BREVE STORIA DELLE VICENDE ENERGETICHE ITALIANE DAL DOPOGUERRA AL TRAMONTO DELLA SCELTA NUCLEARE

(A partire da un capitolo del mio libro L’Energia edito da Savelli nel 1979 ho fatto un’opera di integrazione che ha di gran lunga superato la storia che avevo scritto. Le integrazioni provengono dalla bibliografia indicata)

Roberto Renzetti

LA CRISI ENERGETICA DEL 1973

    Il 6 ottobre 1973 (in Israele ricorre la festa dello Yom Kippur) l’esercito egiziano attraversa il Canale di Suez ed attacca quello israeliano attestato sul Sinai (territorio occupato da Israele in occasione della guerra dei sei giorni del giugno 1967): è la guerra del Kippur. Le conseguenze politico-diplomatiche di questa guerra sono alla base di quella che appunto da allora viene chiamata crisi energetica. Cerchiamo di capire ciò che è accaduto tenendo presenti alcuni fatti e seguendo la cronologia degli avvenimenti:

   a) i paesi arabi, direttamente o indirettamente impegnati nel conflitto con Israele, rappresentano insieme circa i due terzi delle riserve mondiali di petrolio;

   b) i giacimenti petroliferi di questi paesi sono per la quasi totalità (89%) in mano alle grosse compagnie petrolifere multinazionali, in gran parte americane (le sette sorelle: Standard oil of California, Texaco, Exxon, Mobil, Gulf, Aramco, Shell, Bp, delle quali solo le ultime due non americane);

   e) la sola cosa sulla quale possono intervenire i governi dei paesi arabi è sul se, ed in quale misura, aumentare lo sfruttamento dei giacimenti;

   d) i paesi occidentali non sono energeticamente autosufficienti; gran parte della loro energia  deriva dal petrolio  «arabo»; in particolare gli Stati Uniti già dipendono da esso per circa il 30% del loro fabbisogno (questo valore sale per i paesi della UE ad oltre il 60%);

  e) i paesi arabi, subito dopo l’inizio della guerra, minacciano di ridurre le loro potenzialità estrattive (e quindi di originare grosse carenze di energia in tutti i paesi che dipendono dal loro petrolio) se i paesi occidentali continueranno con la loro politica filo-israeliana senza far pressione sullo stato ebraico affinché restituisca i territori occupati con la guerra del 1967;

  f) tutti i paesi aderenti all’Oapec (Organizzazione dei paesi arabi  produttori  ed  esportatori  di  petrolio)  il 17 ottobre 1973 decidono di ridurre la loro produzione di greggio del 5% ogni mese finché le ostilità dureranno e finché Israele non si ritirerà dai territori occupati (in totale si arriverà ad una riduzione del 25%);

  g) contemporaneamente (19 ottobre) la Libia quasi raddoppia il prezzo del  petrolio,  mentre  l’Arabia  (20 ottobre)  decide  l’embargo verso gli Stati Uniti (pari al 6% del suo consumo giornaliero) rei di aver lanciato un prestito a favore di  Israele  (il giorno successivo la quasi totalità dei paesi dell’Oapec si associa a questa decisione);

   h) gli Stati Uniti minacciano di inviare corpi di marines ad occupare le zone petrolifere; i governi arabi rispondono che hanno già minato i pozzi e se un solo marine si avvicinerà li faranno saltare;

   i) gli approvvigionamenti ritornano normali a seguito di alcune concessioni fatte da Israele ma, fatto importante, il petrolio ha ora un prezzo elevato che, tra l’altro, è agganciato al tasso d’inflazione del dollaro.  

   Il rialzo del prezzo  del  petrolio ha avuto conseguenze  immediate a tutto vantaggio degli Stati Uniti: è ora diventato economico sfruttare i giacimenti dell’Alaska e nel contempo si fa pagare più cara l’energia ai concorrenti europei e giapponesi in modo da sbaragliarli sui mercati mondiali (si ricordi la profonda crisi economica USA esplosa nel 1972, con la feroce concorrenza giapponese e tedesca sui mercati mondiali).

    Inoltre, dato che quasi tutto il petrolio occidentale è in mano alle cinque sorelle USA (che lavorano in stretta connessione politica con le altre due non americane), occorre tener conto di quanto dice l’economista Sergio Bologna:

E’ pura mistificazione dipingere l’ipotesi della scarsità di petrolio  o della scarsità dell’energia come un evento naturale. […] In una situazione oligopolistica del tipo che abbiamo descritto, scarsità e abbondanza sono due fattori «manovrati», dipendenti dalle scelte d’investimento e dai calcoli di profitto dell’industria petrolifera integrata. Questa manovra viene però governata politicamente: scarsità e abbondanza vengono di volta in volta usate per ridimensionare i rapporti di comando tra USA e Europa, tra USA e Paesi arabi, tra capitale e classe operaia. Per quest’ultimo punto si pensi soltanto a come, negli anni ’50, l’abbondanza di petrolio e il suo basso prezzo, furono giocati contro le concentrazioni di massa degli operai delle miniere di carbone, mentre negli anni ’70 la scarsità di petrolio e il suo alto prezzo vengono giocati contro le concentrazioni di massa degli operai dell’auto. (0)

   Dicono Ippolito e Simen (1) riportando un’analisi di J. M. Chevalier: «Nel 1970 il fabbisogno degli Usa è coperto per 1’80% dalla produzione interna, ad un costo quasi doppio di quello al quale i paesi europei ed il Giappone si riforniscono in Medioriente. Perciò per gli Stati Uniti fare salire il prezzo sul mercato mondiale equivale a togliere un grande vantaggio sui suoi concorrenti. Inoltre l’aumento del prezzo consente in prospettiva agli Stati Uniti di sfruttare il loro immenso potenziale energetico sostitutivo del petrolio (carbone, scisti bituminosi, energia nucleare) a prezzi competitivi. Pertanto il rialzo del prezzo del petrolio, durante questi anni, non è solo il risultato della lotta dei paesi produttori, ma una necessità imposta dal mercato alle forze economiche dominanti».  

  A questo punto diventa indispensabile interpretare in una chiave diversa la guerra del Kippur e la crisi energetica. In particolare per il nostro Paese occorre osservare che la crisi energetica non va intesa «come fenomeno imprevedibile, determinato da una improvvisa rarefazione dell’approvvigionamento petrolifero dall’estero seguito da una repentina impennata dei prezzi, ma come punto di arrivo di un duplice disegno perseguito con metodo e costanza: in campo internazionale in favore della conservazione di situazioni di monopolio nel settore petrolifero nonostante il variare del panorama geo-politico delle fonti di approvvigionamento; in campo nazionale assecondando questo obiettivo attraverso la vanificazione di ogni tentativo  di programmazione democratica in campo energetico e facendo  perno sulle suggestioni dell’aziendalismo, sempre vive in seno alla classe dirigente nazionale, fisiologicamente ostile ad ogni istanza di pianificazione e coordinamento» (2).

   Di fronte alla crisi il nostro governo non è praticamente in grado di far nulla oltreché razionare, far terminare la programmazione TV alle 23 e non far circolare le auto la domenica. Questo governo, poiché solo il 20% dei più di 100 milioni di tonnellate di greggio che arrivano in Italia sono in mano all’Ente nazionale idrocarburi (ENI), non è in grado di controllare né produzione né consumi di petrolio, che per 1’80% sono in mano alle grandi multinazionali; oltre a ciò non ha poteri di intervento nelle raffinerie, non controlla che in modo assai ridotto la distribuzione (solo circa 40.000 chioschi), non ha che scarsi rapporti economici con i paesi arabi. Ma di queste cose ci occuperemo con maggior dettaglio più avanti quando parleremo di Mattei. Valga ora la considerazione che è quanto meno ingenuo far risalire agli «sceicchi» la «crisi energetica» e che, come al solito, tutto trae origine dalle grandi potenze multinazionali.

   Viene allora da chiedersi se c’è davvero crisi energetica e quindi quale disponibilità di petrolio c’è a livello mondiale. Alla prima domanda si può rispondere che sì, c’è crisi energetica ma nel senso di una energia che deve cominciare ad essere rispettata, socializzata e non essere più bene solo per pochi. In realtà per molti anni ci sono stati dei ritmi di vita, dei consumi che andavano sempre più nel senso dello spreco energetico. Con questo modo di procedere si è sempre più accentuata a livello mondiale la differenza tra paesi ricchi e paesi poveri e, a livello nazionale, tra padroni e sfruttati. In definitiva c’è crisi energetica nel senso che è finita la disponibilità di energia a basso prezzo.

   «Sul problema delle riserve petrolifere mondiali è opportuno fare qualche precisazione. Si dice comunemente [1978, n.d.r] ed anche da persone altamente qualificate, che con gli attuali trend di sviluppo vi sarebbero riserve mondiali di petrolio per altri 35 anni. Noi pensiamo, su basi geologiche, che le riserve potenziali siano molto maggiori. Basti pensare che attualmente si esplora nel mondo soltanto in terra ferma o nella piattaforma continentale fino ad una profondità di 200 metri. Ma è ben noto che la ricerca petrolifera va estendendosi ai fondali più profondi cioè almeno a 400 metri sulla piattaforma continentale e poi successivamente ai fondali oceanici» (3).

  Ma in definitiva, stando alle cose che fin qui ho detto sembrerebbe che in Italia si sia in balia di qualunque cosa accada in altri posti. Sembrerebbe che noi non possiamo controllare nulla e di volta in volta dobbiamo rimediare a danni che altri ci arrecano. E pensare che in una società industrializzata e tecnologicamente avanzata come la nostra l’energia è il pane quotidiano, senza di essa davvero si spegne tutto e si muore di fame. Sembra incredibile che per una cosa di questa portata dalla quale dipende la vita e la libertà di ciascuno di noi si debba dipendere da altri.

  È ciò un fatto storicamente inevitabile oppure è una vicenda che trae le sue origini da scelte politiche ben precise e da imposizioni straniere (anche violente) fatte in un passato recente?

   Cerco di rispondere andando a ricostruire la storia recente della politica energetica del nostro paese a partire dal dopoguerra in base alla documentazione a mia disposizione.

UN POCO DI STORIA

    La politica energetica di un paese è cosa complessa poiché, come ho detto, di vitale importanza. Non ci si può occupare di una sola risorsa energetica, non si può guardare solo a breve termine lo sviluppo del paese, non ci si può affidare all’interesse privato né tanto meno all’interferenza di paesi stranieri.

   Vediamo, a partire dall’immediato dopoguerra, quali sono stati gli avvenimenti che hanno caratterizzato la storia della politica energetica nel nostro paese.

  La guerra ci lascia in un disastro: più del 50% dei nostri impianti di produzione di energia è gravemente danneggiato.

  L’energia è in grandissima parte di origine idroelettrica e completamente in mano ad industrie private (Edison, Sade, ecc.).

L’INDUSTRIA ELETTRICA

[da Bruno Caizzi, Storia dell’Industria italiana, Utet 1965]



    Né incertezze postbelliche (Prima Guerra Mondiale), né deflazione, né crisi valsero veramente ad arrestare per lungo tempo il cammino dell’industria elettrica, le cui ambizioni assecondavano, da una posizione privilegiata di potere economico, uno dei maggiori bisogni del paese.

    L’industria elettrica aveva spiccato un primo balzo importante nel secondo decennio del secolo, ma moltissimo le restava da fare per sfruttare le risorse naturali della penisola e dare all’Italia un apporto energetico adeguato alle esigenze della sua vita industriale e civile.

    La ricerca di bacini montani da imbrigliare, la costruzione di nuovi impianti, la trasformazione di quelli esistenti, era proseguita alacremente dopo il 1922, senza che ombra di crisi scendesse mai sull’industria, quasi ch’essa fosse staccata dalla congiuntura, poiché restava da riempire un grosso vuoto di produzione. Nel 1923 una delle maggiori società elettriche, la Conti, che tre anni dopo sarebbe confluita nel complesso Edison, distribuiva un dividendo del 10 % e il suo promotore annotava nel proprio taccuino che per le imprese del ramo il solo vero problema consisteva nel cercare di far fronte alla richiesta crescente del mercato.

    Fra il 1918 e il 1925 il gruppo elettrico conquistava il primo posto, quanto a valore di investimenti, fra i gruppi economici operanti in Italia, e negli anni successivi rafforzava questo suo primato. Mentre nel 1918 le società esercenti trasporti avevano ancora il capitale più elevato (1.868 milioni di lire), seguite dalle banche, e le imprese elettriche venivano quarte (1.069 milioni), superate anche dalle industrie meccaniche, nel 1928 la graduatoria era sconvolta a vantaggio delle 496 società elettriche il cui capitale complessivo rappresentava ormai oltre la sesta parte di quello investito nelle società d’ogni genere. La Edison, che fra il 1922 e il 1933 decuplica quasi il proprio capitale, portandolo da 165,6 a 1.485 milioni, e che opera anche con ingenti mezzi finanziari attinti al mercato del credito obbligazionario e bancario, rappresenta in pari tempo il maggior gruppo elettrico della penisola e la maggiore società industriale e finanziaria italiana. Numerose imprese associate fanno capo alla Edison: di produzione e distribuzione dell’energia le più, ma pure d’altri settori, variamente interessati al consumo di energia: ferrovie, tramvie, funicolari, industrie meccaniche, imprese di fornitura del gas, ecc. Nel 1933 il gruppo Edison da solo fornisce al mercato energia per 2.514 milioni di kwh, destinati in parte a usi civili, ma in misura assai maggiore alle industrie dislocate nelle province di massimo sviluppo economico, nelle quali la Edison e le sue consociate avevano esteso la rete dei propri servizi [è utile qui inserire un dato fornito da Eugenio Scalfari (Storia segreta dell’industria elettrica, Laterza 1963):

“E’ opportuno dare qui un ragguaglio analitico di che cosa fosse diventato il gruppo Edison nel 1934; è questo il modo migliore per dare un’idea della potenza raggiunta dalla maggiore impresa elettrica italiana. I capitali investiti nelle società elettriche controllate dalla Edison ammontavano a 5.414 milioni; quelli investiti in società non elettriche a 752 milioni; gli utili distribuiti in quell’anno furono di 211 milioni.” ]

    Il progresso finanziario dell’industria elettrica era largamente giustificato dalla sua intraprendenza tecnica ed economica, e dall’incremento della forza prodotta, che raggiunge indici non toccati in altri settori. Fra il 1918 e la fine del 1932 la potenza installata negli impianti elettrici passa da 1,28 milioni di kw a 5,15 milioni, con un parallelo cospicuo incremento dell’energia immessa nella rete di distribuzione. […]

    È dunque nel settore elettrico che fra le due guerre s’è formato il più grosso nucleo di industria capitalistica: tale, non solo o non tanto per l’entità dei capitali investiti, ma anche e soprattutto per la preponderanza e l’alta qualificazione degli impianti, e il carattere spersonalizzato dell’impresa che attinge i propri mezzi attraverso una vasta diffusione di azioni e la contrazione di grossi prestiti. L’industria elettrica, e in questo occorre coglierne un’altra caratteristica, è strumentale, nel senso che il bene da essa prodotto è in parte destinato a consumo diretto e improduttivo ma in parte maggiore interviene come materia prima di altri cicli lavorativi. Dalla disponibilità di forza è dipeso il progresso della trazione ferroviaria e tramviaria, la meccanizzazione di numerose industrie, l’esistenza stessa di certe lavorazioni chimiche o alimentari. Per questo lo sviluppo dell’industria elettrica riflette nei suoi vari gradi e momenti lo sviluppo stesso dell’apparato produttivo nazionale. Nel 1932 gli 8.682 milioni di kwh consumati si distribuivano a questo modo fra i diversi gruppi di utenti:


1.070,4 per illuminazione e riscaldamento;

4.160,4 per forza motrice di stabilimenti industriali;

762,5 per forza di trasporto;

2.688,7 per i bisogni delle industrie chimiche e metallurgiche.

    Quell’anno, in particolare, le industrie tessili consumarono 890 milioni di kwh; le alimentari 551 milioni; le meccaniche e affini 444 milioni; le metallurgiche 426 milioni; le cartarie 323 milioni; le chimiche 318 milioni; le edilizie, infine, 246 milioni.

    Le imprese elettriche agivano in condizioni assai favorevoli per ridurre al minimo le conseguenze negative anche della grande crisi. Il gioco di mercato, che tanto deprimeva altri settori, le sfiorava appena. Esse non avevano da temere né la concorrenza estera, materialmente impossibile, né quella interna, evitata da un’attenta distribuzione delle rispettive zone d’influenza e da tutta una serie di intese e coordinamenti aziendali. Il rinvio a tempi migliori di alcune progettazioni e un certo ripiegamento nelle vendite, che avrebbe forse potuto venire evitato attraverso minore rigidezza dei prezzi, furono il non cospicuo tributo pagato dall’industria elettrica alla crisi che aveva travolto tanti altri settori.

    Qualche polemica sul carattere monopolistico dell’industria non trovava lunga eco; qualche discussione sui prezzi ai quali l’energia veniva venduta si smorzava nella complessità dei controlli, nelle difficoltà di · districare la matassa arruffata di impianti nuovi e impianti vecchi, costi fissi e costi variabili, energia normale ed energia di supero, obsolescenza elle condotte, tassi di ammortamento e via di seguito. Molte industrie di trasformazione lamentavano, probabilmente non a torto, che l’energia costava troppo, e guardavano con sospetto a quel gruppo di imprese fornitrici i cui affari prosperavano malgrado i tempi, e che distribuivano ottimi dividendi e accumulavano cospicue riserve. Le grandi imprese industriali avevano cercato da un pezzo di svincolarsi da quella sudditanza difficile, costruendosi per proprio conto gli impianti che le rifornissero di energia di cui avevano bisogno; ma in balìa delle tariffe elettriche imposte restavano la media, la piccola industria e l’artigianato. In questo senso la politica delle industrie elettriche, assai scarsamente vigilata e corretta dal governo, e da questo anzi favorita e benevolmente assecondata, poté agire come freno alla ripresa economica dal basso allorché la crisi accennò a esaurirsi.

    I gruppi finanziari e industriali italiani si erano fortemente combattuti per assicurarsi il controllo dell’energia elettrica; ma la loro lotta poteva dirsi conclusa nel 1933, quando le rispettive posizioni s’erano consolidate, e le grandi società concessionarie, mentre si sentivano sodali di fronte al potere pubblico che poteva frenarne l’azione, badavano ormai soprattutto a rafforzare la rete delle proprie interessenze.

    Con la fondazione dell’IRI, l’ente statale che aveva raccolto una grossa eredità del portafoglio azionario italiano, quei vincoli fra l’industria elettrica e le banche, ch’erano strettissimi sin dai tempi della Edison, si spezzano. Dagli istituti che avevano richiesto il suo intervento, l’IRI ereditava un nutrito pacco di interessenze elettriche, fra cui quella della SIP e della UNES; era inoltre caduta nelle braccia dell’IRI la Bastogi, attraverso la quale veniva assicurato il controllo sulla Meridionale di elettricità, della quale del resto un’altra quota di capitale era già finita all’IRI per altre vie. Per quanto restassero fuori dell’influenza del nuovo istituto imprese importantissime, come Edison e SADE, ve n’era abbastanza per poter imprimere al settore elettrico un preciso indirizzo ispirato a finalità generali di sviluppo, indirizzo che avrebbe avuto decisivi riflessi anche nel comportamento delle altre imprese elettriche sottratte a diretto controllo statale. Avvenne invece che proprio in questo campo la condotta dell’IRI rimase passiva e ancorata a concezioni privatistiche, come se l’Istituto avesse esaurito i suoi specifici compiti dopo aver messo al sicuro quel gruppo di titoli. L’IRI non parve infatti attribuire particolare valore alle leve di intervento di cui disponeva e anzi, appena gli fu possibile s’affrettò ad alleggerire le sue responsabilità trasferendo a privati il pacco Bastogi, il cui controllo venne assunto da un consorzio di potenti gruppi economici formato da Pirelli, Fiat, Centrale, Montecatini, Edison, SADE, Generali di Venezia. In quanto a ciò che restava di portafoglio elettrico, si dovette attendere fino al 1952 per vederlo raggruppato organicamente nella Finelettrica, holding che nacque con inspiegabile ritardo rispetto agli altri capigruppo dello stesso genere.

    Il fascismo, che non intendeva minimamente creare un antagonismo competitivo fra il settore elettrico privato e quello pubblico, continuava a considerare con molta indulgenza le richieste delle grandi industrie non solo in materia di tariffe, ma pure di concessioni e di sovvenzioni per impianti. Appunto nel ’33 vennero emanate due disposizioni molto significative; l’una che prorogava gratuitamente fino al 1977 tutte le derivazioni d’acqua ad uso di forza motrice accordate in base alla legislazione precedente (molte delle quali stavano per giungere in scadenza), l’altra che decretava una serie di contributi elargiti dallo Stato a fondo perduto: alla costruzione di linee da approntare entro il 1940, agli impianti costruiti tra il 1925 e il 1940, alle costruzioni di nuovi serbatoi per l’invaso delle acque.

    Questa politica di condiscendenza, che pesava abbastanza duramente sui consumatori di energia e sull’erario, ebbe almeno il merito di non rallentare di molto il ritmo di sviluppo degli impianti, accrescendone il potenziale di sfruttamento anche negli anni più difficili del primo dopoguerra. La costruzione di grandi elettrodotti, destinati a consentire il trasporto a distanza dell’energia, dette l’avvio a quell’unificazione del mercato elettrico che sarebbe stata portata a compimento nel secondo dopoguerra, consentendo intanto utili scambi di energia fra le diverse regioni che la producevano in regimi climatici molto diversi, per cui l’eccesso di corrente di un gruppo di centrali alpine faceva riscontro spesso a una temporanea deficienza delle centrali appenniniche, o viceversa. Inoltre fra il 1933 ed il 1939 la produzione di energia passò da 11,6 a 18,4 miliardi di kwh, con fortissima preponderanza dell’energia idroelettrica, mentre restavano entro termini assai ridotti i contributi di quella termica o geotermica.

Il CISE   

[Fornisco ora la versione della vicenda nucleare italiana come raccontata in Mario Silvestri, Il costo della menzogna, Einaudi 1968, avvertendo che questo libro è un pamphlet contro tutti coloro che non hanno dato spazio al CISE. E’ uno sfogo rancoroso soprattutto contro Ippolito e tutti gli scienziati che, successivamente, gli dettero solidarietà. Nel libro il ruolo della Edison in tutti gli impedimenti creati alla ricerca nucleare italiana è semplicemente sottaciuto.]

   Il primo centro per ricerche applicate  avanzate  su  questioni energetiche, e in particolare sul problema nucleare, fu messo su a Milano alla fine del 1946 su iniziativa di un consorzio di privati.

    Tutto cominciò con l’esplosione della bomba atomica su Hiroshima il 6 agosto 1945. Da fatti come questi che raggelano il sangue, vi è sempre qualcuno che intravede possibilità di sfruttamento a fini economici. La Edison, tramite il suo consigliere delegato Vittorio De Biasi, chiese alla Giunta tecnica di Edison di raccogliere immediate informazioni su questa nuova forma di energia che in un istante aveva raso al suolo una città  [«L’ iniziativa, a dire il vero, fu del gruppo Edison e del suo amministratore delegato ing. Vittorio De Biasi, il quale — non si sa per quali vie — aveva compreso l’importanza che la nuova fonte energetica, fornita dalla fissione del nucleo atomico, poteva avere per un paese come l’Italia, che aveva allora già largamente attinto alle risorse idroelettriche, mentre era privo o quasi — ed allora in modo particolare — di fonti energetiche termiche tradizionali: carbone e petrolio» (4)]. Nella Giunta tecnica vi era il giovane ingegnere (elettronico) Mario Silvestri che si preoccupò di realizzare quell’incarico. Si mise in contatto con l’Università di Milano ed in particolare con il giovane fisico, Giorgio Salvini, che conosceva molto bene cosa era la fissione nucleare.

Il giovane Giorgio Salvini

Salvini e Silvestri misero al corrente De Biasi della possibilità reale di mettere a frutto l’energia nucleare a fini pacifici. Pian piano si misero insieme sei studiosi dell’argomento, oltre a Silvestri e Salvini, il professore di Fisica Superiore all’Università di Milano Giuseppe Bolla, Salvetti (assistente di Bolla come Salvini), lo stesso De Biasi ed il direttore della giunta tecnica Molteni.

Edoardo Amaldi

    Sulla nascita del CISE è interessante riportare la testimonianza di Edoardo Amaldi (Gli anni della ricostruzione 1, Scientia 1979):

All’inizio del 1946, credo che fosse febbraio, venne a trovarmi a Roma, all’Istituto, Giuseppe Bolla che era succeduto a Segré a Palermo e che era quindi passato alla cattedra di Fisica Superiore dell’Università di Milano.

Era venuto a parlarmi di un progetto elaborato da lui insieme a Salvetti, Salvini e M. Silvestri, giovane ingegnere della Edison S.p.A. Esso riguardava la creazione in Milano, con fondi forniti da varie industrie, di un laboratorio rivolto allo sviluppo della Fisica Nucleare applicata. Il programma dei colleghi milanesi era molto più specifico anche se parziale rispetto al quadro che avevo tracciato nel mio rapporto circa un mese prima [in tale rapporto Amaldi si era occupato anche di ricerca fondamentale che il CISE non prendeva in considerazione, ndr]. Esso, per di più, aveva una notevole concretezza dato che Bolla e i suoi collaboratori erano già in contatto con vari industriali dell’Italia settentrionale che si erano dichiarati disposti a finanziare l’impresa. L’unico ente statale che avrebbe potuto, in linea di principio, interessarsi di questo fondamentale problema era il CNR, il quale, per altro, non era assolutamente in grado, né lo sarebbe stato per alcuni anni, di accollarsi un compito così gravoso.

Pertanto mi sembrò giusto e doveroso accettare di collaborare, come accettarono anche Gilberto Bernardini e Ferretti interpellati poco dopo sullo stesso argomento. Fu così che insieme ai colleghi di Milano fummo fra i fondatori dell’ente creato qualche mese dopo con il nome di Centro Informazioni Studi ed Esperienze (CISE).

Fin dall’inizio vi fu un accordo fra i fisici del CISE e quelli del Centro per lo studio della Fisica Nucleare e delle Particelle Elementari del CNR. Le ricerche di fisica nucleare applicata erano l’argomento specifico del CISE e quelle di fisica nucleare fondamentale l’argomento istituzionale del Centro di Roma, la separazione della zona di confine essendo lasciata al buon senso in uno spirito di reciproca comprensione.

Il mio contributo al CISE negli anni successivi consistette nell’andare, almeno una volta al mese, per alcuni giorni a Milano ove, oltre a discutere con Bolla, direttore del CISE, la conduzione del laboratorio e lo sviluppo dei programmi, facevo lezioni di fisica dei neutroni, cercando di trasferire quanto sapevo nel campo della fisica nucleare, ai giovani sopra nominati e ad alcune leve ancora più giovani di notevole valore che Bolla era riuscito a riunire nel nuovo laboratorio. Fra questi basti ricordare Sergio Barabaschi, Alberto Cacciari, Laura Colli, Ugo Facchini, Sergio Gallone, Enrico Germagnoli, Cesare Marchetti e il chimico Enrico Cerrai.

Bolla fu un ottimo direttore e a lui si debbono più che a ogni altro gli assai buoni risultati ottenuti dal CISE fin dai primi anni, il più importante dei quali fu certamente la formazione di personale altamente qualificato. I contributi di Bernardini e Ferretti alla vita del CISE ebbero forma e carattere simili al mio, salvo che Bernardini insegnò ai giovani milanesi soprattutto le tecniche per la rivelazione dei corpuscoli e Ferretti fu uno straordinario consulente generale per tutti i problemi teorici o di calcolo coinvolti in qualsiasi problema di fisica pura e applicata.

La mia attività per il CISE cominciò a diminuire mano a mano che il mio interesse per la creazione dei Laboratori europei del CERN trovavano favorevole e crescente riscontro nella realtà. Anche perché mi rendevo conto che il mio contributo al CISE calava sempre più di importanza: quello che potevo utilmente insegnare ai ricercatori del CISE lo avevo ormai insegnato e la maggior parte di loro procedeva ormai in maniera autonoma.

I miei rapporti con il CISE cessarono completamente quando, il 26 giugno 1952, fui nominato membro del Comitato Nazionale per le Ricerche Nuucleari (CNRN) ente che, nel 1960, fu trasformato in Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN).

Gilberto Bernardini

    Tornando alla traccia di Silvestri, lo studio preliminare dei problemi da affrontare prevedeva un grande investimento in ricerca e, nonostante la potenza economica, la Edison non se la sentì di imbarcarsi da sola nell’impresa. Fu tramite l’intervento di Salvetti che la cosa andò avanti. Egli attraverso personali

Carlo Salvetti

conoscenze mise nel progetto Cogne e Fiat. Edison, per parte sua, aveva interessato la Società Adriatica di Elettricità (SADE) e la Montecatini. E, mentre queste trattative andavano avanti, il 13 settembre del 1946 la Edison finanziò una missione di scienziati italiani a Parigi. La missione era composta da Giuseppe Bolla, da Giorgio Salvini e Carlo Salvetti e da Mario Silvestri. Il problema era il capire se gli USA avrebbero fatto difficoltà acché l’Italia si ponesse il problema dell’uso pacifico dell’energia nucleare. Tramite un giornalista del Corriere della Sera, Cesare Spellanzon, inviato a Parigi per seguire la Conferenza di Pace, i membri della commissione furono presentati ad un membro della delegazione italiana alla Conferenza, Ivanoe Bonomi (ex Presidente del Consiglio). Purtroppo allora parlare di nucleare evocava solo bombe e l’Italia che aveva perso la guerra risultava esclusa da ricerche, studi, esperimenti e costruzioni  nucleari. Un solo Paese avrebbe dato udienza all’Italia, la Svizzera. In ogni caso la missione terminò il 26 settembre 1946.

    Chiarita la nostra posizione internazionale sarebbe stato necessario fare alcuni passi per arrivare, alla fine, alla costruzione di un impianto elettronucleare. Il memorandum d’azione venne preparato da Silvestri il 7 ottobre del 1946, al ritorno da Parigi ed intorno ad esso venne costituita una società a responsabilità limitata e senza fini di lucro (19 novembre 1946), il Centro informazioni studi esperienze (CISE), alla quale ogni socio avrebbe versato sei milioni di lire l’anno. I soci erano: Edison, Fiat Cogne e, successivamente, SADE, Montecatini. In breve tempo vennero acquisite le consulenze dei fisici Amaldi, Gilberto Bernardini, Ferretti e del geologo Trevisan. Il rappresentante della Cogne, senatore Teresio Guglielmone, mise al corrente il Presidente del Consiglio, De Gasperi, della nascita del CISE. Più tardi (1947) si aggiunse il presidente del CNR, il prof.Gustavo Colonnetti del Politecnico di Torino,  che entrò nel CdA del CISE. Altri, tutti giovanissimi, si aggregarono: Ugo Facchini, Emilio Gatti, Elio Germagnoli, Alberto Bracci, Enrico Cerrai. Se ne andò invece Giorgio Salvini che preferì tornare alla ricerca fondamentale.

Gustavo Colonnetti

    I primi studi convinsero tutti che l’impresa era talmente grande che solo lo Stato avrebbe potuto affrontarlo con la sufficiente larghezza di mezzi. Ed il CISE si proponeva proprio di avere dei tecnici preparati per il momento in cui lo Stato avesse deciso di fare il grande passo. Ma anche volendo lavorare al minimo, serviva almeno disporre di materia prima, uranio ed acqua pesante, introvabile al momento. Qualche chilo di uranio arrivò da avventurieri che già all’epoca erano in attività. Ma la più grossa fornitura di uranio (circa 300 Kg) arrivò ufficialmente dalla Spagna (1948) in cambio dell’addestramento di alcuni fisici locali alle tecnologie nucleari. (A margine di ciò e per quanto avrà rilevanza nel seguito, devo dire che nel 1949 vi fu un primo contatto tra il CISE e Felice Ippolito. Ippolito aveva intenzione appunto di far conoscere i suoi studi sull’esistenza di giacimenti di uranio in Italia. De Biasi lo accolse freddamente perché Ippolito lavorava indirettamente per la Società Meridionale di Elettricità (ed aveva il padre Presidente della Società Elettrica della Sicilia) e quindi rappresentava ai suoi occhi le società elettriche meridionali che non avevano voluto aderire al CISE. Disse che si sarebbe occupato di ricerche di giacimenti di uranio al Sud solo se le società elettriche del Sud avessero aderito al CISE).

     L’acqua pesante necessaria fu invece prodotta da industrie chimiche come la Montecatini e la Terni, mediante modifica degli impianti già esistenti per la produzione di idrogeno elettrolitico da usare nella sintesi dell’ammoniaca. Inoltre la Montecatini, fin dal 1944, aveva un impianto apposito per la produzione sperimentale di acqua pesante. In totale si raccolsero alcune centinaia di chilogrammi di acqua pesante più che sufficienti per studiarne proprietà ed uso.

        Oltre a ciò, il CISE si occupò: di metallurgia e purificazione dell’uranio; delle sue caratteristiche nucleari; di teoria dei reattori nucleari; della strumentazione elettronica. Tutto ciò fu realizzato in 5 anni, fino al 1951, e con un finanziamento tutto compreso intorno ai 300 milioni di lire (ricordo che, nel 1951, nacque anche l’INFN, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, per ricerche nucleari fondamentali nel campo delle alte energie).  C’è comunque da dire che, nonostante i buoni propositi, gli industriali finanziatori del CISE, come sempre, assunsero atteggiamenti di gretta avarizia. Nel 1951 la Cogne, uno dei soci «fondatori» era in arretrato con le quote e De Biasi doveva pregare il senatore Guglielmone di pagare con cambiali, tanto per tirare avanti. La Falk, associatasi nel 1947 con un miserabile impegno di tre milioni all’anno per tre anni, trovava pressoché intollerabile di continuare oltre. E la Pirelli, anch’essa nuova recluta, faceva sapere per bocca dell’ingegner Emanuelli che:

… il CISE è stato indirizzato su un problema estremamente ambizioso per i mezzi dei quali può disporre e non resta altra strada che cambiare il programma o sopprimere l’attività.

Insomma, la balia Stato era da subito reclamata anche allora. Tale balia sarebbe servita, ancora come sempre, per tutte le spese infruttifere, salvo poi, quando ci sarebbe stato da raccogliere, intervenire.

    Nel seguito di ciò che dirò si deve tener conto delle implicazioni militari dell’energia nucleare e che l’Italia, con il suo ministro degli esteri Carlo Sforza, firmò l’adesione al Patto Atlantico (NATO) il 4 aprile 1949. Fu questa in realtà la molla che aprì gli USA alla collaborazione internazionale sull’energia nucleare che sarà lanciata poco tempo dopo.

NUCLEARE E MILITARI

     Ma vi è dell’altro che si intreccia con gli interessi militari.

    Nell’ottobre del 1950 il CISE discusse di occuparsi, almeno in termini di informazione mediante divulgazione, di quanto era noto sulle applicazioni militari dell’energia nucleare. Vi era qualcuno che sperava in un interesse del Ministero della difesa in modo da poter avere soldi da quella parte [Nuti, pag. 54]. Contemporaneamente, nel Parlamento si era costituito un Comitato per lo sviluppo della fisica nucleare del quale facevano parte i parlamentari Casati, Damiani e Tibaldi Chiesa ed i fisici Amaldi, Bolla, Medi, Salvetti, … Il comitato nasceva come strumento di pressione nei riguardi del governo al fine di incoraggiare e migliorare le ricerche nel campo della fisica nucleare, nel filone della importante tradizione italiana. Il comitato si esprimeva però decisamente per una cooperazione internazionale per il disarmo. Amaldi, più volte, si espresse in tal senso ammettendo lo studio dei problemi di difesa da armi atomiche ma mai quello di loro costruzione, anche perché la cosa era ritenuta al di fuori della portata di un singolo Paese europeo. Ma siamo nell’autunno del 1950, quando inizia la guerra di Corea. Fu in questa circostanza che il Ministero della difesa, mediante l’Ammiraglio Zanoni,  fece circolare un promemoria riservato in cui si chiedeva ai ministeri della Pubblica Istruzione, Industria e Commercio, Commercio estero di costituire una commissione che si occupasse di problemi relativi all’energia atomica. Amaldi venne a conoscenza dell’iniziativa e si attivò, preoccupato, perché iniziative del genere non fossero prese da militari.

    Amaldi e Ferretti scrissero un promemoria che presentarono a De Biasi (CISE) al fine di accordarsi per la realizzazione di un comitato che da una parte lasciava all’industria privata ed agli amministratori dello Stato le ricerche applicative sul nucleare ma dall’altra richiedeva piena autonomia per le ricerche fondamentali nel settore.

    Il Presidente del CNR, Colonnetti, scrisse a De Gasperi (dicembre 1950)chiedendo di riflettere sul ruolo della scienza per la difesa del Paese. De Gasperi sembrava non capire ma forse era bloccato dal ministro della difesa Pacciardi che sospettava che tra gli scienziati che dovevano occuparsi di nucleare vi fossero alcuni con simpatie comuniste.

    Agli inizi del 1951, Amaldi inviò un promemoria al CNR che aveva istituito una commissione per studiare il modo migliore con cui si dovessero organizzare le ricerche nucleari. Secondo tale promemoria la commissione avrebbe dovuto occuparsi di: Applicazioni civili dell’energia nucleare; Ricerca fondamentale; Progetti e rapporti internazionali; Difesa del Paese di fronte ad eventuali attacchi atomici. Anche in tale occasione Amaldi disse chiaramente che il problema delle armi atomiche non era incluso perché completamente al di fuori delle possibilità dell’Italia. Ma da più parti sorsero dubbi sull’effettiva capacità del CNR di portare avanti un compito del genere. Fu per iniziativa del Ministero degli esteri , rappresentato da Betteloni, che venne convocata una riunione al fine di evitare l’insabbiamento di questa commissione per l’energia atomica. In tale riunione si stabilì che era necessario disporre di un organismo unico per l’energia nucleare e si approvò quasi in toto quanto proposto dallo Stato Maggiore della Difesa rappresentato dal Colonnello Monaco che, tra l’altro, sosteneva essere il suo Ministero quello più adatto per portare avanti il progetto nucleare. Infatti, nell’ambito del Ministero della Difesa era già allo studio l’organizzazione di: un comitato tecnico-scientifico generale a carattere nazionale; un comitato tecnico scientifico militare; un comitato per la difesa antiatomica nell’ambito delle forze armate. Ma, nonostante le posizioni dello Stato Maggiore, il Ministero della Difesa non decideva nulla. Amaldi si rivolse al suo amico chimico Mario Alberto Rollier (valdese, prima socialista e poi socialdemocratico, ed europeista), che all’epoca era consigliere personale del Ministro dell’Industria Lombardo, perché intervenisse. Rollier scrisse ad Ugo La Malfa del PRI, partito del quale apparteneva il ministro della difesa Pacciardi, facendo presente la intollerabile inerzia del governo su questioni di tale importanza. Rollier parlava anche di superare il riferimento al CNR per la scarsa fiducia che i politici avevano in tale ente e sosteneva che su questioni quali la difesa sarebbe stata un’anomalia mondiale avere come referente un ente privato come il CISE (lettera di Rollier a La Malfa del 23 giugno 1951, citata da Nuti). Dopo varie lettere ed incontri (si veda Nuti, pagg. 60-63), tra cui uno tra Rollier e Pacciardi, si addivenne a tenere fuori il CNR dalle vicende nucleari ed alla necessità di far presto. Pacciardi sembrava quindi interessato alle ricerche nucleari, del resto nel 1950 aveva già firmato un protocollo d’intesa con il CISE (dove non intravedeva comunisti), soprattutto sembrava attento a quanto stavano, ahimé, realizzando i militari nel poligono di Nettuno: nientemeno che sperimentazioni su una bomba H (si veda più oltre).

