JOHN MEARSHEIMER E STEPHEN WALT
Nell’autunno del 2001, e soprattutto nella primavera del 2002, l’amministrazione Bush tentò di porre un freno al dilagante sentimento antiamericano nel mondo arabo e di evitare che alcuni paesi sostenessero gruppi terroristici come Al-Quaeda, mettendo dei limiti alla politica israeliana di espansione nei Territori Occupati e cercando di favorire la creazione di uno stato palestinese. Bush aveva a disposizione mezzi di persuasione molto efficaci. Avrebbe potuto minacciare Israele di limitare il sostegno economico e diplomatico, e quasi tutta l’opinione pubblica negli Usa sarebbe stata certamente dalla sua parte. Un sondaggio del maggio 2003, riportò che più del 60 per cento degli statunitensi era d’accordo nel bloccare gli aiuti se Israele si fosse rifiutato di interrompere il conflitto, e la percentuale saliva al 70 per cento fra le persone “politicamente attive”. Inoltre, il 73 per cento era convinto che gli Usa non dovessero favorire nessuna delle due parti.
Non essendo Washington riuscita a cambiare la politica di Israele, ha finito col sostenerla. Nel tempo, l’amministrazione ha anche adottato le stesse giustificazioni di Israele per legittimare le sue posizioni, così la retorica statunitense è diventata un’imitazione di quella israeliana. Nel febbraio 2003, un titolo del Washington Post riassumeva così la situazione: “Bush e Sharon, politica quasi identica in Medio Oriente”. La principale ragione di questa svolta sta nella Lobby.
La storia inizia alla fine di settembre del 2001, quando Bush esortava Sharon a mostrare una certa moderazione nei Territori Occupati. Inoltre faceva pressioni affinché permettesse al ministro degli Esteri Shimon Peres di incontrare Yasser Arafat, nonostante anche Bush fosse decisamente critico nei confronti della condotta del leader palestinese. Il presidente Usa arrivò perfino a dichiarare di essere favorevole alla costituzione di uno stato palestinese. Allarmato, Sharon lo accusò di cercare di “placare gli arabi a nostre spese”, avvertendo che “Israele non è la Cecoslovacchia.”
Bush s’infuriò all’idea di essere stato paragonato a Chamberlain, e l’ufficio stampa della Casa Bianca definì le parole di Sharon “inaccettabili”. Sharon presentò delle formali scuse di facciata, e subito dopo iniziò a collaborare con la Lobby per persuadere il governo e il popolo statunitense che Usa e Israele si trovavano a fronteggiare una comune minaccia terroristica. Funzionari del governo israeliano e rappresentanti della Lobby insistettero sul fatto che non c’era nessuna differenza fra Arafat e Osama bin Laden: Usa e Israele avrebbero dovuto isolare il leader palestinese in modo da non avere più niente a che fare con lui.
La Lobby si mise anche al lavoro all’interno del Congresso. Il 16 novembre, 89 senatori inviarono a Bush una lettera, pregandolo di rifiutarsi di incontrare Arafat, ma chiedendo anche che gli Stati Uniti non limitassero Israele nelle sue rappresaglie contro i palestinesi; l’amministrazione, recitava il documento, deve dichiarare pubblicamente di essere al fianco di Israele. Secondo il New York Times, quella lettera “era figlia” di un meeting che aveva avuto luogo due settimane prima, fra “i capi della comunità ebraica statunitense e importanti senatori”, aggiungendo che l’AIPAC era stata “particolarmente attiva nel dispensare consigli riguardo alla lettera.”
A fine novembre, le relazioni fra Washington e Tel Aviv erano decisamente migliorate, in parte grazie agli sforzi della Lobby, e in parte grazie all’iniziale vittoria degli Usa in Afghanistan, che diede agli Stati Uniti la fallace sensazione di non aver bisogno del sostegno arabo nella guerra contro Al-Quaeda. Sharon andò in visita alla Casa Bianca ai primi di dicembre, ed ebbe con Bush un incontro molto amichevole.
Nell’aprile del 2002 iniziarono di nuovo i guai, quando l’esercito israeliano lanciò l’Operazione Scudo Difensivo e riassunse il controllo di praticamente tutte le maggiori aree palestinesi nella Cisgiordania. Bush sapeva che le azioni di Tel Aviv avrebbero danneggiato l’immagine degli Stati Uniti nel mondo islamico e reso più difficoltosa la guerra al terrorismo, così chiese a Sharon di “bloccare le incursioni e iniziare il ritiro delle truppe.” Il messaggio fu sottolineato due giorni più tardi, quando ribadì la richiesta di un “ritiro immediato” da parte delle truppe israeliane. Il 7 aprile, Condoleezza Rice, allora consigliere per la sicurezza nazionale di Bush, disse ai giornalisti: “Immediato significa immediato. Significa subito.” Lo stesso giorno, Colin Powell partì per il Medio Oriente per convincere le due parti ad interrompere i combattimenti e dare il via ad un negoziato di pace.
Israele e la Lobby si misero immediatamente in azione. Funzionari filo-israeliani dell’ufficio del vicepresidente e del Pentagono, ed esperti neoconservatori come Robert Kagan e William Kristol, misero pressione su Powell. Lo accusarono perfino di aver “dimenticato la differenza fra i terroristi e chi combatte contro i terroristi”. Bush stesso era manovrato da capi ebraici e cristiani evangelici. Soprattutto Tom DeLay e Dick Armey furono molto convincenti riguardo alla necessità di sostenere Israele, e DeLay e Trent Lott, leader di minoranza al Senato, si recarono alla Casa Bianca per intimare a Bush di fare marcia indietro.
Il primo indizio sul fatto che Bush stesse tornando sui suoi passi comparve l’11 aprile – una settimana dopo che aveva intimato a Sharon di ritirare le sue truppe –, quando l’ufficio stampa della Casa Bianca fece sapere che il presidente riteneva Sharon “un uomo di pace”. Bush ribadì pubblicamente il concetto in occasione del ritorno di Powell dalla sua fallimentare missione, e raccontò ai giornalisti di aver avuto da Sharon risposte soddisfacenti in merito alla sua richiesta di un totale e immediato ritiro delle truppe. Sharon ovviamente non aveva fatto nulla del genere, ma Bush non era più disposto ad affrontare la questione.
Nel frattempo, anche il Congresso si preparava a prendere la stessa direzione. Il 2 maggio, incurante delle obiezioni dell’amministrazione, approvò due risoluzioni che riaffermavano il pieno supporto ad Israele (il risultato delle votazioni al Senato fu di 94 a 2; alla Camera, 352 a 21). Entrambe le risoluzioni stabilivano che gli Stati Uniti “offrivano piena solidarietà ad Israele”, e che i due paesi, per citare i documenti, “erano ora impegnati in una comune battaglia contro il terrorismo.”. La versione della Camera di quel documento, condannava anche “la coordinazione e il continuo sostegno ai gruppi terroristici offerto da Yasser Arafat”, dipinto come la colonna portante del sistema terroristico. Entrambe le risoluzioni furono redatte con l’aiuto della Lobby. Alcuni giorni dopo, una delegazione bipartisan del Congresso in missione in Israele, dichiarò che Sharon avrebbe resistito alle pressioni statunitensi per un negoziato con Arafat. Il 9 maggio, apposite sottocommissioni della Camera si riunirono per esaminare l’ipotesi di finanziare Israele con 200 milioni di dollari extra, con lo scopo di combattere il terrorismo. Powell era contrario, la Lobby era favorevole, e Powell perse.
In breve, Sharon e la Lobby hanno sfidato il presidente degli Stati Uniti, e ne sono usciti da trionfatori. Hemi Shalev, un giornalista del quotidiano israeliano Ma’ariv, ha riferito che l’entourage di Sharon “non riuscì a nascondere la soddisfazione per il fallimento della missione di Powell. Sharon guardò il presidente Bush negli occhi, fece lo sbruffone, e il presidente abbassò lo sguardo per primo.” Ma furono i difensori di Israele negli Usa a giocare un ruolo fondamentale nella sconfitta di Bush, non Sharon o il governo di Tel Aviv.
Da allora, la situazione è leggermente cambiata. L’amministrazione Bush ha continuato a rifiutare ogni contatto con Arafat. Dopo la sua morte, ha appoggiato il nuovo leader palestinese, Mahmoud Abbas, facendo però ben poco per aiutarlo. Sharon ha continuato a sviluppare il suo piano per imporre unilateralmente ai palestinesi un accordo, basato sul “disimpegno” da Gaza, e sulla contemporanea continua espansione nella Cisgiordania. Rifiutandosi di trattare con Abbas, e rendendogli dunque impossibile mostrare al popolo palestinese progressi tangibili, Sharon ha di fatto contribuito all’arrivo al potere di Hamas. Comunque, con la vittoria elettorale di Hamas ora Israele ha un’altra ottima scusa per non trattare. Il governo Usa ha sostenuto l’operato di Sharon (e ora del suo successore, Ehud Olmert). Bush ha persino approvato l’annessione unilaterale dei Territori Occupati, ribaltando le consuetudini politiche di tutti i presidenti, da Lyndon Johnson in poi.
I governanti statunitensi hanno blandamente criticato alcune azioni israeliane, ma nello stesso tempo hanno fatto davvero poco per contribuire alla creazione di una vera nazione palestinese. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale Brent Scowcroft, nell’ottobre del 2004, ha detto: “Sharon riesce a manipolare Bush come e quando vuole.” Se Bush cercasse di prendere le distanze da Israele o addirittura criticarne l’operato nei Territori Occupati, si troverebbe a dover fare i conti con l’ira della Lobby e dei suoi esponenti al Congresso. Anche i candidati presidenziali democratici sanno che questo è inevitabile, ragion per cui John Kerry nel 2004 si è premurato di ostentare incondizionato supporto ad Israele, e lo stesso sta facendo oggi Hillary Clinton (nella foto).
Una politica a favore degli israeliani e contraria ai palestinesi, è in cima alle preoccupazioni della Lobby, ma le sue ambizioni non si fermano qui. Vuole anche che gli Stati Uniti aiutino Israele a rimanere la potenza dominante nella regione. Il governo di Tel Aviv e i gruppi ebraici statunitensi agiscono in collaborazione per plasmare la politica Usa nei confronti di Iraq, Siria e Iran, secondo un grande progetto di riordino del Medio Oriente.
Le pressioni da parte di Israele e della Lobby non sono state l’unico fattore che ha determinato l’attacco all’Iraq nel 2003, ma sicuramente uno dei più importanti. Alcuni pensano che questa guerra sia stata fatta per il petrolio, ma non esiste nessuna prova diretta a supporto di questa tesi. La guerra è invece stata motivata soprattutto dal desiderio di rendere lo stato di Israele più sicuro. Secondo Philip Zelikow, ex membro del Foreign Intelligence Advisory Board (un organo consultivo per le questioni strategiche insediato presso la Casa Bianca. N.d.T.), direttore esecutivo della commissione che indaga sui fatti dell’11 Settembre, e attualmente consigliere di Condoleezza Rice, la “vera minaccia” dell’Iraq non era diretta agli Stati Uniti. La “minaccia sottintesa” era “nei confronti di Israele”, ha detto Zelikow in un discorso all’Università della Virginia nel settembre del 2002. “Il governo degli Stati Uniti”, ha aggiunto, “non vuole esporsi troppo, perché la questione non è una delle più popolari”.
Il 16 agosto del 2002, 11 giorni prima che Dick Cheney desse inizio alla guerra con un discorso intransigente ai Veterani di Guerra, il Washington Postriportò che “Israele esortava gli ufficiali statunitensi a non rimandare oltre un attacco militare contro l’Iraq di Saddam Hussein”. A questo punto, secondo Sharon, la coordinazione strategica fra Israele e Stati Uniti aveva raggiunto “una dimensione senza precedenti”, e ufficiali dei servizi segreti israeliani fornivano a Washington una grande quantità di preoccupanti rapporti che riguardavano i programmi iracheni per la costruzione di Armi di Distruzione di Massa. Come ha esposto in seguito un generale israeliano in pensione, “L’intelligence israeliana era in gran parte responsabile del quadro sulle armi non convenzionali irachene, descritto dai servizi segreti statunitensi e britannici.”
Il leader israeliani furono profondamente angosciati quando Bush decide di chiedere al Consiglio di Sicurezza dell’ONU l’autorizzazione per la guerra, e lo furono ancor di più quando Saddam accettò di lasciar entrare gli ispettori delle Nazioni Unite. “La campagna contro Saddam Hussein è un dovere”, dichiarò Shimon Peres ai giornalisti nel settembre del 2002. “Le ispezioni e gli ispettori vanno bene per le persone rispettabili, ma per i disonesti è facile raggirarli.”
Allo stesso tempo, Ehud Barak, scrisse un articolo sul New York Times in cui avvertiva che “In questo momento il pericolo maggiore sta nell’inazione.” Il suo predecessore alla carica di Primo Ministro, Benyamin Netanyahu, scrisse sul Wall Street Journal un pezzo simile, intitolato “Il motivo per rovesciare Saddam”, in cui affermava: “In questo momento l’unica cosa da fare è rovesciare il dittatore. Credo di parlare a nome della stragrande maggioranza degli israeliani, favorevoli ad un attacco preventivo contro il regime di Saddam.” E l’Ha’aretz riferiva nel febbraio 2003: “I capi politici e militari desiderano intensamente una Guerra in Iraq.”
Tuttavia, come faceva notare Netanyahu, il desiderio di una guerra non era limitato solo alle alte sfere. A parte il Kuwait, che Saddam aveva invaso nel 1990, Israele era l’unico paese al mondo in cui sia i politici che l’opinione pubblica erano d’accordo sulla guerra. Il giornalista Gideon Levy, all’epoca notava che: “Israele è l’unico paese i cui leader sostengono senza riserve una guerra, e in cui nessun’altra opinione alternativa ha diritto di esistere.” Infatti, il fanatismo degli israeliani era talmente accentuato, che i loro stessi alleati negli Stati Uniti dovettero dir loro di smorzare la retorica, altrimenti c’era il pericolo che sembrasse una guerra combattuta nel nome di Israele.
All’interno degli Stati Uniti, la più importante corrente a favore della guerra era un pugno di neo-conservatori, molti dei quali strettamente legati al Likud, ma anche i capi delle maggiori organizzazioni che facevano parte della Lobby, fecero sentire la loro voce. Il Forward riferì che “Non appena Bush iniziò a parlare […] di guerra in Iraq, le più importanti organizzazioni ebraiche statunitensi si riunirono per correre in suo aiuto. Dichiarazione dopo dichiarazione, i vari leader sottolinearono la necessità di liberare il mondo da Saddam Hussein e dalle sue armi di distruzione di massa. Gli editorialisti affermarono che “Le preoccupazioni per la sicurezza di Israele, costituiscono legittimamente un fattore primario nelle decisioni dei maggiori gruppi ebraici.”
Benché i neoconservatori e gli alti esponenti della Lobby fossero impazienti di entrare in guerra, così non era per gran parte della comunità ebraica statunitense. Appena la guerra iniziò, Samuel Freedman scrisse che “un sondaggio di opinione su scala nazionale operato dal Pew Research Center, dimostra che gli ebrei sono meno favorevoli alla guerra in Iraq del resto della popolazione, il 62 per cento contro il 52.” Ovviamente sarebbe sbagliato gettare la colpa della guerra in Iraq tutta sull”influenza ebraica”; piuttosto gran parte della responsabilità è da ascrivere all’influenza della Lobby, e dei neo-conservatori che ne fanno parte.
La determinazione dei neo-con a rovesciare Saddam risale a prima che Bush diventasse presidente. Essi provocarono una certa agitazione già nel 1998, quando fecero pubblicare due lettere aperte indirizzate a Clinton, in cui chiedevano che Saddam fosse rimosso dal potere. I firmatari, molti dei quali avevano stretti legami con grandi organizzazioni filo-israeliane quali la JINSA o il WINEP, e che comprendevano nomi come Elliot Abrams, John Bolton, Douglas Feith, William Kristol, Bernard Lewis, Donald Rumsfeld, Richard Perle e Paul Wolfowitz, avevano poche difficoltà a persuadere l’amministrazione Clinton a considerare l’ipotesi di spodestare Saddam, ma non potevano arrivare a proporre una guerra per raggiungere quell’obiettivo. E nemmeno nei primi mesi dell’amministrazione Bush, furono capaci di rendere attraente l’idea di un’invasione dell’Iraq. Per raggiungere il loro scopo avevano bisogno di aiuto. Quest’aiuto arrivò provvidenziale l’11 settembre del 2001. Più precisamente, gli eventi di quel giorno convinsero Bush e Cheney a cambiare la loro linea politica e diventare così fervidi sostenitori della guerra preventiva.
Durante un importante vertice con Bush a Camp David, il 15 settembre, Paul Wolfowitz sostenne la tesi di attaccare l’Iraq prima ancora dell’Afghanistan, nonostante non esistesse alcuna prova che Saddam fosse in qualche modo coinvolto negli attentati, e si avesse invece la certezza che Bin Laden si trovava in Afghanistan. Bush rifiutò il consiglio, e decise di attaccare prima l’Afghanistan, pur considerando seriamente la possibilità concreta di una guerra contro l’Iraq. Infatti il 21 novembre il presidente incaricò i suoi strateghi militari di sviluppare i piani per un’invasione.
Nel frattempo altri neoconservatori lavoravano alacremente nelle stanze del potere. Ancora non conosciamo tutta la storia, ma sappiamo per certo che studenti come Bernard Lewis di Princeton e Fouad Ajami della Johns Hopkins rivestirono un ruolo importante nel convincere Cheney che la guerra fosse l’opzione più giusta, sebbene anche il suo staff di neo-con – Eric Edelman, John Hannah e “Scooter” Libby, capo dello staff di Cheney, nonché una delle persone più potenti dell’intera amministrazione – abbia fatto la sua parte. Entro l’inizio del 2002, Cheney era riuscito a convincere Bush, e con Bush e Cheney in ballo, la guerra era inevitabile.
Al di fuori dell’amministrazione, gli esperti neoconservatori non persero tempo nel sottolineare che l’invasione l’Iraq fosse un passo necessario per vincere la guerra al terrorismo. I loro sforzi erano diretti in parte a mantenere alta la pressione su Bush, e in parte ad aggirare il movimento di opposizione alla guerra fuori e dentro il governo. Il 20 settembre, un gruppo di potenti neo-con insieme ai loro alleati, fecero pubblicare un’altra lettera aperta in cui si diceva: “Anche nel caso in cui non venissero trovati legami diretti fra l’Iraq e gli attacchi, qualunque strategia diretta allo sradicamento del terrorismo e dei suoi sostenitori, deve necessariamente includere un deciso sforzo per rovesciare il regime di Saddam Hussein.” La lettera ricordava anche a Bush che “Israele è stato ed è tuttora il più fedele alleato nella lotta contro il terrorismo internazionale.” Nel numero del 1° ottobre del Weekly Standard, Robert Kagan e William Kristol invocavano un cambio di regime in Iraq non appena i Talebani fossero stati sconfitti. Lo stesso giorno, dalle pagine del Washington Post, Charles Krauthammer spiegava che quando gli Stati Uniti avessero finito in Afghanistan, l’obiettivo successivo sarebbe dovuto essere la Siria, seguita da Iran e Iraq: “La guerra al terrorismo si concluderà a Baghdad, quando spazzeremo via il più pericoloso regime del terrore al mondo.”
Questo fu l’inizio di una propaganda senza sosta, con lo scopo di ottenere il sostegno unanime sui programmi di invasione dell’Iraq, manipolando l’informazione in modo da dipingere Saddam come un’imminente minaccia per gli Stati Uniti. Per esempio, Libby fece pressione sugli analisti della CIA affinché trovassero prove valide come pretesto per una guerra, e lo aiutassero a preparare l’informativa che un ormai screditato Colin Powell avrebbe dovuto presentare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. All’interno del Pentagono, il Gruppo di Valutazione delle Politiche Antiterrorismo fu incaricato di trovare quei legami fra Al-Quaeda e l’Iraq che potevano essere sfuggiti ai servizi segreti della comunità internazionale. I due membri chiave di questo gruppo erano David Wurmser, un neoconservatore intransigente, e Michael Maloof, un libanese-americano molto legato a Richard Perle. Un altro gruppo del Pentagono, l’Ufficio Piani Speciali, ebbe il compito di scoprire prove da usare per poter vendere la storia della guerra . Era capeggiato da Abram Shulsky, un neo-con amico di lunga data di Wolfowitz, e fra le sue file militavano reduci dei famigerati “think tanks” filo-israeliani. Entrambe queste organizzazioni furono create all’indomani dell’11 settembre, e facevano capo a Douglas Feith.
