Fisicamente

di Roberto Renzetti

PARTE I: LE CONDIZIONI STORICHE, POLITICHE, SOCIALI, RELIGIOSE E FILOSOFICHE

ROMA E LA SCIENZA


        Le diverse interpretazioni che sono state fornite a proposito del declino della scienza greca, concordano su alcuni punti. Innanzitutto questo declino fu graduale; iniziò all’incirca intorno al II secolo a.C. e si accentuò molto dopo il II secolo d.C.; in pratica il processo di estinzione può dirsi concluso a cavallo del V e VI secolo d.C.
        A partire dal II secolo a.C, iniziarono a diffondersi nell’Impero forze irrazionali di ogni tipo, sette e culti (Zoroastro, Atti, Mitra, Cibele, Iside, Osiride), magie ed astrologie (i taumaturghi ottengono un vasto credito; il movimento gnostico penetra a fondo in tutti gli ambienti, quelli pagani, ebraici, cristiani, greci e barbari; si accettano le rivelazioni sulla creazione; l’alchimia fa al sua comparsa e si offre agli iniziati; l’ermetismo inizia a penetrare dovunque; le qualità richieste per conseguire il sapere non sono più intelligenza, spirito d’osservazione e obiettività ma cuore puro e fede cieca, oltre ad una immaginazione delirante). Come dice Bourgey:

Fu questo stato d’animo a favorire lo sviluppo delle scienze occulte, astrologia e alchimia, e anche quello della magia; questa era sempre stata praticata clandestinamente, soprattutto fra gli ignoranti, ma nei primi secoli dell’èra cristiana conquista l’ambiente colto e si rivela alla luce del sole. La scienza stessa è direttamente colpita: l’astrologia fa concorrenza all’astronomia, l’alchimia soffoca le prime manifestazioni della chimica, la botanica degrada in una farmacologia ingombra di ridicole ricette, la zoologia in collezioni di “meraviglie” le une più fantastiche delle altre. I filosofi non si sanno difendere da quest’ondata antirazionalista: i Platonici sono in preda a un totale misticismo, gli Stoici ammettono i presagi e le influenze astrali; secondo loro, come secondo Plinio il Vecchio, vediamo sostituirsi allo sforzo di determinare le leggi, cioè i rapporti costanti tra i fenomeni, la ricerca di una “causa” misteriosa e universale che agisce a distanza e produce i fenomeni.

    E tutto questo si aggravò con l’avvento del Cristianesimo. Le esaltazioni religiose e magiche richiedono per la conoscenza: che si sia disponibili alla fede, che basta essere semplici e pieni di immaginazione, che gli sforzi della ragione non conducono a nulla, che l’intelligenza, lo studio, la osservazione non servono a nulla, che c’è Qualcuno, che tutto ha fatto, che pensa a noi.
        Astrologie, alchimie, magie e varie superstizioni sono sempre esistite ma è soprattutto con l’avvento del Cristianesimo che possono uscire dalle pratiche clandestine e diventare patrimonio dell’ambiente colto.
        In ogni caso, a partire dal II secolo d.C., se si escludono le importanti eccezioni di Claudio Tolomeo e Diofanto (III sec.), Proclo (V sec.) e Filopono (VI sec.), non si produce più scienza originale. L’Impero romano, pur non ostacolando direttamente la scienza non è in grado di recepirla e di promuoverla. Dice Cicerone: I matematici greci sono alla testa nel campo della geometria pura, mentre noi ci limitiamo a far di conto ed a prendere misure. I greci di cultura elevata vengono portati a Roma a volte come schiavi. Qui si riconosce il loro sapere che li fa utilizzare come precettori dei figli dei ricchi. Ma questo dura fino a che è vivo il saggio. Non c’è scuola che si costruisca, non vi sono centri in cui poter confrontarsi parlare, sviluppare idee. Ed in ogni caso, lo sradicamento di persone a grande preparazione, di scienziati non ha mai prodotto nulla in contesti diversi. Vi furono un paio di tentativi di costruire un qualcosa che andasse nel senso della scuola ma furono avversati dai nobili senatori romani che avevano paura che certe idee facessero perdere loro privilegi. D’altra parte, con Mason, Roma non era un centro di commerci come le città-stato greche; non erano dei viaggiatori ma dei guerrieri e dei contadini, un poco come gli spartani, i meno colti della Grecia.

    Siamo nel II secolo a.C. e a Roma si fa strada l’epicureismo che avrà grande influenza almeno fino all’avvento del Cristianesimo. La filosofia di Epicuro è centrata sulla vita interiore e la felicità. Quest’ultima si raggiunge liberando l’uomo dalle superstizioni dell’astrologia e della religione, soprattutto se di Stato, ed educandolo alla libertà di pensiero. Uno dei pochi frammenti di Epicuro che abbiamo è stato trovato ad Ercolano e dice: “Sempre ti sia d’aiuto il quadrifarmaco e cioè: che la divinità non deve recare timore, che la morte non è paurosa, che facile a procurarsi è il bene, facile a sopportare il male“. Questi insegnamenti erano inconciliabili con le istituzioni religiose di Roma che proprio dal timore degli dèi e della morte traevano il loro potere che, a sua volta, era da sostegno a quello dei nobili presenti soprattutto nel Senato. Gli epicurei furono cacciati da Roma con accuse infamanti e l’attacco proseguì anche contro circoli culturali che andavano formandosi ad ispirazione epicurea o comunque con interessi filosofici importati dalla Grecia: il circolo degli Scipioni o degli ellenizzanti che faceva capo a Scipione l’Africano (anch’egli esiliato) ed il circolo dei populares che faceva capo ai democratici Gracchi. Uno degli schiavi tratto a Roma da Atene fu lo storico Polibio (204-122 a.C.) che divenne membro del circolo degli Scipioni. Diceva Polibio, che pure ammirava Roma:

«Oso avanzare l’ipotesi che proprio ciò che il resto dell’umanità [la Grecia colta, ndr] deride è il vero fondamento della potenza romana: la superstizione. Essa è stata introdotta in tutti gli aspetti della loro vita pubblica e privata, e con ogni artificio atto ad impressionare l’immaginazione al massimo grado. Molti si meraviglieranno nell’udire questo, ma la mia opinione è che tutto ciò è rivolto alle masse. Se fosse mai possibile fondare uno stato nel quale ogni cittadino fosse un filosofo, si potrebbe forse fare a meno di cose del genere, ma in ogni paese le masse sono instabili, piene di desideri illeciti e di violente passioni. Tutto ciò che possiamo fare è dunque di tenerle a freno con il timore dell’invisibile e con altri inganni del genere. Non a caso, ma a ragion veduta, gli antichi insinuavano nel popolo il culto delle divinità, e i timori della vita ultraterrena. La follia e la inettitudine sono nostre, giacché facciamo di tutto per disperdere tali illusioni».

     E Polibio era buon profeta se nei secoli seguenti la dottrina della religione come strumento politico acquistò credito crescente, fino alla catastrofe finale. Come gli epicurei, anche i cristiani furono accusati di ateismo perché rifiutavano la debita adorazione all’imperatore, ma infine – nello stabilire un vincolo con la Chiesa cristiana – Costantino agì per gli stessi motivi terreni che, circa mezzo secolo prima, avevano spinto Aureliano (270 d.C.) ad allearsi con gli adoratori del sole, quelli stessi che spingevano Marco Aurelio a consacrare il tempio di Mitra. E’ la religione che tiene buona la gente mentre il potere fa ciò che vuole e per poter far questo alimenta la religione.

    A lato dell’epicureismo in Roma ebbe seguito anche un’altra filosofia rivolta alla vita interiore,  lo stoicismo, molto più accetto dai ceti dirigenti e politici di Roma, che passò da essere critica del potere aristocratico ed oligarchico di Platone a roccaforte del conservatorismo alla quale aderirono anche Marco Aurelio e Seneca (quest’ultimo predicava il disprezzo per i beni terreni mentre ammassava fortune da prestiti usurai). Per gli stoici astrologia e divinazione erano pratiche degnissime e gli astri erano delle divinità. Un’altro mondo rispetto all’epicureismo.

    E Seneca, persona colta, è ancora da citare come esemplificazione di cosa era diventata la scienza della natura a Roma. Nelle sue Naturales  Quaestiones brilla nelle più stupide banalità, il finalismo stoico: perché esistono gli specchi ? Perché ci si possa rispecchiare. Perché vi sono tuono e folgore ? Per incutere timore agli uomini. E così via nella strage di intelligenza.

    Da ultimo anche il neoplatonismo ebbe dei seguaci a Roma e merita di essere ricordato perché restò l’unica corrente filosofica antagonista al Cristianesimo quand’esso diventò religione di Stato. Tra i neoplatonici l’egiziano Plotino (III secolo d.C.) insegnò filosofia a Roma. Insegnò cioè la sua metafisica oscura, prolissa, oracolare e addirittura ridicola tanto da essere apprezzato da Agostino (ed anche da Tommaso d’Aquino) che lo avrebbe visto bene tra i cristiani i quali debbono appunto a Plotino gran parte del loro pensiero. Per Plotino tutto è utile all’Universo, sono utili i mali come la povertà e le malattie che giovano a chi li subisce. Inoltre le città ben governate non sono quelle composte di uguali. Sarebbe come se si biasimasse un dramma perché tutti i suoi personaggi non sono eroi, e qualcuno di essi è un servitore, o un uomo rozzo, o uno che ha cattiva pronunzia: se si sopprimono queste parti inferiori, il dramma perde la sua bellezza, giacché senza di esse non può apparire completo. Per altri versi la natura è contemplazione, è la bellezza con essenza divina, è un’anima mossa da un’anima antecedente, ha in sé un pensiero contemplante silenzioso. E con questo anche la matematica che in Platone aveva avuto un ruolo rilevante, nei neoplatonici sparisce (accade sempre così per le parti più faticose ed impegnative di qualunque pensiero). Tanto erano convincenti le parole di chi anticipava la Trinità (l’Uno, l’Intelletto e l’Anima) che l’imperatore Gallieno pensò di fondare una città vicino Napoli dal nome Platonopoli, città che nel IV secolo Giuliano l’Apostata, anch’egli neoplatonico, cercò di restaurare. Ed anche lo stesso Agostino d’Ippona trasse ampia e copiosa ispirazione dal neoplatonismo e assorbì molta sua parte nel Cristianesimo (il disprezzo cristiano dell’esperienza il guardare dentro di sé e non fuori, l’individualismo sono figli del neoplatonismo e di Agostino). C’è da aggiungere, con Singer, che il modo di pensare neoplatonico fu portatore nell’ambito della scienza di due modi di pensare, uno dei quali nefasto: il ragionamento per analogia (attenzione non l’analogia spesso utilmente utilizzata in ambito scientifico, ma il metodo dell’analogia che dovrebbe avere forza dimostrativa). L’altro modo di pensare, una sorta di dottrina, condiviso con lo stoicismo, e conseguente per i neoplatonici al metodo dell’analogia, era appunto il considerare l’analogia tra l’universo (macrocosmo) e l’uomo (microcosmo) in quanto l’uno può essere pensato come riflesso dell’altro (per i neoplatonici, vicini in questo ai cristiani, era l’universo ad essere fatto per l’uomo in quanto suo essere privilegiato, mentre per gli stoici era l’uomo ad essere fatto per l’universo). Questa dottrina passerà agli arabi che tramite l’Islam le diffusero nell’Occidente cristiano.

