Fisicamente

di Roberto Renzetti

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La legge salva-Dell’Utri

Giustizia fai-da-te: dopo rogatorie, falso in bilancio e legittimo sospetto, arrivano il patteggiamento allargato, l’inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche e le immunità parlamentari. Con l’aiuto, dal centrosinistra, di Marco Boato. Una norma sui tabulati telefonici sembra fatta su misura per il senatore di Forza Italia sotto processo a Palermo. E infatti…

di Gianni Barbacetto

Palermo, processo a Marcello Dell’Utri, pomeriggio di giovedì 10 aprile. Si alza l’avvocato Giuseppe Di Peri, difensore del senatore di Forza Italia, e chiede la parola. È da due mesi che i legali di Dell’Utri chiedono continui rinvii dell’audizione in aula di un consulente della Procura di Palermo, Gioacchino Genchi, che ha lavorato sui tabulati telefonici del braccio destro di Silvio Berlusconi. Le ripetute richieste di rinvio sono motivate con gli impegni parlamentari dell’imputato (senatore della Repubblica e anche parlamentare europeo). Gli avvocati tentano anche di far dichiarare inutilizzabili i tabulati e inammissibile la testimonianza del consulente. Invano: i tabulati telefonici sono una prova essenziale per dimostrare le accuse.

Allora, il 10 aprile, ecco la mossa a sorpresa: Di Peri comunica al Tribunale che il giorno prima, mercoledì 9 aprile, la Camera ha approvato alcune norme proprio sull’utilizzabilità di intercettazioni e tabulati telefonici. Norme che incideranno sul processo, e in particolare sulla prova che per due mesi la difesa del senatore era riuscita a non far arrivare in aula. «Mi permetto di prevedere», dice l’avvocato, «che entro e non oltre quindici giorni» l’altro ramo del Parlamento approverà definitivamente la legge. L’avvocato aggiunge di aver ricevuto «assicurazioni in tal senso». Conclusione: il Tribunale conceda dunque un’ulteriore sospensione, per permettere alla legge salva-Dell’Utri di venire approvata.

Non era mai successo che in un’aula di giustizia si ammettesse apertamente, senza troppi giri di parole, di contare su leggi ad personam, di aspettare norme su misura, confezionate appositamente per un imputato. Le leggi su misura, come sappiamo, non sono una novità: negli ultimi mesi rogatorie, falso in bilancio, legittimo sospetto ci hanno aperto un mondo. Ma erano sempre presentate come leggi buone e giuste per tutti, che poi casualmente risolvevano anche qualche problemino a un pugno di imputati eccellenti. Il 10 aprile, invece, la musica cambia: un avvocato dichiara in aula di aver ricevuto «assicurazioni» addirittura sui tempi d’approvazione («entro e non oltre quindici giorni») di una norma di legge che risolve il processo e azzera le prove contro un imputato.

Aspetteremo ancora qualche giorno per vedere se le «assicurazioni» saranno mantenute. Certo è che in questi giorni il Parlamento e la politica italiane sono impegnati in una intensa attività per risolvere, con leggi da varare in fretta e furia, i problemi giudiziari di alcuni cittadini italiani, i cui nomi sono Marcello Dell’Utri, Cesare Previti e, sopra tutti, Silvio Berlusconi.

OPPOSIZIONE MORBIDA

Alla Camera dei deputati ha avuto una corsia preferenziale la legge sul patteggiamento allargato. Prevede che i processi possano essere bloccati per 45 giorni: uno stop per dare la possibilità a qualunque imputato di valutare se patteggiare o no. Un’ennesima dilazione che potrebbe essere utile per bloccare alcuni processi eccellenti, in attesa di una soluzione legislativa. Come quella che potrebbe arrivare con la legge sull’«attuazione dell’articolo 68 della Costituzione» (cioè sulle garanzie processuali spettanti ai parlamentari): la legge sull’immunità parlamentare ha ottenuto, alla Camera, la benevola astensione dell’Ulivo. Queste nuove norme serviranno a salvare Previti, che (a suon di ricusazioni) continua a cercare d’allontanare la fine del processo di Milano? E Berlusconi riuscirà a bloccare la sentenza Toghe sporche prima di diventare presidente di turno dell’Unione europea?

Il suo avvocato-parlamentare Gaetano Pecorella ha mandato segnali all’opposizione, chiedendo apertamente una norma che sospenda i processi al presidente del Consiglio (e alle alte cariche dello Stato, che però non hanno di questi problemi). Una norma che potrebbe essere inserita, come emendamento, al Senato: «Un’opposizione responsabile», dice Pecorella, «dovrebbe favorire questa soluzione, proprio perché, con la presidenza del semestre europeo, l’Italia si troverà al centro dell’Europa, che in questo momento storico è anche il centro del mondo. Se invece vorrà lo sfascio…».

Poi c’è il caso Dell’Utri. Meno noto, più defilato, quasi invisibile per la stampa italiana, che non spende una parola per raccontare le avventure processuali palermitane del fondatore di Forza Italia. Ma è un caso molto istruttivo, che fa capire l’aria che tira in questo momento tra le aule parlamentari e quelle di giustizia.

COMPLOTTO PER PENTITI E ORCHESTRA

Il processo a Dell’Utri su cui sono ora appuntati gli sguardi è uno dei due che si celebrano a Palermo contro il senatore. Non il più noto, in cui Marcello è imputato di concorso esterno nell’organizzazione mafiosa chiamata Cosa nostra. Ma l’altro, con accusa di calunnia aggravata nei confronti di alcuni collaboratori di giustizia.
La storia, molto in breve, è questa. Dell’Utri, già sotto inchiesta per mafia, contatta un paio di mafiosi «pentiti» (Cosimo Cirfeta e Giuseppe Chiofalo), con i quali prepara una complessa manovra: i due – secondo l’accusa – si impegnano a raccontare di essere stati avvicinati da altri collaboratori di giustizia, che li volevano spingere ad aggiungersi agli accusatori di Dell’Utri, inventandosi falsi addebiti a suo carico. Se l’operazione fosse andata in porto, l’effetto sarebbe stato dirompente: sarebbe crollata la credibilità di tutti i testimoni contro Dell’Utri e sarebbe invece passata l’ipotesi di un complotto, di un accordo tra «pentiti» ai danni del collaboratore di Berlusconi.

I magistrati di Palermo e gli agenti della Dia scoprono però il piano. La Direzione investigativa antimafia filma addirittura alcuni incontri tra Dell’Utri e Chiofalo, uno dei due falsi «pentiti». Questi, scoperto, ammette: «Dell’Utri mi disse: “Confermi le accuse di Cirfeta e io farò ricco lei e la sua famiglia, avrà per sempre la riconoscenza mia, del dottore Berlusconi e quella di tutte le persone che ci vogliono bene”…». Per questa vicenda, la Procura di Palermo nel marzo 1999 chiede al Senato addirittura l’arresto di Dell’Utri, che viene però salvato dal voto dell’aula.

Il consulente Gioacchino Genchi, analizzando per la Procura i tabulati del traffico telefonico, ha scoperto contatti tra Dell’Utri e i due uomini di Cosa nostra avvenuti ben prima del giorno ammesso dal senatore: è la prova oggettiva del tentativo di Dell’Utri di manovrare i due falsi «pentiti». Ma quei tabulati non sono ancora riusciti ad arrivare nell’aula del tribunale, dove diventerebbero prova processuale. Due mesi di rinvii e, ora, la richiesta dell’ulteriore stop in attesa di quella che a Palermo qualcuno ha già chiamato «legge Genchi».

Che cosa prevede, infatti, la norma già approvata dalla Camera sull’immunità parlamentare? Il Parlamento dovrà votare se concedere o no l’autorizzazione all’uso, nei processi, di intercettazioni e tabulati raccolti in precedenza e che convolgono, indirettamente, un deputato o un senatore (indirettamente: perché nei confronti di parlamentari le intercettazioni dirette sono vietate). Se il Parlamento dirà no, la documentazione dovrà essere distrutta, salvando così anche l’eventuale mafioso (regolarmente intercettato) che sia stato sorpreso a parlare con un parlamentare. Ma non occorrerà neppure il voto negativo dell’Assemblea parlamentare: basterà tirare in lungo, non votare la richiesta dei magistrati, poiché le nuove norme non prevedono termini di tempo.

Per quanto riguarda Dell’Utri, la nuova legge obbligherà il Senato a votare sull’utilizzo o meno nel processo dei tabulati raccolti da Genchi. La prova dei contatti con i mafiosi uscirà così dal processo penale per entrare nel novero delle materie politiche da decidere a colpi di maggioranza.
Diario, 24 aprile 2003


Due giustizie, nessuna giustizia


Il potere non tollera il controllo di legalità per sé, ma vuole “tolleranza zero” per i senza-potere. L’intervento del procuratore generale di Torino Gian Carlo Caselli all’apertura dell’anno giudiziario, il 18 gennaio 2003


Signor Presidente, Colleghi della Corte d’Appello qui riuniti in Assemblea generale, Magistrati di tutti gli uffici del Distretto, Magistrati onorari, Giudici di Pace, Avvocati, Autorità, Signore e Signori: prima di presentarVi la relazione sull’amministrazione della giustizia nel Distretto, voglio manifestare (sicuro di interpretare un sentimento comune) preoccupazione per le incertezze ed i rischi che gravano pesantemente sulla nostra regione e sulla città di Torino. I complessi problemi della Fiat – a tutti noti – producono costi sociali duri per molte famiglie e per l’intera collettività. A chi paga direttamente i prezzi più alti di questa difficile situazione esprimiamo convinta solidarietà, con l’augurio che le capacità e le risorse di tutti siano impegnate nella ricerca di soluzioni eque, a servizio dell’interesse generale.

Reso il dovuto omaggio al Presidente della Repubblica, desidero salutare i rappresentanti del Consiglio Superiore della Magistratura e del Ministro della Giustizia, nonché i rappresentanti dell’Associazione Nazionale Magistrati e dell’Avvocatura, grato per il contributo di riflessione che sapranno fornire.

Un apprezzamento riconoscente ed un saluto particolare vanno poi indirizzati a tutto il personale amministrativo, sempre capace di esprimere un serio impegno di lavoro, pur in condizioni spesso difficili. E ancora, alla Polizia di Stato, All’Arma dei Carabinieri, alla Guardia di Finanza, alla Polizia penitenziaria, alle Polizie municipali, ai Vigili del fuoco, alle Guardie Forestali e a tutti coloro – appartenenti ad enti pubblici o volontariamente operanti – che efficacemente collaborano con l’amministrazione della giustizia.

Nell’anno trascorso v’è stato il collocamento a riposo di più colleghi. Tra questi il mio predecessore, dr. Antonino Palaja, che saluto con particolare stima.
Con tristezza ricordo i magistrati, i funzionari e gli avvocati che la morte ci ha tolto. A volte in modo drammatico: come nel caso del collega Federico De Rosa, spentosi – letteralmente – per la fatica di un quotidiano, pesantissimo impegno di lavoro.
L’assoluta eccezionalità dell’uomo consente poi di varcare i confini del distretto e di ricordare – anche in questa sede – Antonino Caponnetto: magistrato che segnò la riscossa del nostro stato contro la mafia;- che fu sempre in prima linea nella difesa della legalità;- straordinariamente forte e reattivo nella sua infinita dolcezza.

1. FUNZIONAMENTO IN GENERALE
DELL’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA.

Il quadro che complessivamente emerge dalla lettura delle relazioni pervenute dai vari uffici del distretto è di malessere e sofferenza. I magistrati vorrebbero rendere un buon servizio e si impegnano quotidianamente a questo fine. Certo, vi sarà anche tra i magistrati chi potrebbe lavorare di più. E’ doveroso individuare e sanzionare le inadempienze. Ma senza coinvolgere in un indifferenziato ed ingiustificato addebito di responsabilità l’intera magistratura. Che merita anzi apprezzamento e rispetto per quel che riesce a fare, nonostante ostacoli e difficoltà d’ogni genere. “Il problema centrale della nostra giustizia è e rimane quello della durata eccessiva dei processi”: con queste parole il Presidente Ciampi ha sintetizzato l’analisi sulla crisi della giustizia in Italia.

Un’analisi condivisa da tutti ed in particolare dai magistrati. Che però sono vittime, alla fine, di un singolare paradosso. Vorrebbero che il loro lavoro fosse celere ed efficace. Così non è, per cause che in minima parte sono loro riconducibili. E tuttavia le conseguenze di questa situazione ricadono (oltre che sugli “utenti” volta a volta direttamente interessati) proprio sui magistrati. Perché se io fossi uno dei tanti cittadini che deve attendere per lustri, per non dire decenni, la conclusione definitiva di una vertenza civile o di una causa penale, la reazione più immediata sarebbe – anche per me – di “prendermela con i giudici”. E infatti sono loro che hanno il compito di gestire i tempi del processo. E’ a loro che spetta di concluderlo con una sentenza. Ed è a loro pertanto che si indirizzano il risentimento e l’indignazione per la durata irragionevole dei processi, per una giustizia ritardata che è giustizia denegata, con palese violazione di uno dei diritti fondamentali dei cittadini.

Di qui la nostra amarezza. L’amarezza di appartenere ad una categoria accusata di non lavorare come dovrebbe. Un’accusa devastante per chi ( ed è la stragrande maggioranza dei magistrati) spesso lavora anche oltre il dovuto e vede che il suo impegno non apporta alcun miglioramento al “servizio-giustizia”. Ci si può anche sentire a posto con la propria coscienza, ma è la coscienza professionale dell’intera istituzione che viene messa in discussione agli occhi dell’opinione pubblica.

Anche per rompere questa spirale perversa, i magistrati ( lo han detto per bocca dell’ANM) “sono pronti alla sfida della professionalità”. Vale a dire che sono essi stessi a segnalare la necessità e l’urgenza di migliorare il sistema di reclutamento, la formazione iniziale e l’aggiornamento professionale. Attuando una “Scuola della magistratura” che rinunzi ad ogni erosione del ruolo del CSM e valorizzi invece l’offerta formativa, ricca e articolata, che ormai da parecchi anni proprio il CSM ha realizzato a livello sia nazionale che decentrato. Sono gli stessi magistrati a chiedere che la loro produttività sia adeguatamente valutata. Si tratta di un compito difficile, a causa della grande disparità dell’attività dei vari uffici e della disomogeneità delle loro condizioni organizzative. Ma è un compito possibile, che la commissione mista Ministro/CSM ha assolto con un buon lavoro preparatorio, rimasto però senza sviluppi. La magistratura associata chiede “un nuovo e più rigoroso sistema di valutazione della professionalità”, con “cadenze quadriennali e con conseguenze anche sulla retribuzione in caso di valutazione negativa”, senza intaccare, al tempo stesso, “ la progressione per scatti di anzianità del sistema retributivo, garanzia imprescindibile per l’indipendenza di ogni singolo magistrato, del tutto coerente col principio costituzionale in base a cui i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni”.

Tanto premesso, resta per altro fermo che le principali cause – quelle “vere” – dell’inefficienza del sistema giustizia risiedono altrove, come tutti gli uffici del distretto (sia pure con accenti diversi) concordemente denunziano. Queste cause – oggi – sono soprattutto le seguenti:

– L’organico del personale amministrativo soffre una scopertura del 13 % su scala nazionale, alla quale non viene posto rimedio perché le assunzioni sono bloccate. Questo dato del 13 %, sostanzialmente, vale anche per il nostro distretto, ove si tenga conto dei lavoratori a tempo determinato, senza dei quali la scopertura dell’organico si avvicina invece al 20%, sia per la giudicante che per la requirente ( le conseguenze sono gravi: il Presidente dell’ufficio GIP-GUP di Torino, ad esempio, è stato costretto ad impartire direttive perché le udienze non vengano protratte al pomeriggio, con evidente pregiudizio per l’immediatezza e concentrazione del processo;- ma il rimedio non è sufficiente e si dovrà stabilire il rallentamento di alcune attività, con un giudizio di priorità);

– Tale scopertura, unitamente ad innovazioni processuali, rende drammatica – in particolare – la situazione delle notificazioni;

– Non vengono banditi i concorsi per l’aumento di organico di 1000 magistrati, già previsto dalla legge;

– I fondi destinati alla giustizia hanno subito un taglio del 10%;

– L’insufficienza delle risorse finanziarie rischia di pregiudicare i molti aspetti positivi, in termini di efficienza, trasparenza e misurabilità dell’azione giudiziaria, che erano stati consentiti dalla crescita di informatizzazione degli uffici (la Procura della Repubblica di Torino, ad esempio, denunzia il possibile blocco dei collegamenti telematici tra i diversi uffici e tra questi ed i sistemi centrali dell’amministrazione, fino all’impossibilità di richiedere in tempo utile i certificati penali o di verificare se un imputato è detenuto;- mentre la mancata assistenza tecnica potrebbe condurre al degrado e allo spreco del patrimonio informatico già esistente;- in particolare vanificando – sul versante della Direzione Nazionale Antimafia e delle Direzioni Distrettuali Antimafia – lo sforzo organizzativo e finanziario compiuto per dotare l’Italia di una banca dati capace di rendere più incisiva la lotta al crimine organizzato, proprio nel momento in cui l’Europa ha scelto il modello italiano per la banca dati di Eurojust).

Alle cause di oggi, contingenti, si aggiungono quelle “strutturali”:

– La pessima distribuzione degli uffici giudiziari sul territorio nazionale;
– La torrenziale e disorganica produzione legislativa (in materia penale), che ha trasformato il processo in un percorso ad ostacoli, confuso le garanzie con i cavilli, moltiplicato le occasioni per espedienti dilatori in favore degli imputati che possono contare su difensori costosi ed agguerriti;- mentre le garanzie “verso il basso”, quelle riguardanti gli imputati “comuni”, per non dire dei “poveracci”, si sono sensibilmente ridotte;- dando vita, di fatto, ad un doppio binario processuale (denunziato anche dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione) che non è né giusto né equo.E’ su queste cause, contingenti e strutturali, che bisognerebbe intervenire: per razionalizzare e snellire le procedure e ancor più per migliorare l’organizzazione dei servizi giudiziari. Invece, le principali riforme attuate o in cantiere (CSM; ordinamento giudiziario; separazione delle carriere; controllo “politico” sulla priorità nella trattazione degli affari penali; svincolo della PG dal PM; legge Cirami; proposte di immunità parlamentare; progetto Pittelli), quelle che scatenano polemiche e contrapposizioni laceranti, non ridurranno neanche di un giorno la durata interminabile dei processi e non aumenteranno neanche di un millimetro il livello di efficienza del sistema giustizia. Semmai, anzi, complicheranno le cose, rallentando ulteriormente i processi e rendendo ancor più barocche le procedure. E tutto questo, forse, perché tali riforme sono pensate con prevalente, se non esclusivo, riferimento alla giustizia che preme agli imputati che possono e contano, senza considerare la giustizia ordinaria o del quotidiano, che interessa “soltanto” i cittadini comuni.

A fronte di questa situazione, in un recente incontro con il CSM il Ministro della Giustizia ha dichiarato, con franchezza, che “è inutile iniettare nuove risorse in un sistema che le spreca perché è inefficiente”. Per cui, elevata l’età pensionabile a 75 anni, il Ministro non darà corso all’assunzione di altri magistrati finchè non saranno modificati l’ordinamento giudiziario ed i meccanismi di concorso e non prenderà provvedimenti per la copertura del ruolo del personale amministrativo e degli ufficiali giudiziari. Mentre il Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria (con una circolare del 5 marzo 2002) invitava i Capi delle Corti d’Appello a limitarsi alle spese “strettamente necessarie per il funzionamento minimale” dei loro uffici. Dunque, una gestione della giustizia tesa non ad un recupero di efficienza ma al “funzionamento minimale” degli uffici. Quasi che la Costituzione non attribuisse proprio al Ministro – e a lui soltanto – la responsabilità per “l’organizzazione ed il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”.

Si delineano, a questo punto, i contorni di un quadro – piuttosto cupo – che presenta magistrati disarmati e tuttavia sempre più spesso indicati – a torto – come unici o principali responsabili dello sfascio della giustizia. Il quadro, poi, si incupisce ulteriormente se si considera quella specie di malvezzo nazionale che è diventato – in certi ambienti – l’attacco ai magistrati, condotto intrecciando luoghi comuni e falsità in una ripetizione così ossessiva che alla fine anche le deformazioni più sfacciate si trasformano in…verità subìte con passiva rassegnazione ( gli aggressori si preoccupano sempre di precisare che le loro accuse sono rivolte soltanto ad una parte della magistratura, ma è una parte sempre “mobile”, destinata cioè ad allargarsi per ricomprendere tutti i magistrati – Pm e giudicanti – che di volta in volta siano chiamati a prendere iniziative o provvedimenti considerati – o anche solo temuti – come “scomodi”: per cui, in verità, è l’intero ordine giudiziario ad essere coinvolto, ciò che comporta pesanti interferenze e condizionamenti sulla normalità del funzionamento della giustizia).

Alla fine, gli effetti sull’immagine, sul prestigio e sulla credibilità della magistratura non possono che essere devastanti. E quando il sondaggista di turno “scopre” che l’indice di gradimento della magistratura diminuisce, invece di notare che sarebbe ben strano (nella situazione data) se non fosse così, i risultati dei sondaggi vengono assunti come…conferma che i magistrati sono inaffidabili. Un corto circuito, che alimenta la propaganda strumentale. Ma con una conseguenza ulteriore piuttosto grave: il calo di credibilità della magistratura non può che indebolire la linea di resistenza contro gli attacchi portati all’indipendenza dei giudici da chi vorrebbe sottrarsi al vincolo di legalità (che senso ha, come si può difendere chi non ispira fiducia?). Di qui l’ipotesi che l’inefficienza del sistema giustizia possa essere finalizzata, di fatto, ad un “raffreddamento” della magistratura tutte le volte che il controllo di legalità si indirizzi verso certi interessi, restii a considerarsi eguali agli altri di fronte alla legge.

Tutti questi problemi potrebbero attenuarsi se finalmente si instaurassero rapporti più corretti fra politica e magistratura: nel pieno, reciproco rispetto di ruoli e competenze (a partire dall’incontrovertibile “primato” della politica), mettendo in campo tutte le forze che hanno come riferimento l’interesse comune. Questa è la posta in gioco. E non si tratta di prendere posizioni di parte. Il primato della legalità, l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge non sono – infatti – questioni di destra o di sinistra. Sono questioni di tutti. Delle quali tutti dobbiamo farci carico, ricercando insieme soluzioni di interesse generale. Se non vogliamo (l’ammonimento è di un grande musicista, Claudio Abbado) essere “colpevoli di omissione contro la democrazia”.

2. LA GIUSTIZIA PENALE

2.1) Considerazioni di carattere generale

Nell’anno appena trascorso è cominciata la sperimentazione sul campo delle normative che, in materia di giustizia penale, si sono susseguite e accavallate negli ultimi tempi.
Quanto alla nuova competenza penale del Giudice di Pace, molti uffici del Distretto rilevano innanzitutto che gli effetti deflattivi sembrano riguardare la sola magistratura giudicante. Per l’ufficio del Pubblico Ministero, invece, l’opinione prevalente è che la riforma si sia tradotta in un notevole aggravio senza (almeno al momento) visibili vantaggi corrispondenti.

Com’è noto, il Giudice di Pace può applicare – su richiesta dell’imputato – la pena del lavoro di pubblica utilità. All’uopo sono state stipulate, nella provincia di Torino, varie convenzioni con i comuni di Torino, Giaveno, Chieri, Lanzo e Chivasso (qui anche con la locale Azienda Sanitaria), per un totale di 29 posti, riguardanti varie attività, tipo: manutenzione aree verdi; interventi sulla viabilità; servizi di pulizia; lavori presso il canile municipale; accompagnamento di persone disabili e anziani; in generale interventi inerenti la specifica professionalità del condannato. Come si vede, sul versante delle “pene alternative” la riforma del Giudice di Pace comincia a produrre effetti concreti.

Un potenziale “terremoto”, sul piano organizzativo, è rappresentato dalla nuova legge sulla immigrazione. Al riguardo, il Procuratore di Torino ritiene innanzitutto che un intervento del legislatore fosse doveroso, quanto meno al fine di avere la situazione sotto controllo, così da poter conoscere quali siano le “presenze” nel territorio, per poter poi distinguere i casi che meritano accoglienza, solidarietà ed umanità da quelli in cui il fenomeno immigratorio si risolve nel trasferimento di persone dedite al delitto già nel loro Paese e che sono attratte dalle maggiori possibilità di guadagno che l’attività delittuosa può offrire in paesi e società economicamente più avanzate e quindi più ricche. Nei confronti della nuova legge, quindi, nessuna contrarietà “ideologica” da parte della maggioranza dei magistrati della Procura. Che tuttavia non esitano a denunziare come la nuova normativa risulti farraginosa, contorta, difficile, talora contraddittoria e discutibile. Per cui non è difficile pronosticare una serie di travagli operativi che rischiano, da un lato, di rendere difficile e quindi vanificare il perseguimento degli obbiettivi che il legislatore si è prefisso (espulsione del maggior numero possibile di clandestini, anche a costo di declaratorie di non procedibilità per i reati dagli stessi eventualmente commessi in Italia) e, dall’altro, di ritorcersi, sul piano dei non sempre facili rapporti tra le istituzioni dello Stato, in ingiuste accuse di “sabotaggio” – da parte della magistratura – della volontà del Parlamento.

Più in generale, va segnalato che in forza della nuova legge sull’immigrazione la disciplina degli allontanamenti subisce una spinta verso l’amministrativizzazione dei diritti dei migranti;- e che la nuova fattispecie incriminatrice della condotta dello straniero, destinatario di provvedimenti di allontanamento, che si trattenga nel territorio dello Stato “senza giustificato motivo”, rischia di fatto – per la genericità della sua formulazione – di trasformare la clandestinità e l’irregolarità in reato.

Passando ad esaminare la legge di attuazione del principio del “giusto processo”, vi è da dire innanzitutto che l’aver reso inutilizzabili, ai fini della prova, le dichiarazioni rese da testimoni, coimputati, imputati di reati connessi o collegati nella fase delle indagini preliminari (salvi i casi di imprevedibile irripetibilità: che sono quelli nella pratica più controversi) ha comportato e comporta un duplice effetto: da un lato, in ogni procedimento di almeno media gravità, il ricorso sempre più frequente all’ “incidente probatorio” per fissare la prova prima del dibattimento tutte le volte in cui ciò è possibile; dall’altro, la richiesta di archiviazione del procedimento per “non sostenibilità dell’accusa al dibattimento” in tutti i casi in cui diventa di incerta realizzazione la “formazione della prova al dibattimento”.

E’ peraltro evidente che una “quantificazione” del fenomeno e soprattutto dei casi di “archiviazione” per tale motivo non è possibile, non essendo statisticamente possibile rilevare i procedimenti in cui il pubblico ministero chiede (ed il giudice concede) l’archiviazione per i timori di tenuta della prova (che non si è potuta fissare per tempo tramite “incidente probatorio”) in sede dibattimentale.

Ben si comprende, allora, perché il Procuratore di Torino constati come in tutti i settori, dalla criminalità organizzata ai reati contro la pubblica amministrazione, dai reati “economici” a quelli relativi agli “abusi sessuali” etc., le difficoltà che ormai si frappongono all’accertamento dei fatti attraverso le “dichiarazioni” (ed in particolare attraverso dichiarazioni in grado di resistere e perpetuarsi al dibattimento), hanno fatto e fanno sì che si ricorra sempre più frequentemente allo strumento investigativo rappresentato dalle intercettazioni sia telefoniche sia, soprattutto, ambientali: che, quasi sempre, nelle vicende di maggiore delicatezza appaiono l’unico strumento investigativo in grado di far conseguire quei risultati di verità che restano pur sempre uno degli scopi del processo penale. Ne discende che questo tipo di indagine non è praticabile che in un numero limitatissimo di casi: ecco allora che ne restano fuori tantissimi, destinati alla richiesta ed al decreto di archiviazione: non perché le notizie o le ipotesi di reato siano infondate, ma sol perché, da un lato, i più tradizionali strumenti investigativi (deposizioni, chiamate in correità etc.) sono stati in gran parte “neutralizzati” (attraverso tutte le norme che li hanno privati di ogni valenza probatoria) e, dall’altro, quelli che potrebbero sopperire non sono, in concreto, praticabili.

Quanto alla disciplina delle “indagini difensive”, sollecitato dalle vicende riguardanti un notissimo caso giudiziario verificatosi nel nostro Distretto, il Procuratore di Torino ha giustamente evidenziato – tra l’altro – la necessità di intervenire legislativamente per regolare tutti quei casi in cui l’assunto difensivo è rappresentato non solo e non tanto dalla negazione di ogni responsabilità da parte della persona assistita dal difensore che effettua le indagini, ma dalla pretesa di dimostrare, in alternativa, la responsabilità di un’altra. Quest’ultima infatti si trova a dover subire, senza nessuno di quei diritti e di quelle facoltà che vengono assicurati a colui che si trova indagato dall’Autorità giudiziaria, il “bombardamento” (anche mediante compiacenti talk show televisivi, come osserva il Procuratore di Biella) di una singolare figura di difensore–accusatore.

Per cui si trova esposta, in sostanza, alla più vieta e antistorica “inquisizione”, non controllata da alcuna Autorità tenuta all’obbligo della imparzialità e al perseguimento di fini di giustizia, e senza potersi avvalere della assistenza di un altro legale, senza avere la formale facoltà di non rispondere (che si ha solo quando si è “indagati” dalla Autorità giudiziaria e non dal difensore-accusatore). Si pone pertanto un problema normativo che è urgente affrontare: perché i rischi di inquinamento delle indagini sono rilevanti, e vanno in ogni modo evitati. Se è vero (com’è vero: e lo ricorda il Presidente della Camera Penale del Piemonte Occidentale e della Valle d’Aosta) che le “indagini difensive” rappresentano un fondamentale riconoscimento dei diritti spettanti in materia di prova ai difensori.

La nota legge sulle rogatorie non ha finora provocato gli effetti devastanti che erano stati preconizzati al momento della sua entrata in vigore: e ciò in virtù di una interpretazione del tutto aderente al testo normativo (avallata dalla Corte di cassazione e, in certa misura, anche dalla Corte costituzionale, investita di una questione di legittimità fondata su una diversa “lettura” del testo di legge), interpretazione che tuttavia – stranamente – non sembra essere “piaciuta” ad alcuni degli stessi legislatori. Preoccupazioni e dubbi suscita la riforma legislativa del “legittimo sospetto” nota come “legge Cirami”, anche in chi (come il Procuratore di Torino) ritiene che sia onestamente difficile negare, di per sé, qualsiasi valore positivo all’istituto del “legittimo sospetto”, posto che la serenità e l’imparzialità del giudice che ne costituiscono lo scopo sono sicuramente dei valori costituzionali della massima rilevanza. Ci sono però anche dei “controvalori” e cioè degli aspetti negativi, rappresentati dalla protrazione dei tempi del processo e dalla sottrazione dello stesso al “giudice naturale” con scelta – almeno parziale – del giudice da parte dell’imputato, e, in casi limite, potenzialmente persino del pubblico ministero.

E’ pertanto indispensabile che l’inseguimento della imparzialità del giudice nel processo non comporti alla fine la soppressione stessa del “giudice” e del “processo”, impedendo la celebrazione del secondo da parte di qualsiasi giudice o – ed è lo stesso – la maturazione dei termini di prescrizione del reato prima della (eventuale) sentenza di condanna. Mentre vi è da dire che la “legge CIRAMI” prevede un meccanismo di sospensione articolato a seconda dei casi, ma tale da comportare sempre – mese più mese meno – il blocco di ogni attività processuale, con tutte le conseguenze (sui tempi già biblici della giustizia) che sono evidenti. Conseguenze ancor più gravi se si considera che l’eccezione può essere riproposta più volte purchè fondata su elementi nuovi, che però è facilissimo escogitare in maniera formalmente ineccepibile, grazie al carattere vago ed indefinito della formula “legittimo sospetto”. In altre parole, difese anche solo mediamente agguerrite – per non dire di quelle spregiudicate – potrebbero reiterare all’infinito l’eccezione, provando a congelare (in pratica) processi anche per fatti assai rilevanti.

2.2) La criminalità organizzata italiana.

Le caratteristiche della criminalità organizzata italiana, non si differenziano dall’analisi esposta nella relazione predisposta per la precedente inaugurazione dell’anno giudiziario. E’ rimasta inalterata, in particolare, l’estrema difficoltà di arrivare alla configurazione di reati associativi di stampo mafioso, idonei a fotografare gli attuali reali equilibri tra gruppi delinquenziali operanti nel territorio del nostro distretto.

Un dato va segnalato come elemento di novità, rispetto al quale è ovviamente necessario attendere gli ulteriori sviluppi delle indagini, ma che sin da ora indica una possibile linea di tendenza di nuovi investimenti della criminalità organizzata italiana. Si tratta del mercato dei videopoker e apparecchi analoghi: mercato certamente legale, ma di fatto alterato dalla circostanza che numerosissimi di questi apparati consentono vincite con modalità contrarie alla regolamentazione.

L’ottimo lavoro della Procura ha confermato comunque che il campo tradizionale di intervento illecito della criminalità organizzata in Piemonte rimane quello dello spaccio di sostanze stupefacenti. Numerosissimi sono stati i procedimenti, molti dei quali scaturiti da indagini avviate dalle singole procure territoriali , che hanno consentito il sequestro di rilevanti quantitativi di droga. In alcune vicende si è riscontrata la collaborazione criminosa tra cittadini italiani e extracomunitari.

Molte sono state anche le vicende processuali legate all’odioso traffico di persone: in particolare, ragazze destinate alla prostituzione. Va dato atto, nella trattazione di questi ultimi procedimenti, della notevole positiva collaborazione prestata, per il tramite delle competenti autorità comunali, da istituti religiosi o di volontariato presso cui le vittime vengono ospitate dal momento in cui decidono di sottrarsi al controllo dei loro sfruttatori. L’adeguato sostegno psicologico e materiale che tali istituti garantiscono ha consentito, tra l’altro, di rendere sempre reperibili per tutto il corso del processo le vittime di questi reati. Analogamente va dato un giudizio positivo sull’applicazione dell’art. 18 D.LGS 286/98.

Più in generale va confermato – quanto meno alla luce dei procedimenti avviati nell’anno 2002 – che nel nostro distretto la più pericolosa presenza è quella di gruppi facenti riferimento alle famiglie della ‘ndrangheta calabrese.2.3) La criminalità straniera.
Anche in questo settore non si registrano sostanziali modifiche rispetto al passato. Va pertanto ribadito che una parte consistente di traffici illeciti è attualmente “gestita”, sia nella provincia di Torino sia nelle altre province della regione, da cittadini stranieri, e più esattamente da extracomunitari.

Quando si tratta di malfattori stranieri, se è agevole dimostrare il vincolo associativo (ai fini, per es., dell’art. 74 legge stupefacenti), è invece estremamente difficile provare gli estremi del 416 bis. E’ infatti arduo evidenziare collegamenti stabili e permanenti con le persone che dirigono le attività delittuose rimanendo al sicuro nei loro Paesi d’origine. Anche perché i traffici illeciti (in particolare quello di ragazze destinate alla prostituzione) attraversa quasi sempre più paesi europei ed extraeuropei, per cui (anche quando si identificano coloro che operano sul nostro territorio) molto raramente si riesce a risalire agli individui che sono all’origine della catena criminale, e quindi risulta difficile, sul terreno della prova, giungere ad una ricostruzione compiuta dell’associazione delinquenziale.

Più in generale, la Procura di Torino rileva che la criminalità straniera sta occupando uno spazio molto rilevante nel controllo di svariati traffici illeciti, avendo in ciò affiancato, e talora soppiantato, la criminalità italiana. Questo è un dato che emerge con sempre maggiore nitidezza, non soltanto dai procedimenti trattati dalla Procura della Repubblica di Torino, ma anche da quelli seguiti dalle altre Procure del distretto.

In tutte le province del Piemonte una parte considerevole del traffico di stupefacenti è canalizzata attraverso soggetti extracomunitari (albanesi e magrebini, in prevalenza): e ciò sia per la fase di arrivo della droga sul territorio, sia di immissione sul mercato. Analoghe considerazioni valgono per quanto attiene i reati di induzione e sfruttamento della prostituzione, che vedono sempre più basso il numero di imputati italiani a fronte di quelli stranieri.

Tale ormai consolidato coinvolgimento di stranieri nella commissione di gravi reati porta con sè anche il determinarsi di rapporti con italiani a loro volta dediti ad attività delittuose. Va peraltro segnalato che, sino ad oggi, non è stato provato un collegamento tra delinquenza straniera e organizzazioni criminose italiane di rilevante spessore.
Elementi di novità sono i seguenti:
– un sempre più significativo coinvolgimento di cittadini di nazionalità rumena nel compimento di reati anche gravi, quali spaccio di sostanze stupefacenti e sfruttamento della prostituzione. Viene così confermato un peggioramento della tipologia di reati commessi da persone di detta nazionalità. Pare cioè che accanto ai reati “tradizionali”, come il borseggio ed il furto nei supermercati, si siano aggiunte “specializzazioni” criminali di ben maggiore gravità.
– sono risultati alcuni casi di sfruttamento della prostituzione di giovani cinesi ad opera di individui della stessa nazionalità. E ciò significa un elemento di novità negativa rispetto al genere di reati abitualmente compiuti in quel contesto ambientale.

Un dato da registrare come negativo per il nostro distretto è che in pratica non trovano spazio collaborazioni processuali di imputati, o di testimoni, nei processi che concernono la criminalità straniera. Nello scorcio degli ultimi anni, solo in tre casi si è avuta la sottoposizione a programma di protezione per stranieri coinvolti in processi di criminalità organizzata. Senza scendere in analisi di tipo sociologico o psicologico, si può dire che una delle più rilevanti cause di detto fenomeno può ravvisarsi nel timore che gli imputati, confessi sulle proprie responsabilità, nutrono circa possibili ritorsioni, anche drammatiche, contro i loro famigliari che vivono nei Paesi d’origine.

2.4) Delitti oggettivamente e soggettivamente politici,
ovvero di contenuto terroristico

Nel corso dell’anno 2002 non sono stati celebrati processi per reati di natura eversiva.
Del pari non si sono registrati nel corso dell’anno fatti di reato riconducibili a matrice terroristica. Anche in Piemonte sono stati diffusi i documenti di rivendicazione dell’omicidio Biagi, commesso in Bologna dalle “Brigate rosse”, ed in proposito sono state attivate indagini.

Sul fronte del terrorismo islamico è in corso una serie di accertamenti, condotti sia dalla polizia di Stato che dai Carabinieri, al fine di ricostruire l’esistenza di reti di appoggio logistico, nel nostro territorio, alle attività criminose riconducibili al gruppo di Al Quaeda. Costante è il coordinamento con altri uffici giudiziari. Certamente da apprezzare è la norma contenuta nella legge 438/01 che assegna la competenza per questa tipologia di reati alla Procura della Repubblica del Tribunale capoluogo di distretto
La legge ora citata ha introdotto significative innovazioni. Positivo è il giudizio sulla nuova previsione dell’art. 270 bis, che al terzo comma equipara la finalità di terrorismo contro obiettivi nazionali a quella contro uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale. Questa disposizione colma un vuoto legislativo e consente una più adeguata risposta sul piano repressivo a condotte di partecipazione a gruppi eversivi i quali, pur agendo in Italia, non abbiano come loro obiettivo il sistema costituzionale italiano.

Considerando in generale il fenomeno del terrorismo e dei suoi prevedibili sviluppi sul territorio del nostro distretto, la Procura di Torino rileva che al momento non si hanno concreti segnali di un’avvenuta ricostruzione di gruppi come le “Br” o a queste vicini. Neppure le indagini condotte da altri uffici giudiziari per delitti terroristici altrove commessi hanno sinora portato alla ribalta persone residenti od operanti in Piemonte. Ciò ovviamente non significa affatto che il pericolo di una ricostituzione di gruppi armati nel nostro distretto sia da escludere. Le tensioni sociali che si accompagnano ad una contingenza economica sfavorevole, anche in termini di occupazione lavorativa, potrebbero purtroppo favorire progetti di adesione a gruppi che teorizzano e praticano la violenza.2.5) Osservazioni sull’applicazione della legge 13.2.2001 n. 45 ( protezione e trattamento sanzionatorio dei collaboratori di giustizia e dei testimoni di giustizia) .

Dalla relazione della Procura di Torino risultano essere 37 i collaboratori di giustizia, in procedimenti trattati dalla DDA, ammessi allo speciale programma di protezione. Nel corso dell’anno 2002 non sono state avanzate richieste nuove di programmi di protezione, ma sono state definite in senso positivo cinque richieste di ammissione al programma avanzate nel corso dell’anno 2001.

In sostanza, si è assistito nel nostro distretto – come peraltro su tutto il territorio nazionale – ad una diminuzione nel numero dei “pentiti”. Tra le possibili cause di questo trend negativo figura la circostanza che sono assai scarse le prospettive reali di un normale reinserimento sociale del collaboratore. Ciò rende non particolarmente appetibile l’opzione della collaborazione processuale, al di là di quello che l’opinione pubblica è portata normalmente a credere, anche sulla base di distorte informazioni circa trattamenti di grande lusso e vantaggio economico che sarebbero connessi – e non lo sono – al regime di protezione per i collaboratori.

In secondo luogo va osservato che il “clima” nei confronti dei collaboratori di giustizia è certamente cambiato nel corso degli anni. Ad una prima fase, caratterizzata da grande credito e legittimazione anche sociale nei confronti delle persone che sceglievano di collaborare con la giustizia, è subentrata una fase, certamente ancor oggi viva ed attuale, che sottolinea molto di più gli aspetti negativi nella figura del collaboratore e rende anche molto più difficile la “gestione” processuale delle dichiarazioni da loro rese.

Perché? Certamente vi sono stati errori nella passata conduzione in Italia di procedimenti penali il cui materiale probatorio ruotava tutto attorno alle dichiarazioni collaboratori; vi sono stati eccessi nell’ammissione al programma di protezione di persone dichiaranti e loro congiunti, per i quali non sussistevano esigenze così pressanti di tutela dell’incolumità. Va però detto che è certamente un aspetto negativo la svalutazione dell’importanza dei collaboratori di giustizia, nell’ambito di procedimenti in materia di criminalità organizzata. Come più volte sottolineato in varie sedi, solo la persona che ha operato all’interno di un gruppo criminale, sia esso di natura terroristica come di criminalità comune, può essere a conoscenza di notizie ed informazioni decisive per lo smantellamento di tali strutture: informazioni che nemmeno i più sofisticati strumenti di indagine possono ottenere.

Per quanto riguarda la nuova legge 45/01, che ha modificato la precedente normativa sul trattamento dei collaboratori di giustizia, il giudizio della Procura di Torino rimane complessivamente positivo.

2.6) Reati contro la pubblica amministrazione.

La materia dei reati conto la P.A. ha fatto registrare alcune importanti inchieste, la più appariscente ed incisiva delle quali è stata senza dubbio il cd ”caso Odasso” (- e altri 46 indagati), relativo a fatti di corruzione nell’ambito della gestione del più importante ospedale di Torino. Giova ricordare che la fase iniziale, tenuta rigorosamente al riparo da fughe di notizie, ha sortito effetti positivi grazie ad un’opera di attenta gestione (della Procura) e di esecuzione (a cura della G. di F.- Nucleo di P.T.) di operazioni di intercettazione ambientale, andate a buon fine nonostante che l’indagato nutrisse e manifestasse sospetti circa l’esistenza di indagini nei suoi confronti. E’ stata smascherata una vasta rete di complicità e collusioni che sembrano riguardare un ampio tessuto amministrativo, anche se gli stessi imprenditori interessati non riferiscono che presso altre amministrazioni ospedaliere (gestite da persone diverse dagli indagati) avessero luogo analoghe richieste o imposizioni di “tangenti”.

Meno grave ma forse più esteso e generalizzato il fenomeno della corruzione infermieristica (incaricati di pubblico servizio) nell’ambito delle camere mortuarie ospedaliere, collusivamente con società di onoranze funebri.La più rilevante inchiesta per reati contro la Pubblica amministrazione (dopo il “caso Odasso”) ha riguardato il fenomeno delle “gare truccate”, che purtroppo ha evidenziato l’esistenza di vere e proprie cordate delittuose dedite, da un lato, alla turbativa delle gare e, dall’altro, alla corruzione di funzionari amministrativi per ottenerne i favori in occasione di vari passaggi delle procedure amministrative, funzionali al compenso dovuto alle imprese aggiudicatarie dei lavori.

Secondo la Procura di Torino, il quadro corruttivo che complessivamente emerge non può non destare la massima preoccupazione, posto che la sanità e la correttezza della pubblica amministrazione, in tutti i suoi settori, rappresentano il presupposto stesso di una qualsiasi efficace opera di contrasto della criminalità di ogni livello.