Come in teoria tutti i neo-con, anche Feith aveva forti legami con Israele, oltre ad essere uno storico sostenitore del Likud. Negli anni ’90, ha scritto svariati articoli in favore degli insediamenti, affermando anche che Israele doveva mantenere il controllo dei Territori Occupati. Inoltre, fatto ancora più importante, insieme a Perle e Wurmser, nel giugno del 1996 scrisse per l’allora neoeletto Primo Ministro Netanyahu, la famosa relazione dal titolo “Un Taglio Netto”. Fra le altre cose, in quella relazione si raccomandava a Netanyahu di “impegnarsi ad eliminare il regime di Saddam in Iraq, essendo questo un importante obiettivo strategico anche per Israele.” Vi erano anche esortazioni affinché anche Israele facesse la sua parte nel riordino dell’intero Medio Oriente. Netanyahu non seguì i loro consigli, ma Feith, Perle e Wurmser sarebbero molto presto diventati uomini chiave dell’amministrazione Bush, riuscendo così a perseguire ugualmente i loro scopi. Un cronista dell’Ha’aretz, Akiva Eldar, avvertiva che Feith e Perle “si trovavano su quella sottile linea che separava la lealtà al loro governo dagli interessi di Israele.”
Wolfowitz è altrettanto devoto ad Israele. Il Forward una volta l’ha definito come “la più aggressiva voce filo-israeliana dell’intera amministrazione”, ponendolo nel 2002 in cima ad una lista di 50 personalità che “avevano deliberatamente sostenuto l’attivismo ebraico”. Più o meno nello stesso periodo il JINSA conferiva a Wolfowitz un premio, l’Henry M. Jackson Distinguished Service Award, per aver contribuito a creare un forte legame fra Israele e Stati Uniti, e il Jerusalem Post, descrivendolo come “ferventemente filo-israeliano”, lo nominava “Uomo dell’Anno” nel 2003.
Per finire, è d’obbligo spendere qualche parola sul supporto che prima della guerra è stato dato dai neo-con ad Ahmed Chalabi, l’esule senza scrupoli che ha guidato il Congresso Nazionale dell’Iraq (INC). Lo hanno spalleggiato, e in cambio Chalabi, una volta arrivato al potere, ha stretto rapporti con i gruppi ebraici statunitensi, e si è impegnato a stabilire buone relazioni con Israele. Questo era esattamente ciò che i promotori di un cambio di regime in Iraq volevano ottenere. Matthew Berger, sul Jewish Journal, ha messo in luce l’essenza di questo scambio: “L’INC ha giudicato queste migliorate relazioni come un modo per sfruttare a suo favore l’influenza degli ebrei a Washington e a Gerusalemme, e per cercare di ottenere consenso verso la sua causa. Da parte loro, i gruppi ebraici hanno visto in tutto questo una buona opportunità per aprire la strada a relazioni più amichevoli fra Israele e Iraq, se e quando l’INC fosse salito al potere rimpiazzando il regime di Saddam Hussein.”
Considerando la devozione verso Israele da parte dei neoconservatori, la loro ossessione per l’Iraq, e la loro influenza sull’amministrazione Bush, non è certo sorprendente che molti statunitensi sospettino che la guerra sia iniziata solo per fare un favore ad Israele. Nel marzo scorso, Barry Jacobs, della Commissione Ebraica Statunitense, ha ammesso che l’idea che Israele e i neo-con abbiano cospirato per trascinare gli Stati Uniti in una guerra contro l’Iraq, era “molto diffusa” fra gli ambienti dell’intelligence internazionale. Comunque, poche persone lo dichiarerebbero pubblicamente, e quei pochi che l’hanno fatto – compresi il senatore Ernest Hollings e il deputato James Moran – sono stati condannati solo per aver sollevato la questione. Alla fine del 2002, Michael Kinsley ha scritto che “la mancanza di una discussione pubblica sul vero ruolo di Israele…è come il proverbiale elefante nella stanza.” La ragione principale della reticenza su questo argomento, continua Kinsley, è la paura di passare per antisemita, ma non ci sono dubbi sul fatto che Israele e la Lobby siano stati fattori chiave nella decisione di entrare in guerra, una decisione che senza il loro operato, gli Stati Uniti avrebbero probabilmente preso con molta più difficoltà. E questa guerra è programmata per essere solo il primo passo. Un titolo sulla prima pagina del Wall Street Journal subito dopo l’inizio del conflitto, recitava: “Il Sogno del Presidente: cambiare non solo il regime, ma l’intera regione. Un’area democratica e filo-statunitense è un obiettivo che ha radici israeliane e neoconservatrici.”
Per lungo tempo, forze filo-israeliane hanno avuto interesse a coinvolgere militarmente gli Stati Uniti in Medio Oriente in modo più diretto, ma durante la Guerra Fredda con scarso successo, poiché in quel momento gli Stati Uniti fungevano da “bilanciatore esterno” nella regione. La maggior parte delle forze destinate al Medio Oriente, come le Forze di Spiegamento Rapido, venivano tenute al sicuro, lontano dalle linee di fuoco. L’idea era quella di mettere l’uno contro l’altro i poteri locali – ecco perché l’amministrazione Reagan sostenne Saddam contro l’Iran rivoluzionario ai tempi della guerra Iraq-Iran – per poter mantenere un equilibrio favorevole agli Stati Uniti.
Questa politica cambiò all’indomani della prima Guerra del Golfo, quando l’amministrazione Clinton adottò la strategia del “doppio contenimento”. Grandi contingenti di forze armate avrebbero stazionato nella regione con il compito di contenere sia l’Iran che l’Iraq, invece di usare ognuno dei due paesi per tenere sotto controllo l’altro. Il padre del doppio contenimento altri non era che Martin Indyk, il quale prima aveva abbozzato questa teoria nel maggio del ’93, quando era al WINEP, e poi l’aveva perfezionata quando era direttore degli Affari per il Medio Oriente e il Sud Est Asiatico al Consiglio di Sicurezza Nazionale.
A metà degli anni ’90, c’era non poco malcontento riguardo al doppio contenimento, in quanto quel tipo di strategia aveva trasformato gli Stati Uniti in un mortale nemico per entrambi i paesi, che peraltro si odiavano l’un l’altro, e costretto Washington a sopportare un peso economico non indifferente. Ma era una strategia gradita alla Lobby, che si dava molto da fare all’interno del Congresso per cercare di preservarla. Pressato dall’AIPAC e non solo, nella primavera del 1995, Clinton diede un giro di vite alla sua politica nella regione, ed impose un embargo economico all’Iran, ma l’AIPAC e i suoi alleati volevano di più. Il risultato fu l’Iran and Libya Sanctions Act, un provvedimento del 1996 che imponeva sanzioni su qualunque compagnia straniera che investisse più di 40 milioni di dollari per lo sviluppo delle risorse petrolifere di Iran e Libia. Come notò all’epoca Ze’ev Schiff, corrispondente di guerra dell’Ha’aretz, “Israele è solo un piccolo elemento in un grande schema, ma chiunque può notare quanto sia capace di influenzare tutti gli altri.”
Alla fine degli anni novanta, tuttavia, i neoconservatori si resero conto che il doppio contenimento non era più sufficiente, e che era necessario che il regime in Iraq venisse abbattuto. Rovesciando Saddam e trasformando l’Iraq in una democrazia, pensavano, gli Stati Uniti avrebbero innescato una catena di cambiamenti in tutto il Medio Oriente. La medesima linea di pensiero era evidente nel documento “Taglio Netto” che i neo-con avevano redatto per Netanyahu. Nel 2002, quando oramai l’invasione dell’Iraq era alle porte, la trasformazione della regione era il vangelo dei circoli neoconservatori.
Charles Krauthammer descrive questo grande progetto come un’invenzione di Natan Sharansky, ma in realtà tutti gli israeliani, di qualunque tendenza politica, pensavano che l’eliminazione di Saddam avrebbe alterato gli equilibri del Medio Oriente a vantaggio di Israele. Aluf Benn scriveva sull’Ha’aretz (17 febbraio 2003):
“Alti ufficiali dell’esercito e funzionari vicini al Primo Ministro Ariel Sharon, come il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Ephraim Halevy, dipingono un meraviglioso quadro del roseo futuro che attende Israele alla fine della guerra. Loro immaginano un effetto domino, con la caduta di Saddam Hussein seguita da quella di tutti gli altri nemici del nostro paese…Con questi leader, il terrorismo e le armi di distruzione di massa scompariranno per sempre.”
Dopo la caduta di Baghdad, a metà aprile del 2003, Sharon e i suoi luogotenenti iniziarono a fare pressioni affinché Washington puntasse su Damasco. Il 16 aprile Sharon, intervistato dallo Yedioth Ahronoth, richiedeva agli Stati Uniti di esercitare “forti pressioni” sulla Siria, mentre il ministro della Difesa Shaul Mofaz, dalle pagine del Ma’ariv, affermava: “Abbiamo una lunga lista di questioni da chiarire con i siriani, e sarebbe appropriato se ciò venisse fatto attraverso la mediazione di Washington.” Ephraim Halevy, parlando ad una riunione del WINEP, disse che era importante che gli Stati Uniti avessero un atteggiamento duro nei confronti della Siria, e il Washington Post scriveva che Israele stava “alimentando la campagna” contro la Siria, fornendo ai servizi segreti statunitensi rapporti sull’operato di Bashar Assad, il presidente siriano.
Importanti esponenti della Lobby usarono gli stessi argomenti. Wolfowitz dichiarò: “E’ necessario un cambio di regime in Siria.”, e Richard Perle disse ad un giornalista che “un breve messaggio, un messaggio di sole tre parole deve essere recapitato ad un altro regime ostile in Medio Oriente. Il messaggio è: Voi siete i prossimi.” Ai primi di aprile, un documento bipartisan redatto dal WINEP, affermava che la Siria “deve tenere ben presente che i paesi che seguono il comportamento sprezzante, irresponsabile e avventato di Saddam, potrebbero finire col fare la sua stessa fine.” Il 16 aprile, Yossi Klein Halevi scriveva un articolo sul Los Angeles Times, intitolato “Prossima Mossa: Giro di Vite in Siria.”, mentre il titolo di un articolo di Zev Chafets comparso il giorno dopo sul New York Daily News recitava: “Anche la Siria filo-terrorista ha bisogno di un cambiamento.” Per non essere da meno, Lawrence Kaplan scriveva sul New Republic del 21 aprile che Assad era una seria minaccia per gli Stati Uniti.
Tornando al Campidoglio, il membro del Congresso Eliot Engel, aveva reintrodotto l’Atto per la Responsabilità della Siria e il Ripristino della Sovranità Nazionale del Libano. Quest’atto minacciava sanzioni nei confronti della Siria se non avesse ritirato le sue truppe dal Libano, consegnato le sue armi di distruzione di massa e smesso di fiancheggiare i terroristi; inoltre invitava Siria e Libano a fare passi concreti per ristabilire rapporti di pace con Israele. Questo documento era stato fortemente voluto dalla Lobby – e soprattutto dall’AIPAC – e “formulato”, secondo la Jewish Telegraph Agency, “da alcuni dei migliori amici di Israele al Congresso.” L’amministrazione Bush non ne era particolarmente entusiasta, ma l’atto passò con una maggioranza schiacciante (398 a 4 alla Camera, 89 a 4 al Senato), e il 12 dicembre del 2003 Bush lo firmò, facendolo diventare legge.
La stessa amministrazione era ancora divisa sull’opportunità di un attacco alla Siria. I neoconservatori erano ansiosi di attaccare Damasco, mentre la CIA e il Dipartimento di Stato si opponevano all’idea. E perfino Bush, dopo aver firmato la nuova legge, sottolineava il fatto che bisognava andarci cauti nell’applicarla. Quest’ambiguità era incomprensibile. Oltretutto il governo siriano aveva non solo fornito agli Stati Uniti importanti informazioni su Al-Quaeda dopo l’11 settembre, ma aveva anche messo in guardia Washington su previsti attacchi terroristici nel Golfo e concesso alla CIA libero accesso agli interrogatori di Mohammed Zammar, il presunto reclutatore di alcuni dei dirottatori degli attentati. Prendere di mira il regime di Assad avrebbe significato mettere a repentaglio quella preziosa collaborazione, e dunque rendere più difficoltosa la guerra al terrorismo.
In più, la Siria fino a prima della guerra in Iraq, era sempre stata in buoni rapporti con Washington (aveva perfino votato per la risoluzione ONU 1441), e certamente non costituiva una minaccia per gli Stati Uniti. Adottare la linea dura con Damasco avrebbe fatto sembrare gli Usa come i soliti prepotenti, insaziabilmente desiderosi di colpire gli stati arabi. Ultimo fattore, mettere la Siria nella lista nera, avrebbe significato darle un ottimo pretesto per provocare guai in Iraq. Per quanta fretta si potesse avere, il buon senso consigliava di aspettare che le acque in Iraq si fossero calmate. Ma il Congresso, ovviamente manovrato dai funzionari israeliani e da gruppi come l’AIPAC, insisteva sul giro di vite a Damasco. Senza la Lobby, non ci sarebbe stato alcun Atto per la Responsabilità della Siria, e la politica statunitense nei confronti dei siriani sarebbe stata molto più in linea con gli interessi nazionali.
Gli israeliani tendono a descrivere qualsiasi minaccia nei termini più crudi possibili, ma l’Iran è unanimemente considerato il loro nemico più pericoloso, perché probabilmente sul punto di dotarsi di armi atomiche. Tutti gli israeliani vedono un paese islamico in Medio Oriente in possesso di armi nucleari come una minaccia alla loro stessa esistenza. Un mese prima che scoppiasse la guerra in Iraq, il ministro della Difesa israeliano Binyamin Ben-Eliezer, sottolineava che “l’Iraq è certamente un problema, ma a mio parere, oggi per noi l’Iran è molto più pericoloso.”
Sharon iniziò a spingere gli Stati Uniti contro l’Iran nel novembre del 2002, in un’intervista al Times. Descrivendo l’Iran come “il centro del mondo del terrore”, teso ad acquisire armi atomiche, Sharon dichiarava che l’amministrazione Bush avrebbe dovuto iniziare ad usare le maniere forti con l’Iran “il giorno dopo” aver conquistato l’Iraq. Alla fine di aprile 2003, l’Ha’aretz scriveva che l’ambasciatore israeliano a Washington chiedeva a gran voce un cambio di regime in Iran. La sconfitta di Saddam, continuava, “non era sufficiente”. Secondo lui “gli Stati Uniti non devono fermarsi, poiché siamo ancora fortemente minacciati sia dalla Siria che dall’Iran.” Naturalmente anche i neoconservatori non persero tempo nel cavalcare l’onda del rovesciamento del regime di Teheran. Il 6 maggio, l’AEI (American Enterprise Institute, una fra le più potenti organizzazioni degli Usa, un altro dei famigerati Think Tank, in questo caso una delle massime roccaforti del pensiero neo-con. N.d.T.) finanziò, insieme alla Fondazione per la Difesa delle Democrazie e all’Istituto Hudson, una conferenza sull’Iran. I relatori erano tutti palesemente filo-israeliani, e molti richiesero che il regime iraniano fosse rimpiazzato da una democrazia. Come al solito, una frotta di articoli scritti da influenti neo-con esposero le ragioni di un attacco all’Iran. “La liberazione dell’Iraq è stata solo la prima grande battaglia per il futuro del Medio Oriente, ma la prossima grande sfida – speriamo non militare – sarà con l’Iran.”, così scriveva William Kristol sul Weekly Standard del 12 maggio.
La pronta risposta dell’amministrazione alle pressioni della Lobby fu un superlavoro per far interrompere all’Iran il suo programma nucleare. Con poco successo, in verità, visto che l’Iran sembra determinato a crearsi un arsenale atomico. Di conseguenza la Lobby ha intensificato la pressione. Editoriali e articoli non fanno altro che mettere in guardia su un imminente pericolo nucleare iraniano, raccomandano cautela nei confronti di qualunque concessione da parte di un regime “terroristico”, e fanno sottili allusioni ad un’azione preventiva, nel caso la diplomazia dovesse fallire. La Lobby sta spingendo il Congresso ad approvare l’Atto per il Supporto alla Libertà dell’Iran, che dovrebbe ampliare le sanzioni già esistenti. Anche il governo di Israele avverte che potrebbe dare il via ad un’azione preventiva, se l’Iran persistesse nel suo programma nucleare, ma sembra una minaccia fatta più che altro per attirare l’attenzione di Washington sul problema.
Qualcuno potrebbe obiettare che in fin dei conti Israele e la Lobby non hanno influenzato più di tanto la politica nei confronti dell’Iran, visto che gli Stati Uniti hanno le loro ragioni per impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare. C’è qualcosa di vero, ma le ambizioni nucleari dell’Iran in realtà non costituiscono una minaccia per gli Usa. Se Washington è riuscita a convivere con un Unione Sovietica nucleare, una Cina nucleare e perfino con una Corea del Nord nucleare, allora può convivere anche con il nucleare iraniano. E questo è il motivo per cui la Lobby deve mantenere alta la pressione sui politici statunitensi. Anche se la Lobby non esistesse, difficilmente Teheran e Washington sarebbero alleati, ma sicuramente la politica statunitense sarebbe molto più moderata, e un’ipotesi di guerra preventiva non verrebbe neanche presa in considerazione.
È alquanto prevedibile il desiderio da parte di Israele e dei suoi sostenitori americani che gli Usa affrontino qualunque problema relativo alla sicurezza di Israele. Se i loro sforzi per indirizzare la politica americana andranno a buon fine, tutti i nemici di Israele verranno indeboliti o sconfitti, Israele avrà mano libera con i palestinesi, e la maggior parte dei combattimenti, dei morti, della ricostruzione e dei risarcimenti ricadrà sulle spalle degli Stati Uniti. Ma anche nel caso in cui Washington fallisse nei suoi progetti di trasformazione del Medio Oriente, e si ritrovasse a combattere contro l’intero mondo fondamentalista arabo e islamico, Israele finirà comunque sotto l’ala protettiva dell’unica superpotenza esistente al mondo. Dal punto di vista della Lobby, quest’ultimo non sarebbe il risultato perfetto, ma sarebbe ovviamente meglio che rimanere isolati, o essere addirittura costretti ad una pace con i palestinesi.
Può dunque il potere della Lobby essere in qualche modo limitato? Data la debacle irachena, la conseguente necessità da parte degli Stati Uniti di ricostruirsi un’immagine nel mondo arabo, e le recenti rivelazioni riguardo alcuni esponenti dell’AIPAC che hanno passato segreti governativi statunitensi ad Israele, si potrebbe rispondere affermativamente. Si potrebbe anche pensare che la morte di Arafat, e l’elezione del più moderato Mahmoud Abbas possa indurre Washington a sostenere con vigore e imparzialità un accordo di pace. In pratica, ci sarebbero svariati motivi per prendere le distanze dalla Lobby e adottare una politica mediorientale più aderente agli interessi nazionali. Inoltre, usare tutto quel grande potere per ottenere la pace fra Israele e Palestina, aiuterebbe il processo di democratizzazione in tutta la regione.
