Fisicamente

di Roberto Renzetti

(scrittura, astronomia, astrologia, calendario)

Roberto Renzetti

INTRODUZIONE(0)

Approssimativamente intorno all’800 a.C. si verificò progressivamente uno spostamento dei centri culturali dalla Mesopotamia e dall’Egitto verso le città del Mediterraneo, la Grecia e quindi Roma. E’ la Grecia che segna in modo profondo l’inizio di tale epoca, da quando iniziò ad occuparsi meno di guerre e più ad aprirsi, sia con i suoi porti che con le sue menti, a nuove culture, tra le quali anche l’egiziana e la babilonese. Sfortunatamente, per la mancanza di documentazione dovuta anche all’abitudine di tramandare oralmente le conoscenze, conserviamo pochissime informazioni sulle prime creazioni dei pensatori greci. Solo qualche storia di epoca più tarda che ci proviene da una sorta di sommario di Proclo(1) (V secolo d.C.) che riporta dei passi della perduta Storia della Geometria di Eudemo (IV secolo a.C.), ritenuto il primo storico noto della matematica. Cosicché, in definitiva, le notizie cui attingere le abbiamo da altri autori greci che qua e là citano l’opera dei loro predecessori, con il grave problema di citazioni spesso  fatte al fine di sostenere una propria tesi e quindi non attendibile perché estrapolate.

        A queste difficoltà se ne devono aggiungere almeno altre due. La prima riguarda proprio il passaggio dai centri culturali egizi e mesopotamici alle sponde del Mediterraneo. Come avvenne ciò ? e perché quelle civiltà decaddero ? La seconda riguarda la distruzione indiscriminata fatta dai cristiani di quanto era stato elaborato e scritto dai pensatori greci, dal momento in cui non bastò più tramandare oralmente le conoscenze. Il più importante centro di conservazione di tutto il sapere accumulato nel passato era, oltre alla Biblioteca di Ninive creata da Assurbanipal nel VII secolo a.C., la Biblioteca di Alessandria e tale biblioteca fu definitivamente distrutta ed incendiata dal popolaccio dei cristiani scalmanato ed incitato dal Patriarca Cirillo intorno al 415 d.C.(2).Il molto o poco che ci è restato lo dobbiamo ai testi conservati in altri centri culturali del Vicino e Medio Oriente tra cui Costantinopoli. Qui saranno conservati dagli arabi fino a che non torneranno patrimonio occidentale un migliaio di anni dopo(3).

UN AIUTO DALLA STORIA

    Per comprendere almeno parzialmente i motivi della decadenza dei due grandi centri culturali dell’antichità, Egitto e Mesopotamia, possiamo rivedere brevemente alcuni momenti della loro storia. Analogamente ci potrà essere utile individuare altri momenti che si accompagnano all’emergere della cultura classica.

    Quando mi sono occupato di Alcune questioni di matematica nell’antichità preclassica (Egitto e Mesopotamia), ho raccontato degli sviluppi più importanti di queste civiltà tra, indicativamente, il 3000 ed il 1800 a.C., in concomitanza con gli importanti sviluppi economici che si ebbero in ambedue le regioni. Per circa 1000 anni le conoscenze acquisite furono solo mantenute, senza apparenti passi importanti in avanti, fino ad arrivare agli albori della cultura classica della Grecia che, come già detto, inizia a formarsi intorno all’800 a.C.

Mesopotamia

    In Mesopotamia è possibile individuare un periodo di emancipazione e crescita, economica e politica, che va dal 3000 a.C. fin proprio all’anno 1800, in concomitanza con il regno di Hammurabi (1792-1750)(4). Fu questa l’epoca dello splendore di Babilonia che diviene un centro politico, religioso, culturale e commerciale di prima grandezza. Hammurabi segna in qualche modo il passaggio da un sistema di potere ad un altro, l’affermazione di nuove classi sociali. Si era passati, nel tempo, dal dominio di sacerdoti e soldati su contadini, artigiani, commercianti, operai e schiavi, epoca in cui il bene ed il male erano decisi da ristrettissime oligarchie, all’affermazione di una potente burocrazia borghese, che si era estesa per le aumentate esigenze dello Stato e si era arricchita nell’amministrazione del medesimo e nella ideazione e realizzazione di opere pubbliche(5). La completa affermazione di questa nuova classe su quella precedentemente dominante doveva passare attraverso delle leggi scritte, che dovevano cancellare il potere assoluto delle oligarchie, leggi che furono scritte proprio nel Codice di Hammurabi, composto da circa 300 articoli, in cui i nuovi diritti acquisiti erano stabiliti. Non è superfluo dire che si trattava di una conquista fondamentale non solo per Babilonia. Da questo momento si apriva un dibattito sulla struttura e sul contenuto delle leggi, dibattito che investiva problemi etici e morali.

    Dopo il regno di Hammurabi, diverse ragioni politiche ed economiche danno inizio alla decadenza della cultura mesopotamica. Da una parte invasioni di popoli limitrofi (Cassiti), dall’altra ribellioni di città che puntano all’indipendenza, indeboliscono l’Impero di Babilonia, originando un susseguirsi di piccoli regni e di domini da parte di popoli diversi (Ittiti, Assiri, Elamiti, …). Gli Elamiti, alleati con il Regno Assiro, sconfiggeranno definitivamente i Cassiti nel 1156 a.C.. Ma il Regno Assiro, assurto ad Impero, diventa nel contempo sempre più potente  e si va via via estendendo fino alla Siria, arrivando a minacciare l’Egitto che dominava il Vicino Oriente. Tale Impero soggiogherà momentaneamente Babilonia con Assurbanipal nel 664, sconfiggendo anche l’Egitto intervenuto a suo sostegno e distruggendo Tebe (663). Assurbanipal regolò anche i conti con Elam, che aveva sostenuto un complotto contro di lui, distruggendo Susa (646). Una successiva alleanza tra Medi e Babilonesi sconfisse l’Impero Assiro, distruggendo Ninive (612). Le spoglie dell’Impero furono divise tra Medi (che estendevano il loro potere in Persia ed in Asia Minore) e Babilonesi con la nascita di un Impero Neobabilonese dominato da Nabucodonosor II che sconfisse gli egiziani cacciandoli dalla Siria, distrusse Gerusalemme che era loro dominio e condusse gli ebrei prigionieri a Babilonia (587).

        Le guerre continuano senza sosta fino a che Ciro, ribellatosi ai Medi che dominavano la sua terra, non dette inizio all’ Impero Persiano (539) con la successiva invasione dell’Impero babilonese. Il figlio di Ciro, Cambise, invase quasi tutto l’Egitto (529-522) e si fece nominare Faraone. Un complotto porterà al potere Dario (521-485) che estenderà ancora l’Impero e tenterà di conquistare la Grecia, essendone sconfitto a Maratona nel 490. Le guerre con la Grecia continueranno ma vi furono sempre sconfitte pesanti per i persiani: prima Serse a Salamina, quindi la definitiva distruzione dell’Impero Persiano ad opera di Alessandro Magno che, tra l’altro, conquisterà (331) Babilonia.

    Ho ripercorso in sunto estremo le vicende storiche della Mesopotamia che dovrebbero mostrare come la decadenza (o la mancata ulteriore evoluzione) di quei popoli discenda dalle continue instabilità che si sono generate a partire da Hammurabi, dalle continue guerre, dai molti popoli con differenti culture alternatisi al potere, dall’impossibilità di liberarsi dai bisogni pratici per dedicarsi a quell’otium, cui faceva riferimento Aristotele, necessario per poter pensare e sviluppare scienza e filosofia.

Egitto

    A partire dalla III dinastia dei faraoni egizi (2665 a.C.) e durante tutto l’Antico Regno, l’Egitto si ingrandirà occupando vari territori e, nel contempo, lavorerà al rafforzamento delle sue frontiere. E’ un Egitto  dominato dal potere assoluto ed ereditario di faraoni con caratteri di divinità e clero (in questa epoca venne costruita la Grande Piramide). Per ragioni amministrative esso è diviso in appezzamenti di terra (nomoi), una sorta di feudi, che si susseguono lungo tutto il corso del Nilo. Alcuni di questi nomoi, nel tempo, cresceranno e diventeranno molto potenti, tanto da rendersi indipendenti e da ridiscutere il potere assoluto del monarca. Questa situazione, unita alle invasioni di nomadi beduini e a rivolte nel Basso Egitto, posero fine all’Antico Regno (2154 a.C.). Dopo un breve periodo in cui l’Egitto risulta diviso in tre parti (con il Nord in mano a popoli asiatici che lo avevano invaso), esso fu unificato dal Re di Tebe (Mentuhotep) che dette inizio al Medio Regno in cui furono realizzate varie opere pubbliche ed in cui L’Egitto visse momenti brillanti e prosperi (l’episodio biblico di Giuseppe si dovrebbe collocare sotto il regno di Amenemhat III), fino all’inizio della XIII dinastia  (1785 a.C.). Complotti di corte portarono al potere un usurpatore con la conseguenza che il Regno si divise di nuovo in due ricreando momenti incerti ed agitati. Per buon peso il Nord venne invaso da popoli Semiti (gli Hyksos) migranti dalla regione di Canaan, qui sospinti da invasioni indoeuropee delle terre del Vicino Oriente. Costoro, dopo essersi insediati nel Delta del Nilo, iniziarono la conquista dell’intero Egitto (anche aiutati dall’introduzione del cavallo in guerra e da una certa superiorità tecnica nei carri da battaglia). Gli Hyksos, che costituirono la XV e la XVI dinastia, si spinsero molto verso il Sud, anche se non riuscirono mai a dominare l’intero Egitto. Finalmente gli Hyksos furono espulsi dall’Egitto e sconfitti da Amosis, primo Re della XVIII dinastia e del Nuovo Regno (che abbraccerà anche la XIX e XX dinastia).

    E’ il Nuovo Regno, il periodo più fecondo e brillante della storia d’Egitto. I faraoni che si succedettero furono Amenofi III, Amenofi IV o Akhenaton, Tutankhamon, che subì il complotto del generale Horemheb sostenuto dal clero che si era opposto duramente al monoteismo instaurato da Akhenaton. La successiva dinastia (XIX) ebbe dei faraoni altrettanto noti Ramses I, Sethi I, Ramses II. Nel 1225, alla morte di Ramses II, seguirono lotte intestine varie e periodi di anarchia. La successiva dinastia (XX), che merita il ricordo del solo Ramses III (che nel 1190 riuscì a fermare l’invasione dei Popoli detti del Mare che s’insediarono poi a Canaan e furono conosciuti come Filistei), fu l’ultima del Nuovo Regno (che si concluse nel 1075), quando già l’Egitto, da almeno 100 anni, aveva iniziato il definitivo e lento declino con il distacco di vari possedimenti che fecero mancare tributi, con successivi disordini interni e con gli attacchi continui di popoli confinanti.

    Dopo un periodo di completa instabilità con regni brevi e deboli, spesso gestiti da stranieri, si arriva all’occupazione dell’Egitto da parte dell’Impero Assiro (671) ed alla distruzione di Tebe da parte di Assurbanipal (663).

    I governatori dell’Egitto per conto degli Assiri si resero indipendenti, mentre gli Assiri facevano fronte alle ribellioni dei Medi e dei Babilonesi. Venne poi la conquista dell’Impero Persiano (Cambise nel 525) che si mantenne fino al 405. Poi di nuovo vi furono re egizi, di nuovo persiani, … in un susseguirsi continuo di regni debolissimi ed instabili. Fino alla conquista di Alessandro Magno nel 332.