2.7) Reati in materia economica (fiscale, societaria, fallimentare)

La Procura della Repubblica di Torino ha formulato osservazioni assai critiche sulle nuove normative in materia di diritto penale tributario, riforma del diritto penale societario, rientro dei capitali dall’estero. Tali critiche meritano sostanziale adesione, anche dove pongono in luce che, se la pressione fiscale fosse per avventura eccessiva, sarebbe su questo versante che il legislatore dovrebbe agire per rendere le imprese italiane concorrenziali con quelle estere; e non su quello penale, dove la sostanziale impunità per le evasioni d’imposta finisce per avere effetti perversi.

Quanto alla nuova disciplina del “falso in bilancio”, la Procura di Torino giustamente rimarca la linea di controtendenza in cui si è posto il legislatore italiano rispetto agli orientamenti in materia dell’intero mondo occidentale: in cui si invocano sempre maggiore correttezza, trasparenza e completezza d’informazione, tanto più necessarie quanto più si vuole liberalizzare e globalizzare il mercato e quanto più le difficoltà economiche delle imprese rischiano di provocare problemi sociali di estrema gravità in ambito occupazionale, con evidenti possibili ricadute sull’ordine pubblico.

Sempre in tema di “falso in bilancio”, la Procura della Repubblica di Torino osserva che da sempre tale reato e quelli connessi sono reati non di danno, come nella nuova disciplina, ma di pericolo; e ciò perché l’oggetto della tutela è sempre stato non tanto e non solo l’interesse del singolo socio, creditore, finanziatore etc., ma anche e soprattutto l’economia nazionale, tutelata appunto attraverso la verità, correttezza e trasparenza dei bilanci. Ecco perché storiche sentenze di Cassazione hanno ritenuto nulli sul piano civile e falsi sul piano penale bilanci caratterizzati non solo dall’esposizione di poste false, ma anche dalla omissione di poste vere e, infine, dalla esposizione di poste vere ma artificiosamente rappresentate (si veda sul punto la sentenza n. 27, Sezioni Unite Civili, 21 febbraio 2000). Insomma, il bene giuridico tutelato dalle norme sul falso in bilancio è costituito dalla correttezza dell’informazione, così come ben espresso dalla sentenza appena citata: “il lettore del bilancio sia messo in grado di ripercorrere l’iter logico che ha guidato i redattori del documento nelle scelte e nelle valutazioni che ogni bilancio necessariamente implica..”.

La Procura della Repubblica di Torino si sofferma poi sulla “rilevanza” del falso, che nella nuova legge passa attraverso una serie successiva di criteri predeterminati (soglie) , l’ultima delle quali esclude la punibilità “se le falsità … determinano una variazione …del patrimonio netto non superiore all’1%” . Ne è derivata una situazione a dir poco singolare, che la Procura di Torino evidenzia citando come esempio concreto due notissime società sulle quali vi sono state indagini riguardanti proprio la materia qui in esame, il cui patrimonio netto (primo caso) è pari a 3.835.290.133 euro per il 2000 e a 4.023.060.528 euro per il 2001;- mentre nel secondo caso il patrimonio netto è pari a 2.387500.000 euro per il 2000 e a 2.353.000.000 euro per il 2001. Ne risulta che il falso in bilancio di fatto “liceizzato” si aggirerebbe nel primo caso sui 40 milioni di euro e nel secondo sui 24 milioni di euro per ogni anno …

Va ancora osservato che tutti i reati previsti dalla nuova disciplina (tranne l’aggiotaggio) prevedono pene inferiori a cinque anni di reclusione; il che significa che, in genere, si prescrivono in sette anni e mezzo (ma la contravvenzione per falso in bilancio si prescrive in 4 anni e mezzo) e sette anni e mezzo per processi in materia di falso in bilancio sono troppo pochi.

Trasformazione del falso in bilancio in reato di danno, procedibilità a querela per le SRL, pene calibrate in modo da assicurare la prescrizione o, nel caso peggiore, la sostituzione con la pena pecuniaria: sono tutti strumenti – conclude la Procura di Torino – che di fatto possono assicurare l’impunità, ma consentono di proclamare che falso in bilancio e reati connessi sono tuttora considerati illeciti nel nostro Paese.
***
Proprio in questi ultimi giorni, il Tribunale di Torino – nell’ambito di un processo per falso in bilancio – ha trasmesso gli atti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea perché valuti la conformità della nuova legge italiana rispetto ai principi dell’ordinamento giuridico europeo (si tratta di stabilire, in particolare, se le sanzioni oggi previste nel nostro Paese in materia di reati societari siano corrispondenti ai criteri di effettività, proporzionalità e dissuasività previsti dall’ordinamento europeo). In esito alla decisione della Corte di Giustizia, il Tribunale si è riservato di sollevare avanti alla Consulta eccezione di illegittimità costituzionale della nuova normativa.

2.8 – Reati in materia di prevenzione infortuni,
igiene del lavoro e malattie professionali

Per quanto concerne l’attività, particolarmente meritoria, di questo gruppo di lavoro, va ricordata – innanzitutto – la materia dei tumori professionali. Continua a funzionare presso la Procura (con la collaborazione dell’INAIL) un osservatorio sui tumori professionali, che in questo modo non sono più dimenticati negli archivi ospedalieri e comunali, consentendo anzi la celebrazione di numerosi procedimenti penali, con significativi risvolti risarcitori in favore delle vittime e con altrettanto rilevanti risvolti preventivi.

Sistematica nel corso dell’ultimo anno, e di grande incisività anche dal punto di vista della prevenzione, è diventata l’utilizzazione dello strumento fornito dall’art. 437 c.p. (omissione dolosa di cautele antinfortunistiche), in tutti i casi in cui il datore di lavoro abbia omesso di attuare misure di sicurezza e di igiene prescritte dagli organi di vigilanza, ovvero indicate in documenti aziendali.

Ricchissimo e straordinariamente articolato è il catalogo degli interventi della Procura di Torino a tutela del consumatore e del cittadino: dal mobbing alla mucca pazza;- dai farmaci pericolosi all’impiego di creatina e sostanze dopanti nello sport; fino al complesso problema degli alimenti transgenici.
Merita infine ricordare che un Sostituto del gruppo operante nel settore della sicurezza del lavoro e delle malattie professionali, in relazione a procedimenti di turno ordinario, è riuscito a identificare l’autore di vari omicidi (e di una serie di rapine) in danno di prostitute.

2.9) Reati concernenti le c.d. “fasce deboli”.

Nel corso del 2001 si sono avute 1564 assegnazioni di nuove notizie di reato al gruppo, che ha svolto e svolge un ottimo lavoro in settori assai delicati: circonvenzioni; delkitti contro l’assistenza familiare; maltrattamenti.

Particolare cura ed attenzione è prestata ai casi in cui persone offese sono minori. Il gruppo coltiva un filone di indagine che tende, in coordinamento con la Procura minorile, a verificare la ravvisabilità degli estremi del delitto di cui all’art. 572 c.p. nei casi di minori costretti o anche soltanto indotti a trascorrere le loro giornate o vendendo piccoli oggetti, lavando parabrezza, chiedendo l’elemosina, o addirittura andando a rubare. Si tratta di indagini difficili, soprattutto perché i minori – per lo più nomadi, extracomunitari, ecc. – sfuggono e non collaborano testimonialmente.

Il settore dei reati sessuali a carico di persone minorenni è quello che polarizza forse l’attenzione maggiore. Il gruppo di lavoro è in grado di trattare questi reati con una attitudine specialistica, utilizzando al meglio gli strumenti giuridici introdotti dal legislatore.
La riforma dei reati sessuali, di cui alla legge n. 66 del 96, ha contribuito a determinare un fenomeno di emersione del sommerso. Si tratta – secondo la Procura di Torino – di un caso di positiva interazione tra innovazione legislativa ed evoluzione del costume. E’ un fatto, comunque, che oggi vi è una maggiore attenzione al fenomeno, sia da parte della Polizia giudiziaria, sia da parte della società, soprattutto delle famiglie.

Il gruppo di lavoro è anche in contatto con il Centro per la terapia dei disturbi sessuali, istituito a titolo sperimentale presso il Dipartimento di Salute Mentale della ASL 3, ed è aperto ad ogni genere di collaborazione con strutture sanitarie non solo pubbliche: anche al fine di indirizzare, nei modi processualmente leciti, le persone che si rendono colpevoli di fatti di abuso sessuale in danno di minori verso percorsi terapeutici idonei.
I dati dimostrano che il fenomeno degli abusi sessuali minorili è allarmante, anche se sembra delinearsi una tendenza in calo, cosa che potrebbe essere ascritta all’impegno del Servizi locali e della Polizia giudiziaria, alla maggiore sensibilità che si va diffondendo nella società e anche al buon lavoro dei magistrati del gruppo.

Notevole attenzione viene riservata dal gruppo anche ai reati di pornografia minorile. Senza “clamore”, Torino ha condotto e portato a compimento alcune tra le prime indagini sulla comunicazione di materiale pornografico minorile via Internet.
Un dato allarmante pone in evidenza che gli abusi sessuali in danno di minori sono in gran parte intrafamiliari, sicuramente in una misura ampiamente superiore al 50%. Ciò rende i comportamenti più insidiosi e indebolisce la rete di tutela che deve assistere il minore prima di tutto in ambito familiare. Inoltre non sono pochi i casi in cui la famiglia nega l’abuso contro ogni evidenza e si schiera a favore dell’indagato, piuttosto che creare un’immediata cortina di difesa del minore rispetto alla figura abusante. Le indagini, comunque, si svolgono sempre in modo da rendere operativo il coordinamento tra l’intervento penale e quello del Tribunale per i Minorenni, competente in ordine ai provvedimenti civili intesi alla tutela dei minori, con scambio di reciproche informazioni nel rispetto dei principi processuali.

2.10) Reati di “sicurezza urbana”

Obiettivi del gruppo (oltre al perseguimento dei reati di sua competenza) sono anche i seguenti: monitorare i fenomeni criminali minori, tali solo in un’ottica quantitativa;- tentare di determinare una giurisprudenza uniforme in punto condizioni soggettive per l’applicazione di misure cautelari ed in relazione al beneficio della sospensione condizionale della pena;- rilasciare all’esterno non solo l’impressione ma anche la convinzione che la Procura della Repubblica di Torino è sensibile al problema di una moltitudine di cittadini (vittime dirette o indirette di reati che, anche se non gravissimi in astratto, sicuramente sono tali per ciascuna persona che subisca un’aggressione: soprattutto se anziana o più esposta all’impatto anche psicologico del reato e del contatto con l’autore di quello).

2.11) La criminalità nei territori
di alcune Procure piemontesi

Di grande interesse, testimonianza di un costante impegno nel concreto contrasto di ogni forma di illegalità, con il conseguimento ovunque di importanti e significati risultati, sono i dati offerti dalle diverse Procure del distretto.
Ovunque vengono segnalati, insieme ai reati della cd “microcriminalità”, gravi problemi principalmente sul versante del traffico di stupefacenti e dello sfruttamento della prostituzione: attività illecite facenti capo sia a soggetti che – pur vivendo altrove – hanno comunque interessi intrecciati con la realtà locale, sia a forme di criminalità “stanziale” (sempre più caratterizzate dalla presenza di soggetti di origine extracomunitaria), a volte collegate con gruppi criminali operanti in altre città del distretto o in altre regioni.
In particolare si segnalano: rapine consumate da soggetti provenienti da regioni del Sud in temporanea “trasferta”;- l’aumento di denunce per reati a sfondo sessuale, in particolare in danno di minori, consumati anche fra le mura domestiche;- una relativa diminuzione dei reati contro la PA, non perché il fenomeno sia regredito, ma perché più sofisticati e difficili da evidenziare sono gli espedienti cui ricorrono i corruttori ed i corrotti e per la minore disponibilità dei concussi e delle persone informate sui fatti a rivolgersi alla giustizia;- l’aumento dei procedimenti per reati ambientali, per violazioni della normativa sui rifiuti e sull’inquinamento, anche a seguito di incisivi interventi delle diverse articolazioni della PG.
***
Accanto all’attività repressiva va ricordata con particolare favore la ricerca – da parte di alcune Procure del distretto – di un sempre miglior rapporto con la cittadinanza. Così, la Procura della Repubblica di Ivrea ha dato vita ad iniziative e progetti che meritano una specifica segnalazione:
– Istituzione di un ufficio di relazione con il pubblico (U.R.P.);
– Elaborazione di un progetto (Ce.R.Co.) per la ricomposizione dei conflitti fra le parti di un procedimento penale prima di arrivare al processo, negli ambiti di competenza del Giudice di Pace;
– Elaborazione di un progetto di “ecologia della comunicazione” (denominato Chiaro), in cooperazione con un Liceo locale, allo scopo di creare laboratori di “traduzione” della modulistica giudiziaria ;
– Previsione, per i testi chiamati a deporre in udienza che abbiano figli di età compresa tra 0 e 3 anni, della possibilità di usufruire di un servizio di ludoteca-asilo nido, in un Istituto contiguo al Palazzo di Giustizia, per il tempo di permanenza in esso.

2.12) L’esecuzione penale

Cresce ovunque, nel distretto, la consapevolezza circa il decisivo rilievo, talora in passato disconosciuto, della materia (trattandosi in sostanza di impedire la vanificazione dell’enorme attività che l’apparato giudiziario intero ha dovuto fare per arrivare ad una sentenza definitiva di condanna). Da tutte le Procure, infatti, pervengono dati significativi. In particolare, la Procura di Torino segnala che nel primo semestre dell’anno in corso (2002) sono stati emessi 425 provvedimenti di pene concorrenti, 2586 ordini di esecuzione con e senza decreti di sospensione, 56 richieste di conversione di pene pecuniarie;- con sensibili aumenti rispetto all’anno precedente.

Quanto al lavoro svolto in materia di esecuzione penale dalla Procura generale, si sono avute (nel periodo 1.7.2001/30.6.2002) 10.732 disposizioni, di cui: 1.815 ordini di esecuzione; 431 decreti di sospensione; 615 provvedimenti di rideterminazione pena; 551 provvedimenti di pene concorrenti; 680 liberazioni anticipate; 175 decreti di revoca; 400 pareri più richieste.

3. LA GIUSTIZIA CIVILE

3.1) Andamento del contenzioso civile:
il “Programma Strasburgo”

Per il settore civile il Tribunale di Torino segnala un buon andamento delle cause contenziose, dove l’arretrato è in costante diminuzione, semestre dopo semestre.
Infatti le 39.144 cause civili dell’inizio del 2001 sono diventate 36.480 a fine 2001 e 32.486 al 30 giugno 2002. Nell’arco di un anno e mezzo il tasso di “erosione dell’arretrato” è stato pari al 17%.

Vanno segnalati tre dati significativi:
– le cause sopravvenute nel corso dell’anno 2001 sono state 31.207;
ð le cause esaurite nello stesso anno sono state 33.874 (circa la metà con sentenza, cioè 14.054);
– la pendenza di 32.486 cause alla fine di giugno del 2002 è pressoché pari alla “massa di smaltimento complessivo” di un anno significativo come il 2001.

Tutto ciò significa che l’arretrato odierno è pressoché pari al lavoro di un anno.
Centrale è il problema del persistente arretrato di numerose cause di vecchia data (quelle che in gergo vengono definite “cause stagionate” ovvero “cause a rischio Strasburgo” o “a rischio Pinto”). Al riguardo l’Ufficio di Presidenza ha ritenuto di adottare una iniziativa di ampio respiro (valida per due anni): il “Programma Strasburgo”, mirato ad individuare e poi definire, con rapidità e precedenza assoluta, le cause civili pendenti da oltre tre anni presso le sezioni ordinarie. E’ stato predisposto un “Prontuario di prescrizioni e di consigli” (rispettivamente per cancellieri e magistrati)”: una sorta di decalogo processuale incentrato sull’utilizzo più rigoroso del potere di direzione del processo ex art. 175 c.p.c. e sulla rivitalizzazione di alcune regole processuali cadute in desuetudine.

Quasi contemporaneamente è stato attivato, con decorrenza dal 2 gennaio 2002, il Programma “Strasburgo-DUE”, riservato solo alle due Sezioni-Stralcio. L’obiettivo è la definizione di tutte le cause civili di rito monocratico aventi una anzianità anteriore all’aprile 1995 (quindi di pertinenza dei soli Giudici onorari aggregati – GOA), entro la data dell’ 11 novembre 2003, stabilita dall’art. 4 della legge n. 276 del 1997, senza l’utilizzazione della proroga di un anno prevista dalla stessa norma.

Alla data 30 settembre 2001, epoca del censimento straordinario, il numero delle cause interessate al programma e pendenti presso le Sez. Stralcio era di n. 5.066, pari al 44,2% delle cause incamerate al momento della loro attivazione dell’ 11 novembre 1998 (si segnala che in quella data il numero complessivo delle cause era di 11.476, tutte pendenti da date anteriori al 30 aprile 1995, perciò tutte “a rischio Strasburgo”).

E’ stato inoltre previsto un meccanismo di utilizzazione più razionale dei giudici onorari del tribunale (GOT), i quali sono stati affiancati ai singoli giudici togati per aiutarli nella gestione delle cause di data più recente, in modo da non distoglierli dall’obiettivo prioritario (la gestione delle cause vecchie). Nel marzo e nel luglio 2002 il magistrato responsabile del “Programma Strasburgo” ha redatto relazioni interlocutorie corredate di dati statistici, che sono “la dimostrazione del successo del programma Strasburgo”.

Val la pena di citare un dato curioso: la causa più vecchia pendente davanti al Tribunale di Torino – risalente al 1958 ed avente ad oggetto lo scioglimento di una comunione ereditaria – è stata definita il 10 luglio 2002, sette mesi dopo l’attivazione del “Programma Strasburgo”, grazie alla rigorosa osservanza delle “prescrizioni” contenute nel programma (per esempio: la fissazione di udienze molto ravvicinate; l’invito pressante al consulente tecnico ad osservare i termini di deposito della perizia).
Vi è la fondata speranza che la c.d. “soglia di incomprimibilità” delle cause molto vecchie venga superata entro il primo trimestre del 2003.

3.2) Il procedimento cautelare uniforme

(vedi relazione scritta)

3.3) I provvedimenti anticipatori

(vedi relazione scritta)

3.4) Il nuovo rito civile

Il nuovo rito civile (in vigore dal 2 maggio 1995), razionale ed efficace nella sua impostazione iniziale, si è snaturato con le mini riforme successive.
Oggi la fase iniziale della lite, che si articola nei numerosi adempimenti di cui agli artt. 180, 183 e 184 cpc (con un moltiplicarsi di memorie e di udienze), è molto farraginosa e comporta schermaglie difensive che si protraggono in modo estenuante per circa un anno e per almeno tre udienze diverse.

L’esame del merito, anche per la delibazione delle semplici istanze istruttorie da parte del giudice (ammettere o non ammettere una prova testimoniale, ad esempio), non comincia prima di un anno dalla notifica della citazione, con inevitabile ritardo nella decisione finale.

Si parla di un nuovo modello de iure condendo. Un modello procedimentale che tende a spostare fuori del processo le schermaglie difensive iniziali (le parti si scambierebbero “privatamente” le memorie iniziali, prima del radicamento della causa davanti al magistrato), facendo iniziare il processo davanti al giudice solo quando il thema decidendum e il thema probandum risultino posti compiutamente dai difensori. Secondo il Presidente del Tribunale di Torino potrebbe anche essere una buona soluzione. Qualcuno ha obiettato però che il modello “lite lunga / processo breve” non salverebbe dai rischi della legge Pinto e si risolverebbe in una pericolosa e anomala sottrazione della fase iniziale della lite al controllo giudiziario del magistrato.

3.5) Altri profili riguardanti la Giustizia Civile

La Corte d’Appello di Torino fa sapere che le “sopravvenienze” degli appelli in materia civile hanno avuto un incremento rispetto al periodo precedente, ed anche le “pendenze” finali sono in aumento, pur essendo rimasto sostanzialmente stabile l’indice di smaltimento.

Dal Distretto, si segnala una certa relativa diminuzione delle pendenze (ma non in tutti i settori e non uniformemente), grazie anche al prezioso lavoro dei GOA.
La competenza civile del Giudice di Pace è positivamente valutata come apprezzabile aiuto nello sveltire la litigiosità civile e nel deflazionare le controversie innanzi alla magistratura ordinaria. Quali che siano le riserve da taluni Presidenti di Tribunale del distretto avanzate ( ma l’opinione prevalente è nel senso di auspicare un aumento della competenza, con ampliamento anche del limite di decisione secondo equità) è significativo che le decisioni dei Giudici di Pace abbiano dato normalmente luogo ad un numero limitato d’impugnazioni.

Sul versante delle controversie di lavoro e di previdenza ed assistenza obbligatoria, la Corte d’Appello di Torino comunica che l’organico della sezione è del tutto insufficiente rispetto al carico di lavoro.
Va per altro segnalato che (mentre era in corso la stesura della relazione scritta) è intervenuta – da parte del Ministero – comunicazione secondo cui la nostra Corte d’appello “appare quale probabile destinataria di adeguate risorse organiche” in sede di ripartizione del contingente di 546 posati creati in aumento dalla legge 48/2001.
Il Tribunale di Saluzzo segnala che va facendosi assai rilevante la percentuale di giudizi promossi da lavoratori extracomunitari in materia di controversie di lavoro.
***
Dato costante nei circondari del Distretto è la prevalenza delle separazioni consensuali su quelle giudiziali nonchè la prevalenza delle une e delle altre sugli scioglimenti dei matrimoni, con litigiosità più decisa soprattutto per gli aspetti economico-finanziari.
In linea generale è da segnalare una certa incidenza delle separazioni immediate dopo il matrimonio, anche a distanza di mesi.
I divorzi sono in aumento.

4. LA GIUSTIZIA MINORILE

Secondo il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni il settore della giustizia familiare e minorile necessita di una rivisitazione legislativa profonda, che da tempo gli studiosi e i magistrati auspicano. Per limitarsi alle proposte più importanti, è ormai maturato il tempo per costituire un Tribunale della famiglia, che unifichi le competenze (oggi frantumate fra Tribunale per i minorenni e altri organi giudiziari) relative alla famiglia, ai minori e alla persona. Inoltre è indispensabile (partendo dalle indicazioni date dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 1/2002) disciplinare le procedure in camera di consiglio dei Tribunali per i minorenni di cui all’art. 336 codice civile, per adeguarle al dettato sul giusto processo del nuovo art. 111 della Costituzione e garantire i diritti della difesa personale e legale, nel convincimento che dare ascolto e assistenza ai genitori e al figlio aumenta la possibilità che le decisioni in questo campo estremamente difficile siano giuste.

A tredici anni dalla sua grande riforma, anche il processo penale minorile avrebbe bisogno di alcuni piccoli “ritocchi” per semplificarlo e consentire una più celere definizione dei processi, soprattutto per il reati più piccoli.
Da decenni, infine, si aspetta che sia introdotto un ordinamento penitenziario minorile, affinché la permanenza dei ragazzi nei carceri minorili finalmente sia disciplinata da regole diverse da quelle dei carceri degli adulti e si possano sperimentare per i minorenni che commettono dei gravi reati nuovi più ricchi percorsi di aiuto.

Se queste sono le urgenze, destano perplessità le recenti proposte governative di riforma. Andando in controtendenza rispetto ad un cammino generale di allargamento della magistratura onoraria (che ha avuto la sua manifestazione più ampia con l’introduzione dei Giudici di Pace), si propone una riduzione della componente dei giudici onorari nei Tribunali per i minorenni; un evento che impoverirebbe la giustizia minorile italiana di un patrimonio di alte competenze sociali, psicologiche, sociologiche e sanitarie che oggi la qualificano. Ancora più grave sarebbe “dividere” la giustizia dei minori, lasciando al Tribunale per i minorenni le competenze penali e trasferendo tutte le competenze civili ad una sezione di tribunale che si vorrebbe comporre solo di magistrati togati e che perciò per la sua composizione non sarebbe specializzata: in questo modo un ragazzo avrebbe due giudici distinti e distanti, l’uno che lo processa per un reato e l’altro che adotta per lui le misure di protezione.

Tornando all’oggi, il Presidente del Tribunale rileva il persistere del doppio binario: sia l’iter processuale che l’esito del processo sono assai diversi a seconda che l’indagato/imputato sia italiano ovvero straniero. In concreto, a fronte di ragazzi stranieri (per lo più magrebini) in vinculis, spesso il GUP non ha alternative alla condanna, con o senza condizionale, mentre nel caso di ragazzi italiani, anche imputati di reati gravi, non è infrequente che sperimenti la messa alla prova.Si pensa di ovviare a questa sostanziale in-giustizia coinvolgendo il Comune di Torino in un progetto sperimentale di una comunità a controllo rafforzato, con educatori magrebini, allo scopo – fra l’altro – di preservare i ragazzi dai contatti con i propri sfruttatori (contatti che sono repentini nel caso di comunità “normale” e che hanno come fine l’induzione alla fuga).
Va poi evidenziato che nella trattazione di reati “bagatellari”, quasi tutti definiti ex art. 27 D.P.R. n. 448/88, emerge che, nella stragrande maggioranza, non si colgono aspetti di recidiva da parte dei giovani, che dopo la violazione di legge si inseriscono socialmente.

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, per parte sua, sostiene che la criminalità minorile nel distretto non è grave qualitativamente (non devono fuorviare alcuni fatti che hanno destato una forte attenzione emotiva, come il delitto di Novi Ligure). Fra i reati gravi ci sono stati 3 omicidi, 140 rapine e 32 estorsioni, rapine ed estorsioni per la maggior parte commessi ai danni di coetanei. Il reato più frequente rimane il furto (1702 furti), seguito dal reato di non presentazione di documenti da parte dei minori stranieri (1357 casi).
Sotto il profilo quantitativo la situazione rimane, da molti anni, stazionaria (3660 notizie di reato iscritte contro 3677 del corrispondente periodo dell’anno precedente), mentre sta cambiando la fisionomia della criminalità minorile. Si segnala la presenza (in alcune zone) di “balordi” cresciuti in situazioni di disagio familiare o sociale, che – riuniti in “bande” – tengono comportamenti devianti, danneggiando i luoghi pubblici o compiendo rapine ai loro coetanei. Pericoloso è l’aumento fra i giovani dell’uso dell’ecstasy, che distrugge il cervello.

Quanto ai ragazzi stranieri, emigrati in Italia con la famiglia o venuti in Italia da soli senza essere accompagnati dai genitori, la maggior parte è impegnata seriamente in un faticoso percorso di inserimento sociale e lavorativo. C’è però una minoranza di ragazzi che, lasciati soli o nello scacco di ogni prospettiva di lavoro, passano a condotte devianti. Alcuni di essi vengono arruolati da adulti che si servono di loro. Così è emerso che una associazione criminale importa, istruisce e organizza dei ragazzi rumeni per fare loro commettere dei furti con destrezza nelle stazioni, nei mercati, sui mezzi di trasporto e nelle strade e per il compimento di furti redditizi nei supermercati.
Le organizzazioni che spacciano la droga utilizzano dei ragazzi (a volte ancora piccoli: per maggior parte i ragazzi coinvolti sono marocchini) per lo spaccio al minuto. C’è una fetta di prostituzione minorile, costituita da ragazze straniere portate in Italia con l’inganno e costrette a prostituirsi (solo poche hanno trovato il coraggio di staccarsi e di denunciare i loro sfruttatori). Infine alcuni gruppi di zingari slavi mandano dei bambini, muniti di cacciavite, a rubare negli alloggi.
In tutti questi casi, secondo il Procuratore dei minori, più che di delinquenza minorile, si tratta di delinquenza di adulti che si è cercato di individuare e stroncare, ottenendo qualche piccolo successo.

5. MAGISTRATURA DI SORVEGLIANZA
E CARCERI

Vi sono, nel distretto, 12 case circondariali e 3 case di reclusione, con una popolazione (in data 2.1.03) di 4.695 detenuti, dei quali 2.758 definitivi e 1.937 in custodia cautelare. Inoltre circa 1500 soggetti sono in espiazione di pena in forma alternativa alla detenzione, per affidamento in prova al servizio sociale, per detenzione domiciliare o per semilibertà, ed altri 1600 circa sono assoggettati a libertà controllata ovvero a sanzioni sostitutive delle pene irrogate dal giudice, come la semidetenzione o la libertà controllata.
Il carico di lavoro si è conservato elevatissimo.
Complessivamente sono stati iscritti 12.842 procedimenti, con definizione collegiale di 9.416 casi, a fronte dei 8.053 decisi nell’anno precedente.

I tempi di trattazione dei procedimenti risultano troppo lunghi per i procedimenti instaurati a seguito di istanze di misure alternative formulate da persone che si trovano in stato di libertà ai sensi del V comma dell’art. 656 c.p.p., perché – stante l’inadeguatezza dell’organico di magistrati e di personale di cancelleria – se ne sacrifica inevitabilmente la data di trattazione a favore dei procedimenti relativi a soggetti detenuti.
La proroga dell’applicazione del regime detentivo di cui al Il comma dell’art.41 bis Ord.Penit. ha fatto sì che il numero di reclami si sia mantenuto molto elevato (281 procedimenti iscritti, contro i 264 dell’anno precedente).
Come dato estremamente positivo si segnala la presenza nell’ambito del distretto di numerose realtà territoriali che si attivano in vario modo per offrire ai soggetti in espiazione di pena concrete possibilità di reinserimento sociale.
***
Com’è noto, sono attualmente in discussione vari progetti di Legge su ipotesi di indulto o “indultino”. La Procura Generale si è fin d’ora attrezzata – con un gruppo di lavoro ad hoc – per far fronte al prevedibile nuovo carico di lavoro, che non sarà nè poco nè semplice.
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L’istituto penale per minorenni Ferrante Aporti continua ad essere una struttura edilizia inutilmente gigantesca: è molto difficile avviare i ragazzi ad un percorso di responsabilizzazione e di cambiamento. Occorre pensare come alternativa a luoghi di custodia cautelari più piccoli. In questa prospettiva può muoversi il progetto cui stanno lavorando il Ministero della Giustizia, il Comune di Torino e l’Università di Torino, di utilizzo di una parte degli spazi del Ferrante Aporti per altre destinazioni, riducendo il carcere minorile in dimensioni di “gruppi casa”.

6. EDILIZIA E SICUREZZA

Sul piano dell’edilizia giudiziaria, gravi insufficienze si riscontrano ad Acqui, Alba, Ivrea, Novara, Pinerolo e Vercelli;- nonché per gli uffici giudiziari minorili. La situazione di Asti, tuttora carente, sembra avviata a soluzione grazie ad un nuovo palazzo di giustizia. Di questi ultimi giorni, poi, è la positiva notizia che l’amministrazione comunale di Acqui si sta meritoriamente attivando per risolvere alcuni problemi di quella sede.
In Torino è ormai operante il Palazzo intitolato a Bruno Caccia, sia pure con insufficienze che potranno essere colmate con una sopraelevazione (rimedio parziale) o con il recupero dell’area già destinata alle Carceri “Nuove”.

Per quest’ultima soluzione (che comporterebbe l’acquisizione di ben 15.000 metri quadri utili, a costi sostanzialmente corrispondenti alla sopraelevazione, che però fornirebbe soltanto 8.000 metri quadrati circa) vanno concretamente delineandosi prospettive assai favorevoli, grazie anche al fattivo interessamento del Sottosegretario Vietti.
Complessi problemi si pongono – soprattutto per vari uffici giudiziari del distretto – per quanto concerne la sorveglianza e la sicurezza. Anche a causa del sempre più grave ritardo con cui il Ministero provvede a rimborsare ai Comuni le quote dovute per le spese da questi anticipate.

7. DIFESA D’UFFICIO
E PATROCINIO DEI NON ABBIENTI

(vedi relazione scritta)

8. CONCLUSIONE

Se la giustizia è la virtù che si esprime nell’impegno di riconoscere e rispettare il diritto di ognuno, dandogli ciò che gli spetta secondo la ragione e la legge, allora la giustizia non è soltanto una virtù individuale. E’ una componente essenziale della vita comunitaria. Indispensabile perchè siano attuati le libertà ed i diritti, senza prevaricazioni;- perché siano rimossi gli ostacoli che limitano l’eguaglianza;- perché la legalità sia intesa come insieme di regole condivise, individuate tenendo conto delle esigenze di tutti e da tutti rispettate, frenando onnipotenze ed egoismi;- perché la legalità così intesa sia effettivo cemento della convivenza civile;- perché si realizzi una pace sociale e non la guerra continua.

In quanto strumento per garantire diritti individuali e collettivi, la giustizia è anche organizzazione che lo stato predispone a tutela di quei diritti. Come ci ricorda il paradosso del costituzionalista inglese, secondo cui l’esercito e la flotta dell’Inghilterra hanno una sola funzione: rendere possibile che il giudice emani le sue sentenze.
Dunque l’organizzazione statuale della giustizia è un tema fondamentale per regolare ed armonizzare il divenire della vita sociale. Per attuare i diritti più facilmente calpestabili da parte del potere collettivo o dei piccoli poteri individuali.

E’ per questo che il potere (ce lo insegna la storia) ha sempre cercato di asservire a sé la giustizia. Ed è per questo che la Costituzione repubblicana, con una grande conquista, ha affermato per la prima volta alcuni fondamentali principi:
– Nessuno può scegliersi il giudice preferito o imporre un giudice diverso da quello precostituito per legge;
– Il giudice deve essere sottratto ad ogni rapporto di dipendenza da soggetti esterni all’ordine giudiziario e a qualsiasi subordinazione anche all’interno di esso;
– Non possono essere istituiti giudici straordinari o speciali;
– La magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere ed esercita un autogoverno attraverso il CSM;
– I magistrati si distinguono solo per funzioni;
-I magistrati sono inamovibili;
– L’azione penale è obbligatoria e non disponibile.

In Italia questa organizzazione della giustizia, soprattutto nell’ultimo decennio, ha funzionato:
– La giustizia non si è limitata a perseguire i deboli e gli emarginati nella scala sociale, ma ha cominciato (ricorrendone i presupposti in fatto e in diritto) a perseguire anche i delitti commessi dai “colletti bianchi” e a controllare – come doveva – il corretto esercizio del potere;
– La indipendenza del giudice non solo dai poteri esterni ma anche da quelli interni (con il superamento della gerarchia) ha reso impossibili forme spurie di controllo attraverso la cooptazione da parte dei vertici del potere;
– Il superamento del sistema della “carriera”(che comporta speranze e timori) ha assicurato una vera indipendenza del magistrato, che può – se lo vuole – agire davvero “sine spe ac metu”.

Ma nella misura in cui ha funzionato, la giustizia ha creato – nel nostro Paese – vistose preoccupazioni nel potere. Di qui vari tentativi (talora vere e proprie campagne) per drasticamente ridimensionare la magistratura e per “sterilizzare” la sua indipendenza.
Nella Costituzione repubblicana è scritto il progetto di uno Stato vissuto non come espressione degli interessi e della forza di una classe dominante o di qualcuno, ma come garante dei diritti di tutti. Oggi, invece, assistiamo con inquietudine a diffusi tentativi di rivedere questo progetto costituzionale, per ritornare ad un vecchio modello, in forza del quale lo “status” ed i diritti dei cittadini dipendono non tanto dalle regole, quanto piuttosto dai rapporti di forza. Tali tentativi presuppongono – appunto – il ridimensionamento della magistratura, in quanto soggetto indipendente incaricato di rendere le regole effettive ed uguali per tutti.

Indipendenza della magistratura, effettività delle regole, uguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge sono un tutto unico. La posta in gioco è il permanere dell’unitarietà di questi concetti. Che in democrazia sono essenziali. E irrinunziabili.
***
Con questa ferma convinzione, ringraziando tutti i presenti per la loro cortese attenzione, Le chiedo – Signor Presidente – di voler dichiarare aperto l’anno giudiziario 2003 del Distretto della Corte d’Appello di Torino.



La controriforma della giustizia


Primi appunti sulle proposte del ministro Castelli
e un commento di Gian Carlo Caselli

Il ministro della Giustizia Roberto Castelli ha presentato il suo piano per riformare la giustizia italiana. In attesa di più meditate riflessioni, vale la pena di abbozzare almeno qualche primo appunto a proposito degli obiettivi proposti dal ministro e dei mezzi indicati per raggiungerli.
A seguire, un intervento su questi temi di Gian Carlo Caselli

1. Rendere più rapidi i processi civili.
Obiettivo assolutamente condivisibile. Ma il mezzo proposto è l’affidamento alle parti della fase intruttoria delle cause civili: una privatizzazione della prima parte del processo, che lascia al giudice la sola decisione sulla base del materiale raccolto dalle parti. Con il rischio di favorire la parte più forte (che può disporre di avvocati migliori e di mezzi maggiori), lasciando che la più debole arrivi meno preparata davanti al giudice.

2. Rendere più rapidi i processi penali.

Obiettivo anche questo del tutto condivisibile, per assicurare la certezza della pena. Ma quali mezzi sono messi realmente in campo affinché l’imposizione di tempi perentori per la celebrazione dei processi non si riduca a un’appello impotente? Non si è davvero capito. E pensare che la strada per assicurare la certezza della pena è semplice: eliminare il giudizio d’appello, o almeno rendere esecutiva la sentenza di primo o di secondo grado; introdurre regole che impediscano le manovre dilatorie della difesa (la difesa dal processo che spesso si sostituisce alla difesa nel processo); abolire l’istituto della prescrizione dei reati.

3. Depenalizzazione e maggior ricorso a pene alternative.
Questo punto (come il seguente), se ben articolato potrà essere un efficace strumento per snellire il lavoro dei tribunali. Si dovrà vigilare affinché le depenalizzazioni non si trasformino però in sconti e regali a particolari categorie di imputati (per esempio i colletti bianchi, i politici, gli amministratori pubblici…), con il conseguente effetto d’ingiustizia nei confronti di altre categorie più deboli.

4. Più precisa determinazione dei motivi d’appello e di Cassazione.
Anche questo punto (come il precedente) potrà essere un efficace strumento per abbreviare i tempi della giustizia: dovranno essere fissati i motivi che permettono il ricorso in appello o in Cassazione, per impedire ricorsi che non hanno motivazioni di giustizia, ma soltanto dilatorie (in attesa della prescrizione del reato in giudizio).

5. Affidare le investigazioni alla sola polizia giudiziaria.

I magistrati, cioè le procure della Repubblica, non sarebbero più la guida della polizia giudiziaria durante la fase delle indagini penali, ma interverrebbero soltanto a indagini concluse, ricevendo dalla polizia gli esiti delle investigazioni. Questo è un obiettivo non condivisibile ed è il punto più pericoloso della riforma, capace da solo di trasformarla in una controriforma: ma come, uno dei pochi punti positivi del nuovo codice è stato l’affidamento ai magistrati della guida delle indagini, come è dimostrato, per esempio, dai risultati delle inchieste su corruzione e mafia. Perché smantellare una riforma che ha dato buoni risultati? Forse proprio per questo: per togliere alla magistratura uno strumento di controllo della legalità che si è dimostrato efficace. Inoltre la presenza della magistratura offre agli indagati garanzie di legalità certamente maggiori di quelle che possono essere offerte dalle polizie; e garanzie di indipendenza certamente più grandi di quelle che possono essere assicurate da strutture sottoposte al diretto controllo del governo. Come mai un governo che si dice, a parole, garantista, propone poi una riforma che va in direzione della Stato di polizia? I liberisti e liberali al governo preferiscono le caserme di Bolzaneto alle procure della Repubblica?

6. Divisione delle carriere (inquirenti-giudicanti) dei magistrati.
Vecchia bandiera dei politici (e imprenditori) che vogliono tagliare le unghie ai magistrati d’accusa, ridurne l’autonomia con la speranza di arrivare, un giorno, a sottoporre la pubblica accusa al controllo del governo. Vedremo come sarà attuata, questa separazione. In un Paese normale non ci sarebbe nulla di male ad avere due percorsi diversi per i magistarti dell’accusa e per i giudici. Ma perché rendere difficili o addirittura impossibili i passaggi tra l’una e l’altra funzione? È evidente che l’esperienza di magistrato inquirente è certamente preziosa a chi deve giudicare, e viceversa.

7. Riforma del sistema elettorale del Csm.
L’elezione con sistema maggioritario del Consiglio superiore della magistratura è indicata come mezzo per superare le correnti interne al Csm. In realtà, il suo risultato sarebbe che le correnti (che comunque non sono illegittime) resterebbero, mentre più difficile sarebbe garantire la rappresentanza di tutte le opinioni in un organo delicatissimo, che deve garantire l’indipendenza della magistratura e il suo autogoverno.

8. Cambiamento delle norme per il falso in bilancio.

È un’altro dei punti forti della controriforma. Il falso il bilancio da “reato di pericolo”, diventa “reato di danno”. Se non arreca danno patrimoniale a soci e creditori ha pene ridotte (massimo 1 anno e 6 mesi) e nel caso riguardi una società non quotata in Borsa non sarà perseguibile d’ufficio, ma soltanto per querela di parte. Inoltre le indagini diventeranno più difficili: non potranno più essere disposte intercettazioni telefoniche, i termini per la prescrizione sono accorciati, le informazioni omesse o false dovranno essere “rilevanti” (ma come sarà stabilita la soglia della “rilevanza”?).
In più, non ha mancato di suscitare perplessità la soluzione trovata per i processi in corso: il deputato Niccolò Ghedini (avvocato di Silvio Berlusconi nei tre procedimenti in cui il presidente del Consiglio è accusato di falso in bilancio) ha fatto approvare in Commissione un emendamento che stabilisce di affidare al governo (cioè a Berlusconi) la definizione delle norme transitorie per i processi penali in corso.
Più in generale, il falso in bilancio in una società civile non può essere considerato un reato che colpisce soltanto soci e creditori della singola azienda colpita: impedendo la trasparenza delle comunicazioni societarie, il falso in bilancio è un colpo mortale alla correttezza del mercato che danneggia (seppure in misura diversa) la comunità degli affari, il sistema delle imprese, i concorrenti e, in ultima analisi, tutti i cittadini.
Stupisce che chi continua a ripetere la verità secondo cui senza libero mercato non c’è democrazia, poi tolleri gli attacchi al libero mercato – magari per interesse personale.
Ogni indebolimento degli strumenti per il controllo di legalità nel campo economico e finanziario, inoltre, abbassa le soglie di contrasto alla corruzione (ogni tangente si alimenta da fondi neri, generati da falsi in bilancio), alla finanza grigia, alla finanza criminale e al riciclaggio (concretamente: chi si assumerà il rischio di presentare una querela di parte contro una società infiltrata o controllata dalla mafia?).

(gianni barbacetto, 30 luglio 2001)


La nuova giustizia
secondo il centrodestra


di Gian Carlo Caselli

IN OGNI tempo, il modo di sentire della maggioranza contingente tenta di affermarsi imponendo una “tavola di valori”. Naturalmente dei “suoi” valori. Dove la parola “suoi” acquista un significato tutt’affatto particolare ogni volta che la maggioranza sia non solo quella espressa dai sondaggi ma soprattutto quella che egemonizza i microfoni e l’informazione. Segno qualificante di questi tempi è la progressiva perdita di valore del “collettivo”. Bruttissimo segno, se ne deriva l’esaltazione del benessere individuale e del successo personale come unici valori degni. Ricadute evidenti di questa concezione si registrano anche nell’ordinamento penale, mediante una riscrittura della tavola dei valori – appunto – che tende ad espellere (o minimizzare) le fattispecie di reato che non siano finalizzate esclusivamente o prevalentemente alla tutela di diritti individuali.

Molti, purtroppo, sono gli esempi
 che si possono fare. Si sono inasprite le pene per i furti domiciliari e gli scippi, cercando risposte soprattutto alla percezione soggettiva dei problemi della sicurezza, più che ad un’effettiva esigenza di maggior efficienza collettiva. Contemporaneamente si percorre la strada dell’abolizione di alcuni reati societari e di una nuova disciplina del falso in bilancio, con la prospettiva di mega prescrizioni a beneficio di interessi individuali e con il rischio di rendere sempre più difficile l’accertamento del danno erariale, ovvero alla collettività, che spesso si nasconde dietro i falsi in bilancio. Mentre l’abuso d’ufficio per finalità non patrimoniali da qualche tempo ormai non è più reato. Ciò che ha rinnovato i fasti delle pratiche di clientelismo, nepotismo e lottizzazione delle istituzioni: con alterazione del gioco democratico in favore di chi utilizza le pubbliche funzioni per costruire – abuso dopo abuso – una propria base di consenso clientelare.

Sul versante, poi, della minimizzazione
 normativa dei reati preposti alla tutela dei beni collettivi, emblematica è l’entità risibile della pena prevista per il reato di turbata libertà degli incanti. La condotta prevista da questo reato è lo strumento principe per l’eventuale pilotaggio illegale di pubblici appalti. Se i partecipanti alla gara si accordano tra loro sulle percentuali di ribasso e ciascuno – a rotazione – si aggiudica un appalto alle condizioni più favorevoli, si realizza un illecito che è difficilissimo accertare: perché la documentazione presentata è sempre ineccepibile; perché i partecipanti alla gara sono legati da un patto, come dire, di solidarietà, traendo ciascuno, a turno, vantaggio dal sistema; perché la pena prevista per il reato (reclusione sino a due anni) non consente di disporre intercettazioni telefoniche o ambientali. Ove poi accada (e accade raramente) che il reato sia accertato, una pena di tale modesta entità rende sempre possibile la salvifica prescrizione: perciò si può tranquillamente escludere che sia idonea a fungere da deterrente.