La figura è tratta dall’opera di Isidoro di Siviglia De responsione mundi et astrorum ordinatione, stampata ad Augusta nel 1472. Epitome della dottrina del macrocosmo e del microcosmo. Tale dottrina fu accettata e compresa per tutto il periodo intercorso tra poco prima dell’era cristiana e il XVII secolo. Una serie di cerchi concentrici rappresenta le sfere concentriche della astronomia antica, con il Mondo, l’Anno e l’Uomo al centro. Un altro cerchio porta il nome dei quattro elementi, associati alle quattro stagioni e ai quattro umori. Ai lati di ciascun elemento sono i nomi delle «qualità». Il cerchio più esterno raffigura il limite che divide il nostro mondo da quello celeste di cui non possediamo una conoscenza diretta. Si notino assonanze con la cabala ebraica (Isidoro era appunto di Siviglia, cuore di El Andalus dove per secoli hanno vissuto arabi ed ebrei) e con figure misterico-magiche che da allora ebbero grande diffusione.
 

    In definitiva questo era il panorama filosofico di Roma e, a parte l’epicureismo, sempre soccombente rispetto al potere, si può ben intendere che non vi era alcuna disposizione filosofica nei riguardi della scienza. Vi era la convinzione che tutto fosse stato fatto e questa convinzione circolava quando tutto era stato dimenticato. Il Cristianesimo, come accennato, convogliò l’intero pensiero irrazionale emergente da più parti. In una situazione di decadenza generale a cui si accompagnano incertezze e miseria avanzante, esso aiutò a far prevalere le esigenze religiose su quelle critiche, la fede sulla ragione. Il problema della fame si trasferì alla morte ed alla necessità di salvare l’anima e così i Padri della Chiesa tutto ciò che, come la scienza, non davano nulla alla salvezza dell’anima. La scienza poteva essere al massimo una causa seconda che poco aveva da sparire con la causa prima che era Dio. Questo atteggiamento vale a spiegare perché così vivaci pensatori, abilissimi nell’affrontare dispute teologiche, non abbiano prodotto nulla in ambito scientifico ed abbiano così malamente proteso i propri nervi. Solo la matematica, grazie a quanto sostenevano i neoplatonici a proposito della sua vicinanza con il mondo della divinità, era in qualche modo accettata (ma non coltivata). Va ricordata in tal senso la posizione di Agostino di Ippona (354-430). Egli era in cerca di qualcosa, all’interno dell’animo umano, che potesse resistere ad ogni dubbio scettico. Egli trova ciò e nelle verità della logica-matematica e nei valori morali. Questi valori e conoscenze sono così saldi che debbono provenire dall’esterno dell’uomo, debbono rappresentare una emanazione di Dio dentro di noi. In quel clima di caccia agli eretici ed ai pagani, osserva Gliozzi, sembra quasi che Agostino voglia salvare a priori i cultori delle matematiche. Anche se, per la verità, nelle sue opere rintracciamo un vero interesse alle questioni matematiche quando sembra dare un primato all’aritmetica rispetto alla geometria e quando discute, in contrasto con Aristotele, dell’attualità dell’infinito dei numeri interi ancorandolo, ahimé, a ragioni teologiche.

    In linea generale vale quanto dicevo (Sthal) nel precedente lavoro che riporto qui per comodità:

Quando i Greci colti incominciarono ad incantare i nobili e i nuovi ricchi di Roma, dovettero accorgersi senza dubbio che i loro manuali erano perfettamente adatti ai loro scopi. Si può quasi supporre che i loro testi venissero concepiti non soltanto per venire letti dai Greci, ma anche per venire tradotti e parafrasati in latino. Il nobile romano era ben lieto di acquisire un’infarinatura delle discipline greche astratte, se così imponeva la moda: ma voleva soltanto gli elementi essenziali, poiché non amava perdere tempo in cose troppo complicate. […]

Il successo dei manuali fu dovuto alla loro praticità(1): i titoli più numerosi sono quelli di opere che si occupavano di agricoltura, arte militare, diritto e retorica. Si conoscono inoltre i titoli di opere riguardanti quasi tutti gli argomenti possibili e immaginabili che avevano un interesse per i Romani: farmacologia, tossicologia, metrologia, rilevamento topografico, tradizioni popolari relative ai sogni, alle pietre preziose e alle arti divinatorie di ogni genere; libri per eruditi e specialisti sulla filologia, l’ortografia e parecchi altri argomenti d’interesse antiquario; e infine, manuali per tutti i mestieri e per tutte le professioni.

Un altro tipo di libro popolare molto vicino al genere manualistico romano, sebbene a stretto rigor di termini non vi appartenesse, era la riduzione o epitome. Di solito, i Romani appartenenti alle classi più elevate erano troppo indaffarati o troppo presi da altri interessi per intraprendere la lettura di opere voluminose; furono loro a creare la richiesta di breviaria di ogni genere, riduzioni drastiche che ben di rado soddisfano 1a curiosità del lettore per quanto riguarda il contenuto e le qualità letterarie dell’opera sunteggiata. Le riduzioni offrivano comunque un altro vantaggio: riducevano di parecchio la spesa che sarebbe stata necessaria per fare ricopiare un manoscritto di numerosi rotoli. Come in Grecia i commenti alle opere famose soppiantavano spesso i testi che analizzavano, a Roma le riduzioni e le epitomi delle riduzioni, come quelle della Storia di Roma di Tito Livio, fecero cadere nell’oblio i voluminosi testi originali. Nel terzo e nel quarto secolo dell’era cristiana … queste riduzioni incominciarono ad esercitare un’influenza notevole sulla tradizione manualistica latina. […]

Non furono necessari grandi sforzi per convincere i Romani dell’utilità pratica della tradizionale preparazione retorica dei Greci. Il perfezionamento dell’abilità oratoria era sempre stato considerato un fattore importante nella preparazione degli uomini politici romani. […]

Le cose andarono in modo completamente diverso, invece, per quanto riguardava il quadrivio matematico greco. I genitori romani, rozzi e ostinati, non riuscivano a immaginare quale contributo potessero dare la matematica astratta, l’astronomia teorica e la teoria armonica alla preparazione di un giovane destinato a svolgere incarichi amministrativi o a prendere parte attiva alla creazione dell’impero. I pedagoghi greci sostenevano … che la matematica aguzzava l’intelligenza; e Polibio faceva osservare ai suoi aristocratici ospiti che la conoscenza dell’astronomia poteva tornare utile a un generale che dovesse spostare le sue legioni da un territorio all’altro. Le argomentazioni dei Greci ebbero la meglio, almeno durante il periodo in cui lo stimolo culturale fu più acuto: nelle scuole romane venne introdotto lo studio della matematica astratta, come attestano gli scrittori che ricordano di essersi annoiati, moltissimo durante le lezioni di aritmetica e di geometria. Possiamo tuttavia sospettare che questi studi teorici venissero tollerati a Roma non tanto per il loro valore intrinseco, quanto perché era di gran moda assumere pedagoghi che educassero i giovani secondo i metodi, greci. Altre reminiscenze che affiorarono negli scritti di diversi autori latini riguardano casi divertenti, non dissimili del resto da quelli che si incontrano anche nella letteratura greca: un genitore dalla mentalità molto realistica interroga il figlio sui suoi studi matematici e poi si chiede quale applicazione potranno mai trovare negli affari commerciali e nell’amministrazione del patrimonio familiare. Vi è però una differenza significativa: i lettori greci solidarizzavano con il figlio, i lettori romani con il padre. Poteva accadere che qualche nobile romano deprecasse l’importanza eccessiva attribuita alle discipline pratiche, come fa anche Orazio nella sua Ars poetica; ma la matematica pura, a Roma, si trovò sempre in una posizione precaria: dapprima vi fu una battaglia accanita per inserirla nei programmi di studio, poi venne di moda e allora fu tollerata; e infine, durante l’impero, la sua importanza nelle scuole declinò inesorabilmente.

I patrizi romani non erano contrari alle discipline che potevano contribuire a rendere più acuta l’intelligenza dei giovani. Anche se negavano tale valore alla matematica, lo riconoscevano agli studi filosofici. Non si poteva pretendere che la filosofia metafisica elaborata dai Greci solleticasse gli istinti dilettantistici dei Romani […]

I manuali costituirono il ponte attraverso il quale vennero importate a Roma le varie discipline greche. Il sistema più agevole per adattare una disciplina ai gusti e alle esigenze dei lettori latini consisteva nel preparare la traduzione di un manuale. Nei casi in cui possediamo un originale greco e possiamo confrontarlo con una traduzione o con un adattamento in latino, abbiamo modo di osservare che, quando la materia era difficile, le traduzioni erano molto libere: omettevano o parafrasavano le discussioni complicate e introducevano numerosi esempi per facilitare la comprensione da parte del lettore. […]

Per i Greci, i manuali divulgativi rappresentavano una scienza di basso livello, ma a Roma esisteva un unico livello di conoscenza scientifica: il livello dei manuali. Anche i Romani dotati della più viva curiosità intellettuale come Lucrezio, Cicerone, Seneca e Plinio, si accontentarono di attingere dai manuali la loro conoscenza della scienza greca, e non vi apportarono contributi originali. La scienza manualistica latina era antiquata fin dalla sua nascita, poiché era una sintesi di ricerche e di teorie greche che avevano già cento, duecento o trecento anni quando vennero importate a Roma. Dato che in maggioranza i compilatori latini non avevano la minima attitudine per gli studi teorici, le tradizioni manualistiche della scienza greca subivano un nuovo deterioramento ogni volta che passavano per le mani di un nuovo compilatore. La mentalità di Cicerone illustra in modo perfetto quale fosse la posizione dell’intellettuale romano nei confronti della scienza teorica. All’inizio delle Tusculanae, egli si dichiara lieto che, mentre i Greci esaltano la geometria pura, i Romani applichino giudiziosamente questo studio alle misurazioni ed ai conteggi pratici.

I compilatori latini speravano di mascherare, con un grande sfoggio di erudizione, la loro mancanza di competenza: specialistica. … Essi conoscevano benissimo la fama dei più eminenti scienziati greci, e fingevano di servirsi delle loro opere quali fonti di informazione; ma nella stragrande maggioranza dei casi la fonte immediata di una nuova compilazione latina, durante l’età repubblicana, era un manuale greco. I compilatori romani, per consuetudine, citavano come loro fonti i nomi degli autori che in realtà erano le fonti dichiarate dai compilatori greci. In questo modo, essi ottenevano un duplice risultato: assicuravano alle loro compilazioni un’autorità maggiore e mascheravano gli abbondanti saccheggi di materiale già assimilato. Molti studiosi, in passato, si sono lasciati trarre in inganno dalle citazioni tratte da opere di Eudosso, Eratostene, Archimede, Ipparco e Tolomeo. Questi riferimenti vanno respinti recisamente, non meno delle numerosissime citazioni che vengono presentate come tratte dalle opere di Pitagora, il quale non mise mai nulla per iscritto. Una parte degli Elementi di Euclide venne tradotta in latino da Boezio all’inizio del sesto secolo, questo è vero; e gli scolari romani, durante il periodo classico, studiavano compendi o estratti dell’opera di Euclide: ma sarebbe stato un avvenimento davvero straordinario se un Romano avesse compiuto un tentativo serio di comprendere le opere teoriche di Archimede, di Ipparco e di Tolomeo; e non esistono indicazioni decisive che un tentativo del genere abbia mai avuto successo.

    Quindi da un lato la mentalità pragmatica dei romani, dall’altra l’emergere di potenti spinte irrazionali, mescolate a valutazioni squalificanti per la matematica e ad una generale non conoscenza del greco che apriva voragini tra le conoscenze esistenti ed il pubblico possibile. Quest’ultima cosa si aggraverà con gli anni fino a che nessuno più conoscerà a Roma il greco e nessuno più sarà in grado, per la graduale sparizione degli schiavi, di leggere alcunché in quella lingua.