     Anche qui, come nel caso della Mesopotamia, si può vedere che la decadenza culturale egiziana si associa ad instabilità e guerre. A differenza della Mesopotamia qui vi è una marcata unità culturale che resiste (anche perché non si realizza un mescolamento tra popoli), nonostante lo spezzettamento più volte tentato e realizzato del Regno, a seguito della sua costituzione geografica (molto lungo e difficile da controllare centralmente). Nonostante le differenze, che hanno poi originato culture dai caratteri diversi, come visto in Alcune questioni di matematica nell’antichità preclassica (Egitto e Mesopotamia), si possono individuare dei tratti comuni (Bernal):

Le città sorsero e decaddero, a una dinastia di re-sacerdoti ne succedette un’altra, le invasioni dei barbari si alternarono alle dinastie barbariche, ma tutto ciò non determinò alcun cambiamento essenziale nella produzione, che continuò a fondarsi sull’agricoltura irrigua e sul commercio con altre regioni. La ricchezza accumulata e consumata nelle città provenne dalle eccedenze di un’agricoltura diretta dalla città. Poiché il prodotto eccedente era relativamente scarso, era possibile mantenere con esso solo una minoranza relativamente esigua di popolazione, che tentò di costituirsi in casta chiusa. I nuovi organizzatori furono sempre più avulsi dal processo di produzione e si preoccuparono soltanto di garantirsi il massimo del prodotto. Da produttori di ricchezza si trasformarono in sfruttatori: pretesero aliquote sempre più grandi per sé e per la costruzione di templi e tombe sempre più sfarzosi. Ciò significò l’impoverimento e il virtuale asservimento dei contadini e degli artigiani cittadini. Ne scaturirono conflitti che indebolirono le città-Stato e ne frenarono il progresso tecnico e culturale.

    In conclusione la fine delle avventure culturali dei due Paesi è caratterizzata dal permanere di una forte influenza degli elementi antichi che dapprima si svilupparono, in concomitanza con i periodi felici e stabili della politica e dell’economia e quindi si mantennero nei periodi in cui l’instabilità e le guerre iniziarono la decadenza dei due Regni.

LA SCIENZA DELLA NATURA NELLE CIVILTA’ PRECLASSICHE

    Alla base di ogni progresso, di qualunque tipo, vi deve poter essere memoria, la capacità di trasferire ai posteri ciò che si è fatto. Per fare ciò, quando la cultura ha carattere tribale, allora si tratta di trasferire usi e costumi piuttosto semplice, trasferimento che non necessita d’altro che di tradizione orale.

    Con il crescere della comunità e delle pratiche via via più specialistiche la memoria si può solo mantenere scrivendo dei documenti che raccolgono le conoscenze. Ebbene, in tutte le cose che sono andato dicendo è mancato un cenno all’importante conquista della scrittura. In Mesopotamia essa sarebbe nata intorno al 3300 a.C. a Sumer ed Elam per esigenze commerciali ed amministrative; mentre in Egitto, i primi documenti scritti, anche qui per esigenze amministrative, sono databili intorno al 3100 a.C.. Il substrato utilizzato è l’argilla per la Mesopotamia ed il papiro per l’Egitto. Parliamo quindi di conquiste recenti che abbisognano di moltissimo tempo per affinarsi. I primi modi di scrittura sono pittografici, gli oggetti vengono cioè rappresentati con elementari disegni stilizzati. E si tratta solo di oggetti perché la primitiva funzione della scrittura non prevede la trascrizione del pensiero, cosa estremamente complessa e molto più tarda. Si può dire che il sostrato influì sui modi di scrittura. In Mesopotamia, poiché l’argilla umida mal si prestava a volute e ghirigori di vario genere, il disegno viene scomposto in trattini che vengono incisi più facilmente con un chiodo (la forma di tali trattini è quella di un cuneo e per questo tale scrittura si chiama cuneiforme). Via via il disegno si semplifica sempre più, con l’eliminazione di ogni accessorio, tanto che, da un certo punto, diventa complesso se non impossibile risalire da alcune linee all’oggetto che esse avrebbero dovuto rappresentare. Alcuni esempi sono mostrati nella tabella seguente:

Da A. Pichot – La nascita della scienza – Dedalo 1993

Ma qui avviene un cambio radicale nella scrittura perché, se un disegno permette alcune libertà purché sia riconoscibile, le stilizzazioni e semplificazioni possono diventare completamente arbitrarie, con la conseguenza che la funzione della scrittura come fonte di comunicazione e come raccolta di memoria si perde. Occorre quindi accordarsi per normalizzare e catalogare alcuni simboli in modo che divengano comuni.

    In Egitto le cose, all’inizio si svolgono in modo analogo: un disegno schematico rappresenta l’oggetto in considerazione, come mostrato nella tabella seguente:

Da A. Pichot – La nascita della scienza – Dedalo 1993

Successivamente i caratteri pittorici subiscono delle semplificazioni ma in ambiti differenti si scrive in modo differente, mantenendo in parallelo diversi modi di scrittura (geroglifico essenzialmente per templi, monumenti e tombe; geroglifico per manoscritti; scrittura ieratica utilizzata dai sacerdoti e scrittura demotica in uso tra gli scribi). La tabella che segue mostra le evoluzioni nei differenti ambiti (si osservi l’irriconoscibilità, negli ultimi simboli, dei geroglifici primitivi):

Da A. Pichot – La nascita della scienza – Dedalo 1993

e ciò si mantenne almeno fino al 100 d.C.

    In Mesopotamia, in tempi relativamente brevi (intorno al 3000 a.C.), si passò al fonetismo anche se esso rimase sempre parziale con complicazioni sempre maggiori nella decifrazione di un qualunque scritto per le accresciute ambiguità tra i simboli fonetici e quelli pittografici, anche in assenza di una efficace normalizzazione. Quando si arrivò ala scansione della parola in sillabe, si attribuì al simbolo pittografico un suono sillabico, spesso preso dalla prima sillaba costituente la cosa che il disegno rappresentava. E la confusione era anche nella comunicazione in quanto vi erano successive pittografie che iniziavano con la stessa sillaba (omofonia), sillaba che era anche nella parte non pittografica. Si iniziarono allora a combinare simboli in modo più astratto (ad esempio, combinando quelli dell’acqua e dell’occhio veniva fuori il concetto di lacrimare e quindi di dolore):

acqua + occhio = lacrimare, provare dolore

Fu anche necessario inventare nuovi simboli, componendo generalmente quelli noti, con significati sempre più astratti. Se, ad esempio, si aveva il simbolo di un piede questo, da pittografico e concreto piano piano assumeva il significato di camminare ma anche quello di apportare. Ultima importante complicazione proveniva dagli dei che popolavano la religione. Ogni nome di un dio (Marduk, ad esempio, ne aveva oltre cinquanta) era associato ad una quantità di idee secondarie che dovevano essere intese dal contesto che, per quelle popolazioni, era sempre piuttosto misterioso. E questi nomi di dei entravano ordinariamente nei discorsi e nella scrittura in modo da lasciare libera interpretazione ad un dato nome in un dato contesto (quest’ultima complicazione, anche se meno accentuata) la ritroviamo anche  in Egitto.

    Solo intorno al 1400 a.C. venne sviluppato ad Ugarit un protoalfabeto cuneiforme che ebbe poca diffusione perché questa scrittura, di origine sumerica, veniva via via soppiantata da quella accadica, restando in uso solo in alcuni testi religiosi e colti.

     A questo punto è possibile ricavare un’ulteriore difficoltà che impedì lo sviluppo del pensiero in senso scientifico e, a questo punto, filosofico. Occorreva iniziare a pensare su ciò che era stato pensato. E l’impresa risulta impossibile se non si dispone di strumenti che permettano di fissare il pensiero. Di far corrispondere ciò che si dice con ciò che si scrive. 

    Così come la complicazione della scrittura dei numeri e dei sistemi di numerazione impedì, soprattutto in Egitto, alcuni importanti avanzamenti, allo stesso modo la mancanza di una scrittura fonetica con un alfabeto impedì o rese molto più complesso lo svilupparsi del pensiero astratto.

    Oltre all’invenzione di una scrittura, seppure ancora complicata e poco versatile, altri avanzamenti importanti vi furono in ambito tecnico, cosmologico, astronomico e medico, sia in Mesopotamia che in Egitto. Ai fini di questo lavoro e per mia competenza, cercherò di riassumere le conoscenze e scoperte sia in ambito tecnico che cosmologico ed astronomico.

LE TECNICHE

    Con le civiltà egizia e mesopotamica  si esce dalla preistoria. I grandi fiumi esercitarono un’importante influenza sullo sviluppo tecnico dei popoli che abitavano le terre da essi bagnate. Le opere idrauliche, di irrigazione, di costruzione di canali e di dighe, di contenimento ed utilizzazione delle acque risultarono imprese non più gestibili a livello tribale ma richiedenti l’intervento collettivo, organizzativo ed economico di uno Stato in collaborazione con il Tempio.

    In precedenti lavori, Alcune questioni di matematica nell’antichità preclassica (Egitto e Mesopotamia), già ho affrontato marginalmente alcune questioni. Resta ora da completare il quadro.

    Come osserva Bernal,

le civiltà antiche seppero realizzare e consolidare un gigantesco progresso tecnico e ideale. L’alto livello tecnico a cui quelle civiltà pervennero è attestato dal fatto – ormai tanto ovvio da non suscitare il minimo interesse – che l’umanità si avvale tuttora di cose e oggetti scoperti in quell’età e sottoposti, nel corso di cinquemila anni, solo a qualche lieve ritocco. Le sedie e i tavoli sono gli stessi da quando i primi falegnami egiziani scoprirono il modo di connettere il legno. Le poltrone di vimini, con le zampe a piedino, risalgono più o meno al 2500 a.c. Inoltre, abitiamo le stesse camere con pareti e soffitto, di pietra, mattoni e intonaco; consumiamo i cibi negli stessi piatti; indossiamo indumenti dello stesso tipo di tessuto.

Neppure le nostre istituzioni sociali sono mutate gran che: comunque il trapasso dalle comunità primitive alle prime città fu ben più radicale. Come allora, vi sono oggi mercanti, magistrati e soldati; e le nostre stesse difficoltà politiche non erano del tutto sconosciute ai nostri antenati.

    Ma oltre alle tecniche nascoste, si realizzarono, in Mesopotamia, importanti opere di irrigazione per la coltivazione di una gran varietà di cereali, legumi, frutti. A fianco della fiorente agricoltura si sviluppò l’allevamento del bestiame che, oltre all’alimentazione (completata, oltre che dai prodotti agricoli, da caccia e pesca), serviva per il vestiario (pelli e lana) ed il trasporto (cammello a partire dall’anno 1000; cavallo che dall’anno 1500 fu bardato per essere attaccato a carri). La lana, insieme al lino ed al cotone furono la base per un fiorente artigianato tessile. Per parte sua l’agricoltura richiede strumenti sempre più elaborati che saranno in legno, in pietra, in osso, in ceramica, in vimini, in metallo. Alcuni di uesti materiali saranno anche alla base dell’edilizia, che da capanne di canne e fango divengono abitazioni di mattoni (la pietra, rara, è riservata per templi e monumenti). Oltre alla pietra, vi è scarsezza di miniere per l’estrazione di metalli. Questa eventualità è alla base di importanti scambi commerciali con le terre vicine (particolarmente quelle assire) che ne dispongono. Intorno al 3° millennio fa la comparsa il rame, prima battuto e poi fuso, A fine di tale millennio compare il bronzo. Sembra siano stati gli Ittiti a metà del 2° millennio ad introdurre il ferro(6).

    La lavorazione dei metalli e particolarmente la loro fusione ha, in Mesopotamia, significati magici che saranno alla base dell’inizio dell’alchimia. La fornace in cui avviene il processo viene in qualche modo idealizzata e ad essa ci si rivolge con preghiere. Nelle società primitive, lavorare materiali, sviluppare tecniche legate ad ogni manipolazione della materia non è un mero sapere pratico slegato da ogni altro sapere. Le pratiche di lavoro sono sempre associate ad alcuni riti che quantomeno reclamano un universo propizio e l’aiuto di divinità favorevoli. All’inizio si può pensare a qualcosa di spontaneo ma pian piano si deve immaginare una codifica dei riti che probabilmente si sviluppano in analogia alla vera e propria attività manuale. A questo punto è facile immaginare l’invocazione di dei o demoni. La magia, la richiesta dell’aiuto di forze ignote è parte integrante del processo di manipolazione della materia, soprattutto in quelle dove compare il fuoco. Di conseguenza vi è la mistica dei legni da usare ed addirittura dell’orientazione della fornace medesima.

     Tra le varie tecniche introdotte un cenno lo merita la nascita di una chimica pratica per la fabbricazione di vetri, smalti, tinture e sapone.

