che nello stromento di V. S. ci era un mancamento, che non era nel suo.

Io vorrei, se fosse possibile, di riconcigliare V. S. con questo huomo, se possibile fosse, perchè ha pensiere di scrivere contro di lei et di esserle nemico mortale. Però V. S. m’accenni la sua volontà, et quello ella vuole che io faccia.

Con le ultime dell’Ill.mo S.r Cardinale Capponi, ho che li matematici di Roma et Toscana restavano capaci della inventione di V. S.; il che ho voluto mostrare al Kepplero per sua consolatione, et al Zugmesser per sua confusione. Raccomando l’inclusa a V. S.

Di Praga, alli 7 di Giugno 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maServ.re Aff.mo Martino Hasdale.

Fuori: A1 molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 Il Sig.r Galileo Gallilei, Matem.co di

Padova.

329*.

GIO. BATTISTA MANSO a GALILEO [in Padova].

Napoli, 8 giugno 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIX, n.° 110. – Autografa la sottoscrizione.

Molt’Ill.re Sig.re mio,

Poteva la fortuna ritardar le mie lettere a capitar nelle mani di V. S., ma non già ritener lei da’ favori che m’ha fatti con questa sua. Era affettionatissimo alla sua dottrina, al suo valore, alla sua virtù; hora sono obligatissimo alla sua cortesia, alla sua amorevolezza et al conto che fa dell’osservanza ch’io le tengo. Vorrei esser così buono a servirla come sono affettuoso nel riverirla et ardente nel predicarla; ma questo favore anche spetto da V. S. per mezzo de’ suoi comandamenti, e dalla fortuna con porgermene occasione.

Il suo Aviso Astronomico è stato con sommo desiderio spettato da tutta questa città. Sin hora non ve n’è capitato alcuno: credo che sieno ritenuti per istrada; ma io n’ho procurato uno per ogni via, e spero haverlo o da Roma (se ve ne sono rimasti) o da Venetia. Fra questo mentre, restarò raccommandandomi vivo alla cortesia di V. S., a cui priego da N. S. ogni felicità.

Di Napoli, il dì VIII di Giugno 1610.

Di V. S. molt’Ill.reSer.re Aff.mo Giovanb.a Manso.

Fuori: Al molt’Ill.re S.r mio

Il S.r Galileo Galilei.

330*.

MARTINO HORKY ai DOTTORI DI FILOSOFIA E DI MEDICINA

dell’Università di Bologna.

Bologna, 15 giugno 1610.

Cfr. Vol III, Par. I, pag. 131 [Edizione Nazionale].

331*.

ORAZIO DEL MONTE a GALILEO in Padova.

Crema, 16 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 136. –Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

V. S. Ecc.ma dà frequente dimostrattioni al mondo della vivacità et felicità del suo bellissimo intelletto, et poi non lascia occasione di darle a me della singolar sua cortesia; onde troppo cumolo fanno seco tant’oblighi miei, et quanto vaglio, li rendo gratie del suo Aviso Astronomico. L’inventione del’occhiale è cosa veramente di grandissimo gusto, nè mi posso persuadere che Olandesi, o altri ingegni barbari, vi siano a parte. Ma questa, d’haver scoperto quattro pianeti di più, è cosa maravigliosa, et simile allo scoprimento d’un mondo novo; et V. S. Ecc.ma potrà con molta raggione gareggiar di gloria con il Colombo, non che avantaggiare il Montereggio: et io, che professo portarle particolare affetto, godo in estremo che il suo nome cresca con il suo molto merito.

Aspettamo qual cosa sopra l’istromento suo geometrico, perchè nelli libretti V. S. Ecc.ma promette un giorno far vedere cose di più.

Io mi ritrovo in essere alcune opere di mio padre b. m., che le vorrei dar fuori; ma li stampatori di Venetia mi hanno tradito troppo con le scorrettioni ne’ Problemi Astronomici([765]). Se fosse possibile che in Padova io fossi servito di buon correttore, io le darei fuori volentieri, perchè son consigliato et importunato farlo, et le opere son curiose: La Coclea che inalza l’aqua, divisa in 4 libri([766]); Opuscoli: In Quintum; De motu terrae; De horologiis; De radiis in aqua refractis([767]); In nono(?) opere (?) Scoti; De proportione composita, et la fabrica di alcuni istromenti ritrovati da lui, delle quali tutte cose vi sono le figure intagliate([768]). Io prego V. S. Ecc.ma avisarmi come potrei fare. E per non tediarla più, le bacio le mani.

Di Crema, li 16 Giugno 1610.

Di V. S.Ill.re et Ecc.ma S.r D. Galileo. Pad.aAff.mo Ser. di core Oratio del Monte.

Fuori d’altra mano: all’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r D. Galileo Galilei, Mattem.co nello Studio di

Padova.

332.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Padova, 18 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 38. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

La lettera humanissima di V. S. Ill.ma, scrittami ultimamente, non mi fu resa qui in Padova se non il sabato prossimo passato, sì che era trascorso di un giorno il tempo di potergli dar risposta. Havendo hora intesa la determinazione di loro Al.ze Ser.me et ricercandomi lei sopra ciò l’ultima mia et specificata deliberazione, gli dico che a quanto loro A.ze Ser.me hanno stabilito, sì circa lo stipendio come circa il titolo, niente o poco sono per domandare che si alteri, come quello che altro mai non ho desiderato che l’intera satisfazione di loro A.ze Ser.me: et questo poco si ristringe a stabilire et specificare, la mia condotta essere durante la vita mia, sì come in vita ero condotto qua, se cominciavo il servizio al prossimo Ottobre venturo; e circa il titolo, piacendo a loro Alt.ze Ser.me di nominarmi Matematico primario dello Studio di Pisa, desidero che pur tuttavia mi resti il titolo non solo di Filosofo del Ser.mo G. D., ma di Matematico ancora. Et sopra questo mi fermo, et di tanto ne do certa et resoluta parola a V. S. Ill.ma, acciò possa ultimare et effettuare quello che resta: il che stimo che sarà bene che segua quanto prima, perchè havendomi il Ser.mo G. D. comandato che io fussi costà questa state, io potessi liberarmi di qua con ogni prestezza e trasferirmi a Firenze, senza haver più bisogno di ritornar qua di nuovo.

Circa poi il ristampare il libro intorno a i Pianeti Medicei, giudico che sia bene aspettare il ritorno di Giove fuori de i raggi del sole, per poterlo osservare ancora mattutino, et por nell’opera molte osservazioni fatte in questa costituzione, oltre a quelle che ho fatte di più mentre è stato vespertino, il quale ho potuto vedere benissimo, insieme con i suoi pianeti aderenti, sino a 3 settimane fa([769]). Il tempo di poterlo ricominciare a vedere orientale mattutino sarà tra meno di 2 mesi([770]), et si vedrà comodamente 2 hore avanti giorno: et tra tanto andrò seguitando le mirabilissime osservazioni et descrizioni della luna, la qual vista avanza tutte le meraviglie, et massime hora che ho perfezionato maggiormente l’occhiale, sì che scuopro in essa bellissimi particolari.

Questo istesso tempo mi basterà ancora per ampliare il trattato, nel quale voglio inserire tutti i dubbi et tutte le difficultà statemi promosse, insieme con le loro risposte et soluzioni, acciò che il tutto resti indubitatissimo, sì come in effetto è non solamente vero, ma più di quello che ho detto e scritto. Non voglio restar di far sapere a loro Al.ze Ser.me, come ho con diligenza osservato più volte intorno a Marte et a Saturno, vedendosi ambedue la mattina avanti giorno, et in effetto non veggo che habbino altri pianeti loro assistenti; cosa che mi è di sommo contento, poi che possiamo sperare di dovere esser noi soli, et non altri, stati graziati da Dio di quest’honore.

Se loro Al.ze Ser.me haveranno fatto ordinare in Venezia che mi siano contati li Ñdi 200, che mi scrive V. S. Ill.ma([771]), verranno oportuni o per la spesa della stampa, se mi tratterrò qua tanto, o per la condotta mia et delle mie robe et per parte di risarcimento del danno che sentirò nel disfar casa qua et rifarla in Firenze, il quale non sarà leggiero; et in questo caso io stesso poi farò la spesa intera della stampa.

Restami finalmente di significare a loro A.ze Ser.me, come per ridurmi in perfetto stato di quiete di mente mi bisogneria liberarmi da alcuni oblighi che ho, et in particolare con 2 miei cognati([772]), per il resto di dote che deveria per sua parte pagar loro mio fratello, havendo io sborsata la parte mia et assai più; ma perchè mi trovo obligato per lui, et esso non si trova in facoltà di poter satisfare al suo debito([773]), è forza che sottentri io per lui. Però mi sono promesso tanto della benignità di loro Alt.e Ser.me, che quella comodità che ad altri molte volte hanno fatta, et io più volte ho ricevuta qua da questi Signori([774]), mi deva, supplicandonele io, esser conceduta: et questa è l’imprestito dello stipendio di 2 anni, per doverlo scontare ne i prossimi quattro venturi; et ciò domando io per grazia specifica dalla loro infinita cortesia, dalla quale sola intendo di riconoscerla et non da altra condizione, havendo io, come da principio ho scritto, fermo proponimento di non mutare articolo alcuno essenziale di quelli che dalla assoluta deliberazione di loro Alt.e mi sono stati proposti.

Altro più non soggiungo in questa materia, ma starò attendendo da V. S. Ill.ma quanto prima lo stabilimento et effettuazione del negozio, per venirmene poi subito a servire et reverire presenzialmente i miei Ser.mi Signori et Padroni naturali. A i quali intanto reverente m’inchino, et a V. S. Ill.ma con ogni spirito bacio le mani, pregandogli dal Signore Dio il compimento di ogni suo desiderio.

Di Pad.a, li 18 di Giugno 1610.

Di V. S. Ill. maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

333**.

ANDREA LABIA a GALILEO in Padova.

Roma, 19 giugno 1610.

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

Molto Ill.re Sig.r Oss.mo

L’occhiale di V. S. è stato presentato al personaggio destinato([775]), se bene con mancamento di uno de’ vetri necessarii: non so donde possa nascerne il difetto: tutta via è stato gratissimo, et per lettere ella se ne avedrà. Fra tanto io ho participato del favore da V. S., et insieme sono avvinto dall’obligo che da esso per mio conto ne dipende. Del quale pregandola a tener memoria, impiegandomi dove le parrà, le bacio di tutto cuore le mani, et infinitamente la ringrazio.

Di Roma, li 19 di Giugnio 1610.

Di V. S. molto Ill.re S.r Galileo.Aff.mo Ser.re And.a Labia.

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

334.

GIOVANNI ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.

Bologna, 22 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.VI, T. VII, car. 138. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio,

Arrivai a Bologna giovedì, per Iddio gratia, sano: fui, come è solito mio, con il Sig.re Magino, al quale([776]) feci le raccommandazioni sue, et le furno gratissime.

Gli addimandai di Mess. Martino todesco, suo servitore, perchè volevo vederlo; ma lui mi rispose che era andato a vedere la città di Modena, che tanto desiderava vedere, con alcuni suoi amici. Ma il giorno seguente certi gentil huomini Modenesi, amici del Sig.re Magino et miei intrinseci, scrissero ad esso che in Modena si ritrovava il suo servitore, quale faceva stampare una opera contra il Sig.re Galileo, et che l’istesso gli lo haveva detto, et l’istesso scrissero ancora a me: il che inteso, tanto fu il sdegno che prese il detto et io insieme, stante già li molti protesti fateli et parole mille volte dette a questo furfante, che usceti di casa et subito spinsi A.o, mio servitore, a Modena con lettere calde a certi miei, che cercassero di impedire simile negotio. Et il giorno seguente arrivò Martino, quale, prima che il Sig.re Magino lo vedesse, lo vidi io, et li dissi([777]), che stante li termini usati et il mal procedere suo con amico mio carissimo come lei, et del S.re Magino ancora, haveva commesso una indignità gravissima, ma che ne portarebbe la penna, se non cercasse modo di retratare questa, come mi referirno, maledica scrittura, et che il suo padrone era molto incolerito. Lui mi negò; ma arrivato a casa, subito la mattina il Sig.re Magino lo chiamò, et li fece molte brusche parole, dicendoli che se li levasse di casa, poi che non voleva apresso di sè homini, che essendo sui servitori, ardissero obstare contra amici suoi, e tanto più quanto che gli lo haveva detto lui et io mille volte; et lo cacciò fuori di casa. Dove andasse non lo so, ma lo saprò; et il Sig.re Ma[….] mi riferse, che domenica sera l’incontrò nella strada di Modena, tutto mal andato e disperato.

Determinai volerne dare conto a V. S. Ecc.ma, acciò sappi quanto passa circa simil negotio, et insieme conosca quanto conto tenga di lei in simile occasione; assicurandola che se per sorte costui fosse tanto ostinato, come essere sogliono li Tedeschi, che volesse pure stampare questa sua opera, non è però mai seguito con consentimento di alcuno di noi, ma ben sempre havere bravato seco et straziatoli mille scartafazi, et in oltre saremo per fare ogni sforzo possibile acciò non habbia l’intento suo; che, per Dio vero, il Sig.re Magino et io ne sentiamo dolore interno. Ma al sicuro l’habbiamo fugato in modo, che a quest’hora forsi ne sarà pentito, perchè li resta troncato mille dissegni. Et ad altro spatio forsi scriveròli molto più distintamente, chè fra tanto intenderò il successo del tutto. Resta solo che mi conservi nella buona gratia sua, et favoriscami de’ suoi commandi, che con straordinaria prontezza li mostrarò quanto desideri servirli effettualmente. E li baccio con ogni affetto le honorate mani.