    Come accennato, si tenta (e sarà sempre più difficile) la conservazione di quanto fatto in precedenza. I commentari dei classici vanno per la maggiore. Ma, da commentario in commentario, il classico va sparendo. Si fanno poi dei compendi ma anche questi sono sempre pili succinti e, anche qui, l’autore originale va sparendo. In questo modo, comunque, si riuscirono almeno a conservare quelli che si possono definire alcuni risultati della scienza greca, quelli della pratica delle professioni. Il metodo, la ricerca, si perse. Infatti: che senso può avere, in matematica, conservare una montagna di enunciati di teoremi privati delle dimostrazioni ? E l’enunciazione dei problemi cosa poteva rappresentare se non si capivano più nemmeno i termini tecnici dei medesimi ? Qualche testo religioso-filosofico resistette più di quelli tecnici, ma la cosa durò poco anche qui perché la cultura è impresa complessiva che non permette abbandoni di alcuni capitoli. Si sente negli scrittori di questo lungo periodo come un senso di rassegnazione, di incapacità di porsi al livello dei maestri, una sfiducia nella reale possibilità di conoscere. Con il trascorrere del tempo, anche la voglia di tramandare i classici venne meno. Questo processo, alla fine, soprattutto in Occidente, comportò la completa sparizione delle opere originali delle quali si perse traccia. Il pensiero che ancora nel V secolo si muoveva nelle difficili problematiche della metafisica,  nel VI e VII balbetta le prime nozioni di grammatica e logica e, mentre un poco indietro nel tempo, gli scrittori si moltiplicavano, ora vi sono immensi deserti silenziosi. Ricordo solo i nomi dei più noti compilatori, scrittori di commentari e scrittori a vari livelli di erudizione: Severino Boezio (480-525), Aurelio Cassiodoro (475-570), Isidoro di Siviglia (570-636), Beda il Venerabile (673-735), ed altri ancora più mediocri fino all’epoca di Carlo Magno (VIII secolo). Non si tratta tanto di ultime elaborazioni di una generazione arrivata alla fine della propria creatività mentale ma dei primi balbettii di una nuova infanzia che si risveglia alla curiosità scientifica. Le cose andarono in modo diverso in Oriente dove la scienza greca si mantenne di più nelle opere originali e, dopo la caduta di Alessandria sotto il dominio arabo, l’intero patrimonio dei classici greci passò agli arabi che seppero farne molto migliore uso di quanto non se ne abbia fatto l’Occidente Cristiano.

    Molte altre cause si coordinano in questo periodo e si sommano andando ad accentuare la decadenza del sapere fino alla totale rovina che si accompagna con la fine dell’Impero di Roma. Non servì a Roma l’espansione in aree nuove e vergini come quelle del Mediterraneo Occidentale come non era servita la penetrazione nel sofisticato e ricco mondo alessandrino. Quando la disposizione al sapere è quella del potere sostenuto dalla superstizione vi è poco da fare. Quando ogni tentativo di spiegazione razionale appare, come era a Roma, un tentativo di togliere il potere agli dèi  si trattava di scegliere tra il lasciar perdere o l’essere accusato di empietà. C’era sempre la terza possibilità, quella cioè di dedicarsi al sapere pratico di tutti i giorni che permise opere come quelle di Vitruvio (circa 80-23 a.C.) sull’architettura, di Frontino (circa 30-103 d.C.) sugli acquedotti, di M. T. Varrone (circa 116-27 a.C.) e Columella (circa 4-70 d.C.) sull’agricoltura,  di A. C. Celso (25 a.C. – 50 d.C.) e Galeno (131-201 d.C.) sulla medicina ed il permanere di alcuni scritti di Diofanto (forse III secolo d.C.) e Pappo (IV secolo d.C.) sulla matematica. Tutte cose di interesse pratico a livelli mediocri di elaborazione.

    In definitiva l’Impero di Roma non sviluppò una sua scienza(2). Solo alcuni dedicarono un grande lavoro in monumentali opere di compilazione (Plinio) che, elaborando in gran parte il pensiero greco, sopravvissero fino all’Alto Medioevo. Per contro Roma dette un imponente impulso all’organizzazione dello Stato ed alla tecnica, anch’essa essenzialmente attività dello Stato. Si formò un servizio medico con ospedali pubblici, si introdusse il Calendario Giuliano, si codificò il diritto romano. Si costruirono importantissime vie di comunicazione, ponti, acquedotti, fognature ed opere civili. Una delle attività più importanti in questo settore fu quella mineraria in cui venivano impiegati migliaia di schiavi.

LO SFONDO STORICO


        Cerchiamo di vedere cosa c’è nell’intorno politico-sociale. Cominciamo col dare qualche riferimento storico: l’editto di Milano del 313 segna il trionfo del Cristianesimo; nel 330 la capitale dell’Impero, diviso amministrativamente, diventa Costantinopoli; nel 391, con Teodosio, il Cristianesimo diventa religione di stato; nello stesso anno il vescovo Teofilo guida fanatici cristiani alla distruzione di parte della Biblioteca di Alessandria; nel 395, alla morte di Teodosio, si scinde l’Impero in Romano d’Oriente e Romano d’Occidente; il 410 vede il sacco di Roma; nel

Divisione dell’Impero romano nel 395

415 su istigazione di Cirillo, fanatici cristiani ammazzano Ipazia, l’ultima matematica di Alessandria; nel 476 cade definitivamente e simbolicamente

Caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476

l’Impero romano d’Occidente (in realtà già da molti anni non esisteva più); nel 529 Giustiniano chiude d’autorità l’Accademia di Atene e vieta l’insegnamento ai pagani

Dalla caduta dell’impero romano d’Occidente nel 476 al 526

(non cristiani); nel 642 Alessandria viene conquistata dagli arabi e la Biblioteca sarà definitivamente distrutta. Anche la Chiesa subisce le sue dure sconfitte: prima vi è lo scisma dei copti (IV-V secolo); poi nel Concilio di Calcedonia (451, quando Attila entrava in Italia) lo scisma dei nestoriani; quindi con il Sinodo di Costantinopoli (553) se ne va definitivamente la chiesa monofisitica; finalmente il grande scisma, quello della chiesa d’Oriente (1054). Nel frattempo un evento

Una mappa degli scismi della Chiesa in Europa

 notevole fu l’incoronazione di Carlo Magno imperatore a Roma (800) dopo che era stato fermato il suo tentativo espansionista verso la Spagna a Roncisvalle (778) ma non verso la Sassonia (780) dove vi furono evangelizzazioni forzate crudeli e disumane che, insieme ad altre cose, gli fruttarono l’eterna riconoscenza della Chiesa. Nello scenario di grandi rivolgimenti, guerre, invasioni, saccheggi, malattie, si inserisce una profonda crisi dell’agricoltura, la scarsità di manodopera, la grande difficoltà di comunicazione ed una burocrazia ingigantita.

Gli Stati arabi e l’impero di Carlo Magno

L’Europa intorno al 900


        Come queste cose abbiano influito direttamente in ciò che discutiamo è difficile dire ma alcuni elementi qua e là si possono certamente cogliere. A partire dal I sec. già Plinio si lamentava della scarsezza di manodopera servile e, a partire dal III sec. il costo degli schiavi sui mercati era diventato sempre più proibitivo a causa del fatto che i mercati stessi erano sempre meno riforniti da merce raccolta in differenti campagne belliche(3). Furono i barbari che iniziarono a vendere schiavi a Roma e, molto spesso, tra di essi vi erano moltissimi romani. Furono i poveri ad immettere i propri figli nei mercati degli schiavi. Ma la gran quantità di denaro che possedeva l’Impero in epoche precedenti si era esaurita. Il mercato degli schiavi non poteva accrescersi. Inoltre era venuta a gravare sull’Impero una enorme spesa che non rendeva nulla: il finanziamento della Chiesa ed il pagamento degli ecclesiastici. Un esercito, quest’ultimo, di bocche inutili che spessissimo aveva intrapreso la carriera ecclesiastica per ragioni di prestigio e per avere un sicuro stipendio (un vescovo guadagnava sei volte di più di un medico o di un ingegnere e cinque volte di più di un professore di grammatica o di retorica !). Queste risorse venivano meno per altre imprese, tra cui il finanziamento delle scuole (solo quella di Alessandria fu sostenuta fino al V sec.). Ed era soprattutto dalle Scuole che proveniva il mantenimento materiale di chi faceva scienza (e non solo): ora, non solo occorreva scontrarsi con difficoltà economiche ma anche contro moltissimi autori cristiani che anteponevano la rivelazione alla ragione, la fede alla  conoscenza.

    Inoltre, a parte casi isolati di persone illuminate, i cristiani mostrarono una diffidenza che si tramutò subito in ostilità verso la scienza che era rappresentata solo da personaggi situati all’interno del paganesimo. Nomi noti del Cristianesimo, come Tertulliano (circa 155-222) e Lattanzio (circa 260-340), si scagliarono contro la scienza ed i più tolleranti, come San Basilio (329-379) e San Gregorio Nazianzeno (circa 329-390), avevano una posizione del tipo accetto questa conclusione a patto che non sia in contrasto con le Sacre Scritture. E la scienza diventa così un insieme di conclusioni acquisite che devono solo confermare l’opera divina del Creatore. E dove le cose non erano acquisite non si doveva indagare (fu così che non si portarono avanti gli studi iniziati da Galeno e, ad esempio, la malattia mentale passò immediatamente nel capitolo orrido della demonologia e dell’esorcismo). Dal V – VI secolo le Scritture iniziarono ad essere considerate  con un dogmatismo devastante tanto che anche le persone colte dubitarono e rifiutarono le cose che erano state acquisite. Ad esempio, Agostino rifiutò la teoria degli antipodi e Cosma Indicopleuste (VI secolo) negò la sfericità della Terra e costruì un modello di universo a forma di Tabernacolo (vedi figura).

    A questo proposito, scrivono Hall e Boas:

con l’espandersi del cristianesimo, a nord, est ed ovest,, la cultura medioevale, portando con sé la Bibbia ed i volumi dei Padri della chiesa, cominciò ad assumere la sua forma caratteristica: monca, alimentata dalle reminiscenze di un più glorioso (e tuttavia sospetto) passato clericale e sempre soggetta ai dogmi cristiani.

    A ciò si deve aggiungere la grande delusione che rappresentò il Cristianesimo per il popolo degli oppressi, soprattutto schiavi. Una delle più belle illusioni che il Cristianesimo portava con sé nei tempi eroici era destinata a morire non appena la Chiesa assurse al potere. Non era vero che tutti gli uomini erano uguali ma, a causa del peccato originale, era inevitabile la schiavitù (quale cosa non sarebbe capace di giustificare una religione ben strutturata ?). In questo senso si espressero molti padri della Chiesa tra cui Agostino d’Ippona (354-430). Già nel 324 il Concilio di Granges aveva intimato: “Se qualcuno, sotto il pretesto di pietà, incita lo schiavo a disprezzare il suo padrone, a sottrarsi alla schiavitù, a non servire con buona volontà e rispetto, anatema sia su di lui“. E quasi tutti gli ecclesiastici a titolo individuale, e la Chiesa in quanto istituzione, disponevano di ingenti quantità di schiavi. Ancora nel 916, lo schiavo che fuggiva dal suo padrone era assimilato al chierico che abbandonava la Chiesa (Concilio di Altheim). E se qualche ecclesiastico avesse avuto la malaugurata idea di affrancare i suoi schiavi, egli avrebbe dovuto risarcire la Chiesa della quantità corrispondente in denaro. Infine, nella grandissima maggioranza dei casi, lo schiavo non era ammesso al sacerdozio.


