Fisicamente

di Roberto Renzetti

http://www.romacivica.net/anpiroma/Resistenza/resistenza2c6.html

16 ottobre 1943

La deportazione degli ebrei di Roma

            La “soluzione finale” per gli ebrei romani arriva il 24 settembre 1943 con l’ordine da Berlino di “trasferire in Germania” e “liquidare” tutti gli ebrei “mediante un’azione di sorpresa”. Il telegramma riservatissimo è indirizzato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS a Roma. Nonostante il colpo delle leggi razziali, gli ebrei a Roma non si aspettano quello che sta per accadere: Roma è “città aperta”, e poi c’è il Papa, sotto l’ombra della cupola di San Pietro i tedeschi non oserebbero ricorrere alla violenza. Le notizie sul destino degli ebrei in Germania e nell’Europa dell’Est sono ancora scarse e imprecise. Inoltre, la richiesta fatta il 26 settembre da Kappler alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d’oro, pena la deportazione di 200 persone, illude gli ebrei romani che tutto quello che i tedeschi vogliono sia un riscatto in oro. Oro che con enormi difficoltà la comunità riesce a mettere insieme e consegnare due giorni dopo in Via Tasso, nella certezza che i tedeschi saranno di parola e che nessun atto di violenza verrà compiuto. Nelle stesse ore le SS, con l’ausilio degli elenchi dei nominativi degli ebrei forniti dall’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno, stanno già organizzando il blitz del 16 ottobre.

C’è una lapide sulla facciata della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte a Via del Portico d’Ottavia, quasi di fronte alla Sinagoga. Ricorda che “qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei”. Qui, in un’alba di 56 anni fa, si radunarono i camion e i soldati addetti alla “Judenoperation” nell’area del ghetto, dove ancora abitavano molti ebrei romani. Il centro della storia e della cultura ebraiche a Roma stava per vivere il suo giorno più atroce. «Era sabato mattina, festa del Succot, il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermeriao», così Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, ha ricordato  quella mattina del 16 ottobre 1943.

Alle 5,30 del mattino di sabato 16 ottobre, provvisti degli elenchi con i nomi e gli indirizzi delle famiglie ebree, 300 soldati tedeschi iniziano in  contemporanea la caccia per i quartieri di Roma. L’azione è capillare: nessun ebreo deve sfuggire alla deportazione. Uomini, donne, bambini, anziani ammalati, perfino neonati: tutti vengono caricati a forza sui camion, verso una destinazione sconosciuta. Alla fine di quel sabato le SS registrano la cattura di 1024 ebrei romani.

“Quel 16 ottobre -racconta uno degli scampati alla deportazione- era un sabato, giorno di riposo per gli ebrei osservanti. E nel Ghetto i più lo erano. Inoltre era il terzo giorno della festa delle Capanne. Un sabato speciale, quasi una festa doppia… La grande razzia cominciò attorno alle 5.30. Vi presero parte un centinaio di quei 365 uomini che erano il totale delle forze impiegate per la “Judenoperation”. Oltre duecento SS contemporaneamente si irradiavano nelle 26 zone in cui la città era stata divisa per catturare casa per casa gli ebrei che abitavano fuori del vecchio Ghetto. L’antico quartiere ebraico fu l’epicentro di tutta l’operazione… Le SS entrarono di casa in casa arrestando intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno… Tutte le persone prelevate vennero raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova poco più in là del Portico d’Ottavia attorno ai resti del Teatro di Marcello. La maggior parte degli arrestati erano adulti, spesso anziani e assai più spesso vecchi. Molte le donne, i ragazzi, i fanciulli. Non venne fatta nessuna eccezione, né per persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che avevano ancora i bambini al seno…”.

“I tedeschi bussarono, poi non avendo ricevuto risposta sfondarono le porte. Dietro le quali, impietriti come se posassero per il più spaventosamente surreale dei gruppi di famiglia, stavano in esterrefatta attesa gli abitatori, con gli occhi da ipnotizzati e il cuore fermo in gola”, ricorda Giacomo Debenedetti.

“Fummo ammassati davanti a S. Angelo in Pescheria: I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini … e anche vecchi e malati, e ripartivano. Quando toccò a noi mi accorsi che il camion imboccava il Lungotevere in direzione di Regina Coeli… Ma il camion andò avanti fino al Collegio Militare. Ci portarono in una grande aula: restammo lì per molte ore. Che cosa mi passava per la testa in quei momenti non riesco a ricordarlo con precisione; che cosa pensassero i miei compagni di sventura emergeva dalle loro confuse domande, spiegazioni, preghiere. Ci avrebbero portato a lavorare? E dove? Ci avrebbero internato in un campo di concentramento? “Campo di concentramento” allora non aveva il significato terribile che ha oggi. Era un posto dove ti portavano ad aspettare la fine della guerra; dove probabilmente avremmo sofferto freddo e fame, ma niente ci preparava a quello che sarebbe stato il Lager”, ha scritto Settimia Spizzichino nel suolibro “Gli anni rubati”.

Per la prima volta Roma era testimone di un’operazione di massa così violenta. Tra coloro che assistettero sgomenti ci fu una donna che piangendo si mise a pregare e ripeteva sommessamente: “povera carne innocente”. Nessun quartiere della città fu risparmiato: il maggior numero di arresti si ebbe a Trastevere, Testaccio e Monteverde. Alcuni si salvarono per caso, molti scamparono alla razzia nascondendosi nelle case di vicini, di amici o trovando rifugio in case religiose, come gli ambienti attigui a S. Bartolomeo all’Isola Tiberina. Alle 14 la grande razzia era terminata. Tutti erano stati rinchiusi nel collegio Militare di via della Lungara, a pochi passi da qui. Le oltre 30 ore trascorse al Collegio Militare prima del trasferimento alla Stazione Tiburtina furono di grande sofferenza, anche perché gli arrestati non avevano ricevuto cibo. Tra di loro c’erano 207 bambini.

Due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, i prigionieri vengono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame in partenza dalla Stazione Tiburtina. Il 22 ottobre il treno arriva ad Auschwitz.

Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.

Dopo il 16 ottobre 1943, la polizia tedesca catturò altri ebrei: alla fine  scomparvero da Roma 2091 ebrei. Uno dei momenti più tragici fu il massacro delle Fosse Ardeatine; in queste cave di tufo abbandonate, fuori dalle porte della città e contigue alle vecchie catacombe, il 24 marzo 1944 furono trucidati 335 uomini di cui 75 ebrei. 

Roma fu liberata il 4 giugno 1944 e la capitolazione finale di tedeschi e fascisti si ebbe il 2 maggio 1945. Nel 1946, le vittime accertate per deportazioni da tutta Italia furono settemilacinquecento e quelle per massacri mille; gli abbandoni per emigrazione, cinquemila. Dalla comunità di Roma, oltre ai 2091 deportati e morti, mancavano alla fine della guerra anche molti emigrati. Nel biennio 1943-1945 le perdite della popolazione ebraica in tutta Italia furono all’incirca 7750, pari al 22% del totale della popolazione ebraica nel nostro Paese.

Testimonianze

Giacomo Debenedetti

“I tedeschi bussarono, poi non avendo ricevuto risposta sfondarono le porte. Dietro le quali, impietriti come se posassero per il più spaventosamente surreale dei gruppi di famiglia, stavano in esterrefatta attesa gli abitatori, con gli occhi da ipnotizzati e il cuore fermo in gola”.