Ma tutto questo non accadrà, almeno non a breve termine, perché l’AIPAC e suoi alleati (inclusi i Sionisti Cristiani) non hanno alcun serio avversario nel mondo delle lobby. Sanno che sta diventando sempre più difficile sostenere la causa di Israele, e reagiscono reclutando sempre più persone ed ampliando il loro campo d’azione. Per di più, i politici statunitensi sono sempre molto sensibili ai finanziamenti elettorali e ad altre forme di pressione politica, e i grandi canali informativi sono propensi a rimanere dalla parte di Israele, qualunque cosa succeda. Il potere della Lobby crea problemi su più fronti. Incrementa il rischio di attacchi terroristici in tutto il mondo, soprattutto nei paesi europei alleati degli Stati Uniti. Ha reso impossibile arrivare alla conclusione del conflitto Israelo-Palestinese, una situazione che fornisce agli estremisti uno straordinario mezzo persuasivo nel reclutamento dei volontari, incrementando le file di terroristi e simpatizzanti, e contribuisce all’espansione del fondamentalismo islamico in Europa e Asia. Fatto non meno preoccupante, le pressioni della Lobby potrebbero portare gli Stati Uniti ad un attacco contro Iran e Siria, con conseguenze potenzialmente devastanti. Nessuno ha bisogno di un altro Iraq. Bene che vada, l’ostilità della Lobby nei confronti di quei due paesi, renderà quasi impossibile per Washington chiedere loro un sostegno nella battaglia contro Al-Quaeda, o contro la resistenza irachena, quando il loro aiuto è invece necessario. C’è anche un aspetto morale da sottolineare. Grazie alla Lobby, gli Stati Uniti sono diventati de facto fautori dell’espansione israeliana nei Territori Occupati, rendendosi dunque complici dei crimini perpetrati nei confronti dei palestinesi. Questa situazione taglia le gambe agli sforzi da parte di Washington di “esportare la democrazia”, e ne evidenzia l’ipocrisia di fondo, nel momento in cui esorta altre nazioni a rispettare i diritti umani. Ugualmente ipocrita appare il tentativo di limitare gli arsenali nucleari, dato che poi accetta supinamente l’arsenale nucleare israeliano, che oltretutto costituisce uno dei motivi per cui anche altri paesi desiderano dotarsi dell’atomica.
Inoltre, la volontà della Lobby di soffocare qualunque dibattito su Israele è insano per una democrazia. Imbavagliare gli scettici organizzando schedature e boicottaggi – oppure accusandoli di antisemitismo – viola il principio della libertà di opinione su cui si basa qualsiasi democrazia. L’impossibilità da parte del Congresso di condurre una discussione aperta su questioni di tale importanza, paralizza l’intero processo decisionale democratico. I fiancheggiatori di Israele devono essere liberi di sostenere le loro ragioni e di sfidare chi è in disaccordo con loro, ma i tentativi di reprimere le opinioni contrarie tramite l’intimidazione vanno duramente condannati.
Tirando le somme, l’influenza della Lobby è stata controproducente anche per Israele. La sua abilità di convincere Washington a sostenere politiche espansionistiche, ha dissuaso Israele dal cogliere opportunità – quali un trattato di pace con la Siria o una pronta e piena applicazione degli Accordi di Oslo – che avrebbero salvato molte vite israeliane e ridotto il numero di estremisti palestinesi. Negare ai palestinesi i loro legittimi diritti politici, non ha certamente reso Israele un paese più sicuro, e la tattica di uccidere o emarginare una generazione di leader ha conferito sempre più potere a gruppi estremisti come Hamas, e reso difficile per un capo palestinese avere la volontà di accettare un accordo onesto, e la possibilità di metterlo in pratica. Sarebbe stato molto meglio anche per Israele se la Lobby avesse avuto meno potere, e se la politica degli Stati Uniti fosse stata più equidistante.
Tuttavia, esiste ancora una punta di speranza. Nonostante la Lobby sia ancora una forza molto potente, sta diventando sempre più difficile nascondere i disastrosi effetti della sua politica. Una nazione potente può condurre una politica errata per un certo periodo, ma la realtà non può essere ignorata per sempre. Ciò di cui si ha bisogno è una discussione schietta sul reale potere della Lobby, e un dibattito molto più aperto sugli interessi degli Stati Uniti in quella regione di vitale importanza. Il benessere di Israele è certamente uno di quegli interessi, ma la sua continua occupazione della Cisgiordania e i suoi progetti espansionistici nella regione non lo sono. Un dibattito serio porterebbe alla luce i limiti strategici e morali di questo sostegno univoco e incondizionato, e potrebbe portare gli Stati Uniti su posizioni maggiormente coerenti con i loro interessi, con gli interessi degli altri paesi della ragione, e perfino con gli interessi a lungo termine di Israele.
Nei decenni scorsi, soprattutto dopo la fine della Guerra dei Sei Giorni del 1967, le relazioni fra Stati Uniti e Israele hanno costituito il cardine della politica mediorientale statunitense. L’incondizionato supporto ad Israele e i tentativi di “esportare la democrazia” in tutta la regione hanno gettato benzina sul fuoco della contestazione araba e islamica, e messo a repentaglio la sicurezza non solo degli Stati Uniti, ma anche di gran parte del resto del mondo. Questa situazione non ha precedenti nella storia politica statunitense. Perchè gli Stati Uniti hanno voluto compromettere la loro stessa sicurezza e quella dei loro alleati, per difendere gli interessi di un’altra nazione? Si potrebbe sostenere che il legame tra i due paesi sia fondato sulla condivisione dei medesimi interessi strategici e di rigorosi imperativi morali, ma nemmeno questa spiegazione può giustificare l’enorme mole di materiale e di supporto diplomatico fornito ad Israele.” In realtà, le ingerenze degli Usa nella regione derivano quasi interamente dalla politica interna, e soprattutto dall’attività della cosiddetta “Lobby Ebraica”. Altri gruppi di potere sono riusciti ad indirizzare la politica estera, ma nessuna lobby è mai riuscita a dirottarla così lontano dagli interessi nazionali, riuscendo nello stesso tempo a convincere l’opinione pubblica che gli interessi degli Stati Uniti coincidevano perfettamente con quelli di Israele.
Dalla Guerra del Kippur di Ottobre 1973, Washington ha fornito ad Israele un supporto tale da fare impallidire quello dato a qualunque altro paese. Dal 1976 in poi, è stato il maggiore beneficiario annuale di sovvenzioni militari ed economiche, e il maggior beneficiario in assoluto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, avendo ricevuto la gigantesca somma di 140 miliardi di dollari. Israele riceve circa 3 miliardi di dollari all’anno in finanziamenti diretti, all’incirca un quinto dell’intera cifra destinata agli aiuti esteri, il che significa 500 dollari all’anno per ogni israeliano. Tutta questa generosità colpisce in modo particolare, soprattutto perché oggi Israele è una ricca potenza industriale, con un reddito pro capite molto simile a quello della Corea del Sud o della Spagna.
Gli altri beneficiari ricevono il denaro con cadenza trimestrale, invece Israele riceve l’intera somma all’inizio di ogni anno fiscale, avendo quindi anche la possibilità di percepirne gli interessi. Molti destinatari che ricevono aiuti per scopi militari, sono obbligati a spendere tutta la cifra negli Stati Uniti, mentre ad Israele è concesso di utilizzare circa il 25 per cento dei suoi finanziamenti per sostenere la propria industria bellica. E’ l’unico beneficiario che non è tenuto a rendere conto su come spende i soldi degli aiuti, il che rende virtualmente impossibile evitare che il denaro venga impiegato per scopi a cui gli Usa sono contrari, come ad esempio la costruzione di insediamenti nella Cisgiordania. Come se non bastasse, gli Stati Uniti hanno messo a disposizione di Israele quasi 3 miliardi di dollari per lo sviluppo dei suoi armamenti, oltre a permettergli l’acquisto di armamenti di primo livello, come gli elicotteri Blackhawk o i caccia F-16. Per chiudere, gli Usa concedono ad Israele libero accesso alle informazioni dei servizi segreti, negate invece ai loro alleati della NATO, ed hanno chiuso entrambi gli occhi quando Israele si è dotato di armi nucleari.
Washington si occupa anche di fornire un consistente sostegno diplomatico. Dal 1982, gli Stati Uniti hanno posto il veto su 32 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contrarie ad Israele, più del numero totale di veti posti da tutti gli altri membri del Consiglio. Inoltre gli Usa continuano a contrastare gli sforzi compiuti dagli stati arabi affinché l’arsenale nucleare israeliano venga inserito nel programma di controlli della IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica).
Gli Stati Uniti corrono in soccorso di Israele in tempo di guerra, e si schierano al suo fianco in tempo di pace. L’amministrazione Nixon lo ha protetto dalla minaccia di un’invasione sovietica, e lo ha sovvenzionato durante la Guerra del Kippur. Washington è intervenuta pesantemente durante i negoziati che posero fine a quella guerra, così come nel lungo processo “passo a passo” che ne seguì, e allo stesso modo giocò un ruolo fondamentale nei negoziati che precedettero e seguirono gli accordi di Oslo del 1993. In ognuno di questi casi ci furono sporadici attriti fra Stati Uniti e Israele, ma il supporto alle posizioni di Israele fu sempre molto consistente. Un funzionario statunitense che partecipò agli incontri di Camp David del 2000, in seguito affermò: “Troppo spesso la nostra funzione è stata quella di fare l’avvocato di Israele.” In definitiva, l’ambizione del governo Bush di trasformare il Medio Oriente è, almeno parzialmente, rivolta al miglioramento della situazione strategica di Israele.
Questa straordinaria generosità sarebbe comprensibile se Israele fosse una risorsa strategica vitale, oppure se esistesse un obbligo morale di protezione da parte degli Stati Uniti, ma nessuna di queste due ragioni suona convincente. Qualcuno potrebbe obiettare che, durante la Guerra Fredda, Israele è stato un prezioso alleato, fungendo da mandatario degli Usa. Dopo il 1967 inoltre, contribuì a contenere l’espansione sovietica nella regione, ed inflisse sconfitte militari umilianti ad alleati dell’URSS come Siria ed Egitto. Occasionalmente offrì anche protezione ad alleati statunitensi (ad esempio Re Hussein di Giordania), e le sue capacità militari costrinsero Mosca a spendere molto di più per supportare adeguatamente i suoi stati clienti. Fornì poi agli Stati Uniti utili informazioni riguardo al potenziale sovietico.
Tuttavia, l’appoggio ad Israele è stato tutt’altro che a buon mercato, e ha complicato le relazioni fra gli Stati Uniti e il mondo arabo. Per esempio, la decisone di dare ad Israele 2,2 miliardi di dollari in aiuti militari di emergenza durante la Guerra d’Ottobre (o Guerra del Kippur), innescò un embargo petrolifero da parte dell’OPEC che ebbe conseguenze catastrofiche sulle economie occidentali. Da parte loro, le forze armate israeliane non erano nelle condizioni di ricambiare il favore, proteggendo gli interessi degli Usa nella regione, e infatti, gli Stati Uniti non poterono contare su Israele quando la Rivoluzione Iraniana del 1979 sollevò preoccupazioni riguardo alla sicurezza delle forniture di petrolio, e dovettero invece istituire una propria Forza di Spiegamento Rapido.
La prima Guerra del Golfo rivelò la vera dimensione dell’importanza strategica che Israele stava assumendo. Gli Stati Uniti non avrebbero potuto usare la basi israeliane senza mandare all’aria la coalizione anti-Iraq, e furono costretti a dirottare notevoli risorse (come la batterie di missili Patriot) per evitare che Tel Aviv prendesse iniziative che potessero mettere in pericolo l’alleanza contro Saddam Hussein. La storia si è ripetuta nel 2003: nonostante Israele fosse un accanito sostenitore dell’attacco all’Iraq, Bush non potè chiedergli aiuto per non scatenare l’opposizione araba, e così ancora una volta Israele rimase in panchina.
All’inizio degli anni 90, e soprattutto dopo l’11 settembre, il sostegno da arte degli Usa è stato giustificato con il fatto che entrambe le nazioni sono minacciate dal terrorismo arabo e musulmano, e da quegli “stati canaglia” che appoggiano gruppi terroristici e preparano armi di distruzione di massa. Questo sta a significare che non solo Washington dovrebbe dare carta bianca ad Israele nel trattare con i palestinesi, senza quindi obbligarli a fare concessioni fino a quando i terroristi non saranno stati tutti catturati e uccisi, ma che anche gli Stati Uniti devono perseguitare paesi come l’Iran e la Siria. Di conseguenza, Israele viene presentato come un alleato fondamentale nella guerra al terrorismo, perché i suoi nemici sono anche i nemici degli Stati Uniti.
Il “Terrorismo” non è un unico avversario, ma una tattica impiegata da un vasto assortimento di gruppi politici. Le organizzazioni terroristiche che minacciano Israele non sono le stesse che minacciano gli Stati Uniti, tranne quando intervengono contro di loro (come in Libano nel 1982). Oltretutto il terrorismo palestinese non è una violenza casuale diretta contro Israele o contro un generico “Occidente”, ma la risposta alla reiterata campagna di colonizzazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza condotta dagli israeliani.
Dire che Israele e Stati Uniti condividono una comune minaccia terroristica significa stabilire una relazione di causa-effetto rovesciata: gli Stati Uniti sono minacciati dal terrorismo a causa della loro stretta alleanza con Israele, e non il contrario. Quest’alleanza non è l’unica causa del terrorismo, ma sicuramente una delle più importanti, e rende ancora più difficile la vittoria nella guerra contro il terrore. Non c’è alcun dubbio sul fatto che molti dei capi di Al-Quaeda, incluso Bin Laden, traggano motivazioni dalla presenza israeliana a Gerusalemme e dalla difficile situazione dei palestinesi. Un incondizionato sostegno ad Israele non fa altro che facilitare il compito degli estremisti nel portare dalla propria parte l’opinione pubblica e nel reclutare volontari.
Così, i cosiddetti stati canaglia in Medio Oriente non sono una vera minaccia per gli interessi vitali degli Stati Uniti, ma lo diventano nel momento in cui lo sono per Israele. Perfino se questi stati acquisissero armi atomiche, cosa ovviamente non auspicabile, né gli Usa né Israele potrebbero essere davvero ricattabili, poiché il ricattatore non potrebbe mettere in atto le minacce senza poi dover subire una terribile rappresaglia. Il pericolo che i terroristi vengano in possesso di armi nucleari è comunque remoto, perché uno stato canaglia non potrebbe avere la certezza che la consegna passerebbe inosservata, o che non verrebbero accusati e immediatamente puniti. Le attuali relazioni con Israele rendono sempre più difficile per gli Stati Uniti trattare con questi paesi. L’arsenale nucleare israeliano è una delle ragioni per cui alcuni degli stati vicini pretendono l’atomica, e minacciare di invaderli non fa altro che alimentare questo desiderio.
Un’ultima ragione per mettere in dubbio il reale valore strategico di Israele è il fatto che non si comporta da alleato leale. I funzionari israeliani spesso ignorano le richieste degli Usa e si rimangiano le promesse (inclusi gli impegni a non costruire più insediamenti e ad astenersi dagli “omicidi mirati” dei leader palestinesi). Israele ha fornito tecnologia militare a potenziali avversari degli Stati Uniti, come la Cina, in quello che un ispettore generale del Dipartimento di Stato ha definito “un sistematico e crescente processo di trasferimenti non autorizzati”. Secondo il General Accounting Office (l’Ufficio Contabile del Congresso, l’equivalente della nostra Corte dei Conti. N.d.T.), Israele conduce anche “la più aggressiva campagna di spionaggio nei confronti degli Usa di qualunque altro alleato”. Come se non fosse bastato il caso di Jonathan Pollard, che nei primi anni ’80 consegnò ad Israele un’enorme quantità di materiale classificato (materiale che venne in seguito passato all’Unione Sovietica in cambio di visti d’uscita per molti ebrei russi), una nuova controversia è scoppiata nel 2004, quando si è venuto a sapere che un alto funzionario del Pentagono, Larry Franklin, aveva passato informazioni riservate ad un diplomatico israeliano. Israele non è certamente l’unico paese che spia gli Stati Uniti, ma la sua tendenza a spiare i suoi principali benefattori getta parecchi dubbi sul suo effettivo valore strategico.
Ma il valore strategico di Israele non è l’unica questione in discussione. I suoi sostenitori affermano che il paese merita appoggio incondizionato perché è debole e circondato da nemici; perché è un paese democratico; perché il popolo ebraico ha subito in un recente passato terribili crimini e dunque merita un trattamento di favore, e perchè la linea di condotta di Israele è moralmente superiore a quella di tutti suoi nemici. Ad un esame più attento, nessuna di queste ragioni è convincente. Difendere l’esistenza di Israele è sicuramente un dovere morale, ma la sua esistenza non è in pericolo. Guardando le cose in modo più obiettivo, il suo comportamento passato e presente non offre alcuna base che giustifichi il dovere morale di privilegiarlo rispetto ai palestinesi.
Israele viene spesso dipinto come Davide che affronta Golia, ma probabilmente l’esempio opposto è molto più vicino alla realtà. Al contrario di quello che la gente pensa, durante la Guerra d’Indipendenza del 1947-49, i Sionisti avevano l’esercito più grande, meglio equipaggiato e meglio guidato; inoltre le forze armate israeliane ottennero vittorie facili e rapide contro l’Egitto nel 1956, e contro Egitto, Giordania e Siria nel 1967. Tutto questo ben prima che gli Stati Uniti iniziassero la loro politica di aiuti su larga scala. Oggi Israele è la più potente forza militare in tutto il Medio Oriente. Le sue forze convenzionali sono di gran lunga superiori a quelle dei suoi vicini, ed è l’unico paese della regione a possedere armi atomiche. Egitto e Giordania hanno firmato trattati di pace, e l’Arabia Saudita si è offerta di farlo; la Siria ha perso la protezione dell’Unione Sovietica; l’Iraq è uscito devastato da tre guerre disastrose e l’Iran è distante centinaia di chilometri. I palestinesi hanno a malapena una forza di polizia effettiva, figuriamoci un esercito in grado di costituire una minaccia per Israele. Secondo un rapporto del Centro per gli Studi Strategici dell’Università di Tel Aviv, “la bilancia strategica pende decisamente dalla parte di Israele, che continua ad ampliare il gap qualitativo fra la propria capacità militare e quella dei paesi confinanti”. Se tifare per il più debole fosse un bisogno irresistibile, allora gli Stati Uniti dovrebbero sostenere i nemici di Israele.
La scusa che Israele sia un’indifesa democrazia circondata da dittature ostili, non giustifica l’attuale livello di sostegno che riceve: esistono in tutto il mondo molte democrazie, ma nessuna di esse riceve un tale sontuoso supporto. Oltretutto, in passato gli Stati Uniti hanno rovesciato governi democratici e sostenuto dittature quando ciò andava incontro ai loro interessi, e tuttora hanno ottime relazioni con parecchi dittatori.
Alcuni aspetti della democrazia in Israele sono in contraddizione con i valori degli Stati Uniti. Ad esempio, a differenza degli Usa, dove le persone si suppone debbano avere eguali diritti senza distinzioni di razza o religione, lo Stato di Israele è stato esplicitamente fondato come stato Ebraico, e il diritto di cittadinanza è basato sul principio della consanguineità. Dunque non sorprende affatto che un milione e trecentomila arabi vengano trattati come cittadini di serie b, o che una recente commissione governativa abbia rilevato che Israele si comporta nei loro confronti in modo “noncurante e discriminatorio”. Inoltre la loro posizione democratica è indebolita dal rifiuto di garantire ai palestinesi un loro proprio stato e pieni diritti politici.
La terza giustificazione è la storia delle sofferenze inflitte al popolo ebraico dall’occidente cristiano, con particolare riferimento all’Olocausto. Poiché gli ebrei sono stati perseguitati per secoli e possono sentirsi al sicuro soltanto in uno stato ebraico, molta gente pensa che gli Stati Uniti debbano loro un trattamento di favore. La creazione di uno stato d’Israele ha senza dubbio rappresentato un’efficace risposta al lungo elenco di crimini perpetrati contro gli ebrei, ma ha anche costituito il pretesto per i verificarsi di nuovi crimini contro un terzo soggetto assolutamente innocente: i palestinesi.
Quest’aspetto era stato preso in considerazione dai primi leader di Israele. David Ben Gurion disse una volta a Nahum Goldmann, presidente del Congresso Ebraico Mondiale: “Se io fossi un leader arabo, non vorrei mai trovarmi a fare i conti con Israele. E’ naturale, noi abbiamo preso il loro paese…Veniamo da Israele, ma duecento anni fa, e cos’ha questo a che vedere con loro? Ci sono stati l’anti-semitismo, il Nazismo, Hitler, Auschwitz, ma loro di cosa hanno colpa? I palestinesi sanno solo che noi siamo arrivati qui e ci siamo appropriati del loro paese. Perché dovrebbero accettarlo?”