    Varie difficoltà e veti incrociati impedivano una qualche parola che mettesse ordine e stabilisse chi dovesse occuparsi di nucleare. Visto che il problema non si avviava a soluzione, la commissione istituita presso il CNR chiese che, in attesa di soluzioni durature, venissero stanziati 4 miliardi per le ricerche nucleari con la speranza di poter attingere ai 250 miliardi in dotazione alla Difesa. Anche questo tentativo si arenò. Fu così che Amaldi decise di sganciare la ricerca fondamentale da quella applicata, anche in ambito di difesa. Ed ottenne, l’8 agosto 1951, la costituzione (all’inizio data come provvisoria e parziale) dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) alle dipendenze del CNR e con finalità di ricerca fondamentale con il compito di coordinare i lavori di ricerca a Roma, Torino e Palermo. Almeno qualcosa era maturata, anche se  non risolveva nulla dei rapporti con l’industria privata (il CISE aveva grossi problemi economici che gli industriali che vi erano dietro si guardavano bene dal soddisfare vista la continua speranza delle sovvenzioni statali) e tanto meno della questione della difesa da attacchi atomici (anche qui, i militari non riuscirono a smuovere nulla per il doppio discredito che veniva loro dall’8 settembre e dalle cialtronerie che mettevano in campo). Fallita però la strada degli Esteri e della Difesa, Amaldi su suggerimento di Giordani (vedi oltre), tentò la strada del ministro dei Lavori Pubblici, Campilli. Tale mossa fu vincente (anche se si dovette superare l’ostilità di Colonnetti che voleva il nuovo ente non autonomo ma come comitato del CNR) sulla strada della realizzazione di quell’ente che coordinasse le ricerche nucleari italiane e stabilisse i vari compiti e rapporti con l’industria privata. 

DISINTERESSE DEI PRIMI GOVERNI

   I problemi connessi con la politica energetica sono completamente al di fuori della portata dei primi governi italiani. I fisici più famosi mandano dei promemoria in cui sollecitano degli  interventi finanziari a favore della ricerca in campo nucleare (5). Anche un promemoria che illustrava l’importanza applicativa delle ricerche nucleari, redatto da Amaldi ed inviato a De Gasperi tramite Leone Cattani, che era stato ministro dei Lavori Pubblici nel primo governo De Gasperi,  cadde completamente nel vuoto. «Quella cosa lì nucleare» rispondeva il presidente del consiglio De Gasperi e, con questo, moriva ogni iniziativa. Il presidente del CNR, Colonnetti, che era stato chiamato nel Consiglio di amministrazione del CISE e che aveva come compito istituzionale quello di riferire al governo o non lo fece o il governo non lo ascoltò.

        Improvvisamente, nella primavera del 1952, il ministro per l’industria ed il commercio Campilli, l’unico governativo che abbracciò in pieno la causa nucleare, fece una rapida visita al CISE.

    Il ruolo di Campilli fu importante perché, nella sua qualità di ministro dell’Industria, aveva rapporti con le industrie elettriche e seppe cogliere il senso del CISE, l’ipoteca che i gruppi elettrici tentavano di porre sulla nuova fonte energetica anche per mettere ulteriore ostacolo alla nazionalizzazione della quale si parlava sempre più insistentemente.

IL CNRN

   E qualche mese dopo, 26 giugno 1952, su decreto del presidente del consiglio, fu costituito il primo Comitato (non ente con personalità giuridica e stabili finanziamenti !) di Stato le cui finalità erano le ricerche in campo energetico ed in particolare in campo nucleare: il CNRN, il Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari (ricordo che nel 1952 venne anche costituito il CERN, il Centro Europeo Ricerche Nucleari, per ricerche fondamentali nelle alte energie). Da notare che il CISE non aveva alcun ruolo in questo ente che si costituiva. Il decreto, firmato da Campilli e controfirmato da Segni, così recitava (articolo 2):

… Il Comitato ha lo scopo di:

1) effettuare studi, ricerche e sperimentazioni nel campo della fisica nucleare …;

2) promuovere ed incoraggiare lo sviluppo delle applicazioni industriali dell’energia nucleare;

3) mantenere i rapporti e di sviluppare la collaborazione con le organizzazioni internazionali e con gli enti stranieri che operano nel campo degli studi nucleari …

    Il Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari (CNRN) che più tardi (1960) fu trasformato in quello che per un certo tempo è diventato il CNEN, Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (che acquistò personalità giuridica ed un minimo di finanziamento stabile) e che oggi ha assunto il nome di Ente Nazionale Energie Alternative (ENEA). Alla presidenza del comitato fu chiamato il prof. Francesco Giordani ed intorno a lui furono raccolti degli esperti qualificati in vari settori di ricerca: sen. M. Panetti, vicepresidente; dr. A. Silvestri Amari, prof. F. Ippolito (designati dal ministero dell’industria e del commercio); prof. B. Ferretti (designato dal ministero della pubblica istruzione); prof. E. Amaldi, on. E. Medi (designati dal Consiglio nazionale delle ricerche); prof. A. M. Angelini, ing. V. De Biasi esperti industriali (da notare solo che mancava il nome del prof. Bolla).

  Questo ente nasceva, ed era già un grosso passo avanti, ma soffriva di una grossa limitazione: non essendo nato in base ad una legge non aveva personalità giuridica e quindi non poteva assumere impegni o contratti, né amministrare del denaro.  Inoltre vi era confusione, nel decreto istitutivo, tra ricerca fondamentale ed applicata. La prima sarebbe dovuta essere di pertinenza del CNR, la seconda (energia nucleare) dell’ente appena creato. L’articolo 1 del decreto affermava che sarebbe stato il CNR ad indirizzare l’attività scientifica del CNRN. L’articolo 5 poneva invece diversi ostacoli alla ricerca nucleare facendola dipendere da troppi controllori: Presidenza del Consiglio, Ministero dell’Industria e Ministero della Pubblica Istruzione.

    Le vicende del CNRN, proprio per la non chiarezza dei suoi fini in quanto assente di personalità giuridica, furono legate, almeno ai suoi inizi, al CNR ed al CISE (anche all’INFN, ma della cosa non mi occupo). Vediamo alcuni problemi che si posero, almeno nei primi tempi, nel racconto di Ippolito e del suo addetto stampa, Simen:

    Per il Consiglio delle ricerche … il CNRN non era che un figlio illegittimo, mostruoso e indisciplinato; per il ministero dell’Industria uno dei tanti comitati … da ascoltare in alcuni casi, ma lasciando ovviamente il potere decisionale nelle mani della burocrazia ministeriale; per gli industriali del CISE, il CNRN avrebbe dovuto essere solo lo strumento per pompare qualche miliardo alle casse dello stato. Tutto ciò derivava dall’equivoco iniziale e segnatamente dalla assoluta carenza di volontà politica: è questo ultimo fattore, che ha sempre contrassegnato l’attività nucleare italiana, come vedremo anche in seguito, creando tra l’altro dei paurosi “vuoti di potere” che sono stati colmati nel miglior modo possibile da quelli che erano comunque decisi a fare. Né d’altro lato possiamo o dobbiamo dare oggi una colpa a coloro che crearono nel modo accennato il CNRN: all’on. Campilli o al prof. Giordani. Il primo anzi fu allora l’unico uomo di governo che comprese le esigenze del settore e agì come poté, con i vincoli politici e giuridici che conosciamo, senza veruno appoggio o comprensione, né da parte del presidente del Consiglio e probabilmente con qualche resistenza anche in più alto loco; per Giordani, come egli stesso dichiarò, si trattò di un atto di fede basato sulla convinzione che qualcosa il governo dovesse fare e che era necessario intanto cominciare. […]

    Nel settore della ricerca applicata, i problemi si presentavano ancora più ardui [di quanto non lo fossero per l’INFN che si occupava di ricerca fondamentale e stava lavorando per costruire una macchina acceleratrice]. L’unico nucleo, a quell’epoca, di personale ricercatore nel campo della fisica nucleare applicata era sorto come si è detto ad opera del direttore tecnico prof. Bolla, presso il CISE, né gli istituti universitari avevano già pronto personale della medesima qualificazione, in quanto, come si è accennato, la tradizione dei nostri studi di fisica era in assoluta prevalenza per la ricerca fondamentale. Occorreva perciò lentamente formare ex novo propri ricercatori e tecnici e per il momento potenziare le ricerche del CISE. Ma come partire per un vasta programma di ricerche e di preparazione di nuovo personale qualificato, senza una legge, che desse al CNRN la personalità giuridica e senza un minimo di finanziamento stabile pluriennale? Ecco le prime grossissime difficoltà che il CNRN allora e poi sormontò come poté con audacia e mediante vari accorgimenti che gli permisero di sfuggire alle carenze di legge. Frattanto, premuta da queste gravi difficoltà, spinto anche dal governo ad agire, Giordani escogitò un compromesso: egli si rendeva perfettamente conto che il CNRN non poteva essere solo l’organo finanziatore del CISE, che avrebbe conservato tutto il personale e tutte le conoscenze acquisite a solo vantaggio dei gruppi privati che ne detenevano la maggioranza azionaria e lo ospitavano (il CISE era ospite in locali della Edisan), ma d’altro canto aveva in mano uno strumento inefficiente sul piano giuridico e amministrativo, perché tale creato dal governo. Ed allora, fondandosi prevalentemente sulla esperienza da lui acquisita quando era stato presidente dell’IRI nel periodo bellico, egli promosse la soluzione di immettere, in maniera più massiccia, industrie governative nel CISE, fino a rendere quest’ultimo una società paritetica tra industrie di stato e industrie private. A questo CISE così trasformato, il CNRN avrebbe passato commesse e, se l’accordo non fosse stato durevole, la parte statale avrebbe potuto chiedere se necessario la scioglimento della società.

    Questa progetto, che Giordani impose con il prestigio della sua esperienza e della sua autorità, non diede risultati felici [perché non trovò collaborazione né a livello delle industrie di stato che avrebbero dovuto entrare nel CISE né a livello governativo]. […]
 
    Ma fin dall’inizio la collaborazione col CISE fu difficile e, si potrebbe dire, estremamente vischiosa, mentre d’altro canto le industrie governative non risposero in realtà con l’entusiasmo necessario all’appello di Giordani. Sarebbe lungo ricercare le cause di ciò e forse oggi sarebbe inutile, benché talune difficoltà si possano facilmente intuire; il fatto comunque fu che la trasformazione del CISE in società paritetica, che avrebbe dovuto farsi rapidamente nello scorcio del ’52, fu per vari motivi (difficoltà dall’una e dall’altra parte, discussioni bizantine) rimandato di circa due anni, quando – si può dire – già la situazione era mutata o andava rapidamente mutando e mentre i rapporti tra CNRN e CISE si erano già notevolmente deteriorati.

    A questo punto della nostra storia, arriviamo alla Prima Conferenza Mondiale sull’utilizzazione pacifica dell’energia nucleare (Ginevra, agosto 1955), della quale discuto nel paragrafo seguente. Intanto, a luglio del medesimo anno, scadeva il primo Comitato nucleare che, fondato nel 1952, aveva durata triennale. Ma il governo non provvedeva a rinnovarlo, indebolendolo ancora di più. Evidentemente le pressione dei potenti gruppi elettrici volevano sbarazzarsi di un potenziale competitore. Si andò comunque avanti fino al luglio del 1956 quando Giordani si dimise dal CNRN proprio per dare una sorta di segnale al governo. A parte ogni altra questione che cercherò di cogliere, fu da questo momento che la responsabilità del CNRN passò a Felice Ippolito, anche grazie all’appoggio incondizionato del più prestigioso dei fisici italiani, Edoardo Amaldi. Della cosa discuterò con maggiori dettagli più oltre.

FRANCESCO GIORDANI  

[Riprendo la versione della vicenda nucleare italiana come raccontata in Mario Silvestri, Il costo della menzogna, Einaudi 1968]

    Francesco Giordani, professore di chimica generale e direttore del laboratorio di elettrochimica dell’Università di Napoli (fu anche: Accademico d’Italia, membro dell’ Accademia dei Lincei, di cui fu presidente dal 1956 al 1961, e della Pontifica Accademia delle Scienze), era un manager affermatosi nel periodo fascista. Presidente dell’IRI dal 1936 al 1943, era stato epurato il 25 luglio del 1943 ma riconquistato alla “democrazia” grazie ad appoggi in campo avverso soprattutto perché non risultò nessun crimine a suo carico. Dopo la Liberazione insegnò un paio d’anni all’Università di Napoli per poi recarsi negli USA dove si rifece una verginità. Secondo Mario Silvestri era un cocciuto meridionalista ma della specie che è accanita avversaria del settentrione ed in particolare degli industriali del Nord. Con questo spirito egli improntò i rapporti con il CISE. Secondo Ippolito la scelta di Giordani fu oculata perché scienziato di indiscusso prestigio con competenze in campo industriale ed economico. Inoltre Giordani non risultava legato alla destra economica senza avere marcate coloriture politiche. Infine Giordani era uomo retto ed onesto tanto da evitare che il CNRN diventasse un mero passa soldi al CISE, ente privatistico.

    Bolla, a nome del CISE, presentò a Giordani un contratto di fornitura in cui il CISE si impegnava a fornire al CNRN il progetto di un reattore ed il resoconto di tutte le ricerche connesse. Inoltre si offriva il CISE come realizzatore di questo eventuale reattore.

    Giordani dopo l’investitura (23 luglio 1952) disse di aver preso visione del progetto CISE e non prese alcun impegno. Fu in settembre che Giordani si fece avanti con il CISE chiedendo perché non si indirizzava sui reattori autofertilizzanti (i breeders) come facevano gli americani. Giordani non riusciva a capire che i fondi  non erano che una minima parte di quelli di cui disponevano gli americani ma su questo si impantanò la discussione per molto tempo fin quando Giordani non propose reattori ad uranio naturale ed acqua pesante con una richiesta di potenza dieci volte superiore a quella pensata dal CISE 10.000 KW invece di 1.000 KW. Tutti i ricercatori del CISE non si sentirono in grado di andare su questa strada perché tutto il progettato era a geometria totalmente differente e, dicevano, era come “installare un motore di grossa cilindrata su una carrozzeria di una utilitaria“. Il CISE prese allora l’impegno di lavorare su un reattore di potenza (uranio naturale ed acqua pesante) compresa fra 1.000 e 10.000 KW (dopo vari contrasti e ripensamenti, il reattore del CISE diventerà quello noto come CIRENE, e cioè CIse REattore a NEbbia, utilizzante come fluido termovettore acqua bollente, un particolare BWR. Sarà realizzato presso Latina e terminato nel 1989 con caratteristiche differenti da quanto inizialmente progettato). A questo punto vi fu un ulteriore intervento di Giordani che chiese quale sarebbe stata la temperatura dell’acqua di raffreddamento in uscita. Alla risposta ovvia che i ricercatori avrebbero lavorato per scaricare acqua alla temperatura più bassa possibile, Giordani richiese che questa temperatura doveva essere invece in grado di mettere in moto una piccola turbina in grado di mettere in moto un alternatore che accendesse una lampadina. Si trattava di lavorare su un’inutile complicazione aggiungendo in uscita un circuito speciale a cloruro di etile come aveva fatto lui ad Ischia nel 1936 utilizzando le acque delle terme. 

    In definitiva con queste tattiche dilatorie ogni rapporto tra CISE e CNEN era bloccato. Analogo comportamento di Giordani si ebbe relativamente alle richieste di finanziamento che secondo Giordani non potevano essere esaudite essendo il CISE un ente privato. Se si fosse costituito un altro comitato dalle caratteristiche paritetiche tra privati e Stato, la cosa si sarebbe potuta ridiscutere. Dopo lunghe trattative si addivenne alle richieste di Giordani. Al CISE fu nominato un consigliere delegato laureato in legge, Federico Nordio. A questo acquisto corrispose l’estromissione di Bolla dal CISE (fine del 1955) con nessuna protesta da parte di chi qualcosa poteva dire, come De Biasi. Gli ingegni al potere ritenevano che con un amministratore laureato in legge non occorreva più per progettare un reattore nucleare un direttore laureato in fisica.

    In ogni caso i fondi che vennero erogati al CISE erano del tutto insufficienti ed addirittura in quantità inferiore a quelli a disposizione quando non si era fatto l’accordo con il CNEN. Sembrava chiaro che il CNEN era nato per parare la “petulanza” di chi richiedeva ricerche nucleari. Appena costituito l’ente veniva lasciato andare inerzialmente verso lo spegnimento graduale di ogni iniziativa nel settore.

    Mentre si consumavano queste vicende sfibranti, il CISE aveva sviluppato vari sistemi di produzione di acqua pesante, sistemi che si fermavano ai costi che si prevedevano intorno al miliardo l’anno, quando le dotazioni erano di circa 250 milioni. In ogni caso il costo di un litro di acqua pesante era valutato in circa 100 mila lire. Fu allora che gli USA lanciarono il loro piano “Atomi per la pace” e misero in vendita acqua pesante a meno di 40 mila lire al chilogrammo. Ciò chiuse con ogni speranza di realizzare qualcosa di analogo in Italia. Gli USA avevano impianti enormi e con questo riuscivano a produrre a costi inimmaginabili per qualunque altro Paese. Nel piano USA vi era anche la possibilità di comprare delle sorgenti di neutroni sotto forma di piccoli reattori nucleari da 5 W. Ed anche qui si abbandonò la linea di ricerca di sorgenti neutroniche a base di radio e berillio, costose e poco efficienti.

    Nel clima degli atomi per la pace (Atoms for peace, lanciato da Eisenhower l’8 dicembre 1953 e seguito, nel 1954, dall’Atomic Energy Act che trasformava la  situazione di sostanziale monopolio delle informazioni da parte dell’USAEC, United States Atomic Energy Commission, e consentiva una prima apertura in materia nucleare), il CNRN organizzò una missione negli USA (primavera 1955) di una commissione composta da Giordani, Amaldi, Ferretti, Ippolito e Salvetti (unico del CISE).

La missione del CNRN in partenza per gli USA. Da sinistra: Carlo Salvetti, Bruno Ferretti, Francesco Giordani, Edoardo Amaldi.  [Da Paoloni]

    L’esito di tale missione fu l’impegno a comprare dagli USA un reattore CP-5 da 1000 KW (la sigla deriva dal rimo reattore di Fermi che era il CP-1). Si trattava di un reattore ad uranio arricchito con il 20 % di U235 e moderato ad acqua pesante. Tutti i componenti ed il combustibile sarebbero arrivati dagli USA. Da notare che vi furono dei ritardi nella firma degli accordi a seguito di pesanti interferenze del Presidente di Edison, Valerio (come racconta il Consigliere presso l’Ambasciata d’Italia a Washington, Egidio Ortona, in Anni d’America, 1986). Ciò rendeva inutile il lavoro del CISE e, almeno per ora, la possibilità di progettare un nucleare italiano. De Biasi che, lo ricordo, rappresentava la grande industria che voleva il nucleare per produrre energia elettrica da vendere, si mostrò indifferente a chi costruiva il reattore, allo stesso modo dei soci che avevano dato vita al CISE. Si proseguiva su una strada che l’Italia aveva perseguito per anni: comprava, copiava e modificava.

    A questo punto (agosto 1955) si tenne a Ginevra la prima conferenza internazionale sugli usi pacifici dell’energia nucleare.

    La conferenza dette la misura dell’arretratezza italiana in campo nucleare. Vi erano molti giovani scienziati e furono presentate circa 1000 relazioni nelle quali, per la prima volta, vennero rese note una quantità di cose che fino allora erano state mantenute segrete. L’Italia presentò 6 relazioni (quattro delle quali del CISE). Fatto d’interesse, per quanto vedremo poi in proposito al personaggio, fu la presenza della delegazione del Vaticano guidata da Enrico Medi che ebbe ad augurarsi, non senza ispirazione divina,  che “l’energia nucleare sia usata anzitutto per soccorrere i popoli ed i paesi più poveri del mondo“. 

    A margine della conferenza vi fu la politica degli annunci di grandi progetti, tra i quali spiccò per ignoranza quella del Valletta della Fiat. Egli disse che la Fiat stava acquistando dall’americana Westinghouse Electric Corporation e che, per evitare che gli studiosi dovessero fare lunghi spostamenti, sarebbe stato localizzato a Viale Massimo D’Azeglio al Valentino. Naturalmente la cialtroneria la faceva da padrona e chi aveva lesinato soldi, fino a livelli miserabili, al CISE poteva ora fare il gradasso senza curarsi del “raggio di esclusione” e delle formule di sicurezza consigliate dall’Atomic Energy Commission. Sono convinto che occorra oggi dare a Berlusconi libertà di scelta sulla localizzazione delle sue fantomatiche centrali nucleari. Certamente ne vorrà una ad Arcore ed un’altra, perché no?, a Macherio. Anche i giornalisti mostrarono di essere ignoranti opinanti. Tra tutti è da ricordare la performance di Paolo Monelli che considerava assurda l’energia nucleare perché egli non capiva un tubo delle formule che la presiedevano. In particolare, con riferimento alla formuletta del decadimento radioattivo, richiamava il terrore di doversi affidare al verbo di pochi iniziati che discutevano di attività al secondo degli elementi radio in disintegrazione (simbolo A), fattore di saturazione (formula elle meno e alla potenza meno lambda moltiplicato per t). Dove quando dice elle voleva dire uno.

    A settembre 1955, comunque, il CISE perse la sua autonomia e divenne organo esecutivo del CNRN. Furono avviate le pratiche per l’acquisto del CP-5 dagli USA, pratiche che arrivarono a compimento ad aprile del 1958.

    Vi è, a questo punto, un fatto notevole da registrare. Come racconta Goldschmidt, “sul finire del 1956, tre famose personalità europee, Louis Armand, Franz Atzel e Francesco Giordani furono incaricate di studiare le necessità di energia nucleare nell’Europa dei Sei [a margine della costituenda CEE nei Trattati di Roma del 1957 ed in sede Euratom] ed i mezzi che si sarebbero dovuti impiegare per soddisfarla. La conclusione sorprendentemente ambiziosa di questa informativa dei saggi, avente per titolo Un obiettivo per l’Euratom, era la proposta di installare entro il 1967 una potenza nucleare equivalente approssimativamente alla quarta parte della capacità elettrica dei Sei paesi in quella data”. E questa potenza nucleare si sarebbe installata comprando reattori USA. Questo studio, che si proponeva di anticipare una supposta carenza di energia [a quanto pare il discorso è ricorrente e ad esso fa sempre riscontro un aumento dei prezzi dell’energia ma nessuna azione seria nel senso allarmistico annunciato] e di far fronte all’emorragia di moneta pregiata (dollari) con cui pagare la supposta prevista carenza, fu però aspramente criticato ed a mio giudizio, con ragione. Ci si muoveva infatti nella direzione opposta a quella che muoveva la CEE e cioè nel senso della piena e totale dipendenza dagli USA invece che promuovere la CEE come competitrice della grande potenza americana. In particolare si sarebbe trattato di sviluppare industrie atomiche europee in grado di essere concorrenti con quelle USA, anche proteggendosi con dogane in modo da vincere almeno per i primi tempi, la facile concorrenza americana. Su questa strada si mossero però autonomamente solo Francia e Gran Bretagna (ci stava provando l’Italia, finché …).

    In ogni caso, tornando al filone principale del nostro discorso, anche se tutta la politica del CNRN fino ad allora era stata di Giordani, egli lasciò il compimento dell’opera al suo successore alla Presidenza del CNRN, al totalmente ignorante di questioni nucleari Basilio Focaccia. Le dimissioni di Giordani si erano avute il 12 luglio del 1956 (per denunciare le gravi difficoltà del Comitato già scaduto da un anno) al fine di passare alla Presidenza del CNR in sostituzione di Colonnetti, di cui era già stato presidente dal 1940 al 1943 (quando era anche presidente dell’IRI), subito dopo la presidenza del Maresciallo Badoglio. (Osservo a margine che, alla morte di Giordani nel 1961, dopo brevi interregni, alla Presidenza del CNR sarà chiamato Giovanni Polvani – 1963-1965). E nel 1963, con il provvedimento legislativo del 2 marzo il CNR viene dichiarato Organo permanente di Consulenza dell’allora Comitato Interministeriale per la Ricostruzione al quale era demandato il compito di accertare le esigenze della ricerca scientifica e tecnologica, stabilire le direttive generali per il suo potenziamento, promuovere la formulazione e il coordinamento di programmi di ricerca di interesse nazionale e sovrintendere al loro svolgimento. Il CNR ha il compito di presentare annualmente al Comitato Interministeriale sulla Programmazione Economica (CIPE) una relazione generale sullo stato della ricerca con le proposte per gli anni successivi. Nel 1965, infine, è nominato Presidente del CNR il chimico professore Vincenzo Caglioti).

    Sotto la presidenza Focaccia fu quindi acquistato il reattore nucleare dagli USA, reattore che lungo la strada era passato da 1.000 a 5.000 KW. Il costo, enorme, fu di oltre tre milioni di dollari ed in cambio si ottenne di ottenere che un ingegnere (un solo ingegnere !) potesse assistere alla sua costruzione. Arrivato in Italia il reattore divenne Ispra 1e fu inaugurato dal Presidente della Repubblica Gronchi il 13 aprile 1959. Come accade spesso in Italia, il reattore mostrò subito gravi difetti nella progettazione del nocciolo (carica insufficiente per poterlo mandare a piena potenza). Si ordinò allora un secondo nocciolo che non si sa bene chi lo abbia pagato. Per soli due mesi il reattore fu italiano. Fu subito offerto all’Ente internazionale Euratom per renderlo un luogo dove si potessero svolgere ricerche nucleari dal carattere internazionale.

    La scelta di tale reattore non fu indolore. Il dibattito su quale tipologia di reattori scegliere divenne molto acceso a partire dal 1957. Essenzialmente ci si chiedeva se andare su centrali ad uranio naturale raffreddato a gas (produttrici di plutonio) di tipo inglese o verso centrali ad uranio arricchito ed acqua in pressione (PWR) di tipo americano (successivamente anche di tipo ad acqua bollente o BWR). Il problema era teorico e a forte valenza politica. Teorico perché non vi erano ancora centrali nucleari ad uso civile funzionanti, a parte le piccole esperienze inglesi di Calder Hall, il primo reattore  nucleare di potenza ad uso civile del 

La centrale nucleare di Calder Hall

mondo occidentale, di tipo gas-grafite da 50 MW, inaugurato il 17 ottobre 1956 (il reattore era progettato a fini militari per produrre plutonio e forniva elettricità come sottoprodotto). Politico perché c’era chi, come Amaldi e Ageno, propendevano per la scelta inglese per non trovarsi successivamente dipendenti dagli USA per l’uranio arricchito ed anche perché questa sembrava loro la strada più idonea a spingere successivamente per la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Vi era invece Felice Ippolito, più addentro nella politica di quanto non lo fossero gli altri, che era possibilista su qualsiasi eventuale scelta per mancanza di dati certi su costi e garanzie di durata di esercizio della centrale. Ippolito, comunque, si diceva fautore di un impianto europeo di arricchimento dell’uranio proprio per far fronte ad eventuali mancanze di fornitura da parte USA (F. Ippolito – Il problema della scelta per i reattori nucleari – Mondo Economico, n° 38, 1957). Ed uno studio dell’ENSI (Energia Nucleare Sud Italia), ente del governo italiano (rappresentato dal CNRN) e della Banca Mondiale (BIRS – Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo) manifestò proprio una preferenza per i reattori di tipo americano (essendoci la Banca Mondiale, non poteva andare diversamente). Da osservare che i requisiti che la Banca Mondiale richiedeva per finanziare i progetti di investimento in impianti nucleari piuttosto che in impianti convenzionali erano la mancanza di risorse energetiche e la necessità di importarle ad alti costi con evidenti ricadute sulla bilancia dei pagamenti ed in tal senso furono individuati due Paesi nel mondo, il Giappone e l’Italia (per l’Italia si deve tener conto della crisi di Suez del 1956 con le conseguenti difficoltà di approvvigionamento. L’ENSI, nell’ottobre del 1957, invitò ditte costruttrici a presentare offerte per la costruzione di una centrale nucleare nel Sud d’Italia con una potenza compresa tra 130 e 150 MW (si tratta di quella che sarà la Centrale BWR del Garigliano (Sessa Aurunca, Caserta) da 150 MWe, inaugurata nel 1964 e finanziata dalla Cassa per il Mezzogiorno che ebbe un prestito di 40 milioni di dollari dalla BIRS). Lo svolgersi del progetto fu seguito per conto della Banca da esperti americani, inglesi francesi e dal nostro Giordani. Tali esperti si pronunciarono anche sul tipo di reattore che successivamente sarebbe stato costruito, con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno, dalla Società Elettronucleare Nazionale (SENN, società dell’IRI-Finelettrica, creata nel 1957) e nel loro parere doveva avere un ruolo importante il costo dell’impianto. Dice Ippolito, che descrive tale situazione ne Il “Progetto ENSI” (Il Globo, 15 novembre 1957), che gli studi presentati dagli esperti sarebbero stati un base importante nel successivo sviluppo dell’energia nucleare ed un primo riferimento per comparare, fino alle ultime conseguenze, le offerte dei costruttori. Si trattava quindi di qualcosa di importante, una messa sul tavolo di vari tipi di reattori e dei loro costi a parità di potenza (anche tenendo conto di prezzi e valori puramente convenzionali di materiali prodotti come il Plutonio). Ippolito conclude che l’ENSI è un fondamentale punto di partenza ma non sarà esaustivo per le troppe incognite ancora in gioco e per il atto che altri tipi di reattore potranno nel frattempo essere progettati.

    Questo dibattito avveniva parallelamente ad un altro dibattito di molto maggiore trascendenza e relativo alla possibilità di nazionalizzare l’energia elettrica (produzione e distribuzione) in Italia così come era avvenuto in Francia ed in Gran Bretagna. La cosa, come sappiamo e sulla quale tornerò, fu realizzata nel 1963 con grave ritardo per la ferma opposizione padronale (liberali e Democrazia Cristiana quasi in blocco). Nel dire ritardo includo anche e soprattutto la vita democratica del Paese che iniziò ad essere stravolta proprio dalla costituzione di un forte fronte padronale di destra intorno agli enormi profitti elettrici e delle industrie collegate (meccanica e chimica). Fu tale enorme potenza finanziaria che permise il crearsi di potentissimi gruppi di pressione che, in alcuni momenti, hanno lavorato per la destabilizzazione, anche mediante il terrorismo, dell’Italia (se solo si pensa all’enorme quantità di denaro che fu dato in compensazione alla nazionalizzazione, spesso di impianti obsoleti, si può capire come siano stati possibili gli ingenti finanziamenti a gruppi e partiti antidemocratici). In tal senso, osservano Ippolito e Simen (La questione energetica, pag. 72, Feltrinelli 1974), si permise all’industria privata di utilizzare fondi governativi e dell’ERP (Piano Marshall) per ricostruire e sistemare gli impianti idroelettrici che poi furono venduti a prezzi stratosferici allo stesso Stato nel 1963, con profitti giganteschi. Ciò avvenne invece di nazionalizzare subito ed utilizzare in proprio i fondi suddetti, rinunciando ad indirizzare l’industria privata in altri settori produttivi in cui sarebbe stato possibile inserirsi in una competitiva economia di mercato, finalmente crescendo in proprio e per propri meriti facendola finita con gli eterni aiuti di Stato.  Ed è proprio mentre l’industria elettrica privata fa fronte alle richieste di nazionalizzazione che  mette su il CISE. Il tentativo, comunque timido per la totale mancanza di fondi erogati (tra il 1948 ed il 1954, tutto compreso, non più di 300 milioni di lire a fronte di necessità milardiarie che la sola Edison avrebbe potuto elargire), era quello di acquistare un qualche vantaggio rispetto allo Stato. Tra l’altro il CISE ostacolò la nascita del CNRN affermando che un ente per le ricerche nucleari esisteva già, il CISE medesimo, ed era inutile costruire doppioni e burocrazia. Sarebbe solo bastato che lo Stato finanziasse il CISE. In definitiva il CISE riuscì solo (e non è poco) a preparare personale altamente qualificato sotto la guida dei massimi fisici italiani (Amaldi, Ferretti, Persico, Bolla). 

L’ENI

  Nel 1953, nel mese di marzo, nasce un altro ente che avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo delle risorse energetiche del nostro paese (almeno per i successivi dieci anni): l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI).

  L’Italia già da tempo aveva un ente petrolifero di Stato, l’Agip, alla testa del quale (ma perché lo liquidasse!) nel 1945 era stato posto Enrico Mattei. Lo stesso Mattei però disattese quanto gli era stato imposto (la liquidazione dell’Agip appunto) dal ministro del tesoro del governo Bonomi, il liberale M. Soleri e cercò invece di potenziare quanto aveva da distruggere.

   Poiché subito dopo la guerra una missione economico-geologica americana aveva fatto intravedere la possibilità che in Val Padana ed in Sicilia vi fosse del petrolio, si scatenò una grossa battaglia da parte dell’industria privata contro l’Agip. In particolare la Edison cercò di impadronirsi della possibilità di cercare petrolio in Val Padana ma fu ostacolata in questo appunto da Mattei che credeva fermamente ad un ente di Stato che avesse  l’esclusiva nelle ricerche petrolifere (o metanifere) sul territorio nazionale.

   Ebbene la nascita dell’ENI sanciva tutto questo: «al nuovo ente veniva affidato il compito di promuovere ed attuare tutte le  iniziative nazionali nel campo degli idrocarburi  e dei vapori  naturali. Veniva in particolare riservata all’Eni, in esclusiva, la  ricerca e la coltivazione degli idrocarburi per tutta la valle padana, ad eccezione delle province di Ferrara e Rovigo, dove venivano riconfermati i diritti delle società private che già vi operavano» (6).  

   Era una grossa vittoria di Mattei sull’industria privata e sui  suoi rappresentanti in Parlamento (si pensi che nel 1949 il ministro dell’industria, il socialdemocratico I. M. Lombardo presentò un progetto di legge nel quale sostanzialmente si sosteneva che non solo i privati potevano far ricerche petrolifere sul nostro territorio, ma anche gruppi stranieri).

LA BOMBA H ITALIANA ED ANCORA MILITARI

  Che si marciasse su questa strada era assolutamente positivo, ma per rendere conto di quanto isolate erano queste iniziative e del livello cialtronesco con cui si credeva di poter far ricerca nel nostro Paese c’è l’interessante episodio (che risale al 1952) del tentativo di costruzione di una bomba H da parte del nostro esercito nel poligono di Nettuno (vicino Roma). L’interessante è che né USA né URSS erano ancora riusciti nell’impresa. Per far intendere il senso di questa buffonata (che, si badi bene, costava soldi dello Stato) basti dire che per innescare una bomba H  occorrono temperature dell’ordine di 100 milioni di gradi, temperature che nelle attuali bombe H sono raggiunte usando come innesco una bomba atomica del tipo usato da Hiroshima. Ebbene a Nettuno, con cariche cave, appoggiate su piastre corazzate, si  usavano  esplosivi  ordinari  i  quali  raggiungono  temperature estremamente più basse di quella occorrente che è una temperatura che non si trova neanche all’interno del Sole (versione dell’esperimento data da Silvestri; per Vittorio Somenzi invece le esplosioni si ottenevano con intensi campi magnetici). L’interessante è che alcuni militari operavano al CISE e si vergognavano ma nulla poterono fare per far desistere i loro colleghi da un approccio da stregoni alla fisica. Della cosa, come accennato, era informato il ministro della difesa Pacciardi che, mentre lesinava il sostegno alle iniziative degli scienziati seguiva con interesse i ciarlatani (è un triste costante destino del nostro Paese). Il tutto si venne a sapere quando il quotidiano romano, Il Giornale d’Italia, annunciò entusiasta che il ragionier Ubaldo Loschi, astrofilo, aveva svolto gli esperimenti suddetti:

All’ora X una grande fiammata si levava dal punto che magnetizzava ormai da molte ore gli sguardi di tutti ed una fragorosa esplosione echeggiava sulla piana. Una vampata rossa con la cima verde sfumata dava la prima certezza del successo. Poi l’eco sorda dell’esplosione. La prima bomba atomica italiana era esplosa.

Da Nettuno la visione apparve chiarissima e suggestiva. Si rimarcò la bellezza dell’ alone verde, levatosi dalla base rossa dell’esplosione. E’ difficile descrivere l’emozione di quel momento. Il prof. Loschi subito dopo l’esplosione uscì all’aperto, dove si incontrò con i suoi collaboratori e rispondendo ai loro sguardi interrogativi ed ansiosi estremamente commosso disse soltanto: «Qualcosa è accaduto». 
[Luciano Bartolli, Enorme interesse in tutto il Mondo per l’esperimento nucleare italiano, Il Giornale d’Italia, 30 luglio 1952. Citato da Nuti].