    Per parte sua l’Egitto ha sviluppato tecniche con una propria peculiarità. Ad esempio, poiché i processi di irrigazione sono affidati alle piene del Nilo, qui non incontriamo lo sviluppo delle tecniche irrigue mesopotamiche ma solo alcuni canali che portano acqua in zone non raggiunte dalle piene. Le coltivazioni erano simili ma meno ricche di quelle mesopotamiche. La terra veniva seminata senza particolari lavori preliminari nelle zone umide, mentre si arava con carri trainati da buoi nelle zone secche. Lo stesso dicasi per l’allevamento, con il cavallo anche qui introdotto intorno alla metà del 2° millennio e con il tentativo da notare di addomesticare iene, gazzelle, cervi. Agricoltura ed allevamento fornivano cibo insieme a caccia (il cane ed il gatto furono addestrati come ausilio nella caccia) e pesca.

    L’Egitto, contrariamente alla Mesopotamia, disponeva di legni pregiati come l’acacia ed il sicomoro. La disponibilità di tali legni fece sviluppare l’arte dell’incastro utilizzata con grande successo nella costruzione di imbarcazioni (che in Mesopotamia erano di canne) e di mobili sempre più raffinati.

    Altre tecniche in cui gli egiziani furono maestri sono quelle della ceramica e della tessitura (lino, cotone e lana). Anche i colori erano fabbricati sia per tingere i tessuti che per decorare templi, monumenti e case. Queste ultime erano di mattoni fatti di paglia e fango ed essiccati al sole. La pietra era invece molto abbondante e di vari tipi. Essa veniva lavorata e levigata con somma maestria per servire in templi, monumenti, palazzi e tombe. Queste costruzioni destano ancora oggi meraviglia per la loro mole e per il colossale impianto tecnico che dovettero richiedere.

    Il trasporto delle merci e delle pietre, a volta enormi, si effettuava con barconi lungo il Nilo o con slitte trainate da animali o uomini.

   Anche qui la chimica fa i suoi primi passi con la già citata ceramica e le accennate tinture. Vi sono da aggiungere vetri e smalti.

    La metallurgia del rame inizia intorno al 2500, quella del bronzo circa 500 anni dopo; per il ferro occorrerà attendere il 650 a.C.

    Tecniche particolari e peculiari dell’Egitto sono quelle della mummificazione e della fabbricazione del papiro.

    E’ questa la base materiale di conoscenze su cui potranno contare le civiltà che seguiranno.

LA COSMOLOGIA

    Naturalmente parlo qui di come era concepito il mondo dalle civiltà delle quali mi sto occupando. Per farlo sgombro subito il campo da ogni riferimento ad una fisica o a qualche prova almeno empirica. Si tratta di mito, di spiegazioni con grande attinenza con la religione, con la magia, con l’ignoto. Come vedremo anche l’astronomia avrà questi caratteri ma si distinguerà per alcuni dati sperimentali ed esplicativi che inizieranno la comprensione del funzionamento del cielo. Le cosmologie egizie e mesopotamiche(7), al di là delle loro rappresentazioni nei disegni o ricostruzioni che riporterò, sono simili come simili sono anche quelle di altri popoli dell’epoca, come ad esempio l’ebraico che fornì una sua cosmologia nella Bibbia.

    Iniziando dalla Mesopotamia, disponiamo di una tavoletta d’argilla (BM 92687 al British Museum di Londra) che riporta un disegno delle diffuse credenze cosmologiche databile intorno alla prima metà del 1° millennio a.C. (copia di un’altra dell’800 o 700 a.C.). Nella prima delle figure seguenti vi è la foto della tavoletta, nella seconda una ricostruzione grafica del contenuto dell’intera tavoletta.

                      (a)                                                           (b)

Da Ludovico Geymonat (diretta da) – Storia del pensiero filosofico e scientifico – Garzanti 1970

Nella figura seguente vi è spiegato quanto visto in modo più comprensibile, così come realizzato da S. Kramer (citato da Pichot) in base a testi decifrati su tavolette d’argilla. Si tratta di una cosmologia che accomuna l’intero mondo antico: al centro dell’universo, chiuso e limitato, vi è la terra che è circondata dal mare; sopra la terra vi è l’aria ed il cielo con gli astri e tutti i fenomeni metereologici; sotto la terra vi è l’inferno (non specificato in senso biblico e cristiano); l’intero universo è contenuto in un mare primordiale, quindi da acqua che in qualche modo è quella che dà vita al tutto. Occorre sottolineare che anche in Omero (XII secolo a.C.) l’origine di tutte le cose è l’Oceano (si tenga presente ciò perché, più oltre, lo ritroveremo in Talete).

(c)

Da André Pichot – La nascita della scienza – Dedalo 1993

    Cerchiamo di capire più in dettaglio questa descrizione dell’universo. Intanto, riferendoci alla figura (c), quel mare primordiale che circonda il tutto, verosimilmente nasceva dall’incessante caduta della pioggia dal cielo e si può ricollegare senza sforzo al mito del diluvio che ebbe proprio origine in Mesopotamia. Vi è poi la cupola che racchiude il cielo. Essa sembrerebbe essere la volta celeste con le sue stelle che, i mesopotamici lo sapevano bene, ruota incessantemente intorno alla Terra ed al Polo Nord celeste (il tramonto di stelle e costellazioni è pensato come un momentaneo occultamento da parte di montagne terrestri. Inoltre, ricorda Pichot, che la rigidità di una cupola è in qualche modo legata al fatto che sia in Egitto che in Mesopotamia il ferro veniva denominato metallo celeste. Riferendoci alla figura (b), non deve stupire che, nella tavoletta, il centro del mondo sia Babilonia; gli eventi politici ed economici avevano reso Babilonia la città più fiorente del mondo conosciuto e, alla data della tavoletta, essa aveva rimpiazzato la Nippur sumera. Intorno a Babilonia vi erano le terre note, l’Assiria, l’Armenia (Urartu), lo Yemen (Habban). Si notano inoltre, le montagne, delle paludi ed un canale che è legato al Fiume Amaro. Ciò che è indicato come Fiume Amaro, dovrebbe essere l’oceano o mare primordiale. Le aree triangolari, al di là dell’ultimo circolo, rappresentano le regioni lontane ed inesplorate. Tali regioni (chiamate isole, in quanto si trovano al di là del mare primordiale) sono localizzate nelle direzioni indicate rispetto a Babilonia. Esse (meno le prime due perché la tavoletta è rovinata) sono descritte sul retro della tavoletta in modo che fa intendere la scarsa conoscenza di esse da parte di Babilonia. L’Egitto dà maggiori particolari mitologici. Il giorno della creazione, il dio Shu sollevò il rigido soffitto celeste fino a farlo diventare una cupola che racchiudeva l’universo. Su questa cupola iniziarono a scorrere le acque (del Nilo superiore) che alimentano da ogni parte la Terra e che sgorgano dalle montagne circostanti l’universo medesimo. I pianeti e tutti gli astri navigano con i loro battelli su queste acque superiori, inseguendo Orione. Le stelle erano dei lampadari appesi al soffitto rigido ed erano accese da un dio per illuminare la Terra.

    Gli dei che presiedono questo universo sono diversi(8) ed organizzati gerarchicamente (alcuni sono indicati nella figura precedente). Il dio An è il più potente della triade cosmica divina che si completa con En-lil ed En-ki. An presiede il cielo, la regione tra terra e cielo (l’aria) è dominio di En-lil mentre En-ki domina la terra con le acque della terra (per distinguerle da quelle del cielo). A questa triade se ne associa una seconda, quella degli dei degli astri: il dio Nanna rappresenta la Luna, il dio Utu il Sole e la dea Innin la stella Venere che è anche e maggiormente intesa come dea della terra madre, della fecondità. E fin qui per ciò che riguarda gli dei superiori (che poi hanno parentele e comportamenti umani). Ad essi si devono associare gli dei inferiori, quelli buoni che proteggono la vita quotidiana degli esseri viventi e quelli malvagi, spesso legati a defunti vaganti, che vivono in tombe, nelle tenebre, nei deserti. Contro di essi l’unica risorsa è la magia e la divinazione (per capire prima e cercare di difendersi) che i sacerdoti amministrano proficuamente e saggiamente. Il mondo sotterraneo era dominio di Kur, la montagna cosmica informe, che sputava pietre il capo delle quali era il rame chiamato U (verde come l’erba). Come si può apprezzare siamo di fronte al mito, all’alba della ragione umana che è giovane e non conosce molte cose della natura che interpreta in senso magico, metafisico, ancora con grande paura.

    Il disegno che segue, riferito alla cosmologia egizia, sembra del tutto diverso ma rappresenta la stessa cosa. Si tratta di un dipinto che, in differenti varianti, troviamo in molti templi e tombe egiziane (la variante successiva è più chiara nel descrivere alcuni dettagli). La donna arcuata, la dea del Cielo Nut, rappresenta il cielo (nella figura immediatamente seguente vi sono anche disegnate le stelle). Nut, il cielo, è sostenuta dal dio dell’Aria, Shu. Sdraiato in basso vi è il dio della Terra, Geb. Il dio sulla destra è Thot che, tra l’altro, rappresenta la Luna (in talune rappresentazioni si vede una feroce scrofa che ad intervalli regolari di un mese divora il dio Luna che regolarmente risorge e torna a crescere). Sopra al cielo vi è il battello del Sole che, idealmente, viaggia nell’acqua del Nilo superiore. Il Nilo superiore, come sembra dirci il disegno, scorrerebbe lungo lo Zodiaco (via lattea ?)dove fluttuano gli astri mobili (Sole, Luna, pianeti).

    La cosmogonia ci racconta del dio Atum che generò Shu e Tefnet, cioè l’aria e l’umidità. Questi due dei generarono a loro volta Geb e Nut, cioè il dio della Terra e la dea del cielo oltre a svariati altri dei come Iside, Osiride, … E’ rilevante notare che la creazione di Atum sarebbe avvenuta attraverso la parola, e cioè il logos che si fece carne. Dalla sua bocca sarebbero nati Shu e Tefnet che si prestano anche ad un gioco di parole, poiché shu vuol dire espettorazione e tefnet vuol dire sputo. In questo mondo gli uomini sarebbero stati creati da un dio vasaio, tramite argilla.

Da André Pichot – La nascita della scienza – Dedalo 1993

Da www.regenerating-universe.org/Chinesebelief.htm

    Il disegno seguente è la ricostruzione schematica fatta da G. Schiapparelli, del mondo biblico(9): ABC rappresenta il cielo superiore; ADC il contorno dell’abisso; AEC il piano della terra e dei mari; in GHG vi è il firmamento o cielo inferiore; in KK i depositi dei venti; in LL i depositi delle acque superiori (piogge), della neve e della grandine; M è lo spazio occupato dall’aria dove corrono le nubi; in NN abbiamo le acque del grande abisso che alimentano in xxx le fonti, i fiumi ed i mari (Dio… separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque che son sopra il firmamento – Genesi 1, 7); PP è la zona del limbo mentre Q, la sua parte inferiore è l’inferno vero e proprio.

Da Giovanni V. Schiaparelli – L’astronomia nell’Antico Testamento – U. Hoepli  1903

    Il disegno che segue rappresenta in modo più fantasioso quanto rappresentato precedentemente. E’ un disegno che include la Dimora di Dio e fa vedere che la trerra è una piattaforma galleggiante sorretta da colonne lungo la circonferenza (Gerusalemme, la Cupola, al centro della terra, in posizione perpendicolare con la dimora di Dio). C’è comunque da dire che il popolo ebraico dedicò poco tempo a questioni astronomiche (il loro riferimento è comunque babilonese e non egizio). Per tale popolo il dio è onnipotente ed è inutile ricercare leggi naturali laddove  la mutevole volontà del creatore può cambiarle a piacimento in ogni istante(10).

   Si può facilmente apprezzare che, a parte qualche dettaglio, si tratta sostanzialmente delle stesse cosmologie, tutte frutto di una visione ingenua della realtà, utili per situare il mondo e fornire una qualche spiegazione per alcuni fenomeni in esso occorrenti. Inoltre, come è ben chiaro nelle ultime due cosmologie (ma anche nell’altra, a ben guardare la ricostruzione della tavoletta d’argilla), vi è spazio per situare gli dei ed ogni metafisica.
 