      In questo desolante paesaggio qualche cosa però si mosse nel senso vero della liberazione dell’uomo. Gli ordini monastici, generalmente rifuggenti dalla Chiesa ufficiale, quella costantemente alleata con il Potere, rappresentarono un’oasi di civiltà e progresso civile e morale. A partire da San Benedetto (480-547) che, ricordiamolo, fu perseguitato proprio da svariati chierici ormai assestati nel loro potere, e che fondò (529) la regola dell’ Ora et labora nella quale per la prima volta dalle squalificazioni di Platone  il lavoro manuale riacquistava una dignità pari alla preghiera (superando in questo gli oppressivi e discriminatori significati che, a partire dall’antichità classica, proprio al lavoro erano assegnati), continuando con i cistercensi e quindi con i francescani, si iniziò una tradizione di mantenimento, e sviluppo di tecniche artigianali tra cui, a partire da un certo momento, anche la conservazione e la trascrizione di svariati testi dell’antichità.(4) Ma qui occorre fare un attimo di attenzione perché il ruolo dei monaci nella conservazione non deve essere enfatizzato più di tanto. Se è vero che da un certo punto vi fu una certa cura per il sapere da parte di alcuni ordini monastici, tale cura arriverà troppo tardi quando già il patrimonio culturale era stato irrimediabilmente distrutto (da Carlo Magno in poi sarà la stessa Chiesa nel suo complesso a conservare ogni testo di cultura classica a quel punto rimasto), inoltre riguardi li avranno quelle opere più affini ai loro interessi, quelle teologiche e magico teologiche, e non certo quelle scientifiche che saranno completamente dimenticate quando non distrutte o ridotte a palinsesto.

    E quei barbari ai quali ho accennato più su fecero alla fine crollare l’Impero d’Occidente, ed insieme ad esso quei barlumi di scienza che qua e là si mantenevano e quella tecnica (acquedotti, strade, urbanistica, edilizia, …) che invece aveva progredito di molto. Questi invasori avevano distrutto le strutture economiche, sociali e politiche distruggendo ogni possibilità materiale e morale di ricerca ma, come vedremo, a loro si deve l’introduzione di tecniche che fornirono via via la base di un modo di vita materialmente superiore a quello che si aveva nell’età classica (pantaloni al posto della toga, burro al posto dell’olio di oliva, sci, barili, botti, coltivazione della segale, dell’avena e del luppolo, staffa per cavalcare, … ). Le  grandi invasioni del V secolo posero fine anche alla sola conservazione della cultura ellenistica. Nel periodo di tali invasioni, proprio per i caratteri dei popoli che entravano dal nord nel vecchio bacino del Mediterraneo, non si assiste a riproduzioni della scienza antica o a scimmiottamenti delle forme di conoscenza ellenistica ma si iniziano ad intravedere i segni di un nuovo modo di curiosità scientifica. Nel resto dell’Impero, quello di Bisanzio, pur privato della sua anima vivificatrice di Alessandria, si ebbe una vita scientifica che ancora si muoveva, anche se a rilento.

BISANZIO

    Un minimo di retroterra culturale di Bisanzio si può intravedere dalle brevi note seguenti. Dopo l’assassinio di Ipazia, gli ultimi studiosi superstiti di Alessandria si trasferirono ad Atene presso l’Accademia platonica dove Proclo (412-485)  teneva le sue lezioni. Gli allievi di Proclo seguirono ancora la sua opera pubblicando lavori di commento di Euclide. Ma anche qui intervenne la stroncatura dell’autorità: l’imperatore Giustiniano la chiuse nel 529. Da questo momento l’ultimo rifugio per gli ultimi superstiti amanti del sapere fu Bisanzio dove, anche se non si produssero cose originali, divenne impegno primario la conservazione del patrimonio tramandato dall’antichità classica in un clima neoplatonico.

    L’Impero romano d’Oriente visse per un migliaio di anni in un clima di cambio continuo di frontiere, di un instabile equilibrio politico e sociale, di frequenti lotte per motivi religiosi che si ripercuotevano continuamente nella vita pubblica. C’era Bisanzio, con l’eredità della Grecia e delle colonie dell’Asia Minore,  come nucleo stabile ma l’Impero si gonfiava e si sgonfiava a seconda degli attacchi esterni e delle invasioni e delle capacità dell’imperatore di turno. Il potere era e non poteva essere che molto centralizzato per tenere insieme una miriade di popoli, costumi, religioni differenti. Il peso delle tasse e degli obblighi militari era tutto dei contadini che avevano una situazione non dissimile  ai servi della gleba dell’Europa feudale. Dall’esterno vi erano pressioni continue dal Nord e dall’Est (visigoti, unni, ostrogoti, bulgari) che combattevano per conquistare le pianure del Danubio ed i Balcani. Altre pressioni venivano dalle repubbliche marinare Venezia e Genova. Vi furono poi gli attacchi religioso-commerciali delle Crociate, la quarta delle quali arrivò ad attaccare e saccheggiare la medesima Costantinopoli (1204) facendola diventare colonia di veneziani e franchi ed avendo come effetto collaterale il

L’impero bizantino poco prima della caduta, nel 1355

trasferimento di migliaia di testi e codici classici in Italia. Finalmente i turchi da Est, come prima i sassanidi e gli arabi, fecero cadere definitivamente l’Impero nel 1453 (con altra mole di testi classici che si riversò sui mercati europei. La cultura bizantina era quella ereditata dall’ellenismo ma incapace di fare cose nuove. Era e restava isolata sugli allori delle glorie del passato essendo impossibilitata di scambiare conoscenze con chiunque, certamente non con i popoli barbari dell’Est e con gli islamici dell’Oriente (che tra l’altro avevano tutti lingue ed alfabeti radicalmente diversi).

L’Impero bizantino da Giustiniano alla vigilia della caduta.

    In ogni caso, a partire dal VII secolo, saranno i dotti bizantini a trasferire le loro conoscenze ed i loro codici agli umanisti dell’Occidente cristiano. Assai prima però la cultura greca era già stata trasmessa ad un altro popolo, quello arabo che era passato da un periodo iniziale puramente guerresco ad un crescente interesse per studi filosofico-scientifici (VIII secolo). Ed a questo punto la storia mette al centro dell’attenzione questa nuova forza costituita da popoli arabi che si riconoscono in una nuova religione monoteista, l’Islam, che preme da Sud sul Mediterraneo, sui resti dell’Impero romano e sull’Europa in genere.

    Mentre in Occidente la scienza era ridotta a trovare esempi della verità della morale e della religione, a ricavare simbologie che rappresentassero questioni morali (la Luna era paragonata alla Chiesa perché rifletteva la luce di Dio; il vento era l’immagine dello spirito; il numero 11, andando oltre il numero dei comandamenti, era il simbolo del peccato), nell’Oriente, diventato arabo come vedremo, si coltivava, si traduceva e si sviluppava la scienza dei classici greci. Cosicché, col passare dei secoli furono proprio gli arabi che divennero (come dice Koyré) maestri ed educatori dell’Occidente cristiano.
        Alcuni cristiani (i nestoriani) della Persia e di lingua siriaca avevano iniziato importanti lavori di traduzione dal greco al siriaco che, nel frattempo, era diventata la lingua più diffusa dell’area di dominio arabo. Ciò avveniva tra il VI ed il VII secolo. Più tardi, intorno al IX secolo, Damasco e Bagdad divennero i centri di traduzione dal siriaco all’arabo e, sempre più spesso, le traduzioni erano fatte a partire direttamente dal greco. Nel X secolo si può dire che quasi la totalità della produzione dei classici greci era disponibile in lingua araba(5).
       I principali centri di diffusione della scienza araba furono la Sicilia, la Spagna e Salerno. In Sicilia, oltre quelle dall’arabo, si realizzarono le prime traduzioni dirette dal greco che via via andarono sempre più crescendo in numero e qualità.
        Nel XIII secolo, da una parte la IV crociata riconquistò Costantinopoli e dall’altra i Mongoli invasero la Persia e la Mesopotamia. Ciò comportò un afflusso incredibile di testi originali in Italia.

GLI ARABI

    Le tribù di beduini nomadi che si muovevano nella penisola arabica tra il Mar Rosso, l’Oceano Indiano, il Golfo Persico e la Mesopotamia, con carovane che per secoli avevano trasportato merci e trasmesso culture, trovarono nella predicazione di un arabo del cuore dell’Arabia, Maometto (571-632), un momento di unificazione religiosa e politica, l’Islam. Non vi era nulla che univa questi beduini (molti dei quali, attenzione, erano persone colte) fuorché la lingua. Convivevano con ebrei e cristiani essendo politeisti. Le terre che calpestavano nei loro spostamenti erano bizantine (Impero romano d’Oriente) o persiane (Impero dei sassanidi), ma l’appartenenza a tali regni, a parte qualche città, era solo formale, in realtà erano i capi tribù che esercitavano la potestà.

L’Arabia prima di Maometto

    Islam vuol dire assoluta sottomissine ad Allāh onnipotente attraverso un corpo di regole riassunte e codificate nel Corano (la parola musulmano, dall’arabo muslim, vuol invece dire sottomesso all’Islam). E l’Islam indicò una meta, uno scopo ai suoi seguaci: la ğihād e cioè la guerra santa. Guidati da tale fede le tribù superarono le divisioni e si lanciarono in un processo espansionistico che ebbe in breve tempo sorprendenti risultati che possiamo seguire su Salvadori:

L’espansione si diresse verso i tre continenti che in Arabia si raccordano, l’Europa, l’Africa e l’Asia e si articolò in distinte fasi. La prima, caratterizzata dal governo dei califfi, conobbe travolgenti successi: già prima del 650 risultavano sottomessi al dominio arabo il califfato di Medina, l’Egitto, la Siria, !’Iraq e le regioni occidentali della Persia. La seconda si svolse sotto il governo degli Omayyadi (Califfato Omeya), una dinastia di califfi che regnò dal 660 al 750: all’Islām passò il vastissimo territorio compreso fra il Marocco e l’Afghanistan, nonché la Spagna e le regioni dell’Asia centrale, fino a toccare le frontiere della Cina e dell’India settentrionale. In Europa l’espansione fu fermata a Poitiers nel 732 dai Franchi. Al tempo degli Omayyadi la Siria divenne il centro del califfato, che stabilì la corte a Damasco, mentre l’islamismo si articolò sul piano dottrinale scindendosi nelle due correnti, sunnita e sciita, che ne avrebbero condizionato la storia futura.

Nella terza fase l’espansione proseguì a est dilatando le frontiere del mondo musulmano fino alla Cina, e a ovest, completando il controllo del Mediterraneo con la presa della Sicilia (nell’820; che manterranno fino alla conquista normanna del 1091, ndr) e di Creta. Questo periodo fu dominato dalla dinastia degli Abbasidi, califfi sciiti che regnarono dal 750 al 1258, stabilendo la propria corte a Baghdad che rimase sede del potere califfale fino al saccheggio compiuto dai Mongoli nel 1258, e ardenti fautori di quell’internazionalismo politico-religioso che giunse a caratterizzare tutto il mondo islamico. In quel periodo gli Omayyadi scampati allo sterminio della loro famiglia ad opera degli Abbasidi si rifugiarono in Spagna fondando l’emirato di Cordoba. I cinque secoli di dominazione abbaside sono ricordati come un’epoca di rinnovamento religioso, artistico e culturale, favorito dal contatto con le vicine civiltà, nel corso della quale l’Islam si aprì alle influenze della cultura ellenistica grazie alla traduzione in arabo dei grandi monumenti del pensiero greco, quali Platone, Aristotele, Euclide, Ippocrate.

    Intellettualmente l’Islam era completamente tollerante con ebrei e cristiani e cercava di essere erede degli splendori della Grecia e di Roma ma vi era una profonda differenza perché l’Islam era ricco di uomini colti e come tali erano avidi di cultura, di quelle opere greche che ancora erano conservate in differenti biblioteche dell’epoca ellenistica. Ciò non ha impedito che, nelle prime operazioni di conquista fosse distrutta la Biblioteca di Alessandria (642) con motivazioni, anche qui tragicamente, religiose. Quella fame di sapere di cui prima, comunque fece sì che in pochissimo tempo Baghdad divenisse la città più rigorosamente colta del mondo. Ed anche la scienza araba, che discuterò in un prossimo articolo,  fu un complesso cosmopolita perché non tutti coloro che la svilupparono furono arabi o musulmani e ciò fu anche uno stimolo alla sua crescita.