Di Bolog.a, il dì 22 Giugno 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSe.re di cuore Gio. Ant.o Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, Eminentiss.mo Lettore di Math.a nello Studio di

franca per Venetia.Padoa.

335.

[GIO. ANTONIO MAGINI ad ANTONIO SANTINI in Venezia].

[Bologna, 22 giugno 1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.VI, T. XIV, car. 91. – Copia di mano di ANTONIO SANTINI, da lui inviata a GALILEO con lettera de’ 24 giugno (cfr. n.° 337).

Faccio poi sapere a V. S., che sono stato astretto levarmi di casa quel Mess.r Martino Horki tedesco; e questo perchè egli è stato tanto incivile et inconsiderato, di andare a Modona a fare stampare quella scrittura che egli havea fatto contra il S.re Galilei, con tutto che io li protestassi in sul saldo ch’io non intendevo che facesse questa cosa mentre stava in casa mia: ansi, havendolo inteso io domenica sera, lo licentiai in modo, ch’io non volsi che ci stesse la sera. E perchè li dissi che volevo io stesso correggiere questa sua imprudenza, et impedirli la stampa di quel libro con scrivere a Modona ad amici, si risolse quasi subbito di tornare a Modona per prender la detta scrittura.

Haverò caro che V. S. facci sapere questo successo al detto Sig.r Galilei, acciò egli prenda quella resolutione che li piacerà: e la resposta a costui sarebbe di farlo bastonare, muovendosi a tal impresa più per bestialità che per altro. Et io le ho detto che la licentia dateli non è per lui solo, ma per tutti i Tedeschi, che sono inimici di noi altri Italiani.

336**.

OTTAVIANO LOTTI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Londra, 23 giugno1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4189. – Autografa.

…. Se il S.Galileo Galilei manderà qua et imporrà a me cosa veruna, io haverò quella cura di sodisfarlo et servirlo, che prima mi comanda il cenno datomene da V. S. Ill.ma con l’ultima sua de’ 22 di Maggio passato, et che richiede poi opera sì degna, che certo doverà portar gusto grande alla Maestà di questo Re….([778])

337.

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Padova.

Venezia, 24 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T.VII, car. 140. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Havevo sentito che V. S. havea risoluto di tornare a Firenze, e stavo in speransa dovesse passar per qua per baciarli([779]) le mani, essendo stato impedito a me il trasferirmi a Padova per qualche occupatione; et acciò V. S. non partisse a dirittura sensa che potessi salutarla, lo farò con questi dui versi.

E quello che maggiormente mi premeva trattar seco, havevo carico di farle testimonio, che quella voce si era sparsa fosse scritto contra il suo Sidereo Nuncio, e che il S.re Gio. Antonio Magini ne fosse consapevole, o vero autore, era del tutto vanità. Bene un certo Martino tedesco, che esso teneva in casa per scrivere, si era incapricciato in ciò; et essendo venuto a sua notitia, lo haveva acremente ripreso della sua presuntione, per non dire pazzia: e quando pensava che si fusse distolto da questo humore, con lettere che ricevo in questo punto de’ 22, mi scrive il contenuto dell’incluso capitolo([780]); et se essa haverà occasione di esser per qua, ne le farò vedere l’originale. E creda che il S.re Magini è molto invelenito contra questo huomo, perchè non ostante che confessi che la materia è di fatto, li dispiace che, con mille spropositi che doverà dire, possa sapersi, questo tale esser stato in casa sua, per la profettione che tiene esso dell’ottima conrispondenza con V. S. E più oltre anche a bocca mi allargherei con seco, che per brevità non segue: et io per me stimo che V. S. non haverà nessuna fatica a respondere ad uno ingnorante simile, che da per sè gli suoi argumenti li faranno contra.

Non ho volsuto mancare di darli questo aviso, stimolato anche dal S.re Magini; dal quale fu approvato il testimonio mio della vista de’ pianeti, poi che esso da impedimenti naturali stenterà a poter ricevere aiuto suficiente con l’instrumento.

Io le vivo poi il solito affezionatissimo servitore, et aspetto occasione, per non esserli del tutto inutile, di ricevere qualche suo comandamento: et le b. le m.

Di Venetia, adì 24 Giugno 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo Antonio Santini.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il S.re Galileo Galilei, in

Padova.

338**.

GIO. ANTONIO MAGINI a [ANTONIO SANTINI].

[Giugno 1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 88. – Copia di mano di ANTONIO SANTINI, da lui inviata a GALILEO con lettera de’ 10 luglio (cfr. n.° 356). In capo al foglio si legge, sempre della mano del SANTINI: «Copia d’un capitolo d’una lettera del S.re Magini di Bologna», e a tergo, di mano di GALILEO: «copia. S. Magini».

Ho riceuto il vetro che V. S. mi ha mandato, che mi è stato oltre modo caro, come quello che s’è benissimo accompagnato con l’altro; e ne rendo molte gratie alla sua infinita cortezia, avisandoli che ho hauto incredibil satisfattione dell cannone ultimo, che l’ho sperimentato nella luna, e veduto benissimo quelle macchie con la medesma distintione tutte le sere che le ho osservate: et a me appaiano come goccie d’oglio nella superficie dell’acqua; et ho scoperto l’eminenza della luna benissimo, parendomi che sia come un ballone di neve non ben formato, ma alla grossa, che fa poi qualche oscurità in certi luoghi e inequalità. Ho provato a mettere insieme due vetri concavi da una parte, uno sopra l’altro, e vengano le cose grandemente accresciute, ma però confuse; e però io credo che se i vetri fossero grossi e concavi da ambi due le parti, farebbe meglio.

In proposito del S.r Galilei, dico che io cercarò i[n] ogni modo di sgannare il mondo([781]), che io non ho parte nella coglionaria che ha fatto quel mio Tedesco; e già si sa publicamente per tutto Bologna, e lo farò non manco per sincerare col detto S.r Galilei, quanto anche([782]) per proprio mio interesse, chè mi vergognerei d’havere acconsentito a ragione così frivole et insulse, che porta costui. Io non sono stato buono di cavare una di quelle scritture di sua mano, se bene ho adoperato alcuni buoni mesi([783]), perchè egli s’è impaurito e teme a darla fuori per le minaccie ch’io le ho fatto: anzi, si è egli lasciato intendere che l’haverebbe trattenute a fatto, quando li fossero state pagate le suoi spese; ma poi si è inviato a Milano fin 4 giorni, che si ridurrà in casa del Capra, già nemico del S.re Galilei: ma sarà in luogo che se gli potrà far qualche scherso finalmente, quando haverò qualche resposta dal S.re Keplero, ma in nome suo proprio. Et ultimamente ricevè una lettera che non mi volse mostrare. Costui mi ha smarrito il foglio b del Nuncio Sidereo: se lo potessi havere, mi sarebbe cosa gratissima, etc.

339.

GALILEO a [VINCENZO GIUGNI in Firenze].

Padova, 25 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.VI, T. V, car. 40. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Ho inteso per la cortesissima di V. S. Ill.ma delli 5 stante, resami solamente li 19, la ricevuta della verghetta di oro; et quanto alle 3 fila di collana, che havevo scritto di esser per mandargli, mi risolvei in quel cambio mandar la verghetta al peso giusto di un filo della collana, che V. S. Ill.ma mi diede sopra più di quello che era l’ordine del S. G. D. Ma hora che, per favore di V. S. et grazia della benignità di S. A., questo sopra più mi vien lasciato, mi sarà gratissimo che ella mi favorisca di far tirare la detta verghetta in un filo di catena, che accompagni li altri, et alla mia venuta a Firenze ve l’aggiugnerò; et essendo questo nuovo dono di S. A. aggiunto all’altro mandato, nel quale si conteneva una medaglia, questa, per non abusare la liberalità di quell’A.za, riceverò quando sia fatto il conio con i Pianeti Medicei. In proposito de i quali, mi par di dover dire a V. S. Ill.ma, già che lei mi scrive che S. A. va riservata in mettergli nella sua anticamera([784]) o in altri luoghi, che l’andar circuspetto è atto degno della prudenza di ogni savio principe, et perciò laudabilissimo: tutta via mi farà grazia soggiugnergli, che quello che ha scoperti i nuovi pianeti è Galileo Galilei, suo fedelissimo vassallo, al quale bastava, per accertarsi della verità di questo fatto, l’osservazione di 3 sere solamente, non che di cinque mesi, come ho fatto continuatamente, et che lasci ogni titubazione o ombra di dubbio, perchè allora resteranno questi di esser veri pianeti, quando il sole non sarà più sole; et si assicuri S. A. S.ma, che tutti i romori nascano dalla sola malignità et invidia, la quale sì come io provo contro di me grandissima, così non creda S. A. S. in questa materia di andarne esente; et io so quel che mi dico. Ma gl’invidiosi et ignoranti taceranno a lor dispetto, perchè ho trovato il modo di serrargli la bocca; ancor che assai chiaro argomento è che loro non parlano sinceramente, il gracchiar solo per i cantoni, dando fuora il lor concetto con le parole vane, ma non con la penna et con gl’inchiostri stabili e fermi. Ma in ultimo l’esito et il frutto di queste malignità ha da esser totalmente contrario all’intenzione de i loro autori, li quali, havendo sperato di annullare questa grandissima novità col gridarla per falsa, per impossibile et contraria a tutti gl’ordini della natura, l’haveranno in ultimo resa tanto più sublime, immensa et ammiranda, se bene per sè stessa è veramente tanto nobile et degna di stima, che nissun’altra heroica grandezza se gl’avvicina. Et di quanto ella sia stimata et ambita da i maggior re del mondo, siane a V. S. Ill.ma argomento quello che da un servitore molto intrinseco del defunto re di Francia di f. m. mi fu scritto li 20 di Aprile prossimo passato; il che non terrò con V. S. occulto, già che nel miserabil caso sono passate tutte le altre grandezze di quello invittissimo re. Le parole formali del capitolo della lettera scrittami da Parigi([785]) sono precisamente queste:

«La seconda richiesta, ma la più instante, che io possa mai fare a V. S., è che ella si risolva, scoprendo qualche altro bello astro, di denominarlo dal nome del grande Astro della Francia, anzi dal più lucido di tutta la terra; et più tosto dal proprio nome d’Arrigo, che dal gentilizio di Borbone, se così le pare: che V. S. farà una cosa giusta, dovuta et proporzionata; illustrerà sè insieme, et renderà sè et casa sua ricca e potente per sempre. Di questo ne assicuro V. S. sopra l’honore mio, la servitù che io le ho, et il merito suo particolare. V. S. investighi dunque con ogni prestezza et accuratezza, per iscoprire di nuovo qualche cosa bella in questo proposito et per esser la prima, et ce n’avvisi subito, mandando le lettere per via delli SS.ri Vanlemen; et si assicuri, come se ricevesse la voce et certezza dall’organo principale, che resterà contenta et felice in perpetuo. Havendo reso il debito alla patria, V. S. può rendere questo meritissimamente alla vera virtù et valore heroico del maggiore, più potente, bellicoso, prudente, fortunato([786]), magnanimo et buono principe che sia comparso al mondo da molti secoli in qua: il quale havendo, tra tante principesse, scielta una de’ Medici per sua legittima consorte, et postposte le donne di tutte le parti, originariamente et nel presente regie, per crearne un degno successore di lui in questo potente regno, all’imitazione dell’altro Arrigo 2°, suo predecessore, il quale lo prevenne nello sposare similmente un’altra de’ Medici, che tanto tempo ha regnato col marito e 3 figliuoli, successivamente re di Francia; V. S. verrà col nome di Arrigo a comprendere i 2 re di Francia che ne i nostri tempi si sono accasati nella Casa de’ Medici, et ne hanno lasciati regii successori, et si obligherà la Casa de’ Medici maggiormente, et compiacerà alla Republica di Venezia, tanto osservante, amica et benemerita di questa Corona et Maestà, dalla quale scambievolmente ne ha ricevuti quei grati et grandi offizii che si sa da poco in qua, che sempre si continuano et continueranno di più in più. Sì che V. S. non manchi di trovare et di avvisarmene il primo, sicura di esser per aqquistarsi un monarca et una grande e bellicosa nazione sua obligata et protettrice in tutte le sue occorrenze, etc.»

Da questo, e più dalla natura istessa del fatto, può comprendere V. S. Ill.ma la sua grandezza: et però nelle occasioni, che oportunamente se gli presenteranno, la prego ad operare che S. A. S. non ritardi il volo alla fama col dimostrarsi ambigua in quello che pur col proprio senso ha più volte veduto, et che la fortuna ha riserbato a lui solo et spogliatone ogn’altro; perchè hor mai comincio ad esser certo che non si troveranno altri pianeti, havendo con diligenza fatte moltissime osservazioni et inquisizioni.

Sono stato prolisso soverchiamente con V. S. Ill.ma: ne incolpi l’immensa devozione mia verso il Ser.mo nostro Signore, al quale per suo mezo humilmente m’inchino; et a lei con ogni reverenza bacio le mani, et insieme a i SS.i suoi figliuoli et miei singolarissimi padroni. Il Signore li conceda quanto desidera.

Di Pad.a, li 25 di Giugno 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

340*.

SCIPIONE BORGHESE a GALILEO in Padova.

Roma, 26 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 33. – Autografa la firma.