    Loschi e compari militari (Ninci e Cademuro) era da tempo che con un’associazione privata di Treviso, Urania, tentavano di ottenere la fusione nucleare. Il bello è che erano arrivati ad interessare il Ministero della Difesa nei suoi ministri Facchinetti e Cingolani che segnalarono questa opportunità a De Gasperi. Questi, che aveva sempre snobbato ogni richiesta di scienziati del livello di Amaldi, aveva accolto con interesse le cialtronerie di Urania. De Gasperi dette l’autorizzazione agli esperimenti ed i relativi finanziamenti con, in aggiunta, l’uso di dispositivi, locali ed apparecchiature militari. L’enfasi della stampa italiana smosse addirittura il presidente britannico della Commissione per l’energia atomica, il prestigioso John Cockcroft che chiese ad Amaldi di cosa si trattava. Amaldi disse che si trattava di sciocchezze, pure sciocchezze. All’interno dell’Accademia di Livorno già dal 1948, esisteva un gruppo di fisici diretti dal prof. Tito Franzini (un abilissimo fisico sperimentale che era rtiuscito a fabbricarsi da solo acqua pesante)che avevano messo su un laboratorio di fisica nucleare, successivamente (1956) diventato il Centro per le Applicazioni Militari dell’Energia Nucleare (CAMEN), ebbene intanto il Ministero della Difesa non pensò mai a questo laboratorio per i suoi finanziamenti che invece andavano allegramente in altre iniziative ma poi, a dimostrazione della serietà del laboratorio di Livorno, fu Franzini a scrivere ad Amaldi a proposito delle sciocchezze di Nettuno, mettendosi a sua disposizione per denunciare pubblicamente la poca serietà di quanto avvenuto a Nettuno. La Rivista Aeronautica (Giovanni Serragli, La bomba “H” indipendente, Rivista Aeronautica vol. 28, n° 8, agosto 1952) esaltava invece quegli esperimenti come tentativo di svincolare i poveri dagli alti costi degli armamenti atomici, che solo le grandi potenze potevano affrontare, attraverso quelli più economici della bomba H (sic!). Con improbabile prosa aulica così scriveva Serragli:

Da tempo – scriveva non senza un certo livore l’autore – i diseredati studiano’ i problemi relativi nonostante che i beati possidentes facciano di tutto per ridicolizzare o sviare quella che sanno benissimo è una terribile minaccia della loro attuale posizione di privilegio. E lo studio è promettente. [ … ] Ai beati possidentes interessati politicamente a svalutare la riicerca si aggiungono certi scienziati di fiato corto che giunti al porto attuale si sentono stanchi e non vorrebbero ripartire, dimentichi dell’imperativo categorico della scienza: semper ad maiora. [Citato da Nuti].

    Al di là della gravità delle cose in sé, vi sono alcune osservazioni da fare. Intanto che appare chiaro che nell’esercito, dopo la Liberazione, non furono cacciati i fascisti, chi scrive infatti ha del rancore verso la perfida Albione che vuole seguire a dominare il mondo. Inoltre vi è astio verso gli scienziati dal fiato corto,  che sarebbero quelli che avevano deriso Nettuno ponendosi dalla parte degli oppressori. Ma più importante è uno sguardo più generale ai rapporti tra ricerca scientifica e militari, in Italia. Vi fu un solo momento in cui le due entità si misero insieme e fu in occasione della Prima Guerra Mondiale quando fu Camillo Golgi, il nostro Nobel, a dire che se si voleva battere la Germania occorreva usare i suoi mezzi e cioè la scienza.  Ed anche con la scienza la Germania fu battuta.

    Poi venne la seconda guerra mondiale. Ed anche se i prestigiosi fisici che per la prima volta realizzarono la fissione al mondo non avrebbero in gran parte collaborato con il Fascismo, a nessun governante del popolo di navigatori, scienziati .. e retorica varia venne mai in mente di convocarli e di chiedere loro qualcosa. Le Nettuno ed i bidoni vuoti di benzina (ma ben sorvegliati) furono la retorica a base del disastro, della completa distruzione del Paese con tutti i lutti che vi furono.

    Comunque, da questo momento, gli attriti tra ricerca civile del CNRN e militare come prospettata dalla difesa cresceranno. Viste le mutate condizioni militari nel teatro europeo e il dislocamento anche in Italia di armi nucleari tattiche da parte USA, nel 1953-1954 i militari iniziarono a studiare la migliore dislocazione di tali ordigni  nelle zone di probabile interesse tattico e strategico. Ma non smisero di cercare di inserirsi nei programmi di ricerca del CNRN. E’ del 1954 la richiesta formale del Ministero della Difesa (Taviani) di avere il potere di nulla osta su ogni attività, applicazione e realizzazione nucleare, non esclusi i fondi per tali scopi. Era il tentativo di rientrare nel CNRN da dove i militari erano stati esclusi. Il ministro della Pubblica Istruzione provò a mediare chiedendo al CNRN di accettare nel Comitato un  membro dello Stato Maggiore dell’Esercito (SME). Giordani non accettò questa mediazione per due motivi: l’istituzione del CNRN prevedeva applicazioni industriali e non militari dell’energia nucleare; si sarebbe data una cattiva immagine del CNRN, svolta in senso militare, con un rappresentante della Difesa. Ma Giordani suggerì una soluzione che venne accettata da tutti (con riserva di Taviani che pensava ad una qualche soluzione di integrazione definitiva soprattutto al fine di quel nulla osta che i militari richiedevano): un rappresentante del SME sarebbe stato ammesso come osservatore al Comitato.

    I militari, pur accettando il ruolo di osservatori, non furono soddisfatti e nel 1954 partirono con loro iniziative. Fu creato (1954) il comitato interforze per la difesa atomica, batteriologica e chimica (COMABC) e subito dopo (1955) si progettò un centro per ricerche nucleari da inquadrare successivamente nel CNRN. Il Ministro ne decretò la costituzione nel gennaio 1956. Si tratta del CAMEN al quale ho accennato. Tra gli scopi del CAMEN vi era: la preparazione di personale militare e civile allo studio tecnico dei problemi nucleari militari, di difesa radiologica, della propulsione nucleare e delle armi nucleari. All’inizio della sua attività il Centro aveva cominciato ad allestire un gruppo reattore. I militari volevano cioè un loro reattore e questa storia li mise subito in frizione dura con il CNRN perché i militari progettarono l’acquisto di un reattore dagli USA e pensarono che ad acquistarlo avrebbe dovuto essere il CNRN. Ma questo era un aggirare gli accordi di cooperazione che erano esclusivamente civili. E comunque cosa avrebbero fatto i militari con un reattore a piscina ? Se lo studio doveva riguardare la propulsione nucleare quel reattore non serviva a nulla. Ippolito scrisse una risposta indignata a tale richiesta dei militari (assolutamente incompetenti ed ingenui): Se si lasciano i militari sbrigliati alle loro fantastiche elucubrazioni, non si otterrà altro scopo che quello di impensierire gli stranieri su inconsulte velleità atomiche militari dell’Italia [Citato da Nuti]. Vi è invece la possibilità di rivolgersi agli scienziati del Comitato per l’addestramento del personale.

    Ma il CAMEN non si dette per vinto e, tramite il Ministero della Difesa, con la collaborazione dell’ufficio per l’assistenza militare dell’Ambasciata americana a Roma (MAAG), ottennero (1957) il visto da Taviani per acquistare negli USA un reattore nucleare a piscina Babcook & Wilcox con una potenza tra 1 MW e 5 MW.

    Intanto, sul finire del 1955, la strategia USA nel Sud Europa aveva messo in azione la nuova unità SETAF (South European Task Force) che si preoccupò di schierare armamento atomico sul territorio italiano.

ENRICO MEDI

  Oltre a questi episodi «paralleli» ve ne erano degli altri all’interno delle iniziative di ricerca che si portavano avanti. La classe politica dirigente italiana, assolutamente insensibile ai problemi energetici e tanto meno a quelli della ricerca scientifica, era però capace di imporre suoi uomini, in modo clientelare, al seguito (e a volte ai vertici) degli enti o dei comitati che si occupavano di studi o ricerche sui problemi in oggetto. È il caso clamoroso del fisico Enrico Medi che brillò per la sua incompetenza ed incapacità.

   A proposito di Medi, Ippolito dice che entrò a far parte del CNRN, «non tanto per il suo valore scientifico, che era modesto, ma per il fatto che egli, ex deputato democristiano, rappresentava un certo legame col mondo cattolico. Medi, oltre a essere un   democristiano, era una persona molto vicina a papa Pacelli» (7).

  Nel 1958 l’Italia, alla quale spettava la vicepresidenza, doveva designare il suo rappresentante all’Euratom (ente nato nel marzo 1957 dalla collaborazione dei paesi del Mercato Comune Europeo ai fini di uno sforzo comune sulle ricerche nucleari). Ebbene quest’uomo fu Enrico Medi.

     Dice M. Silvestri: «Enrico Medi era cattedratico di fisica terrestre presso l’università di Roma, nonché membro del CNRN  e predicatore di larga fama [insieme a Luigi Gedda dei Comitati Civici e padre Lombardi, aveva fatto una feroce campagna ante Fronte Popolare nel 1948, n.d.r.]. La sua nomina [alla vicepresidenza dell’Euratom, ndr] provocò all’Italia il massimo danno compatibile con le sue capacità» (8). Per non lasciare nel vago quanto detto è interessante raccontare due episodi che sono illuminanti relativamente alle due affermazioni che facevo all’inizio: incompetenza e incapacità.

Enrico Medi

   Nel marzo del 1959 il vicepresidente dell’Euratom, Medi, si recò negli Stati Uniti per una visita di lavoro presso una società americana la Nuclear Development Associates (NDA). Racconta M. Silvestri (9); «Tutti intorno ad un tavolo per intervistare il professore sulle sue idee, su quello che gli piacesse, sulle intenzioni dell’Euratom: “Ci dica, professor Medi, lei inclina verso i reattori ad uranio naturale o verso quelli ad uranio arricchito?” […] Il professor Medi, dopo un minuto di silenzio durante il quale sembrava aver riflettuto intensamente, pronunciò la sua sentenza: “Arricchito”. […] Ma la risposta era incompleta e, per i gusti americani, andava motivata. Quanto doveva essere arricchito l’uranio, secondo il parere del professor Medi? Il silenzio si  rifece  più  teso  di  prima.  Medi  volse  il  capo  verso  l’alto, mentre le sue pupille sembravano messe a fuoco su di una distanza molto maggiore, sulle nubi, che non si vedevano a causa del soffitto, e sulla Divina Provvidenza, che è più lontana per definizione. Poi, in un soffio, la risposta: “Un tantino”. Da teso, il silenzio si fece imbarazzato, poi gelido. Tutti si aspettavano qualcosa di più, ma il professor Medi era arrivato allo stremo della sua compromissione. […] Un ingegnere del NDA colse al volo il da farsi: “Caffè, tè?”».

   L’altro episodio che riguarda il professore che, come dice Silvestri, confondeva una miniera di uranio con una centrale elettrica, risale alla metà degli anni  ’60. A Medi  fu affidato l’incarico di impiantare in Sicilia, a Gibilmanna, vicino Catania, un osservatorio geomagnetico. Vale la pena di dire che la cosa è assolutamente delicata, basti solo pensare che per la costruzione dell’edificio non bisogna assolutamente usare del ferro (né tondino di ferro per i travi in cemento armato, né chiodi, né viti), il tutto poi deve essere assolutamente isolato da ogni interferenza esterna, da ogni vibrazione, da qualunque cosa possa minimamente turbare gli strumenti sensibilissimi che sono all’interno dell’edificio. Ebbene, alla fine dei lavori che sono costati allo Stato 500 milioni, si è scoperto che vicinissimo all’osservatorio passavano i cavi ad alta tensione di un elettrodotto e una ferrovia. «A quest’uomo il governo italiano ha affidato per sette anni — finché non diede spontaneamente le dimissioni — la vicepresidenza dell’Euratom. […] E quando lo dovettero sostituire gli diedero a successore il professor Carrelli, già presidente della Rai-Tv, che in fatto di ingegneria nucleare era un po’ meno competente di Enrico Medi. […] Medi e Carrelli erano simpatizzanti democristiani, caratteristica importante, ma non qualificante.  […]  L’aver dato loro una così grande responsabilità costò all’Italia parecchi miliardi e una grave perdita di prestigio» (10).

IPPOLITO SEGRETARIO GENERALE DEL CNRN

   A partire dalla prima riunione del CNRN, Ippolito fu designato dal presidente Giordani a fare il segretario (poiché era il più giovane) e per circa tre anni mantenne questa carica. «Nel 1956 Giordani si dimise e, nella delibera che accettava le sue dimissioni, si scrisse: “Il Comitato si dimette e lascia la normale amministrazione nelle mani del professor Ippolito, segretario generale”» (11). Nacque cosi, almeno a detta di Ippolito, la figura del segretario generale che all’inizio non era stata assolutamente prevista. Questa carica si consolidò diventando sempre più importante nel periodo di interregno, tra il presidente dimissionario e la nomina del nuovo presidente, di circa sei mesi (al di là delle date ufficiali si deve tener conto dei tempi burocratici), nel quale non ci fu presidente alla testa del CNRN. Tra l’altro, dopo le dimissioni di Giordani, il governo Segni non rinnovò il Comitato nominando invece, in modo ufficiale tramite il rappresentante nel Comitato del rappresentante del Ministero dell’Industria Silvestri-Amari, Ippolito a segretario generale ma più per liquidare ogni attività del CNRN che per portarne avanti il lavoro. Ippolito approfittò di questo momento e anziché liquidare il CNRN lo potenziò assumendo persone e iniziando campagne giornalistiche per far pressione sul governo affinché si impegnasse di più nella politica nucleare (con leggi istitutive, con provvidenze, con finanziamenti adeguati). Il 20 luglio vi fu anche un incontro tra il Presidente del Consiglio Segni ed una delegazione di fautori del potenziamento del CNRN: Amaldi, Angelini, Ferretti, Ippolito. In tale incontro si ribadì la necessità di una ricerca nucleare italiana al fine di produrre energia elettrica da fonte nucleare e dei relativi fondi che non sarebbero dovuti essere meno del 20% di quanto si investiva in Francia (quindi all’incirca una ventina di miliardi). Inoltre si chiese una guida al CNRN che avesse caratteristiche politiche. A fine agosto del  1956 fu eletto il nuovo presidente del CNRN nella persona del senatore democristiano Basilio Focaccia, ordinario di elettrotecnica all’Università di Roma e senatore DC che già aveva ricoperto incarichi di governo e quindi con carattere politico. Il fatto che egli fosse assolutamente digiuno di questioni nucleari aiutò Ippolito a portare avanti con decisione la sua politica di potenziamento del CNRN. Nel nuovo Comitato, oltre al Presidente Focaccia, vi erano: due vicepresidenti, Edoardo Amaldi (il più eminente fisico italiano) ed Arnaldo M. Angelini come rappresentante dell’industria elettrica di Stato; Vincenzo Caglioti (esperto chimico, Università di Roma)); Antonio Carrelli (esperto fisico, Università di Napoli); Franco Castelli (esperto ingegnere Edison); e quindi Bruno Ferretti, Enrico Medi (del quale ho tragicamente già parlato), Aldo Silvestri-Amari (sostituito nel 1957 da Guido Giorgi), Felice Ippolito (esperto geologo).

    La linea che emerse in questo nuovo Comitato era quella di potenziare il CNRN contro tute le manovre della destra economica sostenuta dalla gran maggioranza della DC. E si riuscì ad ottenere il finanziamento di un miliardo per il 1955-1956 e di tre miliardi per il 1956-1957 (non ci si stupisca delle date, in Italia occorre rincorrere la burocrazia per avere finanziamenti postumi e, in attesa di una legge si tamponava la crisi). Vi fu anche la presentazione di un ddl governativo a firma del Ministro dell’Industria Guido Cortese. Ve ne fu un altro del PCI e vi furono discussioni importanti iniziate dagli Amici del Mondo, varie personalità di prestigio riunite intorno al periodico di Mario Pannunzio. Furono questi ultimi che

Mario Pannunzio

organizzarono (inverno 1957) un Convegno, Atomo ed Elettricità, che rappresentò “lo sforzo intellettuale più importante che sia stato compiuto da una equipe politica nel nostro Paese da parecchi anni” a quel momento. (Su questo convegno, naturalmente, si appuntarono critiche feroci dell’industria privata, come riecheggia bene Mario Silvestri e come racconterò tra poco, soprattutto perché si iniziò ad adombrare pubblicamente e con grande risalto la nazionalizzazione dell’energia elettrica).

    E’ comunque fuor di dubbio che il biennio 56-57 aprì la questione nucleare al pubblico dibattito inoltre in questi due anni si gettarono le basi di quell’Euratom che fu ipotizzato a Messina nel 1955, insieme all’idea di un Mercato Comune Europeo (MEC), e poi realizzato nei Trattati di Roma del marzo 1957 (con la destra economica che pose ogni ostacolo ritardando la legislazione nucleare di oltre tre anni). Si era comunque in un momento di grande euforia: da una parte si era avuta la Prima Conferenza di Ginevra sull’uso pacifico dell’energia nucleare; dall’altra il rapporto dei tre saggi, Un obiettivo per l’Euratom, del quale ho detto parlando di Francesco Giordani, con la nascita dell’Euratom medesima (alla vicepresidenza del quale fu nominato Enrico Medi, del quale ho già detto e sul quale, per evitare di essere grossolano, non aggiungo) e con la simultanea nascita dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA). Inoltre, sempre nel 1957, rispettivamente il 3 luglio e il 28 dicembre, l’Italia aveva firmato accordi di cooperazione bilaterale con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Insomma, ciò comportò un immediato interesse per disporre di centrali di potenza, produttrici di energia elettrica da fonte nucleare. E qui iniziarono serrati dibattiti su cosa scegliere di quanto disponibile sul mercato: o reattori ad uranio arricchito moderati ad acqua pesante e raffreddati ad acqua (tipo USA) o reattori ad uranio naturale moderati a grafite e raffreddati a gas (tipo inglese). E dietro questi dibattiti vi erano suppostamente e non correttamente politiche implicanti lo schierarsi verso la nazionalizzazione dell’energia elettrica o no. In particolare, come osservano Ippolito e Simen:

Per quanto concerne la mancanza dell’accordo bilaterale [con gli USA] si deve sottolineare che una delle maggiori remore da parte statunitense alla stipulazione dell’accordo era proprio la carenza di una legislazione nucleare in Italia, che, d’altro canto gli industriali stessi ostacolavano, onde ci si dibatteva in questa contraddizione: da un canto i gruppi politici più sensibili e gli ambienti vicini al CNRN premevano per una legge che non avrebbe potuto prendere, per la composizione stessa del nostro parlamento, carattere troppo liberistico ed erano pertanto ostacolati dalla destra economica, che preferiva l’anarchia di nessuna legge ad una legislazione che avrebbe fatalmente limitato la sua libertà d’azione e rappresentato un primo passo verso un maggiore ed efficiente controllo del sistema energetico; dall’altro gli stessi gruppi premevano per la negoziazione di un accordo con gli USA, tale da permettere l’importazione delle centrali e la fornitura dell’uranio arricchito, mentre tale negoziato trovava gravi ostacoli, non solo giuridici, ma psicologici, sia da parte italiana che da parte americana, in carenza di una legislazione ad hoc.

    A questo punto si inserisce un episodio significativo ed importante per la comprensione di quanto accadrà in seguito. Così lo raccontano Ippolito e Simen:

Nell’inverno del 1956-57, tramite un importante istituto finanziario italiano, la Edison chiese al governo italiano la “garanzia di cambio” … per il prestito che intendeva concludere con l’americana Eximbank per la costruzione di una prima centrale nucleare in Italia. Come è noto, con l’espediente della garanzia di cambio, fornita dal governo, viene addossata al contribuente qualunque slittamento della moneta italiana, rispetto al dollaro, che avvenga nel periodo tra la stipulazione del prestito e la sua estinzione: si addossa cioè alla collettività nazionale l’onere derivante da una svalutazione della lira rispetto al dollaro, in quanto la differenza tra il valore del dollaro nel momento in cui vengono pagate – nel corso di 15 o 20 anni – le rate di restituzione ed il valore del dollaro all’atto di stipulazione del prestito sono a carico del governo, mentre il beneficiato paga sempre e soltanto il valore iniziale. E con questo sistema, ad esempio, che sono stati rimborsati i grossi prestiti trattati dal ministro fascista Volpi (diretto interessato alla stipulazione dei prestiti stessi) nel corso di un venticinquennio, durante il quale il valore del dollaro aumentò astronomicamente.

Ma ritorniamo all’episodio. Per l’intervento di Ippolito sul Ministro dell’Industria del tempo, il liberale Cortese – al quale va senza riserve l’indiscusso merito di aver resistito alle pressioni della Confindustria, di Malagodi e della propria burocrazia – la garanzia di cambio fu negata: la conseguenza fu che la centrale nucleare della Edison non fu la prima a essere realizzata in Italia, ma la precederono nel tempo, come vedremo, le due iniziative a carattere governativo: quella del gruppo IRI Finelettrica (del Garigliano) e quella del gruppo ENI (di Latina).

La stampa di sinistra dell’epoca documentò ampiamente questo episodio, ma fu allora certamente anche segnato il destino di Ippolito, che divenne per gli industriali elettrici privati il nemico pubblico n. 1.

    E’ qui che interviene il Progetto ENSI, di cui ho parlato, che sbloccherà le trattative con gli USA e, pur non facendo felici gli industriali, permetterà loro di trattare con gli USA su acquisto di centrali ed uranio arricchito. Ma dal progetto ENSI si ricavò dell’altro: che l’energia elettrica di origine nucleare sarebbe risultata più cara di quanto si poteva ottenere da combustibili fossili (1958) anche se era prevedibile un calo dei costi per il nucleare; che i due tipi di reattore tra cui scegliere presentavano ambedue vantaggi e svantaggi e che, come no !, la momento era preferibile il reattore ad uranio arricchito (BWR) di tipo USA; che era arrivato il momento della sana competizione industriale. Ma di tale “sana”   competizione non sembrava vi fosse traccia se gli elettroproduttori ebbero da criticare ogni conclusione che discendeva dal progetto ENSI e se, in particolare, non condividevano le stime dei costi del kwh di origine nucleare confrontato con quello di provenienza convenzionale. Ma la cosa più stravagante era il sostanziale accordo nelle conclusioni tra la Finelettrica (azienda di Stato) e l’industria elettrica privata.

AMICI E NEMICI DEL MONDO

[Riprendo la versione della vicenda nucleare italiana come raccontata in Mario Silvestri, Il costo della menzogna, Einaudi 1968]

    E’ utile rivedere alcune vicende, già descritte, dal punto di vista di Silvestri e cioè di un rappresentante del CISE e quindi (principalmente) dell’industria elettrica. Dice Silvestri che nell’estate del 1955 la Edison ebbe paura. E questo per quanto già ho detto: l’energia nucleare poteva essere un cavallo di Troia per nazionalizzare l’energia elettrica e questo perché, si diceva ma non era vero, che solo lo Stato avrebbe avuto i soldi per imbarcarsi nel nucleare e gli eventi recenti sembravano proprio andare in tale direzione. Fu partendo da queste premesse che la Edison decise di fare, anch’essa, il passo dell’acquisto di una centrale nucleare ed i contatti in tal senso erano partiti nell’autunno del 1954. Durante il 1955 vi furono altri contatti con l’industria Usa, con delegazioni Edison guidate dall’ing. Valerio, e si arrivò, nel 1957 all’acquisto di una centrale Westinghouse che, dice Silvestri, fu la più economica delle tre centrali nucleari che, all’epoca, furono acquistate dall’Italia anche se, confessa Silvestri, fu quella che dette i più grossi dispiaceri d’esercizio.

     Questa missione USA sembra che fece arrabbiare il CNRN e Silvestri dice che non c’era da arrabbiarsi perché la Edison si era comportata con il CNRN come il CNRN si era comportato con la Edison. In ogni caso il CISE restava stritolato tra i due colossi e, paradossalmente, doveva prendersela di più con la Edison per quanto sembrava volere senza finanziare perché i ricercatori del CISE sembravano alla Edison troppo teorici (i livelli di cialtroneria della nostra industria danno misure fuori scala e non solo in questa occasione).

    Il 15 novembre del 1955 il CNRN presentò un ordine del giorno al Governo, nella persona del Presidente del Consiglio Segni. In  esso si lamentava che enti privati prendevano iniziative fuori dell’Italia nel settore nucleare e senza il controllo dell’organo governativo preposto generando disorientamento nell’opinione pubblica e non credibilità nell’ulteriore sviluppo di iniziative internazionali nel settore da parte del governo. Si approfittava poi di tale ordine del giorno per dare consigli su cosa la legislazione italiana (ancora di là da venire) avesse dovuto contenere.

    Nell’ordine del giorno vi era un punto d’interesse che, stranamente, Silvestri critica. Il CNRN avrebbe rinunciato a sfruttare il nucleare come produttore di energia elettrica. Si chiede Silvestri a cosa poteva servire allora. La risposta è semplice: a costruire o  comprare reattori nucleari di ricerca e a progettare e costruire reattori nucleari da immettere sul mercato. La produzione di energia poteva ben essere di un ente elettrico. In ogni caso fu questo ordine del giorno che iniziò l’intera polemica che fu fatta propria dagli Amici del Mondo. Silvestri descrive tale offensiva nello stesso modo in cui saranno trattate in seguito le obiezioni al nucleare negli anni Settanta del Novecento e nei primi anni del Duemila. Leggiamo:

L’offensiva degli «Amici del Mondo», che si svolse tra la fine del 1956 e l’inizio del 1957, rappresentò un tentativo su scala nazionale, per influenzare in modo distorto l’opinione pubblica sugli aspetti politici dell’energia nucleare. Obiettivo: la nazionalizzazione della non ben definita «energia atomica», richiesta, anziché con considerazioni ragionevoli possibili e legittime – con falsi di carattere pseudo-scientifico. Ci furono cioè degli scienziati italiani che, deliberatamente o per ignoranza del problema – credendo comunque di dominarlo – illustrarono gli aspetti tecnici dell’energia nucleare in modo artefatto, cosicché il mondo politico, sulla scorta di tali informazioni ritenute esatte in buona fede, prendesse quelle iniziative che più risultavano gradite. In nessun paese civile simile manovra avrebbe avuto la benché minima probabilità di riuscita. In Italia non riuscì per un pelo. Ma ancor si soffrono gli strascichi.

L’offensiva – chiamiamola così – fu aperta dal settimanale «Il Mondo», che io avevo sempre letto con interesse e del quale condividevo molti atteggiamenti battaglieri. Sulle sue colonne apparve una serie di articoli di Ernesto Rossi, polemista abile e scorrevole, che diede alla luce quattro «dialoghi plutonici» – non certo farina del suo sacco – nei quali erano attori un fisico, un economista, un uomo politico, un giurista e un «ingegnere della Edison». Dopo due sole puntate questo poveretto veniva ucciso, lasciando ai quattro superstiti il piacere di darsi sempre ragione.

La trama si svolgeva su questa falsariga: il fisico spiegava i misteri della scienza atomica, l’economista ne deduceva le conseguenze economiche, l’uomo politico, un deputato «socialista», dipinto in verità come assai sprovveduto, ne tirava le conclusioni politiche, il giurista forniva la giustificazione legale e l’ingegnere, finché visse, faceva la parte del giullare. […]

Gli articoli di Ernesto Rossi funzionarono da prologo ed accompagnamento ad un convegno, tenuto a Roma il 12 e il 13 gennaio 1957 nel ridotto dell’Eliseo, sotto gli auspici degli «Amici del Mondo», per svolgere il tema «Atomi ed elettricità». Al tavolo della presidenza sedevano Leone Cattani, Ugo La Malfa, Giorgio Levi Della Vida, Riccardo Lombardi, Ferruccio Parri, Leopoldo Piccardi, Roberto Tremelloni, Bruno Villabruna e Bruno Visentini [essenzialmente: repubblicani, socialisti, socialisti democratici, azionisti, radicali, ndr]. Enorme l’afflusso di pubblico: ad un certo punto si dovettero chiudere i cancelli e lasciar fuori una massa di delusi. Spiccavano, fra il pubblico presente, Francesco Giordani ed Edoardo Amaldi: parlamentari, direttori generali dei ministeri, dirigenti di industrie pubbliche e private attendevano il Verbo con animo variamente sospeso. 

Quattro oratori si avvicendarono alla tribuna: Mario Ageno, Eugenio Scalfari, Tullio Ascarelli e lo stesso Rossi. Nella prima conferenza Ageno condensò le vedute del «fisico» di Ernesto Rossi. Tutto era ricondotto al dilemma delle due strade (quella buona e quella cattiva):

 La prima strada consiste nel comperare all’estero o eventualmente costruire, reattori del tipo adatto a produrre esclusivamente energia. In essi si brucerebbe l’uranio arricchito concesso dal Governo degli Stati Uniti al governo italiano [la quota di uranio arricchito che al momento gli USA erano disponibili ad assegnare all’Italia era di 2000 Kg, tale quota verrà aumentata a 7000 Kg nell’aprile 1957, ndr] … Tutti i costosissimi impianti ausiliari di rigenerazione del combustibile e di fabbricazione … sarebbero inutili, in quanto a tali operazioni provvederebbe l’America. In un primo tempo non vi sarebbe neppure il bisogno di mobilitare le varie industrie nazionali … Le centrali elettronucleari potrebbero addirittura essere comperate negli Stati Uniti e noi potremmo limitarci a sorvegliarne il funzionamento, traendone il beneficio derivante dall’energia prodotta. Non vi sarebbe neppure bisogno di preoccuparci troppo della nostra estrema scarsezza di tecnici. Ci basterebbero infatti pochi «guardiani di centrale» e, male che vada, potremmo sempre reclutarli all’estero, pagando loro convenienti stipendi …

La seconda strada consiste invece nel realizzare in Italia quel ciclo completo di utilizzazione dell’uranio e del torio di cui ho prima parlato …

Quale delle due strade è la più conveniente per il nostro paese? Le opinioni sono discordi. La prima strada, più facile, che richiede investimenti molto minori e dà più rapidamente dei profitti, è quella per la quale si sono avviate le nostre industrie private. È di un mese fa, ad esempio, la notizia che la Edison ha perfezionato i suoi accordi con la Westinghouse per l’acquisto di un impianto elettronucleare completo della potenza di 134.000 chilowatt, basato su reattori del tipo del reattore del Nautilus, il sommergibile a propulsione atomica americano.

Questi reattori, in cui dovrebbe essere impiegata buona parte dell’uranio 235 che gli Stati Uniti hanno promesso di concedere in uso al Governo italiano, sono infatti proprio quelli che producono energia, ma non nuovo combustibile nucleare. Diverso sembra invece essere l’orientamento dell’industria statale e certamente diverso è l’orientamento dei fisici …

Si vede dunque come la prima strada, la strada facile, in realtà non esista. A meno che non si cerchi, da qualche parte, un successo demagogico, per riscattarsi di fronte all’opinione pubblica dei lunghi anni di disinteresse e di inerzia …

Infine non bisogna dimenticare l’estrema pericolosità di tutta l’industria nucleare che, se tale industria rimanesse in mani private, verrebbe a creare uno di quei casi tipici di conflitto tra interesse pubblico e interesse privato, che si possono risolvere appunto solo con l’intervento statale … Tutti i combustibili nucleari, a meno che non siano estremamente diluiti come si verifica nell’uranio naturale, sono di loro natura esplosivi e vanno di conseguenza trattati e conservati con estrema cautela … non meno grave è l’altro aspetto della pericolosità dell’industria nucleare: pericolosità delle radiazioni che sono presenti in tutti i suoi impianti. Per render minime le conseguenze perniciose dell’irradiazione sui singoli e sulla loro discendenza, tutti gli impianti debbono essere potentemente schermati … il privato avrebbe un interesse molto forte a ridurre lo spessore degli schermi …

    E questo discorso, non andava bene a Silvestri tanto che ne nacque una polemica sulle pagine de Il Mondo. Ed anche gli altri che si occuparono di legislazioni nucleari europee e di quale legislazione sarebbe stata necessaria. Il fine di tali interventi, neppure tanto nascosto, era il sostegno alla nazionalizzazione dell’energia elettrica e sembrava che Silvestri non se ne accorgesse preso come era a polemizzare duramente con tutti gli Amici del Mondo per alcuni mesi dopo il convegno.

    Durante la polemica Ippolito non prese posizione perché, secondo Silvestri, stava portando in porto il Progetto ENSI che avrebbe regalato (espressione di Silvestri) un reattore nucleare al Meridione. Inoltre, come già detto, Ippolito riteneva prematuro esprimersi su che tipo di reattore orientarsi in Italia per la mancanza di sperimentazione in proposito non solo in Italia ma nel mondo.

    In ogni caso gli eventi andarono avanti con il CNRN che acquistò forza fino a fagocitare oltre un terzo dei ricercatori del CISE. Inoltre, da un certo punto in poi (sul finire del 1957) fu votata nel CNRN una risoluzione che escludeva il CISE da qualunque organismo si fosse messo su. Il CISE riuscì comunque a sopravvivere con i pochi finanziamenti che gli ottusi industriali italiani concedevano ed ottenne anche contratti di ricerca dall’Euratom (US-Euratom Joint Program). Doveva arrivare il 1962 perché il CISE fosse riammesso tra gli enti riconosciuti dal, a quel momento, CNEN e ottenesse contratti di ricerca (che dal 1957 erano stati cancellati).

ISPRA-1

  Sotto la presidenza Giordani, come già accennato, il CNRN prese contatti con varie società USA per l’acquisto di un reattore nucleare di ricerca. L’acquisto fu deliberato sotto la presidenza Focaccia: si trattava di un reattore Cp5 della società Allis Chalmers (era stato scelto da Giordani, Amaldi, Ferretti e Salvetti). Il reattore fu quindi fatto venire in Italia, montato a Ispra (sul lago Maggiore), inaugurato il 13 aprile del 1959 e battezzato Ispra I (verso la fine del 1959, l’intero centro di ricerche nucleari di Ispra fu ceduto dall’Italia all’Euratom, come avveduto gesto politico di Ippolito che però, come visto dalla versione Silvestri, non piacque per nulla al CISE che puntava a denaro dello Stato ai fini degli interessi dell’industria privata, particolarmente elettrica).

Il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, mentre inaugura (13 aprile 1959) il reattore Ispra-1. [Da Paoloni

Esterno del reattore Ispra-1.

Interno del reattore Ispra-1.

    La vicenda Ispra-1 provocò la denuncia degli accordi tra CISE e CNRN (su proposta di Amaldi ed Ippolito). Il CNRN si assunse il ruolo di ente funzionante negli interessi nazionali e molti tecnici del CISE passarono, in quel momento, al CNRN. Nonostante le apparenze si trattava di un successo importante per il CNRN che in sei anni era riuscito a mettere in funzione un reattore nucleare sul fronte della ricerca applicata e il sincrotrone a Frascati (sotto la direzione scientifica di Giorgio Salvini, 1958) sul fronte della ricerca fondamentale. Merita inoltre almeno un cenno il grande successo della nostra fisica a Frascati che, con l’Anello di Accumulazione AdA, inizierà una generazione completamente nuova di acceleratori di particelle. Questa piccola macchina nacque da un’idea di Bruno Touschek e fu progettata e realizzata a Frascati, oltre che da Touschek, da Carlo Bernardini,  Gian Franco Corazza e Giorgio Ghigo. La piccola macchina che rivoluzionò la fisica delle alte energie, la prima al mondo, fu realizzata in un solo anno. Alle ultime battute della storia di AdA, Carlo Bernardini conclude amaramente: “Ma l’Italia non è un Paese abbastanza ricco e i tempi in cui Salvini, Amaldi ed Ippolito riuscivano a superare facilmente le difficoltà burocratiche e amministrative e ad avviare un’impresa in pochi giorni sono passati da un pezzo: Adone [la macchina con i principi di AdA ma molto più grande] fece appena a tempo a partire che già la musica era cambiata“. Adone era stato appena progettato ma per la sua realizzazione si dovette attendere il 1969.

L’elettrosincrotrone di Frascati (1959)

Salvini (in primissimo piano) con Gronchi all’inaugurazione del Sincrotrone. Alle spalle di Salvini si riconosce il ministro Colombo. Da www.lnf.infn.it/edu/visite/mostra.php

Frascati, un momento di discussione al sincrotrone. A destra si riconosce Amaldi; alle sue spalle Ippolito. Colui che è di spalle a sinistra è Giorgio Salvini. Da www.lnf.infn.it/edu/visite/mostra.php

Inaugurazione dell’elettrosincrotrone di Torino (1959). Il secondo da sinistra è Felice Ippolito.

AdA

Bruno Touschek

Carlo Bernardini

LE TRE CENTRALI

   L’industria elettrica comincia a capire che occorre sbrigarsi perché lo Stato potrebbe iniziare a produrre in proprio energia elettrica ottenuta per via nucleare. Alla fine del 1955 il presidente della Edison, ingegner Valerio, si reca negli Usa per trattare l’acquisto di una centrale nucleare. Il contratto, dopo un preliminare del 1956 attraverso la Società elettronucleare italiana (Selni), fu firmato nel 1957 con la Westinghouse (il finanziamento fu garantito dalla Export-Import Bank americana). Il reattore, la cui costruzione partirà in forte ritardo per motivi tecnico finanziari (ritardi dello Stato ad assumere la garanzia di rischio e mancanza di un accordo bilaterale tra Italia ed USA, accordo che arriverà solo nel 1958), era del tipo ad acqua in pressione (Pwr) della potenza di 242 Mw ed entrò in funzione nell’ottobre del 1964 a Trino Vercellese.  Il finanziamento dell’opera, ammontante a 34 milioni di dollari, per cui si era richiesta la concessione della garanzia dal rischio di cambio allo Stato (ho già detto dell’imbroglio che c’è dietro questa formula), sarebbe stato erogato solo nel 1960. Fa però prima l’industria di Stato o a partecipazione statale.

La centrale nucleare di Trino Vercellese

    Tra il luglio del 1957 ed il luglio del 1958 la Iri-Finelettrica tramite la SEN (Società Elettronucleare Nazionale), nell’ambito del Progetto ENSI del quale ho parlato, ordinò alla General Electric (che poi lo realizzò) un reattore del tipo ad acqua bollente (Bwr) della potenza di 150 Mw. Solo il progetto ebbe un costo complessivo di 226 milioni di lire dell’epoca cioè 361.649 dollari contro i preventivati 100.000 dollari. Il  reattore, come già anticipato,  entrò  in  funzione  nel  gennaio  del  1964  sul  fiume Garigliano nel comune di Sessa Aurunca.

La centrale nucleare di Garigliano

    Nel mese di novembre del 1957 l’ENI, che nel frattempo (1956) aveva costituito una sua sezione che si occupava di costruzioni nucleari (l’Agip nucleare), nella persona di Enrico Mattei, ordinò all’inglese Nuclear Power Plant Company un reattore del tipo Magnox della potenza di 200 Mw. La Nuclear Power Plant Company e la Società italiana meridionale per l’energia atomica (SIMEA), compartecipata da ENI, Agip-nucleare e IRI, firmavano un contratto per la costruzione di un impianto a Latina, del costo complessivo di 49 miliardi di lire, erogati per metà in lire e per metà in sterline. Il reattore, al contrario degli altri due, era ad uranio naturale e raffreddato a gas. La centrale fu costruita vicino Latina ed entrò in funzione nel maggio del 1963. Pur se la realizzazione di tale centrale non era stata concordata con altri enti di Stato, era pur sempre un successo dell’industria di Stato che, dopo l’IRI realizzatore di Garigliano, vedeva l’ENI realizzatore di Latina e con due prototipi tra i più importanti allora in commercio.