ASTRONOMIA

    “Lo spettacolo del cielo dovette richiamare in tutti i tempi l’attenzione degli uomini, soprattutto in quei felici climi dove la serenità dell’aria invita all’osservazione degli astri. Occorreva, pei bisogni dell’agricoltura, distinguere le stagioni e fìssarne il ritorno; e non si tardò a riconoscere che la levata e il tramonto delle stelle principali, nel momento in cui s’immergono nei raggi del sole, o quando ne emergono, potevano prestarsi all’uopo. Perciò questo genere d’osservazioni rimonta, presso tutti i popoli, a tempi in cui si perdono le loro stesse origini. Ma non bastano poche grossolane constatazioni sul sorgere e il calare delle stelle per formare una scienza; l’Astronomia non ebbe principio che nel momento in cui, attuato il confronto con le osservazioni anteriori, e portato lo studio dei moti celesti ad una cura mai prima raggiunta, si cercò di determinare le leggi di tali movimenti. Quello del sole, lungo un’orbita inclinata rispetto all’equatore, il moto della luna, la cagione delle sue fasi e delle sue eclissi, la conoscenza dei pianeti e delle loro rivoluzioni, la sfericità della terra e la sua misura, furono l’oggetto probabile dell’antica Astronomia; ma gli scarsi documenti che ne restano sono insufficienti per fìssarne l’epoca e l’estensione. Possiamo soltanto giudicare dell’alta sua antichità per via dei cicli astronomici che ci furono tramandati, per qualche giusta cognizione dei Caldei e degli Egizi sul sistema del mondo e per l’esatto rapporto di parecchie misure antichissime con la circonferenza della terra. Tale è stata la vicenda delle cose umane, che l’invenzione delle arti, tra cui la stampa, capaci di trasmettere alla posterità in modo durabile gli avvenimenti dei secoli passati, essendo relativamente moderna, si è interamente cancellato il ricordo dei primi inventori. Grandi popoli, i cui nomi sono appena conosciuti dalla storia, scomparvero dal suolo che abitavano; i loro annali, la loro lingua, le loro stesse città, tutto fu annientato e dei monumenti della scienza e dell’industria loro non è rimasta che una tradizione confusa e qualche sparso frammento la cui origine è incerta.

    Sembra che l’Astronomia pratica dei primi tempi si limitasse alle osservazioni sulla levata e il tramonto eliaco [quando alle prime luci dell’alba si può ancora individuare una certa stella, si parla di sua levata eliaca, ndr] delle stelle principali, alle loro occultazioni per opera della luna e dei pianeti ed alle eclissi. Il percorso del sole era seguito per mezzo delle stelle offuscate dalla luce del crepuscolo e forse pure mediante le variazioni dell’ombra meridiana dello gnomone; si determinava il movimento dei pianeti osservando le stelle a cui s’avvicinavano nel loro corso. Per riconoscere tutti questi astri e i loro movimenti si divise il cielo in costellazioni e la zona celeste, detta Zodiaco, da cui il sole, la luna e i pianeti non si scostano mai, fu distinta nelle dodici costellazioni seguenti: Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione, Sagittario, Capricorno, Acquario, Pesci. Furono chiamati segni, perché servivano a distinguere le stagioni; così l’entrata del sole nel segno dell’Ariete coincideva, ai tempi di Ipparco, con l’origine della primavera; quest’astro percorreva in seguito il Toro, i Gemelli, il Cancro, ecc.; ma il movimento retrogrado degli equinozi cambiò questa marcia delle stagioni e poiché gli osservatori, abituati a far coincidere l’inizio della primavera con l’entrata del sole nell’ Ariete, continuavano a designarla con tal mezzo, si finì col fare due cose distinte delle costellazioni e dei segni dello Zodiaco; i quali non furono più che un oggetto ideale, proprio a rappresentare i movimenti del Sole. Ora, che si cerca di giungere dovunque alle nozioni ed espressioni più semplici, si propende a tenere in non cale lo Zodiaco ed a segnare la posizione degli astri sull’eclittica mediante la loro distanza dall’equinozio.

    Qualcuno dei nomi dati alle costellazioni dello Zodiaco sembrano suggeriti dai movimenti del sole; il Cancro, per esempio, indica la retrogradazione di quell’astro al solstizio; la Bilancia designa l’eguaglianza dei giorni e delle notti all’equinozio; altri nomi paiono riferirsi all’agricoltura ed al clima dei popoli presso i quali lo Zodiaco venne in uso.

    Le più antiche osservazioni che ci siano pervenute, con dettagli sufficienti per interessare gli astronomi, sono tre eclissi di luna, osservate a Babilonia negli anni 719 e 720 a.C. Tolomeo, che ne riferisce, se ne serve per determinare il moto medio della luna. Senza dubbio, Ipparco e lui non ne conoscevano di più antiche, abbastanza precise per essere adoperate in tale determinazione, la cui esattezza è proporzionale all’intervallo che separa le osservazioni estreme. Questa considerazione attenua in noi il rammarico per la perdita dei diciannove secoli d’osservazioni che i Caldei, se crediamo a Simplicio, vantavano ai tempi di Alessandro e che Aristotile si fece comunicare per l’intromissione di Callistene”.

    Questo lungo brano è la prima parte di un capitolo del Sistema del Mondo (1796) di Pierre Simon de Laplace. Si tratta di un Compendio di storia dell’astronomia che ben descrive le problematiche che si posero ai primi metodici osservatori del cielo. Ed il problema non è banale se solo, chi non l’ha mai fatto, decide di guardare in alto e capire qualcosa. La questioni che si ponevano allora (come ora, per chi volesse iniziare) sono le seguenti: la volta celeste si muove ? Le distanze relative tra gli astri si mantengono ? Come si distinguono i pianeti dalle stelle ? Vi sono delle regolarità ? Vi sono dei moti speciali che abbiano una qualche rilevanza per la nostra vita quotidiana ? E’ possibile orientarsi con il cielo ? Che legame ha il cielo con la misura del trascorrere del tempo ? Dove va a finire il Sole quando tramonta ? Chiunque (pastori, agricoltori, astrologi, naviganti, …) in passato, dopo aver osservato la rassicurante regolarità che faceva tornare il sole dopo una lunga notte, dopo aver osservato il ciclo della luna ripetersi, quando si sia soffermato a guardare  il cielo ha dapprima visto una moltitudine disordinata di punti luminosi e la prima cosa che ha fatto è stata proprio il cercare o formare un qualche ordine da quel disordine. Probabilmente si sono cercati nel cielo quegli astri che disegnassero un qualcosa, che, alla fantasia dell’osservatore, ricordassero una qualche figura. Era anche un modo per comunicare ad altri dove si stava guardando e cosa. Probabilmente in questo modo sono state individuate le prime costellazioni, gruppi di stelle che appunto disegnavano nel cielo qualcosa di riconoscibile(11). Intanto per trovare sempre quei gruppi di stelle occorreva essere

Una delle due tavolette dette Mulapin (dal nome della prima costellazione dell’anno nota oggi come Triangolo). Essa risale a circa il 700 a.C. e riporta il nome di varie costellazioni e di varie posizioni relative di Luna, Sole e pianeti rispetto a tali costellazioni(12)

convinti e constatare giorno dopo giorno che quelle stelle mantenevano la loro distanza relativa e questa già era una conquista. In altre situazioni alcune stelle che in un dato momento erano osservate vicino ad una certo gruppo noto di stelle, risultavano essersi mosse, aver cioè variato la loro distanza relativa rispetto a quelle stelle note. Era questa la scoperta di corpi celesti che non seguivano lo stesso moto di tutti gli altri astri, i pianeti. Insomma, piano piano un qualche ordine veniva fuori. E come facciamo noi a capire queste cose se non abbiamo documenti tanto antichi e se solo abbiamo svariate tavolette mesopotamiche e pochi documenti egizi ? Siamo aiutati ad una ricostruzione razionale dalle popolazioni ancora oggi primitive, dal loro modo di guardare il cielo, di interpretarlo, di spiegarlo, mescolando miti di astri con vita di dei e con comportamenti animali. Il primitivo è legato al fato, dominato dalle emozioni, pieno di paure dell’ignoto, lontano un’immensità da ciò che noi sappiamo essere ragione. Seguendo il primitivo si coglie bene il nesso tra miti, paure umane e religione. Ogni cosa ignota è un  potere occulto, un dio. Ogni avversità è conseguenza del cattivo comportamento. La morte e l’immensità del cielo dovevano avere dei legami. Si affida la persona cara all’immensità, non la si vuole perdere. Allo stesso modo si assegnano proprietà umane ad animali e cose. Gli astri si comportano come uomini ma sono superiori agli uomini. La paura è la dea incontrastata alla quale si cerca di far fronte con invenzioni mitologiche che oggi diremmo fanciullesche. In un tale ambiente i fenomeni astronomici e metereologici sono grandiosi e incontrollabili. Un grande astronomo ed un grande umanista come Couderc racconta:

[Tali fenomeni] sono per il primitivo sorgente di profonde emozioni. Il tuono, i lampi, le grandi piogge che portano l’inondazione, sembrano le manifestazioni d’una collera celeste. La notte improvvisa delle eclissi di Sole genera terrore. Lo spiegarsi d’una cometa sembra una minaccia di vendetta contro gli umani.

Così si stabilì la nozione di potenza celeste, di forze sovrane agenti dall’alto. Alla moltitudine delle forze cosmiche l’immaginazione degli antichi ha fatto corrispondere una folla di figure mitiche e popolato il cielo di eroi o di giganti più o meno gerarchicamente ordinati, di animali familiari o di leggendari mostri, dei quali lo Zoo delle costellazioni ha portato fino a noi varie vestigia. Anche i fenomeni regolari, ma impressionanti, il levarsi ed il coricarsi del Sole e della Luna. le fasi della Luna, dipendono da divinità che sono l’astro o lo dirigono in permanenza. Ogni astro è supposto vivo, ed è l’oggetto d’un culto. Si adorano le pietre cadute dal cielo.

Il bisogno di unità, l’esistenza d’un capo nella tribù, ha generato spontaneamente la nozione d’un essere supremo che comanderebbe a tutti gli altri ? La questione non è risolta, ma il fatto è reale, universale: il dio unico dei monoteisti, non appena appare, fa parte del cielo. I capi dei popoli ne deriveranno la loro autorità: l’imperatore della Cina sarà « Figlio del Cielo».

Là dove si afferma la nozione d’un essere supremo, i fenomeni meteorologici ed astronomici gli sono collegati ben spesso con molta poesia: egli unifica la loro molteplicità. Le stelle sono i suoi innumerevoli occhi, la luce è il suo sguardo, i lampi scaturiscono dalle sue pupille, il tuono è la sua voce, il vento il suo soffio, la rugiada le sue lacrime, l’azzurro è il suo velo, il silenzio notturno esprime la sua benevolenza, l’aurora polare è un incendio da lui acceso.

Per i primitivi il cielo è un altro mondo al di sopra della Terra; come la Terra, esso possiede praterie, una fauna  ed una flora, ma questa fauna e questa flora sono mostruose: i suoi abitanti sono gli spiriti, gli esseri supremi (spingendo a fondo l’analogia con la Terra, il primitivo immagina spesso che il cielo possieda, a sua volta, un altro cielo).

Il cielo è molto vicino: la sua distanza è piccola rispetto alle dimensioni che si attribuiscono al continente; i miti di tutti i paesi hanno in comune l’idea che il cielo fosse altra volta ben più vicino e propongono spiegazioni per il suo sollevamento originario: dei giganti hanno alzato il cielo sulle loro spalle – un serpente s’è drizzato sollevandolo sui suoi anelli – delle piante, crescendo, l’hanno rialzato. Questi abbozzi di spiegazioni – miti d’origine, di genesi – soddisfano tra i primitivi un bisogno che corrisponde, tra noi, alla curiosità scientifica. Alcune di queste fantasie intellettuali, senza religiosità o aventi la tendenza a liberarsene, fanno già pensare, nonostante la loro puerilità, alle teorie non emotive che, nel popolo greco, liberarono dal mito l’astronomia offrendo il cielo alle indagini obiettive della scienza.
 