Settimia Spizzichino (da “Gli anni rubati”)

“Fummo ammassati davanti a S. Angelo in Pescheria: I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini … e anche vecchi e malati, e ripartivano. Quando toccò a noi mi accorsi che il camion imboccava il Lungotevere in direzione di Regina Coeli… Ma il camion andò avanti fino al Collegio Militare. Ci portarono in una grande aula: restammo lì per molte ore. Che cosa mi passava per la testa in quei momenti non riesco a ricordarlo con precisione; che cosa pensassero i miei compagni di sventura emergeva dalle loro confuse domande, spiegazioni, preghiere. Ci avrebbero portato a lavorare? E dove? Ci avrebbero internato in un campo di concentramento? “Campo di concentramento” allora non aveva il significato terribile che ha oggi. Era un posto dove ti portavano ad aspettare la fine della guerra; dove probabilmente avremmo sofferto freddo e fame, ma niente ci preparava a quello che sarebbe stato il Lager”.

Perla Funaro (da Il Messaggero, 16 ottobre 2003)

Apre Il Messaggero, e vede la foto dei suoi zii e dei due cuginetti, che non sono mai tornati da Auschwitz; una foto che lei non conosceva. «Ero andata a leggere le due pagine sulla deportazione, perché quel giorno hanno portato via anche me, che avevo cinque anni, con i miei genitori; ho riconosciuto zio Leo, e sono scoppiata a piangere». Perla Funaro racconta una storia terribile, e anche terribilmente romana. «Mio padre, Cesare, aveva cinque fratelli: Ettore, Leo, Ada, Giuditta e Arnaldo. Noi vivevamo a Montesacro; ma zia Giuditta faceva l’ostetrica, e dopo le leggi razziali, poteva lavorare solo con gli ebrei; per questo, ci siamo trasferiti a via Arenula». Il 16 ottobre ’43, «presi tutti, meno Arnaldo che era nascosto. Portati a via della Lungara, alla Scuola militare; la sera, papà, mamma e io rilasciati: perché mamma era ariana, cattolica, e io anche. In quelle ore, papà ha detto a mamma: se ci liberano, facciamo un altro figlio. E così, nel ’44 nasce Dario». E quella foto? «Zio Leo, sua moglie Teresa Di Castro, i figli Dario ed Adolfo, allora 13 e 7 anni. Mai più tornati. Come gli altri miei zii: nel lager , io ho perso otto persone. I fratelli non si sono nemmeno salutati tra loro, a via della Lungara: chi poteva sapere che non si sarebbero rivisti mai più?».
La signora Perla è ancora scossa. Racconta di sua madre, Trieste Belardi («nonno era repubblicano; i figli li aveva chiamati tutti così: Oberdan, Anita, Balilla, Cesare»); di lei, che le zie volevano divenisse ebrea («mi avevano anche iscritta alla comunità, ricevevo Shalòm ; nel dopoguerra, mi sono cancellata: e se a qualche matto gli gira come gli è girato a quello lì…?»); della singolare vita in casa sua («papà non era molto religioso, come non lo erano mai stati i Funaro; però, il giorno di Kippùr digiunava da solo»). E di «zio Leo, che era rimasto a Montesacro, abitava al piano ammezzato; e quando arrivano, i nazisti credono che sia lui il portiere. Lui, che non era il portinaio, non apre; loro sfondano la porta, e gli spaccano la testa; è partito per Auschwitz tutto bendato, poverino». Indagini a fine guerra? «Abbiamo chiesto a qualcuno; ci hanno detto d’aver visto zio Leo che mangiava le bucce delle patate».
Quella mattina «non la dimenticherò mai. Sentiamo grandi rumori nella strada; ci affacciamo; uno, che vendeva abbacchi, ci urla: scappate, che arrivano i tedeschi. Non c’è tempo: suonano alla porta; cercano zio Ettore e portano via tutti. I nazisti spingevano la gente per il sedere, perché salissero più in fretta sui camion. Se ci fossimo incontrati a via della Lungara, magari mamma poteva portarsi via almeno i bambini, no?». E anche dopo, tanta paura: «Altri rastrellamenti; mio padre si nascondeva sempre dietro un armadio».

Michele Bolgia (da Il Corriere, 16 ottobre 2003)

Michele Bolgia lasciava ogni mattina i suoi due ragazzi a casa. La moglie Maria Cristina era stata mitragliata a morte da un aereo alleato mentre attraversava di corsa largo Preneste durante i bombardamenti del luglio ’43. E lui era dovuto scappare dal Prenestino con Giuseppe, appena dodicenne, e Sara, di poco più grande, diciassettenne. In quell’ottobre del 1943 Bolgia, riparato dopo alcuni mesi di odissea abitativa in un piccolo appartamento di via Borelli, usciva di casa per correre col suo orologio Roskoff da ferroviere nel taschino dei pantaloni verso la stazione Tiburtina. Là, come ferroviere guardasala, Michele Bolgia faceva spesso anche la notte. Turni lunghi, dalle 9 di sera alle 6 del mattino. Notti buie, da coprifuoco, con la città in mano in tedeschi… Michele Bolgia era un cinquantenne romano di statura minuta, figlio di un toscano venuto in città da Orbetello, con un antenato maremmano (Giovanni) che a Talamone, quando Garibaldi aveva fatto sosta per un giorno con i suoi Mille diretti in Sicilia, aveva detto ciao ai genitori e si era imbarcato allegramente con i garibaldini. Forse in Michele ribolliva ancora un po’ di quel sangue. Minuto di statura, imbacuccato sempre in un vestituccio grigio, simpatizzante socialista in fondo al cuore, il ferroviere Bolgia è l’uomo coraggioso che «spiombava» i carri pieni di deportati. In quei momenti lì non pensava certo ai suoi due ragazzi lasciati a casa ma a quei vagoni pieni di ebrei da deportare, carri allineati su quel maledetto binario uno della Stazione Tiburtina. E con le porte piombate. Che Bolgia a volte riusciva a riaprire facendo fuggire qualcuno. La maggioranza però rimase spesso su quei carri spiombati, non sapendo bene cosa fare e avendo paura di scendere da quei convogli terribili.

Mario Limentani (da Il Corriere, 16 ottobre 2003)

Mario Limentani, che è tornato dall’inferno di Mauthausen, era su uno di quei carri spiombati. «Eravamo ammassati dentro il carro, fermo sul primo binario della Stazione Tiburtina, quando ci accorgemmo che la porta era socchiusa – ricorda oggi – Qualcuno l’aveva riaperta, dopo che i tedeschi l’avevano sprangata e piombata. Non sapevamo che fare. Ci avevano detto che ci portavano a lavorare a Bologna. Eravamo incerti. Uscire poteva essere pericoloso. Restammo. Arrivammo poi a Bologna con quella porta ancora aperta. Lì i tedeschi se ne accorsero e la chiusero brutalmente con una manetta. Il nostro viaggio non era finito…».
Bolgia fu preso l’8 marzo del ’44, mentre scendeva dal tram 8 a piazza dei Cinquecento. Era una retata, i fascisti lo avevano già segnalato da un po’ di tempo, da quando era corsa voce che alcuni deportati erano riusciti a fuggire dallla Stazione Tiburtina. Fu portato a via Tasso, ci rimase due giorni, poi fu spostato nel terzo braccio di Regina Coeli. In cella era con due ufficiali, Solinas e Curatolo. «Venne lanciato dentro la nostra cella una mattina – ha scritto Curatolo – Si presentò a noi con un profondo inchino. Era un ferroviere. Ogni volta che gli si chiedeva l’ora, dopo aver consultato il suo monumentale Roskoff, riferiva l’ora, i minuti primi e i secondi…» Il I° ottobre di quell’anno quell’orologio fu ritrovato in tasca a una delle vittime delle Fosse Ardeatine. Era una delle 39 vittime prive della testa che era stata mozzata. Come il tenore Nicola Ugo Stame. «Lo riconoscemmo da quell’orologio e da un’agendina piccola piccola – ricorda il figlio Giuseppe, allora tredicenne – Povero papà, com’era ridotto…» L’orologio segnava le 15,30. Quando fu estratto da uno dei cumuli di morti era il corpo numero 124. Giuseppe crebbe poi in un «istituto» di Tor Marancia. Oggi ha 72 anni, un figlio che si chiama Michele e che insegna ai detenuti di Rebibbia, una pensione da ex impiegato Inps. E dice: «Medaglie a papà? Nessuno gliene ha mai concessa una…» .