Mattei ed altre personalità in visita alla centrale nucleare di Latina (foto ENI)

    Sul costo delle tre centrali non si sa nulla di preciso. I dati che ho fornito sono di Rita Rigano della Banca d’Italia.  È stata fatta ufficiosamente la cifra complessiva di 152 miliardi, ma sulla sua attendibilità non sono in grado di dire nulla. Riguardo ai costi «secondo stime ufficiali dell’Enel l’energia elettrica da esse prodotta costava per un funzionamento di 7.000 ore all’anno, lire 7,80 (Latina), lire 7,20 (Garigliano), 5,40 (Torino), di fronte al costo dell’energia tradizionale inferiore a lire 5. Ciò significa che l’onere annuo che l’Italia deve sostenere si aggira sui sette-otto miliardi» (12). Sul problema dei costi si scatenerà la polemica qualche anno più tardi. Per ora c’è solo da osservare che questo, allora, era inevitabile come del resto importante era proseguire sulla strada dell’acquisizione immediata di tecnologie per potersi al più presto inserire nel mercato nascente.

    I problemi affrontati nella progettazione e realizzazione delle tre centrali furono principalmente:
– l’incertezza relativa ai costi e di esercizio;
– l’ubicazione in base ai diversi requisiti tecnici ( vicinanza ai centri di consumo, sufficiente distanza dai centri abitati, presenza di acqua dolce o di mare in quantità sufficiente per il raffreddamento, accessibilità a strade ed autostrade, caratteristiche geologiche del terreno, condizioni meteorologiche particolari con speciale riferimento ai venti, densità della popolazione, possibilità di scarico) e al razionale inserimento dell’energia elettrica prodotta nella rete nazionale;
– il rischio di cambio, legato ai finanziamenti poiché la controparte era estera, con tutti gli oneri caricati allo Stato.
    Inoltre, poiché il nucleare richiedeva un controllo diretto dello Stato per lo sfruttamento dei materiali fissili, secondo quanto stabilito dai protocolli internazionali e dalle leggi che regolavano la materia nei paesi europei e negli Stati Uniti, riprese il dibattito sulla nazionalizzazione non solo del comparto nucleare ma dell’intero sistema elettrico.

SECONDA CONFERENZA DI GINEVRA

        Subito dopo le dimissioni di Giordani dal CNRN del 1956, il ricostituito Comitato cercò di impostare un piano di lavoro relativo a ricerche nucleari con scadenze quinquennali. L’elaborazione di tale piano fu di varie commissioni di studio, a presiedere le quali vi erano vari componenti del Comitato e nelle quali erano state chiamate varie personalità di “chiara fama” (una volta questa dizione indicava veri esperti)  in vari campi (scienziati e tecnici dell’università, esperti ministeriali, esperti dell’industria nucleare). Dopo un anno di lavoro venne pubblicato (1958) un “libro bianco” che conteneva le risultanze dei lavori delle commissioni. Tale libro venne presentato alla Seconda Conferenza di Ginevra che si tenne nell’estate del 1958 ed in esso vi era delineata la politica nucleare che sarebbe dovuta essere dell’Italia almeno per i successivi 5 anni: sviluppo delle ricerche in campo nucleare, fisica e tecnologia dei reattori nucleari, ricerche minerarie di combustibili nucleari, protezione sanitaria delle popolazioni e dei lavoratori negli impianti, criteri di sicurezza per la localizzazione degli impianti. La spesa prevista in 5 anni per la realizzazione di quanto previsto era compresa tra 100 e 120 miliardi di lire. Il fine chiaro del piano era quello di spingere il governo a varare una legge nucleare che continuava ad essere promessa e non realizzata.

    La partecipazione italiana alla Seconda Conferenza di Ginevra, che seguiva di tre anni quella del 1955 e che aveva visto l’Italia partecipare con 6 comunicazioni (4 delle quali del CISE), fu invece di 50 comunicazioni (in gran maggioranza del CNRN), 14 delle quali ammesse ad essere presentate oralmente. A margine della Conferenza, Mattei annunciò l’acquisto del reattore nucleare da installare a Latina da parte dell’Agip Nucleare ed il CNRN annunciava l’acquisto di un reattore di ricerca da installare nel Centro di ricerca Casaccia (vicino Roma) che stava per

Una vecchia immagine de uno dei primi edifici che costituirono la Casaccia.

essere costruito. Tale centro si sarebbe dovuto occupare di tutte le ricerche collegate all’energia nucleare di natura: tecnologica, fisica, chimica, metallurgica, radiologica e applicative in agricoltura. Sarebbe stato un importante investimento in connessione con la creazione dell’Euratom con la speranza che l’Europa assegnasse all’Italia la sede di esse. Inoltre il governo avrebbe probabilmente avuto questo motivo come incentivo per varare, infine, una legge nucleare con il connesso finanziamento del piano previsto dal libro bianco del CNRN. A questo proposito, Ippolito e Simen, affermano:

È questo un argomento sempre lasciato in ombra e ovviamente non gradito agli ambienti governativi, lenti a muoversi ed a decidere, ma sempre preoccupati di apparire autonomi di fronte ad iniziative internazionali e gelosi custodi del “buon nome” del paese: ed in effetti questo argomento non fu mai invocato nella lunnga discussione, che seguì all’accordo del luglio ’59. Fu soltanto Ippolito, al congresso della Società italiana di fisica nell’autunno del ’59 a Pavia, attaccato da taluni gruppi di scienziati per la “cessione,” come si disse, del centro di Ispra all’Euratom, ad invocare, tra gli altri, questo elemento a difesa della politica seguita e di cui egli era stato zelante assertore. E che egli fosse, almeno parzialmente, nel vero è dimostrato da due fatti: primo, che nel preambolo dell’Accordo per Ispra viene dichiarata la volontà del governo italiano “di non rallentare i suoi sforzi nel piano nazionale nel settore nucleare” e confermato che è “sua intenzione (del governo) intensificare il proprio programma di ricerche”; ma risulta che tale capoverso fu sostitutivo di altro ben più esplicito, giudicato inopportuno dai negoziatori italiani, in cui il governo italiano si impegnava per un programma quinquennale di 100 miliardi e per la legge. Secondo, che in effetti dal disegno di legge, presentato dal ministro Colombo, fu stralciata la istituzione del CNEN ed il finanziamento del piano quinquennale (ridotto a 80 miliardi), lasciando non risolti i problemi di fondo della utilizzazione industriale dell’energia nucleare (ove maggiori erano i contrasti) e tale “stralcio” fu con insolita celerità fatto approvare nell’agosto ’60, unitamente alla legge di ratifica dell’ Accordo di Ispra.
 

    Tale accordo, negoziato da una delegazione italiana capeggiata dall’on. Campilli, fu firmato il 29 luglio 1959 a Roma e fu ratificato a larga maggioranza dal Parlamento, divenendo Legge dello Stato il 1° agosto 1960. Ed al CNRN, che si avviava ad avere personalità giuridica come CNEN, con apposita legge, venivano caricati gli oneri di parte italiana dell’accordo. D’interesse è il fatto che, per la prima volta, la destra si divise nel giudicare l’accordo (Fiat e Montecatini, già attrezzate per produrre componenti nucleari nel loro centro di ricerche realizzato a Saluggia presso Novara, furono favorevoli; gli industriali elettrici furono decisamente contrari per ciò che intravedevano nell’istituendo CNEN: un ente di prestigio potenziale realizzatore di centrali nucleari per la produzione di energia elettrica in concorrenza con loro). Ma molto più importante fu il fatto che tale accordo con l’Euratom apriva alla discussione della legge nucleare. Poiché la discussione si allungava per gli industriali che ritenevano il progetto in discussione troppo statalista e la sinistra troppo liberista, dal governo fu approvato uno stralcio, successivamente emendato dal Parlamento, che istituiva il CNEN (Comitato Nazionale Energia Nucleare) in sostituzione del CNRN e ne stabiliva compiti ed attribuzioni (oltre a finanziarne il piano quinquennale con 80 miliardi). Tale legge, la 933, fu promulgata l’11 agosto 1960.

    Secondo Silvestri tale legge, oltre ad essere la peggiore del mondo, si portava dietro l’irrazionale fardello di dover provvedere ai finanziamenti per la ricerca fondamentale in fisica nucleare.
 

IL CNEN

   «In definitiva la legge 11 agosto 1960 n° 933, pur presentando varie incongruenze (fondamentale quella della presidenza dell’ente affidata al ministro pro tempore dell’industria, che assumeva la figura di controllore-controllato) rappresentò un sostanziale passo avanti […]. Venivano al nuovo ente, non solo le attribuzioni che erano già state del CNRN, ma altresì nuove   responsabilità come quella di procedere al controllo e alla vigilanza tecnica su tutti gli impianti nucleari, sia in fase di costruzione che di gestione, di eseguire i collaudi» (13).

   Ippolito è nominato segretario generale del CNEN ed inizia così a portare un attacco al CISE togliendogli con proposte e contratti allettanti gran parte dei ricercatori. Il CISE di fatto non riesce più a lavorare ed il CNEN diventa l’unico ente che in Italia si occupa di ricerche applicative in campo nucleare, acquista natura giuridica di ente pubblico con proprio patrimonio e propria autonomia. Ma non era un ente pubblico a carattere economico che potesse quindi svolgere attività imprenditoriale nel settore industriale. Nel portare avanti le sue spregiudicate operazioni l’intraprendente Ippolito si muove anche politicamente stringendo amicizie e operando a fianco delle forze che stanno per dar vita al primo centrosinistra (tra questi il potentissimo presidente della Fiat, Vittorio Valletta).

    Va comunque osservato che la legge istitutiva del CNEN era una legge stralcio e lasciva scoperti molti aspetti della questione “energia nucleare”. Nel gennaio 1961 fu il governo a presentare al Senato un disegno di legge più organico, concernente l’uso pacifico dell’energia nucleare nel quale si trattava anche di istituzione, funzioni e finanziamenti del CNEN medesimo. Il disegno di legge era suddiviso in quattro capitoli: materiali ed impianti nucleari; responsabilità civile dipendente dall’impiego pacifico dell’energia nucleare; disposizioni penali per i contravventori; disposizioni finali e transitorie. Restava non ben chiarito il rapporto con l’industria privata che emergeva in quanto l’energia nucleare era vista solo come una sorta di innovazione tecnologica per produrre elettricità. Sembrava quindi indispensabile capire come ci si mettesse in relazione con l’industria elettrica, tanto più che l’energia nucleare era riconosciuta come monopolio di Stato. Sembrava però che questo monopolio potesse essere scavalcato mediante il sistema delle concessioni o delle autorizzazioni sotto il vincolo fondamentale che il concessionario o l’autorizzato doveva mostrare di avere  capacità tecnica ed economica adeguata (e ciò avveniva essendo tutti consapevoli che una centrale elettronucleare privata – Edison – era già in via di costruzione senza nessuna concessione o autorizzazione). Altri aspetti, apparentemente d’altra natura, si legavano a questo. In quegli anni si era giunti alla unificazione delle tariffe elettriche sul territorio nazionale. Ciò poneva il problema dell’interconnessione elettrico tra le varie società elettriche esistenti in Italia. Ma si poneva anche il non facile problema della riserva (ci si assume l’onere di centrali che dovrebbero entrare in funzione solo in caso di picchi di richiesta di potenza ?) e, finalmente, di quello della costruzione di una dorsale appenninica che legasse insieme tutti gli elettrodotti esistenti per poter, successivamente, connettere più agevolmente l’Italia alla grande rete europea. Si può capire come anche questi problemi di politica europea dovessero interessare il governo ma anche su questo vi erano interventi contrari dell’industria elettrica che parlava di politica dirigista del governo. Tutto l’insieme dei problemi faceva sempre più pendere la bilancia verso la nazionalizzazione. Ciò anche perché l’Italia era il Paese più esposto in Europa sul fronte degli investimenti nucleari e non poteva realisticamente dare in graziosa concessione ai privati le centrali nucleari in costruzione e pagate dallo Stato.

   In questa prima fase di attività il CNEN assume il ruolo di finanziatore delle sezioni nucleari che sono state messe su dalle varie industrie private, questo almeno fino al 21 dicembre del 1962, quando dal primo governo di centrosinistra venne approvata la legge nucleare presentata a gennaio 1961 in Senato. «L’importanza della legge era notevole, dato che eliminava una situazione di carenza giuridica, che aveva creato gravi difficoltà in passato e che sempre maggiori ne avrebbe suscitato col sempre maggiore sviluppo della nuova fonte di energia» (14).

    Una delle cose che la legge prevede è che «la produzione di  energia nucleare è riservata allo Stato o a società a prevalente partecipazione statale»; d’altra parte era appena nato l’Enel (fine 1962) e quindi questa disposizione era logica conseguenza di quanto previsto nella legge che istituiva l’Enel stesso.

   Quando fu approvata la legge nucleare il primo piano quinquennale (1959-1964) del CNEN era già in esecuzione. Il piano prevedeva lo studio di quattro tipi diversi di reattori da progettare e sperimentare per trovare quello che più si adattava alle esigenze italiane: reattore ad acqua bollente, reattore moderato con sostanze organiche deuterate, reattore refrigerato con metallo  liquido e reattore refrigerato a gas ad altissima temperatura. La precedenza era stata data a due programmi di grande entità, il PRO ed il PCUT, programmi che, ambedue, tentavano di favorire la nascita di una autonoma industria nucleare italiana in grado di costruire reattori e di fabbricare combustibili (si deve notare che questa grande apertura verso l’industria fu quella che ruppe il fronte padronale, isolando l’industria elettrica).

    Il Programma Reattore Organico (PRO), formulato in gran parte da Bruno Ferretti, prevedeva la progettazione e la costruzione di un reattore nucleare ad uranio arricchito refrigerato e moderato con liquido organico. Si trattava, nelle parole di Ippolito e Simen:

di progettare e costruire, a spese dei CNEN, un prototipo di un impianto, munito di un reattore inizialmente previsto per una potenza di 30 MW termici, dotato di estrema flessibilità ed attrezzato con impianti ausiliari per la ricerca, atto quindi a fornire dati sulle prestazioni tecniche e sui costi di esercizio futuri. Ma l’aspetto più interessante del programma fu che il CNEN chiamò a collaborare, al puro costo, tre industrie potenzialmente costruttrici di impianti: l’Agip nucleare del gruppo ENI, la Fiat e la Montecatini. L’accordo parafato a Milano nei primi mesi del ’60 (mentre ancora la Legge del CNEN era in discussione al Parlamento) tra l’ing. Mattei (per l’ENI), il prof. Valletta (per la Fiat), l’ing. Giustiniani (per la Montecatini) e i proff. Ferretti e Ippolito (per il CNRN) rappresentò indubbiamente un successo di prestigio e di fiducia per l’organismo nucleare e sottolineò implicitamente quell’aspetto di rottura del fronte, di cui si è accennato sopra. Il programma era strettamente connesso con un analogo programma americano, tanto che un’apposita intesa prevedeva scambio di notizie ed informazioni, e pertanto non poté non subire i contraccolpi del successivo mutato orientamento statunitense verso questo tipo di reattore. Quindi, come molti programmi di ricerca, in un settore cosi avanzato, ha subito rimaneggiamenti anche sostanziali lungo la via: peraltro il rapporto Medici, sulla energia nucleare in Italia, presentato al Parlamento nella primavera del 1964, quando Ippolito aveva lasciato il CNEN, ne rivendica gli aspetti positivi e ne indica il successivo sviluppo.
 

    Il Programma Ciclo Uranio Torio (PCUT), ancora secondo Ippolito e Simen:

anche avviato tra il 1959 e il ’60, riguardava invece il settore dei combustibili, ed in particolare lo studio del ciclo uranio-torio (e da ciò la sua sigla PCUT); esso aveva per obbiettivo di valutare le possibilità tecniche ed economiche di adottare questo ciclo in reattori ad acqua (come quelli installati in Italia per le due centrali del Garigliano e di Trino Vercellese). Tale programma, attuato in stretta connessione con un programma della Commissione atomica americana – con la quale fu firmato alla fine del ’62 uno specifico accordo – prevedeva la messa a punto di un processo per il trattamento chimico del combustibile irradiato e la progettazione, costruzione ed esercizio di un impianto pilotato a ciclo integrale, nel quale cioè fosse possibile il trattamento chimico degli elementi esauriti e la rifabbricazione di elementi combustibili nuovi. Per questi studi, per le direttive di sopra indicate, il CNEN si avvalse della collaborazione della Bombrini-Parodi-Delfino, che già aveva iniziato delle ricerche in tal senso, secondo un contratto firmato nel corso del 1961 dal Presidente del CNEN, on. Colombo, e dal Presidente della BPD.

    I due impianti furono ubicati lontano da centri abitati e con attenzione alla dislocazione in tutto il territorio. Il primo presso il lago Brasimone (Appennino emiliano), il secondo a Trisaia (vicino il Mar Ionio). Da notare che la collaborazione con l’industria nel settore nucleare fu estesa ad altri progetti, come la propulsione nucleare e la fabbricazione di elementi di combustibile tramite una società mista, la Italatom (quest’ultima iniziativa sarebbe servita ad avere finanziamenti da parte dell’Euratom e per inserirci in eventuale concorrenza europea senza più essere dipendenti da esosi fornitori stranieri.

    Questi progetti davano al CNEN e quindi al governo un notevole prestigio. L’Italia poteva realizzare agilmente senza necessità di altre presenze. E da questo momento Ippolito divenne un’altro nemico dell’industria privata, dopo Enrico Mattei. L’industria elettrica non lo perdonò per tutto questo e particolarmente la Edison confezionò un dossier che consegnò a quattro servili parlamentari DC perché creassero scandalo in Parlamento, scandalo dal quale partì il Processo Ippolito.

   Ma tornando al progetto, esso era decisamente ambizioso, qualcuno dice avveniristico e qualcun altro folle. Rimane il fatto che questo fu il primo (e l’unico) serio tentativo di mettere l’Italia in corsa a  livello mondiale per la produzione e la vendita di reattori nucleari. Stavo dicendo che all’approvazione della legge nucleare il  primo piano quinquennale era già molto avanti. Tra l’altro era  già stato presentato (ottobre 1962) il secondo piano quinquennale (1965-1969). «Esso prevedeva la progettazione e l’installazione di mille-millecinquecento Mw elettronucleari entro il 1970 con due-quattro centrali» (15) di seconda generazione capaci di elevare il contributo dell’aliquota di energia elettrica da nucleare rispetto al totale della produzione elettrica a quella data.

   Agli inizi del 1963 Ippolito fu nominato consigliere dell’ENEL sotto la presidenza dell’avvocato democristiano, barese e moroteo, Antonino Di Cagno, nominato il 9 febbraio 1963. Si deve tener conto, qualunque sia l’operato specifico in discussione, che, a quel momento, vi era da capire come suddividere le responsabilità nel settore nucleare tra CNEN e ENEL, ed occorreva disporre delle competenze di qualcuno che fosse tra i promotori della nascita ENEL e della nascita CNEN. Francamente l’unico che avesse queste competenze, in seno al consiglio direttivo ENEL era solo Ippolito. Il direttore generale Angelini, ad esempio, era uomo dell’Industria privata e dal punto di vista di chi si era speso per fermare l’invadenza degli elettrici, non affidabile.  «Tutti i designati [al consiglio di amministrazione, ndr] si resero dimissionari,  come voleva la  legge,  dalle  cariche  che occupavano, compreso Ippolito, per quanto riguardava la cattedra di geologia applicata, che occupava da molti anni presso l’università di Napoli. Ma non si fece parola della sua posizione presso il CNEN, benché il fatto fosse arcinoto alle autorità politiche che ebbero la responsabilità della scelta. Fu Ippolito a prendere l’iniziativa di dare le dimissioni da segretario generale del CNEN, facendosi però subito riassumere quale consulente con lo stesso compito e la stessa retribuzione, eliminando solo formalmente il rapporto d’impiego» (16). Quest’ultima cosa l’ho riportata perché su di essa faranno «cadere» Ippolito più tardi.

IL CENTRO SINISTRA

  Tutte le cose che sto raccontando hanno evidentemente dei riferimenti ben precisi con le vicende politiche che il Paese attraversa.  

   Dopo la cacciata delle sinistre dal governo nel 1947 è la Democrazia Cristiana che dirige l’intera vita politica italiana. Con governi monocolore, di centro destra o di centro, a seconda delle opportunità politiche e delle maggiori o minori pressioni che vengono da parte dei potentati economici e di coloro che detengono vecchi o nuovi privilegi, la DC mantiene tutto il potere e come una piovra si insinua ai vertici di tutti i posti che contano. Evidentemente tutto questo gli è permesso dal padronato nazionale ed internazionale perché sotto una parvenza populistica questo partito garantisce una continuità di fondo con il regime fascista (amministra le stesse leggi, con gli stessi magistrati, con gli stessi direttori generali e capi divisione, con lo stesso esercito). I privilegi sono sempre dalla parte di chi li aveva avuti nel passato; in più si comincia ad affermare una borghesia che non ha niente a che fare con quella imprenditoriale dei paesi europei d’oltralpe; questa borghesia è quella  parassitaria che molto bene oggi conosciamo e molto cara oggi paghiamo. All’ombra della DC tutto è lecito: il sottogoverno prospera, gli scandali si moltiplicano ed anche qui si gettano le basi di tutti quegli altri scandali che pian piano vennero alla luce. (19)

  La Democrazia cristiana (segretario Aldo Moro) tocca il culmine della provocazione quando nel 1960 il presidente della repubblica Giovanni Gronchi dà l’incarico di formare il nuovo governo a Ferdinando Tambroni, esponente della sinistra DC (il governo Tambroni succede a quello di Antonio Segni con Emilio Colombo all’Industria come nel governo Segni). Questi forma un governo sostenuto dal MSI (i fascisti). Le sacrosante reazioni popolari fecero cadere subito questo governo (19 luglio 1960) ma molti morti tra lavoratori e studenti si dovettero contare nelle piazze di tutta Italia. A questo governo succede quello monocolore Dc di Fanfani (ancora con Colombo all’Industria) che inizia le prime aperture ai socialisti e vara il CNEN con il finanziamento del primo piano quinquennale (21 agosto 1960). Da notare che è un governo di destra che suo malgrado procede a questa operazione che è l’anticamera della nazionalizzazione dell’industria elettrica che sarà votata il 18 giugno del 1962 (con ratifica parlamentare del novembre 1962) con faraonici indennizzi (1500 miliardi !) alle aziende elettriche non già agli azionisti ma alle società al fine di poterle invogliare ad altri settori industriali. Ma la cialtroneria della nostra industria parassitaria non seguì questa strada ma quella che uno dei massimi dirigenti IMI, Giorgio Cappon, così descrive:

«La nazionalizzazione ebbe come risultato di immettere un enorme capitale liquido nelle mani d’una classe ritenuta imprenditoriale. Era un’occasione storica e ritengo che quelli che si batterono allora per mantenere in piedi le società ex elettriche e farle destinatarie degli indennizzi pensassero a giusto titolo di avere fatto una scelta in favore dell’ imprenditorialità. Purtroppo si vide ben presto che, tra i gruppi ex elettrici, d’imprenditori non ce n’era neppure uno; i capitali che gli furono affidati furono dissipati al vento in iniziative sbagliate e non produssero per 1’economia italiana nessun beneficio che fosse lontanamente paragonabile, ad esempio, a quanto era avvenuto agli inizi del secolo con la nascita dell’industria elettrica dalla nazionalizzazione delle ferrovie» [Citato da Barrese].

    A ciò, dico io, si deve aggiungere una parte che non è qui il caso di affrontare, il fatto che molti dei soldi degli indennizzi andarono per destabilizzare la vita politica italiana, per tentare di violentare le istituzioni democratiche, per finanziare il terrorismo.

    C’è comunque da osservare che la nazionalizzazione di cui sopra non rappresentò una svolta politica in sé ma una conseguenza dell’adeguamento delle reti italiane al confronto con l’Europa che intanto modernizzava ed investiva nel settore elettrico, anche con investimenti sull’energia nucleare. Le aziende elettriche italiane erano estremamente frazionate e non collegate tra loro (interconnessione) con la conseguenza che un guasto in una centrale elettrica e la conseguente mancanza di alimentazione non era facilmente integrabile con afflusso di energia da altra centrale. Serviva una interconnessione che prevedesse anche centrali di riserva (in caso vi fosse stato un picco di richiesta). Ciò comportava che le differenziate tariffe elettriche in tutta Italia fossero unificate e, cosa che non si ricorda spesso, che l’energia elettrica raggiungesse ogni abitante (cosa che non era poiché ancora nel 1962 centinaia di paesini e borghi, particolarmente di montagna non erano serviti da linea elettrica (se si pensa al profitto non conviene portare una linea per utenti poveri). Quest’ultimo fatto era anche di impedimento allo sviluppo di una agricoltura ed allevamento moderni e quindi industrializzati.

    Fu particolarmente il PSI che spingeva e che da un certo punto aveva fatto di questo un simbolo politico, da quando cioè, durante le trattative per l’apertura a sinistra della Dc, questo partito, con i voti determinanti di fascisti e monarchici, elesse al Quirinale Antonio Segni (6 maggio 1962), uomo della destra Dc, contrario alla nazionalizzazione dell’energia elettrica e da lì a poco anche golpista (tentativo di golpe noto come SIFAR del generale Di Lorenzo che vedeva un Presidente della Repubblica invischiato).

    Dopo il succedersi convulso dei governi suddetti, Fanfani succede a se stesso ed il 21 febbraio 1962  forma il primo governo di centro sinistra composto da DC, PSDI, PRI, con l’appoggio condizionato del PSI (la collaborazione organica del PSI, anche con responsabilità governative, iniziò l’anno successivo). A tale governo, entrato in crisi il 15 maggio 1963, fece seguito (21 giugno 1963) un governo balneare DC guidato da Leone al quale, finalmente, seguì un governo organico di centro sinistra, anche con il PSI, guidato da Moro (dal 4 dicembre 1963 al 24 giugno 1968, con 3 incarichi successivi di Moro). Le cose sembrava partissero bene:  riforma della scuola media, imposta cedolare sulle azioni, legge sulle pensioni, unificazione del sistema elettrico con la nazionalizzazione e la creazione dell’Enel. Si vararono leggi che attendevano da tempo, si presero provvedimenti che servirono a far marciare più velocemente questa o quella iniziativa. Ma tutto morì su questo fervore di attività. Dietro di esso infatti grossi condizionamenti che venivano dal grande capitale internazionale erano intervenuti a bloccare tutto. Non solo. Anche quei campi d’attività dove si era sviluppata una politica autonoma e per molti versi vincente, ad esempio sui mercati internazionali (ENI, Olivetti, Farmaci, ecc.) ebbero un brusco arresto. Si aprì completamente l’Italia al capitale straniero con tutti i condizionamenti politici ed economici che questo fatto comportava (18). L’Olivetti che era l’industria italiana di punta del settore elettronico stava immettendosi sul mercato mondiale dei calcolatori elettronici. Nel 1964 il nostro governo permise che questa grossa speranza del nostro Paese fosse acquistata dalla multinazionale americana General Electric. Una nascente ricerca sul farmaco nell’Istituto Superiore di Sanità venne stroncata con l’arresto del Direttore dell’Istituto, Domenico Marotta. Per quel che riguarda poi l’argomento di cui ci stiamo occupando, come già detto, nel ’62 fu approvata la legge nucleare e fu nazionalizzata l’energia elettrica con la creazione dell’Enel. Ma nello stesso tempo nell’ottobre 1962 viene assassinato Mattei, un anno dopo viene liquidato Ippolito, la politica energetica del nostro Paese passa completamente in mano alle sette sorelle e al capitale internazionale.

ENRICO MATTEI

   Non intendo qui certamente raccontare tutta la storia di Enrico Mattei ma solo indicare qualche tappa, qualche momento che serva a far capire il tipo di politica da lui portata avanti, quali protezioni aveva, quali interessi intaccava e quindi il perché è stato eliminato.

  Abbiamo già ricordato che nel 1945 Mattei fu messo a capo dell’Agip perché la liquidasse. Frugando però tra i documenti riservati dell’ente ne trovò uno che parlava della scoperta di un giacimento di metano fatta nel 1944 in un paesino della Val Padana. Questa scoperta era stata tenuta segreta alle autorità tedesche di Milano. I lavori erano stati sospesi in attesa dell’esito della guerra. Il rinvenimento di questo documento fu la base di lavoro di Enrico Mattei e dell’Eni.

Cominciarono quindi le prime ricerche e si cominciò a trovare il primo metano nella pianura padana. Mattei riuscì subito a vincere la guerra con i  privati che chiedevano concessioni. Grazie ai suoi appoggi politici (era membro del consiglio

nazionale della DC e consultore nazionale dell’Anpi alla Consulta Nazionale) in

I componenti del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà alla sfilata a Milano il 6 maggio 1945:- Mario Argenton – Giovanni Battista Stucchi – Ferruccio Parri – Raffaele Cadorna – Luigi Longo – Enrico Mattei – Fermo Solari. Da www.indicius.it/torpore/comandante_iso.htm

Torino, 1961. Sfilata per la celebrazione della  Resistenza: sono riconoscibili, con Ugo La Malfa,  Luigi Longo, Enrico Mattei, Riccardo Lombardi,
Ferruccio Parri, Sandro Pertini. Da giornale.regione.marche.it/…/foto27b.htm

particolare del ministro Ezio Vanoni, riuscì ad ottenere l’esclusiva delle ricerche e dello sfruttamento in Val Padana.

Mattei con De Gasperi

    Mattei sa sfruttare ogni minimo appiglio per dar forza a sé ed all’Agip. Nel 1949 sfrutta abilmente la scoperta di una piccola quantità di petrolio in un giacimento di metano. Batte grancassa aiutato dal «Corriere della Sera»:  “In Italia c’è il petrolio!”. Questo imbroglio durò poco ma bastò il tempo necessario affinché in Parlamento fosse presentata ed approvata la legge che istituiva l’ENI (1953). La nascita di questo ente fu certamente una grossa vittoria contro la Confindustria che aveva tenacemente avversato la sua nascita e contro le multinazionali del petrolio che vedevano poco benevolmente il sorgere di un ente di Stato come concorrente. Da questo punto inizia la scalata di Mattei. Egli «seppe sfruttare nella maniera migliore il caos della direzione politica italiana. La sua leva di potere principale fu la DC, un partito senza un’ideologia se non quella dell’interesse privato, composto di tendenze ed uomini diversissimi fra loro, uniti soltanto da un’alleanza per il potere, per mantenere il potere. Mattei s’appoggiò, e quindi finanziò ora un gruppo, ora un altro, spesso più gruppi insieme. […] Comprò consensi anche in altri raggruppamenti politici. […] La corruzione ha una parte importante nella scalata al successo di Mattei» (19).

     «Per Mattei non sussistevano né problemi di legittimità, né problemi di controllo» (20).

     Tra l’altro egli «ha insegnato ai suoi successori come si può comprare la repubblica. È stato il più grande corruttore di questo Paese» (21).

     Ad un certo punto Mattei capì che il bluff del petrolio Italiano non poteva durare. Incominciò allora a rivolgersi ai Paesi produttori di petrolio. Evidentemente, nel cercare di penetrare in zone già di fatto monopolizzate dalle sette sorelle, si urtavano grossissimi interessi. Questo Mattei lo sapeva ma non desistette. Anzi entrò in concorrenza con le grosse compagnie petrolifere offrendo ai Paesi produttori condizioni più vantaggiose. «Escogitò una formula per cui il

Mattei in Marocco (1958).

rischio iniziale della esplorazione veniva totalmente assunto dall’Eni, di modo che in caso di  completo fallimento delle ricerche il governo che dava la concessione non subiva alcun danno […]; se e quando si trovava il petrolio in quantità commerciale utile […] allora il Paese si assumeva in pieno la qualità di socio: doveva pagare metà del costo di sviluppo del giacimento e rifondere entro un certo periodo di tempo le spese d’impianto affrontate dai concessionari stranieri. Come contropartita il paese produttore diventava anch’esso proprietario di metà del petrolio e gas naturale prodotto, oltre a percepire la tradizionale parte del 50% sui margini risultanti tra il costo materiale ed il prezzo di vendita del petrolio greggio. […] L’effetto psicologico di questa innovazione [rispetto alla classica condizione del solo 50%, n.d.r] fu considerevole: sembrò elevare la condizione del governo in causa da quella di collettore di tasse e di oggetto di munificenza a quello di coindustriale, di socio attivo, senza tuttavia che il governo partecipasse al rischio di una perdita totale dovuta a una eventuale assenza di petrolio» (22).

   Contemporaneamente alla politica di penetrazione nel mercato del petrolio, Mattei portava avanti anche un’altra politica, quella della raffinazione e della petrolchimica. «Basti pensare in proposito all’azione che egli intraprese nel settore dei fertilizzanti dove infranse totalmente il monopolio  fino allora detenuto dalla Montecatini provocando un ribasso del prezzo dei fertilizzanti dell’ordine del 25-30%» (23).

     Mattei ebbe anche il merito di aprire verso i mercati dell’Est con interscambi particolarmente vantaggiosi per ambedue i contraenti: macchinari italiani in cambio di petrolio sovietico (tra l’altro questa operazione di importazione di petrolio dall’Urss da una parte sottrasse Mattei ai ricatti del monopolio delle grandi compagnie petrolifere, dall’altra svincolava l’Italia dal pagamento di una parte del greggio con valuta pregiata, dall’altra ancora riforniva l’Italia con petrolio che costava molto meno rispetto a quello del monopolio delle sette sorelle).

Mattei con Gromiko, URSS. Foto eniscuola.

  Anche su questo fronte Mattei fu duramente attaccato sia in Italia che all’estero: vi furono continue proteste americane a livello del  nostro governo.  E quando espose la sua linea  di politica energetica, difendendo le sue scelte, in un convegno a Piacenza (1960), un alto funzionario americano del monopolio del petrolio si meravigliò con P.H. Frankel del come mai nessuno avesse ancora trovato il modo di far uccidere Mattei. I primi grossi scontri di Mattei con le multinazionali del petrolio iniziarono comunque nel 1957.

  La Francia aveva scoperto nel Sahara, in territorio algerino, grossi giacimenti petroliferi. L’Algeria era allora possedimento francese e pertanto gli americani non potevano intervenire scopertamente contro qualcuno o corrompendo qualcun altro. Essi agirono su due fronti, da una parte finanziando il Fronte Nazionale di Liberazione algerino (è incredibile che gli Usa sembrino rispettosi della libertà di

Mattei con lo Sha di Persia. Foto eniscuola.

un popolo!) e dall’altra chiedendo ripetutamente all’Onu che si votasse una risoluzione favorevole alla sua indipendenza politica. Di fronte a queste manovre la Francia cedette ad un accordo con le compagnie petrolifere relativo allo sfruttamento del Sahara. Mattei cercò di inserirsi nell’affare trattando con il re

Mattei in Cina. Foto eniscuola.

Idris di Libia in modo da ottenere concessioni per la ricerca e l’eventuale sfruttamento nelle zone di Sahara confinanti con quelle algerine. All’inizio tutto andò bene. Ci si accordò su tutto ma, all’ultimo momento, intervennero gli Usa a bloccare ogni cosa. Fu la Esso a far pressione direttamente sul governo americano perché intervenisse su quello libico. Comunque Mattei non si fece scoraggiare. Riuscì a firmare accordi per il Sahara tunisino. Concluse poi contratti con la Somalia, con la Nigeria, con il Marocco, con il Ghana, con il Kenia e con l’Uganda. Il 6 novembre del 1962 doveva firmare un accordo con l’Algeria ormai indipendente per lo sfruttamento del Sahara algerino. Era un fervore di iniziative che sempre più preoccupava il cartello americano.

   Anche in Italia l’Eni si espandeva vistosamente: il cane a sei zampe comincia ad interessarsi anche di nucleare ed acquista, dalla Gran Bretagna, il reattore di cui

già abbiamo parlato. Chioschi di vendita, raffinerie, motel dappertutto ed in particolare grosso impegno economico-finanziario in Sicilia, intorno a Gela. Fu proprio al ritorno da un viaggio in Sicilia che il suo aereo privato esplose in aria, prima dell’atterraggio, all’aeroporto di Milano. Era il 27 ottobre 1962. Da soli sei giorni Mattei era tornato dalla Sicilia e questo secondo viaggio non sembrava in alcun modo previsto. Fu sollecitato dal «suo collaboratore» siciliano Graziano Verzotto il quale gli prospettò il pericolo di disordini popolari nel comune di Cagliano (nel quale Mattei aveva pubblicamente promesso di costruire uno stabilimento che avrebbe occupato 400 operai) se non fosse subito intervenuto a  tranquillizzare la popolazione.

   Qualcuno però dice che Mattei si recò in Sicilia per finanziare alcuni esponenti libici che preparavano il colpo di Stato contro re Idris (questo colpo di Stato avrebbe riaperto a Mattei l’opportunità di sfruttamento del Sahara libico). In ogni caso mentre Mattei non si concedeva sosta per cogliere ogni occasione che avrebbe fornito petrolio all’Italia a scapito del monopolio petrolifero, le compagnie che si sentivano danneggiate preparavano con sempre maggiore cura l’eliminazione di Mattei dalla scena.

1959. Comizio di Mattei a Ferrandina (Basilicata) da dove sarebbe partito il metanodotto per Bari. A sinistra il Presidente del Consiglio Antonio Segni. Da www.infogrottole.it 

1961. Comizio di Mattei alla posa della prima pietra dell’ANIC di Pisticci (Basilicata). Da sinistra: il Prsidente del Consiglio Fanfani, il ministro Colombo, Mattei, il ministro Bo, il vescovo di Matera. Da www.infogrottole.it

    «Di certo si può dire che da vari mesi all’Hotel delle palme di Palermo aveva preso alloggio Max Corvo, un agente del Fbi che faceva parte dei servizi di controspionaggio americano dal 1943. Corvo, all’epoca dello sbarco alleato in Sicilia, aveva preso contatti con esponenti della mafia locale. Il governo americano si servì infatti della massa di italo-americani e soprattutto di siciliani che vivevano negli Stati Uniti come arma di penetrazione, per garantirsi certi risultati, frenando ogni movimento di liberazione che avesse fini rivoluzionari e assicurandosi il controllo dell’Italia meridionale. In questo trovò un valido appoggio nella mafia. Michele Pantaleone, noto esperto di cose di mafia […] ha fatto interessanti rivelazioni» (24) tirando pubblicamente in ballo l’oriundo siciliano Carlos Marcello (vero nome Calogero Minacori) che era comunemente ritenuto un agente della Cia. «Mi risulta che Marcello nell’ottobre 1962 prese parte ad un convegno segreto a Tunisi, organizzato da petrolieri americani. Dopo il convegno, con un certo Badalamenti,  Marcello passò da Tunisi ad Algeri, da qui a Madrid e quindi a Catania. Carlos Marcello era a Catania due giorni prima della morte di Enrico Mattei» (25).