La storia si basa su documenti e, per quanto si possano fare illazioni (con una qualche giustificazione di tipo induttivo), i primi documenti di cui disponiamo (negli ambiti della nostra cultura) sono quelli mesopotamici ed egizi. La tabella seguente situa gli avvenimenti nelle zone geografiche di cui mi sto occupando


E veniamo allora a quanto storicamente è accertato del sapere astronomico delle popolazioni mesopotamiche ed egizie.

STRUMENTI DELL’ASTRONOMIA

     Ogni osservazione non ingenua del mondo che ci circonda deve prescindere dalle momentanee sensazioni e dare risultati il più possibile oggettivi. Ciò è possibile solo se si hanno a disposizione degli strumenti che ripetano nel tempo le loro caratteristiche di giustezza. Gli strumenti di cui si disponeva nell’antichità precalassica, come ausilio alle osservazioni astronomiche, erano: lo gnomone, il polos (solo mesopotamico), la clessidra, l’alidada ed il compasso. Lo gnomone era una semplice asta verticale che veniva piantata in terra che, dalla sua ombra,

Principio di funzionamento dello gnomone

Gnomone egiziano

forniva la posizione del sole (una sorta di orologio solare). Il polos è qualcosa di molto più raffinato. Questo strumentoconsiste in una mezza sfera scavata nel suolo o in un blocco di pietra; un globo, portato da un’asta o sospeso ad una

catena, è fisso al centro della sfera. L’ombra del globo sulle pareti della cavità è l’immagine del Sole sulla volta celeste. Quest’ombra gira uniformemente, e si può graduare l’apparecchio una volta per tutte: la graduazione è valida qualunque sia la stagione, contrariamente allo gnomone. La clessidra, orologio ad acqua (da non confondersi con il sabbiere, orologio a sabbia, conosciuto oggi come clessidra ma introdotto posteriormente in Grecia), serviva per la misura di tempi

Principio di funzionamento di una clessidra ad acqua

Clessidra ad acqua egizia del XV – XIV secolo a.C. trovata a Karnak. Museo del Cairo. Si tratta del vaso inferiore che, ha vari segni che indicano il livello dell’acqua.

brevi (per altri tempi vi era la posizione del sole nel giorno o il numero dei giorni). Lo strumento era basato sulla caduta d’acqua da un recipiente ad uno sottostante: la quantità d’acqua caduta è proporzionale al tempo, se questo è sufficientemente breve. La clessidra, fatto di notevole importanza, poteva segnare il tempo anche la notte e perfino l’ora se si tarava con il tramontare e sorgere del Sole o di certe stelle. L’alidada è un righello di legno (con un altro, disposto a croce, per l’impugnatura) che serve a puntare la direzione in cui si trova un qualunque

oggetto ed in particolare una stella in cielo. Legando insieme, in modo articolato, due alidade ad un estremo si dispone di un compasso. Con tale strumento, a cui si può connettere un cerchio graduato, è possibile risalire all’angolo tra due direzioni (ad esempio tra quella del piano del punto d’osservazione e quella a cui si trova una stella), in tal caso si ha un compasso.

Un compasso. Una delle sue aste si punta verso la stella mentre l’altra si mantiene su di un piano orizzontale. Si individua così, nell’arco graduato, l’angolo sotto il quale si individua la data stella.

Altri strumenti di cui disposero gli antichi astronomi furono: fili a piombo (per la verticale del luogo), livelle ad acqua (per determinare il piano orizzontale del punto d’osservazione), specchi di metallo, viti, leve, argani e pulegge (queste ultimi essendo strumenti per un’astronomia ricca che si serviva di grandi apparati che dovevano essere manovrati).

    Da ultimo, poiché i fatti del cielo, come vedremo, erano ritenuti di grande importanza per il Paese e per il re, furono costruite molte torri d’osservazione a lato dei templi. Una di esse, a Babilonia, era alta 91 metri.

ASTRONOMIA MESOPOTAMICA

    In Mesopotamia l’astronomia progredì molto, di più che non in Egitto, se ci riferiamo ai documenti di cui disponiamo. In accordo con quanto detto, da un lato l’astronomia doveva rispondere ad esigenze pratiche, dall’altro era inscindibile dalla sua interpretazione mitica, mistica e metafisica, l’astrologia.

     Nel lavoro sulla matematica in Mesopotamia, ho già detto che scavi archeologici iniziati nel 1888 a Nippur (l’attuale Nuffar)  hanno portato alla luce oltre 50 mila tavolette mentre quelli iniziati intorno al 1840 a Ninive hanno portato addirittura alla luce l’intera biblioteca di Assurbanipal costituita da 25000 tavolette, senza contare le centinaia di tavolette trovate ad Uruk e risalenti a circa il 5000 a.C.. In totale si dispone di circa 500 mila tavolette delle quali solo un millesimo è di natura matematica e delle quali sono poche sono state decifrate. Tra queste tavolette alcune sono di carattere astronomico-astrologico. Tra l’altro, nel lavoro suddetto, avevo osservato che la conoscenza approfondita del cielo mentre da una parte discendeva  da esigenze di misurazioni del tempo legate all’agricoltura dall’altra apriva la strada a pratiche magiche e divinatorie che, se esercitate da sacerdoti, erano legalmente accettate come pratiche ufficiali di tipo religioso (il fine era la cura per il maggior benessere dei cittadini). A loro volta tali pratiche, eseguite meticolosamente e catalogate, rappresentavano una raccolta di dati dell’esperienza che, a lungo andare, aiutò la scienza nel suo sviluppo. L’astrologia invece apparve, come spesso accade, nell’epoca del declino dei popoli mesopotamici. Ed infatti le tavolette di cui disponiamo, pochissime e difficili da datare, non sono quasi mai anteriori al 1° millennio a.C.. Sono invece oltre 300 quelle databili intorno al 650 a.C. e pubblicate intorno al 1950 (13). Nelle più antiche trovate a Ninive abbiamo un vero e proprio trattato di astrologia con la descrizione, importante, delle costellazioni al loro sorgere e delle conseguenze che ne derivano per il sovrano ed il paese. Anche le eclissi di Sole, che non però venivano predette ma solo subite, comportavano l’annuncio di particolari avvenimenti che sarebbero dovuti accadere, ebbene disponiamo anche di tali tavolette. Dalle tavolette più recenti, anche se descrivono conoscenze anteriori, e più abbondanti possiamo dedurre l’insieme delle conoscenze astronomiche di quei popoli.

    La terra era considerata come punto d’osservazione e neppure pensata come pianeta. Era un dato empirico e basta. Dalla terra si vede il cielo che gira intorno. Anche il Sole lo fa trovandosi, a seconda delle stagioni, ad altezze differenti e seguendo un cammino che oggi diremmo coincidente con l’eclittica. Si vedono poi i pianeti (quelli che oggi conosciamo come Venere, Marte, Giove, Saturno) che vagano in modo diverso dai moti regolari di stelle, Sole e Luna che però presenta delle fasi. Con gli strumenti a disposizione si tentò di mettere ordine in tutto ciò. Per farlo hanno iniziato con il suddividere la via che il Sole percorre nel cielo delle stelle fisse in dodici archi uguali di 30° (il totale fa 360° e ricordo che la base del sistema di numerazione in Mesopotamia era 60). In ciascuno di tali archi hanno sistemato una costellazione di modo che così hanno costituito lo Zodiaco (abbiamo tavolette del XII secolo a.C. che riportano i segni zodiacali del Toro, dello Sciorpione, del Leone e del Capricorno. Resta comunque un mistero l’associazione di tali figure con le costellazioni che rappresentano(11). Occorre attendere il 538 a.C.,tavoletta di Cambise, per avere un documento che menziona le 12 costellazioni con i nomi che ancora oggi conservano). Le costellazioni costruite dai mesopotamici furono via via più numerose. Disponiamo di antiche tavolette che ne citano 17 nella fascia equatoriale (via d’Anu), 23 nella zona boreale (via d’Enlil) e 12 nella zona australe (via d’Ea), dove Anu, Enlil ed Ea erano gli dei rispettivamente del cielo, della terra e delle acque. Con il riferimento dello Zodiaco si trattava solo (!) di rendere conto della posizione e del moto di Sole, Luna e pianeti. Di queste osservazioni, in diverse ore ed in diversi giorni ed in diversi periodi dell’anno, ne fecero moltissime e regolarmente le annotarono. Partendo da qui si tentò di capire se vi fossero delle regolarità, dei cicli per mettere a punto metodi di calcolo per la posizione, velocità, e moto degli astri. Si calcolarono effemeridi astronomiche perpetue, si costruirono configurazioni celesti. Anche l’orientamento era ben noto a partire da circa il 3000 a.C. come mostrano alcune tavolette in cui si nominano i punti cardinali (a riprova di ciò anche i monumenti avevano sempre precise orientazioni dei loro angoli rivolti sempre verso i punti cardinali). Sembrerebbe l’inizio dell’astronomia scientifica ma non lo è perché ne mancano tutti i presupposti. Vi sono calcoli aritmetici abbastanza a approssimati ma non si capisce qual è il modello geometrico del moto degli astri. Non si cercano spiegazioni del moto e non ci si chiede la natura degli astri. Non si dice mai che essi hanno per traiettoria una circonferenza pagando forse la loro minore abilità in geometria. Questa astronomia è pura astronomia di posizione o eclittica. Si indicavano le coordinate eclittiche di qualche stella presa come riferimento base e poi si indicava di quanto, in latitudine e longitudine, si discostasse la posizione dell’astro la cui posizione interessava conoscere. Serve per tentare di predire dei fenomeni astronomici e per fini astrologici. Di più: essa nasce dalle esigenze dell’astrologia, dal volere determinare con precisione sempre maggiore la posizione degli dèi astri (ed i pianeti come rappresentanti della divinità) in determinati momenti al fine di tentare la comprensione delle loro volontà e quindi dei loro influssi sugli uomini.

ASTROLOGIA MESOPOTAMICA

     L’astrologia è una manifestazione dell’infanzia dell’uomo, come la magia, l’alchimia, la religione. In ogni caso vi è il rifiuto di accettare la debolezza dell’uomo, tentando di difenderlo e fortificarlo o prevedendo o proteggendolo o dannandolo o affidandolo ad una vita eterna. L’astrologia è la tipica manifestazione naturale di una mentalità ancora incapace di distinguere  fra coincidenze costanti e connessioni causali: una volta note alcune regolarità del cielo, un’osservazione ingenua crede che vi siano degli influssi degli astri sul comportamento degli uomini(14). In Mesopotamia l’astrologia, come la magia, era presente nella cultura del Paese ed era una istituzione ufficiale che aveva un carattere prettamente religioso ed affidato a sacerdoti, esorcisti o incantatori che officiavano in nome degli dei. In linea di principio le sorti che si volevano divinare erano quelle del Paese ed al massimo quelle del re. Ma, con il tempo, alcuni ricchi vollero delle previsioni private … L’astrologia, ancora oggi, funziona su pratiche messe a punto in Mesopotamia. E non è chiaro il come particolarmente questo popolo abbia potuto pensare ad influenze astrali sul comportamento umano. Di certo si sa che gli astri erano considerati come dèi ed in tal senso il loro comportamento astronomico poteva dare un qualche indizio sulla loro disponibilità verso le loro creature. Vi è anche il fatto che le vicende astronomiche hanno legami stretti con le stagioni e che, lo abbiamo visto in cosmologia, si ritenevano le perturbazioni climatiche risiedere nel cielo, a fianco agli astri. Se ora si riflette si trova che astronomia e meteorologia potevano essere (e nei fatti lo erano) confuse. Se aggiungiamo che la meteorologia ha una influenza fondamentale sull’agricoltura e quindi sulla principale fonte di alimentazione, possiamo capire perché si ritenesse che il cielo riguardasse il destino del Paese, del re e quindi dei singoli uomini. Ha infine una certa importanza il notare che lo studio degli astri era operazione riservata ai sacerdoti, di modo che, da tempi remoti, si instaurò uno stretto legame tra magia, superstizione e religione. Agli albori delle osservazioni celesti non esisteva ancora un calendario ed era di grande importanza l’annuncio dell’arrivo di una nuova stagione e con essi i momenti in cui seminare ed in cui sarebbero arrivate le grandi piogge o le grandi maree. Come si può apprezzare i principi da cui muoveva l’astrologia erano del tutto condivisibili. Il fatto è che si sono poi voluti estrapolare a tutte le vicende umane mettendo insieme le relazioni esistenti con alcune coincidenze. Ed i sacerdoti che praticavano queste previsioni non si peritarono mai di arginare il fenomeno ed anzi lo incoraggiarono a fini economici e di potere religioso, pubblico e politico. Tanto che, quando fu costruito un primo calendario all’epoca di Hammurabi, le loro pratiche divinatorie continuarono.