I costi collettivi
 di questa situazione possono essere devastanti: dalla mortificazione della libera concorrenza e dello sviluppo imprenditoriale (il mercato rischia di trasformarsi in un feudo di cordate e comitati d’affari), alla lievitazione complessiva dei costi delle opere pubbliche. Per finire con la prospettiva di un permanente sottosviluppo economico. Se poi entrano in campo (e l’esperienza insegna che è ben possibile…) organizzazioni mafiose, tutto si complica. La mafia è fortemente interessata ai ribassi minimi, perché se l’aggiudicatario guadagna di più, maggiore sarà la tangente che l’organizzazione potrà pretendere. Se poi qualche imprenditore volesse mostrarsi “renitente” e non soggiacere alle “regole” stabilite, si sa che la mafia possiede – purtroppo – mezzi di “convincimento” non indifferenti.

Potrebbe dunque essere
 un segnale importante di attenzione alla tutela dei beni collettivi (e al tempo stesso un contributo allo sviluppo di una miglior democrazia economica) rivedere la pena edittale del reato di cui all’articoo 353 del codice penale. Sia per una maggior controspinta all’agire illegale, sia per potere utilizzare strumenti investigativi adeguati (le intercettazioni). Ovviamente, coi tempi che corrono c’è poco da illudersi. Ma se persino i vescovi italiani, in un loro recente documento, parlano di “eclissi del senso morale”, vale la pena ritornare su certi temi. Rassegnarsi all’oggi, contrassegnato com’è da una forte tendenza ad innalzare la soglia dell’impunità e dei privilegi, sarebbe sbagliato. E controproducente per gli interessi collettivi.

La Repubblica, 11 agosto 2001



Noi, giudici matti

Lettera aperta al presidente del Consiglio, secondo cui i magistrati sono pazzi, sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana

di Gian Carlo Caselli


Signor Presidente del Consiglio:

non è la prima volta che Lei rivolge, a singoli magistrati o alla magistratura, attacchi pesanti e a mio giudizio immotivati. Ma nella Sua recente intervista ai giornali “La voce di Rimini” e “Spectator” c’è di più. Nel Suo mirino (oltre a Magistratura democratica, da Lei assunta a paradigma di un “sistema giudiziario completamente politicizzato”) sono finiti, nell’ordine: le intere Procure di Milano e di Palermo, cui Lei addebita di “non fare altro che inventarsi teorie” sul Suo conto; tutti i giudici di Roma, da Lei accusati di aver partecipato (tutti…) a un “sistema di conti bancari che andavano su e giù dalla Svizzera”; i magistrati che hanno condannato a 20 anni il sen. Andreotti (penso che volesse riferirsi al processo di Perugia per l’omicidio Pecorelli); i magistrati che contro il sen. Andreotti “hanno creato una montatura per dimostrare che la Democrazia cristiana (…) non era un partito etico ma un partito vicino ai criminali” (il riferimento, in questo caso, si estende al processo di Palermo per associazione mafiosa); tutti i magistrati indistintamente, poiché Lei sostiene che “per fare questo lavoro bisogna essere malati di mente; se fanno questo lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana”.

A fronte delle vigorose e severe reazioni
 che ne sono seguite, Lei ha diramato un comunicato in cui si afferma che il Suo “rispetto per l’impegno della magistratura non può essere messo in discussione” e si ribadisce la “presenza di incontestabili comportamenti faziosi di singoli procuratori”. Dunque, le Sue contestazioni non riguarderebbero l’intiero ordine giudiziario, ma soltanto singoli procuratori. Non è così, come dimostrano le vicende del nostro Paese degli ultimi anni. All’inizio, è vero, ad essere oggetto – non di critiche (ovviamente legittime e spesso utili) – ma di attacchi apodittici e indiscriminati sono stati solo alcuni procuratori.

Ma poi, man mano che le indagini
 si concludevano, hanno cominciato ad essere delegittimati e offesi i magistrati giudicanti: tutte le volte in cui sono stati chiamati a occuparsi di processi sgraditi e hanno deciso in maniera contrastante con le aspettative degli interessati. Alla fine, l’attacco – da Lei personalmente condotto con un intervento televisivo a reti unificate – si è addirittura rivolto contro le Sezioni unite della Cassazione, massimo organo giudiziario del nostro sistema, “colpevole” di non aver applicato la “legge Cirami” come Lei e altri si aspettavano. Il problema, allora, non è costituito da singoli procuratori.

L’attacco è, per così dire, a geometria variabile,
 nel senso che può subirlo qualunque magistrato – pubblico ministero o giudice, quale che sia la città o l’ufficio in cui opera – ogni volta che abbia la sfortuna (spiace dirlo: ma è ormai questa la parola giusta) di imbattersi in vicende delicate. Ciò pone una serie di interrogativi ineludibili. E’ giusto gettare pregiudizialmente fango su un magistrato sol perché indaga o eventualmente condanna – per fatti specifici – un personaggio pubblico? E, viceversa, è giusto applaudire, sempre a priori, il magistrato che assolve quell’imputato? Quando si tratta di personaggi di peso (imputati – ripeto – per fatti specifici e non certo per il loro status) giustizia giusta è, per definizione, solo quella che assolve? Ragionando in questo modo, non si sovvertono le regole fondamentali della giustizia? Non si incide sulla serenità di giudizio? Dove sta la linea di confine fra attacco e intimidazione?

Aggiungo una considerazione specifica.
 Recentemente la Corte d’appello di Palermo ha dichiarato estinto per prescrizione il reato di associazione per delinquere ascritto al sen. Andreotti, per il periodo antecedente la primavera 1980, affermando di non poter pronunciare una assoluzione nel merito perché i fatti emersi nel processo “… indicano una vera e propria partecipazione all’associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo”. Non sta a me dire se queste conclusioni siano giuste o sbagliate, ma è difficile contestare, alla luce delle stesse, una realtà: i pubblici ministeri che hanno istruito il processo non hanno fatto altro che il loro dovere, traendo, da una massa di elementi di fatto, le conseguenze previste dalla legge.

Mentre non agire sarebbe stato illegale
 e scorretto – ancorché comodo – e avrebbe fatto perdere credibilità a tutte le altre inchieste condotte (anche quelle che hanno consentito alla magistratura palermitana di infliggere, nel triennio 2000-2002, ben 378 ergastoli per delitti di mafia). A fronte di questa realtà, è ingiusto impiegare slogan privi di consistenza per svilire una attività giudiziaria doverosa a capitolo di un gioco della politica: in cui i magistrati sarebbero semplici pedine, asservite a strategie eterodirette e finalizzate alla supremazia di una parte contro l’altra. Si può davvero pensare che i rapporti fra mafia e politica – in Italia, in Sicilia – siano una invenzione interessata?

Entrare in simili ragionamenti 
(anche solo per difendersi da vuote accuse) costa molta fatica, ma tacere sarebbe profondamente ingiusto: per me personalmente e per qualunque altro magistrato, posto che l’investitura popolare non dà a nessuno – neppure a Lei – il diritto di offendere. Per questo ho deciso di scriverLe e di rispondere alle Sue dichiarazioni – pur nel rispetto dovutoLe – con inflessibilità pari all’offesa che esse possono rappresentare per la libertà e dignità professionale mia e di altri magistrati. E non sono – mi creda – preoccupazioni che si possano liquidare accusando di “pazzia” chi osa esprimerle.

Con ossequio
Gian Carlo Caselli

9 settembre 2003


Il falso del falso in bilancio


di Nando dalla Chiesa


Bin Laden, New York, i talebani
, la guerra. Saddam Hussein e Bush. Sharon, Peres e Arafat. Come non dedicare tutto lo spazio delle prime pagine dei quotidiani ai titoli che riguardano le tragedie e le ansie del mondo? E come non galoppare poi fino a pagina venti o venticinque per raccontare con la doverosa, febbrile completezza di informazione ai propri lettori quello che sta accadendo e che minaccia, proprio come nei fumetti di Asterix, di “fargli cadere il cielo sulla testa”? Tutto ovvio, tutto assolutamente inappuntabile nel mondo delle news.

C’è però un piccolo Sos
 che vorrei lanciare all'”Unità” e attraverso l'”Unità” alla stampa italiana: attenzione, perché intanto continuano a scorrere, certo non nell’indifferenza ma secondo proprie leggi e propri tempi, le vite delle persone e delle istituzioni, dai consigli comunali al parlamento. Mentre tutti giustamente si interrogano su “che cosa farà l’America”, nel nostro paese vengono prese decisioni che riguardano cose ben più modeste ma che incidono pur sempre sulla qualità della vita quotidiana e sul livello di credibilità della nostra democrazia. Certo, il terrorismo oscura, appanna la realtà, svilisce la democrazia. Lo sappiamo, lo imparammo a suo tempo; quando, oltre a provare l’orrore per le violenze sanguinarie, capimmo che esso faceva a fette la partecipazione, lo spirito critico e la dialettica delle idee, e che mortificava la trasparenza della vita pubblica. Lo vogliamo ricordare? L’esperienza degli anni settanta ha insegnato una verità semplice, elementare: che il terrorismo si gioca la scena da prim’ attore, da astro abbagliante; mentre altri sullo sfondo, nell’opacità, ridisegnano le cose a loro piacimento, sottraendosi ai controlli dell’opinione pubblica.

Pochi ricordano che quando nel gennaio del 1980 venne ucciso Piersanti Mattarella, Giovanni Spadolini, un galantuomo, non un complice delle cosche, esecrò pubblicamente i “terroristi”. Il terrorismo, insomma, era riuscito a nascondere mondi e realtà enormi, perfino la mafia che andava all’assalto delle istituzioni. Oggi, tanto più davanti a un fenomeno di dimensioni mondiali, il meccanismo si ripete. Nel silenzio generale, il parlamento sta discutendo a tempi forzati, in seconda lettura, leggi che incidono ­e quanto, e come!- sul costume del paese, sulla divisione dei poteri, sul principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, perfino sull’impunità futura di gruppi criminali che ne verranno beneficiati gratis, per i varchi che si troveranno generosamente aperti. Sono la legge sulle rogatorie svizzere e la legge sul falso in bilancio. Quest’ ultima è stata discussa a tappe forzate anche il giorno dopo il terribile martedì delle twin towers.

Proprio così: il parlamento
 di una democrazia occidentale è stato costretto dalla maggioranza, nel momento più tragico del pianeta, a impegnarsi su un provvedimento che riguarda gli interessi personali del proprio capo del governo. più precisamente: il parlamento (due commissioni riunite, Finanze e Giustizia) ha lavorato per dare al capo del governo la delega a riformare un reato per il quale egli è imputato. E questo, così si è detto, “per onorare con il lavoro i morti di ieri”. Mentre i cittadini erano sbigottiti, avevano le lacrime agli occhi e mentalmente allestivano scenari e controscenari angosciosi circa il futuro proprio e dei propri figli. Ora la direttiva è, ovviamente, di continuare; di fare sempre più in fretta, di chiudere tutto in aula, proprio come se si trattasse di provvedimenti che riguardano ­oggi, adesso- gli interessi di popolazioni colpite da grandi calamità. I provvedimenti ad (maximam) personam sono stati messi cioè davanti a tutto il resto.

C’è chi osserva malignamente che questa corsa frenetica debba avere qualcosa a che fare con imperscrutabili ragioni processuali. Io penso semplicemente che ci siano molti modi per approfittare di guerre e tragedie. C’ è il pescecanismo classico, descrittoci dagli storici delle guerre mondiali; ma ci sono anche le più raffinate astuzie politiche e istituzionali. E una di queste consiste appunto nell’ assumere decisioni molto, ma molto discutibili e anche invereconde prima che la politica interna torni sulle prime pagine dei giornali. Di assumerle, cioè, circondati dal silenzio più impenetrabile. In Italia la stampa è già in buona parte controllata dallo stesso capo del governo. Ma a quella che non lo è, si può chiedere con fiducia di non fare funzionare questo meccanismo, di agire in autonomia su quelle che sono le “regole dell’informazione” e di non regalare al terrorismo anche questi trionfi minori? Di non elevarlo, di fatto, al rango di Grande Censore nell’Italia a informazione dimezzata?

……………………

A Genova è stato sospeso
lo Stato di diritto

di Nando dalla Chiesa


L’intervento in Senato nel dibattito sulle violenze durante il G8.
Le torture ai cittadini fermati.
Le mani della politica sulle polizie, che devono servire
non i partiti, ma le istituzioni


PRESIDENTE.
È iscritto a parlare il senatore dalla Chiesa. Ne ha facoltà per 11 minuti.

DALLA CHIESA
(Mar-DL-U).

Signor Presidente, signor Ministro, oggi noi chiediamo le sue dimissioni. Avremmo preferito poter contare sulla Commissione d’inchiesta e solo dopo arrivare alla formulazione di eventuali richieste come quella oggi presentata. Il senatore Nania ieri ci ha spiegato le ragioni per le quali tale commissione d’inchiesta non è stata concessa: ha evocato il pericolo di una influenza indebita sull’operato della magistratura e credo che tale evocazione abbia qualcosa di fondato. Ma certo bastava introdurre delle regole che mettessero in condizione questa commissione d’inchiesta di agire su versanti diversi da quelli sui quali ha titolo per indagare la magistratura. Faccio degli esempi che credo lo stesso senatore Nania coglierà nella loro fondatezza. È probabilmente irrilevante sul piano penale per la magistratura sapere se è vero che il venerdì gli apparati tecnologici della sala operativa della questura di Genova sono saltati più volte appena introdotti, ma politicamente è importante sapere se le Forze dell’ordine erano state preparate, in tutti i modi, a fronteggiare quegli eventi. È probabilmente irrilevante sul piano penale sapere se mentre i black bloc venivano guidati da personale di Genova nelle loro scorribande ­ così ci ha riferito il questore ­ i poliziotti venivano invece guidati dalla sala operativa da funzionari non genovesi che non conoscevano neanche le vie della città: è però politicamente rilevante saperlo! Non è rilevante sapere penalmente forse quali erano le ragioni per cui è stato consentito l’accesso ad alcuni parlamentari alla sala operativa dei Carabinieri, ma politicamente questo fatto è rilevante. Forse non è rilevante penalmente sapere se è vero che, al momento della partenza, contingenti di poliziotti e di carabinieri hanno ritmato l’urlo: “Uno di meno!”: forse soltanto un orribile urlo di gioia penalmente non rilevante, ma politicamente non è irrilevante sapere se sia vero o no.

Queste informazioni si possono avere con gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria e per questo la commissione d’inchiesta era importante e non per interferire con il lavoro della magistratura. A questo punto chiediamo conto a lei non avendo potuto appurare, fino in fondo, i fatti per le troppe cose che sono successe per la prima volta: ci sono troppe prime volte in questa vicenda! Certo, vi è stata una straordinaria violenza degli assalti che sono stati condotti contro le forze dell’ordine e questo è il punto di partenza che si tende, nelle polemiche, a dimenticare. La violenza che è stata condotta però non giustifica le tante prime volte che cerco di elencare; costringe casomai noi a riflettere più in profondità sui rapporti tra ogni forma di opposizione e la violenza. Ma l’irruzione nella scuola non ha rapporti con quelle violenze ed è una prima volta nella storia della Repubblica! Le torture di Bolzaneto sono una prima volta, signor Ministro: non è mai accaduto neanche sotto il terrorismo, con le uccisioni e i morti del terrorismo o della mafia, che venissero torturati mafiosi o terroristi. In questo caso, invece, sono stati torturati manifestanti fermati spesso a caso in piazza. La quantità di persone innocentiŠ

VOCE DAL GRUPPO FORZA ITALIA. Tuo padre si rivolta nella tomba!

DALLA CHIESA (Mar-DL-U). No, mio padre non si rivolta nella tomba, caro mio, perché quando venne torturato il terrorista Di Lenardo mio padre disse: “con me non è mai stato torturato nessuno” perché sapeva che quando delle persone finiscono nelle mani della polizia e dei Carabinieri, che li hanno presi anche sostenendo scontri e sacrifici duri, poi non gli torcono un capello.

(Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e Verdi-U).

E’ proprio sbagliato l’indirizzo! La quantità di persone pestate in piazza, innocenti e non violente (perché non è di violenti che si parla), la presenza di uomini di partito nelle sale operative…

(Commenti del senatore Schifani)

Non di uomini delle istituzioni di Governo, ma di uomini di partito che hanno rivendicato di esserci stati. L’intimazione ad urlare: “Viva il Duce!”: non era mai successo, neanche negli anni più duri della contestazione! È la prima volta che accade questo, com’è la prima volta che accade che vengano messi mani e piedi addosso ad avvocati i quali cercano di esercitare i diritti della difesa; è la prima volta che viene messo il manganello sulle spalle di parlamentari. Ma io penso che chiunque di voi dovrebbe essere interessato a questo perché chiunque può trovarsi ad intervenire in una situazione non obiettivamente ingiusta, ma che lui reputa ingiusta. Il rifiuto di accesso ai rappresentanti diplomatici: anche questa è la prima volta! Quando vi sono tante prime volte e quando si è incominciato ­ ne sono testimone ­ con un clima di dialogo, non può che essere intervenuto qualcosa che ha modificato il clima originario. In quei due giorni è cambiato il clima; si è instaurato un clima politico che ha prodotto effetti disastrosi, un clima della prima volta, un clima di mancanza di sensibilità. Vorrei invitarvi a riflettere su questo punto. E’ possibile, signor Ministro, che né lei, né il prefetto, e neanche il questore abbiate sentito il dovere ­ come ha fatto il presidente della Camera Casini ­ di indirizzare una parola di ringraziamento al padre di Carlo Giuliani che in quel momento, pure infiammato e addolarato, ha speso parole di pace e di buon senso per tranquillizzare gli animi e per evitare guasti ancora peggiori? Nessuno lo ha ringraziato. Credo vi sia una colpa grave in quanto è accaduto.

La polizia, i carabinieri, le Forze dell’ordine in generale, si sono conquistati, nel corso di questi anni, un alto prestigio e un’alta credibilità; li hanno conquistati non gratuitamente, ma a colpi di sacrifici. Hanno perduto i loro uomini nella lotta contro la mafia, contro la camorra, contro il terrorismo. Anche le persone che avevano culturalmente maggiori pregiudizi nei confronti delle Forze dell’ordine sono state costrette con il tempo a ricredersi e hanno stabilito un rapporto di fiducia. E’ una forza dello Stato democratico il fatto che tutti i cittadini, e non soltanto una parte, abbia un pieno rapporto di fiducia con le Forze dell’ordine. Questo rapporto si è oggi incrinato e dobbiamo agire in tutti i modi affinché sia pienamente recuperato. Non possiamo certo fare prediche ad un sovversivo o a un camorrista su come deve considerare le Forze dell’ordine; un sovversivo o un camorrista vedranno sempre il carabiniere o il poliziotto come uno “sbirro”, come un avversario. Ma il giovane non violento di 20 anni, che vuole cambiare il mondo, ha il diritto di vedere il poliziotto o il carabiniere come colui che difende l’esercizio dei suoi diritti. Dobbiamo mantenere tale conquista fondamentale degli ultimi decenni all’interno del patrimonio dello Stato. Qualcuno può accarezzare il sogno di una polizia o di Forze dell’ordine di parte, o addirittura di partito; sarebbe un disastro al quale dovremo opporci in tutti i modi, anche superando difficoltà psicologiche che possiamo trovare in giovani che guardano più generalmente al centro-sinistra.

Dobbiamo superare questo rischio, dobbiamo garantire a questo Paese che le divise siano di tutti. E’ un calcolo miope quello che è stato fatto, quel via libera dato non già alle culture migliori, bensì agli istinti di minoranze che hanno evidentemente ritenuto, in quel clima, di poter dare libero sfogo, in certi momenti, a quegli istinti. Avete ragione voi: gli uomini erano gli stessi. Ma come mai sono accadute tante “prime volte”, a parità di uomini, se non perché è cambiato il clima politico? Il clima non è cambiato subito perché, all’inizio, vi è stato un tentativo di dialogo da parte del ministro Scajola e da parte del ministro Ruggiero. Cos’è cambiato in quei due giorni? Certo, vi sono stati assalti, ma la nostra polizia ha la professionalità per saper resistere a quegli assalti – ciò era stato garantito giustamente negli incontri preparatori – senza cedere a tutte queste prime volte. Ricostruiremo un rapporto di fiducia, signor Ministro, se ci sarà verità; non speculazioni, ma verità. Abbiamo il diritto ad avere la verità; ce lo ha chiesto il Presidente della Repubblica, ce lo chiede il Paese, ce lo chiede l’opinione pubblica internazionale. Non riduciamo questo problema ad una questione di rapporti fra Polo e Ulivo. Non capiremmo alcunché, se pensassimo che quanto accaduto a Genova sia riconducibile a tali rapporti o ai rapporti tra il singolo e le Forze dell’ordine o i sindacati di polizia. Vi è una frattura rispetto alla quale dobbiamo intervenire con il massimo di coscienza, di consapevolezza e di amore per il nostro Paese.

(Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U, Aut, Misto-Com, Misto-SDI).

Guai a chi pensasse di ricondurre tutto a quelle dinamiche; solo chi non ha a cuore le divise e il loro rapporto con lo Stato può ricondurre tutto alle piccole polemiche interne al Senato o alla Camera. Questa è la ragione per cui mi rivolgo a lei, signor Ministro. Non avrei voluto personalmente fare la parte di chi chiede le sue dimissioni. Per le ragioni che ho illustrato prima, credo che la Commissione di inchiesta sarebbe stato lo strumento più appropriato. Non si è capito che avrebbe potuto essere istituita una Commissione di inchiesta autolimitata in alcune modalità di intervento, ma fortemente autorizzata ad intervenire nell’acquisizione di informazioni e capace di fornirci il giudizio politico più coerente e sereno. Non è un processo, signor Ministro. Ho riscontrato delle prime volte, accadute tutte insieme. Le chiediamo conto di quel clima e forse non dobbiamo chiederlo soltanto a lei, forse non dobbiamo chiederlo principalmente a lei. In ciò siamo agevolati perché lei, in quei due giorni ­ non è mancanza di rispetto, ma una valutazione obiettiva di ciò che è accaduto e delle informazioni diffuse pubblicamente e a volte privatamente ­ si è dimesso da solo e ha abdicato al suo ruolo di Ministro dell’interno. Il Ministro dell’interno, in quei due giorni, lo ha fatto l’onorevole Gianfranco Fini; ne ha formalmente i titoli, ma il Paese ha il diritto di sapere chi fa il Ministro degli interni nei due giorni cruciali in cui tutto il mondo ci guarda e per i quali ci siamo preparati per circa otto mesi.

(Vivi applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U, Aut, Misto-Com, Misto-SDI.
Molte congratulazioni).





13 maggio 2001, la sconfitta

di Salvatore Bragantini

La sconfitta, si sa, è sempre orfana; non questa, che è figlia di errori di metodo, di tattica e di strategia commessi a sinistra. Sono tantissimi, ma proverà a dire i miei motivi preferiti.
Metodo. Come dimostra il plebiscito per un sindaco non particolarmente eclatante come Albertini a Milano, gli elettori sanno apprezzare anche chi mantiene una linea ferma e non la cambia tutti i momenti, anche resistendo, udite udite, al grande Berlusconi che voleva imporre De Carolis. Una sinistra seria deve prenderne nota. Certo, si può anche vincere dopo aver cambiato opinione una volta al giorno, ma bisogna chiamarsi Berlusconi, e non tutti se lo possono permettere.
Tattica. Se Bertinotti ragionasse, che è come dire se mia nonna avesse le ruote, a questÒora staremmo festeggiando la vittoria del centrosinistra. Invece, come ha scritto Mauro su Repubblica, Berlusconi ha vinto, ma abbiamo la grande soddisfazione di sapere che Bertinotti ha portato a casa due senatori due, e Di Pietro uno. Evviva la follia.
Strategia. Chi dopo aver co-inventato l’Ulivo, subito dopo la vittoria del 1996 lo ridicolizzava, può ora contemplare soddisfatto le macerie fumanti che restano dopo il suo passaggio. Lunga vita, allora, a chi ha concepito l’operazione che ha privato gli italiani del governo Prodi impedendo a ottobre 1998 le elezioni anticipate che avrebbero consentito all’Ulivo di dare la spallata decisiva. Ingenui e sempliciotti, gente che non conosce le astuzie della politica. Largo ai professionisti. Questa debacle comporta un solo vantaggio: non assisteremo a nuovi inciuci, o consimili tentativi. A questo punto è probabile che vada a casa quella alta direzione politica dei Ds, che dei Ds non si è data alcuna pena, perseguendo le proprie mete personali. È lecito farlo, solo che poi bisogna essere conseguenti.
(16 maggio 2001)



E adesso?
Note in progress di societacivile.it

1.
Il vincitore. Silvio Berlusconi, come previsto, ha vinto le elezioni. La sua gioiosa macchina da guerra (mediatica, economica, politica) ha ottenuto la maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato. Anni di telecrazia hanno posto le premesse per la nascita di un inedito regime populista-mediatico.

2.
Lo sconfitto. È stato sconfitto un centrosinistra diviso, litigioso, timido nella denuncia dell’anomalia Berlusconi, figura di imprenditore-politico unica in Europa e nel mondo occidentale, con il suo strapotere mediatico, il suo conflitto d’interessi, i suoi gravi problemi con la giustizia. Tutto ciò che ne fa un uomo inadatto, indegno («unfit»: la parola è del settimanale conservatore The Economist) a guidare l’Italia. Ma dopo anni di bicamerali e appeacement, questo è il risultato.

3.
La berlusconizzazione mancata. Eppure Silvio Berlusconi non ha stravinto. Ha conquistato una salda maggioranza in Parlamento, per effetto del sistema maggioritario, delle alleanze che ha stretto e delle divisioni nel fronte avverso. Ma non ha ottenuto il plebiscito che sperava.
Anzi, le forze antiberlusconiane (Ulivo, Di Pietro, Rifondazione comunista) hanno raccolto più voti di quelli del fronte berlusconiano, che ha diminuito i consensi rispetto alle elezioni politiche del 1996 e alle regionali del 2000. Al Nord, la Casa delle libertà non ha fatto, come aveva promesso, il pieno: le sono sfuggiti molti collegi in Liguria, in Piemonte, in Lombardia, in Veneto…
Non c’è stata, insomma, una berlusconizzazione del Paese.

4.
I pagliacci da circo. Giuliano Ferrara ora dà la linea alla sinistra, dicendo: adesso che avete perso, fate un bel partito socialdemocratico e fate stare zitti i «pagliacci da circo», i «giustizialisti» che insistono con il conflitto d’interessi e l’indegnità di Berlusconi per le origini poco chiare delle sue fortune, per i suoi problemi giudiziari, per le sue vicinanze con la mafia. Ebbene: i «pagliacci da circo», da soli, hanno fatto argine a Berlusconi. Hanno impedito che stravincesse. Hanno convinto almeno metà del Paese che Berlusconi è «unfit» a guidare l’Italia. Non perché sia di destra o di sinistra, ma per ragioni pre-politiche, civili, morali,
Se Norberto Bobbio, Sylos Labini, Andrea Camilleri, Enzo Biagi, Indro Montanelli, Enrico Deaglio, Marco Travaglio, Paolo Flores d’Arcais, Daniele Luttazzi sono «pagliacci da circo», ebbene, lo siamo anche noi.

5.
Da qui dobbiamo ripartire. Ci sarà da lavorare, per ricostruire un’opposizione civile che i partiti hanno dimenticato. Sarà dura ma, da «pagliacci» quali siamo, ci divertiremo.


Il magistrato Bernard Bertossa:
«Rogatorie all’italiana,
una catastrofe per la giustizia»


Il procuratore generale di Ginevra,
contro la legge voluta da Berlusconi che danneggia
la collaborazione giudiziaria internazionale.
Intervista di Paolo Biondani


Dal Corriere della sera, giovedì 27 Settembre 2001

«Questa legge è una catastrofe per la giustizia internazionale. In dodici anni di collaborazione giudiziaria con Paesi di tutto il mondo, non ho mai visto norme del genere. Prima d’ora, mai. Queste vostre nuove regole sulle rogatorie sono in contrasto con tutti gli accordi tra Stati sulla validità delle prove raccolte all’estero: si tratta chiaramente di disposizioni politiche dirette a far cadere le indagini e i processi più delicati. Ma anche per il futuro, per noi magistrati svizzeri diventerà molto più difficile, anzi praticamente impossibile, continuare a collaborare con l’Italia nelle indagini sulla corruzione, sul riciclaggio dei patrimoni mafiosi e sulle organizzazioni che finanziano il terrorismo. Non resta che sperare in un intervento di Bush sul vostro premier Berlusconi: Osama Bin Laden ha soldi in Italia?» Il procuratore generale di Ginevra, Bernard Bertossa, boccia con parole severe la nuova legge italiana sulle rogatorie svizzere e sulla collaborazione giudiziaria internazionale. Una riforma, o controriforma, che il centrodestra intende far approvare oggi dal Parlamento.

L’alto magistrato elvetico
 (eletto dal popolo), quella «legge italiana» la studia da tempo «e con sincero stupore». Scorrendone gli emendamenti più discussi, ben in vista al centro della sua scrivania, il francofono Bertossa ne discute in un buon italiano, senza pose o toni da denuncia, ma con l’aria di chi si limita a constatare un’evidenza. Dal suo ufficio vista lago, al terzo piano del «Palace de justice», sono passate le più scottanti indagini internazionali: fondi neri del regime nigeriano, corruzione di finanzieri in Spagna, scandalo Elf e affaire Mitterrand in Francia. In cima alla sua libreria, una ventina di faldoni gialli intestati a Pacolli, Borodin e alla corte di Eltsin ricordano che è ancora apertissimo, tra l’altro, il famoso «Russiagate».

Procuratore Bertossa, alla luce della sua esperienza come giudica la legge sulle rogatorie che il parlamento italiano si appresta a varare?

«Mi sembra manifestamente in contrasto con la tendenza che si va affermando in tutti i Paesi più avanzati. In un momento storico in cui gli Stati Uniti e l’Ue premono per una maggior trasparenza finanziaria, proponendo di abbattere le barriere che frenano la collaborazione tra giudici e polizie di Stati diversi, l’Italia, invece di andare avanti, fa un grosso passo indietro».

Cosa la preoccupa in questa legge?

«L’articolo 17 è una cosa mai vista. Non conosco nessun’altra norma, nel mondo, in grado di cancellare prove già formate, come se certi versamenti bancari non fossero mai esistiti. Conosco per ragioni di lavoro le inchieste dei magistrati milanesi e so bene che stiamo parlando di documenti bancari di cui nessuno ha mai discusso l’autenticità: renderli addirittura inutilizzabili per qualsiasi irregolarità procedurale, per questioni cavillose sulla semplice trasmissione degli atti, è chiaramente una scelta politica, che contrasta con tutte le convenzioni internazionali sulla validità delle prove raccolte all’estero. L’articolo 12, con tutto il suo antistorico formalismo, poi, rischia di rendere praticamente impossibile collaborare con l’Italia anche per il futuro: non si può pretendere che un magistrato svizzero si adegui alla legge italiana, anzi debba diventarne addirittura un esperto. In questo caso mi sembra che l’obiettivo, in inglese “the goal”, sia soltanto la prescrizione dei reati».

Come spiega le scelte dei politici che governano l’Italia?

«Tra Italia e Svizzera c’è un accordo bilaterale già firmato, che puntava a rendere più rapide e meno formalistiche le rogatorie bancarie. Un patto internazionale, però, non può essere cambiato da una sola delle parti. Per annullarne gli effetti favorevoli, dunque, non resta che stravolgere la legge di ratifica».

Questo incidente sulle rogatorie modifica il suo giudizio sul governo italiano?

«In un dibattito con il ministro francese Fabius, ho già detto che il signor Berlusconi non mi sembra un campione di trasparenza finanziaria. Purtroppo devo aggiungere che l’Italia di oggi mi ricorda la Russia di Breznev: solo nell’ex Urss c’era un così ampio potere economico, mediatico e politico concentrato nelle mani di una sola persona. È paradossale che filosofie e impostazioni ideologiche così diverse arrivino a risultati così simili».

Pensa che le stragi terroristiche negli Usa possano favorire l’apertura delle frontiere investigative? Le indagini internazionali su corruzione, mafia e terrorismo continueranno a fermarsi nei soliti paradisi fiscali?
«Sono un po’ ottimista, ma non troppo. Gli interessi delle persone che nel mondo beneficiano della corruzione sono troppo forti per permettere che le operazioni finanziarie off-shore diventino davvero trasparenti. Una certa tendenza positiva c’è e riguarda anche Paesi come Liechtenstein e Lussemburgo. In Svizzera, da anni, è vietato aprire conti bancari senza indicarne il reale beneficiario economico. Ma in Francia, e perfino negli Usa, è ancora possibile aprire conti completamente anonimi. Sinceramente, penso che nemmeno il dramma dell’11 settembre sarà sufficiente a garantire una completa inversione di tendenza».

In Italia molti magistrati temono che la nuova legge sulle rogatorie possa favorire anche mafiosi e terroristi.
«Sono perfettamente d’accordo. Ma c’è anche un altro problema: non vorrei che a gestire le nostre rogatorie al Ministero fosse un avvocato dei mafiosi».


Rogatorie: ecco
una nuova legge salvaladri

di Enzo Marzo
Federico Orlando
Alessandro Pizzorusso
Pietro Scoppola
Paolo Sylos Labini


Il testo dell’appello firmato da Sylos Labini
e altri esponenti della cultura italiana contro le nuove norme
per impedire la collaborazione giudiziaria tra Stati


Ecco gli indirizzi elettronici dei firmatari della proposta di legge:

• On. Gaetano Pecorella (Pres. Commissione Giustizia) pecorella.g@camera.it
• Sen. Marcello Dell’Utri (Firmatario della proposta di legge) m.dellutri@senato.it
• Sen. Enrico Pianetta (Forza Italia – firmatario) e.pianetta@senato.it
• Sen. Raffaele Iannuzzi (Forza Italia – firmatario) r.iannuzzi@senato.it
• Sen. Guglielmo Castagnetti (Forza Italia – firmatario) g.castagnetti@senato.it
• Sen. Paolo Guzzanti (Forza Italia – firmatario) p.guzzanti@senato.it
• Sen. Aventino Frau (Forza Italia – firmatario) a.frau@senato.it

La sera del 24 settembre il presidente Bush ha emanato un “executive order” per colpire interessi e operazioni finanziarie di 27 organizzazioni sospette di terrorismo. Il decreto presidenziale vuole tagliare il cordone ombelicale che alimenta finanziariamente il terrorismo, e perciò è puntato su banche, borse e finanziarie di tutto il mondo. L’Italia è sospettata di essere, insieme alla Svizzera, al Panama, a paradisi fiscali asiatici, un territorio che il terrorismo utilizza per finanziarie i suoi crimini. Le nostre banche, e quelle degli altri paesi nel mirino, dovranno dunque ripulire i propri movimenti dal denaro sporco che li inquina, altrimenti saranno considerate complici delle 27 organizzazioni sospettate di finanziare i criminali. La mattina del 25 settembre, la Camera dei deputati italiana, insensibile a tutti gli appelli dell’opposizione democratica, iniziava l’esame conclusivo del disegno di legge che ratifica e vanifica al tempo stesso l’accordo italo-svizzero di collaborazione giudiziaria tra i due Paesi: il cosiddetto accordo sulle rogatorie. L’obbiettivo del governo Berlusconi e della sua maggioranza parlamentare è quello di approvare definitivamente il disegno di legge il 27 settembre, avendolo il Senato approvato per suo conto il 3 agosto, quando gli italiani erano distratti dalle vacanze.

Fra il 3 agosto e il 25 settembre
 c’è stato l’attentato terroristico di Bin Laden alle Torri di New York e al Pentagono di Washington, con aerei di linea dirottati e trasformati in bombe di carne umana. Ciò nonostante, e nonostante il decreto del presidente Bush, la maggioranza di Berlusconi non si è mossa di un centimetro dalle posizioni assunte fin dal primo giorno della legislatura, con l’obbiettivo di sottrarre alcuni nomi eccellenti a processi penali il cui svolgimento ed esito sono condizionati dalla possibilità o meno, per i giudici italiani, di utilizzare le prove provenienti dalla Svizzera. Le prove riguardano, fra l’altro, il “processo delle toghe sporche”, relativo alla corruzione di giudici da parte di avvocati affinché emettessero sentenza favorevole alla Fininvest nella causa per l’acquisto della Mondadori. L’accordo di collaborazione giudiziaria fra Italia e Svizzera, concluso dal governo Prodi il 10 settembre 1998, viene ratificato ora, mediante l’approvazione di una legge – appunto – di ratifica che però sterilizza i contenuti dell’accordo, trasformando il processo in una corsa ad ostacoli con l’effetto di arrivare alla decorrenza dei termini e, quindi, alla prescrizione dei reati.

La legge, che dovrebbe consistere in un articolo unico
 di due righe, con l’affermazione che la Repubblica italiana ratifica l’accordo, non si limita a devastare i contenuti dell’accordo stesso, ma riforma anche il codice di procedura penale (art. 729), allo scopo di rendere NON utilizzabili in Italia i documenti trasmessi dalla Svizzera se in essi sia rilevabile una qualsiasi irregolarità formale nell’atto di trasmissione, fosse anche solo un TIMBRO. Inoltre, gli atti bancari debbono essere “certificati” dalle banche stesse secondo una procedura che la Svizzera non adotta, sicché diventa problematica la possibilità di utilizzare i documenti forniti dalle banche. Di questi e di altri ostacoli frapposti alla giustizia, escogitati da avvocati-parlamentari della Destra, si gioveranno certamente i colleghi di partito e di Casa (delle Libertà) di quegli avvocati-parlamentari (legati a Berlusconi) apertamente soci, cortigiani e dipendenti dello stesso Berlusconi, ma non è impossibile che se ne giovino, insieme, grandi mafiosi, finanzieri corrotti e terroristi. È un fatto che nel momento stesso in cui il ministro Scajola invoca uno “spazio giuridico europeo” nonché l’Europol e il mandato di cattura europeo, i colleghi di Scajola votino una legge per favorire, insieme agli amici italiani, possibili criminali stranieri. E la votino con tanta urgenza, solo perché alcuni imputati non potrebbero attendere oltre senza venire condannati.

Ha detto il procuratore di Ginevra
, Bernard Bertossa, in un’intervista sulle possibilità di accedere alle casseforti supersegrete che alimentano il terrorismo: “Stento a vedere il signor Berlusconi o la Famiglia reale dell’Arabia Saudita trasformarsi di colpo in nemici del denaro sporco”. così si parla del nostro governo all’estero, dopo che i famosi primi “Cento giorni” si sono risolti in una serie di regali finanziari e processuali al premier e ai suoi amici: dall’esenzione fiscale per le eredità supermiliardarie alla notevole depenalizzazione del falso in bilancio al sabotaggio delle rogatorie internazionali alla mancata soluzione del conflitto d’interessi che, come ricorderanno gli elettori italiani, avrebbe dovuto esser proposta al Consiglio dei ministri nei primi cinquanta giorni di governo.

Enzo Marzo
Federico Orlando
Alessandro Pizzorusso
Pietro Scoppola
Paolo Sylos Labini


La mafia ringrazia

The Economist, 4 marzo 2004: Bernardo Provenzano, boss dei boss di Cosa nostra, pubblica il suo annual report. Ecco la traduzione italiana, seguita dal testo originale

BAGHERIA, Sicilia occidentale.
Come il Boss dei Boss potrebbe stilare un rapporto sul revival della mafia

Signore e Signori,

ho il piacere di dar conto di un altro anno di progressi della vostra –
cioe’ nostra – societa’. Punti salienti sono stati il mio ottantesimo compleanno,
il quarantesimo anniversario della mia decisione di rendermi latitante e
il decimo anniversario dell’arresto del mio predecessore, Salvatore O’Curto Riina.
E’ un buon momemto per volgersi a considerare gli sviluppi a partire dal
suo “pre-pensionamento”. Alcuni sostengono che O’Curto si sia sopravvalutato
nella sua lotta contro la Stato italiano, assassinando magistrati e seminando
bombe sul continente. Essi dicono che, se solo le autorita’ avessero beccato
O’Curto un po’ prima, noi ci saremmo risparmiati un mucchio di fastidi.
Ma io dico: “Errare e umano; perdonare e’ divino”.

I capisaldi della nostra politica dopo l’arresto di O’Curto sono stati:
un profilo piu’ basso nei confronti dei media e una rinnovata attenzione
nei confronti del core-business. Cio’ in cui noi eccelliamo e’ vendere assicurazioni (da
noi stessi). Io presi la decisione di abbassare i premi per aumentare la
nostra quota di mercato. Dieci anni dopo, la domanda per le nostre “offerte
non rifiutabili”, presentate con discrezione, ma in modo
persuasivo, non e’ mai stata cosi’ forte. Lo stesso si puo’ dire per le
nostre consulenze nel settore dei lavori pubblici, che si sono sforzate
di ottenere una completa integrazione verticale, incassando profitti ad
ogni livello. Abbiamo ridotto le attivita’ all’estero, ma i profitti risultanti
dalle vendite di droga e armi hanno tenuto bene.

E’ nella natura del nostro business che vi sia una rivalita’ forte, vorrei
direi omicida, fra le filiali locali. Mi sono dato come priorita’ il ridurre
al minimo le dispute inutili. I risultati si possono vedere in un profilo
mediatico che ben potrebbe adattarsi a quello di un produttore di accessori
per l’idraulica. Nel 2003 La Stampa ha usato l’espressione Cosa Nostra 139
volte. Dieci anni fa la cifra era superiore di cinque volte.
Lo scopo della mia “strategia di immersione” era in primo luogo quello di
cullare i nostri avversari in un falso senso di sicurezza, migliorando cosi’
l’ambiente del business in funzione di una nostra futura crescita.
Come prova del nostro successo, faccio notare che la Commissione Antimafia
del Parlamento Italiano non ha compiuto visite a Palermo negli ultimi tre
anni.

Il governo di Silvio Berlusconi, il cui partito, Forza Italia, ha vinto
nel 2001 in tutti i 61 seggi siciliani, non ha purtroppo soddisfatto tutte
le grandi speranze che in esso avevamo riposto. Non ha abolito il severo
regime di “vacanza involontaria” cui sono sottoposti tanti dei nostri dipendenti.
Tuttavia il Presidente del Consiglio, che ha di suo alcuni problemi con
la legge, ha apportato delle modifiche che ci favoriscono.
I nostri dipartimenti addetti alla tesoreria e alle acquisizioni segnalano
che e’ molto piu’ facile riciclare i profitti e mettere in piedi societa’
fantasma ora che il Governo ha depenalizzato il reato di falso in bilancio.
E l’atteggiamento ostile del Presidente Berlusconi ha aiutato a indebolire
la magistratura, e cio’ anche nell’opinione di quei nostri dipendenti che
potrebbero essere tentati dall’idea di tradire i nostri segreti.

Nel futuro dovremo confrontarci con nuove sfide. Il primo obbiettivo sara’
quello di trovare il modo di sfruttare i contratti finanziati dall’Unione
Europea, che contengono clausole volte ad evitare un nostro coinvolgimento.
Un altro problema che dovremo imporci di risolvere e’ quello connesso al
nostro eccesso di dipendenza nei confronti della ‘ndrangheta calabrese nella
vendita all’ingrosso della cocaina. Ma la sfida piu’ importante e’ quella
che ci vede impegnati a mantenere alta la reputazione del nostro marchio.
Quasi tutti sanno che la Mafia siciliana e’ la vera, autentica Mafia. Ma
il basso profilo adottato potrebbe cullare potenziali clienti nell’illusione
dell’inoffensivita’.

E questa illusione potrebbe rivelarsi realistica se il nostro staff perdesse
l’abitudine all’assassinio e alla tortura. Il Consiglio di Amministrazione
e’ al lavoro per trovare una soluzione a questo problema. Nel frattempo
robusto cashflow, scarsa pubblicita’ e crescente apatia, tutto ci induce
a sperare in un prospero futuro. Come negli anni passati, non faremo donazioni ad istituzioni benefiche.

Bernardo Provenzano
Boss dei Boss


THE ECONOMIST/print edition
Italy’s Mafia
A capo’s annual report
Mar 4th 2004 | BAGHERIA, WESTERN SICILY

How the Boss of Bosses might report the Mafia’s revival


Signore, signori

I am pleased to report another year of progress for your – that is, our – corporation.
Significant milestones included my 80th birthday, the 40th anniversary of
my decision to go on the run and the tenth anniversary of the arrest of
my predecessor, Salvatore Shorty Riina. It is a good moment to look back
at developments since his early retirement. Some people say that Shorty
overreached himself in taking on the Italian state, killing judges and bombing
the mainland. They say, if only the authorities had caught up with Shorty
earlier, we’d have been saved a lot of trouble. But I say: To err is human;
to forgive, divine.