Molto Mag.co S.re

M’ha causato desiderio et curiosità d’haver uno degli occhiali inventati da V. S. l’haver intese, et in parte vedute, le sue mirabili operationi: onde può assicurarsi che mi sia stato sopra modo caro quello ch’in suo nome m’ha presentato il S.r Andrea Labia([787]), il quale devrà farle anco fede della stima ch’io fo delle virtù di V. S., et della particolare volontà ch’io ho di farle piacere, sì come dall’opere stesse ne sarà meglio certificata nelle occasioni di suo servitio. In tanto la ringratio del dono dell’occhiale, et dell’amorevoli et cortesi dimostrationi con che l’è piaciuto d’accompagnarlo; et per picciol segno del mio buon animo, le piacerà di ricevere quel che le viene in un picciolo scattolino con questa mia. Ch’io io per fine me l’offero et raccomando di cuore.

Di Roma, li 26 di Giugno 1610. S.r Galileo Galilei.Al piacere di V. S. Il Card.le Borghese.

Fuori: Al molto Mag.co S.re

Il S.r Galileo Galilei, a

Padova.

341*.

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO in Padova.

Roma, 26 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 31. – Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

L’occhiale che V. S. ha mandato al Sig.or Cardinal Borghese, non è capitato in mano mia: però io non ho trattato con S. S. Ill.ma di quei particolari che V. S. mi scrive. Ch’è quanto posso dirle; e con questo me le offero nelle sue occorrenze. Che Dio la prosperi.

Di Roma, li 26 di Giugno1610.

Di V. S. Ill. S.or Galileo Galilei.Come fratello Il Card.le dal Monte.

Fuori: All’Ill. Sig.or

Il Sig.or Galileo Galilei.

Padoa.

342*.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Firenze, 26 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Nuovi Acquisti Galileiani, n. 6. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

L’ultima lettera di V. S. de’ 18, scritta a me([788]), et da me letta tutta a i Ser.mi Patroni, et da loro udita con attenzione et piacere, ha fatto fermare et risolvere stabilitissimamente il suo negotio: et perchè questo giorno è il sabato, et l’hora è tardissima, non si può questa sera rispondere con la firma di S. Alt.a, come le vuol rispondere l’Alt.a sua medesima; ma seguirà con le prime. Et intanto questa sera l’Alt.a sua ha soscritto il mandato per il S.r suo Depositario generale di dugento scudi di donativo, che ella le fa; ma non so già, dubitando io che il S.r Depositario haverà serrati i suoi dispacci a quest’hora, se darà in questa gita la commessione a i Sig.ri Mannelli per il sudetto pagamento: ma in somma seguirà a canto a canto. Et io sono et voglio essere suo procuratore, et sempre servirla: et le bacio le mani.

Da Fir.ze, 26 Giugno 1610.

Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te S.r Galileo Galilei.Serv.re Aff.mo Belis.o Vinta.

Fuori: All’Ill.re et molto Ecc.te Sig.r Hon.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Venetia per Padova.

343**.

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO a BELISARIO VINTA in Firenze.

Venezia, 26 giugno 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n.° 128. – Autografa.

…. Mi è anche stato adimandato se è vero che il Dottor Galileo venga a servir S. A. con condizioni grandissime; et pure ho detto che non so niente: et questo se è vero, scoprendosi, gli potria esser di noia qua….

344.

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.

Bologna, 29 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 142. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio Oss.mo

Siamo, il Sig.re Magini et io, questa mattina stati insieme, et hoggi a punto poi ho receputo. Intendo quanto mi scrive; et assicuro V. S. per risposta, che non è stato di consenso del S.re Magini che Martino habbia scritto ad alcuno nè in Alemagna nè altrove, ma ha fatto il tutto per mera sua temerità, et il detto sempre ha cercato levarlo di questo pensiero; ma in soma li oltramontani sono zervelli molto stravaganti. Il Magino manda la copia di una lettera venutali di Firenze, dove a pienno si scorge quanto fosse arrogante, et volere scrivere alli amici suoi come se di suo consenso l’avesse fatto; il che è falsissimo, come con il tenpo V. S. conoscerà benissimo. E basti.

Arrivò costui a Bologna, doppo licentiato dal S.re Magino, et referì ad alcuni che era stato a Milano, et a Pavia si era abbocato con il S.re Capra; et è andato ad habitare nello Colleggio de’ Nobili, governato da’ Iesuiti. Io non ho ancora potuto vederlo; ma mi scrisse un gentilhuomo, che haveva stampato, et si era partito subito di Modena, ma che non sapeva dove. Hora dunque che è in Bologna, vorrei pur cercare modo di intendere l’animo suo, poi che per simil causa sdegnato non li parlo nè io nè tam poco il S.re Magino, et siamo tutti dui pronti di scrivere una epistola, della quale V. S. se ne potrà servire, giustificandosi che sempre l’habbiamo disuaso a questa impresa, et habbi scritto a chi si voglia, l’ha fatto per sua temerità et non di conseglio del S.r Magino. E tanto basti per hora, per la fretta del coriero; se altro occorerà, avisaròla. Che per fine li bacio le manni, insieme con il S.re Magino.

Di Bologna, il dì 29 Giugno 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSe.re di cuore Gio. Ant.° Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, Eminent.mo Letore nello Studio di

Padoa.

345*.

BERLINGHIERO GESSI a GALILEO in Padova.

Venezia, 30 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 35. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re Sig.re

Mi è inviata da Roma una lettera dell’Ill.mo S.r Card.le Borghese, con uno scattolino et una catena d’oro per V. S.; et aciochè habbia il tutto in mano sua presto et sicuramente, mi sono risoluto inviare apposta il presente mio staffiero, che la consegnerà in mano sua: et ella si contenterà avvisarmi della ricevuta, et anco rescrivere all’Ill.mo S.r Card.le sudetto per risposta della sua lettera, che io poi la invierò per l’ordinario di sabato; et si contenterà dare ambedue le lettere al medesimo staffiero. Che con ciò di tutto cuore me le offero et raccomando.

Di Venetia, li 30 di Giugno 1610.

Di V. S. S.r Galileo Galilei. Padova.Affett. mo per ser.la Berling.o, Vescovo di Rimini.

Fuori: all’Ill.re Sig.re

Il S.r Galileo Galilei.

Padova, in mano sua.

346*.

[MARTINO HORKY] a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Bologna, 30 giugno 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Mss. 10703, car. 34. – Autografa.

…. Non plumbum, pro mea Peregrinatione, sed argentum brevi videbo. Illam inclusam vide, lege, iudica. Eo parenti dic, ut et suas: non autem plumbum sed argentum, sçn tÒ YeÒ. Est meus qui te Ianus Perneggerus, ibidem astrorum cultor. Dubitationem pristinam excusam scias, antequam tuas vidi. Careo providentia patroni: iuramentum fecit Italice contra me. Ego vero nihil timeo, quia Deus (et omnes Sancti) providebunt…. Illa perpendo, scio, omnia, de quibus tuis mones…. Wenn mann mich dem Geldt verhindert hatt, will ich nicht lenger die Wellisch verhindern, sondern non plumbum etc. repetirn. Sed scias, primum hoc exemplar esse, quod mitto. Volo enim cum caeteris 500, propriis impensis excusis, Galileum expectare, qui brevi tempore ad nos veniet. Tum ipse adibo, et unum eidem in manus proprias praesentabo. Me Deo, et illis cui dedico, commendabo. Scopuli maris Hadriatici non nocebunt. Ululandum contra Galileum? Sed non in plumbo; argentum videre, pro Peregrinatione, brevi cito cito cupio. Eo tuas spectabo….

347**.

[MARTINO HORKY a FRANCESCO SIZZI].

[giugno 1610].

Bill. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car.89-90. – Copia di mano di ALESSANDRO SERTINI. Di fuori, di mano di GALILEO, è scritto: «Lettera di Martino al S. Sizi».

Mitto tibi meam Perigrinationem contra Nuncium Sydereum: illam nemo Bononiae vidit. Ecce tibi, amice, omnia dicam.

Feci impensa in hoc negocio, inscio Magino, Mutinae. Ille, cum rescivit, statim iuravit hoc modo: Per Dio S.o, Sig.r Martino, se voi scriverrete contro ‘l Galileo, io voglio voi impedire, et voglio fare che voi non potete andar fuora senza grandissima burla dell’Italia. Ego nihil moror Maginum; et tibi iam formalia verba scribo D. Kepleri, ubi sic ad me ait: «Haeres tu quidem adhuc in pristina dubitatione super Galilei syderibus: non miror nec culpo: philosophantium sententias oportet esse liberas. At si me respicis, simul et candor bene stat iuxta libertatem. Quod si impugnasti quod iam probas tecum, age, mihi gratificare, qui veritatem, qui te, amo; sollicitudine me libera, et ad Galileum perscribe, quid, lecta mea Dissertatione, credere incipias, quod antea tibi veri dissonum videbatur.» Praeterea ait in eadem littera, quam eodem temporis momento in posta cum T. E. litteris, iuvenis mihi([789]) vita mea propria carior, accepi, hoc modo: «Tu ais, tibi candelam et Spicam Virginis illo instrumento visam duplicatam([790]). Non potuisses me confirmare aptius: nam ita plane est, et mihi, dum hoc genus instrumenti tento, duplicatae res videntur. Nam dum haec ipsa verba scribo» (ait D. Keplerus eisdem) «superveniunt Magini litterae de 26 Maii, quibus tua manus erat adiecta, ubi Magino idem obstare video. Dicam: credo equidem nec ipsi Galileo cognitum esse. Ego vero dixi Dissertationis fol. 10 fine et 11 initio([791]). Nimirum hoc suspicor, Galilei oculum esse lyncaeum, caeterorum vestrorum, qui negatis vos eadem agnoscere, mævpaû esse oculos. Quod si Galileus sciret mederi, facile omnes suspiciones falsi subterfugeret: medebitur autem, si peculiarem cuilibet oculo applicuerit lentem cavam. Loquor experientia certissime suffultus; et ratio demonstrationum mearum idem exigit, idem instrumentum, ex iis quae iam vulgo circumferuntur, uni prodesse, alii minime.» Ecce verba formalia doctissimi viri Ioh. Kepleri tibi hîc descripta mitto.

Impera mihi quicquid vis; omnia tempore faciam. T. E. opto esse addictus. Sed vis ne ut tibi dicam fallaciam huius Galileici instrumenti? Illam ego in Peregrinatione mea non attigi. Ecce tibi concredo. Tota hallucinatio in novis istis planetis fit hoc modo: quam primum oculus a puncto collectionis radiorum aberrat, tum 4r maculas minutissimas Galileo monstrat. Hanc rationem esse veram et certam, et a me probatam, scias. Scis cur illam iam non dixi? Quia

Fistula dulce canit, volucrem cum decipit auceps.

Puerilia emitto; sed omnia ideo feci, ut eo melius Galileus illa refutare possit. Per Deum vivum, hîc tibi dico, quod in aeternum vir hic Galileus novos 4r planetas ostendere non poterit, etc.

348.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Venezia, 2 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 48. –Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Servirà questa solamente per far reverenza a V. S.Ill.ma et accusar la ricevuta della sua cortesissima lettera, hauta da me qui in Venezia, et per essa intesa la deliberazione di loro Alt.e Ser.me; della quale ne sto attendendo l’ultimazione, per ridurmi quanto prima in stato di quiete, per poter prosequire la cominciata impresa, ad onta dell’invidia et malignità humana, anzi ferina, et a gloria et esaltazione del nome del mio Signore. Ma perchè spero di potere in breve diffusamente trattar seco a bocca, non mi diffonderò al presente in altro. La supplico a baciar la vesta in mio nome a loro Al.e Ser.me; et a V. S. Ill.ma con ogni reverenza bacio le mani, et dal Signore Dio gli prego somma felicità.

Di Venezia, li 2 di Luglio 1610.

Di V. S. Ill.maOblig.mo Ser.re

349*.

ROBERTO STROZZI a GALILEO in Padova.

Roma, 2 luglio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 174. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Essendo un giorno con il Sig.or Cardinale dal Monte il Sig.or Cardinale Montalto, et vedendo l’occhiale che V. S. mandò per il Sig.or Baldino([792]), diss’a me ch’haveria havuto caro haverne uno. Io gli risposi, che conoscevo lei di natura tanto cortese, che quando havesse saputo la mente sua, gli ne haveria mandato uno senz’altro. Mi replicò ch’io dovessi scriverne a V. S., come faccio; e la prego di buon core a voler fare a me questo favore, dando così notabil gusto a questo Signore, la benignità del quale credo che sia benissimo conosciuta da lei per fama. Se V. S. vorrà dar questa sodisfatione al Sig.or Cardinale, e fare a me gratia singolarissima, si contenti di farmelo sapere, acciò io possi riferire a esso Signore quanto ella resterà contenta di voler fare in questo propposito. Et le bacio le mani.

Di Roma, a dì 2 Luglio 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo Roberto Strozzi.

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Dottor Galileo, a

Padova.

350*.

PAOLO MARIA CITTADINI a GALILEO in Padova.

Bologna, 3 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 61. – Autografa.

Perillustri et Ecc.mo D. D. Galileo Galileo, Mathematicarum in almo Patavii Gymnasio publico Professori, ac amico suo maxime colendo.