        Questa concezione magica del cielo, legata alla mistica dei numeri della quale ho accennato nel lavoro sulla matematica in Mesopotamia, impedì di razionalizzare i fenomeni e di entrare nella comprensione di essi. La concezione pratica dell’astronomia la rese solo di posizione, con descrizioni aritmetiche dei fenomeni senza che ci si ponessero domande sulla natura geometrica di essi, l’unica cosa che interessava era infatti la posizione relativa di astri e costellazioni. Si può tranquillamente dire che non abbiamo a che fare con nulla di scientifico anche se la mole di osservazioni(15) costituiranno le fondamenta dell’astronomia greca (che, purtroppo, manterrà i caratteri astrologici con qualche modifica di rilievo).

IL CALENDARIO MESOPOTAMICO

    La necessità di un calendario è imposta dalla vita economica, dall’amministrazione (pagamento tasse), dall’astrologia, dalla mistica dei numeri e soprattutto dall’agricoltura. Oltre a questi aspetti il calendario era importante per festeggiare al tempo giusto delle ricorrenze e per capire con compiutezza il volere degli dèi (la divinazione era basata sul momento dell’anno in cui era fatta). Come accennato, fu Hammurabi (circa 2000 a.C.) che attuò una riforma del calendario facendo in modo che i nomi dei 12 mesi babilonesi fossero adottati in tutto l’impero.

Zodiaco di Dendera
I simboli delle costellazioni che compaiono nello Zodiaco di Dendera

    Il calendario babilonese è basato sul ciclo lunare che è di 29,5 giorni. Di fatto si alternavano mesi di 29 e di 30 giorni con un anno di soli 354 giorni. La mancanza di 11 giorni ed un quarto ai 365 giorni (un mese ogni tre anni) fa capire le grandi difficoltà che si dovettero superare per accordare l’anno così pensato con quello solare medio che è quello che individua le stagioni. La cosa fu superata con il raddoppio, una tantum, di un dato mese per decreto del re su indicazione dei sacerdoti. Questo provvedimento fu iniziato da Hammurabi che fornì anche i criteri per individuare il momento di raddoppiare un mese (la cosa risultò regolata male poiché non fu stabilita alcuna cadenza, tanto che si dovettero intercalare i mesi per due anni consecutivi, il 537 ed il 536, e solo nel 533 venne codificato l’intercalare regolare dei mesi con 7 intercalazioni in 19 anni).

     L’anno comunque inizia con il novilunio che segue l’equinozio di primavera. Ciò fa subito intendere come astronomia e calendario siano strettamente collegati e quanto fosse importante misurare con precisione sia gli equinozi che le fasi lunari. Vi era poi una scansione del tempo in settimane, appunto, di 7 giorni. E quel 7 era di discendenza numerologica(16). Infatti il 7 è un numero nefasto, che fa paura ed allora la scansione di 7 giorni fa sì che si lavori per 6 ed il settimo non si faccia nulla, ad evitare guai (altro che giorno dedicato al Signore !). I giorni della settimana, ancora oggi, sono rimasti quelli dei pianeti noti in mesopotamia anche se con denominazioni differenti (Marte, Mercurio, Giove, Venere, Saturno) e della Luna (Lunedì). Oggi abbiamo la domenica che è di derivazione ebraico-cristiana, “giorno del signore” (dies dominicus) ma in origine era “giorno del Sole” come ancora è nella lingua inglese (sunday).

Per cogliere bene le affinità tra questo zodiaco e quelli babilonesi, ci si soffermi sul Sagittario e quanto di poco egizio esso abbia. In proposito riporto di seguito due immagini di Sagittario, a sinistra quella babilonese (con due teste) a destra quella egiziana presente a Dendera.
Sembra evidente la discendenza della seconda dalla prima.

    Il giorno è poi diviso in 12 unità chiamate berū  ciascuna corrispondente a due nostre ore. In origine il giorno iniziava al sorgere del Sole. Poi si stabilì che iniziasse alla mezzanotte.

Lo stato del cielo al momento del levarsi eliaco di Sirio fu considerato come lo stato del mondo alla sua creazione. Erano Sothis ed Iside che avevano presieduto alla creazione inoltre, alla latitudine di Menfi, il levarsi eliaco di Sirio coincideva (quarto millennio a.C.) con l’inizio delle inondazioni del Nilo (in una iscrizione si legge: “La divina Sothis, la grande, la reggente, del principio dell’anno che fa crescere il Nilo al suo apparire”) che tanta parte ebbero nello sviluppo della civiltà egizia. La cosa fu notata dai sacerdoti perché quell’evento era sempre molto atteso ed il suo annuncio dava potere. Le inondazioni iniziavano a metà
giugno e duravano circa 100 giorni fino alla loro decrescita. Sothis annunciava tale piena mentre il Sole occupava la costellazione del Leone e quando ciò accadeva si annunciava l’inizio dei lavori agricoli, dato che non vi era aiuto da altri calendari(17). La regolarità del
fenomeno fece basare su di esso il calendario che dapprima (intorno al 4° millennio a.C.) risultò composto di 12 mesi di 30 giorni con una variabilità di 5 giorni che arbitrariamente poteva variare in rapporto alla piena del Nilo. Ciò venne successivamente sistemato
aggiungendo stabilmente 5 giorni (gli epagomeni) ad ogni anno. Mancavano 6 ore all’anno solare completo e, anche se fu Giulio Cesare ad introdurre l’anno bisestile, sembra che la cosa fosse già pensata in Egitto.
Altro riconoscimento che va agli egizi è la loro capacità di orientare perfettamente le pareti dei monumenti (templi o tombe) rispetto ai punti cardinali(18). Tale abilità risale al 3000 a.C. (ma forse è abilità dei soli architetti poiché il nord è normalmente indicato dalla direzione
dell’ombra di uno gnomone quando essa è la più breve nell’arco del giorno).
Ad ulteriore merito degli egizi vi è il fatto che le poche cose astronomiche che elaborarono sono prive di componenti astrologiche perché solo finalizzate alla misura del tempo. Solo in epoca tarda (periodo tolemaico) vi sono tracce di riferimenti astrologici. E’ certo che anche in Egitto gli dèi erano associati agli astri

Soffitto della Seconda tomba di Senemut (architetto di Hatshepsut, la donna faraone), la TT353, databile intorno al XV secolo a.C. E’ la più antica e completa rappresentazione del cielo sia australeche boreale che si conosca in Egitto. Nella parte alta si vedono i pianeti (Giove, Saturno, Mercurio eVenere) su delle piccole barche, guidati da Sothis ed Orione. Mella parte bassa vi è il disegno di ungrande orso che rappresenta l’Orsa Maggiore. Compare poi un calendario lunare ed altre costellazioni che non sono identificabili per essere state disegnate approssimativamente.

Figura che decora la tomba di Sethi I (XIII secolo a.C.). Si possono apprezzare dei disegni che simboleggiano delle costellazioni.

ma, probabilmente, come per la numerologia e l’algebra, la mancanza di credenze astrologichefu alla base del mancato sviluppo dell’astronomia. L’astronomia e non l’astrologia era alla base della misura del tempo, la cosa che veramente interessava in Egitto, oltre che per le vicende
delle inondazioni, per motivi religiosi, per la necessità che i sacerdoti avevano di ripetere determinati riti in determinati periodi e financo in determinate ore. Era quindi la regolarità che era cercata, più che i fenomeni sporadici e spettacolari che risultavano di maggiore interesse in Mesopotamia. Paradossalmente, la maggiore laicità esistente in Egitto, frena lo sviluppo delle pratiche prescientifiche che in Mesopotamia hanno molto maggiore sviluppo per l’imponente
intreccio tra astrologia, numeri e magia.


ASTRONOMIA, ASTROLOGIA E CALENDARIO IN EGITTO

    Per quanto manchevole fosse l’astronomia mesopotamica, ancora di più lo fu l’egiziana. Anche per il fatto che sono scarsissimi i documenti che ci informino delle loro conoscenze, a parte alcune iscrizioni in templi e tombe.

    Il cielo non era organizzato in costellazioni (solo alcune erano date come l’Orsa Maggiore che era in Egitto la Gamba di bue) ma solo rispetto ad alcune stelle, tra cui primeggia Sirio chiamata Sothis. Le osservazioni avevano come riferimento terrestre il piano dell’orizzonte e ciò qualifica l’intera astronomia egizia come primitiva. Alcune cose erano certamente note come ad esempio la distinzione tra stelle fisse e pianeti, chiamati stelle che non riposano mai. I pianeti noti erano quelli visibili ad occhio nudo: Giove (Hartapshitiu), Saturno (Harkahri), Marte (Harmakhis), Mercurio (Sovku), Venere (Duau al mattino e Bonu la sera e non si sa se gli egizi parlassero dello stesso pianeta). Ma oltre la distinzione suddetta nulla ci è noto di quanto gli egizi sapessero sui pianeti e sui loro moti.

    Vi è una immagine all’interno di un tempio, quella di Hathor a Dendera, che è stata oggetto di svariate speculazioni paranormali (come del resto la Grande Piramide di Giza), la quale riporta uno Zodiaco. E’ la sola mappa completa del cielo antico che abbiamo e risale ai primi secoli a.C. in Egitto. Esso mostra lo zodiaco classico circondato dalle altre costellazioni egizie, ma le figure non sono ancora quelle tipiche della tradizione greco-latina ma identiche alle pittografie delle pietre di confine mesopotamiche (kundurrus) risalenti a circa il 1350 a.C.. In definitiva lo zodiaco di Dendera può essere considerato una copia completa dello zodiaco mesopotamico (e su questo sono d’accordo tutti gli studiosi)

    Lo stato del cielo al momento del levarsi eliaco di Sirio fu considerato come lo stato del mondo alla sua creazione. Erano Sothis ed Iside che avevano presieduto alla creazione inoltre, alla latitudine di Menfi, il levarsi eliaco di Sirio coincideva (quarto millennio a.C.) con l’inizio delle inondazioni del Nilo (in una iscrizione si legge: “La divina Sothis, la grande, la reggente, del principio dell’anno che fa crescere il Nilo al suo apparire“) che tanta parte ebbero nello sviluppo della civiltà egizia. La cosa fu notata dai sacerdoti perché quell’evento era sempre molto atteso ed il suo annuncio dava potere. Le inondazioni iniziavano a metà giugno e duravano circa 100 giorni fino alla loro decrescita. Sothis annunciava tale piena mentre il Sole occupava la costellazione del Leone e quando ciò accadeva si annunciava l’inizio dei lavori agricoli, dato che non vi era aiuto da altri calendari(17). La regolarità del fenomeno fece basare su di esso il calendario che dapprima (intorno al 4° millennio a.C.) risultò composto di 12 mesi di 30 giorni con una variabilità di 5 giorni che arbitrariamente poteva variare in rapporto alla piena del Nilo. Ciò venne successivamente sistemato aggiungendo stabilmente 5 giorni (gli epagomeni) ad ogni anno. Mancavano 6 ore all’anno solare completo e, anche se fu Giulio Cesare ad introdurre l’anno bisestile, sembra che la cosa fosse già pensata in Egitto.

    Altro riconoscimento che va agli egizi è la loro capacità di orientare perfettamente le pareti dei monumenti (templi o tombe) rispetto ai punti cardinali(18). Tale abilità risale al 3000 a.C. (ma forse è abilità dei soli architetti poiché il nord è normalmente indicato dalla direzione dell’ombra di uno gnomone quando essa è la più breve nell’arco del giorno).