    Per ciò che interessa la conservazione, lo sviluppo ed il trasferimento delle conoscenze all’Occidente, è utile vedere con qualche dettaglio la penetrazione islamica in Spagna.

LA SPAGNA ARABA E LA RICONQUISTA

    La Spagna, provincia di Roma, nel 409 viene invasa da varie tribù barbare (svevi, vandali, …). Nel 411 i Visigoti vengono in aiuto di Roma e scacciano gli altri barbari. Da questo momento l’amministrazione di questa provincia è lasciata loro. Nel 475, un anno prima della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, viene fondato in Spagna il regno Visigoto che, a partire dal 589, sarà interamente cristianizzato.

        In soli tre anni, tra il 711 ed il 714, gli arabi musulmani del califfato Omeya di Damasco occupano la penisola iberica provenendo da Sud. I cristiani vengono respinti verso nord e lì si attesteranno in piccoli regni situati in posti strategici sulle montagne della cordigliera Cantabrica e dei Pirenei. Nel 756 gli Omayyaddi di Spagna si rendono indipendenti da Damasco e costituiscono il Califfato di Cordova. Questo Califfato si manterrà fino al 1031 per poi smembrarsi in tanti piccoli regni (taifas). A questa data la penisola contava al Nord i regni cristiani di León, Navarra, Aragón, Cataluña (circa un terzo del territorio) una striscia di terra di nessuno divideva questi piccoli regni dai taifas arabi costituenti la regione di ‘Al Andalus’. La debolezza militare araba permette l’avvio, nel 1045, della Riconquista che si concluderà nel 1492. Da sottolineare la conquista cristiana di Toledo del 1085, il formarsi al Nord di tre stati cristiani sempre più grandi ed aggressivi (Portogallo, Castiglia, Aragona e il piccolo Navarra). Dalla metà del XIII secolo il regno di Granada è tutto ciò che resta di arabo nella penisola. Nel 1469 Isabella I di Castiglia sposa Fernando II di Aragona dando inizio alla prima convergenza di regni ispani che in poco tempo occuperà tutta la penisola ed inizierà una impetuosa espansione in altri territori. Nel 1492 cade il regno di Granada, compiendosi il disegno di Fernando e Isabella: unificare i popoli di Spagna in nome della cristianità contro gli invasori arabi. La Crociata è portata a termine vittoriosamente e Papa Alessandro VI Borgia concede ai Re di Spagna il titolo di ‘Re Cattolici‘ (1494).

La penisola iberica nel 1492

LA SCIENZA ARABA, LA COOPERAZIONE, L’INTOLLERANZA

        Dall’auge della Scienza greca si era passati, nell’era di Roma, conservando ma non creando; solo tecnologia imponente (strade, acquedotti, fogne, edifici, cupole, …) e opere di compilazione.

        Con la Caduta dell’Impero Romano d’Occidente tutto decadde, la tecnologia ed anche la compilazione. Non si conoscevano più né Aristotele, né Euclide, né Pitagora, né Archimede, … si era ripiombati nell’oscurità più completa.

        Diverso è ciò che accadde nell’Impero Romano d’0riente. Lì non vi furono scorrerie di barbari e di cristiani (almeno per un certo tempo). Gli antichi testi greci che in Occidente andavano perduti o bruciati in quanto pagani, in alcuni luoghi d’0riente erano conservati. E fu lì che arabi musulmani vennero in contatto con questi testi, li tradussero (prima in siriaco poi in arabo), li conservarono, ne trassero insegnamenti per elaborazioni che fondevano anche scienza indiana e persiana. Fu questo prezioso patrimonio che in lingua araba arrivò in Spagna a partire dall’VIII secolo. In un ambiente di tolleranza, queste conoscenze furono trasferite ai cristiani indigeni, ed ai moltissimi ebrei che vivevano nella penisola da epoche remote (con alterne vicende di accettazione e persecuzione sotto il dominio cristiano-visigoto e con la piena accettazione degli arabi musulmani per l’aiuto che gli stessi ebrei avevano fornito loro nella conquista di Spagna). Non vi furono persecuzioni di nessuno verso nessuno. Vi era una sorta di divisione del lavoro che vedeva gli arabi padroni di una agricoltura che con irrigazioni avanzatissime, con l’introduzione dell’arancio, del riso, del cotone, della canna da zucchero e di molte altre piante commestibili avevano reso molto fiorente, artefici di un artigianato tecnologicamente avanzato di articoli di lusso (pelli, tessuti, ceramica), ottimi commercianti; gli ebrei gestori di commercio, prestiti e finanza , mentre i cristiani erano il popolaccio, la forza lavoro in massima parte povera ed ignorante, costituita da discendenti dei visigoti, schiavi, slavi, schiavi liberati. I cristiani vedevano con grande ammirazione gli arabi per la loro cultura, raffinatezza ed addirittura per il suono della lingua e, spontaneamente, si convertivano alla religione musulmana diventando mozarabi (arabizzati). Con il passare degli anni cominciarono a nascere musulmani nella stessa Spagna (muladì) che andava pian piano arabizzandosi. Tutti vedevano crescere il livello materiale della loro vita. La stessa tradizione di Isidoro venne abbandonata. Non vi erano momenti della precedente dominazione cristiano-visigota di cui andar orgogliosi. Gli stessi cristiani riconoscevano in svariati scritti la loro ignoranza rispetto allo splendore della cultura araba.

        Il secolo XI, dopo che Toledo tornò in mano cristiana, fu il momento dell’incontro tra il crogiuolo del mondo arabo ed una armata cristiana povera ed integralista. I conquistatori cristiani ogni volta che entravano in una nuova città araba non facevano altro che descriverne le meraviglie, lo splendore economico, l’organizzazione civile, la tecnologia, la produzione letteraria e scientifica. La regione di Al Andalus diventò il punto di incontro delle relazioni tra arabi e cristiani. Gli ebrei iniziarono un lavoro di intermediari e traduttori. Finalmente si ebbe accesso, oltre che a fonti arabe, a testi greci ed anche latini. Per moltissimi anni, fino alla fine del secolo XII, vi fu armonia e gli scambi a senso unico furono enormi. Toledo divenne un centro di traduzioni verso cui da tutta Europa le persone ‘colte’ correvano per leggere, tradurre, studiare le grandi opere dei greci che riemergevano possenti. Perché però, queste opere fossero conosciute nelle nascenti Università occorreva che fossero tradotte in latino. E per arrivare a questo spesso si passava per traduzioni diverse: dal greco originale l’opera era stata tradotta in siriaco, dal siriaco all’arabo, dall’arabo al castigliano e dal castigliano al latino. Lungo la strada svariati testi perdevano il loro significato originale. Alcune parole arabe descriventi oggetti non noti venivano semplicemente trascritte così come suonavano, senza che si capisse a cosa ci si riferiva (alcuni esempi: alcali, alambicco, sorbetto, canfora, nadir, zenit, azzurro, zero, cifra, algebra, algoritmo, liuto, albicocca, caffè, gelsomino, zafferano, ,..). Ed in questa opera paziente e possente occorre ricordare i nomi di Gherardo da Cremona, Platone da Tivoli, Adelardo di Bath, Guglielmo di Moerbeke, … Il caso di Gherardo da Cremona è illuminante dello spirito esistente. Egli si trovava in Sicilia dove esistevano degli originali greci e traduceva dal greco al latino. Viene a sapere da ciò che traduceva, dell’esistenza della grande opera di Tolomeo, l’Almagesto. Forse è in Spagna. Si reca a Toledo, la trova in arabo, studia accanitamente l’arabo e ci fornisce l’Almagesto in traduzione latina. In questo ambiente è aneddotico raccontare di qualche traduttore cristiano che, finita la traduzione, così appuntava in fondo al testo: ‘Fine, sia lode a Dio per il suo aiuto, e maledetto Maometto ed i suoi seguaci‘. Vi era anche un fronte di opposizione a questi testi ed era rappresentato in gran parte da cristiani spagnoli che infatti compaiono molto poco tra i nomi dei traduttori (di una qualche importanza c’è solo Giovanni da Siviglia).

    Osservano Hall e Boas:

E’ possibile che, se non fosse stato per i suoi traduttori, l’Europa non avrebbe mai potuto diventare consapevole della sua eredità intellettuale, sebbene questa possibilità fosse resa inverosimile dalla cristianizzazione dei barbari. Più plausibilmente l’Europa avrebbe potuto riscoprire il suo passato soltanto attraverso un graduale risveglio di interesse per i trascurati manoscritti greci e latini. Nei fatti, tuttavia, l’Europa era così profondamente indebitata con l’Islam per il contributo culturale arrecatole, che il Medio Evo mai si formò un’immagine completamente indipendente del pensiero antico. Lo specchio tenuto da Avicenna, Rhazes al-Biruni, al-Kwarizmi, e molti altri ancora, tramite il quale lo splendore della scienza greca venne riflesso verso il Medio Evo, era in gran parte veritiero, ma vi furono alcune cose che eliminò, altre delle quali cambiò i caratteri. L’Europa trovò in quello specchio il suo passato, e si mise al lavoro per comprenderlo, assimilarlo e sistematizzarlo.

        Gli arabi non si limitarono solo a trasferire le conoscenze del mondo greco, indiano e persiano, elaborarono anche dei commentari che spiegavano, precisavano e discutevano quelle conoscenze. I contributi arabi più grandi si ebbero nei campi dell’alchimia, della magia e dell’astrologia e, per quel che riguarda l’Occidente, il trasferimento ad esso del sistema indiano della numerazione di posizione con l’introduzione dello zero. È nell’epoca di Abd al-Rahman II (circa 850) che appare per la prima volta in Occidente questo sistema di numerazione; esso fu ripreso dall’ebreo spagnolo Rabbi ben Ezra nel XII secolo ma la cosa non ebbe maggior trascendenza fino a quando – XIII secolo – il pisano Leonardo Fibonacci al seguito di suo padre mercante, non lo apprese direttamente in Africa e lo fece conoscere all’Occidente nel suo Liber Abaci del 1202 .

        Anche gli strumenti di osservazione furono creati e perfezionati. Con tali strumenti si compilarono tavole astronomiche via via più accurate per uso nautico ed astrologico (importanti le Tavole toledane di al-Zarqali dell’ XI secolo, sostituite nel XIII secolo dalle Tavole alfonsine realizzate, sotto la direzione del re di Castiglia Alfonso X detto il Saggio, da astronomi arabi, ebrei e cristiani – queste ultime restarono in uso fino al XVI secolo). Altri strumenti come il quadrante, l’astrolabio, la balestrina furono di grande importanza per la navigazione e quindi per la realizzazione di carte nautiche. Questi strumenti venivano poi materialmente realizzati nella penisola iberica costituendo quel patrimonio di artigianato avanzato che la Spagna araba possedeva.

        Vi furono anche dei pensatori originali. Basti ricordare Avempace (Ibn Bajja) che scrisse una importante critica all’opera di Aristotele, critica che sarà poi ripresa da Averroé (Ibn Rusd) e dall’ebreo ispano Mosé Maimonide (XII secolo) e passerà poi al resto dell’Occidente influenzando l’intera opera di San Tommaso (XIII secolo).

     A partire dal XIII secolo, i cristiani della penisola non seppero continuare lo sviluppo logico che aveva implicito in sé la brillante civiltà arabo-andalusa. Ma furono invece capaci, aggiungo io, di distruggere e disperdere i 400.000 volumi della biblioteca di Cordova (1236) ed i 600.000 di quella di Granada (furono salvati solo alcuni testi di medicina).