Lia Levi e Giacomo Limentani (da il Manifesto, 16 ottobre 2003)

Undici anni lei, otto lui. Due bambini e basta. Lia Levi e Giacomo Limentani quella mattina del 16 ottobre se la ricordano bene. «Avevo solo otto anni – racconta Limentani – ma nel 1943, a quell’età, un bambino ebreo era come un diciottenne di oggi. Sembrerà esagerato ma era dal 1938 che avevo cominciato a capire cosa fossero le leggi razziali. Avevo anche tirato un pugno ad un bambino che mi aveva chiamato `giudeaccio’, facendolo sanguinare. Era il figlio di un gerarchetto e la mia famiglia era terrorizzata.» Anche Lia Levi in parte sapeva: «Dopo che i tedeschi avevano fatto il `patto’ dell’oro – cinquanta chili in cambio di noi – la comunità ebraica romana era ancora speranzosa, credeva a ciò che si diceva in giro: i tedeschi non avrebbero mai portato via gli ebrei sotto gli occhi del papa. La popolazione era sollevata ma i miei genitori interpretarono quel patto come il primo segno delle ostilità.

Già, il patto e la comunità romana. Limentani ricorda: «La mattina del 16 ottobre – dopo quella storia dell’oro che io avevo vissuto con lucidità mentre vedevo portare via da casa le nostre picccole gioie – la paura c’era. Nel mio palazzo abitava anche un ufficiale della milizia che ci aveva fatto capire che qualcosa di grosso sarebbe successo di lì a poco. Ma gli ebrei romani non sapevano ancora chi fossero veramente i nazisti né cosa fossero le persecuzioni. Di soluzioni finali, a a Roma, non se ne capiva un fico secco: eppure avremmo dovuto aspettarcelo. Eravamo stati censiti presso l’ufficio della razza e c’erano i nostri elenchi anche negli archivi della comunità. La nostra fortuna fu che quella mattina una zia di mia madre ci buttò fuori di casa. Aveva avuto la notizia del rastrellamento al Portico d’Ottavia».

«Eravamo tre sorelle – io, Gabriella di nove anni e Vera di sei. Il 16 ottobre eravamo già nascoste in un convento. E lì arrivarono gli echi del rastrellamento: improvvisamente il convento si riempì di bambine e le suore decisero di attrezzare una camerata speciale. Sapevo, non sapevo?. Non so. Ricordo solo un grande rancore verso i miei genitori che ci avevano rassicurate: `non succederà niente’, ci dicevano. E invece succedeva». Nove mesi, Lia Levi e rimasta in quel convento dove nessuno le ha mai chiesto esplicitamente di convertirsi: «Era l’atmosfera che creava in noi dei dubbi. Le suore ci dicevano `Nella vita c’è sempre un’occasione per cui tu vieni in contatto con al verità’. Pensavo che quella fosse la mia occasione, ho avuto una crisi di identità spaventosa».

Non così Giacomo Limentani: «Scappammo e così ebbi il modo di capire cosa fosse una retata, scappammo sul filobus e all’altezza del portico vidi buttare, dal primo piano, sui camion dei bambini. Duecento di loro non sono piu tornati. Con mia sorella, ci andammo a nascondere nell’ufficio di mio padre che tanto valeva restare a casa: sulla porta c’era una targa enorme con il nostreo nome e chiunque avrebbe potuto trovarci. Rimanemmo lì, per tre mesi, scalzi e con le finestre chiuse; poi per una settimana fummo accolti nella casa di un grande amico cattolico di mio padre. Poi scappammo ancora e ci nascondemmo purtroppo in un convento. Dico purtroppo perché la strada avrebbe dovuto essere quella della montagna. Ora ricordo solo una città buia, scura, senza sole. Nove mesi di oscuramente: è una sensazione che ho ancora e sempre davanti agli occhi».

Buio, tedeschi, fine dello stato. «Mio padre era figlio di un caduto in guerra, aveva il senso dello stato, dello stato liberale. Al censimento dichiarò che eravamo ebrei. I tedeschi? Sì, me li ricordo. Il nostro convento confinava con una villa di ebrei dove la Wermacht aveva stabilito un suo comando. Non erano le Ss e ogni tanto scavalcavano la siepe per giocare con noi. Non sapevano che eravamo ebree. Io temevo di vedere dei mostri e invece vedevo persone normali anche gentili. E’ l’altro lato.

Adriano Ossicini (da Il Messaggero, 16 ottobre 2003)