The pillars of our policy since Shorty’s arrest have been a lower media
profile and renewed concentration on core businesses. What we do best is
to sell insurance (from ourselves). I decided to lower premiums to raise
market share. Ten years on, demand for our discreetly, if persuasively,
marketed unrefusable offers has never been stronger. The same can be said
of our public-works consultancy, which has striven to achieve full vertical
integration, taking profits at every level. We have curbed foreign activities,
but profits from sales of drugs and arms have held up well.

It is in the nature of our business that there is vigorous indeed homicidal rivalry
between local offices. I made it a priority to minimise needless disputes.
The results can be seen in a media profile that would suit a plumbing-accessories
manufacturer. In 2003 La Stampa used the words Cosa Nostra 139 times. Ten
years earlier, the figure was five times as high. The aim of my strategy
of submersion
 was chiefly to lull our opponents into a false sense of security,
so improving the business environment for our future growth. As evidence
of our success, I note that the Italian parliament’s anti-Mafia commission
has not visited Palermo in the past three years.

The government of Silvio Berlusconi, whose Forza Italia party won all 61
seats in Sicily in 2001, has not, regrettably, fulfilled all the high hopes
we had for it. It has not repealed the strict involuntary vacation regime
for many of our employees. However, the prime minister, who has problems
of his own with the law, has made certain changes that benefit us. Our treasury
and acquisitions departments report that it is far easier to launder profits
and set up bogus corporate vehicles now that the government has decriminalised
false accounting. And Mr Berlusconi’s hostile attitude has helped to undermine
the judiciary, not least among any of our employees who might be tempted
to betray our secrets.

Going forward, we face challenges. One is to find a way to profit from EU-funded
contracts that have conditions attached seeking to block our involvement.
Another is our excessive dependence on the Calabrian ‘Ndrangheta for wholesale
cocaine supplies. But the biggest test of all is to maintain our brand’s
reputation. Most people know that Sicily’s Mafia is the real Mafia. But
our low profile could yet lull potential customers into thinking we are
harmless. If the staff lose the habit of murdering and torturing, they might
even be proved right. Your board is working on solutions to this problem.
Meanwhile, healthy cashflow, negligible publicity and rising apathy all
give hope of a prosperous future.
As in previous years, we shall not be making donations to charity.

Bernardo Provenzano
Boss of Bosses


Ecco i primi frutti

The Economist (10 agosto 2001) interviene sulle leggi su misura che Silvio Berlusconi ha cominciato a far approvare in Italia. Delle nuove norme sul falso in bilancio, scrive The Economist, «si vergognerebbero persino gli elettori di una Repubblica delle Banane». Ecco il testo originale e la traduzione italiana

The fruits of office

Has Italy’s prime minister found a legislative fix for his judicial problems?

DAYS before Italy’s general election, Gianni Agnelli, the octogenarian honorary chairman of Fiat, the country’s biggest industrial group, scolded the foreign press for “passing judgment on a potential prime minister, treating our voters as if they were the electorate of a banana republic”. On May 13th that potential prime minister, Silvio Berlusconi, won a handsome victory. Last week the lower house of Italy’s parliament, where Mr Berlusconi’s coalition enjoys a majority of over 100, passed a bill, one of the new government’s first, that deals with the crime of false accounting. The bill would shame even the voters of a banana republic. If it is approved in September without amendment by the upper house, the Senate, where Mr Berlusconi’s coalition has a smaller majority, and is then signed by Carlo Azeglio Ciampi, Italy’s president, the bill will become law. In that event, the verdict in two of the three criminal trials in which Mr Berlusconi is currently a defendant would be irrelevant.

Whether innocent, as he maintains he is, or guilty of the alleged offences, Mr Berlusconi, who is Italy’s richest man, would be cleared. How come? Reform of Italy’s false-accounting laws has been discussed for some time. The magistrates who launched the MANI PULITE (clean hands) investigations into corruption in 1992 have used the current legislation to prosecute a string of businessmen, including Mr Berlusconi. The previous government introduced a modest bill to reform the false-accounting laws, but parliament did not find time to enact it before the election. Mr Berlusconi’s government has now presented this bill again-but with crucial amendments. One of these means that the bill now, in effect, decriminalises most offences of false accounting in private companies. This is because prosecutors will not be able to bring charges except in response to a complaint from a party-a shareholder, say, or a creditor-who is able to show damage as a result of the alleged fraud. Second, prison sentences, currently up to five years, are greatly reduced. Third, as a direct result of this reduction, the statute of limitations comes into effect much earlier.

At present, a defendant can be convicted of an offence of false accounting for up to 15 years after the offence was committed. Under the bill, this period is cut to a maximum of seven years and six months. Two parliamentary committees drafted and passed the new bill. One of these was the judicial-affairs committee, which is chaired by Gaetano Pecorella, a member of parliament for Forza Italia, Mr Berlusconi’s party, who is a practising criminal lawyer. Mr Pecorella backed the crucial amendments, which were introduced at the committee stage. He is also, astonishingly, currently defending Mr Berlusconi against charges, which Mr Berlusconi denies, that he bribed judges. So is Niccolo Ghedini, another Forza Italia deputy who is a practising criminal lawyer sitting on the same parliamentary committee. The two criminal trials in which Italy’s prime minister is currently a defendant on charges of false accounting involve private companies that he owns. The first relates to alleged irregularities in the purchase of a footballer by AC Milan, a football club he owns, and the second to alleged falsification of the accounts of Fininvest, his main holding company. He also faces further possible charges of falsification of the consolidated accounts of Fininvest. All these alleged offences of false accounting relate to 1993 or before. So, under the new bill, if enacted, they would be covered by the redefined statute of limitations. Under Italy’s penal code, this extinguishes the crime.

In a separate legislative step last week, the Senate approved an accord that would establish guidelines for judicial co-operation between Italy and Switzerland. The accord had been bogged down in parliament for the past three years. Under it, evidence obtained by Italian magistrates from their Swiss counterparts may be challenged in Italian courts if it has not been obtained in accordance with procedural rules that apply in international treaties. The accord is subject to ratification by the lower house later this year. In Mr Berlusconi’s current trial for corrupting judges, the alleged trail of money from Mr Berlusconi via intermediaries to the judges relies heavily on evidence obtained from bank accounts in Switzerland. If the accord is ratified, and if Mr Pecorella and Mr Ghedini are able to find procedural defects in the way evidence was gathered in Switzerland, Mr Berlusconi may be off the hook on these charges as well. This autumn, the parliament may also debate a governmental plan to resolve Mr Berlusconi’s conflicts of interest. Under it, as proposed (but rejected by the opposition), the speakers of the two houses would name a three-person watchdog to point out legislation that might lead to such conflicts, for him or other ministers. Mr Berlusconi failed in an attempt during his first spell as prime minister in 1994 to pass a law, known to its foes as the DECRETO SALVA LADRI (save-the-thieves law), that would have let off people under investigation by the MANI PULITE. This time, the proposed false-accounting legislation is much more likely to become law. Bananas?

See related content at http://www.economist.com/email/confirm.cfm

La traduzione in italiano
(a cura di o.r.)

Qualche giorno prima delle elezioni politiche italiane, Gianni Agnelli, l’ottantenne presidente onorario della Fiat, il piu’ grande gruppo industriale del paese, riprese la stampa estera: «Danno giudizi negativi su un potenziale futuro Presidente del Consiglio, trattando i nostri elettori come se fossero l’elettorato di una Repubblica delle Banane». Nel giorno 13 maggio quel potenziale Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, vinse le elezioni con un largo margine. La scorsa settimana la camera dei deputati italiana, dove La coalizione di Berlusconi gode di una maggioranza di oltre 100 seggi, ha approvato un disegno di legge, uno dei primi del nuovo governo, che tratta il reato di falso in bilancio.

Il disegno di legge farebbe vergognare anche gli elettori di una Repubblica delle Banane. Se, a settembre, dovesse essere approvato senza emendamenti dal Senato, dove la coalizione di Berlusconi ha una maggioranza minore, e firmato da Carlo Azelio Ciampi, il Presidente della Repubblica Italiana, il disegno diventerebbe legge dello Stato. In questa eventualita, il verdetto di due dei tre processi in cui Berlusconi è imputato sarebbe irrilevante. Sia che venga riconosciuto innocente, come lui si dichiara, sia colpevole, come l’accusa sostiene, il signor Berlusconi, che è l’uomo piu’ ricco d’Italia, sarebbe scagionato. Come puo essere?

La riforma della legge sul reato di falso in bilancio è in discussione da tempo. I magistrati che iniziarono le indagini, di Mani Pulite, nel 1992 hanno usato la corrente legislazione per perseguire una quantità di uomini di affari, incluso Berlusconi. Il precedente governo fece un piccolo disegno di legge per riformare la legge sul reato di falso in bilancio, ma il parlamento non trovò il tempo per approvarlo prima delle elezioni. Il governo del signor Berlusconi ha ripresentato adesso questo disegno di legge, ma con emendamenti che lo stravolgono. Uno di questi emendamenti al disegno di legge, in effetti, depenalizza la maggior parte dei reati di falso in bilancio delle società private. Questo perchè gli inquisitori/investigatori non potranno emettere accuse se non dietro richiesta dei soci/azionisti oppure dei creditori, che dovranno però dimostrare il danno subito dalla presunta truffa.

Secondo: le sentenze di detenzione, al momento fino a cinque anni, saranno ridotte di molto. Terzo: come diretto risultato di questa riduzione di pena, la prescrizione cade molto prima. Al momento, un imputato può essere condannato per falso in bilancio fino a 15 anni dal momento che il reato fu commesso. Con la nuova proposta, questo periodo è stato ridotto ad un massimo di sette anni e sei mesi.

Due sono le Commissioni parlamentari impegnate a proporre questo disegno di legge. Una e’ la Commissione Giustizia, presieduta da Gaetano Pecorella, un parlamentare di Forza Italia, il partito di Berlusconi, che è un avvocato penale. Il signor Pecorella ha spinto per gli emmendamenti cruciali che sono stati introdotti dalla commissione. Pecorella , incredibilmente, sta anche al momento difendendo Berlusconi contro l’accusa, che Berlusconi respinge, di avere corrotto dei giudici. Anche Niccolò Ghedini, un altro parlamente di Forza Italia che è un avvocato penalista, siede nella stessa commissione parlamentare. I due processi penali in cui Berlusconi è imputato con l’accusa di falso in bilancio coinvolgono società che egli possiede. Il primo è relativo a presunte irregolarità nell’acquisto di un calciatore da parte del Milan FC, la società calcistica di cui è proprietario, il secondo per avere falsificato I bilanci della Fininvest, la sua principale società.

Il signor Berlusconi sta andando anche incontro ad altre ulteriori accuse per falsificazione dei bilanci consolidati Fininvest. Tutti i tre possibili reati di falso in bilancio sono relativi al 1993 o prima. Per cui, con la nuova proposta, a termini di legge, questi reati sarebbero coperti dal nuovo statuto di limitazioni. Secondo il codice italiano, ciò estingue il reato.

In separata sede legislativa, la scorsa settimana, il Senato ha approvato un accordo per stabilire una linea guida per la cooperazione giuridica tra Italia e Svizzera. L’accordo è stato insabbiato in Parlamento durante gli ultimi tre anni. Secondo questo accordo, le prove ottenute da magistrati italiani dai loro colleghi svizzeri, possono essere contestate in un tribunale italiano, se non ottenute secondo le regole procedurali che si applicano con i trattati internazionali. L’accordo è soggetto ad essere ratificato dalla Camera dei deputati. Il processo contro il signor Berlusconi, con l’accusa di corruzione di giudici per mezzo di terze persone, si basa decisamente sulle prove ottenute da conti bancari svizzeri. Se l’accordo verrà ratificato, e se gli avvocati Pecorella e Ghedini saranno capaci di trovare dei “vizi procedurali” per come le prove sono state ottenute, il signor Berlusconi potrà essere prosciolto anche da queste accuse.

Nel prossimo autunno, in parlamento, potrebbe esserci anche il dibattito sul piano del governo per risolvere il “conflitto di interessi”. Secondo questo piano, bocciato dall’opposizione, i rappresentanti delle due camere dovrebbero nominare tre “saggi”, i quali dovranno trovare la soluzione legislative al conflitto di Berlusconi e di alcuni ministri. Il signor Berlusconi non riuscì a fare passare, durante il suo primo governo nel 1994 la famosa legge chiamata “decreto salva ladri”, che avrebbe liberato dalle accuse molti di coloro che sono stati indagati dai magistrati di Mani Pulite. Questa volta, la proposta riforma della legge sul falso in bilancio, ha molte possibilità di diventare legge dello Stato. Banane?


Repubblica delle Banane

Diario del regime



12 giugno 2003
L’Europa boccia Tremonti

Il ministro Giulio Tremonti, davanti agli europarlamentari a Bruxelles, lo chiama “New Deal”. Ma il progetto delle Grandi opere italiane, con il suo ricorso alle finanze pubbliche mascherato da finanziamenti privati garantiti dalla Bei (Banca europea degli investimenti), fa paura all’Europa. Il presidente della Bundesbank e membro del consiglio della Banca centrale europea, Ernst Welteke, dichiara: “Il programma finirý solo con l’aumentare il deficit pubblico italiano e ne abbiamo giý abbastanza”.


12 giugno 2003
B. di nuovo indagato

Nell’inchiesta dei pm milanesi De Pasquale e Robledo sulla compravendita dei diritti tv Mediaset Ë indagato anche Silvio Berlusconi.

12 giugno 2003
Via l’avvocatura dello Stato

L’avvocato dello Stato Domenico Salvemini, parte civile nel processo Sme, aveva chiesto 1 milione di euro a Previti, per i danni subiti in quella vicenda dallo Stato. Ora un decreto legge del governo Berlusconi risolve il problema: utilizzo di avvocati privati (con conseguente aumento dei costi per lo Stato, chiamato a pagare ricche parcelle), ma soprattutto eliminazione dell’avvocatura dello Stato, che potrý costituirsi solo nelle cause civili e non in quelle penali. CosÏ l’avvocato dello Stato non potrý fare le sue richieste di risarcimento nel processo bis con imputato Berlusconi.


29 maggio 2003
B. si prende anche il Corriere

Dopo un assedio durato mesi, Ferruccio de Bortoli lascia la direzione del Corriere della sera. A Silvio Berlusconi non andava giù che il primo giornale italiano – pur onnivoro nei commenti (un giorno Panebianco, l’altro Biagi) e, in definitiva, più spesso filogovernativo – nella cronaca giudiziaria restasse però attaccato ai fatti, raccontati con precisione e puntualità. Si chiama giornalismo: i processi a Previti e Berlusconi, per esempio, erano presentati con le cose davvero successe in aula, non con le battute propagandistiche di avvocati, politici e addetti stampa. Fuori si discute di oncologia giudiziaria e magistrati politicizzati, dentro di miliardi che passano dai conti Fininvest a quelli di Previti fino a quelli dei giudici romani: transiti impietosamente dimostrati da documenti bancari, che nessuna chiacchiera finora è riuscita a smontare.
Si poteva continuare così? Poteva Silvio Berlusconi arrivare al semestre di presidenza dell’Unione europea con un simile impiccio? Non soltanto con un processo (a questo provvederà apposita legge), ma anche con un grande giornale, non pregiudizialmente schierato, che lo racconta autorevolmente ai suoi lettori? E si poteva continuare con le argomentazioni antiberlusconiane di un liberale vero come Giovanni Sartori? Con le vignette di Giannelli? No, non si poteva. E allora, ecco il lungo pressing per cambiare il direttore che ha finora garantito la qualità giornalistica dell’informazione, anche giudiziaria, sul presidente del Consiglio e i suoi amici. Ricevendo in cambio una valanga di lettere, proteste e querele da Previti, da Pecorella, da Ghedini… Ed ecco le fortissime pressioni per far saltare il corrispondente da Bruxelles, sgradito a Tremonti e ai berlusconiani.
Che fosse in corso un durissimo braccio di ferro per il controllo del Corriere era chiaro da tempo. Ed ecco infine la soluzione: la sostituzione di de Bortoli con Stefano Folli. Per la prima volta, il direttore viene scelto non a Milano, ma a Roma. Non negli ambienti imprenditoriali e finanziari, ma in quelli della politica, nel triangolo Quirinale-Presidenti delle Camere-Sottosegreteria alla presidenza del Consiglio (ovvero Gianni Letta). Gli azionisti Rcs avevano giý abbanonato de Bortoli. Cesare Romiti ha bisogno del governo per far ottenere gli appalti delle Grandi opere alla sua Impregilo. Tronchetti Provera sa che la sua Telecom dipende in tutto dal governo. Lucchini sta cercando di salvare la sua baracca. Ma, questa volta, lasciano la trincea anche i banchieri, Profumo di Unicredit, Bazoli e Passera di Intesa. Del resto, anche loro hanno bisogno del governo: sono alle prese con la crisi Fiat, un buco enorme che fa tremare le loro banche. La testa di de Bortoli cade. Scartata comunque una soluzione smaccatamente filoberlusconiana, la direzione del Corriere va a Stefano Folli. A Ferruccio de Bortoli “una posizione di vertice nel comparto Rcs Libri”. A Fassino e D’Alema non piace il titolo dell’Unitý: ´Si sono presi anche il Corriereª. Pretendono “moderazione”. Ma non da Berlusconi, da Furio Colombo.


9 maggio 2003
L’uomo dall’assegno in bocca

Berlusconi finalmente confessa le tangenti: «Giravo gli uffici comunali con l’assegno in bocca», ha detto venerdì 9 maggio intervenendo al Forum sulla pubblica amministrazione.

8 maggio 2003
Censura al lavoro

Ispezione contro alcuni giornalisti del Tg3, dopo che il telegiornale manda in onda (come le tv di tutto il mondo) il servizio sulla contestazione di un giovane milanese, Piero Ricca, contro Berlusconi, all’uscita del processo il 5 maggio: ´Buffone (o “puffone”) fatti processare, o farai la fine di Ceausescu o Don Rodrigoª, aveva gridato Ricca, provocando la stizzita e inferocita reazione di Berlusconi (“Identificatelo, carabinieri, identificatelo!”). Intanto in Parlamento viene approvata (per sbaglio, garantisce la maggioranza) una legge che prevede il carcere per i giornalisti.
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7 maggio 2003
Legge salvaberlusconi

Al Senato si discute la reintroduzione dell’immunitý parlamentare. La maggioranza vuole approvare il cosiddetto lodo Maccanico, gentilmente offerto da un esponente dell’opposizione: niente processi alle alte cariche dello Stato. Ma l’unica alta carica dello Stato che ha processi in corso Ë il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Nuova legge su misura, dunque, per bloccare il dibattimento di Milano per corruzione (secondo l’accusa, Berlusconi avrebbe pagato i giudici, su mandato di Craxi, per ottenere le sentenze Sme sfavorevoli a Carlo De Benedetti).
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6 maggio 2003
Legge salvamafia

Arriva in aula alla Camera il disegno di legge Pepe-Saponara che permette la revisione dei processi, anche quelli con sentenza definitiva, ma emessa prima dell’approvazione del cosiddetto giusto processo. I boss mafiosi all’ergastolo possono cosÏ sperare di ricominciare da capo i loro processi.


21 marzo 2003
Le guerre del Signor B.

Gli Stati Uniti infrangono la legalitý internazionale e attaccano l’Iraq del dittatore Saddam. In Italia, Berlusconi resta in una posizione ambigua: entusiasticamente schierato con ´l’amicoª Bush e favorevole alla guerra; ma preoccupato per i sondaggi che dicono che gli italiani sono per la pace. È la disfatta per la politica estera dell’Italia: a fianco degli Usa, ma senza peso, come fosse l’Albania… Fedele agli Stati Uniti in guerra, ma «non belligerante»: come quelle signore che spiegavano di essere “abbastanza vergini”. Poco convincente, comunque, il signor B.: non ha saputo spiegare le sue ragioni neppure a un ragazzo di 14 anni, suo figlio (vedi l’intervista di Veronica Lario sull’ultimo numero di Micromega). E i parà partiti per l’Iraq dalle basi italiane? Non saranno impegnati in operazioni di guerra, giura il governo Berlusconi: andranno in Iraq a giocare a baseball? Un risultato però è certo: il signor B. ha contribuito a rompere l’Europa. Pensate che effetto avrebbe fatto un fronte per la pace Francia-Germania-Italia (i paesi fondatori dell’Unione europea). Ma l’Italia dall’Europa è già uscita: con il licenziamento del ministro Ruggiero, con l’opposizione al mandato di cattura europeo, con il rifiuto delle rogatorie, con la depenalizzazione del falso in bilancio, con la non volontà di risolvere l’incredibile conflitto d’interessi del suo presidente del Consiglio. Il signor B. continua intanto le guerre che gli stanno pi˜ a cuore, quelle contro i magistrati italiani. E che cosa succederà nei prossimi mesi, quando l’Italia avrà la presidenza dell’Unione europea, se Berlusconi sarà condannato a Milano per corruzione?

26 febbraio 2003
Teleregime

Dopo mesi di polemiche, si dimettono i due membri del consiglio d’amministrazione della Rai rimasti in carica, Baldassarre e Albertoni, detti “cda Smart” o “i giapponesi”. Silvio Berlusconi, padrone della tv privata, decide da casa sua i nuovi assetti della tv pubblica. Telefonate, riunioni, consultazioni. Se non è regime questo… Intanto la Rai precipita negli ascolti e nella raccolta pubblicitaria. E mai l’occupazione dei partiti era arrivata a tanto. Maurizio Costanzo su una rete Mediaset anticipa i nomi dei nuovi membri del cda Rai, che sono cosÏ “bruciati”. I presidenti di Camera e Senato sono costretti a promettere di scegliere il nuovo cda senza intromissioni dei partiti.

31 gennaio 2003
Telegolpe

La reazione di Silvio Berlusconi alla sentenza della Corte di cassazione che mantiene a Milano i processi a lui e a Previti è di sapore golpista. Nel mezzo: una videocassetta prodotta in casa (Mediaset) e trasmessa praticamente a reti unificate, senza alcun intervento giornalistico. E nei contenuti: l’appello al popolo e l’attacco alla magistratura (tutta, ora, non più solo alle procure, ai tribunali: anche alla Suprema corte di cassazione) è una rottura dell’ordine costituzionale, della divisione dei poteri. Berlusconi non vuole riconoscere l’autorità dei giudici in caso di condanna e pretende un tribunale speciale, composto dai suoi «pari». L’opposizione risponde con debolezza: invece di fare quello che è il suo mestiere in ogni momento, e cioè chiedere l’allontanamento di Berlusconi, si è subito affrettata, con Rutelli, a dire che non chiederà le dimissioni di un premier condannato.


16 gennaio 2003
Celle e manette

Strana Italia. Diventa reato che fa scattare le manette il maltrattamento di animali; ma da tempo non è più reato realmente perseguibile il falso in bilancio. Fa passi avanti in Parlamento l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta su Tangentopoli, con poteri d’indagine sui magistrati che hanno fatto Mani pulite (con inevitabile incostituzionalità dell’intromissione del potere politico sul potere giudiziario); contemporaneamente, il solito senatore Cirami con una raffica di emendamenti impedisce il varo della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi naziste in Italia tra il 1943 e il 1945 (in 695 località, con oltre 15 mila vittime civili).
Intanto in Parlamento si discute sull’indulto per far uscire dal carcere una parte dei detenuti. Enzo Fragalà, An, avvocato siciliano, propone che del provvedimento possano godere anche i detenuti per mafia. Criticato dal suo partito, ritira l’emendamento e si dimette da capogruppo di An nella commissione Giustizia. Un paio di giorni dopo, ci riprova un altro avvocato dei mafiosi, Nino Mormino, di Forza Italia (Nell’estate 2002 i boss avevano scritto una lettera d’avvertimento ai loro avvocati-politici). L’emendamento passa, con i voti anche dei Ds, mentre la Margherita non è presente («Ci avevano detto che la seduta era rinviata»). Anna Finocchiaro subito dopo dichiara: «È stato un errore, escluderemo dall’indulto tutti i mafiosi».

7 gennaio 2003
«Berlusconi incontrò Bontate»

Silvio Berlusconi incontrò nella sua villa di Arcore il capo di Cosa nostra Stefano Bontate. Lo dichiara il collaboratore di giustizia Antonino Giuffé, durante il suo interrogatorio al processo di Palermo contro Marcello Dell’Utri, imputato di mafia. Venticinque anni fa – racconta Giuffré – «con la scusa di andare a trovare» il fattore di Arcore, il boss Vittorio Mangano assunto da Berlusconi, Bontate, allora capo della Commissione di Cosa nostra, si recò da Palermo a Milano per incontrare, in villa, l’imprenditore emergente Silvio Berlusconi. Giuffré racconta anche i rapporti tra Cosa nostra e Forza Italia: «Forza Italia non l’ abbiamo fatta salire noi. Il popolo era stufo della Dc, degli uomini politici, u ‘ nni putiva ‘ cchiù e non ne può
più. Allora ha visto in Forza Italia un’ancora… E noi, furbi, abbiamo cercato di prendere al balzo la palla , è giusto? Tutti Forza Italia. E siamo qua». «Forza Italia era vista allora come la nuova Dc, come l’ancora di salvezza di noi mafiosi (…) in cambio di favori, dell’ eliminazione dell’ergastolo, del 41 bis, della confisca dei beni…». E Dell’Utri? «Uno serio e affidabile» (per Cosa nostra), uno «vicino a Cosa Nostra». Dichiarazioni pesanti, pesantissime, sconvolgenti, sul capo del governo, il suo partito, il suo braccio destro. Eppure i quotidiani e le tv, che pure fino al giorno prima hanno raccontato Giuffré come testimone attendibile, tengono bassa la notizia, non la ritengono (tranne l’Unità) degna della prima pagina.



8 dicembre 2002
Moderati all’italiana

Si chiude a Roma il primo congresso della Udc, il nuovo partito che riunisce i democristiani del centrodestra. Molti commenti positivi per la «moderazione» della nuova formazione di Casini e Follini. Entusiasti molti anche a sinistra (tra cui gli ineffabili del Riformista). Moderati? Sono moderati gli applauditissimi Cirino Pomicino, Prandini, Bernini, Santuz (tutti pregiudicati per tangenti), è moderato Mannino (inquisito per mafia), è moderato Andreotti (sotto processo per mafia, condannato per omicidio)?


26 novembre
Mi avvalgo

Silvio Berlusconi ha fatto scena muta, martedì 26 novembre, davanti ai giudici del tribunale di Palermo che lo dovevano interrogare, in trasferta a palazzo Chigi, nel processo per mafia con imputato Marcello Dell’Utri. Berlusconi era stato indicato come testimone dalla difesa Dell’Utri ma, in quanto ex indagato, si è avvalso della facoltà di non rispondere.Ha così perso l’occasione per dissipare, una volta per tutte, le ombre sul suo passato.
Come giunse il capomafia Vittorio Mangano nella villa di Arcore? Perché quelle casalinghe, quei disoccupati, quei disabili colpiti da ictus, a fare da prestanome nelle sue società? Da dove arrivavano tutti quei soldi di provenienza ignota, 99 miliardi di lire dell’epoca (pari a 500 miliardi di oggi), affluiti nelle holding Fininvest negli anni Settanta? E quei 14 miliardi in contanti? Mai saputo niente dei rapporti tra la Fininvest siciliana e un nipote di Buscetta? La Fininvest pagò il pizzo per le antenne in Sicilia? Trattò con Cosa nostra dopo gli incendi dei magazzini Standa a Catania?


3 novembre
Il Presidente Palazzinaro

«Mi sono intrattenuto con i miei amici architetti», dice Silvio, e annuncia di avere trovato la soluzione per il terremoto in Molise: San Giuliano Due (come Milano Due) da costruire accanto al vecchio paese, da lasciar lì o abbattere, che importa? Da non credere. Il Presidente Palazzinaro risolve i problemi urbanistici con i suoi amici, a casa sua, la sera (povere istituzioni). E sprofonda nel ridicolo. Peccato che nessuna tv lo faccia notare.


11 ottobre
Le corna di Silvio

Il presidente del Consiglio nonché ministro degli Esteri ad interim della Repubblica italiana, uscendo da una riunione internazionale, ha fatto curiose dichiarazioni sui presunti rapporti tra sua moglie (chiamata «povera donna») e il professor Massimo Cacciari. Se l¹avesse fatto un qualunque cittadino della Repubblica, sarebbe stato additato, in questo Paese che a certe cose ancora ci tiene, come cornuto confesso. Invece l¹ha fatto Silvio Berlusconi, ed è stato salutato come geniale comunicatore, capace di disinnescare una dilagante diceria raccontandola egli stesso. Già il vezzo di convocare ministri e uomini delle istituzioni nelle sue case e ville private aveva dimostrato un¹attitudine sudamericana all¹uso del potere e una predisposizione naturale a confondere faccende private e affari di Stato. Ora l¹uso personale e bizzarro di appuntamenti politici internazionali riporta il premier dal Sudamerica all¹Italia, in un clima da Strapaese che ha radici antiche. Ma è la reazione di una parte della stampa a confermare l¹eterno, automatico, pavloviano servilismo italiano per il potere. Silvio, con le sue barzellette e i suoi volgari accenni alla moglie, è un «geniale comunicatore», proprio come Giulio Andreotti, con le sue battute e i suoi libri insipidi era «spiritoso e brillante». Come Gianni De Michelis era un simpatico e vivace ballerino. Come Francesco Cossiga, con le sue mattane ciclotimiche, è un politico interpellato su ogni cosa. Come Vittorio Sgarbi, che insulta a ruota libera contando sull¹immunità parlamentare, è una idolo da salotto. «Ma come parli?», chiederebbe a tutti loro Nanni Moretti. E chiuderebbe la comunicazione.


ottobre 2002
O ci sei, o ti fai

Il governo lancia una nuova campagna sulla droga.


28 settembre

Previti, l’interrogatorio

Dopo mille difficoltà frapposte ai giudici che lo stanno processando a Milano con l’accusa di aver corrotto alcuni magistrati romani, Cesare Previti si presenta finalmente in tribunale e risponde alle domande del pubblico ministero Ilda Boccassini. Cambia versione: i miliardi che ha preso dalla famiglia Rovelli non sono più soldi che doveva distribuire ad altri, ma sono sue parcelle professionali. Parcelle anche i miliardi avuti dalla Fininvest, dice. Non spiega però per quali prestazioni, di cui non può mostrare né mandato né giustificativi. Ammette di essere un grande evasore fiscale, dunque, che ha nascosto miliardi e miliardi all’estero. Non spiega come mai la stessa cifra avuta dai conti Fininvest sia poi finita, esatta all’ultimo dollaro, sul conto del giudice Renato Squillante, accusato di aver veduto sentenze a Berlusconi. Attacca in maniera volgare la teste Stefania Ariosto, parlando di falli che lei conoscerebbe assai bene; eppure Boccassini non utilizza neppure gli elementi d’accusa portati da Ariosto, perché ormai sono le carte bancarie a provare i passaggi di denaro da Berlusconi a Previti e da Previti ai giudici romani. Di quelle carte mette in dubbio l’autenticità: potrebbero essere false (ecco a che cosa doveva servire la legge sulle rogatorie). Snobba gli accenni di un avvocato della parte civile alla possibile falsificazione dei bilanci Fininvest che non contengono indicazioni delle uscite miliardarie verse Previti (ecco a che cosa è servita la legge sul falso in bilancio). Parla con leggerezza dei suoi miliardi rientrati dall’estero (ecco a che cosa è servita la legge sul rientro dei capitali). Si vanta di aver avuto a servizio due giuristi, Carlo Mezzanotte e Romano Vaccarella, oggi giudici della Corte costituzionale (che dovrà pronunciarsi sul processo di Milano). Fa capire di non riconoscere l’imparzialità dei giudici (ecco a che cosa servirà la legge sul legittimo sospetto).

12 agosto 2002
L’epurazione secondo An

Ugo Martinat, di An, sottosegretario alle Infrastrutture, dichiara al quotidiano Il Secolo: «Appena entrato nella mia stanza al ministero, un funzionario molto zelante mi ha amabilmente rimproverato perché portavo alla giacca il distintivo di Alleanza nazionale. “Sa”, mi ha detto con voce gentile e ferma, “ora lei rappresenta non un partito, ma le istituzioni, lo Stato”… Subito dopo ho chiamato il direttore del personale e gli ho detto di non farmi più trovare tra i piedi quel solerte funzionario. Morale, non l’ho più visto. Credo non faccia più il responsabile delle pubbliche relazioni».

11 agosto 2002
Minacce leghiste

Il sindaco di Erba, Enrico Ghioni, dell’Ulivo, ha fatto rimuovere una stele con il sole delle Alpi e la scritta “Piazza Padania” posta dai leghisti nella piazza della stazione, già Piazza Roma. Reazione di Mario Borghezio: «Il sindaco di Erba ringrazi Iddio che la Padania non è la Corsica, dove, se un sindaco filofrancese osasse attuare uno sgarbo del genere al sentimento della popolazione locale, finirebbe sicuramente di vivere».

27 luglio
Cocaina al ministero

Arrestato uno spacciatore palermitano, Alessandro Martello, attivista di Forza Italia in Sicilia, che «era solito introdurre cocaina al ministero del Tesoro». Secondo alcune intercettazioni, destinatario era il viceministro del Tesoro Gianfranco Micciché, che si era portato da Palermo a Roma il suo pusher personale. Povero Micciché: come forzitaliota è proibizionista antidroga, come privato è consumatore abituale di cocaina; e come viceministro ha responsabilità politica su quella Guardia di finanza che lo indaga per droga, dopo che i carabinieri, primi titolari delle indagini sul caso, erano stati definiti da Micciché «corpo deviato dello Stato»…
Nei mesi precedenti, la voce di Micchiché era stata registrata dalla polizia giudiziaria che stava indagando sulle attività criminali del figlio minore di Totò Riina. Il suo prestanome, un imprenditore di nome Fecarotta, intercettato, si era rivolto ripetutamente a Micciché, che al telefono chiamava confidenzialmente «Gianfrancuccio». Era seguita polemica: non già per il fatto che un viceministro parlasse al telefono con il prestanome del figlio di Riina (poi entrambi arrestati, Fecarotta e Riina jr), ma perché si era osato intercettare un viceministro…


28 luglio
Assalto padano al tesoro

Bossi e Tremonti cercano di mettere le mani per legge sulle ricchissime Fondazioni bancarie, imponendo che i loro consigli siano per ben due terzi composti da membri politici nominati dagli enti locali. Per ora il Consiglio di Stato ha bloccato l’appetito lottizzatore berlusconian-bossiano. Domani si vedrà.

25 luglio

Tv, anomalia italiana

Il presidente della Repubblica Ciampi invia il suo primo messaggio alle Camere. Argomento: l’informazione. Berlusconi, che è il vero problema dell’informazione in Italia, fa finta di niente e dice che è d’accordo. Quasi deserto il dibattito parlamentare.

25 luglio
Caro Ciampi,
io resto agli Esteri

Berlusconi fa uno show davanti agli ambasciatori italiani e si rivolge al presidente della Repubblica con uno scortese tu: «Nonostante i tuoi continui inviti sono felice di restare alla Farnesina».

25 luglio 2002

Più soldi ai partiti

Approvata una legge che aumenta i soldi dello Stato alle forze politiche. Infranta così la volontà popolare che si era espressa nel referendum contro il finanziamento pubblico ai partiti.

25 luglio 2002

Mafiosi, state tranquilli…

Sulla prima pagina del Giornale, quotidiano di Berlusconi, compare un articolo del ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli: «41 bis, nessuno sarà condannato al carcere duro a vita». Una rassicurazione ai mafiosi che stanno chiedendo ai partiti di mantenere i patti e migliorare (almeno) la loro situazione carceraria.


26 luglio 2002

Depistaggi Br
Finti volantini Br al ministro Alemanno e a sindacalisti. Qualche professionista della disinformazione è al lavoro. Qualcuno sta lavorando per preparare creare un clima di tensione e un autunno caldo.

19 maggio 2002
Il teatro censurato

Se in futuro si vorrà trovare una data per l’inizio del regime berlusconiano, la data potrebbe essere questa. Censurata la scenografia delle Rane di Aristofane, con la regia di Luca Ronconi, al teatro greco di Siracusa: perché rappresentava in caricatura gli uomini del potere, cioè Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Umberto Bossi. È l’intervento del ministro siciliano di Forza Italia Gianfranco Micciché a provocare la censura. Prima di una cena ufficiale, Micciché ha detto a Ronconi che il teatro pubblico non può permettersi di attaccare il governo, perché è il governo a pagare il teatro (scambiando così lo Stato, che è di tutti i cittadini, con il governo, anzi con i partiti di governo).


maggio 2002

I sondaggi Rai?
Ora li fa Berlusconi

L’appalto per realizzare i sondaggi elettorali sulle reti Rai è stato assegnato a un consorzio che fa capo a Luigi Crespi e alla sua società Datamedia. È la società che negli ultimi appuntamenti elettorali è stata usata da Berlusconi non tanto e non solo per rilevare le intenzioni di voto, quanto invece come strumento per creare consenso durante le campagne elettorali. Operatori del settore dicono che Datamedia sia cresciuta negli ultimi anni grazie a capitali di Berlusconi, che sarebbe dunque il reale proprietario del gruppo. Certo nell’ultima tornata elettorale la costosissima campagna d’affissione di Forza Italia è stata pagata da una società del gruppo Datamedia. Ora Crespi ha vinto l’appalto Rai. I sondaggi politici per la tv pubblica per i prossimi tre anni li farà direttamente Berlusconi.


maggio 2002

I poliziotti picchiano.
Il governo attacca i giudici

Ministri del governo Berlusconi reagiscono rabbiosamente contro i magistrati di Napoli che hanno chiesto gli arresti domiciliari di alcuni poliziotti di Napoli, accusati di violenze nei confronti di manifestanti no global (secondo l’accusa, erano andati a prendere i manifestanti addirittura negli ospedali). La giusta solidarietà alla polizia, che fa un lavoro duro e ingrato, si trasforma in un violento attacco alla magistratura, in un tentativo di mettere la polizia contro i magistrati. Sullo sfondo, la proposta di legge Mormino: togliere al pm la direzione della polizia giudiziaria. Sarebbe la fine delle inchieste sui politici… (archivio: Ora è duro essere sbirri. Dopo Napoli, dopo il G8 di Genova, parlano i poliziotti)


aprile 2002

Biagi fa una tv «criminosa»

«Licenziate Biagi, Santoro, Luttazzi…». Con un’arroganza da padrone del vapore e della tv (privata e pubblica) Silvio Berlusconi in trasferta, forse galvanizzato dal clima bulgaro, stila la sua prima lista di proscrizione, indicando ai servitori che ha messo a comandare la Rai i primi professionisti da licenziare: i giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro, il comico Daniele Luttazzi (peraltro già licenziato: ecluso dalla tv pubblica dal giorno in cui si è macchiato del crimine di aver invitato nel suo programma Marco Travaglio).
I tre, secondo Berlusconi, hanno usato la tv in modo «criminoso». E Berlusconi ora controlla cinque reti su sei e sei telegiornali su sette. Se questo non è regime… Sembra di essere in Kazakistan! (a proposito, guardate che cosa succede laggiù, a proposito di tv e Berlusconi…) Ma quando i due consiglieri Rai indicati dal centrosinistra (Donzelli e Zanda) se ne andranno, invece di assistere impotenti alla completa occupazione della tv pubblica?


aprile

Uomo di Previti alla Consulta

Eletti, dopo un lungo braccio di ferro tra centrosinistra e centrodestra, i due nuovi giudici della Corte costituzionale. Sono Romano Vaccarella e Ugo De Siervo. Vaccarella è uomo di Cesare Previti e avvocato (l’ennesimo) di Silvio Berlusconi (lo ha assisitito nella causa contro Marco Travaglio e Daniele Luttazzi). Reagisce con rabbia l’ex candidato del centrodestra Filippo Mancuso, sibilando a Previti: «La tua fama di bandito è meritata. Ma è al di sotto della realtà». E poi, rivolto al centrosinistra: «Castagnetti e Violante, potevate avere almeno il coraggio di far votare direttamente Previti».

Il primo scarcerato

Si chiama Giovanni Pozzi, era incarcerato a Varese con l’accusa di essere il riciclatore dei miliardi della Ndrangheta e dei Caruana-Cuntrera. È stato scarcerato per effetto della nuova legge sulle rogatorie: le prove arrivate dalle banche svizzere sono carta straccia, dunque, si aprano le porte della cella. Ma non avevano detto, Schifani, Frattini, La Loggia, che nessuno sarebbe uscito dal carcere per effetto delle nuove regole sulle rogatorie?

24 ottobre 2002
Bruno Vespa, l’agguato


Bruno Vespa organizza un teleagguato ad Antonio Di Pietro. Lo invita nel suo salotto tv di Porta a porta e lo dà in pasto agli altri ospiti, scelti accuratamente tra i fan più sfegatati di Silvio, primo fra tutti il presidente dei senatori di Forza Italia Renato Schifani da Palermo (a cui è stata assegnata una delle scorte tolte ai magistrati antimafia). Imparata la lezione di Elio Vito, Schifani e i suoi sodali parlano a raffica, interrompono gli interlocutori, attaccano Mani pulite e i magistrati «comunisti», accusati di aver «massacrato» un’intera classe politica usando «prove false». Scaricano, commenta Gian Carlo Caselli, «una quantità industriale di fango e di menzogne». «Vespa ha dimostrato di essere il sottosegretario alla propaganda di Berlusconi», dichiara il senatore Nando dalla Chiesa. Che ricorda il particolare conflitto d’interessi che coinvolge il giornalista: è schieratissimo autore della casa editrice di Berlusconi, che da anni lo paga con sostanziosi anticipi per i suoi libri; nello stesso tempo vorrebbe sembrare l’imparziale gestore del telesalotto di Porta a porta, quello dove Berlusconi arriva con le sue cartine, in campagna elettorale, a spiegare le grandi opere che farà in Italia dopo la vittoria. Il frastornato presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Gennaro, presente in trasmissione, nei giorni seguenti non può far altro che constatare e denunciare l’esistenza di «un piano per delegittimare i magistrati». Infatti, dopo il programma, scattano le anticipazioni del nuovo libro di Vespa, “La scossa”, in cui Berlusconi gli dichiara che Mani pulite è stata una guerra civile condotta dalla «sinistra giudiziaria» per uccidere le forze democratiche italiane.

12 novembre
Il senatore va (quasi) in galera

La scena sarebbe buffa, se non fosse drammatica. I carabinieri vanno ad arrestare un signore di Napoli accusato di frode: avrebbe rubato fondi dell’Unione europea. La procura della Repubblica napoletana, dopo mesi di indagini, è convinta di aver raccolto elementi d’accusa che impongono l’arresto. Il giudice li esamina e decide: sì, è necessario proprio arrestare. Il signore accusato di truffa, che si chiama Salvatore Marano, va su tutte le furie: ma come vi permettete? Io il 13 maggio scorso sono stato eletto nelle liste di Berlusconi, io sono un senatore della Repubblica. I carabinieri verificano: è vero. Salutano e se ne vanno. Subito scoppia una scandalo: perché un indagato per truffa si è messo al sicuro facendosi eleggere senatore? Ma no: tale Pasquale Giuliano, responsabile campano giustizia di Forza Italia, s’indigna e protesta perché i magistrati si sono permessi di (quasi) arrestare un senatore!

28 ottobre

Arriva il paciere
Sulla giustizia interviene Francesco Rutelli: «Basta con le risse». I magistrati sono ogni giorno attaccati da Berlusconi e dai suoi uomini, sono accusati di «complotto» contro la democrazia, di aver fatto Mani pulite come una «guerra civile» per azzerare le «forze democratiche e occidentali». Ogni giorno la legalità è offesa, dileggiata, colpita, ferita. Giace a terra in una pozza di sangue, mentre chi l’ha colpita, in Parlamento e alla tv, ridacchia soddisfatto e annuncia pubblicamente che in futuro bisognerà fare di più. E il leader del centrosinistra arriva e dice: «Basta con le risse».
Forse è anche per questo, per questa opposizione debole e confusa, che l’Italia – Paese in cui tutte le reti televisive e gran parte della stampa sono ormai nelle mani di Berlusconi – è arrivata al regimetto delle banane.