Così Walter Molino disegnò l’istante prima della tragedia.

   Così Mattei morì sul suo aereo il 27 ottobre 1962. Di certo non si sa nulla [alle cose che scrivevo nel 1978 si sono aggiunti i documenti della CIA relativi a questa vicenda, resi pubblici dall’apertura degli archivi: secondo tali documenti il piano di eliminazione di Mattei fu progettato e finanziato dalla CIA medesima, n.d.r] . Di certo dava fastidio a qualcuno che ha pensato bene di toglierlo di mezzo. Questo qualcuno si è servito ora della mafia, ora della DC per raggiungere il suo scopo. D’altra parte i collegamenti tra mafia e DC non sono cosa nuova perché io debba ricordarli qui. Si ricordi solo la strage di Portella della Ginestra, Mattarella, Gioia, Lima, Ciancimino; si ricordi l’infiltrazione mafiosa (Rimi) alla regione Lazio ad opera della DC  (Mechelli), si ricordi la commissione parlamentare antimafia che, presieduta da un DC, ha perso il suo presidente perché sospetto mafioso; si ricordi che in tanti anni questa commissione parlamentare non ha mai messo sotto accusa nessuno: la mafia non esiste!

  L’altro collegamento, quello della DC con le multinazionali e  con i governi che le rappresentano, è anch’esso troppo noto  perché vi si debba dedicar tempo. Anche qui basti ricordare un  solo episodio. Secondo una dichiarazione del fratello di Mattei  «pochi giorni prima dell’attentato suo fratello ebbe un incontro  estremamente burrascoso con il presidente del consiglio Amintore Fanfani e con Ugo La Malfa [lo stesso che all’epoca parlava di stringere la cinta perché non avevamo il petrolio, ndr]. Fanfani rinfacciò a Mattei alcune sue azioni e gli riferì che il presidente degli Stati Uniti gli aveva chiesto ragione della politica petrolifera di Mattei per gli acquisti del grezzo sovietico. […] La cosa evidentemente non dovette far piacere a Mattei che si inalberò e  minacciò il presidente del consiglio, fra l’altro, di levargli il suo  appoggio all’interno del partito e di sostenere Aldo Moro» (26).

I resti dell’aereo di Mattei a Bascapè

L’aereo di Mattei, prima e dopo l'”incidente”

    «La scomparsa repentina di Mattei nell’ottobre del 1962, in un momento particolarmente delicato e quando l’ente da lui  presieduto era fortemente impegnato dal punto di vista finanziario non solo in Italia ma all’estero, segnò il tracollo della sua  politica. I suoi successori non poterono o non vollero seguire la stessa politica segnatamente nei riguardi delle grandi compagnie del cartello. Pochi mesi dopo la sua scomparsa, il suo successore già siglava un armistizio con la più agguerrita delle compagnie petrolifere: la Esso. Dopo d’allora la politica dell’ente è mutata radicalmente anche nei suoi aspetti nazionali» (27).

    Con Mattei moriva il punto di forza della politica dell’indipendenza energetica del nostro paese.

FELICE IPPOLITO

  Delle vicende che hanno portato Ippolito al vertice del CNEN ho già parlato. Restano da raccontare le vicende che portarono Ippolito in prigione e quindi fecero morire ogni velleità dell’Italia di rendersi autonoma da un punto di vista energetico ed in possesso di tecnologie da poter esportare.

    Una premessa a quanto accadrà in agosto del 1963 la si ha in giugno quando Bruno Ferretti, mai prima critico oltre la normale dialettica con la gestione dell’ente nucleare, cambia di opinione e fa pubbliche dichiarazioni negative sulla gestione CNEN. A luglio il direttivo del gruppo DC al Senato incarica il senatore Spagnolli, del quale più oltre seguiremo le gesta, di raccogliere elementi intorno all’attività del CNEN (si voleva fermare l’ascesa di Colombo, Presidente del CNEN, che, pur essendo della destra DC era in accordo con Ippolito sulla gestione dell’ente ?). Spagnolli già da tempo si occupa del CNEN (e del CNRN prima) egli è a contatto proprio con Bruno Ferretti che, a sua volta è in contatto con Giampiero Puppi che condivide la posizione critica uscita da qualche mese da un cilindro. Ippolito, sentendosi criticato, passa alcuni giudizi sull’inaffidabilità di alcuni consiglieri ENEL, particolarmente Angelini, a Scalfari che ne fa un articolo in edicola con l’Espresso del 4 agosto.

    Il Caso Ippolito vero e proprio iniziò subito dopo con una nota di Saragat dettata all’Agenzia democratica, di proprietà del PSDI, del 10 agosto 1963. Il discutibile e discusso personaggio, sempre servizievole con gli interessi del padronato e degli USA (a lui si deve la scissione socialista del 1947 che consegnò l’Italia alla DC, agli USA ed al padronato), entrò nel merito di qualcosa che non conosceva, la politica nucleare ed addirittura la gestione tecnica di esso. Una cosa del genere sarebbe passata via senza provocare alcun interesse. Invece fu ripresa con grande clamore dalla stampa padronale. Solo l’Avanti!, la Voce repubblicana e l’Unità ebbero da ridire, anche pesantemente (il primo quotidiano in termini politici, il secondo in termini più tecnici, il terso in termini politici e tecnici). 

Giuseppe Saragat con il Presidente americano Nixon

   L’11 agosto 1963, mentre Ippolito era in vacanza ed il CNEN nel letargo estivo, uscì sul «Corriere della sera» un articolo che diede inizio alla «guerra nucleare». L’articolo, su due colonne, aveva il titolo Elettricità ed energia nucleare e più in basso in grossi caratteri Dilapidazioni denunciate da Saragat. Ma che c’entra questo personaggio con il nucleare? In ogni cosa americana c’è sempre il suo zampino e siccome questa è una cosa americana ecco Saragat.

Felice Ippolito

    Il nostro ex presidente della repubblica aveva  diramato  una nota tramite un’agenzia del suo partito (quello socialdemocratico – PSDI) ed il «Corriere della sera» l’aveva ripresa e riassunta. In questa nota si sostiene che l’Enel è quanto di meglio ci si  possa attendere sul piano produttivo ed organizzativo mentre il CNEN amministra in modo a dir poco disinvolto i soldi che lo Stato gli passa. Saragat così prosegue:

«La verità è che negli enti che predispongono spese per la parte atomica occorrerebbe gente responsabile che conoscesse la materia, vale a dire studiosi seri, affiancati da amministratori oculati. Nel campo dell’energia nucleare sono avvenute, in Italia, dilapidazioni che meriterebbero un’analisi più approfondita e che, in ogni caso, non possono essere più tollerate. Il pubblico denaro deve essere amministrato con oculatezza e con senso di responsabilità».

   Prendendo poi in considerazione le centrali nucleari italiane, Saragat sosteneva che esse dal punto di vista economico erano  un vero disastro. Secondo Saragat la costruzione di centrali  nucleari per la produzione di energia elettrica era assimilabile  alla costruzione di una segheria con l’intento di produrre segatura. Fin qui il capo del PSDI. Naturalmente resta da capire da chi  gli era venuta l’imbeccata visto che Saragat di queste cose era  assolutamente digiuno e non se ne era mai occupato. Questo  forse resterà un mistero a meno che non si voglia indagare a  fondo sui viaggi negli Usa fatti da questo personaggio e sui flussi di denaro nelle casse dell’ex PSDI. Lo stesso Ippolito dice che

«fra tutte le azioni convergenti contro di me è stata certamente preminente l’azione svolta dalle multinazionali petrolifere» (28). «I petrolieri desiderosi di smistare barili e costruire nuovi impianti di raffinazione, avevano tutto l’interesse che l’Italia non sviluppasse una politica nucleare alternativa al petrolio. E il mio tentativo di creare un’industria nucleare italiana urtava appunto gli interessi delle “sette sorelle”, i grandi gruppi — integrati — che, coprendo tutto il ciclo del petrolio, dalla ricerca alla vendita del prodotto finito, dominavano il mercato mondiale. Né era gradito alle grandi compagnie americane costruttrici di reattori e agli ambienti conservatori (per non dire reazionari) italiani, che non vedevano di buon occhio l’affermarsi di un ente dinamico e moderno, qual era il CNEN» (29).

    Le accuse di Saragat ebbero l’effetto di mettere in moto immediatamente tutta una serie di reazioni (intanto Ippolito, trovandosi in crociera e non essendo al corrente dell’attacco a lui rivolto, non ebbe modo, subito,  di difendersi),  reazioni che, grosso modo, andarono dal plauso più sfrenato da parte della destra economica e politica, all’indifferenza apparente da parte di alcune forze centriste, e ancora alle critiche moderate ma al sostanziale appoggio da parte della sinistra e dei repubblicani. Saragat non aveva comunque finito di sferrare il suo attacco. Si fece ancora intervistare, scrisse senza sosta articoli, dettò note. Quello che Saragat sosteneva era che il far funzionare ancora le tre centrali nucleari italiane era assolutamente antieconomico viste le perdite nella produzione del Kwh nucleare rispetto a quello prodotto dalle centrali tradizionali; inoltre il segretario   generale del CNEN, professor Ippolito, amministrava tanti miliardi senza di fatto alcun controllo poiché il ministro (che presiedeva il CNEN) non si occupava di questi problemi. Tra l’altro in riferimento alla scelta nucleare in sé Saragat, allora, sosteneva (in una intervista al «Corriere della sera»): 

«Gli ambienti che difendevano il Comitato Nazionale ed il professor Ippolito sembravano persuasi che, per addestrare i tecnici italiani, fosse indispensabile comperare all’estero ed installare sul nostro territorio varie centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, sebbene i prezzi di quest’ultima non fossero competitivi. Solo così l’Italia, essi dicevano, terrebbe il passo con i paesi più progrediti. Questo ragionamento era assurdo. La strada da seguire era ben diversa ed era quella della ricerca applicata. Pensare che per formare i tecnici destinati all’impianto delle future centrali nucleari, che avrebbero prodotto energia elettrica a prezzi competitivi,  fosse necessario  spendere 200 miliardi per i  tre complessi del Garigliano, di Latina e di Trino Vercellese o addirittura mettere in cantiere una seconda generazione di centrali nucleari per uno o due milioni di chilowatt, spendendo altri tre o  quattrocento  miliardi  prima  che  la  competitività  fosse raggiunta, era manifestare un’opinione molto modesta sui tecnici italiani.  Bastava vedere  quel  che  avevano  fatto  Germania,  Svizzera, Belgio e Austria. Se il maggior onere per la produzione  di energia elettrica conseguente alla costruzione delle tre centrali atomiche italiane fosse stato destinato alla ricerca applicata, i risultati sarebbero stati molto maggiori».

    E neanche a pensare che Saragat fosse come lo descriveva Scalfari sull’«Espresso» il 25  agosto quando, controbattendo alle sciocchezze di Saragat che sosteneva essere il neonato ENEL ente ben amministrato rispetto al CNEN, affermava che Saragat era:   «Mente  bislacca,   nevrotico  in  preda  a  turbe  alternate di euforia e di depressione». Saragat perseguiva un fine ben preciso ed era sicuramente guidato da qualcuno. Tra l’altro egli non si muoveva da solo ma almeno in tandem con Preti, altro socialdemocratico, e sostenuto da una campagna di stampa de «Il sole-24 ore» (giornale allora della Edison) e del Corriere della Sera iniziata già da molto tempo. Preti, parlando a Cattolica il 18 agosto, aveva iniziato l’attacco più subdolo praticamente sostenendo che Ippolito, segretario  generale del CNEN, non poteva essere contemporaneamente consigliere d’amministrazione dell’Enel: la legge lo impediva perché si creava conflitto d’interessi. Sarebbe quindi stato necessario rimuove re Ippolito dalla segreteria generale del Comitato.  Ed  ecco come si sposta tutto il discorso: dalla polemica sui costi di gestione del nucleare (che poteva avere un senso), agli attacchi  personali per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica su aspetti scandalistici che sulla questione in oggetto non c’entravano nulla.

    A Luigi Lerro che, in Intervista sulla ricerca scientifica (1977), chiedeva  ad Ippolito perché un tale attacco frontale, Ippolito rispondeva:

«L’attacco dei socialdemocratici, cioè di Saragat, era mosso da obiettivi meschini: scacciarmi dal posto di segretario del Cnen, cui aspirava da tempo un ingegnere socialdemocratico, oggi defunto, molto vicino a Mario Tanassi; far fuori dal consiglio dell’Enel un testimone scomodo e intransigente, nel momento in cui si doveva provvedere allo scorporo delle attività elettriche da quelle non elettriche delle società espropriate: affari di miliardi di allora!».

    E qui Ippolito si tiene stretto perché non riesce a dire o non ha compreso quali interessi si muovevano negli USA. La cosa è tanto vera che, nelle dure polemiche che si innestarono intorno alla metà degli anni Settanta sul ritorno al nucleare auspicato da governo ed ENEL, Ippolito fece l’errore di individuare chi non era per il nucleare allora come persona pagata dai petrolieri. Non aveva capito che gli interessi dei petrolieri erano coincidenti con quelli dell’industria nucleare americana e che separare le buone multinazionali  dalle cattive non era neppure nel suo interesse.

    Quanto dico non è tesi stravagante e neppure dietrologia. Sulle motivazioni di fondo dell’attacco ad Ippolito anche Barrese dice:

Si è detto delle motivazioni politiche del caso Ippolito: impedire la realizzazione del centro sinistra o quanto meno sterilizzare la portata della svolta, impedendo che si arrivi alla politica di piano.

Ma questo disegno non è perseguito soltanto da certi settori politici. Sono sulla scena anche l’Edison, gli ex elettrici e i petrolieri. La partita è grossa. Con la nazionalizzazione dell’ energia elettrica i gruppi ex elettrici vantano un credito verso lo Stato di 1500 miliardi di indennizzo, cifre da capogiro nel 1963. Se l’impiego di tale somma dovesse essere condizionato dalla programmazione questi gruppi, dopo la nazionalizzazione, subirebbero un’ulteriore sconfitta.

Tra la destra economica, i socialdemocratici e la destra politica compresa quella Dc – vi sono dunque interessi convergenti. Che, per quanto riguarda in particolare il Cnen, coincidono non soltanto con gli interessi delle «sette sorelle», comprensibilmente avverse allo sviluppo dell’energia nucleare, ma anche con quelli dell’industria nucleare americana. Se il Cnen e l’industria italiana riescono, come vuole Ippolito, a portare avanti una tecnologia nucleare autonoma e a costruire reattori, gli Stati Uniti perderanno oltre al mercato italiano, l’influenza nell’area europea dato che il Cnen ha una posizione di prestigio nell’Euratom.

E poiché in Italia il «partito americano» raccoglie autorevoli anche se non sempre disinteressate adesioni data la generosità con cui il Dipartimento di Stato e la Cia pagano i loro «amici», gli avversari del centro sinistra hanno un motivo in più per scendere in campo contro il Cnen. O forse due. Perché dalle commesse alle industrie d’oltreoceano possono derivarne ulteriori utili, quelli delle tangenti. […]

Contro il Cnen [quindi] vi sono anche interessi americani. Comunque il ruolo primario lo svolge l’Edison che, come si è visto, ha pure varie ragioni per mettere fuori gioco Felice Ippolito. A Giorgio Valerio, amministratore delegato dell’Edison, e al suo vice Vittorio De Biasi non mancano le possibilità per azionare un rullo compressore contro il segretario generale del Cnen: hanno finanziato e finanziano uomini politici di varie tendenze, hanno a disposizione o influenzano numerosi organi d’informazione.

    Sarà lo stesso Ippolito che, in Intervista sulla ricerca scientifica,  racconterà che Vittorio De Biasi dichiarò in un gruppo di amici che l’arresto di Ippolito gli aveva dato dieci anni di vita e che valeva la pena di aver speso decine di milioni per la stampa contro di lui.

    Ma torniamo al 1963 ed al fatto che alla presidenza dell’Enel era andato un uomo di Moro, l’avv. Vitantonio Di Cagno, che era stato sindaco di Bari, vice presidente della Cassa per il Mezzogiorno e fiero avversario della nazionalizzazione: un pezzo di lottizzazione selvaggia (Lombardi e La Malfa erano per una presidenza Ippolito, Moro per Di Cagno; Fanfani mediò con un’edizione anticipata del manuale Cencelli: un presidente alla Dc, un vice al Psi, Grassini, proposto da Lombardi, e un consigliere per ognuno degli altri partiti della coalizione). 

    La crociata contro Ippolito, dopo l’innesco dei socialdemocratici, vide la destra democristiana all’attacco (con il Presidente del Consiglio Leone, con il ministro dell’Industria Togni ed il Presidente della Repubblica Antonio Segni che, date le loro posizioni di oppositori della nazionalizzazione dell’energia elettrica, discretamente parteggiano per gli attacchi ad Ippolito). Inoltre, il 29 agosto sferra un duro attacco ad Ippolito il settimanale Vita, diretto dal democristiano Luigi D’Amato. Questo settimanale della destra curiale, era già intervenuto la settimana precedente per riportare un discorso che Ferretti, dimessosi qualche tempo prima dal CNEN, aveva fatto in occasione dell’inaugurazione dei suoi laboratori a Montecuccolino. Il pentito Ferretti, che avrà il ruolo di accusatore di Ippolito insieme all’astioso Silvestri, affermava che gli edifici dei suoi laboratori erano costati 50 mila lire a metro quadro mentre gli edifici di Ispra erano costati 200 mila lire a metro quadro. L’articolo del 29 agosto, Il dossier nucleare sul tavolo di Leone, torna a parlare dei costi degli edifici ed anticipa un dossier preparato da 4 senatori democristiani: Daniele Turani, Antonio Bussi, Giovanni Spagnolli e Girolamo Messeri. Durante il processo si saprà che il dossier era noto solo a Spagnolli e che gli altri lo avevano solo firmato. Vale la pena sapere chi sono questi figuri.

    Bussi è commercialista ed avvocato a Novara, proviene dall’azione cattolica ed ha presieduto l’ordine dei commercialisti.

    Turani è industriale commerciante di Bergamo, presidente dell’unione dei commercianti di pelli grezze, presidente della società Atalanta Calcio e del Centro sportivo di Bergamo, membro supplente dell’Oece e membro supplente dell’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa.

    Spagnolli, il capo dell’operazione anti Ippolito, è uomo di sottogoverno. E’ di Rovereto ed è molto legato alla Curia di Milano tanto che, dopo la laurea in economia passa a divenire vicesegretario amministrativo dell’Università cattolica del Sacro Cuore. Fa poi il funzionario della BCI; funzionario, segretario, amministratore, sindaco e procuratore di varie società; vice direttore dell’Amministrazione per le attività assistenziali, ente presieduto da Ludovico Montini, fratello del futuro Papa; direttore dell’Unrra Casas ente presieduto da Umberto Merlin, futuro ministro. Diventa senatore nel 1953; nel 1958 diventa segretario di Stato per il commercio estero. Fatto straordinario è che Moro, il 4 dicembre 1963 (in pieno caso Ippolito) lo nomina ministro della marina mercantile.

    Messeri, proviene dalla provincia di Trapani ed è diplomatico in pensione ed entrato in politica nel 1958 al seguito di Fanfani. Fu eletto nel 1958 nel collegio assegnatogli da Fanfani, collegio controllato da Frank Coppola. Nel 1963 veniamo a conoscere Messeri per due fatti: il suo attacco ad Ippolito (agosto), i suoi legami con la mafia (novembre) che non interferiranno alla sua nomina a sottosegretario per il commercio estero nel suddetto governo Moro (si dimetterà un anno dopo per la decisione del governo di allacciare rapporti commerciali con la Cina). Ma lo ritroviamo nel 1967 in un’informativa dei servizi segreti al governo, secondo la quale il Messeri, privo di qualunque incarico, tenta di mettere in moto traffici di armi tra governo USA ed esercito italiano, millantando la sua prossima nomina a ministro della difesa. Ciò tronca la sua carriera politica nel 1968 quando Messeri torna a fare il diplomatico facendo idiozie in giro per il mondo. Ad esempio, nel 1974, diplomatico in Portogallo, in occasione della Rivoluzione dei Garofani contro il regime fascista di Salazar, invierà al governo italiano un rapporto del seguente tenore:

Il Portogallo è in preda a folle scalmanate agitate da sindacalisti improvvisati e protervi; c’è una regia straniera perché operano 750 commissari politici del partito comunista allenati a Mosca e i giovani capitani hanno dimenticato oltretutto che i conti delle faide tra soldati si regolano sulla linea di tiro dei plotoni d’esecuzione [Citato da Barrese].

    In tale occasione fu trasferito in Turchia che era sotto embargo USA (crisi di Cipro) per il commercio di armi. Ma Messeri organizzò triangolazioni per la vendita di 40 F 104 che Aeritalia costruisce su licenza Lockeed. In tale occasione Aeritalia pagò una tangente di 30 mila dollari a personalità turche.

    Questi 4 personaggi prepararono il dossier contro Ippolito del quale Vita anticipava i contenuti. Ed in questo dossier vi erano adombrate due irregolarità amministrative. La prima riguardava la copertura con i finanziamenti del secondo piano quinquennale di vicende del primo piano quinquennale anche se il secondo piano non è stato approvato. La seconda, più grave ma posta in modo interrogativo, riguardava il finanziamento di una società esterna al CNEN, Archimedes, per la costruzione dell’impianto Eurex; la Archimedes era una  società fondata nel 1960 da varie persone tra cui lo stesso Ippolito e suo padre ma con Ippolito dimessosi nel 1962. Si chiedeva quali rapporti vi fossero tra il CNEN ed Archimedes, se erano stati assegnati dei lavori a tale società, se erano state svolte gare, se non si ravvisava conflitto d’interessi. E’ d’interesse notare quanto sia indegno il comportamento di Spagnolli, capo dell’operazione denigrazione. Egi sa che al CNEN vi è un Presidente che è Colombo ed un vice Presidente che è Focaccia. Ambedue queste persone sono autorevoli parlamentari del suo partito, la DC. Ma Spagnolli non rivolge loro neppure una domanda, va diritto contro Ippolito. Quando al processo ad Ippolito gli si chiederà il perché di tale comportamento, egli risponderà in modo vergognoso che non si era rivolto ai suoi compagni di partito per ovvie ragioni di opportunità e riservatezza (sic!). Parla colui che ha consegnato il dossier al settimanale Vita !

    Non si può comunque sottacere che a lato di Saragat, Preti, Togni ed i 4 senatori suddetti si aggregò presto la marmaglia fascista attraverso la sua stampa. Il Borghese uscì con una gigantesca bufala: il CNEN aveva finanziato con 25 milioni al mese il movimento di giovani antifascisti Nuova Resistenza. Seguì un’indagine della polizia che stabilì un solo finanziamento di 250 mila lire. Lo Specchio sosterrà essere Ippolito proprietario di una dimora sontuosa. Ancora indagini che stabiliranno trattarsi di un altro falso.

    Il 30 agosto Ippolito rilascia una prima dichiarazione in risposta a Vita:

In relazione ai rilievi mossi alla gestione del Cnen sia dalle note interviste dell’ onorevole Saragat, sia, più di recente, da parte di alcuni ambienti privi di competenza specifica, solo oggi posso uscire dal riserbo che mi ero imposto e dichiaro di avere disposto di procedere, per la tutela della mia onorabilità personale, nella sede competente; chiedo nel contempo a chi di ragione che venga svolta dalle istanze competenti, su tutta l’attività del Cnen, dalla fondazione ad oggi, la più ampia inchiesta nella sede più idonea per accertare la responsabilità degli organi direttivi del Comitato stesso ed in particolare quella mia personale.

Per quanto concerne il problema sollevato da certi ambienti in merito alla non compatibilità tra le cariche di segretario generale del Cnen e di consigliere di amministrazione dell’Enel, dichiaro che qualora la questione mi venisse posta dagli organi di governo, eserciterò la mia facoltà di opzione, fatti salvi i miei diritti, e comunque soltanto allorché l’inchiesta da me sollecitata abbia chiarito la situazione del Cnen e le responsabilità connesse.

Qualora mi sia chiesto di prendere una decisione prima del compimento dell’inchiesta, ritengo mio dovere restare segretario generale del Cnen, non solo per rendere ragione del mio operato, ma per rimanere accanto a quei collaboratori e quei colleghi con i quali abbiamo creato in Italia negli ultimi dieci anni l’ente pubblico per l’energia nucleare 
[Citato da Barrese].

    In un incontro con il ministro dell’industria Togni, Ippolito viene sottoposto a ricatto: dimettersi dall’Enel (dove gli era stato chiesto di andare da Emilio Colombo, il suo capo nel CNEN!) e dopo inchiesta al CNEN. Caspita, Togni chiede ad Ippolito di andarsene dall’Enel, dove non risultano irregolarità vere o presunte, e di restare al CNEN dove vi erano accuse contro la sua persona ? Ippolito dirà in seguito:

Persi il lume degli occhi e a Togni risposi tra i denti che il Cnene non era Fiumicino. Per il ministro fu come uno schiaffo. Immediatamente venni messo alla porta [Citato da Barrese].

    Ippolito aveva sputato in faccia a Togni il gigantesco scandalo di Fiumicino del 1961 (lavori durati 15 anni, costi moltiplicati per 10, terreni acquitrinosi acquistati dalla duchessa nera Anna Maria Torlonia a 45 lire al metro quadro quando il prezzo di mercato era tra 3 e 7, realizzato da ditte vicine a DC e Vaticano, pista principale che sprofonda poco prima dell’inaugurazione). In tale scandalo erano stati implicati Andreotti (e come no!), Pacciardi e lo stesso Togni.

    Sabato 31 agosto il ministro democristiano Togni (che in occasione del suo protagonismo nello scandalo di Fiumicino fu difeso da Andreotti che lo definì uomo dal carattere propulsore a turbina elettrica e che, si ricorda, il 25 maggio 1958, in un giro elettorale, riuscì in 5 ore a porre ben 16 prime pietre senza dimenticare di fare un intermezzo per il pranzo), non lasciando ad Ippolito tempi per la difesa o per eventuali opzioni tra una carica e  l’altra, fingendosi scandalizzato per una cosa che già sapeva e  che sapevano tutti anche se tutti aveva scandalizzato, emise un  comunicato con il quale Ippolito era dichiarato sospeso dal suo  incarico al CNEN. Il 14 ottobre il consiglio di amministrazione dell’Enel sostituì il nome di Ippolito con altro nominativo.

    Ma quali erano gli elementi di diritto sui quali si era basato Togni per prendere queste decisioni di estrema gravità ? Vi erano solo voci ed illazioni che accompagnavano campagne di stampa. Nessun dato certo, niente che desse adito a questioni sostanziali. Togni si mosse abusando della sua autorità !

    «Nel frattempo un miscuglio di rivelazioni della stampa, di inchieste più o meno sommarie, di voci e indiscrezioni aveva sollevato dubbi sulla correttezza amministrativa della gestione del Cnen, della quale Ippolito era l’unico o il principale imputato.  Una commissione d’indagine,  nominata  il  2  settembre  a tamburo battente dal ministro Togni, rimetteva il 15 ottobre le  sue conclusioni. Esse apparvero tanto gravi da risvegliare l’interesse della magistratura per l’apertura di un processo penale. Con queste battute finiva, più o meno, lo scandalo nucleare e cominciava lo scandalo “Ippolito”, pericoloso per l’interessato, assai meno per gli altri. Delle iniziali accuse Saragat: dilapidazione e sperpero di pubblico denaro da parte del Comitato Nucleare non si sarebbe più parlato. Sarebbero venuti a galla il “peculato”, “l’abuso in atti d’ufficio”, le “distrazioni” e “l’interesse privato”»(30). Tra le 55 ipotesi di reato (per 47 delle quali verrà condannato) Ippolito venne anche accusato di aver usato una camionetta del CNEN per i suoi spostamenti personali quando era in vacanza a Cortina e di aver fatto stanziare dei fondi a favore dello storico Vittorio De Caprariis perché scrivesse una storia d’Italia attraverso la storia delle varie tappe del pensiero e delle realizzazioni tecnico-scientifiche (storia ancora mancante!). E’ anche utile riportare qualche esempio di distrazione di fondi: 5.195.000 lire per sussidi al personale; 2.230.000 lire per premi al personale; 85.000 per un regalo a un dipendente; 397.800 per abbonamenti vari. Un vero criminale.

    A seguito della sospensione di Ippolito dal CNEN decretata da Togni il 31 agosto del 1963, con un tempismo degno di personaggi assurti alla cronaca politica, mondana e giudiziaria dal 1994 e del suo avere la propulsione di una turbina elettrica, il Procuratore Generale della Repubblica di Roma, il porto delle nebbie che non aveva portato nessuno alla sbarra dei potenti dei vari scandali DC e che  rimarrà tale ancora per molti anni, Luigi Giannantonio, il 6 settembre successivo invia a Togni, e per conoscenza al Presidente del Consiglio, la seguente lettera:

Giusto quanto pubblica la Gazzetta ufficiale n. 224 del 4 settembre 1963, l’Eccellenza vostra con decreto del 31 agosto 1963 ha sospeso il prof. ing. Felice Ippolito dalle funzioni di segretario generale del Cnen e con altro decreto, di pari data, ha nominato una commissione di indagine sulla gestione amministrativa del detto segretario generale, commissione che dovrà riferire con relazione scritta entro il termine massimo del 15 ottobre p. v. Ora per l’adempimento dei doveri di questo ufficio, in ordine anche a recenti e ben note pubblicazioni giornalistiche, prego l’Eccellenza vostra di volermi inviare. non appena sarà presentata, copia della relazione della commissione di indagine e di volermi intanto rimettere copia dei rilievi del collegio dei revisori dei conti di cui si parla nel decreto di sospensione, nonché copia del rapporto redatto da un comitato di senatori di cui parlano alcuni giornali [Citato da Barrese].

    37 giorni dopo, note le conclusioni della commissione ministeriale d’indagine, Ippolito si reca al palazzo di Giustizia  per fare dichiarazioni spontanee in propria difesa, dichiarazioni che occuperanno 4 giorni. Intanto era stato destituito (14 ottobre) da consigliere ENEL.

    Il 4 marzo 1964, con queste accuse, Ippolito viene arrestato e condotto a Regina Coeli da dove attenderà, in stato di detenzione, la sentenza che sarà letta il 29 ottobre 1964.

    Il processo ad Ippolito iniziò l’11 giugno 1964 (il Tribunale era composto dal Presidente Giuseppe Semeraro e dai giudici Carlo Testi e Luigi Bilardo) con un Pubblico Ministero, Romolo Pietroni, che fece l’impossibile, anche cose scorrette, per arrivare alla condanna. Il Pietroni sarà indagato nel 1971 dalla Commissione parlamentare antimafia per aver avuto rapporti con la vicenda dell’infiltrazione mafiosa nella Regione Lazio quando il DC Girolamo Mechelli chiamò a lavorare in Regione Natale Rimi, figlio del numero 2 della mafia trapanese, in seguito all’intervento del pregiudicato commercialista Italo Jalongo, consulente fiscale nientemeno che di Frank Coppola (noto mafioso che abbiamo già incontrato con il senatore DC Messeri, uno degli accusatori di Ippolito). Pietroni era consulente dell’antimafia e frequentava amichevolmente Jalongo; e non solo: aveva anche rapporti per raccomandazioni con Mechelli al quale chiedeva notizie sui trasferimenti di Rimi da Alcamo. Pietroni viene cacciato dall’antimafia ma rimane come braccio destro del magistrato Carmelo Spagnuolo, anch’egli criticato dall’antimafia. Finalmente, nel 1976, vedrà la galera, per merito del giudice istruttore di Spoleto Fiasconaro. Gli vengono addebitati rapporti stretti con la mafia (consulenze a noti mafiosi e soffiate sui lavori dell’antimafia e della Corte d’Appello di Roma), violazione dei doveri della sua funzione, corruzione (bustarelle Standa). Ma Pietroni venne infine assolto …

    Tale Pietroni chiese per Ippolito una condanna a 20 anni di reclusione (sic!). ma non citò Colombo e neppure il senatore DC Focaccia. Quel Colombo che aveva autorizzato Ippolito, con un suo specifico decreto, a firmare impegni e contratti fino ad un importo di 100 milioni. E Colombo e Moro non furono per nulla turbati da un pm che non ritiene legittimo il decreto di Colombo e che procede con questa indegna richiesta di condanna. E non si turbarono neppure della condanna ad 11 anni e 4 mesi di reclusione che Ippolito ebbe in primo grado di giudizio.

    Il fatto comunque straordinario è quello che riferisce bene Barrese:

Al processo, Ippolito deve rispondere di ben quaranta capi d’accusa che vanno dal falso continuato in atti pubblici, al peculato continuato, all’ interesse privato continuato, all’ abuso continuato in atti d’ufficio. Tutto continuato. A leggere la lunga sfilza di imputazioni, alcune delle quali particolarmente infamanti, c’è da pensare a un incallito furfante e come tale Ippolito viene presentato all’ opinione pubblica. Ma poiché si tratta di reati continuati, come mai il segretario generale del Cnen li ha potuti compiere, senza che nessuno se ne accorgesse? Dove erano i «controlli» e i revisori dei conti, dov’era il comitato di ministri che aveva il compito di vigilare sull’ attività del Comitato nucleare?

Ecco allora che la tesi dell’imbecillità o dell’esautoramento di Colombo e dei membri della commissione direttiva del Cnen, benché non spieghi le carenze di altre persone e di altri organi, diventa, più che funzionale, necessaria all’accusa. Che altrimenti non può reggersi.

Su gran parte degli addebiti ritenuti reati dal tribunale, vi sarà però una ben diversa valutazione in secondo grado. I giudici d’appello, infatti, non soltanto assolveranno Ippolito da molte imputazioni, ma addirittura lo elogieranno per alcuni episodi sui quali il tribunale aveva espresso un duro verdetto di colpevolezza.

    Gli ambienti della ricerca scientifica italiana solidarizzarono subito con Ippolito. Vi furono prese di posizione dell’Associazione sindacale dei ricercatori di fisica (Asrf), da parte di quasi tutti i professori cattedratici di fisica italiani e da parte di molte altre personalità del mondo della politica e del giornalismo. Prima della condanna, praticamente tutti gli scienziati italiani (65 su poco più di 70 cattedratici di fisica su tutto il territorio nazionale) avevano indirizzato una lettera al Tribunale in cui si diceva:

I fisici italiani titolari di cattedra universitaria che aderiscono alla presente dichiarazione hanno partecipato a vario livello di responsabilità alla vita scientifica italiana di questo ultimo decennio e alle discussioni che hanno portato alla formulazione e alla esecuzione di quei nuovi, grandi strumenti oggi disponibili alla ricerca, quali l’Istituto nazionale di fisica nucleare, i laboratori nazionali di Frascati ed il Centro europeo per le ricerche nucleari (Cern).

Nelle scelte e nelle decisioni è anche avvenuto che i fisici si trovassero in posizioni fortemente contrastanti fra loro, posizioni che avevano comunque in comune il vivo desiderio di elevare la ricerca scientifica del Paese. Argomento di questi dibattiti sono state fra l’altro le funzioni, le decisioni e le scelte del Comitato nazionale per le ricerche nucleari (Cnrn) e successivamente del Comitato nazionale per l’energia nucleare (Cnen). Né poteva essere altrimenti, dato che la maggior pane delle realizzazioni si è fatta attraverso questi organi.

Profondamente colpiti per la grave richiesta del pubblico ministero nei confronti del segretario generale del Cnen prof. Felice lppolito, i dichiaranti ritengono che possa giovare al corso della giustizia la testimonianza di coloro che si sono trovati nelle migliori condizioni per valutare i risultati del lavoro svolto. Essi pertanto dichiarano quanto segue:

1. Il Cnrn ed il Cnen sono intervenuti in questi anni nella ricerca universitaria salvando il prestigio scientifico del nostro Paese, prestigio che non avrebbe potuto essere adeguatamente difeso, per carenza di mezzi, da parte del ministero della pubblica istruzione e del Consiglio nazionale delle ricerche. Certamente la maggior parte della ricerca tisica italiana si è svolta su dispositivi ed iniziative del Cnen. Le decisioni sui finanziamenti non sono stare sempre unanimi e non è mancato il dibattito; ma è possibile affermare che nel nostro Paese le somme impegnate per la ricerca hanno avuto un rendimento scientifico certamente maggiore di quello ottenuto in ogni altro Paese. Poiché il Cnen è il maggior responsabile di quanto si è fatto, ad esso va attribuito il merito dei risultati conseguiti.

2. Il prof. Felice Ippolito quale Segretario generale del Cnen ha grande responsabilità di quanto si è realizzato. Ognuno dei dichiararnti ha potuto valutare la sua opera e molti di essi hanno avuto con lui scambi occasionali o continui. Il terreno della discussione, del dibattito, dell’accordo, anche dei contrasti, è stato sempre quello della ricerca, della scienza, della tecnica. In ogni contatto il prof. Ippolito è risultato essere persona volta al progresso del Cnen. La sua esuberanza, la sua ansietà di accelerare i tempi dello sviluppo scientifico dei nostro Paese, possono avere degenerato in eccessivo ottimismo, ingenuità o leggerezza; ma mai egli è apparso persona meschina o incline a mediocri compromessi personali.

È pertanto profonda convinzione dei dichiaranti che la figura dell’ex Segretario generale del Cnen vada chiaramente inquadrata in queste prospettive 
[Citato da Barrese].

    Il 14 novembre  1964 fu organizzata a Roma,  al Ridotto del teatro Eliseo, una manifestazione in sostegno di Ippolito alla quale aderirono pressocché tutti i fisici italiani e una quantità incredibile di persone della cultura e della società civile. Durante questa manifestazione il professor Amaldi (tra i più grandi fisici nucleari del mondo e padre della fisica italiana postbellica), il più eminente fisico italiano, attaccò duramente Saragat (e le manovre politiche  che si potevano intravedere dietro il suo operato) e difese puntualmente la politica seguita da Ippolito nel Cnen. In particolare Amaldi ebbe a dire che le affermazioni di Saragat (secondo cui la costruzione di centrali nucleari per la produzione di  energia elettrica era assimilabile alla costruzione di una segheria  con l’intento di produrre segatura) avevano meritato a questo  eminente personaggio un solido posto, in Europa, nel mondo della barzelletta.