Ea est erga te, Vir Ecc.me, meae voluntatis propensio, ut ab ea die qua tecum, summa animi mei iucunditate, in thalamo Ecc.mi Magini sum allocutus, semper exarserim desiderio tuimet doctissima perfrui familiaritate; quapropter summopere precibus exoptare nunquam intermisi, ut Bononiam iterum accederes: hîc etenim non minima mentis meae aviditate expectaris. Faxit Deus ut in hoc compos sim desiderii, quo intus flagro.

Optabam superioribus diebus ad te scribere, quo ego angar dolore, quod Martinus([793]), iam famulus Ecc.mi Magini, quaedam absurda, erronea, mendis (hallucinari non credo) perturbata, in tui Medicea Sidera typis temere ausus est credere. Angor, inquam, dolore, eo quia Magini animus non minime excruciatur; ipsissimus ille maerore afficitur, quod famulus, et victu et doctrina enutritus ab ipso, si non ferro, calumniis tamen convitiisve, percutere quem valde diligit, coram omnium hominum coetu, nunc tentat. Testor Deum, Ecc.me Vir, millies ego hunc Martini animum ab hoc pertentato opere dimovere non praetermisi.

Amo te, iterum amo te, ob tui praeclarissimas, quibus perpetuo fulgebis, virtutes, quarum fulgore, nec spes sane irrita erit, hae nubes, erroribus conglutinatae, dissipabuntur. Interim vive foelix, et meipsum ex intimis cordis visceribus commendatum habeas quaeso.

Bononiae, quinto Non. Iulii 1610.

Ecc.mae D. tuae Studioss.s Fr. Paulus M.a Cittadinius, in almo Bonon. Gymnasio Theolog.

351.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 5 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 21-22. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.rone Colend.mo

Dovevo scrivere a V. S. con l’ordinario passato del triomfo che il Zugmesser andava cantando per tutto del Magino contro di lei, mediante tre lettere scritte da Bologna in confirmatione, anzi essaggeratione, delle prime calonnie, alle quali 24 di Bologna della professione sottoscrivono: ciò è di essere stati presenti quando V. S. si sforzò di fare la dimostratione del suo libro con il suo stromento, et che ella diceva: Non vedete la tale, la tale et la tale cosa?, ma che non fu pure uno che confessasse di vedere, ma ben tutti dicevano di non vedere nulla di quello ella affermava di vedere: di maniera che tutti quei che hanno viste queste lettere restano confusi altrettanto di quello che si rallegravano di simile inventione truovata da V. S. Ma non ho mancato di confortare parecchi con le lettere dell’Ill.mo S.r Card.le Capponi, et questa mattina con quelle di V. S., le quali ho mostrato questa mattina al S.r Vacchero, huomo della prima classe fra’ letterati, oltre che è de’ primi conseglieri di S. M. Cesarea et mecenate de’ virtuosi. Però l’altra sera, cenando io seco, havemmo contesa sopra l’essere stato il primo inventore di questo stromento, volendo egli sostentare che Giovanni della Porta havesse detto stromento([794]); con il quale dice havere parlato 4 volte, et che l’haveva truovato huomo singolarissimo, non ostante che io dicesse tutto il contrario, sforzandomi([795]) di convincere con infinite tare che so contra il Porta, quale non intendeva molti capitoli della sua Magia, nè manco le sapeva ispiegare in volgare, iscusandosi che erano tutte cose havute da altri così scritte in latino come stavano stampate nel suo libro. Appunto si truovò nella medesima compagnia l’antiquario di S. M., amico di quello, che confuse il Porta.

Il medesimo antiquario, come intimo di S. M. Cesarea, disse che S. M. restava ogni giorno tuttavia più sodisfatta di questa inventione, particolarmente di quegli ultimi occhiali mandati dal S.r Ferdinando Tassis di Venezia al S.r Ammoral Tassis, che risiede qui, ambedue amici miei, et quello primo del S.r Ottavio([796]).

Appunto, per saltare di frasca in pertica, non ho havuta risposta dal S.r Ottavio ad una mia, o forsi il tempo non serve ancora. Con il corriere ordinario gli scriverò di nuovo. Intanto mi favorisca di un baciamano, come anco alli nostri Padri venerandi. Quel gentilhuomo che mi disse di quelle lettere di Parigi che scriveva Maestro Pavolo([797]), andò a casa, ma l’aspetto di giorno in giorno di ritorno. Con che fine le bacio le mani.

Di Praga, alli 5 di Luglio 1610.

La prima volta che S. M. mi chiama, voglio intendere di sua bocca quello dice et sente dello stromento di V. S. Ma forsi sarà in tempo che quello che ella disegnava di mandare sarà venuto.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ho invidia a V. S. mentre s’accosta la stagione de’ melloni.Serv.re Aff.mo Martino Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matematico di

Padova.

352.

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.

Bologna, 6 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 144. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo

Mi piace che V. S. Ecc.ma resti sganata di quanto forsi haveva conceputo in occasione di quello furfante di Martino([798]), poichè ancora dall’opera conoscerebbe che in modo alcuno il Sig.re Magino ci poteva havere mano, come ancora qual si voglia altro che la vedesse; perchè voglio che mi credi, che non vi è cosa, levato la mordacità, come mi vienne referto, che una pietra, per così dire, si degnasse legerle, non che solverle, essendo pienno di parole pedantesche. Da quello giorno in qua che partì di casa del S.re Magino, mai più l’ho veduto io, se bene l’ho fatto cercare, chè mi fu referto che era venuto: et quello a cui commisse il carico di cercarlo, mi referse con chi haveva egli trattato, et volevo che li tenesse dietro, come haverebbe fatto, per levarli le opere, passato che esso fosse il territorio di Bologna, con darli ancora un buono raccordo; ma perchè stava con sospetto et temeva, si accorse et alla sfugita partì: ma non haveva nulla, come mi fu referto poi, perchè le opere eranno rimaste apresso al S.re Baldassara Capra, con il quale lui era stato alcuni giorni a Pavia, et haveva detto che era venuto a pigliare certi denari a Bologna e poi che andava a stare con il Capra, et che farebbe conoscere che diceva la verità di quanto haveva scritto, et che si era accorto che il S.re Magino et io l’insidiavamo per farli qualche mala burla, ma che andava a stare in uno locho che non temeva alcuno. Ma mi credi, Signore mio, che la buona fortuna sua è stata che lui conosceva certi galanthomini, et sapeva il loro mestiero, con l’occasione di vederli meco; et quando ha veduto che alcuni di essi lo hanno seguito, si è smarito. Et se V. S. si fosse allargato nelle prime, l’haverei fatto conoscere che le sono amico: e basti. Non so più che dire intorno a simile negotio, salvo che se mi nascerà occasione di potere giovare allo Todescho in contrario, lo farò, poichè così richiede l’insolenza sua.

Godo poi infinitamente che sii per vedersi l’aggiunta del suo nuovo Aviso, et vivo bramoso di vederla. Il Sig.re Pappazone et molti altri di questi Signori la salutano infinitamente. Et pregola per fine a tenermi vivo nella buona gratia sua, favorendomi de’ commandi suoi all’occorrenze; che per non tediarla, farò fine allo scrivere, ma non ad amarla et servirla. E Nostro Signore gli concedi prosperità e felicità di vita.

Di Bolog.a, il dì 6 Luglio 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer. re di cuore Gio. Ant.o Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, Eminentiss.mo Letore nello Studio di

Padoa.

353**.

MATTEO BOTTI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Parigi, 6 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 25. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.mo Sig.r mio Oss.mo

La partenza di Piero Capacci, che seguì tre giorni sono, mi ha evacuvato di quanto havevo che dire; e però non mi resta se non qualche particolare ch’ella vedrà nell’inclusa copia, e quel che ho sentito dire qui al Carosi([799]), cioè che questa Regina haveva fatto provar qua a più d’uno, se si sapeva fare l’occhiale del Galilei, e che n’haveva mostro molto desiderio, e non era riuscito. Credo che, oltre al far piacere a S. Maestà a mandarne qualcuno, si farebbe anche honore allo Stato del Ser.mo Padrone, perchè qua hanno per gran cosa quelli ordinari, e ce ne sono le botteghe piene….

354.

MASSIMILIANO, Duca di Baviera, a GALILEO in Padova.

Monaco, 8 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 37. – Autografa la firma.

Massimiliano per la gratia di Dio Conte Palatino del Rheno,

Duca dell’una et l’altra Baviera, etc.

Sicome io ho tenuto sempre in molta stima la persona di V. S. per le rare virtù sue, così m’è stato di special contento l’havere, all’incontro, da lei segno della affettion sua verso di me, come l’è piacciuto darmi con la sua de’ 25 di Maggio et con l’occhiale mandatomi. Onde ne la ringratio vivamente; et in testimonio della buona volontà che serbo io di sua gratificatione, le invio il qui annesso ben picciol dono, et me le offero con ogni prontezza. Che Dio la prosperi.

Da Monaco, li 8 di Luglio 1610.

 Mass.o Duca di Bav.ra

Fuori: Al Nobile Sig.r

Il Dottor Galileo Galilei et cet.

franco per Ven.a  Padova.

355**.

BARTOLOMEO SCHROETER a GALILEO in Padova.

Zerbst, 8 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 9-12. – Autografa.

XaÛrein kaÜ eépr‹ttein.

Perlegenti mihi, Vir Nobilissime, Clarissime, nundinarum proximarum vernalium Francofortensium catalogum librarium, inter alios libros philosophicos et mathematicos, partim de novo emissos, partim vero auctos atque recognitos, etiam sese obtulit titulus libelli cuiusdam, sane novus, mirus et insolitus, materiam innuens magnam inspiciendamque longeque admirabilem: mox vero mihi ex bibliopolis nostris inquirenti, anne libelli istius exemplum attulerint, responsum fit, nullum sibi visum. Ecce vero, ut domum redii, voti mei et desiderii exoptatissimi([800]) compos fio: mandato enim et iussu Illustrissimi et Clementissimi Principis ac Domini nostri Dn. Augusti, Principis Anhaltini, Comitis Ascaniae, Dn. Servestae ac Bernburgi etc., per eius Celsitudinis Secretarium exemplar mihi transmittitur legendumque exhibetur, meumque de hac materia insolente et augusta iudicium expetitur. Libellum avide arripio; uno spiritu, ut dicunt, perlego et iudico. Si quid praeter spem et exspectationem, Galilaee clarissime et solertissime, hac ultima et corruentis mundi senecta, in artibus et scientiis accidere potuit admirabilius, maius longeque gratius, viris tum illustrissimis, tum aliis cuiusvis generis mathematum studio naturalique disciplinae deditis, hoc certe est tui, Galilaee celeberrime, libelli, cui nomen fecisti Nuncii Siderei, materia; qua pandis suspiciendumque proponis spectaculum de natura superiore caelesti, ea in parte qua, inde usque a condito fundamine suo, nemini adhuc fuit cognita atque perspecta, licet a tot iam seculis, tot clarissimi, acutissimi, et summa diligentia observandi caelestium tum corporum tum horum motuum naturas praediti viri, vixerint, nec non adhuc magna eorum turba in vivis sit, quorum aliqui tum disciplinam naturalem tum mathesin excoluerunt, ampliarunt et divinis canonibus confirmarunt.

Verum omnes hi, quoquot fuerunt, solummodo aciei oculorum naturali, et exinde rationibus per consequentiam deductis, innitentes et confidentes, quaecunque sese offerebant fainñmena in spacioso caeli concavo, primum notabant; deinde ad instrumentorum thr®seiû accedebant, et has canonibus includebant; non soliciti de illis quae visum naturaliter et bene se habentem effugiebant. Tu vero, Galilaee nobilissime, his non contentus es vulgaribus, tritis et notissimis, sed ad intima penetralia astrica pergis, scrutans abscondita et invisibilia huc usque nobis ibidem relicta: quod qua laude, quo honore, praestitisti, non modo haec praesens, sed et quae sequetur, si qua futura est posteritas, dignis vix unquam depraedicare poterit eloquiis. Saepius in certaminibus philosophicis et astronomicis tu verus Palaemon vocaberis; saepius tu tuo sagacissimo invento hoc, et sequentibus quae exspectamus avide quam plurimis, uti ea praemisso hoc tuo Nuncio Sidereo promisisti, compones dissidia et altercationes magnas et frequentes. Det Pater luminum et intelligentiae ut omnia feliciter pertexas, nobiscum communia facias quam citissime et luculentissime.

Recte itaque te omnibus magna de natura speculantibus inspicienda contemplandaque proponere dicis. Quid enim philosophis et astronomis ex improviso maius et admirabilius obvenire potuisset istis tuis quinque assertionibus, ex parte inauditis et plane novis, ex parte vero antea notis quidem, sed dubiis, in quibus oculari demonstratione, ope tuorum perspicillorum, comprobas id quod ante te alii vix, et ne vix quidem, coniectura assequi sibi sumserunt? Etenim, ante omnia, usitatam inerrantium stellarum multitudinem decuplo, et amplius, auges; imo rectissime, ut et revera est, infinitam nobis (sicuti Scriptura dicit: Quis numerabit stellas?) comprobas. Dehinc, lunare corpus, caelo quasi detrahens, ita prope constituis, ut possit omni modo, quoad superficiem suam, conspici, eiusque natura secundum omnia accidentia sensibus nostris penitius concipi et intelligi. Altercationes tritas diutissime de Galaxia ita etiam seponis, ut non nisi caeci eas revocare([801]) ausint. Idem et de nebulosis doctissime facis. Tandem quam ultimo addis assertionem de planetis circum-Iovialibus quatuor a te eiusdem perspicilli beneficio observatis, erit illa apud philosophos et astronomos quam plurimos non minus par‹dojow; quam Œdænatoz, quia vix omnes de instrumento illo egregio erunt soliciti, tum quia perspicilla commoda ubivis locorum non haberi possunt, aut certe magnis sumtibus ex locis exteris ac longinquis afferri debent, tum quia perspicilla omnia non omnibus conveniunt; etenim inter aliquot vix inveniri possunt quae huius vel illius oculis conveniunt et apte quadrant.

