Fisicamente

di Roberto Renzetti

«Doveva entrare in azione l’8 o 9 maggio, arrivò contrordine dopo che era stato fatto un sopralluogo in via Montalcini»

ROMA – Ferdinando Imposimato in qualità di legale di Maria Fida Moro, parte offesa nel processo sulla strage di via Fani e il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978, si oppone alla richiesta di archiviazione, chiedendo la prosecuzione delle indagini.

L’ex magistrato racconta all’AdnKronos che esisteva un piano militare per liberare Moro, che doveva essere attuatol’8 o il 9 maggio del 1978 con un blitz pianificato dopo aver ispezionato l’appartamento sopra a quello in cui era prigioniero lo statista, in via Montalcini 8. Ma un contrordine, arrivato all’ultimo momento, blocca l’operazione. Una pista che sembrerebbe legare il caso Moro all’organizzazione Gladio.

«La verità sul caso Moro è più vicina – spiega Imposimato- e vogliamo conoscerla, anche per onorare la memoria dei martiri di via Fani. Senza paura e con fiducia nella giustizia. Ma non c’è giustizia senza verità. La vicenda Moro si riapre perchè esiste una denuncia fatta da un brigadiere della Guardia di Finanza, G.L., che appare persona attendibile. È stato militare dei bersaglieri presso il Battaglione Valbella, di stanza ad Avellino, insieme ad altri 40 commilitoni. Una parte di questi fu portato a Roma, con lo scopo di liberare un “importante uomo politico”. Questo accadeva durante il sequestro Moro, dopo il 20 aprile 1978, data in cui i militari del commando sarebbero arrivati a Roma».

«Quando ho letto la denuncia che mi fu consegnata dallo stesso brigadiere il 7 ottobre 2008 – ricostruisce l’ex magistrato – in presenza di altri due sottufficiali inviati da un colonnello della Finanza di Novara, sono rimasto perplesso, data la gravità delle affermazioni del brigadiere, e ho detto che senza avere dei riscontri al suo racconto, quella storia non poteva essere credibile. Spiegai loro che non ero in grado di fare una verifica, anche perchè -mi fu riferito dal sottufficiale – nel frattempo il Valbella era scomparso, smantellato. Penso che questo Battaglione Valbella poteva essere una struttura di Gladio. Ritengo ci sono tutti gli elementi per fare ulteriori indagini, oltre quelle svolte puntalmente dalla procura della Repubblica di Roma e dalla procura di Novara». In quella sede «sottolineai anche che bisognava identificare i commilitoni che secondo il brigadiere avevano partecipato alla missione nella capitale. Ho quindi consegnato la denuncia al procuratore aggiunto della Repubblica di Roma, Pietro Saviotti, il 20 novembre 2008, per chiedere una verifica delle circostanze riferite dall’uomo. Ho chiesto che il brigadiere G.L. fosse sentito e di essere informato in caso di una eventuale archiviazione. Allo stesso tempo ho cercato, tra altri atti di cui ero venuto in possesso regolarmente, riguardanti un’altra richiesta di archiviazione disposta dal gip, eventuali conferme o smentite al racconto del sottufficiale della Guardia di Finanza. E ho letto anche gli atti della commissione stragi riguardanti l’inchiesta su Gladio».

«Ho poi esaminato gli atti – spiega l’ex giudice – regolarmente da me acquisiti su autorizzazione del gip di Roma, che riguardavano sia la vicenda di Pierluigi Ravasio, ex carabiniere paracadutista, che prima aveva parlato, per poi ritrattare, di un mancato intervento per impedire il sequestro Moro, e del colonnello Camillo Guglielmi, presente in via Fani la mattina del 16 marzo ’78. Ho analizzato anche i documenti che riguardavano Nino Arconte, che aveva compiuto una speciale missione per andare in Libano e prendere contatti con un agente speciale, in vista della liberazione di Moro. Arconte ha prodotto un documento che è stato ritenuto falso dagli investigatori, ma che io invece reputo fondamentale sottoporre a una perizia tecnico-grafica per stabilirne l’autenticità o meno».

«Altro elemento che ho acquisito – rimarca il Imposimato – riguarda la presenza a Roma della Sas, Special Air Force inglese, durante il sequestro dello statista. Secondo Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno, doveva essere impiegato per la liberazione di Moro. Un riscontro alle dichiarazioni del brigadiere della Guardia di Finanza, che non può aver tratto questa ricostruzione dal mio libro Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il racconto di un giudice, nè può aver preso dagli atti dei processi che non fanno in alcun modo riferimento alla presenza di agenti inglesi nella vicenda Moro».

«Il brigadiere G.L. – spiega Imposimato – viene a sapere che la sua presenza a Roma, insieme ad altri militari, anche stranieri, era finalizzata alla liberazione di questo importante uomo politico. A Roma questa presenza si protrae per 15-20 giorni. Era stato loro detto che l’operazione doveva essere fatta l’8 o il 9 maggio 1978, e avevano capito che lì c’era Moro. Anzi, uomini di questo commando erano stati anche portati in via Montalcini, in un altro edificio vicino a quello in cui era stata individuata la prigione del politico Dc».

Il sottufficiale, sottolinea l’ex giudice, «sostiene di aver visto anche la famiglia che abitava nell’appartamento sovrastante quello in cui era prigioniero Moro. Ma l’8 maggio arriva un ordine superiore: il blitz viene annullato e tutti gli agenti e i militari devono tornare nelle strutture di origine. Nel momento in cui i militari vengono a sapere che l’operazione era stata annullata hanno una reazione perchè avrebbero voluto liberare l’ostaggo. Fu detto loro di dimenticare quello che era successo. E calò il silenzio su tutto».

«A mio avviso – spiega Imposimato – bisogna eliminare qualunque tipo di segreto di Stato sulla vicenda. Un segreto che, invece, è stato posto dall’autorità militare all’elenco dei commilitoni del brigadiere. Occorre poi interrogare gli altri uomini del commando, nel contraddittorio delle parti, come previsto dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dall’art. 111 della Costituzione. E bisogna sentire anche tutti i vertici di Gladio per conoscere la sua reale struttura, e se sia possibile che di essa abbiano fatto parte soldati dell’esercito o di altre forze armate, oltre agli agenti del Sismi».

«L’obiettivo – rimarca Imposimato – è capire se era possibile salvare Moro durante la sua prigionia, con un blitz analogo a quello che scattò per liberare il generale Dozier, senza cedere al ricatto delle Brigate Rosse. Ero e sono d’accordo con la linea della fermezza e con quello che ha detto il Presidente Cossiga, ma prova di maggior fermezza sarebbe stato intervenire manu militari per liberare Moro. È questa la pagina che manca e che la famiglia dello statista e direi tutta l’Italia, attende di conoscere per sgomberare il campo da ogni dubbio su quella che, per dirla con il Presidente Ciampi, è stata la più grande tragedia che ha colpito il Paese dalla nascita della Repubblica».

E a chi gli chiede perchè Moro doveva morire, Imposimato replica: «Perchè il suo progetto politico era in contrasto con la strategia dell’America e dell’Unione Sovietica. Gli americani non potevano accettare un governo con i comunisti nè i sovietici consentire il dialogo comunisti-cattolici, perchè questo avrebbe scardinato il modello dell’Est. A distanza di 33 anni dall’omicidio Moro bisogna avere il coraggio di accettare degli aspetti che non erano conosciuti dagli inquirenti al tempo delle indagini. Ma ora la verità è più vicina».

Giovedì 21 Luglio 2011 – 13:49

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