26 ottobre

Rientro dei capitali: un regalo alla Fininvest
Il Parlamento vota, in fretta e furia, la fiducia sul decreto sull’introduzione anche in Italia dell’euro. Dentro, c’è la sorpresa: le norme che favoriscono il rientro dei capitali illegalmente trasferiti all’estero. Un aiuto al riciclaggio del danaro sporco. Un regalo agli evasori fiscali. Anzi, un premio: chi ha rispettato le leggi e tenuto i suoi soldi, poniamo 1 miliardo, in Italia, ha pagato 500 milioni di tasse; chi il suo miliardo lo ha nascosto all’estero non solo non ha subito l’inflazione, ma oggi sulla base di questo decreto paga di tasse solo 25 milioni. Perfino il Verde Marco Boato, che ai tempi della Bicamerale non era troppo distante dalle posizioni di Berlusconi sulla Giustizia, oggi dichiara: «Questa operazione è uno scandalo di proporzioni gigantesche, è un’autentica vergogna nazionale, è un’immane offesa allo Stato di diritto». Sorpresa nella sorpresa, la sanatoria non vale soltanto per il passato, ma garantisce anche uno scudo fiscale per i prossimi cinque anni: chi paga (poco) oggi, per il prossimo quinquennio può evadere allegramente il fisco, tanto è sicuro che nessuno lo controllerà. Insomma, vale la pena di inventarsi un rientro di capitali, anche se non li si è mai esportati. Ma perché tanta fretta, perché il governo ha posto addirittura la fiducia? Questa sanatoria potrebbe essere utilizzata anche dalla Fininvest di Berlusconi per riportare a bilancio i soldi del suo comparto estero segreto, quello sotto inchiesta a Milano…

24 ottobre

L’onorevole Carlucci, ancora
Mattina di fuoco per la deputata Gabriella Carlucci, quella che ha ben chiaro il suo programma. A bordo della sua auto, una fiammante Porsche Carrera argento, mentre parla al cellulare si distrae e in via del Tritone tampona un jumbo tram. Invece di fermarsi, scappa a tutta velocità, imboccando una corsia preferenziale vietata alle auto private: ma per di più l’imbocca contromano. Piomba in piazza del Parlamento, cerca posto nel parcheggio riservato, non lo trova, abbandona l’auto in curva e sparisce nell’edificio della Camera. Poi spiega: «Avevo fretta, dovevo arrivare in Aula».

24 ottobre

Lunardi, l’appello
Per uno scontro frontale tra due camion, va a fuoco il tunnel del Gottardo. Il ministro Lunardi, specialista in tunnel, dopo la sciagura dichiara: «Non criminalizziamo i trafori».

21 ottobre

L’assoluzione e l’onore
La Corte di cassazione assolve Silvio Berlusconi dall’accusa di corruzione, per le tangenti pagate alla Guardia di finanza. E Berlusconi chiede con una lettera al Corriere che, dopo tanti attacchi, gli sia restituito l’onore. Ma, intanto, Berlusconi è ancora indagato o imputato in altri processi. Ed è stato condannato a 2 anni e 4 mesi (anche se poi la pena è stata prescritta) per 21 miliardi di finanziamenti illeciti a Bettino Craxi, passati attraverso la società estera All Iberian. Nel processo per le tangenti alla Guardia di finanza è stato assolto, ma non lo sono stati però i suoi coimputati, il direttore dei servizi fiscali Fininvest Salvatore Sciascia e il suo avvocato Massimo Maria Berruti, né gli uomini della Guardia di finanza coinvolti nella vicenda. Dunque la corruzione c’è stata, le tangenti per addomesticare i controlli fiscali alla Mondadori, a Videotime e a Mediolanum sono state pagate. Se davvero di quelle mazzette non sa niente, Berlusconi è stato ingannato e tradito dai suoi collaboratori. Perché allora non ha cacciato Berruti, ma anzi lo ha fatto diventare deputato?
18 ottobre
Lunardi, le strade, i tunnel
I conflitti d’interesse sono come le ciliege: uno tira l’altro. Quello del presidente del Consiglio, noto in tutta Europa, tira il conflitto del ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi: il ministro è infatti titolare di un’impresa di progettazione, la Rocksoil, che lavora per il ministero. E il conflitto di Lunardi ora tira quello dell’appena nominato commissario dell’Anas, Vincenzo Pozzi: Pozzi ha concesso alla Rocksoil di Lunardi appalti per miliardi. L’Anas, l’ente nazionale per le strade, gestisce ogni anno lavori per circa 3-4 mila miliardi. Dopo le dimissioni del suo presidente, Giuseppe D’Angiolino, Lunardi la riporta sotto il diretto controllo del suo ministero, per affrontare la stagione di grandi opere promessa da Silvio Berlusconi. Arriva Pozzi, fino a ieri amministratore delegato della Rav (Raccordo autostradale Valle d’Aosta). Ebbene, Pozzi ha affidato alla Rocksoil di Lunardi l’incarico di progettare il raccordo autostradale valdostano e le gallerie della Rav: consulenze per almeno 7 miliardi. Siamo così di fronte a un conflitto d’interessi circolare: Pozzi dà incarichi professionali miliardari al Lunardi-progettista, Lunardi-progettista diventa ministro, il Lunardi-ministro nomina Pozzi presidente dell’Anas.

17 ottobre
Taormina bifronte
L’ultima (dopo rogatorie, falso in bilancio, rientro dei capitali, taglio delle scorte…) riguarda l’avvocato-sottosegretario all’Interno Carlo Taormina. Con l’assegnazione delle deleghe di governo, gli sono state affidate le competenze in materia di lotta a racket e usura, e di sostegno alle vittime della criminalità. Così si verificherà la seguente situazione: l’avvocato Taormina, difensore di mafiosi, in quanto sottosegretario deciderà anche come assegnare i fondi alle vittime dei suoi clienti. Un lavoro a ciclo continuo. Non solo: il sottosegretario Taormina si dovrà occupare dei commercianti che subiscono il pizzo, magari lo stesso pizzo estorto da qualcuno dei suoi difesi. Situazione imbarazzante. Tanto che è stata divulgata in modo da non farla capire. Il 15 ottobre un comunicato stampa del ministero dell’Interno ha diffuso la notizia che a Taormina era affidata la delega «alla libertà civile e all’immigrazione». Sulla Gazzetta ufficiale del 17 ottobre, però, ecco spuntare un «altresì»: «Il sottosegretario di Stato Onorevole Carlo Taormina è altresì delegato per le materie relative al coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, e al coordinamento delle iniziative di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso, di competenza dei rispettivi commissari». Che cosa farà ora Taormina, difensore del boss del contrabbando Francesco Prudentino, quando dovrà occuparsi delle vittime dei contrabbandieri, tra cui magari poliziotti, carabinieri o finanzieri uccisi in Puglia dalle cosche? E che peso ha avuto il sottosegretario-avvocato nella delegittimazione di Tano Grasso e nel suo allontanamento di fatto dall’incarico di commissario antiracket?

16 ottobre 2001

Promosso e punito
Dieci anni fa aveva chiesto di essere trasferito. Negli ultimi anni gli avevano sottoposto numerose offerte, che lui ha sempre rifiutato. Il 16 ottobre un fax di poche righe gli ha comunicato che doveva fare subito le valige. è la curiosa storia di Domenico Salvemini, avvocato generale dello Stato nel distretto giudiziario di Milano, promosso “con effetto immediato” a capo dell’Avvocatura generale di Brescia. Uno scatto apprezzabile, senonché lo stimato giurista milanese non aveva mai chiesto di essere allontanato da Milano. Le perplessità su questa vicenda nascono dal fatto che Salvemini è “parte civile pubblica” – cioè rappresenta gli interessi dello Stato – in processi delicati, quelli del filone “toghe sporche” che vedono implicati fra gli altri Silvio Berlusconi e Cesare Previti: il caso Sme (nato dalle rivelazioni di Stefania Ariosto) e il Lodo Mondadori (l’arbitrato che consentì a Berlusconi di impadronirsi della casa editrice). Processi complessi, che costeranno molta fatica al successore di Salvemini, probabilmente costretto a studiarsi da zero migliaia di carte. Secondo problema: in seguito a una sentenza di Cassazione del 2000, l’avvocatura dello Stato dipende dalla presidenza del Consiglio. Cioè da Berlusconi: che – per chi volesse ancora tenere il conto dei conflitti di interesse che lo riguardano – veste allo stesso tempo i panni di imputato e controllore della parte civile pubblica. Il caso è stato sollevato alla Camera dai Ds Luciano Violante e Anna Finocchiaro. Il ministro dei rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi (Ccd), ha risposto il 18 ottobre. Secondo Giovanardi, “il presidente del Consiglio non c’entra assolutamente nulla”, la promozione è avvenuta seguendo l’iter di legge e non ci sarà “alcuna conseguenza sui processi in atto a Milano”. Il ministro ha anche assicurato che Salvemini potrà affiancare il suo sostituto nei processi aperti e che non ci sarà alcun ritardo. Procedura regolare, dunque: proposta dell’Avvocato generale dello stato, decreto del capo dello Stato, controfirma del presidente del Consiglio, parere favorevole di un organo di autogoverno simile al Csm. Resta solo una domanda: perché nessuno si è occupato di interpellare l’interessato, rispolverando una domanda di trasferimento (a Milano) vecchia di dieci anni? (mp)

15 ottobre
L’Italia contro l’Occidente
Il settimanale statunitense Business Week scrive: «Dopo gli attacchi dell’11 settembre contro gli Usa, Stati e governi in America ed Europa si sono precipitati a dare nuovo impulso alla cooperazione internazionale nel campo delle inchieste penali, a condividere informazioni sui conti correnti usati dalle reti terroristiche e a rendere più severe le leggi contro il riciclaggio e gli altri reati finanziari. Eppure, con grande costernazione delle sue autorità giudiziarie, c’è un Paese che sta marciando in direzione opposta: l’Italia. E a guidare la carica è niente di meno che il suo presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il 3 ottobre il governo di Berlusconi ha approvato una legge che renderà più difficile per i magistrati italiani investigare su flussi finanziari internazionali sospetti. Un altro provvedimento, approvato il mese scorso, depenalizzerà parzialmente il falso in bilancio, abbreviando i termini per la prescrizione, e riducendo sensibilmente le pene per i colpevoli. (…) Non è un segreto che la legge beneficerà anche e in maniera diretta Berlusconi, provocando il deragliamento dei processi avviati contro di lui per frode fiscale, falso in bilancio e corruzione».

10 ottobre

Le bugie hanno le gambe corte
Viaggio di Berlusconi a Bruxelles. Uno degli obiettivi: far dimenticare la brutta figura di Berlino. Berlusconi incontra i membri della Commissione europea e il suo presidente Romano Prodi. Poi confida ai giornalisti: «Ho fatto un’esposizione sommaria della Finanziaria e ho trovato un’ottima accoglienza sia di Prodi che di Solbes». è una notizia, visto che il giudizio dell’Europa sul budget italiano sarà il punto cruciale di un confronto aspro e sotterraneo sul Patto di Stabilità. Peccato che i giornalisti facciano qualche verifica. Prodi: «Non ne abbiamo parlato affatto». Solbes, responsabile delle politiche economiche dell’Unione: «Non ho espresso alcun giudizio sulla Finanziaria italiana, che valuterò insieme al programma di stabilità». A fine giornata, Berlusconi è costretto a correggersi: «Io ho illustrato l’azione di governo, Prodi e Solbes mi hanno ascoltato in silenzio». Non era rimasto in silenzio invece Neil Kinnock, vicepresidente inglese della Commissione, che aveva rivolto a Berlusconi una raffica di domande sulla sua concezione dei rapporti con l’Islam e sul suo conflitto d’interessi. Alla conferenza stampa finale, poi, il clima è perfino peggiore. La stampa straniera, a differenza di quella italiana, a Berlusconi rivolge domande: «Perché volete fare un monumento a Mussolini a Salò?». «Ci dice che cosa pensa veramente dell’Islam?». «Ha sentito le voci che circolano a Bruxelles secondo le quali si dovrebbe dimettere perché indegno di guidare un grande Paese?». «Presidente Prodi, ha spiegato a Berlusconi che le sue dichiarazioni sono state un danno all’Europa?». «è vero che un solo aeroporto italiano ha il radar di terra in funzione?». Berlusconi si difende: «Sull’Islam mi attribuite frasi mai dette. Riferitevi ai miei discorsi, non alle favole». «Sulle rogatorie si è messo in moto un club delle menzogne, non è vero che la legge favorirà pedofili e mafiosi». La conferenza stampa finisce tra brusii di disapprovazione e perfino un fischio.

7 ottobre
Bush attacca, Silvio è snobbato all’estero
Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush attacca l’Afghanistan senza avvisare di persona il premier italiano, come aveva fatto invece con gli altri alleati europei, né ha messo l’Italia in prima fila nei ringraziamenti. Riceve Berlusconi a Washington solo dopo una lunga attesa. In Europa, a Berlusconi non va meglio. La troika europea Francia, Germania, Inghilterra riunisce prima dell’incontro di tutti i Paesi dell’Unione, escludendo l’Italia. Prima ancora, l’Italia di Berlusconi aveva dovuto subire altre umiliazioni internazionali: il presidente della Camera francese si era rifiutato di incontrare il collega italiano Marcello Pera; il ministro degli Esteri belga aveva dato zero in condotta al nostro governo; alcuni governi avevano criticato il comportamento e gli abusi delle polizie italiane al G8 di Genova; la magistratura svizzera si era indignata per le accuse di mandare «carte false» in risposta alle rogatorie dei magistrati italiani; molti giornali stranieri, anche decisamente conservatori, criticano duramente le scelte dell’esecutivo italiano.

3 ottobre
Rogatorie, colpo di spugna/2
Il Parlamento approva, tra scontri verbali e anche fisici, la nuova legge che regola le rogatorie, cioè le richieste di assistenza giudiziaria all’estero. Il centrodestra eredita la riforma lasciata incompiuta dall’Ulivo e a suon di emendamenti stravolge e snatura l’ottimo accordo di collaborazione siglato tra Italia e Svizzera. Invece di rendere più facili e veloci gli scambi, li rende più difficili. Ora sarà praticamente impossibile l’impiego nei processi italiani di documenti che provengono dall’estero. Saranno infatti inutilizzabili, anche nei processi già in corso, in primo grado, in appello e in Cassazione, tutti i documenti che non siano arrivati per via ufficiale e con tutti i timbri al posto giusto. Inutilizzabili tutte le fonti di prova raccolte all’estero con criteri diversi da quelli delle leggi italiane. Si risolveranno così le sorti processuali di Berlusconi e di alcuni suoi amici: saranno carta straccia i documenti bancari raccolti in Svizzera che provano i passaggi di denaro dalla Fininvest a Previti e da Previti ai giudici romani, per comprare alcune sentenze. E saranno carta straccia i documenti determinanti in altri 7 mila processi, tra cui 1.278 per corruzione, 810 per mafia, 1.045 per droga, 398 per riciclaggio, 279 per traffico d’armi, 36 per pedofilia. A Milano sono stati arrestati alcuni arabi con l’accusa di far parte della galassia islamista di Bin Laden: anche per loro le prove d’accusa raccolte all’estero saranno carta straccia. Il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi firma la legge.

26 settembre
La crociata di Silvio
Viaggio di Berlusconi a Berlino. Incontra il cancelliere tedesco Gerhard Schoeder e il leader russo Vladimir Putin, anch’egli in visita in Germania. Si lascia andare a qualche dichiarazione sull’Islam e sullo «scontro di civiltà» che sarebbe iniziato. «Noi dobbiamo essere consapevoli della superiorità della nostra civiltà, che ha dato luogo al benessere e al rispetto dei diritti umani e religiosi. Cosa che non c’è nei Paesi dell’Islam». E poi: «Bobbiamo evitare di mettere le due civiltà, quella islamica e qualla nostra, sullo stesso piano. La libertà non è patrimonio della civiltà islamica». E ancora: «La nostra civiltà deve estendere a chi è rimasto indietro di almeno 1.400 anni nella storia i benefici e le conquiste che l’Occidente conosce». Ne nasce un caso internazionale: protestano i Paesi arabi, si indignano gli alleati occidentali. Una gaffe mondiale, una figuraccia planetaria. Berlusconi si rifiuta comunque di rettificare, sostiene di essere vittima di una congiura: «Hanno frainteso le mie parole». Perfino Bush in ogni suo discorso ribadisce che la guerra non è contro l’Islam, ma contro i terroristi. Berlusconi invece, mal consigliato da don Gianni Baget Bozzo, si lancia in controproducenti crociate ideologiche, senza neppure rendersi conto che attaccare tutto l’Islam significa spingere verso Bin Laden tutto il mondo islamico.

18 settembre
Tagli alle scorte
Il ministero dell’Interno decide di ridurre gli agenti di polizia impegnati nei servizi di scorta. Decisione in sé è corretta: è giusto utilizzare meglio possibile le forze di polizia. Peccato che venga usata per punire alcuni magistrati, far loro sentire che sono lasciati soli, dare un segnale all’esterno che il vento è cambiato. Così la scorta è tolta ai magistrati della procura di Palermo che in Sicilia contrastano Cosa nostra e che hanno indagato anche su Marcello Dell’Utri e Giulio Andreotti. A Milano è tolta a Ilda Boccassini, la magistrata che in Sicilia ha scoperto gli assassini di Giovanni Falcone e che a Milano rappresenta l’accusa contro Silvio Berlusconi e Cesare Previti in alcuni delicati processi. Il procuratore generale della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli per protesta rinuncia anch’egli alla scorta e dichiara: «Sembra indiscutibile che certe decisioni assunte debbano collocarsi nel quadro di un’ostilità contro i magistrati che continuano il lavoro di Mani pulite e che tengono alta nei confronti di tutti, senza timori e senza guardare in faccia nessuno, la bandiera della legalità».

11 settembre
L’attacco
Oggi è cambiato non solo lo skyline di Manhattan, è cambiato il mondo e la nostra storia. Una federazione di terroristi riuniti attorno a Osama Bin Laden ha attaccato New York e Washington. Ma l’attacco è alla democrazia. Alla democrazia americana, alla nostra fragile democrazia italiana. Anche in Italia sono attivi gruppi del network islamista e un rapporto del Tesoro statunitense dirà che Milano è per Bin Laden il maggior centro europeo. Peccato che il Cavalier Silvio Banana non perda occasione per dire la cosa sbagliata e per fare la cosa dannosa. Da oggi in poi, mentre l’attenzione dei cittadini è (giustamente) concentrata sulla guerra che inizia, in Italia il governo e la sua maggioranza parlamentare cominciano una girandola di dichiarazioni agghiaccianti e di decisioni cattive: dopo la depenalizzazione del falso in bilancio, arrivano la legge che azzera le rogatorie internazionali, la sospensione delle scorte ai magistrati a rischio, la legge-premio agli esportatori di capitali… Aveva promesso meno tasse e pensioni più alte, invece Berlusconi nei primi cento giorni del suo governo risolve i problemi giudiziari suoi e dei suoi amici. Del resto, ogni guerra ha i suoi pescecani, i suoi profittatori, chi si arricchisce con il contrabbando o la borsa nera. Nell’Italia delle Banane le cose sono appena un po’ più raffinate.


Con la scusa della guerra, in Italia…

L’attenzione dell’opinione pubblica è tutta rivolta, naturalmente e giustamente, alla guerra. Intanto, in Italia, passano cose indegne:

– come la relazione di maggioranza sul G8 di Genova, che dice che non è successo niente (ma allora perché il governo ha già cacciato tre superpoliziotti?)

– come la buffa legge sul conflitto d’interessi (che non risolve nulla)

– come la riduzione delle scorte, misura in sé giusta, ma usata per punire magistrati scomodi, far loro sentire che sono lasciati soli. Così la scorta è stata tolta a Ilda Boccassini, magistrata che ha scoperto gli assassini di Giovanni Falcone e che ha indagato su Silvio Berlusconi e Cesare Previti. Ha dichiarato a questo proposito il procuratore generale della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli:

«Sembra indiscutibile che certe decisioni assunte debbano collocarsi nel quadro di un’ostilità contro i magistrati che continuano il lavoro di Mani pulite e che tengono alta nei confronti di tutti, senza timori e senza quardare in faccia nessuno, la bandiera della legalità».

– Con la scusa della guerra, Berlusconi potrà non mantenere le promesse elettorali (meno tasse per tutti, pensioni più giuste…) e varare una Legge finanziaria di guerra (da 34 mila miliardi). Con molti soldi dati ai militari e ai servizi segreti, che molto probabilmente saranno tutti centralizzati sotto il controllo diretto del presidente del Consiglio.

Ci sono due riforme in discussione in Parlamento che sono particolarmente significative del clima che stiamo vivendo in Italia: la riforma del falso in bilancio e la riforma delle rogatorie giudiziarie internazionali. Significative perché sono riforme che vanno controcorrente rispetto alle richieste degli Stati Uniti e dell’Europa dopo l’attacco dell’11 settembre. Sono riforme che rendono più difficile combattere il terrorismo internazionale in Italia.

Per battere i terroristi, bisogna prosciugare i loro conti. Ora lo dice Bush, ma lo sa, e non da ora, anche Bernard Bertossa, il procuratore generale di Ginevra che conosce bene i meccanismi del riciclaggio internazionale del denaro sporco (ha condotto, tra l’altro, l’indagine sul Russiagate). Intervistato da Radio France Info su come combattere i flussi finanziari che alimentano il terrorismo, Bertossa ha risposto di essere pessimista:

«Stento a vedere il signor Berlusconi o la famiglia reale dell’Arabia Saudita trasformarsi di colpo in nemici del denaro sporco. Lei capisce che cosa voglio dire. Se oggi un giudice francese o svizzero cerca di sapere se bin Laden è titolare di un conto in una banca di Riad, non avrà risposta. Su questo piano resto piuttosto pessimista».

Bisognerebbe proseguire il ragionamento anche sull’altro nome fatto, come esempio, da Bertossa: se un giudice italiano o spagnolo volesse cercare di capire chi si muove dietro l’intreccio di una complicata serie di società off-shore, non troverà grande aiuto dal governo italiano, che sta anzi varando norme per rendere ancora più difficile risalire ai reali operatori, dunque più difficile anche la caccia al denaro sporco. Le nuove norme in discussione in Parlamento sul falso in bilancio rendono le società meno controllabili, meno trasparenti. Tutte le società: anche quelle fatte con soldi mafiosi, anche quelle in cui scorrono i soldi dei terroristi. Le nuove norme sulle rogatorie internazionali, anch’esse in discussione in Parlamento, rendono praticamente impossibile usare nei processi italiani informazioni che provengono dall’estero. In tutti i processi: non solo quelli che coinvolgono il signor Berlusconi e i suoi amici, ma anche quelli relativi a trafficanti di droga internazionali, o terroristi di bin Laden.
è l’ennesimo conflitto d’interessi di Berlusconi: per salvare se stesso, rende più difficile la lotta alla mafia e al terrorismo. Adesso, sotto la pressione delle richieste americane ed europee, dovrà arrabattarsi per trovare una soluzione: potrebbe essere una doppia velocità, leggi morbide per sé, più dure per i terroristi. Ma la legge non doveva essere uguale per tutti?

I Paesi europei, sotto la pressione americana, varano il mandato di cattura europeo, che permette di arrestare in qualsiasi Paese del continente un terrorista ricercato. L’Italia intanto lavora in direzione esattamente opposta: le nuove norme sulle rogatorie, una volta definitive, renderebbero più difficile la collaborazione tra le magistrature dei diversi Paesi e potrebbero addirittura azzerare anche gran parte dei processi in corso istruiti con rogatorie: perché molti scambi di atti sono avvenuti via fax o con contatti diretti tra i giudici, quindi secondo le nuove regole non sono validi.
Il procuratore generale della Repubblica a Milano, Francesco Saverio Borrelli, il 21 settembre si è recato al Quirinale. Nessuna indiscrezione è trapelata sul suo incontro con il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, ma sembra che l’argomento trattato sia stato proprio le riforme che stanno togliendo strumenti di lavoro ai magistrati, dal falso in bilancio alle rogatorie.
Il successore di Borrelli, il procuratore della Repubblica Gerardo D’Ambrosio, benché messo sotto inchiesta disciplinare dal ministro della Giustizia Roberto Castelli, il giorno dopo quell’incontro al Quirinale ha dichiarato:

«Non posso tacere: io servo lo Stato e in gioco c’ è l’interesse di tutti. Soprattutto oggi, con l’emergenza terrorismo, non è possibile mettere a rischio la collaborazione internazionale per tutelare interessi particolari. Allora dico che per il bene del Paese sarebbe meglio decidere che durante l’espletamento del mandato parlamentare i procedimenti relativi a parlamentari siano sospesi».

Il Csm (Consiglio superiore della magistratura) ha approvato un parere fortemente negativo sul disegno di legge di ratifica della convenzione italo svizzera sulle rogatorie:

«Il testo approvato dal Senato il 3 agosto 2001 aggiunge disposizioni confliggenti con quelle contenute nell’accordo italo svizzero del 1998, con i principi del diritto internazionale generale e con altri fondamentali principi del nostro ordinamento, destinati ad avere significative ricadute sui processi in corso».

Secondo il magistrato Armando Spataro, membro del Csm:

«il Senato ha approvato il testo (disegno di legge Dell’Utri, Jannuzzi, Guzzanti e altri) il 3 agosto e la Camera ci riuscirà entro settembre: proprio come si addice a leggi di questo tipo. Non possiamo dimenticare, comunque, che la mancata approvazione della legge di ratifica durante la vecchia legislatura è, secondo me, tutta da addebitare alla vecchia maggioranza di governo e alla logica di compromesso e del “do ut des” che l’ha guidata nelle scelte legislative in tema di giustizia. Specie negi ultimi due anni. Paghiamo e pagheremo anche questo. Ci sono pochi commenti da fare, c’ è molta frustrazione nell’animo e nella testa».

Un poker
contro la legalità


1. Rogatorie.
La nuova legge che Berlusconi vorrebbe rende inutilizzabili i documenti processuali che provengono dall’estero, mette in pericolo molti processi in corso, è utile ad alcuni imputati eccellenti amici di Berlusconi, ma rende più difficile il contrasto alla mafia e al terrorismo internazionale.

2. Falso in bilancio.

La nuova legge che Berlusconi vorrebbe rende più difficile indagare sul falso in bilancio e condannare i responsabili. Salva Berlusconi e qualche suo amico da alcune condanne, ma rende più difficile il contrasto alla mafia e al terrorismo internazionale.

3. Conflitto d’interessi.
La nuova legge che Berlusconi vorrebbe non risolve affatto il conflitto d’interessi di Berlusconi, poiché non separa le sue proprietà dalla sua persona; non prevede alcuna sanzione e non prevede alcun blocco dei provvedimenti del governo che favorissero le società del premier.

4. Scorte.

Con l’obiettivo (giusto) di utilizzare meglio le forze di polizia, il ministero dell’Interno ha tolto la scorta ad alcuni magistrati (come Ilda Boccassini) che hanno condotto importanti e pericolose indagini antimafia e hanno indagato su Silvio Berlusconi e alcuni suoi amici. Come ha dichiarato il procuratore generale Francesco Saverio Borrelli: «Sembra indiscutibile che certe decisioni assunte debbano collocarsi nel quadro di un’ostilità contro i magistrati che continuano il lavoro di Mani pulite e che tengono alta nei confronti di tutti, senza timori e senza guardare in faccia nessuno, la bandiera della legalità».

22 agosto 2001

Convivere con la mafia
Pietro Lunardi, ministro delle Infrastrutture, dichiara alla Versiliana: «Mafia e Camorra ci sono sempre state e sempre ci saranno. Purtroppo ci sono e dovremo convivere con questa realtà. Questo problema non ci deve impedire di fare le infrastrutture. Noi andiamo avanti a fare le opere che dobbiamo fare, e questi problemi di Camorra, che ci saranno, per carità, ognuno se li risolverà come vuole». Protesta Pina Grassi, la vedova di Libero Grassi, un imprenditore palermitano che non voleva «convivere con la mafia» e per questo è stato ucciso. In tv, Enzo Biagi chiede a Lunardi di precisare le sue dichiarazioni. Il ministro, che per strade e tunnel ha una vera ossessione, risponde: «Siamo costretti a convivere con la mafia come con altre realtà, per esempio i 7 mila morti sulle strade». Cosa nostra come la nebbia in Val Padana.

10 agosto 2001
L’Economist e le banane italiane
«La scorsa settimana la Camera italiana ha approvato una legge che riguarda il falso in bilancio. è una legge di cui si vergognerebbero persino gli elettori di una Repubblica delle Banane». The Economist, 10 agosto 2001
(Vedi il testo integrale dell’articolo dell’Economist)

8 agosto 2001
Conflitto d’interessi, legge truffa
Filtrano le prime indiscrezioni sul disegno di legge che Silvio Berlusconi ha fatto confezionare per risolvere il suo conflitto d’interessi. Niente vendita obbligatoria delle aziende. Niente blind trust per la Fininvest e le imprese del Cavaliere. Invece che imporre scelte al Berlusconi imprenditore, la nuova legge suggerisce qualche limitazione al comportamento del governo. Dal cilindro di palazzo Chigi esce una Authority composta da tre membri, nominati dai presidenti di Camera e Senato. Il suo compito: controllare gli atti del governo (i decreti legge, i decreti ministeriali, i regolamenti, ma non i disegni di legge di iniziativa governativa – come quello sul falso in bilancio) e controllare che non favoriscano le aziende di Berlusconi. In questo caso, l’Authority può aprire un’istruttoria, e alla fine sottoporre i suoi risultati a un voto del Parlamento. In ogni caso, le decisioni del governo non sarebbero bloccate, né dall’Authority, né dal Parlamento. Una presa in giro.

2 agosto 2001
ROGATORIE PIU’ DIFFICILI
Mentra la Camera approva la legge-colpo di spugna sul falso in bilancio che salva Berlusconi da alcuni dei suoi processi, al Senato passa, in prima lettura, un accordo italo-svizzero sull’assistenza giudiziaria che renderà più difficili le rogatorie all’estero dei magistrati italiani. In concreto, tanto per cominciare, documenti provenienti dalla Svizzera non potranno essere utilizzati in alcuni processi in cui sono imputati Berlusconi e i suoi amici.

luglio-agosto 2001
CONFLITTO D’INTERESSI: COSI’ FAN TUTTI
C’ è quello di Berlusconi, anzi, quelli di Berlusconi (conflitti d’interessi economici, per le sue molte aziende che possono essere favorite da atti del governo; conflitto d’interessi mediatico: per le sue molte televisioni e giornali che condizionano l’opinione pubblica; conflitto d’interessi giudiziario: per i molti processi in cui è imputato, su cui può intervenire cambiando le leggi – come ha fatto sul falso in bilancio). Ma i conflitti d’interesse ora si moltiplicano e si diffondono. Pietro Lunardi è ministro delle Infrastrutture, ma anche titolare di un’impresa di progettazione delle grandi opere che il ministero deciderà. Carlo Taormina è sottosegretario all’Interno, ma anche avvocato che difende mafiosi e stragisti, e vorrebbe difendere anche i poliziotti messi sotto accusa (per le violenze di Genova) dal suo ministero. Così fan tutti: molti conflitti, nessun conflitto.

luglio-agosto 2001
IL MANGANELLO DEL GOVERNO BERLUSCONI
Indro Montanelli, qualche giorno prima delle elezioni di maggio, dichiarò: «Berlusconi governerà nell’unico modo che conosce: con il manganello, la menzogna e la corruzione». Noi di Società civile pensammo: esagera; menzogna e corruzione sì, ma il manganello…!
Sbagliavamo noi e aveva ragione lui. Ora Montanelli, uomo vecchio e di destra, è morto e l’opposizione a Berlusconi ha perso una voce che tanti più giovani e di sinistra non sanno e non vogliono far sentire. E il manganello si è, alfine, materializzato: a Genova i pochi violenti sono stati lasciati agire indisturbati, i tantissimi pacifici sono stati attaccati, picchiati, torturati, sequestrati. Per alcuni giorni sono state di fatto sospese le garanzie costituzionali e i diritti dei cittadini. Una situazione cilena. Da Garage Olimpo, ha scritto il senatore Nando dalla Chiesa, presente a Genova. Il “garantismo” di Berlusconi e soci (ieri proclamato in difesa di tangentisti e mafiosi) ora ha lasciato il posto alla sospensione dei diritti, alle violenze commesse in divisa, agli arresti senza garanzia alcuna, ai cittadini sequestrati e trasformati in desaparecidos. Sì, aveva ragione Montanelli: Berlusconi sta governando con la menzogna, la corruzione e il manganello.

A Genova era stata preparata una strategia preventiva: il Sisde (il servizio segreto civile) aveva fornito informazioni sui gruppi violenti e la scelta era quella di compiere fermi prima del G8, per ridurre al minimo l’operatività sul campo dei nuclei più estremisti. Invece sul campo la strategia è cambiata, con la presenza a Genova di Gianfranco Fini: è stata lasciata briglia sciolta ai Black blokers e le polizie (non solo la ps, ma anche carabinieri e guardia di finanza) si sono scatenate contro la maggioranza dei manifestanti, cercando di dimostrare che il Genoa social forum era un’accozzaglia di comunisti violenti. è partita una manovra punitiva, da resa dei conti. Violentissima, cilena.

La polizia, i carabinieri, che noi di Società civile abbiamo sempre sostenuto perché almeno a partire dagli anni Ottanta sono stati parte del movimento per la legalità, contro la corruzione e la mafia, oggi (sotto il comando dei nuovi padroni della destra italiana) hanno purtroppo mostrato un altro volto: vendicativo, violento, di stile fascista. Sono comportamenti di minoranza, che hanno sorpreso per primi i tanti poliziotti e carabinieri che con abnegazione servono lo Stato e i cittadini. Coloro che saranno riconosciuti colpevoli andranno severamente e rapidamente puniti, per restituire fiducia ai cittadini e onore ai tanti colleghi corretti. A Genova si è spezzata la linea di fiducia tra polizie e cittadini, costruita con anni di lotta alla mafia, alla corruzione, al terrorismo, che sono costati anche morti morti. E ora? è da ricostruire il rapporto tra cittadini e polizie. Sarà possibile solo ancorando di nuovo il lavoro delle polizie alle istituzioni, e non ai partiti.

Sono state chieste le dimissioni del ministro dell’Interno Claudio Scajola. Ma Scajola nei giorni del G8 era sparito, volatilizzato, si era già auto-dimesso: il vero ministro dell’Interno era Gianfranco Fini, piazzato nelle centrali operative di polizia e carabinieri.

Il ministro della Giustizia Roberto Castelli dice: «Io c’ero, a Bolzaneto (la caserma di Genova che è diventata un nostrano Garage Olimpo, ndr), e non ho visto le violenze. Ho visto agenti sereni e civili». Ma dove guardava?

Il ministro degli Esteri Renato Ruggiero dichiara che in Italia le persone non scompaiono. E i dimostranti di Genova di cui non si hanno notizie? «Sono giovani, saranno al mare». La stessa frase che il generale Videla pronunciò, in Argentina, a proposito dei desaparecidos.

Scarsi o nulli i risultati del G8 (quello degli otto dentro la zona rossa). Due esiti sono però da segnalare. Uno: a Berlusconi è piaciuto molto Putin (sarà per i problemi di corruzione che hanno in comune e per l’immunità giudiziaria che Putin ha subito concesso al suo predecessore Boris Eltsin?). Due: è nato un nuovo asse Italia-Usa, nel senso che Berlusconi ha mostrato di voler sostenere i progetti di Bush (scudo spaziale e non solo). Così indebolisce il fronte europeo, rende in prospettiva l’Unione europea più debole di fronte all’ingombrante alleato d’oltreoceano.

24 luglio 2001
TRAPPOLA BLU
Sapete da dove è nato il buco nei conti dello Stato? Dalla superspesa sanitaria dei “governatori” regionali di destra (prima di tutti Roberto Formigoni). Ma anche dalla trappola Blu. Ricordate l’asta per le licenze dei telefonini Umts? Il governo di centrosinistra contava di guadagnarci almeno 50 mila miliardi. Invece scattò il trappolone: Blu (presidente Giancarlo Elia Valori, tra gli azionisti la Mediaset di Silvio Berlusconi) si ritirò a sorpresa e alla fine l’incasso fu di soli 23 mila miliardi. Ora è aperta un’inchiesta giudiziaria e oggi, 24 luglio, è previsto il primo interrogatorio, quello di Valori.

19 luglio 2001
Falso in bilancio, colpo di spugna/1
Si diceva: andrà al governo e prima o poi farà delle leggi per salvarsi dai processi. Sbagliato: non prima o poi, ma subito. Silvio Berlusconi non aspetta neppure qualche mese, così, per simulare decenza. Le commissioni Finanza e Giustizia della Camera hanno approvato, con l’opposizione del centrosinistra, una riforma del falso in bilancio ( è il reato che gli viene contestato nei tre processi più rischiosi tra quelli che Berlusconi ha in corso): da “reato di pericolo” diventa “reato di danno”, se non arreca danno patrimoniale a soci e creditori ha pene ridotte (massimo 1 anno e 6 mesi), se riguarda una società non quotata si procede soltanto per querela di parte, non potranno più essere disposte intercettazioni telefoniche, i termini per la prescrizione sono accorciati, le informazioni omesse o false dovranno essere “rilevanti” (?).
Niccolò Ghedini, uno degli avvocati di Berlusconi che Silvio ha fatto eleggere deputati, ha fatto passare, in più, una clausola d’oro: sono affidate al governo (cio è a Berlusconi) le norme transitorie per i procedimenti penali in corso (cio è i processi in cui è imputato Berlusconi). Giustizia fai-da-te.

Luglio 2001
LA BANDA DEL BUCO
Ma quant’ è il buco nei conti dello Stato? Il ministro dell’economia Giulio Tremonti ogni giorno ne dice una diversa: c’ è la versione mini, per i documenti ufficiali; c’ è la versione midi, per la stampa (almeno a giorni alterni); e c’ è la versione maxi, per la propaganda. Perfino le autorità dell’Unione europea (con plauso del “Financial times”) hanno tirato le orecchie al responsabile italiano dell’Economia: ma come, dobbiamo venire a sapere le cifre dei conti italiani dalla tv?

17 luglio 2001
GIURARE IL FALSO PER SILVIO
Condannati due stretti collaboratori di Silvio Berlusconi: Marinella Brambilla, ex segretaria del Berlusconi imprenditore e attuale segretaria del Berlusconi presidente del Consiglio; e Niccolò Querci, ex segretario di Marcello Dell’Utri, poi collaboratore di Berlusconi e oggi vicepresidente di Rti-Mediaset. Sono stati condannati a due anni e mezzo di reclusione (il doppio della pena chiesta dal pubblico ministero) per falsa testimonianza: per aver mentito, sotto giuramento, ai fini di occultare un “grave indizio” della “responsabilità personale” di Berlusconi nel pagamento di tangenti alla Guardia di finanza. Hanno giurato il falso, secondo la sentenza, quando hanno sostenuto che Berlusconi non incontrò Massimo Maria Berruti a Palazzo Chigi, nel 1994, per accordarsi con lui sulle mosse da fare nei confronti dei finanzieri, ex colleghi di Berruti, da convincere a non fare il nome di Berlusconi a proposito delle tangenti Mondadori.

Luglio 2001
AVVOCATI, è CARNEVALE!
Due sentenze fanno reagire il mondo politico. Corrado Carnevale, il giudice ammazzasentenze tanto amico di Andreotti, è condannato a sei anni, in appello, per concorso esterno in associazione mafiosa. I neofascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni sono condannati all’ergastolo per la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969, 32 anni fa). Scattano subito i commenti di Gaetano Pecorella (avvocato di Zorzi, deputato di Forza Italia, presidente della commissione Giustizia della Camera): “è una sentenza politica”. E di Carlo Taormina (avvocato di Maggi, deputato di Forza Italia, sottosegretario all’Interno): “Con la penna rossa si sta riscrivendo la storia d’Italia”.
Per fortuna ci pensa il ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli, a tirare le orecchie ai due (che i tanto vituperati leghisti siano alla prova dei fatti la parte migliore della coalizione di destra?): “All’interno del governo dovrà esserci una riflessione approfondita: molte delle persone che fanno queste dichiarazioni sono avvocati, quindi in qualche modo sono coinvolte in queste vicende”. Il conflitto d’interessi, nella Repubblica delle Banane, dilaga, si diffonde, diventa un titolo di merito.
Al di là degli strepiti dei due avvocati-politici, restano due fatti (inquietanti): il presidente della prima sezione della suprema Corte di cassazione, che negli anni ha cancellato decine e decine di condanne nei processi di mafia, di stragi ed eversione, è riconosciuto colpevole di essere stato in combutta con Cosa nostra; e la madre di tutte le stragi italiane è addebitata ai neofascisti, ma con una regia di Stato. Bel Paese, l’Italia…

Giovedì 21 giugno 2001
GIUSTIZIA, è ARRIVATA LA SIGNORA VESPA
Ministro, lo sappiamo, è l’ingegner Roberto Castelli, leghista, esperto di acustica (ha un’azienda si occupa, appunto di isolamento acustico). Come sottosegretario ha però a disposizione un tecnico che di giustizia se ne intende, Iole Santelli, che, a scanso d’equivoci, proviene dalla sudio di Cesare Previti. Se non basta, c’ è il consiglio di gabinetto, dove è stata chiamata Augusta Iannini, fino a oggi magistrato a Roma. Chi è Iannini? è la moglie di Bruno Vespa, ma questi sono fatti suoi. Sono invece fatti nostri le vicende in cui Iannini è coinvolta. è stata indagata a Perugia (sede competente a giudicare sui magistrati di Roma) per abuso d’ufficio e rivelazione di segreti d’ufficio, a proposito dell’inchiesta Tav (Alta velocità); nel 1999, comunque, la sua posizione è stata archiviata. Ma Iannini è stata soprattutto uno dei protagonisti del famoso incontro al bar Tombini di Roma: nel gennaio 1996, quando la procura di Milano stava indagando sulle toghe sporche romane (Renato Squillante e soci, oggi sotto processo per aver venduto e comprato sentenze per favorire Silvio Berlusconi), al bar Tombini si trovano, a confabulare della situazione nel palazzo di giustizia, i magistrati Renato Squillante, Augusta Iannini, Roberto Napoletano, insieme all’avvocato di casa Berlusconi Vittorio Virga. I quattro scoprono in un portacenere una microspia: i magistrati di Milano li stavano intercettando, temendo che stessero discutendo della (e interferendo sulla) delicatissima indagine in corso sul palazzo di giustizia di Roma e le sue toghe sporche. Ora uno dei quattro del bar Tombini è al ministero della Giustizia. Chissà che cosa consiglierà, se si dovrà discutere, un domani, di iniziative da prendere nei contronti dei magistrati di Milano…

Mercoledì 20 giugno 2001
SI COMINCIA GIA’ A PARLARE DI AMNISTIA
Gli avvocati di Silvio cominciano già a parlare di amnistia per Tangentopoli. Ieri ci ha provato Memmo Contestabile. Berlusconi ha detto che lui di amnistia non ha parlato: certo, altrimenti perché pagare (e far eleggere) tanti avvocati? La proposta Contestabile è indecente: non solo perché sarebbe la pietra tombale su Tangentopoli, non solo perché sembra fatta su misura per il suo padrone Silvio, ma anche perché premierebbe i colletti bianchi – politici, funzionari, imprenditori – discriminando i poveri cristi che affollano le carceri per tanti altri reati anche meno gravi della corruzione. Fra l’altro: che Tangentopoli non sia finita, ma sia più in corso che mai, è dimostrato dalle tante indagini su mazzette e corruzione aperte in questi mesi (qualcuna la trovate raccontata in questo sito, vedi per esempio la storia di De Carolis, o quella di Formigoni!).

Mercoledì 13 giugno 2001
IL GRANDE RITORNO
Sono tornati, questo è chiaro. Ma non hanno neppure cercato di mascherarlo: hanno messo le stesse persone negli stessi posti, come nei governi di pentapartito degli anni Ottanta: Maurizio Sacconi (ex Psi) è tornato a fare il sottosegretario al Lavoro, Francesco Nucara (Pri) è tornato (dopo qualche disavventura giudiziaria) a fare il sottosegretario ai Lavori pubblici, Margherita Boniver è tornata a fare il sottosegretario agli Esteri, Francesco Colucci (ex Psi) è di nuovo (dimenticati arresti e processi) questore della Camera. Alcuni hanno fatto carriera e sono passati dalle seconde e terze file alla prima: Giuseppe Pisanu (ex sottosegretario democristiano) è ministro per l’attuazione del programma di governo (che dev’essere qualcosa di simile alla musiliana Azione Parallela). E poi c’ è Carlo Giovanardi, c’ è il democristiano doc Claudio Scajola… Il pentapartito degli anni Ottanta, più i fascisti (Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri, Mirko Tremaglia, Gianni Alemanno…). E i leghisti, naturalmente… (vedi i ritratti nel Catalogo dei parlamentari).

Lunedì 11 giugno 2001
IL GOVERNO DELLA VERGOGNA
Giurano i ministri del secondo governo Berlusconi. è reso noto l’elenco dei sottosegretari. Nomi da far rimpiangere la cosiddetta Prima Repubblica. Solo qualche esempio, per cominciare. Ministro dell’Interno è Claudio Scajola, uno che ha conosciuto le celle del carcere perché, coinvolto nello scandalo dei casinò, fu arrestato e rinchiuso per mesi a San Vittore (vedi alla pagina Catalogo dei parlamentari, lettera S). Tra i sottosegretari all’Interno, Antonio D’Alì, uno che ha avuto come fattore il boss di mafia Matteo Messina Denaro, uno degli attuali capi di Cosa nostra. E una grande tenuta di famiglia, a Castelvetrano, dopo essere passata di mano è stata confiscata, perché ritenuta proprietà di Totò Riina (vedi il Catalogo dei parlamentari, lettera D). Alla Difesa c’ è il piduista Antonio Martino (vedi il Catalogo, lettera M)…

Venerdì 1 giugno 2001
GRILLI E LUPI, POVERO PARLAMENTO
Il senatore Luigi Grillo (Forza Italia) ha appena messo piede a Palazzo Madama e già riceve un avviso di garanzia e un invito a comparire, spedito dalla procura di Milano, per una truffa da 100 miliardi. Altri due parlamentari di Forza Italia, i deputati Maurizio Lupi e Antonio Verro, che fanno riferimento a Comunione e liberazione e alla Compagnia delle opere, ricevono la notizia che la procura di Milano ha chiesto per loro un rinvio a giudizio per truffa e falso. La storia è di qualche mese fa: Lupi e Verro, assessori a Milano, hanno fatto approvare al Comune la concessione della cascina San Bernardo, che doveva diventare un centro polivalente con finalità sociali. Invece, con un cambio al volo, la cascina è stata trasformata in una struttura sanitaria privata da 20 posti, naturalmente affidata agli amici della Compagnia delle opere. L’indagine era in corso da tempo, la richiesta di rinvio a giudizio era prevedibile. Eppure i due sono stati candidati, sono gli unici due assessori milanesi approdati in Parlamento: sarà un caso?