Quoniam itaque, Galilaee praestantissime, his ipsis, et maxime assertione ultima, novum quasi caelum constituis, non procul aberit quin habitas hactenus pro falsis hypotheses verissimas probabis, et inventores primos circa suas potius hypotheses adsumtas aut falsos fuisse aut studio ita invertisse demonstrabis, quam recentiorum quisquam: inte[lli]go Copernicum maxime et eius adseclas. Sed de his omnibus spem maximam concipimus ex promissione tua de constitutione Systematis novi Mundi([802]), ideoque ea spe freti, nos sustentamus.

Verum, cum de hisce tuis assertionibus doctissimis nemo quicquam proferre vel iudicare poterit vel ausit absque exactissimo, ut tumet ipse statim a fronte libelli tui mones, instrumento, quod obiecta pellucida, distincta, et sine ulla caligine obducta, repraesentet, eademque ad minimum secundum quaterdecuplam rationem multiplicet (tunc enim illa bis decuplo viciniora commonstrabit), et nisi tale fuerit instrumentum, omnia frustra quae a te in caelis conspecta sunt tentari, nec posse a quopiam intueri; Illustrissimus Princeps noster, Dn. Augustus, Princeps Anhaltinus, Comes Ascaniae etc., cuius Celsitudinis in disciplinis scientiarum artiumque liberalium promovendis operam et studium collocat singulare, et quidem ita ut eo tempore, quo a severioribus negociis ocium sibi contingit, mathematica et physica, delectationis et cognitionis gratia, tractare consueverit diligentissime; nullos non sumtus hucusque impendit, ut potuerit tanti huius tui, a te delineati et descripti, instrumenti particeps fieri: sibi enim eius Celsitudo, praeter illa quae hîc comparari et confieri iussit, ex peregrinis, Gallia, Belgio et aliis locis afferri curavit aliquot; sed ad scopum a te praescriptum eorum instrumentorum nullum pervenit.

Quare non immerito dubium quod ante innui oboritur, primum de instrumenti qualitate: num ita sit generale, ut quilibet, cuiuscunque sit aetatis, eo possit uti, pro visus sui ratione et constitutione; an vero, ut alias communia seu vulgaria sunt perspicilla appropriata certis hominum aetatibus, sit ita comparatum ad uniuscuiusque oculos. Si generale, ut maxime opinor, fuerit, non dubito quin a plurimis in usum deducetur; sin speciale fuerit, tunc, praeter incommodum illud, quod successu temporis, cum aetate accrescente, inutile reddetur, a multis non curabitur ob sumtuum rationem. Atque ideo fortassis (quod cum venia dictum volo, nihil interea hoc tuo studio et invento laudatissimo detrahens) veteres non planetas illos a te noviter observatos, itemque fixarum numerum illum et chorum ingentem, doctrinae astronomicae incluserunt, sed solummodo illos qui omnium visui, naturaliter se habenti, fuerunt conspicui; putantes supervacaneum ponere invisibiles errantes et fixas, cum vix visibilium doctrinam percipere valerent, immo ut eo facilius scientiam astronomicam, quae pars est physicae, constituerent, nempe in finitudine, non in infinitate.

Deinde, quoad quantitatem, a te, Vir Clarissime, instrumentum descriptum quidem est in genere, sed de longitudine et latitudine, tum tubi plumbei tum perspicillorum, nihil est additum; cum tamen notissimum sit, cum longitudinem tum latitudinem instrumenti plurimum facere, primum ad constipationem seu condensationem umbrae seu tenebrarum in eo conclusarum, per quas radii visivi transeuntes fortificantur, dum lumen aëris circumfusum ab oculo removetur; posthac etiam facere ad ampliationem seu multiplicationem corporis obiecti visilis: quae duo ex doctrina de refractionibus in perspectiva et specularia, tuo ipsius iudicio et approbatione in Nuncio Sidereo, eo loci ubi de modo observandi luminis proprii lunaris agis (si nempe a tecto vel camino aut alio aliquo obice inter visum et lunam, sed procul ab oculo posito, cornua ipsa lucentia occultentur, tunc partem reliquam globi lunaris, a sole nondum illuminatam, adspectui nostro expositam relinqui, vi et potestate luminis insiti et nativi([803])), nota et manifestissima sunt.

Et quamvis Illustrissimae suae Celsitudini dubium non sit de exacto huius tui instrumenti usu et praxi a tua Humanitate adhibita verissima, deque perfecta et illustri theoria illius, quam ex promisso tuo, occasione commoda et quam proxime futura, in medium et vulgus prolaturus sis; tamen interea Illustrissima sua Celsitudo desiderio desiderat fabricae instrumenti tui et conspectum, et experientiam eius in illis in quibus tu, ut Mercurius alter, aptatis sacris talaribus, praecursor et praemonstrator extitisti. Sed cum ratio alia commodior qua instrumentum illud haberi queat non sit nisi ab ipso autore, a tua Humanitate, Vir Clarissime, quam potest studiosissime et gratia magnificentiaque propensa contendit, ut Celsitudini suae hoc officii genus tribuat, et sumtibus impensisque Illustrissimae suae Celsitudinis instrumentum eiusmodi unum, secundum omnia sua requisita perfectum, procuret; Noribergensium praeclarorum mercatorum, utpote Bartholomaei Viatis et Martini Pelleri, negotiatoribus aut factoribus (ut vocant), Venetiis habitantibus, tradat, et prima occasione transferendum huc iubeat; itemque paria perspicillorum duo vel tria sine tubis, a te bene examinata, siquidem illa hisce in regionibus ex officinis vitriariis haberi non possunt. Sumtus quoscunque ea in re tua Humanitas fecerit, cum gratia benigna et voluntate benevola quam citissime ab Illustrissima sua Celsitudine remittentur. Et praeterea si Celsitudo sua hoc ipsum a tua Humanitate, Vir Clarissime, obtinebit, ut se obtenturam plane confidit atque sperat, affectam se officio gratissimo existimabit, nominisque tui celebritas etiam his in locis, viros inter tam illustris quam inferioris status atque conditionis, modis multis augebitur et accrescet, tibique Celsitudinis suae magnificentiam, aliorumque quam plurimorum benevolentiam, devinctas studio tenebis singulari.

Cura ut valeas, et petitioni Illustrissimi Principis, Domini nostri Clementissimi, ut laudabili ita honestissimae, satisfacias quam citissime, in quantum per occasionem fieri potest.

Dabantur VIII Iduum Iul., Servestae.

Excell. et Spectabilitatis Tuae

Observantiss. et Addictiss.

M. Bartholomaeus Schröterus,

in illustri Principum Anhaltinorum Gymnasio, quod est Servestae,

linguae sanctae et mathematum professor.

Fuori: Nobilissimo et Excellentissimo Viro

Dn. Galilaeo Galilaei, Patritio Florentino,

Professori Matheseos in Gymnasio Patavino Clarissimo,

ad proprias dentur.

Padova([804]).

Cito ito ito

356*.

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Padova.

Venezia, 10 luglio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 168. – Autografa.

Molt’Illustre et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Mandai a V. S. una lettera del S.r Roffeni, di Bologna, 3 giorni sono, e non le scrissi alcuna cosa per non molestarla senza caosa. Ora mi è capitata la sua gratissima di hieri con le lettere per Firenze et altrove, ove si inviano fidatamente: in ogni altra occorrenza desidero esser atto a servirla. Io le mando un capitolo della lettera hauta in questa settimana dal S.r Magini([805]): vedrà quello passa del Martino Tedesco, che è pur ridicolosa. Se potrà haversi quella scrittura, ne li farò capitare; ma fino ora a Bologna non si è possuta havere. Vedrà che il S.r Magino ha cominciato ad usare il cannone, e non si contentò d’un solo, chè ne ha due: comincia a confessare del corpo lunare, et non dubito che ove haverà la pazienza e modo da osservare, non sia per venire alla verità del facto. Ho piacere che di Roma havesse hauto l’assenso, e per me non ho bisogno di testimonii. Io vivo tutto suo; e desideroso di servirla come devo, li b. le mani.

Di Ven.a li 10 Luglio 1610.

Di V. S. molto Illustre et Ecc.maSer.re Parat.mo Antonio Santini.

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei, in

Padova.

357*.

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Venezia.

Firenze, 10 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 63-64. – Autografa.

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

Questa bestia di quel Tedesco del Sig.r Magini, non contento del libro che V. S. dice ch’egli ha stampato, ha scritto anche una lettera a un altro Tedesco, pur sopra la materia dell’occhiale e pianeti; e non è piena se non di maledicenze che contengono scherni, cosa che invero non richiederebbe altro che un carico di bastonate, come dice il Sig.r Magini. Il furfante è tanto prosuntuoso, ch’egl’ardisce entrare nel S. G. D. nostro, con dire che gli è([806]) stato dato ad intendere qua e là. Ne è venuta la copia a Firenze, non so mandata da chi, ed era in mano al Colombo([807]) e io l’ho vista, ed è la più scimunita cosa che si possa vedere. Non sento già che si sia sparsa, nè vista per molti. Di più odo ch’egl’è venuto in Firenze un’altra scrittura, pur d’un Tedesco, contro il […] di V. S., e ‘ntendo che è debol cosa e che […] persona che non è delle più sviscerate che V. S. abbia. Vedrò se posso intenderne particolari. E questo è quanto passa di nuovo.

Quanto alle composizioni, fui dal Padre Claudio Seripandi, il quale mi mostrò i versi latini ch’egli ha fatto, che mi son parsi belli affatto; e ne ha per le mani delli altri, e altri gliene sono stati mandati di fuora, che son cosa bella; e mi ha detto che voleva mutar non so che, e che però io mi contentassi che si mandassero quest’altra settimana. Che poteva io rispondere? Il Sig.r Buonarroti anch’egli della prossima le manderà qual cosa, e tra [sic] io le mando un sonetto del Sig.r Piero de’ Bardi([808]). Non so come questi signori se l’intendino circa ‘l mettere il lor nome, caso che V. S. le voglia stampare: intenderò l’umor loro. Il Sig.r Chiabrera è un pezo che se n’andò a Savona, e mi promesse di fare: per ancora non ho havuto cosa alcuna. Ella è aspettata; e volendo stampare, potrebbe farlo qua, e venire quanto prima. Gl’amici le bacian le mani: non gli novero per brevità. Io son tutto suo al solito. Dio la feliciti.

Di Firenze, il dì 10 di Luglio 1610.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.aSer.e Aff.mo Aless.o Sertini.

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo mio Sig.re

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Venezia.

Padoa([809]).

358*.

MARTINO HORKY a PAOLO SARPI [in Venezia].

Milano, 10 luglio 1610.

Riproduciamo questa lettera dall’opera Delle inscrizioni veneziane raccolte ed illustrate da EMMANUELE ANTONIO CICOGNA, Vol. IV, Venezia, MDCCCXXXIV, pag. 676. Il CICOGNA l’aveva autografa tra le sue carte.

Mag.co et molto R.do Padre,

Sapendo quanto la sia affetionata al S. Galileo, perciò, havendo io fatta stampare questa mia operetta([810]) contra de lui, m’è parso mandarne una copia a V. Paternità, aciò la vedi: se dico la verità, admonisca esso Galileo, aciò possi emendar l’error suo; se io al’incontro m’ingano, la me ne dia aviso, che io mi ritratarò et non starò ostinato. Siamo statti allogiati insieme in Bologna in casa del Magini, et con quello suo ochiale habbiamo fatto prova molte volte, et sempre si è trovato falso tutto quello ha scritto. Di queste mie opere ne sarà datto al Gran Duca, et ne sarà portato per tutte le parti, aciò sii fatto iudicio de la verità.

Da Mil.o, alli X Iulio 1610.

Di V. PaternitàAff.mo Serv. Martino Horky a Lochovic.

Fuori: Al M.co et molto Reverendo

Padre M.ro Paolo de’ Servi.

359*.

COSIMO II, Granduca di Toscana, a GALILEO in Padova.

Firenze, 10 luglio1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 39. – Autografa la firma. Nei Mss. Gal., P. I, T. I, car. 197, è una copia sincrona, in capo alla quale si legge: «Fede per me infrascritto, qualmente nella filza segnata con lettera de’ negoti dell’almo Studio Pisano e Fiorentino, a c. 1, apparisce quanto appresso», e in fine è la firma di GIO. BATTISTA TOZZI, che, come Cancelliere dello Studio, la autentica. Questa copia, che non è molto esatta, ci fornisce qualche parola che nell’originale, essendo molto guasta la carta, più non si distingue.

Don Cosimo

Gran Duca di Toscana etc.