Gli elmetti delle SS luccicavano al chiarore dei fari, i soldati si muovevano a gruppi, un ragazzino tentò di scappare e fu subito ripreso.
«Si sentivano le urla, i pianti delle donne, il rumore dei camion militari – racconta l’ex ministro Adriano Ossicini, 83 anni, uno dei testimoni di quella notte – Vedevo le divise dei tedeschi e gente che tentava di scappare dal Ghetto verso l’Isola Tiberina. Era una scena spaventosa, una cosa apocalittica». Era, in altri termini, l’alba del 16 ottobre 1943 e i soldati del Reich rastrellavano gli ebrei romani del Portico d’Ottavia. Ossicini, allora laureando in Medicina ma già comandante partigiano, poi medaglia d’oro alla Resistenza, aveva solo ventidue anni e stava facendo pratica all’ospedale Fatebenefratelli. «Quello che era terribile – racconta – erano quegli ordini rabbiosi, gridati in una lingua straniera, che rimbombavano tra le case. Gli ebrei, ci sembrò subito chiaro, erano destinati ai lager. Fu un incubo».
Ossicini, presidente del Comitato Nazionale di Bioetica, tuttora professore di Psicologia alla Sapienza, per trent’anni parlamentare come indipendente di sinistra, ex responsabile della Famiglia nel Governo Dini, vide tutto «da una finestra del reparto Sala San Pietro dell’ospedale». «Stavo facendo un’endovenosa a un paziente – dice l’ex ministro, che ha accennato in un libro, “Un’isola nel Tevere”, agli eventi di quella notte – Era l’alba. Dopo la caduta di Mussolini (il 25 luglio del 1943, ndr ) ero uscito da Regina Coeli dove ero stato rinchiuso come sovversivo, e, pur essendo ricercato, facevo avanti e dietro tra Roma e Viterbo, dove guidavo una formazione partigiana. Saranno state, più o meno, le cinque e mezzo del mattino, quando mi accorsi che al di là del Tevere, dalla parte del Ghetto, c’era movimento di truppe e gente che scappava».
E allora cosa fece?
«Vedevo le divise, gli elmetti che rilucevano. Uscii dall’ospedale. Ero in camice e andai verso il punto dove c’era più trambusto, all’inizio del ponte che collega il lungotevere all’Isola Tiberina. Fu lì che incontrai Giulio Sella, guardiano del dormitorio di Santa Maria in Cappella, a Trastevere, un uomo che aveva già aiutato molti ebrei. Mi disse: “Dammi una mano, cerchiamo di salvare qualcuno di questi poveracci”».
Quale era la situazione?
«C’era gente che scappava dall’interno del Ghetto. Alcuni, probabilmente, non erano membri della comunità, ma soldati in borghese che si erano nascosti e adesso fuggivano. Era chiarissimo, comunque, quello che stava accadendo. Sella si era già inoltrato nel quartiere e si era reso conto che stavano razziando gli ebrei. “Razziando”, disse così. Andammo un po’ più avanti e vedemmo la scena».
La gente che veniva caricata sui camion…
«Famiglie intere (i deportati furono, solo in quella notte, 1.022, ndr ). Quello che mi colpì è che nessuno tentò di ribellarsi. In quel momento pensavo che forse io, morto per morto, avrei cercato di fare qualcosa. Ma c’era la minaccia delle armi… Resta il fatto che fu apocalittico vedere tutte quelle persone, impotenti, che salivano sui camion. Un bambino tentò di scappare uscendo dalla fila e fu subito riacchiappato mentre i soldati lanciavano, in tedesco, urla bestiali. Le donne piangevano».
E voi?
«Tornammo verso il ponte e avviammo quante più persone possibile verso l’ospedale. Non abbiamo mai saputo quanti fossero in realtà gli ebrei. Ma in quel momento era impossibile fare distinzioni. Chiesi a un certo fratel Raimondo, un prete, di nascondere tutti. Furono messi in un ambulatorio. Il primario, Giovanni Borromeo, in quel momento non c’era, ma sapevo che sarebbe stato d’accordo, perché aveva già ricoverato diversi ebrei nei reparti facendoli passare per malati».
Cosa pensò in quel momento?
«Che quelli catturati sarebbero morti e che tutta la vicenda era assurda. Il rastrellamento arrivò inatteso. Il 28 settembre gli ebrei romani avevano versato cinquanta chili d’oro ai tedeschi come richiesto dal comandante Herbert Kappler e si sentivano, in qualche modo, al riparo. Tra l’altro il rastrellamento era in palese contrasto con il fatto che Roma fosse stata dichiarata ”Città aperta”».
E i rifugiati del Fatebenefratelli? Come finirono?
«Quella mattina stessa tornai nel viterbese. Restai fuori alcuni giorni. Seppi poi da Sella che una parte furono ricoverati, mentre altri erano stati nascosti nel Palazzo della Cancelleria (vicino a piazza Farnese) e nel dormitorio di Santa Maria in Cappella, dietro a via dei Vascellari. Si salvarono tutti. Quando rientrai in ospedale, mi dissero della loro riconoscenza per Borromeo, il primario. La decisione di tenerli in corsia, in fondo, l’aveva presa lui, dopo essersi consultato con il cardinale vicario, Marchetti-Selvagiani. L’ospedale, non bisogna dimenticarlo, è religioso ed era stato sentito anche il Vaticano. Racconto oggi queste cose solo perché credo che l’ottanta per cento dei protagonisti non ci sia più. Non mi sono mai piaciuti né i premi né le medaglie. Ma certi fatti sono storici ed è giusto che la città li conosca, per non dimenticare mai la tragedia di quella notte».

La partenza dei convogli dei deportati

Verso l’alba del lunedì, i razziati furono messi su autofurgoni e condotti alla stazione di Roma-Tiburtino, dove li stivarono su carri bestiame, che per tutta la mattina rimasero su un binario morto. Una ventina di tedeschi armati impedivano a chiunque di avvicinarsi al convoglio.
Alle ore 13,30 il treno fu dato in consegna al macchinista Quirino Zazza. Costui apprese quasi subito che nei carri bestiame “erano racchiusi” – così si esprime una sua relazione- “numerosi borghesi promiscui per sesso e per età, che poi gli risultarono appartenenti a razza ebraica”.
Il treno si mosse alle 14. Una giovane che veniva da Milano per raggiungere i suoi parenti a Roma, racconta che a Fara Sabina (ma più probabilmente a Orte) incrociò il “treno piombato”, da cui uscivano voci di purgatorio. Di là dalla grata di uno dei carri, le parve di riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si avvicinò alla grata, e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano, è l’ultima parola, l’ultimo
segno di vita che ci sia giunto da loro.
Nei pressi di Orte, il treno trovò un semaforo chiuso e dovette fermarsi per una decina di minuti. “A richiesta dei viaggiatori invagonati”- è ancora il macchinista che parla – alcuni carri furono sbloccati perchè “chi ne avesse bisogno fosse andato per le funzioni corporali”. Si verificarono alcuni tentativi di fuga, subito repressi con una nutrita sparatoria.
A Chiusi, altra breve fermata, per scaricare il cadavere di una vecchia, deceduta durante il viaggio. A Firenze il signor Zazza smonta, senza essere riuscito a parlare con nessuno di coloro a cui aveva fatto percorrere la prima tappa verso la deportazione. Cambiato il personale di servizio, il treno proseguì per Bologna.
Né il Vaticano, né la Croce Rossa, né la Svizzera, né altri stati neutrali sono riusciti ad avere notizie dei deportati. Si calcola che quelli del 16 ottobre ammontino a più di mille, ma certamente la cifra è inferiore al vero, perché molte famiglie furono portate via al completo, senza che lasciassero traccia di sé, né parenti o amici che ne potessero segnalare la scomparsa.

Novembre 1944

(da Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, pp. 62-64). 

DALLA VOCE DEPORTAZIONE RAZZIALE:

LA PERSECUZIONE ANTIEBRAICA IN ITALIA, 1943-1945

di Liliana Picciotto pubblicata in “Dizionario della Resistenza” a cura di Enzo Collotti, Renato Sandri e Frediano Sessi, Einaudi, Milano 2000, pp.141-147