Giovedì 31 maggio 2001
LA MADONNA DI CASINI
Apre la Camera dei deputati. Eletto presidente Pierferdinando Casini, che nel suo discorso d’insediamento ringrazia la Madonna. Forse dovrebbe ringraziare Antonio Di Pietro (del resto, Di Pietro, ai tempi di Mani pulite, non era chiamato “la Madonna”?): senza l’azione del magistrato che fece fuori le prime e seconde file dei politici democristiani, Pierferdi, portaborse di Forlani e uomo di terza fila, non sarebbe mai arrivato alla terza carica dello Stato.

Giovedì 31 maggio 2001
PRIMO GIORNO, PRIMO ARRESTO
Primo giorno, primo arresto. Appena aperta la Camera, è arrestato Gianstefano Frigerio, ex democristiano (come Casini), ex cassiere delle tangenti della Dc lombarda, tre volte arrestato, con tre condanne definitive sul groppone. Tutto ciò non gli ha impedito di diventare consigliere politico di Silvio Berlusconi fin dalla nascita di Forza Italia, e direttore del centro studi del partito. Come mai Berlusconi gli ha dato una candidatura sicura, in Puglia, malgrado fosse un condannato definitivo, in attesa soltanto che il giudice dell’esecuzione terminasse i conteggi della pena? Evidentemente Frigerio è uomo ancora potente, con ancora tante cose da dire o da tacere (ricordate “l’Italia dei ricatti” di cui parlava Gherardo Colombo in una sua famosa intervista?).

Mercoledì 30 maggio 2001
PERA SOTTO LE PARTI
Eletto il nuovo presidente del Senato. A sorpresa, non è Domenico Fisichella (che se ne va sbattendo la porta), ma Marcello Pera, che si stava preparando per diventare invece ministro della Giustizia. Pera fa il suo discorso (con una mano in tasca: l’etichetta istituzionale, o la buona educazione, non sono più di moda) e lo applaude anche l’opposizione. Ma che cosa c’ è da applaudire? L’affermazione secondo cui sarà un presidente al di sopra delle parti? Ma Pera ha affermato, per esempio, che darà alla Rai una guida finalmente competente: è questo essere sopra le parti? Con quell’affermazione ha già giudicato (incompetente) il Consiglio d’amministrazione in carica, si è arrogato un diritto che non è del presidente del Senato, ma semmai della Commissione bicamerale di vigilanza.

Lunedì 28 maggio
PREVITI-FININVEST E MANCA-RAI
Udienza interessante (naturalmente i giornali non ne hanno parlato) al processo toghe sporche-Sme. Il processo è quello in cui alcuni imputati (tra cui Silvio Berlusconi e Cesare Previti) sono accusati di aver comprato le sentenze di alcuni giudici romani (tra cui Filippo Verde). è interrogato, come testimone, Enrico Manca, ex dirigente del Psi ed ex presidente della Rai. Il pubblico ministero Ilda Boccassini gli chiede dei suoi rapporti con Previti. E Manca, a sorpresa, tira fuori una storia inedita: Previti negli anni Ottanta mi ha costituito e poi gestito un “tesoretto” in Svizzera. Manca si affretta a spiegare: erano 400 milioni di mia madre, 800 milioni provenienti dalla vendita di una casa… «Quando c’era bisogno di soldi in Italia, gli chiedevo di trasferirmeli e ciò avveniva con il sistema delle compensazioni». Tutto ciò, fino al marzo 1996, quando Previti è messo sotto inchiesta e il giudice Renato Squillante viene arrestato. «Allora chiusi quel conto». Curioso: Previti, l’avvocato della Fininvest, accende e gestisce un tesoretto a Manca, presidente della Rai. Come se Previti fosse un banchiere privato, un gestore di capitali. E proprio nel periodo in cui la Rai abbassa il livello di competizione, di mercato e di programmazione, con le reti Fininvest. Curioso, no? (Ps: il giudice Verde fu quello che emise la sentenza secondo cui Manca, il cui nome era stato ritrovato negli elenchi della P2, non apparteneva alla P2).

Mercoledì 23 maggio 2001
BERLUSCONI SU FALCONE
Silvio Berlusconi fa pubblicare sul Foglio un suo articolo su Giovanni Falcone, nell’anniversario della strage di Capaci. Un articolo furbo, istituzionale, pieno di elogi per “un grande italiano”, “un magistrato competente e coraggioso”. Non senza qualche sottolineatura: contro le “generalizzazioni ideologiche” e le “propalazioni a sfondo calunnioso”. è il solito gioco, mettere Falcone contro i Caselli e i magistrati antimafia di oggi: Falcone (morto) è buono, i magistrati di oggi (vivi) sono cattivi. Tranne Piero Grasso, il procuratore che ha preso il posto di Caselli a Palermo, a cui Berlusconi riconosce il merito di aver “lanciato un composto allarme” contro la criminalità.
Certo, anche Falcone ha un difetto: fece il maxiprocesso di Palermo. Ma, scrive Berlusconi, il maxiprocesso fu “una scelta difficile legata all’emergenza determinata dalle guerre di mafia”: come a dire che oggi, non essendoci guerre di mafia in corso, un maxiprocesso non sarebbe da fare. Finita l'”emergenza”, è tempo di “composti allarmi”.

Domenica 20 maggio 2001
LIBRI, CONFLITTO D’INTERESSI
Salone del Libro di Torino. Ennesimo caso di conflitto d’interessi: oltre a quello nei campi della giustizia, delle tv, delle assicurazioni, delle banche, dei giornali, dell’edilizia eccetera eccetera… c’ è anche l’editoria libraria. Alcuni editori (tra cui Mondadori, di proprietà di Silvio Berlusconi) sono favorevoli ai supersconti sui libri, praticati dalla grande distribuzione; altri editori (soprattutto quelli piccoli) sono contrari, perché i supersconti favorisconi pochi best-seller, finiscono per penalizzare invece i libri di catalogo e i piccoli editori, e uccidono le librerie. Quando si dovrà fare una legge sul settore, da che parte si schiererà Berlusconi?

Giovedì 17 maggio 2001
IL PROGRAMMA DELLA CARLUCCI
Gabriella Carlucci, deputata appena eletta a Trani, è intervistata dal Corriere della sera. L’occhiello dell’articolo promette: «I piani di Gabriella Carlucci dopo l’elezione con Forza Italia». Avrà piani legislativi per lo spettacolo? per la cultura? per lo sport, al quale è tanto affezionata? No. I suoi piani sono: tornare alla Rai e condurre un nuovo programma televisivo. Proprio così! Dichiara la onorevole Carlucci: «Coltivo un sogno. Tornare in Rai, lasciare la Mediaset comunista dove non paga la bravura ma soltanto essere in linea con chi comanda» (e cio è Giorgio Gori, Maurizio Costanzo…). Dunque, Mediaset è comunista, secondo la onorevole, che, dopo essersi lamentata con l’intervistatore per le «grandi facilitazioni» che hanno avuto sulle reti Mediaset le colleghe Alessia Marcuzzi e Cristina Parodi, rivela che vorrebbe fare in Rai «un programma di informazione e intrattenimento».
Se tutti gli eletti in Parlamento avessero «piani» simili, pensate gli scavalcamenti di carriera e le vendette contro i colleghi che hanno avuto la sfortuna di non essere stati eletti al Parlamento… Gli elettori di Trani ora sanno a che cosa è servito il loro voto.

Mercoledì 16 maggio 2001
LA STORIA SECONDO ROCCO
Intervista di Rocco Buttiglione sulla Stampa. «C’ è molto da cambiare nei programmi scolastici e nei libri di testo. I giovani non devono studiare la storia universale, ma innanzitutto quella del loro paese. Inseguendo un astratto cosmopolitismo, si annoiano. Devono capire la cultura in cui sono nati. Per esempio il cristianesimo. Roma è piena di chiese. Un ragazzo che sta a Roma deve decifrare le pietre di Santa Sabina, e da lì risalire ai precedenti latini, e greci… I programmi del governo di sinistra avevano un approccio mondialista puntato tutto sulla storia sociale, che non fa capire quel che è accaduto prima… La storia va rivisitata. I giovani vanno aiutati a fare un bilancio critico. Anche sul fascismo. Bisogna spiegare ai giovani perché i loro nonni sono stati fascisti, aiutarli a capire come il fascismo e il nazismo siano sorti nell’ottica della lotta al comunismo. Occorrerà spiegare che alcuni resistenti hanno inteso combattere una guerra di classe… E spiegare perché la maggioranza degli italiani abbia atteso la liberazione senza schierarsi».

Giovedì 10 maggio 2001
ROSSELLA IN CAMPAGNA
Esce, tre giorni prima delle elezioni politiche, il settimanale Panorama. Editore: Berlusconi. In copertina: Berlusconi. All’interno, campagna elettorale per Berlusconi. Panorama, nelle mani di Rossella, è ridotto a strumento di campagna elettorale per il target medio-alto, mentre “Una storia italiana”, inviato gratis per posta a tutte le famiglie d’Italia, racconta l’epopea del nostro Kim Il Sung e copre il target basso.


Mafia, i primi cento giorni

di Nando dalla Chiesa

Per indebolire la lotta alla criminalità organizzata si possono fare alcune cose. Il governo Berlusconi può già dire: fatto!


Per indebolire la lotta alla mafia bisognava incominciare a creare un clima più rassegnato, diciamo meno integralista. Bisognava spiegare che la nostra economia non puÚ permettersi i ritardi richiesti da qualche verifica antimafia, le strozzature imposte da qualche procedura di troppo. Ma occorreva dirlo bene; ed evitare un intervento minimalista, volto magari a indicare solo i lacci e i lacciuoli inutili, altrimenti che messaggio si mandava? Meglio fare vigorosamente propria, in pubblico ovviamente, la teoria che con la mafia si puÚ e si deve convivere, se no l’economia e i pubblici lavori e gli appalti e tutto il resto ne soffrono troppo. Come non avevano compreso, vent’anni fa, Pio La Torre e Virginio Rognoni. E questo è stato fatto.

Per indebolire la lotta alla mafia
 bisognava fare capire che lo Stato non ha alcun senso di colpa verso i familiari delle vittime; che questi ultimi non sono più circondati da una specie di tutela morale legittimata dal loro dolore. E che le loro parole hanno un valore esattamente uguale a quelle di qualsiasi suddito. Dunque si scordino di testimoniare a vita: devono tacere o le citeremo in tribunale. Come la vedova Grassi, ad esempio, che crede di potere ancora liberamente interrogare la pubblica opinione su quale sia, presso Cosa nostra, l’effetto del messaggio mandato dal “ministro della convivenza”. La signora ha parlato proprio mentre riapriva temerariamente la ditta del marito. Meritava di essere pubblicamente minacciata di querela. E questo è stato fatto.

Per indebolire la lotta alla mafia
 bisognava far capire che lo Stato non ritiene poi troppo disdicevole difendere con i suoi rappresentanti di governo i killer mafiosi mandati a giudizio nelle aule di Giustizia della Repubblica. E nemmeno far vedere a una moglie, a un figlio, a una madre di un carabiniere o poliziotto morti ammazzati da Cosa nostra o dalle organizzazioni sorelle, che ci va il sottosegretario in persona e con tanto di scorta a difendere il boss finito a processo. Sì, proprio lui. E, diversamente dai familiari delle vittime, senza alcun complesso di colpa. E questo pure è stato fatto.

Per indebolire la lotta alla mafia
 bisognava poi fare capire che è finita la solfa della legalità, andata così fastidiosamente di moda agli inizi dello scorso decennio. Ma non bisognava solo deprecare gli eccessi prodotti da quel clima incandescente. Se no che messaggio si manda? L’eccesso, il vero eccesso, è stato proprio quella richiesta di legalità tanto estranea ai nostri costumi. Dunque, adeguiamo la legge alle nostre tradizioni. Meglio ancora se ne approfittiamo per far capire che ogni interesse privato è sempre più legittimo dell’interesse pubblico. L’ideale? Depenalizzare il falso in bilancio o fare tornare praticamente gratis e in forma anonima i soldi portati in nero in giro per il mondo. E questo è stato fatto.

Per indebolire la lotta alla mafia
 bisognava poi fare capire ai magistrati che la pacchia è finita. Che essi non possono più contare su una considerazione e un rispetto innaffiati con il sangue dei loro colleghi uccisi. Naturalmente non bastava stigmatizzare le singole arroganze o ricondurre i chiacchieroni a sobrietà. Se no che messaggio sarebbe? Molto meglio, e più diretto, far capire a tutti che ora debbono pagare ­e salato- per quella fisima del “controllo di legalità” a trecentosessanta gradi. Che essi sono degli eversori. Sappiano ladri e assassini che chi li persegue e li giudica non è poi infinitamente più in alto di loro nella considerazione sociale. E anche questo è stato fatto. Per indebolire la lotta alla mafia bisognava ancora far capire che i magistrati, conseguentemente, non sono più protetti come una volta. Dunque, occorreva tagliare le scorte. Ma non solo combattendo gli abusi o gli impieghi da status-symbol. Se no che messaggio sarebbe? Occorre proprio tagliare. A tutti, dovunque; anche se è stato appena scoperto un progetto di attentato contro un procuratore antimafia. E al tempo stesso far vedere che ministri, sottosegretari e loro nani e ballerine le scorte e le macchine di servizio continuano ad averle. Così che sia chiaro che sono proprio i magistrati a essere meno protetti di una volta; e che lo Stato alla loro pelle ci tiene un po’ di meno. E anche questo è stato fatto.

Per indebolire la lotta alla mafia
 bisognava far vedere che le autorità pubbliche nate da un decennio di lotte e di paure, di umiliazioni e di speranze, sono considerate a pieno titolo -nè più nè meno- posti di potere da spartire, pezzi di domino nello spoil system. Ad esempio il Commissariato contro il racket e l’usura. E occorreva mandar via di lì il primo commerciante che ha organizzato la ribellione contro il racket; lui con i suoi personalissimi rapporti di fiducia con le vittime dell’usura e del pizzo mafioso. O almeno renderlo meno autonomo e meno forte. E anche questo è stato fatto.

Per indebolire la lotta alla mafia
 bisognava, infine e ovviamente, rendere molto più difficili le investigazioni e i processi. Per esempio intervenendo sui meccanismi di formazione delle prove. E cercando di renderli praticamente proibitivi per chi si azzardi a mettere il naso nei conti all’estero dei padrini e dei loro amici e protettori. Magari arrivando a rendere retroattive tali nuove norme di procedura penale. E anche questo è stato fatto.

Per indebolire correttamente la lotta alla mafia
 bisognerebbe ora intervenire sui meccanismi della cultura, della scuola, dell’informazione, della partecipazione religiosa; insomma su tutte quelle attività che sono state utili a mobilitare per la prima volta contro la mafia milioni di cittadini e di giovanissimi in tutta Italia. Occorrerebbe mettere all’indice qualche giornalista libero; così, per dare un segnale. Meglio se è il più autorevole di tutti, un Enzo Biagi, ad esempio, che ha pure raccolto in due libri le dichiarazioni del principe dei traditori, Masino Buscetta. Oppure incominciare ad attaccare i “gargarismi antimafia” che si fanno nelle scuole, magari partendo da un’audizione parlamentare del ministro Moratti. Fatto anche questo. Ancora -questo è vero- non si è riusciti a montare uno scandalo contro un prete di trincea o contro una preside troppo antimafiosa nè a impedire a qualche scrittore troppo impegnato di vincere un premio letterario. Ma sono passati solo cento giorni e qualche cosa. Come si dice nei graziosi quadretti che stanno dietro la scrivania di ogni Capo, “per l’impossibile ci stiamo ancora attrezzando”.

(Il Popolo, giovedì 25 ottobre 2001)



«State strizzando l’occhio
a Bagarella»

di Nando dalla Chiesa

«Oggi qualcosa è morto nello spirito del Parlamento: avete umiliato le Commissioni, il Regolamento, la Costituzione…». La dichiarazione di voto in Senato contro la legge salvaberlusconi. «Questa è una risposta anche alle richieste della mafia. E chi risponderà, domani, di un nuovo, possibile bagno di sangue?»


Dichiarazione di voto del Sen. Dalla Chiesa sul disegno di legge CIRAMI.
Modifica agli articoli 45 e 47 del codice di procedura penale


DALLA CHIESA (Margherita-DL-Ulivo).
Signor Presidente, credo che qualcosa sia morto qui oggi: sicuramente una parte dello spirito del Parlamento. Le Commissioni non hanno valore; il nostro lavoro di istruttoria, di discussione, non ha valore; il Regolamento non ha valore, nonostante i riferimenti ai precedenti, che immagino le abbiano fatto ma che sono già stati spuntati da interventi autorevoli dell’opposizione; gli articoli della Costituzione non hanno valore. Non possiamo che appellarci a lei, signor Presidente, giudicando il merito di questo emendamento.

Qualcosa è morto dello spirito del Parlamento, perché bisogna ottenere un risultato. Però noi non possiamo assistere inerti, come ha fatto lei; con la stessa noncuranza con cui lei ha ascoltato i riferimenti alla nostra Carta costituzionale, che dovrebbe essere gelosamente difesa da tutti, a partire da lei. Vede, questo emendamento sostituisce i tre articoli di cui abbiamo discusso in Commissione e che eravamo chiamati a discutere in Aula. Questo, cari colleghi, è un metodo che fa trionfare l’astuzia levantina sulla limpidezza della nostra Costituzione. Sono due cose diverse: qualcuno può intendere il diritto in un modo e qualcuno lo può intendere in un altro, qualcuno trova i precedenti per l’uno e qualcuno trova i precedenti per l’altro. Ma io credo che noi qui dobbiamo difendere la Costituzione nella sua limpidezza, per quello che c’è scritto sulle nostre teste: la giustizia, il diritto, la fortezza (non la forza), che vuol dire anche limpidezza delle proprie posizioni.

In questo articolato ritroviamo lo stesso merito con cui ci stiamo confrontando sulla vita del Parlamento, che esce fortemente menomato da questa vicenda. Ne è uscito menomato già quando abbiamo affrontato il disegno di legge Cirami, costretti a lavorare anche venti ore al giorno, non nell’interesse dei cittadini italiani, ma, com’è stato ricordato inequivocabilmente dal proponente, dal presidente della Commissione e in altri due interventi in Aula oggi, per le vicende personali e private di due imputati. Noi siamo stati trasformati (e lo dico perché ho sofferto quest’umiliazione) in dipendenti di un grande studio Previti, pagato dai cittadini italiani. Ma lo spirito del Senato lo dobbiamo far vivere lo stesso, ribellandoci a questa visione del Senato come insieme di dipendenti, di persone che non ne fanno parte.

Circa la forzatura dei tempi, io, vedete, sono preoccupato di quello che ha detto il collega Fassone, di quello che inutilmente hanno cercato di dirvi altri colleghi. Il problema non è soltanto l’esito processuale e non tanto – come si dice – il trasferimento a Brescia, ma il blocco del processo; esso viene reiterato con un nuovo riferimento al legittimo sospetto e questa è la ragione per cui l’articolo 1 che reca questo emendamento non è soltanto la somma dei tre articoli precedenti, ma comprende qualcosa in più: esso ingloba anche l’articolo 49 del codice di procedura penale, perché non ci siano dubbi che anche la seconda rimessione potrà avvalersi del legittimo sospetto.

Ecco, io sono preoccupato di quello che accadrà sul versante della grande criminalità organizzata, perché, cari colleghi (ripeto quello che ho detto in Commissione), ho ascoltato con interesse e anche con ammirazione l’intervento dell’onorevole Fini nella ricorrenza del decennale della strage di via D’Amelio a Palermo, ma non si può invocare l’onore del magistrato ucciso in quel caso e poi reintrodurre il legittimo sospetto, in base al quale – negli anni Sessanta e Settanta su richiesta del procuratore generale e ora si dice, figuratevi un po’, su richiesta dell’imputato – il processo può essere trasferito!

(Vivi applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).


Su richiesta dell’imputato! Ma voi vi immaginate cosa succederà nel nostro sistema giudiziario, nel nostro sistema democratico? Ma chi risponderà di questo? Si dice spesso che i magistrati non rispondono delle loro azioni: ma di questa vergogna chi risponderà? Chi risponderà del nuovo bagno di sangue che ci sarà, come quello che c’è stato negli anni Settanta e Ottanta?

(Vivi applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U. Commenti dai banchi della maggioranza. Richiami del Presidente).


Chi ne risponderà? Allora io credo che qui ci sia un’esigenza oggettiva di vedere dai nostri atti parlamentari come si risponde al proclama di Bagarella. Al proclama di Bagarella il Parlamento manda questa risposta: chi è in carcere si tenga il carcere duro, a quelli fuori i processi non li faranno più!

(Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).


Questo è il messaggio che arriva da questo Parlamento!

(Commenti del senatore Novi).


Io ho la massima considerazione, non mi sono stancato di ripeterlo.

(Reiterati commenti del senatore Novi).


Ho la massima considerazione di molti di voi e non ho credo mai lesinato, non ho mai perduto l’occasione per riconoscere le storie limpide, di cui non si può dire nulla, di molti avversari della maggioranza. Però io mi riferisco a loro perché poi sono gli atti parlamentari che parlano, non le singole biografie: e qui gli atti parlamentari danno la sensazione (ve ne chiedo scusa) di un reparto di lanzichenecchi che va all’assalto della Repubblica guidato da un gruppo di imputati. Noi di fronte a questo scenario ci troviamo e noi a questo scenario ci opporremo. Non staremo inerti di fronte alle violazioni della Costituzione!

Discutere di politica
per fatto personale

di Nando dalla Chiesa

Per fatto personale. Per fatto personale il parlamento ha fatto la discussione più politica dell’intera legislatura. In ventiquattro ore ha dibattuto della mafia e dello Stato, della politica e dei processi, delle impunità e delle persecuzioni, di Tangentopoli e dell’onore dei partiti. Il teatro della democrazia che manda in scena tanto spesso interrogazioni di quartiere e leggine di favore si è come sollevato, facendo uscire dalle sue viscere terrene la storia e la memoria. E ha provato a riscrivere la prima e la seconda. Con le cose vere e con le cose false. Con gli applausi e i silenzi, le facce contrite e le risate beffarde (stampate su qualche viso, ci credereste?, anche al termine dell’elenco dei morti ammazzati di mafia). Fatto personale di Luciano Violante. Fatto personale di Giulio Andreotti. E fatti personali di tanti deputati e senatori per i quali anche la vita in un partito è -giustamente- un fatto personale, anche la rivincita sui censori di tempi lontani lo è; e anche quell’ossessionante rapporto di potere tra partiti e giudici, cambiato in un amen nei vortici dei primi anni novanta.

Forse per questo ieri la rappresentazione che al Senato dava di sé una intera classe di governo (antica e nuova) sembrava quella di una signora o di un signore assai sformati che incontrino, per miracolo, lo specchio dei loro sogni; lo specchio magico che restituisce a tutti snellezza e armonie. Come si guardavano – e con quale compiacimento! – in quello specchio magico, ossia nella assoluzione di Giulio Andreotti, i tanti titolari dei corpi sformati di partito. Lo applaudivano e intanto “si” applaudivano. Sempre più forte, passando dallo specchio a se medesimi. Per dire che la mafia non ha rapporti con la politica, che la vendemmia tangentizia non c’è mai stata, che è finita la stagione delle colpe e delle vergogne. Non perché esse siano state abiurate. Semplicemente perché non ci sono mai state. Solo favole raccontate da pifferai malvagi scesi un dì dai boschi e messi finalmente in fuga. Assolto, assoluzione, lo avevamo sempre detto, l’uso politico della magistratura, la cultura giacobina dello Stato.

Fatto personale. Ha parlato, Giulio Andreotti. E ha raccontato la sua versione. Gerardo Chiaromonte più signore e corretto di Violante, come presidente dell’Antimafia, benché pure lui comunista. Falcone, Ayala e la diffidenza per certi pentiti, come quel Pellegriti che aveva cercato di mettere di mezzo lui e Salvo Lima e che venne incriminato subito per falsa testimonianza. Salvo Lima, certo: non una parola su di lui, se non che la sua amicizia, testualmente, non gli “sconsigliò” a cavallo degli anni novanta di produrre una legislazione assai severa verso i mafiosi; anzi, tanto severa che a una parte di esse anche Violante si oppose per ragione di lese garanzie.

Esemplare, recitavano in molti. Lei è un esempio, si complimentavano compunti con Andreotti. L’Italia che si guardava in quello specchio si trovava perfetta. Perfetta perché assolta in tribunale. Anzi, più che perfetta: esemplare. Certo: Andreotti esempio di senatore a vita che, a differenza dell’amico Cossiga, sta in aula, ascolta, prende appunti e interviene. Andreotti esempio di imputato che, a differenza di Berlusconi e Previti, non si fa le leggi a sua misura, non si sottrae ai processi e si difende in tribunale.

Però, come cambia il senso delle parole. Ricordo l’esempio di Giorgio Ambrosoli, l’avvocato scelto dalla Banca d’Italia a difendere gli interessi dei risparmiatori di fronte alla potenza mafiosa finanziaria e piduista di Michele Sindona, l’uomo che lo avrebbe fatto assassinare. Sì, proprio quel Sindona definito da Andreotti “salvatore della lira” e poi rimasto in contatto con il suo protettore, presidente del consiglio, mentre era latitante in America, inseguito dalla giustizia italiana. Ebbe la medaglia d’oro al valor civile, Giorgio Ambrosoli. Oggi sono esemplari tutti e due. L’amico di Sindona e la vittima di Sindona. Pari opportunità, please. Medaglie d’oro e anche funerali: una fila sconvolgente, perché magistrati e forze dell’ordine (non tutti, ma molti sì) il loro dovere lo hanno veramente fatto. Per uno scherzo del destino, una coincidenza inaspettata anzi, ieri mattina il dibattito sul terrorismo era più volte sfociato proprio nell’invito appassionato a non dimenticare le vittime del dovere dopo qualche tempo. Ecco fatto. Tre ore, quattro ore erano trascorsi in quella stessa aula e già l’esempio non erano più loro che si erano battuti – i donchisciotte, i guasconi, i protagonisti- contro la mafia. Esempio era diventato il referente politico di chi prendeva per certo, ossia stando alle sentenze, i voti della mafia. Colui che per certo, ossia secondo sentenza, aveva avuto rapporti diretti con gli uomini di Cosa nostra. Non basta dire che non era reato. Bisogna dire di più ormai: esemplare. Perché sia specchio di un paese senza più debiti con la sua coscienza.

Per fatto personale. L’ho sentita, l’ho sentita anch’io, la voce di Andreotti incrinarsi quando, parlando infine del “doppio macigno di infamanti accuse”, ha ringraziato i colleghi deputati e senatori che “non mi hanno mai fatto sentire solo”. E poiché in ciascuno di noi vi è (per fortuna, direi) una irriducibile riserva di amore verso il prossimo, di pietas che mai si inaridisce, ho avvertito in me (non mi vergogno a dirlo) un inizio di compassione. Poi è stato come se la memoria mi tirasse in pieno viso uno schiaffo da far male. Mi sono rivisto ventun anni fa inginocchiato accanto a un telefono alla notizia che avevano ucciso il prefetto di Palermo. E ho pensato ad altro, ho riavuto altra compassione. Mi sono rivisto mentre ascoltavo e mentre leggevo, prima e dopo la morte. Ho rivisto le frasi, la grafia minuta, il diario. “Gli andreottiani ci sono dentro fino al collo”. “La famiglia politica più inquinata del luogo”, scritto su tanto di carta intestata al presidente del Consiglio Spadolini, con riferimento proprio a quella corrente andreottiana che lo andava pubblicamente ostacolando. Una lettera disperata. E il passo sconvolgente del suo diario sul suo incontro (primi di aprile dell’82) con il leader democristiano, che al processo ribatterà, irridente, “Mi avrà confuso con qualcun altro”. E poi lo scrupolo politico e morale, etico e civile, del leader massimo della corrente di Salvo Lima e dei cugini Nino e Ignazio Salvo (mai conosciuti, per carità) dopo l’assassinio del prefetto.

Se è vero, come si è detto ieri parlando di terrorismo, che le parole sono pietre e addirittura, a volte, possono essere pallottole, ecco le parole di Andreotti ai suoi uomini in Sicilia dopo il delitto: “Voi democristiani siciliani siete forti e per questo dicono male di voi. Se foste deboli nessuno si curerebbe di voi. Respingiamo il falso moralismo di chi ha la bava alla bocca mentre rafforzate le vostre posizioni ad ogni elezione”. Applausi, un uragano di applausi. Durante il quale il leader venuto da Roma invitò anche i presenti a “smitizzare” dalla Chiesa.

Per fatto personale. Parlava ieri, Andreotti, e citava il delitto e il processo dalla Chiesa. Ma tutto questo – immagini, parole, ambienti, dolore – in ciò che lui diceva non c’entrava neanche di striscio. Questi erano ricordi esclusivamente miei, di me che mi stavo anche commuovendo per lui sotto l’incalzare della buriana che tutto rovescia, tutto travolge, pretendendo di riscrivere la storia. Avrei voluto allora parlare anch’io per fatto personale. Mai, venti anni fa, quando accusai Andreotti – politicamente, culturalmente, si intende, e un decennio prima delle procure -, mai avrei immaginato di vivere questi momenti in Parlamento. Non io che gridavo le mie ragioni, ma lui che rivendicava la sua innocenza, anche politica, nel mio assoluto silenzio regolamentare. Già, formalmente nessuno mi aveva offeso, quale fatto personale potevo invocare? Né potevo parlare a nome della Margherita, trattandosi per l’appunto di un fatto personale.

Esemplare, il vecchio leader. Lo so, lo so: almeno da un certo punto in poi, non ha commesso reati. Eppure io ricordo quell’intervista fattagli alla festa dell’Amicizia da Giampaolo Pansa pochi giorni dopo il delitto. Ma lei, gli chiese Pansa, non prova come dirigente storico di un partito di governo, “anche un senso di colpa” (non di più, badate!) di fronte all’Italia di Sindona e delle morti di Pecorelli, di Ambrosoli, di Calvi, di Moro, di dalla Chiesa? Andreotti, l’Andreotti che (giustamente) ci ha chiesto di distinguere responsabilità penale da responsabilità politica, rispose brutalmente: “Nemmeno un poco!”. E quando Pansa gli accennò ai troppi funerali di morti ammazzati in Sicilia, non rammento ora se chiedendogli anche perché lui non fosse andato ai funerali del prefetto di Palermo, il leader democristiano rispose così: “Preferisco andare ai battesimi”. Il pubblico rideva e applaudiva. Applaudiva lo specchio di un’ Italia senza colpe e senza vergogne dove però gli uomini dello Stato cadevano come birilli. Scusatemi, scusatemi davvero se ve l’ho raccontato. Anch’io, lo ammetto, per fatto personale.

l’Unità, 7 novembre 2003


Io, Berlusconi non per ridere
ma per indignazione

di Nando dalla Chiesa


25 giugno 2003, ore 11, davanti al Palazzo di Giustizia di Milano
Per ricordare che oggi il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto presentarsi davanti ai giudici, Nando dalla Chiesa – con la voce del capo del governo – ha tenuto un monologo processuale rivolto alla dottoressa Boccassini, raccontando la sua verità.

Cari sudditi magistrati,

la settimana scorsa avevo promesso che il giorno 25, mercoledì, avrei continuato la mia deposizione spontanea. Vi avevo promesso che lo avrei fatto e sono stato di parola.
Come sapete nel frattempo il parlamento nella sua sovrana autonomia ha varato una legge che per salvaguardare il prestigio dell’Italia sospende questo processo, e tuttavia per senso del dovere e per rispetto nei vostri confronti io sono venuto, concludendo così il mio calvario giudiziario. Mi hanno accusato di essere in guerra con i magistrati. Niente di più falso, questa è una menzogna. Io nei confronti dei magistrati ho sempre usato il metodo “pacifico” che mi insegnarono alcuni anni fa degli amici avvocati romani e mi sono sempre trovato molto bene.

Non è dunque questo il mio atteggiamento nei vostri confronti e tuttavia ho dovuto subire da parte vostra molti torti. Come è stato detto autorevolmente in questa sede la settimana scorsa, “in sette anni sono state gettate su di me, che ho responsabilità istituzionali, tonnellate di fango, sia da giornali che da televisioni. Le accuse nei mie confronti sono solo fango basate su un teorema e il processo si è svolto senza che vi sia stato un morto né un movente per uccidere. Gettando ombra e fango sul presidente del consiglio si buttano sull’intero paese. Un paese di cui io sono molto fiero”. Eccomi dunque qui per l’ultima volta. Ho colto sui giornali l’informazione che stareste accingendovi a contestare la validità costituzionale della legge che ha sospeso il processo. Io vi dico che questa legge è perfettamente costituzionale, perché non è anticostituzionale fare un lodo, non è anticostituzionale la sospensione dei processi. Si tratta di una legge perfettamente in linea con il dettato della nostra Costituzione; e se qualcuno pensa – io credo che voi non lo pensiate – ma se qualcuno pensa, dicevo, che questa legge sia una legge che porta il segno di un cambiamento di regime, o addirittura della nascita di un regime, io vi dichiaro qui che questo non è vero.
Perché ci fosse un regime occorrerebbe che il capo del governo avesse un controllo personale del parlamento, e questo con tutti i partiti che ci sono, è impossibile.
Perché ci fosse un regime occorrerebbe che il capo del governo avesse il controllo personale dell’informazione, delle televisioni, e questo in un paese libero, con tante televisioni, non è possibile.

Occorrerebbe che il capo del governo potesse nominare lui, o far cambiare, i direttori dei grandi quotidiani, fare ispezioni nelle televisioni, censurare la presenza di questo o di quell’altro personaggio. E anche questo dove ci sono tante testate è impossibile.
D’altra parte il nostro sistema dell’informazione ormai si regge economicamente sulla pubblicità, e dunque se uno volesse veramente controllare l’informazione dovrebbe avere anche il controllo della pubblicità. E anche questo non è possibile.
Ma vengo anche alla magistratura, ai magistrati che sarebbero gli ultimi baluardi, secondo una certa lettura, della Costituzione.
Ebbene io dico che se a dei magistrati fanno ispezioni continue;
se i magistrati vengono accusati ogni giorno sui giornali del governo o sugli altri giornali dai ministri;
se vengono indicati come golpisti e come cancro della democrazia;
se vengono attaccati a reti unificate, in televisone, dal presidente del consiglio;
se dopo i processi gli imputati condannati vanno in prima serata tv ad attaccarli in loro assenza;
se vengono accusati e ricusati in continuazione ;
se si esortano i cittadini a fregargli le mogli;
se gli si tolgono le scorte e questi, nonostante tutto, continuano a fare i magistrati, allora vuol dire che il regime non esiste.

Perché ci fosse un regime occorrerebbe anche che il capo del governo avesse sopra di sé un re vanesio, un re pusillanime come Vittorio Emanuele III, ma anche questo non è possibile perché i Savoia non ci sono più, anche se sono tornati. Come dice il mio amico Tremonti, in questo paese i conti non tornano ma i principi ereditari sì.
Occorrerebbe ancora che ci fosse il culto della personalità. Per esempio che nei temi d’italiano si dessero ai bambini da commentare delle frasi che ho detto io, ma anche questo se succedesse provocherebbe una rivoluzione.
Occorrerebbe, se ci fosse un regime, che il capo del governo si interessasse direttamente di rifare la lingua italiana, come se potesse, per esempio, diventare presidente di un Consiglio superiore della Lingua italiana. E anche questo non è possibile.
Occorrerebbe che il capo del governo si sottraesse per legge a tutte le leggi. E anche questo se accadesse sarebbe veramente al di fuori delle regole della civiltà di questo paese.
Occorrerebbe ancora, perché un regime si formi, che ci fosse un numero sufficientemente ampio di cretini che continuano a dire che il regime non esiste. E questo ovviamente in una società in cui tutti studiano non è possibile.
Allora non di questo si tratta. Si tratta invece di fare una riforma liberale della giustizia come quella che io sto immaginando e porterò in parlamento tra pochi giorni per far finire i calvari di coloro che possono subire la mia stessa sorte.
Ho in mente una riforma come quelle che si fanno nei paesi dove c’è davvero la democrazia e la libertà individuale. Quando un magistrato rinvierà a giudizio un cittadino, il cittadino sarà libero di rispondere se vuole essere processato sì o no. In questo modo la libertà di ciascuno sarà salvaguardata, non ci comporteremo come nei paesi comunisti, dove la legge ti insegue in ogni angolo della tua vita, ma saremo finalmente in un paese democratico.

Voi, cari giudici – lei, dottoressa Boccassini non mi interrompa, per favore, questa non è un’intervista dove parlo io e qualcuno cerca di parlare, ma qui esterno soltanto io perché sono dentro un tribunale e sono il presidente del consiglio –, vi chiederete perché, se sono innocente, non mi sono fatto processare. Devo ammettere che questa è una bella domanda. Ma risponderò con un classico della storia dei diritti umani, l’affermazione fatta in tribunale da Totò Riina: i giudici sono comunisti.
D’altra parte noi lo abbiamo scoperto con le nostre ispezioni (perché le ispezioni servono, cari cittadini, non sono una vessazione), dicevo, noi abbiamo scoperto con le nostre ispezioni che cosa facevano i pubblici ministeri prima della caduta del muro di Berlino: abbiamo saputo che la dottoressa Boccassini si recava un giorno sì e un giorno no a fare scorpacciate di insalata russa in un ristorante di via della Moscova. E noi la paghiamo per questo! Abbiamo saputo che il dottor Gherardo Colombo portava tutte le domeniche suo figlio sulle montagne russe e per questo gli sono venuti i capelli in quel modo indecoroso per un magistrato.

Avete creduto alla signora Ariosto che io non ho mai conosciuto e che comunque non è una contessina; l’unica contessina che ho conosciuto è quella a cui ho fregato la villa di Arcore per quella modica somma che tutti sanno.
Avete accusato ingiustamente il mio caro amico Cesare Previti: con le vostre accuse e con i vostri processi, lo avete ridotto che sembra lo zio di Califano! Io gliel’ho detto: devi resistere, con il solito incitamento gli ho detto: “Caro Cesare fagliela vedere”. Lui saprà difendersi debitamente in questo processo, voi dovrete tener conto della sua innocenza.
La vostra incompetenza, cari magistrati, mi fa paura. Mi fa paura che non abbiate ancora saputo trovare quello che io con i miei investigatori ho trovato: un conto in Lussemburgo sulla vicenda Sme intestato – cifrato, ovviamente, perché si nascondono – intestato, dicevo, a Cicciobello; un conto cifrato nel Lichteinstein, intestato a Baffino. Certi dicono che si tratti di esponenti politici di primo piano di cui non faccio qui il nome per responsabilità istituzionale. E ancora due conti cifrati in Andorra intestati ad Oscar Maria. E anche qui non posso fare il nome per mantenere fede alle mie responsabilità istituzionali.

Voi avete pensato che davvero De Benedetti diventasse padrone della Sme con un contratto di poche paginette, quando io sono diventato padrone dell’Italia con un contratto di una pagina sola (sventola Il contratto con gli italiani ) che ho firmato soltanto io! Oltre alla vostra incompetenza, mi allarma la persecuzione che si è abbattuta su di me anche con la presenza di questo Avvocato dello Stato di cui voglio ricordare qui alcune parole… scusate il sudore, mi devo detergere, poi per favore Panorama elimini queste fotografie, le compri tutte.
Dice l’Avvocato dello Stato:
“che si tratti di corruzione è indiscutibile”;
dice ancora l’Avvocato dello Stato, che avrebbe dovuto difendermi:
“ci sono stati passaggi di denaro tra magistrati e avvocati che trovano la loro origine in Barilla e in Finivest.. La corruzione in atti giudiziari viene a far cadere una delle garanzie dello Stato di diritto, la Giustizia è uguale per tutti. La lesione alla credibilità della giustizia è stata particolarmente pesante”;
“i tempi lunghi del processo sono stati determinati da questioni poste da alcune difese e che si sono rivelate completamente infondate: si sono difesi dal processo e non nel processo”.

Dice ancora l’avvocato dello Stato pagato dallo Stato, pagato da voi, pagato da me: “Silvio Berlusconi è il mandante di Italo Scalera attraverso Cesare Previti per l’offerta di 550 miliardi di lire in relazione alla SME. E’ Silvio Berlusconi che si dà da fare per organizzare la cordata. Erano anni drammatici per Fininvest, si parlava di accensione e di spegnimento di televisioni, alcune richieste erano ineludibili”.
Ecco quello che io voglio segnalarvi: perfino l’avvocato dello Stato è arrivato a dire queste cose sul mio conto. E’ per questo che democraticamente noi ci accingiamo a fare una legge che elimini dai processi penali l’avvocatura dello Stato.
Come vedete siamo sempre vigili per difendere le regole della nostra democrazia.
Voi avete, cari magistrati, dottoressa Boccassini non mi guardi, non mi guardi in quel modo per lo meno, avete calpestato la nostra dignità.
Non è vero che siamo tutti uguali, c’è qualcuno più uguale degli altri. Voi avete vinto un concorso e basta, io rappresento la sovranità popolare, per questo non posso girare continuamente da un meandro all’altro di questo tribunale perché il cittadino mi paga per governarlo e per comandare il paese, non certo per perdere tempo per ricordare che cosa ho fatto venti anni fa.

Mi sembra che davvero questo sia stato capito anche dal caro amico Carlo Azelio, il quale ogni tanto con la gentile consorte Franca avrebbe voglia di fare una specie di tumulto dei ciampi . Ma poi io lo faccio rigare dritto e fa quello che gli dico io.
Per la mia dignità allora io rifiuto questo processo, un processo che ricorda quelli descritti magistralmente dal grande filosofo africano F punto Kafka, che in francese si dice Kafkà.
Mi dovete obbedienza dal punto di vista di quello che viene chiamato il diritto positivo perché sono il capo del governo, mi dovete obbedienza dal punto di vista del diritto naturale perché, come ha detto di me – con la conseueta misura e con la consueta assenza di piaggeria – Giuliano Ferrara, io sono “una forza della natura”.

Venite con me, cari magistrati, lasciate che io perdoni quello che ho subito da parte vostra , che vi rivolga questo invito generoso a passare dalla mia parte. Sarete ricchi e potenti come tutti coloro che lo hanno deciso:
Io vorrei ricordare l’ufficiale della Guardia di finanza Massimo Maria Berruti, che venne a fare un’inchiesta nelle mie aziende immobiliari. Gli dissi che ero un consulente di passaggio, lui poi lasciò la Guardia di finanza, divenne mio consulente legale, naturalmente senza alcun rapporto con quella inchiesta, e poi venne candidato al parlamento e divenne deputato nelle mie file.
Mi ricordo ancora quel sottufficiale dei carabinieri, Felice Corticchia, che accusò il pool dei magistrati di Milano, di questi signori che rubano i vostri soldi, e giustamente raccontò quello che sapeva ai magistrati di Brescia. Venne condannato per quello che aveva detto. Hanno trovato misteriosamente il suo conto corrente in banca pieno di milioni e Cattaneo, l’attuale direttore generale della Rai, quando era ancora alla Fiera lo ha assunto in quell’ente prestigioso.
Ricordo ancora il giudice Metta che esaminò il Lodo Mondadori. Dopo quella decisione sofferta e difficile andò a lavorare allo studio Previti e non se n’è più pentito.
Quindi vi ricordo anche la carriera strepitosa del mio amico, consulente e deputato Gaetano Pecorella, che credo non avrebbe mai immaginato venti anni fa tanti soldi e tanto potere.

Il mio messaggio dunque è: passate dalla mia parte, non ve ne pentirete.
Oggi, cari magistrati, la legge sono io, mettetevi in testa che quello del giudice è un mestiere finito. Una società come quella che sto realizzando non ha più bisogno di magistrati. Cara dottoressa Boccassini, lei è stata amica di un grande giudice come Giovanni Falcone, ebbene di quei giudici lì questo paese non avrà più bisogno, non ne avrà più bisogno perché – come si dice – beata la società che non ha bisogno di eroi. Noi non avremo più bisogno né di eroi né di giudici.
Io sto formando una società perfetta nella quale non ci saranno più reati per il semplice fatto che nessun comportamento sarà più considerato un reato.
Dunque io voglio ricordare in questo grande passaggio di civiltà come io sia stato sempre prosciolto e come arrivi candido a questo grande appuntamento che è il semestre europeo, al quale ci presentiamo orgogliosi di questo paese e delle leggi che questo paese ha saputo sfornare.