Da allora, i capi di governo israeliani hanno più volte cercato di negare le ambizioni nazionalistiche dei palestinesi. Golda Meir, al tempo in cui era Primo Ministro, pronunciò la famosa frase “Il popolo palestinese non esiste”. Le pressioni violente da parte degli estremisti e la crescita della popolazione palestinese hanno costretto Israele ad abbandonare la Striscia di Gaza e a prendere in considerazione alcuni compromessi territoriali, ma nemmeno Yitzhak Rabin è stato in grado di offrire ai palestinesi un vero e proprio stato. Le “generose” offerte di Ehud Barak a Camp David hanno concesso loro solo un pugno di Bantustans (una sorta di ghetto. N.d.T.), di fatto sotto il controllo di Israele. In definitiva, la tragica storia del popolo ebraico non legittima gli Stati Uniti ad aiutare Israele sempre e comunque.
I suoi fiancheggiatori sostengono inoltre che Israele abbia sempre cercato la pace e dimostrato grande moderazione anche quando è stato provocato. Per contro, gli arabi hanno sempre agito con grande malvagità. La verità è che il passato di Israele non è diverso da quello dei suoi nemici. Ben Gurion ammetteva che i primi Sionisti furono tutt’altro che benevoli nei confronti degli arabi palestinesi che resistettero all’invasione, cosa non certo sorprendente, dato che i sionisti cercavano di crearsi un loro stato in terra araba. Allo stesso modo, la creazione di Israele nel 1947-48 necessitò di atti di pulizia etnica, incluse esecuzioni, massacri e stupri, e da allora la condotta di Israele è sempre stata brutale, contraddicendo così qualunque affermazione sulla sua presunta superiorità morale. Ad esempio, fra il 1949 e il 1956 le forze di sicurezza israeliane uccisero fra i 2700 e i 5000 infiltrati arabi, e la maggior parte di essi erano disarmati. L’IDF (l’esercito israeliano) ha assassinato centinaia di prigionieri di guerra egiziani, catturati durante le guerre del 1956 e del 1967, mentre nel 1967 espulse fra i 100.000 e i 260.000 palestinesi dai Territori Occidentali appena conquistati, e deportò 80.000 siriani dalle Alture del Golan.
Durante la prima Intifada, l’IDF distribuì manganelli alle proprie truppe, incoraggiandole ad usarli contro i manifestanti palestinesi. La sezione svedese di Save The Children ha calcolato che “nei primi due anni di Intifada, dai 23.600 ai 29.900 bambini ebbero bisogno di cure mediche a causa delle ferite inferte loro dai manganelli”. Circa un terzo di loro aveva dieci anni, o meno. La reazione alla seconda Intifada fu persino più violenta, spingendo l’Ha’aretz (importante quotidiano liberal israeliano. N.d.T.) a dichiarare: “L’IDF…si sta trasformando in una macchina di morte la cui scioccante efficienza incute terrore”. L’IDF, nei primi giorni dell’insurrezione, esplose un milione di proiettili. Da allora, per ogni israeliano ucciso sono morti 3,4 palestinesi, la maggior parte dei quali innocenti vittime collaterali, e il rapporto fra bambini palestinesi e israeliani uccisi è perfino superiore (5,7:1). Vale anche la pena ricordare che i sionisti contarono sulle bombe dei terroristi per far arrivare gli inglesi dalla Palestina, e che Yitzhak Shamir, prima terrorista e poi divenuto Primo Ministro, dichiarò: “Né la morale e né la tradizione degli ebrei possono impedire che il terrorismo venga usato come mezzo per combattere”.
L’uso del terrorismo da parte dei palestinesi può essere sbagliato, ma non deve sorprendere, visto che ritengono di non avere nessun altro modo per ottenere concessioni da parte di Israele. Anche Ehud Barak una volta ha ammesso che se fosse stato palestinese “sarebbe entrato a far parte di un’organizzazione terroristica”.
In definitiva, se non vi sono né motivazioni strategiche né morali, allora come si spiega questo sostegno incondizionato ad Israele da parte degli Stati Uniti?
La spiegazione sta nel potere incontrastato della Lobby Ebraica. Per indicare questa larga coalizione di individui e organizzazioni che lavora alacremente per indirizzare la politica estera statunitense in una direzione filo-israeliana, basta semplicemente un nome: la “Lobby”. Questo non sottintende il fatto che “la Lobby” sia un movimento unificato, con una leaderhip centrale, o che alcuni individui che ne fanno parte non siano a volte in disaccordo su alcune questioni. Non tutti gli ebrei americani fanno parte della Lobby, perché per molti di loro la questione israeliana non riveste grande importanza. In un sondaggio del 2004, per esempio, circa il 36 per cento di ebrei americani ha dichiarato di essere “poco” o “per niente” coinvolto emotivamente dal problema.
Inoltre, gli ebrei americani dissentono su alcune specifiche linee politiche di Israele. Molte delle organizzazioni chiave che fanno parte della Lobby, come l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee – Comitato americano-israeliano per gli affari pubblici) o la Conference of Presidents of Major Jewish American Organisations (Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane), sono guidate da integralisti che sostengono la politica espansionista del partito Likud (il partito conservatore israeliano – N.d.T.) e la sua ostilità al processo di pace di Oslo. Il grosso degli ebrei americani è invece maggiormente incline a fare delle concessioni ai palestinesi, e alcuni gruppi come il Jewish Voice for Peace, invocano a gran voce una politica di questo tipo. Nonostante queste differenze, moderati e integralisti si trovano d’accordo sul dare un deciso supporto ad Israele.
Non deve affatto sorprendere che i leader ebrei americani consultino spesso i governanti israeliani, per essere certi che le loro azioni siano in linea con gli interessi del paese. Un attivista di una grande organizzazione ebraica ha scritto: “Per noi è ordinaria amministrazione dire: questa è la nostra posizione su un determinato argomento, ora dobbiamo sapere cosa ne pensa Israele. Siamo una comunità, e ci comportiamo come tale”. Esistono forti remore nel criticare la politica di Israele, e fare pressione su Israele è considerato un atto di insubordinazione. Edgar Bronfman Sr, presidente del Congresso Ebraico Mondiale, è stato accusato di “perfidia” quando a metà del 2003 scrisse una lettera al presidente Bush, in cui lo esortava a persuadere Israele affinché bloccasse la costruzione del controverso “Recinto di Sicurezza”. Chi lo criticò, disse: “Sarebbe osceno se il presidente del Congresso Ebraico Mondiale costringesse il presidente degli Stati Uniti a contrastare la condotta politica dello stato di Israele.”
Allo stesso modo, quando il presidente del Forum sulle Politiche di Israele, Seymour Reich, nel novembre 2005 consigliò a Condoleezza Rice di chiedere ad Israele la riapertura di un passaggio al confine con la Striscia di Gaza, la sua azione venne definita “irresponsabile”. Si disse: “Nella principale corrente ebraica non c’è assolutamente spazio per iniziative che sollecitino azioni in contrasto con la sicurezza di Israele.” Intimorito dagli attacchi, Reich fece un passo indietro, dichiarando: “Quando si tratta di Israele, la parola “pressione” non fa parte del mio vocabolario.”
Per influenzare la politica estera degli Usa, gli ebrei americani hanno messo in piedi un’impressionante spiegamento di organizzazioni, la più potente e conosciuta delle quali è l’AIPAC. Nel 1997, la rivista Fortune chiese ai membri del congresso e ai rispettivi staff di stilare una lista delle più influenti lobby di Washington. L’AIPAC si classificò al secondo posto, dietro all’AARP (Associazione Americana dei Pensionati), ma davanti ai sindacati dell’AFL-CIO (Federazione Americana del lavoro ed Associazione delle Organizzazioni Industriali) e alla NRA (National Rifle Association, l’Associazione dei Produttori di Armi). Uno studio del National Journal del marzo 2005 è arrivato alle stesse conclusioni, posizionando l’AIPAC in seconda posizione a pari merito con l’AARP.
La Lobby include anche personalità di spicco della chiesa Cristiana Evangelica, come Gary Bauer, Jerry Falwell, Ralph Reed e Pat Robertson, così come Dick Armey e Tom DeLay, ex membri della Camera dei Rappresentanti al Congresso, tutti convinti che la rinascita dello stato di Israele rappresenti la realizzazione delle profezie bibliche, e dunque entusiasti sostenitori delle sue politiche espansioniste; non esserlo, pensano, sarebbe contrario al volere di Dio. Fanno parte della Lobby anche neo-conservatori moderati come John Bolton; Robert Bartley, l’ex direttore del Wall Street Journal; William Bennett, ex Segretario all’Istruzione; Jeane Kirkpatrick, ex ambasciatrice delle Nazioni Unite, e il potente columnist Gorge Will.
La particolare forma di governo degli Stati Uniti offre ai lobbisti molte possibilità di influenzare il processo politico. I gruppi di influenza possono controllare i rappresentanti e i membri del potere esecutivo, finanziare i partiti, votare alle elezioni, o cercare di plasmare l’opinione pubblica. Essi dispongono di un potere spropositato quando si interessano di questioni che la maggioranza della popolazione ignora. In questo caso, i politici tendono ad accontentarli, sapendo che la gente, essendo all’oscuro della questione, non potrà mai penalizzarli per averlo fatto.
Nelle sue operazioni di base, la Lobby non si comporta in modo diverso dalle lobby degli agricoltori, dai sindacati degli operai tessili o dalle lobby etniche. Quando gli ebrei americani e i loro alleati cristiani tentano di influenzare la politica, non fanno niente di scorretto: l’attività della Lobby non è una cospirazione del genere descritto in documenti come i Protocolli dei Savi di Sion. In sostanza, gli individui e i gruppi che ne fanno parte, si comportano come si comportano tutti gli altri grandi gruppi di influenza, solo che lo fanno molto meglio. Per contro, i gruppi di interesse filo-arabo, ammesso che ne esistano, sono molto deboli, il che rende il lavoro della Lobby ancora più semplice.
La Lobby porta avanti due strategie di base. Primo, esercitare la sua notevole influenza a Washington, facendo pressione sia sul Congresso che sul ramo esecutivo. Qualunque possa essere la visione individuale di legislatori e politici, la Lobby cerca sempre di far passare il sostegno ad Israele come la scelta più “intelligente” da fare. Secondo, battersi per far sì che nei discorsi pubblici, Israele venga sempre ritratto sotto una luce positiva, ripetendo le leggende sulla sua fondazione e favorendo il suo punto di vista nei dibattiti politici. L’obiettivo è quello di evitare che nell’arena politica vengano alla luce commenti critici. Controllare il dibattito è essenziale per garantire il sostegno degli Stati Uniti, perché un confronto aperto e libero sulle relazioni Usa-Israele potrebbe facilmente portare ad una politica differente.
Il pilastro su cui si regge l’efficacia della Lobby è la sua influenza sul Congresso, luogo in cui Israele è virtualmente immune da ogni critica. Questo fatto è già di per sé rimarchevole, visto che il raramente il Congresso glissa su questioni importanti, mentre invece, quando si parla di Israele, tutti i potenziali avversari ammutoliscono. Una delle ragioni è che alcuni membri chiave sono cristiani sionisti, come Dick Armey, che nel settembre del 2002 affermò: “In politica estera, la mia prima preoccupazione è la protezione di Israele.” Si potrebbe anche obiettare che la prima preoccupazione di un rappresentante del Congresso dovrebbe essere quella di proteggere gli Stati Uniti. Ci sono poi senatori e membri del Congresso ebrei che lavorano per assicurare che la politica estera Usa sia in linea con gli interessi di Israele.
Un’altra fonte da cui nasce il potere della Lobby è il suo utilizzo di membri filo-israeliani negli staff dei politici. Come ha ammesso una volta Morris Amitay, ex capo dell’AIPAC,: “Ci sono molti ragazzi ebrei che lavorano al Campidoglio, desiderosi di interessarsi a questioni che riguardano la loro ebraicità […] Tutti questi ragazzi sono nella posizione di poter influenzare le decisioni dei loro senatori riguardo a questi problemi […] Si possono fare davvero un sacco di cose a livello di staff.”
Tuttavia il cuore dell’influenza della Lobby sul congresso è costituito dalla stessa AIPAC. Il successo è dovuto alla sua abilità di ricompensare i legislatori e i candidati che sostengono il suo programma, e di punire coloro che lo contrastano. Nelle elezioni americane, i soldi sono fondamentali (come dimostra lo scandalo dei loschi traffici del lobbista Jack Abramoff), e l’AIPAC fa sempre in modo che i suoi amici ricevano forti finanziamenti dai tanti comitati politici filo-israeliani. Chiunque venga considerato ostile ad Israele può essere certo che l’AIPAC dirigerà i suoi finanziamenti verso il suo oppositore politico. L’AIPAC organizza anche grandi campagne di invio di lettere, e incoraggia i direttori dei giornali ad appoggiare candidati filo-israeliani.
Sull’efficacia di queste tecniche non vi sono dubbi. Ecco un esempio: nelle elezioni del 1984, l’AIPAC favorì la sconfitta del senatore dell’Illinois Charles Percy, il quale, secondo un membro di rilievo della Lobby, “aveva dimostrato insensibilità, e perfino ostilità verso la nostra causa”. Thomas Dine, all’epoca direttore dell’AIPAC, spiegò così l’accaduto: “Tutti gli ebrei americani, da costa a costa, si unirono per estromettere Percy, e i politici, sia quelli che ricoprivano cariche pubbliche che quelli che vi aspiravano, colsero il messaggio.”
L’influenza dell’AIPAC sul Campidoglio sta diventando sempre maggiore. Secondo Douglas Bloomfield, un ex membro dello staff dell’AIPAC, “Per i membri del Congresso e i loro staff, è normale, quando hanno bisogno di informazioni, rivolgersi all’AIPAC prima ancora di consultare la Biblioteca del Congresso, il Servizio Ricerche o gli esperti.” Cosa ancora più importante, Bloomfield fa notare che l’AIPAC “viene spesso chiamata in causa per scrivere discorsi, intervenire sulla legislazione, consigliare sui metodi, fare ricerche, trovare finanziatori e raccogliere i voti dei funzionari.”
Il risultato di tutto questo è che l’AIPAC, è di fatto un agente al servizio di un governo straniero; tiene per la gola il Congresso, e di conseguenza la politica Usa nei confronti di Israele non viene mai discussa in quella sede, nemmeno quando quella politica ha pesanti ripercussioni nel resto del mondo. In altre parole, uno dei tre più importanti rami del governo è strettamente vincolato al sostegno ad Israele. Ernest Hollings, ex senatore democratico, fa notare che “non si possono avere idee su Israele diverse da quelle che vengono imposte dall’AIPAC.” Una volta Ariel Sharon, in un discorso pubblico agli americani, disse: “Quando la gente mi chiede in che modo può aiutare Israele, io rispondo loro: aiutate l’AIPAC.”
Anche grazie al peso esercitato dai votanti ebrei nelle elezioni presidenziali, la Lobby influisce notevolmente anche sul ramo esecutivo. Nonostante essi costituiscano meno del 3% della popolazione, organizzano enormi campagne per finanziare i candidati di ambedue gli schieramenti. Il Washington Post ha calcolato che i candidati democratici alla presidenza ricevono dai sostenitori ebrei fino al 60% dell’intera somma per la campagna elettorale, e poiché gli elettori ebrei hanno un’alta percentuale di affluenza alle urne e sono concentrati in stati chiave come California, Florida, Illinois, New York e Pennsylvania, i candidati fanno di tutto per non inimicarseli. Le grandi organizzazioni che fanno parte della Lobby, lavorano affinché gli oppositori di Israele non possano occupare posti importanti in politica estera. Jimmy Carter avrebbe voluto nominare George Ball segretario di Stato, ma sapeva che Ball era sempre stato critico nei confronti di Israele, e che di conseguenza la Lobby si sarebbe opposta alla nomina. Stando così le cose, qualunque aspirante politico non può far altro che mostrarsi come un sostenitore della causa israeliana, facendo così diventare una specie in via di estinzione coloro che criticano apertamente.
Quando Howard Dean esortò gli Stati Uniti a prendere “una posizione più imparziale” in merito al conflitto arabo-israeliano, il senatore Joseph Lieberman lo accusò di aver tradito la fiducia di Israele, e definì le sue parole “irresponsabili”. Praticamente tutti i capi democratici firmarono un documento che stigmatizzava le affermazioni di Dean, e il Chicago Jewish Star scrisse: “aggressori anonimi stanno intasando le caselle email dei leader ebrei in tutto il paese, avvertendo che Dean potrebbe in qualche modo rappresentare un pericolo per Israele.”
Questa preoccupazione era assurda. Dean è infatti abbastanza protettivo nei confronti di Israele: il suo vice in campagna elettorale era un ex presidente dell’AIPAC, e lo stesso Dean afferma che le sue idee sul Medio Oriente riflettono molto di più quelle dell’AIPAC che quelle del ben più moderato Americans for Peace Now. Egli aveva solo detto che Washington, per “riconciliare le due parti”, dovrebbe agire come un onesto intermediario. Questa non è certamente un’idea estremista, ma la Lobby non tollera nemmeno un’ombra di imparzialità.
Durante l’amministrazione Clinton, la politica in Medio Oriente era molto influenzata da funzionari strettamente legati ad Israele, o facenti parte di importanti organizzazioni filo-israeliane; eccone alcuni: Martin Indyk, ex vicedirettore responsabile delle ricerche dell’AIPAC e co-fondatore del filo-israeliano Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente (Washington Institute for Near East Policy – WINEP); Dennis Ross, entrato a far parte del WINEP dopo aver lasciato il governo nel 2001, e Aaron Miller, vissuto in Israele e spesso in visita in quel paese. Questi uomini erano fra i più stretti collaboratori di Clinton durante il vertice di Camp David, nel luglio del 2001. Nonostante tutti e tre sostenessero il processo di pace di Oslo, e fossero favorevoli alla creazione di uno stato palestinese, agirono solo entro i limiti stabiliti dai desiderata di Israele. La delegazione statunitense si accodò ad Ehud Barak, coordinando in anticipo la sua posizione nel negoziato con Israele, e non offrendo alcuna proposta indipendente. Com’era prevedibile, i negoziatori palestinesi si lamentarono del fatto di “dover trattare con due governi israeliani, uno sotto la bandiera di Israele, e l’altro sotto la bandiera degli Stati Uniti.”
Questa situazione si è ulteriormente accentuata con l’amministrazione Bush, in cui militano molti ferventi sostenitori della causa israeliana, come Elliot Abrams, John Bolton, Douglas Feith, I. Lewis ‘Scooter’ Libby, Richard Perle, Paul Wolfowitz e David Wurmser. Come vedremo, questi funzionari hanno pesantemente indirizzato la politica in favore di Israele, spalleggiati dalle organizzazioni della Lobby.
Ovviamente la Lobby non desidera un dibattito pubblico, perché esso potrebbe portare le persone a chiedersi quale siano i reali legami con Israele; di conseguenza le organizzazioni filo-israeliane fanno di tutto per controllare le istituzioni in grado di plasmare l’opinione pubblica.
Sui grandi mezzi di comunicazione predomina il punto di vista della Lobby: il giornalista Eric Alterman scrive che i dibattiti fra esperti di Medio Oriente “sono dominati da persone che non possono nemmeno pensare di criticare Israele.” Alterman ha stilato una lista di 61 “editorialisti e commentatori che appoggiano Israele senza alcuna riserva.” Dall’altra parte, ha contato cinque opinionisti critici nei confronti di Israele, e che appoggiano le posizioni arabe. Solo raramente sui giornali appaiono editoriali in contrasto con la politica israeliana, e naturalmente la bilancia pende nettamente dall’altra parte. E’ molto difficile pensare che un grande giornale negli Stati Uniti possa pubblicare un articolo come questo.
“Shamir, Sharon, Bibi (Benyamin Netanyahu. N.d.T.) – qualunque cosa vogliano questi ragazzi, per me va più che bene.”, ha confessato Robert Bartley, e infatti il giornale da lui diretto, il Wall Street Journal, pubblica regolarmente articoli che esaltano le virtù di Israele, esattamente come fanno altre importanti testate quali il Chicago Sun-Times o il Washington Times. Anche riviste come Commentary, New Republic o Weekly Standard sostengono Israele incondizionatamente.