Mag.co nostro Dilett.mo

L’eminenza della vostra dottrina et della valorosa vostra suffizienza, accompagnata da singolar bontà nelle matematiche et nella filosofìa, et l’ossequentissima affezzione, vassallaggio, et servitù che ci havete dimostra sempre, ci hanno fatto desiderare di havervi appresso di noi; et voi a rincontro ci havete fatto sempre dire che, ripatriandovi, havereste ricevuto per sodisfazione et grazia grandissima di poter venire a servirci del continuo, non solo di Primario Matematico del nostro Studio di Pisa, ma di proprio Primario Matematico et Filosofo della nostra persona: onde, essendoci risoluti di havervi qua, vi habbiamo eletto et deputato per Primario Matematico del suddetto nostro Studio, et per proprio nostro Primario Matematico et Filosofo; et come a tale habbiamo comandato et comandiamo a chiunque s’appartiene de’ nostri Ministri, che vi diano provisione et stipendio di mille scudi, moneta fiorentina, per ciascun anno, da cominciarvisi a pagare dal dì che arriverete qui in Firenze per servirci, sodisfacendovisi ogni semestre la rata, et senza obligo d’habitare in Pisa, nè di leggervi, se non honorariamente, quando piacesse a voi, o ve lo comettessimo espressa et estraordinariamente noi, per nostro gusto o di Principi o Signori forastieri che venissino; risedendo voi per l’ordinario qui in Firenze, et proseguendo le perfezzioni de’ vostri studii et delle vostre fatiche, con obligazion però di venir da noi dovunque saremo, anche fuor di Firenze, sempre che vi chiameremo. Et il Signore Iddio vi conservi et contenti.

Di Firenze, li X Luglio 1610.   Il Granduca di Tosc.a Sig.e Galileo.  

Fuori: Al Mag.co Mess. Galileo Galilei,

nostro dilett.mo

Padova.

360.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 12 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 65-66. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Non risposi alla cortesissima lettera di V. S. delli 24 del passato per carestia di tempo, riducendomi il lunedì (che parte l’ordinario per Italia) tardi ascrivere. Hora con questa supplirò in qualche parte.

Imprimis, che quello che le ho scritto del Magino et suoi seguaci sia vero, lo torno a confirmare, nè occorre dubitarne un pelo, et m’obligo sempre di verificarlo con le loro medesime lettere. Et haveano fatta una fattione sì gagliarda, prima partisse il Zugmesser per Vienna con il suo padrone, che havevano infettata tutta Corte; ma per gratia del Signore Iddio et mercè della verità, sono restati chiariti, almeno si vanno chiarendo poco a poco. Il povero Chepplero non poteva più resistere a queste oppositioni, che le venivano fatte con le lettere di Bologna, con le quale pretendevano che V. S. fosse partita da Bologna confusa et convinta, cantando già il triomfo costoro, come che appoggiati in una sententia diffinitiva dell’Università di Bologna.

S. M. Cesarea è stata cagione, che il progresso fatto dagli avversarii sia andato calando, perchè S. M. si chiama contentissima et sodisfattissima.

Come torna il Zugmesser da Vienna, non mancherò di ingegnarmi di farlo capace, con quello ch’ella mi ha scritto della contesa con il Capra.

Torno a S. M. Due o tre settimane sono il S.r Ammorale Taxis ricevè da Venetia dal S.r Ferdinando, suo parente, un paro di occhiali, de’ quali S. M. disse che restava sodisfattissima, come ho detto di sopra. Hora, hieri il medesimo Taxis n’ebbe un altro per l’ordinario, insieme con lo stromento fatto dall’istesso maestro che serve a V. S. Questo fu portato hieri a S. M. al tardi; ma perchè sopragionsero negozii aromatici per la venuta di questo Duca di Brunsvich, venuto per le poste in 26 hore da Vienna, però non so ancora come sia riuscito. Il Sig.re Tassis, stato da me questa mattina, mi ha detto di havere scritto che il penultimo occhiale sodisfa meglio a S. M. che l’ultimo. Ma truovandosi da me l’antiquario di S. M. , et con la quale ogni giorno parla, rispose che S. S.ria non haveva bene inteso, perchè S. M. hieri sera a un’hora di notte non l’haveva ancora pruovato; et che questo havere mal inteso nasceva da un equivoco, che il cameriere haveva fatto per non sapere di quell’occhiale venuto hieri, ma di quell’altro, pure del Tassis, che ho mentionato di sopra, et di un altro mandato otto giorni fa da Venetia a un cameriere di S. M. Ma spero avanti sera sapere se S. M. n’haverà fatto la pruova di questo ultimo, et se supera di bontà quell’altro, mandato 3 settimane sono, al quale S. M. fece uguagliare la concavità di una banda d’un occhiale con buon successo.

Il non havere havuta risposta dal S.re Ottavio([811]) ad una mia che gli scrissi cinque settimane sono, mi fa dubitare che sia andata a male insieme con quelle che scrissi a V. S. Et pure ne sto con grandissimo martello di quello gentil huomo, al quale porto singolarissima affettione: nè minore è il desiderio che ho di consolarlo, sì come credo di haverne quasi il potere.

Io ricevo molti favori da S. M., particolarmente per gli amici: ma, fra gli altri, stimo non poco che S. M. mi ha fatto, et fa tuttavia, vedere bellissimi libri manuscritti di cose curiose, confidandomeli anco in mano le tre et 4 settimane. Appunto n’ho fatto copiare dal mio servitore questi giorni passati uno, che forsi darebbe gusto al molto R.do M.ro Pavolo, perchè tratta di sympathia, antipathia et harmonia, venendo ad infiniti particolari.

Un baciamano a quegli amici, et un baciabocca a quegli meloni prelibati.

Di Praga, 12 di Luglio 1610.

 Serv.re Aff.mo M. Hasdale.

V. S. volti([812]).

Io fui chiamato la settimana passata da S. M., ma non vi fu commodità di uscire de’ ragionamenti fuori della materia per la quale io ero chiamato. Ma sarà per la prima, desiderando sapere dalla sua propria la sodisfattione di S. M. circa lo stromento.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Matematico di

Padova.

361.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze]

Padova, 16 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 49. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Ho ricevuta la determinazione del Ser.mo G. D. nostro Signore([813]), mandatami da V. S. Ill.ma, in esequuzione della quale procurerò di spedirmi di qua quanto prima, per venirmene di costà a ridurmi in stato di quiete per i miei studii, et di negozio solamente per il servizio di loro A.ze S.me Ho anco, questo giorno, inteso dell’ordine dato a i SS.i Mannelli per lo sborso dei Ñdi 200, e di tutto per hora desidero che da V. S. Ill.ma ne siano in mio nome rese grazie a S. A. S., sin che in breve presenzialmente in voce, et più con li effetti di una devotissima et fedelissima servitù in perpetuo, renderò a tanti favori quei ringraziamenti et quella maggior ricompensa, che dalla Bontà divina sarà conceduta alle mie piccole forze. Restando in tanto a V. S. Ill.ma perpetuamente obligato, con ogni reverenza gli bacio le mani, et dal Signore Dio gli prego somma felicità.

Di Pad.a, li 16 di Luglio 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

362*.

GIULIANO DE’ MEDICI a GALILEO in Padova.

Praga, 19 luglio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 41. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Non prima ho risposto alla cortesissima lettera di V. S. delli 28 di Giugno, per non haver potuto haver da me il Sig. Gleppero che due giorni sono, che li feci i baciamani di V. S. e gli detti quelle osservattioni mandatemi da lei([814]), che li sono state carissime e ne la ringratia infinitamente, con molto accrescimento dell’amore e affezione sua verso V. S.: nè mi maraviglio punto di quello che la mi dice intorno alla sua Epistola([815]), perchè mi pare che in tutte le cose sia cervello veloce e che stracorra assai. E sto con estremo desiderio aspettando l’occhiale di V. S.; il quale mettendo in un cassettino conforme alla lunghezza sua, potrà far darlo al Sig. Montauti([816]), il quale quando ci havesse difficoltà, potrà V. S. farlo dare da qualche altro, indiritto semplicemente a me, al maestro della posta di Venezia, che spedisce le lettere per qua, chè l’harò benissimo, havendo molte volte per la medesima strada cassette d’olii, rinvolti grandi di libri e di drappi ancora, che so che eccedono di molto la grandezza dell’occhiale.

Intorno poi a quel che dica il volgo, io non ne resto punto maravigliato, perchè so che le cose grandi non possono esser senza invidia, la quale serve poi a quelli stessi di gastigo quando restano chiariti, come doverrà seguire delle cose di V. S., che havendo il testimonio del senso, sono appoggiate a inconcusso([817]) fondamento; e mi rallegro più tosto con V. S., chè tutte queste cose serviranno a far più celebre il suo nome e raffinare la sua dottrina. E con pregarla a darmi segno di ricordarsi della nostra antica amicitia con qualche occasione dove io possa servirla, le bacio le mani, come la prego anco a fare in mio nome al gentilissimo Mons.or Gualdo. Che N. S. Iddio le conceda ogni contento.

Di Praga, li 19 di Luglio 1610.

Di V. S. Ill.re et Ecc.maAff.mo Ser.re Giuliano Medici.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Honorandissimo,

Il Sig.or Galileo Galilei, Matematico nello Studio di Padova.

In Padova.

363**.

ORSO D’ELCI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Madrid, 22 luglio 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4941. – Autografa.

…. Il Sig.r Galileo Galilei, del quale V. S. Ill.ma mi fa mentione nella sua lettera de’ 23 di Maggio([818]), non mi ha inviato quelle sue dimostrationi matematiche: et se egli in nessun tempo si varrà del mezzo mio per farle vedere in questa Corte, io m’ingegnerò di farlo restar sodisfatto, et specialmente farò che le veda et le consideri il S.r Contestabile et il Conte di Salinas, che sono i più eruditi cavalieri che siano oggi qua….

364.

GALILEO a [COSIMO II, Granduca di Toscana, in Firenze].

Padova, 23 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 50. – Autografa.

Ser.mo Sig.re mio Sig.r Col.mo

Ancorchè io sia in brevi giorni per poter presenzialmente far questo uffizio debito di congratulazione con V. A. S. per la nascita del S. Principe novello, tutta via quel gaudio universale et eccessivo che per la nuova del felicissimo parto ingombra i petti di tutti i suoi devotissimi vassalli, non ha potuto lasciarmi la lingua et la penna in silenzio, sì che io non corra a dar segno all’A. V. S. dell’immensa allegrezza che ho sentita et sento per la grazia singolare conceduta dalla Divina Sapienza et Bontà al suo fortunatissimo Stato, con l’assicurarlo doppiamente, e nella giovinezza dell’A. V. et nella succedente prole, di volergli continuare il più soave et benigno governo, che in qualsivoglia più avventurosa etade si sia ritrovato in terra. Perpetui dunque Sua Divina Maestà nella felicità di V. A. S. la beatitudine terrena di tutti i suoi sudditi, tra i quali io devotissimo me gl’inchino, et humilissimo gli bacio la veste.

Di Pad.a, li 23 di Luglio 1610.

Di V. A. S.Hum.mo et Dev.mo Servo et Vass.lo Galileo Galilei.

365*.

GIOVANNI CIAMPOLI a GALILEO in Padova.

Firenze, 24 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 67. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Dal S.r Dottor Sertini hebbi avviso, come V. S. Ecc.ma desiderava di vedere qualche poesia del Poeta Contadino([819]); e perchè allora mi pareva bene ch’ei facesse qualche canzone appartenente a cotesto Studio, indugiai a servirla, aspettando ch’il favor divino lo fecondasse di concetti ammirabili e degni di lei. L’occupationi ch’egli ha haute sono state tante, che in questa città non ci poteva quasi vivere: tanto era importunato dalla copia di favori insoliti, che quasi l’havevano fatto sbalordire. Gli pareva, su questi caldi, inaridito per lui il fonte d’Elicona, che solamente gli pare di saper trovare tra i boschi e le fontane d’Arcidosso, donde però non si vuol partire, non ostante l’invito cortesissimo di questi Ser.mi Padroni, che l’hanno regalato di libri a sua voluntà, di vestito per tutta la sua famiglia, e di quattro altre moggia di grano; e l’hospitalità liberalissima del S.r Gio. Bat.a([820]) a pena l’ha potuto persuadere a ritornarci qualche volta, e lasciare per un poco di tempo quelle sue montagne, dove ei dice sentirsi più favorito dalla Musa e dal cielo, sì che quagiù ha potuto compor poco. Hebbero forza non piccola di risvegliarlo l’allegrezze universali del nato Principe; onde la mattina subito fece l’inclusa canzonetta, con l’altra ode a Madama Ser.ma Le mando per hora queste due, col sonetto di partenza al S.r Gio. Bat.a([821]), per essere l’ultime opere sue e non sapendo che parte scermi d’ottave in questo nuovo poema, essendovene in tanti luoghi delle ammirabili assolutamente, come dicon molti, e tutti se si riguarda al componitore. Se vorrà altro, accenni, chè i cenni di V. S. Ecc.ma mi saranno in questa et in ogn’altra occasione, dove io habbia ventura di servirla, espressi comandamenti, gloriandomi di vivere obbligatissimo alla sua cortesia, et havendo particolare ambitione d’esser tenuto per servitor non discaro, e non inutile al tutto, di persona tanto ammirabile, sì come per tale il S.r Gio. Bat.a ama et honora V. S. Ecc.ma, che con la felicità del suo divino ingegno honorando tanto questa patria nobilissima, fa stupire con la fama delle sue maraviglie tutt’Europa.

Baciole con devoto affetto la mano; e dalla divina Bontà, per benefitio universale, per gloria sua e per contento di tanti suoi amici e servitori, le prego lunghezza di vita et ogni prosperità più desiderabile.

Di Firenze, il dì 24 di Luglio 1610.

Di V. S. Ecc.maAff.mo et Obblig.mo Ser.re Gio. Ciampoli.

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Padova.

366*.

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO in Padova.