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

    Posso trarre alcune conclusioni, servendomi di quanto scrive Bernal:

Il retaggio che la civiltà primitiva lasciò ai posteri fu senza dubbio assai prezioso e valido, certo più importante di quel che le indagini archeologiche possano oggi attestare. Nello stesso tempo è vero che l’archeologo moderno sa molte cose, che gli uomini vissuti qualche secolo dopo quell’età non conobbero. Benché le fonti della cultura primitiva siano forse smarrite, tuttavia molti loro elementi validi vennero assimilati in modo inconsapevole. Quando quella cultura e quella pratica erano ancora vive potevano esser apprese e tramandate con la tradizione orale e con l’esempio. Ma solo una parte di esse poté essere assimilata dalle nuove civiltà, che avevano una struttura economica e sociale diversa. L’immenso patrimonio storico, poetico e letterario, accumulato in quel periodo, andò in gran parte smarrito insieme con i geroglifici e con la scrittura cuneiforme. Quel poco che ne è rimasto nella Bibbia vale ad attestare il grado di cultura raggiunto. La stessa dottrina dei sacerdoti scomparve. Le tecniche si conservarono meglio: e noi possediamo tuttora gli oggetti e gli strumenti della vita materiale di quel tempo.

    La scienza e le tecniche dell’età del ferro, e persino dei greci, attinsero in modo ampio e spesso inconsapevole alla scienza e alle tecniche del mondo antico. Ne abbiamo la prova concreta nelle tecniche seguite nella costruzione di oggetti materiali. Molte idee e scoperte sono state attribuite a filosofi greci solo perché furono i primi a esprimerle o comunque a sostenerle, ma ulteriori indagini hanno rivelato che l’origine di queste idee e scoperte andava ricercata in Egitto o in Mesopotamia. Del resto, non abbiamo fondati motivi per ritenere che i verdetti più recenti degli archeologi siano definitivi.

    Gli eredi della civiltà antica, gli uomini dell’età del ferro, non nutrivano dubbi sulla grandezza e sulla magnificenza degli imperi che avevano contribuito a distruggere. Un’eco della vita di quel tempo è rintracciabile nell’ Iliade e nell’Odissea, le cui storie sono intessute di saccheggi di città e di imprese piratesche. I poeti contrapposero alla loro dura esistenza e alla cultura del loro tempo la magnificenza, lo sfarzo, la bellezza e soprattutto la pace che regnavano nelle antiche città, Essi resero onore alla sapienza degli antichi e guardarono al passato come all’età dell’oro,
 


NOTE

(0)Per quanto seguirà può essere utile la lettura preliminare di Alcune questioni di matematica nell’antichità preclassica (Egitto e Mesopotamia).

(1) L’opera di Proclo è: In primum Euclidis elementorum librum commentarii.

(2) La Biblioteca era diretta dalla filosofa e matematica greca Ipazia, nota per la sua eloquenza e bellezza, che, dopo aver studiato ad Atene, teneva lezioni ad Alessandria su Platone, Aristotele, Diofanto, Apollonio e Tolomeo. In occasione della distruzione della biblioteca, Ipazia fu aggredita dalla folla dei cristiani che la fecero letteralmente a pezzi.

(3) In proposito vedi quanto ho scritto in altri articoli. E’ comunque d’interesse, una volta per tutte, riportare le date, oltre al traduttore ed al luogo della traduzione, della riscoperta in Occidente dei principali classici greci. La tabella che descrive tutto ciò si trova alla fine del lavoro, dopo la bibliografia.

(4) Sotto il regno di Hammurabi sembra sia avvenuta la partenza di Abramo dalla città di Ur verso Canaan. Alcuni sostengono che la causa sarebbe da ricercarsi nella dominazione di Babilonia su Ur.

(5) Gli sviluppi della tecnica furono incentivati dalle crescenti esigenze produttive in agricoltura e nelle miniere. L’irrigazione per le più svariate colture comporterà problemi rilevanti di idraulica a cui dovranno rispondere moltissimi tecnici addetti allo scopo; il trasporto delle merci (da agricoltura e da miniere) farà sviluppare l’applicazione (abbastanza recente) della ruota in carri e della bardatura degli animali per il traino.

Ma queste cose si mescolano tra loro in modo virtuoso. Lo sviluppo dell’arte del ferro (fusione) che sostituiva il bronzo era di grande aiuto all’agricoltura per gli strumenti che era in grado di fornire. Un’agricoltura che cresceva, aumentava il benessere della popolazione che aveva maggior tempo da dedicare a quello che Aristotele chiamerà l’otium, il tempo necessario per pensare e realizzare. Ed una tecnica che cresce pone problemi che, in tempi più o meno brevi, diventano scientifici, richiedono un minimo di elaborazione teorica dietro.

(6) La metallurgia del ferro, per ciò che comporterà, merita un qualche approfondimento. Il basso costo e la larga distribuzione del ferro ebbero grandi effetti sul modo di vita dell’uomo. Il suo uso per la costruzione di attrezzi agricoli (zappe, vomeri, falci e coltelli), che si diffuse a partire dall’anno 1000 a.C., aumentò di molto la produzione agricola. A partire dal 700 fu introdotta l’ascia che permise facili disboscamenti e conseguenti ampliamenti di terre da destinare ad uso agricolo. Dal 500 a.C., furono introdotte le cesoie che ebbero grande diffusione per la tosatura delle pecore, alle quali, precedentemente, il pelo veniva strappato. Non irrilevante fu l’uso delle cesoie per barbieri e sarti.

L’aumento della produzione agricola permise di provvedere ad un maggior numero di persone che si dedicassero all’artigianato specializzandosi. In tal modo anche i prodotti artigiani divennero più comuni e quindi disponibili anche per persone meno abbienti. Siamo di fronte ad una prima intersezione tra prodotti artigiani ed agricoli: ora non è più l’agricoltore che mantiene l’artigiano che rifornisce solo i ricchi ma le due figure si sostengono a vicenda.

Da qui iniziarono ulteriori perfezionamenti anche degli strumenti che occorrevano all’artigiano per la sua produzione con la conseguenza di aumenti di produzione artigiana e diffusione sempre più semplice di prodotti sempre più perfezionati. Inoltre, ed è l’aspetto alla lunga più importante, si iniziarono ad utilizzare parti metalliche in macchine sempre più complesse. In definitiva dall’età del ferro in avanti si uscì da un livello di vita generalmente di stretta sussistenza. Si ampliò il numero dei ricchi, di persone cioè economicamente indipendenti. Mentre precedentemente, con gli alti costi del rame e poi del bronzo, a fronte di modesti cambiamenti nella produzione agricola, le innovazioni servivano solo ad arricchire di più chi poteva servirsi dei ritrovati tecnici realizzati con questi metalli (con la conseguente costituzione e consolidamento di due classi ben definite: da un parte sacerdoti, nobili, re che vivevano senza lavorare e dall’altra la grande massa dei lavoratori che alimentava il lusso della prima), con il ferro che costa circa la metà del rame ed incide molto di più nella produzione agricola (è più affidabile del bronzo per scavare solchi ed arrivare alla quota dove il ciclo dell’azoto fa moltiplicare le sementi), il benessere si diffonde. Dice Lilley:

Il bronzo … aveva favorito l’accentramento del potere economico e, per conseguenza, di quello politico, nelle mani di pochi aristocratici. L’impiego del ferro, permettendo la fabbricazione di buoni utensili e di armi per un numero molto maggiore di persone e contribuendo alla formazione di larghe classi di artigiani e di commercianti indipendenti, portò a una maggiore eguaglianza economica e a un decentramento del potere economico. Questi fatti dovevano inevitabilmente produrre mutamenti politici di analoga natura. I primi secoli dell’età del ferro ci mostrano infatti una graduale democratizzazione della società (non senza, però, una forte resistenza da parte degli aristocratici). Così Atene, ad esempio, nel 450 a. C., mentre si compiva la sua trasformazione in uno Stato interamente fondato sul commercio, giunse ad avere una costituzione che eliminava, virtualmente, ogni differenza nei diritti dei cittadini di fronte alla legge. Il termine cittadini viene sottolineato, in quanto questa società democratica era limitata, essendo esclusi dal diritto di cittadinanza le donne, gli schiavi e i forestieri.

Atene, in questa trasformazione politica, guidò il mondo verso una forma di società più democratica, proprio perché lo condusse anche a una sapiente utilizzazione delle nuove possibilità produttive aperte dall’introduzione degli strumenti di ferro. Oltre a contribuire per parte sua ai progressi tecnici di cui si è parlato all’inizio di questo capitolo, lo Stato ateniese fu il primo che si sostenne producendo merci destinate all’esportazione. A questo scopo esso introdusse innovazioni fondamentali nella organizzazione della produzione manifatturiera. Da principio anche i manufatti da esportarsi venivano forniti da una categoria di operai indipendenti. Ma per questo tipo di produzione risulta molto più vantaggioso concentrare in un unico laboratorio molti operai, ciascuno dei quali sia specializzato in un particolare lavoro. Una fabbrica di vasellame del secolo VI a. C., impiegava spesso artigiani specializzati nelle singole fasi della lavorazione: alcuni plasmavano il materiale sull’apposita ruota, altri lo decoravano e altri ancora lo cuocevano nella fornace.

E’ la nascita della prima industria alla quale si accompagnerà appunto la nascita di una diversa organizzazione sociale.

(7) la ricostruzione di una singola cosmologia mesopotamica è praticamente impossibile  a seguito del mescolarsi di varie culture, ognuna portatrice di sue credenze particolari e miti particolari.

(8) Quanto dirò sugli dei mesopotamici è molto parziale perché riferito particolarmente al periodo sumero. Il periodo semita dei babilonesi ed assiri modificherà varie cose e si arricchirà di dei. Ho più volte ricordato la grande varietà di popoli e culture che confluirono in Mesopotamia negli anni che discutiamo; è evidente che ciascuna cultura ha apportato contributi con i propri miti, le proprie credenze, i propri dei. Debbo citare per la rilevanza che ha, il fatto che a Babilonia, all’epoca degli Hammurabi, il dio più potente ed al sommo della gerarchia sia Marduk (in Assiria questa funzione è del dio guerriero Assur).

(9) Altre ricostruzioni fatte seguendo la Bibbia (queste tutte interne al cristianesimo), raccontano un universo costruito come una casa, ad imitazione dell’Arca dell’Alleanza di Mosè: due spazi quadrangolari sovrapposti ed una copertura arrotondata.

L’universo come il tabernacolo del Tempio, all’interno le terre emerse. Da Cosma Indicopleuste, Topographia Christiana, Firenze Biblioteca Laurenziana.

Il mondo come Tabernacolo del Tempio di Gerusalemme secondo le indicazioni della Topografia Cristiana di Cosma Indicopleuste
 

La terra di Cosma Indicopleustre [pseudonimo di Costantino di Antiochia, mercante siriaco vissuto nel VI secolo d.C.] che ha poi la forma rettangolare del tabernacolo del Tempio di Gerusalemme, è circondata dall’Oceano con le rientranze dei golfi corrispondenti al Mare Mediterraneo, al Mar Rosso, al Golfo Persico e al Mar Caspio. Verso Occidente si trova una grande montagna dietro alla quale si vanno a nascondere il sole e le stelle accompagnati da angeli. Ad Oriente, si trova il Paradiso Terrestre. La terra è delimitata da quattro muraglie che salgono fino al cielo sopra le quali si appoggia il cielo; sopra questo sono le acque superiori e sotto si muovono le stelle. Sopra il firmamento è il Regno dei Cieli8. Il testo biblico di riferimento è il passo in cui Dio spiega a Mosè come costruire il Tabernacolo9. La comprensione del mondo che ci circonda si basa quindi sull’autorità della Bibbia: dove il sapere cosmografico antico non corrisponde ai testi della Sacra Scrittura viene semplicemente messo da parte (non negato). [Tratto da www.drengo.it/sm/7/pagani.cosma.pdf ].