Vi ricordo che:
Per l’accusa di aver giurato il falso sulla mia appartenenza alla P2, sono stato, è vero, dichiarato colpevole ma l’amnistia dell’89, cioè un grande istituto civile di diritto della storia dell’umanità, mi ha reso giustizia
Per le tangenti alla Guardia di Finanza sono stato assolto in Cassazione per insufficienza probatoria, e lì mi hanno reso giustizia per le condanne in primo grado e per le prescrizioni in secondo grado.
Per il finanziamento illecito dei partiti (cosiddetto All Iberian – 1) la prescrizione del reato in Appello e in Cassazione mi ha reso giustizia della condanna in primo grado.
Per il falso in bilancio (All Iberian – 2) se verrà respinta l’eccezione della Procura, godrò della prescrizione grazie a quella riforma dei reati societari che autonomamente, a mia insaputa e contro il mio volere, ha fatto il parlamento, davanti alla cui sovranità io qui mi inchino.
Per il falso in bilancio (Medusa cinematografica), l’assoluzione con formula dubitativa mi ha reso giustizia della condanna in primo grado.
Per i terreni di Macherio, ho avuto l’amnistia per uno dei due falsi in bilancio.
Per il falso in bilancio del caso Lentini ho avuto la prescrizione del reato grazie alla riforma dei reati societari voluta contro la mia volontà e in piena autonomia da questo parlamento, di fronte alla cui sovranità di nuovo mi inchino.
Per il falso in bilancio nel consolidato del Gruppo Fininvest, se tutto andrà bene, mi verrà resa giustizia per prescrizione del reato, grazie alla riforma dei reati societari, che contro la mia volontà è stata varata da questo parlamento, di fronte alla cui sovranità ancora mi inchino.
Per la corruzione nel Lodo Mondadori, ho avuto giustizia giusta con la prescizione scattata grazie alle attenuanti generiche che mi sono state riconosciute in quanto presidente del consiglio.
E infine, per corruzione in atti giudiziari nella vicenda Sme, il parlamento, nella sua autonomia e nella sua sovranità, di fronte alla quale ancora mi inchino con deferenza, ha stabilito di sospendere il processo, e di darmi finalmente immunità assoluta e totale: per il passato, per il presente e per il futuro.
Questa, cari magistrati, è la mia posizione. Contro tutte le dicerie, contro tutte le malignità che sono state profuse a piene mani da magistrati interessati.
Io esco immacolato da tutte le mie persecuzioni. Ed è per questo che mi presenterò di fronte all’Europa a testa alta, difendendo il prestigio del paese, difendendo il prestigio dell’Italia .

Vorrei dire due parole ancora a questi magistrati che in questo momento continuano il loro inutile processo. Io ve lo dico, dottoressa Boccassini, dottor Colombo, collegio giudicante tutto, vi dico addio. Sono tornato per onorare il mio impegno della settimana scorsa, non mi vedrete mai più. Addio ultimi vincitori di un concorso, d’ora in poi si farà tutto a trattativa privata. Addio magistrati, specie in estinzione, questo paese nella sua marcia verso la civiltà non ne avrà più bisogno.
E se per cortesia istituzionale questo agosto vorrete mandarmi una cartolina, io ve ne sarò profondamente grato.
Grazie, e con questo vi saluto cari magistrati. Saluto i cittadini che hanno voluto presenziare a questo solenne addio, a questa mia deposizione. Grazie a tutti.

Due parole soltanto per un dovere di coscienza mia e non perché voi non ve ne rendiate conto.
Questa presenza qui oggi è stata una presenza per nulla goliardica. Noi abbiamo voluto ricordare che la settimana scorsa un capo del governo è venuto a promettere che sarebbe tornato a parlare ai giudici, a fare una sua deposizione, avendo l’aereo dietro l’angolo pronto per portarlo a Roma, dove sarebbe stata approvata una legge che avrebbe eliminato questo processo.
Noi crediamo, io credo che sia stato colpito al cuore il principio fondamentale dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Questo si è voluto testimoniare oggi qui, non altro, niente di più e niente di meno.
Ricordando che questa democrazia oggi dobbiamo difenderla noi, con la nostra coscienza civile, politica e istituzionale.
Tranne alcuni istituti di legalità, tranne alcuni mezzi di informazione, non c’è altro più che difenda questa democrazia, che è malata, che sta male e chiede a tutti un supplemento di impegno e di lavoro.
Lo dico con la massima coscienza, con la massima serietà, la satira è il vestito di una testimonianza che oggi ha voluto essere drammatica. Per questa ragione stamattina non sono stato in parlamento, perché quando in parlamento di queste leggi, di leggi che spaccano il paese, 315 senatori, tutti insieme, possono discutere, presentare gli emendamenti e discuterli, fare le dichiarazioni di voto in un giorno solo, il mio diritto di parola come parlamentare non può che essere anche al di fuori del parlamento, per fare il lavoro che mi è stato chiesto di fare. Grazie.

Nando dalla Chiesa, Milano, 25 giugno 2003





È ancora Carnevale

LA NUOVA LEGGE AD PERSONAM DI CUI I GIORNALI NON HANNO PARLATO:
PORTARE CORRADO CARNEVALE ALL’APICE DELLA CASSAZIONE PER 8 ANNI


SENATO DELLA REPUBBLICA — XIV LEGISLATURA
MERCOLEDÌ 7 APRILE 2004
582a SEDUTA PUBBLICA – RESOCONTO STENOGRAFICO

Seguito della discussione dei disegni di legge:
(2841) Conversione in legge del decreto-legge 16 marzo 2004, n. 66, recante interventi urgenti per i pubblici dipendenti sospesi o dimessisi dall’impiego a causa di procedimento penale, successivamente conclusosi con proscioglimento
(999) MASSUCCO ed altri – Riparazione del danno subìto dai pubblici dipendenti a causa di un processo penale ingiustamente promosso nei loro confronti

DALLA CHIESA (Mar-DL-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DALLA CHIESA (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che l’emendamento 1.208, presentato dai senatori Fassone e Bassanini, debba essere davvero colto nel suo significato. Penso sia impossibile, in buona fede, votare contro questo emendamento, al quale chiedo di aggiungere la firma. L’obiezione mossa è che la fissazione di un tetto massimo per lo svolgimento dell’attività lavorativa di un dipendente pubblico – nella fattispecie, un magistrato – derivi da una valutazione con ogni evidenza effettuata a tutela della qualità del servizio giustizia, ritenendo che oltre una certa età un magistrato abbia meno probabilità di reggere alla fatica e meno lucidità, minori capacità di esercizio pienamente responsabile delle proprie funzioni, che fino ai settantacinque anni si ritiene invece possa avere.

Sappiamo tutti che le date che segnano confini sono opinabili, ma vorrei ricordare che di recente è stato spostato questo limite massimo dai settantadue ai settantacinque anni, anche in questo caso portandosi dietro la riserva mentale di favorire qualcuno. Adesso pensiamo che si possa andare oltre i settantacinque anni.

Se immaginiamo – come possiamo immaginare – che una o più persone abbiano ingiustamente subìto un procedimento penale, conclusosi poi con l’accertamento della loro innocenza, si può pensare che costoro possano richiedere allo Stato un risarcimento economico e morale, ma non possano pretendere di portare la loro attività oltre il limite massimo fissato dalla legge. Infatti, se quel limite è stato fissato, una ragione ci sarà. È stato portato il limite massimo per svolgere la funzione di magistrato dai settantadue ai settantacinque anni e non ad ottanta, una ragione ci sarà, cari colleghi, ed è quella richiamata poc’anzi dal senatore Fassone: la tutela della qualità del servizio giustizia e del cittadino che a quel servizio si rivolge.

Se si deve fare un favore a qualcuno, diciamo come deve chiamarsi questo decreto: “decreto Carnevale”. È scritto sui giornali, lo dice l’opinione pubblica, ma qui in Parlamento, dove dovremmo assumerci le maggiori responsabilità, non viene detto.
C’è l’urgenza di fare un favore ad un magistrato. Quindi, si assicura il principio che si possa profittevolmente e al servizio del cittadino svolgere questa delicatissima funzione anche oltre gli ottant’anni. Non so se ci rendiamo conto del varco che stiamo aprendo; stiamo teorizzando che ogni volta che un pubblico dipendente deve essere risarcito per un procedimento penale ingiustamente subito o ingiustamente conclusosi comunque con l’accertamento, in quale forma che sia, della sua innocenza, egli ha il diritto di superare questo tetto. Vorrei ricordare che questo tetto non è superabile, cari colleghi, neanche per un professore universitario, che ha funzioni meno delicate, meno cruciali per quanto riguarda i diritti fondamentali della persona. Eppure, per un magistrato lo si può superare. Per questa ragione, la Margherita voterà a favore dell’emendamento in esame 1.208.

Vorrei ricordare, affinché resti agli atti, che proprio questa parte del provvedimento dimostra l’irresponsabilità del legislatore nei confronti di coloro che si rivolgono al servizio giustizia, al di là di tutte le parole spese in Aula ed in Commissione in questa legislatura. Si dimostra l’intenzione, pervicace, di favorire una sola persona. Dopo aver favorito il sindaco di Messina ieri, favoriamo un magistrato di Cassazione oggi e chissà quante altre leggi urgenti dovremo esaminare e varare in Aula. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, Verdi-U e DS-U). […]

DALLA CHIESA (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il relatore ha offerto una sua spiegazione della lettera e dello spirito di questo passaggio del decreto-legge e il senatore Zancan ha replicato muovendo una serie di osservazioni che non mi sembrano infondate.

L’attenzione particolareggiata con cui si sono previsti i differenti casi riconducibili a questa ciambella di salvataggio che viene offerta al Parlamento a questo punto sarebbe potuta andare anche oltre e prevedere esplicitamente una causa estintiva per negligenza del magistrato.

Credo ci si debba porre il problema, nel momento in cui prevediamo che perfino una causa estintiva del reato possa innescare il meccanismo del quale stiamo parlando, e che dunque un pubblico dipendente che abbia effettivamente tenuto un comportamento contrario alle leggi, contrario ai suoi doveri di ufficio, non sanzionato perché è intervenuta una ragione prescrittiva o genericamente estintiva del reato e che però ha avuto questo comportamento, noi pensiamo di poterlo … perché anche questa fattispecie è aperta…

BOSCETTO, relatore. No, perché prima deve essere assolto.DALLA CHIESA (Mar-DL-U). In primo grado, certo; è un dato comune sul quale ci intendiamo. Stiamo parlando però dell’appello, dove non abbiamo un provvedimento che dichiari l’innocenza di questa persona, ma che interviene in altro modo a sottrarlo ad un giudizio, ad una sentenza di tipo punitivo.

Allora, potremmo trovarci davanti ad un pubblico dipendente che mette in atto una condotta contraria al proprio dovere di ufficio, che si ritrova (per una ragione che stiamo prendendo in considerazione, su una fattispecie non cavillosa comunque dettagliatamente immaginata) a rientrare in servizio anche se si è dimesso – poi interverremo anche su questo – e che addirittura può essere promosso e restare in servizio fino ad ottantacinque anni.

È una cosa assurda, cari colleghi, perché non stiamo parlando di un innocente (e sarebbe assurdo già se parlassimo di una persona di cui è stata in modo solare acclarata l’innocenza), stiamo parlando di una persona che invece può risultare aver messo in atto comportamenti contrari ai propri doveri di ufficio. La persona che si è comportata in questo modo viene ripresa in servizio, viene promossa – chissà perché lo deve essere – e poi rimane in servizio per un numero di anni indefinito (perché è indefinito il numero di anni per i quali è durata la sospensione dal servizio) arrivando magari ai novant’anni di età.

Credo sia molto difficile immaginare dal punto di vista giuridico, e rispettando tutte le fattispecie, tutte le articolazioni del provvedimento che sono state immaginate, un provvedimento che anche dal punto di vista morale sia più sconcio di questo.

Si premia chi ha sbagliato rispetto ad altri che si sono comportati correttamente, promuovendolo e consentendogli di restare in servizio fino a 83-84 anni, quando un pubblico dipendente o un magistrato, anche comportandosi nel modo più leale e corretto verso le leggi dello Stato, non può superare il limite di settantacinque anni.
Se mi è consentito usare questa espressione: stiamo giocando a rovesciare l’inferno e il paradiso? Il colpevole ha più diritti di colui che si è sempre comportato in modo retto, perché questa è la fattispecie che rimane tra le righe e direi anche nello spirito di questo provvedimento. Tra le righe questa fattispecie rimane, al di là di quanto possiamo pensare e dell’abitudine che abbiamo a cogliere i retroscena e le radici di un provvedimento di legge. Per questa ragione voteremo a favore di tale emendamento.

7 aprile 2004


Il regalo di Silvio Berlusconi
a Bin Laden


Business Week (del 22 ottobre 2001) scrive: dopo l’11 settembre, c’è un Paese che marcia in direzione opposta all’Occidente: è l’Italia del Cavaliere. Ecco la traduzione italiana dell’articolo

di Gail Edmondson


È il grande giro di vite. Dagli attacchi dell’11 settembre contro gli Usa, stati e governi in America ed Europa si sono precipitati a dare nuovo impulso alla cooperazione internazionale nel campo delle inchieste penali, a condividere informazioni sui conti correnti usati dalle reti terroristiche e a rendere più severe le leggi contro il riciclaggio e gli altri reati finanziari. Eppure, con grande costernazione delle sue autorità giudiziarie, c’è un Paese che sta marciando in direzione opposta: l’Italia. E a guidare la carica è niente di meno che il suo Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il 3 ottobre il governo di Berlusconi ha approvato una legge che renderà più difficile per i magistrati italiani investigare su flussi finanziari internazionali sospetti. Un altro provvedimento, approvato il mese scorso, depenalizzerà parzialmente il falso in bilancio, abbreviando i termini per la prescrizione, e riducendo sensibilmente le pene per i colpevoli. I sostenitori di Berlusconi in Parlamento sostengono che la nuova legge che limita l’uso di prove raccolte a cavallo delle frontiere, proteggerà gli indagati da persecuzioni basate su documenti falsi.

Ma non è un segreto che la legge beneficerà anche e in maniera diretta Berlusconi, provocando il deragliamento dei processi avviati contro i lui per frode fiscale, falso in bilancio e corruzione. E infatti parti del controverso provvedimento sono stati scritte dai suoi ex avvocati difensori. Oltre ad essere Presidente del Consiglio Berlusconi è l’uomo più ricco d’Italia, con un impressionante collezione di attività nel campo dei media. Una pacchia per chi si fa beffe della legge. Alcuni dei suoi partner in affari vedranno anche i loro processi andare a fondo, visto che i procedimenti sono imperniati su prove fornite da autorità straniere. Uno di questi ruota intorno a fondi neri per 20 milioni di dollari usati, secondo l’accusa, da un socio in affari di Berlusconi per corrompere dei giudici romani. Le nuove misure però sono anche un aiuto a terroristi, mafiosi, e semplici autori di reati finanziari. Magistrati inquirenti di Svizzera, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia temono che la nuova regolamentazione in tema di collaborazione giudiziaria interfrontaliera possa rendere più difficile per le autorità italiane combattere il crimine internazionale, compreso il sostegno finanziario ai terroristi, caratterizzato da una crescente complessità.

Tanto per iniziare la legge potrebbe limitare l’utilizzo delle prove contro un gruppo di otto sospetti seguaci di Osama Bin Laden arrestati in aprile nella zona a nord di Milano, sotto inchiesta per associazione a delinquere, traffico d’armi e uso di documenti falsi. Ma non basta: dato che la legislazione è retroattiva, sostengono i magistrati italiani, circa 2000 processi sono a rischio. I politici italiani spesso si comportano come se fossero al di sopra della legge e gli italiani tendono a passar sopra agli eccessi e alla corruzione dei loro leader. Ma con un’ Europa sempre più unita politicamente ed economicamente, il comportamento tutto a proprio vantaggio di Berlusconi e la cinica tolleranza dei suoi compatrioti appaiono sempre più fuori luogo. I funzionari europei sostengono che la nuova legge italiana è in conflitto con una Convenzione europea che risale al 1959, per non citare le direttive dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite contro il terrorismo attualmente in lavorazione. “Siamo preoccupati che l’applicazione della legge italiana possa rallentare la cooperazione giudiziaria internazionale”, dice Heinrich Koller, direttore dell’Ufficio federale di giustizia di Berna. Berlusconi si è rumorosamente vantato di essere il più fedele alleato europeo dell’ America. Ma su ogni fronte il Premier italiano sembra un partner equivoco. Il 26 settembre, con i suoi commenti a ruota libera ha quasi silurato lo sforzo statunitense per dare vita a un’ampia coalizione anti-terrorismo.

Parlando a una conferenza stampa a Berlino, Berlusconi ha sostenuto che la civiltà occidentale è superiore a quella dell’Islam e che è “destinata a occidentalizzare e conquistare nuovi popoli”. Anche se le sue parole hanno avuto una buona accoglienza tra gli elettori italiani anti- immigrati, hanno sollevato l’indignazione dei leader arabi e causato le proteste dei politici occidentali. A quel punto Berlusconi ha negato di aver fatto le osservazioni incriminate denunciando assurdamente di essere vittima di una cospirazione di sinistra” volta a distorcere il senso delle sue parole”. Decenni di corruzione hanno minato in maniera rilevante la fiducia degli italiani nelle loro istituzioni democratiche. Nella abile ma insincera campagna elettorale di quest’anno Berlusconi ha insistito nel dire che avrebbe modernizzato l’Italia, a partire dal sistema giudiziario. Eppure il suo comportamento, da quando ha assunto l’incarico in giugno, smentisce la promessa. Nonostante avesse garantito il contrario, ha dimostrato di non voler vendere alcuna della sue società nel settore dei media o di risolvere altrimenti l’evidente conflitto di interessi tra il suo ruolo di politico e quello di uomo d’affari. Ora, impegnandosi così assiduamente per proteggere i propri interessi, Berlusconi può anche favorire quelli di Bin Laden e dei suoi seguaci.

Dida sotto una foto di un Berlusconi livido che si deterge il sudore:
“A proprio vantaggio Le nuove leggi renderebbero più difficile provare le sospette transazioni – dei terroristi o del primo ministro”.


Ingiustizia è fatta


La legge Cirami-salvaberlusconi sul legittimo sospetto è legge dello Stato




Martedì 5 novembre 2002. Una data che sarà ricordata, nella storia italiana. Approvata, definitivamente, la legge Cirami, che reintroduce il «legittimo sospetto» come motivo sufficiente per strappare un processo dal suo giudice naturale. Una cattiva legge, che oggi serve a bloccare i processi di Milano che hanno come imputati Silvio Berlusconi e Cesare Previti. Il 5 novembre 2002 muore dunque la legge uguale per tutti.

Il destino ha voluto che, nello stesso giorno, un¹altra legge imposta da Berlusconi, quella che cancella nei fatti il reato di falso in bilancio, facesse scattare un proscioglimento (e non è il primo, a queste condizioni) per Berlusconi, nel processo Lentini. Ebbene: nuovo falso in bilancio più Cirami danno ormai forma a un Corpus berlusconianus che stravolge la tradizione giuridica italiana e apre nei processi corsie preferenziali per politici e colletti bianchi. Il Corpus berlusconianus promette di crescere presto: sono in agguato il decreto Pittelli, la restaurazione dell¹immunità parlamentare, la separazione delle carriere tra giudici e pm.

I 310 voti che alla Camera hanno approvato il legittimo sospetto, però, non sono solo pochi, rispetto alla maggioranza che il centrodestra potrebbe schierare in Parlamento. Sono anche il segno di una crepa che si è aperta, di una consapevolezza che è cresciuta nel Paese, anche a suon di girotondi: è ormai chiaro a tutti, anche ai suoi sostenitori, che Berlusconi impone leggi per sè. Oggi questo è ancora tollerato («Ma sì», dice il tassista, «si difende come può»). Domani, con meno soldi in tasca e delusi dalle promesse non mantenute, i suoi elettori potrebbero diventare più nervosi. E allora…

La vicenda della legge Cirami sul “legittimo sospetto” è giunta al capolinea. Ora il sipario potrà calare su una delle vicende più tristi della nostra storia civile, che fa entrare l’Italia nel novero delle Repubbliche bananiere in cui la legge non è uguale per tutti.

1. INCIPIT.
 La vicenda inizia nel 1996, quando emerge una complessa storia di corruzione al Palazzo di Giustizia di Roma. Secondo la procura della Repubblica di Milano, alcuni magistrati romani (il capo dei gip Renato Squillante, i giudici Vittorio Metta e Filippo Verde) hanno venduto sentenze. A corromperli a suon di miliardi sarebbero stati alcuni imprenditori (Nino Rovelli, Silvio Berlusconi), con la mediazione di alcuni avvocati-faccendieri (Casare Previti, Attilio Pacifico). Le tre sentenze di cui l’accusa trova elementi di prova per sostenere che sarebbero state comprate e vendute sono quella che affida a Rovelli, detto il Clark Gable della Brianza, un megarisarcimento (972 miliardi dello Stato) per chiudere il contenzioso che opponeva la sua Sir all’istituto bancario Imi; quella che blocca l’acquisto del gruppo alimentare Sme da parte di Carlo De Benedetti; quella che fa prevalere Silvio Berlusconi nella guerra per la conquista della Mondadori.

La particolarità dei tre processi (poi unificati e ridotti a due) che sono aperti a Milano per giudicare queste accuse è che tra gli imputati vi sono due personaggi eccellenti: Silvio Berlusconi, che nel 2001 ridiventa presidente del Consiglio della Repubblica italiana, e il suo ex ministro della Difesa, Cesare Previti, che – secondo uno che li ha molto frequentati, l’ex ministro della Giustizia Filippo Mancuso – ha solidi argomenti per non essere abbandonato dal suo capo, a cui ha scritto: “Simul stabunt, simul cadent” (“Insieme staranno in piedi, insieme cadranno”).


2. DAL TRIBUNALE AL PARLAMENTO.
 Nell’aula del Tribunale gli avvocati hanno condotto una difesa estenuante, fatta di manovre dilatorie tese ad allungare i tempi dei processi. Nelle aule parlamentari quegli stessi avvocati (Gaetano Pecorella, Niccolò Ghedini) e altri, eletti parlamentari nello schieramento di cui fanno parte i principali imputati, hanno riproposto alcune delle obiezioni già presentate (e respinte) in Tribunale, ma questa volta sotto forma di progetto di legge. è così che è nata la legge Cirami, o del “legittimo sospetto”. Obiettivo: bloccare i processi di Milano. Evitare l’imbarazzante eventualità di avere un presidente del Consiglio condannato per corruzione, per aver pagato i giudici, per aver comprato sentenze. L’effetto sperato è quello di allungare i tempi trasportando il processo altrove, così da raggiungere la prescrizione: tempo scaduto, non c’è più possibilità di giudicare i reati.

Per far passare rapidamente la Cirami e bloccare i processi di Milano, la maggioranza di centrodestra ha sovvertito l’ordine dei lavori parlamentari, ha imposto una corsia preferenziale a questa legge come fosse il provvedimento più urgente di cui il Paese avesse bisogno, ha forzato i regolamenti delle Camere e i diritti costituzionali. Approvata al Senato con tempi da Blitzkrieg, per farla passare rapidamente anche alla Camera si è tentato di riaprire l’aula di Montecitorio in piena estate. Dopo qualche perplessità dei centristi del fronte Berlusconi e qualche richiamo del presidente Ciampi, si è arrivati all’autunno. E ora, siamo all’ultimo atto.

3. EPILOGO.
 Giovedì 10 ottobre la legge Cirami, arrivata nell’aula della Camera, è stata rapidamente approvata. Poi c’è stato il nuovo passaggio al Senato, con gran lavoro dei deputati “pianisti”, che votano per due o anche per tre. Poi ancora alla Camera, visti gli errori con cui avevano scritto la legge. E l’approvazione definitiva di una legge vergognosa, ad personam, salvapreviti, salvaberlusconi. Con il movimento dei Girotondi che ha protestato in tutta Italia.

Intanto mercoledì 16 ottobre il pubblico ministero Ilda Boccassini ha iniziato la sua requisitoria finale, che si è conclusa con le pesanti richieste di condanna per gli imputati 413 anni per Previti). Le spinte di Previti non sono riuscite (anche a causa degli errori della maggioranza) a far approvare la Cirami prima della requisitoria. Ma sono riuscite a disinnescare la Corte costituzionale, che ora non potrà più pronunciarsi, su richiesta della Cassazione, a proposito della legittimità della vecchia legge sul trasferimento dei processi, che non contiene la nozione di “legittimo sospetto”. Se avesse potuto, avrebbe potuto dichiararla pienamente legittima, senza bisogno alcuno di modifiche. Sarebbe stato un brutto colpo alla Cirami. Ecco perché la maggioranza ha accelerato i tempi d’approvazione della nuova legge, per mettere la Corte davanti al fatto compiuto: ormai c’è una nuova legge, che cancella quella precedente.

Ora aspettiamo la decisione della Cassazione, che deciderà se i processi di Milano sono da spostare a Brescia oppure no. E poi una eventuale altra decisione della Corte costituzionale, che si dovrà pronunciare nel caso qualcuno sollevi la questione: ma questa legge sul legittimo sospetto è costituzionale?


E ora il «lodo Gasparri»

Dopo aver risolto il suo primo problema (i processi) ottenendo l’impunità con il «lodo Schifani», ora passa a occuparsi del suo secondo problema (le tv). Con la legge Gasparri, che lascia a Berlusconi tutte le sue reti e anzi gli permette di crescere ancora. Ai danni della Rai e della stampa.

Governare conviene: rende più ricchi. È il caso dell’imprenditore Silvio Berlusconi, che da quando nel 2001 è diventato presidente del Consiglio ha visto schizzare verso l’alto gli utili della sua principale azienda, Mediaset (di cui controlla direttamente il 48 per cento, senza alcuna legge, pure promessa, che disciplini il conflitto d’intessi). L’utile di Mediaset è stato di 418,1 milioni di euro nel 2001, è salito a 497,1 nel 2002. Nel 2003 gli affari stanno andando ancora meglio: nel primo trimestre l’utile Mediaset ha raggiunto quota 191,1 milioni di euro, un bel 5,8 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (180,6).

L’uomo più ricco d’Italia è recentemente passato alla cassa, come hanno scoperto Mario Gerevini e Vittorio Malagutti del Corriere della sera: qualche mese fa ha intascato 194,4 milioni di euro (per capirci, circa 376 miliardi di lire). Lo ha fatto, a partire dall’ottobre 2002, attraverso un’operazione di buy back (acquisto di azioni proprie), ritirando i soldoni dalle famose 20 holding che controllano la Fininvest (che controlla Mediaset).

Da dove arriva la ricchezza dell’imprenditore Silvio Berlusconi? Principalmente dalla raccolta di pubblicità televisiva. Arrivato a palazzo Chigi nella primavera 2001, Berlusconi godeva già di una situazione monopolistica impensabile nel resto del mondo occidentale (ma non nella Russia dell’amico Putin, o nell’Iraq del nemico Saddam): controllava tre reti, quelle che raccolgono la stragrande maggioranza degli spot, in un Paese in cui la tv assorbe gran parte delle risorse pubblicitarie, togliendole a quotidiani, periodici, affissioni, radio, cinema… In Italia finisce in spot più della metà degli investimenti pubblicitari (per la precisione: almeno il 57 per cento), contro il 23 per cento della Germania, il 33,5 della Gran Bretagna, il 34,5 della Francia, il 38 degli Stati Uniti, il 41 della Spagna (fonte Zenith Media-The Economist).

Una volta arrivato al governo – e acquisito dunque il controllo politico dell’altra grande azienda che raccoglie spot, la Rai – le cose per Berlusconi hanno cominciato ad andare ancor meglio. È iniziata una doppia erosione: gli inserzionisti pubblicitari hanno aumentato gli investimenti su Mediaset, diminuendo quelli sulla Rai e sui quotidiani. Nel 2001, Telecom ha tolto alla Rai ben 77,5 miliardi di lire, 20 la Nestlè, 9 la Fiat. Effetto della crisi, della generale frenata degli investimenti pubblicitari, della recessione, dell’11 settembre? Sì, ma a Mediaset Telecom ha tolto soltanto 40 miliardi, mentre la Fiat ha addirittura aumentato il budget per le reti di Berlusconi di 7 miliardi, la Nestlé di 5. Enel ha dato il 70 per cento del proprio budget a Mediaset e solo il 30 alla Rai. Unilever ha investito 154 miliardi sulle reti di Berlusconi, solo 61 su quelle Rai…
Ecco un bell’esempio di conflitto d’interessi: gli imprenditori italiani e le multinazionali attive in Italia, dovendo scegliere, finiscono per privilegiare le tv del presidente del Consiglio. Nel 2002 e 2003 la tendenza si conferma: i big spender della pubblicità, che fino al 2000 dividevano i loro investimenti 50 e 50 tra Rai e Mediaset, oggi danno oltre il 60 per cento a Mediaset e meno del 40 alla Rai.

Rilevante anche l’erosione ai quotidiani. Nel periodo ottobre 2002-marzo 2003, confrontato con lo stesso periodo dell’anno precedente, Barilla toglie il 86,8 per cento ai giornali, aumentando invece del 20,6 l’investimento su Mediaset; meno 65,8 dalla Martini&Rossi, che alle reti di Berlusconi ha dato un più 65,4. Ferrero: meno 64,5 ai quotidiani, più 3 a Mediaset. Procter&Gamble: meno 90,5 ai giornali, più 37 a Canale 5, Retequattro e Italia 1 (dati Nielsen, elaborazione Margherita).

Ora arriva la legge Gasparri, che dovrebbe mettere finalmente ordine nel sistema televisivo. Ma altro che ordine: la Gasparri peggiora le già pessime condizioni del mercato italiano. Il politico Berlusconi, nei due campi che gli stanno a cuore (giustizia e tv) è davvero efficiente: dopo aver azzerato i suoi processi e conquistato (con il «lodo Maccanico» diventato «lodo Schifani») l’immunità, ora si avvia a sistemare l’impero. Deve farlo con una (ennesima) legge su misura e (di nuovo) con i tempi obbligati: entro il 31 dicembre 2003. Entro quella data, infatti, Retequattro dovrebbe assolutamente andare sul satellite, come stabilito dalla Corte costituzionale, a cui non sono piaciute le calende greche stabilite, ai bei tempi del governo dell’Ulivo, dalla legge Maccanico (ancora tu?).

Ma ecco arrivare lo Schifani delle tv, il ministro Maurizio Gasparri. Ed ecco la geniale invenzione distillata questa volta nei laboratori del Biscione: il Sic. È perfino meglio del semestre italiano di guida dell’Europa: il Sic, «Sistema integrato delle comunicazioni», è una specie di grande oceano, o di continente sconosciuto, o di galassia, o di buco nero, di cui nessuno conosce i confini. È il nuovo universo di riferimento su cui calcolare i limiti antitrust. Fino a oggi, sono chiari: nessun operatore può controllare più di due (due!) reti televisive, non può assorbire più del 30 per cento delle risorse pubblicitarie totali.

Limiti non rispettati, ma chiari. Permetterebbero perfino di aprire il mercato ad altri operatori televisivi, lascerebbero più risorse ai giornali. Invece, con il «lodo Gasparri», queste barriere sono abbattute: ogni operatore deve solo stare attento a non superare il 20 per cento del Sic. Ma quanto è grande questo Sic? Non si sa. Comprende certamente televisione, editoria, telecomunicazioni, libri. E poi anche il canone Rai, la pubblicità nazionale e locale, le sponsorizzazioni, le televendite, le promozioni, gli abbonamenti a pay tv. Ma forse anche le sponsorizzazioni, le pubbliche relazioni, il direct marketing. E il cinema? E le spese per le fiere?

Insomma: la galassia, come ogni galassia, ha confini incerti. Chi li stabilisce? Berlusconi (in quanto imprenditore o in quanto presidente del Consiglio, non sappiamo più) ha buoni margini per dilatarli a piacere. Una cifra che è stata fatta, comunque, è 25 miliardi di euro. Se questo è il Sic, il 20 per cento è 5 miliardi di euro. Risultato: Mediaset non solo non dovrà vendere niente, non dovrà mandare Retequattro sul satellite (alla faccia della Corte costituzionale), ma potrà ancora crescere. La moltiplicazione miracolosa dei canali (come quella dei pani e dei pesci) grazie alla tecnologia digitale (di cui per ora non si vede un granché) salverà intanto i canali Mediaset e i suoi fatturati. Poi renderà possibile l’acquisizione (anche palese) di altri media, giornali, radio e via enumerando. E legittimerà la crescita bulimica della raccolta pubblicitaria (magari per le nuove tv satellitari di Murdoch).

Una volta la Fininvest aveva i suoi lobbisti che lavoravano a Roma per ottenere leggi favorevoli alle tv di Berlusconi. Oggi Mediaset ha un intero partito, Forza Italia. Anzi, un’intera coalizione (Gasparri è di An). Tutti impegnati a far passare la nuova legge. Ma non solo. Capita anche che un senatore, Luigi Grillo, presidente dell’ottava commissione di Palazzo Madama, spinga per presentare un suo emendamento alla Gasparri: per scorporare le telepromozioni dal tetto (18 per cento) dell’affollamento pubblicitario orario. Detta così sembra una diavoleria tecnica, ma invece è una misura molto concreta: poter aggiungere ai canali di Berlusconi, già affollatissimi di spot, anche le telepromozioni, porterebbe a Mediaset almeno 300 milioni di euro all’anno. Grazie Grillo.

Enrico Manca, che ora presiede un fantomatico istituto che documenta «l’innovazione multimediale», ha dichiarato al Corriere di considerare le contestazioni al Santissimo Sic «una battaglia di retroguardia: non si può mettere le brache al mercato per combattere Mediaset». Se ne intende: quand’era presidente Rai, negli anni Ottanta, smise di fare concorrenza alla Fininvest e aprì certi strani conti in Svizzera, con risparmi della mamma, gestiti da un avvocato di Berlusconi di nome Cesare Previti. Casi del destino.

Vent’anni dopo, il cerchio si chiude. E una legge, il «lodo Gasparri», cerca definitivamente di mettere una pietra (tombale) sulla libertà d’informazione. Ma no, non solo: sulla concorrenza e il libero mercato della comunicazione in Italia.

Diario, 27 giugno 2003


Silvio l’acchiappatutto

In un’Italia restata senza centro economico-finanziario, Berlusconi occupa gli spazi. I protagonisti della Gasparri: da Giancarlo Innocenzi a Luigi Grillo, fino a Deborah Bergamini. Tronchetti Provera prigioniero, Luca di Montezemolo battagliero

Anche Geronimo Stilton, il topo made in Italy più amato dai bambini, è finito nelle mani di Silvio Berlusconi. Negli anni Ottanta, Silvio fece la sua prima crociata in nome dei Puffi: ma quella fu un’ideona per trovare consenso di massa contro i pretori d’assalto, che volevano spegnere le sue tv (lo imponeva la legge d’allora, finché l’amico Bettino non trovò il modo di salvare reti e Puffi). Oggi Berlusconi ha di molto alzato il livello dello scontro: le crociate le fa contro la magistratura tutta, Cassazione compresa, ed eventualmente le accenna contro l’Islam e i dittatori nemici dell’«amico Bush»; e mentre con una manina compra la Piemme, la casa editrice del topo mangiaformaggio, diventando praticamente monopolista nell’editoria per bambini, con l’altra (una manona) porta a casa la legge Gasparri, diventando praticamente monopolista nel settore televisivo.

Ora, dopo il voto favorevole del Senato, toccherà alla Camera l’approvazione definitiva. E poi Berlusconi sarà davvero l’inarrestabile padrone delle tv. Solo quello? La verità è perfino più cruda. In un’Italia ormai senza centro industriale-economico-finanziario, Berlusconi sta occupando gli spazi. Bei tempi, quando c’erano Gianni Agnelli ed Enrico Cuccia. Fiat e Mediobanca stavano lì, come la Terra ai tempi di Tolomeo, e tutto il resto girava attorno sotto gli occhi vigili del grande vecchio di via Filodrammatici. Pensate che perfino il direttore del Corriere della sera, a quei tempi, veniva scelto tra Torino e Milano, e non a Roma. Ora gli hanno dedicato una piazzetta, a Cuccia, ma la sua Mediobanca, la Mediobanca, è soltanto una delle tante banche d’affari, affaticata oltretutto da contese e bufere. Quanto alla Fiat, beh, conviene sospendere il giudizio. Restare in silenzio. Come di fronte a un augusto paziente in prognosi riservata.

Bene, potrebbe dire un fan del libero mercato: finalmente l’Italia è diventata adulta, è entrata nell’era di un capitalismo policentrico e battagliero. No. Il capitalismo italiano resta asfittico e arcaico, il sistema industriale anzi è oggi più in difficoltà di ieri, l’Italia continua a perdere per strada settori industriali (l’auto, dopo la chimica, la siderurgia…). E perde colpi anche nei campi dove si è innovato (la telefonia, per esempio: c’era una volta Omnitel, ora inglobata dalla britannica Vodafone). In questo clima, in controtendenza, c’è un imprenditore bulimico che guadagna, compra, s’espande. È Silvio Berlusconi. L’aria di Roma gli ha sempre fatto bene: lì, e non a Milano, è nata negli anni Settanta la sua Fininvest; lì, da quando è presidente del Consiglio, incrementa i suoi affari.

IL PRECEDENTE. «Da quando sono a Palazzo Chigi non mi occupo delle mie aziende», ha più volte ripetuto. Peccato che lo smentiscano alcuni testimoni dall’interno di Mediaset. «Ho continuato a parlare con Berlusconi della questione Spagna fino all’estate del 1994», racconta invece Oliver Novick, direttore Corporate development. «Le indicazioni per l’acquisto dei diritti tv continuavano a venire da Arcore», aggiunge Marina Camana, ex segretaria del capo della Silvio Berlusconi Communications, Carlo Bernasconi. Nel 1994, Berlusconi era diventato per la prima volta capo del governo. Quelle due testimonianze ora riposano nel faldone di due magistrati milanesi, Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo, che indagano su una storia di diritti televisivi comprati e venduti con un complicato giro di società off shore. Risultato: prezzi gonfiati di oltre 170 milioni di dollari. Conseguenza: iscrizione di Silvio Berlusconi nel registro degli indagati per i reati di frode fiscale e falso in bilancio. In compagnia di dirigenti Mediaset, banchieri svizzeri e consulenti d’affari che dovranno rispondere alle accuse, oltre che di falso in bilancio e frode fiscale, anche di riciclaggio.

È l’ultima indagine aperta su Berlusconi, di cui si è saputo soltanto a metà giugno. Ma potrebbe diventare cruciale perché, mentre gli eventuali reati fiscali commessi tra il 1995 e il 2000 sono stati azzerati grazie al condono inventato da Giulio Tremonti (ex consulente tributario di Berlusconi diventato suo ministro dell’Economia), quelli del 1994 sono rimasti scoperti e perseguibili. E, secondo i magistrati, «nei conti Mediaset, a partire dal 1994, è stato sensibilmente alterato il valore del patrimonio della società con specifico riferimento ai diritti di trasmissione televisiva». Poiché quelle «sensibili alterazioni» hanno necessariamente influenzato, a catena, anche i bilanci successivi al 1994, ne consegue che «nel 1996 Mediaset», secondo De Pasquale e Robledo, «è stata quotata in Borsa sulla base di una falsa rappresentazione della consistenza patrimoniale della società».

Un’accusa che, in un Paese normale, farebbe tremare, insieme, Piazza Affari e Palazzo Chigi. In Italia, niente. I sismografi non registrano la minima scossa. Tranne una piccola mossa del ministro della Giustizia, ingegner Roberto Castelli: il blocco delle rogatorie che i due incauti magistrati avevano inoltrato verso gli Stati Uniti. Avevano già in tasca il biglietto aereo per volare a Hollywood, a interrogare i responsabili delle Majors (Warner Bros, Paramount, Columbia Tristar, 20° Century Fox, Mca Universal Studios) che avevano venduto a misteriose società delle Isole Vergini i film poi miracolosamente arrivati (a prezzi maggiorati) a Mediaset. Ma De Pasquale e Robledo sono rimasti a Milano. In attesa degli eventi. Bloccati, almeno per ora, i pericoli che vengono dal passato, una piccola ma agguerrita schiera di persone si è messa al lavoro per preparare il futuro. Con una legge nuova di zecca, chiamata legge Gasparri.

PERSONAGGI & INTERPRETI. Lui, il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri, ha confessato serenamente di non capirci un granché di televisioni, affollamenti e spot (sarà per questo che gli hanno dato il ministero?). Ha assicurato però di aver passato l’estate 2002 a studiare il problema. Ed effettivamente in autunno ha tirato fuori dal cilindro la sua proposta, poi passata al Parlamento.
Più ferrato in materia è il suo sottosegretario, Giancarlo Innocenzi, che di tv ha sempre vissuto. Una storia italiana: comincia come dipendente Fininvest, uomo di Berlusconi, vicino a Marcello Dell’Utri; poi si mette in proprio, ma sempre in orbita Fininvest, e fonda la società di produzione Horizon. Già nel 1994 Berlusconi lo porta con sé a Roma, in Parlamento, sui banchi occupati dai neoeletti di Forza Italia. Lo sanno, in anticipo, anche certi amici degli amici siciliani: in un’indagine antimafia svolta a Catania, viene intercettato Aldo Papalia, massone, ben inserito nel mondo catanese degli affari, della politica, dello spettacolo e della mafia. Una telefonata del 20 febbraio 1994 tra Papalia e il suo socio Franco La Rosa, intercettata dalla Direzione investigativa antimafia, è un esempio da manuale di commistione tra affari e politica. I due saltano dalle considerazioni sulla campagna elettorale in corso ai business che hanno in comune. «Sono stato con Giancarlo Innocenzi. Presto sarà onorevole», dice Papalia. Poi passa a parlare di un affare con la partecipazione, tra gli altri, di Adnan Khashoggi. Infine si torna alla politica: Marcello Dell’Utri, dice La Rosa, ha dei problemi per via di certe fatture false (è infatti sotto indagine a Torino e a Milano). «Ma sono tutte stronzate»: il nuovo governo dovrà «mettere un freno alla magistratura». Papalia glielo conferma: dopo la vittoria «faranno delle belle cose». Infine si torna a parlare di tonnellate di burro, di consegne di pasta. Appena chiusa la conversazione, Papalia chiama Alberto Dell’Utri, gemello di Marcello: «Con l’affare della pasta guadagneremo qualche miliardino», gli dice. Poi via, a parlare di liste elettorali in Sicilia.

Innocenzi, intanto, è passato da Publitalia a Forza Italia ed è entrato in Parlamento. E quando Berlusconi conquista per la seconda volta Palazzo Chigi, è promosso sottosegretario nel ministero che più sta a cuore a Berlusconi (con quello della Giustizia). Poiché gli sembrava brutto continuare a dirigere la Horizon, la passa al figlio Gianclaudio. Anche perché nel frattempo la Horizon è passata a produrre film per la Rai (Ics, Bartali…). Liberato – almeno formalmente – dal suo piccolo conflitto d’interessi, lavora alacremente per varare la legge più utile per il suo (ex?) datore di lavoro.

Un altro uomo molto attivo nel ramo è il senatore Luigi Grillo. Democristiano ligure – ma da sempre grande nemico di un altro democristiano ligure di nome Claudio Scajola, oltre che di Giulio Tremonti – viene eletto nel 1994 nelle file del Partito popolare (alleato del centrosinistra). Al momento del voto di fiducia al primo governo Berlusconi, però, si assenta dall’aula. Nicola Mancino, capogruppo del Ppi al Senato, lo sospende dal partito. Lui non fa una piega e passa al gruppo misto. Poi, in silenzio, si mette a lavorare con Cesare Previti (con i figli dell’avvocato fonda Azzurra, società di certificazione per le imprese che partecipano alle gare pubbliche). Per Berlusconi diventa una specie di cacciatore di teste, specializzato nello scegliere e piazzare nelle ex partecipazioni statali i manager di nomina governativa. Nel 2001, passato ormai ufficialmente a Forza Italia, diventa presidente della commissione Lavori pubblici e relatore in Senato della legge sulle tv. In questa autorevole veste, è illuminato da un’idea geniale: inserire nella Gasparri un emendamento che vale almeno 75 milioni di euro all’anno (circa 150 miliardi di lire, anche se qualche addetto ai lavori lo valuta il doppio). L’emendamento Grillo scorpora le telepromozioni dal resto degli spot: così l’affollamento orario per le reti Mediaset (18 per cento) può aumentare aggiungendo i siparietti delle telepromozioni.