      Per quel che a noi più interessa, intorno alla metà del XII secolo erano entrate in Europa, tradotte, svariate opere di logica di Aristotele, gli Elementi, l’Ottica e la Catottrica di Euclide, un’opera attribuita ad Euclide, De ponderoso et levi, che s’occupava di peso specifico, leve e bilance, oltre alla Pneumatica di Erone. Verso la fine del secolo videro la traduzione le principali opere di Tolomeo, la Fisica, la Metafisica ed il De Coelo di Aristotele. Una cinquantina d’anni dopo, intorno alla metà del XIII secolo, quasi tutto il corpo delle principali opere dei classici greci era stato tradotto in latino. Alcune opere già iniziavano a vedere la luce nelle lingue volgari. Le opere che probabilmente ebbero una influenza maggiore per rappresentare una visione complessiva ed armonica del sapere, furono quelle di Aristotele.
        Vi erano stati apporti originali arabi ? Certamente si, ma non in campo astronomico, se si eccettuano le numerosissime osservazioni che andarono ad aggiungersi a tutte le precedenti, le nuove tavole che furono prodotte ed il perfezionamento degli strumenti di osservazione. Soprattutto nell’ottica e nel conseguente studio della prospettiva vi furono importanti contributi arabi che andarono ben al di là dei lavori di Euclide, Erone e Tolomeo. Ma il maggior contributo all’Occidente cristiano venne nel campo della matematica dove gli arabi trasferirono, aggiustando e modificando, dall’India all’Europa, un prezioso corpo di conoscenze di algebra, di aritmetica e soprattutto il sistema numerale che, per la prima volta, conteneva lo zero e permetteva di scrivere qualunque numero per semplice combinazione di 10 cifre. Solo chi non conosce l’enorme difficoltà che presentava la numerazione greca, appena un poco alleviata da quella romana, non rimane colpito da questa rivoluzionaria innovazione.
        Ultimi ed importanti contributi arabi vi furono nei campi dell’alchimia, della magia e dell’astrologia.

LA TECNICA E L’ARTIGIANATO NELL’EUROPA MEDIOEVALE


        La prima osservazione è relativa al fatto che, nonostante quanto già detto in proposito, la base più solida per lo sviluppo della tecnica fu il riconoscimento, almeno a parole, fatto dal Cristianesimo, della dignità dell’uomo.
        Dopo la caduta dell’Impero romano (476) alcune tra le più elevate espressioni della civiltà decaddero.  L’arte, la letteratura, la filosofia, qualunque elaborazione teorica vennero meno e per molto tempo furono dimenticate. Occorre però osservare che queste attività erano comunque per poche persone anche se il grado di evoluzione di determinate attività del pensiero dell’uomo sono strettamente connesse con il grado di sviluppo economico e sociale di una società, quantomeno per la possibilità che la produzione di cibo permetta di alimentare un surplus di persone dedicate ad attività non immediatamente produttive. Le città che restano in piedi si vanno spopolando; le terre coltivate  ed una volta fertili sono invase da paludi, fiere  e sterpaglie; le strade spariscono tra la vegetazione e a causa di distruzioni; la ricerca di cibo fa migrare la gente verso le campagne. Il tutto è fortemente aggravato dalla guerra che continua ovunque (quella greco-gotica del VI secolo, secondo Procopio, ridusse ad un terzo la popolazione dell’Italia), dalle pestilenze e dalla fame. Abbiamo già visto la situazione della schiavitù: essa va scomparendo perché costa troppo. Anche le opere, soprattutto acquedotti e sistemi fognari, costruite in momenti di auge dell’Impero senza la necessaria manutenzione vanno decadendo. Gli strumenti per procurarsi i beni materiali non sono avanzati di molto tecnicamente addirittura da un paio di millenni (fusione dei metalli per produrre utensili, applicazione dell’energia animale ad alcune macchine ed in definitiva per produrre energia, l’uso dell’energia idraulica). Le grandi città non possono più essere rifornite di cibo con gli apporti delle province dell’Impero anche perché, dal VII secolo, le conquiste dell’Islam tolsero terreni fertili (Africa del Nord, Spagna, Sicilia, Baleari e dominio sul Mediterraneo) che procacciavano prima alimenti. La necessità di procurarsi cibo, da un lato spopola le città e dall’altro allontana persone da attività artigianali evolute. Anche l’esigenza di costruire nuovi templi non stimolò più di tanto l’edilizia perché si scelse la via della distruzione, utilizzazione e/o spoliazione di quelli preesistenti. Ma, a detta di alcuni studiosi (Lilley), quella delineata è proprio la base su cui si innesteranno quella serie di innovazioni e ritrovati che costituiranno la vita e le fondamenta del mondo moderno. E’ comunque necessario passare attraverso un iniziale arretramento ed a forme di vita più primitive. Organizzarsi in piccole unità autosufficienti, come i feudi. Dentro le quali si crea una nuova organizzazione sociale in cui le condizioni del lavoratore  risultano più elevate e con meno intermediari che nel mondo classico. Ciò portò a crisi produttive che si risolsero solo attraverso l’introduzione di tecniche che in definitiva servivano al procacciamento di energia (acqua e vento).

Dal V al X secolo

            La principale innovazione tecnologica che comporterà una grossa rivoluzione nella quantità di cibo che si può produrre è l’introduzione dell’aratro pesante a ruote che sostituisce quello romano leggero da spalla. Questo aratro con

Nella figura a sinistra un tiro dell’aratro fatto da due uomini. Questo sistema si perfezionò con il tiro di un solo uomo che aveva l’aratro attaccato al corpo tramite una cinghia trasversale sul busto. Nella figura a destra il tiro è da buoi, mediante il giogo che li tiene allineati (vedi figura in basso). Si deve notare che il tiro è efficiente solo se, in contemporanea, vi è una sufficiente pressione sull’aratro per spingere la lama verso il basso.

la sua lama scava più a fondo andando a rimuovere zolle vergini dove è più efficace il ciclo dell’azoto. Questo aratro poneva però  problemi di ‘tiro’ che vennero risolti con l’introduzione del collare da spalla per la bardatura dei cavalli (in sostituzione di quello da gola che strozzava l’animale sempre più quanto più doveva fare sforzi). Come processi collegati vengono: la  bardatura in fila, la

Con questa nuova bardatura, applicata all’aratro, è possibile tirare carri pesanti con ruote, la pesantezza è quella che garantisce la profondità del solco. In figura si ha a anche a che fare con la bardatura in fila.

Con questa nuova bardatura, applicata all’aratro, è possibile tirare
carri pesanti con ruote, la pesantezza è quella che garantisce la
profondità del solco. In figura si ha a anche a che fare con labardatura in fila.

ferratura (che permette l’uso del cavallo in agricoltura) ed il giogo. Oltre a ciò l’agricoltura si avvantaggia di sistemi di irrigazione. Vengono quindi costruiti canali, ponti e mulini a marea (Venezia). Mentre si inizia ad usare la ruota ad

Una delle prime ruote alimentate dal flusso dell’acqua dal basso. Vennero poi introdotte le ruote ad acqua alimentate dall’alto (figura in basso).

acqua per la macina del grano. La produzione agricola permette che si inizi un moderato processo di migrazione dalle campagne verso le città.

XI secolo

            Si perfezionano i mulini ad acqua mentre iniziano ad entrare in funzione i primi mulini a vento. Lo sviluppo dei commerci accompagnò varie scoperte nel campo della navigazione: la bussola, il timone di poppa, lo scandaglio di

profondità, l’astrolabio. Gli archi diagonali ed a sesto acuto in architettura (fine del

Il romanico, intorno all’anno mille, inizia a trasformare gli archi a tutto sesto in archi ellittici e quindi a sesto acuto.

Con successive evoluzioni si arriverà al gotico che, per sostenersi …

Romanico) iniziarono a porre importanti problemi di statica. Si inizia a sviluppare una chimica pratica: coloranti, acido solforico, acido cloridrico, acido nitrico (per separare l’argento dall’oro): Si realizza la produzione di alcol mediante distillazione (l’alcol giocherà in seguito un suo piccolo ruolo

contro alcune teorie aristoteliche : è umido e caldo anziché umido e freddo). Dal punto di vista scientifico colpisce la completa ignoranza della matematica, anche per risolvere questioni elementari. Il nome di Euclide è sconosciuto, non vi è traccia del teorema di Pitagora. La geometria assume l’aspetto di un’arte per misurare che sa di empirico: tagliando e piegando dei pezzi di carta e facendo dei circoli con dei compassi si cercano delle relazioni tra lunghezze ed aree.

XII secolo

            La scienza naturale non viene considerata come un qualcosa che si faccia giorno dopo giorno. Essa è considerata come un qualcosa di già esistente o già esistito che si tratta, al massimo, da riscoprire. Il livello di conoscenze matematiche era poi a talmente basso livello che sarebbe stata impossibile la nascita e lo sviluppo di una fisica. Il problema è evidentemente di una interazione che ancora non nasce tra scienza e tecnica e , soprattutto, dal fatto che c’è un cattivo processo di trasmissione di conoscenze (l’acquisizione di un qualcosa da una parte non la si può comunicare da un’altra dove occorre ripetere gli stessi processi per tornare a trovare le stesse cose). Ma poi, in definitiva, il problema principale risiedeva nel fatto che, a quanto sembra, nessuno sente il bisogno di una scienza della natura. Mancava un qualunque approccio metodico, approccio che, dopo secoli di interruzione, occorreva reinventarsi daccapo, ripassando per una gran mole di errori e strade sbagliate. Ad esempio, uno dei portati platonici se da una parte indicava la matematica come frutto del solo pensiero (fatto questo che è una sola e pia illusione), dall’altra quasi estendeva lo stesso metodo a tutte le discipline, particolarmente alla fisica. Fu questa una idea, certamente sbagliata, che si fece strada nel corso del secolo che però, almeno, iniziava ad indicare un possibile metodo. Si cominciò così sulla base anche della logica aristotelica, a cercare una spiegazione di fatti particolari a partire da principi generali. Questo concetto, di spiegazione razionale, ebbe discreta fortuna soprattutto tra logici e filosofi il cui fine ultimo, comunque, non era quello di conoscere la natura ma di capire e spiegare alcuni problemi di logica aristotelica. Sulla scia quindi dei modelli platonici, neoplatonici e di Sant’Agostino, la matematica assurse a modello di scienza razionale e si affermò il concetto che i sensi ci ingannano e che solo la ragione può fornirci la verità. Fatto di notevole importanza fu l’introduzione (1150) fatta dai musulmani in Spagna della carta (di provenienza cinese e passata successivamente a Samarcanda, Baghdad, Egitto, Marocco)

XIII secolo

            È questo il secolo in cui si possono iniziare ad apprezzare vari avanzamenti su tutti i fronti. La tecnologia fornisce macchine e strumenti che sempre più permettono il passaggio verso forme di produzione sempre più avanzata. La quantità (e la diversità) dei prodotti sui mercati cresce. Le macchine che vengono utilizzate sono: il filatoio a ruota, la segheria a ruota

 idraulica, le fucine alimentate a mantici idraulici (con ciò si inizia a produrre ferro a buon mercato insieme ad alcune sue leghe come la ghisa). Vengono realizzati

gli occhiali per presbiti (che allungano la vita ‘produttiva’ delle persone) ed i primi

orologi meccanici (a pesi ed a ruota). Si importano metodi di produzione della carta (che può essere fabbricata in quantità utilizzando i grandi raccolti di lino). Si importa la polvere da sparo: Dal punto di vista architettonico ancora la statica fa dei passi avanti attraverso lo sviluppo del gotico (pilastri, archi rampanti, …). 

...ha bisogno di pilastri ed archi rampanti.