            Nel settembre del 1943, gli Ebrei nell’Italia centro-settentrionale erano ormai circa 33.000 tra cittadini italiani e profughi stranieri.
Già da qualche anno la situazione per gli ebrei locali era tragica dal punto di vista materiale e piena di disagio dal punto di vista morale. A partire dal settembre del 1938 infatti, quando da parte del governo fascista erano state emanate le leggi antriebraiche, regnava l’insicurezza e l’inquietudine: i bambini e gli adolescenti non avevano la possibilità di frequentare la scuola pubblica, i capofamiglia di prestare la loro opera negli uffici della pubblica amministrazione, nella scuola e nelle università, erano impediti nelle loro attività, che fossero imprenditori o venditori ambulanti. Gli ebrei erano stati radiati dall’esercito, dagli albi professionali, dalle banche, dalle imprese di interesse pubblico. I matrimoni con cattolici erano proibiti. Tutto ciò avveniva nel quadro di una campagna di stampa diffamatoria e umiliante cui davano manforte anche ambienti colti e universitari.
La legislazione antiebraica, che non aveva certo molto da invidiare quanto a durezza e puntiglio a quella messa in atto dalla Germania nazista, fu accompagnata da una miriade di piccole ordinanze e circolari amministrative che rese difficile e umiliante anche la vita quotidiana, come quella che proibiva di pubblicare gli annunci funebri sui giornali, conservare il proprio nome nell’elenco telefonici, frequentare luoghi di villeggiatura, lavorare nel mondo dello spettacolo, operare in qualità di ostetrica o infermiera, per non fare che qualche esempio casuale. E, ancora, via dai libri scolastici testi scritti da ebrei, via dalle strade nomi di ebrei illustri, via dalle lapidi di ospedali o asili i nomi di benefattori ebrei.
I cittadini ebrei vennero anche accuratamente schedati, registrati, contati, da prefetture, questure, amministrazioni comunali, uffici locali del fascio.
Quanto ai profughi stranieri, furono sottoposti a decreto di espulsione e quando questo si dimostrò impossibile da realizzare per la chiusura delle vie marittime, il 10 giugno del 1940, furono sottomessi a provvedimento di internamento in appositi campi o luoghi di prigionia.
Insomma, il quadro fino alla caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, era di una pesante persecuzione amministrativa, politica e civile da parte dello stato.
Con l’8 settembre del 1943, l’occupazione tedesca e la creazione della Repubblica Sociale Italiana (RSI), la persecuzione antiebraica subì una decisa svolta verso l’assassinio. Le prime violenze antiebraiche furono messe in atto sul Lago Maggiore e a Merano a metà settembre, ma la vera e propria estensione, dopo gli altri paesi occupati, della politica della “soluzione finale della questione ebraica” fu praticata a partire dal 26 settembre 1943 a Roma.
In tale data, il comandante della Gestapo a Roma Herbert Kappler convocò il presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche, Dante Almansi e il Presidente della Comunità Israelitica di Roma Ugo Foà per comunicare loro l’imposizione di una taglia di 50 chili di oro da versare entro 36 ore, pena la deportazione di 200 membri della comunità stessa.
Dopo un’affannosa corsa contro il tempo per raccogliere il prezzo del riscatto, la somma fu consegnata, con la remota speranza per gli ebrei che nulla di peggio sarebbe accaduto loro. Invece, proprio il giorno dopo il pagamento del riscatto, il 29, i tedeschi irruppero nei locali della comunità portando via carte, schedari e denaro contante. II 13 ottobre successivo furono le due biblioteche, del Collegio rabbinico e della comunità, a ricevere una sgradita visita, culminata nella rapina di preziosi libri antichi.
Nell’ambito dello Stato nazista, il compito di affrontare e risolvere la cosiddetta questione ebraica fu affidato, in ogni paese occupato, alla Gestapo (Geheime Staatspolizei-Polizia Segreta di Stato) una delle sezioni dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA), e precisamene al suo Ufficio IVB4, capeggiato da Adolf Eichmann.
A Roma però, la polizia tedesca, da subito alle prese con una situazione precaria dal punto di vista dell’ordine, non era pronta a tali compiti. Sicchè da Berlino, all’inizio di ottobre, fu mandato in Italia uno speciale piccolo distaccamento di polizia all’ordine di uno specialista in retate di ebrei, Theodor Dannecker.
Egli scatenò il 16 ottobre 1943, con il suo distaccamento, coadiuvato da 365 uomini della polizia tedesca a Roma il grande rastrellamento che ebbe nel quartiere ebraico, l’antico ghetto, il suo epicentro. Gli arrestati furono 1.035, dopo il rilascio di alcuni prigionieri (perché non ebrei o perché coniugi o figli di matrimonio misto o perché titolari di nazionalità neutrale), alla fine rimasero nelle sue mani 1.022 ebrei. II 18 ottobre i prigionieri, stanchi e disperati, furono trasportati su autofurgoni a uno scalo ferroviario secondario di Roma (Stazione Tiburtina) e caricati su di un convoglio formato da 18 carri merci.
Per la prima volta, gli ebrei italiani venivano sottoposti al progetto di sterminio comunicato alle alte sfere naziste da Reinhard Heydrich a Gross Wansee (periferia di Berlino) il 20 gennaio 1942 e, dalla primavera precedente, operativo negli altri paesi occidentali. Nell’ottobre del 1943 infatti 56 convogli carichi di ebrei erano già partiti dalla Francia e 13 dal Belgio. La destinazione di tutti era il campo di sterminio di Auschwitz in Alta Slesia (Polonia) dove il regime nazista aveva sistemato impianti per l’assassinio di massa vieppiù sofisticati: a partire dal marzo 1942 erano state messe in funzione le camere a gas sistemate in due vecchie case agricole e dal marzo 1943 i grandi “moderni” edifici, appositamente costruiti che comprendevano sia locali per asfissiare quotidianamente i deportati, sia crematori per bruciarne i corpi.
Ad Auschwitz (sottocampo di Birkenau), la morte a ciclo continuo raggiunse una spaventosa scala industriale: si calcola che tra la primavera del 1942 e la sospensione dell’assassinio nel novembre del 1944, le vittime ebraiche furono circa un milione e centomila.
La determinazione del loro numero è molto difficoltosa perché il procedimento di sterminio era radicale e messo in atto in maniera da non lasciare nessuna traccia: i convogli pieni di famiglie deportate erano scaricati sulla rampa di arrivo (nei pressi del campo in un primo tempo e prolungata all’interno quando il ritmo frenetico degli arrivi lo richiese), le valigie, i fagotti, tutti gli averi portati in un settore dove venivano smistati per genere e riciclati: da una parte gli indumenti, da un’altra i giocattoli, gli occhiali, le scarpe, le protesi, perfino i capelli tagliati ai nuovi arrivati. Inoltre, documenti di identità venivano bruciati immediatamente.
I gruppi di ebrei giunti da tutta l’Europa occupata subivano una affrettata selezione: l’80-85% era avviato direttamente verso la morte tramite camere a gas, il restante spogliato e tatuato, introdotto nel campo come manodopera schiava. I corpi degli uccisi erano immediatamente cremati.
Il treno degli ebrei romani giunse sulla banchina dello scalo ferroviario secondario di Auschwitz la notte del 22 ottobre 1943; qui rimase fermo e sigillato fino all’alba del giorno dopo. I deportati, dopo un viaggio particolarmente penoso perché tra loro c’erano decine di bambini di tutte le età, tormentati dalla fame, dalla sete, dalla sporcizia, dal puzzo dei corpi rimasti in promiscuità per 5 giorni e 5 notti, subirono la selezione. I destinati al gas furono ben 839. Alla liberazione, solo 16 persone del convoglio di Roma furono trovate in vita.
La notizia del rastrellamento del 16 ottobre 1943 giunse immediatamente in Vaticano dove il giorno stesso il Segretario di Stato, Cardinale Luigi Maglione, convocò l’ambasciatore tedesco Ernst von Weiszaecker chiedendogli di “voler intervenire in favore di quei poveretti” e comunicandogli che “è doloroso oltre ogni dire che proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre comune siano fatte soffrire tante persone unicamente perché appartengono ad una stirpe determinata…”. Weizsaecker domandò allora: “Che cosa farebbe la Santa Sede se le cose dovessero continuare?”, la risposta di Maglione fu: “la Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione”. II giorno dopo, l’ambasciatore riferì ai suoi superiori nei seguenti termini la temuta reazione vaticana: “…Gli ambienti a noi ostili di Roma approfittano dell’accaduto per forzare il Vaticano ad uscire dal suo riserbo. E’ noto che i vescovi delle città francesi dove si erano verificate azioni analoghe hanno preso nettamente posizione. II Papa nella sua qualità di pastore supremo della Chiesa e vescovo di Roma non potrà mostrarsi più discreto di loro…” Oltre ad una ferma lettera di protesta di Monsignor Alois Hudal, rettore della Chiesa tedesca a Roma, al Generale Stahel, però, l’unica reazione ufficiale fu il 25-26 ottobre uno sbiadito fondo su “L’Osservatore romano” con accenni quanto mai vaghi alla deportazione degli ebrei romani, in maggioranza già assassinati due giorni prima ad Auschwitz.
L’ambasciatore, il 28 ottobre inviò di conseguenza al Ministro degli Esteri tedesco un tranquillizzante messaggio nel quale diceva: “…si può ritenere che la questione spiacevole per il buon accordo tedesco-vaticano sia liquidata…”.
Gli arresti a Roma continuarono, pur se in maniera meno sistematica e repentina, anche dopo la grande razzia.