Roma, 24 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 41. – Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

Ho ricevuto l’occhiale mandatomi da V. S., il quale mi par bonissimo, e spero che mi habbi a riuscire tuttavia meglio. Le ne rendo molte gratie e me le offero di core, acciò che si vaglia di me con ogni sicurezza in tutte le sue occorrenze.

Con la prima commodità avvisarò il Sig.or Cardinal Montalto de’ particolari che si devono osservare intorno all’uso dell’occhiale; et io non mi lasciarò scappare di mano quello che V. S. mi ha mandato ultimamente, perchè lo voglio per me, chiedamelo pure qualunque si sia. Il Signor Iddio prosperi V. S.

Di Roma, li 24 di Luglio 1610.

Di V. S. Ill. S.or Galileo Galilei.Come fratello Il Card. dal Monte.

Fuori: All’Ill. Sig.or

Il Sig.or Galileo Galilei.

Padoa.

367*.

ALESSANDRO PERETTI DI MONTALTO a GALILEO in Padova.

Roma, 24 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 48.– Autografa la firma.

Molto Mag.co Sig.re

È vero ch’io disideravo molto d’havere uno de gli occhiali, onde vien comendata e celebrata tanto l’industria di V. S.: e però, essendosi ella compiaciuta mandarmene uno di bellezza e bontà incomparabile, può esser certa che mi è stato di singolar contento. La ringratio dunque della sua cortesia e gentilezza e dell’affettione che mi dimostra, alla quale corrispondo compitamente con ottima volontà; e sempre che mi si offerisca opportunità di mostrargliela con effetti, il farò con ogni prontezza. Intanto mi raccomando a lei di buon core. Dio, nostro Signore, la conservi e contenti.

Di Roma, alli 24 di Luglio 1610.

Al piacer di V. S.

S.r Galileo Galilei.A. Car. Montalto.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.re

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

368*.

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.

Bologna, 27 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 146. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone Oss.mo

Stavo con grandissimo desiderio che V. S. Ecc.ma, come già mi significò in Padoa, venesse a Bologna, et mi sono andato trattenendo, ma non è ancora arrivata; onde nello passaggio suo desidero e goderla et servirla. Mi fu dunque l’altro giorno mostrato quella piccola operuzza di quello sciagurato di Martino Horchi, servitore del S.re Magino, et a penna hebbi patienza di legerla, et l’ho ancora apresso di me; et credami che sarà tenuto per quello che veramente è, cioè uno solenne ignorante. E perchè fra molte et ridicole raggioni, che non fanno a proposito, dice che una notte, in casa delli SS.ri Caprara, Gio. Ant.o Roffeni li fece vedere una stella duplicata, et esso non voleva confessarlo([822]), sii come si voglia, voglio chiarire questo furfante et arrogante; et ho risoluto volere scrivere una lettera([823]), a questo altro spatio, a V. S. Ecc.ma, nella quale voglio inserire molte cose, tolte di peso da authori et directe contro di lei senza proposito, et insieme mostrarli l’ignoranza sua, et all’occasione farli conoscere quelle parole: Et haec illis qui Galileo mihique favent et invident([824]); la quale lettera desidero che sii stampata nella agiunta che lei mi significa dovere fare, ut cunctis inotescat: che se altrimente, non starei ad affaticarmi nè tam poco a mandargliela. Sto dunque aspetando risposta, e me gli offero prontissimo in ogni occasione.

Bolog.a, il dì 27 Luglio 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSe.re di cuore Gio. Ant.o Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, Eminentiss.mo Letore nello Studio di

franca per Venetia.Padoa.

369*.

ROBERTO STROZZI a GALILEO in Padova.

Roma, 29 luglio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 175. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il sig. Cardinale Montalto Ill.mo ha ricevuto il canone che V. S. si è compiaciuta mandarle, e ne ha havuto tanto gusto quanto immaginar si possa; et essendo in cocchio con S. S. Ill.ma, raggionassimo assai della persona di V. S. Io gli dissi parte e delle virtù e delle qualità sue, per le quali mostrò esso Signore desiderio di poterle fare qualche servitio. Io poi resto a V. S. tanto obligato che non potrei più, poichè ad instanza mia si è compiaciuta regalare questo Ill.mo Signore di cosa tanto segnalata. V. S. però commandi a me liberamente in quelle occasioni che mi conoscerà buono, ch’io la servirò sempre prontamente e volentieri. Et le bacio le mani.

Di Roma, adì 29 Luglio 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re di core Roberto Strozzi.

Fuori: Al molt’Illustre et Ecc.mo Sig.r mio [… ]mo

Il Sig.r Dottor Galileo de’ Galilei.

Venetia per Padova.

370.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Padova, 30 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Par. VI, T. V, car. 42 – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Sarà questa solo per far reverenza a V. S. Ill.ma, et significarli come per diverse occupazioni, et tra le altre per la gravissima et finalmente mortale infirmità del mio povero Alessandro([825]), non sono potuto ancora andare a Venezia, dove anderò doman l’altro, et spedito di lì m’incaminerò a cotesta volta: ma prima gli scriverò ancora, et la supplicherò a impetrarmi da loro A. S.me una lettiga da Bologna a Firenze, sendomi impossibile il cavalcar per sì lunga et malagevole strada.

Ho cominciato il dì 25 stante a rivedere Giove orientale mattutino, con la sua schiera de’ Pianeti Medicei, et più ho scoperto un’altra stravagantissima meraviglia([826]), la quale desidero che sia saputa da loro A.ze et da V. S., tenendola però occulta, sin che nell’opera che ristamperò sia da me publicata: ma ne ho voluto dar conto a loro A.ze Ser.me, acciò se altri l’incontrasse, sappine che niuno la ha osservata avanti di me; se ben tengo per fermo che niuno la vedrà se non dopo che ne l’haverò fatto avvertito. Questo è, che la stella di Saturno non è una sola, ma un composto di 3, le quali quasi si toccano, nè mai tra di loro si muovono o mutano; et sono poste in fila secondo la lunghezza del zodiaco, essendo quella di mezzo circa 3 volte maggiore delle altre 2 laterali: et stanno situate in questa forma , sì come quanto prima farò vedere a loro A.ze, essendo in questo autunno per haver bellissima comodità di osservare le cose celesti con i pianeti tutti sopra l’orizzonte.

Non occuperò più V. S. Ill.ma; et baciandoli con ogni reverenza le mani, la supplico ad inchinarsi humilmente in mio nome a loro A.ze Ser.me Il Signore la feliciti.

Di Pad.a, li 30 di Luglio 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

371*.

ODOARDO FARNESE a GALILEO in Padova.

Roma, 6 agosto 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 45.– Autografa la firma.

Molto Mag.co Sig.re

Il desiderio ch’io tenevo d’uno de gli occhiali inventati da V. S., et la prontezza con la quale ella si è mossa a compiacermene, possono renderla persuasa del molto obligo ch’io riconosco alla cortesia sua di quello che mi ha mandato. Tuttavia serviranno anco le presenti righe per un testimonio del mio riconoscimento, et insieme della particolarissima stima ch’io faccio della persona et valore suo, a fin ch’ella habbia da fare capitale de i meriti che tiene meco et del prontissimo desiderio mio verso di lei, in ogni occorrenza, come di cuore ne la prego. Et il Signore Dio la prosperi

Di Roma, li 6 d’Agosto 1610.

  S.re Galileo Galilei.Tutto di V. S. Il Car. Farnese.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r

Il S.r Galileo Galilei.

Padova.

372.

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Padova.

Firenze, 7 agosto 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 69-71. – Autografa. A car.71t., accanto all’indirizzo, si legge, di mano di GALILEO: «S. Sertini: parla del Sizii».

Molto Ill.re ed Ecc.mo mio Sig.re

I parenti s’hanno quali la ventura gli dà, gl’amici quali l’huomo se li sa scerre: però non posso far altro di questo mio([827]), il quale è un pezo che io mi accorsi che haveva preso troppo della qualità franzese. Ho volsuto ch’e’ vegga la lettera che V. S. ultimamente mi ha scritto, ciò è il capo dove ella mi tratta di lui, e gliel’ho fatta mostrare da uno amico suo, ma che non approva questo modo di fare, e più presto crede, sì come ed io ancora, che corra un gran risico di farsi scorgere per uno scimunito. Egli l’ha havuto forte per male; e mi ha mandato a dire che bene è vero ch’egli ha havuto opinione contro allo scritto da V. S., ma che sin ora l’ha tenuta in sè, ma che ora vuole scrivere, o per me’ dire, havendo scritto, lo vuol fare stampare: cosa che è più giorni che io ho inteso ch’egli ha fatto, perchè intendo che un frate di S. Trinita e lui, o lui solo (basta che il frate interviene), ha composto un libretto, dove e’ vuole ch’e’ sieno reflessi, e di già l’ha mandato costà a Venezia perchè si stampi([828]). V. S. potrebbe forse trovarlo. Bisogna ch’e’ sia una solennissima coglioneria, perchè delle matematiche e’ non ne sa, dice il mio fratello, e senz’esse io, benchè non intenda, me ne rido. L’amico, che gli lesse la lettera, mi ha riferito ch’egli si maravigliò molto che V. S. havesse notizia di questo trattamento tra lui e l’Orco([829]), e finalmente cominciò a dolersi del Magini, dicendo ch’egli l’haveva tradito e presuponendo che V. S. da lui ne havesse havuto notizia, dicendo in oltre che anche esso Magini era consapevole e consenziente ad ogni cosa e che ne haveva lettere, e che poi ch’egli haveva scoperto lui, egli ancora voleva palesarlo([830]): al che gli fu risposto che non poteva essere che ‘l Magini havesse fatto tal cosa, poi che per mille vie si era volsuto giustificare con V. S. Ora così è passato il negozio: il tutto serva per avviso; e se V. S. vuole far sapere al Magini questa cosa e mostrarli anche questa lettera, a me non rilieva: mi sa male ch’ell’abbia a far con fanciulli. Et de his hactenus.

Il Sig.r Buonarruoti le bacia le mani e le manda l’alligata composizione([831]), pregandola che vuoglia migliorarla dove le paia che ne sia capace, e che le piaccia aggradire la buona volontà di servirla. Credo, anzi son certo, che le piacerà. E perchè V. S. disse di volere stampare, ogn’uno ne ha paura, ed egli ancora non vorrebbe il suo nome in istampa, ma come il Sig.r Piero de’ Bardi([832]), havendosi a stampare, si contenterebbe che si dicesse: dell’Impastato, Accademico della Crusca.

V. S. non mi ha mai detto cosa alcuna dello stampare: forse vuole indugiare, per vedere quello che hanno in corpo tutti questi che scrivono o vogliono scrivere, per poter rispondere a tutti ad un tratto; e mi piace, sì per la minor briga, non havendo a fare tanti trattati o leggende, ma una sola, sì ancora perchè V. S. può rispondere a tutti senza menzionar nissuno, e non entrare in altro che ne’ meri termini della cosa, il che a me piace estremamente, e credo che sia la vera.

V. S. harà havuto un sonetto del Sig.r Niccolo Arrighetti([833]), che io l’inviai la settimana passata: credo le sarà piaciuto. Non ho visto ancora il padre Claudio([834]): non mancherò farle i ringraziamenti. Qua è rinfrescato assai, e se così fossi seguito costà, l’aspetterei di certo; se no, piova quanto prima, perchè una volta co’ l bicchiere in mano leviamo un gran croscio di risa contro l’invidia delli ignoranti e maligni e le loro coglionerie.

Il Sig.r Andrea([835]) va facendo, e dice che non sa perchè Venere abbia eletto il suo cervello per campo da combattere contro Apollo, poichè appena mancato un rigiro, ne vien un altro: ma le stanze si finiranno in ogni modo. Non le scrivo altro. È aspettata con desiderio. Dio la guardi.

Di Fir.e, il dì 7 di Ag.o 1610.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.maSer.e Aff.mo Aless.o Sertini.

Padron mio, l’avvisarmi del nuovo scoprimento senza dirmi che, è stato appunto un farmene venir voglia e piantarmi quivi.

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo mio Sig.re

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Padova.

373.

FRANCESCO SIZZI a GIOVANNI DE’ MEDICI [in Pisa].

Firenze, 7 agosto 1610.

Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 205.

374.

GIOVANNI KEPLER a GALILEO [in Padova].

Praga, 9 agosto 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 85-86. – Autografa. Le car. 87-88 del medesimo Tomo contengono copia, di mano di GALILEO, della lettera stessa; probabilmente preparata per la stampa che questi disegnava di farne. Questa copia presenta alcune varianti, che registriamo appiè di pagina con la iniziale G.

S. P. D.

Excellentissime D. Galilaee, amice colende,

Accepi ab. Ill.mo Oratore M.i Ducis Hetruriae continuationem tuarum observationum circa Medicaea Sidera([836]). Magno me desiderio incendisti videndi tui instrumenti, ut tandem iisdem tecum potiar caelestibus spectaculis. Nam quae hic habemus ocularia, quae optima, decuplant diametrum; caetera vix triplicant; ad vigecuplum meum unum pervenit, sed debili et maligna luce. Causa me non latet, et video ut clarificari possint; sed sumptus subterfugimus. Nullo ex iis, quae hactenus videro potui, stellae minutae deteguntur, uno excepto quod ipse construxi: id non maiorem tripla diametrum facit, aut summum quadrupla. Stellas tamen Viae Lacteae plurimas distinctissime exhibet; mirum, cum in hunc usum formatum sit, ut illuderet spectatori. Causa est claritatis, quia copiosissimam admittit lucem: nec enim, ut caeteris, limbus lentis convexae tegitur, tota lens patet; itaque et in([837]) latam regionem visus excurrit, et facile quae quaero assequor.