Editoriali schierati si trovano anche su giornali come il New York Times, che comunque occasionalmente si azzarda perfino a criticare Israele e ad ammettere che le lamentele dei palestinesi hanno qualche fondamento, senza però che ciò lo renda un giornale equidistante. Nelle sue memorie, l’ex direttore editoriale del NYT Max Frankel, riconosce l’impatto che hanno avuto sulla sua linea editoriale le sue personali convinzioni: “Sono stato molto più profondamente legato ad Israele di quanto non abbia il coraggio di ammettere…Corroborato dalla mia conoscenza della situazione israeliana e dalle mie amicizie in quel paese, ho scritto io stesso la maggior parte dei nostri editoriali sul Medio Oriente, e come molti lettori, sia arabi che ebrei, hanno notato, li ho scritti da una prospettiva decisamente filo-israeliana.”
Le inchieste giornalistiche sono invece, per forza di cose, molto più obiettive, non solo perché i reporter si sforzano di esserlo, ma anche perché è difficile descrivere gli eventi nei Territori Occupati senza riconoscere le responsabilità delle azioni israeliane. Per scoraggiare inchieste scomode, la Lobby organizza massicce campagne di invio di lettere, manifestazioni e boicottaggi nei confronti di canali informativi il cui contenuto è considerato anti-israeliano. Un dirigente della CNN ha raccontato che più di una volta gli è capitato di ricevere oltre 6000 mail in un solo giorno, da parte di persone scontente per un servizio andato in onda. Nel maggio 2003, la filo-israeliana Committee for Accurate Middle East Reporting in America (Commissione per un’Accurata Informazione sul Medio Oriente – CAMERA) organizzò in 33 città, manifestazioni davanti alle stazioni della National Public Radio (NPR): cercava di persuadere la gente a non versare più i contributi alla NPR fino a quando i suoi servizi dal Medio Oriente non fossero diventati più indulgenti nei confronti di Israele. A quel che si dice, la stazione NPR di Boston, la WBUR, perse più di un milione di dollari di sovvenzioni a causa di quelle manifestazioni. Ulteriori pressioni sulla NPR arrivano dagli amici di Israele al Congresso, i quali hanno richiesto una maggiore accuratezza e una verifica interna riguardo ai servizi dal Medio Oriente.
Il punto di vista israeliano oggi domina anche nei “think tank” (lett. “serbatoio di idee”, l’espressione indica gruppi di ricerca o luoghi di pensiero che riuniscono intellettuali e professionisti di vari settori al fine di indirizzare o dettare linee politiche, economiche o scientifiche. N.d.T.), che giocano un ruolo fondamentale nel plasmare l’opinione pubblica. La Lobby ha creato un suo personale think tank nel 1985, quando Martin Indyk contribuì a fondare il WINEP. Nonostante il WINEP tenda a minimizzare i propri legami con Israele, dichiarando di fornire una visione “equilibrata e realistica” sulla questione mediorientale, è stato fondato e guidato da persone fortemente impegnate a promuovere i programmi di Israele.
L’influenza della Lobby si estende tuttavia ben oltre il WINEP. Negli ultimi 25 anni, forze filo-israeliane hanno preso possesso di organizzazioni come l’American Enterprise Institute, il Brookings Institution, il Center for Security Policy, il Foreign Policy Research Institute, l’Heritage Foundation, l’Hudson Institute, l’Institute for Foreign Policy Analysis e il Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA). In tutte queste istituzioni sono presenti pochissimi critici, se non nessuno, che dissentono sul sostegno degli Usa ad Israele.
Prendiamo ad esempio il Brookings Institution (un centro studi vicino ai Democratici. N.d.T.). Per molti anni, il suo maggiore esperto di Medio Oriente è stato William Quandt, ex funzionario dell’NSC (Consiglio della Sicurezza Nazionale) con una meritata reputazione di grande equilibrio. Oggi le inchieste del Brookings vengono condotte attraverso il Centro Saban per gli Studi sul Medio Oriente, un centro finanziato da Haim Saban, uomo d’affari israelo-statunitense e fervente sionista. Il direttore del centro è l’ubiquo e onnipresente Martin Indyk. Quello che una volta era un’istituzione fuori dal coro, oggi è l’ennesimo sostenitore della politica israeliana.
Dove però la Lobby trova una certa difficoltà a soffocare il dibattito, è nei campus universitari. Negli anni ’90, mentre il processo di Oslo prendeva l’avvio, esisteva solo un blando dissenso nei confronti di Israele, dissenso che è poi cresciuto esponenzialmente in seguito al fallimento di Oslo e all’arrivo al potere di Sharon, diventando addirittura veemente quando l’esercito israeliano nella primavera del 2002 ha rioccupato la Cisgiordania, e ha soffocato in un bagno di sangue la seconda Intifada.
Lo slogan della Lobby divenne immediatamente “riprendiamoci i campus”. Spuntarono nuovi gruppi, come Caravan for Democracy, che portò relatori israeliani nei college statunitensi. Iniziarono ad entrarvi anche associazioni già esistenti come il Jewish Council for Public Affairs o Hillel, e venne costituito un nuovo gruppo, l’Israel on Campus Coalition, per coordinare le varie associazioni che cercavano di imporre la questione israeliana. Infine, l’AIPAC triplicò i fondi destinati al monitoraggio delle attività universitarie, e alla formazione di giovani sostenitori, in modo da “espandere considerevolmente il numero di studenti nei campus…mettendo in atto un’operazione filo-israeliana a livello nazionale.”
La Lobby controlla perfino quello che i professori scrivono o insegnano. Nel settembre 2002, Martin Kramer e Daniel Pipes, due appassionati neo-conservatori filo-israeliani, crearono un sito (Campus Watch) che pubblicava dossier su accademici sospetti, e incoraggiava gli studenti a riferire osservazioni o comportamenti che potevano considerarsi ostili ad Israele. Questo evidente tentativo di schedatura e di intimidazione degli studenti, provocò una violenta reazione, e Pipes e Kramer dovettero rimuovere i dossier, ma ancora oggi il sito invita gli studenti a riferire su eventuali attività anti-israeliane.
I gruppi che fanno parte della Lobby, esercitano una pressione particolare su alcuni accademici e università. La Columbia è stata spesso un bersaglio, certamente a causa della presenza nella sua facoltà di Edward Said. Jonathan Cole, il rettore, ha dichiarato: “Si può essere certi che qualunque dichiarazione pubblica in favore dei palestinesi fatta dall’eminente critico letterario Edward Said, susciterà una valanga di mail, lettere e articoli giornalistici che ci esorteranno a denunciarlo, a sanzionarlo e perfino a licenziarlo.” Quando la Columbia assunse lo storico Rashid Khalidi da Chicago, successe la stessa cosa. Qualche anno dopo, Princeton considerò l’ipotesi di strappare Khalidi alla Columbia, e si trovò ad affrontare il medesimo problema.
Un classico esempio del lavoro di questa sorta di polizia accademica: verso la fine del 2004, il Progetto David produsse un film che affermava che membri del programma Studi sul Medio Oriente della Columbia erano antisemiti e minacciavano studenti ebrei che prendevano le parti di Israele. La Columbia ricevette una strigliata, ma una commissione di facoltà incaricata di condurre un’indagine, non scoprì alcuna prova di questo presunto antisemitismo, e l’unico episodio degno di nota fu quando un professore “rispose con veemenza” alla domanda di uno studente. La commissione peraltro scoprì anche che lo stesso professore era stato oggetto di una plateale campagna intimidatoria.
L’aspetto forse più disturbante di questa faccenda, è la spinta esercitata dai gruppi ebraici sul Congresso affinché si costituisca un organismo di controllo sui professori universitari. Se riusciranno a far passare questa proposta, tutte le università ritenute colpevoli di una condotta anti-israeliana potrebbero perdere i fondi federali. Ciò non è ancora avvenuto, ma è un’indicazione di quanto sia importante il problema del controllo. Un gruppo di filantropi ebrei ha recentemente dato il via ad un programma di Studi su Israele (come se non bastassero i circa 130 programmi analoghi già esistenti) così da aumentare il numero di studenti filo-israeliani nei campus. Nel maggio 2003, la New York University ha annunciato l’istituzione del Taub Center for Israel Studies; la stessa cosa hanno fatto Berkeley, Brandeis ed Emory. I dirigenti universitari enfatizzano il valore pedagogico di questi studi, ma la verità è che essi servono solo a promuovere l’immagine di Israele. Fred Laffer, capo della Taub Foundation, chiarisce che la sua fondazione ha finanziato il centro della NYU per contrastare il “punto di vista arabo [sic]”, a suo dire predominante nei programmi di studio sul Medio Oriente della NYU.
Nessuna discussione sulla Lobby sarebbe completa senza prendere in esame una delle sue armi più potenti: l’accusa di antisemitismo. Chiunque osi criticare le azioni di Israele o sostenere che i gruppi ebraici influenzano significativamente la politica mediorientale degli Stati Uniti – un’influenza peraltro sbandierata dall’AIPAC – ha ottime probabilità di essere tacciato di antisemitismo. Anzi, basta semplicemente dichiarare che una Lobby Ebraica esiste, per venire travolti dalla medesima accusa, nonostante gli stessi media Israeliani parlino apertamente di una Lobby Ebraica negli Stati Uniti. In parole povere, la Lobby, prima si vanta del suo potere, e poi attacca chiunque richiami l’attenzione su di essa. Naturalmente è una tattica molto efficace, perchè a nessuno piace sentirsi accusare di essere antisemita..
Gli europei sono sempre stati molto più propensi a criticare la politica di Israele, tanto che si parla di una recrudescenza di antisemitismo in Europa. All’inizio del 2004, l’ambasciatore Usa all’Unione Europea ha detto: “Stiamo tornando al punto in cui eravamo negli anni 30.” Misurare l’antisemitismo non è una cosa semplice, ma molti indizi puntano decisamente nella direzione opposta. Nella primavera del 2004, quando le voci di un antisemitismo europeo giunsero negli Stati Uniti, ricerche separate condotte sull’opinione pubblica europea da organismi statunitensi come la Lega Anti-Diffamazione e il Pew Research Center for the People and the Press (uno dei più prestigiosi istituti demoscopici Usa. N.d.T.), hanno rilevato che l’antisemitismo è in declino. Per fare un paragone, negli anni ’30, non solo l’antisemitismo era un sentimento diffuso fra gli europei di tutte le classi sociali, ma anche considerato tutto sommato accettabile.
La Lobby e i suoi amici dipingono spesso la Francia come il più antisemita fra i paesi europei, anche se nel 2003, il capo della comunità ebraica francese dichiarò che “la Francia non è più antisemita degli Stati Uniti.” Secondo un recente articolo apparso sull’Ha’aretz, la polizia francese ha riferito che nel 2005 i crimini di matrice antisemita sono calati di quasi il 50 per cento, e questo nonostante in Francia viva la più grande comunità musulmana d’Europa. Inoltre, quando il mese scorso a Parigi, un ebreo francese è stato ucciso da una banda di islamici, decine di migliaia di persone si sono riversate nelle strade per manifestare contro l’antisemitismo. Sia Jacques Chirac che Dominique de Villepin hanno assistito ai funerali della vittima per testimoniare la loro solidarietà.
Nessuno vuole negare il fatto che esista l’antisemitismo fra i musulmani europei, in parte provocato dalla violenza di Israele nei confronti dei palestinesi, e in parte puramente razzista, ma è una cosa talmente diversa, da rendere assurdi i paragoni fra l’Europa di oggi e quella degli anni trenta. E’ d’altra parte innegabile che ci sia ancora un certo numero di violenti antisemiti autoctoni in Europa (così come ci sono negli Stati Uniti), ma sono pochi, e le loro idee vengono stigmatizzate dalla larga maggioranza degli europei.
I difensori di Israele, se spinti a fornire qualcosa di più di semplici asserzioni, sostengono che c’è un “nuovo antisemitismo”, che va di pari passo con l’ostilità politica nei confronti di Israele. In altre parole, criticare la politica di Israele fa di una persona un antisemita per definizione. Quando il sinodo della Chiesa d’Inghilterra ha di recente votato un documento in cui si decideva di disinvestire dalla Caterpillar Inc. (alla fine del 2004, la Chiesa d’Inghilterra possedeva azioni della Caterpillar per un valore di 2,2 milioni di sterline. N.d.T.), responsabile di produrre i bulldozer usati da Israele per demolire le abitazioni dei palestinesi, il Rabbino Capo ha avvertito che ciò “avrebbe avuto ripercussioni molto negative sulle relazioni fra ebrei e cristiani in Gran Bretagna.”, e il Rabbino Tony Bayfield, capo del movimento riformista, ha dichiarato: “Esiste un evidente problema: un sentimento anti-Sionista – che rasenta l’antisemitismo – sta emergendo e prendendo piede, perfino nel cuore della Chiesa.” In realtà, l’unica colpa della Chiesa è quella di protestare contro la politica di Israele.
Chi critica viene anche accusato di voler tenere Israele su un basso livello qualitativo di vita, e di mettere in discussione perfino il suo stesso diritto di esistere, ma anche queste sono accuse campate in aria. Gli oppositori occidentali di Israele non hanno la minima intenzione di negargli questo diritto, si limitano a criticare il suo comportamento verso i palestinesi, cosa che fanno anche gli stessi israeliani. Queste critiche non possono nemmeno considerarsi inique. Il trattamento nei confronti dei palestinesi suscita critiche perché è contrario al concetto universale di “diritti umani”, alle leggi internazionali e al principio di auto-determinazione dei popoli, e da questi punti di vista non è certo l’unico paese al mondo ad essere osteggiato.
John Mearsheimer insegna Scienze Politiche a Chicago, ed è l’autore di The Tragedy of Great Power Politics.
Stephen Walt insegna Affari Internazionali alla Kennedy School of Government di Harvard. Il suo ultimo libro è Taming American Power: The Global Response to US Primacy.
Fonte: www.lrb.co.uk
Link: http://www.lrb.co.uk/v28/n06/mear01_.html
Marzo 2006
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di GIUSEPPE SCHIAVONI
Medioriente senza Sharon
Le Monde Diplomatique, Gennaio 2006
Israele e i territori occupati
Generale e dirigente dello Stato d’Israele, erede della tradizione sionista socialista di David Ben Gourion e di quella sionista revisionista di Vladimir Jabotinsky, Ariel Sharon ha incarnato più di chiunque altro il nazionalismo israeliano. Per lungo tempo, attraverso la guerra e spesso i massacri, s’è impegnato a rendere irreversibile l’occupazione e la colonizzazione dei territori palestinesi. Le due intifada palestinesi lo persuasero che bisognava atteggiarsi a uomo di pace per neutralizzare la pressione internazionale e per salvaguardare l’essenziale della dominazione d’Israele sulla Palestina. Con il ritiro da Gaza è riuscito, come aveva annunciato il suo consigliere Dov Weissglass, a mettere la Road Map «in naftalina», mentre nel frattempo accelerava i tempi della colonizzazione e la costruzione del muro intorno ai futuri «bantustans». Per questa fatica – che gli era valsa anche l’appoggio della comunità internazionale, in primis dell’Unione europea, per il suo modo di concepire una soluzione politica del conflitto – aveva ottenuto una popolarità senza precedenti nel suo paese. L’eventuale scomparsa dalla scena politica israeliana di Ariel Sharon sconvolge il paesaggio israeliano e anche mediorientale. Rende ancora più insicure le elezioni legislative palestinesi, già minacciate dai conflitti interni al Fatah e dal divieto di fare campagna elettorale a Gerusalemme est. Moltiplica le incognite sulle elezioni legislative israeliane, previste per il 28 marzo. Prima di tutto, il partito Kadima sopravviverà al suo fondatore? Quegli israeliani che lo avrebbero votato per eleggere Sharon con un plebiscito, torneranno alla sede d’origine, il Likud o il Partito laburista? Il nuovo profilo del leader laburista – Amir Peretz è al contempo un ebreo marocchino, un sindacalista antiliberista e un fautore della pace da lungo tempo – troverà un improvviso consenso negli strati popolari, soprattutto orientali? Una volta eletta la nuova Knesset, qualora vi fosse una maggioranza di deputati favorevole al negoziato di pace con i palestinesi, quali dirigenti avrebbero la forza e l’autorità necessaria per far accettare un tale accordo? Il tempo incalza, infatti, se si vuole evitare una terza intifada e, con questa, un nuovo ciclo di drammi: è quanto mostrano nel dossier Hussein Agha e Robert Malley alle pagine 4 e 5; Alain Gresh qui di seguito.
Alain Gresh
Negli ultimi anni, in modo sottile e impercettibile, dirigenti e media europei hanno cambiato il loro modo di affrontare il dramma della Palestina e la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Durante tutto il periodo del cosiddetto «processo di Oslo», era chiaro che si sarebbe arrivati a una soluzione al termine di un insieme di trattative basate sul ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati nel 1967, compresa la parte Est di Gerusalemme, l’instaurazione di confini stabili tra lo stato palestinese e Israele, e una soluzione accettabile per i rifugiati palestinesi. Gli accordi di Camp David (luglio 2000) come quelli di Taba (gennaio 2001) riguardano infatti questi nodi irrisolti.
Lo scoppio della seconda intifada, a fine settempre 2000, la repressione sanguinosa compiuta dall’esercito israeliano fin dai primi giorni – mesi prima che iniziassero gli attentati suicidi – , il progressivo aumento della violenza, l’elezione di Ariel Sharon a primo ministro, la moltiplicazione degli attentati contro i civili israeliani e poi la ripresa del totale controllo dei territori occupati da parte dell’esercito israeliano, hanno segnato gli ultimi anni. Eppure, sul piano del diritto internazionale e qualunque sia il giudizio sulla strategia e la tattica dell’Autorità palestinese, i problemi di base rimangono: la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est restano territori occupati, Israele resta una potenza occupante e la creazione d’uno stato palestinese indipendente resta la chiave della pace.
Ciononostante, le dichiarazioni dei dirigenti europei e le notizie che rimbalzano sui media producono un ribaltamento di prospettiva: ormai, tocca ai palestinesi – e cioè agli occupati – dar prova di buona volontà. I riferimenti dell’Unione europea agli obblighi di entrambe le parti mal nascondono l’adesione al punto di vista del primo ministro israeliano: ogni passo avanti sulla via della pace dipende dall’Autorità palestinese, che deve riformarsi, liquidare i gruppi armati, dar prova di voler coabitare con Israele. Un adeguamento altrettanto visibile nei media, inclini a cancellare la realtà della politica israeliana, a sottovalutarne il carettere repressivo e contrario al diritto internazionale, a nascondere i crimini di guerra che commette.
In Francia, le violente campagne condotte contro certi giornalisti e intellettuali come Daniel Mermet o Edgar Morin o Jean Ferrat, hanno contribuito forse a paralizzare una parte dei giornalisti, timorosi di essere tacciati – oltre tutto a torto – di antisemitismo.
L’editoriale di Libération del 2 gennaio 2006, è un caso da manuale: ci si rammarica per la situazione che si va verificando in Palestina.
Ma di chi è la colpa? «Un anno fa – scrive Patrick Sabatier – l’elezione di Mahmoud Abbas al posto di Arafat era stata motivo di speranza.