La pagina del fascicolo L’energia nucleare ed il caso Ippolito con l’elenco dei fisici solidali con l’ex segretario del CNEN [da Barrese].

   A nulla servi tutto ciò. Ippolito fu condannato a undici anni e 4 mesi di prigione senza la concessione di alcuna attenuante: un vero criminale incallito al cui confronto un qualche Presidente del Consiglio degli ultimi anni è un giglio bianco.

    Resta da dare un cenno ai fisici e ingegneri che accusarono Ippolito, quattro secondo il dossier democristiano. Si sarebbe trattato di Silvestri, Ferretti, Puppi e Gilberto Bernardini. Silvestri smentirà Spagnolli in molti punti e circostanze del suo attacco ad Ippolito che avrebbe avuto lui come fonte e lo farà in una lettera pubblicata dall’Unità il 31 agosto 1964 che conclude così: non mi si può quindi assegnare la colpa o il merito di aver contribuito in qualche modo alla disavventura di Ippolito.  La messa in gioco del prestigioso Gilberto Bernardini non regge neppure un istante: vi sono sue pubblicazioni precedenti al processo e successive che elogiano il comportamento di Ippolito. Le cose che dice Puppi il Tribunale le giudica generiche e non motivate. Resta Ferretti con il suo confronto dei costi di edificazione a metro quadro tra il suo laboratorio e quelli di Ispra. Su questa vicenda deporrà in tribunale il primo luglio 1964 Carlo Salvetti (che dal CISE era passato al CNRN nel 1957, assumendo l’incarico di realizzare il Centro Nucleare di Ispra di cui fu il primo Direttore Generale) che affermerà: «Sono state dette molte esagerazioni. A me non risulta che il costo dei laboratori convenzionali [di Ispra] superasse  le 50-60 mila lire a metro quadro» e cioè la stessa cifra che Ferretti forniva per i suoi laboratori di Montecuccolini. Interrogato Ferretti dirà che non condivideva le spese di rappresentanza del CNRN e poi CNEN. Egli stesso si era recato una volta a Londra in missione ed era stato fatto alloggiare in un hotel superlusso dai costi incredibili, il Normandie. Anche qui il Ferretti dice sciocchezze: una guida turistica di Londra presentata al tribunale qualifica il Normandie come un hotel di seconda categoria (ma dove ha vissuto fino allora il Ferretti se scambia una seconda categoria per superlusso ?). Resta solo da capire da dove proveniva la posizione di tale personaggio e la cosa forse risulta chiara da quest’altro episodio venuto alla luce nell’udienza del processo ad Ippolito del 30 giugno 1964.

    Nel 1963, non si sa bene come e da chi, Ferretti verrebbe a conoscenza di un piano di Angelini, direttore generale ENEL, per lo smembramento del CNEN (la parte di ricerca fondamentale sarebbe passata al CNR mentre quella sui reattori nucleari e, in genere, quella della ricerca applicata all’ENEL). Ferretti si spaventa perché ritiene il CNEN un riferimento importante per la ricerca in genere. Incontra allora Angelini per parlargli della cosa e del colloquio scrive a Puppi una lettera. In tale lettera si scopre che Angelini dice a Ferretti che è Ippolito, non lui, che sta macchinando l’operazione. E Ferretti, che non so come qualificare, crede a queste sciocchezze che suppostamente gli ha raccontato Angelini. Mi pare infatti di vedere Ippolito segare il ramo su cui è seduto … A questo punto anche Ferretti risulta completamente squalificato.

    In ogni caso, Ippolito venne fatto fuori e, con la sua eliminazione si distrusse un grosso  patrimonio di esperienze, l’Italia rinunciò ad una via nucleare  nazionale e rimase così da allora in completa balia degli Stati  Uniti per tutto ciò che riguarda il nucleare e in senso più lato  per tutto ciò che riguarda l’energia. Anche qui potenti forze lavorarono per l’eliminazione di Ippolito. Le sette sorelle del  petrolio in prima fila: l’Italia doveva continuare a consumare  petrolio ed in particolare doveva acquistare gli ultimi rimasugli della raffinazione del petrolio per utilizzarli nelle centrali termoelettriche dell’Enel con inquinamento doppio rispetto al normale combustibile (di ciò parleremo più diffusamente nelle pagine seguenti). Ippolito, inoltre, «fu stroncato da un attacco governativo ispirato dagli americani, i quali erano disposti a consentire ed anzi ad utilizzare le ricerche fondamentali svolte in Europa, ma non ad ammettere concorrenze nella costruzione dei reattori energetici, sui quali hanno infatti impiantato un solido monopolio» (31). Anche qui la mafia, sempre al servizio di chi paga meglio e di chi concede migliori favori (in questo caso le multinazionali), non fu estranea alla condanna di Ippolito. «Dopo il “processo Ippolito” il pubblico ministero Romolo Pietroni — che era stato l’artefice primo della condanna — fece rapidamente carriera, fino a diventare, come detto, consulente giuridico della Commissione antimafia della Camera dei deputati, incarico dal quale è stato rimosso nel ’72, quando sono stati rivelati i suoi legami con elementi mafiosi. In seguito a queste scoperte, fatte in occasione del processo a Natale Rimi, Pietroni è stato arrestato nel ’73» (32).

    Le vicende processuali di Ippolito seguirono in un processo d’appello che ebbe altri esiti anche se non si poteva passare ad una assoluzione (la magistratura ne sarebbe uscita con le ossa rotte). Intanto vi fu ancora una pesante d’interferenza del capo del porto delle nebbie, il Procuratore Generale di Roma Giannantonio. Quando fu indicato Donato Di Migliardo a sostenere l’accusa e quando Giannantonio seppe che Di Migliardo non aveva tesi precostituite di colpevolezza, lo esonerò. La cosa andò bene solo perché, prima di designare un nuovo accusatore, Giannantonio se ne andrà dalla Procura di Roma. Su 27 capi d’accusa che lo avevano visto condannato in primo grado, nell’appello verrà assolto. L’accusa più grave che gli verrà contestata sarà quella di distrazione di fondi pubblici per aver acquistato molte copie del libro di scritti e discorsi di Colombo per farne omaggio in giro. Il Tribunale elogerà spesso Ippolito per aver fatto bene il suo lavoro ed aver sostenuto gli interessi dell’Italia. Il 4 febbraio 1966 lo condannerà solo a 5 anni e tre mesi ed uno di questi anni sarà condonato. La libertà provvisoria per aver scontato oltre metà della pena (2 anni e venti giorni) arriverà il 23 maggio. Il 15 novembre 1967 la Cassazione respinge i ricorsi dell’accusa. Ed arriviamo alla farsa: nel marzo 1968 il Presidente della Repubblica ubriacone, Saragat, concede la grazia d Ippolito. Fatto importante è che, con la grazia, Ippolito riacquista i diritti civili e quindi può tornare ad insegnare e ad occupare posti di prestigio. Nel 1996 l’Accademia Nazionale delle Scienze detta dei Quaranta gli consegna una medaglia d’oro per meriti scientifici e, nello stesso anno, il Presidente Scalfaro gli concede la massima onorificenza italiana, la Croce al merito della Repubblica. Appena un anno prima della scomparsa di Ippolito, avvenuta a Roma il 24 aprile 1997.

  Per concludere questo capitolo, altri due fatti significativi e qualche considerazione. Dice Ippolito:

«Nel processo comparve ad un certo punto uno strano memoriale contro di me, firmato da quattro senatori democristiani. Interrogati dal mio avvocato, dichiararono poi in udienza di aver firmato il rapporto senza neanche averlo letto; la sua provenienza era l’ufficio studi della Edison» (33).

Dice Amaldi:

«Forse ci furono errori da parte nostra e forse, anche in buona fede magari, dall’altra parte. Saragat bloccò tutto e poco dopo fu eletto presidente della repubblica. Ciò fu casuale? È probabile, ma resta qualche sospetto… Se fossimo andati avanti forse i problemi di oggi [il duro dibattito sul nucleare iniziato a partire dalla seconda metà degli anni ’70, n.d.r.] non si porrebbero» (34).

   Certo per ottenere la Presidenza della repubblica si farebbe qualunque cosa, si va negli Stati Uniti, si rompe l’unità dei lavoratori con la scissione del 1947, si diventa credenti e cattolici,  si  lavora  per  le  sette  sorelle…  Qualche garanzia  di  essere «democratico» bisogna pur darla ai padroni americani!

   Con la caduta di Ippolito il Cnen attraversa dei momenti difficili. Alla sua testa vanno i personaggi più svariati ma rappresentativi di molti interessi in gioco nel settore nucleare. A far parte della commissione direttiva del dopo Ippolito va anche A. M. Angelini. Questa commissione anziché funzionare come promotrice di studi ed iniziative, anche rivolte a correggere il tiro di Ippolito, lavora esclusivamente per bloccare ogni iniziativa. Dopo il 1969 la catastrofe completa: scade il mandato alla commissione direttiva che non viene rinnovata. Non si fanno altri piani quinquennali ma con i pochi soldi che si hanno a disposizione a malapena si riescono a pagare gli stipendi. A questo punto subentra pesantemente l’Enel che proibisce al CNEN qualunque iniziativa nel settore nucleare. Infatti nel 1970 è l’Enel ad ordinare la quarta centrale italiana, quella di Caorso da 840 Mw (la sua entrata in funzione era prevista nel 1975 ma è avvenuta soltanto verso la metà del 1978).

DOMENICO MAROTTA

    Per completare il quadro dello sfacelo prodotto dalle destre (DC, PSDI, PLI e MSI, con quest’ultimo partito solo in funzione di bassa manovalanza) in Italia nei primi anni Sessanta occorre dare un breve cenno all’affare Marotta che ben si lega, per svolgimento ed effetti, a Mattei ed Ippolito. Non darò che la traccia della vicenda perché i dettagli esulano dai fini di questo lavoro.

    L’11 gennaio 1934 iniziava la sua attività a Roma l’Istituto di Salute Pubblica in base ad una legge dell’ 11 gennaio 1934 che definiva status e funzioni del nuovo Istituto. Questo centro nasceva soprattutto per la lotta ad un male che affliggeva il Paese: la malaria. L’Istituto disponeva di 4 laboratori: malarialogia, batteriologia, chimica e di fisica (quest’ultimo era il vecchio Ufficio del Radio che aveva sistemazione negli edifici di via Panisperna ed era gestito da Cesare Trabacchi, assistente di Orso Mario Corbino, quello che forniva il radio al gruppo Fermi). In tali laboratori inizialmente lavoravano 40 persone. Nel 1941 tale istituto assunse il nome di Istituto Superiore di Sanità, ISS. Il suo direttore, fin dal 1935 fu un chimico palermitano, linceo, accademico dei Quaranta, amico di Amaldi e conoscente di Corbino e Fermi, persona di grande prestigio: Domenico Marotta (che si era fatto notare appena laureato a Palermo in occasione dell’epidemia di colera. Vi è un accordo generalizzato del mondo della scienza nel ritenere Marotta il vero creatore dell’ISS, la persona che portò l’ISS a diventare uno degli Istituti di ricerca italiani più prestigiosi al mondo portando i suoi laboratori a 10 con 800 addetti. Marotta, che già durante il fascismo aveva aperto l’Istituto a prestigiose collaborazioni internazionali ospitando ad esempio  gli esperti del Centro Europeo della Rockefeller Foundation, fece emergere questo Istituto dal fascismo, con la sua fama non compromessa, riuscendo ancora a portare in esso scienziati dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e di indiscusso valore mondiale come Daniel Bovet (Premio Nobel nel 1957 anche per i lavori fatti in Italia) chiamato nel 1948 a guidare il nuovo Laboratorio di chimica terapeutica, da subito fiore all’occhiello dell’Istituto e Boris Chain (da poco Premio Nobel per la medicina nel 1945, insieme a Fleming e Florey, per la scoperta della penicillina) che diversificò la sua attività in due aree di ricerca: il metabolismo dei carboidrati e il meccanismo d’azione dell’insulina, da una parte, i processi di fermentazione per lo sviluppo e la produzione di antibiotici e di altre sostanze terapeutiche, dall’altra.

Domenico Marotta

Studi che portarono alla fondazione nel 1951 del Centro Internazionale di Chimica Microbiologica (CICM), diretto da Chain medesimo. Ciò poteva avvenire per i livelli avanzatissimi delle attrezzature dei laboratori nei quali, fin dal 1946, venne costruito un microscopio elettronico, il primo e unico realizzato in Italia. La grande abilità di manager scientifico di Marotta permise tutto ciò anche perché egli riteneva che mai la ricerca fondamentale dovesse essere separata da quella applicata. Nella Storia dell’Istituto [bibl. 33] si può leggere:

Nel 1947, venne lanciato il Piano Missiroli che, utilizzando il DDT, di cui, all’epoca, ovviamente, non si conoscevano gli effetti avversi, ebbe la meglio definitivamente sulla malaria. Nel 1948, fu stabilito un impianto pilota, il “fermentatore”, per la produzione della penicillina, operativo a pieno ritmo dal 1951 e iniziativa senza eguali in Occidente. All’Istituto venne anche affidata la formazione professionale di ricercatori provenienti dall’esterno, oltre che lo svolgimento di congressi e conferenze scientifiche. […]

Marotta volle che la ricerca fatta in Istituto fosse messa a disposizione della comunità scientifica, tramite la redazione dei cosiddetti “Rendiconti dell’Istituto Superiore di Sanità”, la cui pubblicazione iniziò nel 1938, ma che dal 1965 ad oggi vennero chiamati “Annali dell’Istituto Superiore di Sanità”. Il periodo di maggiore crescita del personale si ebbe verso la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta: fu in questo arco di tempo che venne creato il Laboratorio di chimica terapeutica prima e quello di scienza veterinaria poi, seguito dal Laboratorio di elettronica per tenere il passo con i rapidi progressi della tecnologia medica e della strumentazione da laboratorio.[…]

Fermentatori per la produzione della penicillina

    C’è solo da aggiungere che la produzione di penicillina in Italia era una iniziativa senza eguali che offriva al nostro Paese una certa autonomia in questo settore farmacologico, altrimenti dominato da USA e Gran Bretagna.

    Il caso Marotta scoppia nella primavera del 1962, al momento in cui Marotta era già in pensione da un anno, quando un impiegato amministrativo dell’Istituto, Giuseppe Meli, indignato per non aver avuto una promozione, denuncia diverse irregolarità, ormai sappiamo, nell’amministrazione che non era in linea con le normative di legge (egli si era messo a spulciare tutte le carte e come uno sciocco maestrino aveva fatto rilevare ogni irregolarità di legge, irregolarità poi sistemate in vari dossiers che venivano inviati al Ministero della Sanità). Si aprirono subito due inchieste governative (nella seconda metà dell’anno 1962), una del Ministero del Tesoro e l’altra del Ministero della Sanità che non dettero risultati di rilievo. C’è comunque da osservare che il sostituto di Marotta, Giacomello, avrebbe potuto opporsi alle inchieste ma non lo fece perché era amico di Jervolino. In definitiva le due inchieste stabilirono (prima metà del 1963) ciò che ogni persona ancora oggi sa: seguire alla lettera la normativa, burocratica e farragginosa significa paralizzare ogni cattività. Sembrava tutto finito quando l’Unità pubblicò alcuni documenti dell’ISS dove risultavano irregolarità. Il fine dell’Unità era quello di denunciare la gestione clientelare degli enti pubblici ma questa volta il colpo gli partì per la culatta (dopo qualche tempo l’Unità fece retromarcia comprendendo il piano più generale in cui si inquadravano i casi che scoppiavano in quel periodo, come quello, appunto, Ippolito. Alla magistratura non parve vero di intervenire tanto più che lo scandalo era partito dall’estrema sinistra. La magistratura, quella che già conosciamo del porto delle nebbie, quella, per intenderci, ereditata in pieno dal fascismo, si infilò nel caso. E riuscì addirittura ad ipotizzare una sorta di complicità con Marotta (insabbiamento dell’inchiesta) dei ministri suddetti ma all’epoca ormai del governo Leone (Angelo Raffaele Jervolino alla Sanità e, pensate un poco, ancora Emilio Colombo, ma questa volta al Tesoro). Fu così che l’8 aprile 1964 l’ottantenne Domenico Marotta fu arrestato per irregolarità amministrative nella gestione dell’ISS. Come al solito i ministri non si toccano (tra l’altro per il timore di invocazione dell’immunità) ma vengono spesso citati in giudizio come i responsabili se non altro per non aver vigilato. La cosa risultò un vero sfregio perché l’arresto durò una sola settimana.

    Il processo andò avanti con lo stesso comportamento inquisitorio dei pm, con intimidazioni ed insulti ai testimoni a discarico come (ancora) Amaldi e Chain che, indignato per le sciocchezze che vennero dette nel dibattimento e per gli insulti che ricevette, rescisse il contratto con l’ISS e se ne andò definitivamente dall’Italia. Marotta fu condannato a sei anni ed otto mesi di reclusione. In appello tutto cadde e Marotta fu assolto da ogni addebito.

    A proposito dei casi Ippolito e Marotta vi è un altro aspetto che  occorre evidenziare, come bene fa Paoloni:

È facile immaginare lo stato d’animo di quanti erano gravati di responsabilità nell’organizzazione della ricerca, come Amaldi all’INFN o Caglioti al CNR, che si sentirono continuamente minacciati e condizionati nello svolgimento dei propri compiti. Questa speciale attenzione sul loro operato, organizzata e sbandierata a mezzo stampa, rappresentava in effetti una specie di pistola puntata alla tempia. Pochi giorni dopo l’arresto di Marotta, Adriano Buzzati-Traverso scrisse su «L’Espresso» un articolo intitolato Tutti fermi aspettano il giudice: «Una nuova caccia alle streghe sembra si sia scatenata in Italia, gettando discredito su tutta la classe scientifica e compromettendo così un settore della vita nazionale che, dopo decenni di miserie e di lotte, cominciava a riprendersi, e che d’altra parte, è essenziale per la vita del paese. Che cosa si vuole? Che !’Italia resti fuori dal grande movimento mondiale della rivoluzione scientifica? Si desidera che i migliori scienziati italiani lascino il paese?».

Quanto queste vicende avessero a che vedere con gli interessi della scienza, lo stabilisca il lettore. Quel che è sicuro è che gli avvenimenti di cui si è parlato hanno fortemente nuociuto al paese, danneggiando in una misura ancor oggi difficile da determinare la ricerca scientifica italiana, che ha faticato molto a riprendersi dalle conseguenze degli attacchi ingiustamente mossi contro Marotta e contro Ippolito.    

Ancora Domenico Marotta

COMPUTERS OLIVETTI

    Anche qui non darò che la traccia della vicenda perché i dettagli esulano dai fini di questo lavoro.

    Le vicende che sinteticamente riporterò ruotano intorno alla figura di un grande imprenditore italiano, Adriano Olivetti.  Ma sarebbe limitativo parlare di imprenditore per una persona che era anche urbanista, politico, editore (fondò le prestigiose Edizioni di Comunità) e che fu un attivo antifascista (aiutò materialmente Filippo Turati a scappare dall’Italia) esule in Svizzera.

Adriano Olivetti

    La vulgata parla di Adriano Olivetti come di un idealista sognatore. In realtà egli era mosso da idee avanzatissime che sapeva di poter portare avanti solo con la compartecipazione all’azienda degli operai e di tutte le maestranze. Maggiore la soddisfazione di questi lavoratori, maggiore la crescita ed i profitti dell’azienda. Per dare un minimo di contenuto a quanto ho detto riporto alcune frasi che Adriano Olivetti pronunciò il 23 aprile 1955 in occasione dell’inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli:

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi fini semplicemente nell’indice dei profitti? 0 non vi è al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una trama ideale, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?“.

    Vale anche la pena ricordare che nel 1952, in una di quelle crisi ricorrenti nelle quali i magazzini sono pieni e le vendite calano, Olivetti non cedette a tutte le richieste dell’amministrazione di licenziare operai. Piuttosto egli chiese al settore vendite di spingere al massimo per riuscire a vendere, a vendere. Ebbe ragione lui. Nessun operaio venne licenziato.

    Si era laureato in ingegneria nel 1924 e, dopo otto anni di lavoro nell’azienda di macchine da scrivere e calcolatrici fondata nel 1908 dal padre Camillo, nel 1932 ne aveva assunto la direzione. Egli lavorò subito per far diventare la Olivetti una multinazionale ed in un breve arco di tempo aprì filiali in molti Paesi del mondo. Quando nel 1960 morì, lasciò una grande multinazionale con 36 mila addetti dei quali oltre la metà operante all’estero.

     Adriano Olivetti viene ricordato soprattutto per il contributo che ha dato alle scienze politiche, all’urbanistica e al design, ai servizi sociali, alle macchine da scrivere e da calcolo.  Su Roberto Olivetti non č mai stato scritto nulla.  L’avventura dell’azienda di Ivrea nell’elettronica digitale rappresenta uno dei rari casi in cui l’Italia č stata all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e scientifica.

Gronchi in visita allo stand Olivetti alla Fiera di Milano del 1959 [da Betti]

    Adriano Olivetti, in ciò aiutato dal figlio Roberto, seppe sempre cogliere i cambiamenti in atto nel suo settore produttivo e trasformò la sua azienda da meccanica in elettromeccanica e quindi, con lo stimolo di suo figlio Roberto, da elettromeccanica in elettronica. Come ricorda Lorenzo Lenelli per Agorà:

Nel 1952 prese avvio a New Canaan, nel Connecticut (USA), un centro di ricerca elettronica della Olivetti, che vide poi il suo sviluppo nella collaborazione con l’Università di Pisa, per la progettazione della CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana). Nella sede di Barbaricina (PI) nel 1955 l’ing. Tchou [che era stato assunto da Roberto, ndr] e la sua Èquipe avviarono la progettazione di un calcolatore elettronico, ipotizzando dapprima l’impiego delle valvole e passando poi, nel progetto definitivo, all’uso dei transistor.
Nacque così il calcolatore Elea 9003, che venne presentato alla Fiera di Milano nel 1959 e che metteva l’azienda di Ivrea in competizione con i maggiori produttori mondiali, IBM compresa. Sul piano commerciale, inoltre, nella prima metà degli anni 50 era stata costituita a Milano la Olivetti-Bull, azienda destinata alla vendita e all’installazione sul mercato italiano dei calcolatori della francese Compagnie des Machines Bull (dal piccolo Gamma 3 al “gigante” Gamma 60). Nel 1962 le due attività confluirono nella Divisione Elettronica Olivetti che arrivò ad impiegare fino a 3000 persone, fra ricerca, produzione e forze di vendita.
La scelta della tecnologia elettronica e dell’informatica era l’intuizione giusta, che poteva garantire un futuro competitivo per l’azienda. Essa richiedeva però risorse finanziarie che la Olivetti, dopo la morte di Adriano [e quella di Mario Tchou, a soli 37 anni, in un incidente d’auto del 1961, ndr] e l’impegno economico determinato dall’acquisizione dell’americana Underwood (1960), con la sua sottocapitalizzazione e l’azionariato ristretto. ed ancora famigliare, non aveva.

    L’indebitamento arriva a 200 miliardi di lire e fa sì che il Comitato di Risanamento e il Consiglio di Amministrazione decida la chiusura delle attività elettroniche e il rientro del settore della meccanica. Così, nel 1964 l’intero settore elettronico dell’Olivetti viene ceduto alla General Electric.

        Riguardo alla parte svolta dall’Università di Pisa occorre dire qualcosa di più. Nel 1954 a Pisa era sorto un gruppo di ricerca congiunto composto da ricercatori dell’Università, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e dell’Olivetti, con l’obiettivo di realizzare i primi calcolatori elettronici italiani. Fatto di rilievo riguarda Enrico Fermi. Fu lui a consigliare quelle ricerche che furono realizzate con il contributo di 150 milioni di lire  che i Comuni di Pisa, Lucca e Livorno avevano stanziato per la costruzione di un sincrotrone, realizzato a Frascati. Si era giustamente ritenuto che la ricerca fisica delle alte energie non potesse andare molto oltre senza l’ausilio di potenti strumenti di calcolo e fu appunto Fermi che suggerì di investire i soldi disponibili in questa direzione. L’accordo con la Olivetti prevedeva la costruzione di un calcolatore (la CEP: Calcolatrice Elettronica Pisana) da installare presso i centri di ricerca pisani e di uno da commercializzare con il marchio Olivetti. Quest’ultimo, dopo un primo periodo di studio a Barbaricina presso Pisa (con 50 addetti), nascerà nei laboratori Olivetti di Borgolombardo vicino Milano (entrati in attività nel 1959, con 1000 addetti) sotto la direzione del citato Mario Tchou, figlio dell’ambasciatore cinese in

Mario Tchou [da associna.com]

Vaticano, che era stato reclutato dalla Columbia University. A Borgolombardo nasceranno i primi prototipi dei computers Olivetti, l’Elea 9001 e l’Elea 9003, con quest’ultimo vero gioiello che anticipava di molto i tempi e si metteva in diretta concorrenza con i colossi IBM ed Univac. Un semplice segreto di Tchou risiede nella ricerca dei collaboratori. Egli punta tutto sui giovani. In una intervista a

Il gruppo storico dei tecnici della Olivetti: tra gli altri Piergiorgio Perotto (il terzo da sinistra nella terza fila), Ettore Sottsass jr. (il primo a destra nella fila in basso) e Mario Tchou (il secondo da destra, sempre nella prima fila) [da Rao]

Paese Sera afferma: «Le cose nuove si fanno solo con i giovani.  Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli deri­vanti da una mentalità consuetudinaria».  Vengono assunti ingegneri, fisici, matematici e tecnici provenienti da tutta Italia e

Olivetti assume  [da Betti]

dall’estero. E fu dello stesso Tchou una importante intuizione: provare a sostituire nelle memorie a nastro magnetico le valvole con i transistori, che garantiscono maggiore resi­stenza, migliori prestazioni e occupano minore spazio. Seguiamo il seguito del racconto da Giuseppe Rao:

Tchou aveva chiesto tre anni di tempo per realizzare il calcolatore.  Invece nella primavera del 1957  la piccola équipe realizza la Macchina Zero, poi denominata  9001 (Elaboratore elettronico aritmetico, con l’allusione all’antica città greca sede di scuole di filosofia, scienza e matematica).  Nello stesso anno la Olivetti – seguendo un’idea di Tchou e di Roberto – decide di fondare con la Telettra una nuova società- la Sgs, l’attuale STMicroelectronics – che avrebbe dovůto contribuire a risolvere il problema della carenza nel mercato nazionale di componenti allo stato solido per la costruzione di macchine elettroniche.  Viene quindi ultimato il secondo prototipo di Elea, anche questo a valvole e a transistori.  A quel punto si decide di sostituire le valvole e puntare interamente sui transistori: nel 1958 è pronto il primo prototipo di Elea 9003.

    La CEP fu realizzata nel 1957 grazie agli sforzi di Marcello Conversi fisico ed Alessandro Faedo matematico. Era transistorizzata, microprogrammata ed utilizzava il linguaggio Fortran.

CEP: veduta d’insieme

    L’Elea 9003, che vide la luce come prototipo nel 1958, era il primo calcolatore al mondo completamente transistorizzato, realizzando grandi economie di costi, ingombri e assorbimenti di energia.. Esso presentava soluzioni d’avanguardia anche dal punto di vista logico e funzionale, quali la possibilità di operare in multiprogrammazione (fino a 3 processi in parallelo), il concetto di “interrupt” (ossia la sospensione temporanea del processo in corso per dare altre priorità) e la capacità di gestire un’ampia gamma di unità periferiche.

Elea 9003: unità centrale [da Betti]

Elea 9003: dettaglio della consolle [da Museo Olivetti].

Elea 9003: vista complessiva. Si intravedono, dietro il tavolo in primo piano, le memorie magnetiche a nastro  [da Museo Olivetti].

Elea 9003: altra prospettiva, con la consolle in primo piano


    L’Elea 9003 aveva un’unità centrale in grado di elaborare 100.000 informazioni al secondo, con una memoria a nuclei di ferrite espandibile da 20 a 160 KB. Una caratteristica particolare dell’Elea era la possibilità di gestire fino a 20 unità a nastro magnetico, per una capacità complessiva di oltre 500 MB.

    Queste macchine avevano un costo folle, 500 milioni di lire. Ne furono prodotte 40. Furono presto comprate da grandi gruppi industriali come Fiat, Cogne, Monte dei Paschi e Marzotto (fu la prima azienda a comprare un Elea) ma anche dal Ministero del Tesoro (regalato dalla Olivetti che aveva anche annunciato la messa a disposizione dei suoi centri di calcolo alle Università a fini di ricerca).

    Per capire i problemi economici che erano dietro l’avventurarsi in terreni vergini in concorrenza con colossi come IBM, è utile riportare alcune cose che diceva Tchou:
 

«Attualmente possiamo considerarci allo stesso livello (dei concorrenti) dal punto di vista qualitativo. Gli altri però  ricevono aiuti enormi dallo Stato. Gli Stati Uniti stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente a scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline.  Lo sforzo della Olivetti è molto notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dallo Stato».

    E l’Italia si disinteressa di queste imprese eccezionalmente importanti. Solo due giornali danno un minimo di risalto alle realizzazioni Olivetti: il Paese Sera e l’Illustrazione italiana. Poi silenzio.

    Racconta Rao, in proposito della crisi finanziaria della Olivetti:

Nel 1964 il controllo viene assunto dal cosiddetto Gruppo di intervento, costituito da Fiat, Pirelli, Centrale e da due banche pubbliche, Mediobanca e Imi.  Valletta dichiara che «la società di Ivrea č strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico.  Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da evitare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare».  Il Gruppo di intervento – anche Cuccia è d’accordo – decide di cedere la Divisione Elettronica alla Generai Electric nell’apparente disinteresse del governo.

Solo Lorenzo Soria – nel libro Informatica un’occasione perduta, del 1979 – ha provato a ricostruire la storia dell’elettronica Olivetti. Soria ricorda che furono in pochi – su tutti Roberto Olivetti – a preoccuparsi di salvare quel patrimonio di uomini e di tecnologie.  Nerio Nesi, a quel tempo Direttore finanziario dell’azienda, nel suo libro Banchiere di complemento, scrive: «Il governo non capì che rinunciare ai grandi calcolatori sarebbe stata una sconfitta italiana ed europea».  Solo la Cgil denunciò la cessione della Divisione elettronica, avvenuta – scriveva Sergio Garavini – «senza nessuna effettiva resistenza delle autorità italiane».  Potremmo aggiungere che lo Stato in quegli anni spendeva enormi cifre per sostenere interi settori, per esempio, la chimica.  Soria aggiunge: «Nei confronti dell’elettronica c’era una specie di timore magico generalizzato, secondo cui si trattava di un settore in cui l’Italia non avrebbe potuto né dovuto avventurarsi».

       I fatti che ho riportato credo parlino da sé. Il lettore giudicherà se vi sia stata o meno una pesante interferenza straniera sull’Italia al momento delle trattative in corso per far decollare il primo centro sinistra. Le conseguenze furono e restano drammatiche perché l’Italia fu fatta fuori dai settori portanti del mondo produttivo, quelli capaci di innovazione e di produrre grandi quantità di valore aggiunto.

ANCORA UN POCO DI STORIA: LA CREAZIONE DELL’ENEL

[da Bruno Caizzi, Storia dell’Industria italiana, Utet 1965)]



    Il dopoguerra, in Italia e in altri paesi, doveva rimettere in prima linea il problema dell’energia. Ogni miglioramento delle condizioni della vita civile, ogni ripresa dell’attività industriale implicava a pronta scadenza una maggiore disponibilità di energia.

    Le società elettriche erano uscite dalla guerra con danni materiali assai minori di quelli subiti da altri rami industriali; l’inflazione monetaria le andava alleggerendo di una grossa tangente dei loro vecchi debiti obbligazionari; la politica delle vendite del loro particolare prodotto si profilava estremamente profìttevole, malgrado il blocco legale dei prezzi imposto anche a qualche destinazione dell’energia. La «fame» di elettricità indusse le imprese produttrici a metter mano sollecitamente alle progettazioni, e già col 1947 poté ricominciare a salire in Italia il consumo pro-capite di energia, avvicinandosi finalmente, anche senza raggiungerli, agli indici dei paesi più evoluti, dai quali era un tempo assai distanziato. Nel 1952 la produzione raggiunse per la prima volta i 30 miliardi di kwh, e nel ’60 superò i 56 miliardi, grazie a un costante vigoroso incremento degli sfruttamenti idroelettrici e agli apporti di energia termica e geotermica, divenuti ormai indispensabili per fronteggiare lo sviluppo dei consumi civili e la richiesta crescente delle industrie, dei trasporti e dell’agricoltura. I dieci miliardi di kwh prodotti da generatori termici o geotermici nel 1960 rappresentavano da soli il volume dell’intera produzione immessa nelle linee nazionali nel 1925.

    Contemporaneamente, oltre che ad accrescere la potenza installata nelle centrali, mettendo mano a imponenti lavori alpini, le società badarono anche a completare e infittire la rete dei trasporti, portando l’estensione delle linee ad altissima tensione dagli 11.767 km del 1937 ai 33.920 del 1960.

    Ma questo innegabile sforzo di tenere il passo coi bisogni del paese non poteva smorzare la vecchia polemica sulla condotta dei gruppi elettrici e sull’opportunità di rivedere da cima a fondo il regime di concessione delle acque pubbliche. Le più accese critiche mosse alle grandi società, riguardavano la loro politica delle vendite, ispirata a finalità esosamente monopolistiche, l’enorme disparità dei prezzi praticati alle diverse classi di clienti, con danno specialmente dei privati consumatori e dei piccoli operatori economici, l’irrazionalità nella distribuzione del servizio, provocata dallo spezzettamento del territorio nazionale fra i vari concessionari. Lo sviluppo economico del Mezzogiorno, in particolare, era stato gravemente ritardato dalla gestione privatistica e settoriale di questo fondamentale servizio. L’esempio dell’Inghilterra e della Francia esercitava una forte suggestione su quanti, convinti che i controlli governativi riuscissero difficili e scarsamente operanti, e che necessitasse affrontare radicalmente il problema, propugnavano anche per l’Italia la nazionalizzazione dell’intero settore elettrico.

    Il dibattito cui si interessarono larghi strati dell’opinione pubblica si concluse nel 1962 con il provvedimento legislativo che istituisce l’Ente Nazionale per l’Energia Elettrica (ENEL) e gli affida, testuale, il compito di esercitare in tutto il territorio nazionale le attività di produzione, importazione ed esportazione, trasporto, trasformazione e distribuzione dell’energia elettrica da qualsiasi fonte prodotta. La legge di nazionalizzazione dell’energia elettrica esclude dal provvedimento i cosiddetti « autoproduttori », ossia le imprese che risultano in pari tempo produttrici e consumatrici di elettricità. Queste imprese sono assai numerose, ma soltanto alcune grandi industrie erano in conto per entità notevoli di energia (Montecatini, Fiat, Falck, Snia, Sicedison, Italcementi, Burgo). In generale il grado di autosufficienza energetica dell’industria italiana muta da settore a settore, ed entro ogni singolo settore da azienda ad azienda. Esso viene calcolato al 50 % per le industrie della carta, al 39 % per le elettrosiderurgiche, al 33 % per le tessili e appena all’11 % per le industrie meccaniche. Ma poiché nel complesso gli autoproduttori del settore completamente privato non coprono che la sesta parte della produzione nazionale di energia, si può convenire che l’ENEL è nato con una larghezza di mezzi e di poteri che lo predestina ad assolvere compiti fondamentali nello sviluppo avvenire della società italiana.

    La nazionalizzazione dell’industria elettrica costituisce certamente un avvenimento memorabile nella vita dell’Italia moderna, poiché modifica nel vivo le strutture di un settore industriale eccezionale per la natura del bene prodotto, l’importanza degli investimenti tecnici e finanziari e la concentrazione di potere economico che lo caratterizza. Ma la nazionalizzazione non esaurisce completamente il campo d’attività dei principali gruppi i cui impianti di produzione e distribuzione sono passati al nuovo Ente. Da anni le maggiori società elettriche erano venute allargando i loro interventi, passando dalla produzione di energia a quella di altri beni e servizi, gestendo direttamente o attraverso imprese affiliate le più svariate iniziative economiche. Esse non solo erano state indotte a interessarsi a imprese che consumano molta energia, come per esempio i trasporti, ma in numerosi casi avevano ceduto alla tentazione di uscire fuori dal dominio di loro più stretta pertinenza. In particolare la Edison si configurava come possente holding i cui interessi irradiavano in ogni direzione. Quando la colpì il provvedimento di esproprio, la Edison era già impegnata in imprese chimiche e petrolchimiche, di materie plastiche, metalmeccaniche e tessili; aveva forti interessenze in banche, ferrovie, tranvie, funicolari e altri servizi pubblici. Anche privata del suo nucleo economico più forte, e probabilmente più redditizio, essa resta la maggiore anonima italiana di cui era facile prevedere che non si sarebbe rassegnata a ripiegare a modesta società finanziaria, solo perché è venuto meno l’oggetto statutario intorno al quale Giuseppe Colombo ottant’anni fa ne creò le fortune. Sullo scorcio del 1963 la società ha precisato i suoi intendimenti, decidendo intanto di incorporare varie società del gruppo, fra cui la Edisonvolta, la Dinamo Bresciana, la Sicedison; ed inoltre di portare il proprio capitale a 375 miliardi di lire, e di reperire anche mediante emissione di obbligazioni nuovi mezzi liquidi che le consentano di avviarsi a nuove produzioni industriali, particolarmente nel settore della chimica, dei metalli, della meccanica di precisione, dei prefabbricati. Questi investimenti industriali si aggiungeranno in breve ad altri cui la Edison aveva pensato per tempo e ch’essa ha amministrato finora attraverso società private: la Sicedison che produce cloro, soda caustica, solventi, clorurali e molti altri prodotti analoghi; la Chatillon, capitale 6 miliardi, che fa raion, viscosa ad uso tessile, filo poliammidico (lilion), ecc.; la Industrie Siderurgiche Meccaniche e Affini (SISMA), capitale 5 miliardi, per la produzione di acciai, laminati a caldo, ecc.; la Società Applicazioni Chimiche (ACSA), capitale 3,5 miliardi per la produzione di fibre sintetiche acriliche; la Metallurgia Vittorio Cobianchi, capitale 1,5 miliardi e le Officine meccaniche Cerutti (capitale 500 milioni) per la produzione di macchine utensili; la Salifera Siciliana (SALSI), capitale 1.250 milioni, per la ricerca e coltivazione di giacimenti di sali potassici. La Edison si muove insomma da una piattaforma assai estesa e l’accentuazione delle sue strutturazioni industriali potrà essere un fatto importante nella vicenda economica italiana dei prossimi anni.