II “distaccamento operativo” si spostò verso Firenze, entro la fine di novembre le maggiori città del Nord avevano subito una “judenaktion”. Dannecker organizzò, dopo quello da Roma, altri due trasporti: per il convoglio partito il 9 novembre 1943, gli ebrei rastrellati furono portati dalle locali carceri alle stazioni ferroviarie, rispettivamente di Firenze e di Bologna; per il convoglio partito il 6 dicembre 1943, il carico avvenne a Milano, Verona e Trieste. Per tutto il periodo in cui fu lui a organizzare i carichi, di fatto, le carceri delle grandi città funzionarono come luoghi di transito per i deportandi.
Alla fine di dicembre del 1943 egli giunse con i suoi uomini a Verona dove terminò il suo compito di organizzatore esperto della <<caccia all’ebreo>>. Compito cui fu peraltro nuovamente chiamato di lì a poco, per continuare la sua carriera omicida, in Ungheria.
Quanto alle vicende della neo fondata Repubblica Sociale Italiana tra settembre e dicembre del 1943: Roma fu tolta a Mussolini che l’avrebbe voluta ancora come sua capitale, l’amministrazione fascista fu interamente spostata al nord, sulle rive del lago di Garda, secondo gli ordini impartiti da Hitler al Plenipotenziario del Reich, Rudolf Rahn. La stessa ambasciata tedesca prese stanza al nord nelle vicinanze del governo fascista.
Fin dall’inizio fu data pubblicità al progetto di un’ Assemblea Costituente. In realtà, ci si limitò a convocare a Verona per il 14 novembre del 1943 i delegati delle organizzazioni del partito fascista dell’Italia settentrionale chiamati ad approvare un manifesto politico già predisposto. Tale manifesto, detto Carta di Verona, fu fatale per gli ebrei che erano già riusciti a sfuggire ai rastrellamenti degli uomini di Dannecker perché, di fatto, il governo della RSI ne reclamava ora la gestione. Consisteva in 18 punti regolanti materie istituzionali, giuridiche, sociali. Al punto 7 recitava “gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri, durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”. Con questa dichiarazione la RSI legittimava sul piano formale la persecuzione antiebraica già avviata dai tedeschi, mentre sul piano sostanziale avrebbe, come si vedrà, impegnato la sua polizia a fornire i contingenti per la deportazione.
Fu dato immediato seguito al testo ideologico e programmatico della Carta di Verona con l’ordinanza del Capo della polizia n. 5 che disponeva l’arresto e l’internamento di tutti gli ebrei e il sequestro dei loro beni:
“1. Tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità appartengano e comunque residenti nel territorio nazionale debbono essere inviati in appositi campi di concentramento. Tutti i loro beni, mobili e immobili, devono essere sottoposti a immediato sequestro in attesa di essere confiscati nell’interesse della RSI, la quale li destinerà a beneficio degli indigenti, sinistrati dalle incursioni aeree nemiche.
2. Tutti coloro che, nati da matrimonio misto, ebbero in applicazione delle leggi razziali vigenti il riconoscimento di appartenenza a razza ariana, debbono essere sottoposti a speciale vigilanza dagli organi di polizia.
3 . Siano pertanto concentrati gli ebrei in campo di concentramento provinciale, in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati”.
In virtù di questi gravissimi provvedimenti, tutti gli ebrei in circolazione erano passibili di arresto, questa volta, da parte delle autorità italiane che si assunsero il compito di mettere in atto le azioni preliminari volte a rintracciarli e arrestarli. In effetti nei mesi seguenti, i fermi vennero attuati direttamente dalle questure della RSI, dopo minuziose ricerche domiciliari.
Una successiva ordinanza del 10 dicembre 1943, firmata dal Capo della Polizia Tullio Tamburini, attenuava solo in parte la portata dell’ordine generale di arresto, esentandone gli anziani oltre i settant’anni e gli ammalati gravi.
Nell’attesa che venisse allestito un grande campo di concentramento, come prescritto dalla legge, ne furono istituiti di provvisori in edifici di fortuna come scuole, collegi, castelli abbandonati. Se ne costituì una fitta rete, di breve durata, ma ugualmente in grado di rifornire i tedeschi del contingente sufficiente a formare un nuovo grande convoglio verso Auschwitz-Birkenau, partito da Milano il 30 gennaio del 1944. I prigionieri erano affluiti nel carcere di San Vittore a Milano, dai campi provinciali di Calvari di Chiavari, di Bagno a Ripoli, di Bagni di Lucca, di Tonezza del Cimone, di Forlì ed altri.
La RSI scelse, per istituire il grande e definitivo campo di concentramento menzionato dalla legge, un terreno agricolo nella frazione di Fossoli, a 5 km dalla cittadina di Carpi. L’ordine relativo fu impartito dalla Prefettura di Modena al Podestà di Carpi il 2 dicembre 1943.
Nel frattempo, a Berlino, ci fu una nuova svolta nella gestione della “questione ebraica” in Italia. Nell’ambito dell’ufficio Eichmann, il 4 dicembre si valutò la nuova situazione venutasi a creare in Italia dopo l’ordine del governo della RSI di arrestare tutti gli ebrei e le possibilità che esso offriva “per un lavoro più proficuo che per il passato relativamente alla questione ebraica”. Si decise che le funzioni del “distaccamento operativo” di Dannecker erano esaurite e che da allora in poi si sarebbe potuto affidare il compito di deportare gli ebrei a un ufficio stabile, incaricato di collaborare sistematicamente con la polizia italiana.
Per tale richiesta di collaborazione appunto alle autorità italiane fu delegata la normale via diplomatica, cioè l’ambasciata tedesca. L’ulteriore esecuzione della “soluzione finale” sarebbe stata affidata al nuovo funzionario addetto, Friedrich Bosshammer facente parte dell’Ufficio Eichmann a Berlino che sarebbe venuto in Italia in sostituzione di Dannecker. Bosshammer giunse dunque in Italia agli inizi di febbraio del 1944 creando un nuovo ufficio aggregato alla sede della Gestapo a Verona. Proprio nei primi giorni del suo incarico, si recò alla stazione ferroviaria di Verona per un sopralluogo al convoglio di deportati che era partito da Milano il 30 gennaio.
Con l’apertura dell’Ufficio IVB4, anche l’Italia si uniformava appieno alla procedura della “soluzione finale” messa in atto negli altri paesi europei: arresto, concentramento in apposito campo, organizzazione di una partenza verso Auschwitz una volta raggiunto un numero sufficiente di prigionieri da spedire. Occorreva dunque per i tedeschi reperire un luogo di transito da dove esplicare le operazioni di evacuazione in modo sistematico e ordinato. Giunse a proposito il fatto che il governo italiano, due mesi prima, avesse scelto Fossoli come campo di concentramento. Verso la fine di febbraio, la Gestapo-Italia decise di servirsene come campo di transito esautorando la direzione italiana e istituendone un’altra tedesca agli ordini di Karl Titho. Fino alla fine di luglio del 1944, Fossoli vide un incessante flusso di disgraziate famiglie arrestate dovunque. Regnava tra di esse il disorientamento, la rassegnazione, l’angoscia per le prossime partenze.
Friedrich Bosshammer organizzò tutte le partenze di ebrei da Fossoli: 5 per Auschwitz-Birkenau, due per Bergen Belsen di persone colà dirette in quanto titolari di cittadinanza inglese o turca.
Alla fine del luglio 1944 il fronte delle operazioni militari era notevolmente avvicinato alla zona di Modena, i ponti sul fiume Po erano stati bombardati dagli alleati.
La Gestapo decise allora di evacuare il campo di transito verso una zona più sicura e posta geograficamente più a nord. Un nuovo campo venne istituito nei pressi di Bolzano, in zona Gries dove fu trasferito il personale tedesco di Fossoli e i prigionieri politici, circa un centinaio. Viceversa, al momento della chiusura, il 1° agosto 1944, gli ultimi ebrei furono tutti frettolosamente deportati. Trasportati con automezzi fino al Po al di là del quale, in mancanza di ponti, furono traghettati con barche. Poichè con questo ultimo convoglio furono fatti partire anche gli ebrei considerati non deportabili ( protetti dal fatto di essere figli o coniugi di matrimonio misto), alla stazione ferroviaria di Verona le destinazioni furono suddivise tra i campi di Ravensbruck, Bergen Belsen, Buchenwald e Auschwitz.
Bosshammer, terminata con la liquidazione di Fossoli la sua opera di responsabile dell’azione antiebraica in Italia, passò ad altro servizio.
Auschwitz però continuò a ricevere ebrei italiani, provenienti dal campo di transito di Bolzano e dal luogo che fungeva da campo di transito per le regioni nord-orientali dell’ltalia chiamate Zona di Operazione Litorale Adriatico, il campo della Risiera di San Sabba presso Trieste. L’ultimo convoglio arrivato ad Auschwitz fu quello partito da Bolzano il 24 ottobre 1944. Con esso si chiude la storia della deportazione degli ebrei dall’ltalia verso lo sterminio, ma non si conclude la triste storia delle deportazioni poiché altre ve ne furono e fino al tardo febbraio del 1945, dirette verso il campo di concentramento di Ravensbrueck e Flossenburg geograficamente poste più lontano dalle linee di avanzata sovietica, rispetto ad Auschwitz liberato il 27 gennaio del 1945.
Il bilancio della politica antiebraica messa in atto in Italia e’ di 6.806 persone arrestate e deportate (di cui 5.969 deceduti) e di 322 morti in patria per eccidi, maltrattamenti o suicidi.