Una finestra aperta all’opportunità, da cui potesse entrare al tempo stesso una ventata di riforme e di democrazia nei Territori palestinesi (sic!, soprattutto evitiamo la parola occupazione), e di smilitarizzazione della politica palestinese, in vista d’una ripresa dei negoziati con Israele. Oggi, questa finestra sta per essere sbattuta in faccia ai sostenitori del processo di pace». A malapena si accenna alla responsabilità del governo Sharon…
Il ritiro dalla Striscia di Gaza durante l’estate 2005 costituisce, da questo punto di vista, un altro esempio illuminante. Per settimane, i media internazionali hanno puntato i riflettori su qualche migliaio di coloni evacuati, dilungandosi sulla loro sofferenza e sul pianto dei soldati che dovevano farli andare via. Pochi giornalisti hanno ricordato che, per la Corte penale internazionale, la «colonizzazione» è un crimine di guerra. Che molti di quei coloni sono fanatici pronti a sparare sui civili palestinesi. Che decine di migliaia di palestinesi di Gaza sono stati deportati nel corso degli ultimi anni, senza che ciò abbia suscitato la minima emozione in Occidente. Peggio, il ritiro da Gaza è stato presentato come un «gesto» significativo compiuto da Ariel Sharon, che gli ha fruttato un aumento d’immagine presso gli Stati uniti e in Europa e gli ha aperto le porte per una visita ufficiale in Francia in pompa magna. Eppure, come ricordano le Nazioni unite, Gaza rimane un territorio occupato, le truppe israeliane vi compiono numerose incursioni – il governo israeliano ha anzi deciso d’installare una «zona di sicurezza» sul territorio palestinese e perciò di espellere una parte della popolazione… E minaccia di staccare la luce a tutta la Striscia di Gaza – un’altra punizione collettiva contraria alle convenzioni di Ginevra. L’organizzazione nordamericana Human Rights Watch, in un comunicato del 23 dicembre 2005, faceva notare che una misura simile costituirebbe una violazione delle leggi di guerra, come già era accaduto il 24 settembre e il 12 novembre, quando Tel Aviv aveva deciso d’impedire l’entrata sul suo territorio a 5.000 lavoratori palestinesi, aggiungendo così altra sofferenza a una popolazione che al 68 per cento vive già sotto la soglia di povertà. (1) Quel che l’Unione europea potrebbe fare Mustapha Barghouti, il candidato che ha ottenuto circa il 20 per cento dei voti durante l’elezione del presidente dell’Autorità palestinese, svoltasi nel gennaio 2005, e che lo ha visto competere con Mahmoud Abbas, ha recentemente scritto un articolo intitolato «La verità che non volete sentire» (2), in cui traccia un bilancio della situazione concreta, in Cisgiordania e Gaza: un bilancio molto distante dalla versione israeliana che «dà un’immagine assolutamente opposta al vero», e anche molto distante dall’immagine che ha potuto trasmettere la maggioranza dei media occidentali. Così, la colonizzazione avanza rapidamente. «In totale, i coloni (…) sono 436.000: 190.000 a Gerusalemme e 246.000 in Cisgiordania. Solo 8.475 coloni illegali (ossia il 2 per cento del totale) sono stati espulsi da Gaza e dalla regione di Jenin. Nello stesso periodo, il numero di coloni in Cisgiordania è aumentato di 15.800».
Barghouti racconta anche la quotidianità imposta dal muro che circonda completamente una città come Qalqiya, che ha una sola porta le cui chiavi sono nelle mani degli israeliani. «Per attraversare il muro ci vuole un permesso quasi impossibile da ottenere. Quand’anche ci si riesca, bisogna tener conto degli speciali orari d’apertura: nella regione di Jayus si può passare tra le 7,40 e le 8 del mattino, poi tra le 14 e le 14,15, e poi ancora tra le 18,45 e le 19. In totale, 50 minuti al giorno. A volte l’esercito dimentica di aprire le porte, e gli scolari, i professori, gli infermieri, i malati, e la gente normale deve aspettare all’infinito».
Le conseguenze della costruzione del Muro di separazione sulla città di Gerusalemme sono confermate da un recente rapporto dei responsabili di una missione dell’Unione europea a Gerusalemme est (3). Il documento mette in luce alcune direttive, fra le altre, che riguardano la politica israeliana nella città santa: il completamento, ormai prossimo, della barriera intorno a Gerusalemme est, lontano dalla linea verde (la linea del cessate il fuoco del 1967); la costruzione e l’espansione delle colonie illegali per iniziativa privata o del governo israeliano, all’interno e all’esterno di Gerusalemme est; la demolizione delle case palestinesi costruite senza permesso (permesso che è quasi impossibile ottenere); il piano d’espansione della colonia di Maaleh Adumim, che rischia di stringere il cerchio intorno alla città mediante l’installazione di colonie ebraiche e di dividere la Cisgiordania in due aree geografiche.
E intanto i consoli europei a Gerusalemme sottolineano che «le azioni d’Israele a Gerusalemme violano gli accordi della Road map e il diritto internazionale». Il risultato di tutte queste verifiche? L’Unione europea ha coraggiosamente deciso di non pubblicare il rapporto…
Hamira Haas, la corrispondente del quotidiano Haaretz nei territori occupati, nota per i suoi coraggiosi resoconti, commentava così la vittoria di Hamas alle elezioni municipali in Cisgiordania del dicembre 2005: «La vittoria di Hamas alle elezioni locali è cresciuta su un terreno fertile. La gente ne ha abbastanza delle menzogne che hanno accompagnato la sua vita negli ultimi tredici anni [dopo la firma degli accordi di Oslo]; che Oslo significa pace; che la creazione d’una Autorità palestinese è una vittoria e un simbolo che annullerà ogni sconfitta; che l’Autorità è uno stato (4)».
Non per questo, però, la giornalista assolve Hamas, la cui propaganda poggerebbe, a parer suo, su tre menzogne: il movimento islamico afferma che la Striscia di Gaza è stata «liberata», mentre si è trattato di una decisione unilaterale israeliana; sostiene che l’evacuazione è il risultato della «lotta armata», mentre «gli attentati suicidi hanno solo aumentato il sostegno dell’opinione pubblica israeliana a ogni forma di controllo della Cisgiordania»; pretende che le elezioni legislative di gennaio 2006 a cui Hamas ha deciso di partecipare, siano sostanzialmente diverse da quelle del 1996, mentre il quadro in cui si svolgono è sempre quello degli accordi di Oslo.
Anche gli appelli alla democratizzazione dell’Autorità palestinese appaiono privi di senso. Alle presidenziali del gennaio 2005, era evidente che l’Unione europea volesse solo un vincitore, Mahmoud Abbas : le numerose pressioni esercitate dal Fatah sulla commissione elettorale non furono perciò denunciate dagli osservatori internazionali né riprese dai media (5). Ormai, Javier Solana, commissario dell’Unione europea per la politica estera e per la sicurezza comune (Pesc) minaccia l’Autorità palestinese di toglierle il sostegno di Bruxelles, in caso di vittoria di Hamas nel gennaio 2006. Insomma, l’Europa dei Venticinque accetta le elezioni a condizione che vincano i candidati che preferisce…
Come stupirsi allora che l’Unione rafforzi le relazioni con Israele, che sia più pronta a far pressione sull’Autorità che a mettere in atto le sanzioni previste dagli accordi euromediterranei in caso di violazione dei diritti della persona, violazioni quotidiane nei territori occupati; come stupirsi che riceva i dirigenti israeliani per «incoraggiarli» a proseguire sulla stessa via, quando questa via porta direttamente all’annessione di gran parte della Cisgiordania e di Gerusalemme est.
La Francia, purtroppo, ha rinunciato a un’azione autonoma e visibile per i diritti dei palestinesi: riceve il primo ministro Ariel Sharon e riprende a cooperare sul piano militare e poliziesco con Israele (6); la maggioranza dei suoi ministri, fra cui Nicolaz Sarkozy, moltiplica le visite a Israele; sono due società francesi a costruire una linea tranviaria che collega il centro di Gerusalemme a due colonie ebraiche situate all’est della città, contribuendo così alla politica di occupazione israeliana. Questa strategia, che s’inserisce in un più ampio piano di ravvicinamento agli Stati uniti in Medioriente, dall’Iraq all’Afghanistan, contraddice decenni di politica francese sul conflitto israelo-palestinese.
Il «processo di pace» aperto dagli accordi di Oslo è morto e sepolto.
Si può pensare che avrebbe potuto essere una via per la stabilità, che si sono mancate delle occasioni. Sia come sia, non è più possibile tornare indietro. I palestinesi continuano a vivere sotto occupazione, la loro vita quotidiana è insopportabile, le loro aspirazioni all’indipendenza, schernite. È un’illusione pensare che si possa assistere, nel prossimo periodo, a un cambio d’indirizzo del governo israeliano senza costanti pressioni internazionali per fare applicare il diritto internazionale, nient’altro che il diritto internazionale, il completo diritto internazionale.
La resistenza dei palestinesi e la mobilitazione della frangia pacifista dell’opinione pubblica israeliana devono essere sostenute dalle sanzioni internazionali.
È quel che chiede Moustapha Marghouti: «Un modo per correggere la situazione è di fare quel che è stato fatto con successo in Africa del Sud, applicare le sanzioni. Un elemento-chiave è quello di rompere le relazioni militari con Israele, quarto esportatore d’armi nel mondo. Noi abbiamo bisogno d’un movimento di non cooperazione militare che s’impegni a disinvestire in questo campo e che condizioni le relazioni economiche con Israele all’applicazione del diritto internazionale e delle risoluzioni internazionali».
In questo senso, un forte movimento si è già sviluppato nel mondo anglosassone. L’accordo di cooperazione tra l’Unione europea e Israele offre a Bruxelles immense possibilità, in quanto prevede esplicitamente la possibilità di sospendere l’accordo in caso di violazione del suo articolo 2, che recita: «Le relazioni tra le parti, così come tutte le disposizioni del presente accordo, si basano sul rispetto dei diritti dell’uomo e dei principi democratici, principio guida della loro politica interna e internazionale ed elemento essenziale di questo accordo». Perciò, in piena operazione «Muro» in Cisgiordania, il Parlamento europeo, a larga maggioranza, aveva chiesto alla Commissione e al Consiglio «la sospensione dell’accordo euro-mediterraneo Ue-Israele».
Invano… Non è forse tempo, allora, di tornare a chiedere quella misura, che permetterebbe all’Unione europea di far seguire alle parole i fatti, di sostenere l’applicazione del diritto internazionale e di giocare un ruolo attivo in Medioriente?
note:
(1) http://hrw.org/english/docs/2005/12…
(2) «The truth you won’t hear», Al-Ahram Weekly, Il Cairo, 1-7 dicembre 2005.
(3) www.france-palestine.org/article286…
(4) Haaretz.com, 21 dicembre 2005.
(5) Leggere l’eccellente analisi de Roger Heacock, «Les élections palestiniennes», Confluences Méditerranée, n°55, autunno 2005, L’Harmattan.
(6) In dicembre 2005, il ministro degli interni israeliano Gideon Ezra, e il capo della polizia iraeliana Moshe Karadi, sono stati a Parigi per quattro giorni, su invito di Sarkozy, con l’obiettivo – secondo Haaretz – di consigliare ai poliziotti francesi i metodi più efficaci per gestire rivolte come quelle che hanno interessato le periferie francesi …
(Traduzione di E. G.)
Medioriente senza Sharon
Le Monde Diplomatique, Gennaio 2006
Il potere palestinese con il fiato in gola
Nelle principali città della Cisgiordania, l’ultima tornata delle elezioni municipali ha visto prevalere Hamas su al Fatah. La vittoria dell’organizzazione islamista, quasi a ridosso delle elezioni legislative del 25 gennaio, riflette le indecisioni della strategia incerta di Mahmud Abbas, fondata su un accordo di pace definitivo che Ariel Sharon ha rifiutato invece ostinatamente. I dubbi ormai serpeggiano anche nello stato maggiore del presidente palestinese.
Hussein Agha e Robert Malley
Molto probabilmente, Mahmud Abbas (Abu Mazen) passerà alla storia per essere stato il miglior presidente nel momento peggiore. Uomo del negoziato in tempi di unilateralismo, figura di portata nazionale proprio quando il movimento nazionale gli crolla sotto i piedi, e di portata internazionale quando l’interesse mondiale tende sempre più a ridursi. Per quest’uomo di parola in un’epoca in cui solo gli atti hanno voce in capitolo, con un’inveterata fiducia nella pace finale quando l’orizzonte intorno a lui si restringe al provvisorio, sembra che non esista alcuna via d’uscita. Forse il suo momento è già passato, o forse è ancora di là da venire. In ogni caso, per lui il periodo attuale sta diventando un vero e proprio incubo (1).
Sul versante opposto, il primo ministro israeliano Ariel Sharon, prima che le sue condizioni di salute lo obbligassero a uscire dal gioco, teneva magistralmente in pugno la situazione. Con Kadima, il suo nuovo partito, non solo aveva occupato il centro dello scacchiere politico, ma lo aveva fagocitato. Aveva il polso del suo popolo, di cui esprimeva la volontà profonda, ma anche quello della comunità internazionale: è lui a dettarne le reazioni. Tutto gravitava intorno a Sharon. Nel complesso, i due movimenti nazionali presentavano bilanci nettamente contrastanti: divisioni, caos e paralisi sul versante palestinese; coerenza, dinamismo e coesione su quello israeliano.
Indubbiamente Mahmud Abbas sognava uno scenario totalmente diverso.
Dopo due anni di scontri selvaggi, contava sullo sfinimento dei palestinesi e sulla stanchezza degli israeliani, oltre che sulla volontà internazionale di vedere la fine di quest’interminabile conflitto. Pensava che esaurite le forze, i palestinesi avrebbero aspirato a un clima più calmo, il quale a sua volta avrebbe consentito un allentamento delle restrizioni israeliane. Questo sviluppo avrebbe dato luogo a sua volta a pressioni popolari su Hamas e sugli altri gruppi armati, costringendoli a rispettare una tregua. E infine lo stesso Hamas, dovendo ripiegare su una strategia elettorale, avrebbe obbligato al Fatah all’autodisciplina, e costretto l’Autorità palestinese a riformarsi per far fronte alla minaccia incombente posta dal movimento islamista alla sua egemonia politica.
Una volta conseguite le condizioni poste dall’amministrazione americana – cessazione delle violenze e avvio di riforme istituzionali – per rinnovare il proprio impegno, Washington non avrebbe avuto altra scelta che rilanciare il processo diplomatico e chiedere a Israele maggiori concessioni. Grazie a questo circolo virtuoso e al conseguente miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi nei territori occupati, si sarebbe arrivati a stabilizzare il cessate il fuoco, incoraggiando l’attivismo degli Stati uniti e costringendo Israele a dar prova di maggiore generosità. Tutto questo avrebbe portato, a un dato momento, alla ripresa dei negoziati, e infine a un accordo di pace finale.
Per un breve periodo è sembrato che questo calcolo avesse qualche probabilità di riuscita. Mahmud Abbas, eletto nel gennaio 2005 alla guida dell’autorità palestinese, poteva contare su un capitale politico di tutto rispetto: sulla scena internazionale e anche in Israele, molti erano disposti a offrirgli, come minimo, il beneficio del dubbio, mentre in campo palestinese nessun avversario era in grado di tenergli seriamente testa. Molti contavano, è vero, sul suo insuccesso, ma pochi si azzardavano a remargli contro. I suoi rivali in seno alla direzione di al Fatah non potevano far altro che attendere gli eventi, oppure schierarsi al suo fianco, benché segretamente ne auspicassero il fallimento.
Persino Hamas aveva le sue ragioni per adeguarsi, scosso com’era dall’uccisione di molti suoi dirigenti e spossato dalla seconda Intifada.
Mahmud Abbas gli offriva una tregua, oltre alla promessa di elezioni legislative a breve scadenza e dell’inserimento nell’arena politica.
Ma soprattutto, Hamas vedeva in Mahmud Abbas un uomo degno di fiducia, in netto contrasto con gli esponenti dell’Autorità palestinese. Cerchiamo ora di spiegare perché questo scenario non si è realizzato.
Indipendentemente alle condizioni di Sharon, sia per gli americani che per gli israeliani e per molti palestinesi, il primo responsabile è lo stesso Mahmud Abbas, giudicato colpevole di indecisione e lassismo.
Secondo loro avrebbe dovuto imporre immediatamente la sua volontà, ristabilire l’ordine, punire i ribelli e disciplinare fin dai primi mesi i gruppi armati – soprattutto quelli emananti delle brigate dei martiri di al Aqsa, affiliati ad al Fatah. In altri termini, Mahmud Abbas viene accusato di aver perso tempo prezioso, sprecando un’occasione unica: anche perché le sue ingiunzioni, che ancora ieri sarebbero state rispettate, in futuro non lo saranno più. Ora, in quest’analisi c’è indubbiamente del vero, ma manca un punto essenziale, attinente alla natura del contesto politico e della società palestinese: una società tradizionale in una condizione di dispersione e sotto occupazione, con modalità di funzionamento elastiche, portata essenzialmente a rispondere a forme d’autorità diffuse e deistituzionalizzate; e quindi restia nei confronti di catene di comando gerarchiche. In altri termini, una società semplicemente inadatta alla chiarezza e alla logica del suo nuovo leader, riluttante a comprendere le ragioni di fondo dei suoi ordini e ad accettarli. Non si può quindi parlare di scarsa fermezza da parte di Mahmud Abbas, ma piuttosto di una totale mancanza di sintonia tra la sua impostazione, razionale e ordinata, e la realtà del contesto politico e sociale. Peraltro, il calcolo di Mahmud Abbas si basava su una serie di presupposti, purtroppo vanificati da malintesi e incomprensioni che nessuna dose di autoritarismo avrebbe consentito di superare. Il suo obiettivo politico – un accordo di pace finale – non era quello di Sharon, che mirava invece a un accordo ad interim a lungo termine, mentre dal canto suo il presidente americano George W. Bush non aveva obiettivi di alcun genere. Si consideri inoltre che il presidente palestinese contava sull’opinione pubblica della base per contenere Hamas e gli altri gruppi militanti, e sullo stesso Hamas per condizionare al Fatah e l’Autorità palestinese; faceva assegnamento sugli impegni presi dagli americani per richiamare il presidente Bush ai suoi obblighi, infine puntava sull’insieme di questi fattori per far pressione su Israele. In altri termini, la sua era una linea politica fondata innanzitutto sui comportamenti dei suoi avversari, e quindi dipendente dalla volontà autonoma delle altre parti in causa.
Vincitori e vinti nei due campi Un altro ostacolo a ogni progresso diplomatico è la divergenza sull’atteggiamento da adottare nei confronti di Hamas. Finché durerà l’occupazione israeliana, per Mahmud Abbas un confronto militare è impensabile: attaccare Hamas vorrebbe dire rischiare una scissione profonda in seno al movimento nazionale, se non addirittura la guerra civile. E tutto questo in cambio delle promesse (giudicate poco attendibili) della road map (2), o delle assicurazioni di un presidente americano che nessun palestinese è ormai disposto a prendere per buone. Mahmud Abbas puntava piuttosto a cooptare il movimento islamista, contando sul suo inserimento nel gioco politico per convincerlo a rispettare le leggi votate da un’istituzione parlamentare della quale dovrebbe entrare a far parte.
E sperava che in questo modo, messo alle strette dall’opinione pubblica e dalle sue proprie scelte, Hamas non avesse altra scelta che quella di seguire una logica politica al posto di quella militare. Nell’attesa di questo sviluppo, il mondo doveva accettarlo così com’è: una formazione ibrida, a un tempo partito politico, istituzione caritativa, strumento di predicazione e ovviamente organizzazione armata.
Al contrario, Bush e Sharon si auguravano che lo scontro tra l’Autorità palestinese e Hamas, ritenuto inevitabile, esplodesse al più presto.
Per loro sarebbe stato ingenuo credere che il movimento islamista fosse disposto a cambiare. E citavano ad esempio e ammonimento il comportamento di Hezbollah, che ha continuato a mantenere la propria autonomia militare anche dopo il ritiro israeliano dal Libano del Sud, pur essendo entrato a far parte del governo libanese. In conclusione, quando Mahmud Abbas dichiara che affronterà il problema di Hamas, si riferisce a qualcosa di completamente diverso da ciò che ha in mente il presidente Bush. E il risultato è la paralisi del processo diplomatico.
Questi malintesi hanno conseguenze politiche molto gravi. Oggi il gruppo dei più fermi sostenitori di Mahmud Abbas appare disorientato e si va sempre più diradando. Nel suo ambiente c’è ancora chi continua ad assicurargli il proprio appoggio, ma tra i suoi fedeli solo pochi hanno un reale peso politico. D’altra parte, il presidente palestinese non sa o non vuole condurre lo stesso gioco politico di Yasser Arafat, che corteggiava i quadri e i militanti di al Fatah per poter contare sul loro appoggio. Da qui le delusioni e i dubbi. I suoi rivali rialzano a poco a poco la testa e il tono di voce. I capi dei diversi servizi di sicurezza non esitano più a criticare il presidente in privato, ben sapendo che i loro commenti non tardano a diventare di pubblico dominio; e cercano di dissociarsi nettamente dall’anarchia imperante.
Ma per ora gli oppositori di Mahmud Abbas si stanno ancora studiando a vicenda, e ciascuno confida nelle proprie possibilità – anche se nessuno di essi è in una posizione tale da neutralizzare i propri rivali. E tutti rifiutano di designare un successore. Perciò nessuno si muove per accelerare la caduta del presidente, ma neppure per dare un contributo al suo successo.