(10) Può essere d’interesse riportare alcuni brani biblici da cui si è ricavata la ricostruzione cosmologica della Bibbia. [Da Dreyer]: In numerosi passi dell’ Antico Testamento troviamo idee sulla architettura del mondo che sono praticamente identiche a quelle dei Babilonesi. Nulla si dice della forma della Terra, pur essendo frequenti le allusioni al cerchio dell’orizzonte; ad esempio “Egli tracciava un cerchio sulla faccia dell’abisso” (Proverbi 8, 27); “Egli è colui che sta assiso sul cerchio della Terra” (Isaia 40, 22). Si suppone che la Terra poggi su “colonne” o “fondamenta,” alle quali si accenna spesso, ad esempio in I Samuele 2, 8: “poiché le colonne della Terra son dell’Eterno, e sopra di esse Egli ha poggiato il mondo.” D’altra parte leggiamo in Salmi 136, 6 che Dio “ha steso la terra sopra le acque” e in Giobbe 26, 7 che “Egli distende il settentrione sul vuoto, sospende la terra sul nulla.” Sotto la superficie della Terra è il “grande abisso,” da cui scaturiscono fonti e fiumi e che ha una parte importante nel racconto del diluvio. Sotto l’abisso è she’ol, “la terra delle tenebre e dell’ombra di morte” (Giobbe 10, 21), sotto la quale Ezechiele pone evidentemente “la fossa,” “le profondità della terra,” là dove scenderanno dopo la morte i pagani incirconcisi (Ezechiele 26, 20; 32, 23). Sopra la terra è la volta solida del firmamento, “i cieli solidi come uno specchio di metallo” (Giobbe 37, 18), che reggono le acque superiori, le “acque al di sopra dei cieli” (Salmi 148, 4), un’idea che è esposta più distintamente in Genesi 1, 6-7: “E Dio disse: ‘Ci sia una distesa tra le acque, che separi le acque dalle acque.’ E Dio fece la distesa e separò le acque che erano sotto la distesa dalle acque che erano sopra la distesa.” Del Sole e della Luna si dice nello stesso capitolo che Dio “li mise nella distesa dei cieli,” ma in nessun luogo si danno particolari sul loro moto. Alle stelle si allude generalmente come alla milizia dei cieli, un’espressione usata anche nella Babilonia, dove il dio lunare era il “signore degli eserciti.”

(11) La nascita delle costellazioni primitive di Agostino Calegati è una storia di grande interesse e si trova in http://www.racine.ra.it/planet/testi/costel.htm . E’ appena il caso di dire che le stelle di una costellazione non hanno in genere una connessione l’una con l’altra se non ovviamente il fatto di essere all’apparenza alla stessa distanza e direzione da noi (infatti le stelle che noi percepiamo su una stessa superficie ad una medesima distanza da noi, in realtà sono a distanze abissalmente diverse dall’osservatore) e questi gruppi sono molto differenti secondo le varie tradizioni che prendiamo in considerazione. Ciò vuol dire che le stelle, in differenti culture, sono state raggruppate in modo diverso originando costellazioni diverse. Le costellazioni che conosciamo noi ci sono state tramandate dalla tradizione greca classica ma si pensa in realtà che esse siano molto più antiche e provenienti originariamente dalla Mesopotamia e quindi dalla tradizione sumero-babilonese.

Per dare una pallida idea dell’arbitrarietà del nome associato a determinati gruppi di stelle, faccio l’esempio della più riconoscibile, in cielo, tra le costellazioni: l’Orsa Maggiore. Osserviamo la figura che segue. Vi sono alcune stelle arbitrariamente unite con dei segmenti ed una figura di Orsa che dovrebbe essere rappresentato da tali linee spezzate:

Le 7 stelle che stanno verso la coda dell’orsa (sic!) sono quelle che vediamo facilmente osservando il cielo. Qualcuno, forse in Mesopotamia, aggiungendo altre stelle ha pensato di individuare il disegno di una Orsa. Ma la Bibbia, bucolicamente, ricava da quelle 7 stelle un’altra costellazione, il falcetto, mostrato di seguito:

Da Schiaparelli

La tradizione cinese, ancora da quelle 7 stelle, ricava, prosaicamente, la costellazione del mestolo:

Da Schiaparelli

Se poi uno mette su un foglio di carta quei 7 punti, può sbizzarrirsi e costruirsi costellazioni a piacere.

(12) Dall’articolo citato in nota precedente, riporto alcuni passi d’interesse:

Il primo catalogo stellare babilonese è il cosiddetto “Tre stelle ognuno” o sistema a 36 stelle. È stato scritto su tavolette circolari risalenti circa al 1100 a.C. Questo catalogo contiene molte costellazioni agresti ed il loro levare eliaco molto utile a Babilonia perché il loro anno era determinato dai mesi lunari. Il nuovo anno iniziava con la prima luna nuova vicina all’equinozio di primavera; in questo modo l’anno babilonese era suddiviso in 12 o 13 mesi. Attorno al 3000 a.C. in Mesopotamia l’inizio delll’aratura dei campi in febbraio coincideva con il levare eliaco di mul-APIN (il nostro Triangolo) ed il tramonto eliaco di mul-Mul (le Pleiadi).

Il catalogo considera tre stelle per ogni mese suddivise per ogni Strada sopraccitata ma queste suddivisioni sono spesso errate. Quasi tutte le stelle sono state identificate, alcune appartenenti a costellazioni, altre sono stelle singole, altre pianeti. Sono annotate anche le loro posizioni relative, il levare ed il tramonto ed il loro significato per l’agricoltura e la mitologia. Questi dati sono precisi in molti casi ma ci sono anche molti errori forse prodotti da errate trascrizioni da parte dei copisti o perché i dati erano riportati per scopi non astronomici. A questo periodo risale probabilmente la nascita del Cancro (lo scarabeo per gli Egizi) e la Bilancia dopo l’amputazione delle chele dello Scorpione.

Il secondo compendio dell’Astronomia babilonese è la coppia di tavolette chiamate MULAPIN, dal nome della prima costellazione dell’anno, risalenti al 700 a.C. circa. Questo catalogo contiene le stesse stelle del precedente “Tre stelle ogni mese” con gli stessi scopi, ed alcune delle stesse descrizioni, ma sulla base di accurate osservazioni ed è astronomicamente più completo e sistematico. Le costellazioni circumpolari sono catalogate per la prima volta, e sono presenti più rappresentazioni sia delle costellazioni divine sia delle costellazioni agresti.

La prima tavoletta contiene 71 tra costellazioni, stelle e pianeti suddivisi nelle tre Strade, ognuna con il proprio nome preceduto da mul- seguito dal nome del dio associato e con alcune indicazioni della posizione della stella rispetto ad altre, le date del loro levare eliaco, la posizione ed il cammino della Luna e dei pianeti e le date del loro passaggio nelle vicinanze delle varie costellazioni.

La seconda tavoletta contiene il calendario solare e le date di quando il Sole è nei vari punti cardinali, i pianeti e la durata delle loro congiunzioni col Sole ed anche le credenze che riguardano la comparsa dei pianeti, delle stelle e delle comete.

Alcune delle costellazioni nate in questo periodo sono il Bracciante agricolo (in seguito Ariete), il Solco (Vergine), il Pastore (Orione), Aratro (Triangolo), il giogo (Boote), i due carri (le orse), i Gemelli che compaiono per la prima volta come due coppie di uomini barbuti ed armati, il Leone era suddiviso in quattro costellazioni più piccole, la Capra (la Lira), Pabilsag (Sagittario).

A parte quelle zodiacali pochissime sono le costellazioni che sono rimaste nel nostro cielo. Tre di queste (Orione, Perseo ed Andromeda) sono antropomorfe ma potrebbero essere state disegnate indipendentemente.

(13) Oltre alle tavolette abbiamo notizie astronomiche anche da alcune pietre (introdotte intorno al 1350 a.C. e chiamate kundurrus) che segnavano i confini di proprietà di terreni su cui erano incise maledizioni che avrebbero colpito chi non rispettava questi confini ma erano decorate con simboli divini che corrispondevano a pianeti (Marduk-Giove, Nabu-Mercurio, Nergal-Marte e Ninurta-Saturno) e costellazioni (Toro, Leone, Scorpione, Sagittario, Capricorno, Acquario, probabilmente Ariete e Vergine e precursori dei Pesci e dei Gemelli). Gli originali di questi kudurrus venivano conservati nei templi come una sorta di ex-voto per avere la benedizione dei vari dei e quindi un buon raccolto [tratto dall’articolo citato in nota 11: http://www.racine.ra.it/planet/testi/costel.htm. Riporto di seguito alcune immagini di kundurrus:

(14) Una discussione più approfondita sull’astrologia, la magia e l’alchimia  l’ho fatta in Astrologia, alchimia, magia e religione alle loro origini note.

(15) Abbiamo un racconto di Simplicio che riferisce cose di grande interesse. Al momento della conquista di Babilonia da parte di Alessandro Magno (327), Colistene mandò a suo zio Aristotele una raccolta dei dati di tutte le eclissi degli ultimi 1900 anni. Purtroppo questi dati sono andati perduti ma si può nb en credere al fatto in quanto sappiamo che in quella regione vi furono interessi notevoli per le eclissi fin dal 3° millennio a.C.

(18) Va osservato che non occorre confondere la mistica dei numeri in Mesopotamia con quella che sarà si Pitagora. La cosa l’avevo già accennata quando avevo discusso della matematica in Mesopotamia ma non è male ribadirla. Riporto anche qui un breve brano di Pichot

Si può apprezzare che i numeri hanno un significato non in sé ma perché sono associati a degli dei. E le proprietà del loro sistema di numerazione vengono assegnate ad alcuni dei proprio per i loro caratteri tra cui la divisibilità. In tal senso il numero 7 del quale parlo nella frase seguente è un numero impresentabile in Mesopotamia mentre diventerà un numero importante tra i pitagorici rappresentando opportunità e saggezza (è collegato ai sette “pianeti”, cioè ai corpi che per gli antichi non avevano un posto fisso nel cielo: Sole, Luna, Venere, Giove, Marte, Mercurio e Saturno. Proprio per questo suo collegamento con il cielo, venne eletto a simbolo di saggezza e riflessione, ripreso nelle situazioni più diverse. Ma vi è un’altra versione che va riferita al numero più potente per Pitagora e sul quale si giurava, la Tetraktys ovvero il numero 10 che si otteneva come somma dei primi 4 numeri. Il numero Sette, l’ebdomade o numerus virginalis, non è generato e non genera: non è generato, in quanto numero primo, non divisibile per numeri interi diversi da Uno – che è Principio e non numero per i pitagorici -; non genera perché, moltiplicato per il primo numero – il 2 – dà 14, che è numero oltre la decade: una decade + 4. A seguito di ciò, per la mancanza di un fattore che lo faccia generare, rappresenta la ragione). Ma su tutto questo ritornerò ampiamente parlando della scienza greca.

(17) Il Sole aveva un gran significato in Egitto. Il suo sorgere era legato alla vita ed il suo tramontare alla morte. Questa considerazione la si ritrova addirittura nella struttura delle città e delle sepolture egizie. Riferendosi al Nilo che fa da asse, la vita e quindi le città, si trovano sempre ad Est mentre le tombe si trovano sempre al di là del Nilo, ad Ovest.

(18) Da quando fu ultimata la grande diga di Assuan (circa fine anni Sessanta) sono finite le inondazioni del Nilo con gravi perdite per il Paese.


BIBLIOGRAFIA

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(12) – George Gheverghese Joseph – C’era una volta un numero – Il Saggiatore 2003(13) – A.C. Crombie – Da S. Agostino a Galileo – Feltrinelli 1970

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(16) – Sam Lilley – Storia della tecnica – Einaudi 1951

(17) – Friedrich Klemm – Storia della tecnica – Feltrinelli 1966

(18) – Giovanni V. Sciaparelli – L’astronomia nell’Antico Testamento – U. Hoepli  1903

(19) – H. Ch. Puech (a cura di) – Le religioni in Egitto, Mesopotamia e Persia – Laterza 1988

(20) – J. L. E. Dreyer – Storia dell’astronomia da Talete a Keplero – Feltrinelli 1980

(21) – P.S. de Laplace – Compendio di storia dell’astronomia – Universale economica, Milano 1953.

(22) – Paul Couderc – Le tappe dell’astronomia – Garzanti 1954

(23) – Paul Couderc – L’astrologia – Garzanti 1977

(24) – Kocku von Stuckrad – Storia dell’astrologia – Mondadori 2005

(25) – Boll, Bezold, Gundel – Storia dell’astrologia – Laterza 1979


Tratto da: A.C. Crombie – Da S. Agostino a Galileo – Feltrinelli 1970; pagg. 45-51:

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