    Le carte nautiche vanno sempre più perfezionandosi. L’agricoltura che fornisce la materia prima per alimentarsi fa notevoli progressi attraverso la scoperta e la sistematica applicazione della concimazione (stabbio da bestiame che comincia ad essere allevato a complemento dell’agricoltura stessa. Altra importante innovazione fu quella della rotazione delle colture). Dal punto di vista più eminentemente culturale questo secolo registra alcuni fatti di notevole importanza: la fondazione e lo sviluppo delle Università, la riscoperta non episodica di Aristotele, l’attività di insegnamento degli ordini mendicanti. Questi fatti sono in stretta connessione con la nascita dei Comuni, con l’aumento della popolazione e con la maggiore disponibilità di beni. Ultimo elemento di grande interesse è il netto progresso della matematica che iniziò ad aprirsi in modo importante verso l’aritmetica e l’algebra (in questo risentendo molto dell’influsso arabo). Due furono i matematici di rilievo di questo periodo: Leonardo Fibonacci (che, fornendo metodi per la soluzione approssimata di equazioni fino al quarto grado, ci mostra l’intuizione del continuo) il quale introdusse per la prima volta in Europa ed in latino il sistema numerale posizionale arabo-indiano (con l’introduzione rivoluzionaria dello zero); Giordano Nemorario che lavorò su svariate questioni di aritmetica, algebra e geometria, occupandosi anche delle proprietà delle proiezioni stereografiche (di enorme utilità per il disegno di carte geografiche). È utile qui osservare che, se da una parte dietro questi matematici si intravede l’opera riscoperta di Euclide, Erone, gli arabi e, l’allora completamente sconosciuto in Occidente, Diofanto, dall’altra c’è l’evidente originalità di approcci totalmente differenti, a volte vicini a problemi che sorgevano dalla vita sociale.

XIV secolo

            Le cose vanno moltiplicandosi a valanga. Cresce la veleggiatura e conseguentemente la stazza delle navi. Vengono sviluppati i filatoi con ruota a pedale. Si realizzano le prime chiuse in opere idrauliche al fine di regolare l’afflusso di acqua alle varie macchine ormai funzionanti ad energia idraulica e, soprattutto, per non dipendere dalle secche o dalle piene. Si costruiscono delle segherie idrauliche. Si inventa la pialla e si perfeziona la polvere da sparo (con l’aggiunta al salnitro di carbone e zolfo). Gli orologi hanno un grande sviluppo. Viene inventato il mortaio. Ma la cosa che ha maggior interesse per l’Italia (poiché in pratica finanzierà il Rinascimento ed il Barocco) è la fioritura di imprese finanziarie e mercantili che comportarono la nascita delle banche e delle imprese di trasporto. Come sottoprodotti nascevano: le cambiali, la partita doppia (Venezia), la statistica e le mediazioni. Nasce poi in Italia, prima a Napoli poi a Modena, una fiorente industria dei liquori. La scienza per parte sua marciava in gran parte all’interno di istituzioni dirette da ecclesiastici e si sviluppò essenzialmente intorno a questioni filosofiche strettamente connesse a questioni teologiche (che rapporto c’è tra la cosmologia cristiana dominata dalla rivelazione e la cosmologia della scienza razionale dominata dalla cosmologia aristotelica?).

XV secolo

            La cosa di gran lunga più importante fu la diffusione della stampa e del torchio. In particolare l’invenzione della stampa a caratteri mobili (Gutenberg, 1450). La Bibbia, prima opera stampata, si diffonde rapidamente ed aiuterà molto sulla strada della Riforma. È questo il secolo dei progetti e dei congegni di Leonardo (che però non ebbero ulteriori implicazioni in quanto fatti privati e mai pubblicizzati dallo scienziato). Si realizzarono i primi altiforni. Si inventò il congegno biella-manovella per la trasformazione del moto rotatorio in alternativo e viceversa. Si accoppiarono i mulini a vento alle pompe per il prosciugamento delle miniere. si cominciò a pensare al ‘brevetto’ di ritrovati ritenuti di una qualche utilità (ed ecco che si realizza la congiunzione vincente tra lavoro intellettuale, realizzazione pratica e guadagno). I primi brevetti furono realizzati a Firenze ed a Venezia. Si costruirono le prime società per azioni (Italia) ed ebbe un grande sviluppo la ragioneria. Per quel che più direttamente ci riguarda occorre sottolineare che l’invenzione della stampa rese disponibili le principali opere tradotte od originali fino ad allora prodotte. Ciò dimostra quindi che doveva esservi una relativamente grande richiesta di tali opere. Si iniziò addirittura la pubblicazione di Opera Omnia accompagnata da commenti e critiche.

XVI secolo

            Solo qualche cenno poiché molte delle cose qui realizzate saranno riviste quando ci occuperemo delle persone che vi lavorarono. Da un punto di vista tecnologico le più importanti realizzazioni sono: termometro, igrometro, miscele frigorifere, orologi tascabili, matita, macchine per tessuti a maglia, seminatrice automatica, processo moderno per la fabbricazione degli specchi, prima distribuzione capillare dell’acqua in varie città mediante acquedotti (con i conseguenti problemi connessi all’idraulica ed alla pressione, anche dell’aria). Nasce inoltre la posta a corrieri (Italia), le prime industrie di merletti e di cioccolata (Italia). Si iniziano a fabbricare calzemaglie (Spagna) e saponi profumati (Napoli, Bologna). Si riesce a mettere mano alla Riforma del Calendario (1582) e nasce il primo istituto di ricerca (Napoli, 1560). Per la prima volta si riesce ad intravedere una stretta dialettica tra prodotti tecnici ed elaborazione scientifica. Per parte sua, con la Scuola di Bologna, la matematica si affranca dalla richiesta di soluzioni pratiche affermandosi come matematica pura.

CORRENTI FILOSOFICHE E SCIENTIFICHE SUL FINIRE DEL MEDIOEVO E NEL PERIODO DELL’UMANESIMO  

            Nonostante già si conoscessero alcune opere di Aristotele, l’intero corpo dei suoi lavori, che rende ben conto della complessità, globalità e sistematicità del suo pensiero, viene conosciuto nel corso del XII secolo. È il primo sistema che abbraccia nel suo complesso tute le branche del pensiero e della conoscenza. Il fascino che l’aristotelismo iniziò ad esercitare fu enorme. Anche tra i cristiani (particolarmente quando gli ‘scolastici’ conobbero la Metafisica di Aristotele) sorse un forte moto di ammirazione: il sistema aristotelico poteva rappresentare il complemento filosofico, ciò che la Chiesa aveva sempre cercato, al Cristianesimo stesso, un corpo di dottrine che avrebbe finalmente nobilitato culturalmente il Cristianesimo (che fino ad allora oltre alla povera ed “incolta” Bibbia, si era affidato alle pie ma parziali visioni di Platone e dei neoplatonici). Sfortunatamente in Aristotele, più che in Platone, mancava l’idea di Dio. Questo fu il motivo per cui l’aristotelismo ebbe alterne vicende durante il 1200. Intanto già nel 1169, il Concilio di Tours aveva vietato ai monaci di leggere i pericolosi testi di fisica. Nel 1210, il Concilio provinciale di Parigi vieta l’insegnamento delle dottrine aristoteliche. E non è che queste cose non avessero peso. Ormai le Università non erano più le libere Università del loro nascere; vista la loro crescente importanza queste, con il beneplacito ed il sostegno delle varie case regnanti, erano ormai passate tutte sotto il controllo diretto della Chiesa (principalmente francescani e domenicani erano tra i gestori di queste istituzioni): I divieti di insegnamento o le condanne avevano effetti immediati sulla diffusione, ai livelli culturali più elevati, delle dottrine di Aristotele e degli aristotelici. Inoltre, proprio all’inizio del XIII secolo cominciarono a diffondersi per l’Europa svariati movimenti religiosi giudicati eretici dalla Chiesa. Tra questi i principali erano: i Catari (Albigesi, Manichei, Patarini, …) ed i Valdesi. Nel 1209 una ‘crociata’ contro gli Albigesi si era conclusa con orrendi massacri. Ma l’aspetto più importante di ciò è che nel 1233 Gregorio IX fondò il Tribunale dell’Inquisizione che nel 1235 venne affidato come ‘privilegio’ ai domenicani e poi esteso ai francescani. Si iniziò subito con la pratica della tortura che fu ufficialmente autorizzata e riconfermata da Innocenzo IV (1252), Alessandro IV (1259), Clemente IV (1265). Ebbene, in questo clima, si susseguirono altre condanne ad Aristotele: dapprima si espresse in proposito il Concilio lateranense del 1215 (con Innocenzo III), quindi la cosa fu riaffermata da Onorio III e da Gregorio IX (1231), infine, qualche anno dopo, da Urbano IV. Ancora nel 1277 sia il vescovo di Parigi E. Tempier che quello di Canterbury condannarono ben 219 proposizioni tratte dall’opera di Aristotele e dagli aristotelici (essenzialmente Averroè). Il contrasto tra aristotelismo e Cristianesimo (insignificanza del posto di Dio, eternità del mondo con conseguente negazione della Creazione, inesistenza del libero arbitrio in un mondo dominato dal movimento delle sfere celesti, la non immortalità dell’anima, il rigido determinismo, …) fu appianato da S. Tommaso (che meriterà una qualche attenzione per il ruolo che avrà in seguito).