Corrono però numerose voci sui possibili scenari per il dopo-elezioni (la data prevista per le legislative è il 25 gennaio). Si parla ad esempio di costituire un governo di coalizione formato da tecnocrati e responsabili dei servizi di sicurezza, con il sostegno di Washington: e in tal modo si pensa di emarginare il presidente. E’ infatti poco probabile che il voto legislativo porti a chiarire la situazione o a rovesciarla, dando vita a una leadership coerente. Anche nell’ipotesi di un successo dei candidati di al Fatah, la loro vittoria non potrebbe che essere parziale. Il partito è tanto diviso da non poter parlare con una sola voce, e Mahmud Abbas è troppo contestato perché questa voce possa essere la sua. Le recenti primarie, già inficiate da accuse di frode, intimidazioni violenze, illustrano perfettamente questo stato di cose. Non che i «giovani» abbiano avuto la meglio sui «vecchi», o la base sui cacicchi del comitato centrale, o i riformisti sui conservatori.
Sia tra i vincitori che tra i perdenti sono rappresentate tutte le generazioni, affiliazioni istituzionali e tendenze politiche. Dal risultato si è potuta trarre una sola lezione: evidentemente, sono i combattenti e gli ex detenuti delle carceri israeliane a riscuotere il favore dell’elettorato. Ma al di là di questa constatazione, hanno avuto un ruolo dominante i legami familiari, i clan e i gruppi armati.
Date le fratture in seno ad al Fatah e l’assenza di un progetto politico coerente, sembra che le primarie e la lista dei candidati scelti da Mahmud Abbas e dal Comitato centrale abbiano contribuito ad inasprire le tensioni piuttosto che a scioglierle. In queste condizioni, non ci si può sorprendere del moltiplicarsi delle liste indipendenti o ribelli, che annoverano ex membri di al Fatah e candidati non aderenti all’organizzazione, e ripongono essenzialmente le loro speranze nella crescente disaffezione verso il movimento nazionalista e nelle persistenti apprensioni destate da Hamas. E neppure può destare sorpresa la generale confusione che regna a questo riguardo in seno ad al Fatah. D’altra parte, le quotazioni del presidente palestinese non sono certo migliori sul versante di Hamas. A rendere il quadro più oscuro hanno contribuito vari fattori: il rinvio delle elezioni, già previste per luglio 2005, e il mancato rispetto di altri impegni; l’annullamento delle elezioni municipali vinte dagli islamisti a Gaza, e infine certe dichiarazioni degli israeliani, volte a ostacolare la partecipazione di questi ultimi alle legislative di gennaio. Ma Hamas conta tuttora di presentarsi, e ha composto una lista in cui figurano moltissimi esponenti della società civile, molti dei quali, per quanto è dato sapere, non affiliati al movimento. Ma ormai il seme del dubbio è stato gettato: Mahmud Abbas e l’Autorità palestinese non godono più della fiducia di Hamas, e la transizione verso la sua partecipazione politica è sempre più condizionata da esitazioni e timori. D’altra parte, il tempo ha permesso a Hamas di rimettersi in forze, come si è potuto constatare alle elezioni municipali del dicembre scorso, ove nelle principali città della Cisgiordania il movimento islamista ha avuto la meglio su al Fatah. Allo slogan scelto da Mahmud Abbas «Una sola autorità, una sola legge, una sola arma» se ne contrappone ormai un altro: «Sotto l’occupazione la prima legge è la resistenza».
In questo oscuro quadro resta però la speranza che Mahmud Abbas riesca a persuadere gli israeliani e gli americani a fornirgli i mezzi per portare avanti la sua politica di promozione delle condizioni di vita dei palestinesi. Il ritiro da Gaza non entra in questo conto, dato che è stato deciso unilateralmente, e prima dell’elezione di Mahmud Abbas. I palestinesi dovrebbero poter ottenere molto di più, segnatamente attraverso negoziati bilaterali.
Ma anche su questo persistono i dubbi. Difatti, uno degli aspetti più sorprendenti di questo periodo è l’incapacità dei palestinesi di ottenere aiuti concreti da parte americana. Non si può dubitare che Bush abbia bisogno di Mahmud Abbas e sia fortemente interessato a un miglioramento dei rapporti di Washington con i palestinesi: è in gioco non solo l’immagine dell’America, in questa regione cruciale dove la catastrofe irachena ha gravemente danneggiato la credibilità della Casa bianca, ma anche la stessa stabilità regionale, minacciata da ogni parte. Eppure i palestinesi non sono riusciti a far valere questo punto di forza così importante. Hanno offerto invece al presidente americano quella momentanea schiarita che tanto gli serviva, in cambio di qualche banale frase elogiativa (del genere «Abbas è un uomo di pace») di cui il presidente palestinese avrebbe fatto volentieri a meno. Nel frattempo, sul versante israeliano ferveva l’attività. Sharon aveva ormai l’iniziativa quasi dovunque. Sul piano interno era inarrestabile: una calamita attorno alla quale ruotava tutta la classe politica, punto di convergenza delle sensibilità più contrastanti. Con il ritiro da Gaza e le misure politiche di accompagnamento, aveva dato concreta attuazione ai sentimenti da tempo diffusi tra la popolazione: la voglia di maniere forti per dare una lezione ai palestinesi, la diffidenza più totale verso i loro dirigenti, ma al tempo stesso anche un desiderio latente di prendere le distanze da quella realtà, di non dover più vivere come ostaggi di una situazione di costante sospetto. Grazie all’opzione del ritiro unilaterale da Gaza, ma senza rinunciare alle sue operazioni militari aggressive, Sharon era riuscito a mobilitare intorno a la sfasatura, più volte constatata, tra un’opinione pubblica che chiedeva un accordo di pace e una classe dirigente apparentemente restia a realizzarlo. Per molto tempo i leader laburisti hanno sostenuto di voler smantellare le colonie di popolamento, ma il solo ad averlo fatto davvero è stato Ariel Sharon: un uomo che incarnava, paradossalmente, un processo di «arafatizzazione» del mondo politico israeliano. E che aveva ottenuto una duplice vittoria sul suo nemico giurato: una volta uscito di scena il vecchio capo palestinese, il leader israeliano ha ricalcato politicamente il suo modus operandi: identificare un uomo con una nazione, personalizzare il sentimento collettivo, superare i partiti politici, tradurre in azioni concrete un tacito consenso nazionale. Come già Yasser Arafat, Sharon rappresentava il centro politico del suo paese. E non attraverso un programma chiaro – nessuno sa esattamente dove volesse arrivare – ma attraverso la forza di una personalità nella quale tutti potevano riconoscersi. Certo, aveva molti nemici.
Ma era riuscito a irrompere prepotentemente sulla scena politica e a togliere ossigeno ai suoi avversari costringendoli a definirsi rispetto a lui. Anche in questo, seguiva l’esempio di Arafat, che riusciva a dissimulare le contraddizioni e le rivalità in seno ad al Fatah e al tempo stesso a contenere Hamas. In Palestina, il centro è in via di dispersione, mentre in Israele si sta consolidando. Sharon aveva ripreso l’iniziativa anche sul piano regionale e internazionale.
Con lui l’unilateralismo era diventato sinonimo di dinamismo, il bilateralismo di status quo. Chi può ancora dubitare che se il ritiro da Gaza fosse stato negoziato, a quest’ora si sarebbe ancora al tira e molla tra le richieste israeliane di disarmo di Hamas e quelle palestinesi, di un gesto significativi in Cisgiordania? In queste condizioni, il mondo ha applaudito all’iniziativa unilaterale; i critici tacevano, e tutti sembravano pronti a mettersi nelle mani di Sharon. Con il disimpegno, la costruzione del muro di separazione (3), il consolidamento dei grandi complessi di colonie in Cisgiordania e il diktat su Gerusalemme Est, Israele sta avviando la fase di definizione dei suoi confini e rafforzando il proprio controllo sui territori ritenuti vitali, e al tempo stesso si libera dalla zavorra di quelli che considera superflui. Dal canto suo, l’Autorità palestinese si vede costretta a gestire quel fazzoletto di terra che è la Striscia di Gaza: un’area sovrappopolata, priva di istituzioni e di risorse, assediata e in preda al caos. Sul piano internazionale è in atto un sorprendente ribaltamento.
In passato erano i palestinesi a chiedere con insistenza la creazione di uno stato. Oggi Israele e gli Stati uniti ne parlano, mentre i palestinesi vedono questa prospettiva con preoccupazione. A una questione di merito è subentrata una questione di diritto: se lo Stato palestinese tarda a configurarsi non è a motivo dell’occupazione israeliana, bensì… a causa dell’incompetenza palestinese. Per avere uno stato proprio, i palestinesi dovrebbero dimostrarsene degni. Magari incominciando da un semi-stato, su una qualche area libera da ogni presenza israeliana – come ad esempio Gaza – o da uno stato dai confini provvisori secondo l’ipotesi della road map, di cui senza dubbio si tornerà a parlare.
Agire come uno stato per poter diventare uno stato: ecco la nuova sfida. Stesso discorso per l’intervento internazionale, un tempo reclamato dai palestinesi, mentre oggi è Israele a volerlo: e non mediante un intervento politico per regolare il conflitto, bensì con misure tecniche puntuali, concepite più per rassicurare Israele che per spingerlo ad agire. Da qui il ruolo egiziano in seno ai servizi di sicurezza a Gaza, e la presenza di osservatori europei ai confini egiziani della Striscia di Gaza. In entrambi i casi, si tratta di stabilizzare la situazione sul piano della sicurezza. Con la prevedibile conseguenza di [maggiori] esigenze nei confronti dell’autorità palestinese, di una crescente impazienza verso i gruppi militanti, di un riorientamento di Gaza verso l’Egitto a spese della Cisgiordania, e fors’anche di un’erosione di quell’indipendenza decisionale che tanto sta a cuore ai palestinesi. Nel complesso, tutto il paesaggio si trasforma e riflette il contrasto tra il dinamismo da un lato, la paralisi dall’altro. Da parte di Israele, disincanto e scetticismo sui negoziati e le prospettive di un accordo di pace; unilateralismo e un nuovo consenso; costruzione del muro di separazione e rafforzamento della presenza israeliana a Gerusalemme Est e nei grandi complessi di colonie della Cisgiordania.
Da parte palestinese, divisioni, disordine e cacofonia; ruolo sempre maggiore dei gruppi armati nei territori occupati; inserimento di Hamas nell’arena politica, regionalizzazione della geopolitica palestinese, verso l’Egitto nel caso di Gaza, e forse verso la Giordania in quello della Cisgiordania. Dall’insieme di questi fattori sta progressivamente emergendo un paesaggio diverso.
L’eredità di Ariel Nel caso di una vittoria alle elezioni israeliane del 28 marzo 2006, questo contesto avrebbe offerto a Sharon un ampio margine di manovra.
La sua dichiarata ambizione – quella di arrivare a un accordo ad interim a lungo termine – non sembra attualmente raggiungibile, dato l’atteggiamento sospettoso dei palestinesi. Restano però altri scenari indipendenti dalla loro volontà. Ad esempio, nell’ipotesi di rigurgiti di violenza da parte palestinese o di caos generalizzato a Gaza, avrebbe potuto bloccare totalmente il processo di pace e rafforzare il suo controllo territoriale sulla Cisgiordania, esigendo lo smantellamento delle infrastrutture del terrorismo previste dalla road map; e indebolire così il movimento nazionale palestinese fino al suo totale disfacimento.
E tutto questo senza subire pressioni da parte della comunità internazionale, troppo occupata a deplorare le inadempienze da parte palestinese.
Ma a questa prospettiva potrebbero frapporsi vari ostacoli. Ad esempio, i palestinesi potrebbero comportarsi meglio del previsto. È anche possibile che gli Stati uniti chiedano la riapertura di negoziati, o che i membri della coalizione di Sharon e l’opinione pubblica israeliana esigano qualcosa di diverso dallo status quo. In precedenza, circostanze analoghe hanno convinto Sharon dell’opportunità di una concessione anticipata, cioè il ritiro da Gaza. In tal caso, l’ipotesi più plausibile è che il primo ministro israeliano, una volta «dimostrata» l’incapacità palestinese di rispettare gli obblighi della road map, avrebbe sfoderato un nuovo piano unilaterale per il centro della Cisgiordania. Alcuni dei suoi consiglieri hanno fatto balenare uno scenario anche più ambizioso: il ritiro dall’80-90% della Cisgiordania, con la seguente contropartita: annettersi di fatto alcuni grandi complessi di colonie, e stabilire di fatto, ma durevolmente, i confini dello stato di Israele…
Molto probabilmente prima dell’ictus, lo stesso Sharon non sapeva quale sarebbe stata la sua linea di condotta. Del resto, era raro che le sue iniziative nascessero da piani preordinati e a lungo termine.
In genere erano il risultato di una vita di esperienze e di riflessi appresi e messi in atto migliaia di volte, nonché delle sue convinzioni, in particolare in merito alla sicurezza di Israele. All’inizio egli era solo vagamente consapevole della piega che avrebbero preso le sue decisioni. Ma è dal paesaggio israelo-palestinese, così come lo vediamo emergere, che possiamo farci un’idea abbastanza chiara del futuro.
Di fatto, Ariel Sharon lascia in eredità risposte e soluzioni. Mentre Mahmud Abbas eredita – probabilmente per lungo tempo – innumerevoli punti interrogativi. Ai tempi di Arafat, bastava spesso la sola presenza del rais a dare le risposte, dato che i suoi atti esprimevano, più o meno, un consenso nazionale. Ma quella stessa incertezza e ambiguità che un tempo favorivano l’unità dei palestinesi, oggi la danneggiano.
Perché oggi serve chiarezza.
L’elenco delle domande è lungo. La lotta armata è compatibile con i negoziati? È un complemento indispensabile, o è antitetica alle trattative? Tra coloro che respingono la violenza non c’è consenso sui possibili mezzi alternativi di resistenza attiva. Gli accordi di Oslo, firmati nel settembre 1993, hanno deluso; ma in assenza di prospettive per una soluzione permanente, sta ai palestinesi devono decidere se un accordo ad interim sia meglio di niente. Le domande sono le stesse per quanto riguarda uno stato dai confini provvisori: per alcuni è una tappa necessaria alla rilegittimazione del movimento nazionale, mentre altri lo vedono come l’anticamera del suo annientamento. Dopo la morte di Arafat, il dibattito sulla creazione di istituzioni semi-statali ha contribuito a riaccendere i contrasti sui rispettivi ruoli dell’Autorità palestinese e dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), e quindi sulla rappresentanza politica della diaspora. Non c’è accordo neppure sull’opportunità di un intervento internazionale, che per gli uni potrebbe riequilibrare i rapporti di forza con Israele, mentre per altri rischia di pregiudicare l’indipendenza palestinese e di accrescere le pressioni contro la resistenza armata. La capacità di trovare posizioni consensuali a fronte di questi interrogativi è diventata ormai una questione di sopravvivenza. L’ unità è la condizione indispensabile per poter dare una risposta coerente alle mosse israeliane, e soprattutto per sviluppare una strategia pianificata. Il nuovo periodo si apre, evidentemente, nel segno di un nuovo unilateralismo israeliano. Per i palestinesi è un’occasione per affrontare questa problematica e cercare le risposte attraverso un ampio dibattito, sia all’interno di al Fatah che tra al Fatah, Hamas e altre formazioni politiche, oltre che in seno alla società civile, ai sindacati e alle università. Ovviamente, nulla di tutto questo sarà d’aiuto a Mahmud Abbas, prigioniero di una situazione che gli è fondamentalmente sfavorevole. Per carattere e temperamento politico è l’uomo del negoziato, del processo diplomatico per un accordo di pace finale. L’unilateralismo vanifica il suo principale punto di forza: la capacità di convincere, di ottenere concessioni dai suoi interlocutori. In un momento più opportuno e in circostanze diverse, Mahmud Abbas sarebbe probabilmente in grado di arrivare a quel compromesso storico con Israele che ha perseguito prima di altri, e per il quale continua a lottare.
Se questo non sarà possibile, dovrà assistere impotente alle iniziative israeliane, senza poter rivendicare meriti di sorta, né attivarsi per impedire atti ostili. In caso di scontri tra gli israeliani e Hamas, la Jihad islamica o le Brigate dei martiri di al Aqsa, è relegato al rango di spettatore, non potendo far altro che disapprovare gli uni e condannare gli altri. La sua eccezionale visione strategica non gli è di nessun aiuto, dato che è costretto a tenere lo sguardo fisso sul quotidiano – sull’ultima crisi a Gaza o sui più recenti sussulti all’interno di al Fatah. Avrebbe sicuramente meritato una sorte diversa.
note:
* Rispettivamente: esperto dei problemi israelo-palestinesi, Senior Associate al St. Anthony’s College (Oxford); ex consigliere del presidente William Clinton, direttore del programma per il Medioriente e il Nordafrica all’International Crisis Group (Bruxelles).
(1) Leggere «Abou Mazen, le dernier Palestinien», Le Monde diplomatique, febbraio 2005.
(2) Iniziativa definita e sostenuta dal Quartetto (Stati uniti d’America, Unione europea, Federazione di Russia, Organizzazione delle Nazioni unite, ratificata dalla risoluzione 1515 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite il 19 novembre 2003, che prevedeva, com’è noto, la creazione di uno Stato palestinese nel … 2005. Leggere il testo integrale: http://www.un.org/french/newscentre/infocus/middle_east/roadmapF2003.pdf.
(3) Willy Jackson «Cisgiordania, distruggere quel muro illegale», Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 2004.