Quello che segue è uno dei pezzi per me più insopportabili. Molti ebrei che occupavano posizioni di prestigio nella società italiana, sostennero fin dalle origini il Fascismo. Si leggeranno ancora oggi giustificazioni capziose del tipo: ma noi non sapevamo che il Fascismo sarebbe poi diventato antisemita. Spiacente, il valore di tale giustificazione è meno che nullo. Si opprime il prossimo,  si mettono su le squadracce che attaccano le organizzazioni operaie, che bruciano le case del popolo e malmenano operai e poi si dice che il Fascismo alle origini non era antisemita ? E’ pura follia! La stessa follia che avrebbe giustificato una Risiera per ogni oppositore del regime purché lo stesso regime non avesse mai toccato alcun ebreo. Ed ancora oggi si riflette poco su questo, tanto è che il Fascismo vive bene in alcune comunità ebraiche italiane che gli fanno da levatrici e da accompagnatrici nei luoghi che contano.


Ebrei e fascismo, storia della persecuzione

a cura di Mario Avagliano

(in Patria Indipendente, n. 6-7, giugno-luglio 2002)

All’inizio del Novecento le comunità israelitiche sono quasi del tutto integrate in Italia, e l’antisemitismo è limitato a frange minoritarie del mondo cattolico e ad alcune riviste, come La Civiltà Cattolica dei gesuiti. Alcuni esponenti delle comunità ricoprono cariche importanti nella politica e nell’esercito: nel 1902, fra i 350 senatori nominati dal re, figurano 6 senatori ebrei (nel 1920 diventeranno addirittura 19); nel 1906 il barone Sidney Sonnino, ebreo convertito al protestantesimo, è nominato presidente del Consiglio, dopo essere stato ministro delle Finanze e degli Esteri; nel 1910 un altro ebreo, Luigi Luzzati, questa volta non convertito, ricopre la carica di primo ministro, dopo essere stato anch’egli ministro delle Finanze. Il sociologo Leopoldo Franchetti è senatore conservatore per molti anni, prima di suicidarsi dopo la sconfitta italiana di Caporetto. Salvatore Barzilai, giornalista irredentista di Trieste, è eletto deputato per otto mandati e, dopo la Grande Guerra, fa parte della delegazione italiana alla conferenza per la pace a Versailles. Ernesto Nathan, ebreo e massone, è sindaco di Roma dal 1907 al 1913. Giuseppe Ottolenghi, primo ebreo a rivestire il grado di generale nel 1888, diventa istruttore del futuro Vittorio Emanuele III e nel 1902 viene nominato senatore e ministro della Guerra. E’ significativo anche il contributo ebraico al primo conflitto mondiale: l’Italia ha 50 generali ebrei; uno di questi, Emanuele Pugliese, sarà il più decorato dell’esercito; un altro, il generale Roberto Segre, idea le difese sul Piave.

Nascita del fascismo: ebrei fascisti e ebrei oppositori

L’avvento del fascismo non mette in crisi l’integrazione degli ebrei in Italia. Nella famosa riunione in piazza San Sepolcro a Milano (23 marzo1919), fra i 119 fondatori del fascismo ci sono anche cinque ebrei, ed è uno di loro (Cesare Goldman) a procurare la sala all’associazione industriali dove Mussolini tiene a battesimo il movimento. Tra i “martiri fascisti” che muoiono negli scontri con i socialisti fra il 1919 e il 1922, figurano tre ebrei: Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi e Bruno Mondolfo. Più di 230 ebrei partecipano alla marcia su Roma nell’ottobre del 1922 e risulta che a quella data gli iscritti al partito fascista o a quello nazionalista (che poi nel 1923 si fondono) siano ben 746. A Fiume con D’Annunzio ci sono ebrei, fra cui Aldo Finzi che diviene poi sottosegretario agli interni di Mussolini e membro del Gran Consiglio (allontanato dal Regime, entrerà poi nella Resistenza e morirà alle Fosse Ardeatine), mentre Dante Almansi ricopre addirittura sotto il fascismo la carica di vice capo della polizia. Guido Jung è eletto deputato fascista e viene nominato ministro delle Finanze dal 1932 al 1935. Maurizio Rava è nominato vicegovernatore della Libia, governatore della Somalia e generale della milizia fascista. Tanti altri ebrei, pur occupando posti di minore importanza, contribuiscono all’affermazione del fascismo, come il commendator Elio Jona, finanziatore de Il Popolo d’Italia, e come gli industriali lombardi di origine ebraica che, per paura del comunismo, sostengono finanziariamente il movimento.

Lo stesso Benito Mussolini conta fra i suoi amici esponenti dell’ebraismo quali la russa Angelica Balabanoff, Cesare Sarfatti e Margherita Sarfatti, per lungo tempo amante del duce, condirettrice della rivista fascista “Gerarchia” e autrice della prima biografia di Mussolini dal titolo Dux, tradotta in tutte le lingue, che contribuisce significativamente a propagandare il fascismo a livello mondiale.

Questo non significa che l’ebraismo italiano sposi la causa del fascismo. Mussolini, fin dai primi anni, deve fare i conti con l’opposizione anche di molti ebrei: i socialisti Treves e Modigliani sono fra i protagonisti dell’Aventino; il senatore Vittorio Polacco pronuncia un coraggioso discorso, che ha una vasta eco nel paese; Eucardio Momigliano, che era stato uno dei sansepolcristi ebrei, abbandona il fascismo quasi subito, fondando l’Unione democratica antifascista; il deputato Pio Donati, aggredito e percosso due volte, è costretto all’esilio e muore in solitudine nel 1926; alcuni professori universitari rifiutano fedeltà al Regime (tra i 12 coraggiosi in tutt’Italia, tre sono ebrei: Giorgio Errera, Giorgio Levi della Vida e Vito Volterra), il presidente della Corte Suprema Ludovico Mortara si dimette; nel maggio del ’25 il Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Croce è sottoscritto da 33 ebrei.