    La veneziana SADE, che poteva avere anch’essa un grande lavoro dinanzi a sé, controllando la serie delle Officine Galileo e poi la Società Pia Antica Acqua Marcia che rifornisce di acqua potabile la città di Roma, la Compagnia grandi alberghi (CIGA) e altre imprese ancora, ha preferito far confluire le proprie forze in un grosso e avviato complesso industriale, la Montecatini appunto, con la quale si è fusa nel 1964. Estese partecipazioni dirette od indirette posseggono egualmente la Centrale Finanziaria, i cui interessi elettrici si estendevano in Toscana e Lazio, e la Meridionale di elettricità che aveva in pugno quasi tutto il Mezzogiorno continentale, e sta prendendo la conformazione prevalente di una holding.

    Il costante sviluppo dell’industria elettrica e delle quantità di energia da essa messe a disposizione dei consumi industriali e civili, riflette soltanto un lato della crescita dell’Italia moderna. Anche da noi la domanda di energia di ogni specie tende infatti a progredire assai più rapidamente dell’offerta di elettricità che, nella sua classica forma di elettricità idrica, da molto tempo ormai trova un freno naturale nel graduale esaurimento della possibilità di reperire bacini imbriferi di conveniente sfruttabilità. Salendo senza sosta dopo la guerra, a datare dal 1950 col ritmo del 9 % annuo, il consumo di energia di ogni specie è giunto nel 1962 a essere di 82 milioni di tonnellate equivalenti di carbone: quantità che nei raffronti retrospettivi rivela da sola gli immensi progressi compiuti dall’economia italiana; anche se poi, paragonata a quella di altre nazioni, non manchi invece di sottolineare il distacco che ancora ci divide dalle contrade più della nostra ricche ed evolute. Poiché una disponibilità energetica per abitante di 2 tonnellate di carbone equivalente è giudicato quanto basta a conferire a un paese la qualifica di industriale, l’Italia si avvicina rapidamente a questo traguardo, che altri paesi hanno superato da un pezzo. Gli Stati Uniti sono giunti, ad esempio, a 10 tonnellate per abitante, il Canadà a 9, Gran Bretagna, Belgio, Lussemburgo superano le 5 tonnellate, ma il carattere particolare dell’economia italiana, nel quale l’industria pesante non ha altrettanto peso che altrove, rende in realtà meno negativo questo raffronto.

    Mentre a loro volta proprio per ragioni di prezzo gli acquisti di combustibili solidi esteri non hanno tenuto dietro che assai lontanamente alla curva del bisogno energetico, è venuto prendendo importanza sempre più rilevante il petrolio, anch’esso in gran parte d’importazione; e a colmare almeno in parte disavanzi di bilancia dei pagamenti sempre più vistosi, sono subentrate anche forme di approvvigionamento nazionale.

ALCUNE CONSEGUENZE

  Abbiamo già detto che uno tra i provvedimenti più importanti del primo governo di centro-sinistra fu la nazionalizzazione dell’energia con la creazione dell’Enel. A questo ente furono affidate, su tutto il territorio nazionale, le attività di produzione, trasporto, trasformazione e distribuzione dell’energia elettrica (e quindi all’Enel furono anche date in gestione le tre centrali nucleari italiane che stavano per entrare in funzione). Questo provvedimento di estrema importanza seguiva a più di un anno l’ altro provvedimento che il precedente governo aveva preso cioè quello dell’unificazione delle tariffe elettriche sul territorio nazionale (maggio 1961).        

    La nazionalizzazione comportò da parte del nostro governo indennizzi faraonici alle industrie private che erano proprietarie degli impianti con un blocco di ingenti capitali in un momento  di grossa espansione della nostra economia. In Italia non si era  proceduto come in altri paesi nazionalizzando l’energia subito  dopo la guerra per la gravissima opposizione della solita destra  economica e politica capeggiata dai liberali e sostenuta da molti  ambienti democristiani. Subito dopo la guerra la gran parte  degli impianti erano distrutti e il rilevarli allora sarebbe costato molto poco, tanto più che gli industriali privati riuscirono a  ricostruirli con sostanziosi aiuti e notevoli facilitazioni del governo. «La decisione allora presa di non procedere alla nazionalizzazione fu veramente gravissima. Noi non esitiamo a credere che se in quell’epoca si fosse rotto il fronte padronale con un provvedimento di tal tipo sarebbe stato diverso lo svolgimento democratico di tutta la politica italiana in quanto è certamente dagli  utili della gestione elettrica che è venuta alla destra economica  italiana quella potenza finanziaria che ha permesso il crearsi ed  il  rafforzarsi  di  potentissimi  “gruppi  di  pressione”»  (35)   E  i padroni dell’energia in Italia praticamente rivendevano a prezzi astronomici quanto precedentemente avevano ricevuto in regalo  proprio dall’attuale acquirente. Ma il fatto più interessante è che  questa vendita al governo viene effettuata quando le industrie  elettriche non si oppongono più se non a parole (hanno da  investire in altri settori ed in particolare in quello chimico) .

   «II motivo è evidente: fino a che i bacini naturali dell’arco alpino hanno fornito riserve di energia a buon mercato ed hanno permesso lo sfruttamento di impianti a costi di combustibile e di esercizio irrilevanti, l’affare è stato molto vantaggioso.  Una volta esaurite le possibilità idroelettriche, data l’incertezza relativa ai costi del rifornimento di combustibile per alimentare gli impianti termoelettrici (vedi crisi del Medio Oriente), l’attrattiva di grossi profitti viene completamente a cadere» (36).

   Relativamente poi al campo nucleare, siamo appena agli inizi non c’è prospettiva certa e pertanto alle industrie elettriche non va di rischiare. Ecco allora l’affare della nazionalizzazione tra l’altro strombazzato come grosso successo del PSI, come grossa contropartita al suo appoggio al governo. Nasce così l’Enel ma già con grossi equivoci e condizionamenti iniziali. Furono chiamati ai vertici di questo ente tutti coloro che per vent’anni avevano avversato la nazionalizzazione. Tutta questa gente, alla testa della quale c’era l’avvocato Di Cagno, non fece altro che portare avanti la stessa politica che per tanti anni era stata dell’industria privata.

   «Come si poteva trasformare l’avvocato Di Cagno — che aveva palesemente contrastato l’operazione fino a pochi mesi prima — in un programmatore? Che garanzie potevano dare in tal senso i vari consiglieri, i Magno e i Lanzarone, che i giochi dei partiti e delle correnti avevano portato alla testa dell’ente? Che cosa era stato Angelini, se non un buon esecutore tecnico degli ordini della Finelettrica o dell’IRI? E ciò senza tener conto delle varie influenze che l’Unione petrolifera avrebbe esercitato» (37).

    Esempio di questa continuità di una politica di tipo privatistico è  il  costo  elevatissimo  degli  allacci  in  campagna.  Questo  alla faccia della tanto decantata elettrificazione rurale.

   Questo ente inoltre ha, in soli dieci anni e per ubbidire a ben note logiche di sottogoverno, raddoppiato il suo personale con la conseguenza che l’incidenza di ciò «sul costo del chilowattora prodotto è doppio di quello dell’ente elettrico inglese e maggiore di 1/3 almeno di quello francese» (38).

  Ma la cosa più grave e della quale parleremo più diffusamente nelle pagine seguenti è l’abbandono da parte dell’Enel dello sviluppo idroelettrico, sostituito invece con un massiccio impegno nel settore termoelettrico. «Nella prima relazione di bilancio del 1963 l’Enel riteneva possibile la costruzione di impianti idrici per una produzione (escluso il pompaggio) di 15 miliardi di Kwh. Entro il 1983 ne avrà però messi in servizio solo 1/3. La ragione di questo apparente inspiegabile fenomeno potrebbe trovarsi nella distorsione provocata da una miope applicazione di criteri strettamente “aziendalistici” dovuta all’esistenza del sovrapprezzo termico nella struttura tariffaria (elemento di per sé non negativo perché tende a ridurre la forbice fra i diversi tipi di tariffa).  Per l’Enel infatti  il combustibile continua a  costare come prima del 1973 (13,80 lire al Kg.) e paradossalmente, sotto questo punto di vista, a causa del notevole aumento del costo del denaro, un impianto idrico tradizionale è meno conveniente oggi di quattro anni fa rispetto ad un impianto termico (o turbogas che costa poco come spesa di primo impianto e molto come costo combustibile, compensato però interamente dal meccanismo del soprapprezzo termico)» (39).

    C’è comunque, dietro questa scelta un’altra forzatura che come al solito viene dagli Stati Uniti ed in particolare dalle multinazionali del petrolio.

    Dal 1960 al 1974 viene più che decuplicata la produzione di energia termoelettrica. Ebbene vedremo più avanti che c’è stata una pesante collusione tra petrolieri, partiti politici ed Enel. I primi pagarono i secondi affinché si marciasse sulla strada del consumo a qualunque costo di olio combustibile residuo delle raffinazioni che avvenivano (ed avvengono) sul nostro territorio.

    Su tutti i ritardi dell’idroelettrico, della geotermia, del nucleare «non possiamo fare che delle illazioni se, o fino a quando l’ inchiesta sull’ eventuale corruzione operata dai petrolieri su uomini politici e sugli amministratori dell’Enel non sia stata restituita dalla commissione parlamentare inquirente alla magistratura. E ancorché non si possa, fino a un giudicato finale, parlare di corruzione, certamente una coincidenza di interessi vi fu tra i  petrolieri, che desideravano vendere il prodotto di scarto delle  loro raffinerie, cioè l’olio combustibile, e l’Enel che comprava questo olio combustibile inquinante per alimentare le centrali termoelettriche convenzionali» (40).

   Un’altra notazione c’è da fare, prima di concludere questo capitolo, su come l’Enel ripartisce la spesa tra i suoi utenti.  È  certamente interessante soprattutto se si va a vedere che, come al  solito, i favoriti sono i grossi industriali e i più grossi pagatori sono i piccoli o piccolissimi  consumatori: è un altro indizio della politica che l’Enel ha portato e porta avanti .

«Nel 1974 l’illuminazione pubblica e gli usi domestici coprirono il 23,70% dell’impiego totale dell’energia elettrica fornendo però il 32,70% dell’introito totale dell’Enel. L’energia elettrica serve come bene di consumo […], ma serve anche come mezzo di produzione: questa sua duplice natura è l’alibi per finanziare il processo produttivo a spese dei consumi pubblici e privati.   Se poi si va a guardare come le tariffe vengono differenziate all’interno dello stesso apparato produttivo, si scoprono altre cose interessanti  Le utenze delle aziende produttive che hanno una potenza installata inferiore a 30 Kw coprirono nel 1974 il 9,76% del consumo totale di energia elettrica, ma pagarono il 24,96% del fatturato totale dell’Enel. Questa forte penalizzazione colpì principalmente gli artigiani, i coltivatori diretti, le piccole e medie aziende agricole. Una penalizzazione molto più lieve colpì la piccola e media industria, con potenze installate comprese tra 30 e 500 Kw: consumarono il 13,97% del totale dell’energia consumata, pagarono il 16,36% del fatturato totale. Per contro un considerevolissimo premio venne graziosamente elargito alla grande industria con più di 500 Kw di potenza installata: consumò il 42,15% del totale e pagò soltanto il 9,7% del totale» (41).

LO SCANDALO DEL PETROLIO, OVVERO: LA SCELTA PETROLIFERA

   Il 4 febbraio 1974 i rappresentanti dei partiti politici si riuniscono a Montecitorio. Sono indignati contro i «pretori d’assalto» perché stanno screditando tutta la classe politica. I pretori Almerighi. Brusco, Sansa, indagando a Genova sui fenomeni di imboscamento del petrolio subito dopo la guerra del Kippur (ottobre 1973), hanno messo le mani negli uffici del petroliere Garrone, su scottanti documenti. Tutti i partiti politici (escluso il PCI) (42) sono stati finanziati dai petrolieri in cambio di «favori legislativi».

  Certo che in Italia il petrolio ha avuto una vita troppo facile soprattutto a partire dai primi anni ’60. La cosa che stupisce è la notevole quantità di permessi di raffinazione concessi in pochissimo tempo. «Nel 1950 la capacità di raffinazione concessa per decreto era di 7,5 milioni di tonnellate anno […] e sale a 90 nel ’64, a 133 nel 1970, mentre quella illegalmente esercitata dalle compagnie al di fuori di ogni controllo era già di gran lunga maggiore. L’Italia, sotto i governi democristiani, diventa il santuario della raffinazione con un indice di 3,1 tonnellate per abitante contro l’1,52 del Giappone e i 3 degli Usa» (43). A tali valori fa riscontro un consumo interno di circa 100 milioni di tonnellate per anno  (mentre la capacità di raffinazione è arrivata a 140 milioni di tonnellate per anno — dati del 1974): cioè circa il 30 % dei prodotti lavorati (44), specie i più pregiati, viene esportato. Poiché la più grossa quantità di prodotto che si ottiene dalla raffinazione del petrolio è l’olio combustibile, per garantirsi i più alti profitti devono toglierselo di torno subito vendendolo senza l’aggravio delle spese di trasporto. E da qui nasce il secondo motivo per cui l’Italia è un paese ambito dai petrolieri; l’Enel è un ottimo cliente. L’ENEL ha abbandonato completamente il nucleare (e solo gli imbecilli ormai datano l’abbandono del nucleare al referendum del 1987) per mettersi in mano ad una non politica diretta dai petrolieri. I residui della lavorazione del petrolio, gli olii combustibili pesanti, ad alto potere di inquinamento, vengono venduti all’Enel il quale incrementa la costruzione di centrali termoelettriche in Italia per bruciare sempre più olio combustibile. Ma tutto questo non basta.

   I petrolieri hanno avuto da vari governi dei provvedimenti legislativi a loro favore che hanno dell’incredibile: un decreto del 2 ottobre 1967 che assegnava ai petrolieri un contributo dello stato di 90 miliardi per rimborsarli dei maggiori costi di trasporto del greggio a causa della chiusura del canale di Suez (45); una legge del 28 marzo 1968 con la quale si concedeva ai petrolieri di pagare l’imposta di fabbricazione e l’IGE (Imposta Generale sull’Entrata) con tre mesi di ritardo; un decreto legge del 12 maggio 1971 con cui furono loro concessi una notevole quantità di sgravi fiscali. Ma non basta. Le camere vengono sciolte anticipatamente nel 1972. I partiti non hanno fondi ma sanno come procurarseli attraverso i petrolieri. Vi è una difficoltà: ora non possono legiferare per i petrolieri. Che fare ? Interviene il moroteo Di Cagno che viene indotto a pagare a prezzo maggiorato l’olio combustibile che fa funzionare le nostre centrali termoelettriche (ma in cambio i dirigenti ENEL prenderanno laute mazzette). Sarà la plusvalenza dei petrolieri che permetterà all’Unione Petrolifera di anticipare, tramite l’Italcasse (gestita da un democristiano, tal Arcaini), 875 milioni (oltre a 125 milioni versati dall’Agip) ai partiti del centro sinistra.

   Tutte queste cose evidentemente fanno bene rendere conto di quanto nelle pagine precedenti ho accennato: le sette sorelle nel nostro Paese dettano letteralmente legge. Dopo essersi tolti di mezzo Mattei ed Ippolito ci hanno pesantemente fatto scegliere  la via del petrolio condizionando poi le leggi in modo che fossero sempre a loro favore. In cambio di tutto ciò quando potevano pagavano, quando non potevano creavano casi giudiziari ma, l’ultima risorsa era (ed è) l’omicidio.

     Ebbene i partiti politici si agitavano in quel febbraio 1974 perché era stata intaccata la loro «onorabilità».  Dicevano:

     «Fuori i nomi dei corrotti, altrimenti basta con lo scandalismo, statevi zitti». Almerighi,  Brusco e Sansa non chiedevano  di meglio.

     Il 9 febbraio  del 1974  degli  agenti  in  borghese  si  recano all’ingresso della villa del dottor Vincenzo Cazzaniga (abita a fianco a Cefis, uno dei “liquidatori” di Mattei) ma non lo trovano (è negli Usa). Contro di lui è stato emesso un mandato di arresto per corruzione aggravata ed associazione a delinquere. È accusato di aver corrotto dirigenti dell’Enel e partiti del centro-sinistra affinché si servissero del petrolio invece dell’energia nucleare per far funzionare le centrali  elettriche (58).

     Cazzaniga è stato fino al 1972 presidente della Esso e della  Unione petrolifera ed era definito «l’uomo del petrolio americano in Italia». Egli era molto ben introdotto nel mondo politico, soprattutto democristiano, tanto da diventare (!) consulente del governo per i rifornimenti petroliferi.

     Il 13 febbraio 1974 vengono inviate 20 comunicazioni giudiziarie per corruzione aggravata: riguardano i massimi dirigenti ed i consiglieri di amministrazione dell’Enel (tra cui il presidente Di Cagno) e gli amministratori dei quattro partiti di centro-sinistra (DC -PSI – PSDI – PRI).

     Il 20  febbraio  portano  al  presidente  della  camera  Sandro Pertini gli atti di accusa contro ministri o ex ministri che avevano favorito i padroni del petrolio con provvedimenti legislativi. Si tratta di: Giulio Andreotti (DC), Giacinto Bosco (DC), Ferrari Aggradi (DC), Athos Valsecchi (DC), Luigi Preti (ritorna il simpaticone PSDI), Mauro Ferri (PSDI).

     Seguendo l’iter previsto dalla Costituzione il giorno 21 febbraio inizia il procedimento davanti alla commissione inquirente. Il giorno 8 marzo la commissione proscioglie Andreotti,  Ferrari Aggradi, Bosco e Preti. Rimangono in stato di accusa i più deboli politicamente: Valsecchi e Ferri.

    Ancora oggi comunque  anche a questi benemeriti del petrolio non è accaduto nulla. È del 22 giugno 1977 la richiesta da parte del PCI di riaprire l’inchiesta sullo scandalo del petrolio, ma si tenga conto che per alcuni dei ministri in oggetto è già scattata o sta per scattare la prescrizione poiché i reati  a loro  ascritti risalgono a molti anni fa. E che qualcuno provi a parlare di qualunquismo quando si dice: «rubano e si assolvono»! [pensate quanto era ridicolo questo mio richiamo, alla luce di tangentopoli ed agli attacchi violenti contro i magistrati che hanno fatto fino in fondo il loro dovere, n.d.r.].

    Ebbene i rappresentanti dei partiti politici (escluso il PCI) presero 45 miliardi per farsi ripetutamente corrompere, mentre l’Enel, oltre alla primitiva corruzione relativa alla scelta termoelettrica e per la quale non ho dati, prese più di un miliardo per maggiorare il prezzo di acquisto dell’olio combustibile e per riversare questo aumento di prezzo sulle tariffe pagate dagli utenti. Anche qui iniziò un’istruttoria il 26 marzo ma, di fatto e miseramente, essa viene chiusa il 24 ottobre (48).  

    Concludendo, l’Italia si ritrova con una grossa quantità di centrali termoelettriche; le è stato impedito di avere un rifornimento autonomo di petrolio; le è stata preclusa la strada dell’allora alternativa energetica nucleare; non ha sviluppato né la geotermia né il solare. Dietro tutto ciò ci sono i padroni americani ed i governi e gli uomini italiani che sono stati loro fedeli servitori.

     Si tenga bene a mente tutto ciò quando si leggeranno dichiarazioni di altri governi (ma sempre egemonizzati dalla DC o dagli attuali eredi) che ci dicono che oggi è indispensabile il nucleare.

DALLA FINE DEL NUCLEARE ITALIANO AL PEN

    Dopo l’incriminazione di Ippolito del 1963 il CNEN ha una battuta d’arresto ma sembra avere ottime prospettive, quelle su cui lo ha incanalato Ippolito.

    Si ridiscutono tutti i programmi ed il fatto che ciò sia fatto da personale del CNEN e da veri esperti offre delle garanzie. Il nuovo organismo dirigente ha dentro di sé personalità che coprono l’intero arco di interessi del CNEN. Vi è anche Angelini, il Direttore Generale dell’ENEL che continua però ad essere persona gradita all’industria privata. Ma la presenza ENEL sembrerebbe mostrare la volontà di proseguire sulla strada elettronucleare.

    Le varie commissioni si impantanano in discussioni sulle correzioni da apportare ai progetti esistenti e fanno un lavoro inutile. La commissione che dirige il CNEN non solo non aiuta ma frena qualunque iniziativa portando l’ente alla completa paralisi. Vi sono stanziamenti approvati per il secondo piano quinquennale (1965-1969), si tratta di ben 155 miliardi, ma né industria privata né ENEL sembrano iniziare una qualche collaborazione che smuova lo stallo. E’ il mantenere in modo rigido quanto si era fatto nel primo piano quinquennale che crea problemi. Nel mondo iniziano a funzionare reattori nucleari ad acqua sia bollente che in pressione ed il CNEN continua con progetti pilota che sembrano obsoleti. Discussioni infinite, opinioni differenti, nessun sostegno a qualche piccolo progetto che si fa strada, dirigenza che blocca tutto, assenza di politica del personale e … il CNEN diventa un ente inutile che vivacchia fino alla scadenza del mandato della commissione direttiva (1969). Essa non viene rinnovata e non si finanzia un terzo piano quinquennale creando grandi difficoltà in amministrazioni ponte (anno per anno) e del tutto provvisorie. E’ l’ENEL che assume il ruolo determinante di inibire al CNEN ogni ricerca nucleare. Le industrie private non promuovono nulla ed aspettano solo commesse dallo Stato. La classe politica tanto veloce quando deve distruggere diventa lentissima quando deve fare, costruire. Tarda molto a rendersi conto del naufragio di quell’ente ancora qualche anno prima invidiato nel mondo. Solo nel 1971 sarà varata una legge di riordino che appare seria, particolarmente nel punto in cui viene riconosciuto all’ente un Presidente a tempo pieno che non è più il ministro dell’industria. Ma, per una perversa combinazione, una legge che diventa operativa dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e che viene riportata in questa rivista immediatamente dopo la sua approvazione in Parlamento, questa volta vide la luce 8 mesi dopo in modo da creare praticamente un altro anno di finanziamento ponte ed arrivare alla fine del 1972. Il banco di prova della legge resta comunque il bilancio, in questo caso quello del 1973. Esso risulta sconfortante perché non assume impegni o responsabilità e va inerzialmente su un binario morto.

    L’ENEL nel frattempo (licenza del 1969 e apertura del cantiere nel 1970), aveva iniziato in silenzio la costruzione dell’impianto nucleare di Caorso vicino Piacenza. I lavori, che dovevano durare 5 anni, furono interrotti più volte e più volte ripresi, con un ritardo e un aumento di spesa notevoli rispetto ai tempi e ai costi previsti dal progetto General Electric-Ansaldo. La centrale, BWR da 840 MWe, sarebbe dovuta entrare in funzione nel 1975, invece sembrerebbe pronta nel 1977, si eseguono le prove nel 1978 ed è entrata in rete nel 1981. La centrale sarà realizzata da un consorzio ENEL, Ansaldo Meccanica Nucleare, GETSCO.

La centrale nucleare di Caorso

    L’anno successivo (1971), ancora l’ENEL, avvia le procedure per l’acquisto e la costruzione di una centrale nucleare, con una potenza compresa tra gli 800 ed i 1000 MWe, quella che sarebbe dovuta diventare di Montalto di Castro (destò un qualche scalpore scoprire che per tale centrale erano previsti reattori BWR quando ormai chi si orientava sul nucleare sceglieva le filiere PWR).

    Poiché nessuno ne parla, corre l’obbligo di accennare al 1968 nelle facoltà scientifiche. Chi si era iscritto nei primi anni Sessanta a tali facoltà si trovò con le speranze fortemente ridimensionate. Ricordo personalmente di essere rimasto colpito, dopo il liceo, dalle trasmissioni Tv in cui un bravo Giorgio Salvini invitava i giovani ad iscriversi a fisica perché vi era un gran futuro.

    Ebbene, al di là di quanto diceva Salvini, credo si sia visto quali potenzialità vi fossero in Italia e come  siano state distrutte nell’arco di un paio d’anni. Questi temi furono al centro del dibattito che nel 1968 si tenne nelle facoltà scientifiche. Occorre dire questo perché vi è qualcuno che si è sentito danneggiato dalle proteste non tenendo in alcun conto il contesto e la storia. Vi è sempre, nelle vicende che viviamo, chi pensa al suo orticello dimenticando l’ampiezza e la complessità dei problemi. In ogni caso non è questa la sede per entrare nei dettagli del dibattito e per illustrare le differenti posizioni. Rimando ad un mio articolo, La posizione sulla scienza degli scapestrati del 1968, pubblicato su www.fisicamente.net  nel giugno 2005.

GLI ANNI SETTANTA: IL PEN

     Abbiamo visto che, con straordinarie vicende, negli anni Sessanta l’Italia diventa il terzo produttore mondiale di energia elettrica da fonte nucleare, dopo USA e Gran Bretagna. C’era da rallegrarsi ? I primati non sono in sé significativi se non accompagnati da politiche che li mantengano e li giustifichino in termini economici ma anche in termini ambientali.

    Intanto sappiamo che quelle centrali erano poco più che sperimentali e quindi non si può pretendere che fossero competitive rispetto ai bassi costi dei combustibili fossili ed in particolare del petrolio.

    Improvvisamente, all’inizio degli anni Settanta, con la già raccontata guerra del Kippur, vi è un balzo notevole dei prezzi del petrolio. Le centrali nucleari di produzione essenzialmente USA, sono migliorate di molto, anche se su basi tutte da discutere. In definitiva sembra che il ricorso all’energia nucleare debba essere risolutivo nella sostituzione del petrolio come fonte energetica soprattutto per un Paese come l’Italia che ha poche risorse energetiche proprie.

    Fatto di rilievo è che la crisi energetica del 1973 (alla quale farà seguito quella del 1979 in corrispondenza della rivoluzione komeinista in Persia) mette in crisi uno dei postulati delle scuole economiche liberiste che, alla lunga, mostrano di non azzeccarne mai una. Fino a queste date infatti era dato per assodato che vi fosse uno stretto legame tra sviluppo economico e consumo di energia. Si estrapolava sulla crescita economica e si trovavano i consumi energetici sui quali costruire centrali su centrali. Questa cosa era già chiara negli USA quando in Italia si era ancora alla fase precedente e si elaboravano Piani energetici per rifornire l’Italia di energia con prospettiva il 1985. Ebbene, secondo il vecchio modello, l’Italia avrebbe consumato, a quella data, al minimo 317 miliardi di Kwh. Oggi sappiamo invece che nell’85 si arrivò a consumare poco più di 200 miliardi di Kwh. Il modello era errato di molto ma i piani energetici italiani imperturbabili ci propinavano la costruzione di una gran quantità di megaimpianti.

    Ancora nel 1979 il ministro dell’Industria Prodi inviò ad un comitato che aveva costituito e che si sarebbe dovuto occupare di problemi energetici una nota preliminare che diceva:

Partire da un legame il più possibile rigido fra crescita economica e fabbisogno energetico non conviene più. Il legame c’è, ma l’interesse è renderlo il più possibile elastico. In altre parole: non farne un dato di partenza, ma una variabile del programma.

  E questo veniva sostenuto mentre (1979) la Comunità Europea pubblicava il “Rapporto Saint George” (In favour of an energy-efficient society) in cui si sosteneva la necessità di finirla con il legame tra crescita energetica e crescita economica.

    Tornando a quel buco energetico, per arrivare a quei 317 miliardi di KWh agli inizi degli anni Settanta (di cui 125 di origine nucleare), in concomitanza con lo scandalo del petrolio, i governi italiani proposero il PEN, il Piano Energetico Nazionale, suggerito dall’ENEL e rimaneggiato più volte. Si tenga conto che al PEN dovevano sommarsi gli ordinativi fatti dall’ENEL negli anni 1973-1974 di quattro centrali nucleari da 1000 MW ciascuna, destinate due all”Alto Lazio (poi si seppe si trattava di Montalto di Castro) e due al Molise (si era parlato di Campomarino vicino Termoli). Il primo PEN fu presentato al CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) dal ministro dell’Industria Donat Cattin (DC) del governo Moro IV il 29 luglio 1975 (il documento si chiamava RES31 ed era stato preparato dal CNEN). Il 2 agosto il Parlamento approvò la Legge 393 che aveva il titolo seguente: Norme sulla localizzazione delle centrali elettronucleari e sulla produzione e sull’impiego di energia elettrica. Molto probabilmente servivano centrali di potenza ma nel PEN non vi erano né grafici né tabelle che sostenevano la cosa. Risulta strano quindi un titolo che dà per scontato un qualcosa che da nessuna parte viene motivata, a parte quel pregiudizio di crescita economica che deve viaggiare in parallelo con il consumo di energia elettrica. Inoltre la necessità di centrali di potenza non implica necessariamente la necessità di centrali nucleari che in nessun luogo venivano discusse come valida alternativa al petrolio. Insomma il titolo della legge era una petizione di principio senza riscontri pratici ed inoltre indicava la strada nucleare a 10 anni dalla liquidazione di Ippolito. Cosa era accaduto in questi 10 anni per ripensare al nucleare ? Di certo vi era solo la fine sogni di un nucleare italiano in concorrenza con le multinazionali USA per una vera indipendenza energetica da coniugarsi con quella economica. Ma sul fatto che il nucleare fosse competitivo o meno non vi erano studi. Sulla sicurezza si faceva riferimento ad un rapporto USA (Rasmussen) che faceva acqua da tutte le parti. Sui costi ed i tempi di costruzione si citavano dati USA guardandosi bene però dall’assumere tutto ciò che negli USA era previsto per costruire una centrale nucleare (in particolare si omettevano i problemi di: distanze da centri abitati, viabilità per evacuazione, sismicità).

    Ma vediamo con qualche dettaglio cos’è questo PEN. Esso è stato elaborato, con la filosofia cui ho fatto riferimento, sulla base di stime che prevedono un incremento del consumo di energia dal 5,2% al 6,5% nel quinquennio 1975-1980 ed ancora maggiore nel quinquennio successivo. Alla base di tale piano vi è poi la convinzione che ormai dalle fonti tradizionali non è possibile aspettarsi che delle briciole e che dalle fonti energetiche nuove (sole, vento, maree) non ci si deve aspettare nulla né a breve né a medio tempo. La sola possibilità di sopravvivenza per l’Italia è quella di installare, entro il 1985, centrali nucleari per complessivi 20.000 MW. E questo non è che il primo assaggio. In realtà il piano è più complesso ed è quello che l’Enel ha presentato a Donat Cattin. Secondo questo piano in Italia nel 1991 sarebbero dovute entrare in funzione dalle 43 (ipotesi minima) alle 59 (ipotesi massima) centrali nucleari da 1.000 MW ciascuna. Il PEN prevedeva infatti che nel quinquennio 1986-1990 entrassero in servizio altri nuovi impianti nucleari per una potenza compresa fra 26.000 e 36.000 megawatt. Nel PEN era scritto che: «La potenza degli impianti nucleari in sevizio nel 1990 sarà pertanto compresa fra un minimo di 46.100 MW e un massimo di 62.100 MW … I vantaggi di costo esistenti a favore della produzione di un kWh di origine elettronucleare, rispetto ad un kWh di origine termoelettrica sono al momento attuale  innegabili e difficilmente essi potranno essere cancellati in futuro».

    E poiché l’Enel prevedeva un incremento ancora maggiore della domanda di energia elettrica, l’ente elettrico stimava che in Italia, nel 2000, sarebbero entrate in funzione dalle 90 alle 120 centrali nucleari (49). Sembra uno scherzo ma l’irresponsabilità dei dirigenti ENEL, in accordo con certi politici, era questa.

    La localizzazione di queste centrali era indicata nel modo seguente:

Arco Alpino Lombardo
Piemonte orientale
Costa Jonica (Basilicata)
Lombardia Orientale
Costa dell’Alto Tirreno (Toscana centrale)
Costa del Basso Tirreno (Campania)
Costa Marchigiana Meridionale o Abruzzo
Arco Alpino Piemontese
Costa dell’Alto Adriatico (Romagna settentrionale)
Costa del Medio Tirreno (Lazio meridionale)
Costa della Venezia Giulia
Costa meridionale della Puglia (Jonica o Adriatica).

    Ma l’iniziativa dell’ENEL non era solo puntata alla costruzione di impianti nucleari. Altre attività erano o partite o in cantiere: vi era una proposta di costruire un impianto di arricchimento dell’uranio per diffusione gassosa, Coredif, alimentato da quattro centrali nucleari da 1000 MW ciascuna, da collocare o a Pianosa o a San Pietro Vernotico, in Puglia, saltata prima che si cominciasse a parlarne; l’ENEL intervenne con un terzo del capitale nella costruzione del reattore “veloce” francese Superphenix, raffreddato a sodio metallico liquido. L’Italia partecipava anche con il 25 % al capitale dell’impianto francese di arricchimento dell’uranio per diffusione gassosa Eurodif, in cambio del diritto di ottenere uranio arricchito; vi era infine il progetto di costruire una nave a propulsione nucleare.

    Limitiamoci a considerare il piano fino al 1985: quello approvato dal CIPE.

    Senza entrare nel merito delle previsioni di richiesta energetica, assolutamente esagerate, per giustificare quel piano faraonico, fornisco qualche cifra (valori dell’epoca) sul suo costo. In una ipotesi ottimale si prevede di «investire» per l’intero piano da 20.000 MW fino al 1985 la somma di 20.000 miliardi, (ma c’è qualcuno che stima questi investimenti in 40.000 miliardi di lire: il 40% del prodotto nazionale lordo italiano del 1974. Quest’ultima stima fatta è molto realistica qualora si tenga conto dell’intero costo del nucleare tra cui l’eliminazione delle scorie, la necessità di isolare la centrale dopo l’intero periodo del suo funzionamento, e tante, tante altre cose che si incontrano sulla strada del ciclo del combustibile) (50). Le stime erano enormemente gonfiate ma resta il fatto che nel lasso di tempo di 10 anni tra PEN e 1985 furono importati da Francia e Svizzera 24 miliardi di KWh, all’incirca quanto avrebbero prodotto 4 centrali nucleari di un migliaio di MW di potenza ciascuna.


    I siti dove sistemare le centrali erano stati individuati e sono quelli riportati in figura (si tenga conto che in ogni località scelta dall’Enel poteva sorgere più di una centrale da 1.000 Mw). Per portare a termine questa operazione il governo realizzò il solito piccolo «golpe» facendo approvare dal Parlamento il 2 agosto 1975  la legge che regolava le modalità per la scelta del siti (altro piccolo golpe vi fu per l’approvazione definitiva del Cipe che avvenne il 23 dicembre del 1975). Lo scopo di tale legge è di vincere le obiezioni degli enti locali e della popolazione alla sistemazione di centrali nucleari sul proprio territorio. Ad esempio il Cipe può concedere licenze di costruzione senza ascoltare il parere delle regioni né tanto meno dei comuni. Secondo questa legge il Cipe «determina le regioni nel cui territorio le centrali possono essere insediate». Da questa data la regione in oggetto ha il tempo di 150 giorni (in casi eccezionali di 60) per indicare due luoghi nel suo territorio adatti alla costruzione di centrali. Scaduti i termini prescritti, e qualunque sia il parere della regione, il Cipe può prendere la sua decisione che è insindacabile. Di fatto ciò significa che è il governo a scegliere i siti senza preoccuparsi dei pareri delle autonomie locali e della popolazione. In ogni caso, almeno per la localizzazione delle centrali previste a Montalto di Castro, non è stato necessario ricorrere all’applicazione della legge nella sua forma più autoritaria. Infatti la regione Lazio (amministrazione di sinistra) dette spontaneamente il suo assenso alla costruzione delle centrali. Il «Giornale» di Montanelli del 25.11.1977 non poté fare a meno di elogiare quella amministrazione. Nell’articolo: Le centrali nucleari: una lezione da Roma si dice che «la regione Lazio ha rispettato scrupolosamente i tempi e dà una lezione di sollecitudine e di puntualità a Milano e a Torino».

    Quindi c’è un piano per la costruzione di un certo numero di centrali; c’è la legge che permette di localizzarle; a questo punto, visti i costi, la domanda ovvia è: chi e come paga?

    Evidentemente il nostro paese che è già indebitato con l’estero non ha l’opportunità né la forza per spendere tanto. Al momento però in cui l’affare doveva scattare si sono messi in viaggio vari procacciatori tra cui il presidente del consiglio Giulio Andreotti. I soldi, ad alto tasso di interesse, ci sarebbero stati dati dalla Export Import Bank degli Stati Uniti (ci furono anticipati 440 miliardi da investire nel 1978) intorno alla quale si è costituito per l’occasione un consorzio di altre banche Usa. Ma evidentemente occorrevano delle garanzie soprattutto di carattere politico affinché il prestito venisse accordato e l’occasione venne con il viaggio che il 1977 Andreotti fece per recarsi al Fondo monetario internazionale. In questa sede furono date le garanzie politiche (no ai comunisti al governo) e quelle economiche che si sono concretizzate in alcuni provvedimenti antipopolari presi dal nostro governo in accordo con i sindacati. Si tratta dello sfondamento della scala mobile (i giornali ed i trasporti ora possono aumentare senza che ciò comporti scatti di contingenza), della diminuzione del costo del lavoro, della mobilità operaia. Oltre a ciò c’è un impegno per un massiccio aumento delle tariffe elettriche (per cinque anni) e delle tasse nel nostro paese. (La notizia dell’aumento del costo dell’elettricità del 16% apparve su tutti i giornali del 24. V .1978).

    C’erano quindi tutti gli elementi per portare a buon fine l’affare nucleare e naturalmente dietro questa enorme torta si sono mossi e si muovono giganteschi interessi economici. Premesso che tutti i brevetti per le centrali nucleari che dovevano essere ordinate in Italia erano stranieri cominciamo col vedere quali erano le industrie italiane interessate alla loro costruzione.

    Nella tabella I (51) sono riportati i gruppi industriali che erano in lizza per l’affare con a lato i brevetti di cui erano concessionari. Come si può vedere si tratta sostanzialmente di quattro brevetti: Westinghouse (Pwr); General Electric (Bwr); Babcock e Wilcox (Pwr); Candu (CANada-Deuterio-Uranio).
 


TABELLA l

GRUPPI INDUSTRIALI INTERESSATI

INDUSTRIA PRIVATA

Elettronucleare italiana

50% Fiat e Breda

25% F. Tosi           Brevetto Westinghouse Pwr (Usa)

25% E. Marelli

Spin

20% Babcock e Wilcox

20% Belelli

20% Ctip                Brevetto Babcock e Wilcox Pwr (Usa)

20% Tecnomasio it Brown Boveri

20% Snia Viscosa

INDUSTRIA PUBBLICA

Ansaldo Meccanica Nucleare

100% Finmeccanica    Brevetto GeneraI Electric Bwr (Usa)

Nira


70% Finmeccanica

30% Agip nucleare        Brevetto Candu (Canada)


ENTI DI STATO

Enel Gestisce la costruzione ed entra in possesso della centrale ultimata per produrre energia elettrica.