Proximo interlunio Martem matutinum sum contemplatus. Aliquot minutas vidi([838]), sed non in longitudinem zodiaci dispositas: puto accensendas lino Piscium. Iovem nondum per id aspexi([839]). Caetera, ut quodque melius, et praesertim quod vigecuplat, paulatim mihi detegunt lunae faciem; satis enim illa luminis habet, etiam cum per tenuissimas rimas inspicitur. Video igitur dispositionem macularum accurate; video in media sectione primae quadrae promontoria duo lucida; video paulatim et vitri glacialis speciem. Die S. Iacobi, ut et ante duos menses, notavi in imo cornu nodum lucidum, divisum et a cornu supra et ab extremo lucis acumine ad ortum. Quos dicimus oculos, soleo comparare quadrupedi in pastum aut praedam ruenti, rictu et pedibus primoribus; idque est sinister oculus e regione nostri dextri. Haec effigies cum gena dextra, latissima macula, connectitur flexuoso maculae ductu, qui quamproxime Graecorum j repraesentat in typis Henrici Stephani. In gena ipsa sex distinctas numero lucidas insulas in recta transversa versus os.

Dum haec scribo, in manus meas venit importuna charta hominis Bohemi, Mutinae excusa([840]). Miram adolescentis temeritatem, qui mussantibus omnibus indigenis doctis, ipse, peregrinus et imperitus, solus obloquitur, re nondum comperta. Credo, ut histrionibus persona, sic ei novitas et obscuritas nominis audaciam addidit. An habes tu fortassis aemulos Italos, qui conduxerunt operam peregrini, ut meam Germani Dissertationem invidiosam petulantia Bohemi ulciscerentur? Indignae paginae in quibus tempus teras; sed tamen, quia mea epistola abutitur, statui rationem tibi quodammodo reddere facti alieni.

Noscere me cepit Pragae, anni sunt aliquot. Superiori Ianuario, cum opera mea indigeret, literis Bononia missis fores amicitiae meae pulsare cepit: vix tandem agnovi quis esset. Cepi de novo favere homini, quod studiosus esset literarum et mei. Ut primum intellexi ex eius literis, esse tibi obtrectatores, ipsum vero sequi studia vulgi, gnarus quam ea novis obstent inventis, properavi ad te scribere, si forte praeriperem occasiones. Ad ipsum exemplar Epistolae([841]) misi impressae, ut ex ea disceret vel sapere vel certe ¤p¡xein. Quid vero is ea fecerit, vides: amicitiam hanc, inquam, vix dum spirare visam obscurissime, nece famosissima iugulavit([842]).

Arcanum hoc effert, scilicet: revocatum te a me ad principia tuarum observationum? Scilicet, non ipse hoc in praefatione dixeram: hoc coniectore, aut proditore, opus fuit? At non ideo recensui quid simile antea fuerit observatum, ut ipse obtrectaret, sed ut caeteri crederent plurium testimonio, et ut epistola mea fuco careret, ingenuitate sua lucrifaciens aemulos et pertinaces. Saepe irati satiantur exigua, exosi multa; at non ille: quin exprobrat, iactat, insultat, auget. Si quid te habere dixi meorum simile circa maculas lunae, at et plura habere te dixi, nec mutuatum dixi: temeritatis esset hoc certo affirmare in illa publica epistola: saepe diversis ad eundem scopum convenitur viis. Si me credit obiter aliquid innuere voluisse, ne quaeso oscitasse putet, qui neglexerim id aperte dicere: me mihi relinquat. Ego non existimo cuiquam licere in quoquam aliena recognoscere, nisi qui etiam peculiaria, nova, rara, pulchra, quae invenit, agnoscere, capere et discernere aptus est.

Sed nihil magis me pungit, quam quod laudibus me effert, sputum hominis. Contumeliam mihi infert, quicunque laudem crimini quaerit ex mea qualicunque fama.

Dubitationem mihi impingit ex eo, quod salvum volui cuiuscumque iudicium. O vanum argumentum! Quod ego perpendo, tu non perpendis: possum et ego credere, et tibi non credenti ignoscere. Sed dogmata propria subiicio examini? Quid vero haec ad fidem habitam alieno affirmato? Exaggeravi scelus, si pro veris ficta tradidisses. Hoc ille vult impugnari fidem Nuncii. At haec quidem vix est. Ego fidem Nuncio astruo. Certamen hoc virtutis est cum vitio: ego, ut bonus vir, de Galilaei affirmatis iudico, non cadere in illum tantam nequitiam; ille, nullo adhuc gustu honestatis, eoque illam susque([843]) deque habens, cadere affirmat, ex suo forte ingenio caeteros aestimans. Esto ut deceptus sim (quod absit). Ego, mea credulitate bonus, facto miser habebor; ipse, eventu foelix, calliditate pessimus. Quia haec via iuris est, ut quilibet praesumatur bonus, dum contrarium non probetur: quanto magis si circumstantiae fidem fecerint? Et vero non problema philosophicum, sed quaestio iuridica facti est, an studio Galilaeus orbem deluserit. Hanc mihi quaestionem placuit initio tractare, cum quia vestibulum obsidebat, tum quia tam multi erant, qui malebant credere te fallere, quam rem novam detegi.

Rationes vero me et argumentationes invictissimas contra hunc Nuncium protulisse? Hoccine bonae indolis indicium, amici([844]) et benefactoris intentum, pervertere? Et ubi artes inversionum? Cur non probat quod dixit? Cur non recenset illa argumenta, ut omnes videant, pessima fide dictum? Extat epistola mea; illa loquatur. Passim per illam lusus interspersi, hoc([845]) consilio, ut irrisores risu praevenirem in traditione rei novae et in vulgus absurdae. Si quis forte, parum attentus, ex his lusibus ansam sumit dubitandi de mea sententia, hic certe scurra ex eorum numero non est, qui ex privatis meis literis satis quid tenerem fuit edoctus.

Haec sunt, Galilaee, quae me mordent; reliqua rideo. Nam punctus eius promiscuos, quibus me impetit, ut muscae alicuius aeque contemno. Nec sum adeo stupidus, ut movear authoritate vulgi negativa, aut a vulgi oscitantia et ineptitudine contra astronomi experientiam et dexteritatem ratiociner. Quid mirum, professores Academiarum promiscuos opponere sese inventioni rei novae in illa provincia, in qua rei tritissimae et apud omnes astronomos contestatissimae, parallaxium scilicet, extant oppugnatores loco eminentissimi, eruditionis fama celeberrimi? Neque enim celare te volo, complurium Italorum literas Pragam ferri, qui tuo perspicillo planetas illos a se videri pernegant. Ego quidem mecum ipse causas dispicio, cur tam multi negent, etiam qui perspicillum tractent; et si comparem ea quae mihi interdum eveniunt, video non esse impossibile ut unus videat quod non vident mille alii. Sic Varus ille ex Drepano prospexit classem e portu Chartaginis solventem, numeravitque naves; quod nemo tota Sicilia potuit. Saepe usuvenit, ut quae mihi prosunt perspicilla, ea non prosint alii, et quae caeteri laudant, ea ego de nebulis accusem. Ipse unus et idem, cum incipio contemplari, puro fruor aspectu; ubi aliquantum immoror, colores iridis oriuntur.

Igitur, etsi mecum nondum quicquam dubito, dolet tamen me tamdiu destitui testimoniis aliorum, ad fidem caeteris faciendam. Te, Galilaee, rogo, ut testes aliquos primo quoque tempore producas. Ex literis enim tuis ad diversos didici, tibi non deesse testes; sed neminem, praeter te, hoc referentem producere possum, quo famam epistolae meae defendam. In te uno recumbit tota observationis authoritas. Nisi forte placet tibi testimonium ab hoste; quod inter scribendum incidit. Fatetur, se([846]) tuo instrumento die 24 Aprilis vidisse duos planetas circa Iovem, 25 Aprilis quatuor([847]). Raptim produxi chartam tuam ad Ill.m Oratorem transmissam: et ecce tu quoque ad 24 Aprilis exhibes duos, ad 25 Aprilis quatuor planetas.

Invenit tamen ista sycophantia naeniam impudentissimam de reflexionibus, qua populum abduceret. Vulgus enim, opticarum rationum imperitum, aures libenter accommodat obtrectatori, ex opticis loquenti; quia inter caecum et videntem nescit distinguere, gaudetque qualibuscunque imperitiae suae tribunis. Quos si iubeas, adire scriptores opticos, in rem praesentem venire, libellum stultissimum ex seipso refellere, experieris eos malle, hoc authore, curvum dicere rectum, ut lascivire contra philosophiam possint, quam ut id laboris sibi sumant. Et imperabit sibi doctus aliquis, huius scientiae gnarus, ut papyrum perdat in refutandis his nugis? O sapientem Pythagoram, qui nulla re alia maiestatem philosophiae contineri censuit, quam silentio! Nunc quia iecisti aleam, Galilaee, vulgoque propalasti haec caelorum adyta, quid aliud restat, quam ut contemnas concitatos istos strepitus, gratumque stultis mercimonium, inscitiam, accepta contumelia loco precii, vendas? quippe vulgus contemptum philosophiae in se ipso ulciscitur perpetua ignorantia.

Licebit tibi tamen hanc epistolam publici iuris facere, si tua interesse putaveris: mea nihil interest, nec dignor hominem. Vale et rescribe.

Pragae, 9 Aug. 1610. Ex. T.Officiosiss.us I. Keplerus, S. C. M.tis Mathematicus.

375.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 9 agosto [1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 148-149. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Colend.mo

Come il Sig.r Zugmesser sia qui, non mancherò di renderlo capace di quanto ella mi scrive nella sua. Mi pare che([848]) egli habbia letta la risposta fatta da V. S. alli Capri, ma so bene che egli desiderava di vedere il loro libro, che dice non havere visto; et questo lo desidera grandemente, havendomene fatta istanza. Ho caro sapere quello particolare che V. S. nel suo libro non dice altrimenti, ch’egli havesse havuta quell’inventione dal Brahe([849]).

Signor mio, una parentesi. Ho stretta amicitia con un figliuolo di Brahe et con la sorella del Brahe, matrona vecchia molto honorata, che scrive in matematica precipuamente, et traduce libri di latino in tedesco per suo gusto. Un altro figliuolo del Brahe si truova in Italia di presente. N’ho voluto avvisare V. S., se per sorte le occorresse qualche cosa con loro in detto genere.

Quanto poi a quella scrittura uscita da quel Bohemo, già servitore del S.r Maggino, la va per manus, essendone qui un essemplare solo, mandato d’Italia al Velsero Augustano, tutto spagnuolo et poco amico de’ Venetiani. Non ho vista ancora detta scrittura, ma la potrò vedere. Non pensi V. S. che io habbia detto fuori di proposito che il Velsero sia tutto spagnuolo; perchè gli Spagnuoli stimano, per ragione di stato essere necessario che il libro di V. S. si debba supprimere, come pernicioso alla religione, con il mantello della quale si fanno lecito di fare ogni poltronia per arrivare alla monarchia. Questa lega, ch’è qui contro di V. S., non viene fabricata da altri che da loro et loro dependenti et adherenti, tra’ quali il Residente di Lucca([850]), così bel cuius quanto mai habbia conosciuto, et per tale anco tenuto. Ci è poi un dottorello, che fa vita con detto Lucchese, che abbaia con gli altri, come i cagnuoli che sentono abbaiare i altri cani, perchè egli, come anco il Lucchese, confessano non havere mai studiato matematica.

Io mi chiarirò meglio, come V. S. m’accenna, di quelle lettere scritte da Bologna, se sono state scritte con participatione del S.r Magini. Ma mi pare che io facessi replicare 3 o 4 volte il Zugmesser, ch’il Magino era nominato tra gli altri che sottoscrivevano all’oppositioni di V. S.

Quel furfantello appunto mi ha chiarito con essere andato a servire il Capra.

Quanto al Chepplero, mangiammo l’altro giorno insieme, et volendolo accompagnare a casa, per havere io d’andare da un suo vicino, fui desviato altrove. Ma mi haveva comminciato a ragionare di V. S. et di questa opera del Bohemo, quale è figliuolo di un predicante luterano, come questa mattina uno mi ha detto. Io dopo havute le lettere di V. S., non ho havuta commodità di vedere detto S.r Chepplero, essendo venute un giorno più tardi del solito; non prima di hoggi le ho havute: ma domani gli mostrerò la lettera di V. S., et a lei([851]) risposta per il prossimo, piacendo al Signore, come anco al mio patroncino et signor, il S.r Ottavio, la cui lettera ho baciata molte volte, come a me gratissima. Intanto prego V. S. a fare le mie scuse con S. S.ria, perchè ho da scrivere fogli di carta.

Quanto all’ultimo occhiale, S. M. dice ch’è il migliore di quanti n’ha havuti, in rappresentare le cose grandi et da lontano; ma le pare che potrebbe essere più chiaro. Questo è quello mandato dal Fucchero([852]), ambasciatore. Non mancherò di dire, con la prima occasione, di quelli fatti per mano di V. S., de’ quali mi pare che l’Ambasciatore Toscano doveva darne uno([853]), et questa mattina me ne son scordato di domandarne. Bacio le mani.

Di Praga, 9 d’Agosto.Serv.re Aff.mo M. Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Matematico di

Padova.

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