     Abbiamo quindi visto le due poderose correnti di pensiero che, con alterne vicende, andavano facendosi strada durante il Quattrocento ed il Cinquecento: il platonismo e l’aristotelismo. Abbiamo anche osservato che parlare di queste due correnti di pensiero non vuol dire necessariamente riferirsi agli autori originali. Con i tempi totalmente cambiati anche le strutture di pensiero cambiano radicalmente. C’è inoltre da osservare che la scoperta dei lavori di Archimede si inseriva come un cuneo o, meglio, come un’oasi di libero pensiero nella morsa Platone-Aristotele che, tra l’altro, implicava concezioni metafisiche che, a volte, potevano essere a volte non condivisibili e che, sempre, andavano a sostegno del potere costituito. Ebbene, manca qui una corrente di pensiero originale che va affermandosi in Italia durante il Cinquecento. Si tratta della filosofia della natura i cui maggiori esponenti furono: Giordano Bruno, Bernardino Telesio, Francesco Patrizi, Tommaso Campanella. Grande rispetto e venerazione per tutti i classici e ripulsa, non tanto verso Aristotele quanto, verso il dogmatismo degli aristotelici, e quanto verso il loro rappresentare la conservazione, lo status quo, il mantenimento dei privilegi. Questi grandi maestri sono certamente dei simboli del libero pensiero in un libero Stato. Rappresentano l’ideale traslato al Comune della Polis greca. Rappresentano un ideale di emancipazione, di giustizia e di Stato moderno. I classici sono sempre presenti, servono da stimolo ma, come sosterrà Marsilio Ficino (fondatore dell’Accademia Platonica di Firenze ), quell’imitare è un creare, è un ritrovare alle fonti la complessa natura. Ma ciò che in fondo colpiva era il fatto che lo Stato giusto è lo Stato razionale, la possibilità di raggiungere il vivere in pace attraverso un ordine che sia in grado, in sé, di superare tutte le divergenze. Eppure la nuova scienza e tutto ciò che le dà vero alimento non trae la sua spinta principale dalla riscoperta di testi antichi o dalla reazione antiaristotelica. Per convincersi di ciò basti solo pensare che il rinnovamento della fisiologia avviene proprio in ambienti aristotelici là dove si innesta la novità della sperimentazione. Insomma, come ormai concordano quasi tutti gli autori, il Rinascimento è possibile più per la miriade di artigiani, medici, architetti, costruttori, inventori che si sono succeduti negli ultimi tre o quattro secoli che non dalla pur importante riscoperta dei classici. Certo che occorre fare i conti con l’acido e assolutamente interessato giudizio sciovinista di Koyré che afferma: “l’ideale di civiltà dell’epoca che giustamente si chiama Rinascimento delle lettere e delle arti, non è in nessun modo un ideale di scienza, ma un ideale di retorica”. Certo è che se ancora ci riferiamo ai filosofi della natura c’è almeno un elemento che li separa da quella che nel secolo successivo diventerà scienza, il fatto che anche il soggetto, l’individuo, ha una parte di rilievo nella conoscenza del mondo esterno. In questo i filosofi della natura sono più vicini a Platone ma non tutti sono platonici. Essi sono di più tesi verso il mondo dei presocratici, degli antichi filosofi ionici (alla fine del secolo XV, comunque, il platonismo cominciò a crescere, ad esempio, a Firenze dove si imponeva anche per motivi “nazionalisti”, poiché in fondo l’aristotelismo veniva importato da Oxford e da Parigi). Portano con loro delle forti componenti ermetiche e legate al corpuscolarismo democriteo e l’influenza sempre crescente di quest’ultimo ebbe il grande merito di separare sempre di più gli ambiti della scienza da quelli della magia. Ma dicevamo della rinascita del platonismo sul finire del Quattrocento. Da un lato l’aristotelismo si era arroccato in due zone specifiche di stretta conservazione e competenza: la logica e la filosofia della natura: ciò propiziò una coesistenza col pensiero platonico che nel frattempo si era arricchito di nuovi testi (i Dialoghi) e che rivendicava per sé quella della metafisica e della teologia nelle mediazioni neoplatoniche. E, tanto per affermare di nuovo che vi fu rottura rispetto al portato dell’antichità classica, è utile notare che la polemica fu portata non da addetti alle suddette discipline ma da matematici, ottici, medici, architetti, … In definitiva due aspetti caratterizzavano la rivoluzione del Cinquecento e del Seicento: da una parte il riconoscimento della necessità di ‘sporcarsi le mani’, di toccare la natura, magari attraverso la tecnica, di misurare, di ripetere i procedimenti che non fanno più parte di un gioco ma servono per sopravvivere, dall’altra parte, proprio questo approccio più metodico richiedeva metodi quantitativi più precisi ed affidabili, insomma serviva una matematica. Tutto questo rappresenta, visto con i nostri occhi, il bisogno di saldare le due principali tradizioni, l’aristotelica e la platonica. La difficoltà nasceva però non già dai procedimenti eventualmente scelti come approccio ai fatti naturali, ma nel fatto che dietro l’aristotelismo od il platonismo non vi erano né Aristotele né Platone ma la metafisica, il dogma, le guerre di religione, il mantenimento di privilegi e, in definitiva, il potere. Si capisce quindi che i rami della scienza che ebbero gli sviluppi più clamorosi furono proprio quelli in cui i processi di misura entrarono più massicciamente: Insomma i dati osservativi di Aristotele, di Platone o di Galileo sono gli stessi. Cambia il modo di interpretare le stesse cose: Occorre ora andare oltre la spiegazione ingenua, nasce l’uomo teorico. Da questo momento non è più il dato osservativo in sé che gioca un ruolo importante ma è l’interpretazione non ingenua della realtà che fa nascere e crescere il nuovo mondo. Mondo che è in marcia, come studieremo nel seguito di questo lavoro.

ALCUNE CONSIDERAZIONI

            Tutte queste innovazioni tecniche modificarono profondamente la vita civile in Europa e comportarono la liberazione di molti uomini dal bruto lavoro fisico. Il cibo veniva prodotto in eccedenza: ciò permise lo sviluppo delle città, delle arti, dei commerci, delle cattedrali, delle Università (ma anche delle Crociate). Conseguenza più o meno diretta fu lo sviluppo della scienza:

– la farmacologia e l’agricoltura portarono alla botanica;

– la medicina portò all’anatomia e alla fisiologia;

– la ricerca mineraria portò alla mineralogia ed alla geologia;

– la vetraria portò all’ottica;

– l’architettura permise la nascita di una nuova statica;

– l’artiglieria fornì importanti contributi alla cinematica ed alla dinamica;

– tra il Quattrocento ed il Cinquecento i portati della tecnica nei campi della meccanica e dell’architettura civile e militare fecero riconoscere nella matematica uno strumento indispensabile (e di questo parleremo nel seguito di questo lavoro).

            Verso la fine del Medioevo la borghesia delle città acquista una potenza considerevole. Essa ha sviluppato una notevole quantità di attività nell’ambito dei commerci, dell’artigianato e della finanza. Ha messo in piedi una fittissima rete di attività commerciali e, soprattutto, ha preso coscienza di sé. La lungimiranza di alcuni di questi artigiani permise il passaggio da un modo di produzione meramente empirico ad un modo più perfezionato, in cui i processi di misura e di ripetitività di un dato oggetto fossero via via più perfezionati. Inizia così, in Italia, un embrione di coscienza scientifica che nulla ha a che vedere con la tradizione classica. E lo spirito scientifico via via diventa consapevole di sé e si emancipa dalla mera applicazione tecnica. È ancora la borghesia nascente che aiuta questi processi. È il mondo ecclesiastico e religioso (insieme a quello dei nobili, ugualmente parassitario) che rappresenta un impedimento al pieno realizzarsi delle aspirazioni borghesi. Per questo agli ideali di nobiltà e clero ed ai loro pensatori si inizia a contrapporre uno spirito laico e quindi altri pensatori. Quali? Ma quelli che hanno rappresentato il massimo dello splendore del passato nel massimo dello splendore delle città della Grecia classica. Come osserva Federico Enriques, l’abito scientifico sorge nel comune italiano come era sorto nella città greca, dalla contemplazione della natura, concepita come una grande opera d’arte. E questo è il motivo per cui è inscindibile il momento della crescita della scienza da quello della produzione artistica nell’Italia del Rinascimento e del Barocco. La natura: con numeri, proporzioni ed armonia. È ciò che ritroviamo in tutti i grandi artisti dell’epoca che, insieme, furono matematici e scienziati. Quindi progresso tecnico, nascita della borghesia, disponibilità economiche, riconquista della natura e studio di essa. Da tutto ciò anche la città riceve grossi impulsi e cresce non solo in bellezza ma anche come motore di progresso (si costruiscono delle tavole comparative di pesi, di misure e di diverse monete, si tracciano piante e carte geografiche sempre più attendibili perché sempre più affidate a strumenti perfezionati. Si ricordi che questa è l’epoca dei grandi viaggi).

Nella Parte II del lavoro prenderò in considerazione tutti i contributi scientifici di rilievo, arabi e non, che si sono avuti tra il V ed il XV secolo.

NOTE


(1) Per completezza devo ricordare che a Roma la biblioteca più importante fu quella di un privato, di Lucio Licinio Lucullo (morì nel 56 a.C.) I suoi libri provenivano dall’Oriente. La prima biblioteca pubblica si realizzò nel 37 a.C. a Roma nell’Atrium Libertatis per opera di Caio Asinio Pollione. A questa se ne aggiunsero altre due per interessamento di Cesare e di Augusto, la prima nel Campo di Marte e la seconda nel Campidoglio (28 a.C.). Si sa molto poco di queste biblioteche, ad esempio che i libri greci erano separati dai latini.. La loro importanza era evidentemente molto limitata.

(2) La scienza propriamente detta a Roma soffriva della mancanza, come in Grecia, di un sistema rappresentativo dei numeri che permettesse avanzamenti importanti. A parte avanzamenti in medicina furono realizzati alcuni strumenti di misura (come la groma in uso tra gli agrimensori) ed una importante riforma del calendario.

Una groma nella ricostruzione di Matteo della Corte da alcuni resti trovati a Pompei. Lo strumento è costituito da due aste perpendicolari tra loro e sospese su un sostegno verticale. Alle estremità di tali aste pendono dei fili a piombo. Mentre la prima asta serviva per guardare nella direzione scelta, la seconda permetteva di determinare la direzione perpendicolare ad essa (di grande uso nell’urbanistica).

(3) L’evoluzione della questione ‘schiavitù’ merita una qualche attenzione. A partire dal IX secolo, gli schiavi non rappresentano più un fatto economico di primo piano. Il padrone di schiavi poteva operare in due modi diversi rispetto a loro: poteva utilizzarli né più né meno come animali pretendendo da loro il massimo di lavoro in cambio del solo sostentamento; poteva farli in qualche modo ‘compartecipi’ di un qualche beneficio. Il primo modo di operare è solo apparentemente il più redditizio. Da un certo punto in poi, il deperimento della materia prima gli fa perdere valore sul mercato e, a fronte di un profitto immediato, si è distrutta la macchina. Si aggiunga poi che lo schiavo é (per fortuna) un cattivo lavoratore che non cura gli interessi del padrone. Come già detto la merce deperisce ed i tempi per la sostituzione con i figli sono lunghi e costosi (si pensi alla lunga gestazione ed a tutto il tempo in cui il piccolo schiavo non è autonomo). La cosa può funzionare solo su grandi numeri, quando c’è una continua alternanza nel ricambio, ma quando la disponibilità di merce sul mercato decresce, allora occorre pensare alla seconda soluzione prima accennata. Il grande proprietario iniziò quindi a rendere minimamente compartecipe lo schiavo degli utili: lasciava, ad esempio, una parte del suo fondo ad uno schiavo. Con questa parte di fondo lo schiavo doveva mantenere se stesso e la sua famiglia, in cambio doveva coltivare la parte rimanente del fondo. Pian piano,visto che la cosa era molto produttiva, si passò dalla schiavitù alla servitù; lo schiavo iniziò sempre più a passare alla categoria di servo. Il padrone guadagnava di più, lo stato giuridico dello schiavo sembrava migliorato, in realtà non era cambiato in nulla. Successivamente lo schiavo poteva ‘affrancare’ il suo terreno e quindi andare a situazioni di sempre maggiore emancipazione. Si pensi solo che ancora oggi i contadini che lavorano in grandi latifondi (soprattutto in Spagna) stanno tentando di ottenere l’affranco di terre che lavorano da centinaia d’anni.
 

(4) Il grande impegno dei primi ordini monastici sulla dignità del lavoro fu ridimensionato dalle gerarchie ecclesiastiche. In particolare, nel secolo XIII, Tommaso d’Aquino sosteneva che “se le regole dell’ordine non contengono particolari norme sul lavoro manuale, i religiosi non sono altrimenti obbligati ad esso“.
Riguardo all’opera di raccolta, conservazione, compilazione e traduzione di svariate opere di classici greci, occorre ricordare l’opera di Cassiodoro che fondò a Vivarium, in Calabria, un apposito convento (VI secolo).

Con il passare degli anni anche questi ordini monastici passarono al puro conservatorismo. Si pensi solo che ai francescani fu concesso il privilegio dell’Inquisizione insieme ai domenicani.

(5) L’elenco dettagliato delle opere e dell’epoca in cui comparvero le loro principali traduzione si trova in: A.C. Crombie – Da S. Agostino a Galileo – Feltrinelli 1970; pagg. 45-51. Si possono trovare anche in fondo all’articolo, pubblicato su Fisica/mente: Roberto Renzetti – Preludio alla scienza: Egitto e Mesopotamia.

(6)Nel 1567, in piena Controriforma, Papa Pio V dichiarò Tommaso Dottore della Chiesa affiancandolo ad Ambrogio, Agostino, Gerolamo e Gregorio Magno. Da questo momento le dottrine tomistico-aristoteliche diventarono ufficialmente leggi della Chiesa. Fu così che Aristotele iniziò ad essere considerato addirittura un ‘precursore di Cristo nelle cose naturali’ e quindi ad essere considerato una indiscutibile autorità nelle cose filosofiche, scientifiche e teologiche. A partire dal 1879 un’ordinanza di Papa Leone XIII rese obbligatorio l’insegnamento del suo sistema (quello “vero”) in tutte le scuole cattoliche.


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