Il bello della legge Gasparri è che pensa in grande, come è abituato a fare il padrone di Mediaset e di Forza Italia: rilancia, aumenta la scala di riferimento. I limiti antitrust, per esempio: sono stabiliti al 20 per cento del numero dei canali e delle risorse. Ma il numero dei canali è moltiplicato all’infinito dall’introduzione del digitale (che chissà quando arriverà). E le risorse sono allargate a una torta immensa che Berlusconi e Innocenzi hanno battezzato Sic («Sistema integrato delle comunicazioni») e che Grillo chiama, più prosaicamente, «il montepremi»: comprende televisione, editoria, telecomunicazioni, libri, pubblicità, promozioni, sponsorizzazioni… Una torta da almeno 25 miliardi di euro, il cui 20 per cento è 5 miliardi di euro. Così Mediaset non solo non dovrà mandare Retequattro sul satellite entro il 31 dicembre 2003 (come aveva intimato la Corte costituzionale), ma potrà crescere ancora: del 30 per cento, azzarda qualche esperto del settore. E poi eventualmente acquisire nuove tv, e giornali, e aziende di comunicazione. Altro che Geronimo Stilton: il topo è solo una piccola ciliegina sulla torta, o un granellino in una grande, immensa forma di formaggio.

RAI, DI NIENTE, DI MENO. Chissà se tra i personaggi di questa commedia (o tragedia) è possibile inserire anche Deborah Bergamini. Indimenticabile (ma solo per i cultori del genere) protagonista di Zombi 3, regia di Lucio Fulci, ha poi lasciato il cinema, restando però nel giro: per qualche tempo è l’assistente di Berlusconi, oggi è dirigente del marketing Rai. Un disastro, ma non può certo essere tutta colpa di Deborah: il 2003 chiuderà prevedibilmente con un secco meno 10 per cento nei ricavi della Sipra, la concessionaria che raccoglie pubblicità per la tv pubblica. Meno spettatori, meno spot, la Rai affonda. Tanto che due senatori di An nei giorni della Gasparri hanno fatto votare, a futura memoria, un ordine del giorno che impegna il governo a istituire la cassa integrazione per i dipendenti dell’azienda in esubero: in caso di una ormai non improbabile «riorganizzazione produttiva».

Il colpo di grazia alla Rai arriverà con l’attuazione della Gasparri, che la privatizza, ma nella maniera peggiore: uccidendola come forte azienda pubblica e impedendole però di diventare un forte concorrente privato. Nessuno potrà comprare più dell’1 per cento e il controllo resterà di fatto nelle mani dei politici: quale imprenditore potrà mai essere così pazzo da buttare i propri soldi in un’azienda in crisi e senza avere alcun potere di gestione? Se poi qualcuno avesse ancora qualche dubbio, gli passerà sapendo che alla Rai è fatto obbligo di attivare al più presto otto canali digitali, che dovranno coprire entro il 2004 il 50 per cento del territorio nazionale, il 70 per cento entro il 2005. Un investimento enorme in un momento di crisi, anzi: un’emorragia che potrebbe essere mortale.

Intanto Mediaset si è portata avanti: l’azienda di Berlusconi, attraverso Rti, ha negli ultimi mesi fatto un silenzioso ma poderoso shopping, comprando per 100 milioni di euro una serie di piccole tv in tutta Italia. Frequanze di Quadrifoglio tv, Sei Milano, Videofirenze, Telegrosseto, Tva, Antenna Sicilia… Così a ottobre sarà già pronto il primo «multiplex» italiano, cioè la prima piattaforma per costruire una rete digitale terrestre: firmata Mediaset, che ne ha allo studio una seconda. Intanto Rai e La7 stanno a guardare. Il digitale moltiplica i canali quasi all’infinito, ma i siti per creare un «multiplex» infiniti non sono. Potrebbe finire che chi voglia averne uno sia costretto a passare per le reti Mediaset…

TRONCHETTI PRIGIONIERO. Il nuovo centro si chiama, dunque, Berlusconi. Lo sa bene Marco Tronchetti Provera, che sulla carta sarebbe un potente operatore della telefonia con la possibilità di espandersi nella tv (controlla già La7), ma in pratica è prigioniero di quel centauro che è al contempo padrone delle tv e padrone della politica e dunque può scrivere le regole a cui Tronchetti dovrà attenersi. Non solo. Per ridurre l’indebitamento contratto per scalare Telecom, Tronchetti ha realizzato una fusione di Olivetti in Telecom. Con il risultato di essere più esposto alle scalate: se ieri la sua società Olimpia controllava il 28 per cento di Olivetti che controllava il 56 per cento di Telecom, oggi Olimpia controlla direttamente soltanto un debole 10 per cento di Telecom.

Intanto, mentre tutti guardano alle telecomunicazioni, l’impero Berlusconi si rafforza anche nel settore bancario, assicurativo e finanziario. Nessuno, tranne qualche operatore, ha notato un’apparente incongruenza: in Mediolanum (controllata al 35 per cento dalla Fininvest di Berlusconi) nel 2002 sono diminuiti i capitali affidati in gestione, ma ciò nonostante, e con i mercati in discesa, è aumentata la redditività: grazie a un discutibile aumento delle commissioni di performance. Ma chi ha la forza di contestarlo a un’azienda del presidente del Consiglio?

Di fronte a tanta voracità, qualche imprenditore comincia a dare segni d’impazienza. Tra questi, perfino Cesare Romiti e gli editori di giornali, preoccupati dalla fuga della pubblicità dai quotidiani (oltre che dalla Rai e dalle piccole tv private) verso Mediaset. Dopo l’emendamento sulle telepromozioni, il presidente della Federazione degli editori, Luca di Montezemolo, reagisce: «È una pagina nera per l’informazione». Mediaset risponde con durezza: «Maestro della disinformazione». I fronti non sono ancora definiti, ma la guerra è iniziata.
Diario, 25 luglio 2003


Digitale, la grande truffa

Approvata la legge Gasparri. Da oggi l’informazione è più debole, il duopolio collusivo Rai-Fininvest più forte, l’Italia meno libera.

Preparatevi a una storia a cannocchiale, o a matrioska, o a scatole cinesi. Insomma, a tante storie una dentro l’altra. È naturale, visto che l’argomento è la televisione: tv generalista, palinsesto onnivoro, commistione di generi, storie disparate. Troverete dunque, dentro questa storia fatta di storie, santi e truffatori, politici e mafiosi, venditori di materassi e macellai, Maurizia Paradiso e Maurizio Gasparri, Paolo Romani e Antonio Marano, Flavio Cattaneo e Lucia Annunziata, e perfino Renato D’Andria (il faccendiere di Telekom Serbia). Ma tutto ben collegato, una scatola dentro l’altra, come in un palinsesto fatto bene. Tutto tenuto insieme dai soldi, dalla politica, dal potere.

Il punto di partenza è una data: 31 dicembre 2003. Entro la mezzanotte dell’ultimo dell’anno, insieme ai botti e ai tappi delle bottiglie di spumante, dovrebbe saltare Retequattro. Sì, Mediaset dovrebbe buttare dalla finestra, oltre ai piatti vecchi e ai programmi che non hanno avuto successo, anche la rete di Emilio Fede. O meglio, dovrebbe spararla sul satellite, insieme ai fuochi artificiali della mezzanotte. Cioè condannarla alla marginalità, all’uscita dal mercato. Lo stabilisce, fin dal 1994, una sentenza della Corte costituzionale. Ebbene, si è mai vista una cosa simile? Tagliare del 30 per cento le reti, ridurre di un terzo le tv di Berlusconi? Tre erano e tre devono restare. Solo così funziona alla perfezione la distribuzione (politica e di marketing) del pubblico e la conseguente raccolta pubblicitaria.

Ecco allora che si mette in moto una poderosa macchina da guerra per impedire l’esilio su un lontano satellite, per bloccare la trasformazione di Retequattro in stella filante e di Emilio Fede in tricche-tracche. L’hanno chiamata riforma di sistema, o legge Gasparri. Certo, ha ambizioni più generali: già che ci siamo ridisegna tutto il panorama dei media in Italia, consolida il monopolio di Mediaset, dà qualche botta alla Rai. Ma l’innesco della bomba è lì, in quella data, in quella notte di Capodanno da festeggiare a champagne per la più grande delle vittorie, non da subire come la prima delle sconfitte.

STALIN & LA DIGITALIZZAZIONE FORZATA. E dunque: come si fa a far diventare carta straccia una sentenza della Corte costituzionale, mantenendo tre reti tre nelle mani di Silvio Berlusconi? Semplice: moltiplicando i canali, facendoli diventare così numerosi da rendere (apparentemente) senza senso la barriera antitrust dei due canali e non di più. Niente di nuovo, intendiamoci: già negli anni Novanta il presunto diritto a possederne tre era rivendicato da Berlusconi in nome di una torta da dividere composta da 12 canali. Il mondo di Berlusconia funziona così: dal particolare al generale, prima viene la Santissima Trinità dei Canali Fininvest, poi ci si inventa l’universo di riferimento in grado di giustificarla. Che poi nei Paesi civili europei come la Francia o la Spagna non si possa possedere più di un canale, è una bazzecola da non tenere in alcuna considerazione.

Dunque, moltiplicare i canali. Come? Con un salto nel futuro. Con l’introduzione forzata del digitale terrestre. Cioè una nuova tecnologia (digitale anziché analogica) che migliora la qualità di ricezione, ma soprattutto permette di ricevere centinaia di canali. Tutto questo, però, solo dopo aver cambiato il parco televisori e la foresta di antenne italiane: gli esperti prevedono che per la trasformazione ci vogliano almeno dieci anni. Ma i nostri liberisti e ultraliberisti sembrano tanto Stalin, quello dell’industrializzazione forzata. Oggi Berlusconi-Baffone (nascosto dietro il ministro Maurizio Gasparri, che di queste cose poverino non capisce niente, e lo ha anche confessato in qualche intervista, assicurando che si sarebbe messo a studiare) impone la Nuova Politica Tecnologica, la Grande Marcia nel Futuro: digitale terrestre per tutti. A tappe forzate.

Il mercato non ne sente il bisogno? Non importa: lo si impone per legge. I telespettatori continueranno ancora per un decennio a sedersi davanti ai loro amati apparecchi analogici e non hanno alcuna voglia di cambiare televisori e antenne? Non importa: per chi trasmette, il digitale sarà comunque obbligatorio. Entro il 1 gennaio 2004 (il giorno dopo l’altra data-limite, quella dettata dalla Corte costituzionale) tutte le reti tv devono coprire almeno il 50 per cento della popolazione italiana con trasmissioni in digitale. Il 70 per cento entro il 2005. Devono, altrimenti saranno confinate nella Siberia delle tv.

Il governo Berlusconi ha trovato perfino il tempo (e i soldi) per inserire nella Finanziaria 120 milioni di euro d’incentivi a comprare televisori digitali (più degli investimenti per la scuola): un tempo si premiava chi dava Balilla alla Patria, oggi chi offre teleschermi al Biscione. (A proposito, Sony, Philips e compagnia continuano e continueranno a produrre i televisori analogici. Come faranno i nostri liberisti a imporre al signor Sony di cambiare strategia e spacciare tv digitali a buon prezzo?).

A ogni buon conto Mediaset – che, come dire, era già preparata – nei mesi scorsi ha fatto un ricco shopping di frequenze e ha già brillantemente raggiunto gli obiettivi imposti dal Partito Post-catodico del Futuro. Anche La 7, malgrado le sue gambette da nano, si sta impegnando valorosamente. Telecom, che la controlla, ha già portato a casa 120 frequenze e relativi ripetitori. La Rai invece annaspa. Durante la corsa verso il Sol dell’Avvenire è inciampata e caduta. Ma il suo direttore generale Flavio Cattaneo ha garantito che ce la farà. E in un comunicato diffuso dall’Ansa alle ore 19,27 del 21 ottobre 2003 ha trionfalmente annunciato di aver raggiunto l’obiettivo: «Il consiglio d’amministrazione della Rai, su proposta del direttore generale, ha approvato all’unanimità le proposte irrevocabili di vendita presentate da Telecampione 6 Milano, che copre Milano e Genova, e Teleliguria, che è ricevibile in quasi tutta la Liguria. La Rai ha così superato l’obiettivo del 50 per cento di copertura della popolazione previsto per il primo multiplex del digitale televisivo terrestre».

Inciso: nella legge Gasparri (che sarebbe più appropriato chiamare legge Berlusconi, ma allora non la distingueremmo da tante altre) salta anche un altro limite antitrust, quello che avrebbe potuto far posto ad altri operatori imponendo un limite nell’occupazione delle risorse, innanzitutto pubblicitarie. Niente: in casa Berlusconi hanno inventato il Sic («Sistema integrato delle comunicazioni») e hanno suggerito, come limite – scusate la parola – antitrust, il 20 per cento del Sic medesimo. Ma lo hanno fatto così elastico e accogliente, questo Sic, da contenere di tutto (televisione, editoria, telecomunicazioni, libri, pubblicità, promozioni, sponsorizzazioni…). Il senatore Luigi Grillo, relatore in Senato della legge sulle tv, lo chiama affettuosamente «il montepremi»: una torta immensa di almeno 25 miliardi di euro. Il suo 20 per cento è 5 miliardi di euro. Buone notizie: Mediaset potrà crescere ancora. E vincere. Fine dell’inciso, torniamo alle scatole cinesi.

Dunque: per non perdere Retequattro bisogna passare al digitale; per passare al digitale bisogna imporlo per legge, perché il mercato non se lo fila per niente; per imporlo bisogna obbligare le tv esistenti a comprare, e in fretta, frequenze. E qui arriva il bello. E si entra nel vivo della storia, con la Rai che deve spendere le sue non molte risorse per fare shopping di tv locali. Ma prima di arrivare al bello, a Maurizia Paradiso, a Paolo Romani, ai macellai e materassai trasformati in editori televisivi, è necessario fermarsi un attimo: comprare frequenze? Ma com’è possibile comprare e vendere frequenze? Un tempo era vietato, vietatissimo. Le frequenze, cioè l’etere, sono un bene pubblico, come l’aria che respiriamo. Come le spiagge. I bagnini non se le possono vendere (per ora). Ebbene, oggi non solo è possibile comprare e vendere l’etere, ma è addirittura diventato obbligatorio. Il via libera lo ha dato una legge (la numero 66, recitano gli esperti) varata nel 2001. Dal governo Amato, ministro delle Comunicazioni Salvatore Cardinale, sottosegretario Vincenzo Vita. Cioè dal centrosinistra, che invece non aveva fatto una legge sulle tv, né sul conflitto d’interessi, né sulle rogatorie, né… Ma chiudiamo subito questa scatola cinese, sennò chissà dove finiremmo.

Quella delle frequenze è una storia strana, anzi incredibile: sono di chi le ha abusivamente occupate, ai tempi (eroici) in cui era proibito ai privati fare radio e tv. Chi ha avuto la passione di inventarsi un’emittente, o la forza di piazzare sulla stessa frequenza un trasmettitore più potente di quello del primo che aveva solo la passione, dopo anni di Far West ha potuto concorrere alla lotteria del piano di ripartizione delle frequenze che, tra pressioni politiche e svolazzar di bustarelle, ha sanato la primigenia occupazione abusiva e assegnato le frequenze medesime a chi le aveva occupate. Formidabili quegli anni: la stanza dove era depositata la documentazione proveniente delle tv private, al ministero delle Poste e telecomunicazioni, era chiusa a chiave e la chiave l’aveva in tasca un uomo Fininvest, il mitico ingegner Mezzetti. Non solo: un brillante giovanotto di nome Davide Giacalone, dopo aver scritto la legge Mammì e il piano delle frequenze, si è tolto il vestito di uomo di governo e ha indossato il blazer blu di consulente Fininvest (compenso ricevuto: 600 milioni).

LA VENDITA DELLE INDULGENZE. In quegli anni eroici, comunque, almeno un obbligo c’era: le frequenze non si potevano vendere, perché sono un bene pubblico, non roba privata. Ora, per salvare Retequattro, anche questa norma è saltata. Chi ha saputo resistere, magari trasmettendo per ore pornopubblicità di telefoni erotici o di sexyshop, oggi ha finalmente l’occasione di portare a casa dei bei soldi. Si vende, si può vendere, si deve comprare. I bagnini piccoli possono arricchirsi vendendo le loro spiaggette (che poi non sarebbero loro), perché un certo numero di bagnini grossi deve mettere insieme molti chilometri di spiaggia, entro il 1 gennaio 2004. In realtà non sono proprio le frequenze a essere comprate, bensì i «rami d’azienda», con impianti di trasmissione e relative frequenze: ma questa è solo ipocrisia, ciò che interessa e passa di mano sono proprio le frequenze. Se non vi piace l’esempio delle spiagge, che non calza proprio alla perfezione perché l’etere non è di sabbia, potete saltare a un’altra riflessione. Ma perché invece di permettere, anzi obbligare, il mercatino delle frequenze, lo Stato non ha preso e ridistribuito le frequenze libere? Così almeno la Rai, che è l’emittente pubblica, non sarebbe stata costretta a svenarsi distribuendo soldi ai padroncini delle tv locali per comprare l’etere, cioè una cosa pubblica. Ci sono frequenze libere? Sì, suggerisce Rosario Pacini, il direttore di Rete A: sono le due reti terrestri di Telepiù che, ora che la pay tv è passata sul satellite, dovrebbero essere liberate; e le due reti di televendite (Telemarket e Hse) che hanno avuto la possibilità di trasmettere per tre anni ma ora, come Telepiù, dovrebbero trasferire sul satellite quadri, tappeti e pentole e lasciar libere le loro frequenze terrestri. Invece: le televendite continuano e Murdoch, che si è comprato Telepiù, si è tenuto anche le frequenze terrestri.

È chiaro che la buona idea di Pacini ormai è irrealizzabile. Troppo tardi. Il mercatino delle frequenze è già cominciato, anzi è già quasi finito. Alla Rai costerà, a cose fatte, circa 120 milioni di euro, e saranno soldi persi, sottratti a cose più importanti (fare bei programmi, per esempio, inventare contenuti, fornire servizi) e regalati a signori che hanno capitalizzato oggi una loro vecchia occupazione abusiva di etere. Lo Stato diventa, tecnicamente, ricettatore: ricompra, attraverso la Rai, roba rubata. Non gioielli, ma frequenze. E per di più paga ai privati roba sua. Da non credere. Come se i parcheggiatori abusivi fossero autorizzati a vendere allo Stato le piazze in cui si sono insediati. In queste storie c’è materiale per Dario Fo, oltre che per Marco Paolini. E speriamo che l’Economist non le venga mai a sapere…


IL MERCATINO DELLE FREQUENZE. Qui dobbiamo aprire una nuova parentesi, o una nuova scatola cinese. Ricordate che cosa successe nel 2001? Il governo Berlusconi, appena arrivato, bloccò un affare che la Rai stava concludendo: la vendita del 49 per cento di Rai Way agli americani della Crown Castle. Che cos’è Rai Way? Per Gasparri è una canzone di Frank Sinatra, per tutti gli altri è la consociata Rai che controlla gli impianti di trasmissione. Quella che oggi si deve svenare per comperare le frequenze. Se l’affare con gli americani fosse andato in porto, non solo si sarebbe realizzato un pezzo di vera privatizzazione della Rai, ma sarebbero entrati in cassa 400 milioni di euro, con cui la Rai avrebbe potuto farne tre, di shopping per il digitale. Oppure molte altre cose più utili. Invece la Rai oggi serve sottomessa ai partiti e incapace di fare concorrenza a Mediaset. Ma richiudiamo subito questa scatola, perché ci porterebbe molto, molto lontano.

Torniamo invece all’allegro mercatino delle frequenze. Flashback. 29 luglio 2003. Forse contando sulla disattenzione estiva, il direttore generale della Rai Flavio Cattaneo presenta al consiglio d’amministrazione un elenco di 39 emittenti locali disposte a vendere le loro frequenze per l’emozionante avventura del digitale terrestre. Richieste: 123 milioni di euro. Prezzo alto, perché invece di 1 euro per abitante raggiunto dalla relativa frequenza, le tv tentano il colpaccio e di euro ne chiedono 2, 3, perfino 10. E poi è tutto da verificare che sia vero il numero degli abitanti raggiunti… Il cda dà a Cattaneo una delega a trattare, ma la presidente Lucia Annunziata lo gela: gli raccomanda di stare attento a non trattare acquisizioni di tv possedute da politici. Il riferimento è a Lombardia 7, fondata da Paolo Romani, oggi parlamentare di Forza Italia.

Al successivo incontro del cda, il 7 agosto, Cattaneo lima la sua proposta, lascia a casa l’elenco delle 39 tv e chiede di essere autorizzato a trattare almeno un accordo pilota, limitato alle frequenze di un’emittente veneta, TvSet. Il giorno prima aveva incontrato un certo Giuseppe Ruffoni, responsabile di quella emittente, che lo aveva convinto a chiudere in fretta l’affare. Annunziata insiste: fa notare che TvSet ha sede a Cinisello Balsamo, proprio come la tv di Romani. Nel dubbio, tutto si blocca, rimandato a settembre.

A Cattaneo il colpo non è riuscito. E il giorno di Ferragosto la vicenda esplode come una bomba: Paolo Biondani sul Corriere della sera racconta a tutti che cos’è davvero TvSet, l’affare del cuore di Flavio Cattaneo. TvSet Veneto e Lombardia 7 tv non solo hanno la stessa sede, non solo sono controllate dalle stesse persone, ma queste sono anche sotto inchiesta a Monza, Bologna e Bergamo per bancarotta, associazione a delinquere, false fatture, riciclaggio, falso in bilancio. «Nasce indagata la tv del futuro», scrive Biondani. E l’affare naufraga per sempre. Ma raccontiamola dall’inizio, questa brutta storia.

PAOLO ROMANI, POLITICA E TV. La vicenda nasce a Bologna, quasi per caso. Qui un pugno di uomini della Guardia di finanza che fanno il loro lavoro con passione s’imbatte in una fattura (per la riparazione di un’auto, un’Audi A4) che non li convince: troppo alta. Fanno qualche indagine e scoprono un genio: Giovanni Sarti, quarantenne, super villa sulle colline di Bologna e tenuta a Capoverde. Sarti era un mago, sapeva estrarre miliardi dalla carta. Nel vero senso della parola: vendeva carta, piccoli foglietti pieni di numeri. Insomma produceva fatture (false, naturalmente, per servizi mai prestati) che intestava a decine di aziende del nord Italia.

Queste pagavano, così potevano iscrivere a bilancio l’uscita e abbattere le tasse. I soldi, dopo un gran giro di conti, finivano in qualche banca svizzera, trasformati in fondi neri a disposizione del padrone o manager dell’azienda. Tranne un 20 per cento trattenuto da Sarti per il disturbo. La sua «cartiera» produceva a pieno ritmo, con soddisfazione dei numerosi clienti e ottimi profitti per lui. Intendiamoci, questa non è l’unica «cartiera» in giro, ma Giovanni Sarti era a suo modo un artista. Una delle sue idee più brillanti era fatturare costosissime pagine di pubblicità sulle riviste di bordo delle compagnie aeree americane. Naturalmente in America non ne sapevano nulla, ma lui ai suoi clienti mandava la fattura e anche il giustificativo: la rivista della United Airlines Emisphere, a cui strappava la copertina e la sostituiva con una taroccata, fatta ristampare con le pubblicità delle aziende italiane sue clienti. Geniale.

Fatto sta che indagando sul giro delle false fatture di Sarti, le Fiamme gialle bolognesi risalgono a Lombardia Pubblicità srl, un’azienda che raccoglie pubblicità, ma fa anche la «cartiera» di fatture gonfiate. È la concessionaria di una tv locale, Lombardia 7, che dopo qualche anno di difficoltà dichiara bancarotta. Il fallimento arriva sul tavolo di un magistrato della procura di Monza, Walter Mapelli, che incarica di condurre le indagini – anzi, di continuarle – i finanzieri di Bologna, Seconda Compagnia, che già sapevano tutto di Giovanni Sarti il genio e molto di Lombardia Pubblicità.

Così Mapelli e i finanzieri ricostruiscono la storia di Lombardia 7. Ebbe un certo successo, nei primi anni Novanta, sotto la guida di Paolo Romani. È un pioniere, Romani, un protagonista dell’era corsara della tv privata. A metà degli anni Settanta aveva messo in piedi, con Marco Taradash, Tele Livorno. Era stato vicino a Nichi Grauso, in Sardegna, ai tempi eroici di Videolina. Era diventato editore di Millecanali, rivista specializzata per l’emittenza radiotelevisiva. Negli anni Ottanta aveva lavorato per Alberto Peruzzo al lancio di Rete A. Poi lo aveva chiamato Salvatore Ligresti a guidare Telelombardia, da cui era uscito per mettersi in proprio, con Lombardia 7.

Sotto la sua guida, la rete acquista una sua visibilità. Produce un telegiornale, ha una redazione di cinque giornalisti. Il programma forte di Lombardia 7 è però «Vizi privati», strip caserecci condotti da una scatenata Maurizia Paradiso. Con l’ingovernabile Maurizia, Romani finisce per litigare e la leggenda dice che lo scontro sia stato fisico e doloroso. Ma Romani, che era un giovane liberale, resta folgorato sulla via di Arcore e nel 1994 segue Berlusconi in Forza Italia. È subito eletto deputato. Si trasferisce a Roma, abbandona la tv al suo destino e, almeno formalmente, nel 1996 la cede. Ha venduto davvero? Nel mondo delle private c’è chi ne dubita, chi sussurra di falsa vendita, di accordi di portage. Al momento dell’accordo, i nuovi gestori di Lombardia 7, Gianni Alvisini e Mauro Ferraris, cedono a Romani un’auto e s’impegnano a versargli 10 milioni al mese, fino ad arrivare a 250. Un giovane giornalista che ha lavorato a Lombardia 7 racconta a Diario che almeno fino al 1997 Romani veniva «in visita» alla tv ed era ancora considerato il «padrone» a tutti gli effetti. E certamente resta, almeno fino al 12 gennaio 1998, legale rappresentante di una società ben più essenziale in questa storia, Lombardia Pubblicità, di cui risulta ancor oggi azionista e proprietario del 5 per cento. All’assemblea sociale straordinaria del febbraio 2001, Romani si è fatto rappresentare da Mariano Bertelli, tre mesi dopo arrestato per bancarotta a Firenze. Di un’altra società coinvolta nel giro delle fatture allegre, Vacanze 2000, Romani è ancor oggi socio.

Un elemento di continuità tra la vecchia e la nuova Lombardia 7 c’è: è Alessandro Piccoli, l’amministratore della tv, uomo-ombra di Romani. Le carte comunque dicono che il 5 giugno 1996 Lombardia Comunicazione srl, la società che controlla Lombardia 7 tv srl, viene venduta a Gianni Alvisini. La tv non è in grande salute, anzi, a dirla tutta è carica di debiti. Ma nel dicembre 1997 i nuovi padroni risolvono a loro modo il problema. Smembrano la tv: i debiti li lasciano alla vecchia società, che viene posta in liquidazione e si avvia serena verso il fallimento; la parte sana (con le frequenze) viene invece venduta. La compra, per circa 3,5 miliardi di lire, una società appositamente approntata che si chiama Telegestioni srl e che, in realtà, è controllata dallo stesso gruppo di Alvisini, attraverso Gianantonio Arnoldi, pezzo grosso di Forza Italia a Bergamo.

Arnoldi, titolare della concessionaria di pubblicità Gipielle, era già entrato nel mondo delle tv grazie a un colpo basso. Aveva messo gli occhi su una tv bresciana non florida, ma ricca della dote di tre frequenze ottenute dal ministero: Teleleonessa, messa in piedi da un religioso, padre Narciso Barlera, che aveva passione per la comunicazione, ma non grande dimestichezza con i conti. Con molte promesse e grandi sorrisi, Arnoldi aveva alla fine scippato Teleleonessa al suo amministratore, Edoardo Bertola, e l’aveva portata sotto l’ombrello di Telegestioni.

Così il gruppo di persone che controlla Telegestioni mette insieme, con incredibili giri di soldi e spericolate operazioni finanziarie, un buon numero di tv locali: Teleleonessa, Lombardia 7, poi arriveranno TvSet Veneto, Euromixer tv, Tele Lupa, Canale 10 di Napoli. Delle tv in sé, dei palinsesti, dei programmi, dei tg, all’allegra combriccola non interessa un fico secco. Al gruppo stanno a cuore solo due cose: le frequenze, bene prezioso che prima o poi si vende bene (e avevano ragione: è arrivata la Gasparri!); e la pubblicità, attraverso cui, con un giro di fatture false, ricavano parecchi miliardi. Valigiate di soldi approdavano in Svizzera, dove erano gestite da Severino Albertoni, un cittadino elvetico in passato già coinvolto in vicende di riciclaggio, traffici d’armi, rapporti con mafiosi. Era il custode del malloppo all’estero.

Il metodo usato dal gruppo di Telegestioni era lo stesso di Giovanni Sarti il genio, con in più la possibilità di utilizzare le tv. La concessionaria televisiva (Lombardia Pubblicità) fatturava miliardi alle aziende (tra cui Foppapedretti) per spot, televendite, sponsorizzazioni. Poi, con un giro vizioso, restituiva circa il 70 per cento. Le aziende lo imboscavano, evadendo il fisco e creando fondi neri. A Lombardia Pubblicità restavano attaccati dei bei soldi, che i ragazzi della combriccola facevano sparire con una girandola di passaggi di società. Una parte di questi soldi (oltre 2 miliardi di lire) li investono in una villa stile Beverly Hills sulle colline bolognesi, piena di telecamere nascoste (intelligence o luci rosse?). Anche gli spot di Radio Dimensione Suono subivano il trattamento: venivano fatturati da Lombardia Pubblicità, che con la radio non c’entrava niente, e poi, a catena, dalla concessionaria di Rds, la General Advertising. Alla fine i costi degli spot lievitavano di oltre quattro volte il valore reale della pubblicità su Rds, ma con l’accordo delle aziende, che incameravano preziose fatture da esibire al fisco e poi si vedevano restituire i soldi in nero.

Il gruppo riesce a razziare parecchi miliardi (almeno 81 tra il 1997 e il 2001) con il sistema delle false fatture fatte girare vorticosamente da una società all’altra, tanto da far venire il capogiro a chiunque cerchi di capire. Poi fa sparire i documenti contabili e porta al fallimento prima Lombardia 7, che «salta» nel 1999 lasciando debiti per oltre 12 miliardi di lire, poi anche Rtv Produzioni di Padova, che s’inabissa nel luglio 2000. Risultato: intervengono tre procure della Repubblica, quella di Bergamo, quella di Monza, quella di Bologna.

Chi sono i ragazzi della combriccola? Gianni Alvisini il manovratore, Alessandro Piccoli il contabile, Gianantonio Arnoldi il politico, ma anche Mauro Ferraris il pubblicitario, Giuseppe Ruffoni il macellaio, Salvatore Cingari la vecchia volpe, Massimo Stella il commercialista, Giacomo Commendatore il materassaio. Ruffoni è l’uomo che s’incontra con Cattaneo: a nome della società Telenord srl, gli chiede 7,5 milioni di euro per le frequenze di TvSet (scontabili fino a 3,5 milioni). Per quelle di Lombardia 7 aveva tentato il colpo pretendendo invece altri 24 milioni di euro, anche se «scontabili del 70 per cento», ammette Cattaneo.

Chi è Ruffoni? Di mestiere sarebbe macellaio: socio finanziatore della «Macelleria del Portico» e della «Bottega della carne equina» a San Felice sul Panaro, provincia di Modena. Ma ha avuto gran successo anche nel settore televisivo, a giudicare dai miliardi raccolti. Suo compito è soprattutto quello di «procacciare i clienti nei cui confronti vengono emesse le fatture sovradimensionate», scrivono gli investigatori della Guardia di finanza. Ma il vero capo è Giacomo Commendatore. È lui il «proprietario effettivo delle società Telegestioni, Euromixer e Telenord. È il Commendatore che traccia le strategie generali di sviluppo delle società, affidando agli altri associati il compito di porlo materialmente in essere». Ruffoni, in fondo, è solo «il fido esecutore degli ordini impartiti dal Commendatore». Questi, invece, «sin dalla costituzione diventa di fatto il socio di maggioranza di Telegestioni (60 per cento delle quote), mentre il 40 per cento originariamente in mani di Ferraris e Alvisini, gli viene ceduto in seguito». Entrato nel giro come cliente delle tv (per le televendite dei suoi materassi Eminflex), diventa il padrone di fatto e si muove per «costituire un polo televisivo attraverso l’acquisizione di varie televisioni locali».

ANDARE AI MATERASSI. L’impero ereditato da Giacomo Commendatore, il leader italiano dei materassi, comprende la Eminflex e la Permaflex, l’azienda per cui lavorava Licio Gelli. L’azienda di materassi più telepubblicizzata d’Italia ha alle spalle una storia intricata. Lo zio di Giacomo Commendatore, Carmelo, si è fatto 13 anni di galera per sequestro di persona, realizzato nel 1971 in concorso con Luciano Liggio. Fino al 1982 a tenere i conti dell’azienda era uno strano contabile: Giacomo Riina, zio di Totò Riina. E negli anni Novanta un rapporto investigativo sosteneva che la Eminflex realizzasse riciclaggio di denaro sporco: accusa mai provata e dunque caduta (dei Commendatore, Diario ha scritto nell’ottobre 2001: un’inchiesta di Giuseppe Bascietto). Malgrado il suo ruolo così centrale, il giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta d’arresto per Commendatore, come anche per Ruffoni e Stella. In cella finiscono soltanto Piccoli, Alvisini e Ferraris. Quest’ultimo, fisico da giocatore di rugby, è nipote del sindaco di Bergamo, Cesare Veneziani, di Forza Italia. Era anche console onorario dell’Uganda, ma non gli è servito a evitare l’arresto. Gli altri protagonisti di questa vicenda sono Salvatore Cingari, siciliano trapiantato a Genova, pioniere della tv privata e gran conoscitore del business delle frequenze, vecchio proprietario di Telemixer. Massimo Stella è il commercialista che «si occupava di gestire di fatto e in maniera sicuramente occulta gran parte delle società cosiddette infragruppo, ufficialmente amministrate da prestanomi, pluripregiudicati e altri personaggi per lo più stranieri che, una volta terminato il ciclo di utilizzo delle società, scomparivano così come le scritture contabili».

È citato nei verbali anche Antonio Marano, il leghista direttore di Raidue, un tempo proprietario di una tv privata di Varese chiamata Rete 55. «Voglio altresì riferire», dichiara Mauro Ferraris al magistrato, «che Alvisini mi aveva incaricato di pagare in nero un certo Marano Antonio, per crediti da lui suppostamente vantati in relazione alla cessione nei primi anni Novanta di Rete 55 a Lombardia 7 tv».

E Paolo Romani? È diventato un personaggio politico importante: deputato azzurro dal 1994, è coordinatore di Forza Italia in Lombardia, presidente della commissione parlamentare sulle Comunicazioni e membro della commissione di vigilanza sulla Rai. Oggi è indagato per bancarotta fraudolenta e false fatture, ma è prevedibile che esca indenne dall’inchiesta, anche per effetto della nuova legge berlusconiana sul falso in bilancio. In un Paese normale il suo coinvolgimento in questa vicenda sarebbe sufficiente a renderlo «unfit» (inadatto) alla politica. Ma siamo in Italia, dunque farà ancora carriera.
Su Romani, il direttore generale della Rai Flavio Cattaneo, sentito come persona informata sui fatti dal magistrato di Monza Walter Mapelli il 25 agosto 2003, ha raccontato la sua versione: «Il consiglio d’amministrazione della Rai mi raccomandò, per ragioni d’opportunità, di fare attenzione a trattare acquisizioni di emittenti con quote azionarie di personaggi politici». Attorno a Lombardia 7 ruotano ben due parlamentari di Forza Italia, Paolo Romani e Gianantonio Arnoldi. «Annunziata mi chiese rassicurazioni sul fatto che Romani fosse estraneo a questa televisione». E Cattaneo che cosa fa? «Mi premurai di telefonargli per assicurarmi che lui fosse da tempo estraneo alla televisione; circostanza che mi fu confermata».

C’è poi anche un filone nero, un cono d’ombra, in questa storia a mille facce. La Guardia di finanza, che intercettava le telefonate di un indagato, lo sente dire: «Le alte sfere si son rotte i coglioni perché ’ste grandi carte non le hanno». Che spiegazione dare di questa frase? Chi sono «le alte sfere»? E poi: «Quello mette a posto tutto». Chi è «quello»?

Uno dei motivi per cui Commendatore non viene arrestato è che, prima della decisione del giudice, la Guardia di finanza (ma un settore diverso da quello che stava svolgendo le indagini di polizia giudiziaria) capita alla Eminflex per una verifica fiscale: una manna piovuta dal cielo, perché gli avvocati di Commendatore possono sostenere che non si riesce a inquinare le prove con la Finanza in casa, e dunque sono cadute le esigenze di custodia cautelare.

E c’è anche un tentativo di corruzione. Forse. L’avvocato di Alvisini e Ferraris, Alberto Volpini, chiede un incontro riservato a un maresciallo della Guardia di finanza e gli fa uno strano discorso: «Mi hanno detto che non ho capito un cazzo di tutta questa vicenda. Mi hanno detto di dirvi di Sandokan, che voi avreste capito, e la cosa si sarebbe potuta aggiustare». Poi Volpini alza il pollice: «Mi hanno detto che ci sarebbe questo, di là, per voi». Il maresciallo risponde stilando un rapporto al magistrato: «Di là veniva inteso come una disponibilità di 1 miliardo di lire in Svizzera». E chi è Sandokan?

Nella vicenda di Lombardia 7 entra anche il faccendiere di Telekom Serbia, Renato D’Andria, considerato uno degli inquinatori della commissione parlamentare. Il 30 ottobre 2001 si riuniscono a Roma Ruffoni, la moglie di D’Andria (in rappresentanza del marito, che allora era in carcere) e un suo avvocato, Quirino Mancini. Argomento trattato: la vendita di Canale 10, una tv napoletana controllata da D’Andria e in seguito effettivamente passata al gruppo Ruffoni-Commendatore.

Come finirà questa complicatissima storia? Sugli affari truffaldini del gruppo Commendatore-Ruffoni si pronunceranno i giudici, anche se la nuova legge sul falso in bilancio darà una mano agli indagati. Quanto alla Truffa Grande, quella delle frequenze, andrà prevedibilmente avanti fino al compimento, con buona pace del liberismo, del pluralismo e del mercato.

Diario, 31 ottobre 2003

Gasparri 2 la vendetta

Approvata alla Camera la legge Gasparri che sancisce il monopolio tv di Berlusconi. Dopo la bocciatura di Ciampi, ritocchi minimi o addirittura peggiorativi. Il digitale? Politicamente è un grande imbroglio, tecnologicamente nasce già vecchio



Approvata alla Camera, mercoledì 24 marzo 2004, la legge Gasparri bis, che deve salvare la posizione dominante di Mediaset – cioè di Silvio Berlusconi – sul mercato televisivo e pubblicitario. Ora toccherà al Senato: Berlusconi vuole andare alle elezioni con questo problema risolto. Tra breve, dunque, la Gasparri, ritoccata dopo la bocciatura del Capo dello Stato, diventerà legge della Repubblica. Così sarà aggirato l’obbligo, imposto dalla Corte costituzionale per garantire il pluralismo e il mercato, di ridurre a due le reti Mediaset. Il pluralismo infatti, secondo la geniale trovata del geniale inventore della geniale Gasparri, sarà d’ora in poi garantito dal Digitale Terrestre, che al pari del Comunismo, del Federalismo e dell’Elisir di lunga vita, risolve ogni problema e sconfigge ogni male.

Canali a volontà, canali per tutti, a decine, a centinaia. Con qualità digitale. Che senso ha porre limiti, esiliare il povero Emilio Fede sul satellite? I canali saranno moltiplicati, non ridotti. Bene: peccato che il Digitale Terrestre, come il Sacro Graal, sia piuttosto imprendibile, sfuggente, evanescente. Nessun apparecchio televisivo digitale ha per ora fatto capolino nei negozi, e tantomeno nelle case degli italiani. E nessun nuovo canale tv è nato per arricchire l’offerta del Sacro Digitale. Saranno i soliti, vecchi canali via etere a essere ripetuti anche con tecnologia digitale, tanto per far finta che la Gasparri abbia un senso. Quanto ai canali davvero nuovi, saranno quelli satellitari. Ma quelli non hanno alcun bisogno di Gasparri, basta una parabola e un decoder.

Quando il presidente della Repubblica ha rinviato alle Camere la nuova legge sulle tv già approvata dal Parlamento, ha chiesto di sanare almeno le anomalie più macroscopiche. Che cosa ha fatto, allora, la maggioranza? Il Sic (il sistema intergrato delle comunicazioni, il paniere da cui calcolare il limite antitrust del 20 per cento) è stato leggermente ritoccato: hanno tolto quattro spiccioli, i proventi da editoria libraria e musicale, la produzione di programmi tv. Resta tutto il resto, con possibilità per la già monopolistica Mediaset di diventare ancor più monopolistica, di crescere ancora. Il Sic resta comunque un oceano di 50 mila miliardi di lire, permettendo alle tv di Berlusconi di espandersi ancora di un buon 30 per cento.

In compenso, nella nuova versione dell’ineffabile legge è silenziosamente caduto un codicillo, quello che stabiliva un altro limite antitrust: nessuno può raccogliere più del 30 per cento del mercato pubblicitario. Caduto. Scomparso. A Publitalia si sono subito rimboccati le maniche.

Quanto al controllo del pluralismo, la povera Authority potrà scendere in campo a fine maggio, ma solo per controllare tre dati, stabiliti dalla stessa furbissima Gasparri: uno, se nei negozi sono in vendita i decoder per il digitale terrestre, e se l’offerta è a prezzi accessibili; due, se la copertura virtuale del digitare terrestre ha superato il 50 per cento della popolazione italiana; tre, se c’è offerta di programmi nuovi. Tranquilli: fin da ora possiamo dire che tutto è a posto. Obiettivi raggiunti. I decoder nei negozi ci sono, i prezzi sono buoni, il 50 per cento virtuale è stato raggiunto, i programmi non saranno proprio nuovi nuovi (saranno quelli del digitale satellitare ripetuti anche per il digitale terrestre) ma insomma prima nel terrestre non c’erano. E poi si può sempre costringere la povera Rai a svenarsi per produrre qualche programma (Rai Utile…) che nessuno vedrà.
La mancanza di sanzioni per chi sgarra, lamentata da quel briccone del Capo dello Stato nella prima versione della Gasparri, è stata risolta affidando all’Authority il potere di sanzionare chi viola la legge, ma non prima del luglio 2005: dunque c’è oltre un anno di Far West in cui Mediaset potrà fare ciò che vorrà e consolidare la propria posizione dominante.

I decoder, comunque, nei negozi ci sono, e costano poco. Anche perché il governo – che fa fatica a trovare soldi per la scuola, la ricerca, le pensioni – per aiutare a vendere i decoder i soldi li ha trovati e li ha stanziati nella Finanziaria. Così oggi chi va in un negozio di materiale elettronico trova l’apparecchio Access Media (pubblicizzato nel sito Mediaset) alla modica cifra di 49 euro. Un’offertona. Anche grazie al contributo di 150 euro che il governo generosamente concede (con soldi di tutti) a chi compra il decoder offerto da Mediaset per permettere a Mediaset di non perdere Retequattro.

Ma poi i decoder sono arrivati nelle case degli italiani? Non importa, basta che siano in negozio. In effetti ne sono stati venduti pochini, 280 mila, cifra che si raggiunge se si sommano tutti i tipi di decoder presenti sul mercato. Quelli pubblicizzati sui canali Mediaset sono prodotti dalla multinazionale Adb, che ne ha venduti 35 mila. Meglio (52 mila) ha fatto Access Media, pubblicizzata sul sito Mediaset, che offre il prezzo migliore, l’offertona di 49 euro.

Ma il dato più significativo è un altro. Dei 280 mila decoder venduti, la metà, 140 mila, sono decoder Fastweb: con il digitale terrestre non c’entrano un fico, non utilizzano l’etere, ma il filo del telefono, la fibra ottica, la banda larga. Servono insomma a portarsi a casa la tv via internet. E questo la dice lunga su come sta orientandosi il mercato: il digitale terrestre nasce già superato dalla effettivamente più avanzata internet tv.
Lo conferma a Diario anche Rick Smith, vice presidente della Adb Europa: «I futuri obiettivi in tutta Europa vedono come “video medium” la banda larga. Stiamo lavorando per migliorare la qualità della tecnologia per la compressione dei dati in modo da poter sviluppare questo canale per l’uso pratico della tv».

Anche Telecom, con Valentino Rossi, sta correndo nella stessa direzione. Sta pubblicizzando con grande energia e forti investimenti «Rosso Alice» e sta potenziando gratuitamente ai suoi utenti la banda minima (aumentandola da 256 a 640 K e preparandosi a ulteriori massicci potenziamenti). Così offrirà ai clienti la tv, sia pur «on demand», sui computer di chi ha attivato una connessione Adsl. Il che vuole dire milioni di utenti già pronti domani a usufruire del nuovo medium.
Povero digitale terrestre: nasce già vecchio. Ma fa tanto, tanto bene a Berlusconi.

Di Gianni Barbacetto. Ha collaborato Giorgio Sebastiano
Diario, 26 marzo 2004

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