Cnen Attività di consulenza scientifica nella individuazione dei siti ecc. e di controllo. [A questo è ridotto il CNEN !]

Eni Gli sono assegnate dal Pen tutte le attività relative al ciclo del combustibile nucleare, ricerca-approvvigionamento, arricchimento-produzione di combustibile, ritrattamento del combustibile esaurito e condizionamento delle scorie.

Nota: La Fiat aveva all’epoca stretto un accordo con la Tecnomasio-Brown Boveri creando cosi uno stretto collegamento tra i due gruppi privati italiani Consorzio elettro-nucleare e Spin interessati alla costruzione di reattori nucleari.


    I primi tre brevetti sono degli Stati Uniti e sono relativi a reattori, cosìddetti «provati», ad acqua leggera ed uranio arricchito; il quarto brevetto è invece canadese ed è relativo ad un reattore ad acqua pesante ed uranio naturale. All’epoca, le ultime notizie sembravano non prevedere per l’Italia reattori Babcock e Wilcox mentre, allo stesso modo, sembrava si dovessero avere due reattori Candu. Tutti gli altri reattori sarebbero dovuti essere più o meno equamente suddivisi tra Westinnghouse e General Electric.

    Ovviamente con l’acquisto delle centrali non si esaurisce la spesa. Da quando la centrale è costruita comincia il problema della carica con l’opportuno combustibile.

    A questo punto rientravano in gioco le sette sorelle le quali dai primi anni ’60 ad oggi si sono impadronite di più dell’80% delle riserve di uranio (economicamente estraibile) del mondo occidentale .

    Le multinazionali del petrolio hanno investito «a ritmo crescente i maggiori profitti del greggio nei settori energetici del futuro» (52) (soprattutto sul nucleare, vedi tabella 2) ed inoltre si sono consociate con le grandi industrie produttrici di centrali nucleari e con quelle che operano nelle varie fasi del trattamento del combustibile.

    «Presso Salisburgo, al castello di Fuschl, gli industriali americani dell’atomo, i loro scienziati, la crema delle banche austriache si incontrano (nel mese di maggio del 1977, ndr) con gli industriali dell’atomo di tutto il resto del mondo, molti esperti legali, altre banche internazionali, l’Arabia saudita, l’Iran ed altri paesi dell’Opec per discutere il riciclaggio dei petrodollari in un’auspicabile “banca dell’energia” basata sui dollari del petrolio arabo. Il denaro dell’età del petrolio servirebbe così a finanziare l’età dell’atomo» (53).

        La comunità di interessi tra i costruttori di centrali nucleari e petrolieri si realizza a partire dal 1964 quando General Electric e Westinghouse pubblicano dei listini di vendita per centrali nucleari a prezzi assolutamente falsati al ribasso (dumping). La vendita sotto costo per qualche tempo, se da una parte fa smerciare molte centrali, sbaragliando la concorrenza economicamente debole (54), dall’altra crea preoccupazione tra i petrolieri i quali cominciano ad interessarsi del nucleare ed in particolare del combustibile e del suo ciclo (settori in cui la loro presenza diventa prevalente). Questo fatto porta verso la fine degli anni ’60 ad una coincidenza di interessi tra petrolieri e costruttori di centrali e quindi questi ultimi possono cominciare a rivendere a prezzi reali (il costo di una centrale nel 1975 era quattro volte superiore al costo della stessa centrale nel 1967) (55). Per poter lavorare insieme con profitti reciproci si gioca sui prezzi ora delle centrali, ora dell’uranio, ora del petrolio.

    Ed infatti anche la stessa operazione che ha fatto lievitare tanto il prezzo del petrolio nel 1973-1974 è stata decisa (intorno al 1970) a New York tra varie multinazionali al duplice scopo di rendere competitivo e il nucleare e il petrolio americano (Alaska, Texas) su quello arabo. Resta comunque il fatto che l’aver venduto per molto tempo in regime di dumping, richiede che poi si venda e presto per non rischiare il fallimento. E poiché negli USA gli ordinativi di centrali nucleari, dopo un’impennata di vendite tra il 1969 ed il 1974, sono praticamente scomparsi negli anni successivi, con in più la disdetta di 14 ordinativi e il simultaneo rinvio di altri 126, i guai per i costruttori di centrali nucleari sono enormi ed occorre provvedere con gli alleati fedeli che fanno poche domande accontentandosi solo di tangenti.

    E qui ritorniamo all’Italia ed al suo PEN che, ripeto, non trova giustificazioni sul piano economico, tecnico, scientifico ed energetico. E risultò anche un qualcosa di cui si diceva senza avere in mano alcun testo. Non si riusciva ad ottenere alcun testo dal Ministero dell’Industria. Giravano dei ciclostilati e sembra che anche l’edizione originale fosse a macchina e ciclostilata. Qualcuno che la ottenne ne pubblicò il contenuto su riviste specializzate e solo da lì, piano piano, fu possibile capire qualcosa e dico questo perché anche le Tabelle riportate avevano numerazioni sbagliate, con non coincidenza di dati tra tabella e tabella, vi erano termini inventati come energia elettrica idrogeno termica, i calcoli del prezzo del KWh nucleare erano fatti sul prezzo dell’uranio a 19 dollari la libbra, mentre il prezzo noto di riferimento doveva essere  di 21 dollari la libbra per un composto dell’uranio, la richiesta di potenza alla punta invernale del 1973 era data in 22.800 MW nella Tabella 12 e in 26.100 MW nella Tabella 13, … Per di più non si poteva neppure godere di un carattere uniforme di scrittura perché era chiaro l’assemblaggio di pagine provenienti da luoghi e studi differenti. Insomma una cosa vergognosa. Leggendo quel poco che emerge dalle molte chiacchiere inutili, si capisce che non vi è che un rapido cenno allo studio dei fabbisogni, che il nucleare è solo produzione elettrica e che quindi il PEN non è un programma per l’energia ma per l’elettricità, che l’energia solare non compare se non per dire che non vi sono dati sull’insolazione del territorio (sic!).

    In ogni caso, in astratto, una politica di Piano per l’energia era l’unica strada possibile ma era una strada che in Italia non poteva che essere senza uscita. Come dice D’Ermo:

Di fronte alla complessità dei problemi e alla necessità di trovare soluzioni di ampio respiro, in quegli anni viene effettuata una scelta a favore di un metodo di programmazione inteso come predisposizione di piani di orientamento delle attività degli operatori pubblici e privati, che si aggiunge al già esistente potere di indirizzo degli Enti energetici del paese (il ministero dell’Industria per l’Enel e il ministero delle Partecipazioni statali per l’Eni).

Questa scelta si rivelerà, peraltro, scarsamente efficace, in quanto i tempi di preparazione dei documenti e la discussione in Parlamento saranno, sistematicamente, molto lunghi e, al momento della conclusiva approvazione da parte del Cipe, molti elementi qualificanti dei piani risulteranno superati dagli eventi.

Inoltre, nel sistema istituzionale italiano, gli indirizzi di programmazione rappresentano solo la fase iniziale della complessa procedura da esperire prima della realizzazione degli interventi operativi. Procedura che assegna un ruolo rilevante alle autorità locali le quali arrivano a esercitare in alcuni casi un vero e proprio potere di veto.

Un altro elemento di debolezza della politica energetica italiana è rappresentato dallo scarso coordinamento tra attività di programmazione, politica dei prezzi e politica fiscale.

Le metodologie di fissazione dei prezzi energetici, che rimangono caratterizzate da una serie di controlli, subiscono un’evoluzione, nel cui ambito gli obiettivi di lotta all’inflazione e di conseguimento di elevati livelli di entrate fiscali generano una struttura di prezzi relativi delle varie fonti insufficienti a orientare la domanda verso il risparmio energetico, la salvaguardia dell’ambiente, nonché l’efficienza nella produzione e nell’utilizzo dell’energia.

    Le notizie che si ebbero su questo PEN, in concomitanza con i lavori di costruzione di Caorso e Montalto di Castro, dettero vita ai movimenti antinucleari che ebbero grandi adesioni e diventarono veri movimenti di massa (prima di Three Mile Islands e Chernobyl, si noti bene). Alle mobilitazioni crescenti in tutta Italia la Commissione Industria della Camera, presieduta dall’on. Fortuna (quello che aveva avuto un ruolo importante nel referendum del divorzio del 1974), costituì (novembre 1976) una commissione d’indagine sui problemi posti dal nucleare che fece conoscere le sue risultanze in un documento del maggio 1977 presentato al governo ed al CIPE.

    In tale documento si ridimensionava il PEN o almeno si davano altre scadenze. Le unità da costruire subito si riducevano a 12 mentre le rimanenti 8 avrebbero dovuto essere realizzate, vagamente, entro il 1985. Probabilmente fu questo documento della Commissione Fortuna che spinse il governo a varare un altro PEN approvato da CIPE nello stesso 1977 (novembre). Esso prevedeva solo 12 mila MW nucleari entro il 1985. Nel 1979 vi sono nuovi piani ENEL che prevedono di affiancare il nucleare con la costruzione di quattordici impianti a carbone da 640 megawatt ciascuno. Vi è poi un nuovo PEN nel luglio 1981 (ministro dell’Industria è il DC Pandolfi) che conferma la scelta nucleare e del carbone, con la trasformazione a carbone di centrali termoelettriche per 3.700 megawatt e la costruzione ex novo di impianti a carbone per 17.000 megawatt (nel decennio degli anni ottanta doveva entrare in funzione in funzione Caorso e le due unità da 1000 MW ciascuna di Montalto di Castro, dovevano invece venir costruite ed entrare in funzione altre quattro unità da 1000 megawatt ciascuna). La localizzazione di tali centrali (12 unità PWR) è, secondo il PEN 1981, la seguente:

– Piemonte: centrale nucleare con due unità standard in una delle due aree già individuate lungo il corso del Po;
– Lombardia: centrale nucleare con due unità standard in un sito da definire in una delle due aree già individuate nella Lombardia sud-orientale (sarebbero poi state Viadana e San Benedetto Po):
– Veneto: centrale nucleare con due unità standard in un sito da definire in una delle due aree già individuate nel Veneto sud-orientale;
– Toscana: centrale nucleare con due unità standard nell’Isola di Pianosa;
– Campania: centrale nucleare con una unità standard lungo l’ultimo tratto del fiume Garigliano;
– Puglia: centrale nucleare con due unità standard in una delle aree già individuate nel Salento (sarebbero state Avetrana e Carovigno);
– Sicilia: centrale nucleare con una unità standard in una delle due aree già individuate nel Ragusano.

    Nel 1982 il CNEN veniva ribattezzato ENEA (Comitato nazionale per la ricerca e lo sviluppo dell’Energia Nucleare e delle Energie Alternative, nome cambiato nel 1991, dopo Chernobyl, in Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente) (56), con l’apertura di un nuovo settore di ricerca nel campo delle fonti “rinnovabili” (sole, vento) e del risparmio energetico. Il nuovo corso, impersonato dal Presidente Prof. Umberto Colombo (che proveniva dalla Presidenza del CNEN, occupata dal 1979 e che resterà alla Presidenza ENEA fino al 1993, salvo una interruzione di 4 mesi in cui occupò la Presidenza dell’ENI), conteneva buone potenzialità, ma presto entra in una fase di stallo e di degrado. Anche perché il nome serve solo a nascondere la realtà che definisce questo ente come mero prosecutore del CNEN. Tanto è vero che un altro PEN del 1985 conferma i 12.000 megawatt nucleari e riduce a 12.000 megawatt gli impianti a carbone. Di alternativo e rinnovabile, come si potrà osservare, zero. Esso, come dice Merlini, cercava di conciliare tre esigenze: colmare il deficit elettrico; mandare avanti le unità elettronucleari già decise (quattro o sei); differenziare dal petrolio, così come l’Italia si era impegnata a fare anche in sede internazionale. Questo comporta un maggior uso di gas naturale e un ricorso massiccio al carbone, del quale si ipotizza uno scambio di ruoli col petrolio nella produzione di elettricità nello spazio di un decennio (dal 14% dell’85 al 38,5% del ’95), il che tradotto in pratica significa una ventina di nuovi gruppi elettrogeneratori. Questa vera e propria sarabanda di numeri in libertà mostra quanto attendibili siano le stime ENEL e dei governi. Ma non basta perché le cifre esagerate crearono aspettative disattese che danneggiarono la nostra industria nucleare. Dice Merlini:

L’esagerazione delle prospettive e la dispersione degli obiettivi hanno un effetto perverso. L’industria elettromeccanica italiana, che negli anni Cinquanta e Sessanta era già fra le più mature in Europa e quindi in grado di partecipare dignitosamente all’avventura nucleare se contenuta nelle debite proporzioni, è entrata in una spirale di previsioni-attese-pressioni-previsioni. Non per nulla nel linguaggio degli addetti è invalso l’uso dell’espressione «torta nucleare», torta da spartire fra i più diversi appetiti. E se non ce n’era abbastanza per qualcuno, si ingrandiva la torta ed ecco tutti soddisfatti. L’impegno industriale, benché non attuale ma proiettato nel futuro, ha finito per essere più quantitativo che qualitativo, più volto a prepararsi a smaltire ordini che a controllare, affinare e sviluppare le tecnologie.

    Intanto era arrivato l’incidente di Three Mile Islands del 1979 e arrivava quello di Chernobyl dell’aprile 1986. I movimenti antinucleari acquistano forza e promuovono 3 referendum per fermare il nucleare in Italia. Referendum che si celebreranno a novembre del 1987. Tanto per essere chiari e per dividere ragionevolmente responsabilità e meriti conviene riportare i 3 quesiti referendari nella loro sostanza più che nella lettera (si deve ricordare che la legge istitutiva del referendum in Italia è solo abrogativa di leggi o parti di esse esistenti):

·  Volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidono entro tempi stabiliti? (la norma a cui si riferisce la domanda è quella riguardante “la procedura per la localizzazione delle centrali elettronucleari, la determinazione delle aree suscettibili di insediamento”, previste dal 13° comma dell’articolo unico legge 10/1/1983 n. 8)
 

·  Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone? (la norma a cui si riferisce la domanda è quella riguardante “l’erogazione di contributi a favore dei comuni e delle regioni sedi di centrali alimentate con combustibili diversi dagli idrocarburi”, previsti dai commi 1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12 della citata legge)
 

·  Volete che venga abrogata la norma che consente all’ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all’estero? (questa norma è contenuta in una legge molto più vecchia, e precisamente la N. 856 del 1973, che modificava l’articolo 1 della legge istitutiva dell’ENEL).

    Dunque, all’ atto pratico, con le tre domande si domandava di cancellare alcune disposizioni di legge concepite per rendere più facili e rapidi gli insediamenti energetici: la prima era stata creata per evitare che il sindaco di un piccolo paese di duemila abitanti dove era previsto l’insediamento di una centrale nucleare potesse opporsi ad oltranza, mentre la seconda era la cosiddetta “monetizzazione del rischio” per i comuni che ospitavano impianti di produzione di energia (non necessariamente nucleari, ma anche a carbone).  

[da:http://www.zonanucleare.com/…/referendum_nucleare_1987.htm.]

    Come si può osservare, da nessuna parte si chiedeva la chiusura degli impianti nucleari esistenti. A seguito comunque dei risultati referendari, il governo decise la chiusura degli impianti esistenti, la sospensione dei lavori della centrale di Trino 2, la chiusura della centrale di Latina, la verifica della sicurezza delle centrali di Caorso e di Trino 1 e della fattibilità di riconversione della centrale di Montalto di Castro. Era una scelta politica dei governi che seguirono poiché i referendum passarono con in media l’80 per cento degli italiani  favorevoli.

    E’ utile vedere gli schieramenti politici che indicazioni di voto dettero. I contrari alla scelta nucleare erano i promotori del referendum: verdi, Dp, Arci, Fgci, Radicali,  e Sinistra indipendente. Il PCI, nonostante che il suo ultimo congresso avesse scelto il nucleare (ma solo un poco) aveva dato indicazioni di voto quasi contrario alla scelta nucleare, si potrebbe dire un ni. Il PSI, vero fenomeno politico che in epoca Craxi già incubava Berlusconi, fece sua la posizione contro il nucleare dell’SPD tedesca che però era all’opposizione e non al governo come il PSI. La DC, non esaudita dagli alleati, chiede di aggirare i referendum con una qualche legge. Ma prima che si svolgano i referendum viene convocata una Conferenza Nazionale sull’Energia.. Così la racconta Merlini:

La penosa gestazione della riunione mette subito in rilievo che in realtà non di energia si tratta, ché nessuno si occupa del deficit nazionale, ma di un confronto fra pro e contro il nucleare, una fonte al momento marginale per la copertura del fabbisogno, ma centrale per la politica. Dopo polemiche e rinvii essa si tiene nel febbraio 1987. Il confronto di opinioni non è inutile, anche grazie all’equilibrio dei presidenti dei tre gruppi di lavoro – Paolo Baffi per «economia, energia e sviluppo», Leopoldo Elia per «assetto normativo e istituzionale» e Umberto Veronesi per «ambiente e sanità». Ne risulta evidente che, pur evitando di mitizzare un’autonomia energetica impossibile, l’Italia è il paese che meno di tutti ha differenziato dal petrolio importato. Ne emerge lampante la necessità di rinnovare le procedure decisionali e di controllo. Se ne trae infine una più equilibrata valutazione dei rischi e degli impatti ambientali delle varie fonti. Ma l’esito, letto in chiave politica, è quello che era prevedibile : un sì al nucleare così assortito di limiti e condizioni da equivalere a un no, ma equivoco quanto basta perché non si passi esplicitamente alle alternative.

     Siamo alla fine degli anni ’80 ed alla fine delle velleità della nostra cialtroneria politica di scegliere autonomamente. Il nucleare era stato abbandonato definitivamente in Italia nel 1963, con l’arresto di Ippolito. Il resto era la solita operazione di dipendenza dell’Italia da altri Paesi. E le centrali dismesse dopo il referendum ? Vediamo di cosa si tratta:

– il reattore del Garigliano ebbe un funzionamento discontinuo, finché nel 1978 si verificò un guasto tecnico a un generatore di vapore secondario. Considerato il costo dell’intervento di sostituzione, nel 1981 l’ENEL (subentrata alla SENN nel 1965) decise di non riavviare più la centrale, in considerazione della breve vita residua dell’impianto.

– la centrale di Latina era arrivata alla fine della sua durata di esercizio.

– la centrale di Trino fu fermata nel ‘67 a causa di problemi tecnici allo schermo radiale del nocciolo e fu riavviata nel 1970 dopo gli interventi di riparazione. Una seconda fermata fu imposta nel 1979 per gli adeguamenti decisi in seguito all’incidente di Three Mile Island (USA). I lavori tennero fermo il reattore fino a tutto il 1982. Dopo il riavvio il reattore di Trino continuò ad operare fino al 1987.

– la centrale di Caorso era l’unica moderna che avrebbe potuto ancora utilmente produrre energia elettrica.

– la centrale di Montalto non era ancora stata ultimata e, anche se con grandi costi, fu riconvertita a turbogas.

    Tutte queste centrali, unitamente ai loro combustibili ritrattati o meno, sono passate (1999) alla SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari Spa; società del gruppo ENEL che coinvolge le imprese Fincantieri, Ansaldo, Duferco e Camozzi), un ente  istituito nel quadro del riassetto del sistema elettrico in ottemperanza al decreto legislativo n. 79 del 16.03.1999 (che ha disposto la trasformazione dell’ENEL in una Holding formata da diverse società indipendenti, tra cui la Sogin, che ha ereditato tutte le attività nucleari dell’ENEL).

VENTI ANNI DOPO

    Siamo all’oggi (estate 2008) e non è più il caso di fare storia. Un poco di cronaca può essere un utile promemoria.

    Intanto registro la violazione da parte dell’ENEL del terzo quesito referendario. Dal 2007 l’ENEL ha iniziato ad investire nel nucleare estero (Slovacchia, Romania, Spagna) ed addirittura in centrali di tipo Chernobyl. Giustificazioni ? Certo che ve ne sono: l’ENEL dal 1992 è diventata una SpA e quindi è un’altra cosa. Naturalmente non c’è nessuno che provi un poco di vergogna nel sostenere sciocchezze accettabili solo da chi ama la forma disinteressandosi della sostanza.

    Da molti anni si susseguono convegni sul ritorno al nucleare. Vi sono impegnate forze legate al settore industriale che vogliono ritornare a grandi commesse pubbliche, politici che hanno uno stretto legame con tali forze, scienziati che sono legati ad un nucleare sterilizzato dalle miserie del mondo, scienziati che vorrebbero ricominciare a lavorare nel loro settore, neopositivisti che riescono a guardare il mondo solo dalla lente di una tecnica infallibile.

    Da molti anni (1979) vi è una caduta verticale degli ordini di centrali nucleari nel mondo. Praticamente se ne costruisce una sola in Finlandia (e forse una in Francia) con tutti i problemi che, anche lì, sono venuti fuori (ritardi notevoli e costi lievitati). Si è capito che, senza aiuto pubblico, una centrale nucleare è pura perdita per tutto ciò che comporta se solo si pensa che nessuna compagnia vuole assicurare tali impianti.

    Vanno invece avanti ricerche che hanno prodotto centrali nucleari di nuova generazione. Si tratta essenzialmente di quelle di terza generazione e quelle di terza generazione più che sono già pronte per l’installazione. Ma vi sono anche le centrali di quarta generazione che sono in una fase di studio avanzato e che si prevedono operative intorno al 2030. Queste ultime dovrebbero risolvere la gran parte dei problemi che il nucleare pone per riportarlo nell’alveo dell’accettazione democratica e popolare. Per approfondire questi aspetti si veda il dossier Energia nucleare da me preparato e pubblicato in http://www.fisicamente.net/index-1203.htm .

    Al di là di quanto si pensa di progettare e fare nel mondo nel settore nucleare, vi sono le peculiarità italiane che dovrebbero allarmare i cittadini. In questo Paese

– il titolo V della nostra Costituzione è stato modificato dal Parlamento con conferma referendaria ed ora la competenza energetica è delle singole regioni quindi non più centralizzata; come mettere d’accordo i siti delle centrali nucleari di una politica centralizzata con le esigenze locali e quelle dei consumatori ? Per intenderci  saranno possibili centrali in Toscana per alimentare Milano ?


 – la legge italiana sugli appalti è truffaldina perché si può passare indefinitamente ai subappalti (a Montalto di Castro eravamo al 18°). Come si mette d’accordo l’assoluta elevata qualità richiesta dei diversi  componenti di una centrale nucleare e di tutte le infrastrutture nucleari con i subappalti ?


 – in Italia, proprio per quanto detto prima, non vi è certezza di prezzi. E’ possibile ad ogni fase lavorativa ricontrattare il prezzo con il committente. Quanto costa allora una centrale ?


 – stessa obiezione di prima però riferita ai tempi di costruzione: non vi
è un solo lavoro in Italia consegnato in tempi europei. Come garantirsi i
tempi per prodotti che con gli anni diventano rapidamente obsoleti ?


– in Italia abbiamo infiltrazioni mafiose e criminali in genere dovunque ed ultimamente. Accade anche che i lavori fatti dai cantieri mafiosi vedono spesso crolli ed imperfezioni gravi. Come garantirsi contro la mafia ed ogni criminalità organizzata ?

– in Italia, a tutt’oggi, non abbiamo messo in sicurezza nessuna scoria, nessun residuo nucleare. Abbiamo tutto ancora a cielo aperto, comprese le centrali che dovevano essere smontate e sistemate in luoghi sicuri. Aspettiamo che la Francia ci rimandi indietro 60 mila metri cubi di combustibile ritrattato. Dove metteremo tutto ciò ? E’ davvero impensabile iniziare una nuova impresa senza aver chiuso definitivamente con la precedente e senza prospettive per i milioni di metri cubi di residui da sistemare.


– in Italia sono finite da tempo le competenze sul nucleare. A chi
affidiamo i lavori e chi li dirige ?

– infine: i gruppi che premono per un piano nucleare, sono disponibili  a finanziarselo, come in ogni buona economia di mercato (come negli USA, come in Finlandia, … ) ? Oppure il nucleare che loro vogliono dovrà essere pagato dai cittadini, proprio da quelli che pagano tasse, ed i benefici saranno dei soliti noti che si dovrà stabilire quante tasse pagano ?
 

    Questi ultimi aspetti sono da me trattati esaurientemente in Nucleare: lo stato dell’arte dopo le sciocchezze annunciate dal governo Berlusconi  in: http://www.fisicamente.net/index-1745.htm

    Questi problemi sono gravissimi e prescindono da qualunque altro discorso sul nucleare ma sono propedeutici a qualunque discorso tecnico. Nonostante ciò le elezioni di aprile 2008 hanno eletto un governo (Berlusconi IV) che, per bocca del suo ministro per lo sviluppo economico, Claudio Scajola, ha annunciato la ripresa del nucleare in Italia. All’Assemblea di Confindustria del 22 maggio 2008, Scajola ha detto:

«Entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione nel nostro paese di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione.

Solo gli impianti nucleari consentono di produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto dell’ambiente», ha detto ancora il ministro rivolto alla platea degli imprenditori, ribadendo quindi la necessità di «ricostruire competenze e istituzioni di presidio, formando la necessaria filiera imprenditoriale e tecnica e prevedendo soluzioni credibili per i rifiuti radioattivi.

L’obiettivo della crescita non può essere conseguito senza affrontare con estrema risolutezza e senso di responsabilità» la questione.

Ereditiamo inefficienze e ritardi, accumulati negli ultimi 20 anni dall’ultimo piano energetico nazionale: è ora di voltare pagina.

    Dopo tutto, Scajola (che mostra una incompetenza degna di repubbliche delle banane) non fa altro che dar credito a colui che disse che la seconda volta dalla tragedia si passa alla farsa.

Roberto Renzetti (3 agosto 2008)


 NOTE

  0. Vedi bibliografia 7, pagg. 146-147.

  1. Vedi bibliografia 1, pp. 213-4.

  2. Ivi, p. 57-8.

  3. Ivi, p. 208.

  4. Ivi, p.71.

  5. Ivi, p. 82.

  6. Ivi, p. 57.

  7. Vedi bibliografia 2, p. 31.

  8. Vedi bibliografia 4, 4, p. 157.

  9. Ivi. p. 79.

10. Ivi, p. 184-85.

11. Vedi bibliografia 2, p. 35. Nel testo è riportata la data del 1955 che io ho corretto in 1956 perché questa è la data ufficiale delle dimissioni di Giordani. Si possono fare un paio di ipotesi, oltre a quella dell’errore materiale di stampa. La prima prevede che Ippolito abbia ricordato male; la seconda riguarderebbe, più realisticamente, un abbandono di Giordani della sua attività prima delle sue dimissioni formali.

12. Vedi bibliografia 4, p. 199.

13. Vedi bibliografia 1, pp. 115-6.

14. Ivi, p. 129.

15. Vedi bibliografia 2, p. 54.

16. Vedi bibliografia 4, pp. 299-300.

17. Per una documentazione più esaustiva, vedi bibliografia 5.

18. Il n. 5 del mensile «Maquis» a p. 53 sostiene che l’operazione centro-sinistra «è stata una scelta americana in ogni campo, che ha aperto la strada ad una vera e propria colonizzazione[…]. Essa è una strategia nata ed elaborata nell’epoca di Kennedy […]. Nel corso di una lezione agli studenti dell’Università di Harvard, Kissinger ha detto esplicitamente: “… il centro sinistra doveva servire a fare le riforme per sminuire l’efficacia delle critiche antigovernative dei comunisti”».

19. Vedi bibliografia  6, p. 22.

20. Vedi bibliografia  5, nota 2, p. 189.

21. Ivi, nota 6, p. 192.

22. Vedi bibliografia 10,   pp. 116-8.

23. Vedi bibliografia 1, p. 58.

24. Vedi bibliografia 6, p. 119.

25. Ivi, p. 120.

26. Ivi, p. 31.

27. Vedi bibliografia 1, p. 59.

28. Vedi bibliografia 2, p. 53.

29. Vedi bibliografia 3, p. 175.

30. Vedi bibliografia 4, p. 324-5.

31. G. Berlinguer, La politica nucleare in «L’Unità», 31/7/73.

32. Vedi bibliografia 2, nota 12 a p. 151.

33. Vedi bibliografia 3, p. 175-6.

34. Intervista di D. Sacchettoni de Il Messaggero del 13 aprile 1977.

35. Vedi bibliografia 1, p. 72.

36. Vedi bibliografia 7, p. 82.

37. Vedi bibliografia 3, p. 60.

38. Ivi, p. 102.

39. Vedi bibliografia 9, p. 224-5, intervento di L. Bottazzi.

40. Vedi bibliografia 3, p. 113.

41. Vedi bibliografia 8, p. 50-1, contributo di Laura Conti.

42. Sul PCI si cercheranno di fare delle speculazioni insinuando che una società (Editrice di «Paese sera») ad esso collegata avrebbe preso soldi. Il PCI ha sempre smentito recisamente. Vedi in proposito i due articoli su «L’Unità» del 15/7/1975 («Fare piena luce») e del 5/4/1974 («Nuova secca smentita»).  

43. Vedi bibliografia 5, p. 196.

44. Dalla raffinazione di una tonnellata di petrolio greggio si ricavano: 445 Kg di olio combustibile, 203 Kg di gasolio, 110 Kg di benzina, 49 Kg di petrolio raffinato per illuminazione, 18 Kg di bitume, 4 Kg di lubrificanti, 89 Kg di altri prodotti (kerosene, gas, materie plastiche, …), 82 Kg. di consumi e perdite.

45. Il favore fatto ai petrolieri fu in seguito rinnovato ed esteso anche a quelli che non si servivano del Canale di Suez. Per far ciò Andreotti non fece una legge apposita ma usò l’articolo 61 di un decreto legge relativo a «ulteriori interventi e provvidenze per la ripresa economica dei Comuni della Sicilia colpiti dal terremoto del gennaio del 1968».

   E’ incredibile: i terremotati del Belice, loro malgrado, finanziano i petrolieri che se la passano male.

46. Si osservi inoltre che nel 1969 una legge ha imposto di cambiare da carbone a gasolio il combustibile per il riscaldamento dei condomini.  

47. In alcuni documenti sequestrati, l’opera dei petrolieri perché l’Enel si  impegnasse  massicciamente  con  le  centrali  termo-elettriche,  era  chiamata «Campagna istituzionale per piano propaganda centrali elettriche» oppure «Operazione Enel». I primi pagamenti iniziarono nel 1963 proprio in corrispondenza con la nascita dell’ENEL e con il moroteo Di Cagno alla sua Presidenza.  

48. Tutti i dati relativi allo scandalo del petrolio sono stati tratti dal vecchio e serissimo settimanale Panorama (oggi ridotto ad un misero volantino di Berlusconi), numeri: 408, 409, 410, 413; dal testo n° 5 di bibliografia da pag. 187 a pag. 245; da L’Unità del 24 settembre 1997 e del 22 giugno 1978.

49. Vedi «Corriere della sera» del 27/4/1977, L’Enel programma la costruzione  di 59 centrali nucleari per il 1991, di Gianfranco Ballardin.

50. Vedi Bibliografia 8, p. 102, (intervento di C.M. Santoro).

51. Si noti che tra le maggiori industrie interessate al nucleare c’era la Finmeccanica alla cui testa c’era l’amico del presidente Leone dimessosi, Camillo Crociani. «Ebbene, proprio il ruolo avuto da quest’ultimo nello scandalo Lockheed autorizza qualsiasi dubbio sulla regolarità dell’affare nucleare» (A. Santini su «L’Europeo» del 25/2/1977).

52. Vedi bibliografia  39, p. 6.

53. L‘Avvenire del 6/5/1977 (articolo di V. Bettini).

54. Vedi bibliografia 40, pag. 15.

55. Vedi bibliografia 8, p. 35 e sgg. (Contributo di G.B. Zorzoli).

56. Nel 1991, dopo il disastro di Chernorbyl (1986) che dà il colpo definitivo ad ogni residua velleità nucleare, e il referendum popolare dell’aprile 1987 che determina la vittoria del no al nucleare in Italia con il 78 % dei no, una nuova legge di riforma fa assumere all’ENEA la nuova denominazione di Ente per le Nuove tecnologie, Energia e Ambiente. Vengono assegnati all’Ente nuovi compiti nei settori energetico, ambientale, e dell’innovazione tecnologica, compiti, almeno sulla carta, di indubbio interesse.

In realtà, i risultati di questa riconversione dell’Ente sono stati scarsi, disomogenei e parziali. I pochi successi sono stati ottenuti spesso individualmente da singoli ricercatori e tecnici, spesso contro la stessa struttura gerarchica e in un contesto sempre più difficile caratterizzato da:
-finanziamenti sempre più insufficienti (si è passati dai 1000 miliardi all’anno di vecchie lire ante inflazione, a meno di 400 miliardi inflazionati);
-invito a ricorrere a finanziamenti privati attraverso commesse delle imprese, che sono arrivati con il contagocce data la scarsa attitudine delle piccole e medie imprese italiane ad investire in innovazione tecnologica (per i padroncini è meglio pagare poco gli operai o licenziare quando va male);
-mantenimento di una struttura interna di tipo privatistico.

Anche l’ennesima riforma del 1998 attuata dal governo del centro-sinistra non ha dato frutti. L’ENEA non viene nemmeno inserito nel comparto degli Enti Pubblici di Ricerca e mantiene le caratteristiche del fallimentare modello privatistico, a dimostrazione che l’ossessione per il “privato” coinvolge destra e cosiddetta “sinistra” e investe tutti i settori (ricerca, come scuola, sanità, attività produttive, servizi, ecc.). Lo stesso Governo promuove inoltre la dislocazione di ricercatori pubblici presso le imprese private.
L’attuale Governo di destra, nel varco già aperto dai governi precedenti, preme per la privatizzazione degli enti pubblici di ricerca che dovrebbero essere smembrati e trasformati in Società per Azioni. Nel frattempo continua con le politiche di blocco delle assunzioni, ricorso a una accentuata precarizzazione del lavoro di ricerca con il ricorso a contratti a termine e lavoro interinale, esternalizzazione e privatizzazione massiccia di “servizi”, taglio dei fondi. Questa situazione vede l’ENEA in una posizione di particolare debolezza per il rischio di smembramento e privatizzazione senza garanzie di tutela del patrimonio di ricerca pubblica ancora presente.

L’attacco devastante alla ricerca pubblica è stato portato dal Governo Berlusconi, e in particolare dalla Ministra Moratti, soprattutto con la finanziaria 2002 e i provvedimenti “collegati”. Un Decreto Legislativo presentato al Consiglio dei Ministri il 4 aprile 2003, di recente approvato ma non ancora pubblicato nella forma definitiva(*), prevedeva un’ultima riforma dell’ENEA i cui punti salienti erano:
-formazione di un comitato di indirizzo e coordinamento dei progetti di industrializzazione (Art. 8) composto di sette membri di cui quattro designati dalle associazioni nazionali di categoria più rappresentative (leggi Confindustria, Confapi, etc.);
-possibilità di partecipazione a consorzi e società con soggetti privati o pubblici anche stranieri (Art. 17);
-formazione di una società di diritto privato alla quale sarebbe affidata la gestione delle partecipazioni attuali e future dell’ENEA in aziende industriali e alla quale possono essere trasferiti la titolarità e i diritti di sfruttamento dei brevetti derivanti dall’attività di ricerca dell’ENTE (Art. 18);
-entrate provenienti da contratti stipulati con privati per la fornitura di servizi e dividendi derivanti dalla partecipazione a società di capitali (Art. 19);
-possibilità di avvalersi di tutte le forme contrattuali di assunzione e di impiego di personale previste dal codice civile per i soggetti privati (Art. 21).

Nel frattempo parte del personale è stato trasferito alla SOGIN, società che si interessa della gestione dei rifiuti nucleari e dello smantellamento degli impianti nucleari obsoleti, il cui responsabile è un militare, il noto generale Jean.
In definitiva, il caso ENEA è emblematico del progressivo smantellamento o privatizzazione della ricerca pubblica in Italia, sotto la spinta degli interessi delle grandi multinazionali e della mancanza di strategie del miope capitalismo nostrano.

(*)Si precisa che durante i tempi tecnici di pubblicazione dell’articolo il testo del decreto è stato pubblicato. Benché in esso siano contenute parzialmente alcune modifiche richieste dall’ANPRI (Associazione dei ricercatori pubblici), il giudizio contenuto nell’articolo non può sostanzialmente mutare.

Tratto da:  Vincenzo Brandi (ENEA),  La crisi della ricerca pubblica in Italia: il caso dell’ENEA – “La Voce del GAMADI”, ottobre 2003 http://www.resistenze.org/sito/te/pr/sc/prsc3i30.htm


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25 – CNEN – Energia e Parlamento – Vallecchi 1962

26 – Bruno Bezza (a cura di) – Energia e sviluppo. L’industria elettrica italiana e la società Edison – Einaudi 1986.

27 – Eugenio Scalfari – Le baronie elettriche – Laterza 1960.

28 – Eugenio Scalfari – Storia segreta dell’industria elettrica – Laterza 1963.

29 – Lanfranco Belloni – Da Fermi a Rubbia – Rizzoli 1987.

30 – Orazio Barrese, Massimo Caprara – L’anonima DC – Feltrinelli 1977.

31 – Giovanni Paoloni – Il caso Marotta: la scienza in tribunale – Le Scienze 431, Luglio 2004.

32 – Su Marotta: http://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Marotta

33 – Su Marotta: http://www.iss.it/binary/pres/cont/Storia_ISS.1088587737.pdf

34 – Su Adriano Olivetti: http://www.sirse.net/esy/objects/docs/90603/12_la_riscoperta_di.pdf

35 – Sullo sviluppo dei computers Olivetti: http://matematica.unibocconi.it/betti/olivettipresentaz.htm

36 – Giuseppe Rao – Il mistero del computer mai nato – l’Unità 19 dicembre 2001 http://www.swif.uniba.it/lei/rassegna//011219c.htm

37 – Roberto Renzetti – L’Energia – Savelli 1979.

38 – Vittorio d’Ermo – Le fonti di energia tra crisi e sviluppo – Editori Riuniti 1997.

39. L. Briatore – Considerazioni sulla questione energetica – La fisica nella Scuola, A. IX, n° 1, 1976.

40. Franco Prattico – Quale energia per il futuro – Coines 1977.



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