(Traduzione di E. H.)
il manifesto 21 marzo 2006
Kadima alla prova delle alleanze
Israele, il partito del premier Olmert dato in flessione nei sondaggi studia le alleanze possibili dopo il voto di martedì. E per una maggioranza solida ci sarà bisogno degli ultra nazionalisti e degli ortodossi
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
A tre giorni dall’apertura delle urne in Israele i giochi appaiono fatti. Kadima, il partito del premier ad interim Ehud Olmert, forte del suo piano di «disimpegno » unilaterale dai palestinesi, ovvero di annessione ad Israele di ampie porzioni di Cisgiordania di costituzione di cantoni palestinesi, continua a riscuotere ampi consensi tra gli israeliani. Nonostante il calo subìto in queste ultime settimane, il suo vantaggio rimane ampio sui laburisti di Amir Peretz e il Likud di Benyamin Netanyahu. Secondo i sondaggi pubblicati ieri dai due principali quotidiani Maariv e Yediot Ahronot, Kadima riceverà 37 seggi (su un totale di 120) mentre i laburisti il Likud non andranno oltre rispettivamente 20-21 e 14-15 seggi. Il dato significativo è che la lieve emorragia di voti che ha leggermente ridimensionato Kadima non è andata ad accresce i consensi per gli altri due partiti principali, ma invece sarebbe appannaggio dei partiti ultranazionalisti religiosi ortodossi. In modo particolare Israel Beitenu (destra russofona) di Avigdor Leiberman che vuole ridisegnare radicalmente confini di Israele nella zona adiacente al nord della Cisgiordania, in modo lasciare al di là del muro di separazione circa mezzo milione di palestinesi con cittadinanza israeliana che vivono in quell’area (tutti gli altri, invece, dovrebbero giurare fedeltà piena a Israele perderanno i diritti politici). In recupero appare anche lo Shas (ortodossi sefarditi) grazie agli ammonimenti del suo leader spirituale, il rabbino Ovadia Yossef, secondo il quale chi voterà per le liste laiche andrà all’inferno mentre il paradiso è garantito a coloro che 28 marzo sceglieranno il suo partito. Così giunti quasi al termine di una campagna elettorale fiacca, senza spunti di rilievo, ed ormai deciso il risultato del voto, l’incertezza riguarda solo le alleanze di governo che Olmert proverà a stabilire dopo il voto, sulla base del suo piano unilaterale per la Cisgiordania. Davanti a sé il futuro premier ha la possibilità di un patto col partito laburista di Amir Peretz – che non a caso continua a rimanere ambiguo sul piano di «separazione » dai palestinesi – ma dovrà necessariamente cercare altri alleati se vuole costituire una maggioranza solida. Olmert, secondo gli analisti israeliani, punterebbe ad una maggioranza di almeno 70 seggi per essere sicuro di portare avanti senza intoppi il suo programma e potrebbe rivolgersi anche a Lieberman. Quest’ultimo, astutamente, da un lato condanna la possibile evacuazione di alcune colonie ebraiche dalla Cisgiordania come propone Olmert, ma dall’altro non esclude una sua partecipazione al futuro governo. In sostanza se il futuro premier accettasse l’idea dell’espulsione di mezzo milione di arabi, Israel Beitenu potrebbe garantire sostegno pieno ad un ritiro parziale di soldati e coloni israeliani dalla Cisgiordania. Lieberman peraltro non ha aderito al «blocco delle destre », proposto da Netanyahu per tentare di far naufragare i progetti di Olmert. Peretz che da tempo sa – dichiarazioni elettorali a parte – che non sarà lui a formare il prossimo governo, ora si sta concentrando su quali ministeri chiedere nei negoziati con Kadima. Il Labour pretenderà le Finanze – in modo da metter fine alla politica liberista di questi ultimi anni e privilegiare poveri e disoccupati – ma anche i ministeri dell’Industria, del Lavoro, della Giustizia e l’Agricoltura. Kadima in ogni caso non rinuncerà in alcun caso al ministero degli Esteri e Olmert ha già annunciato che a guidarlo sarà ancora Tzipi Livni. Le aspirazioni di Peretz si scontrano tuttavia con le pressioni dell’ex leader laburista Shimon Peres, ora «numero due» di Kadima, tenacemente contrario all’idea che ad occupare un ministero tanto importante come quello delle Finanze sia proprio colui che lo ha sconfitto alle primarie laburiste dello scorso autunno.
il manifesto 21 marzo 2006
IL LIKUD DEI NEO-CON
Lo strano caso del dottor Benjamin Netanyahu
PAOLO DI MOTOLI
Nonostante i sondaggi in Israele diano il Likud tra i 17 e i 23 seggi (pubblicati di recente dal giornale Makor Rishon), la probabilità di vedere un ritorno in grande stile di Benjamin Netanyahu non è sottovalutata. Secondo l’opinionista di Haaretz e del Forward Bradley Burston, come già avvenne nel 1996 non è escluso che Hamas, dopo aver eletto il suo candidato elegga anche quello di Israele. Nel 1996 Netanyahu arrivò al potere sull’onda dell’insicurezza creata dalla miriade di attentati suicidi di Hamas nelle strade e negli autobus di Israele. Non a caso gli slogan elettorali del Likud puntano sulla rabbia e la paura nei confronti degli integralisti palestinesi ora al governo. Nello slogan televisivo del partito di Netanyahu «Forti contro Hamas» la parola Likud è più piccola della parola Hamas. Il consenso perso da Netanyahu tra i lavoratori con le sue politiche liberiste da ministro delle finanze potrebbe essere recuperato con l’insistenza sulle questioni della sicurezza. Netanyahu è un uomo che ha costruito la sua carriera e le sue preziose relazioni internazionali proprio come esperto di terrorismo. Dopo aver studiato Business Administration negli Stati uniti e aver servito l’esercito israeliano nelle unità di élite, venne nominato ambasciatore israeliano alle Nazioni unite (1984-1988). Negli Usa venne frequentemente invitato in trasmissioni televisive riguardanti le questioni legate al terrorismo esponendo la versione dei fatti del Likud. La famiglia Netanyahu costituì un Istituto dedicato alla memoria di Jonathan fratello di Benyamin, caduto nel 1976 durante l’operazione di recupero ostaggi a Entebbe. L’obiettivo dell’istituto era quello di mobilitare governi e opinione pubblica in occidente per muovere guerra al terrorismo e agli stati che lo appoggiavano. Un piccolo volumetto, curato da Netanyahu, intitolato «Terrorismo. Come l’occidente può sconfiggerlo», tradotto in Italia da Mondadori, impressionò fortemente il Presidente Reagan e pare ispirò l’attacco alla Libia del 1986. Netanyahu è anche autore del testo «Fighting terrorism», una sorta di manuale in cui dimostra una certa conoscenza di fatti e situazioni locali, al punto che in Italia si sofferma sulla figura di Pietro Secchia, sulla «Volante rossa» e su Giangiacomo Feltrinelli. Il Jonathan Institute organizzò alcune conferenze internazionali sul terrorismo, la prima si tenne nel luglio del 1979 a Gerusalemme e vi parteciparono giornalisti, studiosi e governanti provenienti da una dozzina di nazioni, la seconda si tenne a Washington nel giugno del 1984 e, dalle sue conclusioni, Netanyahu trasse il materiale per il suo volume sul terrorismo. Se si guardano i nomi di coloro che intervennero alla conferenza si notano esponenti neoconservatori americani come Charles Krauthammer, Jeane Kirkpatrick, Michael Ledeen, Daniel Patrick Moynihan, Midge Decter, Walter Berns e altri. I neoconservatori già presenti nell’amministrazione Reagan e poi nella prima amministrazione di George W. Bush hanno sostenuto le politiche più intransigenti di Israele nei confronti del mondo arabo. I coniugi neoconservatori David e Meyrav Wurmser assieme a Richard Perle e Douglas Feith avevano preparato nel 1996 un dossier per il neo primo ministro Netanyahu, che auspicava la rottura del processo di pace e l’invasione dell’Iraq come primo passo verso la trasformazione del Medio Oriente. Anche in economia il report chiedeva un taglio con il passato laburista e statalista che indeboliva la nazione portandola alla paralisi strategica. Il famoso Pnac (Project for the New American Century) fondato da Robert Kagan e William Kristol costituito nel 1997 preparò un piano per cambiare il Medioriente che prevedeva, l’invasione dell’Iraq, il sostegno a una repressione israeliana nei territori, il bombardamento delle basi Hezbollah nel sud del Libano e campagne militari contro Siria e Iran. Il Pnac fu il fattore chiave per l’alleanza tra neoconservatori, destra cristiana e destra repubblicana di Donald Rumsfeld e Dick Cheney che contribuì alla prima elezione di George Bush. Il sostegno di Rupert Murdoch si aggiungeva a quello di Conrad Black proprietario di National Interest e del quotidiano israeliano Jerusalem Post. Quando il 19 Gennaio del 1998 il primo ministro Netanyahu arrivò a Washington per un incontro con il presidente americano Clinton sulle difficoltà del processo di pace in Medio oriente simbolicamente incontrò prima 1000 esponenti della destra cristiana guidati da Jerry Falwell che lo salutò come «il Ronald Reagan di Israele». Netanyahu si poneva in continuità con la visione del Likud che oltre al governo degli Stati uniti riteneva importante coltivare buone relazioni con la Christian Right per la sua influenza politica e il suo sostegno finanziario. La galassia delle organizzazioni della Christian Right in maggioranza sostiene il Likud e le organizzazioni ad esso affiliate negli Stati uniti specie per quanto concerne alcune questioni come Gerusalemme unita sotto la sovranità israeliana, assistenza militare ed economica allo stato d’Israele e l’espansione delle infrastrutture e degli insediamenti ebraici nei territori occupati. Netanyahu, come avvenuto in America con Bush, potrebbe mettere insieme degnamente le due destre israeliane: quella religiosa e fondamentalista e quella neoconservatrice, liberale in economia e «iperattivista » in politica estera. Il neoconservatorismo si è radicato anche in Israele grazie a uomini vicini a Netanyahu. La fondazione Shalem Center è il perno di questa operazione e ha curato la traduzione dei classici del conservatorismo e del liberismo come Friedrich Von Hayek e Milton Friedman oltre che gli articoli del famoso Irving Kristol. La rivista dello Shalem Center, che si può considerare l’organo dei neoconservatori israeliani, si chiama Azure ed è stata fondata nel 1996 l’anno della vittoria di Netanyahu alle elezioni.
La lobby filo-Israele?
Noam Chomsky
28 Marzo, 2006
Ho ricevuto da molte parti l’invito a commentare l’articolo di John Mearsheimer e Stephen Walt (d’ora in poi M-W), pubblicato sulla London Review of Books, che è circolato molto su Internet ed ha sollecitato una tempesta di discussioni. Seguono alcune riflessioni sulla materia.
Fu pubblicato, come ho notato, sulla London Review of Books, che è di gran lunga più aperta alla discussione di queste questioni che i giornali USA — un fatto importante (sul quale ritornerò) per la presunta influenza di ciò che W-M chiamano la “Lobby”. Un articolo sul giornale ebraico Forward cita M per aver detto che l’articolo fu commissionato da un giornale americano, ma fu rifiutato, e che “la lobby filo-Israele è così potente che lui e il suo coautore Stephen Walt non sarebbero mai stati in grado di far pubblicare il loro rapporto su una rivista scientifica negli Stati Uniti. Ma a dispetto del fatto che essa è apparsa in Inghilterra, l’articolo M-W ha sollevato l’anticipata isterica reazione dai soliti sostenitori della violenza di stato, dal Wall Street Journal ad Alan Dershowitz, talvolta in maniere che esporrebbero gli autori ad immediato ridicolo se non si stessero allineando (come al solito) con il potere.
M-W meritano credito per aver assunto una posizione che di sicuro stimolerà accessi di collera, bugie fanatiche e denunce, ma vale la pena notare che in questo non c’è niente di nuovo. Prendete qualsiasi argomento che sia stato elevato al rango di sacra Scrittura nel “gregge di menti indipendenti” (per prendere a prestito la famosa descrizione degli intellettuali di Harold Rosemberg): ad esempio, qualsiasi cosa che abbia a che fare con la guerra dei Balcani, che giocò un grosso ruolo nelle straordinarie campagne di auto-adulazione che sfigurarono il discorso intellettuale verso la fine del millennio, andando ben oltre i precedenti storici, che sono già abbastanza brutti. Naturalmente, è di straordinaria importanza per il gregge proteggere quella immagine di sé, molta della quale basata sull’inganno e la manipolazione. Pertanto ogni tentativo di portare in evidenza fatti (indiscussi, sicuramente importanti) viene o ignorato (M-W non possono essere ignorati), o dà fuoco alle micce di attacchi rabbiosi, calunnie, manipolazioni ed inganni, e le altre reazioni standard.. Molto semplice da dimostrare, ed in nessun luogo limitato a questi casi. Quelli senza esperienza nell’analisi critica possono essere seriamente fuorviati dal caso particolare del Medio Oriente (ME).
Ma riconoscendo che M-W presero posizione in modo coraggioso, che merita lode, dobbiamo ancora discutere quanto sia convincente questa tesi. Non molto, secondo me. Ho già discusso altrove ciò che i precedenti (storici e documentari) sembrano mostrare riguardo le principali fonti della politica USA in Medio Oriente, nei libri e negli articoli degli ultimi 40 anni, e non posso ripetere ora. M-W hanno abbastanza ragione, suppongo, nella descrizione della Lobby, ma io non penso che ciò fornisca alcuna ragione per cambiare quella che mi è sempre sembrata un’interpretazione più plausibile. Noto incidentalmente che ciò che è in gioco è una questione piuttosto sottile: soppesare l’impatto di diversi fattori che (tutti sono d’accordo) interagiscono nel determinare la politica: in particolare, (A) l’interesse strategico-economico di concentrazioni di potere domestico nello stretto legame tra stato e industria, e (B) la Lobby.
La tesi di M-W è che (B) prevale in maniera preponderante. Per valutare questa tesi, dobbiamo distinguere tra due materie completamente differenti, che loro tendono a fondere: (1) i presunti fallimenti della politica americana in Medio Oriente; (2) il ruolo della Lobby nel causare queste conseguenze. Nella misura in cui le prese di posizione della Lobby si conformano ad (A), i due fattori sono molto difficili da sbrogliare. E vi è molta conformità.
Consideriamo (1), e poniamo l’ovvia domanda: per chi la politica americana degli ultimi 60 anni è stata un fallimento? L’industria dell’energia? No. Hanno fatto profitti che “superano i sogni dell’avarizia” (per citare John Blair, che diresse le più importanti commissioni governative sull’industria negli anni 60), ed ancora li fanno, e il Medio Oriente è la loro principale vacca da mungere. C’è stato un fallimento nella grande strategia USA basata sul controllo di ciò che il Dipartimento di Stato definiva negli anni 60 come la “stupenda fonte di potere strategico” del petrolio mediorientale e dell’immensa ricchezza proveniente da questa “materia pregiata”? No. Gli USA hanno sostanzialmente mantenuto il controllo — ed importanti contraccolpi, come la caduta dello Sha, non furono il risultato di iniziative della Lobby. E come ho notato, l’industria dell’energia ha prosperato. Inoltre, questi successi straordinari dovettero superare molte barriere: principalmente, come altrove nel mondo, ciò che documenti interni chiamano “nazionalismo radicale,” intendendo il nazionalismo indipendente. Come altrove nel mondo, è stato conveniente definire queste preoccupazioni in termini di “difesa contro l’URSS,” ma il pretesto in genere collassa velocemente se si esaminano le cose, a proposito del Medio oriente e di altri posti. E in effetti si ammette che la rivendicazione era falsa, ufficialmente, subito dopo la caduta del Muto di Berlino, quando la Strategia Nazionale di Sicurezza di Bush (1990) invitò a mantenere le forze puntate al Medio Oriente, dove le “serie minacce ai nostri interessi… potrebbero non venire dal Cremlino” — ora perso come pretesto per perseguire le stesse politiche di prima. E’ lo stesso è vero per il resto del mondo.
Questa solleva subito un’altra domanda sulla tesi di M-W. Cosa erano “le lobby” che spinsero al perseguimento di politiche molto simili nel resto del mondo? Consideriamo l’anno 1958, un anno molto critico nelle relazioni internazionali. Nel 1958, l’amministrazione Eisenheuer identificò le tre principali sfide agli USA nel Medio Oriente, Nord Africa e Indonesia. — tutti produttori di petrolio, tutti islamici. Del Nord Africa si occupò la (formale) indipendenza dell’Algeria. Dell’Indonesia e del Medio Oriente si prese cura la criminale strage di Suharto (1965) e la distruzione da parte di Israele del nazionalismo secolare arabo (Nasser, 1967). Nel Medio Oriente, ciò stabilì la stretta alleanza tra USA e Israele e confermò il giudizio della intelligence americana nel 1958 secondo cui un “logico corollario” dell’opposizione al “nazionalismo radicale” (intendendo, nazionalismo indipendente e laico) è il “sostegno ad Israele” come affidabile punto d’appoggio USA nella regione (insieme alla Turchia, che entrò in stretta relazione con Israele nello stesso anno). Il colpo di Suharto, produsse euforia, e lui rimase “il nostro uomo” (come l’amministrazione Clinton lo definì) fino a che mantenne il controllo nel 1998, attraverso una spaventosa politica che può essere paragonata a quella di Saddam Hussein — che era anch’egli “il nostro uomo”, fino a che nel 199 disobbedì agli ordini. Qual’era la Lobby dell’Indonesia? Qual’era la Lobby di Saddam? E la domanda può essere generalizzata a tutto il mondo. Se queste domande non ricevono risposta, la questione (1) non può essere affrontata.
Quando esaminiamo la questione (1), scopriamo che le politiche USA nel Medio oriente sono del tutto simili a quelle attuate altrove nel mondo, ed hanno avuto un successo notevole, di fronte a tante difficoltà 60 anni è un periodo assai lungo per pianificare il successo. E’ vero che Bush II ha indebolito la posizione USA, ma questa è tutt’altra faccenda.
Questo porta alla questione (2). Come ho sottolineato, la alleanza tra USA e Israele fu siglata esattamente quando Israele fece un grosso favore alle industrie americane e saudite dell’energia schiacciando il nazionalismo secolare arabo, che minacciava di dirottare le risorse alle necessità interne. Questo è anche il momento che la Lobby decolla ( a parte la componente cristiano evangelica, di gran lunga la più numerosa e probabilmente più influente componente, ma questo a partire per lo più dagli anni 90). Ed è anche quando la classe politico-intellettuale iniziò il suo flirt con Israele precedentemente di scarso interesse per essa. Loro sono una parte molto influente della Lobby per via del loro ruolo nei media, negli ambienti accademici, eccetera… Da allora in poi è difficile distinguere l'”interesse nazionale” (nel solito perverso significato della frase) dagli effetti della Lobby. Ho già discusso abbondantemente i servizi di Israele all’America, fino ad ora, altrove, e non starò a ripetermi qui.
M-W si focalizzano su AIPAC e gli evangelici, ma riconoscono che la Lobby include la maggior parte della classe politico-intellettuale — e a questo punto la tesi perde molto del suo contenuto. Essi fanno anche un uso altamente selettivo delle prove (e molte di esse sono asserzioni). Prendete per esempio le vendite di armi alla Cina, che essi portano in evidenza come cosa che danneggia gli interessi USA. Ma non menzionano che all’obiezione degli USA, Israele fu costretto a fare marcia indietro: sotto Clinton nel 200, e ancora nel 2005, in questo caso sotto regime neocon che si rassegnò contro le sue abitudini ad umiliare Israele. Senza un pigolio dalla Lobby, in entrambi i casi, sebbene fu un colpo severo per Israele. Ci sono molte cose come questa. Prendete il peggior crimine di Israele nella storia, la sua invasione del Libano nel 1982 con lo scopo di distruggere il secolare OLP e mettere fine ai suoi imbarazzanti inviti ad una soluzione politica, ed imporre il regime maronita. L’amministrazione Reagan sostenne con decisione l’invasione a dispetto delle sue peggiori atrocità, ma alcuni mesi dopo (agosto), quando le atrocità stavano crescendo al punto che persino il corrispondete da Beirut del New York Times, Thomas Friedman, cominciò a lamentarsi, e l'”interesse nazionale” USA cominciava ad essere danneggiato, Reagan ordinò ad Israele di fermarsi, quindi ordinò di completare la rimozione dell’OLP dal Libano, un risultato assai gradito sia ad Israele che agli USA (e coerente con la generale opposizione USA al nazionalismo indipendente). Il risultato non fu del tutto ciò che USa ed Israele desideravano, ma il punto centrale è che i reaganiani sostennero la aggressione e le atrocità quando questo era utile all'”interesse nazionale”, e dettero l’alt quando no fu più così (finendo poi il lavoro principale). Questo è normale.
Un altro problema che M-W non discutono è il ruolo dell’industria dell’energia. Questa non ha certo un ruolo marginale nella politica USA — in modo addirittura trasparente sotto l’amministrazione Bush, ma in effetti sempre. Come possono essere così impotenti di fronte alla Lobby? Come lo studioso del Medio Oriente Stephen Zunes ha correttamente sottolineato, “ci sono interessi molto più potenti di AIPAC [o della Lobby in generale], che hanno qualcosa da guadagnare in ciò che accade nel Golfo Persico, come le compagnie petrolifere, l’industria delle armi ed altri speciali interessi la cui influenza lobbistica e i contributi elettorali superano quelli della tanto celebrata Lobby sionista e dei suoi alleati nelle elezioni per il rinnovo del Congresso.”
Forse l’industria dell’energia non capisce quali sono i suoi interessi, o è anch’essa parte della Lobby? Quindi qual’è la linea di demarcazione tra (1) e (2), a parte fattori marginali?
Bisognerebbe anche spiegare perché la politica americana in Medio Oriente è così simile alle politiche altrove — alle quali, incidentalmente, Israele ha fornito importanti contributi, ad esempio, ad aiutare l’esecutivo ad aggirare le barriere del Congresso nel portare massiccio terrorismo in America Centrale, ad aggirare l’embargo al Sud Africa e alla Rodhesia, e molto altro ancora. Tutto questo rende ancora più arduo distinguere (2) da (1) — questo secondo fattore assai uniforme in ogni parte del mondo.
Non esaminerò gli altri argomenti, ma penso che non abbiano molta forza, dopotutto.
La tesi che M-W propongono è comunque molto attraente. La ragione, penso, è che essa risparmia il governo USA lasciandolo sul suo alto pinnacolo di nobiltà. “Idealismo wilsoniano,” eccetera, semplicemente nella morsa di una forza così grande da non potersi eludere. E’ come attribuire i crimini degli ultimi 60 anni alle “esagerate illusioni della Guerra Fredda,” eccetera. Conviene, ma non è convincente. In nessun caso.
Zmag.org
traduzione Gianluca Bifolchi
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