Primi anni del Regime, il problema ebraico non esiste

Nei primi anni Venti per il fascismo il problema ebraico non esiste, anzi Mussolini – quando ciò corrisponde ai suoi fini politici – non manca di corteggiare le comunità israelitiche, come testimoniano le sue parole sul Popolo d’Italia del 1920: “In Italia non si fa assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei, in tutti i campi, dalla religione, alla politica, alle armi, all’economia… la nuova Sionne, gli ebrei italiani, l’hanno qui, in questa nostra adorabile terra”. Solo dopo il ‘38, molti zelanti gerarchi italiani filo-nazisti, per far piacere a Hitler, spulceranno alcuni vecchi discorsi di Mussolini, con qualche frase che si poteva interpretare razzista (sul Popolo d’Italia del 4 giugno 1919 il duce affermava: “Sulla Rivoluzione Russa mi domando se non è stata la vendetta dell’ebraismo contro il cristianesimo, visto che l’80 per cento dei dirigenti dei soviet sono ebrei… La finanza dei popoli è in mano agli ebrei, e chi possiede le casseforti dei popoli dirige la loro politica” e concludeva che il bolscevismo era “difeso dalla plutocrazia internazionale, e che la borghesia russa era guidata dagli ebrei; quindi proletari non illudetevi”).

Ma si tratta soltanto di battute. Nel novembre del ’23 Mussolini, dopo aver ricevuto il rabbino di Roma Angelo Sacerdoti, fa diramare un comunicato ufficiale in cui si legge: “(…) S.E. ha dichiarato formalmente che il governo e il fascismo italiano non hanno mai inteso di fare e non fanno una politica antisemita, e che anzi deplora che si voglia sfruttare dai partiti antisemiti esteri ai loro fini il fascino che il fascismo esercita nel mondo”. Nel 1930, l’anno dopo il Concordato col Vaticano, il duce fa approvare la Legge Falco sulle Comunità israelitiche italiane, accolta molto favorevolmente dagli ebrei italiani.

In realtà con questa legge il fascismo vuole soltanto servirsi degli ebrei per la sua politica. Il rabbino di Alessandria d’Egitto (David Prato) è un italiano; in tal modo si pensa che l’influenza italiana nel Levante si affermi; viene perciò aperto un Collegio rabbinico a Rodi; i consoli italiani fanno opera di persuasione perché gli ebrei italiani all’estero non rinuncino alla cittadinanza; si facilita l’iscrizione alle Università italiane di quegli studenti stranieri che provengono da paesi dove vige il “numerus clausus”. Il Collegio rabbinico da Firenze viene nuovamente trasferito a Roma. Nel ’32 la Mondadori pubblica i famosi Colloqui con Mussolini di Emil Ludwig, e il duce condanna il razzismo senza riserve, definendolo una “stupidaggine”, quanto all’antisemitismo, afferma che “non esiste in Italia”. Dopo la presa del potere da parte di Hitler, i profughi ebrei dalla Germania vengono accolti e il loro insediamento non è ostacolato dalle Autorità.

Se non si tratta di un corteggiamento, poco ci manca. La risposta delle comunità ebraiche è ottima: tra l’ottobre del 1928 e l’ottobre del 1933, sono 4920 gli ebrei che si iscrivono al partito fascista; poco più del 10 per cento della popolazione ebraica italiana.

FASCISTI EBREI

È particolarmente significativo il breve racconto Pace fatta (Il mio ghetto, Garzanti, 1987, pp.129-133), che descrive un’assemblea della Comunità di Torino poco dopo la promulgazione delle leggi razziali e ci mostra una buona parte degli ebrei torinesi nonostante tutto ancora fiduciosa nel fascismo e nel Duce. Merita di essere riletto per intero il discorso che Sion Segre Amar attribuisce al Presidente:

Cari correligionari! Siamo qui riuniti per discutere della situazione nella quale siamo venuti a trovarci in un momento difficile della storia patria. Nubi si addensano sull’orizzonte dell’Europa, e l’Italia, sotto la guida illuminata del Duce, fondatore dell’Impero, non può rimanere insensibile ai mutamenti della storia. Il genio latino, oggi impersonificato nel Duce, ha sempre rispettato la minoranza ebraica che da duemila anni partecipa alle vicende patrie nel bene e nel male. Se lo vorremo, sarà ancora così. Ne volete una prova? La troviamo nelle parole stesse del Duce, al quale in questo momento va il nostro pensiero fiducioso.

Inderogabili esigenze di carattere internazionale, le cui recondite motivazioni sfuggono alla nostra percezione, ci impongono dei sacrifici, per il bene comune. Li accettiamo con animo forte, per quel senso del dovere che ha sempre caratterizzato i nostri comportamenti. Tanto più perché ci è stato autorevolmente assicurato che se saremo rispettosi delle leggi (Voce dal fondo: “Anche le leggi per la difesa della razza?”)… Non interrompetemi con le vostre sciocchezze: come è stato nostro onore e vanto, non verranno adottati provvedimenti più severi di quelli che il corso ineluttabile della storia ha voluto.

State tranquilli. Tutto ciò che si potrà fare da parte nostra, verrà fatto. Il vostro Presidente, i Consiglieri tutti, non sono insensibili alle vostre preoccupazioni. Nella seduta consiliare che ha preceduto questa riunione è stato preparato un memoriale-appello, che verrà consegnato alla maestà del Re Imperatore se le circostanze lo consiglieranno. Il passato di combattente di chi vi parla vi dia garanzia che il messaggio non cadrà nel vuoto.

Sessantacinque anni dopo possiamo affermare di essere del tutto immuni da questa ostinata volontà di credere a tutti i costi in un governo amico nonostante le evidenti prove del contrario?

È anche interessante ricordare a chi si attribuiva la colpa delle leggi razziali:

Cari correligionari. Ricordate tutti, perché è storia di ieri, che proprio da Torino, dalla nostra città che tante benemerenze ha avuto nella storia patria e del fascismo in particolare, è scoccata la scintilla che ha dato origine per la prima volta in Italia a qualche manifestazione di antisemitismo; subito repressa, è doveroso dirlo, per intervento personale del duce. Di chi fu la colpa? Lo sapete tutti: di un gruppetto di giovani esaltati, fuorviati da false ideologie. Se ne parlo, mentre il tacere sarebbe stato bello, è perché a quelle ideologie anarcoidi di sinistra, si sposa una proclamazione di fede sionistica. Sionistica, e quindi antinazionale…”.

L’atmosfera si fa incandescente, perché tra i presenti vi sono alcuni che della loro aspirazione al ritorno alla terra dei padri non fanno mistero, e non vi vedono contrasto alcuno con la loro fedeltà all’Italia e al Regime. Alcuni chiedono la parola, altri se la prendono. Nella confusione si grida e ci si dà qualche spintone…

La spaccatura tra gli ebrei torinesi è completa e definitiva. Provvederà presto Mussolini a farci ritrovare la proverbiale solidarietà.

Sessantacinque anni dopo possiamo leggere questo racconto come la brillante descrizione di un mondo che non ci appartiene più, o la lapidaria frase conclusiva getta ancora su di noi un’ombra di inquietudine?

Anna Segre

Meno male, c’è chi ancora possiede questa lucidità.

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